Cento anni fa: i bolscevichi presero il potere, ma come lo mantennero?

Michal Jabara Carley SCF 12.01.2018Il 25 ottobre/7 novembre 1917, i bolscevichi presero il potere a Pietrogrado dal cosiddetto governo provvisorio. Fu una cosa relativamente facile perché il governo provvisorio godeva di poco o alcun sostegno popolare e rappresentava sostanzialmente gli interessi delle ex-élite urbane e rurali zariste. Si oppose all’avanzata della rivoluzione dall’abdicazione dello zar Nicola II all’inizio dell’anno, e cercò di mantenere la Russia nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, in particolare Francia, Gran Bretagna, Italia e i ritardatari Stati Uniti, entrati in guerra nell’aprile del 1917. L’idea era di re-imporre la disciplina militare ai soldati, portarli fuori da Pietrogrado e riportarli al fronte dove potevano essere separati dalle tendenze rivoluzionarie. Fu un’epoca in cui le élite trincerate non potevano danneggiare l’ondata rivoluzionaria. Le secolari richieste delle masse contadine e proletarie, aggravate dallo spargimento di sangue della Grande Guerra, crearono le giuste circostanze per la rivoluzione. I bolscevichi si misero alla testa del movimento popolare, mobilitandone la notevole energia attraverso i soviet (o consigli) dei deputati dei soldati, degli operai e infine dei contadini per prendere il potere in Russia. Naturalmente fu una cosa prendere il potere e un’altra tenerselo stretta. I bolscevichi avevano molti nemici. Tra i cosiddetti partiti rivoluzionari, solo i socialisti rivoluzionari di sinistra (SR) li sostenevano e con loro entrarono in un governo di coalizione nel dicembre 1917. Altri gruppi marginali appoggiavano il nuovo governo sovietico, ma gli SR e la maggior parte dei menscevichi alleati col partito Cadetto, che rappresentava le vecchie élite, si opposero ai bolscevichi e in effetti all’autorità dei soviet.
I bolscevichi non erano uniti nel prendere il potere o nel tentativo di governare da soli attraverso i soviet. Il leader bolscevico V. I. Lenin accusò certi suoi compagni di “crumiraggio” e di perdere la calma. I deboli di cuore potevano naturalmente schierare molti argomenti per la loro mancanza di audacia. Gruppi di ufficiali dell’esercito e cadetti cercarono di rovesciare l’autorità sovietica, sostenuti da sottufficiali e menscevichi che odiavano i bolscevichi con la stessa intensità delle vecchie élite zariste. Nel dicembre 1917 tutto era nel caos. I soldati fecero baldoria nella capitale, facendo irruzione nelle cantine delle élite. Fucilieri e pompieri lettoni furono chiamati per fermare il saccheggio ed inondare le cantine. Mentre i compagni erano ubriachi, chi avrebbe difeso la rivoluzione? Era pieno inverno e le città dovevano essere rifornite di cibo e carbone per il riscaldamento. Gli operai che sostenevano i bolscevichi dovevano essere impiegati quando l’economia falliva e le fabbriche chiudevano. Le famiglie dovevano essere alimentate. Le frontiere della Russia si estendevano ben oltre Pietrogrado e Mosca. I nemici cercavano ovunque di rovesciare l’autorità sovietica. I bolscevichi dovevano organizzare nuove forze per difendere la rivoluzione nei lontani confini del Paese. Quanto audace fu il pensiero di Lenin di poter superare il caos. Le élite in un primo momento ridevano della temerarietà dei bolscevichi, pensando di non poter mantenere il potere per più di qualche giorno o settimana. La resistenza armata cominciò subito e fu battuta in sanguinose schermaglie vicino a Pietrogrado e Mosca. Queste prime vittorie cancellarono i sorrisi dai volti delle classi privilegiate. Oltre ad occuparsi dei nemici interni, c’era la guerra con la Germania imperiale e i suoi alleati, i cui eserciti si avvicinavano a Pietrogrado. Né le potenze dell’Intesa, alleate della Russia nella Grande Guerra, potevano essere ignorate. Videro la rivoluzione e la presa del potere bolscevica come catastrofe abissale. I cosiddetti alleati furono sconvolti dal crollo degli eserciti russi e dalla conseguente minaccia agli interessi economici alleati in Russia. Le missioni militari inglese e francese erano ben informate e ritenevano che l’esercito russo non potesse combattere oltre l’inverno, indipendentemente da chi governasse a Pietrogrado. Furono avanzate delle idee a Parigi e a Londra su “una pace alle spalle della Russia” smembrando il Paese come la Cina, e dividendolo in grandi sfere d’interesse. In effetti, la Russia doveva cessare di esistere come Stato unito e indipendente. Questi piani d’emergenza furono sviluppati prima della presa del potere dei bolscevichi, quando gli alleati speravano che i soviet sarebbero stati dispersi e i bolscevichi impiccati.
Lenin non si faceva illusioni sulle potenze imperialiste occidentali, ma sembrava non avergli prestato troppa attenzione nei calcoli per la presa del potere ed istituire il governo sovietico. Per prima cosa fece la prima. La sua maggiore preoccupazione era neutralizzare o sconfiggere i nemici interni e porre fine alla guerra con la Germania e i suoi alleati. I bolscevichi non avevano scelta. I soldati al fronte smobilitavano di propria iniziativa abbandonando le trincee. Lenin stesso aveva parlato di “guerra rivoluzionaria” contro l’invasore tedesco, ma ciò era possibile solo se vi fossero stati eserciti disposti a combattere. “Fate una passeggiata“, disse ai compagni, “ascoltate ciò che dicono i soldati nelle strade“. Tuttavia, i suoi compagni bolscevichi erano molto indipendenti e molti non erano disposti ad accettare una pace svantaggiosa imposta dalla Germania imperiale. Il 7/20 novembre il governo sovietico ordinò al comandante delle forze russe, generale N. N. Dukhonin, di cercare un armistizio con l’alto comando tedesco. Non volendo conformarsi, il Generale Dukhonin ignorò gli ordini sovietici. Lenin lo licenziò immediatamente. Nominò il veterano bolscevico N. V. Krylenko nuovo comandante in capo e lo mandò al fronte. Il 13/26 novembre Krylenko inviò delegati attraverso la terra di nessuno, preceduti da un trombettiere e una grande bandiera bianca. S’incontrarono con un ufficiale tedesco che li condusse attraverso linee tedesche. Mentre questi eventi si svolgevano, gli ambasciatori alleati a Pietrogrado discutevano su come controllare i bolscevichi. Una idea era inviare 8-10000 truppe alleate a Pietrogrado per proteggere i cittadini alleati e sostenere qualsiasi governo che potesse cacciare i bolscevichi. Ciò metteva il carro davanti ai buoi. La proposta fu bollata come irrealistica. Il 9/22 novembre il nuovo presidente del consiglio francese George Clemenceau, inviò istruzioni al generale Henri Albert Niessel, capo della missione militare francese, per informare Dukhonin che la Francia si rifiutava di riconoscere il nuovo governo sovietico e contava sull’alto comando russo per rigettare i “criminali negoziati di pace” e mantenere l’esercito russo in campo contro il nemico comune. Clemenceau, la tigre, effettivamente incoraggiava Dukhonin a sollevare l’esercito contro i bolscevichi. Poiché molti, se non la maggior parte, dei soldati russi appoggiavano il piano bolscevico per porre fine alla guerra, il piano francese fu una provocazione inutile probabilmente più pericolosa per Dukhonin che per i bolscevichi. La reazione bolscevica fu prevedibile. Accusando l’Intesa d’intromettersi negli affari interni sovietici, il minimo che si potesse dire, L. D. Trotzkij, Commissario per gli Affari Esteri, rispose pubblicando i cosiddetti “Trattati segreti” dell’Intesa che dividevano i territori nemici dopo la guerra. “Vedete”, dichiarò Lenin ai soldati alleati, “siete solo carne da cannone che combatte per il saccheggio delle élite imperialiste occidentali“. L’idea di Lenin era mobilitare l’opinione pubblica europea contro la guerra e fare propaganda tra i militanti occidentali che volevano fare la propria Rivoluzione d’Ottobre. Come chiarì Trotzkij, il governo sovietico desiderava una pace generale, non separata, così i soldati in Europa potevano volgere le baionette contro le élite borghesi. In un incontro a Parigi all’inizio di dicembre, le potenze dell’Intesa non potevano essere d’accordo su una risposta collettiva all’appello di Trotzkij all’armistizio su tutti i fronti. Una volta che qualcuno iniziò a parlare di pace, osservò il ministro degli Esteri italiano, i soldati francesi e italiani si sarebbero rifiutati di riprendere le armi. Il primo ministro David Lloyd George temeva che “la mota si sarebbe accumulata” contro il prosieguo della guerra. I bolscevichi contavano proprio su quello. Non era un calcolo irrealistico: persino i capi alleati temevano l’opposizione popolare alla guerra. Un armistizio generale era quindi fuori questione. Gli alleati accettarono di smettere di rifornire la Russia e di avviare generosi finanziamenti per la “propaganda alleata” sperando che un governo russo accettabile sostituisse i soviet. Nel frattempo, il generale Dukhonin rimase in contatto con le ambasciate alleate a Pietrogrado e continuò a creare problemi al fronte. Liberò il famigerato generale L. G. Kornilov e altri alti ufficiali fuggiti a sud. Loro intenzione era organizzare la resistenza armata contro il governo sovietico. Tuttavia, Dukhonin non li raggiunse: il 20 novembre/3 dicembre fu pestato a morte da soldati arrabbiati.
I capi alleati non erano sciocchi e non avevano intenzione di cadere nella trappola che Lenin e Trotzkij gli avevano teso. I bolscevichi avrebbero dovuto negoziare da soli coi tedeschi. Trotzkij ne trasse la conclusione logica che il governo sovietico aveva bisogno di opzioni e potenziali alleati. Se l’armistizio non reggeva, i bolscevichi avrebbero dovuto combattere e avrebbero avuto bisogno di aiuto. L’unico aiuto disponibile era dalle potenze alleate. Il generale francese a Pietrogrado Niessel traesse le stesse conclusioni e quindi autorizzò uno dei suoi ufficiali, il capitano Jacques Sadoul, a tenersi in contatto coi bolscevichi. Ogni giorno Sadoul parlava con Lenin, Trotzkij e vari altri leader bolscevichi. Ebbe lunghe discussioni con Trotzkij che sollevò la questione dell’aiuto francese nell’organizzare un nuovo esercito (2/15 dicembre). Sadoul voleva perseguire questa opzione ed esortò i superiori ad avere una mente aperta. Kornilov, SR, menscevichi e così via, erano “stelle spente” (étoiles éteintes). I loro tentativi di organizzarsi contro i bolscevichi erano “ancora embrionali”. Tutti erano d’accordo sulla necessità di una pace immediata, ma “l’aristocrazia e la borghesia” erano inclini alla capitolazione che non i bolscevichi. Anche Lenin aveva opzioni aperte, se era disposto ad incontrare regolarmente un ufficiale francese. Il capitano Sadoul non poteva parlare direttamente al governo di Parigi, figuriamoci a Londra o Washington. Clemenceau non avrebbe comunque ascoltato perché aveva liquidato i bolscevichi come “agenti tedeschi”. A Washington, il presidente Woodrow Wilson e il suo segretario di Stato, Robert Lansing, furono oltraggiati dalla presa del potere bolscevico e dal suo tentativo di rovesciare il giusto ordine delle classi (come Lansing disse). Mentre Sadoul parlava di cooperazione con Trotzkij, altri ufficiali francesi e inglesi raccomandavano il sostegno finanziario alla resistenza anti-bolscevica nella Russia meridionale, in particolare in Ucraina e Don. Alla fine di novembre fu approvato un primo credito di 50000 franchi, poi un milione di rubli, per il generale Niessel. Una settimana più tardi, erano tre milioni di franchi e prima che l’inchiostro fosse asciutto sull’autorizzazione, furono approvati crediti illimitati per la missione militare francese che operava da Jassy in Romania, nella parte del Paese non occupata dalle forze tedesche. L’assegno in bianco era per l’azione in Ucraina e nel Don, dove si organizzava la resistenza armata contro i bolscevichi. Gli inglesi fecero lo stesso. La politica anglo-francese consisteva nel lanciare pacchetti di banconote ai quattro venti e sperare che suscitassero resistenza ai bolscevichi. Ci furono rapporti più sobri, e non solo dal capitano Sadoul, secondo cui gli alleati non dovevano contare su generali russi e “nazionalisti” ucraini per combattere qualcuno. Ma Clemenceau si rifiutò di ascoltare. L’idea francese era “sostenere gli elementi della resistenza all’usurpazione bolscevica“. Questo era l’obiettivo principale, rovesciare “i Bolsh”. A fine dicembre, inglesi e francesi concordarono “sfere d’azione” nella Russia meridionale che corrispondevano al piano dei loro investimenti prebellici. Fu un ulteriore passo avanti rispetto a quello che fatto per dividere la Russia in grandi sfere d’interesse. Quando Sadoul si guardò intorno, vide colleghi guidati da una “furia cieca” contro i bolscevichi. Secondo loro, l’Intesa doveva affrontare due nemici, Germania e bolscevichi, ma i colleghi di Sadoul “detestavano e temevano i secondi più della prima“. Preferivano lasciare che la Germania schiacciasse i sovietici piuttosto che aiutarli a difendere la Russia, perché avrebbe lascito il partito dei bolscevichi al potere. Meglio tagliare il naso per dispetto al viso.
Questa politique du pire funzionò? C’erano abbastanza scettici a Parigi e Londra per tenere la porta aperta alle idee di Sadoul. A metà dicembre il governo inglese decise di evitare una “rottura aperta” con i bolscevichi e di perseguire una politica simile a quella che il capitano Sadoul proponeva. “Non portiamoli nel campo tedesco” era l’idea generale. Il primo ministro Lloyd George fu particolarmente ricettivo anche quando gli agenti inglesi operavano in Ucraina per sostenere i “nazionalisti”. Il ministro inglese a Jassy inviò 30000 sterline, non pochi a quei tempi, a un agente a Kiev. L’assistenza alle forze nel sud doveva essere diretta contro i tedeschi, non contro i bolscevichi. La mano sinistra alleata sapeva cosa faceva la mano destra? Certo. Chiunque sapesse qualcosa, sapeva che le nuove forze che gli alleati finanziavano avrebbero combattuto i bolscevichi, non i tedeschi. In Russia c’era rammarico e la politica del caos poteva essere il modo migliore per contrastarlo. Le idee di Sadoul ebbero una possibilità in tali circostanze? I bolscevichi sarebbero stati disposti a lavorare con gli imperialisti anglo-francesi? A fine dicembre 1917 era troppo presto per dirlo, ma nei primi mesi del nuovo anno questa domanda sarebbe stata affrontata ai vertici dei governi dell’Intesa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Perno della Cina verso i mercati mondiali, perno di Washington verso le guerre mondiali…

Prof. James Petras, Global Research 11 gennaio 2018
Quest’articolo del Professor James Petras, pubblicato per la prima volta nell’agosto 2016, mette in primo piano il conflitto tra Stati Uniti e Cina.La Cina e gli Stati Uniti si muovono in direzioni opposte: Pechino sta rapidamente diventando il centro degli investimenti esteri nelle industrie ad alta tecnologia, tra cui robotica, energia nucleare e macchinari avanzati con la collaborazione di centri di eccellenza tecnologica, come la Germania. Al contrario, Washington persegue un perno militare predatore nelle regioni meno produttive con la collaborazione degli alleati più barbari, come l’Arabia Saudita. La Cina avanza verso la superiorità economica globale prendendo a prestito e innovando i metodi di produzione più avanzati, mentre gli Stati Uniti degradano e sviliscono i passati immensi risultati produttivi per promuovere guerre di distruzione. La crescente importanza della Cina è il risultato di un processo cumulativo avanzato in modo sistematico, combinando crescita graduale della produttività e dell’innovazione con salti improvvisi nella tecnologia all’avanguardia.

Le fasi di crescita e successo della Cina
La Cina è passata da Paese fortemente dipendente dagli investimenti stranieri nelle industrie per le esportazioni, ad economia basata su investimenti congiunti pubblico-privati per le esportazioni ad alto valore. La crescita iniziale della Cina era basata su manodopera a basso costo, tasse basse e poche regolamentazioni sul capitale multinazionale. Il capitale straniero e i miliardari locali stimolarono la crescita, sulla base di alti tassi di profitto. Man mano che l’economia cresceva, l’economia cinese passava ad aumentare le competenze tecnologiche e richiedeva maggiore “contenuto locale” per i manufatti. All’inizio del nuovo millennio, la Cina sviluppava industrie di fascia alta, basate su brevetti e competenze ingegneristiche locali, canalizzando un’alta percentuale di investimenti in infrastrutture civili, trasporti ed istruzione. I massicci programmi di apprendistato hanno creato una forza lavoro qualificata che aumenta la capacità produttiva. Le massicce iscrizioni alle università di scienze, matematica, informatica ed ingegneria hanno fornito un grande afflusso di innovatori di fascia alta, molti dei quali avevano acquisito esperienza nella tecnologia avanzata dai concorrenti esteri. La strategia della Cina si è basata su prestito, apprendimento, aggiornamento e competizione con le economie più avanzate d’Europa e Stati Uniti. Alla fine dell’ultimo decennio del XX secolo, la Cina poteva lanciarsi oltremare. Il processo di accumulazione le forniva le risorse finanziarie per acquisire imprese dinamiche all’estero. La Cina non era più confinata agli investimenti nei minerali e nell’agricoltura nei Paesi del Terzo Mondo. La Cina cerca di conquistare settori tecnologici di fascia alta nelle economie avanzate. Nel secondo decennio del 21° secolo, gli investitori cinesi passavano in Germania, il gigante industriale più avanzato d’Europa. Nei primi 6 mesi del 2016 gli investitori cinesi acquisirono 37 società tedesche, rispetto alle 39 nel 2015. Gli investimenti totali della Cina in Germania per il 2016 potrebbero raddoppiare ad oltre 22 miliardi di dollari. Nel 2016, la Cina acquistò la KOKA, la più innovativa società di ingegneria della Germania. La strategia della Cina è avere la superiorità nella futura industria digitale. La Cina passa rapidamente all’automatizzare delle industrie, con piani per raddoppiare la densità dei robot rispetto agli Stati Uniti entro il 2020. Scienziati cinesi e austriaci hanno lanciato con successo il primo sistema di comunicazione satellitare via quantum, che secondo quanto riferito è “a prova di hackeraggio”, garantendo la sicurezza delle comunicazioni della Cina. Mentre gli investimenti globali della Cina continuano a dominare i mercati mondiali, Stati Uniti, Regno Unito ed Australia hanno cercato d’imporre barriere agli investimenti. Affidandosi a false “minacce alla sicurezza”, la prima ministra inglese Theresa May bloccava una centrale nucleare dall’investimento miliardario cinese (Hinckley Point C). Il pretesto era la pretesa spuria che la Cina avrebbe usato la sua quota per “ricattare sull’energia, minacciando di spegnere la luce in caso di crisi internazionali”. Il Comitato per gli investimenti esteri statunitense bloccava diversi investimenti cinesi in settori ad alta tecnologia. Nell’agosto 2016, l’Australia bloccò l’acquisto per 8 miliardi di dollari della partecipazione di controllo nella maggiore rete elettrica australiana per dei pretesti sulla “sicurezza nazionale”. Gli imperi anglo-statunitense e tedesco sono sulla difensiva. Non sempre possono competere economicamente con la Cina, anche nel difendere le proprie industrie innovative. In gran parte questo è il risultato delle loro politiche fallimentari. L’élite economica occidentale sempre più si affida alla speculazione a breve termine nelle finanza, immobiliare e assicurazioni, trascurando la base industriale. Guidata dagli Stati Uniti, la suo dipendenza dalle conquiste militari (costruzione militaristica dell’impero) assorbe le risorse pubbliche, mentre la Cina ha diretto le proprie risorse verso tecnologie innovative ed avanzate.
Per contrastare il progresso economico della Cina, il regime di Obama attuava una politica di costruzione di mura economiche in patria, restrizioni commerciali all’estero e scontro militare nel Mar Meridionale della Cina, rotta commerciale strategica della Cina. I funzionari degli Stati Uniti aumentavano le restrizioni sugli investimenti cinesi nelle imprese statunitensi ad alta tecnologia, tra cui un investimento da 3,8 miliardi di dollari per Western Digital e Philips, che tentavano di vendere le proprie attività nell’illuminazione. Gli Stati Uniti hanno bloccato “l’acquisizione da parte di Chen China, con 44 miliardi di dollari, del gruppo chimico svizzero “Syngenta”. I funzionari degli Stati Uniti fanno tutto il possibile per fermare gli accordi innovativi da miliardi di dollari che vedono la Cina partner strategico. Accompagnando il muro interno, gli Stati Uniti mobilitano il blocco oltreoceano della Cina attraverso la Trans-Pacific-Partnership, che propone di escludere Pechino dalla partecipazione alla “zona di libero scambio” con una dozzina di membri di Nord America, America Latina e Asia. Tuttavia, non una sola nazione membro del TPP ha ridotto il commercio con la Cina. Al contrario, aumentano i legami con la Cina, un commento eloquente sull’abilità di Obama nel ‘fare perno’. Mentre il “muro economico interno” ha avuto alcuni impatti negativi su particolari investitori cinesi, Washington non è riuscita ad intaccare le esportazioni cinesi verso i mercati statunitensi. L’incapacità di Washington di bloccare il commercio cinese è stato ancora più dannosa allo sforzo di Washington di circondare la Cina in Asia e America Latina, Oceania e Asia. Australia, Nuova Zelanda, Perù, Cile, Taiwan, Cambogia e Corea del Sud dipendono molto più dai mercati cinesi che dagli Stati Uniti per sopravvivere e crescere. Mentre la Germania, di fronte alla crescita dinamica della Cina, ha scelto di “collaborare” e condividere investimenti produttivi su vasta scala, Washington ha scelto di formare alleanze militari per affrontarla. La belluina alleanza militare degli Stati Uniti con il Giappone non ha intimidito la Cina. Piuttosto ha declassato le loro economie interne ed influenza economica in Asia. Inoltre, il “perno militare” di Washington ha approfondito e ampliato i legami strategici della Cina con le fonti energetiche e la tecnologia militare della Russia. Mentre gli Stati Uniti spendono centinaia di miliardi in alleanze militari coi regimi clientelari baltici arretrati e gli Stati parassitari mediorientali (Arabia Saudita, Israele), la Cina accumula competenze strategiche dai legami economici con la Germania, risorse dalla Russia e quote di mercato tra i “partner” di Washington in Asia e America Latina. Non c’è dubbio che la Cina, seguendo la via tecnologica e produttiva della Germania, vincerà sull’isolazionismo economico e la strategia militarista globale statunitensi. Se gli Stati Uniti non sono riusciti a imparare dalla strategia economica riuscita della Cina, lo stesso fallimento può spiegare la fine dei regimi progressisti in America Latina.Il successo della Cina e il ritiro latino-americano
Dopo oltre un decennio di crescita e stabilità, i regimi progressisti dell’America Latina si sono ritirati. Perché la Cina ha continuato a seguire la via della stabilità e della crescita mentre i partner latinoamericani si sono ritirati e hanno subito sconfitte? Brasile, Argentina, Venezuela, Uruguay, Paraguay, Bolivia ed Ecuador, per oltre un decennio hanno avuto una storia di successo del centrosinistra dell’America Latina. Le loro economie aumentavano, la spesa sociale aumentava, la povertà e la disoccupazione si riducevano e il reddito dei lavoratori cresceva. Successivamente, le loro economie andarono in crisi, il malcontento sociale crebbe e caddero i regimi di centro-sinistra.
A differenza della Cina, i regimi di centro-sinistra latino-americani non diversificarono le loro economie: rimasero fortemente dipendenti dal boom delle materie prime per la crescita e la stabilità. Le élite latinoamericane presero in prestito e dipendevano dagli investimenti e dal capitale finanziario esteri, mentre la Cina si è impegnata in investimenti pubblici nell’industria, nelle infrastrutture, nella tecnologia e nell’istruzione. I progressisti latino-americani si unirono al capitalismo straniero e agli speculatori locali nella speculazione e nei consumi immobiliari non produttivi, mentre la Cina investiva in industrie innovative in patria e all’estero. Mentre la Cina consolidava il dominio politico, i progressisti latinoamericani “alleati” con gli avversari strategici nazionali e stranieri delle multinazionali, per “condividere il potere”, che di fatto erano pronti ad estromettere i loro alleati “di sinistra”. Quando l’economia basata sulle materie prime crollò, così fecero i legami politici con i soci d’élite. Al contrario, le industrie cinesi beneficiarono dei bassi prezzi globali delle materie prime, mentre la sinistra dell’America Latina ne soffriva. Di fronte all’ampia corruzione, la Cina lanciò una grande campagna epurando oltre 200000 funzionari. In America Latina, la sinistra ignorò i funzionari corrotti, permettendo all’opposizione di sfruttare gli scandali per cacciare i funzionari di centro-sinistra. Mentre l’America Latina importava macchine e componenti dall’occidente; la Cina acquistava le società occidentali per produrre macchine e tecnologia, che quindi adottò per i miglioramenti tecnologici cinesi. La Cina superò con successo la crisi, sconfisse gli avversari e procedette ad espandere il consumo locale e a stabilizzare il governo.
Il centro-sinistra latino-americano subiva sconfitte politiche in Brasile, Argentina e Paraguay, perse le elezioni in Venezuela e Bolivia e si ritirava in Uruguay.

Conclusione
Il modello economico politico cinese ha superato l’occidente imperialista e l’America latina di sinistra. Mentre gli Stati Uniti hanno speso miliardi in Medio Oriente nelle guerre per conto d’Israele, la Cina ha investito somme simili in Germania per tecnologie avanzate, robotica e innovazioni digitali. Mentre il “perno dell’Asia” del presidente Obama e della segretaria di Stato Hillary Clinton fu in gran parte una dispendiosa strategia militare per accerchiare e intimidire la Cina, il “perno dei mercati” di Pechino ne ha migliorato la competitività economica. Di conseguenza, nell’ultimo decennio, il tasso di crescita della Cina è tre volte superiore quello degli Stati Uniti; e nel prossimo decennio la Cina raddoppierà gli Stati Uniti nel “robotizzare” l’economia produttiva. Il perno verso l’Asia degli USA, con la loro forte dipendenza dalle minacce militari e dalle intimidazioni, è costato miliardi di dollari in mercati e investimenti perduti. Il “perno della Cina verso la tecnologia avanzata” dimostra che il futuro sta in Asia e non in occidente. L’esperienza della Cina offre lezioni ai futuri governi di sinistra latinoamericani. Innanzitutto, la Cina sottolinea la necessità di una crescita economica equilibrata, al di là dei benefici a breve termine derivanti dal boom delle materie prime e dalle strategie consumistiche. In secondo luogo, la Cina dimostra l’importanza dell’istruzione tecnica professionale e dei lavoratori per l’innovazione tecnologica, al di là della scuola del business e dell’educazione “speculativa” non produttiva, così pesantemente enfatizzate negli Stati Uniti. In terzo luogo, la Cina bilancia la spesa sociale con investimenti nelle attività produttive principali; competitività e servizi sociali sono combinati. Crescita e stabilità sociale della Cina, l’impegno per l’apprendimento e a superare le economie avanzate hanno importanti limiti, specialmente nelle aree dell’uguaglianza sociale e del potere popolare. Qui la Cina può imparare dall’esperienza della sinistra dell’America Latina. I progressi sociali del Presidente venezuelano Chavez sono degni di studio ed emulazione; i movimenti popolari in Bolivia, Ecuador e Argentina, che hanno espulso i neo-liberali dal potere, potrebbero intensificare gli sforzi in Cina per superare il nesso business-saccheggio e fuga di capitali. La Cina, nonostante i limiti socio-politici ed economici, ha resistito alle pressioni militari statunitensi e le ha persino ‘rovesciate’ avanzando in occidente.
In ultima analisi, il modello di crescita e stabilità della Cina offre certamente un approccio di gran lunga superiore alla recente debacle della sinistra latinoamericana e al caos politico derivante dalla ricerca di Washington della supremazia militare globale.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Ulteriori dati sull’attacco dei droni in Siria

Alessandro Lattanzio, 11/1/2018Il capo del Comitato del Consiglio della Federazione su Difesa e Sicurezza, l’ex-comandante dell’Aeronautica Militare russa Viktor Bondarev, dichiarava che solo gli Stati Uniti avrebbero potuto fornire i velivoli senza pilota che avevano attaccato le basi militari russe in Siria, il 6 gennaio. “Chi sia dietro i terroristi, penso, è chiaro a tutti. Chi ha fornito i droni che hanno bombardato le nostre basi non poteva che essere uno Stato tecnologicamente forte, concedendo ao terroristi la tecnologia per navigazione satellitare, sensori barometrici e telecontrollo del lancio di ordigni esplosivi, assemblati professionalmente, sulle coordinate assegnate. Gli Stati Uniti, prima col pretesto di combattere un regime totalitario e di sostenere le forze di opposizione che presumibilmente difendevano gli interessi della democrazia, invasero senza mandato ONU un Paese sovrano, iniziando ad alimentare la guerra civile, armando, finanziando e addestrando organizzazioni terroristiche e poi, dopo esser stati sconfitti i principali gruppi di banditi, risparmiando i sopravvissuti. Ora, insieme ai Paesi subordinati, forniscono ai terroristi UAV ad alta tecnologia“, e concludeva che gli attacchi terroristici alle basi militari russe in Siria erano un tentativo di destabilizzare il Paese.
Il Ministero della Difesa russo affermava che l’attacco dei droni era stato lanciato da un’area controllata dai turchi nella “zona di descalation” della provincia d’Idlib, “È stato stabilito che i droni sono stati lanciati dall’area di Muazara, nel sud-ovest dell’area di descalation d’Idlib, controllata da cosiddette unità dell'”opposizione moderata”. Pertanto, il Ministero della Difesa russo ha inviato lettere al capo di Stato Maggiore turco generale Hulusi Akar e al capo della National Intelligence Organization turco Hakan Fidan. Tali documenti hanno dichiarato la necessità dell’attuazione da parte di Ankara dell’impegno a garantire il cessate il fuoco delle unità armate e di potenziare lo schieramento dei posti di osservazione nell’area di de-escalation d’Idlib, allo scopo d’impedire simili attacchi a qualsiasi struttura”.
Secondo Krasnaja Zvezda i droni utilizzati dai terroristi erano dotati di sensori barometrici e servosistemi per il controllo del volo. Inoltre, i congegni esplosivi improvvisati agganciati ai droni dei terroristi avevano spolette di fabbricazione estera. I droni usavano moderni sistemi di guida basati su GPS, di un tipo mai usato da alcuna organizzazione terroristica. Se la sala operativa che guidò l’attacco non si trovava nella stessa area del sito di lancio dell’attacco, ciò indicherebbe la complessità dell’operazione e che i terroristi presenti nell’area di lancio sapevano che l’esercito turco non li avrebbe disturbati. In precedenza, la base aerea di Humaymim, il 3 gennaio 2018, era stata attaccata con dei mortai che uccisero due soldati russi e danneggiarono un velivolo russo. L’attacco effettuato da un gruppo terroristico infiltratosi dalla vicina zona di descalation, indicando ampie pianificazione ed intelligence sulla situazione presso la base.
I russi conclusero che l’attacco nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 2018 avesse carattere insolito; i 13 droni avevano un’apertura alare di poco più di 2 metri e ciascuno portava 10 granate di circa 400 grammi di esplosivo e biglie capaci di sporgersi per un raggio di 50 metri. L’esplosivo usato era unico e potente, e non poteva essere prodotto che da Paesi avanzati. La società ucraina ShZhR veniva indicata tra i produttori di tale esplosivo. Uno dei droni aveva un sistema video per monitorare l’attacco e correggere la rotta se necessario.

Il presidente Erdogan continua le ostilità contro il governo siriana e a mantenere l’alleanza coi gruppi jihadisti, come al-Qaida, che occupano la provincia d’Idlib e certamente diretti responsabili di tali attacchi. “Il fatto che al-Qaida indisturbata lanci attacchi coi droni dalla zona di de-escalation controllata dalle forze turche, dimostra che i legami tra governo Erdogan ed al-Qaida non si sono rotti e che i militari turchi ne coprono le attività”. Sempre presupponendo che l’intelligence turca non avesse avuto un ruolo diretto negli attacchi. Difatti, non sarebbe una sorpresa se l’attacco dei droni fosse stato coordinato tra turchi e statunitensi, irritati dalla presenza delle basi russe in Siria.
Quest’ultima azione era stata preceduta dal misero fallimento del tentato cambio di regime in Iran, dal riavvio del dialogo tre le due Coree e dal viaggio del presidente francese Macron in Cina, dove invitava il Presidente Xi ad esportare in Europa il “miracolo economico” cinese. La Cina rispondeva al clima di minacce a Russia e Iran, costruendo una base militare nella provincia afghana del Badakhshan, nell’ambito della cooperazione su sicurezza e antiterrorismo tra Afghanistan e Cina, e con una serie di test del missile DF-16, dalla gittata di oltre 1000 km, estremamente accurato e schierato su autoveicoli in tutto il territorio cinese e sul Mar Cinese Meridionale. “In passato, avevamo solo lo spirito d’acciaio. Ora abbiamo molti sistemi, quindi abbiamo bisogno di uno spirito ancora più ferreo e deciso nell’impiegarli“, aveva dichiarato Xi ai soldati dell’ELP.
Nel frattempo il test del sistema antibalistico Arrow-3, progettato congiuntamente da Israeli Missile Defense Organization e US Missile Defense Agency, veniva rinviato per la seconda volta a causa di problemi nel collegamento dati tra il missile intercettore e i sistemi a terra. Il test non era tecnicamente un “fallimento” dato che il missile non è mai decollato, osservava il Jerusalem Post. A dicembre, il missile bersaglio che l’Arrow avrebbe dovuto intercettare “non era conforme ai parametri di sicurezza“. “Nel caso odierno, è stato deciso d’interrompere il processo ancor prima che l’intercettore e tutti i suoi sistemi di supporto fossero attivati“. L’Arrow-3 compì il primo test riuscito nel 2013, secondo l’agenzia della difesa missilistica degli Stati Uniti. Il missile antibalistico deve integrare i sistemi di difesa missilistica israeliana Arrow-2, Fionda di Davide e Iron Dome. L’Arrow-3 dovrebbe neutralizzare i missili balistici nemici fuori dall’atmosfera terrestre.Fonti:
Covert Geopolitics
Interfax
Sputnik
Sputnik
The Duran

UE e USA si dividono mentre Washington si gioca la carta curda

Ziad Fadil Syrian Perspective 8/1/2018Dimenticate la decisione di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. In ogni caso non ha senso ed è “irrilevante” perché si tratta solo di un’altra città della Siria con una storia di morte. L’unica ragione di tali clamore e clangore è il Santuario Nobile Islamico e i vari siti cristiani che hanno tutti qualcosa a che fare con la crescita e la sofferenza di Gesù. Questo è tutto. Per gli ebrei non dovrebbe avere alcun significato perché la loro vera Gerusalemme è nella provincia di Asir dello Yemen, come dimostrato dal professor Qamal Salibi nel suo monumentale libro: “La Bibbia è arrivata dall’Arabia”. Inoltre, non dovrebbe avere senso perché l’ebreo medio in Palestina non ha alcun DNA correlato. Ciò che è più importante è che gli Stati Uniti pensano a creare uno Stato curdo in Siria, sfidando l’assoluta ostilità della Turchia all’idea. E, come il governo siriano ha ripetutamente notato, tale azione violerebbe il diritto internazionale. Finora, gli europei sono stati più scrupolosi nell’aderirvi, come dimostra la quasi unanime condanna del riconoscimento di Trump di Gerusalemme capitale dello Stato colonizzatore sionista. Anche se la Gran Bretagna fosse in combutta con gli Stati Uniti nel tentativo di creare uno Stato curdo, il rifiuto di deviare dalle posizioni tradizionali dell’Europa nel trattare il conflitto arabo-sionista sembrerebbe smentirlo. Vedo una seria frattura tra Europa e Stati Uniti grazie a Trump. Col nuovo anno è possibile sentire l’attrito di Vladimir Putin che si sfrega febbrilmente le mani a Mosca. Trump siglerà il destino degli Stati Uniti con l’Europa. Ha già ostracizzato il Pakistan per aver preso denaro statunitense senza restituire nulla. Ha anche deciso di rimanere in Afghanistan anche se la guerra entra nel 17° anno senza una fine in vista e i taliban che dilagano su altri territori catturati. Con Gran Bretagna e Francia che non vogliono condividere il suo ottimismo alla Pollyanna sulla longevità del governo di Kabul, ci si può aspettare che con l’ascesa di Jeremy Corbin nel Regno Unito, gli inglesi abbandonino la nave che affonda e tornino all’Old Blighty. I francesi faranno lo stesso.
In tutto questo, sono patetici i curdi che firmano il proprio sterminio. La Turchia non accetterà alcun loro Stato in Siria o Iraq e i turchi sanno di avere un alleato nel Dr. Assad. Gli iracheni sono altrettanto ansiosi, poiché la costruzione di uno Stato curdo in Siria quasi certamente guadagnerà terreno nel nord dell’Iraq. L’Iran, naturalmente, col grande interesse ad estendere il gasdotto al litorale siriano, farà tutto il necessario per rigettare le speranze statunitensi. Ciò significa che i curdi dovrebbero prepararsi al meglio a una guerra totale contro gli eserciti di Siria, Iraq, Turchia ed Iran. Non c’è modo di uscirne, anche se gli Stati Uniti decidessero di combattere fino all’ultimo curdo per attuarlo. Questo piano è dei sionisti. Se ricordate l’analisi del Dott. Bashar Jafari che menzionai in diversi saggi, capirete immediatamente perché Netanyahu è dedito a uno Stato curdo. Come spiega il Dott. Jafari, il sionismo deve balcanizzare il Vicino Oriente in staterelli, ognuno con un particolare nucleo religioso o etnico, per giustificare l’apartheid che il sionismo pratica contro i palestinesi. Solo con l’esistenza di uno Stato maronita, uno druso, uno alawita, uno sunnita, uno ebraico e uno curdo, gli ebrei in Palestina possono giustificare la struttura perversa della loro nazione-ghetto di Varsavia. I curdi giocano proprio su tale follia e il loro destino sarà peggiore di quello degli scià Khwarezmiani.
Chris mi dice che ci sono migliaia di marines nell’enclave curda che chiameremo “Rojava”, nonostante il fatto ormai noto che i curdi abbiano poco a che fare con la Siria. Gli Stati Uniti li prendono in giro con la bugia che i marines siano lì per proteggerne i confini. Certamente, questo è ridicolo e tipico della stupidità immortale degli imbecilli di Washington DC. È un nuovo piano promosso dalla CIA per compensare le disastrose conseguenze del sostegno ai terroristi ossessionati dall’espulsione del governo centrale siriano. Come ho già scritto, ci sono ancora i resti della squadra della CIA che si rifiuta di accettare il crollo del priprio piano in Siria, portando al reindirizzamento per bloccare il gasdotto iraniano. Ciò significa che il Dottor Assad non è mai stato il vero bersaglio: era solo secondario nel piano. Lui e il suo governo dovevano essere rimossi solo perché permettevano le macchinazioni di Teheran. Ora, la CIA non è interessata alla durata del mandato del Dott. Assad, questo è ovvio; invece punta allo Stato curdo che ci si aspetta di riconoscere una volta stabiliti tutti gli attributi statuali. Allora, e solo allora, Nikki Haley, WOG dell’anno, potrà presentare all’UNSC il fatto compiuto aspettandosi che i membri la mandino giù. Non lo faranno e lei tornerà a minacciare e ad atteggiarsi. Nel frattempo, Turchia, Siria, Iraq e Iran faranno tutto il possibile per sabotare tale miserabile stratagemma. Ora, affinché il piano funzioni, è necessaria una preparazione militare. Se e quando l’Iraq alla fine dirà agli Stati Uniti di andarsene coi loro aerei; e i turchi diranno a Washington di fare i bagagli e lasciare Incirlik, gli Stati Uniti saranno costretti a manovrare militarmente per proteggere il Rojava. Tuttavia, se avete seguito le notizie, gli Stati Uniti hanno costruito basi aeree nell’area obiettivo e tutto in previsione del rancore che si scaricherà sul piano statunitense per ridisegnare il Medio Oriente. Oh, che rete intricata si tesse quando si ci esercita ad ingannare.
Il piano di Trump sarà un flop alla grande, se notate che le basi statunitensi nell’area curda in via di sviluppo sono facilmente a tiro dell’artiglieria siriana. È anche dell’artiglieria di tutti gli altri. Se si considera il vasto arsenale missilistico della Siria, progettato per distruggere le basi aeree sioniste nella Palestina occupata, diventa ancora più facile capire come tale piano fallirà miseramente. Sembra che gli Stati Uniti stiano accelerando l’arrivo delle truppe in Siria perché, beh, sono statunitensi dopotutto e non verrebbero assalite per timore che gli aggressori debbano subire l’ira scatenata degli impareggiabili militari statunitensi. Che noia. Gli Stati Uniti non hanno vinto una guerra da quando la Russia gli permise la vittoria nella Seconda guerra mondiale contro la Germania (ad eccezione dei trionfi sulle repubbliche delle banane Panama e Grenada). Che si tratti di Vietnam, Iraq o Afghanistan, la storia degli Stati Uniti è triste. Questa avventura siriana non la migliorerà. Anzi! Convincerà tutti che gli Stati Uniti sono una tigre di carta impotente quanto l’Arabia Saudita. Nessun riposo per i malvagi. Non appena la Siria sconfiggerà i ratti terroristi, gli Stati Uniti punteranno a un altro cattivo di Damasco da combattere. Ma, come Chris mi ha scritto spesso: la battaglia per la Siria non va vista come una sorta di baraccone frivolo, piuttosto, va al centro dei piani statunitensi-sionisti-massonici per il Medio Oriente. Fa parte del futuro immediato degli USA nei rapporti con l’Europa. Come Chris opinava, il piano per rubare petrolio delle alture del Golan; distruggere il fiorente potere dell’Iran; asservire gli iracheni; rafforzare ulteriormente regimi regressivi regionali è parte integrante dell’egemonismo sionista il cui fetore porta direttamente alle camere ornate dei Rothschild e Rockefeller. Tale piano non sparirà presto perché è stato steso per dare la linfa vitale dei popoli arabi alle orde sioniste che infettano la terra di Palestina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Massicci attacchi aerei alla Siria

Alessandro Lattanzio, 9/1/2018Nella notte tra 5 e 6 gennaio, dichiarava il Ministero della Difesa russo, i terroristi lanciavano un attacco contro la base aerea di Humaymim e verso Tartus impiegando 13 droni: 10 contro Humaymim e 3 contro Tartus. Tutti i droni venivano intercettati: 7 venivano abbattuti dai sistemi di difesa aerea Pantsir e 6 dai sistemi di guerra elettronica. 3 droni venivano catturati ed esaminati. I droni sarebbero stati lanciati da circa 50 km di distanza, navigando via GPS. Dei 6 bersagli aerei colpiti dalle difese elettroniche dell’unità antiaerea russa, 3 venivano fatti precipitare nell’area di controllo della base e gli altri 3 venivano fatti atterrare al suolo. I 7 droni distrutti furono obiettivo dei sistemi di difesa aerea di punto Pantsir-S delle unità da difesa aerea russa. Non ci furono vittime o danni alle installazioni militari russe. Il Ministero della Difesa russo dichiarava, “Le strutture militari russe non hanno riportato né vittime né danni: la base aerea russa di Humaymim e il centro logistico di Tartus continuano ad operare come previsto. Durante le ore notturne, le strutture della difesa aerea russa hanno rilevato 13 obiettivi aerei di piccole dimensioni che si avvicinavano ai mezzi militari russi: dieci UAV da combattimento si avvicinavano alla base aerea russa di Humaymim e altri 3 al centro logistico di Tartus“.Le competenze tecniche dei terroristi per poter attaccare le strutture russe in Siria possono essere state fornite solo da Paesi dotati di elevate capacità tecnologiche, che hanno fornito sistemi di navigazione via satellite e di controllo a distanza per lo sgancio sulle coordinate designate degli ordigni esplosivi improvvisati (IED), contenenti esplosivi di fabbricazione straniera, di cui erano dotati i droni. Tutti i droni erano anche dotati di sensori ad infrarossi e sistemi di controllo in volo. “Le soluzioni ingegneristiche utilizzate dai terroristi per attaccare le strutture russe in Siria possono essere state fornite solo da un Paese con un alto potenziale tecnologico, fornendo navigazione satellitare e controllo a distanza per il lancio degli ordigni autoassemblati sui bersagli designati“.
Un velivolo Boeing P-8 Poseidon dell’US Navy era in missione di spionaggio nell’area tra la base aerea russa di Humaymim e la base navale di Tartus in Siria quando i militanti tentarono di attaccare le strutture con i 13 droni, “…Questo ci costringe a dare una nuova occhiata alla strana coincidenza che, durante l’attacco dei droni dei terroristi alle strutture militari russe in Siria, un aereo da ricognizione dell’US Navy Poseidon pattugliasse sul Mar Mediterraneo da più di 4 ore ad una quota di 7mila metri, tra Tartus e Humaymim“, dichiarava il Ministero della Difesa russo. Il Pentagono si precipitava a dichiarare che tali droni sarebbero stati acquistati sul “mercato aperto”, dimostrando di sapere di che tipo di modelli si trattasse. “Quali sono le tecnologie di cui parla?“, domandava un portavoce del Ministero della Difesa russo al Pentagono, chiedendogli di rivelare dove tale mercato si “localizzasse e quale servizio speciale vendesse dati della ricognizione spaziale” ai terroristi.Il 9 gennaio, tra le 2:40 e le 4:15, le forze israeliane effettuavano 3 attacchi missilistici contro Qatifah, presso Damasco: da velivoli che volavano sullo spazio aereo libanese, con 2 missili superficie-superficie dal Golan, e con 4 missili superficie-superficie dalla zona di Tiberiade, in Israele. Le difese aeree siriane distruggevano 3 missili e abbattevano 1 velivolo israeliano.Fonti:
Anàlisis Militares
Anàlisis Militares
MoD Gov. Syria
MoD Mil. Russia
Sputnik
TASS