Massoneria e banche negli Stati Uniti

Dean Henderson (Estratto da Le otto famiglie: Big Oil e i suoi banchieri)

Nel 1789 Alexander Hamilton divenne il primo segretario del Tesoro degli Stati Uniti. Hamilton era uno dei tanti padri fondatori massoni. Aveva stretti rapporti con la famiglia Rothschild che possiede la Banca d’Inghilterra e guida il movimento europeo dei massoni. George Washington, Benjamin Franklin, John Jay, Ethan Allen, Samuel Adams, Patrick Henry, John Brown e Roger Sherman erano tutti massoni. Roger Livingston aiutò Sherman e Franklin a scrivere la Dichiarazione d’Indipendenza. Giurò a George Washington per la carica mentre era Gran Maestro della Gran Loggia di New York. Washington stesso era Gran Maestro della Loggia della Virginia. Dei generali dell’esercito rivoluzionario, trentatré erano Massoni. Ciò era altamente simbolico dato che i grado 33 si definiscono illuminati. I padri fondatori populisti guidati da John Adams, Thomas Jefferson, James Madison e Thomas Paine, nessuno dei quali era massone, volevano recidere completamente i legami con la corona britannica, ma furono sconfitti dalla fazione massonica guidata da Washington, Hamilton e dal Gran Maestro della Loggia di St. Andrea di Boston, generale Joseph Warren, che volle “sfidare il Parlamento ma restando fedele alla corona”. La Loggia di St. Andrea era il fulcro della nuova massoneria mondiale e iniziò a concedere gradi di cavaliere templare nel 1769. Tutte le logge massoniche statunitensi sono ancora oggi approvate dalla corona inglese.
Il primo Congresso Continentale si riunì a Filadelfia nel 1774 sotto la presidenza di Peyton Randolph, che sostituì Washington come Gran Maestro della Loggia della Virginia. Il secondo Congresso Continentale si riunì nel 1775 sotto la presidenza del massone John Hancock. Il fratello di Peyton William divenne Gran Maestro della Loggia della Virginia e principale proponente della centralizzazione e del federalismo alla prima Convenzione costituzionale nel 1787. Il federalismo al centro della Costituzione statunitense è identico al federalismo previsto nelle Costituzioni di Anderson del 1723. William Randolph divenne il primo avvocato generale e segretario di Stato sotto George Washington, mentre la sua famiglia tornò in Inghilterra fedele alla corona. John Marshall, primo giudice della Corte Suprema, era un massone. Quando Benjamin Franklin si recò in Francia per cercare aiuto finanziario per i rivoluzionari americani, i suoi incontri avvennero presso le banche dei Rothschild. Mediò vendite di armi tramite il massone tedesco barone von Steuben. I suoi comitati di corrispondenza operavano attraverso i canali massonici e in parallelo a una rete di spie inglesi. Nel 1776 Franklin divenne l’ambasciatore de facto in Francia. Nel 1779 divenne Gran Maestro della loggia francese delle Nove Sorelle, a cui appartenevano John Paul Jones e Voltaire. Franklin era anche membro della più segreta Royal Lodge of Commanders del Tempio Occidentale di Carcasonne, tra i cui membri c’era il Principe del Galles Federico. Mentre Franklin predicava la temperanza negli Stati Uniti, si sbizzarriva selvaggiamente coi fratelli delle logge in Europa. Franklin fu a capo del servizio postale dal 1750 al 1775, ruolo tradizionalmente assegnato alle spie inglesi.
Con il finanziamento dei Rothschild Alexander Hamilton fondò due banche a New York, tra cui la Banca di New York. Morì in duello con Aaron Burr, che fondò la Banca di Manhattan con il finanziamento di Kuhn Loeb. Hamilton esemplificò il disprezzo che le otto famiglie hanno per i popoli, affermando una volta: “Tutte le comunità si dividono in pochi e molti. I primi sono ricchi e di buona famiglia, gli altri sono la massa… i popoli sono turbolenti e volubili; raramente giudicano e decidono correttamente. Si dia quindi alla prima classe un ruolo distinto e permanente di governo, controllando l’instabilità della seconda“. Hamilton fu solo il primo dei compari delle otto famiglie ad avere il ruolo di segretario del Tesoro. Negli ultimi tempi il segretario del Tesoro di Kennedy fu Douglas Dillon della Dillon Read, i segretari del Tesoro di Nixon, David Kennedy e William Simon, provenivano rispettivamente dalla Continental Illinois Bank e dalla Salomon Brothers, il segretario del Tesoro di Carter, Michael Blumenthal, proveniva dalla Goldman Sachs, il segretario del Tesoro di Reagan, Donald Regan, proveniva dalla Merrill Lynch, il segretario del Tesoro di Bush, Nicholas Brady, proveniva dalla Dillon Read e i segretari del Tesoro di Clinton e Bush Jr., Rubin e Henry Paulson, provenivano dalla Goldman Sachs.
Thomas Jefferson sosteneva che gli Stati Uniti avevano bisogno di una banca centrale di proprietà pubblica in modo che monarchi ed aristocratici europei non potessero utilizzare la stampa del denaro per controllare gli affari della nuova nazione. Jefferson osservava: “Un Paese che si aspetta di rimanere ignorante e libero… si aspetta ciò che non è mai stato e non sarà mai. Non ci fu che appena un re su cento che non avrebbe, se poteva, seguito l’esempio dei faraoni, prendere prima di tutto il denaro del popolo, e poi tutte le sue terre e quindi fare di loro e dei loro figli per sempre dei servi… le dirigenze bancarie sono più pericolose degli eserciti. Hanno già allevato un’aristocrazia del denaro“. Jefferson osservò come la cospirazione euro-bancaria per controllare gli Stati Uniti fu attuata, soppesando come “singoli atti di tirannia si possono attribuire all’opinione del momento, ma una serie di oppressioni iniziata in un periodo distinto, inalterabile ad ogni cambio di ministri, dimostra chiaramente un piano deliberato e sistematico per ridurci in schiavitù“. Ma l’argomentazione di Hamilton, sponsorizzata dai Rothschild, per una banca centrale statunitense privata, prevalsero alla fine. Nel 1791 fu fondata la Banca degli Stati Uniti, coi Rothschild principali proprietari. La concessione alla banca avrebbe dovuto scadere nel 1811. L’opinione pubblica era favorevole alla revoca e sua sostituzione con una banca centrale jeffersoniana. Il dibattito fu rinviato quando la nazione fu sprofondata dagli eurobanchieri nella guerra del 1812. In un clima di paura e difficoltà economiche, la banca di Hamilton ebbe rinnovata la concessione nel 1816.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Cambogia espelle una rete spionistica degli Stati Uniti

Joseph Thomas, New Eastern Outlook, 27 agosto 2017Il governo della Cambogia ha denunciato ed espulso una rete statunitense che interferiva nei processi politici della nazione. L’Istituto Nazionale Democratico Statunitense (NDI) ha avuto l’ordine di porre fine alle attività nel Paese e rimuovere tutto il personale. Reuters nell’articolo intitolato “La Cambogia ordina a un gruppo finanziato dagli Stati Uniti di fermare le operazioni e rimuovere il personale“, afferma: “In una dichiarazione, il ministero degli Esteri accusa l’Istituto Nazionale Democratico (NDI) di operare in Cambogia senza registrarsi e afferma che il suo personale straniero aveva sette giorni per andarsene. Le autorità sono “orientate a prendere le stesse misure” contro altre ONG straniere che non rispettano la legge, aggiungeva il ministero”. L’articolo notava anche: “Il Primo ministro Hun Sen, che ha governato la Cambogia per più di tre decenni, ha ordinato al quotidiano anglofono The Cambodia Daily di pagare le tasse maturate durante l’ultimo decennio o di chiudere. Il giornale è stato fondato da uno statunitense. Ha anche accusato Stati Uniti e organizzazioni non governative (ONG) di finanziare gruppi che tentano di rovesciarne il governo”. The Cambodia Daily di proprietà statunitense, nell’articolo intitolato “Al NDI viene ordinato di fermare le operazioni ed espellere il personale straniero“, notava che: “L’annuncio arriva meno di una settimana dopo che documenti sono apparsi su Facebook e diffusi sui media che sembrano mostrare cooperazione politica tra NDI e partiti di opposizione, causando le gravi tensioni nelle ultime settimane tra il governo e le ONG e i media sostenuti dagli Stati Uniti. NDI non è stato immediatamente raggiunto per commentare. Radio Free Asia e Voice of America sono state accusate di non adempiere agli obblighi fiscali e di registrazione. Cambodia Daily, pubblicazione di un cittadino statunitense, è stato accusato di dichiarazione fiscale non autorizzata per 6,3 milioni di dollari e minacciato di chiusura imminente se non paga entro il 4 settembre”. Reuters citava il sito di NDI per cercare d’informare i lettori del suo ruolo in Cambogia affermando che “NDI lavora con partiti politici, governi e gruppi civili per “creare e rafforzare le istituzioni democratiche”.” Tuttavia, anche un’indagine attenta su NDI, media e organizzazione politica nella loro orbita e sulla stessa natura del ruolo proposto nel processo politico della Cambogia, indica irregolarità e sovversioni che Reuters non comunica intenzionalmente ai lettori.

Cos’è NDI realmente e cosa fa realmente
NDI è un’organizzazione finanziata da governo e aziende statunitensi, ed è presieduta da rappresentanti delle comunità politica e commerciale statunitensi. Dei 34 membri del consiglio di amministrazione, praticamente tutti hanno legami diretti con aziende e istituzioni finanziarie statunitensi, sono membri di think-tank di politica aziendali o ex-impiegati del dipartimento di Stato degli USA o una loro combinazione. Gli amministratori con particolari conflitti d’interesse sono:
Madeleine Albright: Albright Stonebridge Group e Albright Capital Management LLC
Harriet Babbitt: Consiglio delle Relazioni Estere
Thomas Daschle: Daschle Group
Robert Liberatore: ex-vicepresidente di DaimlerChrysler, sponsor finanziario di NDI
Bernard Aronson: ex-consulente di Goldman Sachs
Howard Berman: consulente di Covington & Burling
Richard Blum: presidente di Blum Capital Partners
Il direttore del NDI Thomas Daschle, ad esempio, ha effettivamente partiti politici esteri tra i clienti del “Daschle Group“, come il VMRO-DPMNE in Macedonia, come rivelato da The Hill. NDI è altrettanto attivo in Macedonia, supportando direttamente il VMRO-DPMNE e istituendo anche manifestazioni nel Paese secondo gli account sui social media di NDI. Nel Sud-Est asiatico, Freedom House, un’altra filiale del NED, fornisce ampi aiuti ai gruppi di opposizione in Thailandia guidati dall’ex-primo ministro Thaksin Shinawatra, con il direttore di Freedom House Kenneth Adelman (PDF), che offre simultaneamente servizi di lobby a pagamento per Thaksin Shinawatra. Sembra che tali conflitti d’interesse non costituiscano un’eccezione, ma la regola indicando che NED e controllate, tra cui NDI, perseguono gli interessi corporativi e finanziari dei loro consigli di amministrazione, mera base del “potenziamento delle istituzioni democratiche“. Un esame degli sponsor di NDI suscita ulteriori dubbi sulla presunta missione. Gli sponsor finanziari, secondo la relazione annuale 2005 del NDI (PDF), comprendono:
British Petroleum
Bell South Corporation
Chevron
Citigroup
Coca Cola
DaimlerChrysler Corporation
Eli Lilly & Company
Exxon Mobil
Honeywell
Microsoft
Time Warner
I donatori comprendono inoltre Fondazione Open Society di George Soros, criminale finanziario condannato, nonché National Endowment for Democracy (NED) a cui è affiliato il NDI, Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) e dipartimento di Stato degli USA. Aziende come BP, Chevron, Citigroup, Coca Cola, Exxon, Honeywell e Microsoft non sono interessate a promuovere la democrazia, ma ne usano la promozione come mezzo per creare condizioni favorevoli ad espandere mercati e profitti. Ciò comporta minare i governi che impediscono il controllo aziendale estero delle risorse e dei mercati nazionali, o rimuovere completamente e sostituire i governi con regimi clientelari obbedienti. La storia contemporanea delle guerre statunitensi e la pratica del “cambio di regime” e della “costruzione della nazione” forniscono la conferma evidente delle motivazioni e dei mezzi utilizzati per espandere l’egemonia statunitense, illustrando chiaramente dove le organizzazioni come NDI s’inseriscono nel processo.
Nel caso della Cambogia è in gioco un’agenda di gran lunga più ampia delle risorse e dei mercati nazionali. Le attività statunitensi in Cambogia, per dar cadere o sostituire il governo attuale di Phnom Penh, sono volte appositamente a circondare e contenere la Cina attraverso un fronte di Stati-clienti riuniti dagli Stati Uniti nel sud-est asiatico. La Cambogia, insieme al resto del Sud-Est asiatico, ha iniziato a rafforzare i legami con Pechino economicamente, politicamente e militarmente. Grandi programmi infrastrutturali, acquisizioni di armi, esercitazioni congiunte e accordi commerciali sono sul tavolo tra Pechino e Phnom Penh. Gli Stati Uniti, viceversa, hanno fornito pochi incentivi oltre al fallito programma di partenariato trans-Pacifico e alla coercizione attraverso reti come NDI e la miriade di media e fantocci politici che finanziano e guidano in Cambogia. Con il NDI fermato, il suo personale espulso e le organizzazioni e le pubblicazioni che finanziava che affrontano la chiusura, sembra che il poco che gli Stati Uniti avevano sia stato spazzato via. La mossa particolarmente audace della Cambogia può essere replicata nel sud-est asiatico dove vengono mantenute simili reti statunitensi per manipolare e deviare i processi politici degli Stati sovrani.

“La promozione della democrazia” in un Paese estero è una contraddizione
La nozione che il NDI “promuova la democrazia” è un’assurdità. La democrazia è un mezzo di autodeterminazione. L’autodeterminazione non è possibile se interessi esteri influenzano il processo. Un partito politico finanziato e diretto da interessi statunitensi attraverso organizzazioni come il NDI, sostenuto da media e facciate che si spacciano da organizzazioni non governative sempre finanziate dall’estero, escludono qualsiasi processo di autodeterminazione e quindi non solo in alcuna forma o modo “promuove la democrazia”, ma è un processo fondamentalmente non democratico. Negli Stati Uniti dove è ampiamente noto che il denaro domina le campagne e vince le elezioni, è difficile percepire che versando denaro ai partiti dell’opposizione all’estero non si fa null’altro che imporre risultati elettorali a favore degli interessi statunitensi. L’ironia ulteriore è data dal fatto che se qualsiasi altra nazione tentasse di perseguire programmi analoghi verso il processo politico negli USA, i soggetti coinvolti verrebbero rapidamente etichettati agenti stranieri e le loro attività fermate immediatamente. Le mere accuse che la Russia abbia interferito nei processi politici nazionali degli USA hanno portato a sanzioni e persino minacce di guerra. La Cambogia è una nazione che non può permettersi né effettivamente imporre sanzioni agli Stati Uniti né vincervi una guerra, ma è possibile che la Cambogia e i vicini nel Sud-Est asiatico possano e inizino a chiudere un flagrante esempio d’interferenza estera nei propri affari politici interni. L’utilizzo delle leggi esistenti su tassazione e registrazione di entità estere in Cambogia avviene per affrontare tali organizzazioni. Le nazioni vicine potrebbero cominciare ad imporre alle organizzazioni finanziate dall’estero di registrarsi come lobbyisti stranieri, sottoporle a tassazione e regolamentazioni più rigorose e togliere la copertura della “promozione della democrazia” e della “difesa dei diritti” sotto cui hanno svolgono le proprie attività da decenni.Joseph Thomas è direttore del giornale geopolitico tailandese The New Atlas e collaboratore della rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Addio ‘presidente’ Trump; salve ‘presidente’ Mattis

Il segretario alla Difesa USA Mattis dirige la politica estera statunitense, verso un vicolo cieco
Alexander Mercouris, The Duran 24 agosto 2017

Il 16 febbraio 2017, poco dopo la rassegnazione forzata del primo consigliere nazionale della sicurezza, Generale Flynn, parlai della straordinaria potenza che il segretario generale della difesa Mattis sembrava avere nell’amministrazione Trump, “Il Generale Mattis diventa una figura dominante nell’amministrazione. Da ex-combattente pluridecorato è anche considerato un autentico intellettuale, Mattis sembra aver rapidamente affermato la propria autorità sui Capi di Stato Maggiore con cui i segretari della Difesa hanno spesso avuto rapporti scontrosi… Nel complesso il Generale Mattis sembra raccogliere sempre più i fili del potere. Se questa tendenza continua, e se usa la sua posizione abilmente, Mattis potrebbe diventare uno dei più potenti segretari della Difesa che gli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale. Se tale concentrazione di potere nelle mani di un soldato va bene, è un’altra cosa”. Questo commento fu scritto in attesa che il Viceammiraglio Bob Hayward, ufficiale vicino al Generale Mattis, venisse nominato consigliere della sicurezza nazionale del presidente Trump al posto del Generale Flynn. L’Ammiraglio Hayward rifiutò l’incarico, ma chi lo ricevette fu il Generale HR McMaster, altro ufficiale militare che collaborerebbe con il Generale Mattis, proprio come avrebbe dovuto fare l’Ammiraglio Hayward. Dalla nomina a capo dello Staff della Casa Bianca del Generale Kelly, come Mattis ex-ufficiale dei marines, l’influenza di Mattis non si estende solo al Consiglio di sicurezza nazionale, ma alla Casa Bianca. Come dissi di recente, con l’espulsione di Steve Bannon, l’ex-capo stratega del presidente Trump, e la cacciata dei funzionari associati dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, sembra che non ci sia una figura significativa alla Casa Bianca e al Consiglio di Sicurezza Nazionale in grado di resistere ai militari. Per dominio dell’amministrazione Trump da parte dei militari s’intende il controllo del Generale Mattis, che non solo ha già amici presso Casa Bianca, Consiglio di Sicurezza Nazionale e Capi di Stato Maggiore Congiunti, ma dirige anche il dipartimento della Difesa, l’unico ente del governo degli Stati Uniti che si occupi di sicurezza nazionale e politica estera che funziona. Questo perché le altre due agenzie che tradizionalmente decidevano su politica estera e sicurezza, dipartimento di Stato e CIA, sono essenzialmente paralizzate; il dipartimento di Stato perché presidente Trump e segretario di Stato Tillerson non hanno ancora nominato le cariche vacanti all’inizio dell’anno, e la CIA perché è distratta e bloccata nel conflitto con il presidente Trump sulla vicenda del Russiagate. Il risultato è che la politica estera degli Stati Uniti viene decisa, unico esempio nella storia statunitense, da un ex-ufficiale che non è stato eletto, ma che presiede la gigantesca burocrazia per la difesa e la sicurezza nazionale statunitense.
Il Generale Mattis decide sempre più chiaramente la linea della politica estera statunitense. Ecco alcuni esempi:

1) Medio Oriente
Che il Generale Mattis gestisca la politica statunitense in Medio Oriente è dimostrato dal fatto che è l’alto funzionario del governo che più di qualsiasi altro visita il Medio Oriente. A titolo esemplificativo, Mattis ha appena completato un’altra della sua infinita serie di viaggi nella regione, questa volta in Giordania e Turchia. In questo caso il fatto che abbia scacciato i civili è in realtà un bene. Da soldato, è chiaro che il Generale Mattis non ha tempo per l’avventuroso cambio di regime in Siria che potrebbero comportare il confronto militare con i russi e neanche sopporta l’idea di affrontare l’Iran; una politica dai rischi elevati. A giugno, due affiliati di Flynn al Consiglio di sicurezza nazionale, Ezra Cohen-Watnick e Derek Harvey, avevano istigato gli Stati Uniti a “confrontarsi” con l’Iran e i suoi “agenti” in Siria. Una proposta che avrebbe comportato il rischio di scontri in Siria con i russi. Il Generale Mattis non ne fece nulla, e entrambi furono dimessi. Harvey fu peraltro anche uno dei più rumorosi nell’amministrazione Trump a favore dell’attacco missilistico sulla base aerea di al-Shayrat di aprile. Il risultato finale è che l’amministrazione Trump non ha rinunciato all’accordo nucleare con l’Iran come molti si aspettavano, mentre in Siria il Generale Mattis ha rediretto in modo discreto gli sforzi statunitensi dal cambio di regime verso l’obiettivo dichiarato di distruggere lo SIIL.

2) Afghanistan
Se il Generale Mattis passa negli Stati Uniti per un “realista” sul Medio Oriente, in quanto vuole evitare il confronto diretto con Iran e Russia, in Afghanistan è un falco. Ha spinto per eliminare i vincoli alle operazioni militari statunitensi in Afghanistan, precedentemente imposte dall’amministrazione Obama, e per continuare le operazioni militari in Afghanistan a tempo indefinito, perfino inasprendole. La “nuova strategia” per l’Afghanistan, annunciata dagli Stati Uniti, mostra ancora una volta che le opinioni del generale dominano. La strategia originale del presidente Trump, per cui fu eletto, di uscire dall’Afghanistan, è stata abbandonata. Invece gli Stati Uniti continueranno ad ampliare la guerra financo al Pakistan, mentre qualsiasi negoziato per porre fine alla guerra ai taliban sarà condotta esclusivamente nei termini statunitensi. L’obiettivo secondario non è vincere, cosa che il segretario di Stato Tillerson dice impossibile, e come sa sicuramente anche il Generale Mattis, ma evitare di apparire sconfitti. La motivazione è stata spiegata brillantemente dall’accademico canadese Paul Robinson, “Quindi, la strategia è utilizzare il potere militare per creare le condizioni per un accordo politico con i taliban, anche se non ha finora raggiunto questo obiettivo, e anche se “nessuno sa se o quando ciò accadrà”. E questo è ciò che costituisce un pensiero da “adulti”? Alla fine, l’annuncio di Trump si limita a una dichiarazione sul ritiro che porterà a un disastro e pertanto nel dover persistere perché, beh, sapete, sarà un male non farlo. Non c’è nulla in questo annuncio che suggerisca come Trump e i suoi consiglieri immaginano come por fine a questa guerra. Sono incapaci come Obama e Bush prima di loro, e continuano a fare la stessa cosa, più e più volte. Perché? La risposta è che i costi finanziari della guerra piovono su numerose persone, in modo che nessuno li nota, mentre i costi umani si concentrano su un piccolo segmento della popolazione, le forze armate, che il resto della gente può ignorare tranquillamente (e al momento, il numero di statunitensi che muore in Afghanistan è abbastanza piccolo). Politicamente, la continuazione della guerra è relativamente gratuita. Ma se gli USA dovessero ritirarsi e qualcosa andasse storto, Trump e chi lo circonda ne verrebbero accusati. È quindi meglio coprirsi il sedere e mantenere le cose così come sono finché il problema non sarà passato a qualcun altro. Questa è una soluzione politica interna, ma non reale“. Mettendola in altro modo, il Generale Mattis non vuole essere ricordato come il soldato che ha presieduto la peggiore sconfitta degli Stati Uniti dal Vietnam. A tal fine manterrà la guerra in Afghanistan all’infinito, nella speranza che qualcosa accada.

3) Europa
Anche se il Generale Mattis approccia i russi in Siria, dove i rischi sono troppo gravi, li affronta in Europa, dove crede che i rischi siano minimi. Così, in contraddizione con la politica promossa dal presidente Trump durante le elezioni, il generale Mattis non solo sostiene appieno la NATO, ma spinge le missioni antimissile nei Paesi dell’Europa orientale e le sfide provocatorie e inutili alle frontiere della NATO. Da ufficiale, Mattis sa sicuramente che queste forze sono troppo piccole per minacciare la Russia o difendersi in caso di attacco russo (vedi i commenti del colonnello in pensione Douglas Macgregor nell’articolo di Politico). Il fatto che il Generale Mattis sia comunque premuroso verso queste provocazioni, profondamente irritanti per i russi, sono un richiamo alle promesse infrante che gli Stati Uniti fecero quando l’URSS si dissolse, dimostrando che nonostante tutte le chiacchiere degli Stati Uniti sull'”aggressione russa”, non credono che la guerra in Europa sia imminente. Indicando quanto il Generale Mattis sia disposto a provocare i russi in Europa, parla apertamente della possibilità d’inviare armi al regime di Majdan in Ucraina, invertendo la precedente politica di non armamento concordato da Barack Obama e Donald Trump. Infatti Trump soppresse la proposta d’inviare armi all’Ucraina dalla piattaforma elettorale del Partito Repubblicano, durante la Conferenza dello scorso anno. Recuperando questa pessima idea, il Generale Mattis naturalmente ignora anche l’opposizione pubblica dell’alleato più potente degli Stati Uniti, il governo tedesco. Il fatto che l’invio di armi in Ucraina non cambi l’equilibrio militare (vedasi l’eccellente discussione sull’argomento di Saker), aumenta notevolmente il rischio di guerra, ma non sembra preoccuparsene il generale Mattis, dato che l’Ucraina è un teatro dove gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti.

4) Corea democratica
Tra la retorica tesa delle ultime settimane su una possibile guerra con la Corea democratica, è passato inosservato come il Generale Mattis l’escludesse. Ancora da soldato, Mattis sa quali sono i pericoli di una guerra contro la Corea democratica dotata di armi nucleari e sostenuta dalla Cina, e non ha alcuna intenzione di rischiare. Che sia il Generale Mattis ancora una volta la chiave del processo decisionale, con la sua nota opposizione alla guerra con la Corea democratica come opzione, è dimostrato da come il belluismo contro la Corea democratica sia finito nel momento in cui vi si è pronunciato contro.

5) Mar Cinese Meridionale
Proprio come il Generale Mattis è felice di affrontare la Russia in Europa, è felice di confrontarsi con la Cina nel Mar Cinese Meridionale, spostando la Settima Flotta a breve distanza dal territorio occupato dalla Cina e provocandola con voli militari statunitensi. Anche in questo caso si vede lo stesso schema attivo in Siria e Europa. Proprio come il generale Mattis non è disposto a rischiare lo scontro diretto con l’esercito russo in Siria, ma è disposto ad agire nel modo più provocatorio immaginabile contro la Russia in Europa, così non è disposto a rischiare uno scontro diretto con la Cina nella penisola coreana, ma è disposto ad agire nel modo più provocatorio immaginabile contro la Cina nel Mar Cinese Meridionale. Proprio come in Europa, perché il Generale Mattis non crede che il rischio di uno scontro armato con la Cina nel Mar Cinese Meridionale sia reale. Questo strano mix di politiche di rinuncia al confronto coi militari russi e cinesi in Siria e Corea, dove i rischi sono reali,e di aggressività verso Russia e Cina in Europa e nel Mar Cinese Meridionale, dove non vi è alcun rischio, è esattamente ciò che ci si aspetta da un soldato statunitense. Combinando l’estrema avversione al rischio, caratteristica degli attuali militari statunitensi, con la vecchia abitudine alla postura aggressiva, dove i rischi appaiono minimi. Ciò che è assolutamente assente è qualunque strategia. In alcun modo il Generale Mattis sembra avere una politica verso Russia o Cina o verso le crisi in Afghanistan, Corea o Medio Oriente. Invece improvvisa in modo reattivo, come ci si potrebbe aspettare da un soldato, in ogni caso senza badare alle connessioni tra le varie crisi che affronta, o al paradosso degli Stati Uniti che cercano l’aiuto russo e cinese in Medio Oriente e Penisola coreana, e contemporaneamente colpendone gli interessi in Europa e nel Mar Cinese Meridionale. Inutile dire che per quanto riguarda una Grande Strategia, pensando all’alleanza cino-russa e al modo di rispondervi, il Generale Mattis non può fare niente. Basta che Cina e Russia siano avversari degli Stati Uniti, perciò prevede di affrontarli dove sente di poterlo fare, senza pensare a come ciò li spinga a collaborare più strettamente contro gli interessi statunitensi.
Nel precedente articolo sull’ascesa dei militari statunitensi alla dirigenza politica degli Stati Uniti, sottolineavo che il parallelo più vicino era la Germania nella prima guerra mondiale, dove il sistema politico disfunzionale lasciò ai militari la leadership di fatto. Nel caso della prima guerra mondiale, la Germania adottò un approccio essenzialmente tecnico e frammentato ai problemi, alternando un’estrema aggressività a tentativi di conciliazione mal concepiti. Il risultato è che nel 1914 la Germania si ritrovò contro tutte le altre grandi potenze d’Europa eccezion fatta per il satellite degli Asburgo. Sotto la direzione de facto del Generale Mattis, lo stesso sembra stia accadendo agli Stati Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

19 settembre 2016: si prepara un attentato false flag a Barcellona?

El Robot Pescador, 19 settembre 2016La questione è grave: si prepara un attacco sotto falsa bandiera nella città di Barcellona? Sappiamo che a molte persone, specialmente i nostri lettori spagnoli, la domanda del titolo potrebbe sembrare assurda. Forse molti sono spaventati o addirittura oltraggiati. Pertanto, voglio chiarire fin dall’inizio, ciò che mostriamo in questo articolo è solo speculazione. Ripetiamo: SPECULAZIONE. L’unica cosa che intendiamo seguire è, come abbiamo già fatto, immaginare o concepire possibili scenari ipotetici futuri, ragionando sulle possibilità di tali ipotetici scenari e decidere chi possano favorire e perché. Pertanto, chiediamo ai nostri lettori di mettere da parte i loro pregiudizi ideologici e leggere l’articolo nel modo più freddo e distante possibile. A questo punto, le persone più aperte alle teorie della cospirazione (e quindi alla storia reale e non quella manipolata) sono consapevoli che molti degli attentati terroristici visti negli ultimi anni, soprattutto nel mondo occidentale, in realtà nascondono operazioni sotto falsa bandiera utili a certe agende nascoste. Dopo ogni attentato islamico, la reazione (apparentemente logica e giustificabile) delle autorità è aumentare controlli e vigilanza sulla popolazione andando verso la creazione di un vero Stato di polizia. Inoltre, ogni attentato serve a giustificare, nei Paesi colpiti e alleati, l’intervento militare in aree come Medio Oriente o Africa. È pertanto prevedibile che non passi troppo tempo per vedere un nuovo attentato dello Stato islamico negli Stati Uniti e in Europa. La posizione di tale eventuale attentato ipotetico, sotto falsa bandiera, non sarebbe casuale, ma osserverebbe una serie di interessi cercando di conseguire diversi obiettivi simultaneamente (ciò che comunemente chiamiamo “prendere due piccioni con una fava”). Ebbene, se fosse così, se ci fosse un attentato sotto falsa bandiera in occidente con cui aumentare il controllo sulla popolazione e giustificare nuovi interventi militari, e se tale evento cercasse di trarre una serie di vantaggi per vari attori interessati, allora dobbiamo avvertire che vi sono abbastanza indicazioni per pensare che possa avvenire in Spagna e, più in particolare a Barcellona. Su cosa ci basiamo per pensarlo?L’idea viene inoculata nell’immaginario pubblico
La base della manipolazione
Per settimane l’idea che un attentato in Spagna, e in particolare a Barcellona, riceveva segnalazioni continue; lo scopo era porre le basi per una certa narrazione ufficiale nel caso in cui l’attentato infine avvenisse. Per cominciare, lo Stato islamico ha esplicitamente minacciato la Spagna, con l’idea di “riconquistare al-Andalus”. A questo va aggiunto che lo Stato islamico ha iniziato a pubblicare video in spagnolo, esprimendo l’intenzione di svolgere attività sul territorio spagnolo, in Spagna e America Latina. Ma se c’è una città che sembra adatta all’obiettivo dei terroristi, è Barcellona, perché al momento è una città turistica di prim’ordine, attirando centinaia di migliaia di turisti ogni anno da tutto il mondo. Pertanto, un attentato a Barcellona avrebbe un impatto particolare sulla mentalità collettiva occidentale. Come affermato in un articolo di El Periodico: “Barcellona è diventata negli ultimi anni una città nota in tutto il mondo. Sia per la sua attrazione come meta turistica sia per l’impatto dei media di Barça, la capitale catalana icona mondiale. E agli occhi dei jihadisti, ne fa un obiettivo prioritario, in quanto cercano di colpire siti dal grande impatto internazionale“.

La base reale
Diciamo che la Catalogna, di cui Barcellona è la capitale, ospita quello che è considerato uno dei nuclei più importanti dei centri jihadisti e di radicalizzazione islamica d’Europa, in gran parte grazie alla notevole immigrazione musulmana.
Infatti, negli ultimi mesi, le notizie su questo fatto sono sempre più continue sui media.
Così, la popolazione ha già considerato plausibile la possibilità di un attentato in città.
– In primo luogo, perché lo Stato islamico mira alla Spagna.
– In secondo luogo, perché la Catalogna e soprattutto Barcellona e dintorni sono centri di grande attività islamica.
Pertanto, le basi dell’argomento sono solide per “giustificare” un possibile attentato terroristico, presenti da mesi nella fantasia popolare (anche se tutto questo nasce da una realtà plausibile).

Gli inquietanti precedenti
Ma a tale base va aggiunta una successione di “notiziole” avutesi nelle ultime settimane, fornite periodicamente alla popolazione, forse per prepararla a livello semi-inconscio a qualunque possibile attentato terroristico in qualsiasi momento. Qui offriamo alcuni esempi…
– Video dello Stato islamico presenta la Sagrada Familia quale obiettivo jihadista.
La Vanguardia (08/08/2016)
Lo Stato islamico mira alla Sagrada Familia
La basilica di Barcellona appare in un video dello SIIL in Libia insieme ad altri monumenti europei. Lo Stato islamico ha identificato come suo obiettivo la Sacra Famiglia di Barcellona. Uno dei produttori in Libia del gruppo terroristico ha diffuso un’immagine in cui sono mescolati alcuni simboli del mondo occidentale suscettibili di attacchi dell’organizzazione jihadista“.

– Strano malinteso nel porto di Barcellona
La Vanguardia (13/09/2016)
L’allarme per la possibilità che Barcellona viva l’imminenza di un attentato jihadista durava praticamente due ore finché la questione, descritta dal comando antiterrorismo come “caso di irresponsabilità e comportamento completamente fuori luogo”, fu chiarita dopo l’intervento armato della Guardia Civile e dei Mossos d’Esquadra. È successo il 6 luglio quando un ragazzo pakistano di 12 anni accompagnato da quattro adulti agitava una pistola facendo il segno della vittoria davanti alle navi ormeggiate nel bacino del porto di Barcellona, mentre i compagni fotografavano la scena soddisfatti. Aveva anche indicato degli elicotteri da turismo che atterravano sul molo facendo il gesto di sparare. Gli adulti avevano registrato la scena. Poi si è scoperto che l’arma ne simulava una reale, ma fin quando la cosa non fu verificata, un settore del porto di Barcellona visse diversi minuti di tensione”.

– Jihadista arrestato a Manresa (vicino a Barcellona)
El Periodico (14-9-2016):
Arrestato a Manresa un pericoloso attivista jihadista. L’arrestato, di nazionalità marocchina, ha sviluppato su Internet un'”attività intensa” di propaganda per lo Stato islamico“.
Come si vede, sono piccole notizie emerse dai media e che, anche se ci sembrano di routine e quasi irrilevanti, agiscono come goccia malese, penetrando nella mente degli spettatori e seminando la possibilità di accettare un attacco terroristico, in modo che, in caso succeda, la prima cosa che la popolazione pensi sia “era previsto”. Tale tecnica dell'”influenza della mente” fu applicata per mesi su altri possibili attentati. Ad esempio, un’altra idea inoculata nella mente della popolazione occidentale e che si evolve lungo linee simili, è un possibile attacco terroristico con componenti nucleari, come una “bomba sporca”. (Non colleghiamo le due cose, chiariamo). Per molti mesi l’idea è apparsa sui media, anche nella narrativa (tv, film), accompagnata da un continuo flusso di notiziole che parlavano di “furto di materiale radioattivo” in varie parti del mondo. Così, anche la mente della popolazione viene assuefatta alla possibilità di un attentato nucleare. Allo stesso modo, la mente della popolazione viene assuefatta a un possibile attentato jihadista in Spagna e più in particolare in Catalogna. Ma poiché questo è un articolo fondamentalmente cospirazionista e speculativo, proponiamo l’ipotesi di un “attentato sotto falso bandiera” a Barcellona, cioè che dietro la facciata islamica ci siano altri interessi effettivamente nascosti, ed è giunto il momento di chiederci: chi potrebbe essere interessato ad un attentato di questo tipo e perché?

Chi sarebbero i beneficiari di un attentato islamista a Barcellona?
Certamente, la risposta a questa domanda è agghiacciante: sarebbero molti a beneficiarne. A questo punto i lettori spagnoli e forse la maggior parte dei latinoamericani saprà dell’esistenza del movimento secessionista della Catalogna, che spinge a separarsi dalla Spagna e a raggiungere quello che chiamano pomposamente “Indipendenza della Catalogna”, (una fallacia piuttosto visibile, perché l’indipendenza nel mondo d’oggi non esiste più). Ebbene, in questo articolo non intendiamo entrare nel tumulto delle fanatiche lotte nazionaliste che porterebbero a discutere dell’indipendenza della Catalogna. È una vera questione avvelenata, in cui entrano in gioco sentimenti d’identità di ogni tipo e in cui la capacità di ragionare viene rapidamente oscurata da ogni tipo di pregiudizi e dal lavaggio del cervello a cui tutti sono esposti fin da piccoli. La questione dell’indipendenza della Catalogna dimostra anche di essere terreno fertile per la mafia e i politici corrotti che ne approfittano, anche se con beneficio a breve termine, pertanto non vi entreremo. Ma al di là delle inclinazioni che i lettori possono avere sull’unità della Spagna o sulle “derive separatiste”, ciò che possiamo concludere, in modo freddo e distaccato, è che il movimento secessionista catalano appare serio e sta entrando in una fase decisiva pericolosa, che teoricamente (se lo si creda o meno) culminerà con un’eventuale indipendenza entro soli 18 mesi (tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018). Pertanto, c’è un problema crescente e pressante che svela gli interessi di diversi attori. E tali attori devono compiere una certa mossa urgente per deragliare il treno separatista catalano, prima che si verifichi una collisione dalle gravi conseguenze, danneggiando molti e vari interessi. E proprio qui entra in gioco la possibilità di un attentato sotto falsa bandiera orchestrato a Barcellona.Possibili beneficiari di un attentato islamista a Barcellona
Il governo spagnolo
Ovviamente, il primo grande beneficiario di un attentato dello Stato islamico a Barcellona sarebbe lo Stato spagnolo, perché probabilmente darebbe un colpo definitivo al processo per la sovranità catalana. Per cominciare, perché un attentato terroristico islamista a Barcellona consentirebbe al governo spagnolo di dimostrare alla popolazione catalana che “la Catalogna è troppo debole e piccola per farvi fronte senza il sostegno dello Stato spagnolo. Ecco il mondo di oggi“. E in caso di attentato, i nazionalisti catalani non potrebbero denunciare “il governo spagnolo incapace di proteggerli”, citando una possibile “incompetenza” dell’esecutivo centrale, poiché Paesi dotati di servizi segreti molto più efficienti, come la Francia, sono stati vittime di attacchi terroristici. Infatti, l’attentato islamista a Barcellona permetterebbe al governo spagnolo di vendere esattamente l’argomento opposto coi suoi potenti media: che il governo catalano avrebbe agito con incompetenza senza sapere proteggere la popolazione, avendo le competenze sulla sicurezza trasferite alla propria polizia autonoma, la Mossos d’Esquadra. Questi medesimi media sarebbero usati per vendere l’idea che la polizia autonoma catalana non collabora adeguatamente con i servizi di sicurezza spagnoli, sostenendo che nasconde informazioni a causa della “deriva separatista” che vive la Catalogna e dei suoi tentativi di staccarsi dalla Spagna. Infatti, questa idea è già stata presentata sui media (nell’esempio seguente ne indichiamo uno vicino all’orbita socialista), pronta ad essere utilizzata come argomento futuro…
El Periodico (16-11-2015):
L’assenza totale di collaborazione tra la Mossos d’Esquadra, la polizia dispiegata sul terreno, e il Corpo Nazionale di Polizia (CNP) e la Guardia Civile si traduce in una grave carenza di sicurezza. Il rapporto tra le forze di polizia, influenzato dalla situazione politica, è terribile e in questo caso c’è una guerra piuttosto aperta“.
Inoltre, un attentato islamista perpetrato in Catalogna da presunti islamisti permetterebbe anche al governo spagnolo di criticare i meccanismi d’integrazione sociale del governo autonomo catalano e soprattutto il suo modello educativo, in quanto potrebbe concentrarvisi accusandolo di “non dedicare risorse per evitare la radicalizzazione degli studenti di origine musulmana”. Pertanto, tutto questo contribuirebbe a vendere alla popolazione catalana (e a tutti gli spagnoli) la necessità di recuperare il potere dell’esecutivo centrale, con il pretesto di essere “più efficaci nel far fronte a minacce estere“. Inoltre, permetterebbe al governo spagnolo di avviare un’efficace campagna di riduzione drastica di tutte le competenze per le autonomie, in particolare sui temi legati alla sicurezza e all’istruzione. Questa strategia volentieri cederà tutti i poteri allo Stato (a partire dalla monarchia) e ai principali partiti politici (PP, PSOE e Cittadini). Ma i grandi vantaggi per il governo spagnolo non finiscono qui. Un attentato terroristico islamico su suolo catalano consentirebbe al governo centrale di schierare le forze di sicurezza in Catalogna (Polizia, Guardia Civile e persino esercito), sostenendo che la polizia autonoma non è in grado di affrontare da sola la minaccia terroristica. Qualcosa che forse molti elementi del governo vorrebbero fare e non osano, per gli effetti controproducenti che avrebbe. In tal caso, i nazionalisti catalani potrebbero difficilmente criticare tale dispiegamento, che sarebbe visto come “protezione necessaria contro la minaccia terroristica, dopo il brutale colpo subito”. A tale manovra si potrebbe aggiungere una campagna mediatica nazionale, di sostegno e solidarietà verso la comunità catalana, che servirebbe a rafforzare i legami a livello emotivo e nazionale e a dimostrare “l’amore della Spagna per la Catalogna“. Inoltre, dopo una campagna di tale natura, i separatisti catalani che avrebbero il coraggio di continuare a difendere l’indipendenza catalana in modo radicale ed esplicito, potrebbero essere presentati come “insensibili ingrati che difendono interessi fanatici e spuri“. Come si vede, il movimento secessionista catalano sarebbe gravemente danneggiato e almeno verrebbe fermato per alcuni anni, anche se è molto probabile che ne esca morto e sepolto.

Rajoy e il PP
Come si vede, il governo spagnolo trarrebbe molti vantaggi da un attentato islamista a Barcellona. Ma chi avrebbe più vantaggio sarebbe l’attuale governo, del partito popolare e del suo presidente Mariano Rajoy. Per mesi, la Spagna è stata sottoposta a crescente instabilità politica, per l’incapacità di raggiungere accordi tra i diversi partiti nel formare un governo, fino al punto che il Paese è sull’orlo di una terza elezione. Tuttavia, un grave attentato terroristico metterebbe tra spada e muro le forze politiche che si oppongono alla formazione di un governo del Partito popolare, il partito più votato in tutte le elezioni. All’improvviso, la corruzione che circonda il PP sparirebbe a fronte della “minaccia terroristica” e “la necessità di affrontare la creazione urgente di un governo stabile“. Tutto ciò aiuterebbe il Partito Socialista (PSOE) ad accettare Rajoy nel formare un governo, forse con il PSOE (e ovviamente i Cittadini, il pseudopartito creato per sostenere il duopolio) e forse formando un governo di concentrazione. In questo modo, PP e Rajoy manterrebbero il potere e il PSOE avrebbe la scusa necessaria per giustificare la resa al PP, richiesta con impazienza dai suoi componenti più vecchi (noti come i Baroni). Insomma, l’intera dirigenza politica spagnola, al servizio totale delle élite economiche del Paese, ne gioverebbe da tutto questo.

Certe aziende catalane
A parte il governo e i politici spagnoli, va anche sottolineato che il deragliamento del processo d’indipendenza catalano favorirebbe gli interessi delle élite commerciali e finanziarie catalane che hanno già mostrato in pubblico il rifiuto dell’autonomia catalana, per l’instabilità che implicherebbe la creazione di un nuovo Stato e la perdita, più che possibile, di una parte del mercato spagnolo che comporterebbe. Indubbiamente, queste élite catalane sarebbero felici di partecipare a qualsiasi piano che sconvolga il processo d’indipendenza. Quindi, come si vede, a livello spagnolo vi sono molti attori che trarrebbero vantaggi chiari e diretti da un attentato islamista a Barcellona, usandolo per concludere il processo d’indipendenza catalano. A tale proposito, vorremmo sottolineare le dichiarazioni controverse del ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García-Margallo, che dichiarò letteralmente che: “Da una crisi si esce superando un attacco terroristico, ma la dissoluzione della Spagna è irreversibile“. Tali affermazioni potrebbero essere considerate quasi una confessione del governo spagnolo che valuta la possibilità di un attentato sotto falsa bandiera, come ipotizza questo articolo… Ma qui la questione fondamentale che dobbiamo porci è: potrebbe la Spagna organizzare (o permettere) da sola un attentato sotto falsa bandiera di questo tipo? La risposta è probabilmente no. Pertanto, ci vorrebbero alleati che lo permettano condividendo interessi con il governo spagnolo. E la verità è che questi alleati esistono e sono molto potenti…Francia
Senza dubbio, uno dei principali interessati a un attentato islamista a Barcellona, sarebbe la Repubblica francese.

Motivi politici
In sostanza, la Francia sarebbe interessata a far deragliare il processo d’indipendenza catalano per un motivo: il processo supera i confini e comincia ad avere ripercussioni (ancora deboli, ma crescenti) negli ex-territori catalani che fanno parte della Francia; conosciuti come “Catalogna del Nord” e la cui capitale è Perpignan. Anche se il movimento catalano in Francia è ancora molto debole, una cosa si è distinta negli ultimi anni, non ha smesso di crescere e, per uno Stato centralista come quello francese, risulta essere una cattiva notizia. Senza essere indipendente, la Catalogna ha già raggiunto tale influenza regionale, e si prevede che tale influenza aumenterà esponenzialmente nel caso in cui la Catalogna avesse il proprio Stato. A questo aggiungiamo l’eventuale effetto contagio che avrebbe un’autonomia indipendente della Catalogna in altre regioni francesi con attivisti secessionisti, come il movimento d’indipendenza corso o bretone incipiente (e quasi aneddotico) e il movimento ancora più aneddotico alsaziano. Perciò, la Francia è interessata ad “uccidere il mostro” prima che diventi troppo grande. Pertanto, possiamo concludere che la Francia collaborerebbe strettamente e volentieri con lo Stato spagnolo in qualsiasi manovra che spenga il secessionismo catalano. E non dimentichiamo che la Francia ha una sicurezza di livello mondiale e i servizi segreti che potrebbero essere cruciali per lo sviluppo di tali operazioni. A tutto questo, la necessità di giustificare e rafforzare l’attuale politica di sicurezza del governo francese, che ha posto le basi per lo Stato di polizia, con un attentato come questo in un Paese limitrofe, vedrebbe la sua politica completamente giustificata. E tutto ciò proprio quando la risposta al governo sulle piazze cresce.

Motivi economici
A questo interesse politico da parte della Francia, potremmo anche aggiungere un interesse di natura economica. L’influenza crescente di Barcellona nell’Europa meridionale, rafforzata diventando attrazione turistica, e la possibilità che, in caso d’indipendenza, diventi un potente centro logistico per i prodotti dall’Asia per l’Europa, potrebbe indebolire economicamente il sud della Francia, che improvvisamente vedrebbe crescere vicino un possibile centro di concorrenza commerciale. Pertanto, qualunque manovra contribuisca ad indebolire tale centro, sarà sempre all’ordine del giorno della Francia. Aggiungiamoci il turismo in Francia gravemente colpito dagli ultimi attentati terroristici nel suo territorio e che parte di quel turismo è finito in Spagna e Barcellona. Un attentato a Barcellona contribuirebbe ad indebolire questa tendenza e a riassorbire forse parte di quel turismo perduto (altri Paesi limitrofi come l’Italia potrebbero essere interessati a danneggiare il turismo spagnolo o almeno catalano, per assorbirne una parte). Se si ritiene che l’instabilità di un Paese non avvantaggi la concorrenza diretta, si pensi a ciò che è successo quando il terrorismo o l’instabilità politica hanno afflitto Paesi come Tunisia, Egitto, Francia e Turchia: beneficiari diretti sono stati quei Paesi “più stabili” concorrenti, come è accaduto in Spagna, che ha assorbito gran parte di quel turismo. Ebbene, finora abbiamo visto i vantaggi concreti che potrebbero avere alcuni attori da un attentato islamista a Barcellona. Ma forse Francia e Spagna non potrebbero eseguire un’operazione di questo genere senza avere il tacito consenso di “poteri superiori” che ne condividano gli interessi. E la domanda è: ci sono poteri superiori agli Stati spagnolo e francese che potrebbero beneficiare di tale manovra? La risposta è sì.Unione europea
Uno dei grandi interessati a un possibile attentato islamista sarebbe l’Unione europea. Questo principalmente per due motivi:
1 – L’Unione europea ha bisogno di un nuovo impulso per imporre restrizioni e controlli alle popolazioni, nel bel mezzo della crisi migratoria e dei crescenti conflitti interni che provoca, a cui vanno aggiunti problemi economici crescenti che potrebbero manifestarsi con tutta la loro crudezza da un momento all’altro.
2 – L’UE è interessata ad evitare rapidamente il processo d’indipendenza catalano.
Pochi potranno sostenere che l’Unione europea non sia in un momento critico, di estrema debolezza; Infatti, possiamo caratterizzarla come un gigante vacillante che ha solo bisogno di un colpo per cadere. Anche Angela Merkel l’ha chiarito al vertice UE di Bratislava: “L’UE è in una situazione critica“.
Gli effetti del Brexit e della crisi migratoria, moltiplicati dagli effetti della crisi economica, hanno portato l’Unione sull’orlo del precipizio. Ed è proprio per questa ragione che la destabilizzazione che potrebbe provocare un movimento secessionista come quello catalano, colpendo uno Stato membro dell’importanza della Spagna, potrebbe rappresentare la fine del progetto europeo. Ricordiamo che il processo secessionista catalano sta per entrare nella fase di ebollizione politica. Ma forse l’effetto peggiore sarebbe il contagio che avrebbe su altre regioni con impulsi a livello continentale, come Corsica in Francia, Sardegna, Sicilia e Padania in Italia, Fiandre in Belgio, Paesi Baschi in Spagna, o il noto caso della Scozia (in un Paese come il Regno Unito, che non è ancora separato dall’UE). Quindi, tutto ciò che paralizzi una di queste sacche di destabilizzazione avrà l’approvazione del vertice europeo. E il processo di sovranità catalana è forse uno dei momenti più attivi, ora. Inoltre, un nuovo attentato terroristico rafforzerà l’attuale politica di controllo della polizia che vediamo nei Paesi dell’Unione europea come Francia, Germania, Belgio e servirebbe come scusa per promuovere alcuni progetti attualmente intrapresi nell’UE, come la creazione di una forza militare europea unificata.

USA-NATO
Altri attori che potrebbero indirettamente essere interessati a un attentato terroristico di questa natura sarebbero Stati Uniti e NATO. Gli Stati Uniti sono il motore principale della “guerra al terrorismo” nel mondo, pretesto per rafforzarne la politica interventista. In questo caso, si può dire che sarebbe utile a Clinton o Trump che, dopo l’ultimo attentato a Manhattan, incitano ad “agire più duramente”.
Inoltre, un attentato sul territorio spagnolo creerebbe il pretesto ideale per gli Stati Uniti per rafforzare ulteriormente la presenza militare in Spagna e nell’Europa meridionale, giustificandola per garantire la sicurezza di un alleato, ora “sotto la lente d’ingrandimento dell’islamismo radicale“. Indubbiamente il governo spagnolo, sempre servile, accetterà volentieri ogni richiesta statunitense, e ancor più se questo scambio esplicito di favori includesse un sostegno esplicito, forte e inequivocabile degli Stati Uniti alla Spagna contro il movimento di sovranità catalana. Finora, questo supporto non ha avuto un carattere giuridico maggiore. Un attentato in Spagna consentirebbe agli Stati Uniti di avere anche il pretesto di rafforzare la presenza nel Nord Africa, citando la “lotta al terrorismo”.

Russia
Anche la Russia potrebbe vedere un tale attentato “con condiscendenza”, o almeno acquiescenza sufficiente a “chiudere un occhio” e non scoprire nulla. Dopo tutto, la Russia ha intrapreso una politica ininterrottamente interventista in Medio Oriente, intesa a sostituire gli Stati Uniti come gendarme della regione, sempre col pretesto di combattere il terrorismo islamico dello SIIL. Un attentato da parte dello Stato islamico, ovunque si verifichi, è solo un vantaggio per Putin, che vede rafforzato e giustificato l’intervento nella guerra siriana agli occhi delle popolazioni occidentali, presentando gli Stati Uniti causa diretta del terrorismo e accusandoli di sostenerlo indirettamente nella guerra siriana. Ma la Russia è anche interessata a qualsiasi movimento che interrompa i processi separatisti, in quanto potrebbe soffrire dello “stesso male” se la NATO s’infiltrasse in alcune delle sue repubbliche convincendo le popolazioni ad avviare processi separatisti colpendo la Federazione Russa. La Russia è solo interessata a difendere i processi separatisti pro-russi che colpiscono i Paesi circostanti e il cui obiettivo è aderire alla Federazione russa, così come i casi delle repubbliche di Donetsk e Lugansk (prima o poi aderiranno alla Russia) e soprattutto la Crimea. Perché in fondo non sono movimenti separatisti, ma “unionisti” con la Russia. Tuttavia, qualsiasi altro tipo di movimento secessionista è probabilmente visto male dalla Russia…Elite globaliste
E infine, nonostante ciò che molti credono, le élite globaliste che sostengono la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale, non sono affatto interessate a promuovere un processo pro-indipendenza come quello catalano e pertanto vedranno con favore un attentato islamista in una città come Barcellona, che metterebbe fine a questo processo. Almeno questo è ciò che possiamo dedurre se ci pensiamo un po’, ed ora spiegheremo perché lo pensiamo. Certamente, nella maggior parte dei circoli cospirazionisti, passa l’argomento opposto, secondo cui le élite globaliste sarebbero interessate a frammentare la Spagna, argomentazione diffusa principalmente da personaggi (piuttosto strani e oscuri) come Daniel Estulin. La teoria che le forze globaliste vogliano frammentare la Spagna si basa sull’argomento che la strategia globalista consente d’indebolire il potere degli Stati nazionali, perché è il passo indispensabile per instaurare organismi sovranazionali che alla fine portino alla creazione di un unico governo mondiale, sotto il controllo diretto di queste élite. Ed è vero, siamo d’accordo: le élite globaliste lavorano attivamente per indebolire e, in ultima analisi, distruggere i vecchi Stati nazionali, con l’obiettivo di attuare un governo mondiale. Ma per farlo, le élite utilizzano due strategie diverse e praticamente opposte per indebolire gli Stati-nazione: uno è frammentarli e l’altra integrarli in un’unità più grande che sciolga il potere di questi Stati. Le élite globaliste hanno fondamentalmente usato la strategia della frammentazione contro gli Stati che non possono controllare direttamente. Gli esempi più chiari degli ultimi anni sono Iraq, Libia, Siria e Jugoslavia. In tutti questi casi, la frammentazione interna è stata promossa con l’obiettivo di ottenere microstati molto più deboli e facilmente controllati dalle forze elitiarie. Ma non è il caso della Spagna, che rientra esattamente nella strategia opposta.
Le élite globaliste non hanno bisogno d’indebolire il potere dello Stato nazione della Spagna, perché in effetti esso è già totalmente indebolito: è uno Stato servile e completamente controllato dalle autorità dell’Unione europea, il piano globalista per eccellenza. Il governo spagnolo, infatti, rispetta rigorosamente gli ordini che le élite globaliste dettano, con fede ed “esemplare” sottomissione. Pertanto, e per logica pura, le élite globaliste non sono interessate a frammentare la Spagna, ma al contrario: mantenerla unita sotto un governo che già pienamente controllano. E lo stesso può essere applicato ad altri Paesi nell’Unione europea. È facile capirlo: immaginate di avere una mandria di pecore perfettamente controllate, con il suo pastore e il cane. Cosa è più facile? Continuare a controllare questa mandria di 47 pecore obbedienti, o dividere e controllare separatamente due branchi, uno con 40 pecore e uno con 7 pecore. (1) Infatti, vale la pena leggere l’articolo della giornalista Cristina Martin Jimenez, esperta del Bilderberg Club…
Il Bilderberg utilizzerà il “caso” catalano per imporre una Spagna federale
La giornalista Cristina Martín Jiménez ha analizzato ciò che attende la Catalogna se la regione avanza nel processo d’indipendenza, e i piani del potente Bilderberg Club per creare una Spagna federale in cui “il potere privato sostituisca i governi”. “L’Unione europea non tollera una Catalogna indipendente”. Le parole dell’ex-segretario generale della NATO e membro del Bilderberg Javier Solana furono rivelate dalla giornalista Cristina Martín Jiménez, esperta del club elitario. Come spiegato in un articolo pubblicato da The Objective, i membri dell’organizzazione sono “contro la secessione” e tale posizione si manifesta da tempo. Già nel 1991, l’allora presidente della Generalitat de Catalunya, Jordi Pujol, esaltò con il suo discorso nazionalista una visione politica “maledetta” dai Bilderberg. “È difficile riprogrammare le persone istruite al nazionalismo. È molto difficile convincerle a rinunciare alla sovranità a favore di un’istituzione sovranazionale”, ribadiva, sempre e ancora, il PR dell’entità, principe Bernardo d’Olanda. Bilderberg ritiene, secondo Martin, che “i nazionalismi siano pericolosi”. Pericolosi per chi? Su proposta di Solana: “L’Europa può e deve essere una sorta di laboratorio di ciò che potrebbe essere un governo mondiale”. Per questo motivo, quando l’allora presidente della Generalitat catalana Artur Mas, ebbe nel luglio 2015 un importante appuntamento coi Bilderberg, segnò, secondo la giornalista, il suo futuro. “Il Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale hanno abbattuto presidenti molto più convincenti con golpe dai sorrisi machiavellici”, affermava, e con maggiore forza aggiungeva: “È riuscito a far arrabbiare dei demoni”. (Va notato che l’articolo fu pubblicato nel settembre 2015 e solo due mesi dopo la riunione di Artur Mas con i Bilderberg, Mas fu costretto a dimettersi da presidente della Generalitat, per mano dell'”anticapitalista” CUP… curioso, no?) Secondo la giornalista, Solana ebbe “l’ordine di dire a Mas che l’Unione europea non tollererà tra i suoi ranghi l’insurrezione di una Catalogna indipendente”, e “l’avvertì di espulsione dalla NATO ipso facto”. Tuttavia, Bilderberg, che riunisce i più importanti magnati del mondo, è specializzato nella manipolazione. E, secondo l’articolo, “agisce in segreto” mentre avanza verso il suo ultimo fine: “Costruire una Spagna su misura dell’élite globale e non spagnola, catalana, castigliana o basca”. Tale intenzione ricorda l’approccio di David Rockefeller (fondatore di Bilderberg e Commissione Trilaterale) che a metà degli anni ’90 dichiarò: “Qualcosa deve sostituire i governi e il potere privato mi sembra l’entità più appropriata a ciò”. Secondo questa analisi, “la strategia dei Bilderberg è utilizzare il caso catalano per costringere la creazione di una Spagna federale”, seguita da un “aggiornamento della Costituzione” “negoziato dietro le quinte” e definita dai “proprietari di denaro, industrie, leggi e parlamenti”.”
Come si vede, in ogni caso, le élite utilizzerebbero il processo di sovranità catalana per istituire una riforma federale in Spagna, nell’UE. (1) E per questo avrebbero bisogno di due movimenti simultanei e apparentemente contrari: bloccare il potere centralizzante del governo spagnolo e, dall’altro, castrare il movimento d’indipendenza catalano. Perciò, un attentato islamista a Barcellona sarebbe il punto di partenza ideale per raggiungere entrambi gli obiettivi contemporaneamente. Innanzitutto, fermerebbe il processo di sovranità, o almeno lo ritarderebbe per anni, come già indicato, rendendolo impossibile. I capi indipendentisti avrebbero bisogno di un pretesto per paralizzare il processo secessionista presso le masse indipendentiste ed avviare un altro percorso, e l’attentato sarebbe un motivo abbastanza potente. (2) Ma, come abbiamo detto, il governo centrale spagnolo coglierebbe l’opportunità di ricentrare il potere, causando forti tensioni politiche tra indipendentisti e unionisti che “dovrebbero essere risolte in qualche modo“, e la soluzione sarebbe la federalizzazione della Spagna in cui “tutti vincerebbero e perderebbero contemporaneamente“:
– Gli indipendentisti catalani avrebbero concessioni parziali, anche se non avrebbero l’indipendenza.
– Mentre il governo spagnolo de-centralizzerebbe parte del potere, in cambio di una Spagna non ancora smembrata definitivamente.
E questa soluzione sarebbe imposta dalle stesse istanze che già dominano il Paese a piacimento, seguendo le dinamiche tipiche del problema-reazione-soluzione. Il problema già esiste (l’indipendenza), la reazione avverrà con l’attentato a Barcellona e la soluzione sarà il risultato ultimo imposto dall’estero. Come si vede, l’opzione per un attentato sotto falsa bandiera islamista a Barcellona non è tanto distante quanto sembrerebbe a prima vista: vi sono molti attori potenti che ne otterrebbero chiari vantaggi. Certo, questo attentato sotto falsa bandiera potrebbe anche essere attuato in altre parti della Spagna, anche se, come vedremo, beneficerebbe il grosso degli interessi a Barcellona. Ci auguriamo che i lettori comprendano il senso di questo articolo. Non diciamo che questo attentato avverrà, né immediatamente, né nel futuro. Abbiamo semplicemente presentato un’ipotesi: “la possibilità di un falso attentato islamista a Barcellona”, analizzando chi potrebbe beneficiarne e perché; è tutto ciò che abbiamo fatto, alla luce delle crescenti indicazioni che sembrano puntare in questa direzione. Spero che questo umile articolo possa contribuire ad evitare che tale ipotesi diventi mai realtà…

Artur Mas

1) Pertanto, il fatto che le forze globaliste controllino i principali leader del movimento d’indipendenza catalano, partendo dalla cupola del partito neoliberista catalano, la vecchia Convergenza e i susseguenti personaggi vicini agli ambienti gesuitici del Vaticano, come Oriol Junqueras, non significa che finalmente favoriranno i loro “piccoli” interessi. Semplicemente, in questo processo controllano entrambi i lati, come di solito fanno, e finalmente favoriranno chi si adatta meglio. E lo stesso si può dire d’Israele, Paese che ha indirettamente agenti coinvolti nel processo di sovranità catalana; forse il più noto e prominente sui media è quel personaggio oscuro chiamato Pilar Rahola, un’agente sionista al servizio di Israele e Stati Uniti, recentemente attivamente coinvolta nella promozione di Mauricio Macri in Argentina, al servizio degli Stati Uniti. Tutti sono controllati dalle élite globaliste “se nel caso”, ma ciò non significa che siano interessate, anzi molto meno, a raggiungerne gli obiettivi.
2) Prendiamo in considerazione centinaia di migliaia di catalani che si dichiarano chiaramente indipendenti e non sembrano accettare altro che l’indipendenza. Pertanto, affinché i politici indipendentisti giustifichino la cessazione del processo secessionista, hanno bisogno di “qualcosa” che giustifichi la frenata, qualche evento o fatto abbastanza forte e sconvolgente da non far sentire le “masse secessioniste mobilitate” sentirsi truffate e a non farle ribellae. Questo è uno dei “grandi pericoli” di tale processo sovrano scioccante: che le masse si sentano ingannate e si ribellino non solo ai governanti catalani, ma anche spagnoli, in quanto ciò potrebbe portare alla creazione di una base antipolitica e antiautoritaria in una regione che già ebbe le sue “flirtate pericolose” con l’anarchismo durante la guerra civile spagnola, attraverso CNT e FAI.

Pilar Rahola

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sporchi trucchi sulla Brexit

Rodney Atkinson, Freenations 22 luglio 2017Come ho sottolineato per quasi 30 anni nei libri e su questo sito, la Gran Bretagna vedrà la vera natura dell’UE e dei “partner europei” quando decide di andarsene. Solo allora ne scoprirà inimicizia, manipolazione, antidemocraticità, protezionismo e anglofobia. Con i negoziati vediamo tutto ciò, ma naturalmente non da tutti gli europei. Ironia della sorte sono i tedeschi euro-scettici (che ci si augura se vadano anche!) e l’industria e la finanza tedesche, che vogliono mantenere aperti i loro mercati in Gran Bretagna, ad essere irritati dalla meschina vendicatività dei burocrati di Bruxelles, dall’ostruzionismo del scostante Macron e dalle minacce degli euro-fanatici tedeschi. Questi politicanti piuttosto si taglierebbero il naso per fare dispetto alle loro facce e minacciare gli altri Paesi facendo lasciare i mercati inglesi alle auto tedesche e francesi, al vino francese e italiano e al lavoro polacco! Hans-Olaf Henkel, vicepresidente del gruppo europeo dei conservatori e riformisti, ha sollecitato il Regno Unito “a non ascoltare” Michel Barnier, il principale negoziatore per la Brexit dell’Unione europea, e Guy Verhofstadt, coordinatore del Parlamento europeo, “che temo vogliano incasinare questa situazione infelice“, scoraggiando altre nazioni a uscire dall’UE. Il deputato Guy Verhofstadt è uno dei più sgradevoli euro-fanatici anti-inglesi che si possano incontrare e Henkel ha ragione a descriverlo come “ambizioso politico che vuole gli Stati Uniti d’Europa e punire gli inglesi con una cacciata totale”. “La mia impressione è che Barnier vuole fare lo stesso”, dichiarava Henkel. Abbiamo già parlato di come imprenditori europei ed eurocrati in Russia ci attaccano alle spalle chiedendo ai russi di “frenare con la Gran Bretagna” perché “non condividiamo i valori europei“. Ebbene, i russi non lo fanno, data l’esperienza coi tentativi di polacchi, lituani, svedesi, francesi e tedeschi di conquistare la Russia! Napoleone, Kaiser e Hitler e la “spinta ad est” di NATO/UE ricordano ai russi quanto hanno in comune con gli inglesi!

Guy Verhofstadt

L’UE sabota i negoziatori inglesi
Poiché il governo inglese è impegnato in negoziati cruciali con Michel Barnier, il negoziatore ufficiale dell’UE, Jeremy Corbyn e Nicola Sturgeon, che non hanno assolutamente funzioni di rappresentanza sovrana del Regno Unito, l’hanno potuto incontrare. Questo fu una trovata di tutti e tre per dimostrare che il governo eletto della Gran Bretagna sia una mera “parte interessata”.

Germania e Francia cercano di sfruttare il business inglese
Ci sono anche movimenti apertamente aggressivi dei Paesi dell’UE per indebolire l’economia inglese. Poco dopo la votazione Brexit le aziende tedesche cercarono di reclutare tecnici inglesi a Berlino (perfino con un cartellone mobile che circolava a Londra) e i funzionari governativi francesi visitarono Londra per attrarre affari a Parigi dicendo “Venite a Parigi, parliamo inglese”, e il regolatore dei titoli francese dichiarò che ridurranno la regolamentazione gravosa per le aziende che passano dalla Gran Bretagna in Francia. Le imprese inglesi avrebbero ottenuto la “pre-autorizzazione” al trasferimento in Francia in due settimane, affermarono, e apportato modifiche sull’imposta agli stranieri: una riduzione del 50% e l’esclusione delle attività estere dalla patrimoniale per 8 anni!! (E pensano che sia un vantaggio, mostrando di adottare una tassa annuale sulla ricchezza! Veramente un'”illusione”).

I francesi vogliono rovinare Londra
C’è molta ansia nell’UE sui francesi che gettano il loro peso in modo così aggressivo, ma i loro impulsi distruttivi non sono limitati e i Paesi dell’UE che vogliono rapporti amichevoli con Gran Bretagna e Londra vengono emarginati“, così ha scritto Jeremy Browne, inviato della City di Londra nell’UE, in un memo sull’atteggiamento francese verso Brexit (che è arrivato alla stampa). Ha detto che i francesi cercano di “disturbare” e “sono cristallini sui loro obiettivi reali: l’indebolimento della Gran Bretagna e il degrado della City di Londra“. Browne è un ex-ministro liberaldemocratico e sicuramente si sarà sbarazzato delle illusioni LibDem sull’UE con cui il suo partito vuole dominare ulteriormente la nostra vita e il nostro governo! “L’incontro con la Banca Centrale francese è stato il peggiore mai avuto con tutta l’UE”, ha scritto… “La Francia vede la Gran Bretagna e la City di Londra come avversari, non partner“. Come accennavo, vi sono alcuni membri dell’Unione europea che odiano gli inglesi che farebbero soffrire terribilmente i concittadini e le imprese dell’UE purché anche gli inglesi soffrano! Browne ha scritto: “Ogni Paese, non irragionevolmente, è attento alle opportunità offerte dalla Brexit, ma i francesi vanno avanti, facendo virtù del rifiuto di un modello di partenariato con la Gran Bretagna, e sono chiaramente felici di vedere danneggiata la City di Londra anche se Parigi non ne trae benefici“. E tale atteggiamento vendicativo peggiora con Macron presidente. Ciò non sorprende i lettori di Freenations, poiché abbiamo denunciato le vere natura e storia di Macron, in un recente post.

Martin Selmayr, accuse dal passato nazista
Abbiamo già parlato sulla prominenza (nella destra eurofascista) di Jean Claude Juncker, l’eurofanatico anti-inglese, spesso brillo. Il suo capo-staff è il tedesco Martin Selmayr, un altro eurofanatico deciso a “punire” la Gran Bretagna per aver lasciato la nave che affonda! Fu lui che diffuse un’interpretazione malevole di un incontro al 10 Downing Street, dicendo che la prima ministra inglese fosse “delusa” dalla Brexit, subito ripreso dalla collega democristiana, la cancelliera Angela Merkel. The Daily Telegraph citò una descrizione di Selmayr da una fonte di Whitehall: “è anche un vero credente nel progetto europeo e ha preso la Brexit molto personalmente. Ha sempre saputo che il Regno Unito si avvicinava a una maggiore integrazione europea ed è chiaro che se sceglie di andarsene, dovrà pagarla“. Selmayr apparentemente si è votato al super-Stato europeo dopo aver visitato le trincee della prima guerra mondiale di Verdun, ma dato che il nonno paterno, Josef, fu un tenente-colonnello dello Stato Maggiore Generale di Hitler nei Balcani e successivamente commise per quattro anni crimini di guerra, va notata come l’idea di pace in Europa di Selmayr sia di pace tedesca, e la sua idea di moneta unica sia la moneta tedesca e la sua idea di affari europei sia di affari tedeschi. Dopo tutto, il nonno criminale nazista fu rapidamente riabilitato nel dopoguerra e fu uno dei fondatori del servizio segreto militare tedesco occidentale. Quindi perché dovrebbe pensare che le decadenti dirigenze inglesi ed europee difatti impediscano una nuova egemonia tedesca? Quando il popolo inglese parlò il 23 giugno 2016, la nuova “Europa tedesca” di Selmayr era improvvisamente sotto una grave minaccia! Alla domanda se amasse la sua reputazione di “mostro” nella Commissione Europea, Selmayr rispose: “Se si guarda alla storia di Rasputin, che sia lusinghiera che meno, o di Lenin, che sia lusinghiero o meno, dico che se c’è un efficiente responsabile, e non un buono a nulla, mi sta bene“. Avendo preso le virtù di Rasputin e di Lenin come “buoni spunti”, ci si chiede perché non abbia menzionato Adolf Hitler, la cui Europa del 1941 (che suo nonno aiutò a creare) ha un’incredibile somiglianza con l’Europa che Selmayr presiede.

Martin Selmayr

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora