Jun Maeda, il maestro della tristezza

Perché Clannad strappa lacrime
Jacob Hope Chapman, ANN, 25 settembre 2015

Jun Maeda

Jun Maeda

Se le ragazze tristi dai grandi occhi che muoiono lentamente per malattie magiche (spesso sotto la neve) vi hanno mai fatto piangere, probabilmente siete nella mente di Jun Maeda. Combinando il talento come sceneggiatore e musicista, Maeda è divenuto la più potente forza creativa del sostanzioso catalogo di videogiochi della Visual Art/Key, come Aria, Kanon e Clannad. Questi e molti altri sono stati adattati in riuscitissimi anime, catturando i cuori degli otaku di tutto il mondo, portando Jun Maeda a scrivere anime originali come Angel Beats! e Charlotte. Se c’è una cosa che queste storie hanno in comune, è il pianto. Jun Maeda vi soffoca dal pianto, amato od odiato, non si può negare l’enorme impatto del suo lavoro sugli anime. I melodrammi delle sue “ragazze tristi nella neve” hanno creato una nuova definizione di moe presso gli otaku, promuovendo la rinascita del romanzo visivo e mostrando ripetutamente gli “anime più strappalacrime” e le “migliori colonne sonore” degli anime elencati su internet. Anche anni dopo la mania dei giochi bishoujo, Angel Beats! ha pareggiato il successo finanziario di Clannad, ed ha praticamente lanciato la carriera della j-pop star LiSA. Quindi, come fa Jun Maeda a spremere puntualmente lacrime (e contanti) dagli appassionati di anime? Ero curioso di scoprirne i segreti, ma per non rovinare tutto ciò che ha scritto, ho deciso di limitare la mia analisi alle tre storie di Maeda che più mi hanno interessato: Aria, Clannad After Story e Angel Beats! con l’episodio finale imprevedibile di Charlotte proprio dietro l’angolo, forse questo sguardo ai suoi passati successi può dare un’idea di dove vada il suo lavoro in futuro. La prima cosa che ho notato nelle storie di dolore di Maeda, è che in realtà non hanno nulla a che fare con la tristezza…maxresdefaultIniziare con una risata
C’è un principio nell’economia chiamato “legge dei rendimenti decrescenti” che sempre mi ha fatto pensare molto sulla narrazione della società. Questa legge stabilisce che se un fattore di produzione aumenta mentre gli altri fattori rimangono gli stessi, il risultato finale sarà la graduale perdita di valore. Ad essere onesti, non so come ciò funzioni in una grande fabbrica che sputa torte o qualsiasi altra cosa, ma sicuramente so come funziona in un dramma avvincente. Se un personaggio simpatico muore in una storia, rattrista. Se un personaggio simpatico muore e i suoi cari soffrono, rattrista ancor di più. Se un personaggio simpatico muore, e i loro cari ne soffrono, e poi vengono uccisi in uno strano incidente subito dopo che un messaggero corre a dirgli che il cane di famiglia ha tirato le cuoia, inizia ad essere la solita commedia nera (e se il cane è morto per soffocamento mangiando il tuo pesce rosso!) Ciò spezza la legge dei rendimenti decrescenti della narrativa. perché anche le tragedie più tristi non possono essere una continua oppressione di crudeltà mozzafiato. Non si può semplicemente aumentare sempre il fattore tristezza, è necessario aumentare tutti i fattori di ciò che conosciamo della vita, perché riduciamo in storie l’esperienza altrui. Ciò significa che, per rendere le cose più tristi, devono essere felici all’inizio. Proprio come l’umorismo è spesso dovuto al tradimento delle aspettative, la tristezza è il tradimento della felicità possibile, il che significa che dobbiamo avere visto un po’ di vera gioia nella storia. Il pubblico deve vedere la possibilità della bontà e del suo trionfo nel mondo per emozionarsi quando un personaggio non le ha. Tale contrasto lacera il nostro cuore perché siamo davvero combattuti tra le speranze che abbiamo costruito e la realtà che le brucia. Non ci può essere luce senza oscurità, non c’è speranza senza disperazione, e bla bla, per capirlo. Jun Maeda sembra aver preso questo concetto ed usarlo, poiché, anche se si conoscono Aria, Clannad After Story o Angel Beat! per le loro scene di pianto, in realtà essenzialmente sono storie che cercano di far ridere.
main-qimg-a7998e66ca844060ebd84cd93a440428-cPer ogni cinque minuti di pianto in Clannad, ci sono almeno venti minuti di commedia (ed è una stima prudente). Per gli spettatori stranieri, alcune di queste battute si perdono nella traduzione, ma clip e mashup di Clannad fluivano massicci su Nico Nico Douga nel 2008, solo per i due minuti di commedia dell’anime che infuriavano tra gli adolescenti giapponesi e gli otaku duri e puri. Almeno la commedia è ancora universale, grazie al tipico amatore degli anime che Key riesce ad adattare. Ora, ciò non significa che ogni episodio di una seria della Key sia solo una battuta seguita da un dramma, divenendo subito prevedibile, ma Maeda cambia approccio a seconda della situazione. Clannad After Story segue la commedia ad episodi dai sentimentalismi più mirati, prima di sprofondare nella tristezza totale nel corso di 24 episodi. Questo approccio è riuscito perché ha permesso agli spettatori di sentirsi parte della vita di Tomoya. In primo luogo vivendo le avventure frivole della sua giovinezza circondato da amici strambi, per poi passare alla costanza apatica ma piacevole della prima vita matrimoniale, prima della morte della moglie che frantuma tutto ciò che aveva passato per tutto quel periodo. Si cresce con lui in città, tanto che la tragedia familiare oscura quel luogo, rendendo tristi dei ricordi felici, spingendolo ad isolarsi per evitare il dolore. Non c’è bisogno di raccontarne l’angoscia, come in tante altre storie con mogli morte; si è qui per i bei momenti, quindi si comprende.
Ma non è il caso di Angel Beats! dove ignorare la vita di ogni personaggio forma la premessa. Le tragiche storie di questi ragazzi sono intense al massimo, perché sono già morti e non hanno più nulla da perdere. I personaggi vivono la loro vita dopo la morte, in quel momento, in modo che nel dramma concilino i loro errori passati con sé stessi presenti, imparando ad andare avanti. Questa situazione unica indica che gli episodi spesso passino da questo:sadchristmasa questo…fishingtyme…e via così. Ehi, è tutto passato. Sei morto. Divertiti!

Una musica potente
mysongab Maeda ha lavorato come compositore per anni prima di cominciare a scrivere storie per videogiochi Bishoujo, ed è difficile non sostenere che come musicista sia di gran lunga migliore che non come scrittore. Non liquido i suoi testi, ma la sua musica è proprio buona. Naturalmente, il potere della musica come agente strappalacrime nei film e in TV non dovrebbe sorprendere nessuno che ne abbia sopportato la genesi, nel looping delle canzoni di Celine Dion in Titanic, per cinquanta miliardi di volte. Non suggerisco che la musica triste rende tristi, Maeda sicuramente sa come risolvere la cosa, se capite cosa voglio dire. Jun Maeda ha delle fissazioni particolari come compositore, che potrebbero riempire l’articolo, quindi mi limiterò a parlare di due diversi esempi di testi musicali, creati a dieci anni di distanza l’uno dall’altro: “Tori no Uta” di Aria e “My Song” di Angel Beats! (che non hanno praticamente nulla in comune se non fare piangere. Non allego quelle non ufficiali su YouTube, quindi dovrete semplicemente cercarle da soli per confrontarle). Tori no Uta (Poema di un uccello) è una canzone techno, che di solito non si nota per grande profondità emotiva, ma Maeda riesce a fare molto con molto poco. L’ atmosfera della canzone, interrotta solo da una semplice melodia da pianoforte, ricorda subito il volo e ampi cieli blu. In realtà, è quasi troppo, quando i sibili digitali diventano sempre più evidenti e dal suono simile. Tuttavia, come la canzone va avanti, la batteria techno si fa più forte e i suoni atmosferici più bassi di tono, venendo sopraffatti. Questo ci riporta coi piedi per terra, e il resto della canzone è simile ad una forza che cerca, senza riuscirci, di scendere a terra, inciampando e risalendo solo alla fine, seguendo l’atmosfera esaltata più di prima, mentre la base musicale sfuma. I testi nascondono una profondità emozionale sorprendente. Proprio come la musica sottesa, iniziano e finiscono nello stesso vago luogo, alla deriva tra i dettagli concreti a metà della canzone, dipingendo infine un quadro abbastanza chiaro del tragico viaggio. Iniziando con la paura del cambiamento e scegliendo di lasciarsi andare, perché scappare è più facile che affrontare la delusione. Mentre la canzone va avanti, la cantante viene paragonata ad un uccello che non può volare, ma ha ancora la speranza di sfuggire al suo destino. Da qui, sprofonda ulteriormente, mutando ricordi e promesse con l’amico d’infanzia sotto forma di ragazza. E’ tutto molto bello, ma la canzone deve finire nello stesso modo con cui è iniziata, cioè trascinando l’amico d’infanzia con sé mentre “insegue scie di vapore in dissolvenza”, lasciando la terra e divenendo un uccello che può quasi volare di nuovo, promettendo di non lasciarle la mano. Purtroppo, l’ultimo verso è lo stesso del primo: lasciare andare letteralmente significa sacrificare la vita del ragazzo per debolezza, lamentandosi che i cambiamenti del futuro la portano ancora a non poter resistere più. Questo tema musicale della storia che si ripete, non fa ben sperare per la nostra eroina o il suo interesse per l’amore, e più lo spettatore entra nella storia, più disperata e frustrante appare la canzone (mentre appare ancora ottimista). Chi avrebbe saputo che la techno potesse strappare lacrime?
Se la sigla principale di Aria è un esercizio di ben calcolata emozione subliminale, “My Song” di Angel Beat! è una mazzata di emozioni direttamente sulle rotule. Non c’è alcuna produzione molteplice o dalla fantastica metafora lirica qui, solo una ragazza con una chitarra che lamenta i suoi sentimenti. Questo perché la canzone si basa su un contesto specifico, quindi non è a tema nel complesso do Angel Beats!, ma è un brano da riprodurre in un uinico momento del terzo episodio. La cantante, Iwasawa, si suppone canti una robusta canzone j-rock come diversivo mentre i suoi amici compiono la missione segreta, ma la prestazione si rivela così efficace quando il concerto viene interrotto dai professori. Nella foga del momento, Iwasawa decide di continuare la canzone che davvero voleva cantare, prima che la chitarra gli venga tolta. Tutte le altre canzoni della sua band (le Ragazze-mostro Morte) hanno toni selvaggi, roboanti e angoscianti, ma non è il tipo di vita che Iwasawa ha realmente vissuto. Così, per ultimo, strappa via la fantasia e canta la sua breve vita di essere solo e maltrattato, in un mondo in cui sentiva come a tutti gli altri fosse permesso essere felici. Proprio quando si pensa che sia un’altra ballata con una chitarra fraintesa, Iwasawa prorompe con un coro trionfale rivolto direttamente al pubblico, dicendo che chi si sente così è benedetto. “Le lacrime che hai versato dicono che la tua vita è bella, onesta e reale”. L’aldilà le ha insegnato che ognuno vi è solo per ragioni diverse, e lei vuole solo che tutti nella stanza sappiano che va bene così. Mentre ancora canta, è sempre meno una performance e più un invito a chiunque ad esprimere il dolore, senza paura di un giudizio. Alla fine, dice che la canzone sarà il suo dono a chi ne ha bisogno, sperando che dia coraggio, e l’ultima riga della canzone è solo un “grazie”, prima di scomparire verso la prossima vita, avendo finalmente cambiato il pubblico con la sua musica, come sognava di fare prima di morire. I testi sono semplici e quasi improvvisati, ma perfetti nel momento, mutando il pubblico in una folla disordinata per dei motivi completamente diversi da “Tori no Uta“. Pensandoci bene, la canzone di Iwasawa è un buon esempio del prossimo punto…

Angel Beats!

Angel Beats!

È semplicemente ingiusto
Proprio come nel mondo reale, la tragedia nella finzione spesso nasce dall’ingiustizia. La gente ha forti sentimenti su ciò che dovrebbe accadere, ma questi sentimenti non si allineano con la natura e le circostanze quasi mai. L’ingiustizia è, beh, semplicemente non giusta. Le cose brutte accadono alle persone buone in praticamente ogni opera di Jun Maeda, ma il tempismo è tutto. Non tanto il mondo scarica i personaggi, ma sceglie di scaricarli proprio quando li ha accuratamente ingannati. Aria non comincia parlando della tragica profezia sulla “ragazza nel cielo”. Comincia esclusivamente come esempio di speranza. Yukito è un vagabondo che ha perso la madre e ha ereditato solo una frazione dei suoi poteri magici, abbastanza inutili, ma che potrebbero cambiare se mai trovasse la “ragazza nel cielo”. Va bene, probabilmente non diventerà un mago migliore o altro, ma trovare la persona per cui la madre ha speso tutta la sua vita cercandola, dovrebbe essere catartico, così l’anime spende molto tempo nel presentarlo quale ragazzo paziente, bello e divertente, meritevole di un posto tra le nuvole. Finalmente, si rende conto che Misuzu è la sua “ragazza nel cielo” e non solo la ricerca della madre si compie, me se ne innamora! Doppia vittoria! Ma non sa che la “ragazza nel cielo” è maledetta da 1000 anni, dopo i disastrosi tentativi degli antenati di aiutare un suo antenato, essere alato e ultimo della sua specie reincarnatosi più volte in un corpo umano per morire sempre all’età di 15 anni per innamoramento. Questa piccola ripetizione della storia sblocca lo spirito dal suo vero sé, dove il suo potere è troppo forte per essere contenuto da un corpo umano, così Misuzu si perderà, indebolendosi e morendo entro pochi mesi. Tutti ciò che Yukito fa è adempiere alla profezia. Buon lavoro, ragazzo amante! Il libero arbitrio è un’illusione ed ha appena concluso il suo destino.
Clannad After Story e Angel Beats! non sono troppo diversi. Si conosce Nagisa per decine di episodi prima di morire, nella relazione con Tomoya, dal primo incontro al matrimonio e al primo figlio. Il rifiuto iniziale di Tomoya della figlia Ushio è terribile, ma non indifferente. Ha perso l’unica donna che abbia mai amato e ha un bambino che (ovviamente) non ha mai incontrato prima di quel giorno, e la barriera di sicurezza della finzione permette al pubblico di sentirne l’ingiustizia ancora di più. Yurippe subisce un simile destino crudele in Angel Beats! quando si rifiuta di rinunciare al suo tentativo di abbattere Dio prima che possa reincarnarsi, chiedendo giustizia per la morte dei tre fratellini e il trauma conseguente che rovinò il resto della sua breve vita. Anche se il mondo comincia a distaccarsi intorno a lei, continua a sprofondare nel ventre della terra fino a che non trova il sistema “Dio”, danneggiato e abbandonato. Può prenderne il posto e cercare di ricostruire un mondo perfetto con questo sistema, ma costerebbe la vita dei suoi amici. D’altra parte, può distruggere completamente il sistema e salvare i suoi amici, rendendo inutile la missione di tutta la vita post-mortem, non dandole altra scelta che accettare tale perdita e passare alla prossima vita. Prende piuttosto bene il suo Comma-22!
Sappiamo tutti che la vita non è giusta, ma l’ingiustizia della vita è più accettabile per le persone quando non è giusto per loro, nel particolare. Le storie di Maeda danno sempre motivo di farsi investire da una conseguenza positiva prima dello schiaffo della negatività; invece, il personale disarmante tradimento è ciò che fa piangere. Non tutte le lacrime sono tristi, però! A volte le lacrime di gioia sono quelle che si ricordano meglio…b080a5_1e4d08c1fa9c4761b0fcd05f01be386cIl Karma vince sempre
Come si è visto, la quasi totalità dei lavori di Jun Maeda si diletta con lo stile narrativo chiamato “realismo magico”. Bene, come la sua voce su Wikipedia, mostruosamente complicata, vi dirà, le persone che prendono sul serio il realismo magico possono avere qualche problema a definire i racconti di Maeda, perché il genere ha regole severe (che cambiano a seconda di chi ne parla), e le sue opere ne violano una gran quantità. Tuttavia, per rendere le cose semplici, lo chiameremo realismo magico in ogni caso, utilizzando una definizione estremamente semplificata: le storie di Maeda si svolgono in un altro mondo del tutto normale rispetto al mondo reale, con l’eccezione di un paio di elementi soprannaturali che non vengono mai completamente spiegati, ma prontamente accettati dai personaggi della storia.
Aria si svolge in un mondo altrimenti normale, ma con antichi esseri alati, blanda telecinesi e maledizioni magiche. Clannad si svolge in un mondo altrimenti normale collegato ad una dimensione morente che controlla il fato delle persone attraverso il potere dei desideri, di solito con risultati imprevedibili. Angel Beats! si svolge in un liceo apparentemente normale che in realtà è “programmato” da qualche parte nell’aldilà pieno di bug e mai destinato ad essere pienamente compresa. In tutti i casi, i personaggi non sembrano troppo presi dalla magia che opera dietro la loro realtà, se mai la scoprissero. Allora perché Jun Maeda sceglie di spezzare il mondo delle sue storie in modi strani, senza spiegarli? Perché quando si tratta di fare piangere, ciò che si pensa di questo mondo conta assai meno di come lo si sente. Maeda usa la magia per esprimere i sentimenti sull’ingiustizia della realtà, per “romperlo” quel tanto che basta per dare ai suoi personaggi ciò che hanno ottenuto. Se la tragedia è di solito assurdamente ingiusta, perché non si può trionfare con una giustizia altrettanto assurda? Non ci dovrebbe essere scampo per la maledizione di Misuzu in Aria. Se Yukito o uno qualsiasi dei suoi antenati esistono per far innamorare Misuzu, deve accadere. Così Yukito si augura di non esistere per salvare Misuzu, e qualcuno, da qualche parte, lo sa. L’esistenza di Yukito è destinata interamente a farlo reincarnare come corvo, di cui Misuzu non può innamorarsi, ma con cui può ancora restare, compiendo la missione in cui i suoi antenati fallirono 1000 anni prima: riunire la “ragazza nel cielo” con la madre. Non importa come tutto ciò accada, perché funziona. No? Purtroppo, la madre di Misuzu è già morta. Per fortuna, la divinità che permette a Yukito la scappatoia del corvo considera l’amore materno più potente del sangue materno, e gli episodi finali della serie (e ultima route del vidogioco) sono dedicati alla zia irresponsabile di Misuzu, Haruko, che riprendere il contatto con lei come guardiana materna, forgiando un nuovo legame d’amore che spezza la maledizione, permettendo alla “ragazza nel cielo” di morire in pace e, infine, passare al grande al di là di blu.
air13 I tre personaggi sacrificano la loro vita per combattere una maledizione, in modo che la forza magica che combatte nel loro mondo insensibile si decida a mollare. Non scopriremo mai chi o cosa fosse, ma è difficile curarsene tra pacchetti di fazzoletti. Qualunque cosa fosse, prende la decisione giusta. Lo stesso si può dire del ‘Mondo Illusorio’ di Clannad, in cui i contributi magici alla trama sono troppi da menzionare. Sono sempre presenti nella storia, ma sono passivi quasi sempre, invocati dai piccoli scatti delle nobili gesta e delle speranze sincere della brava gente della città di Tomoya. Ogni volta che si vede una sfera di luce alla deriva, sullo sfondo di una scena, si vede il dono del buon karma del mondo illusorio, come il tintinnio di una campana che segnala un prossimo angelo alato. Solo la dolce rassicurazione che qualcosa là fuori lo cerca, e attraverso speranza e persistenza, Tomoya casualmente vince il desiderato premio magico. L’amore e lo sforzo in vita delle persone della città raggiunge la massa critica quando la figlia muore poco dopo la moglie. Implora un miracolo, riprendendo il suo vecchio desiderio di non avere mai incontrato la suo amata, ed esprimendo il rimorso per aver abbandonato la figlia. Tutte le sfere passate in oltre 40 episodi (o miliardi di percorsi nel videogioco) s’illuminano convergendo, e Tomoya ha una seconda possibilità di essere padre di una Nagisa miracolosamente vegeta. A rigor di logica, non dovrebbe mai accadere, ma Maeda vuole farci credere in un mondo in cui può accadere. Vuole far credere che un buon karma può spezzare le leggi del tempo e dello spazio, anche se solo nella finzione, e vedere la sfere di luce che accompagnano i piccoli momenti magici fino a questo punto, aiuta ad abbracciare questa convinzione, almeno per Tomoya e la sua famiglia. Ciò dovrebbe accadere, anche se non è mai possibile, invogliando a battersi il petto mentre le lacrime rigano il proprio volto. Allo stesso tempo, c’è una leggera progressione nel lavoro di Maeda, in cui gli elementi magici sono leggermente più stabiliti di quanto nella trama di Clannad fossero incombenti, e questo modello si vede in Angel Beats! Nel suo mondo, in cui la magia è spesso paragonata alla programmazione, ha senso solo se anche i miracoli karmici di Maeda dalla logica contorta, ancora commuovono, con ciò intendendo che riscaldano il cuore…

Charlotte

Charlotte

Come nei mondi “reali” di Aria e Clannad, l’aldilà di Angel Beats! è frammentato ed ingiusto, anche se non dovrebbe esserlo. È concepito per essere un luogo dove le anime nel limbo trovino la pace prima di passare alla prossima vita, ma “Dio” ha abbandonato la sua creazione, lasciandone i cittadini confusi come nelle vite precedenti. Chiunque scopra da sé il vero scopo di questo mondo, non abbandona senza guida le altre anime perse. Otonashi è una di queste anime, sconvolto dall’inutilità della vita mortale, e dall’impotenza al riguardo. L’unico modo per fermare questo ciclo sarebbe introdurre una forza esterna, un “angelo della misericordia” per così dire. Si tratta di Kanade, una ragazza dai superpoteri che aiuta le anime nell’aldilà fin quando tutti gli altri personaggi vi arrivano. Dopo essersi innamorato di lei e saputo della sua vita, Otonashi diventa partner di Kanade nell’anima-terapia dei personaggi che li circondano, e ne è sempre più contento. Ma Kanade non è qui per motivi divini; è qui come scappatoia. Può salvare Otonashi perché la sua vita “non vissuta” le ha permesso di viverci prima. Pur avendo una vita soddisfacente sulla terra, viene spedita nell’aldilà degli adolescenti perduti, potendo così ringraziare la persona che letteralmente le ha dato il cuore. Otonashi era un donatore di organi, e il suo cuore è nel petto di Kanade. Nella sua attesa, diventa la chiave per reimpostare e correggere l’aldilà, permettendo ai due piccioncini di salvarsi nel tempo e nello spazio, concedendo una salvezza esponenziale al resto del cast, e facendo lacrimare ancor più gli spettatori di quanto dovrebbe la “fatidica contorsione del trapianto di cuore”. (Non giudico, questo è il momento in cui Maeda mi ha colpito nei sentimenti più duramente), E’ emotivamente potente perché, proprio come tutte le altre vittorie karmiche, non è una coincidenza. Il sacrificio accidentale di Otonashi ha insegnato a Kanade che “la vita può essere meravigliosa”, così compiendo un sacrificio propositivo per dimostrare a lui (e a molti altri) la stessa cosa.
Bene, Jun Maeda non potrebbe fa piangere tutti. Se una storia tocca le corde del cuore di qualcuno nel modo sbagliato, il rifiuto di solito è violento. A nessuno piace sentirsi manipolato, in particolare nel sentirsi tristi, così le critiche al suo lavoro sono spesso altrettanti feroci dell’affetto per esso. (La maggior parte ruota sull’assenza di spiegazioni concrete degli innumerevoli miracoli su cui queste storie si basano). Ad ogni modo, sicuramente fa qualcosa di giusto. Una combinazione mistica tra commedia dolce, bella musica, ingiustizia della vita e bontà dello spirito umano, riunendo tutti. Nei momenti chiave più perfettamente strappalacrime, i dettagli non contano tanto. Infatti, quando in Charlotte si ha la spiegazione concreta degli elementi magici, molti spettatori espressero delusione e demotivazione, invece. In realtà ho difficoltà a trovare esempi strappalacrime nel Charlotte di Maeda, perché è diverso da ogni lavoro precedente, spesso più interessato ai dettagli della trama che a sguazzarvi emotivamente. Che ne pensate? Charlotte soddisfa le vostre aspettative dal maestro della tristezza moe? Ne prova la crescita come scrittore, o solo si allontana da suoi punti di forza? Diteci cosa ne pensate nei forum!

Otonashi e Kanade

Otonashi e Kanade

*Angel Beats! tecnicamente fu prodotto per accompagnare un romanzo visuale dallo stesso nome, ma poi il gioco richiese lavoro per ben oltre cinque anni, rendendo il successo incredibile dell’anime in Giappone un fatto a parte. Non ci sono piani per visual novel di Charlotte. Forse la Key ha imparato qualcosa dalle difficoltà di Angel Beats!, causate da un videogioco dalle folli ambizioni (route per 19 personaggi da combinare in qualsiasi ordine per avere risultati completamente diversi ad ogni riavvio del gioco)?

Charlotte

Charlotte

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’industria automobilistica della Corea Democratica

Passione e Tecnica al servizio del popolo
Luca Baldellimail-11Chi osserva la Corea democratica oggi, con sguardo disincantato e obiettivo, vede un Paese resuscitato economicamente dopo i durissimi anni ’90, segnati da inondazioni e siccità a catena che misero in gravi difficoltà una terra caratterizzata dal prevalere dei rilievi montuosi, stretta e in molti punti sovrappopolata, oltre che sottoposta ad embargo dagli strozzini del capitalismo mondiale. Solo la salda guida del Partito Comunista e la più ampia partecipazione popolare, fondata sugli istituti dell’autogoverno, ha consentito al Paese di risorgere a nuova vita, archiviando difficoltà alimentari e fenomeni di penuria indubbiamente presenti, anche se oscenamente ingigantiti dalla propaganda capitalista e da quella egualmente interessata e mendace di alcune ONG. Oggi la Corea democratica, con tutti i suoi problemi, che nessuno nega e che anzi il Governo mostra senza censure, proprio per mettere chiarire i punti di partenza nella grande opera di risanamento intrapresa, è un Paese proiettato verso i più alti traguardi di progresso, benessere e stabilità. L’imperialismo non a caso ha messo e mette costantemente questo Paese nel mirino.
Pianeta nordcoreano: si dovrebbe utilizzare questa espressione, tali e tante sono le sfaccettature di questa terra ostracizzata, censurata dai media o demonizzata dagli stessi senza ritegno. Uno degli aspetti meno noti del caleidoscopio nordcoreano è senza dubbio,l’industria automobilistica e degli automezzi in generale. Una realtà “nascosta” non da osannare, né da celebrare acriticamente, ma certamente da conoscere. In tanti balzeranno sulla poltrona, a sentire che l’industria automobilistica nella Corea popolare e socialista è nata prima di quella sudcoreana, con le sue blasonate Hyundai, Kia, SsangYong Motor Company e via elencando.

Il debutto – la fabbrica di motori di Tokchon, una lunga serie di successi
sungri_58_ka_uitsnijding Correva l’anno 1950, quando venne fondata la Fabbrica di Motori di Tokchon. Il colosso non nacque certo sotto i più rosei auspici: le fondamenta furono gettate nel turbinio di una tesissima situazione internazionale, con l’attacco imperialista e una guerra devastante che si protrarrà fino al ’53, recando distruzioni inenarrabili (il 25% della popolazione nordcoreana vi perse la vita). Nel ’51 sarebbe potuta già uscire la prima serie di autovetture, ma il conflitto obbligò a posticipare i piani… Nel 1958, dai 600000 metri quadrati dello stabilimento (7 volte la superficie della struttura del Lingotto di Torino, tanto per rendere l’idea) uscì il primo prodigio: l’autocarro “Sungri–58”. Un nome che sancì efficacemente, a mò di metafora, gli immensi sforzi profusi per la ricostruzione del Paese e il riavvio della sua industria: Sungri, in coreano significa infatti “Vittoria”. Concepito sul modello del GAZ–51 sovietico, aveva una struttura più leggera, specie nelle sospensioni e in alcune altre parti meccanicge. Resistentissimo, affidabile come pochi suoi omologhi, il “Sungri–58” compensava con queste doti gli alti livelli di consumo. La fortuna di questo autocarro, in un contesto di economia pianificata, fu grande e incoraggiò lo studio, la produzione e la diffusione di altri modelli, egualmente pregevoli (se non più): il “Sungri–60”, possente camion concepito con 6 ruote motrici, capace di 10 t di carico utile, prediletto dall’Esercito e onorato in ambito filatelico con un francobollo ad esso dedicato; il “Sungri–61”, simile al “Gaz–63” sovietico, un 4×4 all’avanguardia; il “Sungri/Jaju-64”, autocarro 6×4 con cassone ribaltabile e motore diesel, basato sul sovietico KrAZ 256, costruito per 18 anni fino al 1982, anno in cui venne lanciato il “Sungri/Jaju-82”, autoveicolo multifunzionale con carico utile di 10 t e dotato anch’esso di motore diesel.
La fabbrica di Tokchon (la Tokugawa che respinse gli occupanti imperialisti giapponesi) si specializzò non solo negli ordinari autocarri, pur sempre solidissimi e con un tasso di affidabilità largamente superiore a quello di tanti veicoli occidentali, ma sfondò pure nel settore dei dumpers, i giganteschi camion da cava e da cantiere, con elevatissima capacità di carico e duttilità d’impiego anche in ambito militare. Nel 1970, dalla catena di montaggio uscì il primo esemplare del “Sungrisan/Konsor-25”, autocarro da 25 tonnellate, in seguito costruito dalle “Officine 30 Marzo”, le stesse che nel 1982 metteranno in commercio il ciclopico “Konsor 100”. Nel 1979, fu la volta del “Kumsusan”, un gigante da 40 tonnellate, moderno in ogni componente. I progettisti e le maestranze di Tokchon conseguirono un tale livello di specializzazione e di acquisizioni che, pur optando quasi sempre per la produzione di veicoli su licenza di ditte sovietiche ed occidentali, al fine di contenere i costi e guadagnare rapidamente terreno, misero comunque a punto anche vetture di tutto rispetto, assolutamente concorrenziali, in linea di principio, con quelle delle più rinomate case mondiali, i cui modelli vennero certamente presi ad esempio e riprodotti, ma sempre riadattati ai gusti e alle necessità nordcoreani, mai pedissequamente copiati, specialmente nella meccanica. E’ il caso della “Jaju”, automobile confortevolissima a 5 posti, simile alle prime “Passat” ma con sostanziali modifiche rispetto al modello ispiratore; è il caso della “Paektusan”, assimilabile ai più lussuosi modelli della Mercedes prodotti negli anni ’70, ma anche della “Kaengsaeng-88” (“Rinascita-88”, in lingua italiana), sorella della Mercedes 190, status simbol degli anni ’80. Facendo un passo indietro, non possiamo non menzionare il primo modello di autovettura: la “Achimkoy” (“Fiore del Mattino”), prodotta sulla base della sovietica GAZ M–20 Pobeda, in pochissimi esemplari. Che dire poi delle jeep e dei pick up? Nemmeno i fuoristrada e i cassonati si situarono fuori dall’orbita dei costruttori di Tokchon: ecco arrivare nel 1968 il “Kaengsaeng”, ibrido tra il veicolo militare sovietico GAZ–69 e un normale fuoristrada, prodotto in seguito dalle “Officine Automobilistiche Pyongsang”. Accanto a questo modello, non possiamo dimenticare il “Sungri 4.25”, pick-up eccezionalmente affidabile e versatile.

Sungrisan/Konsor-25

Sungrisan/Konsor

Autobus, trolleybus e tram: l’industria nordcoreana al servizio del trasporto pubblico
chollima_9-25_bijsnijding Il trasporto pubblico è, per deliberata scelta del Partito e del Governo, da sempre prioritario negli investimenti e negli orientamenti programmatori del socialismo nordcoreano. Chi visita la Corea Democratica, chi su di essa si fa una cultura consultando riviste, attingendo a contributi filmati, navigando nelle acque non sempre fauste di Internet, può rendersi conto di quanto sia sviluppata in questo Paese la rete del trasporto pubblico in ogni città e, in particolar modo nella capitale Pyongyang. Una metropolitana efficiente, oltre che esteticamente sublime; trolleybus che vanno e vengono carichi di gente; autobus moderni, a volte fiammanti, che a frequenza regolare e intensa percorrono le arterie stradali di tutta la Nazione; tram che sferragliano e treni che trasportano giorno e notte persone e merci. Queste “prove visive”, oltre ad attestare un’incontrovertibile verità, ovvero il carattere capillare e qualitativamente elevato del trasporto pubblico nordcoreano, raccontano pure di una storia gloriosa e complessa, quella dell’apparato industriale che ha progettato, concepito, messo a punto e commercializzato i mezzi pubblici che, quotidianamente, in tutto il Paese, permettono a milioni di persone di spostarsi agevolmente. Nel firmamento dell’industria dei mezzi pubblici di trasporto, una delle stelle che brillano maggiormente è la “Fabbrica di bus di Chongjin”, fiorente cittadina portuale della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Dalle sue officine, dislocate su 82000 mq e forti di 1300 addetti, sono usciti degli ottimi mezzi: il “Jipsan 74”, trolleybus prodotto dal 1974 al 1989, con linea sapientemente aerodinamica, affiancato negli anni da altri modelli di grande successo, come i Jipsan “77”, “82”, “85” (articolato), “86” e “88”, a testimoniare il dinamismo e l’efficienza dell’azienda.
Nelle stesse officine, nel corso degli anni, sono stati forgiati modelli quali “Hongnyonjunwi” e “Chongjin”, trolleybus solidi e confortevoli. Il primo è una riedizione del cecoslovacco “Karosa C 734” e, tradotto in italiano, suona così: “Avanguardia giovanile”. Ha un peso di 10,2 t e 33 posti a sedere (100 compresi quelli in piedi). Prodotto dal 1996, si nota di frequente per le vie e le piazze di Pyongyang e di altri centri. Il “Chongjin” invece, anch’esso funzionale e con eccellenti prestazioni, è un omaggio alla Città che gli ha dato i natali, Città di 350000 abitanti circa che, tanto per contraddire i pennivendoli e i superficiali che parlano di Pyongyang come “vetrina”, fuori dalla quale esisterebbe il nulla, o meglio l’età della pietra rediviva, ospita una rete di filobus (o trolleybus che dir si voglia) di ben 35 km, con 4 linee e 100 mezzi. Roma, lo diciamo a beneficio di pseudoesperti e persone invece desiderose di informarsi obiettivamente, con il suo status di Capitale d’Italia, con quasi tre milioni di abitanti, può vantare una sola linea di filobus della lunghezza di 11,5 km, la “90 Express” che collega a Stazione Termini con Largo F. Labia. Vi sono altre due linee, invero.. in costruzione da svariati anni e mai ultimate, nella migliore tradizione italica!
Il prodigio più grande, però, che mostra anche agli increduli lo spessore dell’industria nordcoreana, è appannaggio delle “Officine dei Trolleybus di Pyongyang” ed è il filobus articolato “Chollima 9.25” (“Chollima” è il cavallo alato equivalente di Pegaso, nel mondo della mitologia e della tradizione coreana e asiatica). Prodotto dal 1963 al 1965, diversi suoi esemplari erano ancora in funzione almeno fino a 9/10 anni fa. A Pyongyang ne circolava uno con la bellezza di 3000000 di km sul groppone, perfettamente tirato a lustro e privo anche del più ineziale graffio. Lungo 13,6 m, con 120 posti per i passeggeri, il “Chollima 9.25” è senz’altro tra i migliori mezzi al mondo nel suo genere. Il mitico cavallo alato asiatico è poi anche eponimo, in compagnia di varie cifre, di altri filobus: il “70”, il “72”, il “74” e l’“84”. Tra gli autobus, impossibile non nominare il possente articolato “Kwangboksonyon”, in compagnia di tutti i minibus “Chollima” e affiancato da una flotta di bus e filobus ungheresi di importazione, i celebri “Ikarus”. Negli anni ’80 e ’90, per risparmiare sulle importazioni di greggio (assai onerose per un Paese emarginato dal sistema imperialista e anzi stretto nelle morsa dei boicottaggi economici), il Paese si specializzò nella produzione di “generatori di gas” per camion e autobus, funzionali “caldaie” per mezzi di trasporto, alimentate da legna, carbone o sostanze infiammabili sostitutive del gasolio. Nel 1996, 3/4 del parco camion esistente nel Paese usufruiva di tali generatori. Con il mutare della situazione mondiale, l’assistenza della Russia e di altri Paesi, il petrolio e il metano hanno guadagnato spazio nel sistema di approvvigionamento dei mezzi di trasporto.

Kwangboksonyon

Kwangboksonyon

L’automobile nordcoreana nel 2000. Problemi e prospettive
pyeonghwa-motors-logo Nell’aprile 1999, i mezzi di comunicazione salutarono con soddisfazione e compiacimento la fondazione della joint–venturePyeonghwa Motors”, formata con l’apporto del cartello nordcoreana “Ryonbong” (colosso attivo nell’esportazione di metalli, minerali e macchinari, con filiali in molte parti del globo) e della sudcoreana “Pyonghwa Motors” di Seul, proprietà del Reverendo Moon, grande affarista e mistico, fondatore della Chiesa dell’Unificazione, da molti ritenuta contigua alla CIA. Il 70% del capitale fu conferito dai sudcoreani, mentre il 30% venne stanziato da Pyongyang. La joint-venture, nata con la missione di potenziare la produzione di automobili in Corea Democratica, con una proiezione commerciale estesa a tutta l’area asiatica, fu la prova provata della rinascita del Paese dopo il difficilissimo periodo del ’95–’97 segnato da calamità naturali a ripetizione, fronteggiate eroicamente senza quasi alcun aiuto dalla comunità internazionale, più impegnata ad inventare storie macabre quanto irreali di carestie medievali e orrori, che non ad aiutare concretamente un popolo eroico e indomito. Gli studi di progettazione della “Pyeonghwa” e i reparti, tutti presidiati da maestranze altamente qualificate, hanno sfornato, nel corso degli anni, diversi modelli di autovetture, con notevole successo, checchè ne dicano i detrattori e i disinformatori di professione. A proposito di questo capitolo, si è parlato di cifre inverosimili, relativamente alla produzione annuale: Erik Van Ingen Schenau, autore di “Automobiles Made in North Korea”, ha parlato di 400 esemplari prodotti nel 2005, mentre per il 2009 alcuni hanno avanzato la cifra di 650 esemplari venduti. Cifre basse, troppo basse non solo per il comune buonsenso, ma anche per le molto più prosaiche ragioni di profitto dei partner privati sudcoreani che, fosse stato vero quell’andamento del mercato, avrebbero da tempo gettato la spugna e restituito libri e carte ai loro soci di Pyongyang. Infatti, gli stessi uffici di Seul della “Pyeonghwa” hanno offerto, per il solo 2011, numero ben diversi: 1450 automezzi, tra vetture e minibus, venduti solo nell’area della Capitale Pyongyang. Con un semplice calcolo induttivo, e sempre tenendo presente che nella Capitale si concentra la gran parte del commercio di autoveicoli, si può immaginare quale sia l’entità del volume d’affari dell’industria automobilistica nella Corea Democratica. Il Governo nordcoreano è stato accusato di voler celare, per principio, i dati su produzione e vendita di autovetture ed automezzi in generale. Un’accusa, questa, del tutto gratuita e destituita di fondamento; la normale riservatezza e la prudenza nordcoreana sono state motivate e condizionate piuttosto dalla non sempre trasparente condotta dei soci di Seul, desiderosi di profitti immediati più che di investimenti in grado di far crescere le economie del nord e del sud, con un crescente interscambio benefico per tutti, sul medio periodo. Aggiungiamo poi un elemento non trascurabile: in un Paese sotto assedio, certi dati, come la consistenza del parco auto, la lunghezza delle reti ferroviarie, la produzione in settori industriali delicati, equivalgono a informazioni di rilevanza strategico–militare: divulgarli con troppa disinvoltura, significherebbe compromettere la sicurezza del Paese… Ma questo, certa stampa, quando ne è al corrente, fa finta di non saperlo! Ad ogni buon conto, dagli stabilimenti “Pyeonghwa”, costruiti con uno sforzo finanziario pari a 55 milioni di dollari, hanno fatto la loro sortita, nel corso degli anni, diversi modelli di pregevole fattura e alte prestazioni. Se si guarda alla motorizzazione privata, in costante crescita (c’è chi parla ormai di 300000 auto private in circolazione, ma sono solo stime…), le strade nordcoreane, per quanto infinitamente meno intasate di quelle delle principali metropoli mondiali, sono percorse in gran parte da esemplari simili ai SUV e modelli dall’elegante design, richiamante le linee della “Mercedes”, dell’“Audi” e delle ammiraglie asiatiche più in voga. Ciò, oltre ad attestare un crescente benessere popolare (non si tiri fuori la storia delle élite, perché questa comprende, al massimo, 2-3000 persone in tutto il Paese), è segno del livello tecnico afferente all’industria delle automobili della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Rarissimo vedere un’utilitaria di ridotte dimensioni; al massimo, si nota qualche “Dacia”, qualche “Lada” e delle vecchie “Volvo” importate in oltre 1000 esemplari dalla Svezia negli anni di Kim Il Sung (quando il Paese, a detta di alcuni Pinocchietti, era “impenetrabile” ed “ermeticamente isolato”). L’automobile del 2000, nella Corea Democratica, è lussuosa, confortevole, un salotto viaggiante. Non c’è spazio per modelli “da battaglia”. Non solo: la “Pyeonghwa” commercia anche, con posizione monopolistica, vetture nuove e usate in Asia, specialmente nel Vietnam, dove la compagnia “Mekong Auto”, attiva dal 1991, ogni mese aumenta le proprie ordinazioni, con telefoni, telex ed e-mail roventi tra Ho Chi Minh e Pyongyang. Vediamo, rapidamente, alcuni modelli frutto del lavoro delle officine della “Pyeonghwa”.
http-_mashable-com_wp-content_uploads_2015_10_nkcar3 Nel 2002, fu la volta della “Hwiparam I” prodotta sulla base della “Fiat Siena” fino al 2006. Cinque marce, 180 km/h di velocità massima, si presenta tuttora come un modello affidabile, relativamente accessibile, contenuto nei consumi e per niente passato di moda nella concezione. La “Hwiparam II” e la “Hwiparam III”, prodotte dal 2007 al 2010 sulla base di modelli dell’industria automobilistica cinese, rappresentano un passo in avanti eccezionale, sul piano estetico e delle prestazioni. La “Peokkugi 1”, del 2003, rappresenta la versione nordcoreana della “Fiat Doblò”, mentre la “Peokkugi 2”, uscita nel 2004, è un vero e proprio SUV, ripreso dal modello cinese “Shuguang” 4×4, ma con variazioni rilevanti nella linea. A toccare le vette del lusso però è la “Junma”, prodotta a partire dal 2005 con la linea della “SsangYong Chairman” sudcoreana, a sua volta molto simile ai modelli “Mercedes”. Queste vetture hanno dei prezzi non certo molto accessibili, se giudicati “sulla carta”, ma se calcoliamo che per decenni il risparmio delle famiglie nordcoreane è stato elevatissimo, dato il costo della vita assai contenuto e l’assoluta gratuità di molti servizi vitali, allora possiamo ben dire che una fetta consistente della popolazione può potenzialmente garantirsi l’acquisto di un’automobile. In tal senso, quali sono i fattori frenanti? Innanzitutto, l’efficienza ammirevole dei trasporti pubblici, che rendono del tutto opzionale il rivolgersi al mercato delle autovetture private; in secondo luogo, si cerca di “proteggere” questa prevalenza del trasporto pubblico per contenere i fattori di costo in ambito economico–commerciale, specie in relazione con l’approvvigionamento sempre più problematico di combustibili a livello planetario (stiamo pian piano scontando la carnevalata consumista, tra guerre, crisi e andamento a singhiozzo delle attività estrattive). Infine, l’incremento della motorizzazione privata pone, in uno Stato etico come la Corea Democratica, problemi e questioni che uno Stato capitalista bellamente ignora o nega in via di principio, legittimando solo il pendolo della domanda e dell’offerta: condurre un’autovettura, implica, nella visione della Repubblica Democratica Popolare, una responsabilità sociale in termini di scelte economiche, comportamenti, cura della sicurezza complessiva della popolazione. La Corea Democratica non vuole ritrovarsi con migliaia di vite spezzate in incidenti, con code e ingorghi quotidiani di ore ed ore, come quelli visibili in tutte le metropoli occidentali, con fenomeni di inquinamento oggi felicemente sconosciuti. Aggiungiamo poi altri elementi: la scuola di guida, nella Corea Democratica non è, per le ragioni sopra esposte, il prodigo munifico patentificio che a volte (senza generalizzare) è dalle nostre parti. Essa è una fucina formativa di responsabilità civile, sociale e di arricchimento culturale. Essa dura un anno e trasmette a chi la frequenta non solo nozioni teoriche, ma anche pratiche su manutenzioni e riparazioni dei veicoli. Le commissioni mediche, poi, sono attentissime e assai rigorose nel valutare i candidati alla patente: patologie invalidanti e gravide di pericolose conseguenze per l’automobilista e per gli attori del traffico nel loro complesso (non parliamo di handicap motori, bypassabili, in tale contesto, con particolari accorgimenti tecnici), non sono ammesse. Chi frequenta la scuola guida si ferma un anno a Pyongyang in uno speciale convitto, se proviene da lontano, e impara che guidare non è un vezzo borghese, come in occidente, ma un privilegio e una funzione carica di conseguenze e di significati in ambito collettivo. Si è assai inflessibili, ad esempio, con chi fa concorrenza sleale ai taxi statali, trasportando abusivamente persone con la propria autovettura. Allo stesso tempo, però, si consente a chi è patentato, ma non dispone di auto propria, di noleggiare vetture del parco macchine statale. Addirittura, il noleggio si trasforma in una sorta di comodato d’uso, qualora l’automobilista accetti di assumersi l’onere del carburante e delle eventuali manutenzioni per un periodo prolungato. Insomma, l’auto nella Corea Democratica non è la perfetta sconosciuta che qualcuno vorrebbe dipingere, ma non è nemmeno un bene consumisticamente dominante: è un vanto nazionale, il frutto del lavoro libero e gioioso della popolazione, in una società socialista che alloca servizi e redditi in base a meriti, bisogni e aspettative.

Hwiparam 1610

Hwiparam 1610

Riferimenti:
Sito della “Pyeonghwa
Erik Van Ingen Shenau: “Automobiles made in North Korea”. Dello stesso autore è utile e stimolante consultare il sito da egli stesso curato, che riassume l’intero contenuto del libro, difficilmente reperibile.

‘Il Tuo Nome’, Makoto Shinkai potrebbe essere il prossimo grande nome degli anime

Mark Schilling, Japan Times, 31 agosto 2016GwmpSuVGli animatori giapponesi hanno buone ragioni per odiare l’etichetta “nuovo Miyazaki”, ovveroa successore del genio dell’animazione Hayao Miyazaki, ritiratosi dalla scene nel 2013. In primo luogo, fa credere ai fan che i loro film siano simili, o imitazioni, di quelli del Maestro. In secondo luogo, le cifre al botteghino saranno confrontate con quelle di Miyazaki, giunte ad altezze stratosferiche cui pochi rivali o successori si sono mai avvicinati. Quindi, ecco un messaggio di Makoto Shinkai (vero nome Makoto Niitsu), tra i più importanti dei “nuovi Miyazaki”, il cui ultimo film, “Il Tuo Nome” (Kimi no nawa), è distribuito da Toho, la stessa società che ha gestito i successi di Miyazaki. Tuttavia, l’uscita a fine agosto non è proprio paragonabile al culmine nei botteghini di metà luglio, una volta regolarmente riservato ai capolavori di Miyazaki. Animato con una miscela splendida di dettagli realistici e fantastici radicati nelle emozioni, rendono il paragone con Miyazaki non assurdo, i film di Shinkai, compreso il suo capolavoro del 2007 “5 centimetri al secondo” (“Byosoku 5 Senchimetoru“), mostrano una sensibilità più romantica che non Miyazaki, con storie di giovani amanti invece che di giovani eroine coraggiose che il Maestro pone in varie missioni. “Il Tuo Nome”, dal titolo e storia che riecheggiano un famoso radiodramma e una trilogia cinematografica del dopoguerra (1953-1954) sugli amanti sfortunati, è l’ultimo della serie. Tratto da una sceneggiatura originale di Shinkai, il film si concentra su due adolescenti: Mitsuha (doppiato da Mone Kamishiraishi), una ragazza che vive infelicemente in campagna, e Taki (Ryunosuke Kamiki), liceale di Tokyo appassionato di architettura.

Makoto hinkhai s Mosca nel 2013

Makoto Shinkai a Mosca nel 2013

Non sorprende nessuno che abbia mai visto un Seishun eiga (dramma giovanile) giapponese, che i due siano destinati ad incontrarsi, ma nel film ciò si compie in modo insolito, per non dire altro: si scambiano i corpi in sogno (come nella trama di Nobuhiko Obayashi “Io sono Te, Tu sei Me” (“Tenkosei“, 1982) che diede uno sguardo straordinariamente progressivo nello scambio di genere per l’epoca, ma senza sogni di sorta). Il film di Shinkai è anche, in realtà abbondando, una commedia su imbarazzo e disagio adolescenziali, con Mitsuha mutatosi in Taki, che si ritrova ad usare il “watashi” (io al femminile) sorprendendo gli amici e armeggiando sul genere appropriato “ore“. Queste e altre gag sono abbastanza gradevoli, ma come lo sono anche quelle in decine di sit-com televisive locali. Il film, tuttavia, segue la coppia nello scambio di genere anche con una serietà tenera, che è unicamente di Shinkai, mentre lottano con situazioni strane e aspirazioni estranee. Scambiandosi note e persino litigando. Naturalmente, una volta che le cose arrivano a questo punto, sappiamo che l’amore fiorirà. Ma al cuore del mistero della storia vi è una cometa da una volta-ogni-mille-anni che appare nei cieli un mese prima dell’inizio della storia. Presagiva il castigo per il nascente rapporto della nostra coppia?
p11-schilling-your-a-20160901La trama ha molti colpi di scena, pur concentrandosi sui destini di Taki e Mitsuha. Personaggi di contorno come Miki (Masami Nagasawa), sexy e mondana senpai del Taki bar, dove lavora part-time, la nonna di Mitsuha (Etsuko Ishihara) e la sorellina no-nonsense (Kanon Tani), evidenziano soprattutto personalità e dilemmi (come il dilemma posto dalla sovrapposizione imbarazzante di Taki su Miki). Ma, al culmine del climax del dramma, con un cielo dall’abbagliante eruzione di colori e luce, “Il Tuo Nome” si tramuta nel sogno che quasi tutti hanno qualche volta, l’amante troppo perfetto, l’incontro troppo breve e il finale troppo brusco, con la beatitudine che si dissolve nel nulla mentre la veglia prende piede. Eppure qualcosa rimane, un ricordo, per quanto vago, del paradiso. “Il Tuo Nome” lascia qualcosa come una miscela di pathos doloroso e barlume di bellezza ultraterrena, davvero memorabile. Miyazaki non avrebbe realizzato questo film, Makoto Shinkai sì. Si spera, almeno, che perda il titolo di “nuovo Miyazaki” per sempre.kiminonawa01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ohirune Universe

Yuru Yuri Nachuyachumi!+: Ohirune Universe

Nashya-chan: come distruggere con un tratto di matita la propaganda BAO (Blocco Americanista-Occidentalista)

Alessandro Lattanzio, 26 marzo 2014

Natalia_Poklonskaya_by_phanc002Con la nomina del nuovo procuratore generale della Repubblica Autonoma di Crimea, Natalija Pokhlonskaja, Mosca infligge un notevole colpo alla propaganda mediatica occidentalista-hollywoodiana rappresentata dall’orridume delle Femen, le cubiste dell’imperialismo del XXI secolo, che i loro referenti e mandanti (e mezzani), Radio Free Europe/Liberty (ovvero la CIA) e George Soros, finanziatore di ogni golpe colorato mascherato da carnevalata giovanil-democratica, nonché loro agente presso i mass media occidentali, soprattutto presso organi come MTV (finanziata da Soros stesso) e RAI3/TG3, utilizzano per spacciare in modo mirato e sistematico presso il pubblico o segmenti specifici del pubblico occidentale, la paccottiglia vomitata dai ‘pensatoi’ massmediatici anglosassoni. La pornografia integralista rappresentata dalle Femen, affiancata da un invertitismo sessuale/di genere elevato a modello totalitario di vita, sono le ultime armi mediatiche impiegate dall’industria della disinformazione occidentale/occidentalista. Armi, però, spuntate, poiché ideate per un pubblico esclusivamente occidentalista dal pensiero ottusamente occidento-centrico di cui sono preda le dirigenze atlantiste, della NATO e dell’UE,  impedendogli antropologicamente di comprendere che presso la vasta maggioranza del resto del mondo, al di fuori dei confini dei salotti più o meno alternativi della NATO/UE, le Femen vengono percepite semplicemente per quel che sono, delle prostitute, mentre il discorso integralista sull’omosessualità militante e interventista non può scalfire di certo gli ambiti socio-culturali esterni al Non-mondo occidentale. Si pensi ai viados e ai transgender presenti e accettati in realtà come il Brasile o la Thailandia. Figurarsi quale sconvolgimento potrebbero mai procurare in queste regioni le chiacchiere sul ‘matrimonio per tutti’ e altra consimile réclame televisiva. E in certe regioni, in Africa od Oceania, per esempio, merito anche dell’ideologia religiosa americanista spacciatavi, essere di gusti sessuali alternativi è realmente un gravissimo rischio.
Tornando su Nashya-chan, infatti, il fenomeno che in questi giorni la vede oggetto dell’interesse degli ‘otaku’ di tutto il mondo è merito, non a caso, dei giapponesi, che nonostante la presenza materiale degli USA nel loro Paese, sono riusciti a produrre un sistema massmediatico e culturale nazional-popolare autenticamente indipendente e distinto dalla macchina disinfo-mediatica di Hollywood.
Se l’imperialismo culturale americanista ha deciso d’incentrare il proprio apparato sull’immagine ‘realistica’ degli esseri umani (o meglio, sulle figure degli attori che interpretano film, telefilm, soap opera), in realtà riflettendo solo una stilizzazione oltraggiosamente appiattita e schematica dal gretto scopo utilitaristico, nemico/amico, american/unamerican sul piano politico, o per segmenti di mercato sul piano economico; in Giappone, invece, si è deciso di puntare sull’animazione. Sebbene la potente industria degli Anime del Giappone sia nata negli anni ’60, essa si basa su un retaggio ultrasecolare. In Giappone è assai diffusa la produzione dei Manga, la formula locale dei fumetti occidentali, ma dal carattere assai più libero e democratico poiché non si tratta soltanto si usufruire della produzione, ma di parteciparvi direttamente. Gli autori di Manga in Giappone sono migliaia; e a migliaia si cimentano nella realizzazione di tali serie non solo nel disegno dei personaggi, ma anche nella sceneggiatura e nella elaborazione caratteriale dei personaggi, spesso, quasi sempre, molto più profondi e umani delle macchiette hollywoodiane spacciate dai media occidentalisti. Umani a una dimensione contro personaggi disegnati che assumono quadridimensionalità grazie ai loro creatori ed autori, che come detto, sono gli eredi di una pratica ultrasecolare. Il Giappone dal 1608 al 1868 visse in pace, senza partecipare a guerre o subire particolari tumulti. I samurai, disoccupati, quindi iniziarono a posare la katana per dedicarsi ai libri, a studiarli e a scriverli. La lettura divenne un’occupazione nazionale e popolare. Ed oggi, come già indicato, questa tradizione si riflette sugli autori di Manga (i mangaka); e i Manga a loro volta sono alla base del 90% degli Anime (le animazioni) prodotti in Giappone. Come detto, l’imponente industria dell’animazione giapponese nacque negli anni ’60, anche con un indiretto imput sovietico, ma è esplosa nel 1995, quando l’industria subì un notevole processo di ristrutturazione, infatti da allora sono stati prodotti oltre 3000 serie di Anime, su un totale di circa 6000 serie prodotte in 50 anni.
E Nashya-chan, Natalija Pokhlonskaja, che c’entra?
Natalia-Poklonskaya6x Quasi sempre, le protagoniste oggettive e soggettive dei Manga/Anime sono le ragazze, le donne. Ovviamente la donna concepita nel pur moderno Giappone contemporaneo, difficilmente riflette l’idealtipo occidentalista, men che meno oggi, anche nei casi più estremi, quando si tratta perfino di guerriere terrestri o aliene, soldatesse di eserciti immaginari, o meno, raffigurate nella panoplia quasi infinita di caratteri e generi presenti nella produzione dei Manga/Anime: in sostanza il personaggio, donna, ma anche uomo, perfino nelle controfigure malvagie, viene sempre tenuta nell’ambito della dimensione umana, al contrario dei personaggi-monstre hollywoodiani. Quindi, una figura come il Procuratore Generale di Crimea Natalija Pokhlonskaja, non poteva non attrarre l’interesse dei mangaka del lontano Giappone dal tradizionalismo futuristico. L’aspetto di donna in divisa, con poteri, ma che apparendo con netta immagine di donna, resta nella sua dimensione umana. E’ questo che ha intrigato la produzione nazional-popolare giapponese, riflessa poi sul sempre più ampio pubblico mondiale dei Manga/Anime. Una fortuna che riguarda l’estranea Pokhlonskaja e che invece ignora le laide professioniste dell’immagine quali Femen, Madonna, Lady Gaga o Mily Cyrus, il cui squallore mai concederà loro l’onore di divenire acclamati personaggi dell’universo Manga/Anime. Quindi non a caso proviene dall’oriente questo notevole colpo mediatico del mondo multipolare, oramai sempre più esausto dell’invasione mediatico-disinformativa hollywoodiano-atlantista.

Il viso fresco di Poklonskaja, che parla alla stampa circondata da microfoni ha ispirato i fan-art giapponesi e russi. La maggior parte delle immagini sono disegnate nello stile manga enfatizzandone grottescamente l’aspetto “simpatico” o “kawaii” di Pokhlonskaja. Dopo la prima apparizione sul repository mangaka giapponese Pixiv, le immagini si sono diffuse viralmente sui forum RuNet e imageboards, come Pikabu.ru, ispirandone varianti memetiche.
_natalia_poklonskaya__by_mikhailn-d7babnu L’11 marzo 2014, Pokhlonskaja è stata nominata Procuratore Generale della Repubblica Autonoma di Crimea e alla prima apparizione a una conferenza stampa definì i golpisti ucraini “diavoli di cenere“; il video venne caricato su YouTube. Non sapeva che avrebbe fatto sensazione su Internet, durante quella notte e nel lontano Giappone, dove non capendo una parola di ciò che diceva, sarebbe stata ammirata non per quello che era diventata, ma per come appariva. Infatti, il 13 marzo, il video venne ricaricato sul canale giapponese YouTubi News, ricevendo così 228000 visualizzazioni e 120 commenti nei primi quattro giorni. Il 15 marzo, il notiziario giapponese RocketNews24 postò diverse foto di Pokhlonskaja e riferì del fandom sul pubblico ministero formatosi tra i netizen giapponesi. Il 16 marzo, su Lowyat Forum venne creato un thread su Pokhlonskaja, indicandola come “nuovo procuratore sexy di Putin“, e il giorno seguente sulla pagina Facebook della comunità venne lanciata la pagina dal titolo “Natalia Poklonskaya“, con numerose foto ed illustrazioni del procuratore di Crimea. Nelle prime 20 ore, la pagina raccolse 1400 mi piace. Il 18 marzo, un thread su Pokhlonskaja fu creato nella pagina internazionale di 4chan la più importante comunità anglofona online del Giappone, con oltre 700000 messaggi al giorno emessi da circa sette milioni di visitatori quotidiani. “È assai più probabile vedere vecchi stoici con impressionanti uniformi sedersi dietro dei microfoni durante le conferenze stampa del mondo reale, piuttosto che attraenti giovani donne ai vertici militari/governativi, molto più abbondanti nel mondo degli anime. Nelle ultime stagioni ne abbiamo viste molte:
Premier New JOIR Sashinami Shouko (Valvrave)
Ammiraglio Ridgett (Suisei no Gargantia)
Tenente/Capitano Vicecomandante in capo Amane (Majestic Prince)
Direttrice Chouno Ami (Girls und Panzer)
Tenente Takamura Yui (Muv-Luv Alternative)”
Ma anche l’ex-premier ucraina Julija Timoshenko ebbe l’onore di esser oggetto di un anime, nel ruolo di boss mafioso:tymosh-animeFonti:
Rabujoi
Know Your Meme
IBTimes
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