La Via della seta marittima della Cina passa per Suez

M K Bhadrakumar Indian Punchline 25 dicembre 20142014122320221021256La cintura economica della Via della seta marittima della Cina del 21.mo secolo compie un grande balzo in avanti con la visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi al Presidente Xi Jinping a Beijing, indicando nei due progetti una “opportunità importante per rinvigorire” il suo Paese. Sisi era in visita di Stato in Cina. (Xinhua) Secondo le fonti, la Cina ha segnato un importante colpo diplomatico, come evidenzia l’annuncio di Xi e Sisi nell’elevare i rapporti tra i due Paesi a “partnership strategica globale”. Xi ha assicurato Sisi che la Cina “integrerà le iniziative per costruire congiuntamente la cintura della seta e la via della seta marittima con grandi piani inerenti lo sviluppo dell’Egitto, rafforzandone la cooperazione nelle industrie delle infrastrutture, nucleare, delle nuove energie ed aerospaziale, integrandola con investimenti appropriati e accordi di finanziamenti”. Interessante, la cooperazione militare e nella sicurezza era anche all’ordine del giorno. Xi avrebbe indicato che i due Paesi potrebbero “congiuntamente reprimere il terrorismo”. La dichiarazione congiunta firmata dai due leader comprende una sezione su ‘settori militari e della sicurezza’. Sisi resta vigile sull’Islam radicale e la Cina ha un utile partner nell’Egitto nel rintracciare gli islamisti che fomentano problemi nello Xinjiang. Data la natura della struttura di potere egiziana, la Cina vorrà favorire le relazioni militari. Infatti, mentre la marina cinese si espande ulteriormente e si farà vedere nel Mediterraneo nei prossimi decenni, il canale di Suez sarà di grande importanza per la strategia militare di Pechino. Sisi ha lanciato la partecipazione cinese nel progetto per il nuovo canale di Suez. Per la Cina è una miniera d’oro strategica, poiché attraverso il canale di Suez la Via della seta marittima arriverà al Mediterraneo e a Venezia, dove s’incontrerà con la nuova Via della seta terrestre (proveniente da Xian nella Cina centrale passando per Xinjiang e Asia centrale, nord dell’Iran, prima di volgere a occidente attraverso Iraq, Siria e Turchia e a nord-ovest verso l’Europa passando da Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Germania, per Rotterdam, in Olanda, e subito dopo a sud, verso Venezia in Italia). La Via della seta marittima parte da Quanzhou nella Provincia di Fujian e passa per lo stretto di Malacca e l’Oceano Indiano per raggiungere Nairobi, da dove punta a nord passando per il Corno d’Africa e il mare rosso, arrivando al Mediterraneo attraverso il canale di Suez. (A proposito, le Maldive sono entrate con lo Sri Lanka nel progetto).
Xinhua osserva evidenziando che l’aspetto principale per la Cina è l’espansione dei legami economici con l’Egitto, dove vede enormi opportunità. Ma la crescente dimensione strategica del rapporto è immediatamente evidente. Il punto è che l’Egitto è cruciale nella strategia della Via della seta marittima della Cina. Sembra che Xi visiterà l’Egitto nel prossimo futuro per suggellare il partenariato strategico. La Cina ha evitato scrupolosamente d’immischiarsi nella primavera araba e Xi ha chiarito a Sisi che il sistema politico dell’Egitto o il relativo sviluppo è solo una questione interna. Xi ha adottato la posizione del presidente russo Vladimir Putin (Sisi visitò Mosca ad agosto). I rapporti di Sisi con Russia e Cina dovrebbero essere elevati. Il primo ministro egiziano ha recentemente costituito un’unità speciale per monitorare, promuovere e accelerare i legami con la Russia e la Cina. Cairo spera di sfruttare i legami con Russia e Cina per scongiurare l’invadenza politica statunitense. Naturalmente, Washington non può che preoccuparsi per tali inconfondibili segnali dell’approfondimento dei rapporti dei russi e cinesi con l’Egitto, alleato chiave degli Stati Uniti fino a poco prima. Il presidente Barack Obama deve essere abbastanza preoccupato da chiamare al-Sisi e chiacchierarci la scorsa settimana, poco prima che il leader egiziano volasse a Pechino.

xinjiang-graphicTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA stentano a mantenere l’Asia nell’arretratezza

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 03/11/2014

myanmarI giornali finanziati dagli USA promuovono ONG finanziate dagli Stati Uniti nel tentativo di fermare i progetti infrastrutturali che consentano di ridurre le inondazioni, produrre energia pulita e rinnovabile, e dare posti di lavoro e sviluppo a milioni di persone. “The Irrawaddy“, che pretende di essere “una delle principali fonti di notizie attendibili, informazioni e analisi su Birmania/Myanmar e regione del sud-est asiatico“, ha ostinatamente seguito gli sforzi di cosiddetti “attivisti” per impedire la costruzione di dighe nel Sud-Est asiatico, dal Myanmar (ancora chiamato con il nome imperiale inglese “Birmania” dai media occidentali), a Thailandia e Laos. L’ultimo articolo “Azienda tailandese usa attiche del business per indebolire le leggi in Birmania“, è una rappresentazione tipica di tali sforzi. Segnala che: “Uno dei principali finanziatori delle dighe idroelettriche progettate sul fiume Salween della Birmania, è accusato d’investire in Paesi in cui vi è “oppressione e poca trasparenza”, per raggiungere i suoi obiettivi. Dopo essere stato limitato nelle attività nazionali, l’Ente per l’Energia Elettrica della Thailandia (EGAT) vuole fare di Birmania e Laos fornitori di energia elettrica tramite dighe fluviali, dannose per l’ambiente, afferma l’ONG statunitense International Rivers a The Irrawaddy”. Le dighe sono senza dubbio dannose per l’ambiente circostante e sicuramente governi e interessi particolari eludono regolarmente le proprie responsabilità nel perseguire con la costruzione della diga risultati equi per la popolazione umana e la fauna circostanti. Tuttavia, opporsi totalmente alla loro costruzione è regressivo, si tratta di un’agenda politicamente motivata spacciata da alcuni interessi particolari sociopoliticamente ed ambientalmente tra i più distruttivi sulla Terra. Per capirlo, si deve sapere cosa The Irrawaddy e International Rivers hanno in comune, e in particolare perché il loro ordine del giorno s’intreccia nella battaglia contro lo sviluppo autentico dell’Asia sudorientale.

“Giornali” e “attivisti” finanziati dagli Stati Uniti
The Irrawaddy e International Rivers sono creazioni ed emanazioni del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e di diversi fondazioni finanziate dall’aziendale-finanziario Fortune 500. Tra cui fondazioni che rappresentano gli interessi di imprese come Exxon, Chevron, British Petroleum (BP) e Total, così come grande finanza e Banca Mondiale. Già dovrebbe essere facile capire perché i giganti energetici e finanziari occidentali siano interessati ad arrestare lo sviluppo dell’indipendenza energetica sostenibile del Sud-Est asiatico. The Irrawaddy è letteralmente una creazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti tramite il suo National Endowment for Democracy (NED). Lo rivela in un rapporto del 2006 dal titolo “In assenza del popolo birmano? Un invito alla revisione della politica DFID in Birmania“, pubblicato da Burma Campaign UK. In esso, si afferma in particolare: “Anche il programma di sub-concessione del NED ha favorito lo sviluppo di tre ben note organizzazioni mediatiche birmane. New Era Journal, The Irrawaddy e la radio Democratic Voice of Burma (DVB) divenute fonti critiche di informazioni e notizie indipendenti sulla lotta per la democrazia in Birmania”. Il NED, con la pretesa di essere “una fondazione privata senza scopo di lucro dedita alla crescita e rafforzamento delle istituzioni democratiche nel mondo”, ha nel suo consiglio di amministrazione (passati e presente) una sgradevole collezione di rappresentanti di Fortune 500, neoconservatori guerrafondai e politici legati ad alcune delle agende globali più regressive, come Goldman Sachs, Boeing, Exxon, Brookings Institution e molti altri. E’ chiaro che tale insieme di interessi particolari non bada all’impatto umano e ambientale della produzione di energia idroelettrica, considerando che molti sovrintendono direttamente al racket del petrolio mondiale. Invece si tratta del desiderio di eliminare potenziali concorrenti e qualsiasi parvenza d’indipendenza geopolitica nelle regioni del pianeta su cui cercano di proiettare il loro potere. Con think tank come il Brookings che elaborano piani di battaglia, dalle invasioni di Afghanistan ed Iraq, alle loro occupazioni decennali alle guerre per procura contro Siria e Iran, non è difficile capire che sono forme secondarie di proiezione di potenza, tramite ONG cooptate e camuffate con il pretesto dell'”ambientalismo” e dell'”attivismo sociale”, di cui sono gli strumenti. International Rivers, negli anni, è stato finanziato da Sigrid Rausing Trust, Tides Foundation, Google, Open Society, Ford Foundation, per citarne alcuni. Molti di coloro che finanziano International Rivers, sono a loro volta creazioni di interessi corporativi-finanziari. Sponsor diretti come Sigrid Rausing Trust, Ford Foundation e Open Society, sono coinvolti nel finanziamento di think tank come la Brookings Institution, favorevole alla guerra e pro-aziendale, in cui Sigrid Rausing Trust appare tra i donatori (.pdf) assieme ad imperi bancari come JP Morgan, Bank of America e Barclays Bank, a giganti petroliferi come Exxon, Chevron, Shell e Statoil e aziende belliche come Boeing, Northrop Grumman e Raytheon. In realtà, International Rivers espone un punto molto interessante che inquadra perfettamente la guerra alle dighe asiatiche. In “Banche e costruttori di dighe” dice: “Tradizionalmente, il gruppo della Banca mondiale è stato il maggiore finanziatore di grandi dighe. Per decenni, la Banca Mondiale ha finanziato la costruzione di mega-dighe nel mondo. Negli ultimi anni, tuttavia, le istituzioni finanziarie cinesi hanno assunto questo ruolo, innescando un nuovo boom globale nella costruzione di dighe. Altre banche nazionali pubbliche, come le banche brasiliane, tailandesi e indiane, ne finanziano una quota sempre più importante”. In ciò risiede uno dei tanti problemi di Wall Street e Londra e della loro “Banca Mondiale” con le dighe di Asia: non hanno le mani in pasta in una regione che apertamente cercano di influenzare, manipolare e persino utilizzare come fantoccio collettivo contro la Cina.

mekong-river-giant-fish-threatened-dam_33707_600x450Il fiume scorre
Come si demonizza la produzione di energia rinnovabile sostenibile, che funge anche da strumento di gestione delle alluvioni e navigazione fluviale? International Rivers e i ben intenzionati attivisti creduloni diffondono la loro agenda regressiva ai diversi angoli del mondo demonizzando l’energia idroelettrica, passando dal plausibile all’assolutamente ridicolo. Sul sito di International Rivers archiviato come “Il nostro lavoro”, si trova forse la scusa più ridicola di International Rivers per cui una nazione non dovrebbe costruire dighe; in “Cambiamenti climatici e fiumi”, citando un oscuro studio sulla produzione di metano dei batteri che si trovano in tutti gli specchi d’acqua dolce permanenti, dagli stagni ai laghi e tutto il resto, International Rivers sostiene che dighe e bacini contribuiscono al “riscaldamento globale” e pertanto non dovrebbero essere costruiti. Sulla pagina “International Rivers Mekong Mainstream Dams” si afferma, oltre alle varie scuse usate per ostacolare i progetti di dighe per produrre energia elettrica per infrastrutture moderne, industria e altre necessità per creare lavoro e una migliore qualità della vita, c’è la difesa delle popolazioni indigene e la loro pesca non sostenibile per la diminuzione dei pesci in diversi fiumi. In realtà, la costruzione di una diga fornirebbe i mezzi a molte comunità di pescatori per passare ad occupazioni più produttive che permettano alle popolazioni ittiche sia di riprendersi che di trasferirsi in zone da poter gestire con attenzione, ritornando di nuovo a livelli sani. “La rinascita dei piani per costruire una serie di dighe sul fiume Mekong in Cambogia, Laos e Thailandia, rappresenta una grave minaccia per l’ecologia del fiume e mette a rischio il benessere di milioni di persone che dipendono dal fiume per cibo, reddito, trasporti e diversi altri bisogni”. Solo che le persone dedite alla pesca vivono lungo il fiumi in condizione di povertà assoluta, e sono intrappolate nel ciclo della scarsa istruzione, del lavoro servile, dello sfruttamento e della diminuzione di risorse naturali, sempre più oberate proprio perché il Mekong non è stato sviluppato in modo programmato, dopo che il progetto è stato “accantonato”, come International Rivers ammette con orgoglio, a causa del suo lavorio regressivo. Le risorse della pesca sono saccheggiate da persone che non possono condurre un’altra vita, ancora una volta proprio per l’assenza di un reale tangibile sviluppo delle infrastrutture sul Mekong.

Problemi reali, soluzioni reali
Questo non vuol dire che non ci siano problemi reali dar discutere nella costruzione delle dighe. Governi ed investitori che cercano di costruire tali progetti hanno la responsabilità su popolazioni e ambiente circostanti al fine di garantire che la frattura inevitabile e lo spostamento siano debitamente compensati e che i benefici della diga prevalgano sugli inconvenienti provocati dalla costruzione. La gestione di inondazioni, i trasporti ed altri benefici forniti da una costruzione ben pianificata delle dighe hanno tolto milioni di persone dalla povertà letteralmente illuminatogli la vita in tutto il pianeta, dal sud rurale degli Stati Uniti, durante la Grande Depressione, all’Europa per generazioni e alla Cina di oggi. Interessi particolari occidentali, dopo aver costruito dighe godendosi i frutti di infrastrutture ben sviluppate e dell’industrializzazione, sfruttano la disparità di tale sviluppo verso le impoverite nazioni in via di sviluppo che rilanciano i tentativi di recuperare il ritardo, almeno finché ciò non avviene con aziende, banche e altri monopoli occidentali. Una via di mezzo deve essere trovata tra coloro che cercano di costruire dighe e coloro che ne saranno interessati. Disposizioni per la tutela o anche l’espansione della pesca dopo che una diga è completata, utilizzando il bacino che si forma, sono un modo per ottenerla. Garantirsi che l’energia prodotta dalla diga porti all’industrializzazione e allo sviluppo locale, potendo dare condizioni di lavoro e opportunità migliori alle comunità locali, è un altro. La creazione di moderni mezzi per aggirare le dighe migliorando la navigazione fluviale, è un altro modo dimostrabile con cui le dighe possono migliorare la vita delle comunità e attività locali. Quando un progetto per grandi infrastrutture è pronto a passare dal tavolo da disegno al terreno, c’è molto da discutere e anche possibilmente di protestare sul modo con cui viene costruito il progetto, da chi e a vantaggio di chi. Tuttavia, l’argomento di per sé non è tangibile, la costruzione delle infrastrutture non dovrebbe mai essere messa in discussione. E’ diritto naturale di tutti andare avanti e verso l’alto. Coloro che irrazionalmente protestano contro ogni progetto infrastrutturale, di qualsiasi tipo, sulla base di argomenti pretestuosi come violare l’ambiente o pratiche non sostenibili, adottati da popoli disperatamente poveri che hanno bisogno di tali progetti per prosperare, sono i veri nemici del progresso, dell’ambiente e infine delle stesse persone che pretendono di aiutare. Gli attivisti locali ingannati da menzogna e propaganda, possono essere perdonati, ma dovrebbero lavorare per svolgere un vero controllo dello sviluppo delle infrastrutture, ma non come licenza perpetua d’ostruzione irrazionale. Organizzazioni come International Rivers, tuttavia, non possono essere perdonate. Affiliate ai peggiori criminali socioeconomici e ambientali del pianeta, gli attivisti nel mondo dovrebbero ostracizzare ed evitarli, per non essere contaminati anche dall’agenda regressiva dagli interessi particolari.

lower_mekong_dams_mapTony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica di Bangkok, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina si prepara a spezzare il blocco

Valentin Vasilescu, Ruvr, Reseau International, 29 settembre 2014Location_of_the_Ryukyu_IslandsLa Cina, entro quest’anno, sarà la prima economia del mondo minacciando lo status di leader militare degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale. Gli Stati Uniti per mantenere il loro status attuale, faranno ogni sforzo per contenere il potere economico della Cina dispiegando notevoli forze militari negli oceani Indiano e Pacifico. Le rotte marittime della flotta militare della Cina arrivano all’Oceano Indiano attraverso gli stretti di Malacca e della Sonda, e al Pacifico attraverso le isole Babuyan (tra le Filippine e Taiwan) o passando tra l’arcipelago giapponese di Okinawa (Ryukyu) e Taiwan, e al Mar del Giappone passando tra il Giappone e la Corea del sud. La strategia statunitense nel Pacifico è stata spiegata ampiamente in questi due articoli: qui e qui.
Uno studio scientifico del Centro Arroyo, della prestigiosa istituzione RAND Corporation, è stato recentemente commissionato dal Pentagono, intitolato “Installazione di batterie antinave nel Pacifico occidentale“. Lo staff di scienziati e capi dei gruppi di lavoro della RAND Corporation è composto da decine di generali e ammiragli della riserva statunitensi la cui professionalità è dimostrata nelle guerre negli ultimi decenni dell’esercito statunitense. L’opera presuppone che solo la creazione di un completo sistema di sorveglianza e reazione immediata può intimidire la Cina tenendola prigioniera in una piccola scatola. Solo che le varie missioni in questo teatro vanno ben oltre le capacità del sistema navale attualmente schierato nel Pacifico occidentale da Stati Uniti ed alleati. Definendo le caratteristiche principali della nuova strategia, essa si basa su un sistema difensivo formato da centinaia di batterie antinave terrestri, creando una linea di blocco per evitare che la flotta cinese acceda ai punti di transito obbligatori quali sono gli stretti navigabili. Dato che ad oggi l’esercito statunitense ha già schierato batterie antinave a terra nella regione, il rapporto chiede la creazione di un tale sistema difensivo sugli arcipelaghi, permettendo il controllo della linea di blocco nella regione Asia-Pacifico.
La pubblicazione del rapporto è coincisa con lo schieramento da parte del Giappone di un nuovo sistema difensivo, costituito da cinque batterie di missili antinave Type-88 sull’isola di Miyako e su altre isole dell’arcipelago di Okinawa (Ryukyu). In particolare, nello stretto tra Okinawa e Miyako lungo 300 km, una delle rotte principali della marina cinese per accedere al Pacifico e agli Stati Uniti. Il missile Type-88 ha una portata di 150 km ed è simile all’Harpoon statunitense. Inoltre, il Giappone ha annunciato l’intenzione di nazionalizzare 280 isole impiantandovi i missili antinave. Con tutto il rispetto per la natura scientifica della relazione, appare incompleta. Analizzando l’efficacia della nuova concezione, dovrebbe modellarsi matematicamente cercando di vedere come le batterie antinave influenzino la neutralizzazione di alcuni fattori casuali. Basandosi sulla realtà del terreno, cioè per garantirsi la continuità della linea difensiva, il 50% delle batterie sarà posto su isolette rocciose di 2-4 chilometri quadrati, senza alcuna possibilità di dispiegarvi forze antiaeree o marines che possano respingere potenziali incursioni cinesi. Un esempio concreto dell’inefficacia della nuova strategia degli Stati Uniti sono le isole Senkaku, arcipelago tra l’isola Miyako e Taiwan, composto da otto isole appartenenti al Giappone e negli ultimi tempi reclamato in modo sempre più aggressivo dalla Cina. I cinesi hanno ampliato le loro attività nella zona del Mar Cinese Orientale tra Taiwan e Giappone, sulle isole Senkaku, creando uno spazio di sorveglianza aeromarittima per 78 droni. I velivoli automatici cinesi compiono regolarmente fino a 60 voli di ricognizione al giorno dalla durata media di quattro ore, molestando gli equipaggi dei velivoli da combattimento delle aviazioni avversarie, bloccando ed intercettando le comunicazioni dell’aeronautica giapponese e dell’aviazione statunitense basata in Giappone.
La Cina ha sviluppato negli ultimi quattro anni il più grande e complesso programma di progettazione e costruzione di velivoli senza equipaggio (UAV), che muta quotidianamente. Perciò la Cina può creare, dal 2014, altre due aree di sorveglianza aeromarittima. La prima è contigua a quella istituita nel 2013, tra Taiwan e le Filippine. La seconda è contigua alla precedente, ma a nord del Mar Giallo e sul Mar del Giappone, tra Giappone e Corea del sud. Poi, nel 2015, la Cina creerà l’ultimo anello della catena di zone di sorveglianza, questa volta verso l’Oceano Indiano, sugli stretti di Malacca e della Sonda. Così, la Cina sorveglierà dall’aria le posizioni di ogni batteria di missili antinave del sistema statunitense, potendo, se necessario, distruggerne una parte, creando un corridoio per la sua marina.
Il secondo fattore che può contrastare, almeno in parte, la linea delle batterie antinave, è rappresentato dalle forze aeree della Cina, sempre più potenti, e in cui aumenta esponenzialmente il numero di aeromobili di 4.ta generazione avanzata e di nuovi aerei cargo pesanti cinesi, come il Xian Y-20, il cui raggio d’azione di 4500 km va ben oltre la linea del blocco. Con un carico utile massimo di 66 tonnellate, il Xian Y-20 è stato progettato per le operazioni sotto copertura dei paracadutisti del 15.mo Corpo aeroportato della Cina. Il Xian Y-20 può trasportare il carro armato cinese (da 54 tonnellate) ZTZ-99A2, simile al Leopard 2 tedesco. Il potenziale finanziario e tecnologico della Cina gli permette già di portare il tasso di produzione di questo aereo a 5-7 velivoli al mese. A una condizione: che la Russia fornisca i motori PS-90A21 con cui la Cina equipaggia il velivolo. Riassumendo, la Cina ha interessi comuni con la Russia nel sud-est asiatico, cioè che gli Stati Uniti si ritirino da un mercato rappresentato dal 60% della popolazione mondiale. Senza la tecnologia militare e i rifornimenti di petrolio e gas dalla Russia, l’economia cinese ristagnerebbe. Il recente piano di investimenti della Cina in Europa orientale rientra nella politica congiunta russo-cinese per spezzare l’egemonia statunitense.

Y-20.1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia nell’odissea nello spazio dell’India

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 27 settembre 2014

1420Il successo della Mars Orbiter Mission ha messo l’India sulla scena mondiale come potenza spaziale. E’ l’unico Paese asiatico che ha effettuato con successo una missione su Marte, e l’unico Paese al mondo che riesce in tale missione nel primo tentativo. Il successo dello sviluppo della tecnologia nazionale e il suo uso nell’esplorazione spaziale, negli ultimi anni, sono davvero sorprendenti. Quest’anno è anche il trentesimo anniversario del volo dell’unico astronauta indiano, Rakesh Sharma, sulla stazione spaziale sovietica Saljut-7 dal cosmodromo di Bajkonur. La storia della cooperazione spaziale indo-russa (sovietica) effettivamente iniziò molto prima. L’Unione Sovietica fu il primo Paese non solo ad inviare un astronauta indiano nello spazio, ma anche a lanciarne i satelliti, come Aryabhatta nel 1970. Il crollo dell’Unione Sovietica incise sulle relazioni bilaterali, anche nella cooperazione spaziale. La controversia sulla tecnologia criogenica ne fu una questione. Tuttavia, la cooperazione spaziale fu ripresa gradualmente. Nel 2004, entrambi i Paesi firmarono un accordo per l’esplorazione pacifica dello spazio e un altro per lo sviluppo del sistema di navigazione satellitare GLONASS e il lancio di veicoli spaziali russi con missili indiani. Vi furono anche discussioni sullo sviluppo congiunto di apparecchiature per le sonde solari, la costruzione dell’osservatorio spaziale solare per studiare la radiazione a raggi X, e la ricerca sui motori elettrici per veicoli spaziali. Nel 2005 fu firmato un accordo sulla tecnologia di sicurezza, e uno per l’attuazione della cooperazione a lungo termine sullo sviluppo congiunto, operatività ed uso del sistema GLONASS. Tale accordo prevede il lancio di satelliti GLONASS usando il vettore indiano GSLV, e a sua volta la Russia fornisce l’accesso al sistema GLONASS agli indiani. E’ inoltre previsto lo sviluppo congiunto di apparecchiature per lo sfruttamento dei segnali per scopi commerciali. L’accordo apre la strada all’attuazione di un accordo del 2004 sulla progettazione congiunta e il lancio dei satelliti per comunicazione GLONASS, utilizzabili da entrambi i Paesi per scopi civili e militari. Fu firmato un accordo di cooperazione nel campo della fisica solare e le relazioni terrestri-solari nell’ambito del progetto Coronas-Photon, del 2005. Il progetto era volto alla ricerca nel campo della fisica solare e delle relazioni terrestri solari. L’accordo inoltre permise l’integrazione dei carichi indiani RT-2 sulla sonda Coronas-Photon e l’esperimento spaziale congiunto utilizzando le attrezzature RT-2. L’accordo fece rivivere il progetto sovietico Coronas-Photon con cui sei strumenti fabbricati presso l’Istituto Tata di ricerca fondamentale dell’India, furono installati sul satellite russo Photon. Nel 2007, l’agenzia spaziale dell’India ISRO e l’agenzia spaziale russa Roscosmos firmarono un accordo per lo sviluppo congiunto della missione indiana Chandrayana-2. Il veicolo spaziale venne lanciato nel 2013. Nel 2008, entrambi i Paesi firmarono un memorandum d’intesa sul programma di volo spaziale umano. La lista è infatti lunga, indicando il desiderio di entrambi i Paesi di voler sviluppare congiuntamente programmi spaziali con reciproco vantaggio.

2014: anno promettente
00-glo-3russia-india-flag-glonass.3 Quest’anno s’è dimostrato promettente per la cooperazione spaziale bilaterale. Nel febbraio 2014, il viceprimo ministro della Russia, e anche co-presidente della Commissione inter-governativa russo-indiana per la cooperazione culturale commerciale, economica, scientifica e tecnica, Dmitrij Rogozin, durante la sua visita in India ha ricordato la passata cooperazione spaziale ed ha sostenuto che v’è un ‘enorme potenziale’ per la cooperazione bilaterale spaziale, rivelando anche un nuovo accordo: “Abbiamo concordato una serie di consultazioni tra le nostre agenzie spaziali per coinvolgere i nostri partner indiani nei piani e progetti intrapresi dall’United Rocket and Space Corporation“. Nell’aprile 2014, il capo dell’agenzia spaziale russa Oleg Ostapenko ha ribadito l’interesse della Russia a sviluppare la cooperazione spaziale con India e Cina. Recentemente, la Russia ha annunciato una serie di programmi spaziali da miliardi di dollari. L’India può essere interessata a partecipare ad alcuni di questi programmi. Ciò rafforzerà la cooperazione bilaterale, fornendo all’India la tecnologia spaziale necessaria e alla Russia il capitale, rafforzandone la cooperazione spaziale. Oltre alla cooperazione tra governi, è anche fondamentale promuovere la cooperazione pubblico-privato e tra privati nel settore spaziale. Già vi sono esempi come la Sistema Shyam Teleservices Ltd. Anche se alcuni problemi sono emersi a causa di una truffa in India, i funzionari di entrambi i Paesi li maneggiano con destrezza. A luglio la società indiana Aniara ha firmato un accordo per la progettazione e produzione di satelliti per telecomunicazioni con la società russa Dauria Aerospace. Il progetto vale 210 milioni di dollari. Insieme a un’altra società, Dauria attuerà il progetto, responsabile per l’analisi del volo e controllo a terra della missione. La cooperazione congiunta si allargherà alla commercializzazione di Aniara, consentendole di entrare nei mercati della radiotelediffusione e comunicazione via satellite di altri Paesi. E’ necessario che i partenariati pubblici e privati siano incoraggiati. I milionari in India aumentano, e i nuovi ricchi indiani possono svolgere un ruolo chiave nel dare impulso alla cooperazione spaziale bilaterale.

Andare avanti
Le agenzie spaziali indiane e russe, tuttavia, devono risolvere le differenze in modo reciprocamente vantaggioso. Le differenze su progetti come Chandrayana-2 o il programma di volo spaziale umano avrebbero potuto essere meglio affrontate. Lo scorso ottobre, il capo dell’agenzia spaziale indiana ha espresso insoddisfazione per la lentezza degli sviluppi del programma e dichiarato l’intenzione dell’India di continuare da sola. Forse i problemi riguardanti il programma avrebbero potuto essere meglio gestiti se i funzionari che si occupano del programma avessero resistito alla tentazione di rendere pubbliche i dettagli delle differenze, tentando di risolverle nei forum bilaterali. Potrebbe essere possibile che il programma sia sviluppato congiuntamente e lanciato entro il 2016 o 2017, con la Russia che fornisce il lander e l’India che costruisce rover e orbiter. L’Odissea nello spazio dell’India non sarebbe stata possibile senza la cooperazione russa (sovietica). Sebbene i rapidi progressi spaziali dell’India non sarebbero stati possibili senza la cooperazione russa, non è utile aver nostalgia del passato, ignorando il presente. Entrambi i Paesi devono sinergizzarsi tenendo presenti le dinamiche mutevoli. E’ possibile che il prossimo Forum dell’Innovazione a Mosca, ad ottobre, sia testimone di alcuni sviluppi positivi nella cooperazione spaziale bilaterale.

sat6-IRNSSTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda ancora all’Oceano Indiano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/09/2014

Modi-AbeUno dei segnali che indicano la continua evoluzione nel processo di “normalizzazione” del Giappone è l’espansione delle proprie aree d’interesse politico. La geografia di tale spazio è determinata dalla necessità di risolvere due problemi sostanzialmente interconnessi e vitali per il Giappone. Il primo è garantirsi l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico, così come il loro transito sicuro ai porti giapponesi. Il secondo, non ufficializzato ma abbastanza evidente, deriva dalla trasformazione della Cina in potenza globale, percepita come principale minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza del Giappone. Poiché la Cina “ricambia” con la propria valutazione del processo di “normalizzazione” giapponese, le relazioni tra questi due importanti Paesi asiatici sullo spazio politico globale sembrano sempre più seguire la “marcatura” tra due calciatori avversari durante la partita. La strategia attuata da entrambe le “squadre” inizia a svilupparsi in tutte le regioni del mondo, ma è particolarmente evidente nell’area della rotta che si estende attraverso Oceano Indiano, Stretto di Malacca e Mar Cinese Meridionale, terminando nei porti di Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone.
Da quando è salito al potere alla fine del 2012, l’attenzione del primo ministro giapponese Shinzo Abe si è concentrata sulla crescente presenza giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Malacca. Il premier e i suoi ministri chiave hanno compiuto il maggior numero di visite nei Paesi del sud-est asiatico che circondano lo stretto. E’ importante notare che nelle visite e trattative con gli omologhi di questi Paesi, assieme all’uso del tradizionale strumento economico della politica estera del Giappone, l’aspetto militare e tecnico della cooperazione del Paese diventa sempre più importante. Ciò è fortemente incoraggiato dai Paesi del sudest asiatico per ragioni abbastanza ovvie. Va notato che i segnali che indicano il rinnovato interesse del Giappone per la regione dell’Oceano Indiano, ben evidente nelle due guerre mondiali, s’è già manifestato nel primo mandato di Shinzo Abe, nel 2006-2007, con la sua visita in India nel 2007, formulando il concetto di “arco d’instabilità”. Come notato dagli analisti, “con strana coincidenza”, l’arco si sovrappone alla suddetta vitale rotta per il Giappone. Nell’estate 2011, il Giappone aprì la sua prima base militare estera dal dopoguerra, dopo aver affittato dei terreni a Gibuti, nell’estremità occidentale della rotta di fondamentale importanza, per combattere i “pirati somali”, che sarebbero stati creati se non esistessero. Per inciso, per sopprimere la “minaccia dei pirati”, anche la Cina ha firmato un accordo con Gibuti per costruire una propria base militare all’inizio del 2013. Tuttavia, navi e aerei militari dei principali attori regionali da tempo pattugliano l’acceso al Golfo Persico.
La prova della nuova fase della politica attiva del Giappone nella regione dell’Oceano Indiano s’è avuta con i negoziati tra Shinzo Abe e il nuovo premier indiano Narendra Modi, durante la visita di quest’ultimo in Giappone all’inizio di settembre e il successivo tour asiatico del premier giapponese con soste in Bangladesh e Sri Lanka. Tuttavia, la nuova fase dei rinnovati interessi giapponesi nell’Oceano Indiano, forse iniziò nel maggio 2013 quando, in un altro tour nei Paesi del sudest asiatico, il premier giapponese si fermò anche in Myanmar. È un fatto che il Myanmar colleghi geograficamente le regioni dell’Oceano Indiano e del Sud-Est asiatico. Perciò la lotta per il controllo del suo territorio accelera nel gioco che si dispiega tra i protagonisti dello spazio circostante i bacini degli oceani Indiano e Pacifico. Nel viaggio in Giappone di Modi, gli analisti notarono subito che era il primo Paese visitato nei suoi tanti viaggi all’estero. La ragione principale di ciò è il consolidato rispetto di Modi per il Giappone e personalmente il suo attuale premier. Sebbene le foto delle agenzie di stampa delle riunioni bilaterali dimostrano tali sentimenti meglio di ogni parola. Il nuovo premier indiano prosegue sulla via di più stretti legami politici con il Giappone, come deciso dai suoi predecessori. Anche se il volume commerciale indiano con la Cina è di un ordine di grandezza maggiore di quello con il Giappone, la Cina è sempre più vista come un avversario geopolitico, mentre il Giappone come principale potenziale alleato politico dell’India. Quindi, sembra che con “gelosia” evidente la Cina abbia visto il viaggio di Modi in Giappone. I commenti della stampa cinese possono essere riassunti: “è meglio per l’India essere nostra amica” (vedasi: Modi sa che le relazioni con la Cina sono più importanti nel lungo periodo, di Liu Zongyi, Global Times). La stessa argomentazione “cinese” era presente nei commenti sulla visita di Abe in Bangladesh e Sri Lanka. Avviando le discussioni sulla proverbiale strategia del “filo di perle” che si suppone perseguita dalla Cina nel sud-est asiatico in generale e in India in particolare. Vi è anche l’ipotesi secondo cui il Giappone intende creare un proprio “filo di perle” nel sud-est asiatico, una rete di basi militari nello spazio tra Gibuti e lo Stretto di Malacca. Tuttavia, queste sono attualmente solo speculazioni e si può solo attendere per vedere come il gioco tra le nazioni leader regionali si svolge.
I prossimi eventi che meritano particolare attenzione saranno la visita del presidente cinese Xi Jinping in India e il successivo viaggio di Modi per la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha in programma d’incontrare il presidente degli USA Barack Obama. Il secondo evento è particolarmente interessante perché, fino alla fine dello scorso anno, quando il Bharatiya Janata Party vinse le elezioni parlamentari, Modi era bandito dal suolo statunitense. Tuttavia, ora Modi è praticamente l’ospite più atteso dell’amministrazione statunitense, ed è abbastanza evidente perché.

l2014083056190Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 531 follower