Russia e Cina uniscono le forze per l’esplorazione spaziale

Peter Korzun SCF 29.08.2017Cina e Russia hanno intenzione di firmare un accordo storico ad ottobre sull’esplorazione spaziale nel 2018-2022, inviando per la prima volta missioni sulla Luna. L’accordo bilaterale coprirà cinque settori, tra cui esplorazione lunare e cosmica, sviluppo di materiali speciali, collaborazione nei sistemi satellitari, telerilevamento terrestre e ricerca di detriti spaziali. Questo è il primo accordo bilaterale per una partnership di cinque anni. Dovrebbe essere firmato sullo sfondo della gara spaziale che gli Stati Uniti cercano di vincere, per cui i due partner hanno deciso di unire gli sforzi. A febbraio, l’amministrazione Trump chiese alla NASA di esaminare la possibilità di presumere una missione con un vettore pesante da lanciare nel 2018, impostando la prima fase per il ritorno sulla Luna. L’operatore spaziale Glavkosmos lavora con i partner cinesi su esperimenti congiunti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). La Cina era interessata all’acquisto dei potenti motori a razzo RD costruiti da Energomash, mentre Russian Space Systems ha mostrato interesse per la tecnologia elettronica cinese. Il primo modulo della stazione spaziale cinese dovrebbe essere lanciato nel 2018. Il progetto dovrebbe essere completato nel 2022. Secondo i piani, una missione cinese verrà inviata su Marte nel 2020 per farvi sbarcare un veicolo robotizzato per la ricerca scientifica. L’anno scorso, Pechino attivava il più grande radio telescopio al mondo da mezzo chilometro di diametro. Nel 2014, la Cina raggiunse la Russia avendo lanciato lo stesso numero di satelliti, 117 (più 72% nel 2011-14). La Russia 118 (aumentando del 20% nello stesso periodo).
La Cina prevede d’inviare astronauti sulla Luna prima del 2036. A marzo annunciava piani per lanciare una sonda spaziale per riportare i campioni dalla Luna, prima della fine dell’anno, che i media indicavano concorrenziali con le ambizioni del presidente Donald Trump per rivitalizzare l’esplorazione spaziale degli USA. La sonda Chang’e-5 è in fase di prova finale e dovrebbe attendere il lancio, che coinvolgerà nuove sfide per la Cina nella raccolta dei campioni, scendendo sulla Luna e rientrando ad alta velocità nell’atmosfera terrestre, rendendola “una delle missioni spaziali più complicate e difficili della Cina”, secondo Hu Hao, funzionario del Programma di Esplorazione Lunare. Il Presidente Xi Jinping ha chiesto alla Cina di diventare una potenza dell’esplorazione spaziale. “Non molto tempo fa l’amministrazione Trump rivelava l’ambizione di ritornare sulla Luna. Il nostro Paese ha anche annunciato una serie di piani di esplorazione spaziale“, dichiarava il quotidiano ufficiale della scienza e tecnologia. Le sonde lunari cinesi Chang’e 4, Chang’e 5 e Chang’e 6 hanno molto in comune con le russe Luna 26, Luna 27 e Luna 28. Riunire i progetti faciliterà notevolmente il progresso. La Russia ha grande esperienza e tecnologia all’avanguardia da condividere. La Cina ha proprie tecnologie e risorse finanziarie enormi. È difficile esplorare lo spazio da soli, per cui unire gli sforzi è naturale. Entrambi hanno molto da offrire. Negli anni ’90, il progetto della Stazione Spaziale Internazionale era impensabile senza la Russia, così gli Stati Uniti e le altre nazioni occidentali l’accolsero. La Russia collabora con l’occidente nell’esplorazione spaziale negli ultimi 25 anni, ma le sanzioni e il generale deterioramento delle relazioni portano a un’altra direzione. Per Mosca, Pechino è un partner di fiducia. Visitando il forum OBOR di Pechino (14-15 maggio), il Presidente Putin dichiarava: “Collaboriamo con successo nello spazio e ci sono tutte le possibilità che avanzeremo in questa cooperazione. La fornitura dei nostri motori a razzo alla Cina è all’ordine del giorno. Un motore ad alto potenziale è all’ordine del giorno e questo ci offre l’opportunità di implementare l’idea del nostro velivolo a lungo raggio con i partner cinesi. Ci sono tutte le possibilità per farlo”. Russia e Cina collaborano nel formato BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) per creare un sistema unificato di telerilevamento terrestre. Anche Indonesia, Emirati Arabi Uniti, Vietnam, Iran e altri Paesi sono candidati all’adesione alla ricerca spaziale internazionale.
Non si tratta solo di ricerca spaziale civile. È in corso la corsa agli armamenti spaziali con armi in fase di sviluppo o negli arsenali di Cina, Russia e USA, dotate di jammer satellitari, cannoni laser e a microonde ad alta potenza. I piani statunitensi per l’armamento spaziale e la difesa missilistica globale (BMD) sono ben noti. La Cina ha testato il missile antisatellite DN-3 a fine luglio. Il test fallì ma il programma continua. La Russia ha l’S-500 Prometej, l’arma più efficace del mondo, l’unica in grado di distruggere missili balistici intercontinentali e spaziali, missili ipersonici da crociera e aeroplani che volano ad oltre Mach 5. Russia e Cina collaborano per impedire la militarizzazione dello spazio, ma gli Stati Uniti li hanno sempre ostacolati. Il primo progetto di Trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio, minaccia od uso della forza contro oggetti spaziali (PPWT) fu ideato dalla Russia e sostenuto dalla Cina nel 2008. Gli Stati Uniti si opposero per preoccupazioni sulla sicurezza dei loro mezzi spaziali, nonostante il trattato affermasse esplicitamente il diritto all’autodifesa. Nel dicembre 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione russa “Alcun primo collocamento di armi nello spazio“. Stati Uniti, Georgia e Ucraina furono gli unici Paesi che rifiutarono di sostenere l’iniziativa russa. Per anni, Russia e Cina hanno sostenuto la ratifica di un trattato statunitense vincolante che vietasse le armi spaziali, che i funzionari ed esperti degli Stati Uniti hanno ripetutamente rifiutato come interessato impedimento. Gli Stati Uniti non presentarono alcuna iniziativa propria. Piazzare armi nello spazio per avere la supremazia globale è al vertice dell’agenda dell’amministrazione attuale. Si ritiene generalmente che finora sistemi d’arma non siano presenti nello spazio. Le armi di distruzione di massa sono vietate col Trattato Spaziale del 1967. Ma non vieta la collocazione di armi convenzionali in orbita. Non è stato raggiunto alcun accordo internazionale sulle armi non nucleari nello spazio, a causa dell’obiezione di certi Stati guidati dagli Stati Uniti. Con tutte le piroette in politica estera, il presidente Trump ha una politica spaziale dettagliata e ambiziosa. I sistemi BMD basati a terra, la navetta spaziale X-37B e le piattaforme del Geosynchronous Space Situational Awareness Programme (GSSAP) potrebbero divenire strumenti bellici nello spazio. Il segretario alla Difesa degli USA James Mattis ha chiesto maggiori investimenti nell’esplorazione dello spazio per scopi militari. Riferendosi alle armi antisatellite e antimissile nello spazio, il congressista Doug Lamborn dichiarava: “Alcune questioni tecniche su questi concetti vanno concluse, ma ci sono molte opzioni interessanti”. Il progetto di autorizzazione per la difesa nazionale del bilancio 2018 prevede maggiore enfasi sui sistemi di difesa missilistica e l’intensificazione degli sforzi nell’esplorazione spaziale. La militarizzazione dello spazio interferirà con gli strumenti del controllo degli armamenti esistenti. Può scatenare una cosa agli armamenti devastante. Quest’anno è il 50° anniversario del Trattato Spaziale del 1967. E’ piuttosto simbolico che entrasse in vigore in ottobre, il mese in cui l’accordo d’esplorazione spaziale russo-cinese dovrebbe essere firmato. Sarebbe giusto che le nazioni lancino dei colloqui sulla prevenzione della militarizzazione spaziale. È qui che Russia, Cina e Stati Uniti devono collaborare, mettendo da parte le differenze. Questo sarebbe un contributo cruciale nel prevenire l’erosione del controllo degli armamenti attuale. Nel frattempo, Russia e Cina entrano in una nuova fase della cooperazione reciprocamente vantaggiosa, in ciò che un giorno potrebbe diventare l’azione internazionale spaziale guidata da queste due nazioni che si scambiano alta tecnologia ottenendo risultati tangibili.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Il ruolo fondamentale dell’Africa nell’attuazione della Nuova Via della Seta

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 17.08.2017L’Africa è una delle regioni d’importanza fondamentale per l’implementazione del progetto ambizioso della Cina Fascia e Via (OBOR). Proprio come in Eurasia, la Cina intende coprire questo continente con una rete di ferrovie e autostrade che si estendono dai porti lungo le coste orientali dell’Africa fino a quelle occidentali. Di conseguenza, prenderà forma la fusione economica euroasiatico-africana, con conseguente creazione della più grande zona di libero scambio nella storia umana. Quindi, Pechino impone l’attuazione del suo piano per il 2016-2018, adottato al Forum di Cooperazione Cina-Africa alla fine del 2015. Nel frattempo, la Cina si impegnerà ad investire complessivamente 60 miliardi di dollari nel continente africano, sviluppando infrastrutture stradali e ferroviarie e porti africani. Si può dire che le opere nel continente sono in piena realizzazione, con autostrade ad alta velocità che si stendono in tutto il continente. Tali autostrade attraversano l’Algeria da est ad ovest. Si tenga presente che l’Algeria è il più grande Stato africano con un ampio litorale mediterraneo. Finora il Mar Mediterraneo è il limite della Via. All’inizio del 2016 le imprese cinesi e algerine firmarono un protocollo di intenti sulla costruzione del più grande porto del Paese, che dovrebbe diventare l’hub marittimo dell’Africa settentrionale, collegando numerosi Stati africani attraverso i progetti infrastrutturali dell’OBOR. Allo stesso tempo, gli specialisti cinesi costruiscono un’altra autostrada che si estenderà nel territorio algerino da nord a sud. Alla fine del 2016, media locali segnalarono il completamento di un tunnel di quindici miglia, che sarà parte importante di questa autostrada. Sul tratto est-ovest, va menzionato l’avvio della costruzione della ferrovia cinese in Kenya, avvenuto a maggio. Collegherà il porto di Mombasa (che costituisce un elemento importante dell’infrastruttura OBOR) con la capitale Nairobi. L’avvio ufficiale della costruzione fu presieduta dal presidente del Kenya Uhuru Kenyatta e dal consigliere di Stato cinese Wang Yong. Secondo loro, la ferrovia darà inizio allo sviluppo dell’integrazione regionale, poiché sarà la piattaforma per creare la rete ferroviaria unificata dell’Africa orientale. Allo stesso tempo, Pechino fa ogni sforzo per migliorare le relazioni diplomatiche con i Paesi della regione. All’inizio del 2017, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi compiva un tour in Africa visitando Madagascar, Zambia, Tanzania, Congo, Nigeria e Mauritius, incontrandone i leader per discutere i dettagli della partecipazione al progetto OBOR. Il successo complessivo del viaggio fu riferito da Wang Yi al Congresso Nazionale del Popolo di marzo. Tuttavia, è troppo presto per i diplomatici cinesi per celebrarne i risultati, dato che c’è ancora molto lavoro da fare.
Per esempio, v’è l’urgente necessità di migliorare i rapporti cinesi con la Repubblica d’Uganda. I due Stati hanno relazioni amichevoli da oltre mezzo secolo e Pechino rimane uno dei maggiori investitori nell’economia dell’Uganda. Ciò ha permesso a Pechino d’organizzare il primo forum su commercio, cooperazione economica ed investimenti Cina-Uganda, tenutosi nella capitale Kampala lo scorso maggio. Numerosi rappresentanti di imprese cinesi operanti in Uganda vi parteciparono. Al forum era presente il vicepresidente dell’Uganda Edward Ssekandi, insieme al rappresentante della Cina a Kampala, Zheng Zhuqiang e a molti altri rappresentanti del governo ugandese e della comunità imprenditoriale. Il forum discusse i temi generali della cooperazione Cina-Africa, in cui l’Uganda intende svolgere un ruolo attivo, insieme a diversi aspetti delle relazioni Cina-Uganda. Secondo il vicepresidente dell’Uganda, Kampala sviluppa attivamente le proprie infrastrutture e rimane interessata a creare condizioni favorevoli per gli investitori cinesi. Edward Ssekandi aveva anche espresso la speranza che Pechino continui ad aiutare l’Uganda a sviluppare l’economia. Nel giugno 2016, il consigliere di Stato della Cina Wang Yong visitò lo Zambia, dove incontrò il presidente Edgar Lung. Durante l’incontro, si affermò che lo Zambia percepisce Pechino come suo stretto amico e partner, che non esita a fornire supporto agli alleati. E certamente ovvio che lo Zambia preveda di aderire all’OBOR.
La Cina iniziò ad aver influenza in Africa molti decenni fa. Negli anni ’50, il leader cinese Mao Zedong aiutò i governi popolari di una manciata di Paesi africani nella lotta contro i colonizzatori europei. Una volta che gli europei furono cacciati dall’Africa, la Cina iniziò a sviluppare legami economici e politici con tutti gli Stati del continente, aumentando costantemente l’influenza e scacciando i potenziali concorrenti dalla regione. Finora la Cina è il principale partner commerciale del continente africano e ne mantiene anche la stabilità, inviando peacekeeper negli Stati africani in conflitto. Non è un caso che la prima base militare estera della Repubblica popolare cinese sia stata costruita in Africa, nella Repubblica di Gibuti, consentendo a Pechino di assicurare il traffico attraverso lo stretto di Bab al-Mandab, dove passa il grosso del traffico marittimo con Europa e Medio Oriente. Indubbiamente, il Forum di Cooperazione Cina-Africa nel 2015 e il discorso del leader cinese Xi Jinping per presentare il Piano di cooperazione Cina-Africa per gli anni 2016-2018, segnano l’inizio della fase finale del lungo viaggio per rendere la Cina il motore dello sviluppo dell’Africa. Se questo piano avrà successo, nessuno potrà contestare l’influenza della Cina in questo enorme continente, particolarmente ricco di risorse naturali. Ancora oggi quasi il 20% delle importazioni di petrolio greggio cinese proviene dall’Africa. Inoltre, Pechino importa numerosi minerali dall’Africa, insieme a una vasta gamma di prodotti agricoli. Al tempo stesso, l’Africa rappresenta un mercato in espansione per i prodotti della Cina. Ma non è tutto. L’Africa può diventare un collegamento commerciale fondamentale, permettendo un traffico commerciale massiccio sul suo territorio. Non appena l’Africa farà parte integrante dell’OBOR, permetterà ulteriore traffico di merci dall’Oceano Atlantico alle rive dell’America, collegando così l’intero mondo con la Nuova Via della Seta.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Le istituzioni finanziarie dei BRICS sosterranno lo sviluppo africano e latinoamericano
Kimeng Hilton Ndukong, People Daily 21 agosto 2017I progetti di sviluppo in Africa e America Latina avranno maggiore attenzione da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, dalle istituzioni finanziarie del BRICS, come New Development Bank, NDB, e Banca d’investimento per l’infrastruttura asiatica, AIIB. Il Professor Chen Fengying, ex-Direttore dell’Istituto di Economia Mondiale, e degli istituti cinesi di relazioni internazionali cinesi, CICIR, commentava il 21 agosto a Pechino, in una conferenza stampa organizzata dall’Associazione dei giornalisti della Cina. Il Professor Chen, ricercatore del CICIR, affermava che “Ci sono molte banche di sviluppo nel mondo oggi, la più grande è la Banca Mondiale. Ma la nuova Banca di sviluppo dei BRICS è l’unica a puntare sui Paesi in via di sviluppo“, aggiungendo che il rafforzamento della cooperazione sud-sud e sud-nord sarà affrontato al summit dei leader BRICS nella città di Xiamen, il 3-5 settembre. “La questione dello sviluppo dei BRICS da allora è andata oltre gli Stati aderenti. La nuova Banca di Sviluppo è attiva, passando da questioni astratte a più concrete. Come piattaforma aperta, i BRICS guardano ad Africa e America Latina; quindi l’influenza dei BRICS sarà più completa“, dichiarava Chen Fengying, aggiungendo che per ampliare l’ambito delle attività e sostenerle a lungo termine, NDB e AIIB estenderanno i loro servizi in Africa e America Latina per finanziare i progetti di sviluppo. Nel frattempo, Kenya e Thailandia sono stati invitati al vertice BRICS del prossimo mese. Rispondendo a una domanda sui piani dei BRICS per creare un’agenzia di rating, il Prof. Chen dichiarava che le probabilità di successo sono esigue perché l’attuale macrofinanza è ancora dominata dal dollaro statunitense, e il sistema di rating attuale è monopolizzato da tre istituzioni statunitensi. Ricordava che Cina, Europa e Giappone in passato tentarono di creare agenzie di rating, senza molto successo. Alla domanda se il conflitto tra Cina e India sarà oggetto del vertice BRICS del mese prossimo, Chen Fengying l’escludeva dicendo che i leader non saranno distratti da “piccole questioni”. Inoltre, la Cina ha già affermato che i problemi relativi alla propria sovranità non possono essere oggetto di compromessi. Inoltre, dichiarava che la politica dei BRICS non è intervenire negli affari interni degli Stati aderenti. Aggiungeva che le sfide che i leader di Sudafrica e Brasile affrontano adesso sono transitorie. Attribuiva i loro problemi ai prezzi delle materie prime in declino e all’instabilità politica ed economica, dicendo che la soluzione è garantire un adeguato sviluppo. “Gli impegni che i leader di Sudafrica e Brasile prenderanno al vertice non saranno messi in discussione perché i leader vanno e vengono, ma le nazioni restano”. Il tema del vertice di quest’anno è “BRICS: partenariato più forte per un futuro più brillante“. Il focus sarà su commercio, finanza, economia, cooperazione sud-sud e sud-nord e iniziativa Via della Seta. Riunioni dei Ministri degli Esteri BRICS e scambi interpersonali e culturali saranno istituzionalizzati al vertice. È stato anche reso noto che i BRICS si difenderanno da ogni tentativo d’introdurre protezioni commerciali come le misure degli USA contro la Cina.

Kimeng Hilton Ndukong, collaboratore di People’s Daily Online, redattore del quotidiano Cameroon Tribune e del Centro Stampa Cina-Africa, CAPC.

L’ANC approva l’avvio della Banca BRICS
ANA Report, 18 agosto 2017

Per troppo tempo i Paesi in via di sviluppo del Sud Globale si sono ritrovati indebitati da istituzioni finanziarie internazionali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (IMF), che impongono condizioni onerose con ricadute sociali e politiche gravi“. Molewa dichiarava che tali dure condizioni di prestito hanno storicamente ostacolato i Paesi in via di sviluppo nel perseguire politiche di sviluppo proficuo nell’interesse dei propri cittadini. BRICS è composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. La Nuova Banca di Sviluppo permetterà agli africani e ad altri Paesi di accedere alle strutture di prestito per intraprendere, tra l’altro, investimenti infrastrutturali in settori cruciali come energia, acqua e trasporti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sanzioni statunitensi sono sintomatiche di un impero fallito

James Oneill New Eastern Outlook 5.08.2017

Il 26 luglio 2017 il Congresso degli USA approvava in via straordinaria un disegno di legge che prevede nuove sanzioni contro Corea democratica, Russia e Iran. Il passaggio di tale legge e il tipo di sostegno nel Congresso degli Stati Uniti sono istruttivi per vari aspetti. Il primo punto è che le fazioni statunitensi, precisamente le istituzioni statunitensi, sono disposte a perseguire politiche indipendentemente dall’assenza di basi evidenti; in contrasto con gli interessi dei supposti amici ed alleati e completamente prive di qualsiasi conoscenza o riferimento alle realtà storiche. Il risultato delle ultime sanzioni è creare una situazione singolarmente pericolosa che potrebbe facilmente portare a una guerra nucleare. Contrariamente alle credenze bizzarre di certi politici statunitensi, non ci sarebbero vincitori con tale risultato. Questi punti possono essere illustrati riguardo le sanzioni all’Iran. Per anni la retorica degli Stati Uniti e dell’alleato Israele era che l’Iran era “sul punto di sviluppare una bomba nucleare”. Per più di un decennio, il governo israeliano diceva che l’Iran era “a solo pochi mesi” da tale sviluppo. Che le date siano passate senza incidenti, non impediva la ripetizione di ciò che era una manifesta falsità. Il primo ministro israeliano Netanyahu apparve all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, presentando un disegno che rappresentava la presunta “minaccia imminente”. I media occidentali omisero di menzionare che Israele è la sola potenza nucleare del Medio Oriente; non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, e si rifiuta di consentire l’ispezione dell’AIEA delle proprie strutture nucleari. Non solo non vi era alcuna prova che l’Iran abbia o volesse sviluppare armi nucleari, fu opinione unanime delle 17 agenzie d’intelligence statunitensi in due occasioni che l’Iran non avesse un programma per armi nucleari. Per risolvere la prospettiva della costante propaganda antiiraniana che istiga all’attacco di Stati Uniti e alleati all’Iran, il governo russo fu determinante nel raggiungere l’accordo del 2015 che impediva che l’inesistente programma di armi nucleari giustificasse la guerra. L’esempio dell’Iraq illustra come demonizzazione costante, minacce di sanzioni e false accuse su armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, possano rapidamente portare alla devastazione totale di una nazione in precedenza prospera. Le lezioni da trarre da Iraq, Libia e Siria sono decisamente ignorate dai media occidentali che attualmente rullano i tamburi di guerra contro la Corea democratica, ancora una volta ignorando storia, logica e realtà militari.
Il piano d’azione comune globale (JCPOA) negoziato nel 2015 e concordato dai partecipanti, compresi gli Stati Uniti, forniva lo strumento con cui si rende praticamente impossibile all’Iran divenire una potenza nucleare. I meccanismi per garantirne la conformità comprendevano ispezioni regolari dell’AIEA e relazioni semestrali che attestano la conformità dell’Iran. Queste relazioni sono inviate al Congresso degli Stati Uniti. Per gli statunitensi e i loro alleati, tuttavia, non basta. Sebbene il JCPOA li privi del casus belli immediato per la guerra, la retorica anti-iraniana continua senza sosta. Un esempio della falsa propaganda è l’affermazione che l’Iran sostenga i gruppi sciiti intenti a promuovere terrorismo e destabilizzazione in Medio Oriente e altrove. Tale affermazione non ha alcuna attinenza coi fatti. La Fondazione Carnegie USA, ad esempio, in un rapporto intitolato “L’aiuto dell’Iran in Yemen” criticava la rappresentazione dell’Iran come sostenitore dei “ribelli sciiti” contro le forze del presidente Hadi. La realtà è che Hadi fu eletto in un’elezione dove era l’unico candidato e che l’opposizione popolare fece fuggire in Arabia Saudita. Gli huthi, la principale opposizione ad Hadi, sono zaiditi, teologicamente del ramo sunnita dell’Islam piuttosto che sciita. La guerra brutale in corso nello Yemen è guidata dai sunniti sauditi, sostenuta da Regno Unito, Stati Uniti e dalla grave presenza di mercenari, anche australiani, su cui il governo australiano tace. La realtà ha più a che fare con la posizione strategica dello Yemen, che si affaccia sullo stretto tra Mar Rosso e Mar Arabico e gli enormi giacimenti di petrolio ambiti dai sauditi, piuttosto che a un qualsiasi presunto sostegno iraniano. Anche Gibuti, sullo stretto dello Yemen, ha attirato l’interesse strategico statunitense e cinese, senza essere devastato dalla guerra. L’Iran offre sostegno politico e morale a Hamas in Palestina, ai musulmani nel Kashmir e ai rohingya in Myanmar, tutti sunniti. La caratteristica che hanno in comune è che sono repressi e soggetti a politiche genocide di altri gruppi politici e religiosi.
L’amministrazione Trump dimostra la verità dell’osservazione del Presidente Putin sulla precedente amministrazione Obama, secondo cui “non sono capaci di un accordo”. Trump ha detto al Wall Street Journal: “se fosse per me avrei trovato (gli iraniani) non conformi 180 giorni fa” (quando giurò). Secondo un articolo del Journal of Foreign Policy, Trump riprese il mantra all’ufficio ovale accusando i suoi consiglieri in politica estera (Tillerson, Mattis e McMaster) di non aver trovato modo per affermare che l’Iran violi le disposizioni del JCPOA. Il New York Times diffuse una storia simile. Infatti, gli Stati Uniti violano il JCPOA, sia nella lettera che nello spirito, e anche la risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che approvò l’accordo. L’articolo 29 del JCPOA impegna gli Stati Uniti ad astenersi da qualsiasi politica intesa a incidere sulla normalizzazione delle relazioni commerciali e economiche con l’Iran. Le ultime sanzioni e la retorica bellicosa che le accompagna sono manifestamente non conformi all’articolo 29. Tra le tante falsità contro l’Iran c’è l’affermazione che i test missilistici dell’Iran violino il JCPOA. Non c’è nulla nell’accordo che impedisca all’Iran di sviluppare l’autodifesa, tra cui l’uso di tecnologie antiaeree e antimissili. Un diritto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Iran ha adottato il sistema antimissile S300 della Russia nel 2016, in virtù del diritto all’autodifesa. Date le quotidiane minaccia all’Iran; i due ultimi incidenti dei “colpi di avvertimento” sparati a navi iraniane da navi militari statunitensi che operavano presso le acque territoriali dell’Iran; e la storia sulle azioni statunitensi nei Paesi confinanti, le misure di autodifesa sono una prudenza. L’osservanza dell’Iran dei termini del JCPOA ha consentito d’intervenire in un’altra area probabilmente più importante delle misure di autodifesa militare. L’Iran ha compiuto rapidi progressi nel rafforzare i legami economici con Cina, India e Russia. Sono stati firmati memorandum d’intesa per 40 miliardi di dollari con la Russia e società russe. La società Gazprom ha firmato un accordo da miliardi di dollari per sviluppare il giacimento Farzad B. Gazprom sviluppa anche i campi petroliferi Azar e Ghanguleh nella provincia del Luristan dove si stimano 3,5 miliardi di barili di riserve di petrolio. L’Iran ha anche 7 miliardi di dollari in riserve di gas naturale. I 200 miliardi di dollari necessari per sviluppare tali riserve verranno da Russia, Cina e altre fonti non occidentali. L’Iran annunciava che darà la preferenza ad infrastrutture e ad altre iniziative di sviluppo alle nazioni che l’hanno sostenuto negli anni delle sanzioni e delle altre forme di guerra. La Cina, che attualmente costruisce un collegamento ferroviario ad alta velocità tra Mashad e Teheran (per collegarsi con altre linee dell’Est asiatico), vede l’Iran quale fattore chiave nella grande Belt and Road Initiative (BRI) che trasforma il quadro economico e geopolitico eurasiatico. L’Iran è anche attore chiave nel corridoio dei trasporti Sud – Nord che collega l’India attraverso Iran e Azerbaigian alla Russia, trasportando merci ad una frazione del costo e del tempo delle rotte convenzionali esistenti e vulnerabili alle interferenze della Marina statunitense. Significativamente importante è anche l’associazione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con l’adesione a pieno titolo probabilmente nel 2018. La SCO è una componente centrale del BRI con legami sempre più stretti con l’Unione economica euroasiatica (EEU). La Russia è il denominatore comune di BRICS, SCO, UEE, SCO e NSTC. I Paesi di questi quattro gruppi, così come altre nazioni (ora più di 60) che hanno aderito al BRI, sempre più negoziano altri accordi non denominati in dollari. I giorni del dominio del dollaro USA sono chiaramente contati.
Questa combinazione di grandi cambiamenti economici e geopolitici nell’equilibrio di potere, allontanandosi dal dominio statunitense degli ultimi sette decenni, è la chiave per capire perché gli statunitensi reagiscono in modo disperato, pericoloso ed irrazionale. È la classica sindrome della fine dell’impero. Si spera che gli adulti costringano gli Stati Uniti ad evitare la via che porterebbe alla fine dell’umanità.James O’Neill, avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sul “Corridoio di sviluppo Asia-Africa”

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 4.08.2017

Con i recenti collocazioni e slogan sui diversi progetti economici internazionali, a fine maggio si aggiunse il nuovo “Corridoio di sviluppo dell’Asia-Africa”, AAGR. L’aspetto di questo progetto fu predeterminato dalla dichiarazione congiunta dei primi ministri di Giappone ed India, l’11 novembre 2016, che riassunse la visita di Shinzo Abe a Delhi su invito di Narendra Modi. Il quarto comma del documento afferma, tra l’altro, che “la migliore connettività tra Asia e Africa, realizzando una libera e aperta regione Indo-Pacifica, è vitale per la prosperità dell’intera regione“. A tal fine, si prevedeva di stabilire uno “stretto coordinamento, sia bilaterale che con altri partner”. Sei mesi dopo, alcune considerazioni relative al progetto AAGR furono discusse a margine della riunione annuale (52.ma) della Banca africana di sviluppo, svoltasi a fine maggio (cosa notevole) nella città indiana di Ahmedabad, sulle coste occidentali del Paese. Più di 3000 delegati provenienti dai 54 Paesi africani parteciparono al forum dell’ADB. Uno degli eventi chiave a margine del forum fu l’incontro tra esperti e funzionari tripartiti (giapponesi-indiani-africani), in particolare i ministri delle finanze di India e Giappone, nonché la leadership dell’ADB. Una dichiarazione sul sito della banca afferma che durante questi incontri, funzionari di India e Giappone, nonché imprenditori privati di entrambi i Paesi discussero della cooperazione bilaterale con l’obiettivo di creare le condizioni più appropriate per lo sviluppo economico dell’Africa. I commenti sull’AAGR sono piuttosto inutili, dato che il progetto sembra non abbia ancora superato l'”accordo di intenti”. Per noi è interessante come nuovo elemento, molto importante, del gioco politico globale in cui le maggiori potenze asiatiche, quali Cina, India e Giappone, abbiano sempre più influenza. Uno degli strumenti utilizzati dagli attori è l’avvio di progetti d’integrazione, con l’apparente scopo politico di attrarre nell’orbita dei propri interessi il massimo numero di “altri” Paesi in Asia, Africa, America Latina e persino Europa.
Su NEO, la motivazione di Cina, India e Giappone nel concentrarsi sui Paesi non solo del proprio continente ma anche dell’Africa, è stata discussa più volte. Inoltre, vi è la tendenza alla formazione del tandem Giappone-India, sempre più coordinato contro la Cina. Ciò fu dimostrato, in particolare, dall’ultima riunione dei premier giapponese ed indiano. Nel gioco geopolitico di oggi, è una delle tendenze più allarmanti. Tuttavia, la sua presenza è indubbia e il peggio che qualsiasi osservatore del Pacifico può fare è ignorare le realtà negative associate a tale tendenza. Tuttavia, non vanno persi di vista i risultati positivi (scarsi), ad esempio nelle relazioni cino-giapponesi. Il confronto con la Cina del tandem giapponese-indiano è indubbiamente uno dei motivi principali del progetto AAGR. Questo fatto è ben chiaro a Pechino, dove l’Africa è da tempo considerata una delle aree principali per la diffusione della propria influenza. Tuttavia, il quotidiano cinese Global Times esprime la speranza che l’AAGR possa diventare un complemento, piuttosto che un concorrente, al progetto della rinascita della “Grande Via della Seta”, in cui l’Africa è considerata importante partner. Ancora una volta, va notato che, per entrambi gli avversari regionali della RPC, l’adesione alla Grande Via della Seta (o l’accordo con il progetto AAGR) potrebbe essere molto vantaggiosa. In particolare, sarebbe molto più facile per l’India realizzare i propri progetti di costruzione di diversi corridoi di trasporto e industriali pronti ad attraversare il Paese da nord a sud e da ovest ad est. India e Giappone, continua il Global Times, troverà molto più facile operare in Africa in collaborazione e non in concorrenza con la Cina, che da tempo è leader negli scambi ed investimenti nel continente. Il volume dei soli beni commerciali sino-africano si avvicina ai 200 miliardi di dollari, tre volte quello dell’India, il secondo maggiore in questo indicatore.
Un recente studio di McKinsey&Company, nota società di consulenza, esamina in dettaglio tutti gli aspetti della politica di sviluppo della Cina sul continente africano. I principali progetti cinesi (già attuati e pianificati), il volume degli investimenti finanziari e altri aspetti della cooperazione tra Cina e Africa, sono davvero impressionanti. Vi sono oltre 10000 aziende cinesi che attualmente operano nel continente, con l’aiuto di cui circa il 30% dei prodotti africani sono fabbricati. L’attività cinese è presente nel 90% delle aziende private africane. Entro il 2025 il volume del commercio bilaterale potrebbe raggiungere i 440 miliardi di dollari. Né India né Giappone possono vantare nulla di simile. Pertanto, l’appello della RPC alla cooperazione, piuttosto che alla concorrenza, in Africa ai primi due dovrebbe sembrare molto attraente. Tuttavia, come è stato notato su NEO più volte, vi sono serie sfide politiche alla cooperazione reciprocamente vantaggiosa del tandem giapponese-indiano con la Cina. E, come dimostrato recentemente, hanno solo esacerbato le relazioni sino-indiane. È quindi difficile prevedere una risposta positiva alla proposta di Pechino a Tokyo e Nuova Delhi di allineare il progetto AAGR alla Via della Seta.Vladimir Terekhov, esperto di questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando gli USA scontano le sanzioni: Russia e Iran firmano un accordo da 2,5 miliardi di dollari

Wade Shepard, Forbes 2/8/2017Russia e Iran hanno firmato il 1* agosto un accordo da 2,5 miliardi di dollari per avviare la dovuta produzione ferroviaria. L’accordo è stato stipulato tra Organizzazione Industriale per lo Sviluppo e il Rinnovamento dell’Iran (IDRO) e Transmashholding, il più grande fornitore di attrezzature ferroviarie della Russia. Le parti creeranno una nuova joint venture di proprietà per l’80%, anche se completamente finanziata, del partner russo. L’Iran è attualmente in ciò che si potrebbe chiamare slancio nella costruzione delle infrastrutture, dopo decenni di sanzioni che hanno lasciato gran parte dell’infrastruttura dei trasporti in decadenza. L’Iran ha intrapreso la ricostruzione quasi completa delle reti autostradale e ferroviaria. Il Paese dovrebbe aggiungere 15000 chilometri di nuove linee ferroviarie nei prossimi cinque anni, un’espansione che richiederà 8000-10000 nuovi vagoni all’anno. Il rafforzamento dei trasporti è fondamentale per l’idea dell’Iran di sfruttare la propria posizione geografica quale snodo commerciale eurasiatico, rientrando nell’iniziativa Fascia e Via della Cina, e per continuare la cooperazione economica con la Russia nello spazio post-sovietico. L’Iran è anche un partner fondamentale, insieme a Russia e India, del suddetto corridoio dei trasporti nord-sud, volto a creare una rotta commerciale multimodale che riduca i tempi di viaggio tra le città sulla costa occidentale dell’India e San Pietroburgo, superando le questioni territoriali con la Russia sul Mar Caspio. Spinto dalle sanzioni statunitensi, l’accordo per la produzione di materiale rotabile per le nuove ferrovie iraniane è l’ultimo di una serie di accordi che mostrano la crescente partnership tra Teheran e Mosca. Apparentemente mettendo da parte i vecchi sentimenti di diffidenza e concorrenza, dovuti a vari scontri militari del periodo sovietico, Iran e Russia hanno recentemente istituito partenariati economici e strategici su molti fronti, tra cui energia, infrastrutture e aiuti militari. Dalla stessa parte nella crisi siriana, secondo il portavoce del parlamento iraniano, l’Iran ha anche dato alla Russia priorità in qualsiasi settore voglia investire.
Il commercio tra Russia e Iran è raddoppiato nel 2016, con la vendita di attrezzature militari, come elicotteri Mi-17 e diversi sistemi missilistici, con alcune acquisizioni molto ricercate dall’Iran. Le società energetiche russe si recano in Iran, con Gazprom che ha recentemente ottenuto il contratto per lo sviluppo del giacimento di gas Farzad-B. Si stima che il commercio annuale bilaterale raggiungerà presto i 10 miliardi di dollari, aumentando dal minimo di 1,68 miliardi di dollari del 2014. Oltre ad acquisto e vendita di tappeti e aerei commerciali, le compagnie degli Stati Uniti non possono semplicemente affrontare un Iran in rapida espansione, in quanto restano le sanzioni degli USA per il presunto sostegno di Teheran al terrorismo e sui diritti umani, sanzioni da poco acuite. Gli USA inoltre hanno grande influenza sulle azioni delle imprese europee in Iran, con società come l’azienda petrolifera Total francese che ha bisogno dell’approvazione degli Stati Uniti per entrare nel mercato iraniano. Ciò lascia campo libero alla Russia. In quest’epoca di massicci commerci ed investimenti all’estero, il modo con cui i Paesi s’influenzano avviene aumentando l’attività economica e i progetti congiunti di sviluppo. In questa sfida, le sanzioni sostanzialmente escludono dai giochi e lasciano tutto il tavolo ai rivali che accumulano ricchezza e potenza. La Cina lo sa e la Russia lo sa. Putin probabilmente deve ringraziare il Congresso USA.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora