Etiopia: campo di battaglia tra Stati Uniti e Cina in Africa?

Eric Draitser, Gianalytics, 18 gennaio 2016

Mentre la storia della penetrazione economica e politica della Cina di Africa è raccontata innumerevoli volte da molti analisti, pochissimi parlano della questione delle mosse e contromosse tra Stati Uniti e Cina.

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

All’inizio del mese, il Washington Post ha confermato che le forze armate degli USA avevano chiuso la base dei droni di Arba Minch, nel sud dell’Etiopia. Mentre c’era qualche cenno della chiusura nei media corporativi, nessuno ha fornito il tanto necessario contesto geopolitico e strategico per comprendere il vero significato della chiusura della base degli USA. Invece, la maggior parte dei media si concentra sulla ridistribuzione delle basi degli Stati Uniti su altre parti dell’Africa, o addirittura oltre il continente africano. Tuttavia, la vera storia è rimasta completamente occultata. E qual è esattamente “la vera storia”, ci si chiede? In poche parole, la chiusura della base statunitense è solo l’ultimo capitolo della partita a scacchi geopolitica tra Stati Uniti e Cina, che vede l’Africa di gran lunga il terreno più contestato. Ma è proprio questo il problema da inquadrare e, visto sotto questa luce, è del tutto ragionevole interpretare la mossa degli Stati Uniti della chiusura della base dei droni in Etiopia, motivata meno da esigenze tattiche e militari che da considerazioni politiche.

Cina ed Etiopia: un partenariato nascente
ETHIOPIA-ADDIS ABABA-CHEN DEMING-CHINA-SIGNNING CEREMONY Mentre la Cina ha ampliato la propria impronta africana, l’Etiopia è diventata sempre più importante dal punto di vista di Pechino. Vista come sbocco per le esportazioni a basso prezzo ed enorme potenziale per gli investimenti, l’Etiopia ora figura al centro dei piani della Cina per il Corno d’Africa e per il continente in generale. Infatti, le statistiche mostrano quanto sia importante l’Etiopia. Secondo la Banca Mondiale, l’Etiopia è l’economia che cresce più velocemente nel mondo, per PIL. Mentre va notato che il PIL non è una misura del miglioramento economico effettivo della maggioranza dei cittadini che vivono ancora nella povertà più abietta, in generale indica la crescita dell’economia nel complesso. Ed è proprio la crescita del PIL (tasso di crescita annuo del PIL composto 2014-2017 + 9,70%), e il potenziale di crescita futura che attirano gli investitori e lo Stato cinesi. Come David Shinn, ex-ambasciatore in Etiopia, osservò nell’aprile 2015: “L’influenza cinese in Etiopia oggi è uguale o rivaleggia con quella di qualsiasi altro Paese, compresi gli Stati Uniti… La leadership del governo del FDRPE (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope) dà certamente l’impressione di essere più a suo agio con lo stile e la leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) che con leadership e partiti di governo dei Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti. Il FDRPE e il PCC si scambiano spesso visite e hanno anche formalizzato la loro interazione. Mentre il FDRPE ha rapporti con alcuni partiti politici occidentali, non è certo che siano più vicini quanto il PCC… A livello politico, Cina ed Etiopia si sostengono. Il Parlamento etiope ha approvato una risoluzione a sostegno della legge antisecessione della Cina. L’Etiopia s’è unita ad altri Paesi africani nel fermare le risoluzioni nella Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che censurano le pratiche sui diritti umani in Cina. L’ex-primo ministro Meles Zenawi (sic) dichiarò con enfasi che il Tibet è una questione interna e gli estranei non hanno alcun diritto di interferire… Sempre più spesso l’Etiopia vede la Cina come alternativa all’occidente e, in particolare, alle condizioni politiche occidentali”. Quest’ultima frase è particolarmente rivelatrice racchiudendo perfettamente il maggiore sviluppo nel Corno d’Africa negli ultimi dieci anni, in cui l’ex-affidabile Stato cliente degli USA, l’Etiopia, è sempre più contestato. Quando il Primo ministro cinese Li Keqiang visitò l’Etiopia nel 2014 si portò con sé un vero cenacolo di imprenditori e ministri del governo pronti a firmare una serie di accordi di partnership, 16 per l’esattezza. Questi accordi includsero massicci accordi infrastrutturali e di sviluppo della cooperazione, anche per la costruzione di strade e zone industriali. Infatti, secondo l’Heritage Foundation e l’American Enterprise Institute, l’investimento totale della Cina in Etiopia è quasi 17 miliardi di dollari, con la maggior parte degli investimenti nei settori dei trasporti, infrastrutture, energia e tecnologia. Tali ampi investimenti in settori economici cruciali illustra perché la Cina è vista come necessario e vitale contrappeso economico e politico (e presto militare?) all’egemonia statunitense nel Corno d’Africa. Ad esempio, alcuni dei progetti di massimo profilo in Etiopia sono finanziati e costruiti dai cinesi: il Progetto ferrotramviario da Addis Abeba (AALRT) da 475 milioni, la diga Baro Akobo da 583 milioni, il quartier generale dell’Unione africana da 200 milioni di dollari, tra molti altri. Ma al di là dei progetti comuni già materializzati, i cinesi tracciano l’impegno economico a lungo termine in Etiopia, avendo definito il Paese come “Zona di cooperazione economica” nel continente africano. Secondo l’esperta di fama mondiale sugli investimenti cinesi in Africa, Deborah Brautigam (American University), con il collega Tang Xiaoyang (New School for Social Research), notò nella critica allo studio del 2011 Shenzhen africana: zone economiche speciali della Cina in Africa: “Da tutti i resoconti, il governo cinese ha adottato ‘molti’ atteggiamenti nei confronti delle politiche su queste zone africane. Non siamo riusciti a trovare alcuna prova o anche voci di condizioni o inganni imposti ai governi ospitanti dal governo cinese in cambio dello sviluppo delle zone. Mentre il governo cinese ha giocato un ruolo diplomatico e i leader cinesi hanno visitato alcuni (ma non tutti) i Paesi della zona che ospitano, le nostre interviste chiariscono che le aziende cinesi, con il sostegno delle loro ambasciate, hanno il comando dei negoziati con i governi ospitanti su particolari incentivi e responsabilità, in particolare nella costruzione di infrastrutture… Perché queste zone pilota sono importanti anche politicamente per il governo cinese e i padroni di casa africani, alcuni dei quali, come l’Etiopia, hanno comitati di coordinamento bilaterali con rappresentanti ufficiali di entrambi i governi e che operano a livello strategico”. (P. 35, 37)
Il brano qui sopra dimostra due elementi assolutamente essenziali del rapporto Cina-Etiopia, e in effetti della partnership della Cina con le nazioni africane in generale. Prima di tutto, come Brautigam e Xiaoyang notano, Pechino non impone condizioni all’Etiopia, o qualsiasi governo africano, nella partnership con la Cina per la “zona economica speciale”. Questo è in netto contrasto con Stati Uniti e Unione europea che, molto spesso attraverso la Banca Mondiale e/o Fondo monetario internazionale (FMI), subordinano aiuti e investimenti a determinati criteri dettati da Stati Uniti o UE stessi. La storia degli “aiuti” all’Africa dell’occidente è lunga e sordida, e non c’è dubbio che i governi africani apprezzino la Cina che dispone di un modello economico sostanzialmente diverso. In secondo luogo, il fatto che ci sia una commissione bilaterale di coordinamento comprendente i rappresentanti dei governi cinese e etiope illustra il semplice punto che l’Etiopia vede con chiarezza la Cina come partner a lungo termine piuttosto che investitore a breve termine. In effetti, ciò spicca di fronte alla pretesa comune che l’Etiopia sia ciò che è stata negli ultimi tre decenni, cliente e ascaro degli Stati Uniti. Con tale cooperazione, è evidente a tutti che l’Etiopia sempre più cerca ad est lo sviluppo economico. La crescente collaborazione sino-etiope fornisce un diverso tipo di prisma attraverso cui valutare le mosse militari nella regione.

Cina, Stati Uniti e riorganizzazione della Scacchiera Militare
296droneBase28--300x461 E così, la chiusura della base dei droni statunitense di Arba Minch non è una mera mossa militare, anche se considerazioni militari, ovviamente, giocano un ruolo nella decisione di chiudere la base. Piuttosto, gli Stati Uniti riducono la presenza militare in un Paese che riconoscono non essere più loro agente. Ma la domanda resta: la chiusura è causata da considerazioni pratiche (logistica, obiettivi della missione, bilancio, ecc.) o forse Washington non ha più l’appoggio del governo etiope? Considerate le dichiarazioni del sergente maggiore James Fisher, che dopo l’annuncio ufficiale del 2011 secondo cui la struttura dei drone Arba Minch era operativa, affermò succintamente che “(i voli dei droni) continueranno fin quando il governo etiope accetta la nostra cooperazione sui vari programmi di sicurezza“. E così, quattro anni e decine di milioni di dollari dopo, gli Stati Uniti hanno chiuso la base. Come mai? Una conclusione logica basata sulle prove disponibili è che Addis Abeba ha deciso che la crescente partnership con la Cina supera la necessità di cooperare con gli Stati Uniti sui diritti delle basi militari. Non sarebbe la prima volta nella storia che un Paese lascia l’orbita statunitense nel tentativo di rafforzare la cooperazione con la Cina. E qui è necessario notare un altro sviluppo geopolitico cruciale degli ultimi mesi: l’affermazione di Pechino che aprirà la prima installazione militare all’estero nella piccola nazione costiera di Gibuti, situata nello stretto strategicamente vitale di Bab al-Mandab che separa il Mar Rosso da Golfo di Aden e Oceano Indiano. Garantire l’accesso a tale collo di bottiglia globale è essenziale allo sviluppo della Cina con gran parte del commercio, comprese le importantissime esportazioni africane, che attraversa tale stretta via d’acqua. Con una struttura navale a Gibuti, Pechino sarà ben posizionata per proiettare potenza e garantirsi l’accesso senza restrizioni al continente africano e all’Oceano Indiano, a prescindere dai piani degli Stati Uniti. Ma naturalmente gli Stati Uniti non gettano semplicemente la spugna su Gibuti e Corno d’Africa. Non è un segreto che la base di Camp Lemonnier a Gibuti sia una delle strutture più importanti che gli Stati Uniti hanno in qualsiasi parte del mondo, nonostante la retorica di avere “ingombro ridotto” in Africa. Come il segretario alla Difesa Ashton Carter ha descritto, Camp Lemonnier è “un hub con molti raggi oltre il continente e la regione”. Sottolineando il punto del segretario alla Difesa, l’ex-comandante di AFRICOM Carter Ham spiegò nel 2012 che “Camp Lemonnier è… un punto di partenza essenziale per la proiezione di potenza regionale consentendo operazioni a più commando… I requisiti di Camp Lemonnier quale luogo chiave per la sicurezza nazionale e la proiezione di potenza lo supportano”. Il reporter investigativo Nick Turse inoltre osservò che “le operazioni dei droni (degli Stati Uniti) sono passate da (Camp Lemonnier) al più remoto Chabelley Airfield”. Essenzialmente, mentre la Cina fa una mossa a Gibuti, gli Stati Uniti rapidamente reimpostano le azioni nel Corno d’Africa tentando di contrastare ciò che percepiscono come crescente invasione cinese della sfera d’influenza degli Stati Uniti.
Anche sui mari questa partita a scacchi Cina-USA prende forma. Centinaia di miglia al largo delle coste africane, le isole Seychelles sono teatro della competizione tra Stati Uniti e Cina. Nel 2011, si seppe della proposta del governo delle Seychelles di fornire diritti alle navi da guerra cinesi per i rifornimenti di carburante. Mentre l’accordo fu considerato assai preliminare, evidenziò la crescente concorrenza tra le due potenze, in particolare dopo che, nello stesso anno, i cablo di Wikileaks rivelarono che le Seychelles erano utilizzate dagli Stati Uniti per condurre operazioni antiterrorismo in Somalia con i droni. Come il Washington Post riportò, le Seychelles “ospitano una piccola flotta di droni MQ-9 Reaper di US Navy e Air Force, dal settembre 2009… i cablogrammi diplomatici classificati degli USA dimostrano che i velivoli senza pilota hanno inoltre condotto missioni di controterrorismo in Somalia, circa 800 miglia a nord-ovest“. Proprio come ha fatto di recente a Gibuti, sembra che la Cina sfidi l’egemonia militare statunitense in Paesi chiave e nel Corno d’Africa, anche sui mari. Ma mentre Gibuti e Seychelles sono Paesi molto piccoli la cui importanza primaria è la posizione strategica, l’Etiopia è un importante premio economico per Pechino. Tale è la natura mutevole dell’impegno cinese in Africa. Gli osservatori geopolitici ora si chiedono se la vera questione non sia la Cina che sfida gli Stati Uniti nel posizionamento militare, ma quanto velocemente intende farlo? L’Etiopia è innegabilmente un nesso importante per la Cina, allo stesso tempo è un’opportunità economica e una necessità strategica. La chiusura di Washington della sola base in Etiopia potrebbe essere proprio la prova che il governo etiope riconosce anche questo.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina si prepara al Pivot in Medio Oriente

Peter Korzun Strategic Culture Foundation 17/01/2016134669117_14434827447911nLa prima visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping la prossima settimana in Medio Oriente è un segnale della volontà di Pechino di essere un attore importante nel Medio Oriente. Sullo sfondo di estremamente intensi contatti internazionali dall’assunzione della presidenza nel marzo 2013, il primo tour di Xi Jinping in Medio Oriente, il 19 – 23 gennaio, comprenderà Arabia Saudita, Egitto e Iran. Il leader cinese ha scelto il Medio Oriente come prima destinazione estera del 2016, generalmente indicando la Cina concentrarsi su una particolare regione o Paese. I preparativi per la visita sono iniziati un anno prima dello scontro Arabia Saudita-Iran, e molte cose sono successe da allora. I colloqui sul nucleare iraniano hanno portato a un accordo, la Russia ha lanciato le operazioni militari in Siria e la situazione di stallo tra sunniti e sciiti si è aggravata. Fino a poco prima, la politica in Medio Oriente della Cina si riduceva prevalentemente all’acquisto di petrolio in cambio di investimenti. Senza una presenza militare e coinvolgimento militare diretto, Pechino è diventato il maggiore consumatore di idrocarburi. Ma il programma della prima visita del leader cinese dall’inizio delle agitazioni regionali va ben oltre la sicurezza energetica. Ora Pechino viene ampiamente coinvolta nella regione. La cooperazione economica, la crisi dei rifugiati e, in particolare, il terrorismo sono i primi temi all’ordine del giorno del viaggio. Poco prima del viaggio del Presidente Xi, la Cina ha pubblicato il documento sulla politica araba, ribadendo l’importanza strategica che Pechino attribuisce alla regione. Afferma che la Cina s’impegna a consolidare e approfondire l’amicizia tradizionale tra Cina e arabi. Il coinvolgimento della Cina negli affari del Medio Oriente è un fattore per influenzare significativamente gli eventi. Senza avere alcun Paese particolare come alleato, Pechino cerca di creare un favorevole clima geopolitico, e questo è positivo. “Se può fare la differenza in Medio Oriente, verrà considerato un grande Paese. La Cina deve affrontare restrizioni in Medio Oriente, ma è pronta a svolgere il suo ruolo”, ha detto Li Shaoxian, Vicepresidente dell’Istituto di relazioni internazionali contemporanee, un think tank governativo.
La visita di Xi Jinping in Egitto è prevista per il 20-22 gennaio, la prima visita di un leader cinese in 12 anni. Durante la visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi in Cina, alla fine del 2014, le due parti aggiornarono il loro rapporto in “partenariato strategico globale”. Gli accordi della visita, tra cui un progetto elettrico ferroviario e la costruzione di una nuova centrale elettrica a Suez, furono finalizzati quando il presidente egiziano presenziò alla parata militare per commemorare il 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. L’Egitto ha anche indicato che cercherà investimenti e la partecipazione cinese al progetto del Nuovo Canale di Suez. L’Egitto è vicino all’Arabia Saudita, ma non è parte della coalizione anti-Iran. Il presidente egiziano Abdalfatah Said Husayn Qalil al-Sisi è andato a Mosca e Pechino per partecipare ai V-Day. Il commercio tra Cina ed Europa attraversa il Canale di Suez egiziano. L’Iran è un caso speciale. Una visita in Iran era prevista da un anno. Xi Jinping sarà il primo leader cinese a visitare l’Iran da quando il Presidente Jiang Zemin vi effettuò una visita di Stato nel 2002. Comprando petrolio dall’Iran, la Cina fornisce armi, investimenti e tecnologia. Pechino partecipa alla costruzione del gasdotto Iran-Pakistan di 2775 km di lunghezza, noto anche come gasdotto della pace, per rifornire di gas il Pakistan. Per l’Iran, la Cina è una fonte di investimenti cruciali, consumatrice affidabile e Paese di grande importanza geopolitica. Con le sanzioni che si prevede di togliere presto, l’Iran ha la prospettiva di una maggiore cooperazione con Cina e Russia, Paesi con interessi simili in Iran. Teheran ha il desiderio di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) e fare parte dell’alleanza politica ed economica guidata da Russia e Cina. Con le sanzioni revocate, l’Iran può essere invitato a far parte della SCO questa estate, divenendone membro a pieno titolo dopo un anno. Lo stesso vertice dovrebbe permettere la piena adesione di India e Pakistan, creando così l’asse Mosca-Pechino-Delhi. Il tour includerà il primo vertice Cina-Arabia Saudita dal 2009, da quando Cina e Arabia Saudita allacciarono relazioni diplomatiche nel 1990. Tuttavia, da allora i legami si sono ampliati rapidamente dato che la dipendenza della Cina dal petrolio estero è cresciuta. Nell’autunno 2013 la Cina ha superato gli Stati Uniti ufficialmente come maggiore importatore netto di petrolio. In particolare, la Cina dovrebbe diventare presto il primo importatore di petrolio dall’OPEC, con conseguente maggior affidamento sulle nazioni dell’OPEC, tra cui l’Arabia Saudita. Mentre la cooperazione energetica rimane un baluardo delle relazioni Cina-Arabia Saudita, è chiaro che i due Paesi cercano di espandere i rapporti. I legami storici dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti si sono sfilacciati negli ultimi anni, in parte per la risposta degli Stati Uniti alla primavera araba e per il risultato dell’accordo nucleare con l’Iran, a cui il Regno si opponeva. La maggiore cooperazione Cina-Arabia Saudita ha senso per Pechino e Riyadh. Mentre la dipendenza della Cina dal petrolio straniero cresce, Pechino dovrà garantire buoni rapporti con i potenti Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente. L’Arabia Saudita è il più importante di essi. Inoltre, un buon rapporto con Riyadh permetterebbe alla Cina non solo di garantire le importazioni di petrolio di Riyadh, ma di creare una partnership volta a “stabilizzare” la regione, permettendo idealmente a tutto il petrolio del Medio Oriente di fluire senza intoppi. Recentemente Riyadh ha compiuto numerose azioni per bilanciare la politica estera, evitando un eccessivo affidamento sul sostegno dagli Stati Uniti.
La Cina affianca la Russia sulle principali questioni del Medio Oriente, compreso il sostegno al governo di Bashar Assad in Siria. Se la pace sarà mai ripristinata, gli investimenti cinesi e russi giocheranno un ruolo importante nel recuperare il Paese. Iran, Russia e Cina sono nella stessa barca sull’Afghanistan. Pechino sa che il sogno della Nuova Via della Seta non potrà mai avverarsi senza una stabile Asia centrale e il Pakistan. Per Russia e Iran, la stabilità nella regione è questione di importanza vitale trovandosi ad affrontare ostilità in prossimità delle proprie frontiere. Il consenso tra Russia e Cina sembra consentire la ricerca di un ulteriore coordinamento delle azioni in Medio Oriente. Tale consenso comprende Siria, Iran, opposizione alla strategia del “cambio di regime” e delle “rivoluzioni colorate”. Mosca e Pechino hanno interesse comune nella lotta a terrorismo, estremismo e separatismo. Gli estremisti musulmani in Russia e regione autonoma del Xinjiang cinese ingrossano le fila dello Stato islamico e rappresentano una vera e propria minaccia in caso tornassero a casa. Russia e Cina sono i denominatori comuni nel mondo contemporaneo. Entrambe sono attrici importanti nel processo di pace siriano. Il recente ritorno della Russia in Medio Oriente e l’emergere della Cina come attivo attore in Medio Oriente, sono un contrappeso all’influenza degli Stati Uniti nella regione. Coordinandosi, entrambi i Paesi possano colmare il vuoto lasciato dal recente fallimento della politica statunitense in Medio Oriente e dare un contributo significativo nell’allontanare la regione dal baratro del caos e dei conflitti permanenti.2014122410330567335Le relazioni della Cina con Medio Oriente e Paesi Arabi: Presidente Xi Jinping
Quotidiano del Popolo, Global Research, 18 gennaio 2016iranchinaIl presidente cinese Xi Jinping visiterà Arabia Saudita, Egitto e Iran il 19-23 gennaio. Xi ha fatto una serie di osservazioni importanti sul rapporto tra Cina e Medio Oriente e Paesi arabi, di grande importanza nel promuovere il processo di pace in Medio Oriente e far avanzare le relazioni della Cina con questi Paesi.

1. Tutte le nazioni in Medio Oriente hanno uguale diritto a vita e sviluppo.
Il Medio Oriente è assediato dalla guerra e da disordini sociali, ormai. Pace, stabilità e sviluppo sono aspirazioni comuni dei Paesi del Medio Oriente. Risolvere le controversie con mezzi politici è una scelta strategica nell’interesse di tutte le parti. Tutte le nazioni in Medio Oriente, incluso Israele, hanno ugualmente diritto a vita e sviluppo. Solo quando i legittimi diritti di tutti i Paesi sono garantiti, e tutti i Paesi rispetteranno le reciproche preoccupazioni, ci potrà essere pace duratura e stabilità nella regione. Ha detto Xi incontrando il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Pechino, il 9 maggio 2013.

2. La Cina sostiene un Golfo denuclearizzato.
La regione del Golfo e la situazione in Medio Oriente hanno influenza globale e tutti i membri hanno responsabilità regionali sulla salvaguardia di sicurezza e stabilità del Golfo. La Cina ha sempre sostenuto la giusta causa del popolo palestinese e continuerà ad agevolare i colloqui di pace. La Cina sostiene un Golfo denuclearizzato e continuerà a promuovere a lungo termine, la soluzione completa e adeguata alla questione nucleare iraniana. Aveva detto Xi incontrando il principe ereditario saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, vicepremier e ministro della difesa, a Pechino il 13 marzo 2014.

3. La Cina e gli Stati arabi devono portare avanti lo spirito della Via della Seta.
Per migliaia di anni, la Via della Seta portava lo spirito di pace e cooperazione, di apertura e inclusività, imparando gli uni dagli altri i vantaggi e risultati reciproci, trasmessi di generazione in generazione. I popoli della Cina e del mondo arabo si sostengono a vicenda nella battaglia a difesa della dignità e della sovranità nazionali, si aiutano a vicenda per ringiovanire le nazioni, imparano gli uni dagli altri approfondendo gli scambi culturali e promuovendo la prosperità delle culture nazionali. Portare avanti lo spirito della Seta agevolando la comprensione reciproca tra le civiltà. Portare avanti lo spirito della Via della Seta aderendo a una cooperazione vantaggiosa per tutti. Portare avanti lo spirito della Via della Seta sostenendo il dialogo e la pace. Aveva detto Xi all’apertura della sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione degli Stati arabi-Cina a Pechino il 5 giugno 2014.

4. Cina e Stati arabi dovrebbero compiere sforzi congiunti nella costruzione della Cintura economica della Via della Seta e della Via della Seta marittima del 21° secolo.
La Cina e gli Stati arabi riconoscono e sono amici attraverso la Via della Seta, che li rende partner naturali nella costruzione della Cintura economica Via della Seta e della Via della Seta Marittima del 21° secolo. Nella costruzione della “One Belt and One Road”, Cina e Stati arabi devono rispettare il principio della costruzione congiunta attraverso la consultazione per soddisfare gli interessi di tutti. Cina e Stati arabi devono essere al tempo stesso ambiziosi e con i piedi per terra. Cina e Stati arabi devono poter contare su e promuovere la loro tradizionale amicizia. Aveva detto Xi alla cerimonia di apertura della sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione Cina- Stati arabi a Pechino, il 5 giugno 2014.

5. La Cina si oppone a qualsiasi discriminazione e pregiudizio di uno specifico gruppo etnico o religioso.
Alcuna civiltà umana è superiore alle altre. Pari scambi rendono la civiltà umana ricca e colorata, proprio come l’abbinamento di colori diversi porta a maggiore bellezza e la combinazione di strumenti musicali differenti crea armonia e pace. La Cina sostiene fermamente i Paesi arabi nel mantenere proprie culture e tradizioni nazionali, e si oppone a qualsiasi discriminazione e pregiudizio verso uno specifico gruppo etnico o religioso. Dobbiamo fare sforzi congiunti nel chiedere civiltà e tolleranza, impedendo a forze e pensieri estremisti di creare una frattura tra civiltà diverse. Aveva detto Xi alla cerimonia di apertura della sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione Cina-Stati arabi a Pechino, il 5 giugno 2014.

6. La Cina insiste sulle “quattro aderenze”.
La Cina apprezza i rapporti con gli Stati arabi e ha sempre considerato le relazioni Cina-Stati arabi da una prospettiva strategica di lungo periodo. Presso i nostri amici arabi, insistiamo sulle “quattro aderenze”. La prima è l’adesione al sostegno ai processi di pace in Medio Oriente e alla tutela dei diritti e legittimi interessi dei popoli arabi. La seconda è l’adesione all’agevolazione della soluzione politica e promozione di pace e stabilità nella regione. La terza è l’adesione all’idea di sostenere i Paesi arabi nell’esplorare il modello di sviluppo indipendente ed aiutarli. La quarta è l’adesione al valori perseguiti promuovendo il dialogo tra le civiltà e sostenendo un nuovo ordine civile. Siamo disposti a camminare mano nella mano con i Paesi arabi sulla via della rispettiva rivitalizzazione nazionale. Aveva detto Xi incontrando i capi delle delegazioni arabe alla sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione Cina-Stati arabi a Pechino, il 5 giugno 2014.

7. Il processo di pace in Medio Oriente ha bisogno di saggezza e sforzi di tutte le parti.
Le questioni Palestina-Israele, Siria e Iraq si sono intrecciate e s’influenzano. “La violenza contro la violenza” non può risolvere il problema israelo-palestinese. Per promuovere il processo di pace in Medio Oriente c’è bisogno della saggezza e degli sforzi di tutte le parti. La Cina continuerà a sostenere gli sforzi per la conciliazione delle Nazioni Unite e del Segretario generale, promuovendo tutte le parti in Siria trovando la “giusta via”. Aveva detto Xi incontrando il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon il 16 agosto 2014.

8. La Cina ha, come sempre, visto le relazioni Cina-Stati arabi nella prospettiva strategica di lungo periodo.
Allo stato attuale, le relazioni Cina-Stati arabi sono in corso volgendosi verso un nuovo inizio di pace e cooperazione, apertura e inclusività, reciproca comprensione, vantaggi e risultati reciproci. Da grande attenzione allo sviluppo delle relazioni Cina-Stati arabi. La Cina ha, come sempre, visto le relazioni Cina-Stati arabi nella prospettiva strategica di lungo periodo, ed è pronta a collaborare con gli Stati arabi elevando al massimo le relazioni di cooperazione strategica tra Cina e Paesi arabi caratterizzando a tutto tondo la cooperazione e lo sviluppo comune. Aveva detto Xi nella lettera di congratulazioni per l’anno dell’amicizia Cina-Paesi arabi e al 3° Festival delle arti arabe il 10 settembre 2014.

9. La comunità internazionale dovrebbe sostenere i popoli del Medio Oriente nel cercare la via giusta in conformità alle proprie condizioni nazionali.
Ci sono molti problemi e contraddizioni complesse in Medio Oriente. Una soluzione politica è l’unico modo realistico per risolvere le controversie nella regione. Non importa quanto sia difficile, dobbiamo avere la massima pazienza e fornire il massimo spazio a una soluzione politica. Paesi e popoli della regione hanno la maggiore voce in capitolo sulle vie allo sviluppo che dovrebbero seguire. La comunità internazionale dovrebbe sostenerne gli sforzi cercando la via giusta in conformità alle proprie condizioni nazionali. Aveva detto Xi incontrando shayq Tamim bin Hamad al-Thani, emiro del Qatar, a Pechino nel novembre 3,2014.

10. Cina e Stati arabi sono amici fiduciosi e partner che camminano mano nella mano.
Cina e Stati arabi sono amici dalla fiducia reciproca e stretti partner nella realizzazione dello sviluppo reciproco. La Cina, aderendo ai risultati della Via della Seta dello spirito di pace e della cooperazione, dell’apertura e dell’inclusività, della reciproca comprensione e del mutuo vantaggio, collaborerà con tutti i Paesi del mondo, anche arabi, facilitandone lo sviluppo reciproco e migliorando il benessere dei popoli di tutti i Paesi del mondo. Aveva detto Xi in una lettera di congratulazioni all’Expo Cina-Stati arabi del 10 settembre 2015.Egypt's President Sisi shakes hands with Chinese President Xi during a signing ceremony in the Great Hall of the People in BeijingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ohirune Universe

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La Via della seta marittima della Cina passa per Suez

M K Bhadrakumar Indian Punchline 25 dicembre 20142014122320221021256La cintura economica della Via della seta marittima della Cina del 21.mo secolo compie un grande balzo in avanti con la visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi al Presidente Xi Jinping a Beijing, indicando nei due progetti una “opportunità importante per rinvigorire” il suo Paese. Sisi era in visita di Stato in Cina. (Xinhua) Secondo le fonti, la Cina ha segnato un importante colpo diplomatico, come evidenzia l’annuncio di Xi e Sisi nell’elevare i rapporti tra i due Paesi a “partnership strategica globale”. Xi ha assicurato Sisi che la Cina “integrerà le iniziative per costruire congiuntamente la cintura della seta e la via della seta marittima con grandi piani inerenti lo sviluppo dell’Egitto, rafforzandone la cooperazione nelle industrie delle infrastrutture, nucleare, delle nuove energie ed aerospaziale, integrandola con investimenti appropriati e accordi di finanziamenti”. Interessante, la cooperazione militare e nella sicurezza era anche all’ordine del giorno. Xi avrebbe indicato che i due Paesi potrebbero “congiuntamente reprimere il terrorismo”. La dichiarazione congiunta firmata dai due leader comprende una sezione su ‘settori militari e della sicurezza’. Sisi resta vigile sull’Islam radicale e la Cina ha un utile partner nell’Egitto nel rintracciare gli islamisti che fomentano problemi nello Xinjiang. Data la natura della struttura di potere egiziana, la Cina vorrà favorire le relazioni militari. Infatti, mentre la marina cinese si espande ulteriormente e si farà vedere nel Mediterraneo nei prossimi decenni, il canale di Suez sarà di grande importanza per la strategia militare di Pechino. Sisi ha lanciato la partecipazione cinese nel progetto per il nuovo canale di Suez. Per la Cina è una miniera d’oro strategica, poiché attraverso il canale di Suez la Via della seta marittima arriverà al Mediterraneo e a Venezia, dove s’incontrerà con la nuova Via della seta terrestre (proveniente da Xian nella Cina centrale passando per Xinjiang e Asia centrale, nord dell’Iran, prima di volgere a occidente attraverso Iraq, Siria e Turchia e a nord-ovest verso l’Europa passando da Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Germania, per Rotterdam, in Olanda, e subito dopo a sud, verso Venezia in Italia). La Via della seta marittima parte da Quanzhou nella Provincia di Fujian e passa per lo stretto di Malacca e l’Oceano Indiano per raggiungere Nairobi, da dove punta a nord passando per il Corno d’Africa e il mare rosso, arrivando al Mediterraneo attraverso il canale di Suez. (A proposito, le Maldive sono entrate con lo Sri Lanka nel progetto).
Xinhua osserva evidenziando che l’aspetto principale per la Cina è l’espansione dei legami economici con l’Egitto, dove vede enormi opportunità. Ma la crescente dimensione strategica del rapporto è immediatamente evidente. Il punto è che l’Egitto è cruciale nella strategia della Via della seta marittima della Cina. Sembra che Xi visiterà l’Egitto nel prossimo futuro per suggellare il partenariato strategico. La Cina ha evitato scrupolosamente d’immischiarsi nella primavera araba e Xi ha chiarito a Sisi che il sistema politico dell’Egitto o il relativo sviluppo è solo una questione interna. Xi ha adottato la posizione del presidente russo Vladimir Putin (Sisi visitò Mosca ad agosto). I rapporti di Sisi con Russia e Cina dovrebbero essere elevati. Il primo ministro egiziano ha recentemente costituito un’unità speciale per monitorare, promuovere e accelerare i legami con la Russia e la Cina. Cairo spera di sfruttare i legami con Russia e Cina per scongiurare l’invadenza politica statunitense. Naturalmente, Washington non può che preoccuparsi per tali inconfondibili segnali dell’approfondimento dei rapporti dei russi e cinesi con l’Egitto, alleato chiave degli Stati Uniti fino a poco prima. Il presidente Barack Obama deve essere abbastanza preoccupato da chiamare al-Sisi e chiacchierarci la scorsa settimana, poco prima che il leader egiziano volasse a Pechino.

xinjiang-graphicTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA stentano a mantenere l’Asia nell’arretratezza

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 03/11/2014

myanmarI giornali finanziati dagli USA promuovono ONG finanziate dagli Stati Uniti nel tentativo di fermare i progetti infrastrutturali che consentano di ridurre le inondazioni, produrre energia pulita e rinnovabile, e dare posti di lavoro e sviluppo a milioni di persone. “The Irrawaddy“, che pretende di essere “una delle principali fonti di notizie attendibili, informazioni e analisi su Birmania/Myanmar e regione del sud-est asiatico“, ha ostinatamente seguito gli sforzi di cosiddetti “attivisti” per impedire la costruzione di dighe nel Sud-Est asiatico, dal Myanmar (ancora chiamato con il nome imperiale inglese “Birmania” dai media occidentali), a Thailandia e Laos. L’ultimo articolo “Azienda tailandese usa attiche del business per indebolire le leggi in Birmania“, è una rappresentazione tipica di tali sforzi. Segnala che: “Uno dei principali finanziatori delle dighe idroelettriche progettate sul fiume Salween della Birmania, è accusato d’investire in Paesi in cui vi è “oppressione e poca trasparenza”, per raggiungere i suoi obiettivi. Dopo essere stato limitato nelle attività nazionali, l’Ente per l’Energia Elettrica della Thailandia (EGAT) vuole fare di Birmania e Laos fornitori di energia elettrica tramite dighe fluviali, dannose per l’ambiente, afferma l’ONG statunitense International Rivers a The Irrawaddy”. Le dighe sono senza dubbio dannose per l’ambiente circostante e sicuramente governi e interessi particolari eludono regolarmente le proprie responsabilità nel perseguire con la costruzione della diga risultati equi per la popolazione umana e la fauna circostanti. Tuttavia, opporsi totalmente alla loro costruzione è regressivo, si tratta di un’agenda politicamente motivata spacciata da alcuni interessi particolari sociopoliticamente ed ambientalmente tra i più distruttivi sulla Terra. Per capirlo, si deve sapere cosa The Irrawaddy e International Rivers hanno in comune, e in particolare perché il loro ordine del giorno s’intreccia nella battaglia contro lo sviluppo autentico dell’Asia sudorientale.

“Giornali” e “attivisti” finanziati dagli Stati Uniti
The Irrawaddy e International Rivers sono creazioni ed emanazioni del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e di diversi fondazioni finanziate dall’aziendale-finanziario Fortune 500. Tra cui fondazioni che rappresentano gli interessi di imprese come Exxon, Chevron, British Petroleum (BP) e Total, così come grande finanza e Banca Mondiale. Già dovrebbe essere facile capire perché i giganti energetici e finanziari occidentali siano interessati ad arrestare lo sviluppo dell’indipendenza energetica sostenibile del Sud-Est asiatico. The Irrawaddy è letteralmente una creazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti tramite il suo National Endowment for Democracy (NED). Lo rivela in un rapporto del 2006 dal titolo “In assenza del popolo birmano? Un invito alla revisione della politica DFID in Birmania“, pubblicato da Burma Campaign UK. In esso, si afferma in particolare: “Anche il programma di sub-concessione del NED ha favorito lo sviluppo di tre ben note organizzazioni mediatiche birmane. New Era Journal, The Irrawaddy e la radio Democratic Voice of Burma (DVB) divenute fonti critiche di informazioni e notizie indipendenti sulla lotta per la democrazia in Birmania”. Il NED, con la pretesa di essere “una fondazione privata senza scopo di lucro dedita alla crescita e rafforzamento delle istituzioni democratiche nel mondo”, ha nel suo consiglio di amministrazione (passati e presente) una sgradevole collezione di rappresentanti di Fortune 500, neoconservatori guerrafondai e politici legati ad alcune delle agende globali più regressive, come Goldman Sachs, Boeing, Exxon, Brookings Institution e molti altri. E’ chiaro che tale insieme di interessi particolari non bada all’impatto umano e ambientale della produzione di energia idroelettrica, considerando che molti sovrintendono direttamente al racket del petrolio mondiale. Invece si tratta del desiderio di eliminare potenziali concorrenti e qualsiasi parvenza d’indipendenza geopolitica nelle regioni del pianeta su cui cercano di proiettare il loro potere. Con think tank come il Brookings che elaborano piani di battaglia, dalle invasioni di Afghanistan ed Iraq, alle loro occupazioni decennali alle guerre per procura contro Siria e Iran, non è difficile capire che sono forme secondarie di proiezione di potenza, tramite ONG cooptate e camuffate con il pretesto dell'”ambientalismo” e dell'”attivismo sociale”, di cui sono gli strumenti. International Rivers, negli anni, è stato finanziato da Sigrid Rausing Trust, Tides Foundation, Google, Open Society, Ford Foundation, per citarne alcuni. Molti di coloro che finanziano International Rivers, sono a loro volta creazioni di interessi corporativi-finanziari. Sponsor diretti come Sigrid Rausing Trust, Ford Foundation e Open Society, sono coinvolti nel finanziamento di think tank come la Brookings Institution, favorevole alla guerra e pro-aziendale, in cui Sigrid Rausing Trust appare tra i donatori (.pdf) assieme ad imperi bancari come JP Morgan, Bank of America e Barclays Bank, a giganti petroliferi come Exxon, Chevron, Shell e Statoil e aziende belliche come Boeing, Northrop Grumman e Raytheon. In realtà, International Rivers espone un punto molto interessante che inquadra perfettamente la guerra alle dighe asiatiche. In “Banche e costruttori di dighe” dice: “Tradizionalmente, il gruppo della Banca mondiale è stato il maggiore finanziatore di grandi dighe. Per decenni, la Banca Mondiale ha finanziato la costruzione di mega-dighe nel mondo. Negli ultimi anni, tuttavia, le istituzioni finanziarie cinesi hanno assunto questo ruolo, innescando un nuovo boom globale nella costruzione di dighe. Altre banche nazionali pubbliche, come le banche brasiliane, tailandesi e indiane, ne finanziano una quota sempre più importante”. In ciò risiede uno dei tanti problemi di Wall Street e Londra e della loro “Banca Mondiale” con le dighe di Asia: non hanno le mani in pasta in una regione che apertamente cercano di influenzare, manipolare e persino utilizzare come fantoccio collettivo contro la Cina.

mekong-river-giant-fish-threatened-dam_33707_600x450Il fiume scorre
Come si demonizza la produzione di energia rinnovabile sostenibile, che funge anche da strumento di gestione delle alluvioni e navigazione fluviale? International Rivers e i ben intenzionati attivisti creduloni diffondono la loro agenda regressiva ai diversi angoli del mondo demonizzando l’energia idroelettrica, passando dal plausibile all’assolutamente ridicolo. Sul sito di International Rivers archiviato come “Il nostro lavoro”, si trova forse la scusa più ridicola di International Rivers per cui una nazione non dovrebbe costruire dighe; in “Cambiamenti climatici e fiumi”, citando un oscuro studio sulla produzione di metano dei batteri che si trovano in tutti gli specchi d’acqua dolce permanenti, dagli stagni ai laghi e tutto il resto, International Rivers sostiene che dighe e bacini contribuiscono al “riscaldamento globale” e pertanto non dovrebbero essere costruiti. Sulla pagina “International Rivers Mekong Mainstream Dams” si afferma, oltre alle varie scuse usate per ostacolare i progetti di dighe per produrre energia elettrica per infrastrutture moderne, industria e altre necessità per creare lavoro e una migliore qualità della vita, c’è la difesa delle popolazioni indigene e la loro pesca non sostenibile per la diminuzione dei pesci in diversi fiumi. In realtà, la costruzione di una diga fornirebbe i mezzi a molte comunità di pescatori per passare ad occupazioni più produttive che permettano alle popolazioni ittiche sia di riprendersi che di trasferirsi in zone da poter gestire con attenzione, ritornando di nuovo a livelli sani. “La rinascita dei piani per costruire una serie di dighe sul fiume Mekong in Cambogia, Laos e Thailandia, rappresenta una grave minaccia per l’ecologia del fiume e mette a rischio il benessere di milioni di persone che dipendono dal fiume per cibo, reddito, trasporti e diversi altri bisogni”. Solo che le persone dedite alla pesca vivono lungo il fiumi in condizione di povertà assoluta, e sono intrappolate nel ciclo della scarsa istruzione, del lavoro servile, dello sfruttamento e della diminuzione di risorse naturali, sempre più oberate proprio perché il Mekong non è stato sviluppato in modo programmato, dopo che il progetto è stato “accantonato”, come International Rivers ammette con orgoglio, a causa del suo lavorio regressivo. Le risorse della pesca sono saccheggiate da persone che non possono condurre un’altra vita, ancora una volta proprio per l’assenza di un reale tangibile sviluppo delle infrastrutture sul Mekong.

Problemi reali, soluzioni reali
Questo non vuol dire che non ci siano problemi reali dar discutere nella costruzione delle dighe. Governi ed investitori che cercano di costruire tali progetti hanno la responsabilità su popolazioni e ambiente circostanti al fine di garantire che la frattura inevitabile e lo spostamento siano debitamente compensati e che i benefici della diga prevalgano sugli inconvenienti provocati dalla costruzione. La gestione di inondazioni, i trasporti ed altri benefici forniti da una costruzione ben pianificata delle dighe hanno tolto milioni di persone dalla povertà letteralmente illuminatogli la vita in tutto il pianeta, dal sud rurale degli Stati Uniti, durante la Grande Depressione, all’Europa per generazioni e alla Cina di oggi. Interessi particolari occidentali, dopo aver costruito dighe godendosi i frutti di infrastrutture ben sviluppate e dell’industrializzazione, sfruttano la disparità di tale sviluppo verso le impoverite nazioni in via di sviluppo che rilanciano i tentativi di recuperare il ritardo, almeno finché ciò non avviene con aziende, banche e altri monopoli occidentali. Una via di mezzo deve essere trovata tra coloro che cercano di costruire dighe e coloro che ne saranno interessati. Disposizioni per la tutela o anche l’espansione della pesca dopo che una diga è completata, utilizzando il bacino che si forma, sono un modo per ottenerla. Garantirsi che l’energia prodotta dalla diga porti all’industrializzazione e allo sviluppo locale, potendo dare condizioni di lavoro e opportunità migliori alle comunità locali, è un altro. La creazione di moderni mezzi per aggirare le dighe migliorando la navigazione fluviale, è un altro modo dimostrabile con cui le dighe possono migliorare la vita delle comunità e attività locali. Quando un progetto per grandi infrastrutture è pronto a passare dal tavolo da disegno al terreno, c’è molto da discutere e anche possibilmente di protestare sul modo con cui viene costruito il progetto, da chi e a vantaggio di chi. Tuttavia, l’argomento di per sé non è tangibile, la costruzione delle infrastrutture non dovrebbe mai essere messa in discussione. E’ diritto naturale di tutti andare avanti e verso l’alto. Coloro che irrazionalmente protestano contro ogni progetto infrastrutturale, di qualsiasi tipo, sulla base di argomenti pretestuosi come violare l’ambiente o pratiche non sostenibili, adottati da popoli disperatamente poveri che hanno bisogno di tali progetti per prosperare, sono i veri nemici del progresso, dell’ambiente e infine delle stesse persone che pretendono di aiutare. Gli attivisti locali ingannati da menzogna e propaganda, possono essere perdonati, ma dovrebbero lavorare per svolgere un vero controllo dello sviluppo delle infrastrutture, ma non come licenza perpetua d’ostruzione irrazionale. Organizzazioni come International Rivers, tuttavia, non possono essere perdonate. Affiliate ai peggiori criminali socioeconomici e ambientali del pianeta, gli attivisti nel mondo dovrebbero ostracizzare ed evitarli, per non essere contaminati anche dall’agenda regressiva dagli interessi particolari.

lower_mekong_dams_mapTony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica di Bangkok, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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