“Gli Stati Uniti vanno bastonati come un cane rabbioso”

“I nostri missili non sono puntati sugli inutili burattini”
Cassad 15 settembre 2017Nelle esercitazioni militari sudcoreane vi sono stati i lanci di 2 missili balistici “Hyunmu-2“, in risposta alle prove di Pyongyang. Uno dei missili ha volato per 250 chilometri, la stessa distanza dalla zona delle manovre all’aeroporto internazionale di Pyongyang, da dove il missile della RPDC è stato lanciato. Il lancio del secondo missile sudcoreano è fallito, dopo il lancio era caduto in mare. Il commento dell’ambasciata della RPDC in Russia sulle sanzioni dell’ONU, le minacce degli USA e i piani futuri.
Il Ministero degli Esteri della RPDC il 13 settembre emetteva il messaggio seguente.
Il 12 Stati Uniti e satelliti, durante la riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, definendo la nostra prova della bomba all’idrogeno di cui dotare gli ICBM come “minaccia” a pace e sicurezza del mondo, fabbricavano un’altra “sanzione” anti-coreana senza precedenti nella storia. Accusiamo fermamente la risoluzione come fabbricazione degli statunitensi che hanno mobilitato tutti i mezzi e i metodi più vili per far adottare la “risoluzione sulle sanzioni” n. 2375 al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, risultato di una brutale provocazione volta a soffocare il nostro Stato e il nostro popolo, privandoli della giusta difesa della loro Repubblica e applicando un blocco economico totale. Le illegalità dell’adozione della “risoluzione sulle sanzioni”, adottate nuovamente su iniziativa degli Stati Uniti, ci danno l’opportunità di affermare che il cammino scelto è centocinquanta volte corretto e ciò è motivo del forte rafforzamento della nostra decisione nel continuare a seguire questa strada fino alla fine e al più presto possibile. Dato che i tentativi degli Stati Uniti, con intrighi senza precedenti su sanzioni e pressioni per bloccare il nostro sviluppo, disarmarci e schiacciarci con le loro forze nucleari, ora sono chiari, creiamo una vera parità di forze militari difendendo la nostra sovranità e il diritto ad esistere, e rafforzeremo ulteriormente tale potebza garantendo pace e sicurezza nella regione.

È impossibile aumentare il peso delle testate per esistere
I burattini della Corea del Sud, accusando le nostre misure auto-difensive, s’impegnano a ricreare una “corsa ai missili” con gli Stati Uniti. Dicono recentemente che il governo della Corea del Sud ha invitato Trump a ricreare la “corsa ai missili” consentendogli di aumentare il peso della testata del missile balistico dell’esercito fantoccio e a riceverne un “consenso verbale”. Ad ottobre, a Seul, tale questione sarà discussa. I burattini fanno rumore anche se hanno già esteso la gittata del loro missile balistico attraverso due programmi puntando all’intero territorio della Repubblica Democratica Popolare, ma a causa del peso minore della testa bellica, il suo potere distruttivo è limitato e quindi è necessario aumentarlo di oltre una tonnellata. Si vantano che se il peso della testa bellica aumenta di oltre una tonnellata, può “distruggere completamente il comando sotterraneo del Nord, trasformato in fortezza” armandosi di “una forza militare deterrente per resistere alla minaccia del Nord“. Probabilmente, i burattini, che hanno perso la ragione coi successi sensazionali nel miglioramento delle nostre Forze Armate nucleari e la seria offensiva contro gli Stati Uniti, non hanno affatto la capacità elementare di analizzare la situazione e di capire la realtà.
Ora i nostri missili balistici intercontinentali sorvolano terraferma ed oceano, e arrivano fino allo spazio, e il suono maestoso di un’esplosione di una arma termonucleare super-potente, una bomba ad idrogeno, ha scosse la Terra. Le nostre armi strategiche vengono modernizzate al massimo per colpire con precisione qualsiasi obiettivo nemico, indipendentemente da dove sia o da quale parte. A questo punto, affidandosi ai padroni, cercano la via d’uscita per aumentare il peso della testa bellica del missile, veramente ridicolo. Questo sottolinea la loro miserabile posizione di schiavi coloniali, che da sé non decide neanche sul problema del peso della testata del missile, restando sotto il tallone degli Stati Uniti. Ogni volta che si prendono le misure per rafforzare le Forze Armate nucleari contro gli Stati Uniti, i burattini della Corea del Sud gridano e ricorrono a provocazioni militari irresponsabili. Gli Stati Uniti hanno frenato i burattini “nella corsa ai missili”, in modo che essi non facciano un solo passo senza il loro consenso. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano dato un “consenso verbale” è volto ad usare tali pedine come carne da cannone nel confronto con i connazionali, la guerra contro il Nord e il dominio sull’Asia nordorientale. Coloro che non lo capiscono sono i burattini contenti, come sperano. Non possiamo nemmeno guardarne la disgrazia. Cosa può cambiare aumentando il peso della testata bellica del missile? Francamente, le nostre armi nucleari e i nostri missili balistici strategici non sono destinati agli inutili burattini sud-coreani. Le autorità della Corea del Sud non possono che far rumore. Li abbiamo già avvertiti che se strepitano sperando nella forza del padrone statunitense, subiranno un disastro inimmaginabile. 

La Corea democratica lancia un altro ICBM sorvolando il Giappone
Cassad 15 settembre 2017

Dopo le dichiarazioni di oggi su “Oscurità e cenere” per Giappone e Stati Uniti, inclusa la massima che “gli Stati Uniti vanno bastonati come un cane rabbioso“, Pyongyang prevedeva decisamente di dimostrare che Stati Uniti e loro sanzioni sono inutili. Un altro ICBM veniva lanciato sorvolando il territorio del Giappone e cadendo nell’Oceano Pacifico a 2000 chilometri ad est dell’isola di Hokkaido, non molto tempo dopo che la televisione centrale della RPDC aveva minacciato di affondare “con tutti i mezzi di rappresaglia”. Apparentemente, una versione modificata dell’ICBM Hwasong è stata provata. Il Giappone, che più di una volta ha minacciato di abbattere i missili nordcoreani se sorvolassero la sua zona economica, ha visto Kim per la seconda volta in tre settimane, e non solo vedendo arrivare vicino al Giappone, ma sorvolato direttamente fino all’Oceano Pacifico dai missili, non prestare particolarmente attenzione alle minacce dei giapponesi. Trump ha anche twittato le precedenti vuote minacce, ma tutto qui. Altra chiara conferma della tesi secondo cui la RPDC non si piegherà su pressione estera, come avvertono Pechino e Mosca.
PS: sarebbero stato lanciato un Hwasong-12. La gittata in questo test è stata di 3500 chilometri. La quota massima di 770 chilometri. Secondo fonti nella Casa Bianca, Trump “è stato informato”. È divertente, ma un paio di giorni prima in Giappone era comparsa una vignetta che propagandava la difesa missilistica giapponese.Ma finora…Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La razionalità di Kim Jong-un (e delle sue atomiche)

Gary Leupp, Dissident Voice 11 settembre 2017Kim Jong-un non è pazzo, al contrario, ha compiuto un’azione totalmente razionale. Producendo armi nucleari e missili balistici in grado di portarle nel territorio degli Stati Uniti, Pyongyang ha ottenuto la certezza che gli Stati Uniti non l’attaccheranno, con l’ennesimo tentativo di cambio di regime. Aspetta, diranno. Aveva già un’assicurazione. Ogni giornalista in TV dice che un attacco statunitense porterebbe inevitabilmente a un attacco su Seul che ucciderebbe decine di migliaia di persone immediatamente. I sudcoreani dovrebbero biasimare l’invasione degli Stati Uniti. Quindi non è semplicemente possibile. Anche se limitata alle forze convenzionali, la minaccia d’invasione era già un’appropriata deterrenza. Non c’è modo che gli USA inneschino l’attacco a una città di 10 milioni di abitanti che considererebbero gli Stati Uniti un loro protettore. Quindi i coreani non avevano bisogno di sconvolgere il mondo acquisendo il nucleare. Ma si pensi dal punto di vista di Jong-un. Nato nel 1984, Jong-un aveva 7 anni quando gli Stati Uniti bombardarono l’Iraq, presumibilmente per scacciarne le truppe dal Quwayt (anche se Sadam Husayn aveva già accettato di ritirarsi). Poi gli Stati Uniti imposero sanzioni che uccisero mezzo milione di bambini. Aveva 11 anni quando gli Stati Uniti intervennero in Jugoslavia, bombardando i serbi per creare lo Stato fallito cliente della Bosnia-Erzegovina. Aveva 15 anni (probabilmente in una scuola in Svizzera) quando gli Stati Uniti bombardarono la Serbia creando lo Stato fallito cliente del Kosovo. Aveva 17 anni quando gli Stati Uniti bombardarono e cambiarono regime dell’Afghanistan. Diciassette anni dopo, l’Afghanistan rimane preda della guerra civile, ospitando ancora truppe statunitensi per abbattere l’opposizione. Aveva 19 anni quando gli Stati Uniti abbatterono Sadam e distrussero l’Iraq, producendo di conseguenza miseria e caos. Aveva 27 anni quando gli Stati Uniti rovesciarono Gheddafi, distrussero la Libia e cacciarono il presidente dello Yemen causando caos e iniziarono a sostenere l’opposizione armata in Siria. Aveva 30 anni quando il dipartimento di Stato degli USA spese 5 miliardi di dollari per rovesciare il governo ucraino attraverso un colpo di Stato violento.
Conosce la storia del proprio Paese e di come l’invasione statunitense, dal settembre 1950, lo rase al suolo uccidendo un terzo del suo popolo, mentre Douglas MacArthur pensava ad usare le armi nucleari sulla penisola. Sa come il fantoccio degli statunitensi Synghman Rhi, presidente della “Repubblica di Corea” proclamata dagli Stati Uniti, aveva ripetutamente minacciato d’invadere il Nord e giustiziato 100000 sudcoreani dopo lo scoppio della guerra perché simpatizzanti comunisti che avrebbero aiutato il nemico. Ama i film di Elizabeth Taylor ma odia l’imperialismo statunitense. Non c’è niente di pazzo in questo.
Jong-un aveva 10 anni quando Stati Uniti e Corea democratica firmarono un accordo con cui Pyongyang accettava di congelare le proprie centrali nucleari sostituendole con reattori ad acqua leggera (inidonei alla proliferazione nucleare) finanziati da Stati Uniti e Corea del Sud e la graduale normalizzazione delle relazioni Washington-Pyongyang. Ne aveva 16 quando la segretaria di Stato Madeleine Albright visitò Pyongyang e incontrò il padre Kim Jong-il. (In quello stesso anno, il presidente sudcoreano Kim Dae-jung incontrò con Kim Jong-il a Pyongyang durante il periodo della “Diplomazia del sole”, sabotato dall’amministrazione Bush/Cheney). Aveva 20 anni quando l’accordo fu rotto (per mano di Dick Cheney e dei suoi neocon nel 2004). Aveva 17 anni quando il fratellastro Jong-nam fuggì nell’aeroporto di Narita, perché cercava stupidamente di entrare in Giappone con la famiglia con falsi passaporti dominicani, per visitare la Disneyland di Tokyo. Questa idiozia escluse dalla successione Jong-nam (assassinato come sapete in Malaysia nel febbraio 2017), mentre il fratello Jong-chul era considerato “effeminato” (a un concerto di Clapton a Singapore nel 2006 fu visto con i buchi alle orecchie). Jong-un probabilmente non si aspettava di essere il prossimo monarca fin quando non ebbe 25 anni. Aveva 24 anni quando l’Orchestra filarmonica di New York visitò Pyongyang con un caloroso benvenuto. (Washington rifiutò l’offerta nordcoreana per una visita di ricambio). Scelto come successore, è diventato il nuovo leader assoluto della Corea democratica a 27 anni; giovane, vigoroso e ben istruito (laurea in fisica della Kim Il-sung University) e dal forte senso di responsabilità dinastica. Ciò significa riportare la RPDC alla relativa prosperità economica degli anni ’70 e ’80, quando il consumo medio di energia procapite nel nord superava quella del sud.
Gli analisti suggeriscono che Kim abbia realizzato per primo lno sviluppo economico e che la politica del “Prima i militari” (Songun) da tempo lascia il posto al rafforzamento politico dei leader civili del Partito dei Lavoratori coreani. L’economia della RPDC, secondo The Economist, “probabilmente cresce tra l’1% e il 5% annuo“, facendo emergere una nuova classe di commercianti e imprenditori (donju). Il complesso sistema sociale (Songbun) che divide la società in 51 sottocategorie tra “leali”, “oscillanti” e “ostili” (e privilegi nella distribuzione di conseguenza) viene spezzato dall’ascesa delle forze del mercato. A quattordici mesi dalla sua nomina, Jong-un invitò Dennis Rodman, membro della Hall of Fame di Basket degli Stati Uniti, a Pyongyang per la prima di cinque visite. È un grande fan del basket, un appassionato di cultura popolare statunitense, figlio del rock’n roll. È anche razionalmente consapevole della minaccia che gli Stati Uniti pongono al suo Paese (tra molti Paesi). Quindi la sua strategia è arrivare al nucleare finché può. Forse pensava che, poiché l’amministrazione Trump fosse (ed è) nel caos, alcuna risposta violenta (come un attacco al complesso nucleare di Yongbyon) sia probabile. Ma rischiava; il presidente degli Stati Uniti è, dopo tutto, instabile ed ignorante. Ha chiesto ripetutamente ai suoi consiglieri, perché non possiamo usare le atomiche dato che le abbiamo? Il fatto è che Mattis, Tillerson e McMaster hanno davanti un fatto compiuto nucleare a cui devono rispondere, mentre cala l’influenza statunitense col relativo declino economico. Non possono sganciare una bomba MOAB (come in Afghanistan in aprile) o lanciare un attacco missilistico su una base (come in Siria nello stesso mese, per mostrare virilità). Jong-un si è assicurato. Se gioca bene le sue carte, avrà il riconoscimento internazionale della RPDC quale potenza nucleare: lo stesso riconoscimento dato agli altri non firmatari del NPT come India, Pakistan e Israele. Gli Stati Uniti dovranno rivolgersi alla sobrietà cinese e russa e abbandonare la rude reticenza minacciosa. Dovranno ripiegare, come nella guerra di Corea, quando capirono che non potevano conquistare il Nord e riunire la Corea sotto Washington, accettando l’esistenza della RPDC.
In cambio delle misure di riduzione della tensione da parte di Stati Uniti e Sud e dei rapporti diplomatici e commerciali, Pyongyang sospenderà il suo programma per armi nucleari, soddisfatta e orgogliosa di ciò che ha realizzato. È l’unico modo. L’altro è suggerito da John McCain, pazzo guerrafondaio fino alla fine. Il presidente del comitato dei servizi armati del Senato dichiarava alla CNN che se il leader nordcoreano “agisce in modo aggressivo”, qualunque cosa significhi per McCain che non ha mai capito che il suo bombardamento del Vietnam era un’aggressione, “il prezzo sarà l’estinzione”; sul tono del generale Curtis LeMay nelle sue osservazioni sull’assassinio di ogni uomo, donna e bambino a Tokyo durante il bombardamento terroristico della città nel 1945. Lindsey Graham, amico di McCain, ha detto che Trump gli disse: “Se ci sarà una guerra per fermare (Kim Jong-un), sarà laggiù. Se migliaia muoiono, moriranno là, non qui… E questo può essere provocatorio, ma non proprio. Quando sei presidente degli Stati Uniti, dove credi vada la tua fedeltà? Al popolo degli Stati Uniti“. Sapere che il nemico è capace di contemplare l’estinzione del tuo popolo, sicuramente motiva alcuni leader a cercare l’arma finale. Il caro giovane Marsciallo l’ha ottenuta. Ha replicato ciò che Mao fece in Cina tra il 1964 e il 1967, ottenere la bomba, usata per la prima volta su Hiroshima il 6 agosto 1945, e tre giorni dopo su Nagasaki. E non fu mai utilizzata da nessuno da quando gli Stati Uniti furono raggiunti da URSS, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India e Pakistan. Non c’è alcuna ragione per usarla, a meno che gli Stati Uniti non lo vogliano. I negoziati basati sul rispetto reciproco e la coscienza storica sono l’unica soluzione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La RPDC è uno Stato nucleare invincibile

Scienziati e tecnici nucleari celebrati da Kim Jong Un
Rodong 11 settembre 2017Il Comitato Centrale e la Commissione Militare Centrale del Partito dei Lavoratori di Corea hanno dato un grande banchetto di congratulazione per gli scienziati e i tecnici nucleari che hanno portato al grande successo della storia nazionale, l’evento straordinario del successo perfetto del test della Bomba-H. Al banchetto era presente il rispettato Leader supremo Kim Jong Un. Presenti su invito vi erano gli autori del successo del test della bomba per ICBM. Kim Jong Un è apparso nella sala del banchetto della Casa Mokran e ha salutato la guardia d’onore delle forze terrestri, navali, aeree e antiaeree dell’Esercito Popolare coreano e delle Guardie Rosse degli operai e dei contadine insieme agli scienziati. Ri Man Gon, Vicepresidente del CC del PLC svolgeva il discorso di congratulazioni. Su autorizzazione di Kim Jong Un, Comandante in capo della Forza Nucleare della Repubblica, l’oratore si congratulava calorosamente coi coraggiosi eroi che hanno dato un grande contributo al raggiungimento dell’obiettivo finale del completamento della Forza Nucleare dello Stato, enunciato al VII Congresso del Partito, raggiungendo il successo perfetto nel test della Bomba-H. Affermava che gli aderenti al corpo immortale nucleare che affrontarono la morte entrando nella battaglia nucleare eseguendo a tutti i costi l’ordine del Partito, dedicando indefessamente giovinezza, vita e felicità familiare senza volere alcun onore o lode per cui in realtà i veri patrioti, disinteressati e dal servizio distinto, sono rispettati in tutto il Paese. Non è molto nota la lotta e i meriti dettagliati dei ricercatori nucleari, ma il nostro partito s’interessa al loro sangue, sudore ed eroici solidi sforzi e li loda, affermava l’oratore continuando: Non sono pochi gli addetti alla difesa nazionale nel mondo, ma solo i nostri realizzatori nucleari conducono una vita degna della più grande gloria e felicità con particolari amore e cura del leader. La nostra Bomba-H dalla superpotenza esplosiva è certamente una realizzazione di Kim Jong Un prodotta dal suo amore ardente per il Paese e il popolo, la bomba termonucleare del Partito dei Lavoratori della Corea. Il nostro partito progetta un brillante domani da potenza socialista dalla forte fiducia verso gli scienziati della difesa illimitatamente fedeli al Paese e alla Rivoluzione, affermava l’oratore sottolineando la necessità che i ricercatori nucleari si dotino appieno dello spirito di difesa fino alla morte del Comitato Centrale del Partito, guidando dinamicamente la campagna finale per completare la Forza nucleare dello Stato e dotare così l’arsenale del Comando Supremo delle testate nucleari più potenti del mondo capaci di contenere per sempre il nemico.
Al banchetto Kim Jong Un faceva osservazioni significative. Apprezzava molto i ricercatori nucleari per la più orgogliosa e realistica realizzazione dei compiti affidatigli dal 7.mo Congresso del Partito dei Lavoratori della Corea e li ha ringraziati ancora una volta per conto del Partito e dello Stato. Affermava con serietà che il leader Kim Jong Il è felice quando sa della vittoria odierna avendo tracciato la strada per costruire la Forza nucleare della RPDC portandone l’opera alla vittoria. Il recente test della Bomba-H è la grande vittoria del popolo coreano ottenuta a costo del sangue, resistendo nel periodo più arduo, osservava. Invitava tutti i settori e le unità a seguire lo spirito e i caratteri dei combattenti nucleari che guidano l’esecuzione delle decisioni del VII Congresso del Partito. Presentava i compiti a scienziati e tecnici nel campo della scienza della Difesa, nel condurre le ricerche scientifiche per rafforzare la deterrenza nucleare dell’autodifesa e raggiungere l’obiettivo finale completando la Forza nucleare dello Stato, fedeli alla linea del Partito di sostegno contemporaneo a costruzione economica e costruzione della forza nucleare. Affermava che la vittoria finale della rivoluzione del Juche è certa, poiché esistono solide basi economiche autosufficienti, poste dai grandi leader, dal grande contingente di scienziati di talento, dall’esercito e dal popolo con lo spirito rivoluzionario del Paektu e la tradizionale lotta per l’auto-sufficienza. Invitava i combattenti nucleari fedeli al nostro Partito a conquistare una vittoria maggiore con sforzi raddoppiati, senza rinunciare allo spirito che hanno mostrato compiendo il grande evento della storia nazionale, straordinario col successo perfetto del test della Bomba-H.
Il banchetto si è svolto in un’atmosfera di alto entusiasmo rivoluzionario dei protagonisti della difesa salda del partito e della rivoluzione con le più potenti bombe nucleari del mondo, concludendo con successo la campagna di ricerca e sviluppo della fase finale del completamento della Forza nucleare di Stato e sostenendo con lealtà la leadership di Kim Jong Un. Presenti al banchetto erano Hwang Pyong So, Pak Pong Ju, Choe Ryong Hae e altri alti funzionari del partito, dello Stato e dell’esercito.La RPDC è uno Stato nucleare invincibile
Ri Hyon DoRodong 11 settembre 2017

La RPDC s’illustra luminosamente come Stato nucleari del Juche e gigante militare mondiale. La posizione della RPDC non è mai stata così alta come oggi, in 5000 anni di storia della nazione coreana. Il popolo coreano non poteva che soffrire nella pessima condizione di schiavo coloniale calpestato da stivali stranieri, senza nemmeno poter parlare del passato. La Corea imboccò la strada dello sviluppo indipendente alla liberazione. La fondazione della RPDC fu la nascita del nuovo potere popolare per la prima volta nella storia, un evento nazionale che comportò una svolta drammatica nel destino del popolo coreano e nella costruzione di un Paese prospero. È filosofia della rivoluzione coreana che se il leader è grande, anche un piccolo Paese può emergere come potente e dignitoso Paese e la nazione illustrarsi nel mondo. I miracoli della RPDC che rafforzano la forza militare e costruiscono una nazione socialista altamente civilizzata, negli ultimi anni, sono il prodotto degli sforzi instancabili e della devozione del rispettato leader supremo Kim Jong Un. La RPDC, dimostrando come non mai dignità e potere da potenza invincibile che nessun formidabile nemico può provocare, grazie alla saggia guida deu grandi e brillanti comandanti del Songun dallo spirito e dal coraggio del Paektu.La vittoria è la tradizione della RPDC
Rodong 11 settembre 2017

L’amministrazione Trump degli Stati Uniti s’è smascherata come gruppo di maniaci guerrafondai dall’inveterato odio per la RPDC, facendo l’inferno per più severe sanzioni, pressioni e manovre militari, dipingendo a tinte fosche il successo della Bomba-H per ICBM della RPDC, parlando di “proteste” e “minacce”. Gli Stati Uniti cercano disperatamente d’infangare la RPDC, falsandone la Forza nucleare di autodifesa. Questo è solo un trucco per nascondere la loro natura criminale che soprattutto cerca di aumentare le tensioni e le minacce nucleari. Il secondo test dell’ICBM Hwasong-14 di luglio è stato un serio avvertimento per gli Stati Uniti, che si agitano senza motivo. Più disperatamente gli Stati Uniti ricorrono a sanzioni senza precedenti per fare pressione sulla RPDC, più forti saranno le contromisure di quest’ultima. Tali mosse saranno solo un boomerang per gli Stati Uniti. La RPDC avanza con successo grazie alla fiducia in sé e all’autosviluppo di fronte a sanzioni e pressioni statunitensi. Oggi è emersa come potenza nucleare mondiale. Gli Stati Uniti compiono un fatale errore se credono che tali sanzioni e ricatti nucleari funzioneranno con la RPDC. Gli Stati Uniti riceveranno grandi o piccoli “pacchetti regalo” se persistono con tale politica ostile verso la RPDC. La vittoria è una tradizione della RPDC e gli Stati Uniti sono destinati alla sconfitta, dovrebbero ricordarselo invece di tirare dritto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Corea democratica, Paese sovrano che resiste

Alex Anfruns, Investig’Action 4 settembre 2017Quest’estate, la crisi diplomatica tra Stati Uniti e Corea democratica è riemersa. Le dichiarazioni del presidente Donald Trump, che minacciava d’innescare una guerra “con fiamme e furia come il mondo non ha mai visto”, hanno dato il tono. Lungi dal decifrare le questioni chiave, il discorso politico e mediatico occidentale non prevede la riunificazione della Corea o l’opzione diplomatica come soluzione. L’indomito appetito dell’affarismo giustificherebbe una nuova guerra? Nel suo libro “Come si può essere coreani (del nord)? “Robert Charvin, specialista di diritto internazionale, fa luce sul fondo di questa pericolosa crisi politica ereditata dalla guerra fredda.

Alex Anfruns: Quali sono i punti della crisi scoppiata tra la Corea democratica e Trump?
Robert Charvin: La crisi attuale è solo una continuazione della tensione che non cessa da decenni (tranne brevi periodi in cui Seoul e Stati Uniti accettarono di avviare un dialogo). Può essere risolta soltanto mediante negoziati, affinché si concluda il trattato di pace che sopprima lo stato di belligeranza che permane dal 1953. Questo trattato deve garantire le normali relazioni diplomatiche e commerciali, consentendo un progressivo ravvicinamento tra Nord e Sud della Penisola, per la successiva riunificazione, risolvendo numerosi problemi socioeconomici.

Per molti Pyongyang è un “regime dittatoriale” che minaccerebbe la pace nel mondo. Conosci bene la Corea democratica, cosa ne pensi?
La Corea del Nord, Repubblica popolare democratica di Corea (RPDC), Stato membro delle Nazioni Unite, non è una potenza “provocatrice”: non ha basi militari e armi nucleari ai confini statunitensi dalla fine della seconda guerra mondiale. L’impero degli Stati Uniti esercita egemonia su gran parte del mondo, non la Corea popolare. La teoria del Juche, l’ideologia di Pyongyang, non s’impone ai popoli come il modello di vita americano! Se si ha paura delle Forze Armate della RPDC, perché, come ho già proposto, non sostengono un accordo regionale per la denuclearizzazione che ovviamente includa gli Stati Uniti? Quanto ai campioni dei diritti umani, civili e politici, ovviamente occidentali, perché non lo propongono quale unico mezzo per promuovere i diritti del popolo coreano, nel Nord come nel Sud?

La visione di Pyongyang è sistematicamente respinta nei dibattiti… Perché tale consenso?
La Corea democratica fa scuola da decenni. Purtroppo, né i media né i partiti politici occidentali la trattano come tale. È ammesso dire qualcosa su questo Paese, “incarnazione del male” diretto da “fanatici fanatici” e per giunta “ancora” comunista, anche se è un socialismo tinto di confucianesimo. Le ragioni di tale consenso, che alla fine hanno assorbito varie forze progressiste che avevano paura d’indebolirsi di più andando “troppo” contro l’attuale (elettoralismo e cretinismo parlamentare d’obbligo!) non sono un mistero. La Corea è lontana da Stati Uniti ed Europa: è difficile distinguere la verità da ciò che è politicamente utile a certi interessi. Il cittadino medio è facilmente convinto da argomenti semplici, coltivati da pseudo-intellettuali e da una stampa ripetitiva che trascura le spiegazioni storiche, sociologiche ed economiche, per non parlare della geopolitica ignorata, dimenticata anche da una “sinistra” ai limiti dell’asineria. Da tempo, però, il mondo capitalista legittima la propria egemonia con difficoltà di cui è spesso all’origine, ma do cui soffrono i popoli che ha dichiarato “nemici”: si tratta di convincere “che altrove è peggio”, e quindi sia necessario accettare i “buoni signori” che regnano a Parigi, Bruxelles o Washington. Ovviamente non si tratta delle dittature protette perché redditizie agli affari, come i sauditi o gli Stati africani controllati, le cui elezioni sono delle mascherate e la repressione delle opposizioni è la regola. Deve essere “rosso” o simile, dal Cile di Salvador Allende a Kim Jong Un, via Castro, Chavez o Maduro… Queste sono “eccellenti” smentite a ciò che in occidente si denuncia come regno dell’illusione del denaro e della concorrenza, sempre distorta. Stati Uniti e loro alleati locali uccisero Lumumba, Allende e molti altri e rovesciarono molte potenze fragili perché fu difficile costruire il socialismo in totale rottura con il mondo dominante. Ma la Corea popolare rimane scandalosa e provocatrice!

Cosa spiega la tenacia del sistema politico al potere a Pyongyang?
Il popolo coreano ha la “pelle dura”: quasi mezzo secolo di colonialismo giapponese, feroce! Una guerra devastante con gli statunitensi nel 1950-1953: non un solo edificio in piedi nella capitale, Pyongyang, nel 1953! Quasi 70 anni di embargo unilaterale, e quindi illegale, creano l'”effetto città assediata”, cinicamente definita paranoia! Per non parlare dei drammi causati, come i costi alimentari con la scomparsa dell’alleato sovietico, degli Stati dell’Europa dell’Est e l’evoluzione della Cina che assicura a Pyongyang solo il “servizio minimo”, Seoul è economicamente più “redditizia”. Nonostante tutto e pagando, la Repubblica popolare di Corea è rimasta sovrana, contando solo sulle proprie capacità, creando l’attuale spirito di resistenza, mescolando ideologicamente marxismo e confucianesimo, che i giornalisti della grande stampa occidentale ignorano completamente. In breve, un modello che non va seguito secondo gli occidentali che vivono solo saccheggiando il pianeta. Ci vorrebbero 5 pianeti perché gli abitanti della terra vivano come negli Stati Uniti. La Corea democratica è uno spazio che non deve contagiare; occupa una posizione strategica ai confini di Russia, Cina e Giappone. Va “colmato” al massimo e se possibile, un giorno, farlo scomparire con la forza militare nordamericana (di stanza in Corea del Sud, Guam, ecc.) Nel frattempo, la Corea democratica è un pretesto per mantenere la presenza militare nordamericana a migliaia di chilometri, ma vicino ai confini della Russia (alleato di Pyongyang) e della Cina, le cui “ambizioni sono minacciose”, secondo gli economisti occidentali! Il peggio è il cinismo degli “osservatori”: il tutto avviene da decenni per soffocare la Corea democratica, che viene rimproverata per voler respirare! Tuttavia, le autorità di Pyongyang hanno solo una scelta: resistere o capitolare e adattarsi a Seoul, direttamente soggetta ai dollari e soldati yankee.

Eppure Pyongyang sembra essere isolata sulla scena politica mondiale. Come lo spiega?
Un dramma politico: l’internazionalismo è morto. Non c’è alcun ostacolo all’anticomunismo che insulta la Corea democratica. Dopo aver perso la maggior parte delle battaglie ideologiche, alcuni partiti comunisti hanno lasciato il campo della solidarietà internazionale: è troppo costoso essere coi coreani, il socialismo nordcoreano è troppo “diverso”; il monolitismo ideologico è l’opposto del “dirittumanitarismo” ancora di moda. L’idea di un “modello” unico di socialismo è stata abbandonata, ma l’occidentalismo e l’etnocentrismo permeano i comunisti occidentali. In definitiva, i pochi gollisti sopravvissuti in Francia capiscono meglio la volontà coreana di possedere un deterrente nucleare che i circoli “progressisti” che rifiutano qualsiasi approccio geopolitico e non sono sensibili alla questione dell’indipendenza nazionale! Ovviamente il socialismo capace di resistere alla globalizzazione neoliberale e agli interessi speculativi e al saccheggio delle grandi imprese può basarsi solo sulla Nazione, sulle particolarità storiche e sull’eredità: sono i sincretismi che fanno la Storia. Il socialismo francese, belga, statunitense o italiano non possono essere “standard”: solo il mercato, cioè un mondo incentrato sul “business” e il capitale, standardizza a scapito dei valori popolari. La Corea è coreana: poiché Pyongyang è soprattutto sovrana, senza compromessi, anche riguardo la Cina, il grande vicino molto diverso, la Corea democratica, Stato membro delle Nazioni Unite, in via di sviluppo nonostante tutto, esiste ancora.

Avete un messaggio di speranza sul risultato di questo conflitto, strettamente legato alla nostra storia recente?
È possibile che un giorno, a causa della follia imperiale di un Trump, delle manovre di Wall Street, di questo o di quel potere, ogni popolo, ovviamente nel Sud, ma anche in Europa, può contare su se stesso perché non esiste la filantropia internazionale, e alleanze e cooperazione possono essere solo complementari. Questo è il messaggio della RPDC: è rispettabile dati i tempi tristi. D’altra parte, violenze e minacce dei “Grandi” meritano disprezzo. Non c’è scusa per coloro che, oltre confine, credono che tutto gli sia permesso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Liu Xiaobo dietro il velo della propaganda

Luca BaldelliDa prima della sua prematura dipartita, i media occidentali hanno deciso di santificare, fino a farlo assurgere ad una sorta di Giordano Bruno in salsa asiatica, il “dissidente” cinese Liu Xiaobo. La triste, cinica ed ipocrita abitudine italica (e non solo) di santificare tutti post–mortem, in questo caso è stata ampiamente preceduta da un battage mediatico precedente al luttuoso evento; una campagna aggressiva, mendace e reticente che continua ad inquinare pesantemente la verità storica e i fatti oggettivi. Chi era nel dettaglio Liu Xiaobo, questa “vittima del crudele regime cinese”, secondo la stampa dell’unico regime veramente tale, ovvero quello capitalista–borghese? Il suo nome, degradato a ritornello e scioglilingua da mettere in bocca a tanti stolti e disinformati che pullulano nel panorama sociale odierno, può essere annoverato tra quello delle grandi figure storiche o si tratta, semplicemente, di un mito di cartapesta pompato per le esigenze della moderna guerra fredda? Liu Xiaobo nasce nel 1955 a Changchun, nella Provincia nord–orientale di Jilin. Fin da questo momento, occorre sgomberare il campo da una prima notizia falsa circolante con insistenza, ovvero quella per la quale Liu sarebbe stato educato alla religione cristiana. Egli nacque, viceversa, in una famiglia di intellettuali fieramente marxisti–leninisti e atei: il padre, Liu Ling (1931 – 2011), docente di Cinese all’Università Normale del Nord Est (NENO), istituto fondato dal Partito Comunista Cinese nel 1946, fu un convinto militante del PCC, mentre la madre, Zhang Suqin, lavorò nella medesima Università e mai si allontanò dalla sua visione del mondo, in tutto e per tutto coincidente con quella del consorte. I fratelli di Liu Xiaobo sono stati o sono tutti alti dirigenti del settore economico e culturale. Lungi dall’essere un emarginato, un reietto, dunque, Liu Xiaobo è nato e cresciuto all’interno di una famiglia colta, discretamente benestante, il cui avanzamento sociale è stato garantito in tutto e per tutto dai principi del socialismo, dalle enormi possibilità messe in campo dall’ordinamento sociale cinese a beneficio di tutti, senza discriminazione alcuna. Anche Liu non fece eccezione, affermandosi fin da giovane in ambito accademico: ammesso nel 1977 al Dipartimento di letteratura cinese dell’Università di Jilin, vi fonda il gruppo di poeti denominato “I cuori innocenti” (Chi Zi Xin) e si laurea nel 1982. Nel 1984 diviene docente a Pechino e sposa Tao Li, dalla quale ha un figlio, di nome Liu Tao. Si paragoni il destino di questo “dissidente”, sin dai primi anni di approccio con il mondo del lavoro, con quello di tanti giovani precari di oggi nel nostro emisfero, i quali escono dalle Università con lauree svilite nel loro valore fin dall’iter formativo che porta a conseguirle e, di fatto, inutilizzabili viste le dinamiche del sistema economico. Ad ogni buon conto, all’attività di docente, Liu Xiaobo unisce quella di pubblicista, con articoli imperniati su tematiche letterarie. Ben presto, però, alla viva e romantica passione per la letteratura subentra una verve da polemista arrabbiato, venata da punte di frustrazione evidenti. La società cinese, il Governo, il Partito, non sono certo disabituati alla polemica, anche la più accesa, ed alla critica, anche la più radicale, né le ostracizzano con ipocrisie censorie ridicole e controproducenti; semmai, vi è da rilevare come, dal 1966 almeno, la massima libertà di espressione sia un dato di fatto evidente, a volte anche eccessivo e debordante (chiunque conosca un po’ il mondo dei tazebao avrà perfetta contezza di tale aspetto). Il punto è che la critica, o meglio la vis polemica scagliata nell’arena culturale e politica da Liu Xiaobo, non riguarda disfunzioni, difetti o deviazioni del sistema socialista, ma investe direttamente, con violenza verbale deplorevole e inaccettabili toni offensivi, il popolo cinese stesso, la sua storia, la sua identità, la sua cultura. Esso viene definito, senza mezzi termini, “fisicamente e psicologicamente impotente”! Nessun Paese potrebbe tollerare a lungo un affronto simile, infamante e del tutto gratuito, contro la propria storia e contro la propria gente. Eppure, nonostante l’invito di una parte del PCC a prendere le dovute misure verso Liu Xiaobo, prevale in seno alle autorità un atteggiamento pseudo–liberale di debolezza e di resa che, lungi dall’indurre il “giovane arrabbiato” a più miti consigli, lo incitò ad ulteriori staffilate.
Nella Cina “tirannica”, dove la censura, a detta dei favolisti, sarebbe onnipresente, Liu Xiaobo non solo lascia, ma raddoppia: è del 1988 il libro “Xuanze De Pipan: Yu Li Zehou Duihua” (“Il criticismo delle scelte: un dialogo con Li Zehou”), edito dalla “Shangai renmin chubanshe”. L’opera è un attacco violento non solo al socialismo, ma a tutta la cultura tradizionale cinese, al confucianesimo in primis; la scelta dell’interlocutore non è dettata certo da casualità: Li Zehou è, infatti, un noto intellettuale filo–occidentale, che approfitta del clima di libertà fiorito a partire dagli anni ’60, grazie a Mao Tse Tung ed alla sua passione per il confronto aperto e senza veli, per compiere le sue incursioni verbali di esaltazione di tutto quanto fa parte dell’occidente e di denigrazione violenta di tutto ciò che il popolo cinese ha partorito nella sua millenaria storia. Non a caso sarà sobillatore degli studenti a Piazza Tien An Men e, dal 1991, deciderà di trasferirsi negli USA. Anche nel caso di questo libro, nessun segnale da parte del PCC e del Governo: il libello/trattato diventa altresì un’ariete editoriale. Ciò non vuol dire che l’opinione pubblica parteggi per le tesi che vi sono esposte: tutt’altro, è la curiosità che spinge all’acquisto, seguita subito dall’esecrazione per il contenuto presso la stragrande maggioranza dei lettori. Sempre nel 1988, a dispetto di queste uscite a gamba tesa verso il suo popolo, prima ancora che verso le legittime autorità, Liu Xiaobo supera brillantemente l’esame per la tesi di dottorato (con verdetto unanimemente favorevole da parte del collegio esaminatore) e pubblica la propria tesi in forma di libro, sotto il titolo “Libertà estetica e umana”. Il Partito, il Governo, il mondo accademico nel suo complesso, sono talmente oppressivi e ostili a Liu che non solo gli permettono di spargere i suoi veleni contro la sua gente in maniera del tutto pacifica e indisturbata, ma gli consentono pure di recarsi negli USA ad insegnare nelle Università più prestigiose. L’occidente è, per Liu, un faro, l’esempio da seguire per far cambiar pelle alla Cina e ai cinesi: “modernizzazione, afferma nel 1988 il “dissidente” in un’intervista a “Liberation Monthly” di Hong Kong, significa in blocco occidentalizzazione; scegliere un’esistenza umana, significa scegliere il modo di vita occidentale. La differenza tra il sistema di governo occidentale e quello cinese è la stessa differenza che passa tra l’umano ed il non umano, non c’è via di mezzo…l’occidentalizzazione non è la scelta di una Nazione, ma una scelta per la razza umana”. Nemmeno Fukuyama è arrivato forse a tanto! Il razzismo, l’esclusivismo, il fondamentalismo occidentalista trovano in Liu Xiaobo un campione indiscusso. In ballo non ci sono solo il socialismo, ma ancora una volta Confucio, Mencio, Sun Tzu e tutti o quasi i grandi pensatori della tradizione cinese, tutti bollati, esplicitamente o implicitamente come capisaldi teoretici della tirannia, del dispotismo, di tutto ciò che può essere additato come negativo. E’ chiara dunque anche l’aderenza oggettiva di Liu all’elaborazione del filone dello “scontro di civiltà”, che in Huntington troverà, qualche anno dopo, la prima sistemazione teorico–speculativa coerente e dettagliata. Il pronunciamento di Liu Xiaobo sul colonialismo taglia, se ve ne fosse ancora necessità, la testa al toro rispetto alla sua collocazione ideologico–valoriale: “In 100 anni, Hong Kong è cambiata fino a diventare ciò che vediamo oggi. Con la Cina, essendo il Paese così grande, occorrerebbero 300 anni di colonialismo, per poterla trasformare in ciò che oggi è Hong Kong. Ho i miei dubbi, anzi, sul fatto che 300 anni siano sufficienti”. Un razzismo che trasuda da ogni riga, nel contesto di una deplorevole esaltazione del colonialismo che tanto male ha arrecato alla Cina, nel suo tentativo di farne, nel corso dei secoli, una docile riserva di materie prime e mano d’opera, con contestuale corruzione e uccisione morale ed intellettuale delle migliori energie umane, anche attraverso lo smercio massiccio dell’oppio. Un affronto, un insulto intollerabile contro il proprio popolo, reiterato con virulenza e sfacciataggine. Più tardi, con la più sgradevole delle ipocrisie, Liu Xiaobo definirà “estemporanea” questa sua apologia del colonialismo ma, allo stesso tempo, manifestando ancora una volta il proprio credo, si rifiuterà di ritrattarla, confermandola. Peggio la toppa del buco, direbbe qualche vecchio, smaliziato saggio.
Incarcerato dal giugno del 1989 per il suo ruolo di istigazione e sobillazione ideologica durante i fatti di Tien An Men, Liu Xiaobo viene liberato nel 1991: il “satanico” e “tremendo” potere cinese, pur condannandolo per “propaganda e incitamento controrivoluzionario”, lo solleva da altri reati penali in virtù dell’“azione meritoria” esercitata da Liu per impedire scontri sanguinosi, in quella non era stata una “fioritura di libertà”, ma un tentativo golpista finalizzato alla disgregazione della Cina, come apertamente dichiarato e sostenuto non da Deng Xiaoping, ma dallo studioso statunitense di problemi strategici Arthur Waldron in un saggio volutamente “dimenticato” dai media al servizio dell’imperialismo: “After Deng the Deluge”, comparso su “Foreign Affairs” nel 1995. La giustizia cinese, ancora una volta, si manifesta, a dispetto di quanto ha sempre sostenuto e sostiene la disinformatia occidentale, rigorosa ed equilibrata, sempre scrupolosa nell’esame delle responsabilità oggettive degli imputati. Nemmeno questo trattamento così umano induce Liu Xiaobo a correggere il tiro, non delle sue opinioni (in Cina la libertà di opinione è tutelata e protetta), ma delle sue offese e ingiurie contro il popolo e la sua storia, contro il socialismo e la plurimillenaria civiltà cinese. Egli persiste nei suoi attacchi e anzi li rende più virulenti, utilizzando come base Taiwan, dove nel ’92 pubblica “Monologhi di un sopravvissuto dal giorno del giudizio”, un racconto a dir poco fazioso delle sue vicende e vicissitudini, strumentalizzato subito dai circoli imperialisti e dai nazionalisti fanatici ed aggressivi di Taipei. Nel gennaio del 1993, Liu Xiaobo torna in Cina: nessuno ne vieta l’ingresso nel Paese, e questa è un’altra prova della tolleranza e benevolenza delle autorità, ricompensate ancora una volta con bordate senza esclusione di colpi dal “dissidente” beniamino dei circoli più aggressivi dell’imperialismo. L’escalation degli strali è talmente insistente e provocatoria che nel ’95 Liu viene sottoposto a misure di sorveglianza a Pechino. Liberato da ogni costrizione nel febbraio del 1996, ad ottobre dello stesso anno viene di nuovo arrestato e, questa volta, davanti alla sua pervicacia nell’opera di destabilizzazione del socialismo, inviato in un campo di lavoro correzionale. Ben poca correzione viene esercitata sulla mente del “dissidente” se, scontata la condanna, a partire dal 2001 torna a svolgere la sua attività contro l’ordinamento cinese, a favore dell’imperialismo e dei circoli più guerrafondai all’opera. Non solo Liu pubblica due libri negli USA dai titoli inequivocabili (“Il futuro della Cina è nella società civile” e “La singola lama di una spada velenosa: il nazionalismo cinese”, quest’ultimo del 2006), ma esprime pieno appoggio, in palese violazione del dettato costituzionale cinese, ed in spregio agli interessi del suo Paese, a tutte le guerre imperialiste promosse dal clan Bush, dall’Afghanistan all’Irak. Non solo: Liu arriva anche ad intromettersi negli affari interni degli USA in occasione delle elezioni presidenziali del 2004, scagliandosi contro Kerry per la sua asserita debolezza sul conflitto mediorientale. Insomma, un Liu più realista del Re che lo ha incoronato come Proconsole intellettuale della futura Cina asservita all’imperialismo, mai svanita dall’orizzonte dei sogni occidentali.
Nel 2008, un salto ulteriore di qualità; Liu Xiaobo è tra gli estensori della “Carta 08”, un documento che fa appello a tutti i cinesi e chiede lo smantellamento del socialismo, con la privatizzazione delle industrie, il ritorno delle terre in mano ai proprietari, una “libertà” di espressione che non può che voler dire licenza dei ricchi e dei filo–capitalisti di dire quello che vogliono, mentre i comunisti ed i progressisti saranno ammutoliti e minacciati di querela, censura e prigione ogni volta che apriranno bocca. Il “dissidente” difenderà sempre questa sua scelta come dettata dalla “libertà di coscienza”, sostenendo che le opinioni personali espresse non significano sovversione: dimenticherà di dire, Liu Xiaobo, che la Costituzione cinese, mentre garantisce a tutti i cittadini la libertà di opinione e di critica, punisce chi vuole sovvertire il socialismo auspicando, ed anzi sancendo tra gli obiettivi della propria azione politica, lo smantellamento della proprietà collettiva e la proprietà statale delle aziende strategiche. Dimenticherà di dire davanti al mondo, Liu Xiaobo, che un appello che chiama a raccolta i cittadini non è una vaga e generica professione di idee ed opzioni, ma un programma dal quale non può che discendere un’azione politica logica e conseguente, la quale, nella misura in cui contrasta con la legge, non può essere ammessa. Tanto per portare un esempio, in Italia, Paese nel quale vi è fin troppa tolleranza nei riguardi dei movimenti di estrema destra, nessuno può, almeno in linea di principio ed in forza di legge, firmare appelli per la ricostituzione del regime fascista, né tantomeno chiamare a raccolta il popolo per ottenere con l’azione diretta la realizzazione di quell’obiettivo. Alla luce della condotta del “dissidente”, nel 2009 il Tribunale intermedio n. 1 di Pechino (una specie di Corte d’Appello), si pronuncia sul caso: ancora una volta, la giustizia cinese si manifesta obiettiva, onesta, trasparente, non viziata da pregiudizio. Al dibattimento, Liu Xiaobo è assistito da due validi avvocati, Shang Baojun e Ding Xikui, i quali venti giorni prima hanno avuto in mano la tesi accusatoria (un tempo congruo in Cina, vista la laconicità e chiarezza dei documenti giudiziari, ben lontani dai fiumi di parole che inondano atti simili in Italia). La stampa e la televisione sono presenti, assieme ai parenti e a persone vicine al “dissidente”; viene negato l’accesso unicamente ai diplomatici di USA, Gran Bretagna, Canada, Svezia e Australia, in quanto la loro presenza sarebbe ingiustificata, configurandosi anzi come aperta ingerenza e occasione di sobillazione contro un Paese ed un governo verso il quale i Paesi da loro rappresentati si sono sempre comportati con atteggiamento prevenuto, quando non ostile. Al termine del processo, che non ha le lungaggini e le pastoie riscontrabili nella situazione italiana, e che vede il pronunciamento finale del Tribunale intermedio n. 2 di Pechino, con un successivo grado di giudizio volto a tutelare l’imputato, chiarendo meglio i fatti e confrontando i pareri dei collegi giudicanti, Liu viene condannato a 11 anni di carcere e a 2 anni di privazione dei diritti politici per “incitamento alla sovversione del potere statale”. Solo la marcia propaganda dell’occidente capitalista, schierato a difesa della sovversione anticinese, a Pechino come nello Xinijang, poteva raffigurare Liu come un martire e il verdetto dei Tribunali cinesi come un verdetto barbaro e infondato! Alle rimostranze dei tromboni occidentali della “giustizia giusta” (che s’invoca sempre a protezione dei potenti e dei loro scherani, mai a difesa dei proletari e dei diseredati!), il Professor Gao Mingxuan, stimato docente di diritto penale, e il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, rispondono per le rime, citando inoppugnabili pietre miliari della giurisprudenza “democratico–borghese”: in primis, nessun Paese, ricordano, può impunemente ammettere che un cittadino lanci appelli per rovesciare il legittimo governo e gli ordinamenti che quel Paese liberamente si è dato; in secondo luogo, proprio testi “sacri” quali il Codice delle leggi degli USA e la Legge 1351 della Gran Bretagna (il “Treason Act”), elaborata nel XIV secolo, ma in vigore ancora ai nostri tempi, tanto da essere utilizzata come strumento per la condanna del collaborazionista filo–nazista William Joyce, puniscono l’alto tradimento della Nazione, esplicitato in affermazioni, atti e opzioni volti a colpire le sue massime figure e a intessere relazioni con i suoi nemici a fini sediziosi. I collegamenti di Liu Xiaobo con ambienti reazionari e filo–imperialisti, sono stati chiaramente summenzionati, illustrati e sviscerati, così come l’azione eversiva del personaggio in ordine all’ordinamento sociale della Nazione cinese. Suscita semmai perplessità l’eccessivo liberalismo dello Stato cinese, che ha impiegato davvero troppo tempo per colpire adeguatamente un nemico tanto insidioso e fervente nelle sue attività, ma questa è una valutazione storica che non intacca il quadro d’insieme, anzi lo conferma.
Nel 2010, l’acme dell’ipocrisia occidentale: a Liu Xiaobo viene simbolicamente consegnato il Premio Nobel per la Pace. Basta ricordare che una tale onorificenza è stata ottenuta anche da Obama, per inquadrare, alla luce dei fatti concreti, il suo valore, il suo prestigio e la serietà di chi ne gestisce e decide anno per anno le assegnazioni. Il nome di Liu Xiaobo risuona nella cassa armonica dell’addomesticatissima “informazione” di regime del mondo capitalista: ogni volta è classificato come vittima dell’oscurantismo e degli intrighi del “perfido” governo cinese; ogni volta si santifica la sua figura senza mai entrare nel merito di quel che ha detto, fatto e scritto veramente, al di là della cortina fumogena della retorica dirittumanista. Nel 2017, dopo sette anni di detenzione, a Liu Xiaobo viene diagnosticato un male che non perdona: un cancro al fegato in stato avanzato. Ancora una volta, il feroce ed inumano regime dei trinariciuti comunisti, compie un gesto di umanità destabilizzante solo per chi crede veramente alla propaganda anticinese: mette a disposizione del “dissidente” le migliori cure disponibili, nonostante la situazione sia disperata e senza scampo. La meraviglia aleggia tra le schiere dei disinformati ingenui senza speranza; il silenzio serpeggia tra le lingue malevole e spregevoli dei disinformatori, che non possono dar conto di questa realtà, perché andrebbe a prosciugare tutto il veleno che hanno sparso contro la Cina. Quale scandalo e quale affronto, per chi non ha umanità né legge, il fatto che il governo cinese distingua tra la persona di Liu, la sua integrità fisica e salute da proteggere e salvare fino all’ultima possibilità, e la figura sociale e politica di Liu, da trattare secondo la legge vigente come nemico del socialismo. I propagandisti della borghesia non riescono a pensare, né tantomeno ad ammettere una volta che l’hanno ben compreso, che il sistema penitenziario cinese non è, come piacerebbe a loro che fosse, quello nazista, con i campi di sterminio quale tappa finale degli oppositori. Il Primo Ospedale dell’Università cinese di Medicina è teatro di sforzi disperati per salvare la vita a Liu Xiaobo; zittiamo subito anche gli sciacalli indegni di rispetto, che hanno parlato di una malattia generata dal carcere. Non solo il cancro non si trasmette in carcere, e questo è fin troppo chiaro ma nella biografia di Liu vi era stato un precedente eclatante: il padre era morto nel 2011 proprio per un cancro al fegato. La genetica ha le sue leggi, a volte crudelissime e ancora per molti versi intonse rispetto agli studi degli scienziati. Vengono anche invitati medici di altre Nazioni, per rendere più trasparente il quadro generale degli interventi e delle operazioni e qualcuno risponde all’appello. Coloro i quali vengono a Pechino e hanno modo di constatare de visu la situazione, emettono unanimemente un verdetto senza sbavature e ambiguità: il sistema sanitario occidentale, in questo caso, non può garantire cure migliori di quelle messe a disposizione dal sistema sanitario cinese. Pertanto, anche gli avvoltoi pronti a speculare su una mancata autorizzazione all’espatrio di Liu Xiaobo sono zittiti sul nascere; in verità, nemmeno si dovrebbe sprecare mezza parole con loro, visto che nelle condizioni in cui Liu viene a trovarsi al principio dell’estate del 2017, nemmeno è ipotizzabile uno spostamento fuori dal Paese. La situazione precipita verso il 10 di luglio e il 13 luglio 2017 Liu Xiaobo passa a miglior vita.
Chi lo ha santificato e lo santifica, sarà sordo ad ogni argomentazione volta a illuminare la sua condotta, recitando il mantra della propaganda anticinese e dimostrando di non rispettare, così, né una persona (utilizzata come “ariete” per bassi fini politici) né la sovranità di un intero Paese nei suoi affari interni. Chi, come noi, l’ha sempre considerato un nemico del popolo e del socialismo, ma lo ha sempre rispettato e lo rispetta come persona (specie davanti alla morte), non avrà problemi e timori a ricordarlo per quello che è stato veramente, oltre i veli e le distorsioni di una propaganda cinica e falsa.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Per suffragare la bontà ed assoluta veridicità di quanto abbiamo scritto nello studio, utilizzeremo prevalentemente fonti “borghesi” al di sopra di ogni sospetto.
Open (in lingua cinese)
China Digital Times (idem)
RFA (idem)
NYTimes
NYBooks
The Guardian
Boxun (in cinese, utile per capire la posizione di Liu sulla guerra in Irak)
Testo della “Carta 08”
Xinhua
ECNS
Arthur Waldron: “After Deng the Deluge”, in “Foreign Affairs”, settembre-ottobre 1995, p.149.