Che cos’è il “Safari Club II” e come può cambiare la dinamica del Medio Oriente

Wayne Madsen SCF 26.01.2018Durante la Guerra Fredda, la Central Intelligence Agency convinse alcuni alleati europei e mediorientali a stabilire un’alleanza d’intelligence informale i cui legami con gli Stati Uniti sarebbero stati “plausibilmente negati” nel tipico linguaggio della CIA. Nel 1976, un gruppo di direttori di agenzie d’intelligence filo-occidentali s’incontrò di nascosto al Mount Kenya Safari Club di Nanyuki, in Kenya, per organizzare un patto informale destinato a limitare l’influenza sovietica in Africa e Medio Oriente. Il gruppo si riunì sotto gli auspici del trafficante di armi e miliardario saudita Adnan Khashoggi, del presidente keniota Jomo Kenyatta e del segretario di Stato degli USA Henry Kissinger. Sebbene Khashoggi fosse presente al primo incontro di ciò che presto divenne noto come “Safari Club“, Kenyatta e Kissinger non erano presenti al raduno inaugurale delle spie. A firmare la carta di origine del Safari Club in Kenya c’erano il conte Alexandre de Marenches, direttore del servizio d’intelligence estero Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (SDECE) francese; Kamal Adham, capo del Muqabarat al-Amah, il servizio d’intelligence saudita; il Direttore del servizio d’intelligence egiziano, generale Qamal Hasan Aly; Ahmad Dlimi, capo del servizio d’intelligence del Marocco e il generale Nematollah Nassiri, a capo dell’agenzia d’intelligence SAVAK iraniana. Ci sono indicazioni, ma nessuna prova effettiva, che il capo del Mossad Yitzhak Hofi avesse preso parte al primo incontro del Safari Club in Kenya. Il Mount Kenya Safari Club, fondato nel 1959, era di comproprietà del magnate del petrolio dell’Indiana Ray Ryan, individuo collegato a CIA e Mafia; di Carl W. Hirschmann Sr., fondatore svizzero della Jet Aviation, società aerea commerciale globale dagli stretti legami con la CIA e venduta alla General Dynamics nel 2008; e l’attore William Holden. Il 18 ottobre 1977, dopo che il Safari Club aveva trasferito il quartier generale operativo al Cairo, Ryan fu ucciso da un’autobomba ad Evansville, nell’Indiana. Holden morì solo nel suo appartamento a Santa Monica, in California, il 12 novembre 1981, dopo che, secondo quanto riferito, era inciampato sul tappeto accanto al letto, colpendo con la testa un comodino ed emorragia successiva. L’omicidio di Ryan rimane un caso aperto, mentre domande continuano a circondare la morte solitaria di Holden.
Nel 1977, Khashoggi approfittò dei problemi fiscali di Ryan col governo degli Stati Uniti e degli stessi problemi finanziari di Hirschmann per acquistare il pieno controllo del Mount Kenya Safari Club poco prima dell’omicidio di Ryan. Grazie alla sua posizione a Cairo, il Safari Club fu un elemento chiave nel reclutamento di irregolari arabi per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Khashoggi fu un attore chiave nel finanziamento della “Legione Araba” in Afghanistan, grazie al sostegno della famiglia reale saudita e del sultano Hassanal Bolkiah del Brunei. Il Mount Kenya Safari Club continuò a svolgere un ruolo utile nelle riunioni clandestine del Safari Club, tra cui quello del 13 maggio 1982 tra il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon; il presidente del Sudan Jafar al-Nimayri; del capo dell’intelligence sudanese Umar al-Tayab; del miliardario statunitense-israeliano Adolph “Al” Schwimmer, del fondatore delle Israel Aerospace Industries Yaacov Nimrodi, dell’ex-ufficiale di collegamento del Mossad a Teheran con la SAVAK e vicedirettore del Mossad, David Kimche. Il capo effettivo del Safari Club era, secondo alcuni resoconti di alcuni addetti ai lavori, George “Ted” Shackley che, in qualità di vicedirettore aggiunto per le operazioni della CIA, era il capo delle operazioni clandestine della CIA sotto George HW Bush. Shackley, il cui soprannome era “Blond Ghost“, fu licenziato dal direttore della CIA di Jimmy Carter, ammiraglio Stansfield Turner. Tuttavia, Shackley fu richiamato dal capo della CIA di Ronald Reagan, William Casey. Agendo da agente d’intelligence privato, Shackley fu determinante nel mobilitare la vecchia rete SAVAK del Safari Club in Europa, per creare il famigerato affare Iran-contra. Il Safari Club era responsabile di gran parte delle operazioni clandestine dell’occidente contro l’Unione Sovietica nelle zone di conflitto che si estendevano dall’Afghanistan alla Somalia e dall’Angola al Nicaragua. È ironico che un gruppo di servizi segreti e di guerriglie che supportano gli huthi nello Yemen stiano ora riprendendo il vecchio Safari Club per combattere Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e i loro agenti in Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente.
Il movimento anti-saudita Huthi nello Yemen, i cui membri aderiscono alla setta zaidita dell’Islam, si oppone alle rigide pratiche fondamentaliste del wahhabismo saudita. Gli huthi, vicini religiosamente e politicamente all’Iran sciita, hanno istituito un servizio d’intelligence estero diretto da Abdarab Salah Jarfan. Emulando il Safari Club, l’intelligence huthi ha stipulato accordi informali con il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) o Pasdaran; il Servizio di sicurezza preventiva (PSS) della Palestina; i tre rami dell’intelligence di Hezbollah, come l’Unità 1800, ramo delle operazioni speciali dell’intelligence di Hezbollah, e l’intelligence di Hamas, che ha sede a Gaza ma ha agenti in tutto il Medio Oriente. Ora che il presidente siriano Bashar al-Assad ha sbaragliato la maggior parte degli eserciti jihadisti dal suo Paese, con l’assistenza del personale inviato dagli huthi, la Siria è nella posizione migliore per dare assistenza militare alla coalizione huthi nello Yemen. Insieme, questa alleanza di forze antisioniste e anti-wahhabite, che potrebbe essere chiamata “Safari Club II“, può violare il confine saudita-yemenita e condurre operazioni contro obiettivi militari e governativi sauditi nella provincia di Asir in Arabia Saudita.
Da quando la coalizione guidata dai sauditi, che comprende anche truppe provenienti da Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Egitto, Quwayt, Marocco, Sudan, Giordania e Bahrayn, è intervenuta nella guerra civile yemenita nel 2015 a nome del governo fantoccio filo-saudita, gli huthi hanno portato la guerra presso i sauditi. Le forze huthi sono entrate in tre regioni di confine saudite, Asir, Jizan e Najran. Gli huthi, con il sostegno dell’intelligence dei Pasdaran e di Hezbollah, crearono un gruppo secessionista saudita, l’Ahrar al-Najran, o “I liberi della regione del Najran”. Il Najran, fino al 1934, faceva parte del regno dello Yemen, il regno mutuaqilita governato da un monarca zaidita fino al 1962, quando il regno yemenita fu rovesciato. Gli irredentisti sul versante saudita del confine volevano unirsi allo Yemen. La tribù yemenita Hamdanid, che fornì il nucleo del sostegno all’ex-monarca yemenita zaidita, giurava fedeltà alla coalizione guidata dagli huthi nello Yemen. L’intelligence huthi ha anche condotto ricognizioni sulle basi navali israeliane nel Mar Rosso e in Eritrea, nell’arcipelago Dahlak e nel porto di Massawa. Gli huthi hanno anche sorvegliato le operazioni militari saudite ed emiratine nella città portuale eritrea di Assab. Nel 2016, le forze huthi avrebbero attaccato il quartier generale della Marina eritrea dopo che le forze saudite arrivarono nella città portuale. Gli huthi potrebbero essere stati aiutati da un altro alleato del Safari Club II, il gruppo d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), sostenuto anche dall’Etiopia. Nel 2016, gli huthi effettuarono con successo un’incursione nell’Asir e catturarono una base militare saudita, insieme a un deposito di armi statunitensi e canadesi. La sponsorizzazione del Safari Club II del movimento secessionista in Arabia Saudita è simile al sostegno dell’originale Safari Club a vari gruppi di insorti, tra cui UNITA in Angola, RENAMO in Mozambico e contras in Nicaragua.
Gli sconvolgimenti politici nello Yemen e in Arabia Saudita hanno portato a nuove alleanze tra la coalizione saudita e i membri del Safari Club II. Il 4 novembre 2017, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, consolidava il potere politico arrestando diversi principi della Casa dei Saud, così come importanti ministri, ecclesiastici e uomini d’affari. Un elicottero che trasportava il principe Mansur bin Muqrin, vicegovernatore della provincia di Asir, e altri sette alti funzionari sauditi, si schiantò vicino Abha, nella provincia di Asir, al confine con lo Yemen settentrionale controllato dagli huthi. Ci furono diversi rapporti secondo cui l’elicottero fu abbattuto dai sauditi dopo aver appreso che volava verso lo Yemen controllato dagli huthi, dove il principe e il suo partito avrebbero ricevuto asilo politico. Un principe saudita che si univa agli huthi sarebbe stato un grande colpo del Safari Club II. Allo stesso tempo, gli huthi si schieravano nella confusione all’interno della Casa dei Saud, l’intelligence huthi, aiutata dalle impressionanti capacità nell’intelligence elettronica di Hezbollah, intercettò una serie di messaggi tra l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah, ex-alleato degli huthi, e gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, alleati dei sauditi. Si scoprì che Salah stava negoziando un accordo separato con la coalizione saudita-emiratina, un atto visto come tradimento dagli huthi, che assaltarono la residenza di Salah nella capitale yemenita Sana, giustiziandolo sul posto. Va notato, oltre l’ironia, che il Safari Club II combatte contro molti membri del Safari Club originale. Ad eccezione dell’Iran, ora membro del Safari Club II, i vassalli degli Stati Uniti Arabia Saudita, Israele, Francia, Egitto, Marocco e Sudan. Henry Kissinger, patrono del Safari Club originale, ora consiglia il genero di Donald Trump, Jared Kushner, agente presso la Casa Bianca del Mossad, sui frequenti rapporti col principe ereditario saudita ed altri attori regionali nel Medio Oriente, compresi gli israeliani. Il Safari Club II ha qualcosa che mancava al primo Safari Club: il supporto popolare. La convergenza di interessi dei popoli oppressi di Yemen, Libano, Cisgiordania e Gaza, con le preoccupazioni geopolitiche e di sicurezza dell’Iran, e più recentemente, come risultato dei sotterfugi degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, fornisce al Safari Club II un vantaggio nella propaganda. Originariamente membro della coalizione saudita nello Yemen, col boicottaggio economico da parte di Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt ed Emirati contro il Qatar, l’alleanza Safari Club II otteneva un simpatizzante a Doha, capitale del Qatar. La Cina, che collaborò con l’originale Safari Club nelle operazioni in Afghanistan e Angola, ha ricevuto le delegazioni huthi a Pechino. La Cina inoltre arma la coalizione huthi nello Yemen attraverso l’Iran. L’Oman, rimasto neutrale nella guerra civile yemenita, fu scoperto nel 2016 fornire armi agli huthi su camion con targhe omanite. Il governo iracheno guidato da sciiti è anche noto sostenitore degli huthi.
La CIA e i suoi alleati della Guerra Fredda, nel formare l’originale Safari Club, diedero un modello inestimabile alle popolazioni assediate di Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente. Il Safari Club II da a sauditi, israeliani, statunitensi, egiziani, marocchini ed altri, come lo Stato islamico e al-Qaida nello Yemen finanziati dai sauditi, un assaggio della propria amara medicina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’eredità dell’Ottobre Rosso è ancora visibile in Medio Oriente?

Jurij Zinin, New Eastern Outlook, 31.01.2018

Le immagini di una bandiera rossa con falce e martello che sventolava su un edificio nella città siriana di al-Raqqah, roccaforte dello SIIL per un lungo periodo, circolò sui media arabi per tutto gennaio. Questa bandiera fu innalzata dai combattenti della “brigata della libertà” formata da nativi di vari Stati mediorientali ed europei dagli ideali di sinistra. Avrebbero associato la lotta contro lo SIIL con l’incredibile impresa dei soldati sovietici che innalzarono la bandiera rossa sul Reichstag, roccaforte nazista durante la Seconda guerra mondiale. Questi riferimenti affondano le radici nella storia della regione, influenzata dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Il centenario di questo evento riuniva chi crede negli ideali di sinistra in Medio Oriente, con vari forum tenutisi in diversi Paesi regionali. Secondo l’iracheno Saqaf al-Jadid, la rivoluzione d’ottobre presentò al mondo un’alternativa all’egemonia capitalista, promuovendo le idee di uguaglianza, giustizia, liberazione sociale e nazionale, riflesse nei primi documenti adottati dall’URSS immediatamente dopo la rivoluzione, tra cui la “Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia” e l’appello “A tutti i lavoratori musulmani di Russia ed Oriente”. I bolscevichi furono abbastanza coraggiosi da declassificare l’accordo Sykes-Picot, apparso a Beirut nel dicembre 1917. Fu preparato segretamente dai governi dell’Intesa (Regno Unito e Francia) alle spalle dei popoli, con lo scopo di dividersi in sfere d’influenza il Medio Oriente e saccheggiarne le risorse. La voce della Russia rivoluzionaria fu ascoltata e compresa nella regione, poiché fino a quel momento agli attori locali fu data la possibilità di cedere al dominio egualmente opprimente degli ottomani o delle potenze europee. Nel dicembre 1920, il Comitato per l’unità araba siriana espresse solidarietà alla Russia sovietica che puntò “alla liberazione dell’Oriente dalla morsa dei tiranni europei”. Dopo la Seconda guerra mondiale, il rispetto che l’URSS godeva nella regione raggiunse massimi inediti, compiendo la dura lotta al fascismo. Gli arabi volsero lo sguardo al nuovo polo di potere, abbastanza audace da sfidare il monopolio di un tempo delle potenze imperialiste. Per decenni Mosca sostenne i giovani Stati che lottavano per la sovranità e per chiudere le basi militari straniere sui loro territori. Tra questi Stati si possono nominare Libia, Egitto e Iraq, usati per contenere l’Unione Sovietica e i suoi alleati. I legami politici appena nati furono rafforzati da un’ampia cooperazione economica sovietico-araba e dall’assistenza militare. In totale, con l’aiuto di Mosca, nella regione furono costruiti 350 grandi impianti industriali, 97 infrastrutture in Egitto e 80 in Siria.
Gli scienziati politici arabi osservano che l’URSS si dimostrò un partner fedele dell’Egitto inviandogli ingenti forniture di armi ed attrezzature dopo la devastante guerra del 1967, ripristinando così il potenziale indebolito del suo esercito. Grazie a questo sostegno, molti grandi Paesi del Medio Oriente posero le fondamenta dell’economia moderna di cui dispongono oggi, insieme allo sviluppo delle industrie della Difesa che li mantengono al sicuro. I contatti con Mosca permisero a questi Stati di rafforzare le posizioni sulla scena internazionale, costringendo così l’occidente a fare concessioni. Oggi, numerosi attori regionali affrontano turbolenze provocate dalla cosiddetta “primavera araba”. Ciò che è chiaro per tutti in questa fase è che quando uno Stato viene indebolito subisce il brusco aggravarsi delle contraddizioni interne etniche e settarie. La configurazione geopolitica del Medio Oriente la rende intrinsecamente instabile. Le linee di forza di varie coalizioni, spesso opportunistiche, si scontrano qui con le masse islamiche manipolate per portarle nei conflitti che fanno avanzare l’agenda di qualcun altro. Un esempio lampante è la Siria, dove nel tentativo di far cadere il legittimo governo di Bashar al-Assad, Paesi occidentali, regimi monarchici del Golfo Persico ed islamisti agivano insieme per perseguire i propri obiettivi.
Parlando dell’eredità della Rivoluzione d’Ottobre attraverso il prisma del mondo moderno, numerosi esperti arabi pongono la domanda: gli ideali di sinistra andavano perseguiti anche alla luce delle seguenti violazioni giuridiche, e rimangono adeguati dopo il crollo dell’URSS? Ovviamente, se non fossero così attraenti per molti nel mondo, sarebbero stati dismessi da tempo. Questi ideali, troppo avanzati per i tempi in cui furono espressi, hanno tuttavia preparato il terreno dei cambiamenti sociali nel mondo, portando a un futuro migliore. Secondo i moderni pensatori palestinesi, la Rivoluzione d’Ottobre sfidò i Paesi metropolitani costringendoli ad abbandonare le loro colonie. Nel corso dello scontro e della competizione tra i due sistemi, i lavoratori dei Paesi capitalisti ottennero importanti concessioni e l’introduzione di regolamenti che ne garantivano i diritti sociali. Chi liquida la Rivoluzione d’Ottobre come fatto minore, non potrà mai accettarne l’eredità. Ad esempio, il peggior denigratore dell’URSS e dei suoi valori, Zbigniew Brzezinski, statista e scienziato politico degli Stati Uniti, annunciò in modo temerario in un discorso di quasi due decenni fa: “Ho studiato e capito Marx meglio di molti socialisti… e quindi ho potuto deviarne l’avanzare delle idee per quasi un secolo, non basta?Jurij Zinin, ricercatore presso l’Istituto statale per le Relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cento anni fa: i bolscevichi presero il potere, ma come lo mantennero?

Michal Jabara Carley SCF 12.01.2018Il 25 ottobre/7 novembre 1917, i bolscevichi presero il potere a Pietrogrado dal cosiddetto governo provvisorio. Fu una cosa relativamente facile perché il governo provvisorio godeva di poco o alcun sostegno popolare e rappresentava sostanzialmente gli interessi delle ex-élite urbane e rurali zariste. Si oppose all’avanzata della rivoluzione dall’abdicazione dello zar Nicola II all’inizio dell’anno, e cercò di mantenere la Russia nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, in particolare Francia, Gran Bretagna, Italia e i ritardatari Stati Uniti, entrati in guerra nell’aprile del 1917. L’idea era di re-imporre la disciplina militare ai soldati, portarli fuori da Pietrogrado e riportarli al fronte dove potevano essere separati dalle tendenze rivoluzionarie. Fu un’epoca in cui le élite trincerate non potevano danneggiare l’ondata rivoluzionaria. Le secolari richieste delle masse contadine e proletarie, aggravate dallo spargimento di sangue della Grande Guerra, crearono le giuste circostanze per la rivoluzione. I bolscevichi si misero alla testa del movimento popolare, mobilitandone la notevole energia attraverso i soviet (o consigli) dei deputati dei soldati, degli operai e infine dei contadini per prendere il potere in Russia. Naturalmente fu una cosa prendere il potere e un’altra tenerselo stretta. I bolscevichi avevano molti nemici. Tra i cosiddetti partiti rivoluzionari, solo i socialisti rivoluzionari di sinistra (SR) li sostenevano e con loro entrarono in un governo di coalizione nel dicembre 1917. Altri gruppi marginali appoggiavano il nuovo governo sovietico, ma gli SR e la maggior parte dei menscevichi alleati col partito Cadetto, che rappresentava le vecchie élite, si opposero ai bolscevichi e in effetti all’autorità dei soviet.
I bolscevichi non erano uniti nel prendere il potere o nel tentativo di governare da soli attraverso i soviet. Il leader bolscevico V. I. Lenin accusò certi suoi compagni di “crumiraggio” e di perdere la calma. I deboli di cuore potevano naturalmente schierare molti argomenti per la loro mancanza di audacia. Gruppi di ufficiali dell’esercito e cadetti cercarono di rovesciare l’autorità sovietica, sostenuti da sottufficiali e menscevichi che odiavano i bolscevichi con la stessa intensità delle vecchie élite zariste. Nel dicembre 1917 tutto era nel caos. I soldati fecero baldoria nella capitale, facendo irruzione nelle cantine delle élite. Fucilieri e pompieri lettoni furono chiamati per fermare il saccheggio ed inondare le cantine. Mentre i compagni erano ubriachi, chi avrebbe difeso la rivoluzione? Era pieno inverno e le città dovevano essere rifornite di cibo e carbone per il riscaldamento. Gli operai che sostenevano i bolscevichi dovevano essere impiegati quando l’economia falliva e le fabbriche chiudevano. Le famiglie dovevano essere alimentate. Le frontiere della Russia si estendevano ben oltre Pietrogrado e Mosca. I nemici cercavano ovunque di rovesciare l’autorità sovietica. I bolscevichi dovevano organizzare nuove forze per difendere la rivoluzione nei lontani confini del Paese. Quanto audace fu il pensiero di Lenin di poter superare il caos. Le élite in un primo momento ridevano della temerarietà dei bolscevichi, pensando di non poter mantenere il potere per più di qualche giorno o settimana. La resistenza armata cominciò subito e fu battuta in sanguinose schermaglie vicino a Pietrogrado e Mosca. Queste prime vittorie cancellarono i sorrisi dai volti delle classi privilegiate. Oltre ad occuparsi dei nemici interni, c’era la guerra con la Germania imperiale e i suoi alleati, i cui eserciti si avvicinavano a Pietrogrado. Né le potenze dell’Intesa, alleate della Russia nella Grande Guerra, potevano essere ignorate. Videro la rivoluzione e la presa del potere bolscevica come catastrofe abissale. I cosiddetti alleati furono sconvolti dal crollo degli eserciti russi e dalla conseguente minaccia agli interessi economici alleati in Russia. Le missioni militari inglese e francese erano ben informate e ritenevano che l’esercito russo non potesse combattere oltre l’inverno, indipendentemente da chi governasse a Pietrogrado. Furono avanzate delle idee a Parigi e a Londra su “una pace alle spalle della Russia” smembrando il Paese come la Cina, e dividendolo in grandi sfere d’interesse. In effetti, la Russia doveva cessare di esistere come Stato unito e indipendente. Questi piani d’emergenza furono sviluppati prima della presa del potere dei bolscevichi, quando gli alleati speravano che i soviet sarebbero stati dispersi e i bolscevichi impiccati.
Lenin non si faceva illusioni sulle potenze imperialiste occidentali, ma sembrava non avergli prestato troppa attenzione nei calcoli per la presa del potere ed istituire il governo sovietico. Per prima cosa fece la prima. La sua maggiore preoccupazione era neutralizzare o sconfiggere i nemici interni e porre fine alla guerra con la Germania e i suoi alleati. I bolscevichi non avevano scelta. I soldati al fronte smobilitavano di propria iniziativa abbandonando le trincee. Lenin stesso aveva parlato di “guerra rivoluzionaria” contro l’invasore tedesco, ma ciò era possibile solo se vi fossero stati eserciti disposti a combattere. “Fate una passeggiata“, disse ai compagni, “ascoltate ciò che dicono i soldati nelle strade“. Tuttavia, i suoi compagni bolscevichi erano molto indipendenti e molti non erano disposti ad accettare una pace svantaggiosa imposta dalla Germania imperiale. Il 7/20 novembre il governo sovietico ordinò al comandante delle forze russe, generale N. N. Dukhonin, di cercare un armistizio con l’alto comando tedesco. Non volendo conformarsi, il Generale Dukhonin ignorò gli ordini sovietici. Lenin lo licenziò immediatamente. Nominò il veterano bolscevico N. V. Krylenko nuovo comandante in capo e lo mandò al fronte. Il 13/26 novembre Krylenko inviò delegati attraverso la terra di nessuno, preceduti da un trombettiere e una grande bandiera bianca. S’incontrarono con un ufficiale tedesco che li condusse attraverso linee tedesche. Mentre questi eventi si svolgevano, gli ambasciatori alleati a Pietrogrado discutevano su come controllare i bolscevichi. Una idea era inviare 8-10000 truppe alleate a Pietrogrado per proteggere i cittadini alleati e sostenere qualsiasi governo che potesse cacciare i bolscevichi. Ciò metteva il carro davanti ai buoi. La proposta fu bollata come irrealistica. Il 9/22 novembre il nuovo presidente del consiglio francese George Clemenceau, inviò istruzioni al generale Henri Albert Niessel, capo della missione militare francese, per informare Dukhonin che la Francia si rifiutava di riconoscere il nuovo governo sovietico e contava sull’alto comando russo per rigettare i “criminali negoziati di pace” e mantenere l’esercito russo in campo contro il nemico comune. Clemenceau, la tigre, effettivamente incoraggiava Dukhonin a sollevare l’esercito contro i bolscevichi. Poiché molti, se non la maggior parte, dei soldati russi appoggiavano il piano bolscevico per porre fine alla guerra, il piano francese fu una provocazione inutile probabilmente più pericolosa per Dukhonin che per i bolscevichi. La reazione bolscevica fu prevedibile. Accusando l’Intesa d’intromettersi negli affari interni sovietici, il minimo che si potesse dire, L. D. Trotzkij, Commissario per gli Affari Esteri, rispose pubblicando i cosiddetti “Trattati segreti” dell’Intesa che dividevano i territori nemici dopo la guerra. “Vedete”, dichiarò Lenin ai soldati alleati, “siete solo carne da cannone che combatte per il saccheggio delle élite imperialiste occidentali“. L’idea di Lenin era mobilitare l’opinione pubblica europea contro la guerra e fare propaganda tra i militanti occidentali che volevano fare la propria Rivoluzione d’Ottobre. Come chiarì Trotzkij, il governo sovietico desiderava una pace generale, non separata, così i soldati in Europa potevano volgere le baionette contro le élite borghesi. In un incontro a Parigi all’inizio di dicembre, le potenze dell’Intesa non potevano essere d’accordo su una risposta collettiva all’appello di Trotzkij all’armistizio su tutti i fronti. Una volta che qualcuno iniziò a parlare di pace, osservò il ministro degli Esteri italiano, i soldati francesi e italiani si sarebbero rifiutati di riprendere le armi. Il primo ministro David Lloyd George temeva che “la mota si sarebbe accumulata” contro il prosieguo della guerra. I bolscevichi contavano proprio su quello. Non era un calcolo irrealistico: persino i capi alleati temevano l’opposizione popolare alla guerra. Un armistizio generale era quindi fuori questione. Gli alleati accettarono di smettere di rifornire la Russia e di avviare generosi finanziamenti per la “propaganda alleata” sperando che un governo russo accettabile sostituisse i soviet. Nel frattempo, il generale Dukhonin rimase in contatto con le ambasciate alleate a Pietrogrado e continuò a creare problemi al fronte. Liberò il famigerato generale L. G. Kornilov e altri alti ufficiali fuggiti a sud. Loro intenzione era organizzare la resistenza armata contro il governo sovietico. Tuttavia, Dukhonin non li raggiunse: il 20 novembre/3 dicembre fu pestato a morte da soldati arrabbiati.
I capi alleati non erano sciocchi e non avevano intenzione di cadere nella trappola che Lenin e Trotzkij gli avevano teso. I bolscevichi avrebbero dovuto negoziare da soli coi tedeschi. Trotzkij ne trasse la conclusione logica che il governo sovietico aveva bisogno di opzioni e potenziali alleati. Se l’armistizio non reggeva, i bolscevichi avrebbero dovuto combattere e avrebbero avuto bisogno di aiuto. L’unico aiuto disponibile era dalle potenze alleate. Il generale francese a Pietrogrado Niessel traesse le stesse conclusioni e quindi autorizzò uno dei suoi ufficiali, il capitano Jacques Sadoul, a tenersi in contatto coi bolscevichi. Ogni giorno Sadoul parlava con Lenin, Trotzkij e vari altri leader bolscevichi. Ebbe lunghe discussioni con Trotzkij che sollevò la questione dell’aiuto francese nell’organizzare un nuovo esercito (2/15 dicembre). Sadoul voleva perseguire questa opzione ed esortò i superiori ad avere una mente aperta. Kornilov, SR, menscevichi e così via, erano “stelle spente” (étoiles éteintes). I loro tentativi di organizzarsi contro i bolscevichi erano “ancora embrionali”. Tutti erano d’accordo sulla necessità di una pace immediata, ma “l’aristocrazia e la borghesia” erano inclini alla capitolazione che non i bolscevichi. Anche Lenin aveva opzioni aperte, se era disposto ad incontrare regolarmente un ufficiale francese. Il capitano Sadoul non poteva parlare direttamente al governo di Parigi, figuriamoci a Londra o Washington. Clemenceau non avrebbe comunque ascoltato perché aveva liquidato i bolscevichi come “agenti tedeschi”. A Washington, il presidente Woodrow Wilson e il suo segretario di Stato, Robert Lansing, furono oltraggiati dalla presa del potere bolscevico e dal suo tentativo di rovesciare il giusto ordine delle classi (come Lansing disse). Mentre Sadoul parlava di cooperazione con Trotzkij, altri ufficiali francesi e inglesi raccomandavano il sostegno finanziario alla resistenza anti-bolscevica nella Russia meridionale, in particolare in Ucraina e Don. Alla fine di novembre fu approvato un primo credito di 50000 franchi, poi un milione di rubli, per il generale Niessel. Una settimana più tardi, erano tre milioni di franchi e prima che l’inchiostro fosse asciutto sull’autorizzazione, furono approvati crediti illimitati per la missione militare francese che operava da Jassy in Romania, nella parte del Paese non occupata dalle forze tedesche. L’assegno in bianco era per l’azione in Ucraina e nel Don, dove si organizzava la resistenza armata contro i bolscevichi. Gli inglesi fecero lo stesso. La politica anglo-francese consisteva nel lanciare pacchetti di banconote ai quattro venti e sperare che suscitassero resistenza ai bolscevichi. Ci furono rapporti più sobri, e non solo dal capitano Sadoul, secondo cui gli alleati non dovevano contare su generali russi e “nazionalisti” ucraini per combattere qualcuno. Ma Clemenceau si rifiutò di ascoltare. L’idea francese era “sostenere gli elementi della resistenza all’usurpazione bolscevica“. Questo era l’obiettivo principale, rovesciare “i Bolsh”. A fine dicembre, inglesi e francesi concordarono “sfere d’azione” nella Russia meridionale che corrispondevano al piano dei loro investimenti prebellici. Fu un ulteriore passo avanti rispetto a quello che fatto per dividere la Russia in grandi sfere d’interesse. Quando Sadoul si guardò intorno, vide colleghi guidati da una “furia cieca” contro i bolscevichi. Secondo loro, l’Intesa doveva affrontare due nemici, Germania e bolscevichi, ma i colleghi di Sadoul “detestavano e temevano i secondi più della prima“. Preferivano lasciare che la Germania schiacciasse i sovietici piuttosto che aiutarli a difendere la Russia, perché avrebbe lascito il partito dei bolscevichi al potere. Meglio tagliare il naso per dispetto al viso.
Questa politique du pire funzionò? C’erano abbastanza scettici a Parigi e Londra per tenere la porta aperta alle idee di Sadoul. A metà dicembre il governo inglese decise di evitare una “rottura aperta” con i bolscevichi e di perseguire una politica simile a quella che il capitano Sadoul proponeva. “Non portiamoli nel campo tedesco” era l’idea generale. Il primo ministro Lloyd George fu particolarmente ricettivo anche quando gli agenti inglesi operavano in Ucraina per sostenere i “nazionalisti”. Il ministro inglese a Jassy inviò 30000 sterline, non pochi a quei tempi, a un agente a Kiev. L’assistenza alle forze nel sud doveva essere diretta contro i tedeschi, non contro i bolscevichi. La mano sinistra alleata sapeva cosa faceva la mano destra? Certo. Chiunque sapesse qualcosa, sapeva che le nuove forze che gli alleati finanziavano avrebbero combattuto i bolscevichi, non i tedeschi. In Russia c’era rammarico e la politica del caos poteva essere il modo migliore per contrastarlo. Le idee di Sadoul ebbero una possibilità in tali circostanze? I bolscevichi sarebbero stati disposti a lavorare con gli imperialisti anglo-francesi? A fine dicembre 1917 era troppo presto per dirlo, ma nei primi mesi del nuovo anno questa domanda sarebbe stata affrontata ai vertici dei governi dell’Intesa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Stato di paura: come i più micidiali bombardamenti della storia crearono l’attuale crisi in Corea

Ted Nace, Mondialisation, 9 dicembre 2017Mentre il mondo osserva con crescente preoccupazione tensioni e retorica bellicosa tra Stati Uniti e Corea democratica, uno degli aspetti più notevoli della situazione è la mancanza di qualsiasi riconoscimento pubblico del motivo dei timori della Corea democratica, o come l’ha definito l’ambasciatrice dell’ONU Nikki Haley, “stato di paranoia”, cioè l’orribile campagna di bombardamento statunitense durante la Guerra di Corea, dal numero senza precedenti di vittime. Anche se non sapremo mai tutti i fatti, le prove disponibili portano a concludere che i bombardamenti di città e villaggi nella Corea democratica uccisero più civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti nella storia. Lo storico Bruce Cumings descrive la campagna dei bombardamenti come “probabilmente uno dei peggiori episodi di violenza statunitense scatenata contro un altro popolo, ma certamente quella meno nota agli statunitensi”. La campagna, condotta tra il 1950 e il 1953, uccise 2 milioni di nordcoreani secondo il generale Curtis LeMay, capo del comando aereo strategico e organizzatore del bombardamento di Tokyo e di altre città giapponesi. Nel 1984, LeMay disse all’ufficio dell’Aeronautica che il bombardamento della Corea democratica “uccise il 20% della popolazione“. Altre fonti citano un numero leggermente inferiore. Secondo i dati raccolti dai ricercatori del Centre for the Study of Civil War (CSCW) e dall’International Peace Research Institute di Oslo (PRIO), la “migliore stima” dei decessi civili in Corea democratica è 995000, con una stima minima di 645000 e una massima di 1,5 milioni. Sebbene metà delle stime di LeMay, CSCW/PRIO calcola che 995000 morti superassero le vittime civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti, tra cui quella sulle città tedesche durante la seconda guerra mondiale, che fece tra 400000 e 600000 morti, i bombardamenti incendiari e nucleari delle città giapponesi causarono tra 330000 e 900000 morti; i bombardamenti in Indocina tra il 1964 e il 1973 causarono tra 121000 e 361000 morti, durante le operazioni Rolling Thunder, Linebacker e Linebacker II (Vietnam); Menu e Freedom Deal (Cambogia) e Barrel Roll (Laos). Il pesante bilancio dei bombardamenti della Corea democratica è tanto più notevole in quanto la popolazione del Paese era relativamente modesta: solo 9,7 milioni nel 1950. In confronto, c’erano 65 milioni di persone in Germania e 72 milioni in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale. I bombardamenti dell’Aeronautica degli USA sulla Corea democratica impiegarono tattiche sviluppate durante la Seconda guerra mondiale per bombardare Europa e Giappone: esplosivi per distruggere edifici, napalm e altre armi incendiarie per innescare massicci incendi e bombardamenti pesanti per impedire alle squadre antincendio di estinguerli. L’uso di tali tattiche non era evidente. Secondo la politica statunitense all’inizio della guerra di Corea, fu vietato il bombardamento incendiario dei civili. Un anno prima, nel 1949, diversi ammiragli della Marina degli Stati Uniti condannarono tali tattiche al Congresso. Durante la “rivolta degli ammiragli”, la Marina sfidò i colleghi dell’Aeronautica sostenendo che bombare i civili era controproducente dal punto di vista militare e violava gli standard morali internazionali.
Giunte nel momento in cui il tribunale di Norimberga sensibilizzò l’opinione pubblica sui crimini di guerra, le critiche degli ammiragli furono riprese dall’opinione pubblica. Pertanto fu vietato attaccare le popolazioni civili secondo la politica degli Stati Uniti all’inizio della guerra di Corea. Quando il generale George E. Stratemeyer dell’Aeronautica militare chiese il permesso di usare gli stessi metodi di bombardamento, su cinque città nordcoreane, di quelli che “piegarono il Giappone”, il generale Douglas MacArthur respinse la richiesta, invocando la “politica generale”. Cinque mesi dopo l’inizio della guerra, mentre le forze cinesi intervennero a fianco della Corea democratica e le forze delle Nazioni Unite si ritiravano, il generale MacArthur cambiò posizione e accettò la richiesta del generale Stratemeyer, il 3 novembre 1950, di bruciare la città nordcoreana di Kanggye e diverse altre: “Bruciale! Meglio ancora, Strat, brucia e distruggi qualsiasi città o villaggio pensi abbia interesse militare per il nemico”. La stessa sera, il capo di Stato Maggiore di MacArthur disse a Stratemeyer che anche il bombardamento di Sinuiju veniva approvato. Nel diario, Stratemeyer riassume le istruzioni: “Ogni edificio, ogni sito e ogni villaggio della Corea democratica diventa un bersaglio militare e tattico“. Stratemeyer ordinò alla Quinta Forza Aerea e al Comando Bombardieri di distruggere tutti i mezzi di comunicazione e tutti i servizi, le fabbriche, città e villaggi. Sebbene l’Aeronautica fosse diretta nelle comunicazioni interne sulla natura dei bombardamenti, incluse mappe che mostravano l’esatta percentuale incenerita di ogni città, le comunicazioni alla stampa descrissero i bombardamenti come incentrati esclusivamente su “concentramenti di truppe nemiche, depositi, edifici militari e linee di comunicazione“. Gli ordini della Quinta Forza Aerea erano chiari: “Gli aerei della Quinta Forza Aerea distruggeranno tutti gli obiettivi, inclusi gli edifici che possono servire da rifugio“. In meno di tre settimane dal bombardamento di Kanggye, furono incendiate dieci città, tra cui Chosan (85%), Hoeryong (90%), Huichon (75%), Kanggye (75%), Kointong ( 90%), Manpochin (95%), Namsi (90%), Sakchu (75%), Sinuichu (60%) e Uichu (20%). Il 17 novembre 1950, il generale MacArthur disse all’ambasciatore statunitense in Corea John J. Muccio, “Sfortunatamente, questa regione sarà trasformata in un deserto“. Con “questa regione“, MacArthur indicava l’intera area tra “le nostre attuali posizioni e il confine”.
Mentre l’Aeronautica continuava a bruciare le città, seguiva da vicino i livelli di distruzione inflitti:
* Anju – 15%
* Chinnampo (Nampo) – 80%
* Chongju (Chongju) – 60%
* Haeju – 75%
* Hamhung (Hamhung) – 80%
* Hungnam (Hongnam) – 85%
* Hwangju (Contea di Hwangju) – 97%
* Kanggye – 60% (precedentemente stimato al 75%)
* Kunu-ri (Kunu-dong) – 100%
* Kyomipo (Songnim) – 80%
* Musan – 5%
* Najin (Rashin) – 5%
* Pyongyang – 75%
* Sariwon (Sariwon) – 95%
* Sinanju – 100%
* Sinuiju – 50%
* Songjin (Kimchaek) – 50%
* Sunan (Sunan-guyok) – 90%
* Unggi (Contea di Sonbong) – 5%
* Wonsan (Wonsan) – 80%
Nel maggio 1951, una squadra investigativa internazionale dichiarò: “I membri, durante il viaggio, non videro una singola città che non fosse stata distrutta, e c’erano pochissimi villaggi intatti“. Il 25 giugno 1951, il generale O’Donnell, comandante del Comando bombardieri dell’Estremo Oriente, testimoniò in risposta a una domanda del senatore Stennis (“...La Corea democratica è stata praticamente distrutta, no?“) “Oh, sì .. direi che quasi tutto nel nord della penisola coreana è in condizioni terribili. Tutto è distrutto. Non c’è nulla che valga essere nominato… Poco prima dell’arrivo dei cinesi, i nostri aerei erano inchiodati a terra. Non è rimasto nulla da bombardare in Corea“. Nell’agosto 1951, il corrispondente di guerra Tibor Meray dichiarò di aver assistito alla “totale devastazione tra il fiume Yalu e la capitale” e “che non c’erano più città nella Corea democratica“, aggiungendo che “mi sentivo come se viaggiassi sulla luna perché c’era solo devastazione… Ogni città non era altro che un allineamento di camini“.
Diversi fattori si combinarono aumentando la mortalità dei bombardamenti incendiari. Come si apprese durante la seconda guerra mondiale, gli attacchi incendiari potevano devastare le città a velocità incredibile: il bombardamento della Royal Air Force di Wurzburg, in Germania, negli ultimi mesi di guerra impiegò solo 20 minuti per avvolgere la città in una tempesta di fuoco con temperature stimate a 1500-2000° C. La gravità dell’inverno nordcoreano contribuì ai raccapriccianti dati dei bombardamenti. A Pyongyang, la temperatura media di gennaio è -13°. I peggiori bombardamenti si verificarono nel novembre 1950, chi sfuggì alla morte per incendio morì di freddo nei giorni e mesi successivi. I sopravvissuti crearono dei ripari di fortuna in canyon, caverne o cantine abbandonate. Nel maggio 1951, una delegazione della Federazione internazionale delle donne democratiche (WIDF) visitò la città bombardata di Sinuiju: “La stragrande maggioranza delle persone vive in trincee scavate e rinforzate con legno di recupero. Alcuni di tali rifugi hanno tetti di tegole e di legno, recuperati da edifici distrutti. Altri vivono in cantine rimaste intatte dopo il bombardamento e altre ancora in tende di paglia con carpenteria recuperata da edifici distrutti e in capanne di mattoni e macerie senza malta“. A Pyongyang, la delegazione descrisse una famiglia di cinque persone, tra cui un bambino di tre anni e uno di otto mesi, che viveva in uno spazio sotterraneo di due metri quadrati, a cui si poteva accedere solo percorrendo un tunnel di tre metri. Un terzo fattore fu l’uso intensivo del napalm. Sviluppato all’Università di Harvard nel 1942, la sostanza appiccicosa e infiammabile fu usata per la prima volta durante la Seconda guerra mondiale. Diventò un’arma chiave durante la guerra di Corea, quando ne vennero usate 32557 tonnellate; secondo lo storico Bruce Cumings la logica fu la seguente: “Sono selvaggi, il che ci dà il diritto di spalmare napalm sugli inermi“. Molto tempo dopo la guerra, Cumings descrisse l’incontro con un anziano sopravvissuto: “All’angolo di una strada c’era un uomo (penso che fosse un uomo o una donna con le spalle larghe) che aveva una curiosa crosta viola su ogni parte visibile della pelle, spessa sulle sue mani, sottile sulle braccia, coprendosi completamente la testa e il viso. Era calvo, non aveva orecchie o labbra e gli occhi, senza palpebre, erano di un bianco grigiastro, senza pupille… Questa crosta violacea risultò dal contatto col napalm, poi il corpo della vittima, non curata, guarì in un modo o nell’altro“. Durante i colloqui per l’armistizio alla fine dei combattimenti, i comandanti statunitensi non avevano più città da colpire. Per fare pressione sui negoziati, diressero i bombardamenti sulle grandi dighe coreane. Come riportato dal New York Times, le inondazioni causate dalla distruzione di una diga “liberarono” 40 km di valle distruggendo migliaia di ettari di riso appena piantato. All’indomani dei bombardamenti incendiari contro Germania e Giappone durante la Seconda guerra mondiale, un gruppo di ricerca del Pentagono di 1000 membri redasse una valutazione completa nota come “US Strategic Bombing Survey“. L’USSBS pubblicò 208 volumi per l’Europa e 108 per il Giappone e il Pacifico, tra cui il numero di vittime, interviste con sopravvissuti e indagini economiche. Tali rapporti redatti industria per industria furono così dettagliati che la General Motors li usò per avere con successo dal governo degli Stati Uniti 32 milioni di dollari per i danni alle sue fabbriche tedesche.
Dopo la guerra di Corea, non fu fatta alcuna registrazione dei bombardamenti, ad eccezione delle mappe interne per l’Aeronautica che mostravano la distruzione città per città. Queste carte rimasero segrete per venti anni. Quando furono declassificate, di nascosto nel 1973, l’interesse degli Stati Uniti per la Guerra di Corea era svanito da tempo. È solo negli ultimi anni che il quadro completo comincia ad emergere negli studi di storici come Taewoo Kim del Korean Korea Analysis Institute, Conrad Crane dell’Accademia Militare degli Stati Uniti e Su-kyoung Hwang dell’Università della Pennsylvania. Nella Corea democratica, la memoria è perpetuata. Secondo lo storico Bruce Cumings, “Fu la prima cosa che la guida mi disse”. Cumings scrive: “La campagna senza ostacoli dei bombardamenti incendiari al Nord durò tre anni, dando origine a un deserto e a popolo di talpe sopravvissute che imparò ad amare il riparo di caverne, montagne, tunnel e ridotte, un mondo sotterraneo diventato la base per la ricostruzione di un Paese e ricordo per costruire un feroce odio tra la popolazione“. Ancora oggi, la campagna dei bombardamenti incendiari contro città e villaggi della Corea democratica rimane ignota al pubblico e non è riconosciuta nelle discussioni nei media sulla crisi, nonostante l’ovvia importanza per la Corea democratica nel persegue il programma di deterrenza nucleare. Senza conoscere e confrontarsi con questi fatti, non possiamo comprendere i timori al centro degli atteggiamenti e delle azioni della Corea democratica.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La rinascita del Partito Comunista Indonesiano

Srechko Vojvodich, Communism, 12 novembre 2017

Il seguente saggio tratta della ripresa dell’attività legale del Partito comunista indonesiano dopo 50 anni di proibizione. È un adattamento ed elaborazione della presentazione di Vladimir M. Soloveichik, pubblicata su Leningrad Internet TV e YouTube il 27 giugno 2016, in lingua russa. L’articolo offre interessanti informazioni sulla storia eroica e tragica del Partito Comunista non al potere più grande del mondo ed esprime l’ottimismo che le nuove generazioni di comunisti indonesiani continuino la lotta, unendosi al movimento marxista-leninista per la materializzazione dell’ideale comunista.Prologo
Questo argomento ha grande importanza morale per noi comunisti. Qui parliamo del Partito Comunista Indonesiano, la cui storia è ricca di eventi, tragedie e coraggio dei comunisti e di crimini contro di loro commessi dalla reazione borghese. Ora, dopo un divieto di 50 anni, il Partito Comunista Indonesiano ha tenuto il suo congresso e riprende l’attività legale nel Paese.

Origini
Uno dei più grandi partiti comunisti del mondo, uno dei più grandi partiti comunisti dell’Asia, il Partito Comunista dell’Indonesia aveva, al momento del divieto nel 1965, circa tre milioni di seguaci, tra cui due milioni di iscritti. Era il terzo partito comunista più numeroso del mondo, subito dopo il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e il Partito Comunista Cinese (PCC). La storia di quel partito iniziò nel maggio 1920. L’Indonesia è un Paese su un vasto arcipelago nel sud-est asiatico, che in quel momento era colonia olandese. Il socialdemocratico olandese Henk Sneevliet iniziò a radunare i compagni, lasciando i socialdemocratici olandesi e locali organizzò il congresso fondativo del partito, che entrò nella storia come Partito comunista indonesiano. Porta questo nome dal 1924. Chi era Henk Sneevliet? Già non molto giovane, quasi 40 anni, aveva accumulato molta esperienza nel lavoro sindacale nei Paesi Bassi e, in quanto tale, fu nominato rappresentante della sezione orientale del Comintern. Dopo aver fondato il Partito Comunista Indonesiano, andò in Cina, dove si trovò alla fondazione del Partito comunista cinese. Fu lui che organizzò, nel luglio 1921, il Congresso fondativo del Partito Comunista cinese a Shanghai. Non fu nientemeno che lui che invitò al Congresso, tra gli altri, un giovane studente dell’Università di Pechino, Mao Tse-tung, vedendo in lui i tratti del futuro leader comunista. Dopo aver lavorato nella sezione orientale del Comintern, Henk Sneevliet tornò nei Paesi Bassi e poi ruppe drammaticamente con la leadership comunista olandese, passando al trotskismo e poi separandosi da Trotzkij. Più tardi, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, deputato indipendente dell’Olanda, il rappresentante dei lavoratori Sneevliet guidò la resistenza clandestina olandese ed organizzò il più grande sciopero durante l’occupazione nazista dell’Europa occidentale contro l’hitlerismo, nel novembre 1941. Fu arrestato e giustiziato dalla GeStaPo di Hitler nell’aprile del 1942. Non aveva ancora 60 anni.
Il Partito fondato da Sneevliet si sviluppò come molti altri partiti orientali del Comintern, i partiti comunisti asiatici, attraverso il Terrore Bianco nel 1926, la lotta ai colonizzatori, l’occupazione giapponese e la resistenza armata agli alleati giapponesi di Hitler. Dopo la debacle del militarismo giapponese nel 1945, i nazionalisti indonesiani, guidati dal presidente Sukarno, iniziarono la lotta per l’indipendenza contro gli olandesi e il loro dominio coloniale. Il PKI sostenne Sukarno, come doveva fare qualsiasi forza patriottica, e ciò fu ricambiato con oscura ingratitudine. Non fu altri che Sukarno che, insieme ai nazionalisti e ai generali islamici, organizzò una provocazione armata nel 1948 coinvolgendo l’esercito e le formazioni armate del partito, il cui esito fu il sanguinoso massacro dei comunisti indonesiani, l’assassinio dell’allora Segretario generale della Comitato centrale del Partito comunista indonesiano, Munawar Musso, e del membro del Politburo Amir Sjarifuddin, ministro della Difesa nel governo di coalizione tra comunisti e nazionalisti, il governo anticolonialista di Sukarno. Tuttavia, comprendendo di dover ancora aver bisogno dei comunisti nella lotta contro i generali islamici e i colonizzatori olandesi, Sukarno evitò di bandire il PKI, sperando che i nuovi leader fossero più leali nei suoi confronti di Munawar Musso e Amir Sjarifuddin, che fece giustiziare. In realtà, al timone del Partito arrivarono Dipa Nusantara Aidit, Njoto, MH Lukman e alcuni altri, orientati verso il vittorioso Partito Comunista Cinese e la collaborazione del Partito Comunista Indonesiano con il PCC. Nel 1951, la piena attività legale del PKI fu ripristinata e quell’anno i comunisti indonesiani adottarono il programma di partito, che conteneva, come si rivelò in seguito, molti punti errati e confusi che costrinsero il Primo Segretario del CC del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica, Stalin ad esprimere critiche al progetto di programma del PKI. Sfortunatamente, nelle condizioni di semi-legalità e terrore condotte contro il PKI dai generali islamici, in assenza di contatti diretti tra PKI e PC(b)US, le deliberazioni di Stalin raggiunsero la nuova leadership del PKI solo dopo l’adozione del nuovo programma. Invece di considerare queste critiche mentre sviluppavano l’attività, i leader del PKI scrissero una risposta a Stalin rifiutando praticamente tutte le considerazioni e mostrando l’aplomb dei neofiti: il loro leader Aidit non aveva allora 30 anni! Solo uno dei membri del Politburo, Rinto, in realtà il prof. Iskandar Subekti, marxista che parlava correntemente olandese, inglese e molte altre lingue straniere, istruito in Europa e che conosceva a fondo le opere dei classici del marxismo, espresse dissenso e scrisse una lettera a Stalin chiedendogli di abbozzare alcune idee sulle prospettive della rivoluzione indonesiana. Con stupore di Aidit e Njoto, Stalin rispose alla lettera di Subekti, invitandolo con altri comunisti indonesiani al 19° Congresso del PCUS nell’ottobre 1952. Subekti arrivò a Mosca e più tardi, nel dicembre del 1952, Dipa Nusantara Aidit con Njoto arrivò nella capitale dell’Unione Sovietica, dopo aver partecipato al Congresso del Partito Comunista dei Paesi Bassi. Così, ai primi del gennaio 1953, iniziarono le conversazioni di Stalin con la dirigenza del PKI su come muovere le forze, prospettive e carattere della rivoluzione indonesiana. Le conversazioni furono abbastanza interessanti e significative, tra amici. Stalin cercò di convincere i comunisti indonesiani che le sue conclusioni erano corrette. Nel complesso, ci riuscì. Sulla base di questi colloqui, Stalin compose un ponderoso documento il 16 febbraio 1953, indirizzato a Aidit: “Sul carattere e le forze mobili della rivoluzione indonesiana, sulle prospettive del movimento comunista in Asia orientale, sulla strategia e le tattiche dei comunisti sulla domanda agraria“. Di fatto, fu l’ultima opera teorica di Stalin, purtroppo ignota nell’URSS per molto tempo. Per la prima volta fu pubblicata in russo nel 2009, stampata direttamente dal suo manoscritto. Questo originale manoscritto è conservato nell’Archivio Presidenziale della Federazione Russa, nel Fondo Stalin. Quest’ultima opera teorica di Stalin del 16 febbraio 1953, solo due settimane prima della scomparsa, è molto interessante, in primo luogo perché formulava il punto chiave della rivoluzione indonesiana: la questione agraria. Criticò i comunisti indonesiani quando scrivevano: “Combatteremo contro il feudalesimo”, senza chiarire di quali resti del feudalesimo nella società indonesiana parlavano e insistendo chiaramente che il PKI doveva puntare allo slogan sulla consegna della terra ai contadini indonesiani come proprietà privata e senza indennizzo, fornendo una spiegazione teorica per cui doveva essere fatto esattamente così, dato che la situazione agraria in Indonesia all’epoca era diversa dalla situazione agraria nella Russia pre-rivoluzionaria e dell’Europa orientale, quindi in Indonesia era esatto lo slogan della consegna della terra ai contadini indonesiani come loro proprietà privata e senza un compenso, mentre spiegava perché lo slogan sulla nazionalizzazione della terra non avrebbe funzionato nella situazione data. È esattamente in questo lavoro che Stalin sollevò la questione del Fronte nazionale, mettendo in guardia la leadership del Partito Comunista Indonesiano sul possibile assorbimento del Partito da parte della borghesia nazionale, sulla conversione del Partito in appendice del presidente Sukarno e della sua cricca, in modo che i comunisti dell’Indonesia non divenissero pedine nella lotta di clan tra nazionalisti e islamisti, tra colonizzatori diretti e loro complici, in modo da condurre una linea autonoma di alleanza tra classe operaia e contadini e sottolineando che più forte era l’alleanza, più solide sarebbero state le posizioni del Partito nel Fronte Nazionale. Il lavoro è interessante di per sé, per l’approccio completamente non dogmatico. Ad esempio, analizzando la situazione agraria in Russia alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin valutò positivamente non solo il programma agrario dei bolscevichi ma anche dei socialisti rivoluzionari (SR), definendoli entrambi “partiti socialisti”. Dichiarò inoltre che l’ottobre fu vittorioso grazie all’alleanza della classe operaia coi contadini, che si materializzò politicamente nelle azioni comuni dei due partiti socialisti, bolscevico e socialista rivoluzionario, una visione assolutamente non tradizionale nelle scienze sociali sovietiche del tempo!
In questa situazione, il PC indonesiano si armò, naturalmente, di tutti questi chiarimenti. Le formulazioni di Stalin trovarono il loro posto anche nella una nuova versione del Programma, adottata nel 1954, e in un grande lavoro teorico di Aidit, pubblicato l’anno dopo. Naturalmente, date le circostanze della campagna di Krusciov per screditare la lotta rivoluzionaria per il socialismo e il comunismo, sotto l’apparenza insensata dell'”anti-stalinismo”, il nome di Stalin non fu mai menzionato in questi documenti e le sue formulazioni divennero note solo dopo la pubblicazione del testo in lingua russa nel 2009. In pratica, la semplice attuazione dei suggerimenti di Stalin per spostare l’attenzione del lavoro politico del PKI nei villaggi comportò una tale crescita del PKI in numero e forza che divenne il terzo partito comunista più potente del mondo! L’afflusso massiccio di contadini, la creazione di associazioni di contadini, guidate dai comunisti, il rafforzamento delle posizioni del partito nel movimento operaio, portarono a vittorie elettorali, nonché all’impulso della reputazione dei comunisti nella società indonesiana. Tre milioni di iscritti e seguaci, tra cui due milioni aderenti al Partito e un milione alle organizzazioni giovanili, sindacali, contadine, delle donne e altre guidate dai comunisti. Questi numeri parlano da soli. E non sono miti, sono accuratamente documentati. La crescita delle contraddizioni sociali in Indonesia, mancata soluzione della questione agraria, peggioramento della situazione dei lavoratori, coperta da slogan nazionalisti e retorica antimperialista del presidente Sukarno e dalla sua amicizia con Krusciov; provocarono la graduale transizione del PKI all’opposizione al regime di Sukarno, anche se due dei suoi aderenti erano ancora ministri nel Gabinetto di Sukarno, uno dei quali era il membro del Politburo Njoto, e a un nuovo passaggio alle posizioni del maoismo, vedendo nel motto di Mao che il fucile porta al potere una soluzione semplicistica a tutti i problemi della società indonesiana. Le azioni di Krusciov vi contribuirono molto. Aveva incontrato Sukarno sempre presentandogli regali esclusivi del Tesoro dell’URSS, senza consultare nessuno, e definendolo “distinta figura progressista dei nostri tempi“, mentre trattava i comunisti indonesiani da servitori. A differenza di Stalin, che non risparmiava tempo o sforzi per convincerli sulla validità delle sue argomentazioni, Krusciov li trattava come un padrone che cammina altezzoso trattandoli da suoi servi: “Il capo ha parlato, punto! Chi non è d’accordo: esca!” Tutto questo contribuì all’atmosfera psicologica della transizione della leadership del PKI all’idea maoista di sviluppo del Partito. E questo fu una delle cause più importanti della tragedia avvenuta il 30 settembre 1965 e della successiva debacle del PKI, della liquidazione fisica di un milione di comunisti e di loro seguaci per mano della reazione borghese.Incombente esplosione
In superficie e al centro di una marea di contadini analfabeti ma devoti, l’Indonesia era gestita con la fraseologia pseudo-rivoluzionaria di Sukarno sul “socialismo indonesiano”, che dichiaratamente si adattava a tutti, dagli abitanti dei villaggi senza terra ai proprietari terrieri ereditari, con la borghesia compradore e la burocrazia dilagante al centro. In verità, vi furono dei risultati significativi, soprattutto nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione, ma l’economia in generale declinò: all’inizio degli anni Sessanta, la produzione era inferiore ai livelli del 1940. L’industria lavorava a un quarto della capacità, principalmente per la cronica mancanza di materie prime, e il budget ricevuto nel 1961 era solo 1/8 delle entrate previste dal settore statale! Anche le costose apparecchiature importate inutilizzate in assenza di una pianificazione sistematica, furono spesso lasciate arrugginire o semplicemente rubate. In tali circostanze, il finanziamento per l’esercito si prosciugò e i comandanti badarono agli affari, fino al saccheggio delle proprietà dello Stato, al contrabbando e al traffico di droga. Molti giovani ufficiali, nati nella povertà, si unirono rapidamente a compradores e proprietari terrieri e il tutto favorì inevitabilmente lo sviluppo dei sentimenti militaristi e della visione del mondo avversa ai politici in generale, ma in particolare ai comunisti. Preparando le condizioni per l’instaurazione della dittatura e della soppressione di ogni resistenza, i militaristi indonesiani concentrarono gli sforzi sui villaggi. Dai tempi in cui fu introdotto lo Stato di emergenza, nel 1957, i comandanti dell’esercito gestirono tutti gli affari dei villaggi: nominarono e sostituirono gli anziani, gli amministratori e così via. Infatti, la cupola dell’esercito decise, come disse un giornalista statunitense, “di competere col PKI nel campo del lavoro con le masse“. Poi il ministro della Difesa, generale Nasution, assegnato alle truppe, avviò dopo il conflitto sull’Irian con l’Olanda tra il 1961 e il 1963, una “missione civica”, denominandola “operazione lavoro”. Quei soldati ararono le terre vergini insieme agli abitanti dei villaggi, costruirono e ripararono abitazioni, scuole, centri sanitari, strade, canali e dighe; distribuivano cibo e semi agli abitanti dei villaggi, ai quali insegnavano ad alfabetizzarsi e a purificare l’acqua. Alla luce della costante protrazione della riforma agraria, questa “missione civica” dell’esercito attirò molti contadini. Tuttavia, il lavoro utile era sempre accompagnato dal lavaggio del cervello propagandistico di soldati e contadini con spirito anticomunista. Secondo la dottrina di Nasution, l’attività “civica” delle forze armate era intervallata dalla preparazione per la “difesa del Paese” insieme ai contadini, come ai tempi della guerra contro gli olandesi. Tuttavia, questa volta “il nemico” non era estero, ma interno. I villaggi non furono preparati alla guerra, ma al terrore di massa. Scorte armate dei proprietari terrieri, distaccamenti di fanatici religiosi e bande criminali furono fusi in un sistema di formazioni terroriste stragiste. Come in America Latina, sarebbero diventati noti, diversi anni dopo, come “squadroni della morte”, dal nome di una di esse. Lo spazio di manovra del regime tra blocchi sociali e classi antagoniste si esaurì gradualmente, evolvendo verso la transizione di tutti i poteri nelle mani di uno di essi. La crisi nazionale generale poteva essere risolta solo in uno dei due modi: o attraverso
· la dittatura democratico-rivoluzionaria dei lavoratori, con l’egemonia del proletariato, aprendo una prospettiva socialista al Paese, o attraverso
· la dittatura reazionaria delle classi sfruttatrici, con l’egemonia della burocrazia corrotta (solo 100 ministri!) amalgamata ad imprenditori in divisa. I comunisti li chiamavano “cabiri” (capitalisti-burocrati).
Lo scontro si avvicinò inesorabilmente. Nell’agosto 1965 il presidente si unì pubblicamente all’appello del CC del PKI a “rafforzare l’offensiva rivoluzionaria”. Il procuratore generale dichiarò che la magistratura era pronta a liquidare i “cabiri”. A settembre, le forze di sinistra scesero più volte nelle strade di Giacarta con lo slogan “Morte ai cabiri!” L’8 e 9 settembre, i manifestanti comunisti assediarono il consolato statunitense a Surabaya. Il 14 settembre, Aidit invitò il Partito alla vigilanza. Infine, il 30 settembre, la Gioventù popolare e l’Unione delle donne organizzarono a Giakarta una manifestazione di massa contro l’inflazione e la crisi economica. Alla vigilia, durante una manifestazione studentesca, il presidente invitò apertamente a “distruggere i generali che sono diventati protettori dei controrivoluzionari“. Se questa non era una situazione rivoluzionaria, cos’era? Tuttavia, come Lenin avvertì ne “Il crollo della Seconda Internazionale“: “…non sempre ogni situazione rivoluzionaria porta alla rivoluzione; la rivoluzione nasce solo da una situazione in cui i summenzionati cambiamenti oggettivi sono accompagnati da un cambiamento soggettivo, vale a dire la capacità della classe rivoluzionaria d’intraprendere un’azione di massa rivoluzionaria è abbastanza forte da spezzare (o abbattere) il vecchio governo, che mai nemmeno in periodi di crisi, “cade” se non viene rovesciato“. Soprattutto osservò: “Non si può vincere solo con l’avanguardia. La vittoria richiede che non solo il proletariato, ma anche vaste masse di lavoratori oppressi dal capitale, arrivino con la propria esperienza al diretto sostegno all’avanguardia o, perlomeno, a una benevola neutralità e piena incapacità di sostenere il nemico“. Pertanto, il carattere oggettivo della base di massa della controrivoluzione indonesiana dimostrò che, in quella situazione, era inutile e anche peggio, mortalmente pericoloso, aspettare un più favorevole equilibrio di forze. C’era solo un modo per impedire la catastrofe: sfruttare tutte le possibilità per elevare la rivoluzione al nuovo stadio democratico popolare, aprendo non solo al proletariato ma anche alle masse piccolo-borghesi la prospettiva visibile di una vita migliore.

N. Aidit e Revang, segretario del PKI di Giava.

La battaglia persa
Il 30 settembre 1965 un gruppo di giovani ufficiali, per lo più della Guardia Presidenziale e dell’Aeronautica, cercarono di catturare e distruggere i vertici dell’Esercito, dalle posizioni islamiste. Cinque generali e il loro seguito furono uccisi ma la figura principale tra i comandanti catturati dagli ufficiali di sinistra, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, fuggì, si nascose e poi lanciò, insieme al comandante dell’esercito Suharto, il contrattacco al Consiglio rivoluzionario, costituito da questi giovani ufficiali di sinistra. L’esercito aveva la superiorità numerica e il supporto delle truppe aviotrasportate e della Marina. La loro superiorità numerica sulla Guardia presidenziale e l’Aeronautica fu così grande che alla fine del giorno successivo, il 1° ottobre, distrussero il Consiglio rivoluzionario, che praticamente fu fatto a pezzi dal feroce assalto delle truppe di Suharto e Nasution. I leader del Consiglio rivoluzionario si nascosero nella base aerea di Halim e l’esercito l’assaltò. Esattamente in quel momento, né un giorno prima né un giorno dopo, la dirigenza del PKI dichiarò di sostenere il Consiglio rivoluzionario e il Movimento del 30 settembre! Nel momento in cui era già crollato, ed era abbastanza chiaro che i suoi avversari vincevano. Resta inteso che non fu facile convocare un congresso, una conferenza o il plenum del Comitato centrale. Ma il presidente del Comitato centrale, Aidit, non convocò nemmeno la sessione del Politburo. Cinque di loro, Aidit, Njoto, il primo vice di Aidit Saidman, il suo secondo vice Lukman e il membro del Politburo Sudisman, decisero di sostenere il Consiglio rivoluzionario. Poi, la mattina del 2 ottobre, quando la base aerea di Halim fu praticamente conquistata dai nemici della Rivoluzione, i comandanti islamisti, l’organo centrale del PKI pubblicò l’appello a sostenere il Consiglio rivoluzionario che, in quel momento, non esisteva più, e una dichiarazione della posizione del PKI.Catastrofe
Va da sé che tutto questo fu il pretesto per massacrare i comunisti da parte delle forze islamiste. Incendiarono l’edificio del Comitato centrale, la redazione dell’organo centrale del PKI e la sua tipografia. In tutto il Paese, fanatici furiosi iniziarono a uccidere comunisti, in modi bestiali. Sul torace dei comunisti catturati e dei loro familiari incidevano martelli, falci e stelle a cinque punte; poi fecero lo stesso sulla schiena e sulla fronte; tagliarono i loro genitali; li sventrarono; l’impalarono, li decapitavano nei villaggi mettendo palizzate intorno ai villaggi con le loro teste in cima.. Il terrore di massa anti-comunista nell’ottobre del 1965 uccise 500000 membri del PKI mentre la sua leadership sperava che Sukarno li proteggesse. Ahimè, non successe niente del genere! Il 6 ottobre, Sukarno consegnò all’esercito il suo ministro e membro del Politburo del PKI Njoto, che giustiziò il giorno dopo; poi il 7 ottobre, il Primo Vicepresidente del CC del PKI Sakirman, e il Secondo Vicepresidente Lukman furono giustiziati. Aidit stesso scappò in un villaggio, cercando di organizzare la resistenza, ma fu catturato il 22 novembre 1965 dai paracadutisti e fucilato. Sudisman, che guidò il Partito dopo l’assassinio di Aidit, Lukman, Sakirman e Njoto, sopravvisse fino al 1967, organizzò la resistenza clandestina nelle città, ma fu catturato dal controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo ed ucciso dopo essere stato torturato in modo bestiale. Il 12 marzo 1966, su pressione di Suharto e Nasution, il presidente Sukarno, amico di Krusciov, decise di bandire il Partito Comunista Indonesiano. Il mese successivo, i sindacati furono banditi, così come altre organizzazioni di massa guidate dai comunisti. I fanatici islamisti furono sostituiti dalle truppe di controintelligence dell’ammiraglio Sudomo e dalle forze speciali che lanciarono il terrore di massa anti-comunista. Uccisioni per strade, detenzione di comunisti e membri delle loro famiglie nei campi di concentramento e loro esecuzione, uccisioni per mano di soldati, forze speciali, truppe di contro-intelligence, squadroni della morte islamici… Sembrava che un’ombra scura avesse coperto l’Indonesia. Tuttavia, un fattore umano giocò, come sempre, il suo ruolo e gli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo commisero un errore di calcolo. Il membro del del Politburo del CC del PKI Iskandar Subekti, messo da parte da Aidit e Njoto come elemento filo-sovietico, teorico, intellettuale ed oratore ma non organizzatore, l’uomo che non tenne mai tra le mani qualcosa di più pesante di una penna o una matita, rimase fuori della zona d’influenza degli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo, che conclusero fosse emigrato in Unione Sovietica a scrivere le memorie alla periferia di Mosca, o tenere conferenze sul marxismo nelle università europee. Tuttavia, Iskandar Subekti non emigrò ma andò invece nelle zone rurali del Giava Orientale, dove i comunisti avevano la maggiore influenza nelle associazioni dei contadini, e lanciò l’insurrezione dei contadini! Insieme ai suoi compagni: il leader della gioventù cominista indonesiana Sukatno e il vicepresidente del sindacato Ruslan Wijayasastra. L’esercito dei contadini iniziò ad attuare la riforma agraria, quella che Stalin scrisse nel 1953! La distribuzione delle terre dei proprietari terrieri ai contadini senza compenso ne fece una vera forza di massa. I distaccamenti armati di comunisti non solo combatterono i fanatici islamisti, ma schiacciarono le loro bande, espellendole dal territorio e assaltarono le forze militari e di polizia del regime di Sukarno. Allo stesso tempo erano in corso i preparativi per la costituzione di un fronte comune dei distaccamenti di tutti gli insorti su tutte le isole dell’arcipelago indonesiano, per l’istituzione di un comando congiunto e dell’Armata Rossa Indonesiana. Dopo le prime vittorie acquisirono armi pesanti.
I primi a riprendere il combattimento furono i diplomatici statunitensi, le spie degli Stati Uniti. spaventati dal fatto che l’Indonesia divenisse un altro Vietnam. Fecero forti pressioni su Sukarno e Suharto; diedero supporto finanziario e tecnico all’esercito indonesiano, nonché armamenti ed istruttori. Misero a tacere le contraddizioni tra i regimi malese e indonesiano, consentendo a Suharto di ritirare le truppe dal confine con la Malesia e organizzare, di fatto, la rappresaglia contro i territori rossi liberi. Avendo sia superiorità numerica e tecnica, che migliore addestramento, l’esercito indonesiano distrusse gli ultimi focolai di resistenza nel 1968. Il Prof. Iskandar Subekti, che incontrò Stalin, cadde e anche i suoi compagni Ruslan e Sukatno caddero insieme a migliaia di comunisti indonesiani…

Robert Kennedy e il generale Nasution

Epilogo
L’ombra della reazione borghese cadde infine sul Paese e Sukarno, avendo venduto tutti e tutto, non era più necessario ai generali islamisti e fu gettato via nel nulla politico. Suharto divenne presidente e Nasution vicepresidente. Per più di trent’anni il Paese fu preda al terrore anticomunista. I comunisti furono uccisi o inviati nei campi di concentramento e nelle prigioni. Le ultime condanne a morte per la partecipazione agli eventi del 30 settembre 1965 furono eseguite alla fine del regime di Suharto, nel 1996. Per trent’anni la gente fu in carcere, in attesa nei bracci della morte. Tuttavia, scoppiò la crisi finanziaria asiatica. Dato che il regime di Suharto e Nasution non risolse alcuno dei gravi problemi economici, non solo non migliorò la situazione dei lavoratori ma, anzi, la peggiorò, massicce dimostrazioni popolari spazzarono via questo regime come mera spazzatura politica. Il presidente Abdurrahman Wahid, che fu il primo presidente eletto dell’Indonesia dopo le dimissioni di Suharto nel 1998, dichiarò l’amnistia generale e chi era da trenta e più anni nelle prigioni e nei campi di concentramento iniziò ad uscire. Nel 2000 cercò di legalizzare l’attività del Partito Comunista invocando la Costituzione. I generali, tuttavia, si opposero. Ugualmente infruttuoso fu il secondo tentativo di legalizzare il PKI nel 2009, gli islamisti obiettarono sostenendo che non fosse ammissibile avere in Indonesia un partito che dichiarasse apertamente il suo ateismo.

Boccioli testardi
Tuttavia, nel 2004 e dopo quarant’anni, tutte le limitazioni relative ai diritti civili dei comunisti furono rimosse. Cominciarono a comparire circoli marxisti, organizzazioni comuniste aziendali, studentesche, ecc. Inoltre, il Comitato estero del PC dell’Indonesia lavorò per 50 anni tra la numerosa emigrazione indonesiana in Europa e in Cina, tra i leader degli attivisti di sinistra indonesiani, sebbene senza connessione diretta con la madrepatria. Infine, la crescita delle contraddizioni sociali, lo sviluppo della lotta di classe e del capitalismo in Indonesia, così come il coraggio e la tenacia dei comunisti indonesiani costrinsero il regime a cedere. Eccoci nel giugno 2016, il PC dell’Indonesia riprende l’attività legale. Tuttavia, le autorità non hanno revocato il divieto. Pertanto, il prossimo congresso del PC dell’Indonesia sarà considerato il primo, e non l’ottavo, dopo il settimo del 1962, come se il Partito fosse costituito da zero. Tuttavia, il Partito manterrà il nome: Partito Comunista dell’Indonesia e i suoi simboli fondamentali: la bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Ciò vale per l’ideologia del marxismo-leninismo e la leadership collettiva. Il Partito unirà tutti coloro fedeli alle idee comuniste nei lunghi decenni di clandestinità, sotto Suharto o nell’emigrazione, tutti coloro che erano e rimangono comunisti.Conclusione
La ripresa dell’attività legale dei comunisti indonesiani è di per sé un importante evento morale, indipendentemente da come si svilupperà il PKI, quale ruolo giocherà nella vita politica e sociale del Paese e quanto i comunisti riusciranno ad avere la fiducia delle masse, dei lavoratori. Dimostra che le idee del comunismo non possono essere squartate, abbattute o bruciate vive. Non possono essere uccise o bannate. Anche dopo cinquanta anni di divieto, come è successo in Indonesia, continuano la loro strada, sotto la stessa bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Questa è l’ideologia fondata dai nostri grandi maestri: Marx, Engels e Lenin!
Siamo sicuri che la nuova generazione di comunisti indonesiani continuerà le tradizioni dei maestri: Munawar Musso, Iskandar Subekti e molti, molti altri che caddero nelle mani degli islamisti, della reazione militare e borghese. Siamo sicuri che il Partito Comunista Indonesiano si unirà al movimento comunista internazionale, all’esercito dei combattenti per il comunismo e il socialismo. Pertanto, auguriamo con tutto il cuore ai comunisti indonesiani, a nome di tanti compagni, la vittoria nella lotta per la nostra causa comune, la materializzazione del nostro ideale comunista!
In sintesi: il comunismo non può essere ucciso, non può essere vietato. L’idea rossa, l’idea di giustizia sociale e fratellanza dei lavoratori di tutte le terre, dell’uguaglianza sociale vinceranno, indipendentemente dagli ostacoli!
Così sarà! Riferimenti principali:
· Presentazione di Vladimir M. Solovejchik su Leningrad Internet TV, 27 giugno 2016
· ТЯЖКИЙ УРОК ИСТОРИИ: К 50-летию антикоммунистического геноцида в Индонезии автора А.В. Харламенко © Рабочий Университет им. И.Б. Хлебникова 2007 – 2016
· Pretesto per la stage: il Movimento del 30 settembre e il colpo di Dtato di Suharto in Indonesia, John Roosa, Univ. di Wisconsin Press, 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio