Mosca e Baghdad siglano un grande contratto militare

Peter Korzun SCF 22.07.2017Fu segnalato il 20 luglio che Russia e Iraq siglarono un accordo per la fornitura di numerosi carri armati T-90. Vladimir Kozhin, assistente del presidente russo per la cooperazione tecnica militare, confermava l’accordo ma rifiutava di fornirne i dettagli, dicendo solo che “il numero di carri armati è sostanzioso”. L’analista militare russo Ruslan Pukhov affermava al quotidiano russo Izvestija che l’accordo potrebbe riguardare la consegna di centinaia di carri armati T-90 e che il contratto supererebbe il miliardo di dollari. Il T-90 è tra i carri armati più venduti al mondo. Centinaia ne sono stati venduti a India, Algeria, Azerbaigian e altri Paesi. Un piccolo numero fu consegnato alla Siria per rafforzarne le capacità militari contro lo Stato islamico (SIIL). Quwayt, Vietnam ed Egitto considerano la possibilità di acquistarlo. Noto per la potenza di fuoco e le grandi protezione e mobilità, il T-90 è dotato di un cannone da 125 mm 2A46M che può sparare proiettili e missili anticarro e di un sistema di puntamento 1A45T. Le misure di protezione standard includono un’armatura sofisticata, che assicura una protezione completa all’equipaggio e ai sistemi cruciali, comprendente l’armatura reattiva esplosiva Kontakt-5 e sistemi attivi ad infrarossi di protezione del T-90 da granate a razzo, missili anticarro e altri proiettili. L’accordo per l’acquisto dei carri armati fu confermato dal Ministero della Difesa iracheno. I T-90 rafforzeranno la flotta di M1A1 Abrams iracheni logorata nella lotta contro lo Stato islamico (SIIL). La decisione di acquistare i carri armati russi fu decisa dalla buona prestazione dei T-90 in Siria. Nella battaglia per Aleppo, un T-90 fu colpito da un missile BGM-71 TOW prodotto dagli USA. L’impatto diretto non causò danni. Invece, nell’ottobre scorso, un M1 Abrams fu colpito da un missile anticarro 9M133 Kornet al crocevia di Qurayah, a sud di Mosul. Il missile colpì al tergo la torretta facendo esplodere il vano munizioni. Nel 2014-2016 l’Iraq ricevette 15 elicotteri Mi-28NE Night Hunter dalla Russia, nell’ambito di un contratto per la difesa da 4,2 miliardi di dollari firmato nel 2012. L’accordo prevedeva 43 elicotteri d’attacco Mi-35 (28) e Mi-28NE (15), oltre a 42-50 sistemi combinati antiaerei a medio-corto raggio Pantsir-S1. Il contratto fu adempiuto nell’ottobre 2016, quando gli elicotteri d’attacco e i sistemi antiaerei furono consegnati all’esercito iracheno. Nel 2014, la Russia inviò urgentemente diversi aerei Su-25 su richiesta del governo iracheno, quando l’esercito del Paese perdeva terreno durante l’offensiva dello SIIL. L’esercito iracheno utilizza anche i lanciarazzi pesanti TOS-1A Buratino, i lanciarazzi multipli da 122 mm, obici MSTA da 152 mm e veicoli corazzati.
Le armi russe furono ampiamente utilizzate nella battaglia per Mosul. Uno dei sistemi notevolmente utilizzati nell’operazione fu il lanciarazzi termobarico multiplo da 24 tubi da 220 mm TOS-1A montato sul telaio del carro armato T-72, progettato per distruggere le fortificazioni nemiche, aree aperte e veicoli blindati leggeri e da trasporto. Può sparare razzi incendiari e termobarici con munizioni che vengono disperse sotto forma di nubi di liquido infiammabile sul bersaglio e poi accese per produrre un’esplosione significativamente più potente di una convenzionale. È un’arma efficace per colpire i terroristi nascosti nei bunker e nelle grotte. Anche gli elicotteri iracheni Mi-28 e Mi-35 lanciarono efficaci attacchi contro le posizioni dello SIIL a Mosul. Nel 2015 fu istituito il centro operativo congiunto di Baghdad tra Russia, Iraq, Iran e Siria, per scambiarsi intelligence e coordinare le azioni contro i terroristi. L’Iraq permise alle Forze Aerospaziali russe di utilizzare lo spazio aereo per attaccare gli islamisti in Siria.
Lo scambio commerciale tra i due Paesi è di circa 2 miliardi di dollari, principalmente esportazioni russe. All’inizio del 2016, una delegazione di 100 funzionari governativi e commerciali guidati dal Viceprimo ministro Dmitrij Rogozin visitò l’Iraq per rafforzare la cooperazione in tutti i campi. I funzionari firmarono un memorandum d’intesa molto ampio che incluse misure per raddoppiare gli scambi bilaterali e aumentare la produzione di energia elettrica in Iraq, che soddisfa solo il 60 per cento della domanda nei caldi mesi estivi. Il capo della delegazione dichiarò che la Russia è pronta a vendere aerei Sukhoj Superjet all’Iraq e continuerà a prestare assistenza militare per combattere lo Stato islamico. Mosca ha investito milioni di dollari nel settore energetico iracheno. Mosca e Baghdad sono in trattative sull’apertura di una linea aerea diretta tra Baghdad e Mosca e l’abolizione dei visti diplomatici. Gli Stati Uniti hanno ancora grande influenza in Iraq, ma non lo controllano. Le imponenti prestazioni delle armi russe in Siria suscitano una forte domanda dei Paesi che affrontano la minaccia del terrorismo. L’accordo sul carro armato tra Russia e Iraq riflette questa tendenza, e sarà anche esempio del crescente peso della Russia in Medio Oriente e Nord Africa.Traduzione di Alessandro Lattanzio – StoAurora

La Malorossia sostituirà l’Ucraina?

Russiepolitics 19 luglio 2017

Il leader della piccola Repubblica di Donetsk, A. Zakharchenko, ha finalmente annunciato ciò che molti già sapevano, e cioè che l’Ucraina è uno Stato fallito, che non può riprendersi né politicamente, né economicamente. Ciò che ha sorpreso, sono le conseguenze tratte. Il regime di Kiev permanentemente screditato e che ha rovinato il Paese, rende urgente creare costituzionalmente un nuovo Paese su tali rovine, la Piccola Russia (Malorossia), per evitare di prolungare la guerra civile distruggendo ciò che resta dell’Ucraina. Il processo fu avviato il 18 luglio. In un quadro realistico e per quanto, come riprenda il controllo della guerra politica che accompagna il conflitto militare è da vedere. Il 18 luglio, Zakharchenko tenne una conferenza stampa dichiarando l’apertura di un processo costituzionale che porta alla creazione di un nuovo Stato sulle rovine dell’Ucraina screditata, sovrana e che entri nella comunità di Stati con Bielorussia e Russia. La Piccola Russia, o Malorossia, sarà uno Stato multi-etnico federale che riconosce le lingue regionali e le lingue ufficiali malorussa (ucraina) e russa. Le regioni devono eleggere e inviare delegati all’Assemblea costituente. Questa assemblea adotterà la nuova Costituzione da sottoporre a referendum. Alcuni principi devono far parte di questa Costituzione, come ad esempio la neutralità militare (che significa non aderire alla NATO né ad alcun alleanza militare), l’uguaglianza delle religioni, controllo popolare su politica ed economia (in particolare nella lotta alla corruzione). La Piccola Russia rivendica la continuità legale, prima di Majdan, e non ha intenzione di osservare gli obblighi legali intrapresi dall’attuale regime. Alcuni aspetti del progetto lasciano pensare. Come inviare e soprattutto eleggere i delegati regionali? Cioè, se sono veramente rappresentativi. Come organizzare un referendum che permetta un riconoscimento internazionale? Ecco perché questo progetto sembra, per ora, un colpo politico, su diversi aspetti.
In primo luogo, si può prendere il controllo strategico, mentre il nuovo duo russo-statunitense viene invoaat. Non del tutto nuovo, da parte russa, V. Surkov, consigliere del presidente, continua a prendersene cura. Ma dagli Stati Uniti, l’inviato è una personalità ancora da testare. Questo progetto ha una dimensione di “traino” geopolitico. Ad esempio, la capitale della RPD Donetsk è militarmente pronta a garantire la sicurezza dei partecipanti al processo costituzionale. Nel merito, mostra anche un’alternativa ideologica con divieto di OGM, “deoligarchizzazione” del potere e del capitale, rifiuto di riconoscere i debiti contratti dal regime di Majdan… un misto di elementi seri e provocatori. In ogni caso, è un piano alternativo a quello proposto da Kiev, anche se si adatta con grande difficoltà negli accordi Minsk, che in ogni caso non funzionano. Poi, si può sollevare una vera e propria discussione sulla legittimità del regime ucraino attualmente vigente:
– Colpo di Stato nel febbraio 2014, in cui erano coinvolti Stati Uniti ed Unione europea a vari livelli.
– Occupazione fisica del potere da parte dei membri armati di Majdan (procura, assemblea, tribunali, ecc).
– Interruzione della regolarità delle istituzioni: rimozione immediata della Corte costituzionale, fusione delle funzioni di presidente e presidente dell’Assemblea, liquidazione dei partiti politici di opposizione e arrivo di “deputati” militarizzati non eletti all’Assemblea, sospensione dei diritti umani e impossibilità dei giudici di indagare su gravi fatti come omicidi politici, strage di Odessa, milizie armate che derubano l’esercito (vedasi il nazibattaglione Ajdar), ecc).
– Incapacità di gestire il territorio dello Stato da parte del regime (perdita di Crimea, guerra civile nel Donbas).
– Elezioni presidenziali e parlamentari svoltesi in un clima di terrore politico (vedasi Le strane prigioni politiche), in tutto il territorio dei seggi elettorali furono arbitrariamente chiusi, i candidati dell’opposizione non poterono svolgere liberamente la campagna, non vi era accesso ai media per tutti i partiti, ecc.
La legittimità dello Stato ucraino, e la sua esistenza sono assai discutibili legalmente. Senza contare che lo Stato vive oggi solo di aiuti internazionali, annoverando tra i suoi ministri più stranieri che nazionali che, svolta la missione, tornano a casa. Su questo argomento, la composizione molto “cosmopolita” del primo governo, del dicembre 2014, e l’impasse della governance estera. E’ davvero così che funziona uno Stato? In tal caso, territori e autorità locali legittime hanno il diritto di ricostruire lo Stato con un nuovo patto sociale.
Infine, l’annuncio di questo processo costituzionale solleva speranze, anche fuori dal Donbas. La popolazione ucraina è stanca del quotidiano. Si ha il regime senza visti, ma i salari non aumentano, né le pensioni, a differenza di prezzi e tasse, tralasciando il crimine. E mentre Kiev ha deciso di censurare internet, nonostante le intimidazioni ai media (vedasi l’attacco alla rete Inter)), il parere degli ucraini verso i russi e la Russia ha una tendenza positiva. Secondo i sondaggi di giugno il 43% (+ 3% da febbraio) degli ucraini ha espresso parere favorevole e, viceversa, diminuiscono al 37% le opinioni negative (46% a febbraio). Sono cifre significative. Quando Zakharchenko ha detto che l’Ucraina è in un vicolo cieco, aveva ragione. Questo regime non ha nulla da offrire al pubblico, ad eccezione della cancellazione dei visti per l’Europa. Ha aperto le porte per andarsene, ma non sa governare il Paese, nella sua diversità e nella sua complessità. Questo progetto è rappresentato dalla piccola Repubblica di Donetsk. C’è un altra via rispetto a radicalismo e odio. Questo territorio può essere riunito, ritrovando il ruolo di ponte tra Oriente e occidente. Riprendendosi il proprio passato e l’eredità sovietica nella loro complessità. Perciò il dipartimento di Stato degli Stati Uniti si dice preoccupato. Il Cremlino non ha fatto alcun commento, apprendendo la notizia dalla stampa. La RPL non sa come posizionarsi. Il Ministero degli Esteri russo ritiene che le dichiarazioni di Zakharchenko siano lontane dalla realtà politica. Alcuni esperti ritengono che il leader della RPD, a suo modo, si ribelli a Mosca, stanco delle esitazioni. Per capire il problema di tali dichiarazioni, la cosa importante è decidere se sia un’azione isolata o una strategia a lungo termine e completa. Solo gli sviluppi lo decideranno, come è avvenuto con la Novorossia. P. Poroshenko, da parte sua, sembra avere davvero paura ed è isterico, minacciando di riprendersi Donetsk e Crimea. La comunità internazionale, ovviamente, non può seguire questa crisi, perché ha bisogno di un’Ucraina in rovina, radicale, sottomessa e dipendente come arma geopolitica contro la Russia. La popolazione è stanca di tali rivoluzioni colorate e in ultima analisi sanguinarie. Di questa guerra civile che non finisce mai. Di questi discorsi di odio. Della povertà e dell’insicurezza. Ed avrebbe la forza per porre fine a tale follia per ricostruire il Paese? Non è certo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici al sabotaggio economico nei Kolkhoz

Luca BaldelliUn capitolo poco noto della lotta di classe combattuta dai contadini, dagli operai e dai quadri tecnici e impiegatizi onesti delle aziende agricole collettive dell’URSS negli anni ’30 è senza dubbio quello relativo alla vigilanza e alla battaglia contro gli abusi, le soperchierie, le diversioni, i furti e le malversazioni compiuti da alcuni economi, contabili e revisori dei conti. In tutta l’URSS, all’inizio del processo imponente e spesso vorticoso di collettivizzazione delle terre, vi fu chi intese sabotare, con ogni mezzo a sua disposizione, i progressi nel campo dell’organizzazione del lavoro, i miglioramenti delle tecniche di conduzione dei fondi agricoli, l’elevamento del benessere generale delle masse contadine, l’arricchimento del patrimonio sociale, economico e infrastrutturale delle aziende agricole collettive (kolkhoz e sovkhoz). I ceti sfruttatori e parassitari, spodestati dalla Rivoluzione d’Ottobre, fin dagli albori del nuovo ordine sovietico imbracciarono le armi e dettero fuoco alla miccia della controrivoluzione e del sabotaggio pur di difendere i loro privilegi attaccati frontalmente e aboliti dal governo degli operai e dei contadini. Chi, piangendo lacrime di coccodrillo, e spargendo il più delle volte menzogne e imposture storiche, deplora la sorte dei kulaki e vaneggia di un loro inesistente “sterminio” da parte delle autorità comuniste, dovrebbe tener presente che i kulaki, assieme agli esponenti dei vecchi ceti mercantili, agli ex-gendarmi e scherani dell’impero zarista, furono deportati solo in minima parte in Siberia o in altri luoghi di nuovo insediamento e quasi mai d’imperio, bensì sempre per una forte volontà espressa dal basso, dai contadini poveri e medi. In gran parte, i rappresentanti dei ranghi sociali espropriati, aboliti o ridimensionati nel loro peso e nella loro capacità d’interdizione sociale e politica, trovarono impiego nei gangli della pubblica amministrazione e negli organi di gestione economico-contabile delle aziende agricole e industriali. Alcuni di loro, va detto per amor di verità e di obiettività storica, scrollatisi di dosso il fardello dell’inglorioso passato e delle tramontate idee, furono leali, fedeli e specchiati servitori dello Stato degli operai e dei contadini; altri, invece, irriducibili nemici di ogni principio di uguaglianza, di reale libertà ed emancipazione delle classe sociali subalterne, sfruttarono il loro livello di istruzione, senz’altro superiore alla media, visto che per secoli ne avevano negato uno dello stesso livello a milioni di uomini e donne, per tessere trame eversive, minare l’economia del Paese, provocare il crollo del potere sovietico nel vortice di un malcontento scientificamente coltivato e nutrito.
Molti avranno letto sicuramente dei numerosi incendi dolosamente appiccati a kolkhoz e sovkhoz negli anni 1929-1933 con depositi distrutti, ricoveri per animali ridotti in cenere, raccolti arsi nel rogo dell’egoismo e dell’odio di classe spinto fino a negare il pane al popolo, a distruggerlo in maniera crudele e spietata. Accanto a questi truci aspetti della reazione dello strato sociale capitalista e benestante delle campagne, ve ne furono altri meno indagati in sede storiografica, più sottili ed insidiosi, ma non per questo meno devastanti per la costruenda economia collettiva sovietica: contabilità falsificate per far apparire passività inesistenti, giornate lavorative dei kolkhosiani misconosciute o pagate per metà (il trudoden, la giornata lavorativa effettivamente prestata sulle terre collettive, era la base per il conteggio delle paghe degli agricoltori delle fattorie colletive, in natura e in denaro), fannulloni amici del contabile di turno, o ad esso legati da antichi rapporti di protectio-oboedientia, retribuiti in maniera ingiustificata sulle spalle dei contadini onesti e laboriosi, coi fondi che a questi ultimi avrebbero dovuto essere destinati. Infine, mancata registrazione di raccolti, prodotti orticoli, capi di bestiame, pollame e uova, al fine di spianare la strada ad appropriazioni indebite, corruttele e ruberie attuate in forma “consortile” tra ex-kulaki espropriati, economi, ragionieri, revisori dei conti. Contro questa piaga che, specie nei primissimi anni ’30, minacciò di scardinare l’organizzazione economica agricola in tutto il Paese, si eresse un potente vallo da parte della vigilanza operaia e contadina; assediata dall’esterno e minata all’interno dall’azione dei nemici del popolo e degli elementi politicamente ostili, l’Unione Sovietica reagì potentemente stroncando complotti e fermenti rovinosi, nelle città e nelle campagne. L’NKVD (Comissariato del Popolo agli Affari Interni), coadiuvò in maniera indefessa l’operato del Partito, dei Sindacati, dei Soviet (specie i Sel’ Soviet, i Soviet di villaggio) per stanare i nemici infiltrati negli organismi economici e gestionali delle campagne, nelle articolazioni deputate ad assicurare gli approvvigionamenti e i materiali necessari all’economia agricola. Nel 1935, la partita era vinta ormai quasi al 90%: un documento dell’NKVD, uscito dagli archivi ex-sovietici, ci mostra con dovizia di dati la situazione sul campo in quell’anno, anno di resoconto, verifica e bilancio di un’epurazione sacrosanta e necessaria per il Paese e per la stabilità del socialismo.
Il Segretario politico del GUGB (Direttorato principale per la sicurezza di Stato) Molchanov, in data 19/07/1935 scrisse alle massime cariche del VK b)P (denominazione allora in uso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica), ripercorrendo le tappe dell’azione degli organi ispettivi e di sicurezza dell’URSS in merito al controllo e alla verifica degli apparati amministrativi e contabili dei kolkhoz. L’inchiesta, svolta con la costante e fruttuosa collaborazione delle articolazioni istituzionali e politiche del potere sovietico, marciò a ritmi serrati e coinvolse vari territori dell’URSS, di capitale importanza per le dinamiche sociali ed economiche legate al cammino della collettivizzazione dell’agricoltura e, più in generale, alla costruzione del socialismo (si va dalla Siberia Occidentale all’Ucraina, passando per l’Uzbekistan, la regione caucasica, l’area del Mar Nero, la zona delle ubertose Terre nere centrali). Dal documento inoltrato da Molchanov, veniamo a conoscere dati e particolari assai significativi per una comprensione completa ed approfondita del ruolo di sabotaggio esercitato, tenacemente ed in varie forme, da personaggi infiltrati negli apparati contabili e di gestione delle aziende agricole collettive. In 14 Repubbliche, con relativi Oblast’ (Regioni), Kraj (Territori) e Rajoni (Distretti), furono controllati 1940 kolkhoz e più della metà risultarono infiltrati, negli uffici deputati alla conduzione amministrativo-contabile, da elementi di estrazione diversa da quella operaia e contadina, quasi sempre socialmente e politicamente ostili, spesso protagonisti di episodi di malcostume e di sabotaggio. Per la precisione, vennero individuati 1013 individui espressione di ceti espropriati dalla Rivoluzione, 491 ex-kulaki e commercianti, 83 ex-ministri del culto (pope, mullah ecc..), 15 ex-poliziotti in servizio nell’epoca zarista, 25 ex-banditi controrivoluzionari, 90 ex-guardie bianche (alcune delle quali ancora attive, legati a circoli revanscisti e reazionari vivi e foraggiati dallo spionaggio imperialista), 7 ex-funzionari imperiali, 17 ex-menscevichi e socialisti rivoluzionari, 22 elementi criminali di vario tipo, 162 persone sottoposte a indagini, 37 alcoolisti ed elementi antisociali. Un panorama tetro, che certamente spiegava e spiega meglio di mille parole, l’insopprimibile realtà delle manovre di diversione e sabotaggio volte a mandare in frantumi l’economia agricola collettiva e lo Stato sovietico tutto, alla faccia dei tanto pubblicizzati storici “revisionisti”, sempre pronti a brandire in funzione antistaliniana ed antisovietica la memorialistica falsa e tendenziosa di pseudo-testimoni, nonché la pamphlettistica d’accatto di pennivendoli al servizio degli apparati spionistici del mondo capitalista.
Scendendo nel dettaglio, veniamo a sapere che in 245 kolkhoz ucraini, nelle Regioni di Vinnitsa, Kharkov, Dnepropetrovsk, nonché nella Repubblica socialista sovietica autonoma moldava, su 264 economi, ragionieri e revisori sottoposti a verifica, 60 erano ex-kulaki o discendenti di kulaki, 25 erano compresi nel novero degli ex (ex?) seguaci del fascista Petljura, 25 appartenevano a sette religiose o ad ambienti clericali, 9 avevano ingrossato, in passato, le fila degli ufficiali e dei funzionari zaristi, 7 erano ex-soldati delle armate bianche o appartenenti a bande controrivoluzionarie, 8 erano elementi schedati nei casellari penali, 27 avevano subito condanne a vario titolo e in diversi periodi. Molti economi, contabili e revisori dei conti agivano in diretto collegamento coi kulaki, orchestrando sistematici sabotaggi, sperperi di risorse collettive preziose, fino al dissesto dei kolkhoz nei quali lavoravano, al termine del quale c’era chi ne usciva con le tasche piene e chi ne usciva, invece, rovinato (i più). Kharkov, Vinnycja, Kharkov… non erano e non sono, forse, gli stessi luoghi da sempre indicati, dalla mendace propaganda holodomorista, come luoghi di tremende carestie e privazioni, di tragedie da film horror da addebitare tutte ai trinariciuti bolscevichi, affamatori e dispotici, nel periodo 1932-33? Come sempre, le donne di strada debbono dare delle prostitute a quelle oneste per passare da pulite! Se in quelle terre, negli anni sopra menzionati, vi furono difficoltà alimentari, di produzione ed approvvigionamento di derrate agricole, ciò avvenne non certo per l’azione decisa dei comunisti i quali, stroncando le trame controrivoluzionarie, salvarono anzi il Paese dalla fame vera e dal tracollo, ma per l’opera subdola e viscida dei nemici del popolo annidati e infiltrati ovunque, a partire dalle aziende agricole. Essi, unitamente all’influenza di calamità naturali e fenomeni climatici avversi, non prevedibili né del tutto arginabili, tentarono nel 1930-33 di dare la spallata al potere degli operai e dei contadini e, non riuscendovi, anzi venendo scoperti, sparsero a macchia d’olio le loro menzogne su carestie mai avvenute e su tragedie esistenti solo nelle loro menti perverse. Dove più forti furono il controllo, la vigilanza operaia e contadina contro i sabotatori, dove più rilevanti furono i successi della lotta di classe contro gli elementi controrivoluzionari, tanto più velenose, macroscopiche e grottesche furono le invenzioni e le menzogne dei circoli colpiti dalla spada implacabile del potere sovietico.
Anche lontano da questi “epicentri”, nelle Repubbliche e nei territori dell’Asia centrale, la lotta non fu di poco conto e le situazioni venute alla luce grazie all’indagine promossa congiuntamente dagli organi di sicurezza, dal Partito, dagli organismi istituzionali centrali e periferici dell’URSS, dai tribunali, furono assai eloquenti: in Uzbekistan, ad esempio, su 100 contabili sottoposti a verifica e controllo in 97 kolkhoz di 30 Rajon, 83 appartenevano ai vecchi ceti feudali-capitalistico-clericali. Tra questi, 5 erano ex-kulaki, 28 figli di ex-kulaki, 10 ex-mercanti e sensali, 6 ex-ministri del culto, 13 figli di ministri del culto. Solo 17 ragionieri, economi e revisori su 83 erano di estrazione operaia e contadina. Nella Regione di Ivanovo, il 39% dei contabili e dei quadri amministrativi dei kolkhoz appartenevano agli ambienti socialmente ostili al potere sovietico e il 16% manifestava disarmante impreparazione teorica e tecnica, così da spianare la strada alle malversazioni ed alle ruberie dei più “esperti”. Lo spartito della musica non era granchè diverso nella Regione di Kirov, presso la quale, nel Distretto di Vozhgalsk, su 11 contabili sottoposti a controlli, 7 risultarono esser figli di kulaki e mercanti, 2 erano ex-impiegati perseguiti, dopo la Rivoluzione, per appropriazione indebita e corruzione, mentre gli altri due provenivano dallo strato sociale dei contadini medi, ma la loro origine non era di per sé una garanzia: infatti, uno era stato condannato per l’incendio doloso degli essiccatoi di un kolkhoz, l’altro era stato invece processato e condannato per il sabotaggio delle semine, atto riprovevole che, in varie parti dell’URSS, determinò situazioni di pesante difficoltà al popolo onesto e laborioso. Al termine dell’indagine, vennero allontanate decine di individui dagli organismi contabili, gestionali ed amministrativi dei kolkhoz e 20 contabili, colpevoli di abusi, malversazioni, corruttele, sabotaggi, furono denunciati ed arrestati. Si voltò pagina, con tutti i conseguenti positivi riflessi sulla stabilità economico–patrimoniale delle aziende agricole collettive: non si sentì più parlare di paghe non corrisposte ad agricoltori e braccianti, di accantonamenti ingiustificati che privavano i kolkhoz di risorse vitali per le gestioni correnti, di semine ritardate deliberatamente, di inspiegabili ammanchi, di incendi dolosi, di morie ingiustificate di bestiame. Non tutto andò a posto subito e ovunque, certo (in quale luogo della Terra e in quale ambito della vita associata domina la perfezione?), ma il quadro economico dei kolkhoz migliorò rapidamente in ogni angolo dell’URSS, fino a raggiungere livelli ottimali verso la fine degli anni ’30. Verso la fine del 1937, si contarono in URSS 243700 kolkhoz, con dentro 18500000 aziende contadine, ovvero il 99,1% di tutte le aree coltivate. Possiamo altresì vedere come nel 1930 vi fossero, in tutta l’URSS, 31100 trattori, diventati appena due anni dopo 74800 e nel 1937 ben 365800.
La grandezza del potere sovietico rifulse non solo nella prontezza con la quale vennero stanati i sabotatori, i delinquenti, i parassiti, i disonesti travestiti nei nobili panni del contabile, ma anche e soprattutto nell’intelligenza con la quale il problema venne affrontato e risolto. Contro l’estremismo ed il settarismo di precisi ambienti del Partito e dello Stato, i quali identificavano frettolosamente e ingiustamente ogni contabile, revisore, economo in un nemico di classe, e contro il lassismo di altri settori, ingenui quando non collusi e complici, i quali peroravano la linea della tolleranza sempre e comunque, la linea maggioritaria nel Partito e negli organismi istituzionali seppe scegliere la via giusta: quella del rigore, manifestatosi in un sano repulisti di elementi infidi o criminali, abbinato alla selezione ed alla promozione di quadri contabili ed amministrativi di provenienza sì borghese o feudale, ma onesti, scrupolosi e leali. In questo modo, gli agenti del caos e dell’eversione furono messi alle corde, privati del teatro nel quale attuare le loro malefatte, mentre le figure positive e costruttive furono fidelizzate, guadagnate stabilmente alla causa del socialismo. Parallelamente a ciò, si investì molto nella formazione di nuovi contabili esperti di schietta estrazione operaia e contadina, facendo piazza pulita di quell’impreparazione generale, di quelle deboli e frammentarie nozioni da computista dell’abaco, sulle quali avevano giocato e costruito le loro fortune i più “esperti” contabili nemici del potere sovietico, pronti ogni volta a sorridere col loro ghigno beffardo di coloro i quali, onesti ma sprovveduti, cercavano di districarsi disperatamente tra partite doppie, coefficienti di ammortamento, accantonamenti. Sorse autorevole, ben istruita ed addestrata, nonché strettamente legata alla causa del proletariato rivoluzionario, una nuova leva di ragionieri, revisori, economi delle aziende collettive, i cui successi rappresentarono un vanto per tutto l’immenso Paese dei Soviet. Gli operai e i contadini sapevano, nella loro stragrande maggioranza formata da individui maturi e coscienti, che il contabile non era un nemico, ma un insostituibile alleato nella difesa e nella valorizzazione della proprietà socialista, un presidio fondamentale contro i furti, le azioni economicamente nocive, le gestioni antieconomiche. Ancora oggi, solo per fare un esempio, si rimane incantati ed ammirati nel constatare come, in URSS, qualsiasi bene fosse, almeno fino alle controriforme gorbacioviane, scrupolosamente censito, inventariato, descritto, dai grandi, avveniristici macchinari agricoli ed industriali, fino ai più banali soprammobili. E’ questo un piccolo indice di come, in URSS, accanto agli operai e contadini, operò per lungo tempo un apparato contabile di prima qualità. Anche grazie a quell’apparato, il socialismo uscì vittorioso negli anni ’30 e poté veder dissolversi, sotto i caldi raggi del Sol dell’avvenire, tra le messi rigogliose dei campi estesi a perdita d’occhio, il ghigno perfido dei nemici del popolo.Nota.
Il documento analizzato e descritto nel presente articolo è reperibile a questo indirizzo
Per le vicende dei kolkhoz e dei sovkhoz, per l’analisi della loro consistenza economica e patrimoniale, per i progressi nel campo della meccanizzazione dell’agricoltura, è utile consultare il secondo volume di “Lineamenti di storia dell’URSS” (Edizioni Progress, Mosca, 1982, in italiano).

I bombardieri russi impiegano nuovi missili contro lo Stato islamico

Alex Gorka SCF 06.07.2017

Il 5 luglio, i bombardieri strategici russi hanno colpito lo Stato islamico (IS) in Siria con i nuovi missili da crociera aerolanciati (ALCM) Raduga Kh-101. Secondo il Ministero della Difesa russo, i bombardieri Tu-95MS hanno lanciato missili da crociera Kh-101 su obiettivi dello SIIL lungo il confine tra le province siriane di Hama e Homs. Gli aerei sono decollati dall’aeroporto di Engels in Russia per effettuare un volo con rifornimento aereo. Rientravano alla base dopo la missione. L’aeroporto di Humaymim, nella provincia di Lataqia, attualmente impiegato dall’aviazione frontale, non è adatto ai bombardieri strategici. La sua pista è troppo corta e manca dell’infrastruttura necessaria. Ma i bombardieri strategici possono operare senza atterrare in Siria.
Tre depositi di munizioni e un comando preso Uqayribat furono distrutti. Gli aerei rientravano alla base nella Russia sud-occidentale, dopo aver lanciato i missili a una distanza di 1000 chilometri dagli obiettivi. Il Ministero non ha detto quanti aeromobili presero parte all’attacco, ma ha detto che i bombardieri strategici furono scortati da caccia Sukhoj Su-30SM provenienti dalla base aerea russa nella provincia di Lataqia. L’attacco era il sesto in cui la Russia utilizzava il Kh-101. Un Tupolev-95MS può portare 8 missili. Un bombardiere Tu-160 12. Oltre 60 velivoli con a bordo missili da crociera fanno parte dell’aviazione a lungo raggio della Russia. Un Su-34 è un velivolo tattico che può trasportare 2 missili di questo tipo. Il Raduga può essere dotato di testate ad alto esplosivo, penetranti o cluster. La testata convenzionale conterrebbe 400 kg di esplosivi. La versione Kh-102 può essere dotata di testata nucleare da 250kt. Il Kh-101 utilizza il GLONASS, il sistema di navigazione satellitare russo, per la correzione della rotta e avrebbe un’accuratezza di cinque-sei metri per una gittata efficace fino a 4500 km. La lunga gittata consente di colpire obiettivi in profondità nel territorio nemico senza minacciare la piattaforma di lancio. Il missile può essere lanciato a una quota di 3000-12000 m. Il peso operativo è di 2400 kg, inclusa la testata. La quota di volo 30-6000 m. Deviazione massima: 20 m. Precisione sugli obiettivi in movimento: 10 m. La massima precisione è 5 m. Può accelerare alla velocità massima di 2500 km/h e salire alla quota massima di oltre 15000 metri. Senza booster, l’ALCM va lasciato cadere per acquisire velocità iniziale. Il Kh-101 ha un profilo di volo variabile con una quota compresa tra 30 e 6000 m, una velocità di crociera di 190-200 m/s e una velocità massima di 250-270 m/s. Il Raduga vanta una bassa firma radar. Con la configurazione a “siluro aereo” la sezione trasversale sul radar è di circa 0,01 metri quadrati. L’ALCM ha ali mobili e utilizza materiali radar assorbenti, antenne conformi e altre tecnologie stealth. Il missile utilizzerebbe una combinazione di guida inerziale e navigazione satellitare utilizzando il sistema russo GLONASS. È possibile correggerne la rotta in volo. Un sistema di correzione optoelettronica viene utilizzato invece del radioaltimetro. Con caratteristiche furtive, il missile vola a bassa quota, evitando i radar e nascondendosi dietro il terreno. Nella fase terminale, il missile individua l’obiettivo attraverso coordinate e riconoscimento delle immagini a bordo, sostanzialmente corrispondenti all’immagine caricata dell’obiettivo su cui il missile punta. Se tutto va come pianificato, la testata viene puntata direttamente sull’obiettivo per l’impatto. Le difese aeree possono essere sopraffatte con diversi Kh-101 in volo a bassa quota da diverse direzioni, violando le difese aeree nei punti deboli. I Raduga possono anche seguire rotte circolari per raggiungere gli obiettivi, evitando radar e difese aeree.
Nessuna altra forza aerea al mondo ha un’arma con tali grande gittata, grande precisione e caratteristiche stealth. Il Kh-101 supera ogni analogo statunitense su più aspetti. La potenza di fuoco e la mobilità mostrate il 5 luglio sono un timido avvertimento sulle crescenti capacità militari russe. Un altro vantaggio: con questa capacità d’attacco aereo e di superficie, la Russia non ha bisogno di violare il trattato INF, cosa di cui gli Stati Uniti l’hanno recentemente accusata. Semplicemente non serve avendo tale straordinaria potenza d’attacco aereo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il messaggio iraniano ai terroristi e loro sponsor

PressTV 19 giugno 2017Vi sono analisi da ogni dove da quando i missili del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche colpivano le basi dei terroristi a Dayr al-Zur, in Siria orientale. Sputnik torna sul messaggio che contiene la “risposta importante” non solo verso lo SIIL, ma anche le fazioni che “implicitamente lo sostengono nella regione“. L’Iran potrebbe rispondere in modo diverso agli attacchi terroristici sul suo territorio. Il fatto che si sia scelta una “risposta balistica” ha un suo significato. Ricordiamo bene gli anni della guerra Iran-Iraq, quando gli iraniani lottavano per difendersi. Ma alcun Paese era disposto a vendergli armi. L’Iraq di Sadam colpiva le città iraniane con missili senza che il Paese potesse rispondere adeguatamente. I caccia che lo Scià aveva comprato dagli Stati Uniti non decollavano a causa del boicottaggio imposto da Washington sulla vendita di armi all’Iran. Quel periodo è finito da tempo, ma ebbe il merito di spingere gli iraniani a fabbricare le armi di cui hanno bisogno per difendersi. L’ambizione iraniana ora va molto oltre. Non è Baghdad che l’Iran deve colpire con i missili. I missili iraniani ora sorvolano i cieli iracheni per colpire direttamente le posizioni dei terroristi a diverse centinaia di chilometri di distanza, in Siria. Inoltre non senza ragione gli iraniani hanno scelto le due città curde di Kermanshah e Sanandaj come area di lancio dei missili. Sono città sunnite, ma i sunniti iraniani odiano SIIL e terroristi tanto quanto li odiano gli sciiti. Il commando che compì il duplice attentato a Teheran era composto da curdi iraniani, ma il Kurdistan li odia più di qualsiasi altra provincia iraniana. In questi attacchi balistici, l’Iran ha voluto dimostrare il dominio sulla sicurezza e come controlla tutto. Perché l’Iran potrebbe benissimo utilizzare i caccia per vendicarsi dello SIIL, chiedendo agli alleati iracheni e libanesi in Siria di reagire, ma decideva di agire dal proprio suolo. La risposta è ancora più acuta. Ma quale messaggio l’Iran ha inviato?
1. Il lancio dei missili è innanzitutto la risposta agli attentai dello SIIL.
2. Questa risposta, precisa, dimostra le capacità balistiche dell’Iran: i missili hanno coperto una distanza di 650 chilometri prima di colpire gli edifici alla periferia di Dair al-Zur sede dei terroristi. 650 chilometri è più o meno la distanza tra le città iraniane e Riyadh e Tel Aviv. È anche la stessa distanza che separa le basi militari statunitensi nel Golfo Persico dall’Iran. Basi di cui è ora certo siano nel raggio della potenza balistica iraniana.
3. L’arsenale balistico iraniano include anche missili dalla gittata di 2000 km, il che significa che obiettivi a 2000 chilometri di distanza non sono immuni dalla potenza balistica iraniana.
4. L’attacco è avvenuto appena due ore dopo il discorso del leader supremo iraniano e un paio di ore dopo la riunione del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Ciò dimostra l’elevata capacità delle Forze Armate iraniane di rispettare le decisioni delle autorità politiche del Paese.
5. Tempistica e dettagli della risposta meritano una riflessione: l’Iran ha risposto nei termini più netti alle ultime minacce dagli Stati Uniti e alle sanzioni che il Senato ha adottato nei suoi confronti.
6. Ciò è accaduto proprio mentre gli alleati dell’Iran in Siria e in Iraq sfidano la cosiddetta coalizione prendendo il controllo del confine siriano-iracheno nonostante gli avvertimenti di Washington. Si tratta della strada che collega Teheran a Bayrut. Senza controllarla, in precedenza, gli iraniani poterono consegnare più di 100000 razzi a corto e medio raggio ad Hezbollah. Una volta aperta, questa strada permetterà all’Iran di aumentare l’aiuto militare agli alleati Siria e Iraq. E Israele ne sarà interessato, come l’Arabia Saudita e anche gli Stati Uniti con le varie basi militari nella regione del Golfo Persico. Uno o due gradi di differenza basteranno a che i missili colpiscano ognuno dei suddetti bersagli invece che Dayr al-Zur.
7. Secondo gli esperti militari, le batterie antimissile avranno bisogno di almeno 30 secondi per intercettare i missili nemici, e se i missili iraniani saranno collocati in prossimità dei confini di Israele o Arabia Saudita o delle basi USA nella regione, alcun sistema antimissile li neutralizzerà in tempo.
In ogni caso, il molteplice messaggio dell’Iran si riassume in una parola: se l’Iran accede al tavolo delle trattative con l’occidente, non significa che è pronto a capitolare. Se gli Stati Uniti non rispettano gli impegni assunti, l’Iran è pronto a combattere e non sarà esso a subire i danni peggiori. Dato che gli USA usano il pretesto dei missili iraniani, beh, è attraverso essi che l’Iran li sfida. Secondo il Ministro degli Esteri iraniano, “non si minacciano mai gli iraniani, senza il rischio di subirne la risposta“.L’Iran invia un messaggio coi missili in Siria
Emile Naqlah, TCB, 18 giugno 2017
Emile Naqlah, ex-membro della CIA

Il conflitto in Siria ha visto oggi una serie di prime, dato che il Pentagono ha confermato che un aviogetto da combattimento statunitense ha abbattuto un aereo militare siriano vicino Raqqa, e l’esercito iraniano ha dichiarato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha lanciato attacchi missilistici su obiettivi dello SIIL in Siria, in rappresaglia all’attentato a Teheran del 7 giugno. Questi sono i primi attacchi in Siria dall’Iran dall’inizio della guerra nel 2011. Per comprendere il contesto in cui si sono verificati, The Cipher Brief ha parlato con Emile Naqlah, ex-membro della CIA, per discutere degli scopi dell’Iran e a chi sono destinati.

The Cipher Brief: Gli attacchi sono presumibilmente la rappresaglia per l’attentato a Teheran del 7 giugno. Pensa che ce ne saranno altri o l’Iran non andrà oltre?
Emile Naqlah: Sulla base dei rapporti disponibili, l’attacco sembra sia solo la rappresaglia contro lo SIIL per l’attentato a Teheran. Se l’Iran avrà informazioni che colleghino l’attentato a un altro gruppo, ad esempio i Mujahidin e-Khalq (Mujahidin del popolo), l’IRGC potrebbe condurre ulteriori attacchi.

TCB: Ciò cambierà la situazione in Siria? In caso affermativo, come?
Naqlah: L’attacco invia il messaggio che l’IRGC possiede un arsenale di missili terra-terra in Siria.

TCB: Qual è la dimensione di tale arsenale? L’IRGC aveva sempre tale arsenale o l’ha potenziato dopo l’attentato? Ed in questo caso, l’intelligence statunitense ne ha tracciato l’invio in Siria?
Naqlah: L’attacco missilistico non cambia l’equilibrio militare in Siria, ma segnala a Washington che Iran e IRGC hanno una forza di ritorsione sufficiente contro SIIL e altri gruppi, se dovessero condurre ulteriori attentati in Iran.

TCB: Può aiutarci a comprendere il contesto dell’attacco, era un messaggio a Stati Uniti e Arabia Saudita?
Naqlah: L’attacco invia più messaggi: agli Stati Uniti, l’Iran non prevede di aumentare il coinvolgimento militare in Siria, ma non ignorerà alcuna provocazione o attacchi alla propria sovranità. L’attacco, dalla prospettiva di Teheran, è di autodifesa. All’Arabia Saudita, si dice di non andare oltre la retorica al vetriolo contro l’Iran. Se i sauditi s’impegnano in azioni militari che minaccino la sicurezza dell’Iran, l’IRGC ha i mezzi e la potenza di ritorsione regionale. L’Iran si considera una potenza regionale responsabile, da status quo e non tollera l’acutizzazione del conflitto nel Golfo. L’attacco è anche un segnale ai sauditi a che recedano dall’assedio al Qatar, affinché la situazione non degeneri.

TCB: C’è qualche relazione con le nuove sanzioni sul programma missilistico dell’Iran appena approvate dal Senato degli Stati Uniti?
Naqlah: Non credo che l’attacco sia in alcun modo in rappresaglia alle sanzioni che il Congresso ha approvato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora