Che cos’è il “Safari Club II” e come può cambiare la dinamica del Medio Oriente

Wayne Madsen SCF 26.01.2018Durante la Guerra Fredda, la Central Intelligence Agency convinse alcuni alleati europei e mediorientali a stabilire un’alleanza d’intelligence informale i cui legami con gli Stati Uniti sarebbero stati “plausibilmente negati” nel tipico linguaggio della CIA. Nel 1976, un gruppo di direttori di agenzie d’intelligence filo-occidentali s’incontrò di nascosto al Mount Kenya Safari Club di Nanyuki, in Kenya, per organizzare un patto informale destinato a limitare l’influenza sovietica in Africa e Medio Oriente. Il gruppo si riunì sotto gli auspici del trafficante di armi e miliardario saudita Adnan Khashoggi, del presidente keniota Jomo Kenyatta e del segretario di Stato degli USA Henry Kissinger. Sebbene Khashoggi fosse presente al primo incontro di ciò che presto divenne noto come “Safari Club“, Kenyatta e Kissinger non erano presenti al raduno inaugurale delle spie. A firmare la carta di origine del Safari Club in Kenya c’erano il conte Alexandre de Marenches, direttore del servizio d’intelligence estero Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (SDECE) francese; Kamal Adham, capo del Muqabarat al-Amah, il servizio d’intelligence saudita; il Direttore del servizio d’intelligence egiziano, generale Qamal Hasan Aly; Ahmad Dlimi, capo del servizio d’intelligence del Marocco e il generale Nematollah Nassiri, a capo dell’agenzia d’intelligence SAVAK iraniana. Ci sono indicazioni, ma nessuna prova effettiva, che il capo del Mossad Yitzhak Hofi avesse preso parte al primo incontro del Safari Club in Kenya. Il Mount Kenya Safari Club, fondato nel 1959, era di comproprietà del magnate del petrolio dell’Indiana Ray Ryan, individuo collegato a CIA e Mafia; di Carl W. Hirschmann Sr., fondatore svizzero della Jet Aviation, società aerea commerciale globale dagli stretti legami con la CIA e venduta alla General Dynamics nel 2008; e l’attore William Holden. Il 18 ottobre 1977, dopo che il Safari Club aveva trasferito il quartier generale operativo al Cairo, Ryan fu ucciso da un’autobomba ad Evansville, nell’Indiana. Holden morì solo nel suo appartamento a Santa Monica, in California, il 12 novembre 1981, dopo che, secondo quanto riferito, era inciampato sul tappeto accanto al letto, colpendo con la testa un comodino ed emorragia successiva. L’omicidio di Ryan rimane un caso aperto, mentre domande continuano a circondare la morte solitaria di Holden.
Nel 1977, Khashoggi approfittò dei problemi fiscali di Ryan col governo degli Stati Uniti e degli stessi problemi finanziari di Hirschmann per acquistare il pieno controllo del Mount Kenya Safari Club poco prima dell’omicidio di Ryan. Grazie alla sua posizione a Cairo, il Safari Club fu un elemento chiave nel reclutamento di irregolari arabi per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Khashoggi fu un attore chiave nel finanziamento della “Legione Araba” in Afghanistan, grazie al sostegno della famiglia reale saudita e del sultano Hassanal Bolkiah del Brunei. Il Mount Kenya Safari Club continuò a svolgere un ruolo utile nelle riunioni clandestine del Safari Club, tra cui quello del 13 maggio 1982 tra il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon; il presidente del Sudan Jafar al-Nimayri; del capo dell’intelligence sudanese Umar al-Tayab; del miliardario statunitense-israeliano Adolph “Al” Schwimmer, del fondatore delle Israel Aerospace Industries Yaacov Nimrodi, dell’ex-ufficiale di collegamento del Mossad a Teheran con la SAVAK e vicedirettore del Mossad, David Kimche. Il capo effettivo del Safari Club era, secondo alcuni resoconti di alcuni addetti ai lavori, George “Ted” Shackley che, in qualità di vicedirettore aggiunto per le operazioni della CIA, era il capo delle operazioni clandestine della CIA sotto George HW Bush. Shackley, il cui soprannome era “Blond Ghost“, fu licenziato dal direttore della CIA di Jimmy Carter, ammiraglio Stansfield Turner. Tuttavia, Shackley fu richiamato dal capo della CIA di Ronald Reagan, William Casey. Agendo da agente d’intelligence privato, Shackley fu determinante nel mobilitare la vecchia rete SAVAK del Safari Club in Europa, per creare il famigerato affare Iran-contra. Il Safari Club era responsabile di gran parte delle operazioni clandestine dell’occidente contro l’Unione Sovietica nelle zone di conflitto che si estendevano dall’Afghanistan alla Somalia e dall’Angola al Nicaragua. È ironico che un gruppo di servizi segreti e di guerriglie che supportano gli huthi nello Yemen stiano ora riprendendo il vecchio Safari Club per combattere Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e i loro agenti in Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente.
Il movimento anti-saudita Huthi nello Yemen, i cui membri aderiscono alla setta zaidita dell’Islam, si oppone alle rigide pratiche fondamentaliste del wahhabismo saudita. Gli huthi, vicini religiosamente e politicamente all’Iran sciita, hanno istituito un servizio d’intelligence estero diretto da Abdarab Salah Jarfan. Emulando il Safari Club, l’intelligence huthi ha stipulato accordi informali con il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) o Pasdaran; il Servizio di sicurezza preventiva (PSS) della Palestina; i tre rami dell’intelligence di Hezbollah, come l’Unità 1800, ramo delle operazioni speciali dell’intelligence di Hezbollah, e l’intelligence di Hamas, che ha sede a Gaza ma ha agenti in tutto il Medio Oriente. Ora che il presidente siriano Bashar al-Assad ha sbaragliato la maggior parte degli eserciti jihadisti dal suo Paese, con l’assistenza del personale inviato dagli huthi, la Siria è nella posizione migliore per dare assistenza militare alla coalizione huthi nello Yemen. Insieme, questa alleanza di forze antisioniste e anti-wahhabite, che potrebbe essere chiamata “Safari Club II“, può violare il confine saudita-yemenita e condurre operazioni contro obiettivi militari e governativi sauditi nella provincia di Asir in Arabia Saudita.
Da quando la coalizione guidata dai sauditi, che comprende anche truppe provenienti da Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Egitto, Quwayt, Marocco, Sudan, Giordania e Bahrayn, è intervenuta nella guerra civile yemenita nel 2015 a nome del governo fantoccio filo-saudita, gli huthi hanno portato la guerra presso i sauditi. Le forze huthi sono entrate in tre regioni di confine saudite, Asir, Jizan e Najran. Gli huthi, con il sostegno dell’intelligence dei Pasdaran e di Hezbollah, crearono un gruppo secessionista saudita, l’Ahrar al-Najran, o “I liberi della regione del Najran”. Il Najran, fino al 1934, faceva parte del regno dello Yemen, il regno mutuaqilita governato da un monarca zaidita fino al 1962, quando il regno yemenita fu rovesciato. Gli irredentisti sul versante saudita del confine volevano unirsi allo Yemen. La tribù yemenita Hamdanid, che fornì il nucleo del sostegno all’ex-monarca yemenita zaidita, giurava fedeltà alla coalizione guidata dagli huthi nello Yemen. L’intelligence huthi ha anche condotto ricognizioni sulle basi navali israeliane nel Mar Rosso e in Eritrea, nell’arcipelago Dahlak e nel porto di Massawa. Gli huthi hanno anche sorvegliato le operazioni militari saudite ed emiratine nella città portuale eritrea di Assab. Nel 2016, le forze huthi avrebbero attaccato il quartier generale della Marina eritrea dopo che le forze saudite arrivarono nella città portuale. Gli huthi potrebbero essere stati aiutati da un altro alleato del Safari Club II, il gruppo d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), sostenuto anche dall’Etiopia. Nel 2016, gli huthi effettuarono con successo un’incursione nell’Asir e catturarono una base militare saudita, insieme a un deposito di armi statunitensi e canadesi. La sponsorizzazione del Safari Club II del movimento secessionista in Arabia Saudita è simile al sostegno dell’originale Safari Club a vari gruppi di insorti, tra cui UNITA in Angola, RENAMO in Mozambico e contras in Nicaragua.
Gli sconvolgimenti politici nello Yemen e in Arabia Saudita hanno portato a nuove alleanze tra la coalizione saudita e i membri del Safari Club II. Il 4 novembre 2017, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, consolidava il potere politico arrestando diversi principi della Casa dei Saud, così come importanti ministri, ecclesiastici e uomini d’affari. Un elicottero che trasportava il principe Mansur bin Muqrin, vicegovernatore della provincia di Asir, e altri sette alti funzionari sauditi, si schiantò vicino Abha, nella provincia di Asir, al confine con lo Yemen settentrionale controllato dagli huthi. Ci furono diversi rapporti secondo cui l’elicottero fu abbattuto dai sauditi dopo aver appreso che volava verso lo Yemen controllato dagli huthi, dove il principe e il suo partito avrebbero ricevuto asilo politico. Un principe saudita che si univa agli huthi sarebbe stato un grande colpo del Safari Club II. Allo stesso tempo, gli huthi si schieravano nella confusione all’interno della Casa dei Saud, l’intelligence huthi, aiutata dalle impressionanti capacità nell’intelligence elettronica di Hezbollah, intercettò una serie di messaggi tra l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah, ex-alleato degli huthi, e gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, alleati dei sauditi. Si scoprì che Salah stava negoziando un accordo separato con la coalizione saudita-emiratina, un atto visto come tradimento dagli huthi, che assaltarono la residenza di Salah nella capitale yemenita Sana, giustiziandolo sul posto. Va notato, oltre l’ironia, che il Safari Club II combatte contro molti membri del Safari Club originale. Ad eccezione dell’Iran, ora membro del Safari Club II, i vassalli degli Stati Uniti Arabia Saudita, Israele, Francia, Egitto, Marocco e Sudan. Henry Kissinger, patrono del Safari Club originale, ora consiglia il genero di Donald Trump, Jared Kushner, agente presso la Casa Bianca del Mossad, sui frequenti rapporti col principe ereditario saudita ed altri attori regionali nel Medio Oriente, compresi gli israeliani. Il Safari Club II ha qualcosa che mancava al primo Safari Club: il supporto popolare. La convergenza di interessi dei popoli oppressi di Yemen, Libano, Cisgiordania e Gaza, con le preoccupazioni geopolitiche e di sicurezza dell’Iran, e più recentemente, come risultato dei sotterfugi degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, fornisce al Safari Club II un vantaggio nella propaganda. Originariamente membro della coalizione saudita nello Yemen, col boicottaggio economico da parte di Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt ed Emirati contro il Qatar, l’alleanza Safari Club II otteneva un simpatizzante a Doha, capitale del Qatar. La Cina, che collaborò con l’originale Safari Club nelle operazioni in Afghanistan e Angola, ha ricevuto le delegazioni huthi a Pechino. La Cina inoltre arma la coalizione huthi nello Yemen attraverso l’Iran. L’Oman, rimasto neutrale nella guerra civile yemenita, fu scoperto nel 2016 fornire armi agli huthi su camion con targhe omanite. Il governo iracheno guidato da sciiti è anche noto sostenitore degli huthi.
La CIA e i suoi alleati della Guerra Fredda, nel formare l’originale Safari Club, diedero un modello inestimabile alle popolazioni assediate di Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente. Il Safari Club II da a sauditi, israeliani, statunitensi, egiziani, marocchini ed altri, come lo Stato islamico e al-Qaida nello Yemen finanziati dai sauditi, un assaggio della propria amara medicina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La realtà del dopoguerra in Siria: chi contiene chi?

Alastair Crooke SCF 23.01.2018Rotte e cambi della Casa Bianca in Medio Oriente, con Muhamad bin Salman (MbS), Muhamad bin Zayad (MbZ) e Bibi Netanyahu, per un “accordo del secolo” non hanno prodotto “alcun accordo”, ma piuttosto esacerbato le tensioni del Golfo verso una crisi vitale. Gli Stati del Golfo sono ora molto vulnerabili. L’ambizione ha spinto alcuni capi ad ignorare i confini intrinseci tipici dei piccoli emirati tribali, quelli commerciali e i presunti giochi di potere gonfiati, da architetti che si trovino in cima al nuovo ordine mediorientale. Il team di Trump (e certi europei), intossicato da tali trentenni, ambiziosi delle business school del Golfo e bramanti il potere, sé bevuto tutto. La “Prima famiglia” ha abbracciato la narrazione (capovolta) dell’Iran e degli sciiti furfanti e terroristi, pensando di sfruttarla per un accordo con cui Arabia Saudita ed Israele ostacolassero congiuntamente l’Iran e i suoi alleati, e in cambio Israele avrebbe ottenuto, finalmente, la tanta ricercata “normalizzazione” col mondo sunnita (“l’accordo del secolo”). Bene, la decisione sbagliata su Gerusalemme ha messo fine a tale mossa: piuttosto, l'”appello” di Trump ha fatto il contrario: ha dato alla regione un “polo” attorno cui gli ex-antagonisti del conflitto siriano possono ritrovare una causa comune: difendere Gerusalemme come cultura, storia ed identità comune dei popoli musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire la regione, dopo questo periodo di tensioni e conflitti. E gli Stati del Golfo ora si ritrovano, avendo perso in Siria, trascinati da una controversia a un’altra, ovvero la ‘jihad’ a guida statunitense, per così dire, contro gli sciiti, con tutte le apparenze regionali (reali e immaginate). Un piano di alto profilo che danneggia l’economia (Dubai, ad esempio, è essenzialmente un piccolo Stato del Golfo che sopravvive commerciando con Iran e Pakistan, quest’ultimo con una popolazione sciita di notevoli dimensioni), e senza una politica saggia: l’Iran è una nazione reale di 6000 anni, con una popolazione di quasi 100 milioni di abitanti. Non sorprende che tale “piano” per lo scontro faccia a pezzi il GCC: l’Oman, con i suoi vecchi legami con l’Iran, non ne ha mai fatto parte; il Quwayt, con la sua significativa componente sciita, pratica coesistenza ed inclusione con gli sciiti. Dubai si preoccupa delle prospettive economiche; e il Qatar… beh, il bullismo sul Qatar si è concluso con la nascita del nuovo “asse” regionale con Iran e Turchia. Ma oltre a ciò, l'”Arte del compromesso” parla anche del revanscismo economico statunitense: gli USA recuperano il territorio economico perso (presumibilmente) a causa della “negligenza delle passate amministrazioni”, secondo l’analisi della Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSS). Secondo quanto riferito, Washington gioca con i dazi con la Cina, le sanzioni contro la Russia e la guerra economica, volta a rovesciarne il governo, all’Iran. Se il presidente Trump perseguisse tale politica (e sembra proprio che questa sia l’intenzione), allora ci sarà la risposta economica di Cina, Russia e Iran. Già l’area e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro si sono ridotte, e potrebbero ridursi ulteriormente (forse includendo l’Arabia Saudita che riceve yuan per il suo petrolio). In breve, la base di liquidità (depositi di petrodollari) da cui dipende l’ipersfera finanziaria del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si restringerà. E questo in un momento in cui le entrate petrolifere sono già diminuite (la prima fase della contrazione attuale del petrodollaro) per gli Stati del Golfo, che devono ridimensionarsi fiscalmente, a spese dei cittadini. La Cina ha recentemente lanciato un’inchiesta sui piani di guerra commerciale degli Stati Uniti, svelando intenzionalmente (e poi ritrattando) il suggerimento che la Banca Centrale cinese smetta di comprare titoli del Tesoro USA o di disinvestirvi. E la principale agenzia di rating del credito cinese, Dagong, declassava il debito sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+, suggerendo in modo efficace che le riserve del Tesoro USA del Golfo non sono più le “attività prive di rischio” che si supponeva fossero, e che potrebbero persino svalutarsi mentre i tassi d’interesse aumentano; il QE4 colpisce.
Com’è possibile che il Golfo sia finito in una posizione così esposta? Essenzialmente, non riconoscendo, e quindi non superando, i propri “confini” intrinseci, è la prima risposta. Alla fine degli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000, il Qatar e il suo governante Hamad bin Qalifa erano percepiti politicamente attivi, ben oltre le ridotte dimensioni del Qatar (200000 abitanti). Il Qatar inaugurò la TV al-Jazeera, un’innovazione sconvolgente nel mondo arabo all’epoca, ma che divenne uno strumento potente durante la cosiddetta “primavera araba”. Fu accreditata, almeno così mi disse all’epoca l’emiro, con l’estromissione del presidente Mubaraq e l’impostazione del quadro politico associato all’ondata di proteste popolari nel 2011. Forse l’emiro aveva ragione. Sembrava quindi che gran parte del Golfo (compresi gli Emirati Arabi Uniti), potesse essere rovesciata dall’assalto infuocato di al-Jazeera e cedere alla Fratellanza musulmana, che il Qatar allattava come strumento per “riformare” il Mondo arabo sunnita. Chiariamo, il Qatar sfidava l’Arabia Saudita, e non solo politicamente sponsorizzando i Fratelli musulmani, sfidava la stessa dottrina religiosa alla base della monarchia assoluta dell’Arabia Saudita. (La FM, al contrario di al-Saud, sostiene che la sovranità spirituale si fonda sul “popolo”, l’Umma, e non su un “re” saudita). I sauditi odiavano questa arroganza rivoluzionaria del Qatar che minacciava il dominio dei Saud. Così fece anche MbZ, che riteneva che la FM avesse come obiettivo Abu Dhabi. C’erano anche antiche rimostranze e competizioni nella rivalità tra Abu Dhabi e Qatar. L’emirato del Qatar, infine, si spinse oltre e fu dimesso ed esiliato nel 2013. Storicamente, Abu Dhabi aveva sempre avuto un rapporto tenue con l’Arabia Saudita, accondiscendente con tali emirati “minori”, ma con MbS tuttavia MbZ coglieva l’opportunità non solo d’influenzarlo, ma di fare di Abu Dhabi il “nuovo Qatar”, sopravvalutando il proprio peso politicamente leggero. Ma, a differenza del Qatar, non cerca di rivaleggiare con l’Arabia Saudita, ma piuttosto di essere il “Mago di Oz” dietro le quinte, a tirare le leve dell’Arabia Saudita per far leva sugli Stati Uniti ed ottenere l’approvazione e il favore statunitensi sia per MbS che per MbZ per la posizione anti-fratellanza, laicista, neoliberale e anti-iraniana. E in un certo senso, il successo di MbZ, dopo la guerra israeliana ad Hezbollah del 2006, nel costruire i rapporti con gli USA (attraverso il generale Petraeus, allora comandante di CentCom), centrati sulla minaccia iraniana; e l’abile uso della paura dell’infiltrazione da parte della Fratellanza musulmana per aprire la porta all’espansione del dominio di Abu Dhabi su Dubai e il resto dei principati, sul piano della sicurezza; e l’uso dell’assistenza finanziaria agli altri emirati di Abu Dhabi dopo la crisi finanziaria del 2008, diventava la guida per eliminare i rivali politici e avere potere illimitato. Questa ascesa guidò la successiva ascesa al potere assoluto di MbS in Arabia Saudita, sotto la guida del più vecchio MbZ. Il duetto intendeva invertire il corso del Medio Oriente, nientemeno, colpendo l’Iran e, con l’aiuto statunitense ed israeliano, ripristinare il primato dell’Arabia Saudita.
Il presidente Trump ha abbracciato (e pare irrevocabilmente) MbS e MbZ. Ma si è rivelato un altro caso di sopravvalutazione del Golfo: quest’ultimo non ha potuto “normalizzare” Gerusalemme in Israele; Netanyahu non può alleviare la situazione dei palestinesi (né con la sua coalizione attuale, né potrebbe formarne un’altra). E, in ogni caso, nemmeno Abu Mazen potrà cedere sullo status di Gerusalemme. Quindi Trump ha semplicemente “dato” la Città Santa ad Israele, innescando così una rissa col quasi completo isolamento diplomatico degli USA. Politicamente, MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno fallito umiliandosi ed indebolendosi. Ma, cosa importante, il presidente Trump ora è bloccato nel suo abbraccio con l’agitata leadership saudita e la sua antipatia radicale nei confronti dell’Iran, come dimostrato dall’ONU nel discorso di settembre all’Assemblea generale. Rimanendo col piano anti-iraniano, il presidente Trump ora si ritrova, grazie al suo errato giudizio sulle capacità di MbS e MbZ di creare qualcosa di concreto, senza truppe sul campo. Il GCC è spezzato, l’Arabia Saudita è in subbuglio, l’Egitto veleggia verso Mosca (dove acquista SAM S300 per 1 miliardo di dollari e 50 aerei da combattimento Mikojan MiG-29 per 2 miliardi di dollari). La Turchia è alienata e gioca da entrambi i lati: Mosca a Washington, contro il centro; e gran parte dell’Iraq si schiera con Damasco e Teheran. Persino gli europei lamentano la politica USA sull’Iran. Certo, Trump può ancora colpire l’Iran. Può farlo anche senza ritirarsi dal JCPOA, creando incertezza se “lui voglia o no” ritirarsene, più le minacce di sanzioni alternative probabilmente sufficienti a spaventare le imprese europee (alcune significative) nell’avviare piani commerciali con l’Iran; ma per quanto possa essere doloroso per il popolo iraniano, ciò non può mascherare la nuova realtà del conflitto post-Siria: in Libano, Siria o Iraq, in un modo o nell’altro, può accadere poco senza il coinvolgimento iraniano. Anche la Turchia non può perseguire una realistica strategia curda senza l’aiuto dell’Iran. E Russia e Cina hanno bisogno dell’aiuto iraniano per garantirsi che il progetto One Belt, One Road non sia colpito dagli estremisti jihadisti. Questa è la realtà: mentre i capi statunitensi ed europei parlano incessantemente dei loro piani per “contenere” l’Iran, la realtà è che l’Iran e i suoi alleati regionali (Siria, Libano, Iraq e in misura imprevedibile Turchia) di fatto ‘contengono’ (cioè hanno una deterrenza militare) USA ed Israele. E il centro di gravità economica della regione, inesorabilmente, si allontana dal Golfo verso la Cina e il progetto eurasiatico della Russia. La forza economica del Golfo compie la sua parabola.
Il dispiegamento di una “piccola” forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è una minaccia all’Iran, quanto un ostaggio di Damasco e Teheran. Questo è il cambio dell’equilibrio di potere tra i legami settentrionali degli Stati regionali con quelli meridionali. È un simbolismo, una forza militare statunitense in Siria apparentemente destinata a “contenere l’Iran”, che gli Stati Uniti potrebbero successivamente richiamare se la Turchia dovesse agire o, infine, abbandonarli, lasciando gli ex-alleati curdi piegarsi al vento secco siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli Stati Uniti restano in Siria per lo SIIL o contro l’Iran?

Elijah J. MagnierNel 2014, gli Stati Uniti guidavano una coalizione di 59 Paesi per contenere l’espansione del gruppo “Stato islamico” (SIIL), ma non per eliminarlo. Per quasi un anno, in contrasto con la Russia, tale coalizione effettuò limitati attacchi aerei contro il gruppo terroristico senza paralizzarne la principale fonte di esistenza: le finanze. La politica di Obama era ben definita: non c’era fretta a sconfiggere lo SIIL perché serviva l’interesse nazionale degli Stati Uniti ed era un peso per l’Iran. Oggi, Donald Trump segue le orme di Obama rivelando che le sue truppe rimarranno in Siria a causa dell’Iran, apparentemente dimenticando che la Siria non è zona sicura o amica degli Stati Uniti, ma cortile dell’Iran. Il tentativo di Trump, dopo solo 12 giorni di mandato, di modificare o sospendere l’accordo nucleare con la Repubblica islamica dell’Iran era una mossa per sfumare e presentare un problema percepito da comunità internazionale e statunitensi. L’intenzione degli Stati Uniti di occupare altro territorio in Medio Oriente (quasi 15 anni dopo la disastrosa occupazione dell’Iraq) non è chiaramente rivolta al pubblico. Ma come potrebbero gli Stati Uniti immaginare che ciò sia un obiettivo realistico? Quando Barak Obama dichiarò guerra allo SIIL, le sue forze pensarono che interrompere la principale fonte di finanziamento del gruppo terroristico non fosse una priorità. Lo SIIL riceveva oltre 1,5 milioni di dollari al giorno derivanti dall’estrazione illegale ed indisturbata di petrolio da giacimenti petroliferi in Siria e Iraq. La dirigenza Obama voleva che il mondo credesse che la preoccupazione fosse evitare danni ambientali, ragione improbabile per la coalizione guidata dagli Stati Uniti di 59 nazioni di astenersi dal paralizzare le principali fonti finanziarie dell’organizzazione terroristica. La precedenza data a tale preoccupazione prevalse sul fermare distruzione, pericolo e sofferenze che lo SIIL causava in Medio Oriente, Asia, Africa e, in effetti, nella vicina Europa. Israele fu molto più diretto degli Stati Uniti, affermando la vera ragione dell’atteggiamento degli Stati Uniti per evitare d’indebolire il gruppo terroristico: “Preferiamo lo SIIL all’Iran”, disse il ministro della Difesa Moshe Yaalon. L’Iran era completamente impegnato in Siria, fornendo petrolio (la maggior parte dei giacimenti siriani fu nei primi cinque anni di guerra nelle mani di SIIL, al-Qaida ed alleati), finanze (pagando stipendi di dipendenti governativi e dell’esercito), assistenza medica (creando un’industria farmaceutica per sostituire quella distrutta dalla guerra) e armi (armi fabbricate dall’Iran e acquistate dalla Russia per conto di Damasco). L’Iran fornì anche 12000 uomini delle forze speciali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC), alleati iracheni (Asaib Ahl al-Haq, Haraqat al-Nujaba e altro), oltre a pachistani e afghani che vivevano in Iran e che facevano parte del corpo alleato dell’IRGC. Inoltre, Hezbollah libanese inviò migliaia di combattenti a sostenere le forze di Damasco. Il numero di questi combattenti fluttuava secondo necessità e sviluppo di questa guerra combattuta su più fronti. L’Iran inviò truppe, insieme ad Esercito arabo siriano ed Aeronautica russa, mirando con questa combinazione e il coordinamento militare a cambiare il corso della guerra nel Levante in favore del governo di Damasco. L’intervento russo-iraniano è riuscito a fermare il “cambio di regime”, sostenuto da certi Paesi della regione, dall’UE e dagli Stati Uniti, anche a costo della caduta del sistema secolare multietnico siriano e della sua sostituzione cogli intolleranti islamisti e combattenti radicali che dominano tali gruppi. Questo è ciò che il mondo ha visto e saputo in sei anni di guerra in Siria. Tuttavia, il segretario di Stato USA John Kerry descrisse tali estremisti (SIIL e al-Qaida) come “i migliori combattenti”. Kerry andò oltre, rivelando che molti Paesi del Medio Oriente (nominando Arabia Saudita, Egitto ed Israele) prima del 2015 gli chiesero di bombardare l’Iran, nemico giurato di Arabia Saudita e Stati Uniti. L’Iran divenne il nemico in Siria mentre gli israeliani impararono a convivere con lo SIIL, il nuovo vicino, e lo consideravano molto più gestibile di Hezbollah e dell’Iran. Inoltre, l’Arabia Saudita era ed è disposta a investire e sostenere qualsiasi Paese o gruppo pronto ad opporsi all’espansione sciita ispirata dall’Iran e dalla Repubblica islamica da quando nacque nel 1979. Donald Trump ne ha visto l’opportunità: in cambio di miliardi di dollari, era pronto a calpestare i valori e ad allinearsi coi wahhabiti taqfiri e i loro promotori. Il presidente degli Stati Uniti sperava d’incrementare l’economia del suo Paese e allo stesso tempo mettere in ginocchio l’Iran, un vecchio sogno degli Stati Uniti.

Storia USA-Iran
Il tentativo degli Stati Uniti di controllare e dominare l’Iran risale al 1953. Il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti rilasciò un documento che conferma l’uso delle vaste risorse della CIA e il suo ruolo nell’operazione TPAJAX, il “colpo di Stato” del 1953. Gli Stati Uniti rovesciarono il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mosaddeq, cambiando la storia dell’Iran. Il presidente statunitense Dwight Eisenhower sancì il colpo di Stato e piazzò “un fantoccio degli statunitensi che doveva il trono alla sua capacità di compiacere i mandanti stranieri” scrive John Limbert (Negoziare con l’Iran, 2009): il giovane Shah Reza Pahlavi. Gli Stati Uniti divennero il nuovo padrone coloniale (in sostituzione del Regno Unito) e umiliarono gli iraniani governando il Paese tramite lo scià. Mosaddeq se ne andò, ma il problema rimase. Il Regno Unito, che considerava gli iraniani “esseri umani inferiori inefficienti e incompetenti”, sostenne il colpo di Stato perché temeva il nazionalismo di Mosaddeq, l’abolizione della monarchia e la fine della manipolazione inglese della politica e della ricchezza iraniane, e la nazionalizzazione del petrolio iraniano. Gli USA introdussero il programma chiamato “Atomi per la pace” per aiutare l’Iran a istituire un programma nucleare, e gli vendettero un reattore nucleare da cinque megawatt nel 1967 seguendo il consiglio della dirigenza. Tra questi c’erano Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e Dick Cheney che svolsero un ruolo efficace nel convincere lo Shah a passare al nucleare e comprare otto reattori. Il primo ministro Mehdi Bazargan (il capo del primo governo rivoluzionario) lo fermò immediatamente e cancellò l’accordo. Qui si nota che furono gli Stati Uniti a lanciare l’Iran sul sentiero nucleare. Molti problemi che causano gli Stati Uniti nel mondo sono dovuti alle loro inversioni mai riconosciute. Gli Stati Uniti nominarono lo Shah dell’Iran “dittatore reale”, con la complicità dei governi occidentali (Stati Uniti e Israele svolero un ruolo speciale, secondo il professor Richard Cottam). Era responsabile delle “terribili violazioni dei più elementari diritti umani” (il venerdì nero del settembre 1978 e il ruolo della SAVAK sono solo alcuni esempi). Ma in verità, “morale e valori” occidentali non sono mai stati la motivazione degli Stati Uniti nell’opporsi a uno Stato. Sono sempre stati usati per giustificare il cambio di regime quando conveniva. Gli Stati Uniti, se si parla della questione iraniana, riporpongono la loro immoralità in tutta la storia dell’Iran, dal 1953 ad oggi. L’Iran rivoluzionario del 1979 rimosse lo Shah autoritario, cancellò i trattati militari cogli Stati Uniti, dichiarò aperta ostilità nei confronti degli USA ed imprigionò statunitensi. Il presidente Jimmy Carter ordinò che i beni iraniani nelle banche degli Stati Uniti fossero congelati e annunciò sanzioni contro la Repubblica islamica.
Dal 1979 ogni singolo presidente degli Stati Uniti ha mantenuto e persino inasprito le sanzioni contro l’Iran (1979, 1980, 1987, 1995, 2006, 2010, 2011, 2018): principalmente perché i leader iraniani continuano a rigettare influenza e dominio statunitensi sui loro Paese e politica. Di certo a Stati Uniti ed alleati non importava della libertà della popolazione o persino dei “valori occidentali” quando sostenevano Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran. Offrirono armi chimiche al dittatore, da usare contro l’Iran e contro la sua stessa popolazione nel nord dell’Iraq. Il mondo guardava in silenzio. L’obiettivo era, ed apparentemente lo sarà sempre, paralizzare l’economia iraniana e sottoporre il Paese alla volontà degli Stati Uniti; sembrano sperare che la popolazione reagisca contro la Repubblica islamica e che le sue ricchezze cadano, ancora una volta, in mani occidentali. Negli anni, dopo la fine della guerra Iran-Iraq, l’Iran ha ripetutamente sfidato Stati Uniti ed alleati, registrando una vittoria dopo l’altra. In Afghanistan, Iraq, Libano, Siria e Yemen, l’Iran non perde; crea altri alleati ideologici pronti a contrastare l’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente. L’obiettivo iraniano non è creare agenti, come i ricercatori amano etichettarli, ma partner che credono nel sostegno degli oppressi (Mustathafin) contro l’oppressore: sinteticamente, limitare il dominio degli Stati Uniti sul Medio Oriente. Gli Stati Uniti credono che l’Iran lo umiliasse trattenendo dei suoi marinai (anche se i 10 marinai furono rilasciati ore dopo con imbarazzanti foto che ritraevano debolezza e sottomissione degli statunitensi), sfidandone il potere quando imprigionarono un cittadino iraniano-statunitense, rilasciandolo solo con uno scambio, e rifiutandosi di sottomettersi a primato e dominio degli Stati Uniti. Dal punto di vista iraniano, la Repubblica islamica ritiene che gli Stati Uniti vogliano umiliare e dominare la popolazione del Paese, prenderne le risorse e cambiare l’attuale regime portando al potere un fantoccio degli Stati Uniti. Teheran ritiene che l’obiettivo di qualsiasi dirigenza statunitense sia dominare il Medio Oriente, esaurirne le ricchezze, sostenere guerre settarie, poter vendere armi e mantenere gli Stati arabi in stato di debolezza sottomessa. Anzi, l’opposto dell’unione e della formazione di un continente veramente potente che si basi su enormi risorse energetiche.

Donald Trump e Iran
È opinione diffusa che Donald Trump non miri realmente a cancellare o modificare l’accordo sul nucleare iraniano come sostiene. Trump rimanda continuamente la decisione, mese dopo mese (il suo ultimo ultimatum all’Iran durerà altri quattro mesi), per ragioni che in realtà sembrano abbastanza plausibili:
Distogliere l’attenzione del mondo dall’occupazione della Siria da parte delle forze statunitensi.
Offuscare il fatto che le forze statunitensi proteggono il territorio ancora sotto lo SIIL, poco disposto a sconfiggerlo in tempi brevi, probabilmente sperando che ciò serva l’agenda di politica estera degli Stati Uniti in futuro.
Continuare a ricattare l’Arabia Saudita mostrandosi aggressivo verso l’Iran: in realtà fa solo scoppiare una tempesta in una tazza, di tanto in tanto.
Servire gli interessi d’Israele, principale alleato degli Stati Uniti, e godere del sostegno della lobby israeliana negli Stati Uniti, per la rielezione, per esempio.
Evitare che l’Europa si allontani dagli Stati Uniti e porre fine alla partnership.
Il grande ayatollah Khamenei considera la continua minaccia di Trump verso l’Iran incentivo a mantenere la Repubblica islamica più forte che mai. Sayyed Ali Khamenei consigliava ai leader iraniani di considerare la Cina esempio di autosufficienza ed allontanarsi dagli Stati Uniti. Tuttavia, il governo pragmatico guidato dal Presidente Hassan Rohani insiste ad aprirsi all’occidente e aderire agli obblighi nucleari. Rohani, in seguito all’accordo nucleare coi cinque membri permanenti delle Nazioni Unite e la Germania, invitava il popolo iraniano ad aprirsi all’occidente ed aumentare gli scambi commerciali col mondo. Il presidente iraniano apparentemente non sapeva che gli Stati Uniti, sostenendo che violano l’accordo, non sono interessati a un partenariato, e quindi frenano i pragmatici iraniani cercando di rovesciarne il governo, avvantaggiando gli intransigenti. Le tensioni tra dirigenza statunitense e governo iraniano sull’accordo nucleare non diminuiranno l’influenza iraniana e dei partner in Medio Oriente, in particolare Libano, Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen. Inoltre, certamente non permetterà agli Stati Uniti di esercitare alcuna influenza o dominio sull’Iran, indipendentemente dal “colore” politico del governo di Teheran. L’Iran non rinegozia l’accordo sul nucleare e si affida sull’Europa per rimanere salda, confermandon el’adesione. L’Europa ha bisogno dell’Iran perché la Repubblica Islamica fa parte della sicurezza nazionale del continente ed è l’avanguardia contro il terrorismo. L’Europa ha avuto abbastanza guerre e apprezza oggi, dopo sei anni di guerra, la Repubblica islamica decisa a proteggere il regime in Iraq, e si è affrettata ad aiutare Baghdad quando gli Stati Uniti si fermarono osservando l’espansione dello SIIL, ed impedire il cambio di regime in Siria che avrebbe giovato gli estremisti. Gli iraniani e i loro alleati sono i partner che l’Europa cerca, pronta a mollare gli Stati Uniti, continente lontano meno vulnerabile della vicina Europa al terrorismo e ai terroristi. Ma l’Iran non può competere con i media statunitensi, che dominano l’opinione mondiale. I media occidentali ritraggono l’Iran come Paese interventista e l’attaccano, come qualsiasi altro Paese del Medio Oriente, per “violazioni dei diritti umani”. È corretto dire che valori e approcci mediorientali ai diritti umani sono lontani dall’ideale. Tuttavia, alcun Paese al mondo (o addirittura dceine di Paesi riuniti in una coalizione) può competere con la responsabilità degli Stati Uniti nel grave caos della propria politica estera di cambi di regime, violazione dei diritti umani e assassinio di innocenti: argomento ignorato dai media. I valori della dirigenza statunitense sono oggi al minimo: ciò che conta è la quantità di denaro che può trarre dai Paesi ricchi, indipendentemente dalla violazione dei diritti umani o dall’esportazione di terrorismo ed odio.
Il regime iraniano è designato esportatore della rivoluzione e accusato di finanziare agenti in Medio Oriente. Ma l’Iran non ha mai negato l’obiettivo di sostenere gli oppressi, e quindi armare ed addestrare gruppi per espellere le forze statunitensi dal Medio Oriente. La domanda è: l’Iran può competere coi miliardi di dollari in armi statunitensi vendute in Medio Oriente? O con l’occupazione illegale da parte degli Stati Uniti di territori sovrani (Afghanistan, Iraq e Siria per nominarne solo alcuni), oltre a formare terroristi, come i jihadisti taqfiri responsabili di numerosi attentati in Medio Oriente, Africa, Asia, Europa e Stati Uniti? L’Iran è ben radicato in Siria: è troppo tardi per modificare i risultati della guerra in Siria o frenare i numerosi gruppi della resistenza siriani che, in conseguenza della guerra e del fallito cambio di regime, operano già nel Levante, non importa cosa gli Stati Uniti facciano o dicano, ed indipendentemente da quanto tempo e dove le loro forze siano in Siria. L’occupazione statunitense, contrariamente a quanto affermato dal segretario di Stato Tillerson, è fortemente attesa come ennesimo fallimento degli Stati Uniti, senza alcun segno di comprensione della storia. In ogni caso, la strada Teheran – Baghdad – Damasco – Bayrut è sicura e non attraversa le province occupate dagli Stati Uniti nel nord-est della Siria. Naturalmente, le forze statunitensi ad al-Tanaf e al-Hasaqa possono tentare di ricattare il governo siriano durante gli attesi colloqui di pace, e forse contare i camion che viaggiano sull’autostrada Teheran-Bayrut e tenerne d’occhio il traffico, ma a quale scopo? Donald Trump può rispondere alla domanda: come possono Stati Uniti e loro alleati beneficiare dell’occupazione statunitense di altro territorio medioientale? Possono solo creare altra devastazione e danneggiare ancor più la propria prestigiosa posizione di superpotenza, costantemente sconfitta dall’Iran e dai suoi alleati non statali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Relazioni USA-Iran e l’Accordo di Algeri: violazioni e silenzi

Soraya Sepahpour-Ulrich, Global Research 17 gennaio 2018Questa settimana segna il 37° anniversario dell’accordo degli Stati Uniti nel 1981: “Gli Stati Uniti s’impegnano a seguire d’ora in poi la politica del non intervento, diretto o indiretto, politicamente o militarmente, negli affari interni dell’Iran“. Questa settimana segna anche i 37 anni di promesse non mantenute dagli Stati Uniti sugli Accordi di Algeri del 1981. Chi ha sentito parlare degli Accordi di Algeri del 1981, trattato firmato il 19 gennaio 1981 tra Stati Uniti d’America e Repubblica islamica dell’Iran? Probabilmente pochi. È altrettanto probabile che non molti siano pienamente consapevoli di ciò che effettivamente comportò la firma di quel trattato. Dopo il successo della rivoluzione iraniana del 1979 che rovesciò lo scià, l’uomo forte degli statunitensi in Iran, ci furono piani per rovesciare il nuovo governo di Teheran. Nel 1980, l’amministrazione Carter degli Stati Uniti iniziò trasmissioni radio clandestine in Iran dall’Egitto, che invocavano il rovesciamento di Khomeini e sollecitavano il sostegno a Shahpur Bakhtiar [i], l’ultimo primo ministro dello Shah. Altri piani includevano il fallito complotto di Nojeh e la possibile invasione dell’Iran dalle basi statunitensi in Turchia [ii]. Il nuovo governo rivoluzionario in Iran, con uno sguardo al passato, al colpo di Stato di CIA-MI6 del 1953 che rovesciò il governo di Mossadegh e reinstallò lo scià, aveva buone ragioni di credere che gli Stati Uniti progettassero l’aborto della rivoluzione nascente. Studenti timorosi ed entusiasti presero l’ambasciata USA a Teheran e presero in ostaggio i diplomatici per impedire che tali piani venissero attuati. Questi eventi portarono a negoziare e stipulare gli Accordi di Algeri, il cui punto 1 era l’impegno degli Stati Uniti a non intervenire negli affari interni dell’Iran in ogni caso. Gli Accordi di Algeri portarono alla liberazione degli ostaggi statunitensi e fondarono l’Iran-US Claims Tribunal (“Tribunal”) a L’Aia, nei Paesi Bassi. Il Tribunale decideva in modo coerente che “le dichiarazioni dovevano essere interpretate secondo il processo d’interpretazione stabilito nella Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati“. [iii][*]
La promessa è valida e degna quanto la persona che la fa. Fin dall’inizio, gli Stati Uniti non mantennero la promessa. Ad esempio, dal 1982, la CIA fornì 100000 dollari al mese a un gruppo di Parigi chiamato Fronte per la liberazione dell’Iran. Il gruppo era guidato da Ali Amini che presiedette la cessione del petrolio iraniano al controllo straniero dopo il colpo di Stato dalla CIA nel 1953 [iv]. Inoltre, gli USA sostennero due gruppi paramilitari iraniani basati in Turchia, uno del generale Bahram Aryana, ex-capo dell’esercito dello Shah e con stretti legami con Bakhtiar [v]. Nel 1986, la CIA arrivò a piratare le frequenze della rete televisiva nazionale iraniana per trasmettere un messaggio del figlio dello Shah, Reza Pahlavi, che promise: “Tornerò” [vi]. Il supporto non finì qui. Pahlavi fu finanziato dalla CIA negli anni ottanta, poi sospeso con l’affare Iran-Contra. Ebbe successo nel sollecitare fondi dagli emiri di Quwait e Bahrayn, dal re del Marocco e dalla famiglia reale saudita, tutti fedeli alleati degli Stati Uniti [vii]. Alla fine del 2002, Michael Ledeen si unì a Morris Amitay, vicepresidente dell’Istituto ebraico per gli affari della sicurezza nazionale, all’ex-capo della CIA James Woolsey, all’ex-funzionario dell’amministrazione Reagan Frank Gaffney; all’ex-senatore Paul Simon e al consulente petrolifero Rob Sobhani costituendo il gruppo Coalition for Democracy in Iran (CDI) [viii]. Nonostante l’assenza di carisma, nel maggio 2003, Michael Ledeen scrisse una nota politica per il sito dell’American Enterprise Institute sostenendo che Pahlavi sarebbe stato un leader adatto a un governo di transizione, descrivendolo come “ampiamente ammirato in Iran, nonostante la sua franca mancanza di avidità per il potere o ricchezza”. [ix] Nell’agosto 2003, il Pentagono emise nuove linee guida: tutti gli incontri coi dissidenti iraniani dovevano essere chiariti col sottosegretario alla Difesa per la politica Douglas Feith. Reza Pahlavi era tra i contatti che incontrarono gli analisti del Pentagono [x]. In concomitanza con tale interferenza diretta, e nel decennio successivo, Washington concentrò gli sforzi per frenare l’economia iraniana. Una disposizione degli accordi di Algeri era, “Gli Stati Uniti revocheranno tutte le sanzioni commerciali dirette all’Iran dal 4 novembre 1979 ad oggi“. Embarghi e sanzioni divennero la norma. Non riuscendo ad intromettersi negli affari interni dell’Iran al fine di rovesciare la Repubblica Islamica tramite le difficoltà economiche, gli Stati Uniti di nuovo fecero pressione con trasmissioni e sostegno diretto a dissidenti e terroristi, assieme alle sanzioni economiche. Questa stretta mortale avvenne simultaneamente, in violazione degli Accordi di Algeri, ai finanziamenti della facciata della CIA National Endowment for Democracy a vari gruppi, come “Iran Teachers Association” (1991, 1992, 1993, 1994,2001, 2002, 2003); Fondazione per la democrazia in Iran (fondata nel 1995 da Kenneth R. Timmerman, Peter Rodman, Joshua Muravchik e funzionari dell’intelligence statunitense che sostengono il cambio di regime in Iran), National Iranian American Council (NIAC) (2002, 2005, 2006), e altri [xi]. I fondi della NED per interferire in Iran continuarono dopo la firma del JCPOA. Il finanziamento del 2016 è stato di oltre 1 milione di dollari. Nel settembre 2000, i senatori espressero sostegno aperto al gruppo terroristico MEK (Mojaheddin-e-khalgh). Scrivendo per The New Yorker, Connie Bruck rivelava che: “Si dice che Israele sia in relazione col MEK almeno dalla fine degli anni Novanta e che abbia fornito un segnale satellitare per le trasmissioni del NCRI da Parigi all’Iran” [xii]. Forse relazione con Israele ed utilità spiegano perché il presidente Bush concesse al gruppo lo status di “persone speciali” [xiii]. Nell’invasione ed occupazione dell’Iraq, il gruppo terroristico fu protetto dalle truppe USA nonostante le pressioni dal governo iracheno di lasciare il Paese (CNN) [xiv]. Nel 2005, “un ex-ufficiale della CIA disse che fu contattato dai neoconservatori del Pentagono che gli chiesero di recarsi in Iran e supervisionare le operazioni transfrontaliere del MEK (Mujahedeen-e Khalq) in Iran“. Inoltre, secondo l’intelligence pakistana, gli Stati Uniti usarono segretamente l’ennesimo gruppo terroristico, Jundallah, in una serie di attentati mortali contro l’Iran. Gli Stati Uniti sembrano avere un debole per i terroristi. Oltre ai finanziamenti della CIA e alle operazioni segrete con l’aiuto dei terroristi, gli Stati Uniti hanno attivamente utilizzato le trasmissioni radio in Iran per scatenare disordini, usando Radio Farda e VOA persiana. Non sorprende quindi che il destinatario dei fondi NED, il NIAC, incoraggi tali trasmissioni. Inoltre, la BBC “ricevette” una significativa somma di denaro dal governo degli Stati Uniti per “combattere il blocco dei servizi TV e Internet in Paesi come Iran e Cina”.
È fondamentale notare che mentre gli Stati Uniti conducevano negoziati segreti con l’Iran che portarono alla firma del Piano d’azione globale congiunto (JCPOA), il MEK fu cancellato dal regime sui terroristi stranieri. Ciò li legittima a scrivere su importanti giornali statunitensi. È anche importante notare che durante i negoziati JCPOA in cui gli Stati Uniti parteciparono come parte, erano impegnati a denigrare il trattato nelle trasmissioni per l’Iran, a quanto pare, senza obiezioni. Ma la violazione non si limitava alle trasmissioni. L’articolo B del preambolo del trattato recita: “Con le procedure previste nella dichiarazione relativa all’accordo di sistemazione, gli Stati Uniti accettano di chiudere tutti i procedimenti giudiziari nei tribunali che comportino richieste di persone ed istituzioni degli Stati Uniti contro l’Iran e le sue imprese statali, annullare tutti gli allegati e le sentenze relative, vietare ogni ulteriore controversia basata su tali affermazioni e decidere la cessazione di tali richieste mediante arbitrato vincolante”. Non sorprende che gli Stati Uniti non abbiano mantenuto la promessa e che una legislazione partigiana abbia stanziato milioni per gli ex-ostaggi. Chiaramente, gli Stati Uniti si sentirono chiaramente vincolati dal Trattato per aver riconosciuto il Punto 2 degli Accordi di Algeri, quando nel gennaio 2016 l’Iran ricevette i fondi congelati con un accordo a L’Aia. Forse per nessun’altra ragione che per pacificare l’Iran post-JCPOA mentre si cercano i mezzi per re-indirizzare i soldi dall’Iran a mani statunitensi. Richiede tempo e spazi citare ogni istanza e dettaglio in violazione del trattato da parte degli Stati Uniti e della loro promessa di 37 anni fa. Ma mai il loro atteggiamento è stato più sfacciato nel rifiutare di rispettare l’accordo e l’aperta violazione del diritto internazionale di quando il presidente Trump ha apertamente espresso sostegno alle proteste in Iran chiedendo il cambio di regime. Gli Stati Uniti quindi indissero una riunione d’emergenza dell’UNSC il 5 gennaio 2018 per chiedere che l’ONU interferisse negli affari interni dell’Iran.
La storia degli USA dimostra chiaramente che non hanno alcun riguardo per diritto e trattati internazionali. Le loro promesse non hanno valore. La legge internazionale è uno strumento che gli USA non applicano a se stessi. Questo è un fatto ben documentato, e forse nessuno l’ha capito meglio del leader nordcoreano Kim Jong-un. Ma ciò che è inesplicabile sono gli iraniani che non rispondono a tali violazioni.Soraya Sepahpour-Ulrich è ricercatrice e scrittrice indipendente dedita alla politica estera statunitense.

Note
[*] Trattati e accordi degli USA
La Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati definisce un trattato “come accordo internazionale stipulato tra Stati in forma scritta e disciplinata dal diritto internazionale, che sia incorporato in un unico strumento o in più strumenti correlati e qualunque sia la specifica designazione“. Secondo la legge degli Stati Uniti, tuttavia, vi è distinzione tra i termini trattato e accordo esecutivo. “In generale, un trattato è un accordo internazionale vincolante e un accordo esecutivo si applica solo nel diritto nazionale. Secondo il diritto internazionale, tuttavia, entrambi i tipi di accordi sono considerati vincolanti. Indipendentemente che un accordo internazionale sia chiamato convenzione, accordo, protocollo, patto, ecc. https://www.law.berkeley.edu/library/dynamic/guide.php?id=65)
[i] David Binder, “Gli Stati Uniti ammettono di esser dietro le trasmissioni anti-Khomeini“, New York Times, 29 giugno 1980,
[ii] Mehmet Akif Okur, “Gli interessi geopolitici statunitensi e la Turchia alla vigilia del colpo del 12 settembre 1980” , CTAD, Vol. 11, n. 21, p. 210-211
[iii] Malintoppi, Loretta. World Arbitration Reporter (WAR) – 2a edizione, dicembre 2010 – Treaties
[iv] Bob Woodward, “Veil: le guerre segrete della CIA, 1981-1987“, Sperling e Kupfer, 1988, p. 480.
[v] Leslie H. Gelb, “Gli Stati Uniti hanno detto di aiutare gli esuli iraniani nelle unità di combattimento e politiche“, New York Times, 7 marzo 1982, pp. A1, A12.
[vi] Commissione Tower, p. 398; Farhang, “Connessione Iran-Israele“, p. 95. (Citato da Stephen R. Shalom, “Gli Stati Uniti e la Guerra del Golfo”, febbraio 1990).
[vii] Connie Bruck, ibid
[viii] Andrew I Killgore. Il rapporto di Washington sugli affari mediorientali. Washington: dicembre 2003. Vol. 22, n. 10, p. 17
[ix] Connie Bruck, ibid
[x] Eli Lake, New York Sun, 2 dicembre 2003
[xi] Sviluppo della democrazia internazionale, Google Books, p. 59
[xii] Connie Bruck, “Un giornalista in generale: Esiliati; come gli espatriati iraniani usano la minaccia nucleare“. The New Yorker, 6 marzo 2006
[xiii] Briefing giornaliero del Dipartimento di Stato USA 
[xiv] Michael Ware, “Gli Stati Uniti proteggono il gruppo di opposizione iraniano in Iraq“, 6 aprile 2007

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Può sopravvivere il nuovo Stato-fantoccio degli USA in Siria?

Elijah J. Magnier, 15/1/2018Oggi è chiaro che le forze statunitensi rimarranno e occuperanno il nord-est della Siria dove i curdi di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, insieme a tribù arabe, hanno il controllo. Washington dichiarava la formazione di 30000 agenti per “difendere i confini” di questo “Stato nello Stato” appena dichiarato. La domanda è: può tale occupazione durare a lungo? E questa domanda ne pone un’altra fondamentale: uno Stato “curdo” può sopravvivere? Non c’è dubbio che gli Stati Uniti non vogliano lasciare la Siria e che la Russia estenda presenza e controllo, a patto che ci sia la possibilità che Washington disturbi e riduca l’influenza di Mosca nel Levante. Dichiarandosi forza di occupazione e quindi la volontà di formare uno “Stato per procura”, la posizione USA giustifica (a sé stessi ma non al popolo statunitense, né al mondo) la presenza finché ritenga opportuno abbandonare i curdi e lasciarli al loro destino. Gli Stati Uniti usano come scusa la presenza iraniana sul territorio siriano e l’ossessione di limitare il controllo di Teheran su Damasco. Non vi è alcun dubbio che le forze statunitensi possano badare ai loro interessi nel territorio occupato dalla Siria e impedire che una forza regolare possa avanzare. Tuttavia, la sicurezza dei loro soldati dipende dall’ambiente in cui si trovano, in questo caso un ambiente totalmente ostile dentro e fuori. Gli attacchi contro le forze statunitensi e i loro agenti curdi non sono affatto esclusi. Questo quando gli Stati Uniti dovranno ripensare la necessità di una presenza in un territorio di recente occupazione, così lontano da casa e in cui le vite statunitensi possono essere perse in cambio di alcun beneficio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’Iran ha una lunga esperienza nel combattere le forze statunitensi in Medio Oriente, dove i gruppi iracheni, sponsorizzati e addestrati dall’Iran, sono riusciti a infliggere ingenti danni all’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003 e molto prima, quando la Repubblica Islamica era giovane, nel 1983, i gruppi filo-iraniani colpirono i marines statunitensi in uno dei più grandi attacchi contro forze illegittimamente impegnati nella guerra civile libanese. Naturalmente, anche le forze statunitensi hanno acquisito esperienza nella lotta agli attori non statali. Ciononostante, questa esperienza non gli eviterà gravi danni, probabilmente costringendo al ritiro prima o poi. Il piano di occupazione statunitense ha molte carenze. Le 30000 forze curde dovrebbero:
– Proteggere i confini da Qamishlu a Yarubiya-Buqamal, contro l’Esercito arabo siriano ed alleati. Damasco ha già respinto le forze di occupazione statunitensi dichiarando che i curdi che collaborano con le forze di occupazione sono traditori.
– Proteggere i confini di al-Hasaqah, Ayn al-Arab, Tal Abiyad, Manbij con una Turchia che ha dichiarato guerra ai curdi e minacciato di distruggerli e d’impedire a tutti i costi uno loro Stato ai suoi confini. Ankara non starà a guardare. Quasi ogni giorno, il presidente turco Recep Tayyeb Erdogan minaccia di invadere i territori controllati dai turco-curdi e bombardare le province confinanti.
– Proteggere i lunghi confini con l’Iraq, dove le Unità di Mobilitazione Popolare sono pronte ad aiutare qualsiasi gruppo (tranne lo SIIL) disposto a scacciare le forze statunitensi dai confini iracheni, in particolare l’ultima sacca dello SIIL proprio al confine Siria-Iraq. Nonostante il controllo dei confini, c’è molto scontento nel vedere lo SIIL sul lato siriano dei confini protetto dagli Stati Uniti, consapevoli che Washington, non volendo porre fine al gruppo, permette a migliaia di terroristi di fuggire da Raqqah per usarli per “influenzare” i governi iracheno e siriano. Nonostante l’apparente impegno degli Stati Uniti per la stabilità dell’Iraq, Baghdad non vede alcuna giustificazione nella protezione degli Stati Uniti dello SIIL nell’enclave nel nord-est della Siria, un gruppo in grado di attraversare i confini in cui ha vissuto per anni e dove sa come muoversi. Gli Stati Uniti possono usare la propria esperienza acquisita in Iraq e in altre parti del mondo islamico per comprarsi la lealtà delle tribù locali, come i “Sahwa” iracheni. L’Arabia Saudita è disposta a ricostruire le aree danneggiate, nonostante la propria crisi finanziaria, assecondando le richiesta degli Stati Uniti, ed è disposta a finanziare e equipaggiare le tribù arabe di al-Hasaqah e Dayr al-Zur. Ma chi vende la fedeltà a qualsiasi acquirente può anche farsi comprare dagli avversari, come è accaduto in Iraq. Dopotutto, le tribù arabe nel nord-est della Siria fanno parte delle stesse tribù dell’Iraq.
– Proteggersi da dispute e lotte intestine tra i curdi fedeli a Damasco e i separatisti, e dagli attacchi IED e tattiche mordi e fuggi delle tribù arabe disposte a sostenere il governo siriano per liberare il territorio e destabilizzare le province curde.
– Proteggere un vasto territorio, circa 39500 kmq. Ciò significa un militante ogni 1,3 kmq per proteggere province circondate da nemici e forze non disposte a consentire la creazione di tale “Stato nello Stato”, qualunque sia la superiorità aerea statunitense e i droni che non lasciano mai i cieli della zona.
I curdi di al-Hasaqah (vi sono grandi concentrazioni curde ad Ifrin e Aleppo che non vogliono dividersi da Damasco) si trovano in una posizione scomoda sotto la protezione degli Stati Uniti, un alleato noto per aver abbandonato gli “amici” quando non servivano più. In definitiva, Damasco non accetterà l’occupazione statunitense del proprio territorio e combatterà un nemico considerato più grande e pericoloso della Turchia, che pure occupa territorio siriano. Alcuni osservatori ritengono che gli Stati Uniti potrebbero aver deciso di abbandonare la Turchia per proteggere e mantenere gli agenti curdi disposti a schierarsi col migliore alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Arabia Saudita, e l’alleato strategico Israele. Questo punto di vista è debole perché l’amministrazione statunitense è consapevole che i curdi non possono sostenere tale enclave per molto e che i Paesi circostanti attenderanno il momento giusto (da uno a dieci anni) per rimuovere la minaccia dai rispettivi confini. Damasco non abbandonerà le province ricche di risorse energetiche di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, e i suoi alleati supporteranno la cacciata delle forze statunitensi con mezzi militari dalla Siria. Gli alleati di Damasco hanno già addestrato e condiviso l’esperienza in guerriglia con diversi gruppi siriani, pronti ad impedire il ritorno dello SIIL e a rivendicare le alture del Golan occupate nel sud e la Siria nord-orientale. In questo momento, Damasco vede il pericolo più grave in al-Qaida (l’Hayat Tahrir al-Sham ha oltre 10000 terroristi) e nello SIIL. Certo, il governo siriano chiederà sempre il ritiro delle forze turche anche se Russia e Turchia sono alleati necessari. Il presidente turco cerca di rimanere, mantenendo un piede nel campo statunitense e l’altro in quello russo, non vuole perdere entrambi e continuare a beneficiare delle due superpotenze che condividono interessi militari ed economici vitali con Ankara (e viceversa). Erdogan può anche contare sul rifiuto di Damasco dello “Stato curdo nello Stato”, come obiettivo comune dei due Paesi anche senza un’alleanza e nonostante la dichiarata reciproca animosità dei presidenti Erdogan e Assad. La Russia, da parte sua, farà del suo meglio per sostenere Erdogan e, contemporaneamente, stringere legami coi curdi di Ifrin, nella speranza che i curdi di Ifrin e al-Hasaqa si parlino e si accordino su cosa affrontare, il giorno in cui gli Stati Uniti decideranno di ritirarsi dalla Siria.
L’amministrazione USA ancora una volta s’infila in un vespaio, pensando (se è la parola giusta) coi muscoli militari piuttosto che intelligentemente, ad assicurarsi gli interessi in Siria, fingendo di dimenticare che il suo potere militare “onnipotente” si rivelò inutile in Libano, Afghanistan e Iraq. Com’è possibile che l’amministrazione Trump possa credere che sia possibile avere successo in Siria? Gli USA ignorano i fatti.Traduzione di Alessandro Lattanzio