Siria, Erdogan ha paura di entrare ad Idlib

Moon of Alabama, 7.10.2017Il presidente turco Erdogan ha annunciato l’avvio dell’operazione turca nella provincia siriana di Idlib, da anni occupata da al-Qaida in Siria, etichettatasi Hayat Tahrir al-Sham. Nei colloqui di Astana, Turchia, Russia e Iran hanno concordato una zona di de-escalation a Idlib supervisionata dai tre. Ma la lotta ad al-Qaida continuerà. La Turchia dovrà controllare la parte occidentale della provincia, inclusa la città di Idlib. Ma il governo turco ha paura di entrarvi. Negli ultimi giorni vi sono stati molti rapporti e immagini sui movimenti turchi al confine siriano nordoccidentale. Ma la Turchia non ha tentato di entrare ed è dubbio che lo farà. L’annuncio di Erdogan ha bisogno di qualche spiegazione: “Oggi inizia una seria operazione ad Idlib, in Siria, e continuerà“, dichiarava Erdogan in un discorso al partito AK, aggiungendo che la Turchia non permetterà un “corridoio terrorista” al confine con la Siria. “Per ora l’esercito libero siriano esegue l’operazione”, dichiarava. “La Russia proteggerà i confini (della regione di Idlib) dall’esterno e noi ci occuperemo dell’interno. La Russia supporta l’operazione dall’aria e le nostre forze armate dalla Turchia“, aggiungeva. “Dalla Turchia” significa naturalmente che l’esercito turco non entrerà in Siria. Almeno non adesso. La Turchia ha inviato 800 mercenari “turcomanni” dalla zona dello “Scudo d’Eufrate” a nord-est di Aleppo al confine occidentale con Idlib. “Scudo dell’Eufrate” è la lotta allo Stato islamico per impedire un possibile corridoio dei “terroristi” curdi dalla Siria nordorientale all’enclave curda nordoccidentale di Ifrin. La Turchia ha perso molti carri armati e circa 70 soldati nei combattimenti. Erdogan è stato criticato in Turchia per l’operazione raffazzonata. I combattenti turchi inviati ad Idlib appartengono a liwa Hamza, liwa al-Mutasim e altri gruppi dell'”esercito libero siriano” armato dai turchi. Dovranno andare senza carri armati e artiglieria. Alcune forze speciali turche potrebbero richiedere il sostegno dell’artiglieria turca. Ma alcun sostegno aereo turco sarà disponibile poiché Siria e Russia insistono per controllare lo spazio aereo.
Un video recente mostra un gruppo di terroristi dell’HTS attaccare un avamposto da veri veterani, dotati di missili anticarro AT-4, mortai da 60mm, mitragliatrici leggere e lanciagranate Milkor, con buone uniformi, stivali nuovi e cinture per munizioni. Non è materiale preso all’Esercito arabo siriano o roba di seconda mano di qualche Paese dell’Est. È moderna roba “occidentale”. Costoro hanno ancora ricchi sponsor ed eccellenti fornitori. La Russia ha recentemente bombardato molte posizioni di al-Qaida ad Idlib. L’intelligence turca potrebbe averla aiutata. Ma al-Qaida è ancora una forza decente. Le forze filo-turche probabilmente non sono al livello dei terroristi di al-Qaida ben equipaggiati e veterani dei combattimenti. La Turchia per sei anni ha rifornito e coccolato al-Qaida in Siria. Il gruppo ha molte relazioni e personale in Turchia. L’accordo di Astana ora obbliga la Turchia a combatterla. Erdogan cade nella sua trappola. Se dovessero scontrarsi HTS e forze turche in Siria, la lotta causerebbe molte vittime ad Ankara e Istanbul. Erdogan potrebbe ancora credere di poter in qualche modo addomesticare l’HTS. L’agenzia Anadolu del governo non menziona nemmeno l’origine di al-Qaida né il lungo controllo dell’area, cercando di dipingere un quadro piuttosto rosa dell’HTS come ente antiamericano: “Tahrir al-Sham, gruppo anti-regime, è in prima linea con attività crescenti ad Idlib, recentemente. Tahrir al-Sham non ha fatto dichiarazioni dirette contro l’arrivo di truppe turche nella regione. D’altra parte, il gruppo e altri si oppongono all’ingresso dell’esercito libero siriano ad Idlib, pronto ad arrivare dall’area dell’operazione Scudo dell’Eufrate. Il gruppo giustifica la contrarietà dicendo che i gruppi che arriverebbero nella regione sono sostenuti dagli Stati Uniti”.
Il giornale turco Hurriyet è meno sensibile alle esigenze di Erdogan: “Idlib è controllata dall’Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex-affiliata ad al-Qaida che ha cambiato denominazione, l’anno scorso, da Jabhat al-Nusra. HTS non rientra nell’accordo tra Russia, Turchia e Iran sulla zona sicura della provincia, una delle quattro zone di “de-escalation” nazionali. Sarà necessario sbarazzarsi dell’HTS per consentire l’arrivo di forze iraniane, russe e turche per attuare la zona di de-escalation”. Ad Astana Erdogan ha avuto l’incarico di ripulire il disordine creato ad Idlib sostenendo i jihadisti. Non ama tale compito, ma non ha altra scelta. Se la de-escalation fallisce perché l’HTS rimane, Siria ed alleati arriveranno ad Idlib. La Turchia dovrà quindi far fronte a migliaia di jihadisti e a un milione di rifugiati. Se Erdogan invia forze turche nella zona di Idlib, ci sarà una lotta costosa che presto lo metterà in difficoltà nel proprio dominio. Fare la pace con HTS non è un’opzione. HTS ha respinto tutte le offerte per “cambiare pelle” e sciogliersi. Iran, accordo di Astana e varie risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite vi si oppongono. Sarà difficile per la Turchia sciogliere il nodo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Iraq: lo scopo del referendum voluto da Barzani

Nasser Kandil, Globalization, 27 settembre 2017Il Kurdistan è indipendente. È un dato di fatto. Ha il suo parlamento, il suo governo, il suo esercito, la sua diplomazia, i suoi servizi di sicurezza, dispone delle risorse petrolifere delle regioni sotto suo controllo senza restituire nulla al governo centrale, si riserva le entrate doganali ai confini dello Stato iracheno, l’esercito iracheno non penetra nel suo territorio se non su autorizzazione, sempre limitata nel tempo e nello spazio, nonostante la necessità della guerra al terrorismo. In altre parole, il rapporto del Kurdistan con l’Iraq è paragonabile al rapporto di qualsiasi Paese europeo con l’Unione europea. D’altra parte, l’analogia con il modello catalano della Spagna o scozzese della Gran Bretagna è una falsificazione di storia, geografia, legge e politica. Inoltre, il cosiddetto sistema “federale” attualmente in vigore è una menzogna pura, perché il Kurdistan iracheno ha i vantaggi di un’entità federale e indipendente, un sistema che consente al governo iracheno di parlare d’Iraq unificato, ma dove Baghdad è solo un partner nel rischio, mentre Irbil è un partner solo nel raccogliere i profitti. In tali circostanze, qual è lo scopo del referendum di Barzani in questo dato momento? La risposta è una truffa che vorrebbe imporsi come “fatto compiuto” nelle aree controverse tra governo centrale ed Irbil, in particolare il governatorato di Qirquq, fonte di grandi ricchezze. Con questo referendum, Barzani intende cogliere tre piccioni con una fava:
– Annettersi Qirquq beneficiando del fatto che è praticamente sotto il controllo dei peshmerga, essendo l’esercito iracheno occupato altrove, al culmine della guerra allo SIIL.
– Insabbiare i duecento miliardi di dollari corrispondenti alla vendita di petrolio per dieci anni, intascati da Barzani e non inclusi nel bilancio dell’Iraq o della regione.
– Dare a Stati Uniti e Israele una piattaforma politica per minacciare le forze regionali e disegnare nuove mappe regionali, avendo la sicurezza d’Israele come obiettivo principale, dato che lo SIIL ha perso valore in questo ambito.
In altre parole, una transazione tripartita: a Barzani il denaro; agli Stati Uniti il vantaggio nei negoziati; a Israele la continuazione della guerra d’attrito contro l’Asse della Resistenza. E in tale contesto, se fosse necessario designare il primo candidato “avvelenatore avvelenato”, sarebbe senza dubbio il governo turco guidato da Erdogan. Il regime di Ankara non immaginava che cercando di attuare il piano distruttivo della Siria avrebbe compromesso coesione, unità e integrità territoriale del proprio Paese. Non previde che Iran e Russia si sarebbero così tanto coinvolti per sconfiggere tale piano; o che dopo il suo fallimento, Washington passasse al piano alternativo di sostenere i curdi ai danno della Turchia; né che avrebbe dovuto combattere contro i suoi partner di SIIL e Jabhat al-Nusra (gli accordi di Astana; NdT). Ancora peggio, né Erdogan, né le autorità politiche turche, né i loro servizi di sicurezza, avevano immaginato che chi deviò il petrolio iracheno per tangenti, cooperando coi capi della mafia turca, avrebbe spinto il tradimento fino a chiedere questo referendum separatista tra gli attuali disordini, venendo inoltre supportato da Israele e Stati Uniti, aprendo così la via allo smantellamento della Turchia. Anzi, per anni Irbil è stato l’alleato inevitabile di Ankara, mentre Teheran era il nemico designato, ma ora tutto è cambiato. E mentre la Turchia giocava su tutte le corde del conflitto settario, in partnership con Qatar e Arabia Saudita, sperando di avere il sopravvento sul mondo sunnita, è diventato un partner di chi chiede l’unione tra sciiti e sunniti in Iraq e nella regione, come l’Iran. Una svolta impossibile senza la minaccia della balcanizzazione annunciata nel 2006 da Joseph Biden sul New York Times, sotto il titolo: “Unità attraverso l’autonomia in Iraq”. E ora che Barzani attuta tale minaccia, malgrado gli avvertimenti dai Paesi limitrofi e Israele che l’applaude, Turchia e Iran chiudono lo spazio aereo iracheno del Kurdistan con il sostegno di Baghdad, che annunciava decisioni legislative e legali in risposta al referendum, Erdogan affermava che l’opzione militare è sul tavolo se necessario, e l’Iran avviava “manovre militari” alle frontiere, ecc.
Qualunque sia il gioco, gli Stati Uniti scopriranno finalmente che ogni loro mossa sarà più costosa del previsto beneficio e che tentando di uscire dall’impasse, finiranno in un altro. Dichiarare il sostegno ai separatisti curdi equivarrebbe a farsi nemici i governi di Baghdad e Ankara. La loro disapprovazione susciterebbe la frustrazione dei curdi che credono nella loro promessa e, soprattutto, a quella di Barzani sulla forza invincibile del “fatto compiuto” imposto dal referendum e dal sostegno d’Israele. Israele vuole solo una cosa: che i curdi s’impongano come entità ostile a Teheran e Baghdad, un’entità dai confini strategicamente interessanti per il perseguimento dei suoi piani destabilizzanti e col minimo costo. Quindi, può solo offrirgli illusioni e incoraggiarli a suicidarsi. Barzani sega il ramo su cui era seduto per tanti anni e non è detto che possa tornare indietro… si vedrà.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Per grazia d’Israele – Il clan Barzani e l’indipendenza curda

Moon of Alabama, 28 settembre 2017La regione curda dell’Iraq ha tenuto un “referendum” sulla separazione dall’Iraq per formare uno Stato indipendente. Il referendum era altamente irregolare e dal risultato assicurato. Tale referendum aveva più a che fare con la situazione confusa dell’illegittimo presidente regionale Barzani che con l’autentica opportunità di raggiungere l’indipendenza. Il referendum non era vincolante. Adesso tocca a Barzani dichiarare l’indipendenza o mettere da parte la questione in cambio, in sostanza, di altri soldi. Scrivemmo la prima volta del problema curdo e delle ambizioni curde in Iraq nel dicembre 2005 (!) I problemi per una regione curda indipendente che osservammo sono ancora gli stessi: “Uno Stato curdo senza sbocchi potrebbe produrre un sacco di petrolio, ma come arriverebbe ai mercati, in particolare ad Israele? I Paesi vicini, Turchia, Iran e Siria, hanno minoranze curde e non hanno motivo di aiutare uno Stato curdo ad arricchirsi e vedere quel denaro versato alle loro minoranze insignificanti. Dopo che i curdi presero Qirquq, il resto dell’Iraq non supportò gli oleodotti per il petrolio curdo“. Arabi, turchi e iraniani vedono i curdi come una tribù nomade recalcitrante e stregata dagli interessi israeliani. A metà degli anni Sessanta e Settanta Israele collaborò con l’Iran, alleato degli Stati Uniti sotto lo shah, per combattere contro i nemici arabi, Iraq, Siria e Egitto. Nell’ambito della cooperazione, il Mossad inviò il colonnello Tzuri Sagi a sviluppare piani e costiuire un esercito curdo per combattere le truppe irachene nel nord dell’Iraq. Tzuri Sagi era anche responsabile degli attentati a Sadam Husayn. Il suo partner curdo era il capoclan Barzani, Mullah Mustafa Barzani. L’esercito curdo creato dagli israeliani è ora conosciuto come Peshmerga. Il figlio di Mullah Mustafa Barzani, Masud Barzani, è ora il presidente illegittimo della regione curda dell’Iraq.
I Barzani fanno parte di una grande tribù curda e di un clan leader nella regione curda dell’Iraq. (L’altro grande clan sono i Talabani, attualmente assai meno potenti). Nel 2005 Masud Barzani fu eletto presidente della regione curda dell’Iraq. Il suo mandato di otto anni terminò nel 2013. Il parlamento regionale ne estese la presidenza per due anni. Ma dal 2015 governa senza alcuna base giuridica, vietando di convocare il parlamento per farlo dimettere. Il figlio di Masud Barzani, Mazrur Barzani, è cancelliere del Consiglio di sicurezza della regione. Controlla l’intelligence militare e civile. Nechirvan Barzani, nipote di Masud Barzani, è il primo ministro della regione curda. Gli interessi petroliferi statunitensi hanno contribuito a costruire il potere dei Barzani. I curdi pompavano e vendevano petrolio senza il consenso di Baghdad, che viene esportato attraverso gli oleodotti turchi e venduto principalmente ad Israele. La famiglia del presidente turco Erdogan è intimamente coinvolta in tali attività. Ma nonostante i miliardi dalle vendite di petrolio (illegali), la regione curda è fortemente indebitata. La corruzione nel Kurdistan e nel governo regionale spogliarono le banche locali dal denaro fresco. Ciò non basta a pagare gli stipendi. La mafia della famiglia Barzani ha derubato la regione. Per andare avanti, il governo locale deve sequestrare altra ricchezza e allargare la propria economia.
La famiglia Barzani ha profondi legami religioso-storici con l’ordine spirituale sufi dei naqshbandi. L’Esercito degli uomini dell’Ordine Naqshbandi era uno dei gruppi della resistenza sunnita-baathista all’occupazione statunitense dell’Iraq. Nel 2014 aiutò (o no?) lo Stato islamico a prendere Mosul prima di esserne sconfitto. I curdi iracheni con Masud Barzani, nel maggio 2014 furono complici dell’occupazione dello Stato islamico di Mosul e della regione del Sinjar abitata dai curdi yezidi, che videro come opportunità per prendere altro petrolio e dichiarare l’indipendenza da Baghdad. Solo dopo che lo Stato islamico puntò verso la capitale curda Irbil, dove l’intelligence statunitense e israeliana, nonché le compagnie petrolifere occidentali, hanno sede, i Barzani si opposero allo Stato islamico. Quindi, usarono la lotta allo Stato islamico per allargare l’area occupata del 40%. Le minoranze, come yezidi e assiri, furono cacciate dalle loro case dallo Stato islamico ed ora non possono tornarvi a causa degli occupanti curdi. Come la corrispondente del NYT Rukmini Callimachi riferiva: “Un ritornello comune che sento è che l’esercito iracheno scappò quando lo SIIL prese Mosul, mentre i curdi rimasero. Purtroppo non è vero. Una delle aree controllate dalle truppe curde era il monte Sinjar, che ospita gran parte dei 500000 yazidi che vivono in Iraq. Secondo decine di interviste che feci ai sopravvissuti del genocidio dello SIIL, le truppe curde scapparono quando lo SIIL apparve. Aggiungendo l’insulto al danno, dicono i leader della comunità, le truppe curde disarmarono gli yazidi e non li avvertirono dell’avanzata dello SIIL. Migliaia di donne yazidi furono rapite e violentate dallo SIIL. Molte mi dissero che ciò era anche colpa delle truppe curde”. Callimachi riferisce inoltre che le truppe curde ora impediscono agli yezidi di tornare a casa. Barzani ha ampliato unilateralmente il proprio territorio dichiarandolo unilateralmente parte della regione curda. I curdi occupano anche terre e villaggi già menzionati nella bibbia, che appartengono ai cristiani assiri. Un altro nodo è Qirquq, città ricca di petrolio nella regione turco-araba. I curdi l’occuparono nel 2014 mentre lo Stato islamico marciava su Baghdad. La mossa su Qirquq era, presumibilmente, coordinata con lo Stato islamico. Ora vogliono annetterla. Lo Stato iracheno è naturalmente duro su questo e invia l’esercito. Il governo turco, che si vede difensore dei turcomanni, minaccia d’intervenire. Dopo il referendum per l’indipendenza curda, il governo iracheno ha dichiarato il blocco parziale della regione. L’Iraq è uno Stato sovrano, la regione curda no. Questo dà a Baghdad molti modi per rispondere alle ambizioni curde, a partire dai voli internazionali (civili) per Irbil vietati da Baghdad. È probabile che si abbia un blocco terrestre e l’arresto dei trasferimenti commerciali e monetari. Siria, Iran e Turchia sono tutti contro l’indipendenza curda e hanno minacciato di rispondere. Ufficialmente gli Stati Uniti sono contro lo Stato curdo indipendente. Israele è l’unico a sostenere il referendum. Tale simpatia (o convenienza politica) è reciproca: ad Irbil, il capo dei sondaggi gridava: “Siamo il secondo Israele!
Chuck Schumer, capo democratico al senato e agente sionista, invitava l’amministrazione Trump a riconoscere il Kurdistan indipendente. Trump non può farlo perché metterebbe gli Stati Uniti contro gli “alleati” del governo turco e iracheno. Ma la posizione ufficiale è diversa da quella che gli Stati Uniti hanno sul terreno. Le armi statunitensi continuano ad arrivare alle forze curde in Iraq e in Siria. Allo stesso modo la Turchia è ufficialmente molto preoccupata dall’indipendenza dei curdi dell’Iraq, ma anche dagli interessi commerciali. A lungo termine teme i movimenti per l’indipendenza della propria grande popolazione curda e vede il referendum in Iraq come mossa degli USA contro la sicurezza turca: “I turchi ritengono che il referendum sia effettivamente parte del desiderio di Washington di creare “un secondo Israele” nella regione. Il sostegno d’Israele al referendum del KRG alimenta questa percezione”. Secondo il primo ministro iracheno, la Turchia ha accettato d’isolare la regione curda. Ma le compagnie turche, e la famiglia Erdogan, hanno interessi commerciali sul petrolio della regione curda. La Turchia esporta circa 8 miliardi di dollari all’anno in prodotti alimentari e beni di consumo nella regione curda. Mentre Ankara teme che la sua popolazione curda segua l’esempio iracheno, l’avidità dei parenti potrebbe prevalere sugli interessi nazionali a lungo termine. Senza l’accordo turco, una regione curda “indipendente” in Iraq non può sopravvivere. Tale indipendenza dipende totalmente dai capricci di Ankara. Se Masud Barzani guadagnasse abbastanza sostegno estero prevalendo nella mossa indipendentista, la situazione in Siria cambierebbe. I curdi in Siria sono attualmente guidati dal PKK/YPG, un culto politico-militare che segue la cruda filosofia di Abdullah Öcalan. Politicamente contrari ai Barzani hanno interessi e atteggiamenti simili. Anche se sono solo l’8% della popolazione, hanno occupato il 20% del territorio della Siria e ne controllano il 40% delle riserve petrolifere. Il continuo sostegno statunitense ai curdi siriani e l’esempio in Iraq potrebbero incoraggiarli a staccarsi dalla Siria. Damasco non sarà mai d’accordo. L’indipendenza curda, come il Barzanistan in Iraq e/o il cultismo anarco-marxista di Ocalan in Siria, avvierebbe un altro decennio di guerre tra le entità curde e le nazioni vicine, o tra le stesse disunite tribù curde.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il referendum del Kurdistan è un complotto israeliano

Il referendum di Barzani
Tutti i popoli hanno il diritto all’autodeterminazione, ma non è il momento di volere l’indipendenza curda
Abdalbari Atwan, Rai al-YumHo incontrato Masud Barzani solo una volta. Fu in occasione di un evento organizzato dal partito Giustizia e Sviluppo (AKP) della Turchia nel settembre del 2012, a conclusione del secondo mandato del presidente Recep Tayyip Erdogan a segretario generale (le regole del partito impedirono di rimanervi per un terzo mandato). Il capo del Partito democratico del Kurdistan dell’Iraq (KDP) era uno dei tre ospiti della conferenza. Gli altri erano il presidente egiziano Muhamad Mursi, appena eletto, e Qalid Mishal, capo dell’ufficio politico di Hamas. Tutti ospiti dei turchi, ma l’attenzione dedicata a Bazrani era particolare, riflettendo il suo stretto rapporto personale e familiare con Erdogan. Due del trio sono scomparsi dalla scena politica. Mursi è stato deposto e imprigionato ingiustamente, ed è dietro le sbarre con l’ergastolo. Il termine di Mishal è scaduto ad aprile e Hamas ha scelto una nuova leadership; attualmente vive in Qatar. È una questione aperta se anche Barzani subirà lo stesso destino, dopo aver insistito nel tenere il referendum sull’autonomia curda irachena, ignorando i tentativi internazionali e regionali di persuaderlo od implorarlo ad annullare o rinviare il voto, per evitare il peggio. L’esito del referendum era indubbio da mesi. Il “Sì” prevale tra gli elettori nella stragrande maggioranza, secondo tutti i sondaggi. La grande incertezza è ciò che succederà il giorno dopo il referendum. Tutti i segnali indicano che sarà un momento difficile ed instabile. Data la reazione degli Stati vicini, alcuni dei quali vedono il voto come dichiarazione di guerra, si potrebbe innescare una guerra le cui prime vittime saranno inevitabilmente i curdi. I combattenti di Barzani hanno combattuto con zelo senza precedenti contro lo Stato islamico e centinaia sono stati uccisi nella battaglia per liberare Mosul. Non era nel loro interesse, ma su invito degli Stati Uniti in cambio della promessa dell’eventuale indipendenza, anche senza un accordo. La guerra allo Stato islamico ha unito parti contrapposte: curdi e arabi, turchi e iraniani, statunitensi e russi, musulmani e cristiani, sunniti e sciiti. Era il cemento che teneva insieme un’alleanza tra tutti legandoli per circa quattro anni. La guerra si avvicina alla fine e l’alleanza comincia rapidamente a disintegrarsi, forse per una guerra regionale ancora più feroce. Le guerre hanno la tendenza a riprodursi e replicarsi nel Medio Oriente, a cui è vietato essere stabile.
Barzani ha scelto il momento sbagliato per il referendum. Così ha unito i suoi vicini arabi, iraniani e turchi contro lui e il suo popolo. Inoltre, il Kurdistan iracheno non ha attualmente i vantaggi di un vero Stato. È senza sbocco e le sue frontiere non sono definite, il debito aumenta e il tesoro è vuoto, i dipendenti pubblici non sono pagati da mesi, la democrazia zoppica, o piuttosto non esiste, il suo mandato è scaduto due anni fa ed è dubbio che le prossime presidenziali, previste a novembre, avranno luogo. Barzani ha sospeso il parlamento del Kurdistan due anni fa, quando cominciò a fare domande su dove i ricavi regionali del petrolio finissero e alcuni parlamentari chiesero che i suoi poteri assoluti venissero temperati. Inoltre, la corruzione è assoluta ed esistono forti differenze tra le regioni del Kurdistan iracheno: l’enclave orientale di Sulaymaniya, controllata dall’Unione Patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani (PUK) e il feudo della dinastia Barzani, ad Irbil.
I visitatori ad Irbil riferiscono che l’atmosfera è assai tesa. La stragrande maggioranza dei curdi vive una miscela di gioia e apprensione: la gioia per il referendum e la prospettiva di dichiarare l’indipendenza e l’apprensione sul futuro. Il blocco contro di loro è iniziato prima del voto, con Iran e Iraq che chiudono le frontiere terrestri e lo spazio aereo, Turchia e Iran che compiono esercitazioni militari congiunte e le Forze di mobilitazione popolare irachene accelerano le operazioni a Hauyja in modo da poter rivolgere l’attenzione su Qirquq, Qanaqin, Sinjar, pianura di Niniwa e altre aree controllate dai curdi fuori dall’area di competenza ufficiale del governo regionale del Kurdistan (KRG), togliendoli ai pishmarga. Il colpo serio si avrà quando la Turchia chiuderà l’oleodotto curdo, principale fonte di reddito del KRG. I governi europei, i cui consigli a rinviare il referendum sono stati ignorati da Barzani, hanno minacciato di tagliare gli aiuti alla regione. Il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi ha accusato Barzani di usurpare l’autorità statale e di ribellarsi alle sentenze della Corte federale suprema che ha deciso che il referendum era incostituzionale. Il premier turco Binali Yildirim ha definito il voto una minaccia alla sicurezza nazionale del suo Paese. Barzani ha ribattuto che l’Iraq è divenuto uno Stato settario piuttosto che una democrazia, che l’indipendenza è l’unico premio per le madri dei martiri curdi e che è pronto ad ogni eventualità.
Israele è l’unico Paese al mondo a sostenere apertamente il referendum e sollecita Barzani a dichiarare l’indipendenza. Col tempo sarà l’unico Paese a riconoscere lo Stato del Kurdistan. Questo potrebbe farlo assomigliare allo Stato turco-cipriota di Rauf Denktas, proclamato quattro decenni fa su Cipro settentrionale, ma che non ha ottenuto alcun riconoscimento internazionale. La differenza nei due casi è che il rivale greco-cipriota è debole e accomodante, e Grecia e Turchia sono nella NATO. Lo Stato curdo, invece, sarà assediato da quattro potenze regionali: Turchia, Iran, Iraq e Siria, che lo considerano preludio al loro smembramento perché ospitano minoranze curde dalle stesse aspirazioni all’indipendenza. Ciò è stato riassunto da Nidhal Qablan, ex-ambasciatore siriano in Turchia, quando osservò in un’intervista televisiva che la Siria non consentirà la creazione di uno Stato “sionista dai pantaloni bagnati” sul confine settentrionale, riferimento al crescente sentimento separatista tra i curdi siriani, l’avanzata dei combattenti delle forze democratiche siriane (SDF), sostenute dagli statunitensi, su Dayr al-Zur, il sequestro di campi di petrolio e gas nella regione e la partecipazione alle elezioni comunali nelle aree occupate dai curdi in Siria quale preludio al voto parlamentare. Non c’è dubbio che iraniani e turchi la pensino allo stesso modo. L’autodeterminazione è diritto legittimo di tutti i popoli. Ma risorse e garanzie necessarie vanno attuate e la tempistica dev’essere appropriata. Non credo che Barzani abbia fatto fatto bene i calcoli prima di tale passo fondamentale nella storia della nazione curda. Il referendum potrà apportare un’autonomia ‘teorica’ per i nostri fratelli e sorelle curdi, ma potrebbe innescare una guerra etnica che si trascini per decenni. Quello che temo di più è che il destino dello Stato curdo finisca ad assomigliare a quello dello Stato islamico, nonostante le enormi differenze e le circostanze della loro nascita. Resta comunque il fatto che l’alleanza riunitasi per sradicare il primo è in gran parte impegnata a vincere la guerra ancor prima della sua nascita.

Il referendum del Kurdistan è un complotto israeliano
Tehran Times 26 settembre 2017

Il 26 settembre, varie figure di alto rango politiche e militari iraniane esprimevano forte opposizione al referendum per l’indipendenza della regione del Kurdistan iracheno, definendolo complotto israeliano ed avvertendo delle conseguenze. La regione semi-autonoma del Kurdistan dell’Iraq ha tenuto il referendum per l’indipendenza il 25 settembre. Il presidente del Kurdistan Masud Barzani ha ignorato gli appelli internazionali contro il referendum. Ali Akbar Velayati, consigliere del Leader supremo, dichiarava che “il caos politico” in Medio Oriente sarà una delle conseguenze del referendum, “I curdi sicuramente abbatteranno Barzani prima che lo faccia il governo iracheno“. Velayati notava che Stati Uniti e regime sionista d’Israele sono responsabili della decisione di Barzani. L’Iran insiste sull’integrità territoriale dei Paesi regionali, come l’Iraq, rilevava Velayati. Tuttavia, definiva il referendum “inconsistente” e privo di “risultati positivi“.

“L’Iran non accetterà la divisione dell’Iraq”
Il Presidente del Majlis Ali Larijani affermava che l’Iran “non accetterà” la divisione dei Paesi regionali tra cui l’Iraq e ha detto che Teheran sarà col governo centrale iracheno, aggiungendo che la separazione del Kurdistan causerà una nuova crisi in Iraq e che la disgregazione dei Paesi regionali è una “politica israeliana” contraria agli interessi di qualsiasi gruppo etnico.

L’Iran contro la disgregazione dei Paesi regionali: Ministro della Difesa
Il Ministro della Difesa Amir Hatami affermava che l’Iran è contrario a qualsiasi mossa per disintegrare i Paesi regionali e modificarne i confini geografici. Durante la riunione con l’ambasciatore turco a Tehran, Riza Hakan Tekin, Hatami dichiarava che la politica principiale dell’Iran è rispettare la sovranità nazionale e l’integrità territoriale dei Paesi.

‘Il referendum è un complotto destinato a favorire nuove crisi’
Mohammadi Golpayegani, capo dello staff dell’ufficio del Leader supremo, affermava che il referendum sull’indipendenza nel Kurdistan iracheno è un complotto sionista destinato a favorire nuove crisi dopo la fine dello SIIL in Iraq. “Si sia sicuri che si tratta di un complotto del regime sionista, ora che lo SIIL sparisce e dopo che il capo della forza al-Quds, Generale Sulaymani, annunciava che presto celebreremo la fine dello SIIL“, osservava Mohammadi. “Ora hanno creato un nuovo problema nella regione“, e avvertiva che “il referendum e relative questioni causeranno molti problemi ai curdi e ai Paesi limitrofi”.

Un generale iraniano definisce il referendum “complotto sionista”
Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Maggiore-Generale Mohammad Hossein Baqeri, accusava il regime sionista di orchestrare il referendum sull’indipendenza nel Kurdistan iracheno. Il regime sionista d’Israele e l’arroganza globalista sono dietro il referendum, affermava. Il Maggiore-Generale Yahya Rahim Safavi, consigliere militare di primo piano della rivoluzione islamica, definiva il referendum nuovo complotto statunitense-israeliano nella regione. “Dopo la sconfitta dello SIIL in Siria e in Iraq, il referendum nel Kurdistan provocherà l’escalation delle tensioni nella regione“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Federalismo in Siria: Whashington, Parigi e Berlino ancora manovrano?

Zayd Hashim, Global Research, 19 settembre 2017

Il 18 settembre, alla domanda sul referendum curdo previsto il 25 settembre dal clan Barzani in Iraq, Jean-Yves Le Drian rispose: “Siamo già in Iraq che si prepara al dopo-SIIL. E per noi, dopo lo SIIL si presuppone una governance politica inclusiva, rispettosa della costituzione irachena e quindi della sua dimensione federalista, rispettosa delle comunità che la compongono e dell’integrità territoriale dell’Iraq. Questo è il messaggio che ho dato al Primo ministro Abadi a fine agosto, visitando Baghdad. Anche questo è quanto ho detto chiaramente al presidente Barzani. Nella costituzione irachena (imposta dall’invasione statunitense) vi sono elementi importanti dell’autonomia costituzionale del Kurdistan. Questi elementi vanno rispettati, convalidati e protetti, ed è nel dialogo tra Baghdad e Irbil che può avvenire. Mi sembra che qualsiasi altra iniziativa sia inopportuna” [1]. La Francia sarebbe quindi per la dimensione federalista e l’integrità territoriale dell’Iraq. E sulla Siria, oltre a riaffermare l’impegno “nella lotta all’impunità degli autori degli attacchi chimici“, che sarebbero dovutamente le autorità siriane, nonostante le prove contrarie e la “nota falsa” [2] del predecessore di Le Drian al ministero degli Esteri?
Ecco un’informazione del 17 settembre. Il futuro ne giudicherà pertinenza o assurdità. In sintesi:
secondo fonti non specificate, “Firil Center for Studies” (FCFS) di Berlino ha appreso che sono in corso negoziati tra curdi siriani e iracheni da un lato, e Washington, Berlino e Parigi dall’altro, che porterebbero i curdi siriani a dichiarare la “federalizzazione” della Siria contro il rinvio per due anni del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Pertanto, i curdi iracheni potrebbero annullarlo. Le stesse fonti avrebbero affermato che se tali negoziati avessero successo, la dichiarazione curda siriana verrebbe emessa quanto prima e riguarderebbe il governatorato di Hasaqah (il territorio dell’ex-provincia di Jazirah) comprendente i distretti di Hasaqah, Maliqiyah, Qamishli e Ras al-Ayn), nonché parte dei governatori di Raqqa e Dayr al-Zur. Un video accompagna l’articolo ribadendo certe verità deliberatamente ignorate da chi parla di Kurdistan siriano mai esistito. Si ricorda infatti che fino al maggio 1925 i curdi rappresentavano meno del 2% della popolazione siriana, improvvisamente saliti al 10% dopo la repressione turca della rivolta curda guidata da Shayq Said Piran contro il governo di Ataturk [3], che spinse 300000 curdi a rifugiarsi nelle province di Jazirah, a nord di Aleppo, Ayn al-Arab (Kobané secondo i curdi) e Ifrin. A sostegno di tali affermazioni, la testimonianza dell’osservatore tedesco Christoph Neumann [4] e altri documenti storici che dimostrano le origini assire e/o armene e/o arabe di queste città nel nord della Siria, senza alcuna traccia di presenza curda prima degli anni ’20. I curdi siriani che hanno autorizzato le basi militari straniere in Siria sono pertanto caduti nella trappola israeliano-statunitense-europea finanziata da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. A meno che non si liberino dai loro capi, resteranno le marionette delle grandi potenze e purtroppo ne saranno le vittime, proprio come i curdi iracheni, perché le cose non andranno sicuramente come prevedono…

Dottor Zayd M. Hashim, Redattore del Centro Studi Firil 17 settembre 2017
Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-NakhalNote:
[1] Jean-Yves Le Drian – conférence de presse à l’Assemblée générale des Nations Unies
[2] Crise syrienne: la note falsifiée du gouvernement français
[3] Shayq Said Piran
[4] “Kleine Geschichte der Türkei”, von Klaus Kreiser und Christoph K. Neumann

Traduzione di Alessandro Lattanzio