La difesa missilistica statunitense non ferma gli Scud yemeniti

25 anni dopo il fallimento della Guerra del Golfo, i sistemi Patriot degli Stati Uniti non riescono ancora a distruggere i missili sovietici degli anni ’60
Marko Marjanovic Checkpoint Asia 7 dicembre 2017Lo sapete, il mese scorso Ansarullah dello Yemen lanciò un missile sovietico Scud modificato contro l’aeroporto di Riyadh, intercettato in volo da missili Patriot di fabbricazione statunitense che i militari sauditi gli avevano sparato contro. Trump si vantò che “Il nostro sistema ha buttato giù il missile. Ecco quanto siamo bravi. Nessuno fa ciò che produciamo, e ora lo vendiamo in tutto il mondo”. Mentre i sauditi usarono il lancio del missile, sparato in rappresaglia ai loro innumerevoli massacri di civili, per intensificare il blocco dello Yemen, che ha già creato un’epidemia di colera e la malnutrizione nel Paese, fino ad affamarlo. Tuttavia, almeno due aspetti della storia sono sbagliati (Tre se si contano le assurdità di come il missile sarebbe stato fornito dall’Iran). Primo, il missile non fu lanciato da Ansarullah, poiché non ha queste armi pesanti. In realtà fu lanciato dai lealisti di Salah, cioè dalla parte dell’esercito rimastagli fedele e che fa parte della coalizione antisaudita dello Yemen. Inoltre i missili Patriot statunitensi non abbatterono lo Scud. Cinque missili furono sparati ma lo mancarono tutti. La Scud continuò sorvolando proprio la batteria antimissile saudita colpendo il territorio dietro di essa, mancando la pista di soli 300 metri, in realtà una precisione decente per un missile che risale agli anni ’60. Proprio come gli Stati Uniti mentirono sulle prestazioni dei missili Patriot durante la guerra del Golfo del 1990-91 contro l’Iraq. Presumibilmente i Patriot avrebbero intercettato la maggioranza degli Scud lanciati dall’Iraq, cosa che in seguito si dimostrò completamente falsa e infine riconosciuta come menzogna. Comunque fosse, da allora la storia fu che, sebbene i Patriot avessero fallito nel 1991, erano stati migliorati tanto che ora funzionano come pubblicizzato. Non è così. I sistemi antimissile statunitensi non riescono ad abbattere neanche i missili terra-terra sovietici degli anni ’60 (che di per sé non erano molto lontani dalle V-2 lanciate dai tedeschi nel 1944). Questa non è necessariamente un’accusa alla tecnologia statunitense. Colpire un missile supersonico con un altro missile è straordinariamente difficile. Farlo in modo affidabile sarebbe semplicemente al di là dell’attuale tecnologia. Ma si accusa la pubblicità degli Stati Uniti. Forse è ora che la smettano di vantare un sistema d’arma che chiaramente non funziona.
Il New York Times aveva un buon articolo di specialisti che smentivano la storia saudita: “Le prove analizzate da un gruppo di esperti missilistici sembrano dimostrare che la testata del missile violò senza ostacoli le difese saudite e quasi centrò il bersaglio, l’aeroporto di Riyadh. La testata esplose così vicino al terminal interno che i clienti saltarono dalle sedie… Lewis ed altri analisti del Middlebury Institute of International Studies di Monterey, in California, erano scettici quando sentirono la dichiarazione dell’Arabia Saudita di aver abbattuto lo Scud yemenita. I governi hanno sopravvalutato l’efficacia delle difese missilistiche in passato, anche nei confronti degli Scud. Durante la prima guerra del Golfo, gli Stati Uniti sostennero un registro perfetto di abbattimenti delle versioni irachene dello Scud. Le analisi successive rilevarono che tali intercettazioni fallirono. Aveva fallito anche a Riyadh? I ricercatori rastrellarono sui social media tutto ciò che fu pubblicato nell’area in quel periodo, alla ricerca di indizi.

I rottami
Lo schema dei detriti del missili su Riyadh suggerisce che le difese missilistiche colpirono l’innocua sezione posteriore del missile o lo mancarono del tutto. Proprio mentre i sauditi usarono le difese missilistiche, i rottami caddero nel centro di Riyadh. I video pubblicati sui social media riprendono una sezione particolarmente ampia, caduta in un parcheggio vicino la scuola Ibn Qaldun. Altri video mostrano rottami caduti in una manciata di luoghi su un’area di circa 500 metri lungo l’autostrada. Funzionari sauditi dissero che i rottami, che sembra appartenessero a un Burqan-2 abbattuto, ne dimostravano il successo. Ma un’analisi dei rottami mostra che le componenti della testata, la parte del missile che trasporta gli esplosivi, mancavano. La testata mancante indicava qualcosa d’importante agli analisti: il missile avrebbe eluso le difese saudite. Il missile, per sopravvivere agli stress di un volo di circa 600 miglia, era quasi certamente progettato per separarsi in due parti una volta sul bersaglio. Il fuso, che spinge il missile per la maggior parte della traiettoria, cade e la testata, più piccola e difficile da colpire, continua sull’obiettivo. Questo spiegherebbe perché i rottami a Riyadh sembrassero costituiti solo dal fuso, suggerendo che i sauditi avessero mancato il missile, o colpito il fuso dopo che si era separato, iniziando a cadere a terra oramai inutile. Alcuni funzionari statunitensi dissero che non ci sono prove che i sauditi abbiano colpito il missile. Invece, i resti potrebbero essere dovuti alla pressione del volo. Ciò che i sauditi presentavano come prova dell’intercettazione riuscita, sarebbe semplicemente il missile che si distacca dal fuso come previsto.La posizione dell’esplosione
Un’esplosione a 12 miglia di distanza all’aeroporto di Riyadh suggerisce che la testata volò senza ostacoli sul bersaglio. Verso le 21:00, all’incirca nello stesso momento in cui i rottami si schiantavano a Riyadh, una forte esplosione scosse il terminal nazionale dell’aeroporto internazionale Re Qalid di Riyad. “Ci fu un’esplosione nell’aeroporto“, dice un uomo in un video pochi istanti dopo l’esplosione. Lui ed altri si precipitarono alle finestre mentre i veicoli di emergenza correvano sulla pista. Un altro video, ripreso da terra, mostra i veicoli di emergenza alla fine della pista. Poco oltre compare un pennacchio di fumo confermando l’esplosione e indicando il probabile punto d’impatto. Un portavoce di Ansarullah disse che il missile colpì l’aeroporto. C’è un’altra ragione per cui gli analisti pensano che la testata abbia violato le difese missilistiche. Localizzarono le batterie Patriot che spararono al missile, mostrato nel video, scoprendo che la testata le sorvolò. Funzionari sauditi dissero che alcuni resti del missile intercettato caddero sull’aeroporto. Ma è difficile immaginare come un frammento disperso volasse 12 miglia oltre il resto dei relitti, o perché esplodesse all’impatto.

L’impatto
Fumo e danni al suolo suggeriscono che la testata colpì vicino al terminal nazionale dell’aeroporto. Le immagini dei soccorsi e il pennacchio di fumo rivelano informazioni anche sulla natura dell’impatto. Una foto del pennacchio presa da una posizione diversa sembra coerente coi pennacchi prodotti da missili simili, suggerendo che l’esplosione non fosse dovuta a un rottame disperso o a un incidente non correlato. Identificando gli edifici nella foto e nel video, la squadra di Lewis individuò i punti da cui furono riprese le immagini, rivelando la posizione precisa del pennacchio: a poche centinaia di metri dalla pista 33R e a circa un chilometro dall’affollato terminale interno. L’esplosione fu piccola e le immagini satellitari dell’aeroporto scattate immediatamente prima e dopo l’esplosione non sono abbastanza chiare da riprendere il cratere dall’impatto, secondo gli analisti. Ma mostra danni a terra coi veicoli di emergenza, sostenendo che la testata avesse quasi colpito la pista. Mentre Ansarullah mancò il bersaglio, secondo Lewis, si avvicinò abbastanza da mostrare che i suoi missili possono raggiungerlo evitando le difese saudite. “Un chilometro è un rateo d’errore piuttosto normale per uno Scud“, disse. Persino Ansarullah potrebbero non averlo capito, affermava Lewis. A meno che non avesse intelligence nell’aeroporto, avrebbe poche ragioni per dubitare delle relazioni ufficiali. “Ansarullah fu sul punto d’incenerire quell’aeroporto“, disse. Laura Grego, un’esperta missilistica dell’Unione degli scienziati interessati, espresse allarme sulle batterie della difesa saudita che spararono cinque volte contro il missile; “Spararono cinque volte a questo missile mancandolo sempre? È scioccante“, disse. “È scioccante perché questo sistema dovrebbe funzionare“.”Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Yemen, dinamica di un golpe fallito

Alessandro Lattanzio, 6/12/2017Il leader di Ansarullah, Sayad Abdulmaliq al-Huthi, affermava che il movimento era riuscito a sventare una grave minaccia alla sicurezza del Paese eliminando il complotto ordito dall’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che si era schierato dalla parte degli aggressori dello Yemen. Il leader di Ansarullah affermava che le posizioni di Salah, sostenute da un fronte unito di nemici, avevano sorpreso anche il suo partito. Sayad Huthi affermava che i partigiani di Salah e la coalizione saudita si erano coordinati per occupare Sana. Sayad Huthi, osservando che il popolo e la resistenza dello Yemen erano stati i principali fattori che permisero alle forze yemenite di sventare la cospirazione, dichiarava che Arabia Saudita e suoi alleati Stati Uniti e Regno Unito, “Sono consumati dalla rabbia e gli auguriamo di morirne“, perché qualunque cosa facciano, la nazione yemenita sarà più resistente e vigile, traendo una lezione dal fallimento del complotto di Salah a Sana. La guerra scatenata da Salah era, difatti, la continuazione della guerra lanciata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro lo Yemen, dato il supporto aereo da essi fornito alle milizie di Salah. Infine, invitava tutte le forze politiche dello Yemen a rimanere unite e a formare un fronte unico per difendere l’indipendenza del Paese e sconfiggere il nemico.
Secondo funzionari yemeniti, il golpe di Salah fu programmato ad Abu Dhabi all’inizio dell’anno, in collaborazione con l’Arabia Saudita; “Muhamad bin Salman principe ereditario dell’Arabia Saudita, fu convinto dagli Emirati Arabi Uniti ad abbandonare l’ex-presidente yemenita Abdarabu Mansur Hadi a vantaggio di Salah, allo scopo di por fine alla guerra contro lo Yemen. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno perso molti uomini in questa guerra e sembra che con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, Salah, o uno dei suoi figli, potesse concluderla“. Muhamad bin Salman aveva inviato Ahmad al-Asiri, ex-portavoce della coalizione saudita, ad Abu Dhabi a giugno per incontrare il figlio di Salah, Ahmad, e discutere la possibilità di formare un nuovo governo nello Yemen. Ahmad vive da cinque anni negli Emirati Arabi Uniti. Murad al-Azany, analista politico yemenita e professore all’Università di Sana, dichiarava che il figlio di Salah era la “carta vincente” degli Emirati Arabi Uniti, “Gli Emirati Arabi Uniti hanno tenuto sotto controllo Ahmad nel caso in cui qualcosa accadesse al padre: in quel caso, pensavano di spedirlo immediatamente nello Yemen ad assumerne il ruolo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sempre avuto piani per lui: è uno strumento, proprio come l’ex-presidente afgano Hamid Karzai fu usato dagli Stati Uniti, e quando sarà il momento, lo useranno per fare ciò che vogliono“.
Secondo il ricercatore iraniano Dr. Muhamad Sadiq al-Husayni, Salah aveva preparato il colpo di Stato contro Ansarullah otto mesi prima, con l’aiuto del principe emiratino Muhamad bin Zayad, del generale Shaul Mofaz, ex-ministro della Difesa israeliano, di Muhamad Dahlan, ex-membro del comitato centrale di Fatah e di Ahmad Ali Abdullah Salah, figlio dell’ex-presidente yemenita. La pianificazione dell’operazione fu avviata ad Abu Dhabi, e successivamente gli incontri si svolsero sull’isola di Socotra, ceduta da Abdurabu Manour Hadi agli Emirati Arabi Uniti. Nell’isola si ebbero nove incontri, con la partecipazione di ufficiali degli Emirati Arabi, schierati nel sud dello Yemen, ed ufficiali israeliani inviati da Shaul Mofaz. Secondo Husayni, 1200 miliziani fedeli ad Ali Abdullah Salah furono addestrati nelle basi militari degli Emirati Arabi Uniti ad Aden, in vista dell’attuazione del colpo di Stato. Furono stanziati fondi per addestrare 6000 uomini di Salah. Il centro operativo di Muhamad bin Zayad passò 289 milioni di dollari da Aden a Sana attraverso i parenti di Ali Abdullah Salah, tra febbraio e giugno 2017. Inoltre, tra agosto e fine ottobre 2017, Salah ricevette altri 100 milioni di dollari. Il colpo di Stato era previsto per il 24 agosto, ma gli Emirati Arabi Uniti e gli israeliani posticiparono l’operazione per due motivi: scarsa preparazione delle forze di Salah ed Ansarullah che aveva scoperto i piani golpisti. Ancora, i golpisti decisero di armare e addestrare 8000 combattenti filo-Salah. La missione fu affidata a 16 capi dello SIIL trasferiti dall’Iraq ad Aden all’inizio del 2017 e a 4 ufficiali israeliani inviati sempre ad Aden. Le armi dei golpisti furono nascoste in 49 nascondigli a Sana, secondo il piano di mobilitazione per armare i seguaci si Salah nel momento in cui il centro operativo avesse deciso di agire, con sorpresa e rapidità, contro Ansarullah nella capitale Sana. Il piano scattò la notte del 3 dicembre, e prevedeva di controllare Sana entro sei ore. Quando la direzione di Ansarullah capì che i negoziati con Salah erano una manovra tattica, gli garantì la via di fuga in cambio della fine del colpo di Stato, avvertendo che in caso contrario avrebbe risolto la situazione militarmente, cosa effettivamente successa tra il 2 e il 3 dicembre 2017. Dopo che la situazione fu risolta a Sana da Ansarullah, Ali Abdullah Salah fu costretto a fuggire dalla capitale. In coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti, i cui aerei scortarono il suo convoglio, costituito da 3 veicoli blindati e 8 tecniche. 11 posti di blocco lungo la strada furono bombardati dagli aerei della coalizione saudita aprendo la via di fuga a Salah. Ma a Sayan si ebbe lo scontro con elementi di Ansarullah, quindi qli aerei della coalizione saudita bombardarono la postazione per eliminare Ali Abdullah Salah, scomodo testimone del coordinamento tra Emirati Arabi, sauditi ed israeliani.
Ali Abdullah Salah aveva commesso quattro gravi errori:
– Non ha saputo valutare la reazione di Ansarullah. Da agosto, le milizie dell’ex-presidente avevano ampliato l’influenza nella capitale e l’inattività di Ansarullah fu interpretata da Salah come segno di debolezza, mentre in realtà Ansarullah seguiva tutto ciò accadeva e vi si preparava.
– Le principali tribù yemenite, anche quella di Salah, i Sanhan, non sostenevano il colpo di Stato. Furono infatti sorprese dall’improvviso cambio di posizione dell’ex-presidente, che annunciava la fine dell’alleanza con Ansarullah e l’apertura dei rapporti con l’Arabia Saudita. Gli yemeniti si rifiutarono di allinearsi con gli aggressori, che da tre anni distruggono il loro Paese. Inoltre, solo pochi giorni prima Salah aveva elogiato l’Iran e denunciato l’Arabia Saudita.
– Il partito di Salah, il Congresso del Popolo, non lo seguì su questo piano, ritenendolo un mero tradimento.
– Sauditi ed emirati non mantennero la promessa di un aviosbarco presso Sana per sostenere le milizie di Salah, rapidamente travolte da Ansarullah.
Il Comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) Generale Muhamad Ali Jafari, dichiarava “Abbiamo visto che i nemici intendevano lanciare un colpo di Stato contro i Mujahidin ed Ansarullah, ma questo complotto è stato stroncato sul nascere“. Il ministero degli Interni yemenita confermava che l’ex-presidente Salah era stato eliminato mentre scappava da Sana verso Marib su un veicolo blindato. Salah era accompagnato dal vice Arif Zaqa e dal Segretario generale del Partito del Congresso Popolare Yasir al-Uazi quando la loro auto fu colpita al checkpoint di Qulan al-Tayal. Salah doveva incontrare il cugino Ali Muhsan al-Ahmar, vice di Hadi, che doveva aiutarlo a fuggire negli Emirati Arabi Uniti. Nel frattempo, Zayfullah al-Shami, del politburo di Ansarullah, dichiarava che “Ansarullah, che ha già colpito Riyadh e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti due volte, può colpire la capitale di qualsiasi altro Paese membro della coalizione degli aggressori che ha scatenato la guerra contro lo Yemen e l’occupa. Inoltre, abbiamo dato una risposta diretta agli Emirati Arabi Uniti quale principale sostenitore delle milizie di Salah, dove possedeva beni e proprietà e i figli vivono. Salah e gli Emirati Arabi Uniti si erano coordinati, ma si sono infine disonorati e la loro vera natura è stata svelata”. Il presidente-fantoccio Abdurabu Mansur Hadi, difatti, era caduto in disgrazia presso gli Emirati Arabi Uniti, che ora versano miliardi di dollari per sostenere Aydarus al-Zubaydi, capo secessionista del sud e rivale dell’ex-presidente-fantoccio. Le sue forze avrebbero impedito a quelle di Hadi l’accesso alla città di Aden, capitale della coalizione filo-saudita.
Il fondatore di Ansarullah, Sayad Husayn Badradin al-Huthi, creò il movimento negli anni ’90. All’epoca Sayad Husayn era deputato nel parlamento dell’opposizione al governo dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah. Salah definì Sayad Husayn un cospiratore finanziato dall’Iran e l’accusò di aver suscitato violenze, quindi lanciò la guerra contro il movimento, nel nord dello Yemen, che durò dal 2004 al 2009. Salah era sostenuto da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il movimento Ansarullah aveva carattere civico-sociale, ma quando Sayad Husayn fu assassinato dalle forze di Salah, suo fratello, Sayad Abdalmaliq, ne assunse la guida. Il movimento fu uno dei principali organizzatori delle proteste contro l’ex-presidente Salah nel 2011, e si oppose anche all’elezione di Abdurabu Mansur Hadi, sostenuto dall’occidente e dai sauditi. Salah voleva emendare la costituzione, volendo portare il mandato presidenziale da cinque a sette anni. Salah voleva rimanere in carica fino al 2013, quando il figlio Ahmad avrebbe avuto 40 anni, l’età minima per divenire presidente. Ma si scontrò con Hadi e il suo gruppo. Per 33 anni Salah aveva governato lo Yemen con una complessa rete di alleanze tra gruppi militari, civili e tribali. Dopo aver ceduto il potere al vice Hadi, nel 2012, nell’ambito di un accordo con Stati del Golfo e Stati Uniti, Salah rimase a comandare diverse unità dell’esercito e a presiedere il partito del Congresso Generale del Popolo, che aveva fondato. Il presidente Hadi permise al partito Isla, della fratellanza mussulmana, d’influenzare governo e parlamento. Ma ciò innescò proteste popolari ancora più grandi, guidate da Ansarullah, che il 21 settembre 2014 prese il controllo del governo, senza scontrarsi con le forze di sicurezza. Ansarullah eliminò dalle proprie aree d’influenza la presenza dei taqfiriti e di al-Qaida, suscitando la reazione di Stati Uniti, Regno Unito, Israele e sauditi. Nel maggio 2015, dopo le incursioni aeree saudite su Sana, Salah annunciò l’alleanza con Ansarullah. Nel 2016, il partito di Salah firmò un accordo con Ansarullah, formando il consiglio politico che governa il Paese. Autosufficienza ed autodeterminazione sono i principi base della leadership yemenita di Ansarullah, che in oltre 2 anni di guerra ha anche dimostrato di non essere un “gruppo ribelle”, ma di essere ben organizzato, ben addestrato, politicamente scaltro e con esperienza di governo, soprattutto della regione di Sada. Ansarullah ora ingloba la maggior parte delle Forze Armate dello Yemen, comprese Guardia costiera, Guardia Repubblicana e Aeronautica.E in relazione a ciò, il New York Times affermava che il missile Burqan-2H lanciato dagli yemeniti sull’aeroporto internazionale di Riyadh, aveva colpito il territorio aeroportuale accanto a una delle piste, a un chilometro dal terminal. Quindi, il missile aveva eseguito il programma di volo violando la difesa aerea saudita, costituita da batterie di missili antiaerei Patriot. Aspetto che i funzionari sauditi e statunitensi hanno voluto nascondere. In definitiva, l’Arabia Saudita dimostrava, ancora una volta, incapacità geopolitica e disponibilità a sacrificare gli alleati, a differenza dell’Iran, che non abbandona mai un alleato in difficoltà. Ciò ha permesso alla Repubblica Islamica dell’Iran di avere molti alleati. Difatti, l’episodio di Salah è il terzo grave fallimento in tre mesi dei sauditi. Il primo fu il referendum curdo del 25 settembre, sostenuto da Israele, Stati Uniti ed Arabia Saudita, allo scopo di smembrare l’Iraq, ma si concluse con la schiacciante sconfitta del capo curdo Barzani e dei suoi alleati, sorpresi dalla risposta rapida e decisa di Baghdad che in una sola settimana liberava Qirquq e la sua provincia, occupate dai pishmirga dal 2013. Il secondo fallimento saudita si aveva in Libano, all’inizio di novembre, col caso delle ‘dimissioni’ di Hariri, volte a rovesciare il governo libanese e far esplodere una guerra civile contro Hezbollah.Fonti:
FNA
FNA
Fort Russ
al-Jazeera
Jurij Ljamin
al-Manar
Reseau International
TeleSur

Yemen, golpe fallito e reazione internazionale

Alessandro Lattanzio, 4/12/2017Il 2 dicembre 2017, il presidente del Comitato rivoluzionario supremo Muhamad Ali al-Huthi invitava le tribù yemenite a prepararsi a coordinarsi con la Sicurezza pubblica per proteggere la capitale Sana. “Fratelli ribelli delle tribù dello Yemen, c’è un complotto tramato contro la capitale Sana, e su voi, che ne avete protetto sicurezza e stabilità la notte del 21 settembre, che contiamo oggi per coordinarsi con la Sicurezza pubblica delle province, se è necessario proteggere la sicurezza nella capitale o in qualsiasi provincia sia pronta a richiederla, a Dio per il nostro Yemen“. Il leader del movimento popolare Ansarullah dello Yemen, Abdulmaliq al-Huthi, aveva criticato la nuova posizione dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che creava caos nella capitale yemenita Sana, definendolo tradimento della nazione. Salah aveva invitato le forze armate e la polizia a rivoltarsi contro Ansarullah, esprimendo l’intenzione “di voltare pagina” nei rapporti con la coalizione saudita che ha invaso lo Yemen. Dal 29 novembre si svolgevano scontri armati, scatenati dalle forze fedeli a Salah (Afash), contro le forze popolari. Le forze di Salah, “provocano caos e disordine contro la sicurezza e la stabilità” del Paese, concludeva il leader di Ansarullah. Salah si dimise dopo la rivolta del 2011, dopo essere stato al potere per 33 anni. Nel 2012 ciò spianò la strada al potere ad Abdurabuh Mansur Hadi. Tuttavia, nel 2014 Hadi si dimise e fuggì in Arabia Saudita. Da allora Ansarullah governa lo Yemen. Salah si alleò con Huthi e l’esercito yemenita per difendere il Paese contro l’aggressione saudita iniziata nel marzo 2015.
Il 3 dicembre, il portavoce di Ansarullah, Muhamad Abdasalam, affermava via twitter: “Ieri hanno festeggiato sui media il rovesciamento della capitale e di cinque province, e di sera le loro forze aeree hanno bombardato Sana, le cinque province ed altre. Perché bombardano le aree che hanno perso! C’era un grave complotto e ci hanno scommesso, ma è fallito facendoli cadere tutti. Grazie e lode a Dio e Dio benedica il popolo yemenita“, concludeva Abdusalam. L’aviazione saudita aveva bombardato le caserme Garban, Istiqbal, 22 Mayu e Tal Rayan, a Sana, l’edificio governativo e il dipartimento di sicurezza di Amaran, compiendo varie incursioni in diverse province, dopo il fallimento del complotto per destabilizzare queste province. Il portavoce di Ansarullah osservava che molti leader del Partito del Congresso Generale Popolare, il partito di Salah, non ne accettavano la nuova posizione, mentre le forze di sicurezza sopprimevano molti tentativi di creare caos. Il portavoce confermava che gli EAU avevano manovrato il tentato golpe appoggiando certi capi del Congresso Generale Popolare. Abdasalam dichiarava che le forze di sicurezza erano pronte a porre fine alla sovversione nella capitale e che la situazione sui fronti non ne veniva influenzata. Nel frattempo, le truppe yemenite respingevano l’attacco saudita nel Najran e bombardavano le posizioni delle truppe dell’alleanza saudita su Jabal Qays, Munaq, Qirs, Abadiya e Qaran, mentre nel governatorato di al-Juf un UAV degli Stati Uniti veniva abbattuto dalle truppe yemenite. A Sana, le forze yemenite liberavano il quartiere Syasi, vicino all’ex-ambasciata saudita, che la coalizione saudita aveva colpito cinque volte la mezzanotte del 2 dicembre. Ad est di Sana, sul fronte di Nahm, le truppe yemenite liberavano il Jabal Salab. A nord di Sana, l’aeroporto veniva bombardato tre volte dall’alleanza saudita, ma restava sotto il controllo delle truppe yemenite.
Sempre il 3 dicembre, il Consiglio Politico Supremo dello Yemen, che dirige gli affari di Stato, dichiarava che la situazione a Sana era tornata alla normalità dopo gli scontri tra le forze fedeli all’ex-presidente Ali Abdullah Salah (forze Afash) e Ansarullah. Il capo del Consiglio Salah Ali al-Samad invitava i partiti e le tribù yemeniti a contrastare qualsiasi atto di aggressione e le “cospirazioni” volte ad istigare tensioni. “I servizi di sicurezza continuano gli sforzi per migliorare sicurezza e stabilità, e tutti coloro che cercano di destabilizzarle saranno trattati con severità. Tutte le figure, le persone sagge e tutti i cittadini devono esercitare la massima responsabilità e disciplina e assumersene la responsabilità nella fase attuale per risparmiare al Paese il flagello di conflitti interni“. Salah aveva avviato colloqui con l’Arabia Saudita per “voltare pagina” se Riyad toglieva il blocco e fermava i bombardamenti sullo Yemen. Il leader di Ansarullah Abdulmaliq al-Huthi descriveva la posizione di Salah come un “tradimento” che favoriva i nemici dello Yemen. Le forze leali a Salah “continuano a portare caos e a disturbare sicurezza e stabilità”, aveva dichiarato descrivendo l’azione dell’ex- presidente come “colpo di Stato” contro l’alleanza yemenita. “Dobbiamo continuare a sostenere i fronti dei combattimenti perché questo complotto è l’ultima carta delle forze d’aggressione, con cui cercano d’imporre l’occupazione del nostro Paese“, osservava Huthi. Ansarullah eliminava decine di posizioni delle milizie golpiste Afash a Sana e provincia, occupando a Sana le caserme Suad e Shiraz della 4.ta Brigata e il 48.mo ospedale; in via Baghdad le milizie Afash venivano eliminate dalla moschea Abu Ubayda. Anche la caserma Amad veniva occupata, liberando il quartiere Nuarah, mentre venivano occupati l’ex-ambasciata saudita e numerosi edifici amministrativi, come gli edifici del Comitato permanente di Hasbah, del Comitato permanente di Hadah, della TV Yemen ad Atan e la moschea al-Salah. Nella provincia di Amaran, le forze di sicurezza, in collaborazione coi Comitati Popolari, liberavano Bani Sarim e Bani Qays. Nella provincia di Ib, la stazione al-Sayani veniva liberata come il dipartimento di polizia nell’est della città di Ib. Nella provincia di Dhamar, l’edificio al-Qumani e l’ingresso nord di Dhamar venivano liberati mentre numerose forze Afash venivano catturate. Anche le stazioni Rasabah, Mabar, Sanban, Hada al-Hurur e Naqil Yaslah venivano riprese. Nella provincia di Haja il capo della milizia Afash, Zidan Dahshush, fuggiva mentre veniva assicurata la linea Haja-Sana. I servizi di sicurezza liberavano i quartieri al-Sabin, Maspahi, al-Qana e via Algeria mentre centinaia di golpisti si arresero nella capitale. Infine, il Ministero degli Interni yemenita dichiarava la morte dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, del suo vice Arif Zaqa e del segretario generale del Partito del Congresso Yasir al-Uazi, mentre fuggivano da Sana verso Marib, dove si trovava il vice del presidente-fantoccio filo-saudita Hadi, Ali Muhsan al-Ahmar. Il presidente del Consiglio politico supremo Salah al-Samad dichiarava che la sedizione era stata repressa grazie al sostegno dei servizi di sicurezza, dell’esercito, dei comitati popolari, dei comitati di mediazione, delle tribù, dei capi del Congresso generale del popolo e della sua base popolare, che avevano deciso di opporsi al golpe di Salah, e delle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato.
Il 4 dicembre, il Ministero degli Interni annunciava la fine della crisi nella capitale Sana e in tutte le province. Il Ministero degli Interni ringraziava il Consiglio politico supremo, il governo di salvezza, il popolo, le tribù e le forze nazionali dello Yemen per il sostegno ai servizi di sicurezza nel ripristinare sicurezza e stabilità del Paese. Almeno otto civili yemeniti venivano uccisi da un raid aereo saudita nella provincia di Sada. Aerei sauditi bombardavano le aree dell’Aeroporto Internazionale e del Ministero degli Interni di di Sana, per appoggiare il fallito golpe di Salah.Il 4 dicembre, la centrale nucleare di al-Braqa, in costruzione ad ovest di Abu Dhabi, veniva colpita da un missile da crociera Qurus, che aveva volato per 1600 km. La centrale nucleare, che dovrà ospitare 4 reattori, è in costruzione dal luglio 2012. Il leader della rivoluzione yemenita Abdulmaliq Badradin al-Huthi, il 14 settembre 2017 aveva avvertito gli Emirati Arabi Uniti della possibilità di attacchi missilistici in qualsiasi momento, sottolineando che la forza missilistica yemenita aveva testato un missile da crociera capace di raggiungere Abu Dhabi. L’azione era chiaramente la risposta al tentato golpe organizzato da Salah ed Emirati Arabi Uniti.

Fonti:
HispanTV
IFP News
ISW News
RussiaToday
Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press
Yemen Press

L’ex-portavoce delle SDF sui gruppi terroristici armati dagli USA

Talal Silu racconta i dettagli sui gruppi terroristici armati dagli Stati Uniti nella regione e di come si formò il gruppo terroristico SDF dominato dal PKK/PYD
Anadolu 02.12.2017L’ex-portavoce e disertore delle SDF, un gruppo dominato dai terroristi di PKK/PYD, parla con l’agenzia Anadolu. Talal Silu, ex-comandante e portavoce della forza sostenuta dagli Stati Uniti che ha abbandonato il gruppo terroristico il mese scorso, vive attualmente in Turchia. Silu ha raccontato all’agenzia Anadolu i dettagli sugli Stati Uniti che armano i gruppi terroristici nella regione e cosa i funzionari statunitensi pensano della presenza del PKK/PYD nel nord della Siria. Nonostante le obiezioni della Turchia, gli Stati Uniti hanno fornito armi al PKK/PYD, definendolo alleato nella lotta allo SIIL, ma ignorandone lo status di gruppo terroristico. Ha anche spiegato come si è formata la forza dominata dai terroristi del PKK e come gli Stati Uniti stipularono un controverso accordo per consentire ai terroristi dello SIIL di lasciare Raqqah prima che fosse liberata.

DOMANDA: Come è entrato in contatto col PKK?
RISPOSTA: Inizialmente, un invito fu inviato dalle YPG al mio gruppo, l’Esercito Selgiuchide. Mi raccomandarono di entrare nel Jaysh al-Thuwar (esercito dei rivoluzionari). Ero d’accordo e ad Ifrin mi unii a loro. Il responsabile del PKK ad Ifrin era Haji Ahmad Hudro. Preparavano il Jaysh al-Thuwar. Abu Ali Birad era il capo degli arabi e Salah Jebbo dei curdi. Ero responsabile dei turcomanni. Andai ad Ifrin all’inizio di agosto 2015 e lavorai nell’amministrazione del Jaysh al-Thuwar. Ma non ero un capo, lo era Hudro. Più tardi mi dissero che mi sarei unito alle SDF. Tenemmo il primo incontro con il responsabile regionale del PKK Shahin Jilo. Il nostro incontro con le SDF avvenne il 15 ottobre. Ma Shahin Jilo (che ne annunciò l’istituzione) voleva che scrivessimo la data dell’incontro fosse stata il 10 ottobre 2017. Quando ne chiedemmo il motivo, ci dissero che gli Stati Uniti avevano inviato le armi alle YPG da al-Hasaqah tra il 10 e il 15 ottobre. Lo fecero per consentire agli Stati Uniti di spiegare la situazione alla comunità internazionale, potendo dire che le armi non andavano alle YPG ma alle SDF. Ecco come furono create le SDF.

DOMANDA: Il generale Raymond Thomas, capo delle forze speciali dell’esercito statunitense, ha affermato che “con una mossa logica” trovarono il nome SDF per le YPG, per dargli una reputazione. Le SDF non hanno ancora una loro identità?
RISPOSTA: È solo un nome. Nient’altro. Prendiamo tutto, compresi gli stipendi, dalle YPG. La ragione principale per l’istituzione delle SDF sono gli Stati Uniti. Le autorità statunitensi vollero armare i curdi. L’annuncio dell’istituzione delle SDF era solo scena e menzionarono l’unità dei componenti, ma non c’è una cosa del genere. Gli Stati Uniti hanno dato la leadership ai curdi e al PKK. Parlavano di lotta al terrorismo, ma poi vedemmo le autorità statunitensi trafficare coi membri dello Stato islamico su un accordo stipulato con Shahin Jilo. Volevano influenzare le idee dei cittadini della regione tramite le SDF, che presentano come forza che li libera e combatte il terrorismo. Ma a causa loro, case sono state distrutte e persone costrette ad emigrare. Non hanno nemmeno lasciato che restassero nei campi, le hanno spaventate.

DOMANDA: Ad un certo punto, gli Stati Uniti affermavano di aiutare gli arabi, non le YPG. Era vero?
RISPOSTA: Inizialmente firmavamo documenti forniti dagli statunitensi per ricevere armi. Ma tutte le armi andavano a uno dei capi del PKK, il turco Safkan. Safkan portava le armi in un posto che solo loro conoscevano, e ancora è così. Ad esempio, nell’operazione di Manbij tutte le armi furono consegnate ad Abu Amjad, di origine araba. Lo fecero apposta, ma era una sceneggiata. “Ricevo grandi quantità di armi ma non me ne danno una sola. Il mio dovere ed autorità è solo firmare”.

DOMANDA: Perché gli Stati Uniti scelsero tale metodo?
RISPOSTA: Le idee erano di Brett McGurk. Durante l’operazione di Raqqah, McGurk voleva che venisse creata una forza chiamata Coalizione araba. L’unico dovere della Coalizione araba era ricevere armi. E ne ricevette grandi quantità. Ma solo armi leggere furono distribuite ad arabi, turcomanni ed assiri. Il nome della coalizione era araba, ma gli arabi non contavano niente. Il consiglio militare di Dayr al-Zur metteva solo la firma. Gli Stati Uniti lo sapevano, ma volevano giocare a modo loro. Tutti questi schemi erano volti a coprire che le armi venivano consegnate al PKK. Ma eravamo sicuri che le armi avanzate andassero a PKK e YPG.

DOMANDA: Gli Stati Uniti controllano dove consegnare e contro chi utilizzare le armi fornite?
RISPOSTA: Agli statunitensi non importava dove sarebbero finite. Non ci hanno mai chiesto nemmeno una volta che cosa ne facessimo e dove le usavamo. Venivano giocati dal gioco “Siamo senza armi” (delle YPG) e una nuova consegna delle armi iniziava immediatamente. Gli Stati Uniti già sapevano che arabi, turcomanni ed assiri non vi erano inclusi. Ci fu un supporto limitato con Obama. Dopo l’arrivo di Trump, la modalità dei rifornimenti cambiò. Quando arrivò Trump, i veicoli corazzati iniziarono ad arrivare.

DOMANDA: Shahin Farhad Abdi, alias Shahin Jilo, è nella lista dei ricercati della Turchia. È nella categoria rossa ed ha 4 milioni di lire turche di taglia. Quanta influenza ha verso le autorità statunitensi?
RISPOSTA: (Per le armi) facevamo la lista di richieste. Shahin Jilo la presentava e le armi fornite non sarebbero state viste sui media. Non volevano che si sapesse quali armi fossero.DOMANDA: Chi gestisce la struttura appare nelle SDF?
RISPOSTA: In realtà, la gestiscono gli statunitensi. Anche se ci sono elezioni, sono tutte messinscena. Tutti sanno che Shahin Jilo è il responsabile. Il suo vice era Kahraman, che è anche un responsabile del PKK. Ero il numero 3. Ci sono punti di controllo e squadre del PKK in ogni luogo. Nei tribunali, consigli civili, sanità e altri campi, c’è sicuramente un leader del PKK.

DOMANDA: Dove sono posizionati gli addetti di Qandil del PKK nelle SDF?
RISPOSTA: Anche se Jilo è il capo, c’è un’altra autorità al di sopra di lui, è Bahoz Erdal. Bahoz riceve istruzioni da Qandil, cioè Sabri Ok. Quando Erdal fu nominato a Qandil, Nureddin Sofi ne prese il posto. Dà le istruzioni a Jilo. Jilo e il suo vice Kahraman sono solo nella squadra del leader. Ci sono molti uffici, ma a causa del conflitto i nuovi nomi non possono essere rivelati. I responsabili del PKK e delle YPG di Ifrin sono Haji Ahmad Hudro, Mahmud Berhudan e Nocin (per le donne). L’intera area è amministrata da Khalil Tefdem. Bahoz Erdal gli dà le istruzioni. Manbij è amministrata da uno dei leader del PKK, Ismail Direk, ma Cemil Mazlum è responsabile dei miliziani. L’amministratore civile e militare di Raqqah è Hasan, che proviene dall’Europa. A Dayr al-Zur c’è Polat Can, uno dei più noti del PKK. Anch’io, una volta, ricevetti un invito da Qandil per incontrare Murat Karayilan, grazie al mio rapporto con Bahoz. Lo cancellarono temendo che le nostre foto sarebbero state pubblicate mentre eravamo lì. Nureddin Sofi vi andò mentre Karayilan rilasciava una dichiarazione. Poi tornò. Andavano e venivano di nascosto. Il PKK approfittò del ruolo di Salih Muslim sui media e riuscì ad usarlo. Normalmente, non aveva alcun ruolo. Durante l’annuncio del governo autonomo, lo fecero sedere in settima fila perché non ha alcun ruolo in questo piano.

DOMANDA: Quanti uomini armati operano in nome delle SDF?
RISPOSTA: Anche se non ci sono dati netti, 50000 miliziani uomini e donne. Il 70% da YPG e YPJ. C’erano 65 persone sotto la mia guida. Col Consiglio militare assiro solo 50. Volevano stabilire un simbolico Consiglio militare turcomanno. Raccomandai 150 nomi, ma dissero “Perché 150? 50 bastano”. Ci sono le forze arabe al-Sanadid a Shamar Ashira, e Shayq Bandar ne è il capo. Sono ignorati dal PKK. Inoltre, l’80% delle persone che morirono nelle operazioni di Raqqah erano arabi e il 20% curdi. Vediamo che il numero di arabi è aumentato, ma sono stati ingannati, ricevettero false promesse. Anche se le YPG appaiono parte delle SDF, lo negano e dicono di essere indipendenti. Le SDF sono solo un nome. Non esistono in realtà.

DOMANDA: Qual è la situazione degli occidentali che aderiscono alle YPG?
RISPOSTA: Venivano da vari Paesi ed entravano nelle YPG, anche donne. Alcuni venivano per pubblicità. Una canadese si scoprì essere una modella. Chi torna nei propri Paesi dice di aver combattuto contro lo SIIL e cercano di dichiararsi eroi nazionali.

DOMANDA: Quanti soldi ricevono i membri dell’organizzazione?
RISPOSTA: Gli stipendi sono circa 170-200 dollari al mese. I leader non vengono pagati ma guadagnano con contrabbando e bustarelle. Venivo pagato direttamente da Shahin Jilo. Mi diede migliaia di dollari e la mia situazione era molto buona. I miliziani sono pagati in sterline siriane. La squadra dei leader del PKK non è pagata, ma tutte le loro richieste sono soddisfatte. Successivamente, la corruzione emerse.

Sili raccontava all’agenzia Anadolu il piano “Sbocco sul Mediterraneo” dell’organizzazione, affermando che un capo dell’intelligence statunitense gli disse che è necessario raggiungere il Mediterraneo per essere “permanenti”. Il PKK/PYD attualmente occupano più di un quarto del territorio siriano. La strategia d’espansione dell’organizzazione è cresciuta mentre avanzava dal confine iracheno fino al confine turco. Il futuro dell’organizzazione è connesso alla capacità di aprire un corridoio verso il Mediterraneo e avere l’opportunità di connettersi direttamente col mondo e riceverne supporto. La Turchia aveva avvertito gli Stati Uniti degli obiettivi dell’organizzazione, tuttavia, il governo statunitense afferma che gli sviluppi sono legati solo alla lotta contro lo SIIL. Silo, prima di lasciare la Siria, aveva stretti rapporti con figure di alto livello delle YPG, l’ala militare del PKK/PYD, e aveva visto le attività dell’organizzazione, che utilizza il nome delle SDF in Siria. Silu partecipò molte volte ai contatti tra PKK/PYD e il suo grande sostenitore, gli Stati Uniti. Le domande dell’agenzia Anadolu sugli Stati Uniti che supervisionano il piano “Sbocco sul Mediterraneo”, e come l’organizzazione protegge i suoi depositi di armi contro la Turchia, la situazione ad Ifrin e il commercio petrolifero.DOMANDA: Nell’ultimo periodo, la guerra e la competizione internazionale per Dayr al-Zur, vicino al confine iracheno, s’intensificò. Cos’era successo?
RISPOSTA: Il 9 settembre iniziammo l’operazione contro lo SIIL come SDF. L’annunciai personalmente. L’obiettivo era la rimanente regione di al-Jazira in Siria a nord del fiume Eufrate. Nessuno di noi, né le YPG, aveva i mezzi per avviare un’operazione contro lo SIIL. Questa operazione fu realizzata col supporto degli Stati Uniti. Il problema non era assolutamente correlato al petrolio. L’obiettivo era che le forze sotto il nome SDF raggiungessero i distretti di Buqamal e Mayadin prima delle forze del regime. Grazie a ciò, si sarebbe creata una barriera tra Siria ed Iraq. Gli Stati Uniti cercarono di aiutarle all’inizio ma fallirono. All’inizio fummo anche colpiti dai russi. Molti furono uccisi negli attacchi russi e del regime. Stati Uniti e SDF combattevano assieme. Le forze del regime non c’erano. Ma gli Stati Uniti, visto che il regime raggiungeva rapidamente quelle aree, mobilitarono le SDF e chiesero a Sahin Jilo (capo regionale delle YPG) di fare questo lavoro. La maggior parte della gente non lo sa. Molte posizioni furono prese e poi lasciate ai russi. Anche la raffineria Conoco e i campi petroliferi circostanti furono lasciati ai russi. Quando fu fatto ciò, il regime e i russi non avanzarono più.

DOMANDA: Come viene usato il petrolio dal PKK a Dayr al-Zur e Hasaqah?
RISPOSTA: YPG e PKK sfruttano i giacimenti petroliferi di Rumaylan, dopo averli catturati. In primo luogo, l’esportavano presso lo Stato islamico. Ali Sayr, responsabile del PKK per le questioni finanziarie nel Jazira, vive a Qamishli. Ha collegamenti diretti con figure di spicco del PKK. È autorizzato a stipulare accordi petroliferi. Solo lui conosce le entrate fatte. Questo è il segreto del PKK. Ali Sayr vende petrolio all’estero dal 2012. In passato, le vendite venivano effettuate solo presso le aree dello SIIL. Un ufficiale del regime, al-Qatirji, è il responsabile generale dell’estrazione di petrolio del PKK. Si diceva che anche Sahin Jilo non potesse intervenirvi. Il problema del petrolio era il segreto dell’organizzazione. Ebbi alcune informazioni facendo molte domande. I soldi del petrolio venduto venivano trasferiti su alcuni nominativi vicini nelle banche del Libano. Quindi i soldi venivano trasferiti in Europa. Tutti i nomi sono di membri del PKK. Il problema è molto grave. Ogni giorno passavano centinaia di autocisterne.

DOMANDA: A lungo è stato discusso un progetto di corridoio con cui il PKK/PYD possa raggiungere il Mediterraneo dalla Siria settentrionale. Ha avuto possibilità di conoscerne l’atteggiamento dei funzionari statunitensi nelle visite e riunioni?
RISPOSTA: Non era un piano, era una promessa. C’incontrammo con uno statunitense che diceva di essere di un gruppo di esperti. Ci avevano chiesto d’incontrarci. Aveva un sacco di guardie del corpo. Più tardi, sapemmo che era un capo dell’intelligence statunitense. Ci disse: “Se andate verso Dayr al-Zur, gli Stati Uniti vi daranno il sostegno necessario per dare uno sbocco sul mare a SDF e Parlamento democratico siriano“. Fu promesso, tuttavia l’operazione per catturare Dayr al-Zur fallì. Il problema principale non era prendere villaggi e giacimenti petroliferi. Il corridoio mediterraneo fu promesso a Sahin Jilo e SDF. Io c’ero. Se questa operazione (Dayr al-Zur) riusciva, se avessimo vinto, forse gli Stati Uniti avrebbero cercato di aprire un corridoio verso il mare per le SDF. Il capo dell’intelligence statunitense ci disse: “Non è possibile per una struttura come questa avere un futuro se non ha accesso al mare“. Indicò Kurdistan ed Irbil come esempio. Il Kurdistan non ha accesso al mare. Pertanto, deve sempre convincere le altre parti, altrimenti come esportare petrolio? Deve avere un punto, un porto. La parte statunitense fece promesse su questo problema. Ma penso che non andò secondo i piani. Vedremo cosa succederà.

DOMANDA: L’esercito turco bombardò obiettivi delle YPG a Qaraquq. Quali elementi delle YPG vi erano presenti?
RISPOSTA: Qaraquq era la base principale delle YPG con depositi di armi e munizioni e casseforti col denaro. Bahoz Erdal e Sahin Jilo abitavano lì vicino. C’era anche la scuola ideologica dei leader del PKK. I membri delle YPG vi ricevevano istruzione militare. Ci andai due volte. Una volta incontrai Sahin Jilo e presi un’auto. C’erano anche archivi e stampa delle YPG. Tutti i presenti erano della squadra del leader. La turca Nalin era responsabile delle donne. Non conosceva l’arabo. N. Sevin era un altro curdo turco, conosceva pochissimo l’arabo. Erano presenti anche Rustem responsabile delle YPG e Gerba responsabile di Hasaqah. Dissi a Sahin Jilo che mi sorprese il modo in cui il bilancio delle vittime fosse così alto. Dissi: “La Turchia ha violato la sicurezza di Qaraquq. C’erano alcuni leader che sarebbero stati eletti a nuove posizioni. Rustem doveva andare in Turchia. L’intelligence turca lo sapeva. Per quanto ci riguarda, ce ne stavamo lontani perché un messaggio degli Stati Uniti ci diceva di “non farvi attaccare, quindi non andateci più”.

DOMANDA: Cosa successe quando arrivò il comandante degli Stati Uniti a Qaraquq?
RISPOSTA: Il secondo giorno arrivò un comandante degli Stati Uniti. Sahin Jilo era apparso alla stampa per la prima volta. La guardia del corpo dello statunitense era l’anglofono Selar. Raccontò come avvenne l’attacco. Non dissero all’ufficiale che i responsabili del PKK erano presenti, ma dissero che erano presenti civili e militanti. L’ufficiale neanche lo condannò. Dopo cinque giorni, Jilo ci disse che gli Stati Uniti avevano parlato con la Turchia e che non sarebbe stato effettuato alcun attacco.DOMANDA: In che modo le YPG superarono il problema dei depositi di armi?
RISPOSTA: Le armi pesanti e le munizioni furono inviate ad Hamin. Poi, da Hamin ai depositi. La Turchia non li bombardò perché gli statunitensi li proteggevano. Molte armi e munizioni venivano portate nelle basi dove erano presenti gli statunitensi, per impedire alla Turchia di bersagliarli.

DOMANDA: Come fa il PKK a garantirsi i collegamenti tra Ifrin e le aree ad est? La mancanza di collegamenti preoccupa l’organizzazione?
RISPOSTA: Quando il regime siriano prese Aleppo, una strada si formò direttamente. È una strada parallela a sud all’area dell’Operazione Euphrates Shield. La strada parte da Ifrin (passa dalle aree del regime) e raggiunge Manbij attraverso la periferia di Aleppo. E da Manbij va nel Jazira (est dell’Eufrate). Per utilizzarla è necessaria l’approvazione del regime o dei russi. A volte persino degli iraniani.

DOMANDA: La protezione degli USA delle YPG è valida anche per Ifrin?
RISPOSTA: Gli Stati Uniti non si sono impegnati ad Ifrin. Lo chiesi a McGurk (rappresentante speciale degli Stati Uniti nella lotta allo SIIL) al nostro primo incontro. All’epoca, Ifrin non aveva collegamenti con le aree orientali. Gli chiesi del supporto per Ifrin. Disse che il governo degli Stati Uniti non appoggiava Ifrin. Questo successe al nostro primo incontro. Disse: “Se Ifrin vuole un altro sostenitore, lo trovi“. Risposi: “Forse i russi“. Disse: “Non ci sono ostacoli da parte nostra“. Poi, il cugino di Assad, Husayn Assad, mi chiamò. Mi disse di stabilire una linea tra SDF e russi nella base di Humaymim, ne parlai con Sahin Jilo. Disse che la linea poteva disturbare gli Stati Uniti, ma Sipan Hamo (il cosiddetto comandante generale delle YPG) voleva comunicare con i russi. Poi lo dissi a Husayn Assad. Fu stabilita la linea di comunicazione coi russi. Avevano molti traffici con i russi.

DOMANDA: Quanto è preoccupante l’intervento turco ad Ifrin per il PKK?
RISPOSTA: Se le forze turche fossero intervenute ad Ifrin, avrebbero potuto catturarla rapidamente. La situazione non è come l’organizzazione (PKK) mostra all’estero. Pertanto, erano molto spaventati. Il problema non è solo la caduta di Ifrin. Se le forze turche isolassero le aree rurali settentrionali sarebbe il fallimento di tutti i piani (sbocco sul Mediterraneo), perché pensavano ad Ifrin come cuore del piano. L’intervento turco sarebbe la fine dei loro sogni. Contro l’intervento turco ad Ifrin volevano le forze russe. Il regime siriano voleva alzare la bandiera siriana in caso di contatto coi turchi. Ma il regime pose come prerequisito il trasferimento dei punti in cui la bandiera veniva sollevata. Qandil respinse la richiesta. Ma alla fine gli elementi al confine erano spaventati. Credevano che gli Stati Uniti avrebbero fatto pressione sulla Turchia per non prendere Ifrin. Ma gli Stati Uniti non hanno mai risposto, fin dall’inizio affermarono che sosterranno le aree liberate, ma che non supporteranno Ifrin.

Brett McGurk e James Mattis

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Fine dei giochi in Siria: Erdogan gioca all’impiccato?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 29.11.2017Mentre accelera la conclusione della partita siriana, come dimostra senza ombra di dubbio l’ultimo summit di Sochi, ciò che appare all’orizzonte è il finale che mette a disagio certi Paesi regionali, in particolare la Turchia. Se il principale interesse della Turchia in Siria è por definitivamente fine alla questione curda, tale obiettivo non è stato raggiunto nel modo ideale per la Turchia. I gruppi curdi rimangono forti in Siria e, a dispetto della Turchia, né Russia né Stati Uniti li vedono come nemico; da cui il continuo attrito che fa della Turchia ancora una volta il malato d’Europa. Ciò che acuisce le preoccupazioni della Turchia è il dualismo verso Russia e Stati Uniti. Da un lato, rimane un membro della NATO, e dall’altro, l’intesa di Erdogan con la Russia viene vista come linea rossa dagli alleati della NATO, spingendoli a usare la “carta dello sfratto” contro la Turchia, lasciandola con poca o alcuna possibilità d’influenzare l’esito del finale siriano. L’attrito sulla questione curda divenne evidente subito dopo la conclusione del summit di Sochi, quando Erdogan escluse ancora una volta qualsiasi possibilità di accetare le fazioni curde, PYD e YPG, nel finale siriano. “Abbiamo discusso in dettaglio la questione del congresso del dialogo nazionale siriano. Noi tre Paesi decideremo chi invitarvi“, aveva detto Erdogan dopo il summit, aggiungendo inoltre che la posizione della Turchia sulle “organizzazioni terroristiche YPG e PYD è chiara”. Ciò dimostra che, nonostante due anni di cooperazione militare in Siria, l’ossessione della Turchia per la questione curda rimane un grosso ostacolo al passaggio delle relazioni con la Russia ad alleanza strategica. Non dimentichiamo che i curdi siriani hanno separato Turchia e Stati Uniti, spingendo la prima a riavvicinarsi a Mosca. Tuttavia, al di là della cooperazione in Siria, le relazioni tra Turchia e Russia rimangono ancora limitate e, come Erdogan indicava dopo il vertice, la questione curda rimane instabile anche quando a Astana e Sochi è in corso da tempo un intenso dialogo. Nonostante la frizione, la Turchia è ancora impegnata nei negoziati con la Russia e Erdogan ha già indicato disponibilità a “mantenere aperte tutte le opzioni politiche“. Ma questo spiega solo una parte delle preoccupazioni di Erdogan in Siria e nella regione. Molto è anche dovuto a ciò che gli Stati Uniti fanno in Siria e Turchia.
Ad esempio, non ci sono ancora prove che gli Stati Uniti giungano a ritirarsi dalla Siria lasciando le basi militari installate nei territori riconquistati dalle forze democratiche siriane supportate dagli USA (SDF), di cui i curdi sono parte integrante. Il sostegno degli Stati Uniti alle forze curde, quindi, continua ad essere visto come la “linea rossa” da Ankara, la cui posizione su questo tema altamente controverso è stata resa chiara da Ibrahim Kalin, portavoce e consigliere di Erdogan, che ha scritto sul Daily Sabah: “La politica sbagliata di sostegno al ramo in Siria del PKK non farà altro che indebolire l’integrità territoriale e l’unità politica della Siria che dovrebbero essere raggiunte alla fine degli attuali processi di Ginevra e Astana, continuando a minacciare la sicurezza nazionale dei Paesi vicini. Dobbiamo ancora vedere gli Stati Uniti mantenere la promessa di tagliare le relazioni col PYD-YPG dopo aver liberato Raqqa dal Daish“, continuando, “La questione del PYD-YPG rimane la linea rossa della Turchia. Non possono far parte di alcuna soluzione politica perché sono il PKK in Siria, un’organizzazione terroristica designata come tale da Turchia, Stati Uniti, Europa ed altri. È irrispettoso, a dir poco, per il popolo siriano presentarli come rappresentanti dei curdi siriani”. Ma il modo in cui le relazioni tra Turchia e Stati Uniti si sono evolute dall’intesa della Turchia con la Russia rivelano come gli Stati Uniti non manterranno la “promessa”. A parte la geopolitica regionale, altrove l’FBI ha aperto un dossier su Erdogan, i familiari e la cerchia per una truffa che coinvolge la banca di Stato turca per il commercio con l’Iran, accusata di violare sanzioni e leggi bancarie statunitensi. Un verdetto negativo della corte federale degli Stati Uniti può non solo portare ad incriminazioni contro Erdogan e collaboratori, ma anche aprire la strada a sanzioni degli USA contro la Turchia e persino al possibile sfratto dalla NATO. Se tali azioni possono ulteriormente avvicinare la Turchia a Mosca, è ovvio che, data la situazione, la Turchia non può aspettarsi dagli Stati Uniti alcuna concessione nel costringere le fazioni curde a tornare nella posizione politica prebellica. Ed è tale distanza cruciale, le cui radici vanno ricondotte al fallito tentato colpo di Stato, tra i due alleati della NATO, che ha costretto la Turchia ad abbracciare Russia e Iran per proteggere i propri interessi in Siria. Ma questo abbraccio non ha portato alla materializzazione degli interessi cruciali della Turchia. Con la Russia che detiene la carta curda, non c’è molto che il “malato d’Europa” possa fare per controllare la fine dei giochi in Siria. L’unica preoccupazione della Turchia è che Mosca capisca le sue preoccupazioni e apprezzi le relazioni con Ankara, perché in gioco qui non ci sono solo Siria e i curdi, ma le contromisure della Russia contro l’alleanza occidentale seduta alle porte.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio