Ungheria 1956, la controrivoluzione di Gladio

Alessandro Lattanzio, 24/10/2016

1507995La controrivoluzione di Gladio a Budapest, del 1956, attuata tramite le organizzazioni neofasciste ungheresi addestrate e finanziate dalla rete del generale nazista Gehlen, fu la capostipite delle ‘rivoluzioni’ colorate orchestrate dalla CIA e dalla rete terroristica della NATO, Gladio.
La rivolta neofascista e revanscista pianificata dalla NATO in Ungheria ebbe origine e genesi identiche alle future operazioni sovversive atlantiste: propaganda e disinformazione, cecchini misteriosi, omicidi mirati, assalti coordinati ed improvvisi contro i centri per la difesa dello Stato, come le agenzie di sicurezza e di controintelligence, le sedi del partito al governo o del governo. Tutto ciò che si è visto in Jugoslavia, Algeria, Tunisia, Egitto, Libia e Siria, si vide decenni prima a Budapest, nel 1956, dove le varie forze anticomuniste e filo-atlantiste si coalizzarono sotto la guida delle intelligence degli USA, per destabilizzare l’Europa orientale del Comecon e del Patto di Varsavia.
Il cosiddetto ‘popolo’ insorto e rivoluzionario ungherese, celebrato da vecchie carogne come Indro Montanelli ed altri scribacchini fascisteggianti e filo-atlantisti, così come da vari autori della sinistra settaria e anarco-liberale, adusi alla distorsione intenzionale di fatti ed eventi, si dedicò ad ogni sorta di efferatezza contro i militanti del Partito Socialista dei Lavoratori d’Ungheria. In realtà, la base ‘rivoluzionaria’ era una concrezione sociale formata tra borghesia revanscista, ceti sub-proletari e borghesia declassata, similmente all’alleanza sociale attuale che, in occidente, appoggia le guerre umanitarie occidentali, lo smantellamento sociale, la distruzione economica, il mero consumo di prodotti Made in USA, compresa l’ideologia artificiosa vigente sui mass media, prodotta dai centri ‘culturali’ di Hollywood e dai college statunitensi più trendy…
Tale concrezione sociale, dedicatasi a Budapest, nel 1956, a ‘distruggere, distruggere, distruggere’, massacrando militanti comunisti e, laddove diretta dagli squadroni della morte Gladio, ad eliminare ‘scientificamente’ gli apparati difensivi dello Stato socialista, viene celebrata fin da quei giorni da parte di un parco umano-ideologico contiguo, se non integrato, all’apparato terroristico e disinformativo di Gladio. Vi rientravano, e vi rientrano, organizzazioni neo-fasciste o cripto-fasciste, media atlantisti (esempio Repubblica) e filo-atlantisti (Il Fattoquotidiano), l’universo socio-affaristico e mediatico controllato dal PD con il suo attuale dozzinale organo di propaganda (l’Unità); l’area post-trotskista a sinistra del PD (SEL, SI, PRC, ilmanifesto e altre carabattole del bertinottismo residuale e persistente), ed infine l’area anarco-liberale estremista, camuffata da sinistra radicale per via del linguaggio settario e confusionario che utilizza (sollevazione/campo antimperialista, varie frattaglie pseudo-trotskiste, di cui la più nota è la coppia Ferrando-Grisolia; case editrici annesse come Massari e Alegre, centri sociali e altri dipendenti dalla rete di corruttela sociale gestita dal PD, esempio partitino virtuali, esistenti solo su internet, come Wu Ming, Militant od osservatorio-antirazzismo, altri siti web e giornalini di provincia legati a ONG, Chiesa, PD e affini; ONG ‘grigie’ o ‘nere’, oscure per scopi ed origini; ‘dirittumanitaristi’ e altri ‘attivisti’ collegati ai servizi segreti, non necessariamente italiani; ‘rifugiati’ stranieri o immigrati dai dubbi obiettivi, ad esempio i fratelli mussulmani arruolati dal PD a Milano o in Emilia Romagna, ecc.).
Tale fronte ha sempre sostenuto, coi vari distinguo utilizzati per irretire dal pubblico i più sprovveduti e boccaloni, tutte le operazioni sovversive e belliche della NATO nelle varie aggressioni all’Europa orientale, Medio Oriente, Africa e America Latina. Anzi, parte di tale fronte ha tentato, come nel caso della sinistra settaria anticomunista e antisovietica, di spacciare, sempre e comunque, come moto di un popolo rivoluzionario qualsiasi operazione sovversiva dell’apparato spionistico-terroristico statunitense e atlantista: dall’Ungheria nel 1956 all’Afghanistan nel 1979 alla Cina nel 1989, e cosi via in Jugoslavia, Europa Orientale, Medio Oriente, Venezuela nel 2002, Brasile nel 2015, Primavera araba, ecc. E per permettere il ripetersi all’infinito di tale schema, rendendo sempre efficace una propaganda stantia e ammuffita, vecchia di almeno 60 anni, l’apparato propagandistico della NATO, formato da ‘intellettuali’ neofascisti e revanscisti neonazisti da un lato, e dall’altro dall’intellighentsija social-imperialista e dell’estrema sinistra imperialista, ha la possibilità di accedere totalmente e in modo esclusivo ai grandi media atlantisti: giornali, TV, grandi case editrici (anche le case editrici della sinistra radicale occidentale, già indicate), ma ciò in cambio della divulgazione della narrativa atlantista, spesso scritta direttamente dalle intelligence di USA e NATO, volta a sostenere, sul piano propagandistico, le operazioni belliche e sovversive della NATO, come s’è visto in Jugoslavia negli anni ’90, in Libia nel 2011 e in Siria negli ultimi 5 anni, laddove ‘giornalisti’, scrittori, ‘documenaristi’, ‘storici’ e accademici provenienti da vari ambiti, dalla nebulosa piddina, agli orfani del Montanelli-pensiero, reazionari e revanscisti, ai neonazisti e defeliciani annessi, e infine agli intellettuali social-imperialisti, generalmente di scuola para-trotskista o anarchica, ex-comunisti pentiti o altri affabulatori di ‘nuove alternative’, ma sostanzialmente allineati agli obiettivi dei centri imperialistici (si pensi ai ‘professori’ trotskisti che arruolarono la spia e sabotatore filo-islamista Giulio Regeni). Tutti protesi a descrivere la teppa armata dagli squadroni della morte di Gladio quali, ‘pacifici studenti inermi che lottano per la democrazia contro il dittatore’ di turno, o roba del genere. Si è visto in Jugoslavia, s’è visto in Libia, si vede in Siria, e si era visto, per la prima volta in modo scientificamente organizzato, in Ungheria nel 1956, quando i fiancheggiatori dell’imperialismo atlantista, fossero neo-fascisti, eccitati all’idea di vedere comunisti massacrati, dopo anni di piagnistei su presunti massacri partigiani di inermi e innocui repubblichini ed SS; o trotskisti, sempre pronti a vedere un operaio rivoluzionario nel borghese revanscista ungherese o nel principe saudita integralista, parteciparono entusiasticamente ed attivamente alla prima grande ‘rivoluzione colorata’ concepita e attuata dalla CIA tramite Gladio.
Qui alcuni esempi del ‘popolo oppresso’ che pacificamente e a mani nude dimostrava dissenso verso un regime ‘dittatoriale’; dittatoriale perché nemico della NATO e dell’imperialismo.

Le varie sette dekl trotskistume, continuano a raccontare la favola che i 'rivoluzionari' fossero operai comunisti. E' pura menzogna, spacciata dall'alta 'sociale' della propaganda della NATO.

Le varie sette del trotskistume continuano a raccontare la favola che i ‘rivoluzionari’ ungheresi fossero operai comunisti. E’ pura menzogna, spacciata dall’ala ‘sociale’ della propaganda della NATO. A 60 anni di distanza non si conosce il nome di uno solo di tali ‘operai rivoluzionari socialisti’, mitizzati dagli ideologhi trotskisti dell’imperialismo NATO.

L'avariata feccia fascista si entusiasma per i cirmini dei 'ragazzi di Buda', e questo dopo aver rotto le scatole per decenni su chimeriche stragi di innocui fascisti e nazsiti da parte dei partigiani.

L’avariata feccia fascista si entusiasma per i crimini dei ‘ragazzi di Buda’, e questo dopo aver rotto le scatole per decenni su chimeriche stragi di innocui fascisti e nazisti da parte dei partigiani.

La 'rivoluzione' ungherese fu solo l'esplosione degli istinti bestiali della borghesia declassata e del sottoproletariato, prede del revanscismo nazista della NATO.

La ‘rivoluzione’ ungherese fu solo l’esplosione degli istinti bestiali della borghesia declassata e del sottoproletariato, prede del revanscismo nazista della NATO.

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La rivoluzione ungherese, come le rivoluzioni colorate celebrfate dal fronte rossoburno autentico, quello tra neofascisti, orfani di Bertuinotti e Montanelli, e settari dell'estrema sinistra, oggi come ieri, fiancheggiatrice dei terroristi della NATO, iniziariono non con manifestazioni pacifiche, ma con massacri mirati e coordinati dei militanti, comunisti in Ungheria; socialisti in Libia e Siria.

La rivoluzione ungherese, come le rivoluzioni colorate celebrate dal fronte rossobruno autentico, quello tra neofascisti, orfani di Bertinotti e Montanelli, e settari dell’estrema sinistra, oggi come ieri, fiancheggiatori dei terroristi della NATO, iniziò non con manifestazioni pacifiche, ma con massacri mirati e coordinati dei militanti, comunisti in Ungheria; socialisti in Libia e Siria.

Un chiaro subumano deforme, preso per 'operaio rivoluzionario' dalle prostituite trotskiste della NATO. Da Pierre Broué fino ai Ferrero e Ferrando, il massacro di comunisti è foriero della 'rivoluzione' attiata da una classe rivoluzionaria vigente solo nei loro onirismi settari. In Ungheria come in Libia.

Un chiaro subumano deforme, preso per ‘operaio rivoluzionario’ dalle prostituite trotskiste della NATO. Da Pierre Broué fino ai Ferrero e Ferrando, il massacro di comunisti è foriero della ‘rivoluzione’ attuata da una classe rivoluzionaria vigente solo nei loro onirismi settari. In Ungheria come in Libia.

Per i trotskisti, uccidere comunisti ed antimperialisti, è 'rivoluzionario'

Per i trotskisti, uccidere comunisti ed antimperialisti, è ‘rivoluzionario’. Non a caso supportano tutte le operazioni belliche e sovversive degli USA e della NATO. Ovunque nel mondo.

Il primo atto della 'rivoluzione spontanea' ungherese, fu eliminari gli uomini dell'apparato difensivo, comunisti integri, per procedere allo smantellamento della repubblica operaia e alla destabiilizzazione riusicta 33 anni dopo.

Il primo atto della ‘rivoluzione spontanea’ ungherese, fu eliminare gli uomini dell’apparato difensivo, comunisti integri, per procedere allo smantellamento della repubblica operaia e alla destabilizzazione, riuscita 33 anni dopo, dell’Europa orientale.

Vecchio sogno del fascistume, come i sicari di primato nazionale, eccitati dai saccheggi del Partito Comunista ucraino nel 2014, bruciare libri di Lenin (e qualsiasi libro), è un'azione approvata anche dalla feccia settaria trotskista, quale esempio di corretta rivoluzione (cioé quella approvata dalla ditta CIA/Soros).

Vecchio sogno del fascistume, come i sicari di primato nazionale eccitati dai saccheggi delle sedi del Partito Comunista ucraino nel 2014, bruciare libri di Lenin (e qualsiasi libro) è un’azione entusiastica approvata anche dalla feccia settaria trotskista, quale esempio di corretta rivoluzione (cioé pianificata dalla ditta CIA/Soros).

La rivoluzione eccitava gli spiriti 'migliori' della borghesia oppressa.

La ‘rivoluzione’ eccitava gli spiriti ‘migliori’ della borghesia oppressa.

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Immagini che ricompariranno in Romania e Libia e laddove l’imperialismo NATO, con il suo circo di pidocchi neofascisti, gorbacioviani e anarco-sinistri, trovava via libera.

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Alla fine, la fiera della bestialità ebbe la conclusione meritata, suscitando decenni di rumorosi guaiti tra neofascisti e social-imperialisti.

Alla fine, la fiera della bestialità ebbe la conclusione meritata, suscitando decenni di rumorosi guaiti tra neofascisti e social-imperialisti.

La rivolta ungherese del 1956

Il 23 ottobre 1956 iniziò la rivolta fascista ungherese, ideata e diretta dalle agenzie d’intelligence occidentali
Portal O Rossij

kadar

Janos Kadar

Negli ultimi 25 anni gli storici e i giornalisti cercano di presentare l’Ungheria nel 1956 come una rivolta spontanea delle masse contro il sanguinario regime filo-sovietico di Matyas Rakosi e del suo successore Erno Gero. Ma in realtà, l’intero scenario di questa orgia fu, dall’inizio alla fine, tracciato dalla Central Intelligence Agency, e se non fosse stato per il tempestivo intervento dei militari sovietici, l’Ungheria sarebbe diventata la prima vittima della rivoluzione arancione, come si chiamerebbe oggi una tale rivoluzione occidentale, allora ancora sconosciuta, ma la cui attuazione rientrava in quel tipo di operazione. L’operazione ebbe inizio con l’offensiva della disinformazione, quando centinaia di palloni iniziarono a lanciare volantini sull’Ungheria. Nella prima metà del 1956 furono registrati 293 casi della loro intrusione nello spazio aereo del Paese, e il 19 luglio causarono un incidente ad un aereo passeggeri. Dalla sera del 1 ottobre 1954, dalle parti di Monaco di Baviera, iniziarono a lanciare migliaia di palloncini, a ondate di 200-300, ognuno di loro trasportava tra 300 e 1000 volantini. Volantini trovarono terreno fertile. Durante la guerra, l’Ungheria aveva combattuto contro i sovietici dalla parte di Hitler, e molti ungheresi furono uccisi o fatti prigionieri dai sovietici. I loro parenti, naturalmente, non avevano alcun motivo di essere a favore dei sovietici, e molti li odiavano anche per gli eventi del 1848-49. Tuttavia, le speranze degli statunitensi erano riposte non tanto sulla popolazione, ma sui fascisti ungheresi superstiti, alcuni di loro sono fuggirono con i tedeschi in Austria, e quelli che non ne ebbero il tempo, istituirono delle organizzazioni segrete nel Paese. Le più grandi furono “Spada e croce”, “La Guardia Bianca”, “Divisione Botond”, “Unione dei Cadetti”, “Partigiani bianchi”, “Patto di sangue”, “Movimento di resistenza ungherese” e “Movimento di resistenza nazionale.” La maggior parte delle attività sovversive erano effettuate dalla Chiesa cattolica ungherese, guidata dal cardinale Jozsef Mindszenty. Tra i gruppi politici clandestini, un ruolo particolarmente pericoloso fu giocato dal cosiddetto partito cristiano, fondato nel 1950. Il suo compito principale riguardava l’indottrinamento dei giovani. Sotto la guida diretta del partito, agiva l’organizzazione giovanile clericale illegale, che aveva creato diversi sacerdoti e dei monaci, che cominciarono ad attivarsi nel 1949-1951. Tali chierici agirono in varie forme, tra cui conferenze, distribuzione di opuscoli e volantini. In uno di essi, dal titolo “Appello virile” alla gioventù, impartiva tale direttiva: “…verrà il momento in cui si avrà l’ordine da Dio di distruggere, distruggere, distruggere”.
tumblr_mjmn8b4omk1rcoy9ro1_1280Le attività delle organizzazioni clericali clandestine non potevano avvenire senza significativi “sussidi” finanziari dall’esterno. Così, il “Fronte cristiano” ricevette dai suoi sostenitori stranieri 130.000 fiorini, la “Congregazione di Maria” 75mila nel 1951 e nel 1954, 30mila nel 1955 e 90 mila nel novembre 1956. Presso la sede del Regnum Marianum, quando la sicurezza dell’AVH mise fine alla sua attività criminale, furono trovati 258230 fiorini, 45 napoleoni, 67 macchine da scrivere, 12 ciclostile e macchine di stampa. Il ruolo di coordinamento della cosiddetta “resistenza popolare” fu svolto dal “Comitato Free Europe” e dalle sue agenzie specializzate, attraverso diplomatici, spie e vari emissari, ed attraverso la trasmissione dei programmi radio mirati.
Gli eventi ungheresi cominciarono il 23 ottobre. Alle 3 del pomeriggio, iniziò la manifestazione, cui parteciparono circa un migliaio di persone, tra cui studenti e intellettuali. I manifestanti portavano bandiere rosse, striscioni su cui erano scritti gli slogan di amicizia sovietico-ungherese. Tuttavia, lungo il percorso ai manifestanti si unirono gruppi radicali che gridavano slogan di altro tipo, chiedendo il ripristino del vecchio emblema nazionale ungherese, della vecchia festa nazionale invece del giorno della liberazione dal fascismo, l’eliminazione dell’addestramento militare e delle lezioni di russo.
Alle 19.00, i ribelli sequestrarono degli autoparchi per poi consegnare ai “manifestanti” vari oggetti presi da camion e autobus. Alle 20 in punto, alla radio il primo segretario del Comitato Centrale del Partito Operaio Ungherese, Erno Gero, tenne un discorso condannando duramente i manifestanti. In risposta a ciò, un folto gruppo di manifestanti cercò di prendere d’assalto la sede della Radio, chiedendo la trasmissione dei punti del programma dei manifestanti. Questo tentativo portò a uno scontro con l’unità della Sicurezza AVH, posta a difesa della sede della Radio di Stato ungherese, per cui dopo le 21 vi furono morti e feriti. Allo stesso tempo, un gruppo di ribelli armati catturò la caserma Kilian che ospitava tre battaglioni di genieri, sequestrandone le armi. Molti soldati si unirono agli insorti, a cui si aggiunse il colonnello delle truppe corazzate Pal Maléter, che diresse dalla caserma gli insorti. Presto divenne uno dei capi militari della ribellione. Il capo della polizia di Budapest, il tenente-colonnello Sandor Kopachi ordinò di non sparare contro gli insorti, e di non interferire nelle loro azioni. Aveva implicitamente permesso che si radunasse una folla davanti al comando, che chiedeva la liberazione dei prigionieri e il ritiro delle stelle rosse dalla facciata. Alle ore 23, sulla base della decisione del Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista, il del capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate dell’URSS, il maresciallo Vasilij Sokolovskij ordinò al comandante del Corpo speciale d’iniziare l’avanzata su Budapest a sostegno delle forze ungheresi, “per il ripristino e la creazione delle condizioni per un lavoro creativo pacifico”. E le unità del Corpo speciale arrivarono a Budapest alle 6 del mattino, scontrandosi con l’insurrezione e i militari ungheresi.
Le forze militari dei ribelli di Budapest s’erano concentrate principalmente nelle zone VIII e IX, nonché nel distretto di Seina. Nella notte del 24 ottobre a Budapest entrarono circa seimila soldati dell’esercito sovietico, con 290 carri armati T-44, T-54, IS-3 e 120 BTR-152. In mattinata, in città arrivò la 33.ma Divisione meccanizzata della Guardia, e la sera la 128.ma Divisione fucilieri della Guardia, in seguito chiamato Corpo Speciale. Nel corso di una manifestazione davanti al parlamento, esplosero gli incidenti: dai piani superiori aprirono il fuoco uccidendo l’ufficiale di un carro armato sovietico che fu poi bruciato. In risposta, le truppe sovietiche aprirono il fuoco sui manifestanti, provocando 61 morti e 284 feriti.

I rivoluzionari uccisero diversi aderenti al Partito Comunista, all'avvio della rivoluzione di Gladio.

I ‘rivoluzionari’ uccisero decine di aderenti al Partito Comunista, avviando la ‘rivoluzione di Gladio’.

Le forze controrivoluzionarie organizzate trovato subito il sostegno di elementi criminali. Tutti i documenti disponibili mostrano il grande ruolo svolto dai criminali nelle bande controrivoluzionarie. Un reggimento di fanteria si scontrò, il 26 ottobre a Budapest, con un gruppo di controrivoluzionari catturando 23 banditi. La stragrande maggioranza dei criminali catturati erano evasi da una prigione. Nel complesso, tra il 25 e il 31 ottobre, furono rilasciati 9962 criminali e 3324 criminali politici, molti dei quali ricevettero un fucile, e la maggior parte di questi ultimi era coinvolta in attività politiche controrivoluzionarie. Parteciparono ai combattimenti anche semplici persone traviate, facendosi coinvolgere dalla propaganda contro-rivoluzionaria, scesero in strada con le armi, in primo luogo per l’attuazione dello slogan del “comunismo nazionale”. La responsabilità dei loro errori e della loro morte si trova nel “partito di opposizione”, nelle sue ideologia e propaganda demagogiche. Tra coloro che si trovarono dal lato della controrivoluzione, senza condividerne i veri obiettivi, una parte significativa era giovane. I leader degli agitatori della ribellione di Free Europe, approfittarono con incredibile cinismo dell’immaturità politica, dei sentimenti patriottici e del sogno di gesta eroiche di bambini, adolescenti e giovani. Ciò può spiegare alcuni dati. Durante il periodo di scontri armati, furono segnalati un totale di circa 3 mila morti, il 20% dei quali aveva un’età inferiore ai 20 anni, il 28% tra i 20 e i 29 anni. Tra i feriti, la percentuale di giovani era del 25%, e più della metà di loro di età tra i 19 e i 30 anni. La leadership della rivolta era di Radio Free Europe a Monaco. Con alcuni dei principali gruppi armati che avevano il supporto radiofonico diretto da RFE. Così, una banda del vicolo Corwin aveva due sessioni al giorno: alle 23 Free Europe passava loro direttive e istruzioni, e alle 01:00 inviava informazioni ai ribelli.
tumblr_mjmj2meo7g1rcoy9ro1_1280Erno Gero fu sostituito come Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Operaio da Janos Kadar, e fu avviata l’azione del gruppo meridionale di Szolnok delle Forze sovietiche. Il primo ministro Imre Nagy parlò alla radio, riferendo alle parti in conflitto una proposta di cessate il fuoco. Il 29 ottobre, i combattimenti si fermarono e per la prima volta in cinque giorni, per le strade di Budapest vi fu il silenzio. Le truppe sovietiche iniziarono a lasciare Budapest. Ma non appena i sovietici lasciarono Budapest, ribelli andarono di nuovo all’offensiva. Liberato dalla prigione, l’ex-ufficiale dell’esercito di Horthy, Bela Kiraly, che nell’esercito popolare ungherese aveva il grado di generale, ma che poi fu condannato per spionaggio all’ergastolo, organizzò insieme al Comitato Maléter le forze armate rivoluzionarie. Formazioni armate di questo comitato iniziarono a uccidere i comunisti e il personale dell’AVH fatti sbandare da Imre Nagy. Furono riportati anche casi di uccisioni di soldati sovietici in congedo e in diverse città d’Ungheria. Gli insorti avevano catturato la sede del comitato cittadino di Budapest del Partito dei lavoratori ungheresi, e più di 20 comunisti furono impiccati. Le immagini dei comunisti appese e torturati, con volti sfigurati dall’acido, fecero il giro del mondo.
La rivolta si diffuse in altre città, si diffuse il caos. Il servizio ferroviario fu interrotto e cessarono di operare aeroporti, negozi e banche furono chiusi. Gli insorti si aggiravano per le strade, sequestrando gli agenti della sicurezza. Venivano riconosciuti dalle famose scarpe gialle, fatti a pezzi o appesi per i piedi, a volte castrati. I ritratti dei leader di partito vennero sfigurati con enormi chiodi e venivano incendiati i ritratti di Lenin. Ogni giorno che passava, Imre Nagy si allontanava sempre più dalla suo passato. Il 1° novembre annunciava il ritiro dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, e ministro della difesa fu nominato lo stesso Maléter, assegnandogli il grado di generale e inserendolo nel governo, e facendo scarcerare il cardinale Jozsef Mindszenty. Il 3 novembre Kiraly fu nominato comandante della Guardia Nazionale.

Gli Ussari di Kádár erano i reparti armati del Partito comunista ungherese che combatterono la controrivoluzione di Gladio in Ungheria.

Gli Ussari di Kádár erano i reparti armati del Partito comunista ungherese che combatterono la controrivoluzione di Gladio in Ungheria.

Una volta che le truppe sovietiche lasciarono l’Ungheria, come Nagy aveva chiesto, delle truppe si concentrarono al confine ungherese-austriaco, nella neutrale Austria, pronte ad aiutare i ribelli.
Si dovette ricorrere a uno stratagemma: per discutere i termini del ritiro delle truppe sovietiche nel quartier generale del Corpo speciale fu invitato il Magg. Gen. Pal Maléter, che fece parte della delegazione ufficiale che la sera del 3 novembre arrivò nella base militare sovietica Csepel, sull’isola di Tekel, da Budapest. Assieme a lui nella delegazione vi erano il ministro Ferenc Erdei, il Capo di Stato Maggiore generale Istvan Kovacs e il direttore delle operazioni dello Stato Maggiore, colonnello Miklos Szucs. A mezzanotte nella stanza in cui si svolgevano i negoziati giunse il presidente del KGB Ivan Serov, arrestando tutta la delegazione ungherese. L’Ungheria rimase senza leadership militare. La mattina del 4 novembre ha cominciarono ad entrare in Ungheria nuove truppe sovietiche sotto il comando del Comandante del Patto di Varsavia, il maresciallo dell’Unione Sovietica Ivan Konev, in conformità con il piano dell'”Operazione Vortice”. Il Corpo speciale aveva il compito primario di sconfiggere le forze del nemico. Il corpo era rimasto lo stesso, ma aveva aumentato il numero di carri armati, artiglieria e unità aeree. Le divisioni dovevano svolgere le seguenti attività:
La 2.nda Divisione di Fanteria Meccanizzata della Guardia, catturare la parte nord-orientale e centrale di Budapest, i ponti principali sul Danubio, il Palazzo del Parlamento, la Centrale telefonica, il Ministero della Difesa, la stazione Nyugati, il dipartimento di polizia e le caserme delle basi militari ungheresi, per evitare l’arrivo di ribelli a Budapest da nord e da est;
La 33.ma Divisione meccanizzata della Guardia, occupare il sud-est e il centri di Budapest, i ponti sul Danubio, l’Ufficio centrale, Via Corwin, la stazione Keleti, la stazione radio Kossuth, l’arsenale Csepel, le caserme delle unità militari ungheresi e impedire l’avvicinamento di ribelli a Budapest da sud-est;
La 128.ma Divisione Fucilieri della Guardia, doveva occupare la parte occidentale di Budapest, il centro comando della difesa aerea, il quartiere Mosca, la fortezza della collina Gellert, le caserme e impedire l’arrivo di ribelli ungheresi da ovest.
Per catturare gli obiettivi più importanti, in tutte le divisioni furono create una o due unità avanzate speciali, basati su un battaglione di fanteria con 100-150 elementi su veicoli blindati, rinforzati da 10-12 carri armati.
tumblr_mjmnb22dj71rcoy9ro1_400 Il 4 novembre iniziò l'”Operazione Vortice”. Gli obiettivi principali di Budapest furono occupati, i membri del governo Nagy si rifugiarono nell’ambasciata jugoslava. Tuttavia, le unità della Guardia Nazionale e singole unità militari ungheresi continuarono a contrastare le truppe sovietiche, che utilizzarono l’artiglieria contro le sacche di resistenza per poi rastrellarle con la fanteria appoggiata dai carri armati. Alle 8:30 i paracadutisti del 108.vo Reggimento Aeroportato della Guardia, in concomitanza con il 37.mo reggimento carri della Seconda Divisione Meccanizzata della Guardie catturarono 13 generali e 300 ufficiali del ministero della Difesa e li portarono presso il comando del generale dell’esercito Malinin. Le forze armate ungheresi furono completamente paralizzate. Nonostante la superiorità sovietica in personale e attrezzature, gli insorti ungheresi ne ostacolarono l’avanzata. Poco dopo le 08:00, a Budapest la radio aveva diffuso un appello di scrittori e scienziati di tutto il mondo, per aiutare il popolo ungherese. Ma per il momento le unità corazzate sovietiche avevano completato l’operazione e difendevano i ponti di Budapest sul Danubio, il Parlamento e la centrale telefonica. Combattimenti particolarmente feroce, come previsto, si ebbero a Corwin, nel Palazzo del Parlamento e nel Palazzo Reale. A mezzogiorno del 5 novembre nella capitale, l’unico centro di resistenza era nel quartiere di via Corwin. Per sopprimerlo furono schierati 11 battaglioni di artiglieria, con circa 170 cannoni e mortai, oltre a decine di carri armati. La sera, la resistenza degli insorti in tutto il quartiere finì.
Il 6 novembre l’esercito sovietico a Budapest continuò ad eliminare gli ultimi gruppi armati e punti di resistenza. I combattimenti continuarono fino alla serata del 6 novembre. Il 10 novembre i combattimenti cessarono. Imre Nagy e i suoi complici si rifugiarono nell’ambasciata jugoslava, ma il 22 vennero attirati fuori e arrestare. Il 16 giugno 1958 Maléter e gli altri golpisti furono impiccati. Il 16 giugno 1983 i resti di Nagy e Maléter furono solennemente seppelliti a Budapest, nella piazza Scoma. Kieraly riuscì a fuggire in Austria e presto divenne vicepresidente del Consiglio rivoluzionario ungherese a Strasburgo. Poi si trasferì negli Stati Uniti, dove fondò il Comitato ungherese e l’Associazione dei combattenti per la libertà. Nel 1990 tornò in Ungheria, ebbe il grado di colonnello e divenne un membro del parlamento. Morì il 4 luglio 2009.tumblr_mjmnmslxei1rcoy9ro1_1280A fianco delle truppe sovietiche agì il Corpo dei Volontari degli Ussari di Kadar, che indossavano giacche imbottite ed erano membri della Unione della Gioventù Comunista dei Lavoratori d’Ungheria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La giornalista uccisa per aver scoperto la verità sullo Stato islamico

Eva Bartlett, The Duran 21 ottobre 2016serena-shim-1Anche se tutti gli indizi portano a un gioco sporco, un omicidio, dei servizi segreti turchi, finora il governo degli Stati Uniti non ha né diretto né invocato un’inchiesta sull’incidente d’auto che secondo i funzionari turchi uccise Shim, e tanto meno espressero le condoglianze alla famiglia.
Serena Shim era corrispondente da Kobane, dalla Turchia. Era una dei primi, se non la prima, a riferire sul campo dei “militanti taqfiri che attraversavano il confine con la Turchia“, non solo i terroristi dello SIIL, ma anche del cosiddetto Esercito libero siriano (ELS). La sorella Fatmah Shim dichiarò nel 2015, “li riprese mentre portavano capi del SIIL in Siria dai campi in Turchia, che si suppone siano campi profughi siriani“. Nel gennaio 2013 Serena Shim denunciò il “ruolo centrale della Turchia nell’insurrezione in Siria: riferiva PressTV dalla Turchia“, mostrando le immagini di ciò che si ritenevano essere 300 autocarri “in attesa che i militanti li svuotassero“; le testimonianze incluse spiegavano come la Turchia permettesse ai terroristi stranieri di passare “liberamente” in Siria; parlò dell’invio di armi dalla base aerea degli Stati Uniti di Incirlik in Turchia ai terroristi nei campi profughi in Siria; ed espose la questione dei campi di addestramento terroristici camuffati da campi profughi, e sorvegliati dai militari turchi. Shim disse che l’ONG Organizzazione Mondiale del Cibo, usava i camion per inviare armi ai terroristi in Siria, nell’ultima intervista, il giorno prima di essere uccisa. In particolare, nell’intervista disse esplicitamente che temeva per la vita perché l’intelligence turca l’aveva accusata di essere una spia. Disse a Press TV: “La Turchia è etichettata da Reporter senza frontiere come la più grande prigione per giornalisti, quindi temo ciò che potrebbero fare contro di me… spero che non accada nulla, di ciò che arriva. Penso che m’interrogherebbero, e la mia speranza è che il mio avvocato sua abbastanza bravo da farmi uscire al più presto possibile”. Due giorni dopo, Press TV ne annunciò la morte, affermando: “Serena è stata uccisa in un presunto incidente stradale mentre tornava da un’inchiesta a Suruch nella provincia di Urfa in Turchia. Tornava nell’albergo di Urfa, quando l’auto fu tamponata da un veicolo pesante”. Questa era la versione ufficiale della morte, anche se nelle versioni successive la storia cambiò. In un articolo del mese dopo, Russia Today (RT) parlò con la sorella, che disse: “Ci sono così tante storie. La prima è che la macchina di Serena fu tamponata da un autoveicolo pesante, che proseguì. Non trovarono né l’autoveicolo né il conducente. Due giorni dopo, a sorpresa, trovarono veicolo e conducente, e avevano le immagini dell’autoveicolo pesante che investì l’auto di mia sorella. Ogni giorno uscivano nuove foto con diversi danni all’auto. Serena e mio cugino, che guidava la vettura, furono portati in due ospedali diversi. Fu segnalata già morta sul posto. Poi uscirono altri articoli secondo cui era deceduta in ospedale 30 minuti dopo, per insufficienza cardiaca?!

Blackout politico, blackout mediatico
serenashimQuando il 20 novembre 2014, alla conferenza stampa, il giornalista della RT Gajan Chichakjan chiese per due volte al direttore dell’ufficio stampa Jeff Rathke aggiornamenti sulla morte di Shim, la risposta non sorprese nessuno:
Chichakjan: “era la giornalista Serena Shim, morta in Turchia in circostanze molto sospette. La morte ha sollevato sospetti al dipartimento di Stato?
Rathke: “Beh, credo che ne abbiamo parlato in una riunione diverse settimane fa, dopo che accadde. Non ho nulla da aggiungere a quanto detto dal portavoce al momento, però“.
Chichakjan: “Ma è morta alcuni giorni dopo aver detto di essere stata minacciata dall’intelligence turca. Avete chiesto informazioni? Domande? Non c’è davvero nulla di nuovo?
Rathke: “Beh, ho appena detto che non c’è alcun aggiornamento da riferirvi. Ancora una volta, ciò fu sollevato poco dopo la morte. Il portavoce si espresse. Non ho aggiornamenti da riferirvi in questo momento“.
Chichakjan: “Voglio solo tornare su Serena Shim. Ha giustamente detto che il dipartimento di Stato ne ha commentato la morte diverse settimane fa, e dice che non c’è alcun aggiornamento. Perché non ce n’è? Una cittadina degli Stati Uniti muore poco dopo aver detto di essere stata minacciata dall’intelligence turca“.
Rathke: “Beh, semplicemente non abbiamo informazioni da riferirvi oggi. Sarò felice di controllare e vedere se c’è qualcos’altro. Ne abbiamo parlato, come ho detto, proprio alcune settimane fa, dopo la morte, così non ho niente da dirvi oggi. Sarò felice di controllare e vedere se c’è altro che possa dire“.
Naturalmente, né lui né alcun funzionario del governo degli Stati Uniti si fece sentire. L’anno scorso, la madre di Shim, Judy Poe, rispose a un mio messaggio: “Non ho alcun dubbio che mia figlia non sia morta in un incidente stradale. Non aveva un solo graffio né sangue da alcuna parte. Cercai di contattare l’ambasciata degli USA in Turchia con i numeri di cellulare che mi diedero quando stavo per riprendermi mia figlia. Assolutamente alcuna risposta dall’ambasciata statunitense in Turchia, neanche dai cellulari personali“. La sorella di Shim nell’intervista a RT dichiarò, “Non abbiamo avuto alcun aiuto, né condoglianze”. Alcuna organizzazione giornalistica perseguì un’indagine sull’omicidio di Shim, tanto meno se ne lamentò. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) non da risultati quando si cerca il nome Shim sul suo sito web, eppure CPJ ha una lista di giornalisti uccisi in Turchia dal 1992 al febbraio 2016, evidentemente senza il nome di Shim. Lo stesso con una ricerca sul sito di Reporters sans frontières, non da risultati. In un articolo del 19 dicembre 2014 sul Greanville Post, il portavoce del CPJ afferma: “Il Committee to Protect Journalists ha indagato sulla morte di Serena Shim in Turchia e non ha trovato alcuna prova che ne indichi la morte come qualcosa di diverso da un tragico incidente. A meno che la morte sia confermata legata direttamente al lavoro di giornalista, non comparirà sul nostro database. Nel caso in cui nuove prove comparissero, CPJ riesaminerà il caso“. L’articolo osserva, “Dal febbraio 2016, il CPJ non ha cambiato posizione“. La Federazione internazionale dei giornalisti ha una breve sintesi su Shim: “Serena Shim, corrispondente di Press TV in Turchia uccisa in un incidente d’auto sul confine turco-siriano. Tornava da un’indagine a Suruch, distretto rurale della provincia turca di Sanliurfa, quando la sua auto si scontrò con un camion“. Ma senza invocare un’inchiesta e senza dubitare della narrazione ufficiale. In un articolo del 21 novembre 2014 sulla morte di Shim, RT osservò che, “l’Ufficio del rappresentante per la libertà dei media dell’OSCE ha detto a RT che la Turchia svolge indagini“, e citava il rappresentante dell’OSCE per la libertà dei media Gunnar Vrang dire: “Il rappresentante ha seguito il caso, dalle prime notizie apparse sull’incidente d’auto costato la vita alla giornalista Serena Shim. Secondo le informazioni disponibili, le autorità turche hanno avviato un’indagine sui dettagli dell’incidente d’auto“. Cercando sul sito dell’OSCE il nome di Serena Shim, non spunta nulla. Il 5 febbraio 2016, Judy Poe twittava: “Chiaramente il rappresentante accetta la narrazione turca. Pochi media corporativi hanno esaminato la morte sospetta di Shim, con una sola eccezione sorprendente, Fox News riferì della morte di Shim citando il portavoce del dipartimento di Stato degli USA affermare che il dipartimento “non conduce indagini sui morti all’estero“.” Dato che l’intelligence turca minacciò Shim, secondo la sua testimonianza, e che la Turchia è nota per imprigionare e uccidere giornalisti, l’assenza di preoccupazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti è compromettente di per sé.
In netto contrasto con il silenzio sulla morte di Shim, John Kerry almeno per due volte ha pubblicamente lamentato la morte di James Foley, lodandolo come eroico giornalista che s’infiltrava in Siria dalla Turchia lavorando con al-Qaida e altri terroristi, consegnando sincere condoglianze alla famiglia. Senza una traccia d’ironia, nell’agosto 2014 Kerry disse di Foley, e mai di Shim, “Onoriamo il coraggio e preghiamo per la sicurezza di tutti coloro che rischiano la vita per scoprire la verità, dove è più necessario“. Nel settembre 2014, Kerry smentì il portavoce del dipartimento di Stato dicendo: “Quando i terroristi ovunque nel mondo uccidono nostri cittadini, gli Stati Uniti devono rendere conto, non importa quanto tempo ci voglia. E coloro che hanno ucciso James Foley e Steven Sotloff in Siria devono sapere che gli Stati Uniti li ritengono responsabili, non importa quanto tempo ci voglia“. Sul blackout mediatico e politico sulla morte sospetta di Serena Shim, l’ex-collega Afshin Rattansi, ospite di RT a Going Underground, postulò: “Ci furono alcune notizie, ma niente che ci si aspetterebbe da una giovane giornalista coraggiosa. Perché la storia che seguiva era pericolosa perché si trattava di un alleato della NATO come la Turchia, che collaborerebbe con lo SIIL… ed è questa la ragione per cui la storia non fu riferita ampiamente? Non lo sappiamo“. In effetti, non sarebbe la prima volta che il governo degli Stati Uniti non cerchi giustizia per l’omicidio per mano di un alleato di un suo cittadino. L’omicidio di Rachie Corrie del 16 marzo 2013 da parte di un soldato israeliano alla guida di un bulldozer non solo fu testimoniato da numerosi attivisti a Rafah, nella Palestina occupata, ma fu anche ripreso. Non fu smentito che il soldato israeliano vide Corrie, e la travolse per poi invertirla di nuovo, schiacciandola due volte. Eppure, nonostante gli sforzi della famiglia e dei sostenitori, gli Stati Uniti non hanno mai cercato giustizia per questa cittadina statunitense. Judy Poe dice che il motto preferito di Serena era: “Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio“. Shim ha vissuto così. Aveva 29 anni e due figli quando fu uccisa.21

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

George Soros contro la Siria

Vanessa Beeley, The Wall Will Fall, 21 gennaio 2016sorosI media sono professionisti dell’intrattenimento, la confezione aziendale è volta alla massima diffusione e a fare i soldoni. Lo scopo non è informare, ma un quantificabile e chiaro business plan. Il successo si basa su una formula semplice: restare entro parametri “comprensibili” al pubblico che divora frasi ad effetto e storie note ad ogni ora di ogni giorno. Come foche ammaestrate in cui ogni desiderio, istinto e modello di acquisto è misurato dal marketing dei media aziendali ad uso e consumo degli inserzionisti; il pubblico vuole essere accontentato e i media occidentali provvedono“, Sharmine Narwani

LA BBC traffica
aleppo-siege-265x160Le carabattole del circo mediatico su Madaya ignorano la valanga di chiare anomalie e l’inganno totale della narrazione prevalente. Sorde a opinione pubblica e indagini, istituzioni come la BBC si considerano al di sopra della responsabilità verso chi paga per mantenerle, il pubblico inglese. Ritengono perfettamente accettabile diffondere video di Yarmuq del 2014 dicendo che si tratta di Madaya nel 2016, e quando richiesto di rimuovere il video incriminato, non spiegano, né si assumono la responsabilità delle loro tattiche di confusione e disinformazione. Fortunatamente, Robert Stuart, ardente attivista contro la continua propaganda offensiva ed ostile alla Siria della BBC, ha posto un reclamo ufficiale e chiesto perché alla BBC, da troppo tempo, è stato permesso di non rispondere. Le TV al-Mayadin, al-Manar, al-Masirah e molte altre, che rappresentano le voci degli oppressi in Medio Oriente, vengono sistematicamente escluse dai canali satellitari finanziati dall’Arabia Saudita e dai social media filo-israeliani. Press TV di Teheran ha avuto la licenza revocata dall’Ofcom nel 2012. RT è stati oggetto di attacchi implacabili della BBC da quando il “Cremlino ha lanciato la sua operazione mediatica internazionale“. Il lessico della BBC non manca mai di mantenere e celebrare la terminologia da “guerra fredda” o la paura dell'”indottrinamento” russo della mente della gente. “Ma (RT) finirà sotto un maggiore controllo per mancanza di equilibrio editoriale e per l’accusa che disinforma deliberatamente per contrastare e dividere l’occidente“, tratto da Le operazioni mediatiche globali della Russia sotto i riflettori.
Tale sorprendente dimostrazione di proiezione di se va abbinata alla capacità dei sionisti di trasformare i propri crimini contro l’umanità in accuse ben confezionate a chi opprimono, i palestinesi, sulle cui rovine Israele ha costruito i propri insediamenti, facendone i colpevoli e per cui Israele è esente dal giudizio sui crimini commessi per “autodifesa”. La BBC abbellisce tale “auto-difesa”, o è creativa sulla verità difendendo la spaventosa politica estera neocolonialista del nostro governo, volto a fomentare la divisione settaria in Medio Oriente per facilitare i desiderati “cambio di regime” in Siria e massacro dei civili nello Yemen, bombardato da missili e armi di distruzione di massa made in UK. Questi sono solo due esempi della collusione della BBC con la destabilizzazione globale e la riduzione di nazioni sovrane in “stati falliti” in perenne conflitto, maturi per l’invasione e l’occupazione strisciante del complesso economico e pseudo “umanitario” delle ONG, naturalmente, aumentando i redditi del complesso militare industriale.

La BBC è sorosizzata
syria-campaign-break-the-sieges La seguente dichiarazione straordinaria è tratta da un documento del Wilson Center. Nella sezione intitolata “Il ruolo delle ONG nella costruzione della società civile”, “In alcuni Paesi, ONG locali vengono finanziate per istigare “campagne per il potere al popolo”. Come nelle recenti “rivoluzioni colorate”, tali campagne hanno lo scopo di aprire i regimi politici ai partiti di opposizione e spodestare i leader che hanno preso il potere con metodi irregolari. In generale, i programmi che supportano e rafforzano le attività delle ONG sono visti come modi per favorire l’emergere della società civile, integrando lo Stato nel provvedere ai bisogni pubblici e rendere i governi sensibili alla popolazione“. Sembrano essersi tolti i guanti. Qui, il Centro Wilson espone allegramente la politica del cavallo di Troia delle ONG quali agenti di propaganda dell’imperialismo in qualsiasi nazione dalle risorse da depredare o strategicamente importante. Si spiega perfettamente il finanziamento del “potere popolare”, la tempistica delle campagne per il cambio eseguiti in sincronia con le fratture regionali o nazionali, attuate da movimenti di opposizione importati o favoriti sul posto per spingere i movimenti filo-imperialisti al cambio di regime. Naturalmente non c’è mai alcuna intenzione da parte dei burattinai di permettere alla gente di avere il potere preteso. L’obiettivo è il vuoto di potere, notoriamente da riempire con un governo filo-imperialista che garantisca totalmente il potere alle ostili aziende imperialiste. Ci si può chiedere perché ciò sia rilevante nella distorsione della verità della BBC. Per spiegarlo, si noti l’inclusione del BEEB sul sito dell’Open Democracy. Si dia un’occhiata all’impressionante lista dei finanziatori di Open Democracy. Non sorprenderà che George Soros sia su tale lista. In realtà, l’unico magnate “filantropico” assente è la Fondazione Bill e Melinda Gates. Si consideri chi tenga i cordoni della borsa della maggioranza degli agenti della propaganda e delle ONG che attuano il cambio di regime in Siria. La strada lastricata di mattoni gialli delle ambizioni neocon e dell’impossibile missione imperialista in Siria porta dritto alla stratega del caos globale, che George Soros spaccia furiosamente da dietro lo scudo delle ONG umanitarie. In primo luogo un richiamo a un articolo sulla mitica ONG che spaccia articoli fasulli sulla Siria, Avaaz, l’arte di vendere odio per conto dell’Impero. “Non è una coincidenza che, allo stesso tempo, una lucida, sofisticato e ben finanziata “campagna Salva la Siria” venisse creata negli uffici dei tizi di Harvard preferiti dall’impero. Qualora, stando dietto l’organizzazione Avaaz, il pubblico non accettasse comunque l’attacco aereo alla Siria, la società di pubbliche relazioni di New York Purpose Inc. interverrebbe“, (la cui collaborazione con l’Open Society Foundation di Soros è evidenziata nell’articolo).dr-al-jaafariL’ultima campagna sulla Siria: spezzare l’assedio
Tale campagna fu lanciata in concomitanza con la tempesta propagandistica #OperationMadaya, in perfetta coincidenza con la criminale e brutale esecuzione del principale attivista per la democrazia, l’unità e la libertà dal governo dispotico dei Saud in Arabia Saudita, Shayq Nimr al-Nimr. Con vero stile aziendale di Manhattan, tale costosa campagna pubblicitaria si diffuse per le strade, proprio al culmine dell’indignazione del pubblico e dei media occidentali ispirati da al-Jazeera dei governanti del Qatar, che spacciava a ripetizione foto false. Il noto ritornello “Assad è la radice di ogni male” fungeva da sfondo drammatico della dilagante campagna pubblicitaria. La si poteva anche perdonarlo pensando fosse stata preparata in precedenza. Il Dr. al-Jafari, rappresentante permanente della Siria alle Nazioni Unite, ha ricondotto tale sfruttamento del dramma alla verità succinta dei piccoli istrionismi, con grande dignità nonostante l’ostilità dei media contro il governo siriano. Questa chiara calma è ora una nota componente del rifiuto siriano, iraniano e russo dell’isteria occidentale. “Rientrano nella Campagna sulla Siria, Free Syrian Voices, March Campaign#WithSyria e Medics Under Fire, tutte creazioni di Purpose.inc”. La società di pubbliche relazioni di New York Purpose ha creato almeno quattro ONG e campagne anti-Assad: Caschi bianchi, Voci libere siriane, Campagna per la Siria e Campagna marcia per la Siria.

Rami ed Erdogan

Rami Jarrah ed Erdogan

Avaaz
Ancora un’altra petizione spudoratamente di parte di Avaaz dallo scarso rispetto per la realtà a Madaya. Clicca qui per Ciò che i Media non dicono su Madaya, di SyriaGirl. “Avaaz , assieme a Rockefeller, George Soros, Bill Gates e altri potenti, plasma meticolosamente la società globale utilizzando e sviluppando strategie di marketing psicologico, soft power e social media, per conformare il consenso pubblico…Cory Morningstar.

Ancora Rami Jarrah con Erdogan

Ancora Rami Jarrah con Erdogan

Rami Jarrah – ANA Press
140216281-64b26e1f-509e-422d-83f8-a87eefe29d53 Ah, ora qui c’è un affascinante vaso di Pandora, che sarà studiato approfonditamente nel prossimo articolo, suscitando un paio di scossoni ai suoi supporter. Tuttavia, per ora, una breve panoramica su Rami Jarrah. Già noto come Alexander Page negli inebrianti giorni in cui BBC, CNN e al-Jazeera lo sponsorizzavano da “cittadino giornalista” di Avaaz che si spacciava da corrispondente estero onnipresente sul fronte del cambio di regime in Siria, assieme a Danny Abdul Dayem, noto attore da bombe e razzi in Studio della CNN, suo compare sul carro di Avaaz Democracy. Naturalmente ANA Press spaccia le solite lodevoli affermazioni; “Siamo un’organizzazione indipendente e priva di qualsiasi appartenenza politica, in quanto ciò potrebbe influenzare le nostre neutralità ed onestà. Non abbiamo e non accettiamo fondi da gruppi politici”. Rami Jarrah
È interessante notare che dando una sbirciatina dietro tale velo d’integrità troviamo che tali affermazioni sono compromesse dalle agenzie governative e aziende che investono in questi gruppi di raccolta fondi ed influenza, ascari dei neocon. Con poco sforzo rintracciamo presso ANA Press HIVOS, SIDA e naturalmente Soros. SIDA: agenzia di aiuti allo sviluppo affiliata a governo svedese, Unione europea, Nazioni Unite e Banca Mondiale. George Soros è la figura prominente del portafoglio dell’ennesimo programma per il cambio di regime, “Dare conto a tutte le voci“. “Dare conto a tutte le voci è l’unico ente di ricerche e studi che lavora per capire meglio ciò che funziona, e non, dei programmi che utilizzano la tecnologia per promuovere trasparenza e governance responsabile”. Il fondo è finanziato congiuntamente da SIDA, USAID, DFID, Fondazione Open Society e Omidyar Network.Hivos collabora con Open Society Foundations (OSF), un’iniziativa del filantropo George Soros, dal 2005. L’OSF costruisce democrazie vivaci e tolleranti i cui governi sono responsabili nei confronti dei cittadini. Questa missione è perfetta con la politica di HIVOS“, Hivos Jarrah. “La missione di Jarrah è garantire che le voci dei siriani siano ascoltate in tutto il mondo, incarnando non solo lo spirito della libertà di stampa del Premio Internazionale della CJFE, ma anche quella dell’Alternative&Independent Media del programma dell’Hivos ‘Expression&Engagement’.” Democrazie vivaci e tolleranti… Muoviamoci, o dovremmo dire MoveOn? “Avaaz fu creato anche da MoveOn, comitato d’azione politico (PAC) del Partito Democratico, formatosi in risposta all’impeachment del presidente Clinton. Avaaz e MoveOn sono finanziati dal già condannato finanziere miliardario George Soros”, Siria: Avaaz, l’arte di vendere odio per conto dell’Impero.

Wissam Tarif, manager di Avaaz
436x328_57196_230775Wissam Tarif è un altro dei tizi di facciata all’origine del marketing a favore del cambio di regime in Siria, lanciato quasi esclusivamente dal sovvertitore dell’opinione pubblica Avaaz nel 2011, con un piccolo aiuto degli amici CNN, BBC e al-Jazeera. Anche questo sarà esaminato con maggior dettagli in un articolo successivo. Tarif fu uno dei primi a parlare di democratizzazione della Siria presso l’Oxford Research Group nel 2011. Wissam Tarif da allora fu promosso responsabile delle campagne di alto profilo di Avaaz, un pervicace sostenitore della democrazia globale e della democratizzazione della Siria per mano di NATO, Stati Uniti, GCC ed Israele. “WT: “Finché la gente di Madaya e altre città assediate in Siria avrà la libertà, così come il cibo, i bambini continueranno a morire di fame. Le Nazioni Unite hanno già mediato accordi per togliere l’assedio e ora Ban Ki Moon deve urgentemente garantire la salvezza di migliaia di vite e costruire la fiducia in Siria in vista dei negoziati di pace a fine mese“. Operazione Madaya, appello di Avaaz.
Wissam Tarif, nei primi giorni della guerra alla Siria, era un membro della quinta colonna di Avaaz, con Rami Jarrah/Alexander Page e Danny Abdul Dayem, tra migliaia di altri, finanziati dai 1,2 milioni di dollari raccolti dalle petizioni di Avaaz. Nel 2011 Tarif fu descritto eufemisticamente come manager delle campagne di Avaaz, ma era anche associato a una ONG spagnola chiamata INSAN, umano in arabo. Curiosamente, quando approfondii i suoi contatti ebbi difficoltà a trovare INSAN, che sarebbe in Spagna, ma dove non esiste alcuna ONG del genere. Alla fine, nella pagina dei contatti di Wassim notavo l’indirizzo e-mail di Insan international: Wissamtarif@insanintl.com. Il sito era indicato come Insanassociation.org. Al momento della prima indagine, INSAN elencava i partner sul sito. Per fortuna feci uno screenshot, perché quando vi ritornai per avere i link, il collegamento portava al messaggio errore 404. Inoltre, casualmente, INSAN ha ora la nuova pagina web InsanIntl.com, che sempre casualmente non mostra più le informazioni sui suoi finanziatori. Tuttavia, George Soros e la  Open Society Foundation ovviamente fanno parte del quadro, ancora una volta.insanI caschi bianchi
I caschi bianchi hanno forse la più diversificata gamma di sostenitori e donatori. La maggior parte dei quali sono già stati trattati in precedenti indagini approfondite, e sono CIA, Foreign Office, fazioni dell’opposizione siriana e agenzie di reclutamento di mercenari e killer, ma naturalmente sempre seguendo la strada lastricata di mattoni gialli, si arriva a Soros. Per un’analisi completa del finanziamento dei caschi bianchi, Caschi bianchi siriani: La guerra attraverso l’inganno.

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Gennaio 2016, i caschi bianchi chiedono di bombardare Qafraya e Fuah, presso Idlib

Soccorritori imparziali e neutrali di tutti i siriani, indipendentemente dalle alleanze“, così si presentano i caschi bianchi. Nella foto, i caschi bianchi mostrano striscioni che chiedono di bombardare e distruggere Qafraya e Fuah, due villaggi sciiti presso Idlib assediati da Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra dal 2011. Una dimostrazione “imparziale” del nudo settarismo wahhabita degli eroi umanitari, idolatrati da governi, media e pubblico occidentali. Per ulteriori indicazioni sul terrificante assedio di Qafraya e Fuah si legga la serie di Eva Bartlett su Counterpunch: Indicibili sofferenze a Qafraya e Fuah.

Perriello, fondatore di Human Right Warch, con il generale ed ex-capo della CIA Petraeus

Perriello, fondatore di Human Right Watch, con il generale ed ex-capo della CIA Petraeus

SN4HR
Il sito SN4HR non da informazioni su chi lo finanzia e le informazioni sulla proprietà del sito sono occultate, ma è dimostrato che è ospitato negli Stati Uniti. L’organizzazione si identifica come nata dalla “rivoluzione in Siria” (chiaramente un’organizzazione partigiana, vedasi in fondo all’home page) che afferma di essere ‘fonte attendibile’ sul conflitto in Siria per le principali organizzazioni dirittumanitarie, enti di beneficenza e governi, tra cui Nazioni Unite, Human Rights Watch, Amnesty International e anche dipartimento di Stato degli Stati Uniti. “Database e archivi di rete sono considerati fonti affidabili e cruciali da media internazionali e locali, organizzazioni e agenzie internazionali che operano nel campo dei diritti umani”. Tratto da “Madaya, altra truffa umanitaria occidentale sulla Siria”. Century Wire 21… e nello stesso articolo seguiamo il percorso che ancora una volta porta a Soros, “non c’è nessun posto come casa“.

Human Rights Watch
Human Rights Watch finanziata da Soros ha svolto un ruolo importante nel ritrarre falsamente attentati e altre atrocità di SIIL e al-Qaida come opera del regime di Assad, per supportare l’azione militare di Stati Uniti e Unione europea“, William Engdahl, “La Siria è su entrambi i lati della crisi dei rifugiati”. hrw-timInfografica del Professor Tim Anderson

Physicians for Human Rights
Salve Soros2015physicianshumanrightsgalasolli1oxn6klIl Dr. Denis Mukwege e George Soros dedicano la vita agli altri affrontando abilmente le questioni più difficili, supportare le donne del Congo e migliorare la vita e far progredire i diritti umani dei popoli oppressi nel mondo“, aveva detto Donna McKay, direttrice esecutiva di PHR. “I loro instancabili sforzi e leadership ispirano i difensori dei diritti umani nel mondo consolidando la vitale resistenza a chi viola i diritti umani“. Soros, la cui leadership e dedizione filantropica alla causa dei diritti umani fu onorata nel 2015 dal Premio alla carriera dei Physicians for Human Rights, è un loro sostenitore dal 1985. “George Soros capì, dall’inizio, che i medici svolgono un ruolo fondamentale nel preservare la dignità umana, principio fondamentale dei diritti umani“, aveva detto McKay. “La sua fede nella nostra causa ha spianato la strada ad altri sostenitori e ha contribuito a garantire che gli operatori sanitari avessero l’opportunità di utilizzare le proprie competenze come mezzo per la giustizia“. Conferenza dei PHR.

Medici senza frontiere e Medici del Mondo
kouchner-es-soros-foto-tury-gyorgy-hvghuMSF hanno fatto sforzi concertati per prendere le distanze dal suo avvocato interventista, il co-fondatore Bernard Kouchner, ma con scarsi risultati, dato che Kouchner viene ancora invitato a commentare il bombardamento statunitense dell’ospedale di MSF a Kunduz, in Afghanistan, nel 2015. Ancora una volta l’unico scopo di tale articolo è dimostrare come le organizzazioni non governative dal grande impatto in Siria, e nei nostri media, siano legate a George Soros (tra una miriade di innegabilmente faziose agenzie governative occidentali).
La Coalizione per la Corte penale internazionale (CICC) è un’organizzazione internazionale non governativa (ONG) a cui aderiscono oltre 2500 organizzazioni nel mondo per sostenere una fiera, efficace e indipendente Corte penale internazionale Il CICC è un progetto del Movimento Federalista Mondiale – Istituto per la Politica Globale (WFM-IGP) e ha segreterie a New York, nei pressi delle Nazioni Unite (ONU), e all’Aia, Paesi Bassi. (Tratto da Wikipedia). Il comitato direttivo del CICC comprende Human Rights Watch e Amnesty International. Il Movimento federalista mondiale è finanziato da George Soros. Medici senza Frontiere e Medici del Mondo sono membri della CCIC, di certo in Francia.

ONG partner
Un’altra forma di collaborazione di enorme importanza per le fondazioni di Soros, sono i rapporti coi beneficiari che negli anni sono divenute alleanze nel perseguire parti cruciali dell’agenda della società aperta. Tali partner sono, ma non solo: Medici Senza Frontiere, Fondazione AIDS Est-Ovest, Medici del Mondo e Partner nella Salute, per vai dei loro sforzi nell’affrontare cruciali emergenze sanitarie spesso collegate a violazioni dei diritti umani“. Tratto da Open Society Foundationsoros-amnestyAmnesty International
Un’altra ONG finanziata da Soros ed attiva nel demonizzare il governo di Assad come causa delle atrocità in Siria, costruendo il sostegno pubblico a una guerra contro la Siria di Stati Uniti e Unione europea, è Amnesty International. Suzanne Nossel, fino al 2013 direttrice esecutiva di Amnesty International USA, lavorava al dipartimento di Stato degli Stati Uniti dov’era viceassistente della segretaria di Stato, non proprio un organismo imparziale verso la Siria“. William Engdahl per New Eastern Outlook

Siria: La rivoluzione dei miliardaribillionaires-revolutionInfografica del Professor Tim Anderson, nel libro “La guerra sporca alla Siria”.

La BBC cammina sulla strada lastricata di giallo?
La BBC collabora con Open Democracy di Soros? Certo, quando osserviamo la pagina web è difficile non vedere che vi sia almeno una certa collaborazione. “Finanziata al 95% degli inglesi con il canone, la BBC appartiene al popolo, non al governo. OurBeeb è indipendente, non di parte e mira a garantire che la discussione sul futuro della British Broadcasting Corporation sia nelle mani del popolo inglese“. OurBeebopen-democracyForse i cittadini inglesi hanno voce in capitolo nella scelta di Soros come mentore e manager della campagna sulla maggiore rete multimediale pubblica il cui potere di alterare la percezione del pubblico è leggendario. “Come garantirsi che la BBC sia sentita ‘nostra’ dal pubblico che la finanzia e le cui molte voci dice di rappresentare? In un momento di tagli delle entrate pubbliche e rapidi cambiamenti tecnologici, il ruolo della BBC supera il tradizionale primo notiziario sui partiti politici. E’ tempo di rimodellare il dibattito sul futuro della più importante istituzione culturale del Regno Unito”. Poi vediamo le conseguenze dell’operazione Madaya. Su Open Democracy si legge… “Come i giornalisti cittadini mutano la redazione della BBC? I contenuti generati dagli utenti offrono nuovi modi di coprire le storie ‘occultate’, come il conflitto siriano. Ma come i giornalisti rappresentano ciò che vi accade?” Come in effetti? Segue poi una serie di scuse sui giornalisti della BBC, come Lyse Doucet, incapaci di essere in Siria. Si tirano fuori varie pretese. La morte di Marie Colvin del Sunday Times a Homs, nel 2012. Nessuna menzione che Colvin si fosse infiltrata senza l’autorizzazione del governo siriano, assieme a Rami Jarrah. La decapitazione della sospetta quinta colonna James Foley. Per non parlare del pericolo di attacchi aerei “stranieri” e dello Stato islamico. E perché, potreste chiedere, la BBC non trova le voci che in Siria che denunciano l’intervento estero o sostengono il governo legittimo? Stranamente, non sono “disposte a parlare”. Niente a che vedere col fatto che la BBC fa notoriamente propaganda antisiriana, per cui quelle persone temono non dica la verità sul punto di vista del popolo siriano. Sharmine Narwani ha ferocemente sfidato lo status di osservatore neutrale dei media occidentali nell’articolo: Giornalista occidentale, visto negato, “Perché in questo momento sinceramente non riesco a pensare a un gruppo di persone meno capaci di verificare le cose in Siria dei giornalisti occidentali. E non perché non sono fisicamente lì o non sanno mettere insieme più di due parole in arabo. Ma perché danno credito alle storie dei propri governi su tutto. I giornalisti occidentali s’inebriano al lascivo senso di giustizia degli ossimorici “valori occidentali” che ci rinfacciano. Gli stessi valori occidentali che chiedono “responsabilità” e “trasparenza” a tutte le nazioni, coprendo i governi occidentali mentre si fanno strada tra i corpi di musulmani e arabi nelle infinite guerre per la “sicurezza nazionale”.” Col senno del poi, potremmo essere considerati cospirazionisti, pensando che forse navigando tra tali eventi siamo a questo punto dell’assoluto silenzio stampa, utile agli obiettivi globalisti del governo? Vediamo la ciliegia sulla torta del cambio di regime? Soros ha apparentemente ufficializzato la cooptazione della BBC nella sua rete propagandistica sulla Siria, incanalandone le operazioni d’informazione nella sua perfetta molteplice rete di bugie anti-Assad.
La strada lastrica di mattoni gialli porta a Soros e la BBC non vede il Mago. Come se fosse alla ricerca di cuore, coraggio e cervello.14502933Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Italia affianca il terrorismo in Libia, contro l’Egitto

Alessandro Lattanzio, 14/9/2016

Roma invia almeno 200 paracadutisti in Libia, a supportare i terroristi taqfiriti di Misurata e Tripoli, contro le forze nazionali e jamahiryane collegate con l’Egitto. Dietro c’è l’istigazione di Washington, che sta perdendo la presa in Siria, Iraq e Yemen. Inoltre, i vertici degli USA sono preda del caos. Infatti, il partito mondialista e guerrafondaio negli Stati Uniti si ritrova in pratica senza candidata presidenziale, essendo Hillary Clinton null’altro che una vecchia derelitta drogata e oramai incapace di reggersi in piedi. A ciò si aggiunge l’allarme suonato dai vecchi teorici e strateghi dell’imperialismo statunitense come Brzezinsky e Kissinger, che avvertono i guerrafondai neocon e i socialimperialisti democratici che è bene decelerare dalla corsa allo scontro con Russia e Cina, una corsa che sta smantellando la rete di alleanze regionali di Washington, oltre a mettere sotto pressione la scassata macchina bellica statunitense. I vecchiacci summenzionati sanno che le condizioni generali degli USA e delle loro forze armate sono tali da non potersi permettere alcun confronto con Mosca e Beijing, e nemmeno con Teheran e Pyongyang. Soprattutto nel quadrante mediorientale, dove l’Arabia Saudita è al collasso, la Turchia nel caos e Israele preda del confronto interno tra filo-russi (Peres, Netanyahu) e partito filo-islamista (Mossad, IDF). In assenza di alleati di peso, Washington viene soccorsa da Roma, e precisamente dalle emerite espressioni del nullismo ideologico, politico e strategico piddino, il contessino Gentiloni Silverj e la gerarchetta fallita del PD genovese Pinotti, al 100% proni agli interessi dei petro-emirati, con i cui contratti prosperano le aziende italiane dominate dal PD (Finmeccanica, Fincantieri, ENI), precedentemente purgate da elementi ostili a tale politica con indagini mirate e fabbricate da una magistratura corrotta fino al midollo e collusa con gli ambienti terroristici atlantisti.53b9c680333749069a79bf61a35ee77d_18Il 5 aprile 2016, l’esercito libico del generale Qalifa Haftar entrava a Matar e a Qashum al-Qayl, 60 chilometri a sud di Sirte, dopo aver eliminato 6 terroristi. I combattimenti erano iniziati il 4 aprile quando lo Stato islamico aveva attaccato una postazione dell’esercito libico ad al-Ruagha, a 160 chilometri a sud di Sirte. Le forze di Haftar avevano riconquistato Bengasi, confinando il Consiglio rivoluzionario della shura, formata da Ansar al-Sharia, Brigata martiri del 17 Febbraio e Dir al-Libyia della Fratellanza musulmana nel quartiere di Ganfuda. L’LNA (Esercito nazionale libico) di Haftar aveva il supporto di Egitto e forze speciali inglesi e francesi, che avevano pianificato le operazioni dell’LNA. A Derna, il Consiglio dei mujahidin della Fratellanza musulmana scacciava lo Stato islamico dalla regione. Il 12 aprile veniva liberato dalla prigione di Zintan Sayf al-Islam Gheddafi e restava “al sicuro in Libia”. Gheddafi è ricercato dalla Corte penale internazionale ed è stato condannato a morte da un tribunale sciariatico di Tripoli nel luglio 2015. Il 18 aprile, il ministro degli Esteri inglese Philip Hammond visitava la base navale di Tripoli per ispezionare le strutture d’attracco per le navi da guerra inglesi in appoggio allo Special Purpose Task Group formato da 150 commando delle forze speciali (SAS) inglesi, presenti nel Mediterraneo a bordo della nave d’assalto anfibia Mounts Bay. In effetti, nel gennaio 2016 il re di Giordania Abdullah affermò che le forze speciali inglesi erano presenti in Libia. A Tobruq venivano sbarcati autoveicoli Toyota Hilux e blindati Panthera T6 prodotti da Minerva Special Purpose Vehicles e Ares Security Vehicles, aziende degli EAU, e dall’azienda egiziana Eagles International Vehicles. Il materiale era diretto alle forze del generale Haftar, che aveva richiesto agli alleati (Egitto, Francia, Giordania ed EAU) l’invio di armi, munizioni e 1050 autoveicoli: 400 blindati leggeri Panthera T6 e 650 pickup Toyota. Ciò in vista dell’offensiva per occupare i terminali petroliferi controllati dalle Guardia petrolifera di Ibrahim Jadran, nuovo alleato di Saraj. Già nel marzo 2015, Haftar ricevette 900 autoveicoli, tra cui blindati leggeri Streit Typhoon, prodotti dal gruppo Streit di Ras al-Qaymah negli Emirati Arabi Uniti, e 32 blindati leggeri Panthera T6. La National Oil Corporation (NOC) libica nel frattempo si era spaccata in due, Western Oil Corporation ed Eastern Oil Corporation. La prima aveva uno stretto rapporto con il concessionario svizzero Glencore, a cui spediva grandi quantità di petrolio a prezzi ridotti. In Cirenaica, i miliziani di Ibrahim Jadhran controllano il grande terminal petrolifero di Mars al-Hariga, dove petrolio di contrabbando finiva alla compagnia francese Total, alla spagnola Repsol, all’italiana Saras e alla cinese Sinopec, che a volte ricorrono a mercenari per tutelare i propri interessi. Va ricordato che l’ex-amministratore delegato dell’ENI ed attuale vicepresidente della banca Rotschild Paolo Scaroni, tra i principali fautori dell’aggressione alla Jamahiriya libica nel 2011, invocava la “fine della finzione della Libia” unita, invitando Roma a una “stabilizzazione parziale” favorendo la nascita di un governo nella sola Tripolitania, che “poi facesse appello a forze straniere che l’aiutino a stare in piedi, credo che potremmo risolvere parte dei nostri problemi… credo che anche un governo nella sola Tripolitania sarebbe molto meglio del caos attuale. Anzi, darebbe l’esempio alle altre aree. Le pulsioni separatiste della Cirenaica sono fisiologiche, quasi endemiche. Cercare di ricostruire artificialmente una unità che non esiste nella percezione della popolazione, mi sembra molto più difficile che trovare soluzioni limitate ma praticabili. Ognuno gestirebbe le sue fonti. La società statale dell’energia ha una sede a Tripoli e una a Bengasi. Ci sono risorse in Cirenaica e in Tripolitania. La comunità internazionale affronterebbe lo Stato Islamico molto meglio se ci fosse un governo in Tripolitania, che sollecitasse e sostenesse l’azione occidentale. Se dobbiamo aspettare che ci sia un governo nazionale, penso che tra qualche anno saremo ancora qui in attesa”. E sul caso Regeni, Scaroni avanzava posizioni arroganti, tipiche dei suoi mandanti anglosassoni, parlando dell’Egitto affermava che “il maggior interesse al gas (del giacimento) di Zohr non è dell’ENI o dell’Italia ma dell’Egitto stesso, che ne ha un bisogno disperato”. Infatti Cairo ricorre a Russia, Cina, Francia, Germania, Corea del Sud e persino alla patria putativa di Scaroni, il Regno Unito, per tutelare e sostenere lo sviluppo economico dell’Egitto. Il 25 aprile, il Consiglio dei mujahidin di Derna vantava l’eliminazione in tre giorni di scontri dei capi dello SIIL Abu Raqan al-Libi, Abu Zubayr al-Jazrawi, Abu Abdarahman al-Tunisi, Abu Sadam al-Tunisi e Abu Ashah al-Sudani, e la cattura di altri 300 membri dello SIIL. Nel frattempo l’Esercito nazionale libico prendeva il controllo di numerosi quartieri di Bengasi.
benghazi-derna-bayda-tobruk-libya-isis-map-november-2014_risultatoIl 1° maggio 2016, unità libiche entravano a Sirte, scontrandosi con lo Stato islamico. L’esercito libico aveva lanciato ampie operazioni militari su Sirte occupata dallo SIIL. Secondo fonti libiche, la maggior parte delle strutture petrolifere della regione erano sotto il controllo dell’esercito, mentre, decine di terroristi di nazionalità tunisina e libica fuggivano da Sirte verso altre città nel sud della Libia. A marzo, Haftar iniziò a far avanzare le truppe su Sirte, occupato dallo Stato islamico da quasi due anni, liberando i villaggi Abu Grayn e Zamzim. Dal febbraio 2014, Haftar aveva tessuto relazioni tra al-Marj e Bengasi per organizzare gli ex-ufficiali in un nuovo esercito basato sui resti dell’esercito della Jamahirya libica e le connessioni tribali, ottenendo il sostegno del governo di Tobruq, che l’aveva nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nazionale libico nel marzo 2015. Haftar si era concentrato nella lotta contro Ansar al-Sharia, a Bengasi, dopo che l’organizzazione partecipò all’assassinio dell’ambasciatore degli Stati Uniti l’11 settembre 2012. Nel maggio 2015, Haftar scatenava l’offensiva su Bengasi dopo aver riorganizzato l’esercito (LNA), e nel marzo 2016 entrava in contatto con un gruppo di ex-ufficiali e funzionari politici jamaihiryani in esilio in Egitto, che accettavano di collaborare inviandogli ex-ufficiali specializzati, compresi tecnici dell’aeronautica della Jamahiriya libica, in cambio della libertà di rientrare in Libia senza condizioni, persecuzioni giudiziarie o minacce. Tyab al-Safi, ex-ministro ed aiutante di Gheddafi, era rientrato in Libia sotto la protezione della sua tribù. L’8 maggio 2016, il capo del consiglio presidenziale e primo ministro della Libia, nominato dall’ONU, Fayaz al-Saraj, visitava l’Egitto incontrando il Presidente egiziano al-Sisi, il Ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry e l’ambasciatore dell’Egitto in Libia. Al-Sisi esprimeva fede nell’inevitabilità di una soluzione politica della crisi libica e sostegno dell’Egitto al Consiglio della presidenza libico, sottolineando l’importanza di preservare le istituzioni libiche e consentirgli di controllare il territorio libico ripristinando la sicurezza e combattendo il terrorismo. Al-Sisi aveva anche sottolineato la necessità di togliere l’embargo delle Nazioni Unite sulle armi all’Esercito nazionale libico, affinché svolgesse pienamente le operazioni di sicurezza contro lo SIIL, che ampliava le attività in Libia. Al-Sisi e al-Saraj affermavano anche l’importanza della collaborazione per raggiungere un consenso politico in Libia tramite la rapida approvazione dal Parlamento libico del governo di unità nazionale. Al-Sisi esprimeva sostegno alla Libia, pur affermando che l’Egitto non interveniva militarmente in Libia in quanto “Stato sovrano”.
Il 16 maggio, i ministri degli Esteri di UE, USA e Medio Oriente si incontravano a Vienna sotto la presidenza di Stati Uniti e Italia, per discutere degli aiuti al governo libico nominato dall’ONU e decidendo d’inviare armi al governo di al-Saraj. Il segretario di Stato degli USA John Kerry dichiarava che era imperativo che la comunità internazionale sostenesse il governo di unità di Saraj, e il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni affermava che la comunità internazionale era pronta a rispondere alle richieste del governo Saraj per addestrare e assistere le forze di Tripoli. Sempre a Vienna, USA, Regno Unito ed Italia decidevano di armare le milizie islamiste Fajir al-Libyia e quelle di Misurata, per supportarle contro l’LNA del generale Qalifa Haftar, riconfermato a capo dell’esercito libico dal parlamento di Tabruq. Nella conferenza stampa, Fayaz al-Saraj dichiarava “La Libia è la chiave di volta per l’accesso a Sahel, Maghreb, Vicino Oriente, Mediterraneo ed Europa, e la presenza dello SIIL in Libia è un male per tutti“. Nel frattempo il parlamento di Tobruq chiedeva di occupare i porti petroliferi di Hariga, Zuwaytina, Briga e Ras Lanuf. Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti non riconoscevano il governo di Saraj (GNA), ma quello di Tobruq, per conto del quale la Russia stampava 4 miliardi di dinari, dando a Tobruq una base monetaria. Inoltre, a Zintan, ad ovest di Tripoli, le cui milizie controllavano l’oleogasdotto di Zawiya in cui fluiscono petrolio e gas estratto dai giacimenti gestiti da italiani, norvegesi e spagnoli, le Nazioni Unite inviavano come consulente militare un generale italiano. Ma il generale veniva cacciato dalle milizie locali che giuravano fedeltà ad Haftar. Nel frattempo, la Grecia chiudeva lo spazio aereo agli aerei libici per tre mesi, assieme a Italia e Malta, in vista della “preparazione dell’operazione NATO in Libia, che può essere lanciata nei prossimi giorni”. Intanto le forze speciali inglesi distruggevano 2 autoveicoli dello SIIL presso Misurata. Il comandante libico Muhamad Durat confermava di collaborare con militari inglesi e statunitensi presso Misurata. Il 24 maggio il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg incontrava Matteo Renzi, osservando come la NATO fosse pronta ad intervenire in Libia se il nuovo governo di unità nazionale lo richiedesse. In risposta alle mosse atlantiste, l’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotov dichiarava che Mosca avrebbe fornito armi al legittimo governo libico (comprendente il generale Qalifa Haftar), non appena l’embargo sulle armi contro il Paese veniva tolto. Mosca sostiene il processo di unificazione del Paese e la formazione del Governo di Accordo Nazionale, sottolineando però che il GNA non sarà legittimo senza l’approvazione del Parlamento di Tobruq, e il Ministro degli Esteri russo Lavrov avvertiva che se il governo di Tripoli non includeva Haftar e l’Esercito nazionale libico, la Russia si sarebbe opposta alla revoca dell’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Nell’ottobre 2015 Haftar affermò che la Russia gli avrebbe promesso aiuto nella lotta al terrorismo e nel rafforzamento dell’Esercito nazionale libico. Infatti, Haftar a Cairo incontrava regolarmente i diplomatici russi. Inoltre, il capo del Parlamento di Tobruq, un alleato di Haftar, inviava un rappresentante a Mosca nel 2015 per aprire nuove relazioni militari con la Russia. Infine, un membro della Commissione della Duma per gli affari internazionali aveva confermato ai giornalisti che Mosca è in stretto contatto con il comandante dell’Esercito nazionale libico.
sidra_0Il 2 giugno veniva costituita la Società di Difesa di Bengasi (BDC), un gruppo islamista collegato ad al-Qaida e volto a “difendere (Bengasi) dai criminali seguaci del vecchio regime“, e che da subito attaccava le unità dell’Esercito nazionale libi9co (LNA) di Qalifa Haftar. “La BDC è l’ultimo tentativo degli attori islamisti in Tripolitania d’indebolire il potere di Haftar in Cirenaica. Il rapporto del BDC con la coalizione islamista, in conflitto con Haftar dal maggio 2014, veniva rivelato dal comunicato fondativo della BDC. Secondo la dichiarazione, “unico riferimento a finanziamento e lotta” del gruppo era il Dar al-Ifta (ufficio della Fatwa), autorità religiosa guidata dallo sceicco Sadiq al-Ghariani, riconosciuto da certuni come Gran Mufti della Libia”. Al-Ghariani è uno dei maggiori nemici di Haftar in quanto sostenitore delle fazioni islamiste che combattono contro l’LNA, e al-Ghariani è uno dei primi sostenitori della BDC, esortando le varie fazioni islamiste ad aderirvi. I capi più importanti della BDC sono Mustafa al-Sharqasi, ex-portavoce dell’aviazione del Congresso islamico generale (GNC), e Ismail al-Salabi, capo della liwa Rafalah al-Sahati di Bengasi. La BDC è strettamente legata al Consiglio rivoluzionario della shura di Bengasi (BRSC), coalizione islamista che comprende Ansar al-Sharia, ovvero al-Qaida in Libia, e diverse altre figure legate ad al-Qaida. Nella dichiarazione di fondazione, la BDC affermava che avrebbe collaborato con il BRSC nella lotta contro l’LNA. I capi del BRSC sono Ahmad al-Tajuri e Faraj Shiqu, capo della Brigata dei Martiri del 17 febbraio. Il 25 giugno al-Qaida chiese ai vari islamisti di aderire al BRSC nella lotta a Bengasi. A tale iniziativa aderivano Hisham al-Ashmawy, l’emiro del gruppo islamista egiziano al-Murabitun, e Abdullah Muhamad al-Muhaysini, il capo di Jabhat al-Nusra in Siria. L’11 giugno le forze di Misurata, alleate al governo di accordo nazionale (GNA) di Fayaz al-Saraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, rioccupavano il porto di Sirte, la maggiore base dello Stato islamico in Libia. Sirte è il centro dell’industria petrolifera della Libia, da cui circa l’80% del petrolio libico passa. Lo Stato islamico aveva perso quasi tutto il califfato che si estendeva per 300 km lungo le coste e fino ai giacimenti petroliferi di Sirte. Nel frattempo le milizie della Guardia petrolifera di diverse città e strutture aderivano all’esercito del generale Qalifa Balqasim Haftar. Inoltre, presso la base aerea Banina di Bengasi, controllata dall’Esercito nazionale libico di Haftar, operavano forze speciali inglesi (SAS) e giordane; mentre il traffico e le operazioni aeree della base stessa era gestito da personale inglese, statunitense, francese ed italiano. La liberazione di Sirte avveniva mentre gli Stati Uniti inviavano due gruppi di portaerei nel Mediterraneo e il ministro degli Esteri tedesco affermava che gli sforzi per stabilizzare la Libia necessitavano del coinvolgimento della Russia, “Abbiamo bisogno di una risposta internazionale incisiva e il ruolo della Russia sarà decisivo data storia e ruolo nel Consiglio di sicurezza”, affermava Matteo Renzi dopo i colloqui con il Presidente Vladimir Putin a Mosca, “Senza la Russia è molto più complicato trovare un punto di equilibrio”. Come già osservato, il generale Haftar in effetti aveva visitato Mosca in varie occasioni, rafforzando il ruolo di mediatore di Mosca in Libia. Il 19 giugno le milizie di Misurata e le PFG passate al GNA arrivavano alla periferia di Sirte, assediando la città occupata dallo SIIL. L’80 per cento delle riserve di petrolio del Paese si trovano nella regione di Sirte, mentre le Forze di Difesa di Bengasi (BDF) attaccavano le unità delle PFG ad Aghedabia, danneggiando tre impianti petroliferi. Le BDF erano composte dalle fazioni islamiste sconfitte dall’LNA di Qhalifa Haftar. Nel frattempo, i sauditi arruolavano i capi islamisti a Tripoli e Misurata, indebolendo la posizione del Qatar in Libia; tra i capi comprati da Riyadh vi erano Ibrahim al-Jathran, capo della milizia tribale di Zawiya, e Ismail al-Salabi, capo della Brigata dei martiri e fratello di Ali al-Salabi, capo spirituale dei Fratelli musulmani locali. Un elicottero delle forze speciali francesi che operava in Libia veniva abbattuto con un missile 9K32 Strela-2 ad al-Maqrun, 90 km a sud di Bengasi, eliminando almeno 3 commando delle forze speciali francesi che operavano al fianco delle forze del Generale Qalifa Haftar. Ai primi di luglio 4 ministri originari della Cirenaica (Giustizia, Riconciliazione, Finanze ed Economia) del governo Saraj si dimettevano. Il 2 agosto, un’autobomba uccideva 23 persone a Bengasi, nella zona residenziale di Guwarsha. L’attentato avveniva il giorno dei raid aerei degli Stati Uniti su Sirte.
A metà luglio era iniziata l’operazione Bunyan al-Marsus per occupare Sirte, controllata dallo SIIL. Diversi bombardamenti venivano effettuati dall’artiglieria e da elicotteri Mi-24 delle milizie islamiste di Misurata, supportate da un contingente delle Petroleum Facilities Guards (PFG) di Ibrahim Jadhran, contro le posizioni dello SIIL nel complesso congressuale Ouagadogou, l’ospedale Ibn Sina, l’università e i quartieri Ghiza al-Asqiriya e al-Gharbiyat, occupati da circa 900 terroristi dello Stato islamico. Le forze misuratine occupavano il porto e i quartieri Harawa e Sawawa di Sirte, ma l’offensiva s’impantanava davanti l’ostinata guerriglia urbana dello SIIL, che eliminava 360 miliziani misuratini. E il 1° agosto, velivoli statunitensi intervenivano su richiesta diretta di al-Saraj, appoggiando l’assalto delle forze di Misurata, bombardando le posizioni dello SIIL a Sirte, ed eliminando 1 carro armato e 2 blindati dello SIIL. Al-Saraj aveva detto che tali attacchi avvenivano “in un quadro limitato, entro Sirte e la periferia. Abbiamo chiesto il sostegno della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti. Ma non vi sarà alcuna presenza straniera sul suolo libico“. Il raid era la terza di una serie di operazioni, come l’operazione Odyssey Resolve, basata sull’impiego di droni, e l’operazione Junction Serpent, basata sull’impiego di Forze Speciali da ricognizione. L’operazione Odyssey Lightning era la fase dei bombardamenti aerei contro i bersagli dello SIIL, utilizzando droni MQ-9 Reaper dell’US Air Force decollati da Sigonella, 2 elicotteri AH-1W Supercobra e 3 convertiplani MV-22B Osprey del VMM-264 Black Knights dei Marines, decollati dalla nave d’assalto anfibio USS WASP al largo delle coste libiche. La Wasp trasportava elementi della Marine Expeditionary Unit 22, dotata di aviogetti V/STOL AV-8B Harrier, elicotteri d’attacco AH-1 Cobra ed elicotteri da trasporto CH-53. L‘USS Wasp era scortata dal cacciatorpediniere lanciamissili USS Carney dotato di missili Tomahawk. Il 4 agosto, altri due attacchi aerei contro lo Stato islamico venivano effettuati dalle forze aeree statunitensi presso Sirte, distruggendo 2 autocarri dei rifornimento dello SIIL. Dal 1° agosto, gli statunitensi avevano effettuato 11 attacchi aerei in Libia, e nel frattempo le truppe misuratine alleate al GNA, il governo di al-Saraj, avanzavano a Sirte dopo avere perso 360 membri e subito più di 1500 feriti. Secondo un documento del COFS (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), dei commando delle forze speciali italiane del 9° Reggimento Col Moschin, del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del 17° Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo d’Intervento Speciale dei Carabinieri operavano in Libia alle dirette dipendenze del governo italiano. Il 22 agosto, la Camera dei rappresentanti di Tobruq votava contro il riconoscimento del governo unitario libico di al-Saraj.
_55902431_sirte_town_map_624_2 Un mese dopo l’avvio dell’operazione Bunyan al-Marsus delle milizie islamiste di Misurata a Sirte, 250 terroristi del SIIL resistevano nell’area centro-orientale di Sirte, dopo aver perso il Congresso Ouagadogou, l’ospedale Ibn Sina e l’Università. Le forze islamiste di Misurata erano avanzate grazie al supporto aereo statunitense nell’ambito dell’operazione Odyssey Lightning, iniziata il 1° agosto, ma che non impedì che i misuratini perdessero 470 miliziani, 14 carri armati, 12 BMP e un velivolo Aero L-39 abbattuto dallo SIIL il 10 agosto. Odyssey Lightning comprendeva l’impiego di elicotteri AH-1W SuperCobra e di 6 AV-8B Harrier II+ dei Marines, imbarcati sulla portaelicotteri USS Wasp, di stanza nel Golfo della Sirte assieme al cacciatorpediniere USS Carney. Inoltre, intervennero i droni MQ-9 Rraper dell’US Air Force schierati in Giordania e a Sigonella. Entro il 1° settembre erano stati effettuati 108 raid (32 dei SuperCobra e 63 degli Harrier) con cui furono eliminati 3 carri armati, 2 lanciarazzi, 13 autocarri, 25 postazioni, 35 pickup, 5 centri di comando, 2 depositi di armi e 4 pezzi d’artiglieria dello SIIL, successi resi possibili dall’illuminazione dei bersagli da parte dei miliziani misuratini e dalle Forze Speciali statunitensi, inglesi e italiane coordinate da un centro operativo congiunto a nordovest di Sirte. Saraj, nel frattempo, affrontava il rifiuto del suo governo da parte del Parlamento di Tobruq, poiché vedeva nel governo Saraj l’espressione degli interessi del Qatar e dell’Italia, rappresentati dalla presenza sproporzionata della Fratellanza musulmana nel governo di Tripoli. Inoltre, Saraj voleva prendere il controllo degli impianti petroliferi di Sidra, Ras Lanuf e Zuwaytina, dove l’LNA di Haftar e le PFG di Jadhran, vicino a Saraj, si erano scontrati. A Bengasi continuavano i combattimenti nel quartiere di Guwarsha e nei centri di Qunfudah e Quarishah tra LNA e Consiglio rivoluzionario della shura di Bengasi ed Ansar al-Sharia. A Derna, Bengasi, Ganfuda e Aghedabia, ai primi di agosto, 2 MiG-21bis del 1021.mo Stormo e 3 MiG-23BN del 1060.mo Stormo dell’Aeronautica libica bombardavano le posizioni di Ansar al-Sharia con bombe a frammentazione RBK-250-270 PTAB.
L’11 settembre, l’Esercito nazionale libico del generale Qalifa Balqasim Haftar aveva liberato tutti i terminali petroliferi di Zuwayitina, Ras Lanuf, Sidra e Briqa, con l’operazione Qaramah, irritando il governo fantoccio di Saraj e i suoi mandanti della NATO. Subito scattava la propaganda delle forze islamo-atlantiste foraggiate dai media occidentali, accusando l’LNA di aver occupato i terminal petroliferi libici impiegando mercenari ‘sudanesi e ciadiani’, così recuperando le stesse menzogne, utilizzate dalle stesse forze per denigrare il governo della Jamahiriya libica nel 2011, attribuendole l’impiego di ‘mercenari contro la popolazione’ per giustificare l’aggressione e la distruzione della Libia. A tale meschina e squallida disinformazione non poteva non accordarsi cheil ministro degli Esteri di Renzi Paolo Gentiloni Silverj. E difatti, il 12 settembre, il governo italiano decideva d’inviare un ospedale militare da campo, con 60 medici ed infermiere, a Misurata, per curare gli oltre 2000 feriti delle milizie islamiste subiti nei combattimenti di Sirte, oltre a 200 paracadutisti per presidiare la base che ospiterà l’ospedale. Roma sostiene il governo fantoccio della NATO di al-Saraj, alleandosi con le organizzazioni terroristiche islamiste foraggiate da Arabia Saudita e Qatar, tra cui la banda armata del capo di al-Qaida in Libia Abdalhaqim Balhadj, agente della CIA durante la sovversione e la distruzione della Libia, e i fratelli mussulmani di Misurata. Tutto ciò all’indomani dell’acquisizione dei terminal petroliferi da parte dell’Esercito nazionale libico del generale Qalifa Haftar, al fianco del quale si è schierata la Resistenza della Jamahiriya libica, e non con lo Stato islamico come vanno farneticando presunti ‘esperti’ italiani, null’altro che dei pennivendoli al servizio degli Stati sponsor del terrorismo come Quwayt, Qatar e Arabia Saudita con cui Finmeccanica e appunto il governo italiano hanno stipulato lucrosi contratti bellici. Il capo del governo legittimo libico, Abdullah al-Thani, dichiarava che la sua amministrazione “lavorerà affinché i porti petroliferi riprendano il lavoro al più presto possibile, in modo da garantire a tutti i libici una vita dignitosa”. Aguila Salah, portavoce del parlamento di Tobruq, dichiarava che l’LNA era intervenuto su “grande richiesta” delle istituzioni ufficiali della Libia, per acquisire e consegnare i terminali alla National Oil Corporation (NOC). Salah aveva detto che l’LNA aveva “liberato i campi ed i terminali dagli occupanti che ostacolavano le esportazioni“, riferendosi a Ibrahim Jadhran, il capo delle guardie petrolifere (PGF), a sua volta alleato del governo-fantoccio di Saraj e della NATO. La NOC è divisa in due rami rivali, una alleata a Saraj e l’altra all’amministrazione di Tobruq, e questo ramo del NOC dichiarava che avrebbe immediatamente iniziato le esportazioni di greggio dai porti liberati dall’LNA, “I nostri team tecnici già iniziano a valutare ciò che va fatto per rafforzare e riavviare le esportazioni al più presto possibile“, dichiarava Mustafa Sanala, presidente della NOC.d41686adfb7542e897b876dea8e6ae10_18Note
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