La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO

Come la NATO giustifica il nazismo lettone
Russie Politics 13 luglio 2017La NATO diffonde un video per legittimare la lotta dei “partigiani” nazisti lettoni, i “fratelli della foresta”, camuffandoli da grandi combattenti contro i russi. Oltre a riscrivere la storia, è quasi un invito all’omicidio dei russi e della Russia. Il video della NATO inizia confondendo soldati degli eserciti “russo” e “sovietico”. L’idea è mostrare che i “fratelli della foresta” combatterono i russi e non i sovietici, dato che i lettoni facevano parte dell’esercito sovietico… Poi si spiega che quei “pochi uomini” erano civili inermi costretti dalla situazione a combattere “l’occupante” russo, che dopo la Seconda guerra mondiale occupò i territori liberati. Ricordiamo che l’Armata Rossa liberò l’Austria e si ritirò pochi anni dopo perché 1) non vi era alcuna volontà della gente di passare dal capitalismo al sistema comunista; 2) perché l’Austria non fece mai parte dell’impero russo, a differenza della Lettonia. La cosiddetta “occupazione” della Lettonia da parte dei comunisti ed adesione all’URSS sono spiegati dal fatto che la grande indipendenza lettone si ebbe dopo la caduta dell’Impero russo. Tutto qui. Poi i quadri comunisti del Paese erano appunto lettoni. Il video mostra persone testimoniare tale epica lotta patriottica della Lettonia contro l’occupazione sovietica. Occupanti che ebbero la sfortuna di liberare il Paese, ovviamente contro la sua volontà, dai nazisti piuttosto ben apprezzati. Negli anni ’40, i lettoni o erano nelle file dell’Armata Rossa e dei suoi partigiani, venendo poi perseguitati, o nell’esercito nazista e nella sua Polizei ed altri ausiliari che massacravano allegramente. La strana neutralità “dei lettoni” è un nuovo mito usato per giustificare la riscrittura della storia e legittimare la politica russofoba, paradigma internazionale “della lotta del bene contro il male”. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova ha reagito al video ricordando che i “fratelli della foresta” furono creati e finanziati da servizi segreti occidentali dopo la Seconda guerra mondiale per respingere politicamente l’URSS dopo la vittoria militare. Perciò arruolarono i collaborazionisti della Polizei, dell’amministrazione lettoni, ufficiali e soldati lettoni al servizio delle SS. In breve, per nulla persone di tutto rispetto. Tale organizzazione compì oltre 3000 aggressioni principalmente contro la popolazione civile, fino alla metà degli anni ’50.

Sul mito della neutralità lettone
Della partecipazione lettone alle SS nel 1941 – 1945, una pagina intera è disponibile sul sito del Ministero degli Esteri russo. Si tratta della famigerata legione lettone, un’unità delle Waffen SS composta da due divisioni: la 15° Divisione e la 19° Divisione Waffen Grenadier delle SS, la cui memoria è ancora celebrata con una sfilata a Riga, anche se il Paese fa parte dell’Unione europea. Su ciò, il nostro testo L’Europa ama i nazisti perché odiano la Russia. Durante la guerra, la legione SS lettone partecipò a pogrom, pulizia etnica degli ebrei, persecuzione dei comunisti, fucilazioni di massa di civili, ecc. Proprio sul piccolo territorio di tale mini-Paese furono creati tra il 1941 e il 1945 esattamente 46 carceri, 23 campi di concentramento e 48 ghetti. Secondo i dati ufficiali, solo i collaborazionisti delle SS lettoni uccisero 313798 civili (tra cui 39835 bambini) e 330032 soldati sovietici. Dall’autunno 1941 basandosi sui battaglioni di autodifesa furono addestrati dalle SS i battaglioni della Polizei incaricati del lavoro sporco. Alcuni furono inviati a combattere i partigiani nella regione russa di Pskov o in Bielorussia. 41 battaglioni di 300-600 persone furono quindi costituti in Lettonia (23 in Lituania e 26 in Estonia). Durante la guerra, i battaglioni lettoni furono integrati nell’esercito nazista e nelle strutture delle SS: brigate motorizzate, legione SS lettone, brigate di volontari, ecc. Erano i collaborazionisti delle SS a formare le fila dei “partigiani” “fratelli della foresta”. Ma di tutto questo la NATO non parla, logicamente. Essa sviluppò tali organizzazioni naziste dopo la Seconda guerra mondiale, per combattere fisicamente contro l’Unione Sovietica e la Russia, ed oggi usa immagini “photoshoppate” dell’epoca sempre contro la Russia, questa volta in una guerra virtuale. Anche se il video è al limite dell’istigazione a delinquere…
Dovremmo lasciar giustificare l’orrore contro cui i nostri padri combatterono? A meno che non abbiamo tutti la stessa storia…La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO
La NATO produce un documentario divertente e motivante sulla guerriglia delle Waffen-SS che non mollarono mai!
Russia Insider 14/7/2017

Prima di concentrarsi sugli sforzi difensivi bombardando nazioni del terzo mondo, la NATO si specializzò nell’armare ed addestrare le forze “di retrovia” in Europa che difendessero i valori occidentali con il terrorismo attribuito poi ai socialisti locali. Tale capitolo orgoglioso della storia della NATO è noto come Operazione Gladio. Ma prima di Gladio, c’erano i fratelli della foresta, un’accozzaglia di legionari delle SS e altri amici della democrazia armati dalle agenzie d’intelligence occidentali per permettere alla guerriglia nel Baltico di uccidere molti civili. Non sorprende che la NATO abbia deciso di onorare tali mitiche creature forestali delle SS producendo un breve “documentario” completo di costumi. Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro russo e ex-inviato presso la NATO, sa di cosa si tratta: “La NATO ha pubblicato un video sui “Fratelli della foresta” che uccidono i nostri soldati. Ciò conferma che abbiamo a che fare con i resti nazisti della NATO
Dmitrij Rogozin (@DRogozin) 13 luglio 2017
Così Zakharova, ovviamente: “Il video della NATO sui combattenti filonazisti negli Stati baltici è disgustoso e tenta di riscrivere la storia
Ambasciata russa del Regno Unito (@RussianEmbassy) 13 luglio 2017
RT: “Zakharova ha invitato storici, giornalisti e scienziati politici a non rimanere indifferenti su tale nuovo tentativo di distorcere la storia. “Non si rimanga indifferenti, è una perversione della storia che la NATO diffonde coscientemente per minare l’esito del tribunale di Norimberga e vi va posto fine!” ha scritto, ricordando anche che molti dei fratelli della foresta erano collaborazionisti dei nazisti e membri della SS Waffen baltiche, e che tali guerriglieri uccisero migliaia di civili nelle loro incursioni”.
Sfortunatamente, il quadretto di famiglia amichevole della NATO non dà il giusto merito alle persone responsabili di tutto ciò: “Fate una ricerca su google.
Dall’Estonia.
Malinka (@ Malinka1102) 12 luglio 2017Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio: Riad vuole isolare il Qatar per compensare le proprie sconfitte (Audio)

ParsTodayLa crisi in Qatar interessa l’Italia per i parecchi interessi economici nel Paese… L’Arabia Saudita così vuol far sparire il Qatar sul piano internazionale, geopolitico e politico internazionale. Doha è un alleato potenziale dell’Iran dalle notevoli risorse energetiche e finanziarie, mentre Riyad esaurisce e perde a ritmo accellerato le riserve finanziaire per via delle guerre perdute in Iraq, Siria e Yemen… Al-Saud ha perso tutte le guerre che ha iniziato…“; secondo Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, presso Parstoday sulla tensione tra Qatar e vicini arabi. Qui l’Audio.

Qatar, principi al gabbio e navi da guerra renziane

Alessandro Lattanzio, 30/6/2017Il 14 febbraio 2017, il principe saudita Muhamad bin Nayaf bin Abdulaziz, vicepremier e ministro degli Interni, incontrava il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per esaminare le relazioni bilaterali tra Arabia Saudita e Turchia, gli sviluppi in Medio Oriente e relativa posizione dei due Paesi, e la cooperazione su sicurezza e lotta al terrorismo. Già nell’ottobre 2016, Erdogan aveva avuto colloqui dettagliati con bin Nayaf, “Ho conosciuto il principe della corona Muhamad bin Nayaf ai margini dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nostro incontro è stato molto breve, ma abbiamo detto che ci saremmo incontrati in Turchia. Ho incontrato Sua Altezza Reale ad Ankara e abbiamo trovato l’opportunità di discutere in dettaglio le relazioni bilaterali oltre agli ultimi sviluppi della regione. Abbiamo approfittato dell’opportunità di attribuire a sua Reale Altezza l’Ordine della Repubblica di Turchia. Simbolo importante della portata dei legami fra i popoli fratelli turco e saudita, nonché dei legami tra i nostri due Paesi. Durante la nostra riunione abbiamo parlato delle relazioni tra i due Paesi. E, naturalmente, del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio. Siamo molto contenti della posizione ferma dell’Arabia Saudita in quel momento. Esprimemmo nostro piacere e la nostra gratitudine al Regno. Arabia Saudita e Turchia sono prese di mira. Se si guarda agli sviluppi in Siria, Iraq, Libia e Tunisia, ciò non va trascurato, e neanche in Pakistan e Afghanistan… Sono tutti collegati. Infatti, troviamo intrighi e complotti contro il mondo islamico, e così i Paesi del mondo islamico devono essere solidali”. Il 21 giugno 2017, il principe Muhamad bin Nayaf, ufficialmente successore del sovrano saudita, re Salman, veniva esonerato dalla linea di successione in favore del figlio del re Muhamad bin Salman. Dal giorno dell’annuncio, Nayaf scompariva dalla vita pubblica venendo licenziato dalla carica di ministro degli Interni e sottoposto agli arresti domiciliari nel suo palazzo a Jidah. Anche le sue guardie del corpo furono licenziate e sostituite da uomini del principe Salman. Ciò avveniva contemporaneamente alla crisi tra Arabia Saudita e Qatar, dove la Turchia di Erdogan si schiera nettamente dalla parte del Qatar. Non è un caso, quindi, che Muhamad bin Salman facesse arrestare lo zio Muhamad bin Nayaf, non solo in quanto rivale per la corona, ma anche perché vicino a Erdogan, alleato del Qatar. Ciò viene confermato dall’intelligence tedesca BND, secondo cui il principe Salman sarebbe un “politico impulsivo ed interventista”, le cui manovre compromettono i rapporti del regno saudita con gli alleati regionali e Washington.
Nel frattempo, 45 cittadini turchi venivano deportati dal Qatar per presunti legami con il movimento gulenista, accusato del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio 2016. Una ricompensa di Doha per l’aiuto di Erdogan al Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita. Tuttavia, già a maggio Arabia Saudita, Malaysia, Georgia e Myanmar avevano deportato accademici, uomini d’affari e insegnanti turchi su richiesta del governo di Erdogan, nonostante avessero lo status di rifugiati dalle Nazioni Unite. Inoltre, il ministro dell’Energia degli EAU Suhayl al-Mazruaya dichiarava, il 29 giugno, che il suo Paese dispone di risorse sufficienti e di un piano per impedire qualsiasi carenza energetica nel caso il Qatar tagliasse le forniture di gas, mentre il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava, durante la sua visita a Washington, che l’Arabia Saudita non toglierà l’embargo commerciale al Qatar finché non saranno soddisfatte le 13 richieste avanzate il 22 giugno.Italia e Francia combatterono per anni la battaglia per vendere navi da guerra al Qatar. Lo scontro italo-francese iniziò nel marzo 2016 alla Doha International Doha Exhibition and Conference (DIMDEX), in Qatar, quando la ministra della Difesa dell’Italia si apprestava a firmare un accordo sulla vendita di corvette, firma poi rinviata su pressione francese. La ministra Pinotti si recò in Qatar il 29 – 31 marzo 2016 con l’intento di firmare l’accordo non vincolante per vendere 4 corvette e 1 nave rifornimento alla marina del Qatar. Era accompagnata da Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Finmeccanica (ora Leonardo) e Giuseppe Bono, Amministratore Delegato della Fincantieri. Nei colloqui fu discusso il finanziamento dell’accordo da 3,5 miliardi di euro e il coinvolgimento dell’Italia nella costruzione di un ospedale militare in Qatar. La Francia aveva già offerto un proprio accordo sulle navi, ma non arrivò a farlo sottoscrivere. Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian incontrò al-Thani al DIMDEX, mentre il presidente dei DCNS Hervé Guillou e il vicepresidente esecutivo della Thales Pascale Sourisse parteciparono alla mostra. La Francia fece un’offerta scontata su 3 fregate FREMM, dotate di missili antiaerei MBDA Aster 30 e missili antinave Exocet. La Thales aveva già venduto al Qatar i radar navali MRR 3D e Triton, nonché i radar terrestri Tiger e Master. Il 22 settembre 2015, la Francia firmò un accordo di cooperazione per l’addestramento militare con il Qatar. E il 30 marzo, Qatar e MBDA firmarono, sempre alla DIMDEX, un memorandum d’intesa per i sistemi missilistici costieri Exocet MM40 Block 3 e i Missili a Gittata Estesa Marte, per un valore di 640 milioni di euro. Doha inoltre ordinò 24 caccia Dassault Rafale, del valore di 6,7 miliardi di euro, di cui 2 per acquistare i missili e le bombe guidate Sagem da imbarcarvi. Alla fine, il Qatar firmava il contratto da 3,8 miliardi di euro per acquisire 8 navi militari dalla Fincantieri, il più grande contratto d’esportazione navale dell’Italia. La firma, tenutasi a Roma, avvenne tra l’Amministratore Delegato della Fincantieri Giuseppe Bono e il comandante della Marina del Qatar Muhamad Nasir al-Muhanadi. Così il Qatar acquista 4 corvette, 1 nave d’assalto anfibio, 2 pattugliatori d’altura e 1 nave da rifornimento; un programma di costruzioni navali di sei anni che inizierà nel 2018. Le corvette saranno lunghe oltre 100 metri e dislocheranno 3000 tonnellate, mentre i pattugliatori saranno lunghi 60 metri e dislocheranno 700 tonnellate. La nave più grande, quella d’assalto anfibio, si baserà sulla nave similare costruita dalla Fincantieri per l’Algeria, la Qalat Bani Abas, lunga 143 metri e che disloca 9000 tonnellate. Leonardo-Finmeccanica fornirà i sistemi di combattimento per tutte le navi e avrà un terzo del contratto. I radar da installare sulle corvette si baseranno sul radar multifunzionale che l’azienda ha già costruito per le fregate FREMM italiane, che saranno dotate di cannoni OTO Melara da 76mm, sistemi a tiro rapido da 30 mm, sistema antisiluro e sonar antimine della Thesan. Le piattaforme coprono il 35% del valore del contratto, mentre i sistemi di propulsione il 25%. Nel contratto sono compresi 15 anni di supporto logistico. L’accordo è accompagnato da un accordo firmato dalla ministra della Difesa Pinotti e dal ministro della Difesa del Qatar Qalid bin Muhamad al-Atiyah, che prevede l’addestramento di personale del Qatar presso la Marina Militare italiana. Un importante responsabile dei colloqui fu l’Ammiraglio Valter Girardelli che in seguito, il 22 giugno 2016, fu nominato a capo della Marina Militare italiana sostituendo l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
La scelta di Doha a favore dell’Italia è probabilmente una ritorsione del Qatar verso la Francia, per aver venduto le navi Mistral ex-russe all’Egitto, deciso nemico della fratellanza musulmana finanziata e supportata dal Qatar; così come l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15 statunitensi è una mossa sia per punire sempre Parigi, per il suo supporto a Egitto e Arabia Saudita, che per corrompere l’amministrazione statunitense di Donald Trump, allontanandola dall’allineamento filo-saudita nello scontro con il Qatar. Un altro motivo della scelta italiana del Qatar è senza dubbio la convergenza in Libia, dove il fronte Italia-Qatar-fratellanza mussulmana si oppone al Fronte di Liberazione libico, formato dall’asse Qalifa Haftar-Parlamento di Tobruq-Sayf al-Islam Gheddafi-Forze della Jamahiriya, supportato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, nemici gepolitici del Qatar.Fonti:
al-Arabiya
Arab News
Defense News
Defense News
Intel News
The Qatar Insider
The Qatar Insider

Qatar, nuovo disastro piddiota

Alessandro Lattanzio, 5/6/2017Bahrayn, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Libia e Maldive hanno deciso di sospendere i rapporti diplomatici con il Qatar. Il Bahrayn è stato il primo, affermando che l’azione è motivata dai persistenti tentativi di Doha di destabilizzarlo. Il Bahrayn dava ai diplomatici del Qatar 48 ore per lasciare il territorio dell’isola. Inoltre, Manama sospendeva le comunicazioni aeree e marittime con Doha, impediva ai cittadini del Qatar di visitare il Bahrayn e vietava ai propri di risiedere o visitare il Qatar. Poco dopo, Riyadh, Cairo e Abu Dhabi emettevano dichiarazioni simili mentre Arabia Saudita ed Egitto sospendevano le comunicazioni aeree e marittime con il Qatar. “Il governo del Regno dell’Arabia Saudita, esercitando i propri diritti sovrani garantiti dal diritto internazionale e proteggendo la sicurezza nazionale da terrorismo ed estremismo, ha deciso d’interrompere le relazioni diplomatiche e consolari con lo Stato del Qatar“, afferma la dichiarazione. I cittadini del Qatar avevano 14 giorni per lasciare l’Arabia Saudita. Contemporaneamente, la coalizione saudita annunciava la cancellazione della partecipazione del Qatar all’operazione militare contro lo Yemen, sostenendo che Doha appoggia i gruppi terroristici al-Qaida e SIIL. “Il governo della Repubblica araba d’Egitto ha deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con il Qatar a causa della continua ostilità delle autorità del Qatar verso l’Egitto“, affermava la dichiarazione di Cairo. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti bloccavano anche siti e TV del Qatar. Anche gli EAU accusavano il Qatar di “destabilizzare la sicurezza della regione“, dando ai diplomatici del Qatar 48 ore per lasciare il Paese, citando “sostegno, finanziamento e armamento ad organizzazioni terroristiche, estremiste e settarie”. Il conflitto tra Qatar e Paesi vicini esplodeva una settimana dopo il vertice saudita-statunitense di Riyadh, ufficialmente perché l’agenzia stampa del Qatar sarebbe stata hackerata, inviando un discorso a nome dell’emiro del Paese a sostegno delle relazioni con l’Iran. L’emiro del Qatar avrebbe criticato Stati Uniti, Arabia Saudita e Stati clienti per voler suscitare tensioni con l’Iran “potenza islamica“. Al vertice, Arabia Saudita e USA invece minacciarono l’Iran. La Libia interrompeva le relazioni diplomatiche con il Qatar dopo Manama, Riyadh, Cairo e Abu Dhabi. Tripoli definisce Doha “fonte principale delle armi per il ramo libico della Fratellanza musulmana ed altri gruppi islamici armati fin dal 2012, costituendo una minaccia per la sicurezza nazionale del mondo arabo“. La Repubblica delle Maldive aderiva alle sanzioni subito dopo.
Ci dispiace per la decisione d’interrompere le relazioni“, dichiarava il ministero degli Esteri del Qatar, “queste misure sono ingiustificate e basate su asserzioni senza fondamento. Lo Stato del Qatar è membro attivo del Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo Persico (GCC), ne rispetta la carta, la sovranità di altri Stati e non interferisce nei loro affari interni, adempiendo anche agli obblighi della lotta a terrorismo ed estremismo“. Il ministro degli Esteri del Qatar, Muhamad bin Abdurahman al-Thani, affermava che il suo Paese era oggetto di una “campagna mediatica ostile, a cui risponderemo“. Tuttavia il viceministro degli Esteri del Quwayt Qalid Jaralah si dichiarava “dispiaciuto” ed esprimeva la volontà del Quwayt di sostenere il Qatar. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, sottolineava che la frattura con Doha sarebbe il preludio di un’aggressione militari al Qatar, “Il prossimo passo potrebbe essere l’intervento militare per il cambio di regime in Qatar, perché la guerra è pianificata da mesi“, ribadendo che la fine dei legami diplomatici e la chiusura dei confini servono ad isolare Doha. Il Segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezayi invitava l’Arabia Saudita ad evitare l’intromissione negli affari interni del Qatar, avvertendo Ryiadh che la tolleranza dei Paesi regionali ha un limite e che potrebbe fare esplodere la rabbia. “L’interferenza dei Saud negli affari interni del Qatar con il pretesto della sua amicizia con l’Iran equivale all’aggressione“, scriveva Rezayi, che avvertiva che le misure illegali dei Saud porteranno la regione sull’orlo dell’insicurezza, affermando che i governanti sauditi si scavano la tombe e presto vedranno la rivolta del popolo, proprio e delle nazioni regionali. Infine, l’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Yalon dichiarava il 5 giugno che, “Oggi vediamo cosa fanno gli Stati arabi al Qatar, trattandolo da Stato canaglia, sia perle relazioni con l’Iran, sia per sostegno, finanziamento e incitamento del terrorismo. Oltre al fatto che ciò significa che non esiste una coalizione araba, certamente non contro di noi, lo sviluppo che avutosi in Medio Oriente negli ultimi anni ha portato a rendere irrilevante il termine “conflitto arabo-israeliano”. Noi e gli arabi, gli stessi arabi che organizzarono la coalizione nella Guerra dei Sei Giorni per cercare di distruggere lo Stato ebraico, oggi si trovano nella nostra stessa barca … i Paesi arabi sunniti, tranne il Qatar, sono nella nostra stessa barca, vedendo noi tutti l’Iran nucleare come minaccia numero uno contro tutti noi”. Segno netto dell’alleanza fattuale tra petromonarchie wahhabite e Stato sionista, suggellata dall’attiva assistenza militare e logistica israeliana alle organizzazioni terroristiche in Siria.L’italietta piddiota, in tutto questo, ovviamente, non poteva farsi sfuggire l’occasione di rimediare la solita squallida figura di Stato-pezzente. Mauro Moretti, AD uscente di Leonardo (Finmeccanica), si preannunciava (badate bene, il 17 maggio 2017) sulla possibilità di “novità di grande importanza” da Qatar e Arabia Saudita. Ovviamente, non gli avevano spiegato bene quali fossero tali “novità”. In un intervento di un’ora e mezzo all’assemblea degli azionisti, Moretti sottolineava di avere realizzato, nei tre anni alla guida di Finmeccanica, risultati “che difficilmente si vedono in giro, quindi è bene che rimangano scolpiti. Sono in corso campagne nella Penisola Arabica, dal Qatar all’Arabia Saudita, dove credo e spero possano esserci novità di grande importanza“. E nel 2016, il sito Formiche non poteva trattenersi dal trionfalismo sui francesi, salutando l’affarone firmato dalla ministra Pinotti con il Qatar: la vendita al ministero della Difesa del Qatar di 8 navi da guerra del valore di circa 4 miliardi di euro, da costruirsi presso la Fincantieri. La firma si ebbe tra il comandante della Marina del Qatar, General-Maggiore Muhamad Nasir al-Muhanadi, e l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono, alla presenza dei ministri della Difesa Qalid bin Muhamad al-Atiyah e Roberta Pinotti. La Fincantieri dovrebbe costruire per il Qatar 4 corvette, 1 nave d’assalto anfibia, 2 pattugliatori d’altura e fornirne i relativi servizi di supporto per 15 anni, assicurando sei anni di commesse ai cantieri navali del gruppo di Riva Trigoso e Muggiano. Le unità dovrebbero sorvegliare e pattugliare le acque territoriali del Qatar e della sua zona economica esclusiva. Leonardo/Fincantieriavrà la responsabilità della fornitura integrata del sistema di combattimento delle nuove unità navali, i principali radar e sensori di bordo e sottosistemi di difesa, incluso i sistemi d’arma di medio calibro da 76mm e di piccolo calibro da 30mm, il sistema di protezione antisiluro, il sonar antimine Thesan, e in collaborazione con la MBDA (che è francese!), il sistema missilistico. La fornitura comprende inoltre attività di supporto logistico integrato di lungo periodo”. La Fincantieri batteva la francese DCNS nella gara per il Qatar, “Per arrivare a stipulare l’accordo con Doha, l’Italia ha dovuto guerreggiare a lungo con la Francia che, assieme a USA e Regno Unito, ha una lunga tradizione di forniture militari ai Paesi del Golfo. Se la Francia non avesse venduto nel 2015 una portaerei (in realtà due portaelicotteri) e alcune navi da guerra all’Egitto, probabilmente l’Italia non avrebbe concluso l’affare. La fornitura francese al regime di al-Sisi ha indispettito (per usare un eufemismo) il giovane emiro Tamin al-Thani che guida il Qatar”. Avete capito? L’Italia è forse anche responsabile delle misure prese contro il Qatar, suo grosso cliente…. Quando si lascia la politica estera ed economica del Paese in mano alle nostrane odalische dell’islamismo petrowahhabita (“siamo tutti fratelli mussulmani” urlicchiava nel 2012 Lia Quartapelle, gerarca del PD), le conseguenze non tardano mai a farsi sentire.

Qalid bin Muhamad al-Atiyah e Roberta Pinotti.

In fondo, lo scontro tra Doha e Ryadh era già iniziato da mesi, se non anni, sul terreno siriano, dove le varie organizzazioni mercenarie terroristiche, finanziate da sauditi e qatarioti, si scontrano per il dominio, temporaneo, dei territori occupati. Inevitabilmente, tale scontro tra ascari e mercenari è risalito fino alle fonti responsabili del terrorismo in Siria. La frattura dell’asse NATO-Wahhabismo è la conseguenza della sconfitta strategica totale del grande piano nato coi neocon, fare del medioriente una piattaforma d’assalto contro Russia-Cina-India. E’ ovviamente fallito come qualsiasi delirio nato tra necon e brzezinskiani. Ora arrivano i cascami, rese dei conti tra beduini ingioiellati, caproni wahhabiti, sinistra socialcoloniale e con un’ideologia da supermercato dello sconto, destra totalmente preda delle banche, a loro volta legate alle catene del rapporto dollaro-petrolio. Ovvio il fiorire di auto-attentati per impedire che i rapporti di forza mondiali, o almeno nell’occidente, non cambino. Non ci sono solo i sauditi che si giocano la pelle, ma tutto il bel mondo del ‘moderno’ capitalismo liberista tutto indice di borsa e docufiction di Soros, e niente produzione materiale. E’ ovvio che gli intermediari di questa fogna, tipo i mass media degli unicorni o i servizi segreti che hanno reclutato centinaia di migliaia di terroristi del mondo con flussi da miliardi di dollari, facciano di tutto per continuare, o almeno non finire sotto processo o peggio, ricorrendo all’oliato strumento che si chiama gladio e strategia della tensione.Fonti:
The Meditelegraph
Reuters
Jewish Press
Formiche
FNA
FNA
FNA

Perché la sinistra occidentale non va da nessuna parte?

Pavel Volkov, VZ, 25 maggioHistoire et SocietéLa crisi mondiale economica, ideologica, spirituale, esistenziale, a cui la politica liberale non offre una via d’uscita, evidenzia altre forze che hanno proprie soluzioni. Nomi come Donald Trump, Viktor Orban, Marine Le Pen, Nigel Farage appaiono permanentemente nei quotidiani di tutto il mondo. Sono criticati, odiati, ammirati, adorati o ignorati, a seconda della scelta di ciascuno. Questi politici sono etichettati populisti o patrioti nazionalisti, tradizionalisti, qualsiasi cosa. Ma la chiave è che ci sono e hanno un’esistenza indipendente. Cosa accade dall’altra parte? Perché la sinistra moderna, a differenza dei predecessori classici della prima metà del ventesimo secolo, è così passiva, non produce più grandi leader dai programmi rivoluzionari in ogni senso? Dove sono? In realtà, v’è una certa ripresa della sinistra, ma i capi sembrano non rappresentare un’alternativa ai centristi, né hanno la qualità per affrontare i populisti di destra. Chi oggi incarna la sinistra nei principali Paesi occidentali? Non abbiamo intenzione di riprendere la ridicola affermazione che Barack Obama lo fosse, tuttavia, il senatore Bernie Sanders del Partito Democratico negli Stati Uniti ha una solida reputazione di socialista. Non sostiene la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ma la proprietà privata collettiva sotto forma di cooperative, per dare agli statunitensi una specie di “socialismo svedese”, uno Stato sociale in cui i lavoratori rinunciano alla lotta di classe in cambio di garanzie sociali. Non specifica da dove prenderebbe i fondi per questa compensazione sociale. Sanders ritiene che il capitalismo non vada superato dalla rivoluzione, ma da riforma e cambiamento. Tuttavia, la destra socialdemocratica non dice il motivo per cui i capitalisti accetterebbero volontariamente i cambiamenti sociali proposti dalle classi lavoratrici. E, naturalmente, nella retorica di Sanders un posto importante è dedicato alla comunità LGBT e alla depenalizzazione della marijuana.
Jean-Luc Mélenchon, politico “verde di sinistra” (come si definisce), ha cercato di opporsi a Macron e Le Pen nelle elezioni in Francia, fu in gioventù trotzkista per poi passare a democrazia sociale ed ecologia. Inoltre, Mélenchon, continuando la tradizione della Scuola di Francoforte, alla base del maggio ’68 a Parigi, la prima rivoluzione colorata del mondo, invita i sostenitori alla “rivoluzione dei cittadini”, una locomotiva inesistente, come lo era nel classico marxismo-leninismo la classe operaia, ma un’astrazione sui “cittadini preoccupati per il loro Paese”. Anche a prescindere dal contenuto ideologico di tali teorie, è impossibile non prestare attenzione al loro eclettismo ed inconsistenza. Per supportare qualcosa, è necessario prima capire che cos’è quel qualcosa. A giudicare dal primo turno delle elezioni, i francesi non hanno capito esattamente ciò che gli si propone. Forse, la stella più luminosa della sinistra occidentale è il leader del partito laburista inglese Jeremy Corbin. Un antifascista che chiese di processare Pinochet, un avversario della NATO e un sostenitore dell’Irlanda unita, ammirava Hugo Chavez e altri eroi del pantheon socialista. Ma qui sta il punto. Corbin aderisce anche ad Amnesty International, organizzazione fondata dal partito laburista inglese particolarmente impegnata contro l’Unione Sovietica. Non meno strano per un politico è la simpatia per il gruppo nazionalista radicale dello Sri Lanka delle “Tigri Tamil”, che l’UE considera giustamente terroristico.Non è uno strano dualismo? Come tutto questo può reggere?
Un esempio eclatante della crisi delle idee di sinistra è il Partito comunista di Gran Bretagna, partito marxista classico che per la prima volta dal 1920 rinunciava all’autonomia politica sostenendo alle elezioni locali del 4 maggio 2017 il candidato laburista Jeremy Corbyn. Come non ricordare il personaggio dei “Demoni” Pjotr Verkhovenskij che tre volte in un breve capitolo ripete a Stavrogin: “Sono un truffatore, non un socialista!” Tale truffa, per cui per ovvie ragioni la gente non impazzisce, è il “socialismo democratico” o l’eurocomunismo, un’arma usata dai laburisti per migliorare la vita della classe operaia del proprio Paese saccheggiando il Terzo Mondo e lo spazio post-sovietico. Tale soluzione socio-economica fu chiamata “terza via”. Per comprendere i processi attuali, si risalga alla comparsa del partito laburista. All’origine erano membri della Fabian Society fondata nel 1884, un anno dopo la morte di Karl Marx, da intellettuali sostenuti dalla borghesia inglese che, dopo aver studiato le opere di Marx, decise che era meglio limitare gli appetiti piuttosto che perdere il potere con una rivoluzione socialista. La loro idea di base era utilizzare i programmi del governo per trasformare in piccoli proprietari parte del proletariato e soffocare i sentimenti rivoluzionari. È interessante notare che la società fu denominata in onore del console romano Fabio Massimo Cunctator, il “Temporeggiatore”, eletto dittatore quando Annibale era vicino alla vittoria su Roma, e che riuscì a sconfiggere schivando costantemente lo scontro. In altre parole, quando la popolarità del marxismo cresceva fu creato un concetto esteriormente simile al socialismo, destinato a “salvare Roma”, ma in realtà a distruggere il socialismo. Non per nulla il primo emblema della Fabian Society era un lupo sotto la pelle di pecora, riferimento diretto al Vangelo di Matteo: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma che sotto sono lupi rapaci“. Così, la pecora belò su come migliorare la vita dei lavoratori e “costruire il socialismo in maniera evoluta, senza cambiamenti rivoluzionari“, mentre il lupo tuonò sull’economia controllata dall’élite capitalista. Tra i politici laburisti più famosi si trovano fabiani come Tony Blair, Gordon Brown e Ed Miliband. Inoltre, quando Blair fu primo ministro, nei primi anni ’90, la parola “socialismo” scomparve dai programmi elettorali del partito, cosa abbastanza logica. L’Unione Sovietica era scomparsa come la minaccia comunista, così il lupo non aveva alcun motivo per continuare a mascherarsi da pecora.
Il seme della Fabian Society non si limita al partito laburista. Il famoso drammaturgo fabiano Bernard Shaw, come Jeremy Corbin con Chavez e Amnesty International, ammirava l’Unione Sovietica (dove fece un tour), mentre era amico di Lord e Lady Astor, figure politiche di estrema destra del famoso gruppo di Cliveden. Permettetemi di ricordarvi che la famosa cricca di Cliveden era un gruppo elitario inglese favorevole all’alleanza tra Gran Bretagna e Germania nazista contro l’Unione Sovietica. Inoltre, Shaw e i Webb, fondatori della Fabian Society, e un altro amico, HG Wells, sostennero il “Programma per la prosperità della nazione” proposto dall’istigatore della guerra boera Lord Alfred Milner. Il programma doveva creare la “razza imperiale” contro il dominio di irlandesi ed ebrei. Così il colonialismo fu riconosciuto strumento per migliorare la vita dei lavoratori inglesi, senza una rivoluzione socialista. Questa idea ebbe un grande successo. Fu in quel momento che nacque il club intellettuale dei “Coefficienti“, i cui partecipanti erano all’apparenza persone ideologicamente incompatibili: il razzista Alfred Milner, i fondatori della geopolitica, sostenitori dell’idea dello spazio vitale Halford Mackinder e Karl Haushofer, i fabiani Sidney e Beatrice Webb e il socialista-pacifista Bertrand Russell. L’esempio di uno dei pulcini della nidiata di Milner fu il fondatore dell’impero dei diamanti De Beers Cecil Rhodes, permettendoci di capire cosa ci facessero nello stesso club inglese razzisti, fascisti, socialisti e imperialisti. Cecil Rhodes era convinto che la creazione dell’impero mondiale inglese “renderebbe impossibile la guerra e contribuirebbe ad attuare le migliori aspirazioni dell’umanità“. Le contraddizioni di classe nella società inglese sbiadirebbero radunando la società intorno all’appartenenza ad una razza superiore. Di conseguenza, capitalisti e proletari bianchi avrebbero regnato insieme sugli indigeni. Rhodes lanciò anche lo slogan: “L’impero è un problema di stomaco. Se si vuole evitare la guerra civile, diventate imperialisti“. Così fu proposto al lavoratore inglese, per migliorare il proprio benessere, di passare dalla lotta sociale nazionale all’espansione coloniale e allo sfruttamento delle “razze inferiori” di Asia e Africa e, come la storia ha dimostrato, fu un grande successo. Le guerre finivano e il lavoratore inglese non avrebbe più avuto un’esistenza miserabile (socialismo esclusivamente per la propria nazione, il socialismo nazionale), questi due punti spiegano l’unione dei fabiani con i razzisti di Milner.
Negli ultimi anni l’espressione paradossale “fascismo liberale” è diventata abbastanza comune. Molti ne hanno sentito parlare, ma pochi sanno chi l’ha inventata. Fu nel 1932, del fabiano Herbert G. Wells, ma per lui la frase non aveva una connotazione negativa. Rivolgendosi ad Oxford a progressisti liberali e socialisti, disse: “Voglio vedere i fascisti liberali, i nazisti illuminati“. Questa frase fu analizzata dal noto ricercatore Manuel Sarkisyants nel libro “Le radici inglesi del fascismo tedesco“: “Fu un “socialismo” come primo passo verso la delimitazione della nuova razza padrona rispetto al bestiame“. Successivamente, tale gruppo di intellettuali di sinistra e di destra, attraverso il primo ministro Lloyd George, fece approvare l’accordo di Monaco di Baviera, punto di avvio della seconda guerra mondiale. Un altro discepolo di Milner, Lord Halifax, descrisse questi accordi, “Con l’eliminazione del comunismo nel suo Paese, il Führer ha bloccato la strada verso l’Europa occidentale e, quindi, la Germania può essere considerata un baluardo dell’occidente contro il Bolscevismo“. Ma l’antifascista Churchill disse qualcosa di molto diverso: “Abbiamo subito una sconfitta completa, non è un ammorbidimento. La Gran Bretagna doveva scegliere tra la guerra e il disonore. Ha scelto il disonore e avrà la guerra“. Churchill disse qualcosa che c’interessa, sul fabiano George Bernard Shaw: “E’ sia un capitalista avido che un sincero comunista nella stessa persona… Lo troverà divertente: ha preso in giro la propria causa. Il mondo con ampia pazienza ha guardato le buffonate e le smorfie di questo incredibile camaleonte dalle due teste, e voleva essere preso sul serio“. Proprio come Petenka Verkhovenskij dei “Demoni” (“Sono un truffatore, non un socialista!”), ma non era un camaleonte con due teste, ma un lupo camuffato da pecora come raffigurato sullo stemma della Fabian Society. Per la completa comprensione di ciò che sono oggi gli eurocomunisti, bastano gli ultimi ritocchi.
Nel 1939, dopo aver salutato l’accordo di Monaco di Baviera, il membro del club razzista dei “coefficienti” di destra-sinistra, il socialista Bertrand Russell equiparò il comunismo al fascismo nella sua opera “Scilla e Cariddi, o comunismo e fascismo“. Neanche un convinto anticomunista come Churchill poteva permetterselo, ma il “socialista” Russell sì. La Fabian Society fondò la London School of Economics (LSE), cui in seguito lavorarono Karl Popper e Friedrich von Hayek, sviluppando nel contesto della guerra fredda la teoria dei “due totalitarismi” equiparando, con Russell, comunismo e fascismo. Tale teoria divenne la testa d’ariete ideologica contro l’Unione Sovietica, la prima volta nella propaganda antisovietica con i dissidenti in occidente, ed ora riciclato dai satelliti occidentali nell’Europa dell’est per presentare lamentele contro la Russia. L’idea di saccheggiare altri Paesi e risolvere i conflitti sociali in patria vendendo parte del bottino agli operai fu approvata dall’imperialismo razzista inglese alla fine del XIX secolo, attraverso gruppi apertamente filo-fascisti nella prima metà del XX secolo, fino ai fabiani anti-marxisti che crearono il partito laburista, Popper e la moderna sinistra europea. Chi oggi si definisce di sinistra non s’impegna nella lotta di classe, ma su omosessualità, disuguaglianza di genere, tutela dell’ambiente, diritti delle minoranze, ecc., ognuno dei quali può avere un significativo, ma sempre secondario. Le grandi correnti politiche di sinistra non sono comuniste, non sono a favore di una società senza classi in cui non c’è sfruttamento dell’uomo ed altre forme di esclusione sociale, raggiungibile con la socializzazione dei mezzi di produzione sotto la dittatura della classe operaia.
Qualunque cosa si pensi dell’idea in sé, è difficile negare che sia la dottrina più coerente, logica e teoricamente completa in tutta la sinistra. I tentativi di rinnegarla, pur rimanendo formalmente nello spazio politico socialista, comporta inevitabilmente compromessi disastrosi. Pertanto, né il sinistro-verde Mélenchon né il membro di Amnesty International Corbin, sconfitto alle elezioni, saranno l’alternativa ai cosiddetti globalisti liberali: non c’è niente di veramente alternativo nel loro programma. Ma questi non sono che eurocomunisti opposti alla nuova destra. Cos’hanno di diverso da offrire? Gli uni e gli altri non sono contro il miglioramento delle condizioni di vita dei propri lavoratori. E anche i mezzi proposti per raggiungere questo obiettivo, infatti, sono gli stessi. Proprio quelli che la destra afferma in modo chiaro, e quelli di sinistra no. Ma chi voterebbe per tale confusione?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora