I bombardieri russi impiegano nuovi missili contro lo Stato islamico

Alex Gorka SCF 06.07.2017

Il 5 luglio, i bombardieri strategici russi hanno colpito lo Stato islamico (IS) in Siria con i nuovi missili da crociera aerolanciati (ALCM) Raduga Kh-101. Secondo il Ministero della Difesa russo, i bombardieri Tu-95MS hanno lanciato missili da crociera Kh-101 su obiettivi dello SIIL lungo il confine tra le province siriane di Hama e Homs. Gli aerei sono decollati dall’aeroporto di Engels in Russia per effettuare un volo con rifornimento aereo. Rientravano alla base dopo la missione. L’aeroporto di Humaymim, nella provincia di Lataqia, attualmente impiegato dall’aviazione frontale, non è adatto ai bombardieri strategici. La sua pista è troppo corta e manca dell’infrastruttura necessaria. Ma i bombardieri strategici possono operare senza atterrare in Siria.
Tre depositi di munizioni e un comando preso Uqayribat furono distrutti. Gli aerei rientravano alla base nella Russia sud-occidentale, dopo aver lanciato i missili a una distanza di 1000 chilometri dagli obiettivi. Il Ministero non ha detto quanti aeromobili presero parte all’attacco, ma ha detto che i bombardieri strategici furono scortati da caccia Sukhoj Su-30SM provenienti dalla base aerea russa nella provincia di Lataqia. L’attacco era il sesto in cui la Russia utilizzava il Kh-101. Un Tupolev-95MS può portare 8 missili. Un bombardiere Tu-160 12. Oltre 60 velivoli con a bordo missili da crociera fanno parte dell’aviazione a lungo raggio della Russia. Un Su-34 è un velivolo tattico che può trasportare 2 missili di questo tipo. Il Raduga può essere dotato di testate ad alto esplosivo, penetranti o cluster. La testata convenzionale conterrebbe 400 kg di esplosivi. La versione Kh-102 può essere dotata di testata nucleare da 250kt. Il Kh-101 utilizza il GLONASS, il sistema di navigazione satellitare russo, per la correzione della rotta e avrebbe un’accuratezza di cinque-sei metri per una gittata efficace fino a 4500 km. La lunga gittata consente di colpire obiettivi in profondità nel territorio nemico senza minacciare la piattaforma di lancio. Il missile può essere lanciato a una quota di 3000-12000 m. Il peso operativo è di 2400 kg, inclusa la testata. La quota di volo 30-6000 m. Deviazione massima: 20 m. Precisione sugli obiettivi in movimento: 10 m. La massima precisione è 5 m. Può accelerare alla velocità massima di 2500 km/h e salire alla quota massima di oltre 15000 metri. Senza booster, l’ALCM va lasciato cadere per acquisire velocità iniziale. Il Kh-101 ha un profilo di volo variabile con una quota compresa tra 30 e 6000 m, una velocità di crociera di 190-200 m/s e una velocità massima di 250-270 m/s. Il Raduga vanta una bassa firma radar. Con la configurazione a “siluro aereo” la sezione trasversale sul radar è di circa 0,01 metri quadrati. L’ALCM ha ali mobili e utilizza materiali radar assorbenti, antenne conformi e altre tecnologie stealth. Il missile utilizzerebbe una combinazione di guida inerziale e navigazione satellitare utilizzando il sistema russo GLONASS. È possibile correggerne la rotta in volo. Un sistema di correzione optoelettronica viene utilizzato invece del radioaltimetro. Con caratteristiche furtive, il missile vola a bassa quota, evitando i radar e nascondendosi dietro il terreno. Nella fase terminale, il missile individua l’obiettivo attraverso coordinate e riconoscimento delle immagini a bordo, sostanzialmente corrispondenti all’immagine caricata dell’obiettivo su cui il missile punta. Se tutto va come pianificato, la testata viene puntata direttamente sull’obiettivo per l’impatto. Le difese aeree possono essere sopraffatte con diversi Kh-101 in volo a bassa quota da diverse direzioni, violando le difese aeree nei punti deboli. I Raduga possono anche seguire rotte circolari per raggiungere gli obiettivi, evitando radar e difese aeree.
Nessuna altra forza aerea al mondo ha un’arma con tali grande gittata, grande precisione e caratteristiche stealth. Il Kh-101 supera ogni analogo statunitense su più aspetti. La potenza di fuoco e la mobilità mostrate il 5 luglio sono un timido avvertimento sulle crescenti capacità militari russe. Un altro vantaggio: con questa capacità d’attacco aereo e di superficie, la Russia non ha bisogno di violare il trattato INF, cosa di cui gli Stati Uniti l’hanno recentemente accusata. Semplicemente non serve avendo tale straordinaria potenza d’attacco aereo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato islamico per “coincidenza” appare lungo la Via della Seta della Cina

Tony Cartalucci, LD, 1 luglio 2017Secondo quanto riferito, due insegnanti cinesi nella provincia sud-occidentale del Baluchistan, Pakistan, furono rapiti ed assassinati da terroristi dello “Stato islamico” (SIIL). La CNN, nell’articolo “Grave preoccupazione per gli insegnanti cinesi uccisi dallo SIIL in Pakistan“, tentava di rappresentare l’atto terroristico come causato dall’espansione economica della Cina all’estero. In realtà, l’attentato era preciso per posizione e finalità, inserendosi nel modello di violenze e instabilità politica che affligge da anni la provincia del Baluchistan in Pakistan e le ambizioni della Cina.

Gli USA usano fantocci per disturbare il corridoio economico Cina-Pakistan
Il Baluchistan, e più precisamente la città portuale di Gwadar, è il nesso centrale del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), un sistema complesso e in espansione di ferrovie, strade, porti e altri progetti infrastrutturali costruiti congiuntamente con il governo pakistano per facilitare la crescita economica regionale, parte integrante dell’ampia iniziativa One Belt, One Road. La disgregazione delle linee economiche della Cina con il resto del mondo è un obiettivo dichiarato dei politici degli Stati Uniti. Un documento pubblicato nel 2006 dall’Istituto di studi strategici intitolato “Filo di Perle: sfidare il potere crescente della Cina sulle coste asiatiche“. “Identificava Gwadar come uno delle componenti del ‘Filo di Perle’ della Cina”. La relazione afferma esplicitamente su un possibile “approccio duro” verso Pechino che: “Non ci sono garanzie che la Cina risponda in modo favorevole a qualsiasi strategia statunitense, la prudenza suggerisce di “prepararsi al peggio” e che sia “meglio essere più sicuri che dispiaciuti”. Forse è meglio intraprendere una linea dura verso la Cina e contenerla mentre è ancora relativamente debole? È il momento di contenere la Cina prima di potersi accordare sull’egemonia regionale? I realisti della politica estera, citando storia e teoria politica, sostengono che inevitabilmente la Cina sfiderà il primato statunitense e che si tratta di “quando” e non “se” la relazione tra Stati Uniti e Cina sarà contraddittoria o peggio”. Qual è il modo migliore per contenere le ambizioni regionali della Cina che si sviluppa economicamente in luoghi come il Baluchistan, se non con il terrorismo, o impedirle totalmente con un movimento d’indipendenza filo-statunitense nella provincia?
I politici statunitensi notano proprio questo. In un documento del 2012 pubblicato dalla Fondazione Carnegie per la pace internazionale intitolato “Pakistan: la rivitalizzazione del nazionalismo baluci“, si afferma inequivocabilmente che: “Se il Baluchistan diventasse indipendente, il Pakistan potrebbe resistere ad un altro smembramento, sono passati trentacinque anni dalla scissione del Bangladesh, e quale effetto avrebbe sulla stabilità regionale? Il Pakistan perderebbe gran parte delle risorse naturali e diverrebbe più dipendente dal Medio Oriente per l’approvvigionamento energetico. Sebbene le risorse del Baluchistan siano attualmente inutilizzate e vadano solo alle province non baluci, in particolare il Punjab, queste risorse potrebbero senza dubbio contribuire allo sviluppo di un Baluchistan indipendente”. L’indipendenza del Baluchistan colpirebbe anche le speranze di Islamabad sul porto di Gwadar e progetti connessi. Ogni possibilità che il Pakistan diventi attraente per il resto del mondo andrebbe perduta. Non solo sarebbe una perdita del Pakistan quella del porto di Gwadar, ma anche per la Cina. E se il documento tenta di dire che gli Stati Uniti non hanno nulla da guadagnare dall’indipendenza del Baluchistan, il dipartimento di Stato degli USA ha speso anni e somme e risorse imprecisate a sostenere tale movimento d’indipendenza. Inoltre, la Fondazione Carnegie per la pace internazionale ospitava una manifestazione della “Società baluci dell’America del Nord”, chiedendo l’intervento statunitense nella provincia per avere l’indipendenza. La National Endowment for Democracy (NED) del dipartimento di Stato statunitense e l’Open Society del condannato finanziere George Soros, attraverso “Global Voices“, finanziano molte organizzazioni del Baluchistan, che sostengono dall’autonomia all’indipendenza, tra cui Associazione per lo sviluppo integrato del Baluchistan (Balochistan AID), Punto Balochistan e Istituto per lo sviluppo del Baluchistan. L’istituto statunitense per lo studio e le pratiche dello sviluppo (IDSP), finanziato dalla NED, usa regolarmente i social media come twitter per appoggiare e sostenere dichiarazioni che invocano l’indipendenza del Baluchistan e raffigurano la provincia come “colonia” del Pakistan. Così praticamente tutti gli altri membri delle organizzazioni finanziate dal governo degli Stati Uniti. La lunga lista di organizzazioni in Baluchistan finanziate dagli Stati Uniti si collega regolarmente ad articoli e propaganda che raffigurano le violenze nella provincia come unilaterali e perpetrate dalle forze pakistane, riprendendo la stessa forma di propaganda sostenuta dagli Stati Uniti sulle violenze in Siria iniziate nel 2011. E proprio come in Siria, la violenza viene scusata o giustificata dagli interessi statunitensi, in questo caso per impedire la cooperazione cino-pakistana nel Baluchistan e altrove.

La violenze in Baluchistan avvantaggiano la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran
Che lo Stato islamico abbia rivendicato l’attentato, dopo l’attacco a Teheran, Iran, è particolarmente significativo. I politici statunitensi, nel documento politico della Brookings Institution del 2009, “Quale percorso per la Persia? Opzioni per una nuova strategia statunitense verso l’Iran“, menzionano i separatisti del Baluchistan come possibili strumenti e agenti per un conflitto armato contro l’Iran. Creare violenze in Baluchistan, Pakistan, mira non solo le ambizioni cinesi in Asia, ma sostiene l’obiettivo di Washington di accerchiare l’Iran con agenti ostili e non statali prima di eventuali operazioni di cambio di regime contro Teheran. In precedenza, gli Stati Uniti tentarono di utilizzare vari gruppi locali per favorire instabilità politica e violenze. Ora sembra che tutto il male geopolitico riposi sotto lo “Stato islamico”. In realtà i terroristi che hanno rapito e assassinato i due insegnanti cinesi nel Baluchistan erano probabilmente sostenuti dagli Stati Uniti da anni, il cui ruolo nel destabilizzare il Pakistan è sempre più compreso dal pubblico locale e globale. Incolpare lo Stato islamico appare un mezzo per dissociare gli USA dalle violenze che alimentano intenzionalmente nella regione. Lo Stato islamico per “coincidenza” appare in quasi tutti i teatri geopolitici in cui gli interessi statunitensi sono ostacolati o contestati da interessi locali e regionali, spiegando perché non solo lo Stato islamico esiste, ma come riesca a sopravvivere e prosperare nonostante gli sforzi di nazioni come Russia, Siria e Iran per sconfiggerlo. Con la sponsorizzazione di Stato, la fonte logistica, politica e militare dello Stato islamico si trova a Washington, Londra, Bruxelles, Ankara, Riyadh e Doha, dove il potere militare e politico russo-siriano-iraniano non può raggiungerlo. Per chi si chiede dove lo Stato islamico colpirà, bisogna solo guardare il mappamondo e individuare dove gli interessi degli Stati Uniti siano ostacolati in un mondo sempre più multipolare che non vuole cedere a Wall Street e ai monopoli corporativo-finanziari di Washington. Come illustrato dall’ultimo e abominevole attentato in Baluchistan, i punti importanti del progetto della Cina One Belt, One Road saranno i luoghi da osservare. Colpendo gli insegnanti, tale terrorismo cerca d’impaurire i lavoratori di questo ambizioso piano economico regionale. È un motivo che va oltre le crude motivazioni ideologiche generalmente assegnate allo Stato islamico e, invece, assomiglia a una pianificazione geostrategica ben pensata, se non sinistra.Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché rovesciare il governo del Venezuela?

Bruno Sgarzini, Venezuela Infos 30 giugno 2017Mentre le Nazioni Unite hanno condannato l’attacco di un commando di estrema destra contro la Corte Suprema di Giustizia e il Ministero degli Interni del Venezuela, attentati oscurati dai media (1), l’ambasciatrice statunitense Nikky Haley alle Nazioni Unite ha rifiutato di farlo: “Dobbiamo fare pressione su Maduro, ora ci sono segnali che indicano che comincerà ad usare il potere militare e le armi e vediamo in televisione (sic) che in realtà è molto peggio. E’ una situazione terribile, motivo per cui dobbiamo esercitare su Maduro quanta pressione possiamo“. (2) Il 15 giugno 2017, in una conferenza sul tema “prosperità e sicurezza in America Centrale”, organizzata da dipartimento di Stato (USA), Department of Homeland Security (US) e Messico, il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence si rivolgeva al pubblico di capi dell’America centrale, “Basta guardare il Venezuela per vedere cosa succede quando la democrazia è compromessa. Questa nazione, un tempo ricca, collassa nell’autoritarismo che ha causato innumerevoli sofferenze al popolo del Venezuela, e la sua discesa nella povertà. Dobbiamo tutti alzare la voce per condannare l’abuso di potere del governo contro il proprio popolo, e dobbiamo farlo ora“. (3) Per comprendere a fondo la base della guerra economica, delle esercitazioni militari regionali (Brasile, Colombia) e della pressione mediatica e diplomatica degli Stati Uniti per neutralizzare l’opinione pubblica internazionale sul teatro del Venezuela, va prima ricordato che l’amministrazione Trump, lungi dall’aver cambiato politica estera, ha mantenuto la strategia tracciata dall’ideologia neoconservatrice che ora controlla le decisioni del governo e la azioni del Congresso degli Stati Uniti. L’urgenza di abbattere il chavismo è difficile da capire se non si considerano le idee internazionali e regionali proposte dai think tank.

Come si stigmatizza il Venezuela nell’agenda globale?
A metà del 2016, il Centro per una nuova sicurezza americana (CNAS) presentò un documento dal titolo “L’espansione della potenza americana” che contiene una serie di raccomandazioni per generare consenso nella classe politica statunitense per “garantire la sopravvivenza del sistema internazionale favorevole agli Stati Uniti“. Per fare questo, il think tank sostiene le riforme economiche bipartisan quali, ad esempio, la ristrutturazione del debito e la riforma fiscale per rafforzare le fondamenta del sistema degli Stati Uniti per aumentare la spesa militare, economica e diplomatica, consentendogli di espandersi in Asia, Europa e Medio Oriente, tre aree chiave per una globalizzazione permanente. Così gli Stati Uniti “potrebbero scoraggiare con mezzi diplomatici e militari potenze come Cina e Russia nel sfidare l’attuale ordine internazionale liberale, evitando un conflitto mondiale (sic)“. E sulla base di tali proposte che tale think tank prevede di militarizzare il mar meridionale cinese e di riformare la NATO per rafforzarne la presenza alle frontiere con la Russia. Proposte attuate con la prosecuzione dell’amministrazione Trump delle politiche di Obama, insieme ad altre misure specifiche riguardanti direttamente la Russia, come la creazione di una zona di sicurezza nel nord della Siria per installarvi profughi e forze alleate degli Stati Uniti, con l’obiettivo di promuovere la partizione del Paese e frenare Mosca dall’azione in questa guerra. Il vertice tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping rientra nel piano di far aderire in modo pacifico la potenza asiatica all’ordine internazionale favorevole alle multinazionali degli Stati Uniti. Di qui l’importanza attribuita a tale agenda globale nell’ambito del consenso generale dei think tank in relazione a figure dell’amministrazione Trump, come il segretario della Difesa James Mattis e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster.

E riguardo il Venezuela?
L’obiettivo è portare l’attuale conflitto in Venezuela nel terreno “a somma zero”. Tutti sanno che il Venezuela è la principale fonte petrolifera nel mondo ed ha un’ampia gamma di falde acquifere, gas e minerali strategici utili all’industria spaziale e militare del sistema che cerca d’imporsi sul pianeta. Pertanto assicurarsi il territorio, fonte di approvvigionamento economico, è certamente una strategia vincente per il piano egemonico che si cerca d’imporre al mondo. Un estratto dal rapporto del Centro per una nuova sicurezza americano dice molto chiaramente che è di primaria importanza per gli Stati Uniti trarre benefici dai mercati energetici che ne estendano il potere a livello globale. Ciò equivale a far regredire il Venezuela al vecchio status che permise ai discendenti della Standard Oil (Exxon, Chevron, Conoco Phillips…) di controllare direttamente o indirettamente l’industria petrolifera venezuelana, ottenendo proprio questi vantaggi strategici. E’ ampiamente noto che almeno 24 compagnie petrolifere multinazionali hanno firmato accordi con PDVSA e Stato del Venezuela, operando nel sistema misto esistente nel Paese. Ciò aiuta a capire che multinazionali come Exxon Mobil e Chevron finanziano le sanzioni contro il Venezuela, arrivando anche a controllare il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ed hanno un particolare rapporto con il finanziamento dei think tank che tracciano le azioni contro il Paese. Ciò comprende, tra molti esempi, la recente proposta del Consiglio per le relazioni estere presentata al Congresso degli Stati Uniti per rafforzare il blocco con l’OSA, e la visita di Luis Almagro presso l’American Enterprise Institute, pochi giorni prima della sua presentazione della richiesta di applicare la Carta democratica contro il Venezuela. Tali iniziative hanno lo stesso obiettivo e si basano sul sostegno esplicito di altri think tank come Consiglio delle Americhe e Consiglio Atlantico, creati da società particolarmente interessate alle risorse naturali del Paese che vogliono sfruttare senza alcuna mediazione dello Stato venezuelano.

Qual è l’equazione regionale?
Il Venezuela è considerato il Paese chiave per assicurarsi che l’America Latina continui ad essere fonte di approvvigionamento di risorse e manodopera a basso costo, sempre dal punto di vista della strategia globale, dopo i cambi di governi a favore di tale politica in Argentina e Brasile. E’ a tal fine che il Consiglio Atlantico ha presentato un piano che propone che Mercosur e Alleanza del Pacifico si uniscano a una zona di libero scambio permettendo alla regione di aderire a una megapiattaforma commerciale con Stati Uniti ed Europa per entrare con forza sul mercato asiatico. Tale iniziativa è in via di attuazione, dopo discussioni tra i due organismi regionali precedenti alla sospensione del Venezuela dal Mercosur, flagrante violazione del diritto internazionale di questa associazione commerciale. Certo è che liberandosi del Venezuela, il principale ostacolo a tale piano verrebbe sollevato in conformità con la strategia globale promossa dal think tank. Quindi il livello della pressione sul Venezuela per por termine alla sua “cattiva influenza” sulla regione (ad esempio combattere contro il programma Petrocaribe con cui il Venezuela fornisce petrolio a buon mercato ai Caraibi) e cercare di spostare il conflitto politico sul terreno “a somma zero”, dove ogni tentativo di raggiungere un consenso politico nazionale, che non sia sotto tutela estera, lasciando i venezuelani risolvere la crisi, verrebbe sabotato dall’estero. L’applicazione di tali misure fu già discussa nelle ambasciate degli Stati Uniti in America Latina nel 2007, per finirla con l’eredità negativa di Hugo Chavez.Note
1) Come spiegato dal sindacalista francese Gilles Maréchal (CGT), “i media mainstream sono in una fase in cui il Venezuela non gli serve, dato che si è evitato il rischio dell’elezione alla presidenza di Jean-Luc Mélenchon e dell’arrivo all’Assemblea nazionale di un’ondata di parlamentari di Francia indomita e PCF”. Fenomeno già osservato nelle ultime elezioni in Spagna e Grecia. I titoli dei media francesi non sono il risultato di inchieste o informazioni sul campo ma riprendono ciò che dicono i media dell’opposizione (la maggioranza di radio, televisione, carta stampata e reti sociali in Venezuela) o statunitensi.
2) Telesur
3) Philip Huysmans: “Quando Mike Pence denuncia il “totalitarismo” in Venezuela“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Otto miti sull’economia venezuelana

Pasqualina Curcio, Venezuela Infos 26 giugno 2017Ci hanno raccontato tante favole sull’economia venezuelana, tanto da far parte del luogo comune di oggi. Al momento dell’ampio dialogo sociale nel quadro della Costituente, è importante distinguere la realtà dalla fantasia in queste storie che ci raccontano da sempre.

1. “Il Venezuela è un Paese a monocultura”. Sia in Patria che all’estero si sente dire che in Venezuela si produce solo petrolio. I dati della Banca Centrale del Venezuela indicano il contrario. In media, la produzione nazionale lorda [1] per l’84% è costituita da attività non-petrolifere. La produzione di petrolio occupa solo il 16%.Nell’ambito della produzione non-petrolifera, l’industria è al primo posto (21%), seguita dai servizi pubblici (15,6%, cioè sanità, istruzione, ordine pubblico, sicurezza e difesa, protezione sociale); servizi immobiliari (13,2%); commercio e servizi (12,6%); costruzioni (8%); servizi comunitari (7%); agricoltura, allevamento e pesca (6,4%); comunicazioni (5,9%); e infine trasporti e depositi (4,6%).Quindi, se non siamo questo monoproduttore come sempre presentati, l’economia venezuelana è caratterizzata però dalla condizione di monoesportatore. Quasi il 90% delle esportazioni riguarda in effetti il petrolio, tramite il settore pubblico (Petróleos de Venezuela, PDVSA).Il problema non risiede nella nostra condizione di Paese di mono-esportazione petrolifera, né nel fatto che il settore pubblico se ne occupa, ma dallo scarso rendimento del settore privato. Anche se appare ancora potente, storicamente esporta, in media, meno del 10% del totale. Il 10% delle esportazioni non petrolifere riguarda minerali (26%); industria chimica (45%); plastica e gomma (3%), metalli (10%), tutti prodotti dal settore pubblico [2]. L’esportazione del settore privato non supera in media l’1% del totale.

2. “Non produciamo ciò che mangiamo”. Un’altra favola è che tutti gli alimenti consumati dai venezuelani sono importati. Niente di più lontano dalla realtà. Del cibo disponibile, l’88% in media è prodotto dai nostri agricoltori, allevatori e pescatori in terre e mari venezuelani, il restante 12% è ancora importato. [3]Il Venezuela produce il 99% dei tuberi consumati, il 92% dello zucchero, il 97% della verdura, il 92% della carne, il 99% delle uova, il 98% di frutta e latte, il 90% di caffè e tè. Il 63% dei cereali. L’importazione principale sono grano (100%) e malto d’orzo (100%), utilizzati per la produzione di pane e birra, che non possono essere prodotti a livello locale a causa del clima. 91% dei legumi (fagioli, lenticchie) consumati dai venezuelani è importato quando potrebbe perfettamente essere prodotto sul nostro territorio. Importiamo anche il 53% di grassi, in particolare la soia.Non c’è dubbio che alcune di queste favole sono scuse del grande capitale, in particolare di quello che concentra la produzione agroalimentare chiedendo allo Stato sempre più dollari a tasso preferenziale con l’argomento che non vi ha accesso, altrimenti non potrebbe importare questi prodotti, affamando la popolazione. Gli serve anche giustificare il debito privato, suo riconoscimento e ripianamento da parte dello Stato… Il 50% della produzione totale di alimenti dell’agribusiness si concentra sul 10% delle aziende private. [4] In altre parole, siamo di fronte a una produzione alimentare monopolistica. Anche se non lo si menziona mai, è uno dei principali punti deboli del modello di produzione economica del Venezuela, non solo per gli effetti negativi prodotti dai monopoli su prezzi e quantità, ma soprattutto per la dipendenza da una manciata di aziende che producono, importano e distribuiscono un bene strategico come l’alimentazione della popolazione. La situazione rafforza il potere coercitivo che possono esercitare queste aziende, per interessi economici od intenti politici, come osservato negli ultimi anni in Venezuela. La lezione principale di questa storia è la differenza tra sicurezza e sovranità alimentare.

3. “Il settore pubblico è improduttivo”. Si dice anche che il settore pubblico non produce nulla. Discriminando la produzione totale per settore istituzionale, cioè tra settore pubblico e privato, ci si rende conto che in media il 34% del prodotto interno lordo è generato dal settore pubblico e il 66% dal settore privato. Dalle attività del settore pubblico in Venezuela provengono principalmente petrolio, servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, difesa, ordine pubblico, sicurezza, protezione sociale), elettricità, acqua, estrazione mineraria. Negli ultimi quattro anni, nonostante i prezzi del petrolio in calo, fattore chiave dei livelli di produzione in Venezuela, nonostante i vari aspetti della guerra economica attuata dal settore privato, come il blocco del credito internazionale e l’inflazione indotta con la manipolazione monetaria sul mercato illegale, la produzione del settore pubblico è aumentata.La produzione del settore pubblico è aumentata costantemente dal 2003, anche nel 2009, anno che vide un calo del 34% del prezzo del petrolio. Oltre al business del petrolio, la fornitura dei servizi pubblici è seconda nella produzione dopo la manifattura.

4. “Il settore pubblico, a differenza del settore privato, è inefficace”. Si dice che lo Stato è inefficace, cioè che i lavoratori del settore pubblico ricevano lo stipendio senza fare nulla o, nella migliore delle ipotesi, facendo poco. Al contrario, le aziende private sono ancora considerate “efficienti”. Per definizione, si considera “efficiente” produrre di più con meno risorse. [5] Questa favola è la base della tesi secondo cui lo Stato non deve intervenire nell’economia. In Venezuela, in media, la produttività del lavoro nel settore pubblico, tra cui il petroloo [6], è stata 2,5 volte superiore a quello del settore privato. [7] Dal 1997 al 2015 ogni lavoratore pubblico ha prodotto 8,07 milioni di bolivares all’anno [8], mentre ogni lavoratore del settore privato ne ha prodotto 3,25 milioni. Anche escludendo da questi calcoli il petrolio, la produttività del settore pubblico rimane non solo 1,3 volte superiore a quella del settore privato, ma dal 2006 ha avuto un incremento del 44% da 3,5 milioni di bolivar all’anno per lavoratore a 5,1 milioni. [9] Al contrario, nello stesso periodo, la produttività del settore privato è diminuita del 14%.

Questi risultati ci permettono di celebrare alcuni protagonisti della nostra storia contemporanea: i lavoratori del settore pubblico. Operai, medici, infermieri, paramedici, bio-analisti, insegnanti, docenti universitari e lavoratori in genere; ingegneri e tecnici della manutenzione e pulizia; i responsabili della nettezza urbana; comunicatori; conduttori di metropolitana e autobus; agenti della polizia; militari delle Forze Armate Nazionali Bolivariane; vigili del fuoco; lavoratori del servizio diplomatico; della pubblica amministrazione; della giustizia; i cuochi che preparano i pasti per gli scolari; musicisti delle orchestre sinfoniche; allenatori sportivi; guardiaboschi; portuali e aeroportuali, amministratoti del processo elettorale e anche i deputati, alla fine tutti coloro che si alzano presto per gestire il settore pubblico.

5. “Solo le aziende private producono”. Questa classica fiaba vuole dire che ogni modo di produzione che non sia privato è meno efficace, non solo nel caso dello Stato, ma anche dei servizi comunitari, di cooperative e comuni. Infatti, dal 1999, primo anno della rivoluzione bolivariana, al 2015, il prodotto interno lordo è aumentato del 43%. Ma dopo le attività finanziarie e le comunicazioni, mostrarono il maggiore incremento nello stesso periodo le attività dei servizi comunitari e sociali. Quarti furono i servizi delle amministrazioni pubbliche. Attività agricole, allevamento, manifattura, commercio e trasporti, principalmente in mano ai privati, registrarono un aumento dal 1999, ma inferiore.Sembra che non solo i metodi di produzione privati conferiscano valore aggiunto all’economia. La proprietà statale, come già detto, non solo è al secondo posto nella produzione, che non solo è aumentata negli ultimi anni, nonostante il calo dei prezzi del petrolio: ma ha visto crescere l’alta produttività del lavoro. La produzione di proprietà sociali è stata una delle attività economiche che ha registrato il maggiore incremento negli ultimi anni e ha contribuito in misura importante al prodotto interno lordo. Il riconoscimento costituzionale di altri modi di produzione, in parallelo alla produzione privata, è un passo importante per la democratizzazione della produzione e la riduzione della dipendenza da un numero ristretto di grandi imprese in molti settori monopolizzati della produzione, dell’importazione e della distribuzione di beni e servizi.

6. “L a produzione privata è scesa dal 1999 (primo anno della rivoluzione bolivariana)”. Questa è la voce amplificata da certi media: dal 1999 le società private sono state smantellate, e la questione in politica economica dell’uguaglianza e della giustizia sociale ha creato sfiducia e scoraggiato gli investitori. Si dice così che il controllo dei prezzi, del mercato dei cambi e la presunta mancanza di valuta estera abbiano impedito alle aziende di produrre. Fiction, ancora una volta: la produzione nel settore privato è aumentata in media del 35% dal 1999. Tutte le attività economiche del settore privato sono aumentate. Ad esempio, l’attività delle istituzioni finanziarie e assicurazioni, soprattutto private, è esplosa (375%) nello stesso periodo; il commercio è aumentato del 64%; trasporto e stoccaggio del 46%; comunicazioni del 332%; agricoltura, allevamento e pesca del 27%; manifattura del 12%; servizi immobiliari del 50%. Inoltre non solo il prodotto interno lordo del settore privato è aumentato, ma il tasso di rendimento del capitale era in costante crescita dal 2003, raggiungendo nel 2008 [10] il massimo storico dal 1970, il 22%.Non c’è dubbio che chi ripete questa favola vuole giustificare il ritorno al modello neoliberista cessando di controllare i prezzi dei beni di prima necessità prodotti dai grandi monopoli, congelando i salari, privatizzando i servizi pubblici e consentendo a certi proprietari di grandi capitali, tra cui bancari e finanziari, di appropriarsi della valuta ottenuta con l’esportazione del petrolio.

7. “Non si produce perché il governo ha espropriato le aziende private”. Il mito che il governo abbia espropriato quasi tutte le aziende private va di moda negli ultimi anni. Di 28222 unità economiche corrispondenti all’attività industriale, solo 363 o 1,2%, sono nelle mani del settore pubblico. Il restante 98,71% è di proprietà privata. Delle unità economiche legate al commercio, il settore pubblico ne riunisce 294 su un totale di 243444, cioè lo 0,12%. Il restante 99,87% delle unità corrispondenti in questa attività sono del settore privato. Allo stesso modo, le aziende dei servizi appartenenti al pubblico sono lo 0,88% (943 su 111333 unità). Il resto è di proprietà privata. [11]

8. “Viviamo solo con i proventi del petrolio”. Questa fiaba è la più elaborata e diffusa di tutte. Diffonde un particolarmente potente messaggio ideologico: “i venezuelani sono pigri, non lavorano”, la cui funzione è nascondere il principale problema dell’attuale modello economico venezuelano: uso, distribuzione e proprietà delle ricchezze, tra cui i proventi del petrolio. E’ importante capire che in realtà, per i proprietari di capitale e forza-lavoro, “non funziona” è cioè appropriarsi storicamente di una proporzione importante delle entrate petrolifere e, in generale, del valore aggiunto dell’economia.Riferimenti:
[1] Il prodotto interno lordo (PIL) misura tutti i beni e servizi prodotti in un’economia in un determinato periodo, di solito un anno.
[2] Istituto Nazionale di Statistica (INE). Sistema di consultazione del commercio estero. I dati sono disponibili dal 1950. Abbiamo avuto accesso alle informazioni raccolte dal 1980.
[3] Rassegna dati dal Bilancio Alimentare, strumento istituito nel 1950 dall’Istituto Nazionale della Nutrizione (NIN) per misurare la disponibilità di cibo (produzione, importazione ed esportazione).
[4] Dato del 2011 tratto dall’Indagine sulle grandi industrie del dicembre 2013, pubblicata dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE).
[5] La produttività del lavoro è calcolata dividendo la produzione totale per il numero di lavoratori.
[6] Il fatturato è calcolato dividendo il prodotto interno lordo (PIL) del settore pubblico per il numero di lavoratori di questo settore.
[7] Calcolato nel 1997-2015.
[8] Per l’anno di riferimento 1997.
[9] Bolivar indicizzati al valore del 1997.
[10] Abbiamo questi dati fino al 2008, quando smise di lavorarci Asdrúbal Baptista: Fondamenti quantitativi dell’economia venezuelana.
[11] Istituto Nazionale di Statistica. Quarto Censimento economico 2007-2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In faccia a Trump, il Presidente al-Sisi denuncia i veri sostenitori del terrorismo


In faccia a Trump, il Presidente al-Sisi denuncia i sostenitori del terrorismo


Trump Dancing With The Devil


Le ‘predizioni’ del film “Obiettivo mortale” (1982)