La Difesa Aerea siriana respinge l’ultima aggressione israelo-statunitense

Alessandro Lattanzio, 10/02/2018Il 10 febbraio, aerei israeliani attaccavano diverse aree in Siria, ma la difesa aerea siriana abbatteva 2 aviogetti dell’IAF (1 F-16I Sufa e 1 F-15I Baaz), impiegando missili del sistema di difesa aereo S-125 Pechora-2M. I piloti si eiettavano, ma uno decedeva in seguito alle ferite. Gli israeliani avevano tentato di attaccare le postazioni dell’Esercito Arabo Siriano utilizzando 15 missili da crociera, quindi senza avvicinarsi allo spazio aereo siriano, ma la difesa aerea siriana abbatteva 13 dei missili israeliani, e uno dei jet israeliani veniva abbattuto nella regione al-Jalil, nel nord della Palestina, dal tiro di un’unità della difesa aerea siriana presso Qunaytra. Le difese aeree siriane (SyAAD) avevano abbattuto i missili più pericolosi, lasciando andare quelli che non avrebbero causato danni in territorio siriano. L’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv veniva chiuso e le sirene antiaeree suonavano nelle alture del Golan e nella Galilea. Subito dopo gli israeliani, per “rappresaglia”, attaccavano le postazioni dell’EAS nella regione meridionale della Siria, mentre le difese aeree siriane sventavano il nuovo attacco. “Il nemico israeliano all’alba aveva attaccato una postazione militare nella regione centrale, e le difese aeree siriane respingevano l’attacco colpendo più di un aereo”. In seguito gli israeliani attaccavano alcune postazioni nella regione meridionale, che le difese aeree respingevano ancora una volta. In seguito, le autorità israeliane facevano appello alla Russia per contribuire a ridurre le tensioni al confine con la Siria; questo a seguito di un incontro urgente tra il Primo ministro, il ministro della Difesa e altri alti funzionari israeliani. Il disinformatore Magnyer tentava di spacciare la tesi che gli aviogetti israeliani siano stati abbattuti da missili iraniani Shaheen, cercando di giustificare a livello mediatico la propaganda sionista. Ma il sistema di difesa Shaheen è la copia iraniana del sistema statunitense Hawk, ed è quindi incompatibile con la rete dei sistemi di difesa aerea siriana d’impronta sovietica-russa.
Tutto questo avveniva poche ore dopo che l’Esercito arabo siriano spazzava via ogni residua presenza di al-Qaida e Stato Islamico dai governatorati di Hama ed Aleppo, liquidando in poche settimane una sacca di 1100 kmq con 500 terroristi intrappolati dentro. Il Comando Generale dell’Esercito e delle Forze Armate siriane dichiarava lo sradicamento dei terroristi dello SIIL e dei gruppi affiliati nelle aree tra Qanasir, Aleppo, Sinjar e Sinah. Inoltre, la bufala della strage di soldati siriani nel bombardamento statunitense su Tabiyah e Qasham, presso Dayr al-Zur, svanisce con l’ammissione dello stesso Mattis che le forze d’occupazione statunitensi avevano colpito solo 2 carri armati delle milizie tribali governative siriane; probabilmente si trattava di due autoveicoli civili, dato che le autorità siriane riferivano di 40 civili uccisi o feriti. I timori negli USA riguardo a un coinvolgimento in Siria sono sempre più acuti; il senatore degli Stati Uniti Tim Kaine, membro del comitato per le relazioni estere e i servizi armati del Senato, criticava l’attacco degli Stati Uniti, “Anche se sono grato che nessun membro degli Stati Uniti o della coalizione sia stato ferito nell’attacco, sono gravemente preoccupato dall’amministrazione Trump che volutamente s’infila in un grande conflitto, senza il voto del Congresso ed obiettivi chiari“. Mattis stesso mostrava dei dubbi sugli eventi a Dayr al-Zur, definendola “situazione di perplessità“, non potendo dare “alcuna spiegazione sul perché” forze filogovernative avrebbero attaccato una base delle SDF. Come affermano chiaramente le fonti governative siriane, non c’è mai stata alcuna operazione siriana contro il territorio occupato dalle SDF, ma un’operazione di ricognizione contro le infiltrazioni dello SIIL nel governatorato di Dayr al-Zur.
Va notato che almeno un paio di presunti ‘giornalisti freelence’ in Siria, un presunto corrispondente russo e un noto mercenario statunitense, hanno amplificato e spacciato tale operazione da guerra psicologica e di disinformazione. Il falso corrispondente russo arrivava a dire che nell’azione statunitense erano morti “130 mercenari russi” della compagnia Wagner (!?), mentre il mercenario statunitense, due ore prima dell’attacco statunitense, aveva tweettato che forze siriane stavano per attaccare obiettivi detenuti dalle SDF nella regione, lanciando alle forze militari del proprio Paese un preallarme. Le autorità siriane dovrebbero mostrare estrema attenzione verso coloro che si presentano come amici, solo per poi monitorare con metodi, modalità e scopi poco chiari, le aree del territorio siriano sottoposte a maggior conflitto.

Nel frattempo, un capo di Jabhat al-Nusra, Abu Yaman, e cinque sue guardie del corpo, venivano uccisi presso Jisr al-Shughur, a sud d’Idlib, da disertori della stessa organizzazione terroristica, mentre un elicottero d’attacco turco Agusta/TAI T-129B ATAK veniva abbattuto dalle YPG ad al-Qudah, presso Raju, a nord-ovest d’Ifrin. I due piloti restavano uccisi. Un’unità dell’Esercito arabo siriano respingeva l’attacco del gruppo terroristico Jabhat al-Nusra su Tal Hadada, ad est di Qinsiba, a nord di Lataqia, eliminando l’intero gruppo. Ad est di Damasco, tra Irbin e Harasta, la 4.ta Divisione dell’Esercito arabo siriano liberava diversi edifici, numerose trincee e cinque tunnel occupati dai terroristi dell’Hayat Tahrir al-Sham. Inoltre, un distaccamento delle Forze di Difesa Nazionali (NDF) liquidava 12 terroristi dello SIIL, e ne sequestrava l’autocarro che trasportava missili anticarro AGM-114 Hellfire e dispositivi per il controllo dei missili.
Note
Anàlisis Militares
FNA
Global Security
al-Masdar
Moon of Alabama
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RIAFAN
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L’invasione bloccata di Erdogan arruola al-Qaida, ex-cliente della CIA

Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 7 febbraio 2018L’invasione dei terroristi filo-turchi del territorio d’Ifrin controllato dai curdi in Siria non va bene. Solo pochi giorni prima l’esercito turco subiva la peggiore giornata, con otto morti. Sei uccisi quando un carro armato Leopard 2 di fabbricazione tedesca veniva colpito da un missile anticarro (Konkurs russo) facendone detonare le munizioni. L’esplosione fu così grande che un altro soldato vicino fu ucciso assieme all’intero equipaggio di cinque uomini. Il numero ufficiale delle vittime di Ankara è ora di 16 morti e forse un centinaio di islamisti. Ciò significa che altre centinaia sono i feriti. Per queste perdite l’offensiva turca può vantare meno di 20 villaggi di confine tolti ai curdi (spesso quasi spazzati via dall’artiglieria). I turchi avanzavano da non meno di sette diversi punti, ma mai più di 6 chilometri, al massimo, dopo più di due settimane. Piuttosto che concentrare l’offensiva in pochi punti chiave e colpire duramente con un colpo decisivo, l’offensiva dei terroristi filo-turchi avveniva lungo tutto il fronte e tentava di avanzare dovunque in una sola volta, con risultati prevedibili. Forse l’effetto delle purghe militari di Erdogan dopo il colpo di Stato è stato maggiore di quanto pensato. Ciò che dovrebbe preoccupare i turchi è che i curdi non sembrano particolarmente impressionati dai loro sforzi, finora. Sono stati respinti, ma nonostante la schiacciante supremazia turca nell’artiglieria e nei corazzati, i curdi hanno potuto contrattaccare in numerosi luoghi e riprendersi un villaggio o una collina che avevano appena perso. Combattere per le proprie case gli da un morale superiore alla carne da cannone degli ex-ribelli filo-turchi.
Una cosa che l’offensiva turco-islamista ha ottenuto è stata annientare un antico tempio assiro di 3000 anni. Così, mentre Erdogan non ottiene alcuna grande vittoria sul campo, agisce proprio come gli islamisti più duri dello SIIL, che una volta sosteneva, cancellando l’inestimabile patrimonio culturale della Siria.
Turkey Untold@TurkeyUntold
Raid aereo turco distrugge ad Ayn Dara un tempio hittita, nel sito archeologico a sud di Ifrin.
16:54 – 27 gen 2018
Altre affermazioni sulla fama dell’offensiva “ramo d’ulivo” vedono gli islamisti mutilare il corpo di una combattente curda e filmare un curdo legato e bendato. Ma non preoccupatevi, forse l’impresa turca di Ifrin può ancora essere salvata, a tal fine la Turchia arruola gli infanticidi dell’Haraqat Nuradin al-Zinqi. Il gruppo fu salutato da Stati Uniti e dal Guardian come modello di “ribelli moderati” e ricevette sostegno adeguatamente ampio e PR. Ora è apertamente parte della coalizione HTS (Hayat Tahrir al-Sham) dominata da al-Qaida, ma è più famoso per un evento di due anni prima, quando i suoi uomini e capi si filmarono orgogliosamente decapitare un ragazzino palestinese del Campo profughi Handarat di Aleppo. (Il ragazzino fu accusato di “spionaggio” per conto della milizia palestinese filogovernativa Liwa al-Quds, a quanto pare meritando la decapitazione con un coltello da cucina dai lerci wahabbiti pesta mogli).
Il piano è che Zinqi colpisca da sud aggiungendosi alla pressione turca da nord, ovest ed est, ma non da Idlib occupata da al-Qaida. Bene, forse ciò cambierà le fortune dell’offensiva della Turchia, ma in realtà probabilmente ciò non succederà. Sarà necessario probabilmente che i soldati regolari turchi assumano anche l’incarico di fanteria. Ma almeno Zinqi tornerà ad esibirsi con questi tizi di nuovo:
Jenan Moussa@jenanmoussa
Che video questo…i ribelli filo-turchi presso Ifrin cantano la canzone jihadista “come abbiamo resistito a Groznij e in Dagestan. Come a Tora Bora. E ora Ifrin ci chiama”.
16:45 – 1 feb 2018Invincibili? Non proprio: perché i carri armati Leopard tedeschi sono così vulnerabili
Sputnik, 06.02.2018

Alla fine della scorsa settimana, i miliziani curdi distruggevano un carro armato Leopard 2A4 dell’esercito turco, con un lanciamissili anticarro sovietico nel corso dell’operazione di Ankara contro i combattenti curdi in Siria. Perché una cosa del genere è accaduta al presunto “indistruttibile” carro armato tedesco? Gli esperti militari indicano il compartimento vulnerabile delle munizioni come punto debole del Leopard-2. “È stato dimostrato ancora una volta che i tanto propagandati Leopard-2 hanno un difetto fatale, poiché la maggior parte delle munizioni vine immagazzinata nella sezione anteriore sinistra con una debole blindatura su entrambi i lati“, scrivono gli specialisti del Centro di Strategia ed Analisi della Tecnologia della Russia dopo aver visto un video del Leopard distrutto pubblicato dai miliziani curdi, aggiungendo che i primi carri armati Leopard-2A4 distrutti dall’esplosione delle munizioni a bordo riguardavano i carri armati che l’esercito turco perse combattendo lo SIIL nei pressi di al-Bab, in Siria, nel dicembre 2016. Gli esperti ritengono che il Leopard presso Ifrin sia stato apparentemente distrutto da un lanciamissili anticarro Fagot, sviluppato in Unione Sovietica nei primi anni ’70, circa un decennio prima che comparissero i primi carri armati Leopard-2. Ankara ha lanciato l’offensiva col sostegno dell’esercito libero siriano sulla città d’Ifrin, controllata dai curdi, mirando a proteggere i propri confini da ciò che chiama “esercito terrorista”, riferendosi ai gruppi militanti curdi dell’area. L’operazione, soprannominata Ramo d’Ulivo, è contro le YPG sostenute dagli Stati Uniti, considerate da Ankara affiliate al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), designato organizzazione terroristica in Turchia e molti altri Paesi. Damasco condannava l’operazione come cruda violazione dei suoi confini e delle leggi internazionali. La Russia esprimeva preoccupazione per la situazione umanitaria nella regione e chiedeva di preservare l’integrità territoriale della Siria.

Impiego dei missili anticarro ad Ifrin
Cassad, 6 febbraio 2018

Mappa che indica le aree in cui i curdi hanno colpito obiettivi turchi con missili anticarro.21 gennaio, un PTRK “Konkurs” colpiva un “Leopard 2A4
28 gennaio, una stazione di polizia di frontiera veniva colpita da un PTRK “Konkurs
30 gennaio, un ATGM “Tufan” (missile anticarro iraniano) colpiva un “Leopard 2A4
31 gennaio, un bulldozer, una stazione di polizia di frontiera e un bersaglio non identificato venivano colpiti da PTRK “Konkurs
3 febbraio, un “Leopard 2A4“, un bulldozer e un carro armato non identificato (molto probabilmente M-60 Sabra) venivano colpiti da PTRK “Konkurs
4 febbraio, una stazione di polizia di confine e un bulldozer venivano colpiti da PTRK “Konkurs“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’attacco turco su Ifrin dividerà l’alleanza curdi-USA?

Moon of Alabama, 6 febbraio 2018L’operazione riuscita dell’Esercito arabo siriano per liberare la base aerea di Abu Duhur, lasciava una grande enclave controllata da al-Qaida e SIIL ad est di Hama. Ulteriori progressi verso Idlib sono stati sospesi, per ora. per ripulire la sacca che altrimenti potrebbe creare problemi dietro le linee. La maggior parte dei taqfiri di al-Qaida/HTS è però fuggita dall’area ora chiusa, prima dell’accerchiamento delle forze del governo siriano. Qualche centinaio di combattenti dello SIIL, che prima si erano insinuati nella zona, affermava di aver occupato decine di villaggi vuoti. Ma tali forze sono troppo piccole per trattenere qualsiasi cosa. Verranno ora stanate e distrutte. In un solo giorno sono stati liberati 20 villaggi. Ci vorrà una settimana o due per liberare l’area. Un convoglio militare turco proveniva dalla Turchia e diretto ad al-Ays, importante saliente a sud-ovest di Aleppo. Il convoglio era protetto da al-Qaida. Un convoglio simile fu precedentemente attaccato e dovette ritirarsi. Questa volta le truppe turche furono attaccate non appena raggiunsero le posizioni. Secondo i media turchi, almeno cinque soldati rimasero feriti e uno ucciso. I turchi sostengono che il “punto di osservazione” rientra nelle responsabilità nell’ambito dell’accordo di Astana, relative alla zona di descalation d’Idlib. I russi sembrano concordare, almeno per ora, ma le forze iraniane e siriane vedono i turchi (giustamente) come nemici ed intendono ostacolarne le azioni verso Idlib. I turchi ad al-Ays sono piuttosto isolati e senza supporto aereo. Le loro posizioni sono più a rischio di quanto la Turchia sembri apprezzare. Al-Qaida o un gruppo affiliato, aveva abbattuto un aereo russo con un missile portatile (MANPADS). Ci sono varie ipotesi sulla provenienza del missile, ma è noto da tempo che Turchia e Giordania hanno depositi pieni di missili pronti per essere distribuiti alle forze antisiriane. Il Wall Street Journal ne parlava nel febbraio 2014: “Gli alleati arabi di Washington, delusi dai colloqui di pace in Siria, hanno acconsentito a dare ai ribelli armi più sofisticate, compresi i missili portatili che possono abbattere jet, secondo diplomatici occidentali e arabi e personalità dell’opposizione… Comandanti ribelli e capi dell’opposizione politica siriana hanno detto di non sapere ancora quanti Manpad e missili antiaerei otterranno. Ma è stato detto che sono una quantità significativa. Le armi aspettano nei magazzini in Giordania e Turchia. Le armi sono trattenute per la preoccupazione che probabilmente saranno usate contro aerei di linea civili in Paesi diversi da quelli previsti”.
Ora il Washington Examiner specula sul recente attacco missilistico: “La mia teoria è che il presidente Trump abbia dato un avvertimento letale alla Russia in Medio Oriente. Qualcuno ha fornito questi ManPAD ai ribelli siriani. E sembra che sia stato fatto solo di recente. Penso che si tratti degli statunitensi. Forse è stato deciso dal presidente Trump, o dallo Stato profondo che vuole la guerra contro la Russia. La Russia ha dichiarato pubblicamente e per mesi che gli Stati Uniti proteggono e addestrano le forze islamiste nel teatro siriano. Forse Trump voleva mandare un messaggio. Forse questi ManPADS erano “armi letali difensive” come quelle fornite ai soldati ucraini nel Donbas”. Se è così, è una mossa stupida. Due, o tre o quattro possono giocare a tale gioco. Cosa succede se i curdi d’Ifrin trovano improvvisamente una scorta di MANPADS. L’Iran ha allineato forze in Iraq? Che ne dite degli huthi nello Yemen? O dei taliban in Afghanistan? L’Esercito arabo siriano ha schierato nuove difese aeree nella parte nord-occidentale della Siria, coprendo il cantone d’Ifrin attaccato dai turchi. I raid aerei su Ifrin sono cessati e persino i droni turchi ora evitano lo spazio aereo siriano. La Turchia ha quindi perso una parte significativa delle capacità di ricognizione ed attacco nell’area. I progressi turchi contro i curdi delle YPG ad Ifrin sono estremamente lenti. Villaggi e colline che vengono presi di giorno e spesso persi di notte. Le forze curde hanno finora distrutto almeno 20 carri armati turchi e altri veicoli con missili anticarro che sembrano avere in abbondanza. I turchi usano i “ribelli siriani” taqfiri che hanno sponsorizzato in questi anni come loro fanteria. Perché sono disposti a morire per una causa che non sarebbe la loro? La risposta potrebbe essere in questo articolo sull’avanzata della principale organizzazione religiosa turca, la Diyanet, sponsorizzata dal governo e che ha il controllo di quasi tutte le istituzioni religiose. Sembra più pesantemente coinvolta nella guerra in Siria di quanto si possa supporre: “Dopo aver appreso del golpe programmato durante una cena col capo dell’intelligence Hakan Fidan e con Muaz al-Qatib (esponente dell’opposizione e degli ulema siriani), il capo del Diyanet Mehmet Goermez (2010-luglio 2017) radunava il corpo religioso di 112725 persone, compresi gli imam di circa 82381 moschee controllate dal corpo… la Diyanet fu attiva in Siria, rivelava l’ex-capo della riunione della sera del tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 con shaiq Muaz al-Qatib, lo stesso individuo che nel 2012 causò polemiche invitando gli Stati Uniti a riconsiderare la propria decisione di definire Jabhat al-Nusra organizzazione terroristica. Al-Qatib è anche ex-presidente della Coalizione nazionale delle forze rivoluzionarie e di opposizione siriane, ex-imam della moschea degli Omayadi a Damasco, e membro della Lega degli ulema del Sham (Rabitat Ulama al-Sham, fondata nel 2012 da ulema dell’opposizione a Damasco e Homs, e membro del gruppo ombrello Consiglio islamico siriano, Majlis al-Islami al-Suri), ideologicamente vicino ai Fratelli musulmani”.
I curdi che combattono contro gli estremisti supportati dalla Turchia hanno un certo sostegno dal governo siriano. I loro feriti vengono trasportati negli ospedali governativi. Il corridoio controllato dal governo tra le aree curde della Siria orientale e d’Ifrin è aperto ai rifornimenti curdi. La notte scorsa un grande convoglio di nuovi combattenti e munizioni della Siria orientale arrivava ad Ifrin. Queste sono le forze con cui l’occupazione statunitense nel nord-est della Siria si è alleata come SDF. Almeno una parte delle armi che portavano era fornita dall’esercito statunitense. La Turchia ha il secondo esercito nella NATO. Se davvero volesse prendere Ifrin, sicuramente potrebbe. Ma finora ha inviato solo forze a livello di compagnia dove sono necessarie le brigate. Il mio sospetto è che l’attuale operazione turca contro il cantone d’Ifrin non sia destinata a catturare e controllare realmente l’area. Ciò richiederebbe molte più forze militari turche e costerebbe migliaia di vittime turche. Ciò che l’operazione fa, ed è probabile che sia destinata a fare, è dimostrare alla NATO e a Washington, effettivamente allineati alle forze curde YPG/PKK, che esse, dalla prospettiva turca, sono terroristi. L’attacco ad Ifrin è volto a dividere l’alleanza degli Stati Uniti con le YPG/PKK. (Questo potrebbe essere il motivo del tacito appoggio russo). Se ci riuscirà renderà l’occupazione statunitense della Siria nord-orientale, in alleanza coi curdi, estremamente difficile. Gli Stati Uniti devono decidere tra il partner della NATO, la Turchia, e gli alleati curdi delle YPG. Offrire armi a questi che poi combattono la prima è insostenibile. Il Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, McMaster, dovrebbe visitare la Turchia nel prossimo fine settimana. Il segretario di Stato Tillerson arriverà dopo pochi giorni. Che offerta faranno? Nel frattempo si sa poco delle restanti forze dello SIIL al confine iracheno, a nord dell’Eufrate. Migliaia di combattenti dello SIIL, che gli Stati Uniti lasciarono intenzionalmente fuggire da Raqqa verso est, sono ancora in libertà. L’area del confine dovrebbe essere controllata da USA/SDF, ma sembra che non ci siano altre operazioni per distruggere i resti dello SIIL. Se gli Stati Uniti non possono sconfiggerli, perché impediscono alle forze siriane di attraversare l’Eufrate per distruggere tale minaccia? Una speculazione ben fondata è che gli Stati Uniti dirigono questi combattenti dello SIIL contro le forze siriane nella città di confine di Abu Qamal, appena a sud dell’Eufrate. L’intenzione è interrompere la strada che collega Siria e Iraq, quindi Bayrut e Teheran. Di recente vi sono stati alcuni gravi attacchi a sorpresa contro le posizioni siriane. La guerra in Siria continuerà e tutti i piani di Stati Uniti e Turchia la stanno solo prolungando. Non hanno deciso se rinunciare o rischiare tutti i mezzi necessari per raggiungere gli obiettivi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria e Venezuela, similitudini che suscitano pericoli e domande

Sergio Rodriguez Gelfenstein, Resumen Latinoamericano, 3 febbraio 2018A chiunque sia interessato all’argomento e abbia il tempo di investigarvi, consiglio di leggere i media seri e decenti rimasti dal gennaio 2011, quando iniziò la cosiddetta “primavera araba”. Per coincidenza, ero in Algeria, invitato dall’Accademia diplomatica del Paese per tenere conferenze sull’America Latina, sperimentando il fenomeno alla sua nascita, soprattutto quando incontrai un deputato colombiano che era ad Algeri e doveva recarsi in Tunisia proprio il 14 gennaio, quando il presidente autoritario del Paese, Abidin Ben Ali si dimise. Consigliammo al parlamentare del Paese confinante d’interrompere il viaggio e tornare a Bogotà prima di rischiare, dopo aver verificato cosa significasse l’inizio delle rivolte. La verità è che la “primavera araba” coinvolse circa 20 Paesi della regione, attorno ai quali la visione della stampa e dell’opinione pubblica occidentali si costruì basandosi su vicinanza, lealtà e subordinazione dei governi a Stati Uniti ed Europa. Così, mentre in Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi, Qatar e Giordania, tra gli altri, c’erano rivolte per protestare contro le condizioni di vita misere che i governi dovevano risolvere; in Libia, Siria e Algeria ci furono rivoluzioni democratiche contro governi autoritari e repressivi che dovevano essere rovesciati. Così fecero in Libia, la fine è nota: la scomparsa di uno Stato, oggi “controllato” da tribù e terroristi dalle diverse pellicce che lottano per impossessarsi del petrolio e della più grande riserva idrica del Nord Africa. In Siria non ci riuscirono, bisogna dire che nel primo caso Russia e Cina lasciarono che Stati Uniti e NATO agissero, indipendentemente dal destino di quel popolo e di quel Paese, peccando di ingenuità od omissione. Per quanto riguarda la Siria, l’umanità è grata per non aver permesso alle forze coloniali e imperialiste di agire nello stesso modo. Ma tornando all’argomento, ricordo che in Siria tutto iniziò con marce pacifiche che chiedevano democrazia che ben presto divennero violente azioni di gruppi radicali, avviando la creazione di un'”opposizione moderata” che non poté resistere alla competizione per la distribuzione delle risorse provenienti dall’occidente e dalle monarchie sunnite, destinandole ad al-Qaida e Stato islamico per occupare territori e scatenare odio e furia contro i principi base di ogni civiltà: cristiana e musulmana. Infine, dopo una breve e accelerata virata, i cortei pacifici dell’opposizione divennero gruppi terroristici che minacciavano la stabilità globale. Tuttavia, gli Stati Uniti raggiunsero l’obiettivo creando taliban ed al-Qaida per espellere l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, e lo Stato islamico per destabilizzare il Medio Oriente, occupare la Siria e minacciare d’invasione l’Iran. Le tre organizzazioni “sfuggirono di mano” e oggi sono costretti a una grande propaganda per dimostrare che le combattono, quando è dimostrato che gli USA, in alleanza con Israele e le monarchie sunnite, li armano, supportano, finanziano ed addestrano. Qualcuno potrebbe pensare che sia una contraddizione infondata, ma le azioni degli Stati Uniti contro il terrorismo non sono decisive, ma solo il minimo necessario per dimostrare una presunta volontà di affrontarlo. A mostrare una realtà diversa sono i media e gli specialisti nella costruzione di scenari “post-verità”. In ogni caso, lo scopo degli USA nel generare conflitti che ne legittimino la presenza militare e creino le condizioni per l’intervento negli affari interni dei Paesi che disobbediscono al mandato imperiale, è stato ampiamente raggiunto.
Tale riflessione mi sovviene analizzando la situazione in Venezuela, inevitabile dopo aver guardato lo specchio siriano: marce di dimostranti per la democrazia che diventano violente, inizialmente focalizzate ma che si generalizzano, che porteranno inevitabilmente a un conflitto di proporzioni superiori, forse simili a quelle della Siria. L’Arabia Saudita, che con la Colombia recitano il ruolo di supporto alle basi militari statunitensi nelle rispettive regioni (mentre le organizzazioni internazionali “voltano le spalle” alle loro gravi violazioni dei diritti umani), hanno incubato eserciti terroristici per attaccare un altro Paese. Le organizzazioni regionali (Lega araba e Consiglio di cooperazione del Golfo) da un lato e OSA dall’altro, hanno fornito le basi diplomatiche per legalizzare tali azioni. I governi reazionari feudali (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Quwayt e Turchia) sostengono la ribellione in Medio Oriente e le amministrazioni neoliberali dell’America Latina (Messico, Colombia, Cile, Perù, Argentina, Panama e Brasile) fanno lo stesso contro il Venezuela. Cos’hanno in comune? La vergognosa subordinazione agli Stati Uniti, che allo stesso tempo gli permette ogni oltraggio contro i popoli: violazione delle costituzioni e della democrazia che essi stessi hanno inventato, dei diritti umani alleandosi col narcotraffico, applicazione a tutti i costi dei modelli neoliberali, repressione dei popoli; tutto ciò non è noto perché, ancora una volta, i media hanno il compito di nasconderlo.
Se seguiamo lo sviluppo delle azioni in Siria e proviamo a proiettarle in Venezuela, dovremmo dire che sembra che la violenza sia stata instillata come pratica politica che, come mostra il dramma siriano, si sa quando inizia, ma non quando finisce. In tale scenario, i primi cento morti sono noti per nome, quando si arriva al migliaio, o se ne contano a decine, raggiungendo diecimila, centomila o più, a nessuno importa delle cifre esatte, solo il numero degli zeri interessa l’informazione che non interessa più a nessuno. In Siria, secondo i media, sarebbero 350-400mila morti. Con tale logica, i primi “esiliati” che arrivano vengono ricevuti come eroi nei Paesi limitrofi che sostengono le violenze, ma poi, quando una marea incontrollabile minaccia anche di danneggiare la sicurezza nazionale e l’integrità di ogni Paese, la questione diventa più complessa. Nel nostro ambiente, mi chiedo cosa succederebbe se i 6 milioni di colombiani che vivono in Venezuela tornassero nel proprio Paese o se Cile, Panama, Argentina e Perù, nominandone alcuni, affrontassero forti mutazioni d’identità da parte di alcune decine di migliaia di venezuelani che arrivano nelle loro città, o ne ricevessero centinaia di migliaia generando influenze di ogni tipo nelle proprie società e mercati. E cosa succederebbe se in Venezuela ci fosse un cambio di governo violento, che senza esitazione iniziasse a sviluppare misure neoliberali, che indubbiamente sarebbero contrastate dal popolo o dalla gran parte che ha visto la propria vita cambiata negli ultimi anni; ci chiediamo, quel governo avrà la forza di ordinare la repressione? Durerà più di un anno come Temer, che barcolla solo dodici mesi dopo aver illegalmente preso il potere? E tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo? Cosa accadrebbe al mercato dell’energia? Qualcuno si chiese se le forze armate venezuelane, in questo scenario, di nuovo reprimerebbero il popolo come in passato e come recentemente è successo in Brasile. Oppure prendiamo lo scenario siriano e lo passiamo qui: gli Stati Uniti, col sostegno dell’estrema destra, sono riusciti a creare un esercito paramilitare in Colombia, che proverà a prendere parte del territorio del Venezuela per creare uno Stato paramilitare che, naturalmente, “sfuggirà di mano agli Stati Uniti”. Anche se con questo la potenza nordamericano avrà raggiunto lo stesso obiettivo del Medio Oriente, generando instabilità per legittimare gli interventi, in questo caso dovrà valutare che, nonostante l’annuncio della lotta al terrorismo, tali azioni minaccerebbero la stabilità politica e sociale di Colombia ed America Latina, tornando a un passato che si credeva sepolto per sempre. Cosa farebbero FARC ed ELN in queste condizioni? Cosa farebbe la sinistra latino-americana di fronte tale situazione quando gli avranno consegnato su un piatto d’argento lo strumento dell’unità e della lotta continentale? Mi chiedo se non vedremo, nel migliore dei casi, lo slogan che mobilitò milioni di persone nel secolo scorso nei Paesi della regione, dal Rio Grande alla Patagonia: “Yanquis, a casa!” e sarà bello bruciare di nuovo le bandiere statunitensi. Il peggio, non voglio neanche immaginarlo, ritorneremmo a cinquanta anni fa e dovremo ricominciare da capo, ma la pazienza dei popoli è infinita, non so per il capitale che vedrebbe diminuire i profitti.
E tutto questo, perché gli Stati Uniti non vogliono o non possono indurre l’opposizione venezuelana ad accettare regole democratiche, attendere le elezioni del 2018 e lasciare che il popolo decida il proprio futuro. C’è poco da dire, molte vite potrebbero essere salvate e ci sarebbe molto da guadagnare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’amministrazione Trump pianifica un golpe alla Pinochet in Venezuela

Wayne Madsen SCF 05.02.2018L’amministrazione retrograda di Donald Trump progetta un colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo socialista del Presidente Nicolas Maduro. Il segretario di Stato Rex Tillerson, parlando all’Università del Texas prima d’intraprendere un tour in America Latina e Caraibi, ha detto che l’esercito è spesso intervenuto nella politica latinoamericana durante le crisi. Le osservazioni di Tillerson hanno evocato scene dal buio passato dell’America Latina. A peggiorare le cose, Tillerson invocava la dottrina imperiale Monroe del 1823, sottolineando che è “rilevante oggi come il giorno in cui fu scritta”. La Dottrina Monroe, nella storia americana, fu usata dagli Stati Uniti per giustificare l’intervento armato in America Latina, spesso allo scopo d’istituire “repubbliche delle banane” asservite ai capricci di Washington. Secondo la BBC, Tillerson fece l’affermazione dichiarando che non “difende il cambio di regime e che non ha informazioni su alcuna azione programmata”. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon Henry Kissinger fece commenti simili prima del sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre sostenuto dall’Agenzia per l’Intelligence Centrale, nel 1973, contro il Presidente socialista cileno Salvador Allende. Mentre respingeva pubblicamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nella destabilizzazione del governo democraticamente eletto del Cile, Kissinger lavorava dietro le quinte con le forze armate cilene per rovesciare e assassinare Allende. Undici giorni dopo il colpo di Stato cileno, Kissinger fu premiato da Nixon venendo nominato segretario di Stato e mantenendo il portafoglio di consigliere per la sicurezza nazionale.
Da quando il predecessore di Maduro, Hugo Chavez, salì al potere nel 1999, la CIA tentò almeno un colpo di Stato militare, rapidamente annullato, nel 2002, diverse proteste e sommosse in stile “rivoluzione colorata”, guerra economica e scioperi generali iniziati dalla CIA per scacciare Chavez e Maduro dal potere. Tillerson, ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil, ha lungamente supervisionato il controllo degli Stati Uniti sulla società petrolifera statale del Venezuela Petróleos de Venezuela, SA (PdVSA). L’itinerario latinoamericano di Tillerson tradisce i piani sul Venezuela. Tillerson si recherà in Messico, nazione dalla relazione travagliata con gli Stati Uniti per la retorica di Trump. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Tillerson e Trump, HR McMaster, accusava la Russia, senza la minima prova, d’interferire nell’attuale campagna elettorale presidenziale in Messico. Il candidato del partito di sinistra MORENA, il leader Andres Manuel Lopez Obrador, o “AMLO”, ha dovuto respingere le false accuse di aver accettato finanziamenti dai russi. Il candidato di destra Jose Antonio Meade, il favorito di Washington, accusava AMLO di essere sostenuto dalla Russia. AMLO, rispondeva alle ridicole accuse di Meade, che corre col Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), corrotto dal narcotraffico, indossando spesso scherzosamente una giacca col nome “Andres Manuelovich”. Oltre al Messico, Tillerson visiterà anche Argentina, Perù, Colombia e Giamaica. Le soste di Tillerson svelano le sue reali intenzioni. L’Argentina, governata da Mauricio Macri, immobiliarista di Trump, e Perù, il cui scandaloso presidente Pedro Pablo Kuczynski elogia Trump e guida le azioni anti-Venezuela nell’Organizzazione degli Stati americani e in altre istituzioni internazionali. La Colombia è la base per le operazioni paramilitari e d’intelligence della CIA contro il Venezuela. A causa delle sanzioni USA contro il Venezuela, la Colombia ora ospita migliaia di rifugiati economici venezuelani, terreno fertile per reclutare le pedine per un colpo di Stato contro Maduro. Tutte le soste di Tillerson in America Latina, con l’eccezione della Giamaica, sono Paesi membri del Gruppo Lima, un blocco di nazioni che cerca di rovesciare Maduro dal potere in Venezuela. Lo scalo di Tillerson in Giamaica è ovviamente volto a staccare dall’orbita venezuelana diversi Stati insulari della Comunità Caraibica (CARICOM) che hanno beneficiato del petrolio poco costoso del Venezuela.
Secondo la BBC, Tillerson aveva persino scherzato in Texas sul destino di Maduro: “Se la cucina diventa un po’ troppo calda per lui, sono certo che ha qualche amico a Cuba che potrebbe dargli una bella hacienda in spiaggia“. Per i venezuelani che sostengono il governo, la “battuta” di Tillerson ricorda che Chavez, dopo essere stato destituito dal colpo di Stato dell’aprile 2002, fu tenuto prigioniero presso la stazione aeronavale Antonio Diaz sull’isola venezuelana di La Orchila. Se il colpo di Stato non fosse fallito, si ritiene che gli Stati Uniti avrebbero esiliato Chavez, possibilmente a Cuba, nella stazione navale e gulag degli Stati Uniti nella baia di Guantanamo. Tillerson, che apparentemente continua a portare acqua ad Exxon-Mobil, riprende il ruolo svolto da Harold Geneen, presidente dell’International Telephone and Telegraph (ITT). Geneen, lavorando con la CIA, diede 1 milione di dollari all’avversario di Allende nelle elezioni presidenziali del 1970, Jorge Alessandri. Si scoprì anche che ITT aveva sostenuto finanziariamente i piani del golpe del 1973 in Cile. Nel 1964, Geneen e ITT collaborarono con la CIA per rovesciare il governo brasiliano eletto democraticamente di Joao Goulart. Oggi sono Exxon-Mobil e la sua dirigenza nell’amministrazione Trump, Tillerson, a fare gli straordinari interpretando i ruoli di ITT e Geneen nel tentativo di rovesciare Maduro in Venezuela; processare con accuse inventate Luiz Inácio Lula da Silva e Cristina Fernandez de Kirchner, ex e possibili futuri presidenti di Brasile e Argentina rispettivamente; e far tornare la “diplomazia delle cannoniere” degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. In una conferenza stampa a Città del Messico, il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray respinse l’idea di Tillerson del colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo di Maduro. Alla conferenza era presente la ministra degli Esteri canadesi Chrystia Freeland, nemica dichiarata di Venezuela e Russia.
Tillerson ha un odio viscerale per il Venezuela che trascende Maduro e Chavez. Nel 1976, l’anno dopo che Tillerson iniziò a lavorare per Exxon, il presidente venezuelano Carlos Andres Perez nazionalizzò l’industria petrolifera venezuelana. Tra le attività nazionalizzate c’erano le partecipazioni di Exxon. Chavez rinazionalizzò i beni di Exxon-Mobil nel 2007, durante il regno di Tillerson. Exxon-Mobil e Tillerson combatterono il Venezuela per un risarcimento da Caracas. Exxon-Mobil portò il caso all’arbitrato della Banca Mondiale e chiese al Venezuela di risarcire la società con 115 miliardi di dollari. La banca optò per un risarcimento di soli 1,6 miliardi, spennando Tillerson, che non ha mai dimenticato che il Venezuela ha vinto la battaglia per compensare Exxon-Mobil. Tillerson ora intende vendicarsi cercando di rovesciare il successore di Chavez, Maduro. Nel 2015, Exxon-Mobil avviò le operazioni petrolifere al largo delle coste della Guyana, a est del Venezuela, nel territorio conteso di Essequibo. Sebbene Venezuela e Guyana abbiano cercato un arbitrato internazionale sul caso, ciò non impedì a Tillerson, alla guida di Exxon-Mobil, di ordinare alle controllate in Guyana, Esso Exploration e Production Guyana Ltd., di continuare ad esplorare nella regione contesa. Per Tillerson e il suo capo, Trump, apparentemente gli accordi legali non valgono la carta su cui sono stampati. Mentre si trovava in Giamaica, Tillerson si aspettava che il Primo Ministro Andrew Holness acquistasse il 49 percento venezuelano della società giamaicana di raffinazione del petrolio, Petrojam. Tillerson vuole assoggettare le nazioni caraibiche che hanno accordi di cooperazione con l’industria petrolifera venezuelana attraverso l’alleanza PetroCaribe, per annullare tali accordi e conformarsi all’ordine esecutivo punitivo di Trump 13808, che estende le sanzioni “alla Russia” anche al Venezuela. Tillerson non vorrebbe altro che aumentare i profitti di Exxon-Mobil limitando gli accordi di PetroCaribe con nazioni come Haiti, Nicaragua, Giamaica, Guyana, Belize, Honduras, Bahamas, Suriname, St. Kitts-Nevis e St. Lucia, costringendole ad acquistare petrolio e benzina più costosi di Exxon-Mobil. Tillerson ha mostrato il vero volto dell’amministrazione Trump in America Latina. Non solo vuole deportare milioni di residenti senza documenti dagli Stati Uniti con un’operazione di massa che non si vede dalla Seconda Guerra Mondiale, ma vuole cambiare coi colpi di Stato governi non graditi a Trump in America Latina.Traduzione di Alessandro Lattanzio