La Siria tra la morte del Generale Zahradin e la resa del PKK

Alessandro Lattanzio, 19/10/2017Il Maggior-Generale dell’Esercito arabo siriano, Isam Zahradin, cadeva nella provincia di Dayr al-Zur dopo che la sua auto era esplosa su una mina posta dai terroristi del SIIL, ad Huayjah al-Saqr. Il Generale Zahradin era il comandante della 104.ma Brigata aeroportata della Guardia repubblicana che aveva inflitto diverse sconfitte ai terroristi del SIIL mentre assediavano Dayr al-Zur. Cadeva assieme al Generale anche il Capitano Muhamad Aqram Qadr.
L’Esercito arabo siriano inviava nella provincia di Dayr al-Zur due Brigate delle Forze speciali, provenienti dalle regioni orientali della provincia di Hama, per condurre un’operazione sulla riva orientale dell’Eufrate, a sud di al-Busayrah. Nel frattempo, le unità dell’Esercito arabo siriano liberavano i quartieri Sahra al-Busaid, Tahtuh, al-Umal, Harabish, Huayjah al-Qata, Islah al-Husayniyah, la cartiera e il villaggio al-Juninah, ad ovest di Dayr al-Zur, mentre ad est liberavano al-Abad e al-Ziban, mentre consolidavano il controllo su al-Bumar, Muhasan, al-Bulayl, al-Salu, al-Zabari, Buqrus Fuqani, Buqrus Tahtani e Mayadin. L’Esercito arabo siriano aveva distrutto 14 tecniche, 3 carri armati e 2 blindati dello SIIL, e catturato un’enorme quantità di armi appartenenti al gruppo terroristico, tra cui mitragliatrici pesanti, autobombe, blindati, artiglieria semovente, droni e diversi tipi di munizioni. I velivoli russi avevano effettuato, nell’arco di una settimana, 83 sortite contro 174 obiettivi del SIIL, tra cui centri di comando e basi logistiche presso Dayr al-Zur, città ora liberata per il 90%.

Il Capo di Stato Maggiore Generale dell’Esercito arabo siriano, Generale Ali Abdullah Ayub, nella conferenza stampa tenutasi con la controparte iraniana, Generale Mohammad Hosein Bagheri, a Damasco, dichiarava, “Le esperienze militari accumulate avranno un ruolo chiave nell’eliminazione del terrorismo e siamo sicuri che il ruolo dell’Asse della Resistenza sarà molto più forte e la sua capacità di affrontare diverse sfide ancor più grande“. “Siamo qui a Damasco per migliorare la cooperazione e il coordinamento in caso di aggressione, sia da parte sionista e che dai terroristi“, dichiarava a sua volta il Maggior-Generale Bagheri. “Abbiamo discusso le modalità per rafforzare i rapporti e stabilire linee più ampie per la futura cooperazione“, aggiungeva. Inoltre, il Generale Ayub dichiarava che “Gli Stati Uniti ostacolano l’avanzata dell’Esercito arabo siriano nelle operazioni contro i gruppi terroristici. Gli Stati Uniti ricorrono a terroristi e mercenari per attaccare l’Esercito arabo siriano“. Infine, il capo della sicurezza siriana Ali Mamluq, il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov e il leader del PKK Murat Karayilan s’incontravano il 19 ottobre nella città siriana di Qamishli, per discutere del futuro delle YPG, delle basi statunitensi situate nelle aree occupate dalle YPG, e della soluzione politica della questione curda in Siria. Le YPG, in tale quadro, cedevano il controllo della compagnia petrolifera Conoco alle forze russe, nella provincia di Dayr al-Zur. Un consigliere ceceno era presente all’incontro, per discutere dell’estradizione dei terroristi ceceni dalla Siria.
Il 19 ottobre, l’Esercito arabo siriano respingeva un pesante attacco dello SIIL su Huayjah al-Saqr, infliggendo gravi perdite ai terroristi. I terroristi dello SIIL si ritiravano da 3 villaggi presso Dayr al-Zur: Muhaymidah, Safirah e Hasan, dopo aver concluso un accordo con le SDF. In precedenza numerosi terroristi dello SIIL furono trasferiti dal campo petrolifero al-Umar, a nord-est di Dayr al-Zur, ad al-Mayadin, allo scopo di rallentare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano in accordo con gli Stati Uniti e le SDF, mentre ad altri terroristi dello SIIL veniva permesso, da SDF e forze speciali degli USA, lasciare al-Husayniyah e al-Salahiyah per il campo petrolifero al-Umar. Le forze della coalizione statunitense avevano falsamente riferito che i terroristi dello SIIL erano stati trasferiti presso la prigione di al-Tabaqa, a Raqqa, e ad Ayn al-Arab (Kobani).Il simbolo della Resistenza di Dayr al-Zur è stato ucciso“, affermava una dichiarazione dell’Esercito arabo siriano. Isam Zahradin era caduto mercoledì 18 ottobre durante un’operazione speciale sull’isola di Saqr (Huayjah al-Saqr) nella provincia di Dayr al-Zur. Zahradin aveva partecipato a più di 80 operazioni della Guardia repubblicana siriana contro i terroristi taqfiri. L’ultima missione si era svolta a Dayr al-Zur. “Il Maggior-Generale Isam Zahradin, responsabile della difesa di Dayr al-Zur, è saltato su una mina ed è morto per le ferite sull’Isola Saqr. Zahradin era stato a capo delle difese di Dayr al-Zor per circa quattro anni“. Il 5 settembre le forze siriane spezzarono l’assedio di Dayr al-Zur entrando dalla zona settentrionale della città. Quattro giorni dopo, le unità siriane comandate dai Generali Isam Zahradin e Souhayl al-Hasan (il Tigre), riconquistavano il controllo dell’aeroporto militare di Dayr al-Zur. Alla fine del 2013, il comandante Zahradin fu inviato a Dayr al-Zur, fu convocato a Damasco nel giugno 2015 per essere inviato ad Hasaqah, sottoposta all’assalto dello SIIL. Nel gennaio 2017, dopo essere tornato a Dayr al-Zur, Isam Zahradin era nuovamente a capo delle difese della città, respingendo un nuovo assalto dello SIIL.

Il reporter Husayn Murtada con il Generale Isam Zahradin

Amico della Resistenza
Il generale siriano ebbe stretti legami coi combattenti di Hezbollah e i quadri della Resistenza dispiegati nella Siria orientale. Per lui, la fine dello SIIL in Siria era collegata all’inizio di una guerra più grande, per la liberazione del Golan. Essendo druso, la liberazione del Golan occupato non poteva lasciarlo indifferente. Il suo nome era nell’elenco del Mossad delle “persone da uccidere”.Fonte: PressTV

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Siria, Erdogan ha paura di entrare ad Idlib

Moon of Alabama, 7.10.2017Il presidente turco Erdogan ha annunciato l’avvio dell’operazione turca nella provincia siriana di Idlib, da anni occupata da al-Qaida in Siria, etichettatasi Hayat Tahrir al-Sham. Nei colloqui di Astana, Turchia, Russia e Iran hanno concordato una zona di de-escalation a Idlib supervisionata dai tre. Ma la lotta ad al-Qaida continuerà. La Turchia dovrà controllare la parte occidentale della provincia, inclusa la città di Idlib. Ma il governo turco ha paura di entrarvi. Negli ultimi giorni vi sono stati molti rapporti e immagini sui movimenti turchi al confine siriano nordoccidentale. Ma la Turchia non ha tentato di entrare ed è dubbio che lo farà. L’annuncio di Erdogan ha bisogno di qualche spiegazione: “Oggi inizia una seria operazione ad Idlib, in Siria, e continuerà“, dichiarava Erdogan in un discorso al partito AK, aggiungendo che la Turchia non permetterà un “corridoio terrorista” al confine con la Siria. “Per ora l’esercito libero siriano esegue l’operazione”, dichiarava. “La Russia proteggerà i confini (della regione di Idlib) dall’esterno e noi ci occuperemo dell’interno. La Russia supporta l’operazione dall’aria e le nostre forze armate dalla Turchia“, aggiungeva. “Dalla Turchia” significa naturalmente che l’esercito turco non entrerà in Siria. Almeno non adesso. La Turchia ha inviato 800 mercenari “turcomanni” dalla zona dello “Scudo d’Eufrate” a nord-est di Aleppo al confine occidentale con Idlib. “Scudo dell’Eufrate” è la lotta allo Stato islamico per impedire un possibile corridoio dei “terroristi” curdi dalla Siria nordorientale all’enclave curda nordoccidentale di Ifrin. La Turchia ha perso molti carri armati e circa 70 soldati nei combattimenti. Erdogan è stato criticato in Turchia per l’operazione raffazzonata. I combattenti turchi inviati ad Idlib appartengono a liwa Hamza, liwa al-Mutasim e altri gruppi dell'”esercito libero siriano” armato dai turchi. Dovranno andare senza carri armati e artiglieria. Alcune forze speciali turche potrebbero richiedere il sostegno dell’artiglieria turca. Ma alcun sostegno aereo turco sarà disponibile poiché Siria e Russia insistono per controllare lo spazio aereo.
Un video recente mostra un gruppo di terroristi dell’HTS attaccare un avamposto da veri veterani, dotati di missili anticarro AT-4, mortai da 60mm, mitragliatrici leggere e lanciagranate Milkor, con buone uniformi, stivali nuovi e cinture per munizioni. Non è materiale preso all’Esercito arabo siriano o roba di seconda mano di qualche Paese dell’Est. È moderna roba “occidentale”. Costoro hanno ancora ricchi sponsor ed eccellenti fornitori. La Russia ha recentemente bombardato molte posizioni di al-Qaida ad Idlib. L’intelligence turca potrebbe averla aiutata. Ma al-Qaida è ancora una forza decente. Le forze filo-turche probabilmente non sono al livello dei terroristi di al-Qaida ben equipaggiati e veterani dei combattimenti. La Turchia per sei anni ha rifornito e coccolato al-Qaida in Siria. Il gruppo ha molte relazioni e personale in Turchia. L’accordo di Astana ora obbliga la Turchia a combatterla. Erdogan cade nella sua trappola. Se dovessero scontrarsi HTS e forze turche in Siria, la lotta causerebbe molte vittime ad Ankara e Istanbul. Erdogan potrebbe ancora credere di poter in qualche modo addomesticare l’HTS. L’agenzia Anadolu del governo non menziona nemmeno l’origine di al-Qaida né il lungo controllo dell’area, cercando di dipingere un quadro piuttosto rosa dell’HTS come ente antiamericano: “Tahrir al-Sham, gruppo anti-regime, è in prima linea con attività crescenti ad Idlib, recentemente. Tahrir al-Sham non ha fatto dichiarazioni dirette contro l’arrivo di truppe turche nella regione. D’altra parte, il gruppo e altri si oppongono all’ingresso dell’esercito libero siriano ad Idlib, pronto ad arrivare dall’area dell’operazione Scudo dell’Eufrate. Il gruppo giustifica la contrarietà dicendo che i gruppi che arriverebbero nella regione sono sostenuti dagli Stati Uniti”.
Il giornale turco Hurriyet è meno sensibile alle esigenze di Erdogan: “Idlib è controllata dall’Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex-affiliata ad al-Qaida che ha cambiato denominazione, l’anno scorso, da Jabhat al-Nusra. HTS non rientra nell’accordo tra Russia, Turchia e Iran sulla zona sicura della provincia, una delle quattro zone di “de-escalation” nazionali. Sarà necessario sbarazzarsi dell’HTS per consentire l’arrivo di forze iraniane, russe e turche per attuare la zona di de-escalation”. Ad Astana Erdogan ha avuto l’incarico di ripulire il disordine creato ad Idlib sostenendo i jihadisti. Non ama tale compito, ma non ha altra scelta. Se la de-escalation fallisce perché l’HTS rimane, Siria ed alleati arriveranno ad Idlib. La Turchia dovrà quindi far fronte a migliaia di jihadisti e a un milione di rifugiati. Se Erdogan invia forze turche nella zona di Idlib, ci sarà una lotta costosa che presto lo metterà in difficoltà nel proprio dominio. Fare la pace con HTS non è un’opzione. HTS ha respinto tutte le offerte per “cambiare pelle” e sciogliersi. Iran, accordo di Astana e varie risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite vi si oppongono. Sarà difficile per la Turchia sciogliere il nodo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Italia finanzia le milizie libiche?

Bob Woodward, Decrypt News 3 ottobre 2017Marco Minniti, ministro degli Interni, si compiace del fatto che il numero dei migranti che lasciano la Libia per l’Europa è diminuito: – 50% a luglio e – 87% ad agosto rispetto allo stesso periodo del 2016. Inoltre, Minniti, ex-capo dei servizi segreti, è anche la causa principale della guerra a Sabratha, a 80 km ad ovest di Tripoli, iniziata il 17 settembre. I combattimenti hanno provocato almeno 26 vittime e 170 feriti, danneggiando anche l’antico teatro romano classificato come patrimonio mondiale dall’UNESCO. Là, macchie di sangue e centinaia di bossoli sono ancora sparsi a terra. Il luogo, sopravvissuto alle scosse della storia libica, è oggi segnato anche nelle pietre da tale nuovo dramma che non ha niente di teatrale. Marco Minniti è accusato di aver firmato un accordo finanziario con il capo della milizia Ahmad Dabashi, alias al-Amu (“lo zio”), per porre fine alle sue attività nel contrabbando e quindi del numero degli arrivi sulle coste italiane. L’uomo è uno dei contrabbandieri più potenti di Sabratha, le cui spiagge sono il punto di partenza della grande maggioranza dei candidati ad entrare in Europa. Nei caffè di Sabratha, gli avventori ridono quando si evoca il “pentimento” di Ahmad Dabashi: “Vuole essere rispettabile, ma siate sicuri che alle 3 del mattino le sue navi continuano a salpare“, dice Salah, che preferisce l’anonimato per paura delle rappresaglie dal capomafia, membro di una importante famiglia della città. A settembre, più di 3000 migranti sono stati salvati in mare e molti avevano lasciato le spiagge di Sabratha. Se le partenze sono rallentate, non sono completamente finite. Il conflitto a Sabratha oppone gli uomini di al-Amu (alleato della Brigata 48, guidata da un fratello di Ahmad Dabashi), e la Camera delle Operazioni (CDO) del Ministero della Difesa, l’Ufficio per la lotta al traffico clandestino degli immigranti del Ministero degli Interni (BLMC) e la milizia salafita al-Wadi, accusata anch’essa di traffico di esseri umani. Tutti sostengono di essere affiliati al governo di unità nazionale (GUN) di Fayaz al-Saraj, sostenuto dalla comunità internazionale. Ma quest’ultima riconosce solo CDO e BLMC. Prova, nel caso, che la Libia, preda del caos, è solo un’ombra grigia. Bashir Ibrahim, portavoce del gruppo di Ahmad Dabashi parlava di un accordo verbale con il governo italiano e il GUN di Fayaz al-Saraj. Ma questi due ultimi negano qualsiasi accordo finanziario con la milizia. La voce non s’è estinta. Gli abitanti della città ricordano i forti legami tra la milizia di Dabashi e l’Italia: è il gruppo armato che protegge il sito gasifero Malitah, ad ovest di Sabratha e gestito dall’ENI. Inoltre, la milizia ha due gommoni ultraveloci appartenenti alla marina libica, uno dei quali recuperato a Malitah… Basim al-Garabli, capo del BLMC, è sorpreso dall’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone che non aveva visitato la sua unità quando arrivò a Sabratha, il 10 settembre, per felicitarsi della riduzione delle partenze dei migranti. L’ambasciatore italiano a Tripoli, da parte sua, non ha voluto rispondere alle nostre domande.
L’Italia ha pagato 5 milioni di euro ad al-Amu a luglio per tre mesi di tranquillità“, ha dichiarato un membro del CDO, sotto anonimato. “Lo scambio si è svolto in alto mare“. Questa fonte ricorda il doppio gioco del capo della milizia, che avrebbe quattro approdi in cui le navi possono imbarcare diverse centinaia di migranti, quando saranno ripristinati. Tuttavia, il 28 luglio l’Unione europea stanziò 46 milioni di euro per aiutare le autorità libiche a rafforzare la gestione dei flussi migratori e proteggere le proprie frontiere. Una somma non corrisposta dai risultati sul terreno. Ad oggi, solo 136 marinai libici sono stati addestrati in Italia per ricerca e salvataggio ed impedire il traffico di esseri umani. Quest’anno, la Guardia Costiera ha ricevuto quattro imbarcazioni da un contratto stipulato nel 2008 e, per di più, vecchie. “L’aiuto italiano è reale, ma non è all’altezza, riassume il portavoce della Marina libica, Generale Ayub Gasim. Abbiamo bisogno di nuove navi per intercettare le imbarcazioni dei migranti, che sono sempre più scortate da uomini armati su motoscafi“. La marina è più soddisfatta del “Codice Minniti”, che ha ristretto le condizioni per “l’intervento delle navi delle ONG presenti ad aiutare i migranti in difficoltà, tra lo sgomento delle organizzazioni umanitarie. “Queste navi sono come taxi per gli immigrati clandestini“, dice Ayub Gasim. “I contrabbandieri sanno che basta che i migranti raggiungano le acque internazionali per arrivare in Europa”. Si deve ancora aspettare. “Quando eravamo a Sabratha, arrivò una barca”, dice Shaada, un bangleshi di 17 anni. Ci presero soldi, cellulari, telefoni satellitari e il motore prima di partire“. Oggi presso il centro di detenzione di Tripoli, Shaada descrive l’aumento della pirateria contro gli immigrati in mare come nel deserto. Un fenomeno che spiega anche in parte il calo delle partenze dalla Libia.

L’Italia finanzia le milizie libiche?
Per Ayman Dabashi, cugino di al-Amu ma anche membro del CDO, non c’è dubbio sull’esistenza di un “contratto” con l’Italia. Ma non capisce la logica italiana. “È incomprensibile, perché mio cugino non è una persona istruita, può solo dire qualche frase“, dice. “Ha detto che avrebbe fermato le barche, ma non è vero. Arresterà le navi degli altri, ma non le sue“. “Marco Minniti sta spingendo il governo di unità nazionale ad “integrare” le milizie, come quella di al-Amu, nel Ministero della Difesa. Lo stesso ministero italiano l’ha riconosciuto. Questo è molto più grave per la sicurezza della Libia dell’esistenza o meno dello scambio di sacchi di banconote“, avverte Jalal Harshaui, che prepara una tesi sulla dimensione internazionale del conflitto libico presso l’Università Parigi-VIII. La stessa preoccupazione è stata espressa dal generale Umar Abduljalil, capo della Camera delle Operazioni: “L’Europa deve stare attenta con chi negozia. I contrabbandieri non hanno alcun problema ad introdurre terroristi con le navi dei migranti“, citando il caso di due camerunensi trovati su una barca e immediatamente inviati in prigione a Tripoli per il sospetto di appartenere a Boko Haram. Fino al febbraio 2016, i campi di addestramento islamisti si trovavano a Sabratha, prima che gli statunitensi bombardassero il sito. Il gruppo terroristico era guidato da Abdullah Dabashi, un parente di al-Amu. Un’affiliazione familiare che potrebbe servire come pretesto per Qalifa Haftar per entrare nelle danze. L’uomo forte dell’est del Paese, sebbene oppositore del governo di Fayaz al-Saraj, potrebbe inviare aerei dalla base militare di al-Watiya (80 chilometri a sud-ovest di Sabratha) per bombardare la milizia di al-Amu. Ufficialmente in nome della lotta al terrorismo, ufficiosamente per mettere piede nella Tripolitania, regione occidentale del Paese. “Se Haftar interviene, l’alterazione probabilmente non rimarrà locale“, prevede il ricercatore Jalal Harshaui. “Un conflitto prolungato spingerà altre milizie a prendere posizione e ad entrare nella lotta. Questa parte della Libia è la più popolata del Paese. Può avviare ed essere soggetto a un mutamento significativo“. Il maresciallo Haftar è stato anche ricevuto da Marco Minniti a Roma. La questione di Sabratha è stata discussa. Mattia Toaldo non crede all’escalation: “Marco Minniti vuole proteggere la sua politica anti-migrazione convincendo Qalifa Haftar a starne fuori. Quest’ultimo non ha interesse a intervenire, sarebbe una missione suicida“. Che il conflitto esploda o no, il traffico di migranti non scomparirà e le reti si adatteranno. “Al momento per i trafficanti è più conveniente contrabbandare benzina o cibo che uomini. Ma è una vittoria di Pirro. Riprenderà“, dice Shuqri Fitis, che ha partecipato ad una relazione dell’Altai Consulting intitolata “Lasciare la Libia, rapida panoramica dei comuni di partenza“, indicando la spiaggia di Sidi Bilal, a venti chilometri ad ovest di Tripoli, come prossimo centro d’imbarco. Qui l’al-Amu locale è Saborto, che dirige una milizia della tribù Warshafana nota per i rapimenti di ricchi tripolitani e di stranieri.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Lo Stato islamico resta potente (ma solo nella realtà virtuale)

Alessandro Lattanzio, 30/9/2017Il 28 settembre, lo SIIL aveva attaccato con 12 autobombe vari punti dell’autostrada Tadmur-Dayr al-Zur: al-Shula, Bir Qabajib, Suqanah e T3, venendo però respinto dall’EAS che eliminava almeno 58 terroristi. Lo scopo dell’attacco era fermare le operazioni della 4.ta Divisione corazzata dell’EAS per attraversare l’Eufrate e schierare mezzi pesanti contro l’asse tra islamisti, curdi e forse speciali statunitensi. Il 29 settembre sera, nell’est del Governatorato di Homs, delle cellule dello SIIL di Mahin, Huarin e Hadath, dove dominavano elementi wahabiti e sauditi, attaccavano l’autostrada Shuayrat-Raqama presso Quraytin. Ma le cellule terroristiche venivano eliminate dopo alcune ore di combattimenti.
Poco prima, sempre il 28 settembre, veniva diffusa la ‘fake news’ di una “super-operazione” dei terroristi del Faylaq al-Rahman, ramo dell’Hayat Tahrir al-Sham (al-Qaida in Siria), che annunciava la distruzione di un edificio della Guardia Repubblicana dell’Esercito arabo siriano ad Ayn Tarma, quartiere presso Damasco, uccidendo 45 soldati siriani (dicevano 19 +25 altri uccisi altrove, e si sa, 19 + 25 fa 45… secondo la matemagia islamista). Tale ‘notizia’ proveniva da un PR dello stesso Faylaq al-Rahman, intervistato da siti vicini alla Fratellanza mussulmana, e tale ‘notizia’ veniva poi rilanciata da siti e pagine facebook di presunti sostenitori della Repubblica Araba di Siria. Fatto sta che questa ‘notizia’ non veniva confermata da alcun fonte ufficiale o ufficiosa siriana. Anzi, le Forze di Difesa Nazionale siriana di Damasco, annunciavano, alle 9.11 del 28 settembre, di aver loro distrutto, sempre ad Ayn Tarma, un comando dei taqfiri, eliminando 13 terroristi nascostisi in un tunnel lungo 40 metri.
I presunti filo-siriani tiravano fuori le foto dei funerali di questi soldati ancor prima che i presunti cadaveri venissero tirati fuori dalle presunte macerie di Ayn Tarma. Tra l’altro esibendo foto di miliziani paramilitari sciiti e non di militari siriani della Guardia Repubblicana, presunte vittime dell”attentatuni’ di al-Qaida. Contemporaneamente, in concomitanza con l’assalto all’autostrada M-20 da parte dello Stato islamico, diverse paginette e profili social-media ‘filo-siriani’, diffondevano la panzana che presso Dayr al-Zur i terroristi avessero eliminato 58 soldati siriani; in realtà era vero proprio il contrario, l’assalto islamista sull’autostrada M-20, da Tadmur a Dayr al-Zur, era stato respinto dalle forze governative eliminando almeno 62 terroristi solo ad al-Suqanah.
In realtà, si era assistito a un’offensiva propagandistica taqfirita su internet in supporto di quella sul campo contro l’Esercito arabo siriano. Un’offensiva collaterale e virtuale che aveva più successo di quella concreta, dato che riusciva a terrorizzare e convincere tanti tonti ‘filo-siriani’ della sconfitta imminente di Siria (e Iran e Russia!) per mano dei raccogliticci supermen di al-Qaida e Stato islamico. Organizzazioni terroristiche che godono del supporto mediatico delle unità di guerra psicologica e disinformazione della NATO, pieni di psicologi e influencer che ben conoscono la pochezza culturale, la debolezza mentale e l’ambiguità morale di non pochi presunti ‘sostenitori’ (verbali) della causa della Repubblica Araba di Siria.
Nel frattempo, a dimostrazione di quale fosse la realtà sul campo, e non sui siti internet islamisti e filo-atlantisti più o meno dichiarati, Salah al-Salah, un capo religioso dello SIIL, fuggiva da al-Mayadin, cittadina a sud di Dayr al-Zur, obiettivo imminente delle operazioni dell’Esercito arabo siriano.

Il Generale Suhayl al-Hasan, che secondo le ‘notizie’ fornite dai Taqfiriti, era morto nell’assalto dello SIIL a sud di Dayr al-Zur, quando in realtà si prepara ad intervenire su Idlib.

C’è un accordo tra SIIL e Stati Uniti?

Valentin Vasilescu, Reseau International 28 settembre 2017Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato le immagini riprese dai droni dall’8 al 12 settembre 2017, che mostrano il dispiegamento dei terroristi dello SIIL a nord di Dayr al-Zur in Siria. La sorpresa è la presenza di blindati Humvee-Hummer (HMMWV) delle forze speciali statunitensi nelle basi difensive dello SIIL presso Dayr al-Zur. Sulla mappa del Ministero della Difesa russo, appaiono sei schieramenti difensivi dello SIIL (per un totale di 1500 terroristi) in cui erano posizionati dei blindati statunitensi Humvee diretti verso la periferia di Dayr al-Zur. Il Ministro della Difesa russo affermava che i reggimenti curdi controllati dalle Forze Speciali degli Stati Uniti (SOF) e dalle Forze democratiche siriane (SDF) avanzavano senza ostacoli tra le posizioni dello SIIL sulla sponda orientale l’Eufrate, in direzione di Dayr al-Zur. Ad esempio, un’immagine aerea dell’8 settembre mostra una postazione di controllo fortificata dello SIIL situata a 23 km a sud-ovest di Jisr al-Shadadi, sulla strada per Dayr al-Zur. 3 autocarri statunitensi con 2 blindati e 5 Toyota dello SIIL erano fermi nella postazione di controllo. Allo stesso tempo, sulla strada, vi erano 4 tecniche delle SDF curde accompagnate da 1 Hummer statunitense.
Ciò che è incomprensibile è l’assenza di tracce di combattimenti tra SIIL e Forze democratiche siriane (SDF) e SOF. Le SOF non avevano creato pattuglie mobili come avanguardia delle colonne SDF per difenderle da un possibile attacco dello SIIL. Non ci sono crateri di proiettili di artiglieria e bombe della coalizione anti-SIIL guidata dagli Stati Uniti presso le fortificazioni dello SIIL in cui i veicoli di SDF e SOF stazionavano. Va inoltre osservato che tutte le fortificazioni dello SIIL erano circondate da campi minati. Alcun concentramento di mezzi di SDF e SOF aveva adottato un sistema di sorveglianza militare e di sicurezza, anche se erano nelle zone difensive dello SIIL. La conclusione del Ministero della Difesa russa è che “i soldati statunitensi si sentono al sicuro nelle aree controllate dai terroristi in Siria“.
Gli ufficiali russi riferivano che quando l’Esercito arabo siriano arrivò a Dayr al-Zur tra il 26 e il 28 agosto, molti elicotteri dell’esercito statunitense evacuarono 22 capi dello SIIL di origine europea con le loro famiglie da diverse aree a nord-ovest di Dayr al-Zur. Va osservato che al momento in cui le SDF scortate dalle forze speciali dell’esercito degli Stati Uniti (SOF) avanzavano per 100 km attraversando senza combattere le linee dello SIIL, nella zona industriale di Dayr al-Zur, i 600 terroristi dello SIIL presenti nelle nuove posizioni occupate dalle SDF, avviarono forti contrattacchi contro le truppe siriane sbarcate sulla sponda orientale dell’Eufrate. Non è una coincidenza che lo SIIL non si preoccupi dell’occupazione del suo territorio dalle SDF, concentrandosi nella lotta all’Esercito arabo siriano per impedirgli di liberare la provincia di Dayr al-Zur fino al confine con l’Iraq. Una provincia che gli Stati Uniti vogliono occupare con i loro alleati curdi delle SDF.
La stampa occidentale e rumena evita di riportare queste informazioni, suggerendo che sia una falsificazione o che, se vera, disturberebbe la percezione pubblica della lotta degli USA contro lo SIIL, infastidendo Casa Bianca e cancellerie europee.Traduzione di Alessandro Lattanzio