Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Perché non hanno potuto abbattere Maduro

Mision Verdad 9 maggio 2018Per cominciare, nonostante orrendi oltraggi, alti tradimenti e aspri attacchi promossi dai nemici del Chavismo, dentro e fuori il Venezuela, contro il mandato di Hugo Chávez, i tempi della presidenza di Nicolás Maduro sono stati molto più difficili. Questo soprattutto per i meccanismi del complotto e del golpe attivati, e anche perché le azioni del nemico fecero del popolo oggetto di danni diretti e collaterali.
L’assedio a pieno spettro di cui il Venezuela è oggetto è innegabile e l’attenzione del mondo vi è concentrata. L’anti-chavismo e i suoi poteri effettivi dentro e fuori il Venezuela hanno scosso la vita nazionale come mai prima d’ora, con la piena convinzione di riconquistare il potere politico nazionale. Le formule fallite contro Chávez sono portate oggi a un nuovo livello di perfezione. Negli ultimi anni abbiamo conosciuto il boicottaggio politico estero, i complotti diplomatici, i tentativi d’isolamento. Il Paese ha anche subito lo scontro tra poteri interni e aggressioni istituzionali dopo l’acquisizione del parlamento da parte della Tavola unita democratica (MUD) nel 2015, confronto di poteri, infiltrazioni di agenti ai vertici, come nel caso di Luisa Ortega Díaz nella giustizia e conseguente scontro istituzionale. Il Venezuela ha visto l’attivazione dei guarimbas come forme germinali di guerra paramilitare nelle città, attacchi mediatici nazionali e internazionali, propagazione del conflitto e tentativo di spingere la popolazione allo scontro civile. Il Paese fu testimone di abusi nell’economia nazionale, caos dei sistemi d’approvvigionamento e dei prezzi, attacchi alla valuta, svalutazione indotta da Colombia e Miami e caos economico propagato da fattori privati dell’economia reale; ed ora il ruolo diretto svolto dalla Casa Bianca nell’esecuzione del blocco finanziario e commerciale per soffocare l’intera nazione, all’unisono coll’annunciato intervento militare contro il nostro Paese. A questo punto domande sono necessarie: come fu possibile che anche tra tali circostanze la Rivoluzione Bolivariana sia riuscita a resistere al Governo e che oggi il Chavismo continui ad essere una realtà politica che dirige i destini nazionali? In base a quali attributi è stato possibile? Comprendete che con molti meno affanni, altre correnti della sinistra latino-americana furono rovesciate, come Manuel Zelaya, Dilma Rousseff e Fernando Lugo. E altre rivoluzioni praticamente perdute, come nel caso dell’Ecuador.

Perché il Venezuela resiste?
Resistenza e offensiva: intelligenza politica e ruolo dell’avanguardia

Una chiave per riconoscerlo è l’alto senso di coesione delle forze chaviste. Senza, il sostegno al governo Chavez, la rivoluzione come progetto politico e sociale sarebbe impossibile. In cosa consiste? L’unità consiste nel collegamento stretto e solido tra la leadership chavista e la base. Qualcosa in cui altre rivoluzioni democratiche hanno avuto grandi difficoltà. Va sempre chiesto, perché non si radicarono in Brasile pronunciamento e sostegno quando vi fu il rovesciamento di Dilma? Perché la risposta popolare fu spasmodica? Questa unità non avrebbe senso politico pratico se non fosse condotta in modo efficace ed intelligente dalla direzione chavista. La capacità che il Presidente Nicolás Maduro ha avuto, così spesso sottovalutata, e i leader che l’affiancano, ha permesso di disarmare e sottomettere l’avversario in diverse occasioni e di giocare contro molti fattori ed avversari. Il senso dell’intelligenza politica della leadership chavista è un valore costruito in anni di evoluzione. Un altro senso politico sviluppato dal chavismo è stato persistere con solidità nella propria posizione, nella Costituzione e sfruttando al massimo le risorse istituzionali per non perdere il centro di gravità politico. Le oscillazioni indotte dall’avversario furono un tentativo perenne di mettere il chavismo nel campo opposto. Un esempio di ciò fu Maduro chiedere più volte all’opposizione di dialogare, alcune volte senza successo, altre volte a discapito dei militanti. Ma ogni volta che Maduro riusciva a sedersi con la destra, ne usciva trionfante, ed essa fu sempre decimata, fratturata e divisa. Maduro dovette usare una politica intelligente e dialogante, mantenendo posizioni solide ma rendendosi minimamente strategico nel disarmare l’avversario. Ricordiamo: Maturo dall’inizio del 2017 dovette articolare a porte chiuse alcuni incontri preparatori coi capi della MUD per affrontare (e cercare di neutralizzare) ciò che poi esplose: guarimbas, assalti violenti, caos e cellule paramilitari germinali, dispiegandosi sotto i riflettori in diverse città del Paese.

L’avanguardia chavista non è solo nell’esecutivo, ma nella militanza
L’ala più incline alla violenza della MUD ne prese le redini e spinse il Paese (agli ordini dagli Stati Uniti) nel conflitto totale. Con molta perseveranza, negoziati e inviti aperti, Maduro articolò il dialogo per disattivare le violenze nel luglio 2017, senza cedere e terminando con l’elezione dell’Assemblea nazionale costituente (ANC). Il risultato è stato quindi una mappa elettorale che, per la tragedia della MUD, ne significò la frammentazione politica quando alcune parti inclini alla violenza decisero di disimpegnarsi dall’arena politica. Naturalmente, la MUD dialogò a metà 2017, una volta che il suo piano insurrezionale perse forza e fu smembrato tatticamente. I dispositivi di sicurezza dello Stato lo smantellarono, portando a un vicolo cieco i loro promotori, subendo una usura insostenibile. La politica intelligente di Maduro era dialogare da un lato, quando era necessario, ma dall’altro colpire quando andava fatto, usando il potere da capo di Stato, la sicurezza pubblica o invocando l’ANC. Perciò il violento assedio fu temporaneamente spezzato. Certo, il legame civico-militare trasversale del chavismo non va sottovalutato. C’è una chiara differenza tra il Venezuela e altri riferimenti della sinistra regionale. Mentre in vari Paesi i militari sono confinati in una “posizione istituzionale”, politicamente inetta, il Venezuela va nella direzione opposta. Chávez lo capì sempre e pose le basi del sostegno al governo Maduro. Ciò consiste nel dare corpo ai legami tra militari e civili, poiché è qui che risiede la genesi di Chavez come forza politica, l’insurrezione militare del 4 febbraio 1992 fu preceduta dall’insurrezione civile del 1989, nota come “el Caracazo”. Se il chavismo non avesse legami così stretti tra i due settori, avrebbe ceduto alla destabilizzazione a pochi anni dall’inizio del potere. Il chavismo ha sempre capito che l’istituzione non poteva persistere in termini formali se non ci fosse stata una rivoluzione. Pertanto, ci fu lo smantellamento delle strutture militari del Venezuela, toccando interessi sensibili e trasformando i militari in componente istituzionali col chavismo e la Costituzione del 1999.
Un altro fattore da riconoscere è che, a differenza di altre esperienze latinoamericane, il chavismo ha costituito un corpo vivente che sviluppa la politica oltre le istituzioni, e anche oltre il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) come entità politica governante. Il chavismo ha creato la propria avanguardia, un tessuto politico integrato, poliedrico e molteplice, definito da ampi settori e forze sociali che hanno attuato il chavismo come realtà e soggettività politica. L’avanguardia sono coloro che costruiscono la vera politica negli spazi vitali della vita quotidiana. Donne e uomini comuni, leader di comunità e di base, organizzati nelle strutture dei Consigli Comunali, CLAP, movimenti sociali, strutture locali del PSUV, forze dei partiti alleati, movimenti sindacali, istanze di comunità, ecc. In questi spazi, la politica centrale viene replicata riproducendo le linee guida e la direzione del chavismo. Queste sono aree di lavoro per l’esecuzione di politiche pubbliche e missioni sociali. Ma sono più di questo, perché si tratta anche di stabilire in ogni spazio di lavoro un’area vitale per la difesa della rivoluzione in tutti i momenti e in tutte le circostanze, contro ogni minaccia che incomba sul processo politico chavista. Il chavismo non è composto da seguaci: è composto da militanti. Gli spazi d’avanguardia sono per la difesa della rivoluzione, nel quadro della riflessione permanente sulle principali questioni e circostanze nazionali che il Paese attraversa. Sono anche luoghi in cui la linea e le istruzioni delle istanze rivoluzionarie sono difese. Ma dove c’è anche il costante esercizio di critica e costruzione collettiva. Sono spazi in cui il senso della militanza chavista matura e si mantiene la base che gli ha permesso di sostenersi elettoralmente, ed anche di continuare ad essere la principale forza politica in Venezuela.

A titolo di conclusione
Questo breve passaggio è una minuscola recensione del futuro costruito come fenomeno politico in Venezuela negli ultimi tempi. Non esiste un unico metodo in grado di definire la persistenza del chavismo come realtà politica in Venezuela. Elementi come intelligenza, conoscenza dell’avversario, senso dell’opportunità, principio di solidità e conservazione del centro di gravità politica, legami con la base, massimo uso delle risorse e affinità identitarie, sono i fili trasversali che hanno fatto del chavismo una forza politica senza precedenti in Venezuela. Tuttavia, in questa miriade di aspetti che formano il chavismo, in un momento senza precedenti della storia, arrivano nuove definizioni. Pertanto, l’analisi di questa forza politica e delle sue qualità è lungi dall’essere conclusa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Decine di militari israeliani eliminati nel Golan

PressTV, 13 maggio 2018

Nelle prime ore del 10 maggio, quando Israele prese di mira l’Esercito arabo siriano ad al-Baath e Qan Arbah coi missili, credeva che non avrebbe affrontato una risposta di tale portata. Ma gli israeliani si sbagliavano: la liberazione del Ghuta orientale, l’evacuazione di oltre 30000 terroristi e il ritorno della sicurezza nei sobborghi di Damasco avrebbero dovuto metterli in guardia: l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati aspettarono l’ora zero e fu Israele a farla suonare. Nei minuti successivi all’attacco israeliano contro Qunaytra, una prima salva di 53 razzi colpiva il Golan settentrionale occupato: i siti delle IDF più sensibili e del loro apparato d’intelligence furono presi di mira. Alcune fonti menzionano una valutazione preliminare di oltre 50 morti e feriti. Questo primo colpo, di violenza inaudita, bastò a prolungare il terrore tra i militari israeliani: sette cacciabombardieri israeliani decollarono per colpire Damasco, Qunaytra e ancora Damasco, Qunaytra e Homs. Ma tali attacchi non poterono impedire la risposta contro gli israeliani: unità dell’Esercito arabo siriano lanciarono 12 missili tattici, questa volta contro Jabal al-Shayq, dove vi erano siti ultrasensibili. Questa seconda ondata missilistica spinse l’aviazione israeliana ad attivarsi ancor più con 28 caccia F-15 e F-16 inviati a bombardare Damasco, Homs e Qunaytra sparando 60 missili, tra cui Spike Nlos, e 10 missili terra-terra. Su un totale di 70 missili, la contraerea siriana ne intercettava 62.
Le informazioni fornite dall’Esercito arabo siriano e confermate da Mosca indicano il pieno fallimento della forza missilistica israeliana: solo tra 8 e 10 missili israeliani sfuggirono alle forze siriane, colpendo un deposito di armi e una batteria di S-200. Se Israele affermò di aver intercettato tutti i missili sparati contro il Golan settentrionale con l’Iron Dome, le realtà sul terreno non attestava tale versione. La mattina del 10 maggio, i siti della Resistenza pubblicavano l’elenco dei siti israeliani colpiti nel Golan. Tre giorni dopo, nuove rivelazioni da fonti ben informate spiegavano il “mutismo” osservato dagli ambienti vicini all’esercito israeliano. Il Golan settentrionale, obiettivo principale dei missili della Resistenza, è una delle aree più sensibili e strategiche d’Israele. È qui che Israele riunisce una serie significativa di siti d’intelligence militare e militari. Queste sono le basi “responsabili dell’elaborazione ed analisi dei dati immediati“. Decine di razzi lanciati contro il Golan settentrionale hanno seriamente danneggiato questo “pilastro dell’intelligence dell’esercito israeliano“. È sulla base di questi dati che l’apparato militare e di sicurezza israeliano agisce e prende provvedimenti per ridurre al minimo le “potenziali minacce”: secondo questi dati, Israele poté dall’inizio della guerra in Siria “seguire passo dopo passo l’Esercito arabo siriano e i terroristi in Siria per una profondità di 85 chilometri“, ed è l’informazione di questo tipo che spesso aiutò i terroristi nelle loro operazioni contro l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati, i dati relativi al trasferimento di truppe ed equipaggiamenti siriani o relativi alle basi militari siriane nella Siria occidentale e al confine siriano-libanese, furono tutti elaborati nel Golan settentrionale occupato dai siti che furono bombardati il 10 maggio.
Informazioni concomitanti riportano anche la morte di decine di ufficiali e tecnici che lavoravano in questi siti al momento dell’attacco. Secondo fonti collegate ad Hezbollah, Israele si era preparato a una risposta della Resistenza, ma non credeva che sarebbe stata così precisa, “al cuore della sua intelligence militare“. Tel-Aviv credeva soprattutto che l’attacco avrebbe colpito le aree di confine col Libano, come in passato. E dire che Israele si permette “centinaia di raid aerei e balistici” dal 2011 per “impedire l’accesso della Resistenza a nuove armi”. L’operazione del 10 maggio fu il risultato di sette anni di guerra del governo siriano e della Resistenza contro l’atlantismo. E visti i risultati, i dadi sono già stati tratti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Escalation o gioco delle ombre?

Chroniques du Grand Jeu, 12 maggio 2018Nella grande serie di acronimi che punteggiano la geopolitica dei conflitti eurasiatici, SyrIran gradualmente sostituisce SyrIrak, poiché il conflitto siriano è sempre più legato alla crociata dell’impero ed affiliati contro Teheran. Il grosso problema di cui parliamo oggi è, come tutti sanno, l’interrogativo sull’accordo nucleare iraniano di di Washington e l’escalation della presenza iraniana in Siria. Non si sbagli, tale recrudescenza dell’isteria è prima di tutto riflesso del fiasco monumentale dell’impero nel conflitto siriano, un crollo riassunto da queste mappe.

Gennaio 2017:Maggio 2018:La strategia del salame russo (accordi di evacuazione con Idlib) accoppiata all’efficienza militare lealista ha funzionato molto bene. Lo SIIL ha visto la fine in Siria, a Badia e a Yarmuq, a sud di Damasco. Gli altri barbuti furono rasi al suolo e/o espulsi da Ghuta orientale, Qalamun, Yarmuq e in procinto di esserlo dalla sacca tra Homs e Hama. La continuità territoriale del governo, molto tenue un anno e mezzo fa, è ormai un fatto al di là di ogni dubbio ed è esercitata sui due terzi del Paese, l’arco sciita è in parte ripristinato. Indovinate che dicono Tel Aviv e Riyad…La grande domanda degli ultimi mesi, e il vostro servitore l’ha chiesto molte volte, è se i soliti sospetti israeliani e il loro padrino statunitense avrebbero ingoiato l’orgoglio, i vari interessi finendo per accettare la realtà. Contrariamente a ciò che potremmo pensare degli ultimi eventi, la domanda è ancora pertinente, perché se diversi elementi sembrano indicare l’escalation, altri potrebbero indicare che non arriveremo al punto di non ritorno. Tutti concordano sul fatto che un conflitto Israele/Saud contro l’Iran porterebbe a una disastrosa conflagrazione del Medio Oriente. Nello Yemen, sebbene i petromonarchici siano finalmente avanzati nella provincia di Taiz, gli huthi non hanno perso un centimetro su altri fronti e continuano ad illuminare i cieli sauditi coi loro missili. In Libano, Hezbollah e i suoi oltre 100000 razzi puntati su Israele sono pronti in caso di scontro. Parlando del Paese dei Cedri, si noti che, passando alla vittoria del movimento sciita nelle elezioni legislative della scorsa settimana, l’amara sconfitta di Hariri, il piccolo protetto sunnita dei graffi sceicchi sauditi. Il suo tentativo patetico di salvare la faccia organizzando una “dimostrazione della vittoria” fa ridere da Bayrut ad Ankara: “Il capo druso Walid Jumblatt ha anche criticato Sad Hariri senza nominarlo. “Le elezioni si sono concluse ed è strano che alcuni perdenti celebrino la vittoria e altri usino il clamore mediatico invece di rispettare la legge“, twittava Jumblatt. Hariri prese parte a una manifestazione al Centre House per celebrare ciò che considera la vittoria del proprio partito alle elezioni”. Più interessante geopoliticamente è la critica alla Turchia, che fa eco alla crisi del GCC non più pronunciata, ma che continua: “Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu dichiarava che il primo ministro libanese Sad Hariri, “il perdente” delle elezioni legislative del 6 maggio, dove la Corrente del Futuro perse un terzo dei seggi in Parlamento. “Tutti sanno perché ha perso e non voglio intervenire negli affari interni del Libano“, aveva detto il diplomatico turco durante un incontro con giornalisti arabi ad Istanbul, secondo le dichiarazioni riportate dai media libanesi. “Conoscete il signor Hariri e le ragioni della sua sconfitta“, insisteva con un’implicita critica alle politiche del primo ministro libanese, in particolare sui rapporti con l’Arabia Saudita (…)
Le dichiarazioni del ministro turco arrivano quando la situazione è tesa tra Riyadh e Ankara, specialmente da quando la Turchia ha chiaramente espresso sostegno al Qatar, preso di mira dall’embargo dei vicini. L’Arabia Saudita ed alleati, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, sono sempre più diffidenti nei confronti della Turchia, vista come amica di gruppi islamici come la Fratellanza Musulmana, percepita come minaccia alla sicurezza regionale. Nel marzo 2018, durante una visita a Cairo, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, disse che la Turchia fa parte del “triangolo del male” con l’Iran e gruppi islamisti (…) Cavusoglu dichiarò che “i rapporti tra Turchia e Arabia Saudita diventano catastrofici“.
Non sorprende che la crisi sull’accordo nucleare iraniano abbia ulteriormente cementato il divorzio nel Consiglio di cooperazione del Golfo, con Qatar ed anche Quwayt ed Oman che reagiscono con molta cautela alla decisione di Donald, mentre le pedine imperialiste si rallegrano: “Se Qatar, Quwayt e Oman sono cauti, gli altri tre Paesi del Golfo Arabo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn) hanno subito appoggiato e accolto la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi dall’accordo nucleare e ripristinare le sanzioni economiche contro l’Iran”. E torniamo alla potenziale conflagrazione della regione. Gli israeliani sono pronti, approfittando della decisione USA d’isolare ancora Teheran, a scatenare le ostilità su un fronte che va dal Libano all’Iran passando dalla Siria? A parole, sì, e da tempo. Ricordiamo a novembre il tirannello saudita dichiararsi “pronto alla guerra totale” contro l’Iran, a cui Ruhani rispose bruscamente: “Conoscete il potere e il posto dell’Iran nella regione. Alcuni dei più grandi si sono rotto i denti. Non siete niente!” La visita di MBS in Israele, riconoscimento di Riyadh degli interessi comuni tra i due Paesi… Ciò che aveva riassunto l’ambasciatore israeliano in Egitto affermando apertamente che Arabia Saudita e Israele hanno la stessa ossessione: affrontare l’Iran. Mai privo d’umorismo, il Saud minacciava anche il Qatar, luogo della tragedia del GCC, di “crollo imminente” se l’emirato non finanziava l’invio delle forze speciali statunitensi in Siria o inviava i propri soldati. Questo è il risultato dell’annuncio di Trump del ritiro parziale delle sue truppe e/o dell’ipotetico invio di un “contingente arabo” nel nord della Siria, ricordando ai curdi, che va “protetta l’area” (non ridete).
Un altro motivo di tensioni era la nomina il mese scorso al posto chiave di consigliere per la sicurezza nazionale di chi promise un cambio di regime a Teheran prima del 2019, il famigerato neocon iranofobo John Bolton. Va notato, tuttavia, che i baffi hanno un po’ di pennellate miste nelle recenti dichiarazioni, dicendo che il ritiro dall’accordo non significava nuova guerra, prima di ritrattare il giorno dopo, accusando Teheran di provocare la stessa guerra… Il fatto è che il ritorno dei veri falchi alla guida della politica estera degli Stati Uniti, inquieta. In effetti, Israele aumentava gli attacchi in Siria contro le installazioni iraniane, il che ovviamente solleva la questione della posizione russa (vi torneremo). Tale recrudescenza culminava con gli scontri di mercoledì e giovedì:
Israele lanciava missili sulla Siria
Damasco rispondeva con 20 razzi sul Golan occupato da Israele
Tel Aviv rispondeva con 60 o 70 missili su varie installazioni iraniane, proiettili che per metà distrutti dalla difesa aerea siriana. Ciò che va notato è la reazione di Damasco (probabilmente consigliata dagli iraniani): con la liberazione del Paese, Assad si sente forte e le regole d’ingaggio sono cambiate . D’ora in poi, risponderà alle incursioni israeliane, anche se vuole fare del Golan un nuovo campo di battaglia o bombardarvi le posizioni delle IDF, o ancora di più se si tratta di affinità. Come spiegava Elijah Magnier, è ovvio che va vista una mano iraniana e non russa: “La Siria, in coordinamento cogli alleati iraniani (e senza tener conto dei desideri russi) ha preso una decisione coraggiosa nella rappresaglia contro obiettivi israeliani nel Golan. Ciò indica che Damasco ed alleati sono pronti ad amplificare il conflitto in risposta alle continue provocazioni d’Israele”. E’ chiaro che ora l’Iran chiaramente afferma la propria presenza in Siria, che è solo giusta, Teheran è il principale vincitore sullo SIIL. Sempre secondo Magnier, Israele scoprì, inorridito, che droni iraniani molto discreti lo sorvolarono territorio impunemente e furono consegnato equipaggiamenti elettronici ai gruppi palestinesi. La reazione fu il bombardamento della base T4, punto di partenza dei droni. Al di là del comportamento un po’ ingrato di Damasco in questa faccenda, tutto ciò rattrista Mosca per ragioni globali. Per la Russia, ora compatrona del Medio Oriente che ha acquisito una statura internazionale raramente vista nella storia, l’escalation del conflitto israelo-iraniano in Siria sarebbe deleteria. Il Cremlino cerca di calmare il gioco: dovremmo vedere il motivo della decisione di non fornire l’S-300 alla Siria, almeno per il momento? Il fatto che ciò coincida con la visita di Bibi Terrore a Mosca non è ovviamente sfuggito a nessuno. Ma nelle ore di colloqui tra i due, di cui ovviamente non filtrò nulla, scommettiamo che le controparti sono state messe sul tavolo. L’orso riuscirà a calmare l’ardore dei belligeranti? Un’altra giustificazione del Cremlino per questa decisione è che la difesa siriana funziona e ha già tutto ciò di cui ha bisogno. Questo è un po’ esagerato, ma l’esibizione siriana contro le salve statunitensi-anglo-francesi porta acqua al mulino della tesi. I russi vorrebbero preservare lo status quo, presenza iraniana non troppo visibile, invio di armi iraniane a Damasco e Hezbollah, bombardamenti israeliani irregolare su obiettivi secondari, che non farebbero altrimenti… Soprattutto perché l’errore diplomatico degli USA gli avvantaggia e sarebbe un peccato perdere questa opportunità per de bisticci locali o regionali. Distruggendo l’accordo nucleare iraniano che avevano firmato, gl USA perdono legittimità e si isolano a livello internazionale. A parte i giullari israeliani dell’impero, il mondo intero, incluse le euronulltà, si oppone alla decisione del cretinoide. Per una volta Mosca, Londra, Pechino, Berlino, Teheran e Parigi parlano con la stessa voce, il che è abbastanza raro da ricordarlo.
Se Ruhani resiste ai duri e mantiene il Paese nell’accordo, sempre garantito da europei, russi e cinesi che non vogliono andarsene, e sostenuto da India e Turchia, assisteremo all’emergere di una convergenza eurasiatica senza precedenti isolando la potenza marittima. Sulle sanzioni contro l’Iran e le compagnie che continuerebbero a farvi affari, se parliamo di compagnie europee come Airbus, va notato che le compagnie statunitensi come Boeing (ordine di 110 aerei dell’Iran Air) sarebbero interessate: una strada reale per la dedollarizzazione. Gli strateghi statunitensi, lettori della Grande scacchiera di Brzezinski, conoscono perfettamente il pericolo dell’emergere del triangolo Russia-Cina-Iran per il futuro della supremazia statunitense sempre più illusoria. Lasceranno che l’amministrazione Trump si suicidi? O è solo una cortina fumogena con cui Donald adempie a una delle sue promesse elettorali, compiacendo gli israeliani e rinegoziando un nuovo accordo? Il futuro lo dirà…Traduzione di Alessandro Lattanzio

La cospirazione contro il Venezuela

Adán Chávez Frías, Internationalist 360°, 13 maggio 2018Siamo nella settimana decisiva del processo elettorale del 20 maggio, in cui riaffermeremo il carattere profondamente democratico della rivoluzione bolivariana. Osserviamo nella fase finale di questa intensa campagna, l’indiscussa disposizione del popolo venezuelano ad esercitare il diritto di voto come strumento per la ricerca di soluzioni nell’attuale congiuntura. La maggior parte della popolazione è consapevole dell’importanza del ruolo che svolgiamo in queste elezioni in cui sarà deciso il futuro della Patria, la possibilità di sviluppo economico nei prossimi decenni e la stabilità politica della nazione. Tuttavia, negli ultimi giorni si sono intensificate anche le minacce di Stati Uniti e loro alleati contro il nostro sistema democratico. Lo scorso lunedì, il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, teneva un discorso aggressivo all’Organizzazione degli Stati americani (OAS), chiedendo l’espulsione del Venezuela dall’agenzia, sanzioni comuni al nostro Paese e la formazione di una lobby politica e finanziaria per rovesciare al Presidente Nicolás Maduro. Non sorprende che la prima cosa che la Casa Bianca richieda sia la sospensione delle elezioni presidenziali del 20 maggio. E hanno paura del popolo venezuelano. Sanno che la continuità del programma socialista bolivariano sarà decisa alle urne; sanno che il Venezuela continuerà ad essere un punto di riferimento della resistenza e della lotta anticapitalista e antimperialista di fronte al mondo. In questo contesto, la cospirazione internazionale della destra emisferica contro la democrazia venezuelana sarà dimostrata all’incontro del cosiddetto gruppo di Lima. Tale fazione di governi pro-imperialisti, composta da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Santa Lucia, proverà ad agire per sabotare le elezioni del 20 maggio criminalizzando il governo, i leader bolivariani e lo Stato venezuelano. Tale gruppo, erroneamente catalogato vincente, è il cartello trionfante del restauro neo-liberista in America Latina. E come possono Brasile, Messico, Perù o Colombia mettere in discussione la democrazia venezuelana?
Dimenticate che in Colombia, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, le Nazioni Unite si preoccupano dell’aumento degli assassini dei leader sociali? Non sanno che in Messico più di 80 candidati a sindaco per le elezioni del 1° luglio furono costretti a dimettersi per timore di un assassinio politico, e che sabato il candidato sindaco del MORENA a Guanajuato, José Remedios Aguirre, fu assassinato? Sono questi i Paesi che dettano legge al Venezuela su trasparenza e garanzie in un processo elettorale? Come hanno ribadito funzionari e i consiglieri dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti non vogliono una soluzione costituzionale e democratica al complesso scenario che il nostro Paese affronta. La Casa Bianca ancora scommette su un colpo di Stato, come ha detto l’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite (ONU) Nikki Haley nel discorso al Consiglio delle Americhe a Washington, che “è ora che Maduro se ne vada” mentre i senatori repubblicani Juan Cruz e Roger Noriega tentano di incitare i nostri militari al colpo di Stato. Tale posizione di Washington è un segno pericoloso e negativo per l’intera regione, perché il dipartimento di Stato nella ripresa della Monroe Doctrine, con la CIA come agenzia esecutiva, cerca di attuare un nuovo Piano Condor per reimporre col sangue e il fuoco il neoliberalismo. Siamo sicuri che non ci riusciranno. I nostri popoli non si ritireranno e non cederanno le conquiste ottenute in più di un decennio dai governi progressisti e di sinistra. Combatteremo in qualsiasi scenario ma, soprattutto, difenderemo il nostro diritto alla pace, alla sovranità e alla democrazia. Non possiamo abbassare la guardia. L’intelligenza e l’organizzazione popolare devono essere attenti di fronte all’appello dell’ambasciata gringa a Caracas ai loro concittadini di prestare attenzione a possibili violenze prima e dopo il 20 maggio. Non consentiremo alcuna provocazione che possa impedire o compromettere le elezioni di domenica prossima. In tal senso, voglio fare una appello in questi ultimi giorni di campagna di doppio attacco corazzato, come diceva il Comandante Hugo Chávez. Il primo passo di tale strategia è controllare e ricontrollare i macchinari già pronti: dobbiamo garantire la perfetta mobilitazione per una nuova vittoria perfetta. Non perdete un voto!
Dovete essere costanti, precisi, analitici nelle statistiche. Niente può essere lasciato al caso. Inoltre perfezioniamo il nostro metodo di combattimento in questa decisiva battaglia tra la vita e la prosperità della Patria, o la nostra sottomissione e resa nazionale. Dobbiamo in questi ultimi giorni, con l’artiglieria del pensiero, con la verità rivoluzionaria, mutare l’equilibrio verso la nostra opzione alla ricerca dell’ultimo voto chavista. Insieme Vinceremo!

Con Chávez sempre!
Tutti con Maduro!
Lunga vita alla Patria di Bolívar e Chávez!
Traduzione di Alessandro Lattanzio