Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Via della Seta passa per Anversa e… l’Iran

Venice Affre, Lemoci

Dopo aver percorso 11000 chilometri viaggiando per 16 giorni sulle nuove rotte ferroviarie della seta, il primo treno merci che collega direttamente la Cina ad Anversa (Belgio) arrivava il 12 maggio nel porto di Anversa. Il 26 aprile, il treno lasciava la città portuale di Tangshan (provincia di Hubei) nella Cina nord-orientale prima di raggiungere il porto fiammingo, dopo aver attraversato Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania. Questo primo collegamento ferroviario diretto tra Cina e Anversa è un progetto avviato dalla città di Tangshan e dal suo porto, in collaborazione con la compagnia di navigazione cinese statale Cosco Shipping Lines e la China Railway Container Transport Corp. (CRCT).

La nuova linea ferroviaria della seta passerà per Anversa
Il treno fa parte dell’Iniziativa cinese Fascia e Via (BRI), l’ambizioso programma del governo cinese per far rivivere le rotte commerciali dall’antica Via della Seta dall’Asia all’Europa. Con la nuova strategia aziendale del programma One Belt One Road (OBOR), il Presidente Xi Jingping vuole offrire alla Cina opportunità in Medio Oriente, Africa ed Europa. “Questa linea ferroviaria diretta pone il nostro porto sulla rotta BRI (Belt and Road Initiative) e rafforzerà ulteriormente i nostri legami con la Cina“, affermava Luc Arnouts, direttore commerciale del porto di Anversa, citato da una nota dell’autorità portuale di Anversa. “Abbiamo lavorato a lungo a questo progetto, che rappresenta un passo importante nelle nostre relazioni commerciali con la Cina“, aggiungeva. La durata media del viaggio marittimo dal porto di Tangshan con navi convenzionali è di 35 giorni. Il treno, trasportando 34 container di minerali per l’industria della carta e la produzione di ceramiche, può compiere il viaggio Tangshan-Anversa “in un tempo record di 16-20 giorni e a costi relativamente bassi“, affermava Geert Gekiere, amministratore delegato di Euroports Belgium, citato nel comunicato stampa. La Cina è il quarto partner di Anversa nel traffico annuale di 14 milioni di tonnellate di merci. A questo proposito, il governo cinese prevede di commissionare un treno diretto ad Anversa una o due volte al mese. In questo contesto, la città di Tangshan cerca di rafforzare la cooperazione col porto di Anversa e intende firmare un memorandum d’intesa con la città di Anversa. Inoltre, la China Railway Container Transport Corp. studia la fattibilità dell’apertura di un ufficio vendite in Europa.

La Cina inaugura un collegamento ferroviario con l’Iran
Le Vie della Seta continuano a tracciare i solchi anche nelle zone di tensione. Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sullo smantellamento nucleare firmato con l’Iran nel luglio 2015, noto come Piano d’azione globale congiunto (JCPOA), che ha destato serie preoccupazioni nella comunità internazionale, in particolare tra i firmatari dell’accordo (Germania, Francia, Regno Unito, Cina, Russia), non impedisce a Pechino di continuare ad aprire rotte commerciali verso Teheran. Come riportato in un articolo del Washington Post dell’11 maggio, la Cina inaugurava il 10 maggio. esattamente due giorni dopo l’annuncio ufficiale di Donald Trump di ritirare il suo Paese dall’accordo nucleare di Vienna, un nuova linea ferroviaria tra Bayannur, città della Regione autonoma della Mongolia Interna, e l’Iran. “Mentre gli Stati Uniti ora chiedono alle compagnie straniere di ridurre le attività in Iran, la Cina sembra fare il contrario“, scriveva il Washington Post. Col lancio di questa nuova linea dei trasporti merci, Pechino intende intensificare i rapporti commerciali coll’Iran. La Cina è il maggiore fornitore dell’Iran che acquistava lo scorso anno 10,9 miliardi di euro in merci, un aumento del 23,86% delle importazioni iraniane rispetto al 2016, secondo Global Trade Atlas (GTA)/IHS Markit. Le importazioni cinesi dall’Iran ammontavano a 16,4 miliardi di euro (+21,78% in un anno) di cui 10,8 miliardi di euro imputati alla voce “combustibili minerali, oli, materiali bituminosi”. Con questa nuova linea ferroviaria, la Cina invia un messaggio chiaro a Donald Trump: “Continueremo a commerciare con l’Iran”, come riporta il Washington Post, secondo cui il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Geng Shuang dichiarava in una conferenza stampa del 9 maggio che Iran e Cina, “manterranno normali legami economici e commerciali. Continueremo, aveva detto, la nostra cooperazione pratica normale e trasparente con l’Iran basandoci sulla non violazione dei nostri obblighi internazionali”. La Cina, ricordava il quotidiano, affronta lo stesso problema degli alleati degli Stati Uniti in Europa. Infatti, anche se i governi europei si oppongono a nuove sanzioni contro l’Iran, le compagnie del vecchio continente dovrebbero rispettare tali regole o esporsi a pesanti multe. Inoltre, come riporta Le Monde, “il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif scelse Pechino, primo partner commerciale dell’Iran, per la prima tappa, il 13 maggio, del viaggio volto a salvare l’accordo internazionale sul programma nucleare dopo il ritiro degli Stati Uniti dell’8 maggio”. Secondo lo stesso articolo, l’omologo Wang Yi promise che la Cina avrebbe adottato un “atteggiamento oggettivo, equo e responsabile” e “continuerà a lavorare per mantenere l’accordo“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cosa accade tra Russia e Israele?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 18.05.2018Anche con quanto ultimamente accaduto in Siria tra Israele e Iran, e tali episodi potrebbero ripresentarsi in futuro, il ruolo della Russia, come abbiamo già scritto, rimane cruciale da unico mediatore reale tra i due feroci rivali e potrebbe essere la chiave della riduzione delle tensioni. Nonostante la mediazione della Russia, la crisi è una grande sfida diplomatica che va gestita con abilità in modo che la Siria non diventi un altro campo di battaglia e che le vittorie della Russia sull’estremismo non siano compromesse. Il compito quindi è tanto complicato quanto rischioso ed enigmatico. Questo è evidente dal modo in cui il primo ministro israeliano, dopo l’ultima visita a Mosca e dopo che Israele aveva sparato su obiettivi iraniani in Siria, intese dire che la Russia era dalla sua parte nella guerra contro l’Iran. L’Iran, d’altra parte, continua a vedere la Russia come alleata e i suoi funzionari si recarono in Russia per salvare l’accordo nucleare dopo l’annuncio dell’uscita di Trump. Quindi, la domanda: cosa realmente accade tra Israele e Russia su Iran e Siria?
Mentre le dichiarazioni post-visita di Netanyahu suggerivano un cambio del pensiero russo sul ruolo che l’Iran può e dovrebbe giocare, non è così. La Russia non cambia lato, dato che il conflitto in Siria è ancora lungi dall’essere finito. La stabilizzazione siriana rimane un enigma da risolvere e l’Iran rimane un elemento chiave della pace e anche garante del cessate il fuoco. Israele quindi sembra sottovalutare l’importanza dell’Iran per la Russia, e viceversa. Il fatto che la Russia non abbia obiettato o criticato l’attacco israeliano alla Siria, prendendo di mira elementi iraniani, non la rende semplicemente ‘amica’ d’Israele e ‘nemica’ dell’Iran. C’è molto più di quanto sembri. Per la Russia, l’obiettivo principale rimangono stabilità ed unità della Siria come unità territoriale riguardo divisione in “zone” e ricostruzione. Il significativo silenzio della Russia sull’attacco israeliano mostra quindi come la Russia, amica di Iran ed Israele, non voglia essere invischiata nella zuffa Iran-Israele ed intenda svolgere il proprio ruolo in modo che non renda nemico Iran o Israele. Così sembra che i russi facciano questo: mentre si sono astenuti dal criticare Israele per l’attacco, il Ministero della Difesa non mancava di menzionare che la difesa aerea siriana fornita dalla Russia abbatteva la metà dei 60 missili sparati dalle forze israeliane, a significare che la Russia rimane attenta alla difesa della Siria. Già, la Russia dichiarava che se dovesse sorgere un’emergenza, rafforzerà la difesa siriana con missili S-300. Allo stesso modo, mentre Israele si aspetta dalla Russia di limitare il ruolo dell’Iran in Siria, particolarmente vicino al territorio israeliano, la Russia comprende l’intesa tra Iran e Siria. Di fatto, la Russia condivide con l’Iran le stesse ragioni e logica della presenza militare in Siria, poiché entrambi i Paesi sono stati invitati da Damasco e sono cruciali nella lotta a Stato islamico e altri “ribelli” finanziati dall’estero. Mentre la Russia potrebbe non avere interesse per il “fronte della Resistenza” dell’Iran contro Israele, non si oppone nemmeno alla presenza iraniana in Siria, né considera, a differenza d’Israele, Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Al contrario, il risultato delle elezioni in Libano ha dimostrato che Hezbollah è molto più di un semplice gruppo militante e che ha una forte base popolare e un solido sostegno elettorale, ottenendo legittimità sociale e politica e rafforzando la visione russa secondo cui Hezbollah non è terroristico e non va trattato come tale. Da questo segue logicamente un’altra differenza tra Israele e Russia e una convergenza di interessi tra Russia e Iran: l’accordo nucleare, noto come JCPOA. Come tale, se Israele esultava per l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, la Russia non si è astenuta dal definirla “nuova conferma dell’inaffidabilità di Washington”, aggiungendo che “la Russia è aperta all’ulteriore cooperazione cogli altri partecipanti al JCPOA e continuerà attivamente a sviluppare collaborazione e dialogo politico con la Repubblica islamica dell’Iran“.
Pertanto, nonostante il calore che Netanyahu ha ricevuto a Mosca nell’ultima visita, non si può negare che la Russia potrebbe pensare a un possibile coinvolgimento degli interessi iraniani in Siria nell’accomodamento con Israele. D’altra parte, il fatto che la Russia abbia ospitato Netanyahu e poi una delegazione iraniana, dimostra che la diplomazia russa cammina perché il suo ruolo di unica sostenitrice attiva della diplomazia discreta diventa evidente a Iran ed Israele. È quindi fuorviante concludere, come ampiamente fatto dai media internazionali, che esiste un accordo non ufficiale tra Russia e Israele, secondo cui la Russia permette ad Israele di attaccare obiettivi iraniani finché sono una rappresaglia e non colpiscono interessi siriani e russi. Ciò che è più probabile e adeguato agli interessi russi è che la Russia semplicemente si bilancia tra Iran e Israele, e sa che permettere a queste parti mano libera, comporterebbe una guerra che non si potrebbe controllare. Pertanto, nonostante l’impressione che Netanyahu abbia avuto successo, non è realistico aspettarsi che la Russia decida di scegliere tra Israele e Iran o d’aderire incondizionatamente all’agenda israeliana per sconfiggere l’Iran in Siria o all’agenda iraniana di espandere il fronte verso Israele. Ciò che tuttavia Israele può aspettarsi sono gli sforzi russi per impedire l’uso del territorio siriano contro Israele, e viceversa. Non ci sono, in quanto tali, accordi ma solo l’ampio riconoscimento del fatto che tutto ciò che accade in Siria, da una parte e dall’altra, deve prendere in considerazione i russi e i loro interessi.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché non hanno potuto abbattere Maduro

Mision Verdad 9 maggio 2018Per cominciare, nonostante orrendi oltraggi, alti tradimenti e aspri attacchi promossi dai nemici del Chavismo, dentro e fuori il Venezuela, contro il mandato di Hugo Chávez, i tempi della presidenza di Nicolás Maduro sono stati molto più difficili. Questo soprattutto per i meccanismi del complotto e del golpe attivati, e anche perché le azioni del nemico fecero del popolo oggetto di danni diretti e collaterali.
L’assedio a pieno spettro di cui il Venezuela è oggetto è innegabile e l’attenzione del mondo vi è concentrata. L’anti-chavismo e i suoi poteri effettivi dentro e fuori il Venezuela hanno scosso la vita nazionale come mai prima d’ora, con la piena convinzione di riconquistare il potere politico nazionale. Le formule fallite contro Chávez sono portate oggi a un nuovo livello di perfezione. Negli ultimi anni abbiamo conosciuto il boicottaggio politico estero, i complotti diplomatici, i tentativi d’isolamento. Il Paese ha anche subito lo scontro tra poteri interni e aggressioni istituzionali dopo l’acquisizione del parlamento da parte della Tavola unita democratica (MUD) nel 2015, confronto di poteri, infiltrazioni di agenti ai vertici, come nel caso di Luisa Ortega Díaz nella giustizia e conseguente scontro istituzionale. Il Venezuela ha visto l’attivazione dei guarimbas come forme germinali di guerra paramilitare nelle città, attacchi mediatici nazionali e internazionali, propagazione del conflitto e tentativo di spingere la popolazione allo scontro civile. Il Paese fu testimone di abusi nell’economia nazionale, caos dei sistemi d’approvvigionamento e dei prezzi, attacchi alla valuta, svalutazione indotta da Colombia e Miami e caos economico propagato da fattori privati dell’economia reale; ed ora il ruolo diretto svolto dalla Casa Bianca nell’esecuzione del blocco finanziario e commerciale per soffocare l’intera nazione, all’unisono coll’annunciato intervento militare contro il nostro Paese. A questo punto domande sono necessarie: come fu possibile che anche tra tali circostanze la Rivoluzione Bolivariana sia riuscita a resistere al Governo e che oggi il Chavismo continui ad essere una realtà politica che dirige i destini nazionali? In base a quali attributi è stato possibile? Comprendete che con molti meno affanni, altre correnti della sinistra latino-americana furono rovesciate, come Manuel Zelaya, Dilma Rousseff e Fernando Lugo. E altre rivoluzioni praticamente perdute, come nel caso dell’Ecuador.

Perché il Venezuela resiste?
Resistenza e offensiva: intelligenza politica e ruolo dell’avanguardia

Una chiave per riconoscerlo è l’alto senso di coesione delle forze chaviste. Senza, il sostegno al governo Chavez, la rivoluzione come progetto politico e sociale sarebbe impossibile. In cosa consiste? L’unità consiste nel collegamento stretto e solido tra la leadership chavista e la base. Qualcosa in cui altre rivoluzioni democratiche hanno avuto grandi difficoltà. Va sempre chiesto, perché non si radicarono in Brasile pronunciamento e sostegno quando vi fu il rovesciamento di Dilma? Perché la risposta popolare fu spasmodica? Questa unità non avrebbe senso politico pratico se non fosse condotta in modo efficace ed intelligente dalla direzione chavista. La capacità che il Presidente Nicolás Maduro ha avuto, così spesso sottovalutata, e i leader che l’affiancano, ha permesso di disarmare e sottomettere l’avversario in diverse occasioni e di giocare contro molti fattori ed avversari. Il senso dell’intelligenza politica della leadership chavista è un valore costruito in anni di evoluzione. Un altro senso politico sviluppato dal chavismo è stato persistere con solidità nella propria posizione, nella Costituzione e sfruttando al massimo le risorse istituzionali per non perdere il centro di gravità politico. Le oscillazioni indotte dall’avversario furono un tentativo perenne di mettere il chavismo nel campo opposto. Un esempio di ciò fu Maduro chiedere più volte all’opposizione di dialogare, alcune volte senza successo, altre volte a discapito dei militanti. Ma ogni volta che Maduro riusciva a sedersi con la destra, ne usciva trionfante, ed essa fu sempre decimata, fratturata e divisa. Maduro dovette usare una politica intelligente e dialogante, mantenendo posizioni solide ma rendendosi minimamente strategico nel disarmare l’avversario. Ricordiamo: Maturo dall’inizio del 2017 dovette articolare a porte chiuse alcuni incontri preparatori coi capi della MUD per affrontare (e cercare di neutralizzare) ciò che poi esplose: guarimbas, assalti violenti, caos e cellule paramilitari germinali, dispiegandosi sotto i riflettori in diverse città del Paese.

L’avanguardia chavista non è solo nell’esecutivo, ma nella militanza
L’ala più incline alla violenza della MUD ne prese le redini e spinse il Paese (agli ordini dagli Stati Uniti) nel conflitto totale. Con molta perseveranza, negoziati e inviti aperti, Maduro articolò il dialogo per disattivare le violenze nel luglio 2017, senza cedere e terminando con l’elezione dell’Assemblea nazionale costituente (ANC). Il risultato è stato quindi una mappa elettorale che, per la tragedia della MUD, ne significò la frammentazione politica quando alcune parti inclini alla violenza decisero di disimpegnarsi dall’arena politica. Naturalmente, la MUD dialogò a metà 2017, una volta che il suo piano insurrezionale perse forza e fu smembrato tatticamente. I dispositivi di sicurezza dello Stato lo smantellarono, portando a un vicolo cieco i loro promotori, subendo una usura insostenibile. La politica intelligente di Maduro era dialogare da un lato, quando era necessario, ma dall’altro colpire quando andava fatto, usando il potere da capo di Stato, la sicurezza pubblica o invocando l’ANC. Perciò il violento assedio fu temporaneamente spezzato. Certo, il legame civico-militare trasversale del chavismo non va sottovalutato. C’è una chiara differenza tra il Venezuela e altri riferimenti della sinistra regionale. Mentre in vari Paesi i militari sono confinati in una “posizione istituzionale”, politicamente inetta, il Venezuela va nella direzione opposta. Chávez lo capì sempre e pose le basi del sostegno al governo Maduro. Ciò consiste nel dare corpo ai legami tra militari e civili, poiché è qui che risiede la genesi di Chavez come forza politica, l’insurrezione militare del 4 febbraio 1992 fu preceduta dall’insurrezione civile del 1989, nota come “el Caracazo”. Se il chavismo non avesse legami così stretti tra i due settori, avrebbe ceduto alla destabilizzazione a pochi anni dall’inizio del potere. Il chavismo ha sempre capito che l’istituzione non poteva persistere in termini formali se non ci fosse stata una rivoluzione. Pertanto, ci fu lo smantellamento delle strutture militari del Venezuela, toccando interessi sensibili e trasformando i militari in componente istituzionali col chavismo e la Costituzione del 1999.
Un altro fattore da riconoscere è che, a differenza di altre esperienze latinoamericane, il chavismo ha costituito un corpo vivente che sviluppa la politica oltre le istituzioni, e anche oltre il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) come entità politica governante. Il chavismo ha creato la propria avanguardia, un tessuto politico integrato, poliedrico e molteplice, definito da ampi settori e forze sociali che hanno attuato il chavismo come realtà e soggettività politica. L’avanguardia sono coloro che costruiscono la vera politica negli spazi vitali della vita quotidiana. Donne e uomini comuni, leader di comunità e di base, organizzati nelle strutture dei Consigli Comunali, CLAP, movimenti sociali, strutture locali del PSUV, forze dei partiti alleati, movimenti sindacali, istanze di comunità, ecc. In questi spazi, la politica centrale viene replicata riproducendo le linee guida e la direzione del chavismo. Queste sono aree di lavoro per l’esecuzione di politiche pubbliche e missioni sociali. Ma sono più di questo, perché si tratta anche di stabilire in ogni spazio di lavoro un’area vitale per la difesa della rivoluzione in tutti i momenti e in tutte le circostanze, contro ogni minaccia che incomba sul processo politico chavista. Il chavismo non è composto da seguaci: è composto da militanti. Gli spazi d’avanguardia sono per la difesa della rivoluzione, nel quadro della riflessione permanente sulle principali questioni e circostanze nazionali che il Paese attraversa. Sono anche luoghi in cui la linea e le istruzioni delle istanze rivoluzionarie sono difese. Ma dove c’è anche il costante esercizio di critica e costruzione collettiva. Sono spazi in cui il senso della militanza chavista matura e si mantiene la base che gli ha permesso di sostenersi elettoralmente, ed anche di continuare ad essere la principale forza politica in Venezuela.

A titolo di conclusione
Questo breve passaggio è una minuscola recensione del futuro costruito come fenomeno politico in Venezuela negli ultimi tempi. Non esiste un unico metodo in grado di definire la persistenza del chavismo come realtà politica in Venezuela. Elementi come intelligenza, conoscenza dell’avversario, senso dell’opportunità, principio di solidità e conservazione del centro di gravità politica, legami con la base, massimo uso delle risorse e affinità identitarie, sono i fili trasversali che hanno fatto del chavismo una forza politica senza precedenti in Venezuela. Tuttavia, in questa miriade di aspetti che formano il chavismo, in un momento senza precedenti della storia, arrivano nuove definizioni. Pertanto, l’analisi di questa forza politica e delle sue qualità è lungi dall’essere conclusa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sayad Nasrallah: Siria ed alleati spezzano il prestigio dell’entità sionista

Dr. Muhamad Abdu al-Ibrahim, Syria Times, 15 maggio 2018

Il Segretario Generale di Hezbollah, Sayad Hasan Nasrallah, parlava della nuova fase dello scontro tra la Resistenza e l’entità sionista in Siria, sottolineando che il momento in cui il nemico israeliano poteva colpire la Siria senza ritorsioni è finito. Sayad Nasrallah commentava l’ultimo scontro tra la Siria e l’entità sionista, quando le posizioni israeliane nel Golan occupato furono colpite da decine di razzi lanciati dai territori siriani. Le dichiarazioni del leader della Resistenza libanese si avevano durante una cerimonia organizzata da Hezbollah per il secondo anniversario del martirio del leader della Resistenza Sayad Mustafa Badradin (Zulfiqar), nel sobborgo meridionale di Bayrut (Dahiyah). Sayad Nasrallah aveva detto che l’equazione stabilita dall’entità sionista di spezzare la mano della Resistenza che colpirà il Golan occupato è finita, secondo al-Manar. In questo contesto, Sayad Nasrallah osservava che la Siria e i suoi alleati dell’Asse della Resistenza riuscivano a distruggere il prestigio dell’occupante israeliano. D’altra parte, il SG di Hezbollah avvertiva sull’intenzione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di annunciare il cosiddetto “accordo del secolo” contro la causa palestinese. Sua eminenza si scagliava contro la posizione araba ufficiale, ma invitava gli arabi a schierarsi contro il regime statunitense in Palestina. Anche Sayad Nasrallah chiedeva all’Autorità palestinese di astenersi dal firmare un accordo del genere.

“Martire Vittorioso”
Sayad Nasrallah elogiava Sayad Mustafa Badradin come uno dei comandanti che crearono la Resistenza nei primi anni. Sua eminenza sottolineava l’importanza di conoscere biografia e vittorie dei comandanti della Resistenza caduti. “I comandanti della Resistenza caduti vanno conosciuti bene e sempre ricordati”, aveva detto Sayad Nasrallah, aggiungendo: “I loro nomi vanno scritti in oro“. Il leader della Resistenza rivelava che Sayad Mustafa Badradin fu incaricato di missioni sensibili, incluso lo scontro militare con l’entità sionista. Sua eminenza aggiungeva che il comandante della Resistenza caduto era responsabile di alcuni dossier relativi alla causa palestinese e all’Iraq. “Sin dal primo giorno della crisi in Siria, Sayad Mustafa Badradin lavorò duramente per affrontare i taqfiri”, osservava Sayad Nasrallah. Nel frattempo, sua eminenza ricordava una frase di Sayad Mustafa Badradin, detta poco prima del martirio: “Non tornerei dalla Siria se non da martire o portando la bandiera della vittoria”. “Dico a Sayad Mustafa, mio caro fratello, sei tornato dalla Siria vittorioso e martire“, aveva detto Sayad Nasrallah nel secondo anniversario del martirio di Sayad Badradin.

“Stati Uniti inaffidabili”
Sayad Nasrallah commentava l’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che Washington si ritirava dall’accordo nucleare tra Iran e potenze mondiali. Sua eminenza si scagliava contro gli Stati Uniti dicendo che non sono affidabili non rispettando gli accordi internazionali. “Gli Stati Uniti operano in base ai propri interessi e dell’entità sionista“. “Gli accordi internazionali che ci chiedono di rispettare e attuare… lo Stato più potente al mondo non li rispetta“, aveva detto Sayad Nasrallah. “Gli Stati Uniti non sono affidabili perché non rispettano né gli accordi internazionali né i loro alleati“. Nel frattempo, Sayad Nasrallah notava che gli Stati Uniti mentono e ricattano la Corea democratica sul suo programma nucleare.

“L’era in cui Israele colpiva la Siria senza ritorsioni è finita”
D’altra parte, Sayad Nasrallah parlava del confronto tra la Siria e l’entità sionista della settimana prima, quando le posizioni israeliane furono colpire da decine di razzi lanciati dai siriani. Il SG di Hezbollah rivelava che 55 razzi furono lanciati sulle posizioni israeliane nel Golan occupato, negando che 23 soldati siriani e combattenti fossero stati uccisi negli attacchi israeliani che seguirono l’attacco missilistico. “Tre soldati dell’Esercito arabo siriano caddero negli attacchi israeliani e le notizie su 23 combattenti martiri erano prive di fondamento“, aveva detto Sayad Nasrallah. Notò che il confronto era di grande importanza in quanto conteneva molte indicazioni. “Il nemico israeliano ha taciuto sulle perdite subite, mentre cercava di rilevare i razzi che raggiunsero Safad e Tiberiade. Grandi esplosioni furono sentite nel Golan occupato e gli israeliani in quegli insediamenti furono costretti ad andare nei rifugi“, aveva detto Sayad Nasrallah acclamando l’Esercito arabo siriano per aver respinto gli attacchi israeliani in seguito al lancio dei razzi. “Questa è solo una forma di rappresaglia alla continua aggressione israeliana contro la Siria“, aveva detto Sayad Nasrallah riferendosi al lancio dei razzi sulle posizioni israeliane. “Il messaggio è stato dato al nemico israeliano. Dice che l’era in cui colpiva la Siria impunemente è finita“. Sua eminenza notava che il nemico israeliano non mirava all’escalation, sostenendo che gli obiettivi colpiti dai sionisti erano limitati e alcuni furono evacuati prima di essere colpiti. In tale contesto, Sayad Nasrallah rivelava che i siriani e gli alleati dell’Asse della Resistenza avevano informato l’entità sionista tramite “lati internazionali” che se “attraversava le linee rosse in Siria, verranno lanciati altri missili che colpiranno in profondità Israele”. “Siamo di fronte a una nuova fase dello scontro con Israele. Il suo prestigio è frantumato“.

“Idiota… traditore”
Sayad Nasrallah commentava le osservazioni del ministro degli Esteri del Bahrayn, che affermò che l’entità sionista aveva “diritto all’autodifesa”. “Israele ha diritto all’autodifesa!! Quindi riconosci che il Golan è suo, oh idiota e traditore?!” Sayad Nasrallah disse del ministro del Bahrayn. Nel frattempo, sua eminenza si scagliava contro i tentativi sauditi di presentare giustificazioni religiose sulla cospirazione contro la Palestina. “Figure saudite hanno presentato giustificazioni religiose su ciò che hanno definito “diritto d’Israele” sulla Palestina”.

“Accordo del secolo”
Sayad Nasrallah avvertiva che nelle prossime settimane Trump pubblicherà ufficialmente il suo cosiddetto “accordo del secolo”. “Sotto tale accordo non ci saranno né al-Quds orientale, né al-Quds occidentale, e non ci sarà più diritto al ritorno per i palestinesi. Inoltre, lo Stato palestinese sarà limitato a Gaza soltanto“, avvertiva Sayad Nasrallah. Il leader della Resistenza libanese invitava la popolazione della regione ad opporsi a tale accordo, e invitava Autorità Palestinese, Organizzazione per la Liberazione della Palestina e altri partiti palestinesi ad astenersi dal firmare un accordo del genere.Traduzione di Alessandro Lattanzio