La militarizzazione della penisola coreana destabilizza l’Asia

Sergej Kozhemjakin, Pravda, 10/03/2017 – Histoire et Societé
Il protagonista principale di questa politica sono gli Stati Uniti. Con le sue provocazioni, Washington cerca d’iniziare un conflitto e coinvolgervi non solo la Corea democratica, ma anche la Cina.Teste di ponte di Washington
Il fatto che la regione Asia-Pacifico, in particolare l’Asia orientale, sia una delle principali direttrici della politica estera della nuova amministrazione degli Stati Uniti, è noto da molto prima della nomina ufficiale di Donald Trump. In primo luogo, la squadra del futuro presidente degli Stati Uniti inviò un segnale negativo a Pechino, stabilendo contatti con le autorità di Taiwan. Poi Washington chiarì che non avrebbe abbandonato l’alleanza con Giappone e Corea del Sud. Gli Stati Uniti iniziarono la marcia forzata della militarizzazione di questi Paesi per consolidarne lo status di “portaerei inaffondabili” di Washington. Il calendario di incontri e visite di alti funzionari degli Stati Uniti è significativo. Il primo dei leader mondiali ad incontrare Trump dopo la sua elezione fu il Primo ministro del Giappone Shinzo Abe. Il capo del governo giapponese si affrettò a fare una visita ufficiale negli Stati Uniti a febbraio. Durante la visita fece delle dichiarazioni importanti. Secondo Trump, Washington è al “100% dedita all’alleanza con il Giappone”, e non ha intenzione di rivedere l’accordo di cooperazione e mutua sicurezza firmato nel 1960. L’accordo sulla difesa collettiva, tra le altre cose, autorizza il soggiorno nel Paese di un contingente di 54000 soldati degli USA. Inoltre, come sottolineato da Trump, l’accordo riguarda anche le isole Senkaku (Diaoyu), una sfida diretta alla Cina che le considera suo territorio. Inoltre, Trump e Abe avvertirono Pechino dall’aumentare l’attività nel Mar Cinese Meridionale, nascondendo la loro solita interferenza con le lacrime di coccodrillo sulla “violazione della libertà di navigazione e di volo”. Pochi giorni dopo. le portaerei dell’US Navy entrarono nella zona. Il loro comandante, contrammiraglio James Kilby, disse apertamente che lo scopo dell’azione era una “prova di forza”. E’ ovvio che senza la crisi politica in Corea del Sud (il 9 dicembre la presidentessa Park Geun-hye è stata deposta per corruzione), la leadership del Paese sarebbe stata pronta ad omaggiare il boss d’oltremare. Così Tokyo e Seoul, nel sistema “mondiale degli Stati Uniti”, continuano ad occupare un posto speciale, e la minaccia di Trump di ridurre il costo delle presenza era pura demagogia preelettorale. Lo dimostrano le visite in Corea del Sud e Giappone del nuovo segretario alla Difesa James Mattis, facendovi i suoi primi viaggi all’estero. Il capo del Pentagono ribadiva le dichiarazioni di Trump sull’inviolabilità della cooperazione militare e politica con tali Paesi. Passi concreti seguirono presto. Ai primi di febbraio, nelle Hawaii si ebbe il test congiunto USA-Giappone dei missili intercettori SM-3. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti inviarono 10 nuovi F-35B sulla base aerea di Iwakuni, nell’isola di Honshu. Prima della fine dell’anno vi saranno trasferite le unità della portaerei nucleare Ronald Reagan; sessanta aerei. Il Giappone sviluppa la propria produzione militare. Secondo il programma adottato, ogni anno costruirà due cacciatorpediniere dal dislocamento di 3000 tonnellate. Il Paese non nasconde che le nuove navi pattuglieranno il Mar Cinese Orientale, cioè “contenere” la Cina

L’aggressore non è chi pensiamo
La militarizzazione della Corea del Sud è anche maggiore. Per farlo hanno trovato un comodo alibi: il programma missilistico e nucleare della Corea democratica. Gli sforzi occidentali per demonizzare Pyongyang non sono stati vani: quasi tutti ripetono che il “regime nordcoreano è aggressivo”, e che presumibilmente aspetta solo il momento giusto per lanciare i suoi missili nucleari. Ad esempio citando il test dell’anno scorso, così come lanci di missili balistici. L’ultimo avveniva il 12 febbraio, quando fu lanciato un missile “Pukkykson-2” (“Stella Polare-2”). L’ira di Stati Uniti ed alleati fu causata non solo dal fatto che il test avvenne al momento della visita di Shinzo Abe a Washington, ma che dimostrava anche le nuove capacità della Corea democratica. Il missile fu lanciato da un’unità mobile ed era dotato di un motore a combustibile solido, complicandone l’intercettazione dal nemico. In risposta, contro il Paese furono imposte severe sanzioni, tra cui divieto d’importare minerali dalla Corea democratica, embargo sulla fornitura di carburante per aerei e anche ispezione di tutte le merci che entrano nel Paese. Purtroppo, la Russia vi ha aderito, mentre soffre restrizioni inique. Alla fine di febbraio, il Ministero degli Esteri russo preparava un progetto di decreto presidenziale sull’ulteriore inasprimento delle sanzioni. Il documento prevede la fine della cooperazione scientifica e tecnica con Pyongyang, e vieta la fornitura di rame, nichel e altri metalli, e così via. In altre parole, Mosca ha accettato le regole imposte. Ma sono giuste? La politica verso la Corea democratica è un esempio lampante dello stigma dell’anatema. La Corea democratica è stigmatizzata unanimemente per dei peccati che non ha commesso, e chi grida più forte non è giudice esente da qualsiasi crimine. Per dieci anni, questo Paese non ha commesso alcuna aggressione, e tutte le prove vengono effettuate sul proprio territorio. A differenza degli Stati Uniti, che hanno trasformato Libia, Iraq, Afghanistan, Siria e molti altri Stati in poligoni sanguinosi per le loro armi. Pyongyang ha apertamente detto che il programma nucleare e missilistico serve a garantire la sovranità del Paese. Contrariamente alla credenza popolare, la Corea democratica non brandisce il “manganello nucleare” e valuta la possibilità di utilizzare l’arsenale solo se attaccata. Nel frattempo, la leadership nordcoreana non esclude il congelamento completo dei test, indisponendo l’occidente. Al settimo Congresso del Partito dei Lavoratori dello scorso anno, la possibilità di una moratoria fu avanzata. In cambio Pyongyang chiese solo una cosa: la fine delle grandi esercitazioni in prossimità della linea demilitarizzata. Le regolari esercitazioni militari di Seoul e Washington sono un fatto spesso trascurato. È un grave errore, perché non sono in realtà semplici manovre, ma piuttosto una mobilitazione completa e una concentrazione di forze nelle immediate vicinanze del territorio della Corea democratica. Ad esempio, nelle manovre Key Resolve dello scorso anno parteciparono 300000 soldati coreani e 15000 degli Stati Uniti. Altre esercitazioni, Ulchi Freedom Guardian, ricordavano a Pyongyang i terribili giorni della guerra di Corea: giunsero sulle penisola i soldati di 9 Paesi, protagonisti della coalizione filo-USA del 1950-1953. Per comprendere la natura aggressiva di tali manovre, basta elencarne gli obiettivi: attacco nucleare preventivo sulla Corea democratica, sbarco a Pyongyang e distruzione della leadership nordcoreana e, infine, occupazione totale del Paese. In realtà, più volte l’anno in Corea del Sud si svolgono le prove generali per l’invasione del Nord. A tal proposito, la posizione della RPDC, che denuncia le manovre come ragione principale delle tensioni nella penisola, è pienamente giustificata. Chi parla di “aggressione di Pyongyang” ha volutamente invertito il rapporto tra causa ed effetto. Nel 2014-2015, la leadership della Corea democratica chiese più volte a Seoul di riprendere il dialogo per la pace e riavviare il processo di creazione della Confederazione coreana unificata, idea già avanzata da Kim Il Sung. Tuttavia, il governo di destra di Park Geun-hye respinse queste iniziative, ammettendo solo una variante della riunificazione: l’assorbimento del Nord dal Sud sull’esempio della RFT con la RDT. Il contingente statunitense in Corea del Sud fu rafforzato e le esercitazioni congiunte assunsero un peso ancora maggiore. Solo dopo Pyongyang riprese i test nucleari e missilistici.

Grandi e piccole provocazioni
L’ultima serie di lanci di missili è anche una risposta ai passi apertamente ostili di Seoul e Washington. Il Ministero della Difesa della Corea del Sud annunciava un piano per la “punizione di massa e la vendetta” con cui Pyongyang “sarà incenerita scomparendo dalla carta geografica” al minimo “segno di uso di armi nucleari”. I criteri per definire questo “segno” non sono specificati nel documento. Tuttavia, Seoul annunciava la creazione di un’unità speciale per la distruzione fisica della leadership politica e militare della Corea democratica, tra cui Kim Jong-un. Come notato, in caso di ostilità, questo compito sarà realizzato da subito, qualunque sia il “danno collaterale” per la popolazione civile della Corea democratica. La nuova amministrazione statunitense si esprime con lo stesso tono. Chiamando la Corea democratica “grave minaccia per la sicurezza regionale e globale”, il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson ha detto di preparare una nuova strategia nei rapporti con Pyongyang. Secondo lui, vanno considerare tutte le opzioni senza escludere l’uso della forza militare contro la Corea democratica. Era sostenuto dal comandante delle forze USA in Corea del Sud Vincent Brooks, che invitava a rafforzare le capacità d’attacco sullo Stato confinante. “La difesa convenzionale qui è inadeguata. Se non possiamo uccidere gli arcieri, allora non potremo intercettare tutte le frecce“, aveva detto pittorescamente. In tale contesto, l’invio di armi in Corea del Sud si è notevolmente intensificato. 24 elicotteri d’attacco “Apache” sono stati assegnati alla base statunitense di Suwon. Altri 36 sono stati aggiunti all’aeronautica del Paese. Secondo Seoul, gli elicotteri saranno trasferiti sulle isole Yeonpyeong e Baengnyeong, a 12 chilometri dalle coste della Corea democratica. Non c’è migliore provocazione: dopo la fine della guerra di Corea, il confine marittimo tra i due Paesi non fu deciso e Pyongyang contesta la proprietà delle isole. Inoltre, durante la visita di Mattis, fu confermata la volontà d’installare il sistema antimissile THAAD prima della fine dell’anno. La loro gestione sarà assegnata esclusivamente ai militari degli Stati Uniti, e Seoul non avrà accesso neanche ai dati radar. Così, la Corea e presto il Giappone, saranno collegati al sistema di difesa missilistica globale creato dagli Stati Uniti per isolare Cina, Russia e Iran. Ma questa è solo una parte della militarizzazione. Per partecipare all’avvio delle esercitazioni di marzo Key Resolve e Foal Eagle arriveranno in Corea del Sud armi strategiche, come sottomarini nucleari, aerei da combattimento F-22, bombardieri strategici e uno squadrone guidato dalla portaerei nucleare Carl Vinson. Come già detto a Washington e Seoul, le manovre sono di dimensioni senza precedenti. Inoltre, saranno l’occasione per insediare permanentemente armi strategiche in Corea del Sud. Il Capo di Stato Maggiore Lee Sung-jin ha già presentato una richiesta in tal senso agli Stati Uniti.
Provocando la reazione della Corea democratica, Washington cerca di rafforzare la sua posizione nella regione. In tale contesto, l’assai misteriosa morte di Kim Jong-nam merita una particolare attenzione. Il fratellastro del leader nordcoreano ha vissuto per molti anni fuori dal Paese, conducendo una vita dissoluta e guadagnandosi da vivere facendo “rivelazioni” sul regime della Corea democratica. 16 anni dopo aver lasciato la Corea democratica, Kim Jong-nam fu ucciso nell’aeroporto di Kuala Lumpur (Malesia). La domanda sorge spontanea: a chi giova? Non certo alla leadership della Corea democratica, già sotto estrema pressione da molti anni. Ma le forze interessate a destabilizzare l’est asiatico, con l’assassinio di Kim Jong-nam, hanno un’occasione d’oro per nuovi attacchi contro Pyongyang. Non meraviglia che, subito dopo le prime notizie dell’attentato, Seoul, attraverso il presidente ad interim Hwan Ahnkyo, accusasse la Corea democratica, esortandola a punirla severamente in quanto “Stato terrorista”? Ciò che appare come una provocazione deliberata è la versione ufficiale, secondo cui Kim Jong-nam fu ucciso con veleno VX, bandito dalla Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche. Ora la Corea democratica sarà certamente accusata non solo di omicidio, ma anche di usare armi chimiche. E’ chiaro che tali eventi rientrano nello scenario per destabilizzare la regione. E la Corea democratica non è l’unico obiettivo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Corea democratica: il Grande Inganno svelato

Christopher Black New Eastern Outlook 13/03/2017Nel 2003, insieme ad alcuni avvocati statunitensi della National Lawyers Guild, ebbi la fortuna di recarmi nella Repubblica democratica popolare di Corea, per vedere in prima persona quella nazione, il suo sistema socialista e il suo popolo. La relazione congiunta rilasciata al nostro ritorno s’intitolava “Il Grande Inganno svelato”. Questo titolo fu scelto perché scoprimmo che la propaganda del mito negativo occidentale della Corea del Nord è un grande inganno volto ad accecare i popoli del mondo sulle realizzazioni del popolo nordcoreano che ha creato con successo, date le circostanze, un proprio sistema socio-economico indipendente basato sui principi socialisti e libero del dominio delle potenze occidentali. In una delle nostre prime cene a Pyongyang il nostro ospite, Ri Myong Kuk, avvocato, dichiarò a nome del governo e in termini appassionati che la deterrenza nucleare della Corea democratica è necessaria alla luce delle azioni mondiali degli Stati Uniti e delle minacce subite. Affermò, e questo mi fu ripetuto in una riunione ad alto livello con i funzionari governativi della RPDC, in seguito nel viaggio, che se gli statunitensi firmavano il trattato di pace e non aggressione con la Corea democratica, avrebbero delegittimato l’occupazione statunitense portando alla riunificazione. Di conseguenza, non ci sarebbe stato bisogno di armi nucleari. Dichiarò sinceramente che, “E’ importante che gli avvocati si riuniscano per parlare di come possano regolare le interazioni sociali nella società e nel mondo“, e aggiunse altrettanto sinceramente che, “il cammino verso la pace richiede un cuore aperto“. Ci sembrava allora ed è evidente ora, in contraddizione assoluta con le pretese dei media occidentali, che il popolo della Corea democratica vuole la pace più di ogni altra cosa, in modo da continuare la propria vita e a lavorare senza la costante minaccia dell’annientamento nucleare dagli Stati Uniti. Ma l’annientamento in realtà contro chi è volto e di chi è la colpa? Non loro. Ci mostrarono i documenti statunitensi catturati nella guerra di Corea, prove convincenti che gli Stati Uniti pianificarono l’attacco alla Corea democratica nel 1950. L’attacco fu condotto utilizzando le forze statunitensi e sudcoreane con l’aiuto di ufficiali dell’esercito giapponese che invase e occupò la Corea decenni prima. La difesa e il contro-attacco della Corea democratica furono definite dagli Stati Uniti “aggressione”, manipolando i media per far sì che le Nazioni Unite sostenessero l'”operazione di polizia”, eufemismo usato per sostenere difatti la loro guerra di aggressione alla Corea democratica. Tre anni di guerra e 3,5 milioni di morti coreani seguirono e gli Stati Uniti minacciano guerra imminente ed annientamento fin da allora.
Il voto delle Nazioni Unite a favore dell'”azione di polizia” nel 1950 fu illegale, dato che l’URSS era assente al voto del Consiglio di Sicurezza. Il quorum era necessario al Consiglio di sicurezza secondo il proprio regolamento interno, in modo che tutte le delegazioni siano presenti, senza cui una sessione non può procedere. Gli statunitensi usarono il boicottaggio sovietico del Consiglio di sicurezza come opportunità. Il boicottaggio era a difesa della posizione della Repubblica Popolare Cinese, per concederle il seggio al Consiglio di Sicurezza e non al perdente governo del Kuomintang. Gli statunitensi si rifiutarono di fare la cosa giusta, così i russi si rifiutarono di sedersi al tavolo fin quando non lo potesse il legittimo governo cinese. Gli statunitensi usarono tale occasione per effettuare una sorta di colpo di Stato alle Nazioni Unite, occupandone il meccanismo per i propri interessi ed organizzando con inglesi, francesi e Kuomintang il sostegno alle loro azioni in Corea, con un voto in assenza dei sovietici. Gli alleati fecero come gli statunitensi ordinarono e votarono la guerra alla Corea, ma il voto non era valido e la “azione di polizia” non era un’operazione di mantenimento della pace giustificato dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, in quanto l’art. 51 afferma che tutte le nazioni hanno diritto alla legittima difesa contro l’attacco armato, ciò che i nordcoreani affrontavano e a cui rispondevano. Ma gli statunitensi non si curarono mai della legalità, mentre il loro piano era conquistare e occupare la Corea democratica come passo verso l’invasione della Manciuria e della Siberia, che la legalità non doveva ostacolare.
Gli occidentali non hanno idea della distruzione inflitta alla Corea da statunitensi e loro alleati; che Pyongyang fu bombardata a tappeto fu dimenticato, come la carneficina di civili in fuga mitragliati dagli aerei statunitensi. Il New York Times dichiarò che allora 8500000 kg di napalm furono utilizzati in Corea solo nei primi 20 mesi di guerra. Furono sganciate più bombe sulla Corea dagli Stati Uniti che sul Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. Le forze statunitensi braccarono e uccisero non solo i membri del partito comunista, ma anche le loro famiglie. A Sinchon vedemmo la prova che i soldati statunitensi spinsero 500 civili in un fosso, li cosparsero di benzina e gli diedero fuoco. Scendemmo in un rifugio antiaereo con le pareti ancora annerite dalla carne bruciata di 900 civili, tra cui donne e bambini, che cercarono riparo nel corso di un attacco statunitense. I soldati statunitensi furono visti versare benzina giù per le prese d’aria del rifugio e bruciarli a morte. Questa è la realtà dell’occupazione statunitense per i coreani. Questa è la realtà che temono ancora e non vogliono che si ripeta. Possiamo dargli torto? Ma anche con tale storia, i coreani sono disposti ad aprire il cuore agli ex-nemici. Il Maggiore Kim Myong Hwan, allora negoziatore principale a Panmunjom sulla linea DMZ, ci disse che il suo sogno era essere scrittore, poeta, giornalista, ma disse in toni cupi che lui e i suoi cinque fratelli “si allinearono” sulla DMZ da soldati per ciò che successe alla famiglia. Disse che la loro lotta non era contro il popolo statunitense, ma contro il loro governo. Era per la famiglia perduta a Sinchon; suo nonno fu appeso a un palo e torturato, la nonna colpita da una baionetta nello stomaco e lasciata morire. Disse: “Vedi, dobbiamo farlo. Dobbiamo difenderci. Non ci opponiamo al popolo statunitense. Ci opponiamo alla politica di ostilità statunitense e ai suoi sforzi per controllare il mondo ed infliggere calamità ai popoli”. Era parere della delegazione che mantenendo l’instabilità in Asia, gli Stati Uniti possono mantenere una massiccia presenza militare e tenere a bada la Cina nelle relazioni con le Coree e il Giappone, facendo leva contro Cina e Russia. Con la continua pressione in Giappone per rimuovere le basi statunitensi a Okinawa, le operazioni militari e le esercitazioni di guerra coreane rimangono un punto centrale degli sforzi statunitensi per dominare la regione
La questione non è se la Corea democratica possieda le armi nucleari, legalmente autorizzata ad avere, ma se gli Stati Uniti, che hanno armi nucleari nella penisola coreana e che v’installano il sistema di difesa missilistica THAAD, minacciando la sicurezza di Russia e Cina, siano disposti a collaborare con il Nord sul trattato di pace. Trovammo i nordcoreani avidi di pace e non attaccati alle armi nucleari se la pace può essere stabilita. Ma la posizione statunitense resta arrogante, aggressiva, minacciosa e pericolosa più che mai. Nell’epoca della dottrina del “cambio di regime” e della “guerra preventiva”, e degli sforzi statunitensi per sviluppare armi nucleari dalla bassa potenza, nonché dell’abbandono e manipolazione del diritto internazionale, non sorprende che la Corea democratica giochi la carta nucleare. Che scelta devono prendere i coreani se gli Stati Uniti minacciano la guerra nucleare ogni giorno e i due Paesi che logicamente dovrebbero sostenerli contro l’aggressione statunitense, Russia e Cina, si uniscono agli statunitensi nel condannare i coreani per dotarsi dell’unica arma che può fungere da deterrente contro tali attacchi. La ragione è chiara dato che russi e cinesi hanno armi nucleari costruite per fungere da deterrente all’attacco dagli Stati Uniti, come la Corea democratica. Alcune loro dichiarazioni governative indicano che temono una situazione fuori controllo e che la difesa della Corea democratica comporti l’attacco degli Stati Uniti, venendo attaccati anche loro. Si può capirne l’ansia. Ma si pone la domanda del perché non sostengano il diritto della Corea democratica all’autodifesa e facciano pressione sugli statunitensi concludere un trattato di pace e non aggressione, e ritirare le loro forze nucleari e armate dalla penisola coreana. Ma la grande tragedia è la chiara incapacità del popolo statunitense di pensarci da sé, a fronte degli inganni continui, e di chiedere ai propri capi di esaurire tutte le possibilità di dialogo e di pace prima di contemplare l’aggressione nella penisola coreana.
Scopo fondamentale della politica della Corea democratica è stipulare un patto di non aggressione e un trattato di pace con gli Stati Uniti. I nordcoreani più volte hanno dichiarato che non vogliono attaccare nessuno o essere in guerra con qualcuno. Ma hanno visto quanto è successo in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e innumerevoli altri Paesi e non hanno alcuna intenzione che ciò gli accada. E’ chiaro che qualsiasi invasione degli Stati Uniti sarebbe contrastata con vigore e che la nazione può sopportare una lunga e dura lotta. In un altro luogo sulla DMZ incontrammo un colonnello con il binocolo a tracolla, dal quale vedemmo attraverso la zona tra nord e sud. Vedemmo un muro di cemento costruito sul lato sud, una violazione degli accordi della tregua. Il maggiore descrisse tale struttura permanente come “vergogna del popolo coreano, popolo omogeneo“. Un altoparlante blaterava continuamente propaganda e musica dal lato sud. Il rumore fastidioso durava 22 ore al giorno, disse. Improvvisamente, in un altro momento surreale, gli altoparlanti del bunker iniziarono a urlare l’overture del Guglielmo Tell, meglio noto negli USA come sigla del Lone Ranger. Il colonnello ci esortò ad aiutare a far capire ciò che realmente accade nella Corea democratica, invece di basarsi sulla disinformazione. Ci disse “Sappiamo che come noi amate la pace, gli statunitensi hanno bambini, genitori e famiglie“. Gli dicemmo che saremmo tornati dalla nostra missione con un messaggio di pace e che speravamo di tornare un giorno a “camminare con lui liberamente in queste splendide colline”. Fece una pausa e disse: “Anch’io credo sia possibile“.
Così, mentre il popolo della Corea democratica spera nella pace e nella sicurezza, gli Stati Uniti e il loro regime fantoccio nel sud della penisola, minacciano la guerra per i prossimi tre mesi, con le più grandi esercitazioni mai condotte con portaerei, sottomarini nucleari, bombardieri invisibili, aerei e numerosi soldati, artiglieria e blindati. La propaganda è salita a livelli pericolosi con i media che accusano il Nord di aver assassinato un parente del leader della Corea democratica in Malesia, anche se non vi è alcuna prova e nessun motivo per ciò. Gli unici a beneficiare dell’omicidio sono gli statunitensi e i loro media che creano isteriche accuse al Nord, ora sulle armi chimiche del Nord. Sì, amici, pensano che siamo nati ieri e che non abbiamo imparato una cosa o due sul carattere dei capi statunitensi e la natura della loro propaganda. Non meraviglia che la Corea democratica tema che un giorno tali “esercitazioni” diventino una guerra vera, che tali “manovre” siano solo una copertura per l’attacco, e nel frattempo creare un’atmosfera di terrore presso il popolo coreano? C’è molto che si può dire della vera natura della Corea democratica, dei suoi popolo, sistema socio-economico e cultura. Ma non c’è spazio qui. Spero che la gente possa visitarla, come il nostro gruppo fece, e capire da sé ciò che abbiamo vissuto. Invece concluderò con il paragrafo conclusivo della relazione congiunta stesa al nostro ritorno dalla RPDC, nella speranza che le persone che lo leggano pensino ed agiscano per supportarne l’appello alla pace.
I popoli del mondo devono sapere la storia completa della Corea e del ruolo del nostro governo nel promuovere squilibrio e conflitti. L’azione va assunta da avvocati, gruppi di comunità, attivisti per la pace e tutti i cittadini del pianeta, per evitare che il governo degli Stati Uniti diffonda la propaganda per sostenere l’aggressione alla Corea democratica. Il popolo statunitense è vittima di un grande inganno. C’è troppo in gioco per farsi di nuovo ingannare. Questa delegazione di pace ha appreso nella Corea democratica una significativa verità essenziale nelle relazioni internazionali. E’ con maggiore comunicazione, negoziati seguiti da promesse mantenute e un profondo impegno per la pace, si può salvare il mondo letteralmente da un cupo futuro nucleare. L’esperienza e la verità ci libereranno dalla minaccia della guerra. Il nostro viaggio nella Corea democratica, la presente relazione e il nostro progetto sono piccoli sforzi per renderci liberi“.Christopher Black è un avvocato penalista internazionale di Toronto. Noto per una serie casi di crimini di guerra di alto profilo. di recente ha pubblicato il romanzo “Sotto le nuvole”. Scrive saggi su diritto, politica ed eventi internazionali, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Crisi coreana, una polveriera in ascesa

Caleb Maupin New Eastern Outlook 10/03/2017Mentre il materiale del Terminal High Altitude Area Defense, comunemente chiamato THAAD, arriva nella regione meridionale della penisola coreana, le tensioni nella regione sembrano acuirsi. Numerose crisi in corso in Corea del Sud iniziano a pesare, con possibili implicazioni regionali e globali. La principale fonte di tensione è il nuovo sistema missilistico eretto in cooperazione con gli Stati Uniti. La narrazione dei media sul THAAD è che la Repubblica popolare democratica di Corea, denigrata come “follia nordcoreana”, minaccia di distruggere la Repubblica di Corea del sud. Il nuovo sistema missilistico sarebbe semplicemente un mezzo per proteggere un vulnerabile alleato democratico degli Stati Uniti, che rischia di essere spazzato via. Mark Toner del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha descritto la costruzione del THAAD come “franca risposta a una minaccia”.

Chi impazzisce per il THAAD? E perché?
Le obiezioni al THAAD non provengono solo da Pyongyang. Mosca e Pechino si dichiarano contro il nuovo sistema missilistico per ragioni regolarmente ignorate dai media degli Stati Uniti. La Corea del Sud non è vulnerabile e sola. Gli Stati Uniti vi hanno 28500 soldati, oltre ad aerei da combattimento F-16 e A-10. I militari della Corea del Sud sono assai ben armati, con caccia F-35, cacciatorpediniere Aegis e armamenti di ogni tipo acquistati negli Stati Uniti. Il sistema missilistico THAAD viene costruito su contratto con Lockheed-Martin, secondo termini da guerra fredda, è un “sistema che consente l’attacco”. Una volta completato, le forze di Stati Uniti e Corea del Sud sono libere di lanciare un attacco a Corea democratica, Cina e Russia. Il sistema THAAD, sul modello dell’Iron Dome israeliano, impedirebbe attacchi di ritorsione volti a fermare gli aggressori. Il THAAD consente a Stati Uniti e Corea del Sud di attaccare i Paesi della regione, mentre sono protetti dalla risposta. Inoltre, THAAD include un sistema radar che osserverà l’attività regionale non solo in Corea democratica ma anche nel nord della Cina. Non è difficile capire il motivo per cui Russia e Cina siano fortemente contrarie a questo miliardario progetto militare. I sistemi che permettono gli attacchi con radar in profondità non riducono le tensioni nella regione. Il THAAD è l’ultimo sviluppo del “pivot asiatico” del Pentagono, il passaggio di forze nel Pacifico. Mosse simili hanno già intensificato le tensioni nel Mar Cinese Meridionale. La giustificazione sui media degli Stati Uniti del piano si basano su una caricatura falsa e razzista della Corea democratica. I film di Hollywood, notizie smentite sulle esecuzioni con cani selvatici, e voci continue dipingono l’immagine della leadership della Corea democratica come un gruppo di demoni dediti alla guerra nucleare. In realtà, il governo nordcoreano ha più volte dichiarato che il suo obiettivo è pacifico, la democratica riunificazione della penisola, non la guerra, la morte e la distruzione.

Dissenso, repressione e democrazia
Mentre tale sistema missilistico controverso e provocatorio veniva eretto, la presidentessa della Repubblica di Corea affrontava l’impeachment. Park Geun-hye è stata sospesa mentre il Paese si prepara al processo d’impeachment. Park fu colta prendere tangenti e dare favori ai membri dell’elite aziendale. Li Jae-yong, descritto come il de-facto capo del conglomerato multinazionale dell’elettronica Samsung, viene processato per rapporti illeciti con la presidentessa Park. Li Jae-Myung, populista di sinistra, cresce in popolarità. La carriera politica di Li è strettamente legata all’espansione delle rete di sicurezza sui posti di lavoro e sociali. Li è anche un netto avversario del THAAD. La voce di Li aderisce al coro di attivisti coreani che affollano le strade per protestare contro la presenza delle truppe degli Stati Uniti e l’installazione del nuovo sistema missilistico. L’ampio movimento anti-statunitense di sinistra tra i coreani, che faceva notizia a livello mondiale nei decenni precedenti, non è scomparso. Persiste tra giovani e meno giovani, nonostante le pesanti restrizioni sull’attività e la costante repressione. I media globali hanno definito Li Jae-Myung come il “Bernie Sanders” sudcoreano. Tuttavia, vi è una differenza fondamentale tra Li e Sanders. Sanders si presenta da “socialista democratico”. Li non usa tali termini per descriversi, in quanto sarebbe illegale secondo le leggi di sicurezza nazionale. Mentre milioni di coreani che vivono nel sud s’identificano con il sindacalismo, l’anticapitalismo, il socialismo e altre idee della sinistra radicale, la capacità di esprimersi è strettamente limitata. La minima critica al capitalismo, le discussioni sulla storia della guerra di Corea o dichiarazioni in qualche modo percepite come sostegno al Paese del nord, possono precipitarli in carcere. Le leggi di sicurezza nazionale della Corea del Sud sono condannate da Human Rights Watch, Amnesty International e molti enti internazionali. Il fotografo e attivista 24enne Park Jung-Geun è stato condannato ed ha avuto una pena sospesa di 10 mesi solo per aver twittato con sarcasmo la frase “Viva Kim Jong-Il” nel 2012. Il Partito Progressista Unificato, voce dissidente nella politica coreana, è stato messo fuori legge. I dirigenti del partito imprigionati dopo la comparsa di una registrazione audio. Il reato per cui i leader del partito sono stati condannati a decenni di carcere era una conversazione ipotetica su cosa fare nel caso di guerra tra Nord e Sud. Mentre la narrazione dei media degli Stati Uniti l’ignora, negli anni successivi alla divisione del Paese nel 1945, la metà meridionale della penisola coreana non fu democratica. Dittatori militari come Sygman Ri governarono con pugno di ferro. La presidentessa inquisita e che affronta un processo per impeachment, è lei stessa figlia di Park Chung-Hi, il dittatore che governò il Paese fino all’assassinio nel 1979. Il padre dell’attuale presidentessa non solo represse brutalmente sindacati e studenti dissidenti, ma massacrò migliaia di coreani semplicemente perché senza fissa dimora. Nel 1975, Hi emise un ordine alla polizia per rimuovere tutti i senzatetto dalla capitale Seoul. I coreani arrestati dalla polizia per vagabondaggio finirono in una rete di 36 diversi campi di prigionia nel Paese, e costretti a lavorare per lunghe ore. La tortura era regolare in questi campi, e un numero imprecisato ne morì. Mentre i media degli USA spacciano all’infinito affermazioni prive di fondamento sui “campi di lavoro” nel Nord, spesso provenienti da disertori chiaramente incentivati ad esagerare, la realtà dei campi di lavoro dei regimi nel sud, appoggiati dagli Stati Uniti, e le migliaia di morti per avervi lavorato, viene ampiamente ignorata.

Quale ruolo avrà la Corea del Sud?
La Cina non ha semplicemente solo obiettato al THAAD. Le aziende cinesi sono strettamente controllate dal Partito comunista e le loro attività sono in sintonia con il piano di sviluppo quinquennale del Paese. Gli osservatori internazionali hanno spesso commentato la capacità dei governi cinesi di collaborare con l’industria privata per perseguire obiettivi geopolitici. Un boicottaggio non dichiarato della Corea del Sud è ormai in corso da parte delle imprese cinesi. I siti web del turismo della Cina hanno smesso le prenotazioni per la Corea del Sud, meta popolare per i turisti cinesi negli ultimi anni. Anche il conglomerato giapponese-coreano noto come Lotte affronta un improvviso calo degli affari in Cina. 23 negozi della Lotte sono stati appena chiusi. Programmi musicali e televisivi sudcoreani sono stati bloccati dai servizi web-streaming in Cina. Mentre la Cina riduce notevolmente i rapporti commerciali con la Corea del Sud, i critici di Pechino definiscono queste misure “sanzioni non ufficiali” in rappresaglia al THAAD. Durante la campagna presidenziale, Donald Trump mise in discussione il rapporto degli Stati Uniti con la Corea del Sud, dicendo: “Staremo meglio francamente se la Corea del Sud iniziasse a proteggersi da sola… devono proteggersi da soli o devono pagarci”. Anche se Li Jae-Myung è di sinistra e Trump s’identifica con la destra estrema degli Stati Uniti, su questo tema sembrano essere d’accordo. Li avrebbe detto “gli statunitensi hanno messo sotto accusa la loro dirigenza eleggendo Trump… Le nostre elezioni faranno lo stesso“. Li Jae-Myung, che vuole ridurre la presenza militare degli Stati Uniti, è uno dei “tre grandi” che parteciperanno alle elezioni presidenziali imminenti. Sempre più coreani sono d’accordo con la sua argomentazione che allearsi con gli Stati Uniti contro nord, Cina e Russia non è nell’interesse del popolo. Inoltre, meno del 4% della popolazione sostiene la presidentessa in disgrazia. La Corea del Sud potrebbe presto seguire le Filippine, dove il vecchio status quo neoliberista e filo-statunitense è stato scosso dall’elezione di Rodrigo Duterte.
Con la bollente polemica sul THAAD, tra scandali di corruzione e impeachment, malcontento verso lo status quo e le rinnovate tensioni con il Nord, la parte meridionale della penisola coreana diventa gradualmente un focolaio globale. Il punto di disaccordo sembra essere il ruolo che il sud coreano giocherà nel mondo. La metà meridionale della penisola coreana rimarrà un’estensione dell’influenza degli Stati Uniti in Asia, o seguirà le orme dei suoi potenti vicini cinesi e del Nord? I sudcoreani dichiareranno l’indipendenza economica, politica e militare da Stati Uniti e Giappone? Queste domande, che hanno spinto tante rivolte proteste, colpi di Stato e scioperi dal 1945, non spariranno presto.Caleb Maupin è un analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso il Baldwin-Wallace College e fu ispirato e coinvolto dal movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

2017, anno di profondi cambiamenti in Giappone e nell’Asia

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 02/02/02017abe-and-trump-e1479260342352-940x580Frasi come “l’anno in corso porta al mondo nuove e impreviste sfide” si trovano spesso negli articoli che tentano di prevedere gli eventi del prossimo anno. La banalità della frase non può escludere il fatto che si applicherebbe al 2017 forse più che mai negli ultimi due-tre decenni. L’immagine del nuovo gioco globale iniziatosi a formare subito dopo la fine della guerra fredda, per tentativi ed errori, apparirebbe chiaro quest’anno. Caratteristica principale e più significativa è che il centro del gioco, tra Europa e Atlantico per secoli, passa nella regione Asia-Pacifico. La prova di questo processo irreversibile vede l’inutilità della NATO, evidente a tutti (quasi senza eccezione), e della sua controllata Unione europea; due dinosauri della guerra fredda condannati all’estinzione, nonostante gli sforzi disperati compiuti negli ultimi due-tre anni per continuarne l’inutile esistenza (tranne che per certi gruppetti dell’Europa orientale e certi ambienti in Russia). Nuovi attori principali appaiono nel nuovo gioco globale che si sviluppa nella regione Asia-Pacifico. In effetti, uno di questi attori era già presente: gli Stati Uniti, il cui ruolo sulla scena mondiale dovrà affrontare cambiamenti radicali quest’anno. A tal proposito, l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti (che sembra conseguenza di coincidenze assurde e “complotti”) riflette le esigenze dello Stato di recente formazione. Gli altri due attori importanti sono Cina e Giappone. Inoltre, i problemi che devono affrontare nel prossimo anno saranno sostanzialmente determinati dalla continua incertezza su entità e direzione del mutamento della politica estera degli Stati Uniti, avversario principale della Cina e alleato chiave del Giappone. La prossima 19.ma sessione del Partito comunista cinese si occuperà della ricerca di risposte alle varie sfide in politica interna ed estera. La sessione è prevista per la seconda metà del 2017. Questo evento sarà significativo per lo sviluppo della Cina e la situazione nell’Asia-Pacifico nel complesso.
Per il Giappone, il nuovo anno potrebbe diventare cruciale per la “normalizzazione” a lungo cercata nel Paese. La caratteristica principale dell'”anomalia” giapponese (secondo le convenzioni di questa categoria in un mondo sempre più folle) è l’articolo 9 della Costituzione, che prevede, in primo luogo, che l’uso della forza militare per affrontare sfide in politica estera sia illegale “per sempre” e in secondo luogo (quindi) vietare di avere proprie forze armate. Tuttavia, il secondo postulato si presenta già anacronistico dato che, infatti, il Giappone ha da tempo una delle forze armate più potenti del mondo: “le Forze di Autodifesa giapponesi”. Così l’assai probabile eliminazione del secondo postulato dell’articolo 9 comporterà solo la ridenominazione delle Forze di Autodifesa giapponesi in ciò che sono: “Forze Armate”. Secondo i sondaggi, i cittadini del Paese sono pronti ad accettare la realtà della denominazione delle forze armate esistenti. Tuttavia, non sono (ancora) pronti ad accettare che queste forze attuino tutti i compiti assegnati alle forze armate di uno Stato “normale”. Ad esempio, se quest’ultimo si allea con qualche altro Stato “normale”, significa che ciascuno di essi sarà pronto a fornire (in determinate circostanze) aiuto armato all’alleato. Il primo postulato dell’articolo 9 lo rende quasi impossibile al Giappone. Se gli Stati Uniti estendono al Giappone l'”ombrello della sicurezza nucleare” in virtù del trattato del 1960, le Forze navali giapponesi, perfettamente in grado, non hanno il diritto di aiutare la flotta degli USA (con i rifornimenti di vettovaglie, per esempio), se al largo del Giappone subisse attacchi da uno Stato “terzo”.
Anche se la nuova legislazione sulla difesa adottata nell’autunno 2015 apre in qualche modo all’accettazione degli obblighi dell’alleanza USA-Giappone, il primo postulato dell’articolo 9 rimane un ostacolo insormontabile per qualsiasi ampio sviluppo di tale tendenza. Inoltre, uno squilibrio simile (anche se, ovviamente, meno evidente) può osservarsi nelle relazioni tra USA ed Europa. Anche se alle origini il già citato “squilibrio” era completamente razionale e reciprocamente vantaggioso per i contraenti, gli statunitensi attualmente non ne sono più interessati, e l’esistenza provoca insoddisfazione tra i cittadini degli Stati Uniti che, infine, hanno fatto vincere a D. Trump le elezioni presidenziali. La classe politica giapponese respinge completamente le restrizioni all’industria della Difesa, data la necessità oggettiva dell’alleanza con gli Stati Uniti (oltre alla crescita globale della Cina). Questo non è certo possibile, ora, senza l'(almeno parziale) allineamento agli obblighi tra le parti. L’obiettivo principale della politica del Primo ministro Shinzo Abe è la revisione della Costituzione del dopoguerra. Nel tentativo di superare la resistenza dei giapponesi al processo di piena “normalizzazione” del Paese, il governo gioca la carta del “patriottismo”, dalla metà dello scorso anno, in modo così trasparente da fare intendere che l’attuale Costituzione fu scritta da un gruppo di avvocati dall’amministrazione occupante del generale D. MacArthur. Tali sforzi sono falliti. In generale, i giapponesi sono soddisfatti dello status quo del dopoguerra, indipendentemente l’autore della base costituzionale. Tuttavia, ciò rafforza la determinazione di Abe a raggiungere il suo obiettivo, come dimostra la dichiarazione del 4 gennaio 2017, nel corso di una visita al principale santuario shintoista, ad Ise. Ricordando che il prossimo anno sarà il 70° anniversario dell’adozione della Costituzione, Abe sosteneva di “studiare le lezioni del passato, e di procedere con il rinnovamento della nazione per i prossimi 70 anni”. Frasi come “rinnovamento della nazione” e “responsabilità per le prossime sfide” sicuramente si riferiscono alle dichiarazioni di alcuni membri del suo gabinetto (in particolare, la ministra della Difesa Tomomi Inada) sulla necessità di adottare la “sua” Costituzione.
Attualmente, il governo del Partito Liberaldemocratico e del suo “socio di minoranza” partito Komeito, che hanno i due terzi dei voti nelle camere del Parlamento, ha i presupposti per avviare un estremamente difficile procedimento per modificare la costituzione. Tuttavia, i suoi promotori affronteranno l'”agguato” nella fase finale del processo, quando dovranno avere la maggioranza al referendum nazionale, cosa più facile a dirsi che a farsi. Va ricordato che la società giapponese non è pronta ad abbandonare le condizioni confortevoli della politica estera decisa dall’attuale Costituzione. La prospettiva di battere l’opposizione passiva dell’opinione pubblica è piuttosto dubbia senza il sostegno dei partiti d’opposizione. Pertanto, il Partito Liberaldemocratico invita l’opposizione ad iniziare a discutere necessità e contenuto delle modifiche. Gli oppositori hanno apparentemente deciso di “parlarne” ma certamente non sosterranno il progetto di abolizione (almeno) del primo postulato dell’articolo 9. Sulle prospettive dell’adozione di emendamenti costituzionali, un cambiamento “favorevole” del pubblico sarebbe assicurato dal deterioramento delle relazioni con la Cina e dalle simultanee misure adottate da D. Trump, secondo le sue dichiarazioni pre-elettorali di “carattere neo-isolazionista”. Se il primo fattore sembra destinato a essere più o meno “favorevole” (cioè non vi sono evidenti miglioramenti nelle relazioni Giappone-Cina), la politica estera degli USA tendente al “neo-isolazionismo” è stata evidentemente abbandonata. In ogni caso (secondo alcune fonti), William Hagerty, nominato da D. Trump nuovo ambasciatore degli Stati Uniti, arriverà a Tokyo e, essendo attesissimo dall’élite giapponese, sarà “indispensabile nel rafforzare i rapporti Giappone-USA”. Come dice il proverbio, le preghiere del primo ministro giapponese sono state ascoltate da D. Trump neopresidente degli Stati Uniti.
Ora, è difficile dire come l’attuazione specifica delle suddette tendenze estere influenzi i piani dell’attuale leadership per fare del 2017 l’anno di svolta della “normalizzazione” del Paese. Il fatto che il Giappone sia sul punto di un mutamento radicale è testimoniato dall’importantissimo segnale ricevuto nell’agosto 2016, quando l’imperatore Akihito dichiarò l’intenzione di dimettersi “per motivi di salute”. Tuttavia, i dettagli che accompagnavano questa affermazione (del tutto eccezionale per la storia del Giappone) meritano ulteriori considerazioni.JAPAN-US-DIPLOMACYVladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le “Fake News” sulla Corea democratica

Caleb Maupin New Eastern Outlook /11/02/20171028339508I media continuano la campagna contro le “notizie false”, invitando la gente a ascoltare solo i soliti media capitalisti filo-occidentali, nonostante la loro documentata storia di imprecisioni. I media statunitensi denigrano tutto ciò che riguarda la Repubblica Popolare Democratica di Corea, un grande esempio di parzialità e inganno. A volte i media degli Stati Uniti vengono colti a riportare palesemente falsità sulla Corea democratica, come ad esempio la pretesa scandalosa che Kim Jong-Un abbia giustiziato qualcuno facendolo sbranare da un branco di cani selvatici. Ciò s’è dimostrato falso, o fake news. Tuttavia, la maggior parte del pubblico viene ingannato sulla RPDC in modo più sottile.

I “miracoli economici” dimenticati
Ad esempio, la maggioranza degli statunitensi crede che il sistema economico della metà settentrionale della penisola coreana sia un fallimento assoluto che ha causato null’altro che carestie; ciò è palesemente falso. Un nuovo video del Council on Foreign Relations, think tank della politica estera statunitense, vede Scott Snyder menzionare di passaggio: “E’ un sistema socialista, basato sul modello sovietico. L’economia è centralizzata e funzionò bene nei primi anni ’60, ma s’è bloccata“. Un articolo della BBC del 2008 diceva la stessa cosa: “A un certo momento, l’economia centralmente pianificata della Corea democratica sembrava funzionare bene, anzi, nei primi anni dopo la creazione della Corea democratica, dopo la seconda guerra mondiale, ebbe risultati spettacolari. La mobilitazione di massa della popolazione, insieme all’assistenza tecnica e gli aiuti finanziari sovietici e cinesi posero tassi di crescita economica annua del 20%, addirittura del 30%, negli anni successivi la devastante guerra di Corea del 1950-1953. Ancora nel 1970, la Corea del Sud languiva all’ombra del “miracolo economico” del Nord“. Lo Studio della RPDC pubblicato dall’US Library of Congress descrive in dettaglio i risultati economici del Paese, come alloggi, alfabetizzazione, autosufficienza e accesso alle sanità. La carestia si ebbe negli anni ’90. All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, la Corea democratica non poteva importare petrolio, da cui il sistema alimentare del Paese dipendeva. Nella Corea democratica tale periodo è noto come l'”ardua marcia”. Il governo incolpò le sanzioni degli Stati Uniti per la crisi alimentare. Tuttavia, quando si parla di Corea democratica, i media statunitensi sottolineano il periodo dell'”ardua marcia” e omettono i “miracoli economici” degli anni ’60. Inoltre, le cause della crisi alimentare degli anni ’90 non vengono mai spiegate. Un singolo episodio della carestia degli anni ’90 non rappresenta l’intera esperienza della costruzione del socialismo in Corea democratica. Inoltre, il pubblico è portato a credere che gli unici fattori furono fallimento dell’economia socialista e incapacità del Partito dei Lavoratori di Corea. Di solito evitando di parlate degli altri fattori, come sanzioni, mancanza di terreni coltivabili, siccità, inondazioni, ecc.

Nucleare: tutta la storia
L’altro esempio di omissione ed enfasi riguarda la proliferazione nucleare. La Corea democratica si ritirò dal trattato di non proliferazione nucleare il 10 gennaio 2003. E si riconosce ora che il Paese possiede armi nucleari. Perché? I media statunitensi ignorano, omettono o nascondono il contesto dello sviluppo delle armi nucleari nordcoreane. Il pubblico è portato a credere che la Corea democratica abbia sviluppato in modo casuale le armi nucleari, con il desiderio di attaccare gli Stati Uniti o minacciare i vicini. Si veda meglio il contesto omesso della storia della proliferazione nucleare nella penisola coreana. Durante la guerra di Corea, milioni di coreani morirono. Alcuni stimano che circa il 30% della popolazione della Corea democratica andò persa. Ogni edificio di più di un piano fu distrutto. Durante la guerra, gli Stati Uniti pensarono apertamente di usare le armi nucleari contro le forze coreane e cinesi. Douglas MacArthur fece queste minacce pubblicamente. La Corea democratica ratificò il trattato di non proliferazione nucleare nel 1985. Nel 1993 minacciò di ritirarsi. A quel tempo, il Paese subiva carestia, minacce e sanzioni degli Stati Uniti, e la scomparsa degli alleati sovietici. Vi furono negoziati tra governo degli Stati Uniti e della Corea democratica da cui la Corea democratica non si ritirò. Nel 1994 l'”accordo quadro” fu posto tra Stati Uniti e Corea democratica. Si comprese che la Corea democratica avrebbe avuto aiuti agricoli e petrolio e gli Stati Uniti adottato relazioni diplomatiche con la Corea democratica, il tutto in cambio della non proliferazione nucleare. Tuttavia, gli Stati Uniti non adempirono mai all’accordo. Il Congresso degli Stati Uniti bloccò l’accordo che l’amministrazione Clinton aveva negoziato. In tale contesto, la Corea democratica non seguì gli obblighi dell’accordo e, infine, creò le armi nucleari. I media statunitensi ovviamente ignorano questi eventi. La leadership della Corea accettò di non sviluppare le armi nucleari in cambio di cibo per la popolazione affamata, così come di altre forme di aiuto umanitario, nel periodo delle carestie. I capi degli Stati Uniti non rispettarono le loro promesse. Poco cibo e petrolio fu consegnato. Quindi non sorprende od offende che la Corea democratica abbia lasciato perdere l’accordo, infine, e costruito le armi nucleari? Tale azione si conforma al racconto dello “Stato canaglia” guidato da un leader “folle” intenzionato a distruggere il pianeta?
Quando alcuni fatti di base sono menzionati, l’intero racconto e la percezione della Corea democratica vanno a pezzi. La Corea democratica non ha sempre subito la carestia e secondo le fonti, anche piuttosto ostili come BBC e Council on Foreign Relations, il suo sistema economico ebbe successo e inoltre la Corea democratica sviluppò armi nucleari solo in risposta all’inadempienza degli Stati Uniti ai loro obblighi nel negoziato. Avevano promesso certe cose in cambio della non creazione di armi nucleari. Non le ebbero e così andarono avanti. Questi fatti sono convenientemente dimenticati in ogni discussione sulla Corea democratica, ma sono molto importanti per capire il Paese e il suo rapporto con il mondo. Ignorando aspetti importanti della realtà, i media diffondono “notizie false” spingendo ad ascoltare esclusivamente esse? Non è probabilmente una buona idea, soprattutto per chi vuole la pace.16708720Caleb Maupin è un analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso il Baldwin-Wallace College ed è stato ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora