Storia sanguinaria della Corea

Bruce Cumings, Global Research, 17 maggio 2017Più di quarant’anni fa pranzai con uno storico diplomatico che, come me, studiava documenti sulla Corea presso l’Archivio nazionale di Washington. Osservò se la zona demilitarizzata coreana potesse essere l’epicentro della fine del mondo. Ad aprile, Kim In-ryong, diplomatico nordcoreano presso l’ONU, avvertiva “della situazione pericolosa in cui la guerra termonucleare esploderebbe in qualsiasi momento”. Pochi giorni dopo, il presidente Trump disse alla Reuters che “Potremmo finire coll’avere un grande conflitto con la Corea democratica”. Gli scienziati atmosferici statunitensi dimostrarono che anche una guerra nucleare relativamente contenuta avrebbe emesso abbastanza fumo e detriti da minacciare la popolazione globale: “Una guerra regionale tra India e Pakistan, per esempio, può danneggiare drasticamente Europa, Stati Uniti e altre regioni attraverso la perdita di ozono e il cambiamento climatico“. Com’è possibile che siamo arrivati a questo? Come fa un narcisista gonfio e vizioso, cui ogni altra parola sarebbe menzogna (adatto sia a Trump che a Kim Jong-un), non solo mantengano la pace del mondo nelle loro mani, ma forse il futuro del pianeta? Siamo arrivati a questo punto a causa della costante riluttanza da parte degli statunitensi a guardare la storia in faccia e a concentrarsi solo sulla stessa storia dei leader della Corea democratica. La Corea democratica ha celebrato l’85° anniversario della fondazione dell’Esercito del popolo coreano il 25 aprile, occasione della copertura televisiva completa delle sfilate a Pyongyang e delle enormi tensioni globali. Nessun giornalista sembrava chiedersi perché fosse l’85° anniversario quando la fondazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea fu nel 1948. Quello che si celebrava veramente era l’inizio della guerriglia coreana contro i giapponesi nella Cina nordorientale, datato ufficialmente 25 aprile 1932.
Dopo che il Giappone annetté la Corea nel 1910, molti coreani fuggirono, fra cui i genitori di Kim Il-sung, ma solo nel marzo 1932, quando il Giappone creò lo Stato-fantoccio del Manchukuo, il movimento d’indipendenza passò alla resistenza armata. Kim e i suoi compagni lanciarono una campagna che durò 13 duri anni, finché il Giappone non abbandonò il controllo della Corea nel quadro della resa del 1945. Questa è la base della legittimità della leadership nordcoreana agli occhi del popolo: nazionalisti rivoluzionari che resistettero alla colonizzazione del proprio Paese; resistettero ancora quando un massiccio attacco delle forze aeree statunitensi, durante la guerra di Corea, si rovesciò sulle loro città, costringendo la popolazione a vivere, lavorare e studiare nei rifugi sotterranei; continuano a resistere agli Stati Uniti da allora; anche al crollo del comunismo occidentale, e questo settembre la DPRK sarà durata più dell’Unione Sovietica. Ma è meno un Paese comunista che uno Stato-guarnigione, a differenza di qualsiasi altro. Tratto da una popolazione di soli 25 milioni di abitanti, l’esercito nordcoreano è il quarto del mondo, con 1,3 milioni di soldati, subito dopo il terzo, con 1,4 milioni di soldati, quello statunitense. La maggior parte della popolazione coreana adulta, uomini e donne, ha trascorso molti anni nell’esercito: le riserve sono limitate solo dalla dimensione della popolazione.
La storia della resistenza di Kim Il-sung contro i giapponesi è circondata da leggenda ed esagerazione nel Nord ed è negata nel sud. Ma è decisamente eroica: combatté per un decennio nell’ambiente dal più duro inverno immaginabile, con temperature a volte di 50° sotto zero. Uno studio recente ha dimostrato che i coreani costituirono la grande maggioranza dei guerriglieri in Manciuria, anche se molti erano comandati da ufficiali cinesi (Kim era membro del Partito Comunista Cinese). Altri guerriglieri coreani dirigevano dei distaccamenti, come Choe Yong-gon, Kim Chaek e Choe Hyon, e quando tornarono a Pyongyang nel 1945 costituirono il nucleo del nuovo regime. I loro discendenti costituiscono un’élite numerosa, il numero due del governo, Choe Ryong-hae, è figlio di Choe Hyon. La reputazione di Kim fu inavvertitamente rafforzata dai giapponesi, i cui giornali descrissero la battaglia tra lui e quei coreani che i giapponesi impiegarono per rintracciarlo e ucciderlo, tutti sotto il comando del generale Nozoe Shotoku che dirigeva la Divisione Speciale Kim dell’esercito imperiale. Nell’aprile 1940 le forze di Nozoe catturarono Kim Hye-sun, che si pensa fosse la prima moglie di Kim; i giapponesi tentarono invano di usarla per attrarre Kim, poi l’assassinarono. Takashi Maeda diresse un’altra unità speciale della polizia giapponese, con molti coreani; nel marzo 1940 le sue forze vennero attaccate dalla guerriglia di Kim, e le parti subirono pesanti perdite. Maeda inseguì Kim per quasi due settimane, prima di cadere in trappola. Kim gettò 250 guerriglieri contro i 150 soldati nell’unità di Maeda, uccidendolo assieme a 58 giapponesi e 17 aggregati, e prendendo 13 prigionieri e grandi quantità di armi e munizioni. Nel settembre 1939, quando Hitler invase la Polonia, i giapponesi mobilitarono ciò che lo studioso Suh Dae-sook descrive come “grande spedizione punitiva” con sei battaglioni dell’Armata del Kwantung giapponese e 20000 uomini dell’esercito e della polizia del Manchukuo in una campagna repressiva di sei mesi contro i guerriglieri guidati da Kim e Choe Hyon. Nel settembre 1940 una forza ancora più grande intraprese una campagna contro-insurrezionale contro i guerriglieri cinesi e coreani: “L’operazione punitiva fu condotta per un anno e otto mesi fino alla fine del marzo 1941“, scrive Suh “e i banditi, esclusi quelli guidati da Kim Il-sung, furono completamente annientati. I capi dei banditi furono uccisi o costretti a sottomettersi”. Una figura vitale nel lungo sforzo giapponese della controinsurrezione fu Kishi Nobusuke, che si fece un nome dirigendo le industrie delle munizioni. Definito criminale di guerra di classe A durante l’occupazione statunitense, Kishi evitò l’incarcerazione e divenne uno dei padri fondatori del Giappone del dopoguerra e del suo organo di governo, il Partito liberaldemocratico; fu primo ministro due volte tra il 1957 e il 1960. L’attuale primo ministro giapponese, Abe Shinzo, è nipote di Kishi che riverisce più di tutti i leader giapponesi. Trump cenava a Mar-a-Lago con Abe, l’11 febbraio, quando un messaggio arrivò, cortesia di Pyongyang: aveva appena testato con successo un nuovo missile a combustibile solido, sparato da un lanciatore mobile. Kim Il-sung e Kishi s’incontrano nuovamente tramite i nipoti. Sono passati otto decenni, e l’ostilità inconciliabile tra Corea democratica e Giappone è ancora nell’aria.
In occidente, il trattamento della Corea democratica è unilaterale e antistorico. Nessuno viene nominato correttamente. Durante la visita di Abe in Florida, Trump l’indicò come “primo ministro Shinzo“. Il 29 aprile, Ana Navarro, commentatrice della CNN, dichiarò: ‘Il ragazzino Un è un maniaco‘. La demonizzazione della Corea democratica trascende le linee di partito, basandosi su una serie di immagini subliminali razziste e orientaliste; nessuno è disposto ad accettare che i nordcoreani possano avere ragioni valide per non accettare la definizione statunitense della realtà. Il rifiuto della visione del mondo statunitense, generalmente percepita come indifferenza, persino insolenza di fronte all’enorme potere statunitense, rende la Corea democratica irrazionale e impossibile da controllare, quindi fondamentalmente pericolosa. Ma se commentatori e politici statunitensi ignorano la storia della Corea, dovrebbero almeno essere consapevoli della propria. Il coinvolgimento statunitense in Corea iniziò verso la fine della seconda guerra mondiale, quando i pianificatori del dipartimento di Stato temevano che i soldati sovietici, che entravano da settentrione nella penisola, avrebbero portato con sé 30000 guerriglieri coreani che avevano combattuto i giapponesi nella Cina nordorientale. Cominciarono a considerare l’occupazione militare piena che assicurasse agli USA la voce più forte negli affari coreani del dopoguerra. Poteva essere una breve occupazione o, come affermato da un documento, dalla “durata considerevole”; il punto principale era che alcun’altra potenza doveva avere un ruolo in Corea tale che “la forza proporzionale degli USA” fosse ridotta a “un punto in cui l’efficacia s’indebolisse”. Il Congresso e il popolo statunitensi non ne sapevano nulla. Molti dei pianificatori erano i nippofili che non avevano mai contestato le pretese coloniali del Giappone in Corea e ora speravano di ricostruire un pacifico e gestibile Giappone nel dopoguerra. Si preoccuparono che l’occupazione sovietica della Corea ostacolasse tale obiettivo e danneggiasse la sicurezza postbellica nel Pacifico. Con tale logica, il giorno dopo l’annientamento di Nagasaki, John J. McCloy del dipartimento della Guerra chiese a Dean Rusk e a un collega di andare in un ufficio dismesso a pensare come dividere la Corea. Scelse il 38esimo parallelo, e tre settimane dopo 25000 truppe statunitensi entrarono nella Corea del sud per istituirvi il governo militare. Durò tre anni. Per rafforzare l’occupazione, gli statunitensi impiegarono ogni mercenario dei giapponesi che poterono trovare, inclusi ex-ufficiali dell’esercito giapponese come Park Chung Hee e Kim Chae-gyu, diplomatisi all’accademia militare statunitense di Seoul nel 1946. (Dopo il colpo di Stato nel 1961, Park divenne presidente della Corea del Sud per un decennio e mezzo finché Kim, ex-capo dell’agenzia d’intelligence centrale, non l’uccise durante una cena). Dopo che gli statunitensi se ne andarono, nel 1948, l’area presso il 38° parallelo era sotto il comando di Kim Sok-won, altro ex-ufficiale dell’esercito imperiale, e non sorprende che dopo una serie di incursioni sudcoreane nel nord, scoppiò la guerra il 25 giugno 1950. Nello stesso sud, dove i capi si sentivano insicuri e consapevoli della minaccia di ciò che chiamavano Vento del nord, ci fu un’orgia di violenza di Stato contro chiunque potesse in qualche modo essere associato alla sinistra o al comunismo. Lo storico Hun Joon Kim scoprì che almeno 300000 persone furono detenute, uccise o semplicemente scomparse per mano del governo sudcoreano nei primi mesi di guerra. Il mio lavoro e quello di John Merrill indicano che tra 100000 e 200000 persone morirono per le violenze politiche prima del 1950, per mano del governo sudcoreano o delle forze d’occupazione statunitensi. Nel suo recente libro, Le Ferite della Guerra di Corea, combinando ricerca d’archivio, registrazioni delle fosse comune e interviste ai parenti di morti e fuggiaschi ad Osaka, Hwang Su-kyoung documenta i massacri nei villaggi sulle coste meridionali. In breve, la Repubblica di Corea fu una delle dittature più sanguinose della guerra fredda; molti responsabili dei massacri servirono i giapponesi nel lavoro sporco e furono poi rimessi al potere dagli statunitensi.
Agli statunitensi piace vedersi come semplici passanti nella storia del dopoguerra coreano. Si descrivono sempre al passivo: “La Corea fu divisa nel 1945”, senza menzionare McCloy e Rusk, due degli uomini più influenti della politica estera del dopoguerra, che tracciarono la linea senza consultare nessuno. Ci furono due colpi di Stato militari nel Sud, mentre gli Stati Uniti controllavano l’esercito coreano, nel 1961 e nel 1980; gli statunitensi rimasero fermi per non essere accusati d’interferire nella politica coreana. La democrazia e l’economia vibrante della Corea del Sud dal 1988 sembravano aver superato ogni esigenza di riconoscere i precedenti quarant’anni di storia, durante cui il Nord aveva ragionevolmente affermato che la propria autocrazia era necessaria per contrastare il dominio militare a Seoul. È solo nel contesto attuale che il Nord appare al meglio un anacronismo, al peggio una tirannia viziosa. Da 25 anni il mondo è stato trascinato ad impedire le armi nucleari nordcoreane, ma quasi nessuno indica che gli Stati Uniti le introdussero nel 1958 nella penisola coreana; ce n’erano centinaia quando il ritiro mondiale delle armi tattiche nucleari avvenne con George HW Bush. Ma ogni amministrazione statunitense dal 1991 ha sfidato la Corea democratica con frequenti voli di bombardieri nucleari nello spazio aereo sudcoreano e ogni giorno un sottomarino classe Ohio potrebbe colpire il Nord in poche ore. Oggi ci sono 28000 soldati statunitensi in Corea, perpetuando l’indebito stallo con la potenza nucleare del Nord. L’occupazione si è rivelata di “durata considerevole”, ma è anche il risultato di un fallimento strategico colossale, entrato nell’ottavo decennio. È comune per gli esperti affermare che Washington non può che prendere seriamente la Corea democratica, ma essa adotta le proprie misure e non si sa come risponderebbe.
Sentendo Trump e la sua squadra della sicurezza nazionale, la crisi attuale è causata dalla Corea democratica sul punto di sviluppare un ICBM che colpirebbe il cuore degli USA. La maggior parte degli esperti pensa che ci vorranno quattro o cinque anni per diventare operativi, ma davvero, che differenza fa? La Corea democratica ha testato il suo primo missile a lungo raggio nel 1998 per commemorare il 50° anniversario della fondazione della RPDC. Il primo missile a medio raggio fu testato nel 1992: volò per diverse centinaia di miglia centrando il bersaglio. La Corea democratica ha ora altri sofisticati missili a media gittata e mobili che utilizzano combustibili solidi, rendendo difficili individuarli e facili da lanciare. Circa duecento milioni di persone in Corea e Giappone si trovano nel raggio di questi missili, per non parlare di centinaia di milioni di cinesi, dell’unica divisione dei marines statunitensi in permanenza all’estero, a Okinawa. Non è chiaro se la Corea democratica possa effettivamente attaccare con un missile a testata nucleare, ma se accadesse per rabbia, il Paese verrebbe immediatamente trasformato in ciò che Colin Powell chiamò memorabilmente “una graticola di carbone”. Ma, come ben sapeva il generale Powell, avevamo già trasformato la Corea democratica in una graticola di carbone. Il regista Chris Marker visitò il Paese nel 1957, quattro anni dopo la fine dei bombardamenti a tappeto degli Stati Uniti e scrisse: “Lo sterminio ha travolto questa terra. Chi poteva contare cosa bruciò con le case?… Quando un Paese è diviso da un confine artificiale e c’è da ogni lato una propaganda implacabile, è ingenuo chiedersi da dove provenga la guerra: il confine è la guerra”. Avendo riconosciuto la prima verità di quella guerra, ancora un alieno che si diceva statunitense (anche se gli statunitensi tracciarono il confine), osservò: “L’idea che i nordcoreani hanno generalmente degli statunitensi può essere strana, ma devo dire che, dopo aver vissuto negli Stati Uniti intorno alla fine della guerra coreana, nulla può uguagliare la stupidità e il sadismo delle immagini dei combattimenti che circolavano al tempo, “i rossi bruciano, arrostiscono e carbonizzano“.” Sin dall’inizio, la politica statunitense adottò varie opzioni per cercare di controllare la RPDC: sanzioni, in vigore dal 1950, senza alcuna prova di risultati positivi; non riconoscimento, in vigore dal 1948, ancora senza risultati; cambio di regime, tentato nel 1950 quando le forze statunitensi invasero il Nord, solo per finire in guerra con la Cina; e incontri diretti, l’unico metodo che abbia mai funzionato, producendo un congelamento di otto anni, nel 1994 – 2002, dei centri di ricerca del plutonio del Nord e che quasi riuscì a far ritirargli i missili. Il 1° maggio, Donald Trump aveva detto a Bloomberg News: “Se fosse opportuno incontrarmi con Kim Jong-un, lo farei assolutamente; ne sarei onorato“. C’è da dire se fosse serio o fosse solo un altro tentativo di Trump di finire in prima pagina. Ma qualunque cosa potesse essere, era senza dubbio un cavaliere, il primo presidente dal 1945 che non vede la Beltway. Forse può sedersi con il signor Kim e salvare il pianeta.Bruce Cumings insegna a Chicago ed è autore di La guerra di Corea: una storia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Corea democratica è giustamente risoluta, non sconsiderata

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 16.05.2017L’ultimo test di un missile balistico della Corea democratica avviene pochi giorni dopo che il nuovo presidente della Corea del Sud, Moon Jae In, veniva eletto dicendosi disposto ad impegnarsi in colloqui diplomatici con il vicino del nord. Il test missilistico, come riferito, dimostra che il Nord ha raggiunto la capacità di colpire il territorio degli Stati Uniti, dopo l’annuncio d’inizio mese del presidente Donald Trump che indicava la volontà di colloqui faccia a faccia con il leader nordcoreano Kim Jong Un. Trump la scorsa settimana invitò subito il neo-presidente a Washington a discutere sulla crisi coreana dopo l’elezione del 9 maggio. Moon Jae In, avvocato di sinistra per i diritti umani, adotta un atteggiamento più conciliante verso la Corea democratica rispetto ai predecessori di destra a Seoul. Recentemente ha anche criticato la posizione militarista di Washington contro la Corea democratica ed ha invece chiesto colloqui regionali con Cina e Giappone per tentare di denuclearizzare la penisola. Può sembrare piuttosto strano che Kim Jong Un ordinasse il test missilistico nel fine settimana. Prevedibilmente, risponde alla reprimenda di Washington e Corea del Sud che denunciavano il test come altra provocazione e violazione delle sanzioni delle Nazioni Unite. Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone richiedevano una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Pertanto, l’ultimo test missilistico dimostrerebbe che la Corea democratica rifiuta ogni minima apertura ai negoziati diplomatici. Secondo i media che rilanciano l’agenzia ufficiale della Corea democratica KCNA, l’ultimo test mostra che un nuovo motore balistico avvicina lo Stato al missile balistico intercontinentale (ICBM). Raggiungendo una quota di oltre 2100 chilometri, il missile Hwasong-12 avrebbe la capacità di raggiungere un bersaglio a 4500 km se volasse su una traiettoria normale. Questo permette alla Corea democratica di colpire il territorio statunitense dell’isola di Guam nel Pacifico. Il missile è stato deliberatamente lanciato su un angolo acuto in modo che non violasse i territori vicini, cadendo nel Mare del Giappone, nelle acque territoriali della Corea democratica. Per attaccare le coste occidentali degli Stati Uniti, la Corea democratica avrebbe bisogno di un missile capace di volare per 8000 k, che non ha ancora. Come risultato del test di fine settimana, l’amministrazione Trump ha reagito chiedendo a tutti i Paesi d’imporre sanzioni più severe alla Corea democratica. L’ambasciatrice statunitense dell’ONU Nikki Haley dichiarava che Washington ed alleati “stringono le viti” su Kim Jong Un. La Russia, tuttavia, ha adottato un approccio più misurato e ha saggiamente indicato che una formula completa sia necessaria per risolvere la crisi coreana. Parlando al vertice economico di Pechino, il Presidente russo Vladimir Putin affermava che l’ultimo test missilistico nordcoreano era “controproducente” e “pericoloso”. Tuttavia, precisava anche il quadro generale dove sia assolutamente fondamentale trovare un modo per evitare un confronto disastroso. Senza citare direttamente gli Stati Uniti Putin dichiarava che Washington deve rinunciare ad “intimidire” la Corea democratica invitando tutte le parti a “trovare soluzioni pacifiche”. Crucialmente, il leader russo ha allargato il contesto della crisi coreana, affermando che le minacce e il “cambio di regime” di Washington hanno spinto verso la “corsa agli armamenti” e un eventuale conflitto.
Nelle ultime settimane, numerosi funzionari statunitensi, tra cui Trump e il suo capo alla Difesa James Mattis, hanno esplicitamente minacciato la Corea democratica di un attacco preventivo. Il comportamento statunitense nelle cosiddette “esercitazioni” con navi da guerra, sottomarini e bombardieri nucleari s’è inasprito nella penisola coreana, mentre Washington inviava l’ultimatum a Pyongyang ad abbandonare il programma nucleare e dei missili balistici. Dato tale contesto aggressivo degli USA, l’ultimo test missilistico della Corea democratica non sembra un atto sconsiderato, ma più che altro una dichiarazione risoluta di ciò che vede come diritto all’autodifesa. Christopher Black, avvocato internazionale sui crimini di guerra che ha studiato a lungo la geopolitica della regione, afferma che la Corea democratica vuole un’azione sostanziale da Stati Uniti ed alleati per una soluzione pacifica e non mera retorica che alluda alla diplomazia. Dice Black: “I recenti segnali diplomatici di Trump e Corea del Sud saranno visti dalla Corea democratica come mezzo tattico per ritardarne il programma per la difesa. Si fida solo di azioni concrete per la pace, non di mera retorica, e finché le forze statunitensi non abbandonano la penisola e smettono di minacciare il Nord, Pyongyang presumerà la continuità dell’aggressività degli Stati Uniti. Da qui la continua determinazione a sviluppare la propria difesa. L’ultimo test missilistico è una chiara dichiarazione d’intenti del Nord a continuare a sviluppare i mezzi per difendersi finché gli USA brandiscono la forza unilaterale”. Il problema qui, come sempre, è l’arrogante “eccezionalismo americano”. La costernazione nei media occidentali sul nuovo missile balistico della Corea democratica capace di colpire il territorio statunitense di Guam non riconosce che la base aerea statunitense dispone permanentemente di bombardieri pesanti B-1, B-2 e B-52 presenti nelle minacciose manovre contro la Corea democratica dalla fine della guerra coreana (1950-53). Gli Stati Uniti non hanno mai firmato l’armistizio alla fine della guerra in cui sostennero il Sud. Quindi, dal punto di vista della Corea democratica, gli Stati Uniti sono tecnicamente ancora in guerra con essa, e le “esercitazioni” annuali delle forze statunitensi presso la penisola coreana sono viste come minaccia velata. Secondo il diritto internazionale, la posizione statunitense è di un’aggressività inaccettabile verso la Corea democratica. Va anche ricordato che quando la Corea democratica s’impegnò nei colloqui multilaterali per fermare il programma nucleare, più di 20 anni fa, gli Stati Uniti del presidente GW Bush agirono in malafede rinunciando all’impegno a fornire tecnologia nucleare civile e altri aiuti per lo sviluppo. Nel frattempo, il Nord ha ripreso il programma nucleare con il primo test sotterraneo avvenuto nel 2009. Da allora ha condotto altri quattro test. E un sesto sarebbe imminente. Come notò il Presidente russo Vladimir Putin, gli Stati Uniti non hanno il diritto di pretendere il disarmo unilaterale e di minacciare anche il cambio di regime. E poi quando la Corea democratica risponde a tale imperiosa persecuzione di Washington sviluppando armi, Washington reagisce con ancora più foga, come se la sola Corea democratica violasse le norme internazionali.
La diplomazia e il dialogo sono l’unica via per risolvere il conflitto coreano. Ma per far sì che ciò accada, non va imposta la precondizioni alla Corea democratica di “mostrare per prima un buon comportamento”. Chi sono gli Stati Uniti per pretendere un “buon comportamento” da qualcuno? Vi dovrebbe essere mutuo rispetto e riconoscimento dagli Stati Uniti e le loro forze militari nella regione rientrano nel problema, non nella soluzione. Solo con pieno impegno pacifico verso la Corea attraverso un trattato di pace e il ritiro delle forze dalla regione, si può trovare la via alla pace. L’arroganza statunitense è pericolosa quanto le sue armi di distruzione di massa puntate sulla Corea. E se prevale tale arrogante mostruosa, la Corea democratica ha il diritto di mantenere con risolutezza i propri mezzi di difesa.La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Che ne è della Guerra di Corea 2.0 di Trump?

Alexander Mercouris, The Duran 14/5/2017Il fatto che aprile sia passato senza alcuna azione militare nella penisola coreana e la crisi sia irrisolta dimostra che l’intervento militare unilaterale statunitense è stato un bluff. Le notizie sulla Corea democratica che testava un missile balistico caduto nel Mare del Giappone a 500 chilometri dalle coste russe, solleva la questione di cosa sia accaduto alla grande crisi nella penisola coreana di cui i media mondiali parlavano in modo eccitato per tutto aprile? Come i lettori di Duran potrebbero ricordare, ad aprile i media erano pieni di storie sulla Corea democratica che prevedeva un sesto test nucleare, del presidente Trump che avvertiva che gli Stati Uniti erano pronti ad intraprendere un’azione unilaterale se il programma nucleare della Corea democratica non veniva interrotto, della portaerei Carl Vinson con la relativa “armada” che si avvicinava alla Corea democratica e del sottomarino statunitense USS Michigan con la sua batteria di missili da crociera che faceva lo stesso, del Senato degli Stati Uniti convocato alla Casa Bianca per essere informato sulla minaccia della Corea democratica, sulla “Madre di tutte le bombe” sganciata sullo SIIL in Afghanistan come avvertimento alla Corea democratica, e da Wang Yi, Ministro degli Esteri della Cina, che avvertiva che in qualsiasi momento la guerra poteva esplodere nella penisola coreana. Aprile è passato senza segnali su un test nucleare nordcoreano o azione militare degli Stati Uniti. La Corea democratica da allora ha abbandonato i titoli mentre la Corea del Sud decideva un nuovo presidente liberale, Moon Jae-in, che appare intenzionato a ridurre le tensioni nella penisola coreana, parlando dell’intenzione di recarsi nella Corea democratica per incontrare Kim Jong-un e che, a un giorno dalla nomina, parlava al telefono con il Presidente Putin, con il riassunto del Cremlino sulla conversazione contenente interessanti parole che indicavano la forte opposizione di Moon Jae-in a qualsiasi attacco alla Corea democratica, “Mentre scambiavano opinioni sulla situazione della penisola coreana, entrambi i leader hanno sottolineato l’importanza di trovare una soluzione politica e diplomatica alla crisi”. Mentre l’azione militare unilaterale contro la Corea democratica degli Stati Uniti, con l’opposizione sudcoreana, poteva in teoria essere possibile, in pratica era estremamente difficile. Il fatto che il presidente Moon Jae-in sembra opporvisi rende estremamente improbabile che ciò accada. Allora perché mai la guerra che sembrava così vicina ad aprile non c’è stata?
Ho già detto perché dubito fortemente dell’opinione diffusa secondo cui il bellicismo di aprile fosse una copertura politica degli Stati Uniti per schierare il THAAD in Corea del Sud. In breve, il THAAD andava dispiegato comunque e non c’era bisogno che gli Stati Uniti aumentassero la tensione a livelli straordinari per schierarlo, con il rischio di tensioni acuite e troppo gravi per giustificare tale scopo. C’era la possibilità che la guerra venisse evitata perché la Corea democratica veniva bloccata dalle minacce degli Stati Uniti e che ciò spiegasse perché non avesse effettuato il test nucleare. In alternativa, può darsi che le minacce statunitensi avessero spaventato la Cina, minacciando la Corea democratica di ogni sanzione, tra cui presumibilmente un embargo di 6 mesi sulle forniture di petrolio, che avrebbe spinto la Corea democratica a sospendere il test nucleare togliendo agli Stati Uniti il motivo per un attacco militare. Tuttavia il problema di tali teorie è che in realtà non sappiamo se la Corea democratica pianificasse un test nucleare ad aprile, trattenuta da Stati Uniti e Cina. La Corea democratica non ha mai preannunciato i test nucleari e quando avvengono sorprendono. Contrariamente a quanto si afferma spesso, non esiste alcuna corrispondenza tra test nucleari e festività nazionali nordcoreane, con un solo test nucleare, l’ultimo, del 9 settembre 2016, svoltosi lo stesso giorno di una festività nordcoreana (l’anniversario della fondazione della Repubblica Democratica Popolare). Il fatto che la Corea democratica festeggiasse due importanti festività ad aprile, l’anniversario della nascita di Kim Il-sung il 15 aprile e l’anniversario della fondazione dell’Esercito Popolare coreano il 21 aprile, non era motivo di pensare che un altro test nucleare fosse previsto ad aprile in coincidenza con una di queste giornate, nonostante i diffusi suggerimenti dai media. La Corea democratica aveva effettuato cinque test nucleari negli undici anni, dal primo test del 9 ottobre 2006, con due test (una presunta bomba a idrogeno e un presunto dispositivo nucleare miniaturizzato idoneo come testata missilistica) nel 2016. Un sesto test nell’aprile 2017 avrebbe significato tre prove in quindici mesi, segnando un’accelerazione netta del programma nucleare della Corea democratica. Se ciò appariva possibile, era improbabile in realtà, dato che le simulazioni ai computer nell’ambito della tecnologia informatica della Corea democratica rendono i test meno importanti di quanto non lo fossero durante i programmi nucleari degli anni ’50.
La Corea democratica aveva subito affermato che non rinunciava ai test nucleari per le minacce militari degli Stati Uniti. La Corea democratica compì il passo insolito, all’inizio di maggio, di criticare pubblicamente la Cina per aver minacciato sanzioni nel caso di un test nucleare. Reuters riprendeva parti del commento della Korean Central News Agency riferendo, “Il commento di KCNA denunciava gli articoli cinesi che tentavano d’incolpare Pyongyang per i “rapporti peggiorati” tra Cina e Corea democratica e per lo schieramento statunitense di mezzi strategici nella regione. Ed inoltre accusava la Cina di “esagerare” i danni causati dai test nucleari nordcoreani in tre province nordorientali della Cina. I media cinesi invitavano la Corea democratica a smantellare il proprio programma nucleare “con una violenta violazione dei diritti, dignità e supremi interessi indipendenti e legittimi” della Corea democratica, costituendo “una minaccia indiscussa a un Paese confinante dalla storica tradizionale amicizia”. Il commento della KCNA affermava che gli appelli di “certi politici e media ignoranti” in Cina a sanzioni più severe alla Corea democratica e a non escludere l’intervento militare se rifiutasse di abbandonare il programma nucleare, erano “basati su un grave sciovinismo”. Affermava che il programma nucleare della Corea democratica è necessario “all’esistenza e allo sviluppo” del Paese, e che “non può mai essere cambiato o scosso”. “La RPDC non piatirà mai l’amicizia con la Cina”, commentava l’osservazione”. Queste le parole di netto rifiuto della Corea democratica verso le richieste cinesi di rallentare o fermare il programma nucleare. Forse le parole sono un bluff, ma suggeriscono con forza che la pressione cinese sul programma dei test nucleari della Corea democratica viene contrastata, e più probabilmente rifiutata. Quindi la pressione cinese non è certamente la ragione per cui la Corea democratica non ha eseguito un test nucleare ad aprile. Ovviamente senza accedere all’intelligence classificata sullo stato del programma nucleare della Corea democratica, è impossibile affermare con certezza che la Corea democratica avesse previsto un test nucleare ad aprile. Tuttavia, più pacatamente, sembra probabile che non ci fosse. È difficile evitare l’impressione che il motivo per cui non ci sia stata la guerra nella penisola coreana ad aprile, sia perché nessuno la volesse e che le minacce di guerra degli Stati Uniti erano semplicemente un bluff per intimidire la Cina piuttosto che la Corea democratica. Se è così, il motivo per cui non c’è stata la guerra e la crisi coreana sia scomparsa improvvisamente dai titoli, era perché quando la Cina scoprì il bluff degli Stati Uniti, durante la conversazione telefonica tra il Presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump del 23 aprile 2017, gli Stati Uniti non avevano altra scelta se non spegnere la “crisi”. In un certo senso fu rassicurante. Che Donald Trump bluffasse apparve evidente con l’evolversi della falsa “crisi”. Il fatto che si sia tirato indietro dimostra che lo fa quando si scopre il suo bluff, e senza rancore. Tuttavia, non è mai saggio bluffare suscitando una crisi internazionale che coinvolga uno Stato con armi nucleari come la Corea democratica, soprattutto se ciò inevitabilmente porta a scoprire il bluff. Speriamo che il presidente abbia imparato la lezione e vedremo se in futuro vi sarà un approccio diplomatico più convenzionale dell’amministrazione di Trump.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Corea democratica testa un nuovo missile balistico

Alessandro Lattanzio, 15/5/2017Il missile balistico lanciato dalla Corea democratica il 14 maggio, dalla regione di Kusong a nord-ovest di Pyongyang, raggiungeva la quota di 2000 km e volava per 787 km, finendo nel Mare del Giappone. Il lancio avveniva poche ore dopo che il South China Morning Post indicava che Choe Son-hui, a capo dell’ufficio nordamericano del Ministero degli Esteri della Corea democratica, dichiarava, “Se le condizioni sono mature, dialogheremo con l’amministrazione Trump“, mentre l’ambasciata degli Stati Uniti a Pechino si lamentava con il Ministero degli Esteri della Cina per la presenza della Corea democratica al Forum internazionale sull’Iniziativa Fascia e Via di Beijing. Il Ministero degli Esteri della Cina rispondeva dichiarando di salutare la partecipazione di tutti i Paesi al vertice. Pyiongyang a gennaio dichiarò che i preparativi per testare un missile balistico intercontinentale erano nelle fasi finali. L’ambasciatore nordcoreano a Londra affermava che “il sesto test nucleare è ora imminente, anche se non conosco l’ora programmata,… ma posso dire che il test nucleare sarà condotto nel luogo e nel tempo deciso dal nostro leader supremo Kim Jong-Un“. Alla domanda su un possibile attacco statunitense, l’ambasciatore rispondeva “stiamo sviluppando la nostra forza nucleare per rispondere a tali attacchi dagli Stati Uniti. Se ci attaccano, i nostri militari e il popolo sono pronti a rispondere a qualsiasi tipo di attacco. Ma non penso che gli Stati Uniti lo prendano in considerazione. Gli Stati Uniti non possono attaccarci innanzitutto. Se si muovono di un centimetro, allora siamo pronti a ridurre in cenere tutti i loro mezzi strategici”.
Pyongyang annunciava che il test di lancio del missile balistico a medio raggio era avvenuto sotto la supervisione di Kim Jong-un, confermando le “specifiche tattiche e le caratteristiche tecniche” del missile a testata nucleare, “Il lancio di prova è stato condotto con l’angolo massimo d’elevazione del missile, considerando la sicurezza dei Paesi limitrofi e confermando le specifiche tattiche e le caratteristiche tecniche del nuovo missile balistico strategico a lungo raggio in grado di trasportare potenti testate nucleari“. Secondo Pyongyang, il lancio permetteva di testare in “condizioni di volo effettive” i “sistemi di stabilizzazione, strutturazione, pressurizzazione e lancio” del missile, nonché “l’affidabilità dei motori del missile” e l’integrità “nel duro ambiente al rientro“. “Il missile raggiungeva la massima altitudine di 2111,5 chilometri lungo la traiettoria prevista, colpendo con esattezza le acque del bersaglio a 787 chilometri”, secondo l’annuncio del Ministero delle Comunicazioni. Secondo il Ministro della Difesa russo, il missile aveva volato per 23 minuti prima di cadere in acque internazionali nel Mare del Giappone, a circa 500 chilometri dalle coste russe.Pyongyang dichiarava che “media ed esperti mondiali hanno commentato con sospiro di sollievo che le cupi nubi di guerra sospese sulla penisola coreana per le provocazioni militari sconsiderate dagli USA sono scomparse e una crisi è finita. Questo perché la RPDC ha sventato la tirannia degli USA con la strategia volta ad accedere a potenti deterrenti bellici e contrastarla con essi. Il nucleare è simbolo assoluto della dignità e della forza della RPDC e dei suoi supremi interessi. Fintanto che gli Stati Uniti non retrocederanno dalla politica ostile verso la RPDC, essa raddoppierà le misure per rafforzare le capacità di autodifesa con la forza nucleare suo fulcro. Gli Stati Uniti non dovrebbero sperare di smantellare il nucleare della RPDC, e dovrebbero essere consapevoli che soffriranno disgrazia e distruzione se osassero una guerra contro la RPDC. Gli Stati Uniti, proponendo la politica anti-RPDC tramite “massima pressione ed ingaggio”, cercano di soffocare la RPDC con sanzioni e pressioni assolute. Tuttavia, gli Stati Uniti si sbagliano gravemente. La politica di Obama chiamata “pazienza strategica” era volta ad impedire alla RPDC ad accedere a tutto ciò che cercava. La “massima pressione ed impegno” dell’avventurista amministrazione Trump porterà la RPDC ad accelerare sulla deterrenza nucleare”.Kim Jong Un ha guidato il test di lancio del nuovo missile
Il test di lancio del nuovo missile balistico strategico superficie-superficie a medio-lungo raggio Hwasong-12 avveniva con successo grazie agli scienziati e ai tecnici della ricerca missilistica che avanzano coraggiosamente verso un nuovo obiettivo, orgoglio nel mondo e fedele all’idea di futuro di Kim Jong Un, Presidente del Partito dei Lavoratori della Corea, Presidente della Commissione degli Affari Statali della RPDC e Comandante supremo dell’Esercito popolare coreano, nella costruzione della potenza nucleare. Kim Jong Un ha guidato il lancio di prova sul posto. Guardando l’Hwasong-12, ha espresso soddisfazione per il possesso di un’altra “arma del Juche”, un perfetto sistema d’arma congruo con l’idea militare strategica e tattica del PLC e le necessità di oggi. Il lancio di prova è stato condotto con il massimo angolo in considerazione della sicurezza dei Paesi limitrofi. Il lancio di prova ha cercato di verificare le specifiche tattiche e tecnologiche del missile balistico appena creato e in grado di trasportare una potente testata nucleare. Secondo l’ordine di Kim Jong Un, il nuovo missile Hwasong-12 è stato lanciato alle 04:58 del 14 maggio. Il missile ha centrato il mare aperto a 787 km dopo aver raggiunto la quota massima di 2111,5 km lungo la rotta prevista. Il tiro di prova ha dimostrato pienamente tutte le specifiche tecniche del missile, di recente ideato secondo le linee coreane da scienziati e tecnici della difesa, come i sistemi di orientamento e stabilizzazione, sistemi strutturali e sistemi di pressurizzazione, ispezione e lancio, riconfermando l’affidabilità del nuovo motore a razzo nelle circostanze pratiche del volo ed anche verificando la capacità di puntamento della testata nelle peggiori situazioni al rientro e la precisione del sistema di detonazione. Kim Jong Un ha abbracciato gli ufficiali della ricerca missilistica, dicendo che hanno lavorato duramente per ottenere una grande conquista. E si faceva fotografare con gli ufficiali, scienziati e tecnici che hanno partecipato al test di lancio. Riconoscendo ancora una volta la devozione alla produzione di un missile balistico strategico a lungo raggio di tipo coreano, gli ha personalmente consegnato ringraziamenti speciali. Ha dichiarato fiducia nel successo del lancio di prova dell’Hwasong-12, dimostrazione dell’avanzata scienza e tecnologia della difesa della RPDC, di grande e particolare importanza nel garantire pace e stabilità nella penisola coreana e nella regione, oltre che grande vittoria del popolo coreano. Dichiarava che la RPDC è una potenza nucleare degna del nome, che lo si riconosca o meno. Sottolineava che la RPDC avrà il controllo rigoroso su chi avanza ricatti nucleari grazie alla deterrenza nucleare sviluppata in modo inimmaginabile e rapido. Gli Stati Uniti hanno accumulato mezzi strategici nucleari nelle vicinanze della penisola coreana per minacciare e ricattare la RPDC, ma la fanfaronata militare statunitense, che prevale solo su Paesi deboli e nazioni senza potere nucleare, non possono mai funzionare con la RPDC ed è molto ridicolo, dichiarava, osservando che se gli Stati Uniti scegliessero la provocazione militare contro la RPDC, di esser pronti a contrastarla. I più perfetti sistemi d’arma del mondo non saranno mai per sempre proprietà esclusiva degli Stati Uniti, ha detto, esprimendo la convinzione che il giorno in cui la RPDC utilizzerà simili mezzi di ritorsione verrà, continuando che in questa occasione gli Stati Uniti avrebbero dovuto vedere chiaramente se i missili balistici della RPDC siano una minaccia reale o no. Se gli Stati Uniti indugiano nel provocare la RPDC, non eviteranno il peggior disastro della storia, ha detto, avvertendo con forza gli Stati Uniti a non ignorare o giudicare male la realtà, in cui la regione continentale ed operativa del Pacifico reintrano nella portata dei mezzi d’attacco della RPDC, che ha tutti i potenti mezzi per un attacco di ritorsione. Agli scienziati e ai tecnici della ricerca missilistica ordinava di continuare a sviluppare testate e vettori nucleari più precisi e diversificati, non fermandosi sui successi e preparando ulteriori test fin quando Stati Uniti e vassalli non prenderanno la giusta e ragionata scelta.Fonti:
Rodong
Rodong
RussiaToday
Zerohedge

Coreagrafia

Chroniques du Grand Jeu 9 maggio 2017Cattive notizie per l’impero… in Corea del Sud, Moon Jae-in è stato facilmente eletto presidente dopo il licenziamento della conservatrice filo-USA Park Geun-hye. Ora, il nuovo inquilino della Casa Blu è meno favorevole agli Stati Uniti del predecessore: “Dopo quasi 10 anni di governo conservatore, la vittoria di Moon Jae-in comporterebbe un cambiamento significativo nella politica verso Pyongyang, ma anche verso l’alleato e protettore statunitense. Infatti, sostiene il dialogo con la Corea democratica per disinnescare le tensioni e incoraggiare il ritorno ai negoziati. Vuole anche distanziare Seoul e Washington. Il candidato conservatore Hong Joon-Pyo l’aveva definito “sinistro filo-Pyongyang” durante la campagna. Abituata a vivere con la minaccia della Corea democratica, la questione dei programmi nucleari e balistici di Pyongyang non ne decide il voto”. Andando oltre: “Definito di sinistra, Moon Jae-in è nato durante la guerra di Corea, nell’isola di Jeju, a sud del Paese, da una famiglia di poveri profughi dal nord. Sua madre, dice nell’autobiografia, vendeva uova nella città portuale di Busan con il bambino appeso alla schiena. Da candidato ha promesso di ridurre il potere economico dei conglomerati familistici della Corea del Sud, i “chaebol”, il cui rapporto torbido con il potere politico viene ancora una volta denunciato dallo scandalo Park. Ma i detrattori l’accusano di debolezza verso Pyongyang, in un momento di tensioni per le ambizioni nucleari del regime della Corea democratica. L’avvocato sostiene dialogo e riconciliazione con il Nord per calmare la situazione e portare Pyongyang al tavolo delle trattative. A dicembre disse che, se eletto, si sarebbe recato nella Corea democratica prima di partire per gli Stati Uniti, potenza protettorato del Sud. Alla domanda su questa posizione straordinaria, spiegava che voleva dire che le priorità sono le tensioni con il vicino. E si è anche dimostrato ostile allo schieramento in Corea del Sud del sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti THAAD, che fa infuriare la Cina. In un libro recente, il nuovo capo di Stato ha scritto che Seoul deve imparare a dire “no” a Washington, chiedendo relazioni “più giuste ed equilibrate” con l’amministrazione degli USA. Ovviamente è la questione del THAAD che cristallizza tutte le questioni. La società sudcoreana vi si oppone (34% a favore, 51% contro) e Seoul, anche sotto la vecchia dirigenza, si è rifiutata di pagare un solo won per l’installazione del sistema antimissile”.
Preoccupati dalla possibile vittoria di Moon e del rifiuto del THAAD, gli statunitensi si precipitarono a scaricare a fine aprile il sistema per mettere il nuovo presidente davanti al fatto compiuto, ma non hanno ingannato nessuno. Inoltre, Trump ha dovuto ingoiare l’orgoglio e accettare di sobbarcarsene il costo (1 miliardo di dollari). Eppure forse siamo solo all’inizio delle sorprese: “La squadra elettorale di Moon Jae-in, il candidato favorito alla presidenza del Partito Liberaldemocratico, ha immediatamente denunciato l’installazione improvvisa, rammaricandosi che non si tenesse conto del parere del popolo. Secondo Moon, il nuovo presidente dovrà avere l’ultima parola sullo schieramento del THAAD dopo le elezioni del 9 maggio”. Ora è Presidente e nei prossimi giorni verrà osservato con attenzione da Washington, Pechino, Pyongyang e Mosca. Perché qui si tratta di alta geostrategia, giocata sul quadrante orientale della scacchiera eurasiatica: “Siamo ovviamente in pieno Grande gioco, che vede il tentativo del contenimento eurasiatico della potenza marittima degli Stati Uniti (…) si tratta in primo luogo per l’Heartland di spezzare l’accerchiamento degli Stati Uniti e aprirsi la strada nel Rimland e per l’oceano, proprio come fa la Russia nell’occidente della scacchiera con oleodotti e controalleanze (…) La guerra fredda tra le due Coree e tra Pechino e Taiwan sono ovviamente una manna per Washington, il pretesto degli Stati Uniti per mantenere basi nella regione (…) Per gli Stati Uniti, il sud del Rimland sembra definitivamente perduto (ingresso di India e Pakistan nella SCO e fiasco afgano), il Medio Oriente cambia ampiamente (Siria, Iran, Iraq e ora Yemen). Restano le due estremità occidentali (Europa) e orientale (Mar cinese) dello scacchiere in cui l’impero marittimo può rafforzarsi abbastanza da non mollare. La battaglia per l’Europa (infiltrazione delle istituzioni europee, colpo di Stato ucraino, imbrogli nei Balcani contro i gasdotti russi, Via della Seta cinese, supporto antisistema di Mosca) è in corso. A migliaia di chilometri di distanza, in Oriente, si assiste all’avvio di un duplice conflitto…”
Come scrivemmo nel febbraio 2016: “Washington utilizza abilmente un vecchio conflitto (crisi coreana: livello 1) per posizionare le pedine (grande gioco: livello 2). Le batterie del THAAD nel territorio della Corea del Sud sorvegliano ufficialmente la Corea democratica e non ufficialmente la Cina, e ciò ovviamente sarebbe un duro colpo per il deterrente nucleare della Cina. Non sorprende quindi che Pechino protesti seriamente e convochi l’ambasciatore della Corea del Sud”. In questo contesto, l’elezione di Moon potrebbe cambiare le carte in modo difficilmente prevedibile. E’ notoriamente vicino a Pechino e, s’è visto, molto critico sull’installazione dello scudo statunitense. Ridefinizione delle alleanze, sottomissione alle pressioni degli Stati Uniti, né-né di accondiscendenza con tutti… tutto è possibile. Oltre le sorprese di Kim III che certamente si avranno.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora