Il piano di difesa giapponese tenta di mutare la situazione con la Cina

The Japan Times 18 dicembre 20151433_JAPANIl Giappone fortifica i suoi arcipelaghi sul Mar Cinese orientale secondo una strategia in evoluzione che mira a ribaltare i rapporti con la Marina militare cinese e impedirle di dominare l’Oceano Pacifico occidentale, secondo fonti militari e del governo giapponesi. Gli Stati Uniti, ritengono che gli alleati asiatici, e il Giappone in particolare, devono contribuire a contenere la crescente potenza militare cinese, spingendo il Giappone ad abbandonare la sua decennale scarna difesa delle isole a favore di un maggiore potere militare in Asia. Tokyo risponde schierando una serie di batterie di missili antinave e antiaerei sulle 200 isole nel Mar Cinese orientale che si estendono per 1400 chilometri, parallele al continente, dal Paese a Taiwan. Le interviste a una dozzina di pianificatori militari e politici del governo rivelano che l’obiettivo più ampio del Primo ministro Shinzo Abe nel rafforzare l’esercito arriva ad includere la strategia per dominare mare e cielo delle isole remote. Mentre gli impianti non sono segreti, è la prima volta che tali funzionari precisano che il dispiegamento aiuterà a mantenere a bada la Cina nel Pacifico occidentale, secondo una versione giapponese della dottrina dell'”area d’interdizione e divieto”, nota come A2/AD in gergo militare, che la Cina usa per cercare di scacciare Stati Uniti ed alleati fuori dalla regione. Le navi cinesi provenienti dalle coste orientali devono attraversare questa perfetta barriera di batterie di missili giapponesi per raggiungere il Pacifico occidentale, il cui accesso è vitale per Pechino sia per i rifornimenti dal resto degli oceani del mondo che per la proiezione del potere navale. Il Presidente cinese Xi Jinping ha dato grande importanza allo sviluppo della Marina “oceanica” in grado di difendere i crescenti interessi globali del Paese. A dire il vero, non c’è nulla che impedisce alle navi da guerra cinesi di navigare secondo il diritto internazionale, ma dovranno farlo entro la gitta dei missili giapponesi, hanno detto i funzionari alla Reuters. Con Pechino che afferma maggiore controllo sul vicino Mar Cinese Meridionale con le basi nelle isole quasi completate, gli arcipelaghi che si estendono dal Mar Cinese Orientale al territorio del Giappone e a verso le Filippine, possono divenire il confine tra le sfere d’influenza di Stati Uniti e Cina. I pianificatori militari chiamano questa linea la “prima catena di isole”.
Nei prossimi cinque o sei anni la prima catena di isole sarà cruciale per l’equilibrio militare tra Cina e Stati Uniti-Giappone”, ha detto Satoshi Morimoto, professore della Takushoku University, ministro della Difesa nel 2012 e consigliere del capo della Difesa attuale, Generale Nakatani. Una nave da guerra degli Stati Uniti a fine ottobre sfidò i limiti territoriali che la Cina afferma con le sue nuove basi sulle isole artificiali nell’arcipelago delle Spratly. Ma Pechino potrebbe già aver posto il “fatto compiuto” garantendosi il controllo militare del Mar Cinese Meridionale, secondo alcuni funzionari ed esperti. “Possiamo ritardare l’inevitabile, ma quel treno è partito qualche tempo fa“, ha detto una fonte militare statunitense con esperienza sull’Asia alla Reuters, in condizione di anonimato non essendo autorizzato a parlare ai media. L'”obiettivo finale della Cina è l’egemonia sul Mar Cinese Meridionale, sul Mar Cinese Orientale“, dichiarava Kevin Maher, per due anni a capo dell’Ufficio del dipartimento di Stato USA per gli affari in Giappone, fino al 2011. “Cercare di placare i cinesi li incoraggerebbe solo ad essere più provocatori”, ha detto Maher, ora consulente della NMV Consulting di Washington. La reazione del Giappone alla Cina sul Mar Cinese orientale iniziò nel 2010, due anni prima che Abe salisse al potere. Il precedente governo del Partito Democratico del Giappone passò dal proteggere l’isola settentrionale di Hokkaido contro l’invasione sovietica che non arrivava mai, a difendere gli arcipelaghi del sud-ovest. “La crescente influenza della Cina e il relativo declino degli Stati Uniti sono un fatto“, ha dichiarato Akihisa Nagashima, deputato del DPJ che da viceministro della Difesa contribuì ad avviare il cambiamento. “Abbiamo fatto ciò che potevamo per contribuire a garantire la sostenibilità del dispiegamento avanzato degli Stati Uniti“. La Cina investe in missili accurati, cercando di dissuadere l’US Navy tecnologicamente superiore dal solcare le acque o volare presso Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale. Pechino, a settembre, ha mostrato ad amici e potenziali nemici la crescente potenza di fuoco nella sua più grande parata militare, commemorando la sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale. Fece il suo debutto il Dongfeng-21D, missile balistico antinave ancora in collaudo che potrebbe distruggere una portaerei degli Stati Uniti da 5 miliardi di dollari. Il Congresso degli Stati Uniti ha stimato un arsenale di 1200 missili a corto e medio raggio che possono colpire qualsiasi punto della prima catena di isole. La Cina sviluppa anche sottomarini e missili da crociera furtivi lanciati da terra. “Invece di A2/AD, usiamo la frase ‘supremazia marittima e superiorità aerea’” aveva detto a settembre Yosuke Isozaki, primo consigliere per la sicurezza di Abe, autore chiave della Strategia della difesa nazionale pubblicata nel 2013, che includeva questa frase per la prima volta. “Il nostro pensiero era che volevamo poter garantire supremazia marittima e superiorità aerea in accordo con l’esercito statunitense“, ha aggiunto. Toshi Yoshihara, professore dell’US Naval War College, ha detto che Tokyo potrebbe svolgere un ruolo importante nel limitare la capacità di manovra della Cina dal Mar Cinese Orientale al Pacifico occidentale, migliorando la libertà di movimento degli Stati Uniti e guadagnando tempo affinché l’alleanza reagisca in caso di guerra con la Cina. “Si potrebbe dire che il Giappone cambi la situazione della Cina“, ha detto Yoshihara.
ColeFMapNov11 Il ricordo dell’aggressione giapponese nella seconda guerra mondiale perseguita ancora i rapporti di Tokyo con i Paesi vicini, e le tensioni si sono acuite dal ritorno al potere di Abe, che i critici vedono come un revisionista che vuole minimizzare il passato bellico del Giappone. “Ogni tendenza militare giapponese suscita attenzione e perplessità nei Paesi vicini”, dice il Ministero della Difesa Nazionale cinese alla Reuters, via e-mail, in risposta alle domande sulla strategia delle isole del Giappone. “Sollecitiamo la parte giapponese a riflettere sulla storia, e adottare azioni nell’interesse di una crescente fiducia reciproca“. Il Viceammiraglio Joseph Aucoin, comandante della Settima Flotta statunitense, definì la presenza del Giappone nel Mar Cinese orientale complementare alla grande strategia degli Stati Uniti. “Il processo di pianificazione degli Stati Uniti su qualsiasi teatro prende in considerazione capacità e forze di amici e potenziali avversari“, ha detto alla Reuters. “I piani statunitensi hanno l’obiettivo ultimo di mantenere pace e stabilità non solo per il Giappone, ma anche per la regione“. Nei prossimi cinque anni, il Giappone aumenterà di un quinto le proprie Forze di AutoDifesa sulle isole nel Mar Cinese orientale, arrivando a quasi 10000 effettivi. Le truppe, con batterie di missili e stazioni radar, saranno supportate da unità di marine sulla terraferma, sottomarini furtivi, aerei da guerra F-35, veicoli da combattimento anfibi, portaerei grandi come quelle della seconda guerra mondiale e, infine, dalla 7.ma Flotta degli Stati Uniti di stanza a Yokosuka, nella Prefettura di Kanagawa. La stretta cooperazione tra le marine giapponese e statunitense diverrà ancor più stretta con la nuova legge di sicurezza di Abe che legittima l’autodifesa collettiva, permettendo al Giappone di aiutare gli alleati attaccati. Un cambiamento cruciale, ha detto Maher: i militari statunitensi e giapponesi possono ora pianificare ed entrare in guerra insieme, moltiplicando le forze. Le maggiori spese per la difesa aumentano la potenza. I militari del Giappone vogliono un bilancio per la prima volta per il prossimo anno fiscale pari a 5000 miliardi di yen, da spendere per missili antinave a lungo raggio, velivoli anti-som, aerei di preallarme, droni Global Hawk, convertiplani Osprey e un nuovo aviogetto da trasporto pesante a lungo raggio. In alcuni aspetti, tuttavia, i militari giapponesi sono già all’opera. I missili antinave progettati 30 anni fa per distruggere i mezzi da sbarco sovietici diretti in Hokkaido sono stati impiegati per tracciare la cortina difensiva lungo l’arcipelago di sud-ovest. Capaci di lanciare una testata da 225 kg a 180 km, hanno la gittata sufficiente a coprire l’area tra le isole, lungo la catena, ha detto Noboru Yamaguchi, consigliere della Sasakawa Peace Foundation ed ex-generale che li procurò tre decenni fa.
I pianificatori militari del Giappone devono anche capire come trasformare l’esercito utilizzato per attaccare vicino le proprie basi in una forza di spedizione mobile. Decenni di sotto-investimento nella logistica hanno dato al Giappone troppo poche navi e aerei da trasporto militare per poter inviare un gran numero di truppe ed equipaggiamenti. Un compito più delicato per il governo del Giappone, tuttavia, sarà persuadere la popolazione che vive nelle isole ad accettare una maggiore presenza militare. Dopo decenni di presenza della più grande concentrazione di truppe degli Stati Uniti in Asia, la popolazione di Okinawa esprime maggiore opposizione alle basi. Per ora, le comunità degli arcipelaghi, con 1,5 milioni di abitanti, che ospitano truppe giapponesi ne sono felici, ha detto Ryota Takeda, deputato e viceministro della Difesa che nel settembre 2014 vi si recò spesso per avere l’approvazione dei residenti ai nuovi dispiegamenti. “A differenza dei funzionari seduti al Ministero della Difesa di Tokyo, sono più in sintonia con la minaccia che devono affrontare ogni giorno“.OB-UY560_msdf_H_20121014231304Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra ibrida per spezzare i Balcani?

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 27 novembre 2015turkish-streamNello spirito della nuova guerra fredda e dopo il suo successo nel smantellare South Stream, gli Stati Uniti danno priorità agli sforzi per ostacolare il gasdotto russo Balkan Stream, in gran parte riuscito, purtroppo, per il momento. La prima sfida è il tentativo di rivoluzione colorata in Macedonia nel maggio 2015, che per fortuna fu respinto dalla cittadinanza patriottica del Paese. Poi nell’agenda della destabilizzazione vi fu il fermento politico che minacciava di occupare la Grecia nella fase di preparazione e dopo il referendum sull’austerità, con l’idea che se Tsipras veniva deposto, Balkan Stream veniva sostituito da un progetto gradito agli Stati Uniti. Ancora una volta, i Balcani resistettero e il complotto statunitense fu sventato, ma la terza e più direttamente antagonista manovra ha cassato sul nascere e messo da parte indefinitamente il progetto.

Il ‘fortunato’ numero tre:
L’azione scatenante s’è avuta il 24 novembre, quando la Turchia ha abbattuto un cacciabombardiere dell’operazione antiterrorismo russa sui cieli siriani, e il progetto in corso fu vittima della reazione del deterioramento politico tra le due parti. Dato che ovviamente la cooperazione energetica sarebbe stata vittima delle crescenti tensioni russo-turche, gli Stati Uniti istigarono appositamente la Turchia a provocare tale reazione a catena, rottamando Balkan Stream. Sia come sia (e sembra abbastanza convincente sia così), non significa che il progetto strategico sia stato annullato, ma sia più precisamente accantonato temporaneamente. La Russia comprensibilmente non vuole rafforzare la posizione di uno Stato che le si dimostra così sfacciatamente aggressivo, ma tale sentimento vale solo per l’attuale governo, nel contesto attuale. E’ certamente possibile che un cambio fondamentale nella posizione della Turchia (per quanto improbabile appaia nel breve termine) potrebbe portare ad una distensione che rigeneri Balkan Stream, ma uno scenario più probabile sarebbero masse ostili e/o militari turbati che rovesciano il governo.

Inversione turca?:
Entrambe le possibilità non sono così improbabili quando si riconosce il crescente risentimento verso il governo di Erdogan e la situazione precaria in cui ha posto le forze armate. E’ ben noto come abbia insoddisfatto una massa significativamente crescente di turchi (soprattutto nel pieno della crescente insurrezione curda), ma ciò che è poco discusso è la situazione strategicamente svantaggiosa dei militari in questo momento. Come l’autore ha scritto ad ottobre, le forze turche sono mal distribuite tra le operazioni contro i curdi nel vasto est, proteggere il centro da attentati terroristici di SIIL ed estrema sinistra, interventi nel nord dell’Iraq, e allerta al confine con la Siria. Gestire tale situazione è già troppo per qualsiasi militare, e l’ultima cose di cui i loro leader hanno bisogno oggi è affrontare un’immaginaria e completamente inutile ‘minaccia’ russa ideata da Erdogan. La pressione potrebbe rivelarsi troppo alta e nell’interesse della sicurezza nazionale, e rispondendo in modo adeguato al ruolo costituzionale nel salvaguardare l’integrità territoriale dello Stato, potrebbero rovesciarlo nonostante i cambiamenti sistemici varati nel decennio passato per difendersi da un tale evento.

La strada avanti:
C’è la possibilità molto reale che Balkan Stream sia scongelato e il progetto vada avanti un giorno, perché è troppo importante strategicamente per la Russia, e anche la Turchia, per tenerlo da parte a tempo indeterminato. E’ del tutto possibile che un cambio politico si abbia n Turchia, sia nella mentalità dell’attuale leadership o più probabilmente con un nuovo governo rivoluzionario/colpo di Stato, il che significa che è troppo presto per Russia e Stati Uniti cedere sulle rispettive politiche sul Balkan Stream. Pertanto, le grandi potenze avanzano una sorta di strategia di garanzia geopolitica in ogni caso incentrata sulla Via della Seta balcanica della Cina. Dal punto di vista statunitense, gli USA devono continuare a destabilizzare i Balcani, dato che anche se il progetto russo viene fermato con successo, dovranno fare la stessa cosa con la Cina. Finché continua a costruire la Via della Seta nei Balcani, la Russia sarà un magnete multipolare col suo partner strategico principale, potendovi concentrare l’influenza che coltivava finora. Nel caso in cui Balkan Stream sia ripreso, la Russia può immediatamente rientrare, come se non avesse mai lasciato, congiungendo le forze strategiche con l’alleato cinese, come originariamente previsto, ed è contro questo scenario da incubo che gli Stati Uniti ricorrono alla Guerra Ibrida, nel disperato tentativo di distruggere la Via della Seta balcanica. Come è già stato detto, l’approccio russo si concentra maggiormente sulla situazione economica e militare e la diversificazione politica che dovrebbe accompagnare l’infrastruttura fisica energetica che voleva costruire. Invece del gasdotto formare la nuova spina dorsale dei Balcani, sembra sarà la ferroviaria ad alta velocità della Via della Seta balcanica ad aver questo ruolo, ma in entrambi i casi si tratta di un megaprogetto multipolare che fungerà da calamita dell’influenza russa. Nell’attuale configurazione, la Russia ha relativamente meno influenza nel decidere direttamente la costruzione dell’infrastruttura, ma allo stesso tempo è indispensabile per la Cina. Pechino non ha quasi alcun legame con i Balcani oltre a rapporti puramente economici (e anche quelli sono relativamente nuovi), così il coinvolgimento privilegiato della Russia nel sostenere il progetto e investire sulla rotta della Via della Seta dei Balcani (che doveva essere parallela a Balkan Stream, comunque comportando investimenti) ne rafforza il sostegno regionale e locale presentandolo con il volto amichevole e familiare con cui i decisori erano già abituati a lavorare. Ciò non vuol dire che la Cina non può attuare il progetto da sé o che non ci sia un sostegno legittimo nei Balcani a tale iniziativa, ma la partecipazione diretta della Russia rassicura l’élite locale che una civiltà vicina e un partner ultra-influente sia con esse, anche visibilmente, puntando alto nel programma e dimostrando fiducia nel suo successo sperato.

Pechino è l’ultima spiaggia dei Balcani
Finora era chiaro che il partenariato strategico russo-cinese sia destinato a rivoluzionare il continente europeo con l’avanzata dell’influenza multipolare lungo il corridoio balcanico, che supporterebbe Balkan Stream e Via della Seta dei Balcani. Purtroppo, però, gli Stati Uniti sono temporaneamente riuscito a mettervi un freno al primo, il che significa quindi che la Via della Seta dei Balcani è il solo megaprogetto multipolare previsto attraverso la regione. Perciò, è la Cina, non la Russia, che regge la fiaccola della multipolarità nei Balcani, anche se Pechino dipende naturalmente dall’influenza della Russia per proteggere l’obiettivo geostrategico comune e realizzarlo. In ogni caso, la Via della Seta dei Balcani probabilmente è più importante di Balkan Strena al momento, e come tale è degno di attenzione per i dettagli strategici, compendendo meglio perché rappresenti l’ultima speranza multipolare dei Balcani.

Fondamenta istituzionali:
Il concetto di Via della Seta dei Balcani è di un paio di anni fa, e deve la genesi a Via e Fascia della Cina, la politica di costruzione delle infrastrutture connettive nel mondo (“Nuova via della seta”). Questo sforzo è stato pensato al fine di risolvere il duplice problema di creare opportunità d’investimento cinesi e aiutare le regioni geostrategiche a liberarsi aderendo al multipolarismo. Nell’area oggetto di studio, la Via della Seta dei Balcani è la manifestazione regionale di questo ideale, in realtà parte di un ampio impegno della Cina con i Paesi dell’Europa centrale e orientale. Il formato della loro interazione multilaterale fu formalizzato nel 2012 con il primo Vertice di Varsavia tra Cina e Paesi centro-orientali europei (Cina-PECO), e l’evento di due anni dopo, a Belgrado, producendo l’idea per un progetto ferroviario ad alta velocità Budapest-Belgrado-Skopje-Atene (la cui descrizione colloquiale dell’autore è Via della Seta dei Balcani) volto ad approfondire l’interconnessione economica delle parti. Il vertice del 2015 a Suzhou produsse un programma a medio termine per il 2015-2020 che, tra l’altro, propone la creazione di una società di finanziamento congiunta per fornire credito ed investimenti a questo e altri progetti. La Via della Seta dei Balcani viene anche ufficialmente descritta come “China-Eurasia Land-Sea Express Line” suggerendo l’integrazione nel nuovo Corridoio Economico Eurasiatico in futuro, il che implica che Pechino vorrebbe Paesi più pragmaticamente cooperativi con la Russia (in primo luogo la Polonia). È importante sottolineare che, come Xinhua ha riferito, i partecipanti decisero di completare la fase Budapest-Belgrado del progetto entro il 2017.

Contesto strategico:
Ciò che tutto questo significa è che la Cina ha accelerato le relazioni diplomatiche, istituzionali e economiche con l’Europa centrale e orientale in un paio di anni, divenendo incredibilmente un attore di primo ministro nella regione, quasi mezzo mondo lontano e in parte nel blocco unipolare. Ciò si può spiegare unicamente dall’attrazione economica della Cina sui PECO che trascende ogni confine politico, nonché dall’ambizione complementare che il supergigante orientale ha nell’approfondire la presenza nel mondo. Questi due fattori si combinano in una componente formidabile della grande strategia della Cina, che si sforza di utilizzare esche economiche inevitabili nel condurre i partner (in particolare coloro che rappresentano il mondo unipolare) sul percorso di un tangibile cambio geopolitico in una generazione. Facendo nuovamente riferimento alla Via della Seta dei Balcani, rappresenta il principale veicolo di Pechino nel realizzare la strategia a lungo termine e la logica geo-economica sottesa che sarà spiegata più avanti. Prima di procedere, tuttavia, è importante ricordare ciò che è stato indicato in precedenza sugli imperativi egemonici degli Stati Uniti, dato che spiegano perché gli Stati Uniti hanno così paura dell’impegno economico della Cina in Europa da arrivare ad inventarsi guerre ibride distruttive per impedirlo.

Ragioni geo-economiche:
La ragione geoeconomica della Via della Seta dei Balcani è evidente, e può essere facilmente spiegata esaminando lo spazio europeo centrale e orientale che s’intende collegare. La penisola del sud-est europeo sfocia direttamente su queste due regioni, e Budapest si trova geograficamente al centro di questo ampio spazio. Attualmente non c’è un corridoio nord-sud affidabile che colleghi Ungheria e mercati vicini (cioè Germania e Polonia) ai porti greci sul Mediterraneo, il che significa quindi che il commercio marittimo cinese con queste economie leader deve circumnavigare fisicamente tutta l’Europa. La Via della Seta dei Balcani cambia tutto questo e riduce di inutili giorni il tempo di trasporto della merci dall’Europa centrale e orientale al porto greco del Pireo, a portata di Suez, attraversato da navi cinesi. Ciò consente di risparmiare tempo e denaro, rendendo la rotta più redditizia ed efficiente per tutti gli interessati. In futuro, le economie dell’Europa centrale ed orientale potrebbero inviare i loro prodotti dalla Russia alla Cina attraverso il Ponte Eurasiatico, ma potrebbe essere vantaggioso dal punto di vista di produttori e consumatori, ma non per i rivenditori che si basano sulla riesportazione dei prodotti in altre parti del mondo. Per usufruire degli sviluppi economici dinamici attualmente in corso in Africa orientale e Asia meridionale (sia vendendo in quei mercati che costruiendovi fisicamente una presenza), è meglio per gli attori o parti imprenditoriali collegarsi tra di essi con un nodo marittimo che consenta efficienza e rapidità nell’imbarcare o sbarcare determinate merci da trasbordare. Geo-economicamente parlando, non c’è posto migliore che il Pireo, in quanto è il porto europeo più vicino al Canale di Suez, attraversato per accedere alle suddette destinazioni, con o senza trasbordo (ad esempio se gli imprenditori dell’UE decidessero di esportarvi i prodotti direttamente senza l’intermediazione cinese). Per il collegamento al Pireo, il corridoio ferroviario ad alta velocità, noto come Via della Seta balcanica, è un presupposto infrastrutturale e il suo completamento comporterebbe che una quota significativa del commercio europeo sia proficuamente reindirizzato verso la Cina e altri Paesi non occidentali in forte espansione, come India ed Etiopia. Gli Stati Uniti temono di perdere la posizione di principale partner commerciale dell’UE, sapendo che la tendenza strategica che potrebbe presto seguire comporterebbe il rapido disfacimento della loro egemonia. Visto dal punto di vista opposto, la Via della Seta dei Balcani è l’ultima speranza dell’UE per un futuro multipolare indipendente dal controllo totale statunitense, ecco perché è così geopoliticamente necessario per Russia e Cina completate il progetto. L’inevitabile scontro da Nuova Guerra Fredda che si presenta e la straordinariamente alta posta in gioco, indicano che i Balcani saranno uno dei principali focolai di tale pericoloso scontro indiretto, nonostante lo scambio di gerarchia dei protagonisti multipolari.Satellite-view-of-the-Balkans-1024x773Andrew Korybko è commentatore di politica statunitense dell’agenzia Sputnik. L’intervento è un capitolo tratti dal suo secondo libro sull’applicazione geopolitica delle Guerre Ibride. Il capitolo è stato aggiornato in modo da riprendere l’apparente sospensione del Turkish Stream.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Federazione russa dovrebbe essere centrale per il Giappone: energia, geopolitica e fallimento degli USA

Galina Zobova, Noriko Watanabe e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times, 2 novembre 2015 wn20131009n1a-870x648La Federazione russa dovrebbe diventare una nazione fondamentale per il Giappone nelle questioni geopolitiche ed energetiche. Infatti, dato il difficile rapporto del Giappone con Cina, Corea democratica e Corea del Sud, un rapporto forte con la Federazione russa ha senso. Dopo tutto, le élite politiche di Mosca possono aprire la via a più stretti legami regionali a vantaggio di tutte le parti interessate, essendo un ‘onesto mediatore’. Allo stesso tempo, le questioni energetiche che interessano Federazione Russa ed alleati regionali in Asia centrale dovrebbero alleviare notevolmente i problemi energetici del Giappone. Pertanto, il Giappone del primo ministro Shinzo Abe deve mettere da parte le questioni territoriali con la Federazione russa avviando un nuovo futuro luminoso a vantaggio di entrambe le nazioni. Il Presidente Vladimir Putin della Federazione Russa è intento a sviluppare un mondo multipolare, quindi questa nazione ha sempre più un ruolo importante in molte istituzioni multinazionali. Allo stesso tempo, Putin è consapevole della necessità di promuovere maggiori legami con potenze regionali cardine, per esempio Brasile, Cina, Egitto e India. Inoltre, i recenti avvenimenti in Siria evidenziano il ruolo militare in espansione oltre il cortile naturale della Federazione Russa. Tuttavia, a differenza del coinvolgimento internazionale degli Stati Uniti, la Federazione Russa in Siria agisce sulla base del diritto internazionale perché la Siria l’ha invitata a contribuire alla lotta al terrorismo internazionale. In un articolo di Modern Tokyo Times si diceva: “In Asia centrale e nel vasto territorio dell’Eurasia è del tutto evidente che la Federazione russa sia fondamentale per tutte le nazioni circostanti. Infatti, nel campo dell’economia e militare Mosca è la forza vincolante. Allo stesso modo, nella regione del Caucaso tutte le nazioni indipendenti seguono con occhio vigile la geopolitica e la politica energetica della Federazione Russa. Allo stesso modo, l’aspetto militare, politico ed energetico nel Nord-Est dell’Asia indica che Cina, Corea democratica e Corea del Sud cercano relazioni cordiali con la Federazione russa. Pertanto, il Giappone non può permettersi di isolarsi a livello regionale perché solo Taiwan è amico della terra del Sol Levante“. La crisi in Crimea (Federazione Russa) e nel sud-est dell’Ucraina non ha alcuna seria importanza geopolitica per il Giappone. Altre nazioni come USA, Francia, Germania e Regno Unito possono pensarla diversamente. Ciò per le loro politiche di contenimento collettive di NATO ed Unione europea contro la Federazione russa. Tuttavia, per il Giappone concordare con il G-7 è stato miope, anche se Tokyo è più contenuta sulla crisi ucraina. Nonostante la risposta del Giappone sia relativamente ‘quietista’ rispetto agli USA, è chiaro che la posizione assunta dalle élite di Tokyo sulla crisi ucraina dispiace alla Federazione russa. Ancora una volta, dunque, il Giappone si da la zappa sui piedi per placare gli USA. Questo è visibilmente evidente quando la Federazione Russa ha effettuato esercitazioni militari nella regione contesa tra le due nazioni. Owen Lindsay, dell’Eastern Asia Forum, riferisce: “Le esercitazioni militari sono una ritorsione per il sostegno evidente del Giappone alle sanzioni contro la Russia, emanate in risposta al ruolo della Russia nella crisi in Ucraina orientale. Nel tentativo di evitare di aggravare la disputa territoriale, le sanzioni giapponesi sono lievi rispetto a quelle degli altri Paesi del G7. Le sanzioni a 40 persone e la restrizione delle importazioni dalla Crimea di Tokyo sono lontane dalle misure statunitensi ed europee volte a danneggiare banche, energia e industrie militari russe. Ancora, altre sanzioni misurate del Giappone sembrano aver fatto arrabbiare la leadership russa. Oltre ad esercitazioni militari, la Russia ha risposto con proprie sanzioni limitando l’ingresso di specifici cittadini giapponesi in Russia“.
shinzo-abe_0 Tornando alle dinamiche regionali, solo la Federazione Russa può essere un mediatore onesto tra Cina, Giappone, Corea democratica e Corea del Sud. Ciò per le relazioni cordiali tra la Federazione russa e tutte le nazioni regionali in Asia nordorientale. Allo stesso modo, con l’ulteriore apertura del Giappone a India e Vietnam, ancora una volta, è chiaro che la Federazione russa sia fondamentale e non possa essere messa da parte. Dopo tutto, queste due nazioni hanno rapporti favorevoli con la Federazione russa ed entrambe ne traggono vantaggi militari. Allo stesso tempo, le nazioni dell’Asia centrale sono sempre più preoccupate dagli eventi in Afghanistan, quindi la Federazione russa è una sicurezza per tutte queste nazioni e lo stesso vale per la Mongolia nei confronti della Cina. Infatti, il Giappone dovrebbe notare che cittadini giapponesi vengono uccisi per gli intrighi di NATO e Golfo che aprono la valvola terroristica e settaria quando fa comodo. Ciò vale per i recenti decessi di cittadini giapponesi in Algeria e Siria. Nel caso dei cittadini giapponesi uccisi in Algeria, chiaramente ciò è dovuto a terroristi che utilizzano la Libia dopo che le potenze di NATO e Golfo hanno creato uno Stato fallito. Allo stesso modo, cittadini giapponesi sono stati uccisi in Siria per l’infiltrazione in questa nazione dalla Turchia della NATO. In altre parole, se il Giappone vuole essere dalla parte del diritto internazionale e della lotta al terrorismo internazionale, allora è necessaria una politica più attiva verso tali cosiddetti amici. Inoltre, il Giappone deve mettere in discussione il valore militare degli USA e la loro tenacia. Dopo tutto, gli eventi in Afghanistan, Libia, Iraq e Siria sono estremamente discutibili, proprio come il Vietnam. Non sorprende che la Federazione russa faccia un passo verso la Siria, perché le élite di Mosca sono stanche di USA e alleati che devastano nazioni creando Stati falliti rovinati dal terrorismo. Pertanto, il Giappone dovrebbe opporsi e contare nell’ambito del G-7, mostrando che le élite di Tokyo capiscono la complessità della crisi in Ucraina. In altre parole, il Giappone dovrebbe aprirsi a ulteriori accordi economici ed energetici con la Federazione russa per riempire il vuoto. Altrimenti solo la Cina rafforzerà i legami politici, economici e militari con la Federazione russa. Questa realtà non è nell’interesse del Giappone e chiaramente l’Ucraina è di minore importanza rispetto a potere ed influenza della Federazione russa.
Modern Tokyo Times ha dichiarato in un articolo passato che “la politica energetica è essenziale per le principali potenze, ma al momento il Giappone non si aiuta. Dopo tutto, le vaste risorse energetiche della Federazione russa sono abbondantemente chiare. Allo stesso tempo, i meccanismi di potere a Mosca pesano molto in Asia centrale e Caucaso. Pertanto, le reti energetiche coinvolgono la Federazione Russa nelle varie nazioni del suo spazio geopolitico. Questa realtà potrebbe affacciarsi nel Nord del Giappone e Tokyo potrebbe diversificare la propria politica energetica. In effetti, l’Estremo Oriente russo e il Nord del Giappone hanno molto da guadagnare da maggiore relazioni tra le due nazioni“. Naturalmente, gli USA rimarranno fondamentali per il Giappone e le élite di Washington continueranno a guadagnarci dalla realtà geopolitica ed economica del Giappone. Nonostante ciò, il Giappone deve aprire un nuovo capitolo rivolgendosi a nazioni come Cina e Federazione russa in modo assai ampio. Pertanto, si spera che il Giappone formuli una nuova politica estera volta a concentrarsi assai più sulla Federazione russa proteggendo i propri naturali egoismi. In poche parole, la Federazione russa può aprire un nuovo capitolo del Giappone nelle dinamiche geopolitiche ed energetiche e nelle istituzioni internazionali. Al contrario, le questioni territoriali di entrambe le nazioni saranno discusse con atteggiamento più diplomatico. Allo stesso modo la Federazione Russa guadagnerà enormemente dalla potenza economica e tecnologica del Giappone, se le élite di Tokyo si aprono al mondo multipolare. Pertanto, il Giappone deve concentrarsi sulla realtà geopolitica della Federazione Russa e le sabbie mobili internazionali.obama_2893532bTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Abenomics non riesce a fermare la crisi giapponese

Ariel Noyola Rodriguez* Contralínea
* Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.Abenomics-il-ritorno_Le prospettive economiche del Giappone chiariscono che le “non convenzionali” politiche monetarie attuate da alcune banche centrali di Paesi industrializzati sono un fallimento totale. L’economia giapponese non solo non registra alcuna crescita economica sostenuta, ma tornano a calare i prezzi, secondo i dati ufficiali. Il piano di risanamento avviato dal primo ministro Shinzo Abe è morto: come accade dalla metà degli anni ’90, il Giappone sprofonda nella stagnazione economica e nella deflazione, mentre il debito pubblico cresce.
Negli ultimi tre mesi si nota che le prospettive del sistema globale sono sempre più preoccupanti, per le tensioni geopolitiche in Siria, quanto per le tendenze economiche alla recessione. Per la quarta volta dall’inizio dell’anno, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha abbassato le stime sulla crescita: l’economia globale si espanderà del 3,1% nel 2015, il tasso più basso dal 2009. Il processo della ripresa economica negli Stati Uniti è molto debole, mentre l’Unione europea monetaria ed economica e il Regno Unito restano a rischio deflazione consolidata (calo dei prezzi). America Latina e Asia, nel frattempo, non sono risparmiate dalla turbolenza economica globale. Dopo la contrazione del credito (credit crunch) internazionale all’inizio del 2009, la maggior parte delle economie emergenti evitava di precipitare in una crisi profonda. I Paesi latino-americani rallentano ma non sono in depressione. Lo stesso è accaduto con i Paesi del Asia-Pacifico: la Cina ha continuato ad acquistare grandi quantità di materie prime (commodities), per cui i principali Paesi esportatori della periferia capitalistica resistono più al collasso rispetto ai Paesi industrializzati. Ora la situazione è molto diversa, la recessione avanza in Sud America e il rallentamento si rafforza in Asia. Il gruppo dei 7 (G-7 composto da Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) è intrappolato in una crisi strutturale. Stati Uniti, Zona Euro, Giappone e Regno Unito hanno lanciato un massiccio stimolo monetario e fiscale per evitare di approfondire la crisi. Tuttavia, tali politiche piuttosto che stimolare le attività produttive e favorire la creazione di posti di lavoro, precipitano l’accumulo del debito pubblico e il boom del mercato azionario. La crisi non è stata risolta, ma i suoi tratti più distruttivi sono stati contenuti per alcuni mesi.
In Giappone i primi segnali del ritorno della deflazione (caduta dei prezzi) ne sono testimoni. Quando il primo ministro Shinzo Abe s’insediò nel dicembre 2012, s’impegnò a far uscire il Paese dal pantano. In grave crisi dagli anni ’80, con una crisi immobiliare, l’economia giapponese nei primi anni ’90 entrò in stasi, da allora sempre minacciata dalla caduta dei prezzi. Il governo Abe ha gettato tutto il suo capitale politico su un piano di risanamento (conosciuto come Abenomics) sostenuto dalle cosiddette “tre frecce”: riforme strutturali, stimolo fiscale (20200 miliardi di yen) e quantitative easing (aumento della base monetaria per un importo annuo pari al 16% del PIL, 80000 miliardi di yen). In generale, l’obiettivo era aumentare produttività e competitività aziendale del Giappone nell’economia globale. Il mercato del lavoro si è aperto alla rimozione delle barriere allo sfruttamento capitalistico. Per partecipare all’accordo Trans-Pacific Partnership (TPP, nell’acronimo in inglese) promosso dagli Stati Uniti, Abe intende portare avanti l’apertura di agricoltura e sanità, tra l’altro, ma la resistenza interna non lo permette ancora. Inoltre ha ridotto le imposte alle società che promuovono investimenti produttivi ed aumentato l’imposta sul valore aggiunto del 6-8%, al fine di evitare un buco nel bilancio. Infine, un programma d’iniezione di liquidità è stato lanciato per promuovere l’aumento dei prezzi. Tuttavia, il piano Abenomics fallisce ancora nel far decollare l’economia. L’economia giapponese si è ridotta dell’1,2% tra aprile e giugno (in termini annui). E ci sono segni che suggeriscono che la recessione persisterà negli ultimi 2 trimestri. Nonostante le politiche aggressive della Banca del Giappone, il tasso annuo d’inflazione (se si escludono alimentari ed energia) ancora non cresce. Ad agosto è diminuito dello 0,1 per cento. E’ la prima volta che dati negativi sono registrati dall’aprile 2013. Il deprezzamento dello yen di oltre il 30% nei confronti del dollaro non basta ancora a stimolare il commercio estero. La produzione industriale (macchinari, automobili ed elettronica) crolla e il livello dei consumi delle famiglie non basta a stimolare la domanda interna. Il debito pubblico supera già quasi del 250% il prodotto interno lordo; il degrado della solvibilità è tale che l’agenzia Standard & Poors non aveva scelta a metà settembre che diminuire il rating del debito sovrano del Paese asiatico da A+ a AA-. Il governatore della Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda, ha detto che il calo dell’attività economica è una situazione che sarà presto superata, è transitoria: dunque il crollo dei prezzi del petrolio, come il forte rallentamento della Cina, ostacolano l’Abenomics nel superare stagnazione e deflazione.
Senza dubbio, tra i Paesi capitalisti industrializzati, il Giappone vive uno dei peggiori drammi economici da oltre 2 decenni. Ai primi di ottobre, la banca centrale ha ribadito che non cancellerà la possibilità di estendere il programma di stimolo monetario, se la situazione peggiora. Tuttavia, è chiaro che fornire elevate dosi di farmaci, piuttosto che curare, prolunga il male.

Haruhiko-Kuroda-has-been-nominated-by-Japans-government-to-be-the-next-governor-of-the-countrys-central-bankTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Erwan Castel: I risultati dei primi otto mesi trascorsi nel Donbas

“Servire” o “servirsi”, non è il problema!
Erwan Castel, Alawata12112319Ieri mattina, un ufficiale dello Stato Maggiore ci ha portato i nostri passaporti militari ufficiali della RPD, e ammetto che abbiamo ricevuto questi piccoli libretti militari come bambini che aprono i regali di Natale… Infatti questi piccoli passaporti militari da 10x8cm, al di fuori dei vantaggi amministrativi e di movimento che rappresentano, sono soprattutto un riconoscimento del nostro impegno sul fronte del Donbas. Se questi documenti si facevano attendere, è perché un’indagine si era svolta per convalidarli, e ciò a seguito delle esperienze negative con i volontari francesi della prima unità continentale.

“Servirsi”? o…
Ciò non sembra una semplice formalità amministrativa, è in realtà il punto di arrivo di un lungo percorso a ostacoli, molti dei quali, ho amaramente notato, posti per lo più da persone provenienti dalla Francia. Tali narcisisti ambiziosi che preferivano gli onori all’Onore, immaginavano di trovare notorietà nel Donbas, impossibile da raggiungere a causa dei loro vari errori o frustrazioni. Oggi, alcuni di questi egocentrici, smascherate le intenzioni reali della loro presenza in questa guerra (o intorno), cercano di dilagare impegno e azioni che non riuscirono a compiere, coloro che non sono rimasti sul terreno… Gli intriganti si riconosceranno, e vorrebbero che mi abbassi al loro livello di meschinità degenerata nel difendermi dalle loro calunnie… Ma è tempo perso, perché non ho nulla da imparare da furfanti che cercano nella calunnia la vendetta per essere stati denunciati arrivando a sacrificare la lotta per la quale siamo giunti qui. (Ciò dimostra che la guerra era solo un pretesto per seguire propri interessi egoistici). Finché dura la guerra, lascio questi miserabili individualisti annegare nei loro fiele e amarezza e nel frattempo continuo, anche se lentamente, a fare progressi sulla strada tracciata un anno fa, il giorno in cui decisi di venire semplicemente a servire nelle file dell’esercito della Repubblica di Donetsk. Questo è ciò che ho fatto!
Ora consentitemi di discutere gli aspetti positivi, per fortuna molto più numerosi e importanti, delle pose risibili dei falliti insabbiatisi temporaneamente nel conflitto del Donbas.

“Servire”!
Un’avventura militare unica
Il nostro impegno qui è soprattutto un impegno militare con i difensori del Donbas, i miliziani improvvisati sono diventati soldati professionisti. È perciò che inizio da questa dimensione essenziale, permettendo, sotto la protezione delle armi da fuoco repubblicane, altre avventure umane e interiori fiorenti in questa terra del Donbas, fedele al suo passato ed esempio per il nostro futuro. Quando la ribellione fu improvvisata nel 2014, data la sproporzionata speciale operazione lanciata da Kiev, rivelandone la natura genocida, mancanza di organizzazione e mezzi ebbero la conseguenza vantaggiosa di aprire le porte del Donbas a tutti i militari e civili disposti ad aiutare la strenua resistenza di questo popolo coraggioso. La quota di volontari stranieri provenienti da Russia, Cecenia, Serbia e altri Paesi dell’Europa orientale è significativa, perché era una forza motivata e con esperienza, che spesso non solo risparmiò ai santuari di Donetsk e Lugansk la nuova occupazione fascista, ma confermava la vera e propria identità comunitaria dei popoli slavi superstite alla mutevole geopolitica degli Stati. Rapidamente, altri volontari si unirono ai ranghi della milizia, come spagnoli, tedeschi, francesi, brasiliani e anche statunitensi! Penso, senza esagerare, di poter indicare oltre trenta nazionalità che bloccano oggi, sul fronte, l’avanzata dei battaglioni di Kiev. (Solo nella nostra unità ne contiamo 9!)
Abbiamo confermato sul terreno, per otto mesi, ciò che sentivo seguendo le notizie in rete dalla Guyana:
– Il sacrificio disinteressato dei volontari giunti a combattere a loro spese, lasciando i familiari a casa senza la speranza della certezza di ritornare sani e salvi. Molti hanno accettato la sfida di venire in un Paese senza parlarne la lingua.
– Un coraggio senza precedenti in battaglia, al limite dell’incoscienza a volte, ma necessario per compensare la mancanza di mezzi materiali e capacità tattiche di un addestramento improvvisato.
– Una speciale fratellanza dei combattimenti, saldando questi combattenti provenienti da ogni dove contro un nemico comune. Questa fiamma illumina ancora il cuore dei miliziani divenuti soldati professionisti e che eleva ancora la capacità operativa forgiata dalla prova del fuoco…
Integrare questo esercito non è stato facile, perché dovemmo essere pazienti, farci forza e sottoporci alle inerziali procedure burocratiche post-sovietiche ancora vigenti (ma che in ultima analisi, avanza lentamente!) All’inizio di quest’anno, è stata la volta dei battaglioni della Guardia Repubblicana nella necessaria transizione da gruppi di autodifesa al Corpo di Difesa professionale in divenire… I volontari francesi sono stati poi dispersi nel 3°, 4 ° e 8° battaglione della Guardia e poi impegnati in diversi settori (Aeroporto, Marinka, Aleksandrovka, Debaltsevo ecc…) I battaglioni della Guardia Repubblicana ora sono l’anticamera del “Corpo Abarone”, un esercito in formazione e pieno di promesse, beneficiando di inquadramento professionale, attrezzature moderne e varie, e dell’efficienza basata su disciplina e addestramento quotidiano. Ci siamo riuniti e siamo stati incorporati ad agosto nel Corpo, poche settimane dopo abbiamo aderito alla compagnia ricognizione della 5.ta Brigata motorizzata, dove ora addestriamo la terza sezione, composta per lo più da volontari stranieri. E con piacere che ho trovato in questa unità un rigore militare e procedure professionali molto vicine a quelle della NATO…
Ora siamo già operativi e sul fronte, in missioni d’intelligence molto interessanti, per lo più infiltrazione nelle linee nemiche.

Un’avventura umana straordinaria
Il confronto armato è già un’intensa avventura umana, come ho appena detto, ma senza la presenza della popolazione, tale impegno non è altro che uno scontro inutile, al massimo il mercenario egocentrico che appare su molte pagine personali dei combattenti che parlano solo di se stessi con una successione di selfies narcisistici (purtroppo anche da noi, come dimostra la “produzione” e le interviste dei fuggiaschi dell’Unità continentale, per esempio). Un soldato, anche se può provare sensazioni esilaranti in combattimento, non deve dimenticare il motivo per cui, o più precisamente per chi, combatte, perché senza questa dimensione del servizio verso gli altri, può perdersi nella foga del momento. Questo lega segretamente la sua azione a un ideale superiore e gli dà coraggio e moderazione, qualità che lo differenziano dalla soldataglia affamata e ubriaca d’odio. Quando incontrai il popolo del Donbas, tolta l’immagine veicolata dalla propaganda, rimasi sorpreso dalla sua bellezza e nobiltà, mantenute con dignità sotto i bombardamenti… Infatti, la popolazione continua a vivere secondo i costumi ereditati dal passato e si sforza di mantenere attività normali e senza spavalderia a poche centinaia di metri dal fronte… E’ una popolazione coraggiosa dove i minatori e i contadini incarnano i due pilastri radicati sulla terra, di una società elevata alla memoria del grande vento della Storia che spazzò diverse volte, dall’Orda d’Oro di Genghis Khan alle orde blindate di Adolf Hitler…
Ciò che sorprende l’Europa occidentale sono queste azioni quotidiane praticamente scomparse in occidente, ma qui si osservano tutto il giorno intorno a noi: uomini che lasciano i loro posti alle donne e agli anziani sugli autobus affollati, dove il denaro passa senza paura di mano in mano fino all’autista, alle nonne che alimentano con tenerezza cani e gatti randagi tra innumerevoli giardini e parchi curati, il segno della croce alla vista delle chiese dalle cupole dorate scintillanti come fari nel mezzo della notte, ai mazzi di rose portati dagli uomini che escono dal lavoro, dalle rughe della fatica cancellate dal sorriso della gioia di vivere nonostante tutto… Questa popolazione è nobile nel senso della nobiltà naturale, forgiata nel cuore di tutti da storia e cultura trasmesse e memorizzate di generazione in generazione… Qui gli uomini sono virili e forti, le donne graziose ed eleganti e i bambini innocenti ed allegri. In questo Paese tradizionale ciascun resta sé stesso, senza inganno o artificio ipocrita imposti da una società schiavista del consumo e amorale. Descrivere l’ammirazione che ho per le donne e gli uomini del Donbas sarebbe troppo lungo, ma ringrazio con tutto il mio cuore la loro ospitalità e soprattutto l’esempio semplice ed eroico che s’è inciso con umiltà nel mio cuore. Sono venuto animato da una fede meta-politica e anti-mondialista, offrendo i miei servizi alla Repubblica di Donetsk. Se questa motivazione è intatta, nel frattempo il mio impegno s’è rafforzato di questo amore condiviso e portato dal popolo coraggioso di Novorossija.

Un’emozionante avventura personale
Discutere la dimensione personale di un’avventura come questo impegno nel Donbas, non è facile, soprattutto quando non è finito… ma sento questo impegno più come elemento fondamentale che mero passo di un già lungo viaggio. Giungere nel Donbas non era una cosa semplice, né viverci, perché non conoscendo la lingua russa, avendo difficoltà normali o dovute ad altri, correndo i rischi di guerra, dato il tempo trascorso, creano uno strano miscuglio di singolarità, tra attesa infinita e intensità continua… L’impegno nel Donbas è infatti più per me culmine e realizzazione mentale che un’esperienza iniziatrice (anche se emozionante), come nel caso dei volontari più giovani presenti intorno a me. Non ho nulla da dimostrare giungendo qui, ma continuo ad imparare ogni giorno cercando di conservare lo sguardo candido affrontando senza pregiudizi nuove esperienze…
Impegnato nell’esercito francese alla fine della “guerra fredda”, per più di 10 anni guardai ad est da ufficiale dell’intelligence… Quando la cortina di ferro e il mondo sovietico caddero, confesso di non aver capito immediatamente la realtà della strategia statunitense, lobotomizzato dalla propaganda della NATO. Nel 1999, il conflitto in Jugoslavia m’inquietò, soprattutto quando raccolsi in Guyana le testimonianze di alcuni miei ex-compagni che vi parteciparono… Il ventesimo secolo si concluse bene come era post-moderna delle nuove minacce. A poco a poco, il velo della propaganda statunitense fu strappato, e ogni nuovo conflitto tracciava i contorni geopolitici della strategia aggressiva degli Stati Uniti al servizio degli interessi militari-industriali definiti dalla plutocrazia internazionale… Accanto a tale escalation guerrafondaia che ogni anno incendiava un nuovo Paese, l’indifferenza dell’opinione pubblica, lobotomizzata dalla propaganda del Nuovo Ordine Mondiale, confermava che la schiavitù nel mondo moderno era una realtà, perfino oltre le visioni orwelliane… Da all’ora sono un osservatore più attento, ma questa volta osservando verso ovest, sulla nuova grande scacchiera che andava formandosi agli inizi del XXI secolo. Quando parallelamente alla guerra in Siria, la crisi ucraina degenerò in conflitto armato, decisi d’impegnarmi con i ribelli del Donbas che rifiutano l’egemonia degli Stati Uniti, senz’altra ambizione che meglio testimoniare la verità di questa prima battaglia europea della terza guerra mondiale…
Gli ultimi otto mesi passati sul campo hanno ancorato le mie convinzioni in modo appassionato, convintomi più che mai che il futuro dell’Europa appartiene ancora ai suoi popoli, a condizione che mantengano la libera consapevolezza della propria identità naturale. Dopo il Donbas, la lotta continuerà con o senza di me, perché qui un movimento di liberazione è nato nel 2014, indicando con l’esempio della resistenza di un popolo sovrano, il percorso di una vera e propria rivoluzione conservatrice che sbarazzi il giogo del pensiero unico. Il Donbas ha vinto la guerra lanciatagli contro nel 2014, ora dobbiamo affrontare una sfida più grande: svegliare le coscienze dal sonno…
Grazie alla lotta, qui sappiamo che è possibile… Nel frattempo dobbiamo completare la vittoria liberando i territori occupati da Kiev…
La lotta continua…IMG_20150924_165650Erwan Castel, volontario della Novorossija

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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