Disperazione energetica e fallimento di Trump

Caleb Maupin, NEO 24.09.2017Nonostante i discorsi sulla Russia nel 2016 ed argomentazioni ed accuse al riguardo, la politica statunitense verso il Paese più grande della Terra permane. Ciò è dovuto al fatto che la politica è guidata dalla ricerca di Wall Street dei profitti, non da buoni o cattivi desideri dei singoli politici. Nelle elezioni del 2016, sembrava che una delle maggiori differenze tra Donald Trump e Hillary Clinton fosse la posizione sulla Russia. Trump disse “se possiamo andare avanti con la Russia, sarà è molto bello“. Hillary Clinton tentò di collegare Trump al Presidente Vladimir Putin, che definì “Grande padrino del nazionalismo globale“. Dalle elezioni, i dirigenti politici continuano ad allarmare sulla presunta “ingerenza russa” che avrebbe influenzato la votazione.

La guerra fredda soffia all’Assemblea Generale
Proprio come Barack Obama, le relazioni degli Stati Uniti con la Russia non sono migliorate dalla dipartita di Bush, con Trump che calca la mano anti-russa. Nel discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha fatto del suo meglio nel rilanciare affermazioni nazionalistiche. Ha ripetuto l’amata frase “America First“. Oltre a un passaggio sull’Ucraina, non ha criticato direttamente la Russia, ma questa omissione era un trucco. Trump ha scelto diversi Paesi da criticare e minacciare. Se Trump fosse stato veramente preoccupato dei diritti umani e dell’esportazione del terrorismo, avrebbe criticato l’Arabia Saudita, come fece per le elezioni. Tuttavia, non l’ha criticata. Se Trump fosse stato preoccupato del caos creato dai narcos, avrebbe criticato il governo del Messico, come fece spesso nella campagna elettorale. Tuttavia, non disse niente. Da comandante degli Stati Uniti, non da politico che cerca voti, Trump attacca solo Paesi amici o alleati con la Russia. Trump fece false dichiarazioni sull’economia iraniana, ignorando i grandi successi della Repubblica Islamica e invocava la possibilità di rivedere l’accordo nucleare. Trump attaccava Cuba, ignorando i vasti miglioramenti nel Paese e la notevole reputazione nell’assistenza medica nel mondo. Trump attaccò il governo del Venezuela, accusandone delle difficoltà il governo socialista bolivariano e nient’altro. Da lì, Trump ha continuato a ripetere il cliché ideologico statunitense: “Il problema in Venezuela non è che il socialismo sia stato attuato male, ma che il socialismo è stato attuato fedelmente. Dall’Unione Sovietica a Cuba fino al Venezuela, ovunque sia stato adottato il vero socialismo o il comunismo, ha provocato angosce, devastazioni e fallimenti. Chi predica i principi di queste ideologie screditate contribuisce solo alla continua sofferenza delle persone che vivono in questi crudeli sistemi“. Per gli spettatori internazionali, ciò appare una dichiarazione strana per un discorso delle Nazioni Unite. Non per nulla, pause sparse e tentativi di farsi applaudire illustravano l’ignoranza di Trump della politica internazionale. Dopo tutto, il vago concetto di “socialismo” è l’ideologia dichiarata del Partito laburista inglese, nonché da numerosi governi socialdemocratici in Europa, Africa e altrove vicini agli Stati Uniti e che non hanno alterato il capitalismo. Tuttavia, per milioni di statunitensi che guardano Trump alla CNN, il discorso ha suscitato l’immagine di un Paese in particolare. Quando Trump cominciò a parlare di “ideologie screditate” e di “vero socialismo o comunismo”, l’immagine richiamata negli USA, nonostante il crollo dell’URSS, era un ufficiale russo in colbacco che abbaiava ordini con greve accento. Lanciandosi in fraseologie da guerra fredda accanto alla frase “America First“, Donald Trump invitava gli statunitensi a ricordarsi il discorso sull'”impero del male” di Ronald Reagan. Non menzionava direttamente il governo della Russia, e non badava ai suoi scopi internazionali. A coloro che hanno visto il discorso negli Stati Uniti, Trump, in effetti, riportava gli statunitensi a 40 anni prima, con slogan “Abbasso i russi! Abbasso i russi!

La politica estera statunitense non è cambiata, ecco perché
Il professore di Harvard, Dr. Marshall Goldman, avrebbe detto “è comprensibile perché il popolo russo consideri Vladimir Putin suo salvatore“. Il successo della leadership di Putin in Russia e la base del fanatismo russofobo di USA ed alleati della NATO poggia su due entità: Gazprom e Rosneft. Da studente di dottorato, Vladimir Putin scrisse sul concetto di “campioni nazionali” o aziende che lavorerebbero non solo per i propri profitti, ma a beneficio del Paese. Scrisse: “il processo di ristrutturazione dell’economia nazionale deve avere l’obiettivo di creare società più efficaci e competitive sul mercato nazionale e mondiale“. Mentre andò al potere alla fine del XX secolo, Putin adottò una rapida riforma economica, imponendo la flat tax del 13%, e soprattutto cominciando a costituire due società statali che divenissero centrali nell’economia. Nel 2006, Gazprom, un’impresa controllata dal governo russo, aveva il monopolio sull’esportazione del gas naturale del Paese. British Petroleum, tra gli altri enti controllati dall’estero o da oligarchie, fu espulsa dagli affari. Nel 2011 Gazprom controllava il 17% della produzione di gas naturale del mondo e il 18,4% delle riserve di gas naturale mondiali. Mentre Gazprom fornisce gas alla Russia ad un tasso ridotto stimolando l’economia nazionale, esporta gas in 25 Paesi. Circa il 60% delle entrate di Gazprom proviene dai mercati esteri. Il 38% del gas naturale dell’Unione europea è ora importato dalla Russia. Perché Wall Street odia Gazprom? La ragione è semplice. Ogni oncia di gas naturale che Francia, Italia, Germania, Repubblica Ceca, Turchia, Austria, Romania, Bosnia-Erzegovina, Polonia, Bulgaria, Finlandia, Macedonia, Lettonia e Lituania acquistano dalla Russia è un’oncia di gas naturale che non viene acquistato negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Questo ente statale e produttivo crea entrate per Putin tagliandogli mercato e profitti. Gazprom è stato utilissimo per il popolo russo, che ha visto espandere notevolmente la propria economia, ma è stato dannoso per i miliardari di Stati Uniti e Gran Bretagna. Anche Rosneft, la compagnia petrolifera controllata dallo Stato, si è allargata. È la 51.ma azienda del mondo dal 2016. Rosneft vende petrolio in tutto il pianeta, non solo in Europa, ma anche in India. British Petroleum e altre corporazioni occidentali sono state costrette a collaborare con Rosneft e a vederla esplorare il fondale artico per l’estrazione di petrolio e gas naturale. La Cina ha continuato a crescere rapidamente negli ultimi decenni e ha bisogno di importare più combustibile per alimentare il crescente apparato produttivo. La Russia fornisce quantità crescenti di petrolio e gas naturale. Nel 2014, Gazprom accettò di fornire alla Cina ogni anno 38 miliardi di metri cubi di gas naturale. Nel 2019, il gasdotto Power of Siberia, in fase di costruzione, inizierà a fornire gas naturale alla Repubblica popolare cinese.Disperazione energetica, non “dominio energetico”
Le sanzioni statunitensi adottate contro la Russia il 2 agosto hanno specificamente preso di mira il progetto Nordstream 2, la costruzione di un nuovo gasdotto con cui la Russia aumenterà le esportazioni nei mercati europei. Mentre si preparavano a votare le sanzioni, i legislatori statunitensi cinguettavano cinicamente di “diritti umani”, “Ucraina” e “omosessualità”. Tuttavia, la lingua usata e gli enti che le sanzioni avrebbero dovuto colpire indicano direttamente le vere motivazioni dell’attacco economico. Il relatore Tim Ryan dell’Ohio dichiarava, alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, senza alcuna vergogna o imbarazzo: “Dobbiamo continuare a concentrarci su come vendere il nostro gas agli alleati in Europa”. La traduzione evidente delle sue parole è “gli europei dovranno acquistare gas naturale dalle società statunitensi, non dai russi“. Mentre varie figure della NATO e dell’Unione europea hanno ceduto alla pressione di USA e Gran Bretagna, e si sono detti contrari al Nordstream 2, la Germania no. La Germania ha votato nettamente per il progetto, poiché l’importazione di gas naturale dalla Russia è molto più conveniente che dal Nord America, in un altro continente oltreoceano. Non dovrebbe sorprendere che i funzionari tedeschi fossero furiosi per le nuove sanzioni statunitensi imposte alla Russia. Le politiche dall’amministrazione Trump guardano allo sfruttamento di petrolio e gas naturale con ottimismo. La frase usata è “dominio energetico”. In realtà, si dovrebbe parlare di “disperazione energetica”. Gli Stati Uniti erano una volta dipendenti da Paesi come Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria per il petrolio. Nel 1974, il Congresso USA vietò l’esportazione di petrolio in qualsiasi Paese, tranne il Canada, nel boicottaggio dell’OPEC. Ma ciò fu tutto. L’invenzione dell’estrazione idraulica, in cui petrolio e gas naturale possono essere estratti dallo scisto nel sottosuolo statunitense, ha reso gli USA “indipendenti nell’energia”, e con una produzione di petrolio e gas naturale a livelli record, il divieto dell’esportazione è stato rimosso. Gli Stati Uniti non sono più dipendenti dalle importazioni di energia e il prezzo del petrolio e del gas naturale è diminuito. I produttori statunitensi di petrolio e gas naturale hanno più da vendere che mai e quindi hanno disperatamente bisogno di clienti se vogliono mantenere i profitti. La natura “libera del mercato” disorganizzato della produzione petrolifera ha spinto il mercato statunitense ad essere estremamente inefficiente. Le grandi quattro “super”-compagnie petrolifere competono per esempio con piccole imprese come Devon Energy e Haliburton, tra le altre, in un’irrazionale caccia al profitto. Nonostante l’abbondanza nazionale, gli USA continuano ad importare petrolio da Medio Oriente, Africa e America Latina, mentre ne esportano. Donald Trump non è più responsabile solo dei suoi traffici. È il “capo dello Stato” del Paese. Pressione gli viene posta da forze di tutti i settori dell’economia statunitense. Gas e petrolio vanno venduti e vanno trovati nuovi clienti. Mentre Trump potrebbe avere favorito migliori rapporti con la Russia per ragioni politiche, l’economia statunitense urla con “disperazione energetica”. Wall Street vuole profitti, e ciò significa cacciare la Russia dal mercato. Quindi, nessuno si sorprenda vedendo Trump prendere il podio alle Nazioni Unite e condannare numerosi alleati della Russia, suscitando immagini russofobe da guerra fredda nella psiche statunitense. Non sorprenda che molti Paesi attaccati da Trump siano esportatori di petrolio. Il Venezuela è un concorrente dei magnati petroliferi di Wall Street, così come l’Iran. Va notato che Sadam Husayn e Muamar Qadafi guidavano compagnie petrolifere statali in concorrenza con le supermajor occidentali.

La retorica del mercato libero rifiutata dalla storia
La realtà ironica è che quando Trump ha fatto le sue rampogne anti-comuniste, la prova che fossero dichiarazioni false si trovano nella loro motivazione. Negli anni ’90 la Russia abbracciò il liberismo avanzato da FMI, Banca mondiale e Jeffrey Sachs, economista dell’Università della Colombia. Il risultato fu caos e povertà con Boris Yeltsin, l’amato amico di Bill Clinton. Il ripristino della forza economica della Russia è il risultato della proprietà statale e della pianificazione centrale. La Russia si è allontanata dalla povertà e dal caos con lo sviluppo pianificato di Putin dei “campioni nazionali” sotto controllo statale come entità centrali. Mentre le ciance da guerra fredda di Trump erano ovviamente destinate ad evocare sentimenti negativi sulla Russia, un’altra entità presente era la Cina. La Cina è guidata da un Partito Comunista e la sua economia centralizzata e controllata dallo Stato l’ha resa la seconda economia del mondo. La Cina ha cessato d’essere il malato dell’Asia per essere al centro del progresso e dello sviluppo economico. Solo pochi giorni dopo che Trump spiegò al mondo che socialismo e comunismo falliscono sempre, il treno più veloce del mondo, che collega Pechino e Shanghai, è stato inaugurato. Questo “treno-proiettile” è stato creato da un’ente statale, la Chinese Railway Corporation, secondo un “Piano quinquennale”. Si può immaginare una più definitiva confutazione dell’anticomunismo ciarlatano di Trump? All’Assemblea Generale la Cina annunciò che il prossimo Congresso Nazionale del Partito Comunista del 18 ottobre sarà un “momento chiave nello sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi”. Il fatto che i media statunitensi come la CNN abbiano elogiato Trump per il suo discorso da guerra fredda, e si siano concentrati solo sui commenti sul “Rocket Man” della Corea democratica, dimostra che Trump è stato messo in riga. Come capo del governo degli Stati Uniti, Trump fa il suo lavoro cercando di assicurare profitti all’élite miliardaria degli Stati Uniti, come quasi tutti gli altri presidenti. Questo è più difficile, perché nonostante la mitologia nel discorso di Trump, è il capitalismo, in particolare quello neoliberista statunitense, che fallisce.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Un accordo ha appena cambiato il quadro energetico globale

La Rosneft fa acquisizioni in India e la Cina entra in Rosneft con un’interessante partnership a tre vie
Dave Forest, Russia Insider 19/9/2017

Uno dei più grandi eventi sull’energia quest’anno è la Rosneft che acquista l’Essar Oil indiana, dando alla società russa l’aggancio a uno dei più grandi mercati petroliferi e gasiferi emergenti del mondo. E questa settimana la storia è diventata più complessa. Con Rosneft che stipula un altro grande accordo, interessando un altro peso massimo nell’energia, la Cina. Rosneft ha annunciato la vendita di una quota significativa del proprio patrimonio a investitori cinesi. In questo caso, la piccola società di esplorazione e produzione CEFC China Energy. Anche se pochi investitori la conoscono, la CEFC porta un importante capitale nell’accordo, accettando di versare 9 miliardi di dollari per acquisire il 14,16% della Rosneft. L’accordo è storico essendo il primo grande acquisto della Cina nell’industria energetica russa (anche se le imprese cinesi finanziano progetti di esportazione di LNG nell’Artico russo), dimostrando la forza dei legami sempre più stretti tra Russia e Cina nell’ambito energetico. Rosneft e CEFC sono al centro di questi rapporti crescenti. Con le due società che hanno firmato un accordo nel settembre scorso, per l’approvvigionamento a lungo termine di greggio russo per la Cina. L’acquisto delle azioni di questa settimana consolida ulteriormente i rapporti commerciali, e dimostra che la Cina vede la Russia come alleato cruciale nel gioco sull’energia. Ma vi sono implicazioni che vanno oltre. Con la Cina ora ha un accesso ai mercati dell’India, attraverso le aziende da Rosneft recentemente acquisite nel Paese. Questo è uno sviluppo cruciale nel quadro energetico mondiale. Dato che le aziende cinesi non hanno direttamente accesso all’India, nonostante la nazione sia uno dei più importanti soggetti emergenti sul piano energetico. La proprietà della Rosneft potrebbe cambiare ciò e potrebbe aprire opportunità in altre parti del mondo, dato che Rosneft attualmente opera dall’Egitto al Brasile al Venezuela.
Una nota intrigante della storia: CEFC acquista la quota di Rosneft da Glencore e dal fondo sovrano del Qatar, che l’avrebbe acquistato solo nove mesi prima per 12 miliardi di dollari. Ciò significa che questi titolari si accollano una perdita del 25% nella vendita, a meno di un anno dall’acquisto. Ma nel frattempo, Glencore ha stipulato un accordo lucroso scambiando il greggio russo della Rosneft, probabilmente per compensare le perdite con la Rosneft e qualcos’altro. Tutto ciò mostra la complessità di questa rapida evoluzione del mondo dell’energia. Osservando altri accordi energetici di Cina e Russia e l’influenza emergente di queste due superpotenze energetiche in altri mercati chiave, come l’India.

L’accordo Rosneft-Cina risponde a molte domande
Tom Luongo Seeking Alpha 13.09.2017Glencore e l’Autorità per gli investimenti del Qatar vendono la quota della Rosneft, azienda petrolifera russa, a una piccola società cinese, CEFC China Energy Co., per 9 miliardi di dollari. Questo accordo pone molte domande ma risponde anche ad altre. La joint venture tra QIA e Glencore si dividerà la maggior parte della quota di Rosneft con Glencore che mantiene lo 0,5% e QIA il 4,7%. CEFC ottiene il rimanente 14,6% dal gigante petrolifero russo. Inoltre, Glencore conserva l’accordo per 220000 barili al giorno dalla Rosneft. I termini dell’operazione sono stati erroneamente segnalati da Zerohedge con QIA e Glencore che acquistano il 25% della quota con l’accordo stipulato a dicembre. Ma l’accordo da 12 miliardi di dollari è ancora in vigore, con la CEFC che acquista il 75% della quota per 9 miliardi di dollari.

Domande sul Qatar
Quindi, la domanda è perché il QIA vende la quota della Rosneft ora? Il collaboratore della Fellow SA Craig Pirro lo studia da ciò che esce dalla Russia, ritenendolo solo una mossa di Putin. Non sono del tutto in disaccordo, ma Pirro non considera i massicci cambiamenti geopolitici negli ultimi dieci mesi dall’accordo originale. In primo luogo, tali accordi sono sempre motivati dal punto di vista geopolitico. Tutto ciò che coinvolge Qatar, Russia e petrolio è prima e soprattutto geopolitica e non politica del profitto/perdita. Il Qatar acquistò Rosneft come passo per far firmare ai russi la riduzione della produzione OPEC incrementata con forza dai sauditi. Inoltre, il Qatar doveva convincere Putin che non finanziava più i gruppi di al-Qaida che combattono il governo di Assad a Idlib. Dopo che l’accordo fu annunciato, la resistenza nella Siria nordoccidentale cominciò a sbriciolarsi, e il Qatar deve trovare amici più grossi prima di finire appeso da qualche parte. L’Arabia Saudita non ha potuto convincere Putin ad accettare le riduzioni perché non aveva nulla da dare alla Russia. Si ricordi che il rublo ora galleggia liberamente, mentre il riyal saudita no, poiché i sauditi sono in crisi finanziaria e politica mentre i russi escono da una recessione che li avrebbe paralizzati se non avessero svincolato il rublo nel novembre 2014. Quindi, il Qatar entrò a mediare l’accordo, come riportato da Bloomberg e Financial Times lo scorso anno, dando a Putin ciò che voleva per firmare il taglio della produzione. Rosneft ottiene molta liquidità, il Qatar guadagna un alleato nella Russia, il prezzo del petrolio si stabilizza e Glencore ottiene un buon accordo sul petrolio russo. Vincono tutti. Arrivando ad oggi, col Qatar che subisce la forte pressione dei sauditi che ne bloccano le attività, gli Stati Uniti che impongono rigorose sanzioni alle banche europee che fanno affari con l’industria energetica russa e la Cina presa di mira dall’amministrazione Trump su più fronti. Quindi, mentre l’economia di questo accordo sul prezzo corrente delle azioni della Rosneft non ha molto senso, come ha sottolineato Pirro, c’è molto più in gioco, per chi ne è interessato, di qualche centinaio di milioni di azioni di un arbitrato che potrebbe cambiare in pochi giorni.

Risposte dalla Cina
La Cina entra qui per salvare non solo BancaIntesa, la banca italiana che ha provveduto a far fluire gran parte del finanziamento per l’accordo, ma anche il Qatar che ottiene una grande infusione di liquidità in dollari assai necessari. La Russia s’integra ulteriormente nel sistema di negoziazione petrolifera della Cina di Shanghai, tra cui i molto discussi contratti futures convertibili in oro (GLD). Ciò scansa l’accordo dalle nuove sanzioni statunitensi. Infatti, compie un perno perfetto da tali sanzioni. Si ricordi che il segretario al Tesoro Steve Mnuchin ha apertamente minacciato, di nuovo, le banche cinesi di espulsione dal sistema SWIFT. Era per la Corea democratica, ma intimamente collegato all’acquisto di petrolio dei cinesi. Tale minaccia è credibile contro le banche del Qatar. Russia e Stati Uniti hanno già scambi così esigui in dollari da essere irrilevanti sul grande piano delle cose. La Russia già sostituisce Visa con il proprio sistema di pagamento interno denominato Mir. La Cina ha già UnionPay. Ma tale minaccia non è semplicemente credibile contro la Cina, il più grande partner commerciale degli Stati Uniti. Sarebbe un atto di autodistruzione dei mercati globali dei capitali. Inoltre, testerebbe il sistema di pagamento interbancario cinese (CIPS) sulla capacità di gestire il finanziamento del commercio della Cina. CIPS è conforme al protocollo SWIFT. Questo accordo consolida ancor più Cina e Russia quali alleati strategici, sempre più vicini e più importanti ad ogni tentativo di punirle per perseguire ciò che ritengono loro interesse nazionale. Inoltre, sottolinea l’impegno della Cina con il Qatar. La Cina è un suo importante partner commerciale. E questo accordo è una dichiarazione importante ai sauditi che la Cina è disposta a correre in difesa di un suo importante fornitore di energia e di dettare i termini. A un certo punto, la Cina smetterà di offrire dollari per il petrolio dell’Arabia Saudita. Compiendo ogni mossa per garantirsi di pagare le fonti in yuan, il cambio col dollaro saudita s’indebolisce. Rosneft su questo accordo è neutrale. È semplicemente un mezzo per le grandi manovre geopolitiche. Per il Qatar è un passo positivo, visto l’ovvio scambio con l’investimento originale di dicembre, per comprarsi alcuni mesi per resistere alla pressione economica saudita, prima di decidere di far fluttuare la propria moneta. Per la Cina, l’accordo è una vittoria netta perché assicura un flusso maggiore di petrolio russo nei propri mercati petroliferi, continuando a consolidare fiducia tra gli investitori e nel tempo. E questa è veramente la vittoria definitiva per tutti loro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sul “Corridoio di sviluppo Asia-Africa”

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 4.08.2017

Con i recenti collocazioni e slogan sui diversi progetti economici internazionali, a fine maggio si aggiunse il nuovo “Corridoio di sviluppo dell’Asia-Africa”, AAGR. L’aspetto di questo progetto fu predeterminato dalla dichiarazione congiunta dei primi ministri di Giappone ed India, l’11 novembre 2016, che riassunse la visita di Shinzo Abe a Delhi su invito di Narendra Modi. Il quarto comma del documento afferma, tra l’altro, che “la migliore connettività tra Asia e Africa, realizzando una libera e aperta regione Indo-Pacifica, è vitale per la prosperità dell’intera regione“. A tal fine, si prevedeva di stabilire uno “stretto coordinamento, sia bilaterale che con altri partner”. Sei mesi dopo, alcune considerazioni relative al progetto AAGR furono discusse a margine della riunione annuale (52.ma) della Banca africana di sviluppo, svoltasi a fine maggio (cosa notevole) nella città indiana di Ahmedabad, sulle coste occidentali del Paese. Più di 3000 delegati provenienti dai 54 Paesi africani parteciparono al forum dell’ADB. Uno degli eventi chiave a margine del forum fu l’incontro tra esperti e funzionari tripartiti (giapponesi-indiani-africani), in particolare i ministri delle finanze di India e Giappone, nonché la leadership dell’ADB. Una dichiarazione sul sito della banca afferma che durante questi incontri, funzionari di India e Giappone, nonché imprenditori privati di entrambi i Paesi discussero della cooperazione bilaterale con l’obiettivo di creare le condizioni più appropriate per lo sviluppo economico dell’Africa. I commenti sull’AAGR sono piuttosto inutili, dato che il progetto sembra non abbia ancora superato l'”accordo di intenti”. Per noi è interessante come nuovo elemento, molto importante, del gioco politico globale in cui le maggiori potenze asiatiche, quali Cina, India e Giappone, abbiano sempre più influenza. Uno degli strumenti utilizzati dagli attori è l’avvio di progetti d’integrazione, con l’apparente scopo politico di attrarre nell’orbita dei propri interessi il massimo numero di “altri” Paesi in Asia, Africa, America Latina e persino Europa.
Su NEO, la motivazione di Cina, India e Giappone nel concentrarsi sui Paesi non solo del proprio continente ma anche dell’Africa, è stata discussa più volte. Inoltre, vi è la tendenza alla formazione del tandem Giappone-India, sempre più coordinato contro la Cina. Ciò fu dimostrato, in particolare, dall’ultima riunione dei premier giapponese ed indiano. Nel gioco geopolitico di oggi, è una delle tendenze più allarmanti. Tuttavia, la sua presenza è indubbia e il peggio che qualsiasi osservatore del Pacifico può fare è ignorare le realtà negative associate a tale tendenza. Tuttavia, non vanno persi di vista i risultati positivi (scarsi), ad esempio nelle relazioni cino-giapponesi. Il confronto con la Cina del tandem giapponese-indiano è indubbiamente uno dei motivi principali del progetto AAGR. Questo fatto è ben chiaro a Pechino, dove l’Africa è da tempo considerata una delle aree principali per la diffusione della propria influenza. Tuttavia, il quotidiano cinese Global Times esprime la speranza che l’AAGR possa diventare un complemento, piuttosto che un concorrente, al progetto della rinascita della “Grande Via della Seta”, in cui l’Africa è considerata importante partner. Ancora una volta, va notato che, per entrambi gli avversari regionali della RPC, l’adesione alla Grande Via della Seta (o l’accordo con il progetto AAGR) potrebbe essere molto vantaggiosa. In particolare, sarebbe molto più facile per l’India realizzare i propri progetti di costruzione di diversi corridoi di trasporto e industriali pronti ad attraversare il Paese da nord a sud e da ovest ad est. India e Giappone, continua il Global Times, troverà molto più facile operare in Africa in collaborazione e non in concorrenza con la Cina, che da tempo è leader negli scambi ed investimenti nel continente. Il volume dei soli beni commerciali sino-africano si avvicina ai 200 miliardi di dollari, tre volte quello dell’India, il secondo maggiore in questo indicatore.
Un recente studio di McKinsey&Company, nota società di consulenza, esamina in dettaglio tutti gli aspetti della politica di sviluppo della Cina sul continente africano. I principali progetti cinesi (già attuati e pianificati), il volume degli investimenti finanziari e altri aspetti della cooperazione tra Cina e Africa, sono davvero impressionanti. Vi sono oltre 10000 aziende cinesi che attualmente operano nel continente, con l’aiuto di cui circa il 30% dei prodotti africani sono fabbricati. L’attività cinese è presente nel 90% delle aziende private africane. Entro il 2025 il volume del commercio bilaterale potrebbe raggiungere i 440 miliardi di dollari. Né India né Giappone possono vantare nulla di simile. Pertanto, l’appello della RPC alla cooperazione, piuttosto che alla concorrenza, in Africa ai primi due dovrebbe sembrare molto attraente. Tuttavia, come è stato notato su NEO più volte, vi sono serie sfide politiche alla cooperazione reciprocamente vantaggiosa del tandem giapponese-indiano con la Cina. E, come dimostrato recentemente, hanno solo esacerbato le relazioni sino-indiane. È quindi difficile prevedere una risposta positiva alla proposta di Pechino a Tokyo e Nuova Delhi di allineare il progetto AAGR alla Via della Seta.Vladimir Terekhov, esperto di questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sfide dell’Eurasia: irrazionalità della politica globale o “nuova razionalità”?

Dmitrij Eevstafev; Eurasia, SouthFrontNei circoli degli esperti in cui vengono discussi problemi sullo sviluppo globale, si scorge sempre più il parere sul comportamento irrazionale e illogico dei principali attori della politica e dell’economia globale che, come pare a molti, malgrado le regole delle attività economiche, sembrava classico e immutabile. Naturalmente, nei rapporti con la Russia l’apparente irrazionalità dell’occidente è “fuori scala” e viene considerata come nient’altro che naturale. La situazione è migliorata con la “dissoluzione” delle questioni fondamentali nei temi secondari. Ma l’irrazionalità si manifesta non solo nei rapporti con la Russia. La logica non molto razionale può essere rintracciata nelle azioni delle strutture sovranazionali dell’UE nelle questioni energetiche e altre questioni relative alle relazioni con la Russia. Per esempio, nei tentativi di forzare artificialmente lo sviluppo della nuova generazione di fonti energetiche rinnovabili. Questo sembra più importante della migrazione o dello sviluppo continuo, divenendo anche l’irrazionale “tolleranza senza rive”. Non meno irrazionale dal punto di vista economico è il comportamento dell’UE verso l’Iran: Washington (e in larga misura Tel Aviv), osservano silenziosamente l’escalation dell’isteria antiraniana, l’Unione europea sembra rassegnata alla perdita di tutti i dividendi economici acquisiti dall’UE e dai singoli Paesi europei dopo l’abolizione delle sanzioni all’Iran. La decisione di Donald Trump di riprendere il blocco di Cuba appare illogica da un punto di vista politico ed economico. Inoltre, queste azioni “irrazionali” si svolgono sullo sfondo del racket militare pragmatico “a due passaggi” contro le monarchie petrolifere del Medio Oriente. Negli ultimi anni il ruolo dei fattori ideologici nelle importanti decisioni globali è aumentato drasticamente. Guardiamo alle dichiarazioni del “peso massimo” politico europeo, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, secondo cui la priorità politica (ma in realtà, in tutta l’UE) della Germania sarà il contenimento dell’influenza di Russia e Cina. “Questa sarà la fine del nostro ordine mondiale liberale. Quest’ordine è ancora il migliore di tutti i mondi possibili per ragioni etiche, politiche ed economiche. E vogliamo che quest’ordine continui. Almeno, non vogliamo vederlo indebolito“, diceva alla Reuters Schäuble, anche affermando che l’Europa deve assumere maggiori responsabilità nel proteggere l’ordine mondiale liberale e democratico, in quanto gli Stati Uniti mostrano meno disponibilità. Per chi studia l’economia, la dichiarazione è un esempio sorprendente di mancanza di considerazioni economiche nell’approccio strategico, nonché di prevalenza totale delle considerazioni ideologiche sulla pianificazione. Quest’approccio riflette l’umore che domina realmente l’élite europea. In poche parole, l’ala ultra-conservatrice dell’élite tedesca, cui appartiene W. Schäuble, da voce a questi sentimenti in modo franco e chiaro.

Nuova razionalità
Ma quanto questa “irrazionalità” comportamentale appare irrazionale, e non una “razionalità malintesa”, razionalità delle nuove condizioni economiche e sociali? E quali sono le condizioni, se i Paesi chiave e le economie mondiali devono fondamentalmente cambiare comportamento, per soddisfarle? Adesso si osservino alcuni “grandi progetti” che già cominciano a competere tra di loro, ma non per lo spazio. Questi progetti sono per lo più regionali e non si sovrappongono. Il concorso si svolge nella nuova economia e, soprattutto, nel sistema di distribuzione dei diversi profitti (finanziari, tecnologici, logistici, commodities), base su cui la gerarchia della leadership nell’economia post-liberale sarà costruita. Si tratta del progetto cinese di zona di prosperità condivisa della “Grande Via della Seta”, della costruzione dell’Europa dalle diverse velocità (e livelli di sicurezza sociale) e della reindustrializzazione degli Stati Uniti, menzogna che copre il tentativo di ricostruire il modello di sfruttamento statunitense dell’America Latina. In quasi tutte le regioni del mondo, senza escludere l’Africa tropicale apparentemente stagnante, si notano facilmente i segni dei “grandi progetti” che a volte, in maniera competitiva, i principali attori globali cercano di realizzare. L’eccezione forse è solo nel tradizionale Medio Oriente – Mediterraneo, dove il progetto globale statunitense è presumibilmente al collasso e i partecipanti ai processi di sicurezza sono passati ad azioni a breve termine tattiche attuate come forma di massima redditività commerciale.

La logica “non mercantile” dei progetti globali
Nella fase di ricostruzione del sistema delle relazioni politiche ed economiche globali e delle comunicazioni, la politica dei processi è inevitabile e i tentativi di “giocare lungo” da parte di gruppi indipendenti, “per una possibile copertura (attività complesse che permettono di evitare perdite finanziarie, ad esempio “EE”) dei rischi d’investimento su base commerciale”. L’approccio ideologico all’economia, ovviamente, ha certi costi (ad esempio, ciò appare chiaramente nelle relazioni UE – Iran). Ma in pratica è uno strumento per coprire i rischi a lungo termine nell’attuazione dei “grandi progetti”. Soprattutto considerando che i “grandi progetti” sono realizzati a un livello relativamente alto di rischi politici e militari. È ingenuo aspettarsi dai principali attori globali l’attuazione dei grandi progetti basandosi sul “mercato”. Queste aspettative riflettono la vecchia mentalità politica e, soprattutto, economica. La “nuova razionalità” nell’economia globale include l’uso di fattori ideologici come strumento per consolidare gli alleati e garantire la lealtà delle élite economiche. L'”ideologizzazione” delle decisioni economiche diventa uno strumento per il ritorno della pianificazione a lungo termine economica, quasi perduto durante il periodo di dominio della versione finanziaria della globalizzazione. È chiaro che un grande progetto quasi mai viene attuato sulla base dei classici principi del “mercato” per calcolarne la redditività. Un progetto importante fa sempre parte della “realtà economica proiettata”, quasi impossibile da calcolare. E il fattore ideologico come elemento della “realtà proiettata”, ci permette di considerare molti rischi non economici e persino alcuni economici come strategicamente insignificanti.

La nuova razionalità cinese
Il progetto cinese “Cintura di prosperità condivisa della Via della Seta” va visto come esempio interessante. Nel corso di dieci anni la Via è passata dall’essere un progetto logistico classico e “razionale” all’idea di “Cintura di prosperità condivisa”, la cui componente “basata sul mercato” risulta significativamente meno certa e più imprevedibile dal punto di vista classico del mercato. Il fattore importante da dare al progetto “Grande Via della Seta” è fondamentalmente diverso dal contenuto geo-economico, è l’emergere della componente ideologica, finora “cablata” nella formula della “prosperità comune”, ma questo vale solo per ora. Il nuovo status ha dato l’opportunità di guardare diversamente alle questioni di redditività a medio termine del progetto, anche se l’approccio cinese verso i propri partner non ha risparmiato rapporti dai difetti tradizionali.

L’appello ideologico dell’UEE
Al minimo, anche la Russia cerca di definire i suoi “grandi progetti” legati al consolidamento del potenziale economico della Nuova Eurasia e alla formazione del vettore meridionale “Nord-Sud” dello sviluppo logistico e industriale. Una delle fondamenta di questo “progetto principale” è l’Unione economica eurasiatica (EEU), concepita e implementata come unione puramente economica. Tuttavia, sembra che si creino problemi nello sviluppo dell’Unione. In assenza della componente di unità politica (essenzialmente ideologica), l’UEE non può fare un salto qualitativo per status ed influenza. C’è il rischio permanente del crollo a “zona di libero scambio”. La Russia e gli altri Paesi dell’UEE tentano di costruire un sistema e un’istituzione strategicamente importanti nel contesto emergente della “nuova razionalità” basandosi su approcci dalle “vecchie” caratteristiche razionali. Così gli aderenti all’UEE non considerano il fattore del crescente indottrinamento, non solo strategico ma anche pratico, nelle decisioni operative. La sfida principale è che, se le attuali tendenze continuano, la Nuova Eurasia, nella migliore delle ipotesi, rimarrebbe uno spazio non consolidato dell'”industria di seconda modernizzazione”, integrata nella catena globale della lavorazione delle materie prime dalla bassa ripartizione tecnologica. Nel caso peggiore, una parte significativa della Nuova Eurasia potrebbe trasformarsi in spazio logistico. Inoltre, questo rischio si manifesta già con il dialogo tra le élite dei governi post-sovietici e i loro partner cinesi, impegnati nell’ambito del progetto globale basato sulla “nuova razionalità”. È proprio nella Nuova Eurasia che le contraddizioni tra “razionalità” e “ideologizzazione” hanno la stessa razionalità, moltiplicata da una visione a medio termine della situazione, acquisendo forme più acute. Ciò è dovuto alle questioni tradizionalmente complesse e ambigue dei diritti umani, dello sviluppo umanitario, delle questioni ecologiche ed altre che sono difatti la base della cosiddetta “irrazionalità”. E questo, naturalmente, verrà utilizzato dalle leadership per i nuovi progetti globali. In queste condizioni, i Paesi della Nuova Eurasia inevitabilmente sollevano la questione del ripensamento dei paradigmi dello sviluppo nazionale e della pianificazione strategica alla base del loro sviluppo degli ultimi 25 anni e che, ovviamente, iniziano a perdere rilevanza.Dmitrij Evstafev, professore della NRU, Scuola Superiore di Economia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo della Russia nella creazione dello spazio economico eurasiatico

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 10.07.2017Come è ben noto, la Russia affronta l’integrazione economica di tutti i Paesi eurasiatici. Dato ciò, è naturale che la Russia sostenga il progetto avviato dalla Cina per creare la “Cintura economica della Via della Seta”. Tuttavia, alcuni Paesi geograficamente circostanti la Cina temono che, dopo aver aderito alla “Via della Seta”, perdano l’indipendenza nelle infrastrutture ed economica. La Russia aiuterà i Paesi disposti a sviluppare le infrastrutture e il commercio estero senza una significativa partecipazione della Cina. Il progetto One Belt and One Road comprende due sottoprogetti: “Nuova Via della Seta” (progettata per unire le principali ferrovie e autostrade dell’Eurasia e dell’Africa in una sola rete) e “Via della Seta Marittima del 21esimo secolo” dal Sud-Est asiatico lungo le coste meridionali dell’Eurasia all’Africa ed Europa. Oltre alla costruzione di varie infrastrutture (nuove ferrovie, porti, ecc.), il progetto richiede la creazione di zone di libero scambio tra gli Stati partecipanti. Si presume che qualsiasi Paese vi partecipi ne beneficerà. Tuttavia, alcuni Stati della regione Asia-Pacifico sono scettici sull’iniziativa cinese. Impegnati a parteciparvi al minimo, fanno il possibile per impedire la crescita dell’influenza cinese sulle proprie politiche economiche nazionali. Questo principalmente riguarda Paesi con economie già sviluppate che hanno qualcosa da perdere e che hanno propri piani di grande portata e volontà di dominare la regione. India e Giappone, principali concorrenti della Cina in Asia, ne sono i primi esempi. Nel maggio 2017, il forum One Belt and One Road si tenne a Pechino. Ospiti di alto rango da oltre 100 Paesi, tra cui il Presidente Vladimir Putin (impegnatosi a sostenere la Federazione russa verso la Nuova Via della Seta), vi parteciparono. Il Presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping aprì l’evento osservando che il progetto è destinato a beneficiare tutti i Paesi, e non solo ad aumentare l’influenza cinese. Tuttavia, a non inviandovi propri rappresentanti, India e Giappone ne diffidano apertamente. Una delle ragioni per cui l’India ha ignorato l’evento è la cooperazione attiva della Cina con il Pakistan, in particolare nel Kashmir, causa della lunga disputa territoriale tra India e Pakistan. Secondo la leadership indiana, le operazioni delle società statali cinesi nelle aree occupate in Pakistan del Kashmir riconoscono il diritto pakistano su questi territori da parte della Repubblica popolare cinese. Tuttavia, ciò non è il motivo principale del rifiuto indiano per la “Via della Seta”. Oltre al Pakistan, la Cina aumenta attivamente l’influenza in altri Paesi confinanti con l’India, anche costruendo infrastrutture. Negli ultimi anni, la Repubblica popolare cinese è riuscita a costruire un gasdotto in Myanmar, a stabilire una via ferroviaria con il Nepal e ad iniziare a costruire una nuova città portuale in Sri Lanka, continuando gradualmente ad aggirare l’India con un anello di alleati cinesi. Nell’ambito della “Via della Seta Marittima del 21° secolo”, la Cina cerca di rafforzare la presenza in tutti i punti importanti lungo la rotta dall’estremità orientale dell’Asia ad Africa ed Europa. Questo è probabilmente uno dei motivi principali di preoccupazione per India e Giappone. Il traffico navale da questo sito è estremamente importante per questi Paesi, che commerciano attivamente con Europa ed Africa, mentre la sicurezza energetica del Giappone va attribuita principalmente agli idrocarburi trasportati via mare dal Medio Oriente. India e Giappone perciò non desiderano assistere a un traffico marittimo lungo le coste meridionali dell’Eurasia sotto il completo controllo cinese. Tuttavia, nonostante questi ostacoli, entrambi i Paesi vorrebbero aderire a uno spazio economico eurasiatico comune. Se i loro interessi gli impediscono di realizzarlo con la Cina e la sua “Via della Seta”, Russia e Unione economica eurasiatica potrebbero divenire alternative valide.
Già la Russia aiuta l’India a sviluppare l’infrastruttura nazionale. Su terraferma, l’India confina con un piccolo numero di Paesi, e per via ferroviaria con altre parti del continente, e il Paese dovrebbe in qualche modo cooperare con Cina o Pakistan. Tuttavia, l’India attualmente preferisce costruire ferrovie nel Paese indipendentemente o con l’aiuto della Federazione Russa. Nel dicembre 2015, la compagnia statale russa Russian Railways (RZD) e il Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un memorandum d’intesa sulla cooperazione tecnica nel settore ferroviario. Nell’ottobre 2016, durante il vertice BRICS, RZD e Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un protocollo sulla cooperazione nell’ambito del programma ferroviario ad alta velocità. Per cominciare, gli specialisti russi espressero il desiderio di aiutare i colleghi indiani a modernizzare la ferrovia Nagpur-Secunderabad. Nel febbraio 2017 fu inaugurata a New Delhi l’ufficio rappresentativo di RZD International (filiale delle ferrovie russe fondata per lavorare nei progetti esteri). A seguito di ciò, la direzione di Zriferì che, oltre all’ammodernamento della tratta Nagpur-Secunderabad, le ferrovie russe avevano avviato altri progetti in India relativi alla creazione di ferrovie ad alta velocità, sviluppo dei trasporti urbani, formazione del personale e fornitura di diverse attrezzature agli indiani.
Per il Giappone, la cooperazione con la Russia è ancora più conveniente e redditizia che con la Cina. La Federazione Russa può offrire al Giappone un’alternativa sia alla “Via della Seta” che alla rotta marittima. La ferrovia transiberiana russa può diventare il corridoio terrestre del Giappone. Anche se la Ferrovia Transiberiana è inclusa nelle strutture della “Cintura economica della Via della Seta”, attraversa la Russia e non dipende dalla Cina. Un treno merci che percorre la tratta Vostochnij – Mosca attraverso la Transiberiana impiega solo 20 giorni e i carichi possono essere inviati da Mosca su varie rotte per l’Europa. A fine maggio 2017, presso la Rappresentanza commerciale della Federazione Russa in Giappone si ebbe il forum aziendale “Nuove opportunità e prospettive di sviluppo dei trasporti merci eurasiatici”, cui parteciparono anche rappresentanti di Kazakistan, Cina e Mongolia. All’evento Kazuhito Yoda, segretario generale dell’Associazione degli operatori intermodali transiberiani del Giappone (TSIAJ), fece un discorso in cui apprezzava i vantaggi della ferrovia transiberiana e sottolineò che alla fine del 2016 il Giappone condusse con successo l’invio di carichi da Yokohama a Vostochnij via mare, dopo di che furono caricati su un treno e spediti lungo la ferrovia Transiberiana. I mittenti ne furono molto soddisfatti e molte aziende giapponesi sono assai interessate alla ferrovia transiberiana. Un’alternativa alla “Cintura economica della Via della Seta” per il Giappone potrebbe essere la “rotta del Mare del Nord” russo che segue le coste settentrionali dell’Eurasia lungo l’Oceano Artico. Russia e Giappone attualmente sviluppano piani per lo sviluppo congiunto di questa via promettente, collegando l’Asia orientale all’Europa, escludendo le acque controllate dai cinesi. Un altro Paese importante nella regione Asia-Pacifico è la Corea del Sud, che ha abbracciato con entusiasmo il progetto Nuova Via della Seta. Già nel 2014, l’allora presidentessa Park Geun-hye dichiarò che il suo Paese era pronto a connettersi con la Cina con una ferrovia che attraversasse la Corea democratica. Tale piano esiste ancora, ma ora si suppone che sia la Russia a costruirla. Il nuovo leader sudcoreano Moon Jae-in ha discusso questa opzione al vertice dei G20 di luglio con il Presidente Vladimir Putin.
In conclusione, si può dire che, anche se quasi tutti gli Stati leader d’Eurasia sono ansiosi di integrarsi economicamente, non tutti sono pronti a cooperare attivamente con la Cina a questo fine. In tale situazione, l’interazione con la Russia per il collegamento con il resto dei Paesi dell’Eurasia è una mossa che creerebbe altri corridoi e svilupperebbe infrastrutturale che sarebbero un’alternativa valida. Ciò conferma ancora una volta il ruolo estremamente importante della Federazione Russa nella creazione di un unico spazio economico eurasiatico.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora