La situazione militare in Ucraina-Novorossija

L’ecatombe della vergogna e della giustizia… Le perdite dell’esercito ucraino in un anno
Erwan Castel, Alawata647117_1000La legge della guerra è implacabile e il bilancio provvisorio dell’operazione speciale in questa guerra asimmetrica, lanciata dai nuovi padroni di Kiev, è definitivo! Nonostante una superiorità numerica schiacciante e strutture e servizi logistici, finanziari e d’intelligence statali a sua disposizione, l’esercito di Kiev ha subito sconfitte e rovesci tattici sempre più importanti da quando le repubbliche del Donbas sono maturate ed organizzate… L’unica “avanzata” delle forze governative di Kiev, dall’avvio dell’operazione speciale, fu la ritirata tattica delle milizie repubblicane dai settori isolati di Slavjansk e Severodonetsk. Le perdite dopo circa un anno di attività sono inversamente proporzionali alle forze, diversi fattori spiegano tale incredibile risultato con le milizie popolari improvvisate e locali divenire, in battaglia, le Forze Armate della Nuova Russia.

Demotivazione delle forze di Kiev
Dall’inizio delle operazioni ad aprile, a Slavjansk e Kramatorsk, la riluttanza dei soldati appariva, anche nelle unità dei paracadutisti. La riluttanza ad attaccare la popolazione* si espresse sotto forma di insubordinazione, ammutinamento, diserzione e passaggio con armi e veicoli ai federalisti e separatisti… Questi atteggiamenti si amplificarono con la radicalizzazione delle lotte estendendosi al cuore delle popolazioni colpite dagli ordini di mobilitazione successivi e sempre più impopolari, mentre sempre più bare tornavano alle famiglie*. Le unità ucraine spesso si reclutano regionalmente, in modo che battaglioni completi siano formati da soldati della stessa regione e posizionati nelle loro città.

Incompetenza del comando ucraino
Fin dall’inizio il comando dell’operazione speciale non fu affidato al ministro della Difesa ma al ministero degli Interni, svolgendo azioni offensive del tutto sproporzionate contro il popolo inerme del Donbas, che vedeva carri armati e aerei da combattimento schierati contro barricate di pneumatici e fucili da caccia. A poco a poco l’operazione diventava una guerra moderna con continui duelli d’artiglieria e occasionali attacchi armati, comportando il significativo radicamento del sistema repubblicano. Gli ucraini rivelarono assenza di autorità e coordinamento delle loro varie forze, assenza di adattamento a terreno e situazione, e soprattutto incapacità d’imparare dalle sconfitte. Ad esempio, invece di sfruttare i salienti creati, il comando ucraino non sapeva assicurarne la logistica, né proteggere con una copertura aerea i corpi corazzati accerchiati uno dopo l’altro lungo il confine con la Russia, a Ilovajsk, e poi a Debaltsevo. In totale, più di 10000 ucraini scomparvero in tali sacche ostinatamente e stupidamente ripetute ad ogni cambio sul fronte…

Disprezzo dei soldati
Fin dall’inizio le truppe ucraine furono brutali verso la popolazione del Donbas, a loro subendo rapidamente il disprezzo della leadership politica e militare: senza attrezzature, scarsa logistica, permanenza forzata sul fronte, taglio di comunicazioni ed informazioni con le famiglie, sacrificio delle unità circondate, ecc… Le perdite subite da Kiev vengono ancora nascoste, con tombe frettolosamente scavate nelle retrovie e cremazioni notturne osservate negli obitori degli ospedali affollati di Dnepropetrovsk e Kharkov. Anche il comportamento incoerente, ripetendo gli errori strategici, sembra motivato da una duplice politica, purgare l’esercito dagli elementi non acquisiti all’ideologia xenofoba e russofoba di Kiev e suscitare con tale catastrofismo gli aiuti militari degli USA. Oggi l’esercito ucraino si basa su battaglioni speciali politicizzati e mercenari della NATO. Ciascuno di tali fattori è ancora più evidente nelle conseguenze contrarie nella Nuova Russia, dove le giovani repubbliche di Donetsk e Lugansk sono motivate e, contro ogni pronostico, dimostrano di adattarsi con velocità e costanza. In pochi mesi, le Forze Armate della Nuova Russia hanno capitalizzato politicamente le vittorie militari ed ampliato le unità di volontari sia quantitativamente che qualitativamente.

929af96eff55bfb1afdcb6c83cfcb93bPerdite dell’esercito ucraino nel Donbas dal 3 aprile 2014 al 15 febbraio 2015
Max Linnik

Uccisi: 26018 militari, militari e paramilitari ucraini
– 3829 attivisti di “Pravij Sektor” nella Guardia Nazionale, così come 30 battaglioni speciali dei mercenari dell’oligarca Igor Kolomojskij Dnipro, Azov e Ajdar. Secondo i dati dell’operazione i cadaveri furono trasferiti e distrutti nel crematorio di Dnepropetrovsk o sepolti e dispersi al fronte.
– 14562 soldati delle unità regolari ucraine (per lo più 25.ma Brigata aeroportata Dnepropetrovsk, 95.ma Brigata aeroportata Zhitomir, 24.ma Brigata motorizzata Lvov, 79.ma Brigata aeroportata, 51.ma Brigata meccanizzata, 24.ma Brigata meccanizzata Javorov, 72.ma Brigata meccanizzata indipendente, Brigata dell’Intelligence Kremenchug e altre unità dell’esercito ucraino provenienti soprattutto da stazionamenti in Ucraina occidentale).
– 4923 membri della “Guardia Nazionale” del MUP;
– 381 membri del SBU ucraino;
– 249 membri del Servizio di Stato della Guardia di frontiera dell’Ucraina;
– 88 membri delle forze speciali di CIA, FBI, DIA;
– 1037 mercenari della ASBS Othago (139 tra il 22 aprile a il 13 luglio 2014), dell’Academi (fino al 2009 Blackwater) e della “figlia” Greystone limited (125 dal 22 aprile al 13 luglio 2014), da Canada, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Estonia, Italia, Svezia, Turchia, Repubblica Ceca, Finlandia, Africa, Paesi arabi e altri Paesi;
– 1781 membri di altre forze armate ucraine.
Feriti: 54804 effettivi di FAU, ministero degli Interni, Guardia nazionale, battaglioni di “Pravij Sektor“, SBU, polizia…
Esempio: 25 febbraio 2015, il rappresentante della Repubblica Popolare di Donetsk Vladislav Briga indicava il numero esatto di materiali catturati dalla milizia nella sacca di Debaltsevo:
Carri armati: 187; BMP, BMD e BTR: 124; Artiglieria semovente e trainata: 120; Lanciarazzi multipli: 24; Mortai: 278; Autocarri: 139; Veicoli comando: 43; Radar e stazioni di comunicazione: 46;
5 febbraio, Debaltsevo (comunicato di Basurin del Ministero della Difesa di Donetsk) “Fin dall’inizio della ripresa delle ostilità attive (28 giorni), il nemico ha perso: 3 aeromobili, 1 elicottero, 196 carri armati, 170 veicoli da combattimento della fanteria, veicoli blindati e MTLB, 192 cannoni, 117 veicoli e 2649 soldati morti e 60 catturati“.
12000 morti, 19000 feriti e quasi 5000 dispersi. Questi sono, secondo indiscrezioni della riunione a porte chiuse del SnBu, le perdite effettive dei servizi di sicurezza ucraini nella spedizione punitiva nel sud-est e confermate dai pirati informatici di CyberBerkut.
Catturati, dispersi o segnalati assenti:
SBU – 524 elementi
Guardia Nazionale – 2009 (dal luglio 2014)
Soldati – 3572 (dal luglio 2014)
Mercenari stranieri – 537 persone
altri – 1352
Circa 13900 disertori.
Dal 2 maggio al 5 settembre le perdite furono di 47103 elementi. Si tratta di morti, feriti, catturati, dispersi e disertori. Le perdite delle compagnie di mercenari erano pari a 560 elementi.

Riferimenti:
razbitye_bmp_vsu_logvinovo Questi fattori furono i principali motivi della sconfitta totale della spedizione punitiva; nei quattro mesi di combattimenti nel Donbas, le truppe della junta, secondo la RPD, persero 43000 effettivi, di cui 27888 uccisi o feriti, 13500 disertori o dispersi. Le maggiori perdite furono di Pravij Sektor con oltre 7000 morti e feriti, dei battaglioni Dnipro, Donbass, Chernigov, Ajdar, Azov, Kherson e altri della Guardia Nazionale ucraina con 6168 tra morti e feriti; 115 del SBU; 460 mercenari stranieri, soprattutto polacchi della ASBS Othago (194) e statunitensi dell’Academi (160); 14889 soldati delle FAU; 25 statunitensi di FBI e CIA.
In quei quattro mesi Kiev perse: 43 aeromobili (inclusi Su-25 polacchi e croati), 22 elicotteri, 6 droni, 448 carri armati, 827 blindati, veicoli da combattimento della fanteria e BMD, 37 Grad, 19 Uragan e circa 100 cannoni di vario calibro, tra cui 40 mortai, così come centinaia di autoveicoli, secondo l’ufficio della RPD. I dati dello Stato Maggiore della RPD (gennaio 2015): “le perdite generali ucraine nella zona dell’aeroporto e zone circostanti sono 597 militari ucraini morti, parlando dei corpi trovati in prossimità dell’aeroporto e di Peski. 44 i prigionieri“, aveva detto ai giornalisti Basurin. La maggior parte proveniva dai battaglioni Dnipro, Donbass, Chernigov, Ajdar, Azov, Kherson e altri della Guardia nazionale ucraina, che persero tra morti e feriti 6168 persone, 115 del SBU e 460 mercenari stranieri, soprattutto 194 polacchi dell’ASBS Othago e 160 statunitensi dell’Academi; le perdite delle FAU erano pari a 14889 soldati. 25 i dipendenti di FBI e CIA uccisi. In quattro mesi Kiev perse 43 aerei (compresi Su-25 polacchi e croati), 22 elicotteri, 6 droni. La milizia distrusse 448 carri armati, 827 blindati, veicoli da combattimento di fanteria e BMD, 37 Grad, 19 Uragan, circa 100 cannoni di vario calibro, tra cui 40 mortai, e centinaia di autoveicoli, secondo l’ufficio della RPD.
Mezzi persi (compresi catturati e danneggiati)
27 elicotteri (Mi-24 e Mi-8)
Mi-24: 6 distrutti e 8 danneggiati, 14.
Mi-8: 7 distrutti e 6 danneggiati, 13.
43 aerei (MiG-29, Su-27, Su-25, Su-24, An-26, An-30 e Il-76)
Su-25: 20 catturati e 12 distrutti, 32.
Su-27: 1 unità.
Su-24: 2 distrutti e 1 danneggiato, 3.
MiG-29: 2 distrutti.
3 An-30 (ricognizione), 1 Il-76 e 1 An-26 (cargo) distrutti.
UAV: 16 distrutti.
Automezzi: 706 al 18 febbraio 2015, (6 Hummer, 11 GAZ-66, 69 Ural, 47 Kamaz, 4 Zil-131, 1 KrAZ, 80 trattori MTLB, 516 carri armati T-64 e altri, 2 carri armati Bulat catturati, 1 carro armato Leopard, 385 BTR, 7 BTR Bucefalo, 2 BTR-4E, 270 BMP-1 e BMP-2, 52 BMD, 18 BRDM, 96 MLRS BM-21 Grad, 14 MLRS Smerch (9K58), 17 MLRS Uragan (9P140), 9 mortai semoventi da 240mm Tjulip,
11 cannoni semoventi da 152mm 2S3 Akatsja, 1 SAU-152 Elizaveta, 26 2S9 Nona, 50 SAU 2S1 Godvizka, 9 cannoni semoventi da 152mm 2S30 Msta-S, 6 obice trainati 2A65 Msta-B da 152mm, 21 SAU Pjon, 111 mortai da 120mm, 45 mortai da 82mm, 91 obici D-30, 23 cannoni antiaerei (ZU-23-2), 3 ATGM Konkurs, 34 cannoni anticarro MT-12 da 100mmm Rapira, 2 imbarcazioni, 2 cannoni semoventi da 152mm Gjatsint, 2 FROG, 2 missili tattici Tochka-U, 17 depositi di munizioni, armi e carburante.

Mezzi catturati
In totale, dal 20 giugno al 15 agosto 2014, durante l’operazione punitiva, secondo quanto riporta l’esercito stesso, la milizia aveva catturato all’esercito ucraino: 65 T-64, 69 BMP, 39 BTR, 2 BRDM, 9 BMD, 24 MLRS BM-21 Grad, 2 MLRS Uragan, 2 2S4 Tjulip, 6 2S9 Nona, 25 2S1 Godvizka, 10 D-30, 2 mortai da 82mm, 18 ZU-23-2, 124 autoveicoli.
Non inclusi nelle perdite (informazioni non confermate):
2 maggio 2014 – 2 Mi-17 (Mi-8MTV) con mercenari stranieri a bordo, presumibilmente colpiti al momento dello sbarco o a bassa quota con ATGM o RPG. (sono le perdite più misteriose, informazioni divulgate solo da siti esteri).
22 luglio 2014 – Su-25 abbattuto su Perevalsk, il pilota non era sopravvissuto.
22 luglio 2014 – Su-25 su Zorinsk e Krasnij Luch.
23 luglio 2014 – Su-25 abbattuto nei pressi di Pervomajsk.
30 luglio 2014 – informazioni su un aereo colpito a Khartsyzsk.
4 agosto 2014 – elicottero abbattuto su Vasilevka.
9 agosto 2014 – Su-25 abbattuto su Krasnij Luch, pilota ucciso.
15 agosto 2014 – messaggio di Ajdar su un elicottero colpito, forse un Mi-8.
17 agosto 2014 – Su-25 colpito da MANPADS su Krasnodon.

528726_1000Mobilitazione ucraina
La mobilitazione in Ucraina non funzionava secondo Jurij Birjukov, consigliere di Poroshenko, auspicando un “nuovo concetto nella selezione dei soldati per le forze armate“; nel frattempo Kiev sperava di creare nuove unità oltre alla 25.ma Brigata aeroportata da ricostituire: 11 brigate, 4 reggimenti, 80 battaglioni e 16 compagnie, tra cui 7 nuove unità di fanteria dotate di BTR-3E, BTR-4E e BTR-80: 10.mo Reggimento di fanteria di montagna (Chervontsij); 14.ma Brigata motorizzata (Vladimir-Volinskij); 53.ma Brigata motorizzata (Novaja Lumbirka); 54.ma Brigata motorizzata (Artjomovsk); 57.ma Brigata motorizzata (Kirovograd); 58.ma Brigata motorizzata (Kontop); 59.ma Brigata motorizzata (Vinnitsa). 3 unità di artiglieria: 40.ma e 43.ma Brigata d’artiglieria (Devichkij) e 44.ma Brigata d’artiglieria (Lvov) e anche 4 unità speciali: 81.ma Brigata paracadutisti (Konstantinovka); 129.mo Reggimento ricognizione (Marjupol); 130.mo e 136.mo Reggimento ricognizione (Rovno). Le unità di Marjupol, Konstantinovka e Artjomovsk essendo oramai troppo deboli per la prima linea, venivano integrate in “nuove” brigate o “reggimenti”. Infine diverse unità erano completamente scomparse: 17.ma Brigata corazzata; 128.ma Brigata fanteria di montagna; 55.ma Brigata d’artiglieria; 79.ma Brigata aeroportata; 3.zo e 8.vo Reggimento forze speciali; 95.ma Brigata; 93.ma Brigata, 13.mo, 24.mo, 25.no e 40.mo Battaglione della Guardia nazionale; Battaglione Donbass e un’altra dozzina di “battaglioni territoriali”. Infine, a Pravij Sektor veniva intimato di ritirare i propri battaglioni dalle zone operative nel Donbas, se non si sottoponevano al comando dell’esercito ucraino. Ciò avveniva dopo la resa di Kolomojskij a Poroshenko, imponendo un ultimatum agli squadroni della morte di Pravij Sektor, a cui “non si può disobbedire“. Kolomojskij finanziava i nazibattaglioni Azov, Ajdar, Donbass, Dnipro-1 e Dnipro-2, i 3 battaglioni islamisti ceceni e il battaglione dell’OUN. Nell’arco di una settimana, il tentativo dei neonazisti di Pravij Sektor d’imporre il loro duce Jarosh allo Stato Maggiore dell’esercito ucraino svaniva nella nuvola dell’umiliazione inflitta dai medesimi militari, che ora si vendicavano delle umiliazioni subite in precedenza da Pravij Sektor. L’ordine di Poroshenko non riguardava il reggimento ‘Azov‘ e le altre formazioni della Guardia nazionale. Poroshenko, sfruttando la resa di Kolomojskij, s’imponeva su tutti gli eventuali rivali, e il peso del SBU diveniva ancor grande nell’Ucraina di Poroshenko, con Nalivajchenko, capo del SBU, che prometteva “una nuova fase dell’operazione contro il terrorismo nella regione di Odessa, con una pulizia accurata“. Nel frattempo, il SBU lanciava un’operazione contro Dnipro-1, il cui miliziano Denis Gordeev, anche membro di Pravij Sektor, aveva assassinato un suo agente. Tutto ciò nonostante Kolomojskij avesse speso per gli 800 mercenari del nazibattaglione Dnipro-1, comandato da Jurij Bereza, qualcosa come 10 milioni di dollari, o avesse donato ai 1000 mercenari di Andrej Biletskij, del nazibattaglione Azov, blindati KrAZ, BTR-3E e BTR-4E, equipaggiamenti individuali e reclutato diversi “volontari” esteri, come una ventina di ustascia croati. Nel frattempo, Poroshenko offriva al ducetto di Pravij Sektor, Dmitrij Jarosh, una posizione al ministero della Difesa, “Posso confermare che Dmitrij Jarosh ha ricevuto una proposta del presidente per una carica al ministero della Difesa. Sarei molto contento se Jarosh iniziasse a lavorare nell’amministrazione statale. Dirò di più: vedo che è molto annoiato alla Rada ed è stato ferito in battaglia. Sarei molto lieto di creare, insieme a Jarosh, l’Unione dei volontari per la Difesa dell’Ucraina sulla base dei sistemi estone, finlandese e svizzero” annunciava Anton Gerashenko, consulente di Poroshenko. Intanto, mentre il 26 marzo arrivavano dagli USA 10 blindati Humvee presso l’aeroporto di Borispol, dove Poroshenko ringraziava l’incaricato d’affari degli Stati Uniti Bruce Donahue, l’aumento delle dimensioni dell’esercito, da 168000 all’inizio del 2014 a 250000 oggi, causava degli imprevisti… Il ministero della Difesa di Kiev annunciava che mancavano i 27 milioni di euro per alimentare i soldati!

E10jLhEMKBsNel frattempo, presso le FAN, il 1° Battaglione Slavjansk diveniva 1.ma Brigata di Fanteria Meccanizzata Slavjansk, formata con volontari dell’Armata ortodossa e diversi mezzi BRDM-2, BTR-80, T-72B1V ex-ucraini catturati nel saliente di Debaltsevo.

I novorussi pronti per l’offensiva a maggio
Jurasumij, PolitRussiaRussia Insider

Al momento nessuna delle due parti in Ucraina ha la forza di lanciare un’offensiva su larga scala. Alla fine di aprile, però, i ribelli avranno completato la formazione di numerose nuove unità. Operazioni di combattimento nel Donbas, quando, come, quanto sul serio? C’è molto da indovinare e speculare sull’argomento, e ancora più all’avvicinarsi delle vere operazioni.

V3QfCfmFPuEDal lato governativo
Sarebbe ingenuo e stupido aspettarsi operazioni offensive su larga scala da parte della junta nelle prossime settimane. La debacle di Debaltsevo non solo ha colpito il morale delle truppe, ha anche inflitto una colossale perdita di mezzi alle FAU (‘Forze armate dell’Ucraina’). La campagna invernale è costata più di un quarto di tutti i blindati e carri armati, e un sesto dell’artiglieria. La maggior parte di tali perdite è totale e irreversibile. Naturalmente, qualunque equipaggiamento danneggiato riparabile sarà già tornato in servizio, ma le perdite invernali non possono essere sostituite. Le unità delle FAU adottano nuove strutture organizzative: batterie di artiglieria con quattro pezzi, alcuni battaglioni non più meccanizzati ma semplicemente di fanteria, e le nuove unità sono designate fanteria da subito. Nessuno pretende che siano meccanizzate. La situazione dell’artiglieria è più o meno stabile, ma anche qui vi sono cambiamenti significativi. L’artiglieria è sempre più trainata, divenendo piuttosto vulnerabile in una guerra moderna. Inoltre, vi è carenza di cannoni trainati (ad esempio, degli obici Msta-B da 152mm). Le unità corazzate pronte al combattimento si riducono costantemente di numero. Il tempo in cui le FAU schieravano 10 battaglioni di carri armati completi e con equipaggi addestrati è finito. Le carenze erano già visibili nella campagna invernale. Unità con equipaggi da addestrare furono inviate al fronte per rafforzare la prima linea. Non vi è materiale e personale per creare nuove unità, non vi sono più nei depositi materiali disponibili. Tutto ciò che era utilizzabile è stato già inviato al fronte, e parte è andato perso in battaglia. I nuovi carri armati si contano sulle dita di una mano. Tutto ciò che viene pubblicizzato come nuovo in realtà vecchi carri armati revisionati, ce ne sono ancora 2000 disponibili. Tuttavia, non vi sono parti di ricambio, capacità industriale e… soldi per consentirne la produzione di massa. Pertanto, le FAU si concentrano su non più di 6-7 battaglioni carri, compresi i mezzi delle unità di addestramento. Formalmente ci sono 12-13 battaglioni carri armati, ma la loro forza è pari alla metà. Inoltre, il ritmo di costruzione dei mezzi indica che le FAU possono aggiungere al massimo un battaglione in due mesi, a condizione che non subiscano perdite. La situazione non è migliore con i blindati. Le consegne sono ritardate per ragioni banali e anche un po’ comiche. L’occidente, con le sanzioni alla Russia, introduce anche de facto il blocco militare-tecnico dell’Ucraina. Ci sono molti elementi di fondamentale importanza, in primo luogo i motori, che l’Ucraina non produce e non può ricevere dall’estero. I fornitori occidentali si rifiutano, portando al crollo di molti programmi importanti: le consegne dei veicoli Dozor-B non sono mai nemmeno cominciate, gli automezzi KRAZ per esigenze militari sono prodotti in poche decine al mese, anche se in teoria l’industria potrebbe costruirne centinaia, la produzione dei BTR è in ritardo per mancanza di pezzi di ricambio, assolutamente necessari per la riparazione dei mezzi danneggiati. Tali fattori hanno costretto la junta a privare della mobilità non solo le nuove unità, molte ancora da creare, ma anche le unità “meccanizzate” delle vecchie brigate. Non posso fare a meno di essere d’accordo con il caporedattore di Tsenzor.net, Jurij Butusov, che la scrematura parziale dei costosi mezzi pesanti per creare nuovi gruppi è più nociva che utile. Le nuove unità non saranno pronte prima dell’estate, e l’assenza di corazzati nelle vecchie unità ne ridurrà notevolmente le capacità offensive. Ma non è la fine dei problemi. La prima ondata della smobilitazione accelera. Kiev ha deciso di non rischiare di tenersi i soldati più anziani. Ciò tuttavia temporaneamente riduce la forza di prima linea sul fronte (solo 30-35000 truppe a gennaio). Non ci può essere alcun aumento della forza organica fino a quando i nuovi contingenti saranno addestrati (maggio-giugno), ed è anche discutibile se possano mantenere la forza attuale. Inoltre, i soldati esperti smobilitati saranno sostituiti da reclute spedite da tutta l’Ucraina.
Conclusione. Sono ancora del parere che la junta non condurrà operazioni offensive, non ne ha la capacità. Fino a maggio-giugno non potrà nemmeno mantenere gli effettivi delle forze, anche se non sono il fattore principale. La mancanza di mezzi e rifornimenti è ciò che realmente impedisce alla junta di schierare un raggruppamento militare considerevole. Inoltre, il numero di unità effettivamente pronte al combattimento declina dal luglio 2014. A quel tempo, la forza attiva era di 50mila effettivi, ora non più di 30mila. Il resto sono unità di supporto. Tuttavia, ci sono forze contrarie alla pace nel Donbas. La leadership di molte unità “volontarie” è consapevole che a lungo andare la pace significa la loro rapida morte (possibilmente anche in senso fisico). La guerra può prolungarne l’agonia e anche renderne l’esistenza utile ai loro burattinai. Non possono sprecare tale opportunità.

16I ribelli
Anche qui non tutto va bene riguardo i preparativi per le operazioni di combattimento. Tuttavia, i problemi sono diversi, la junta non può attaccare e il suo potenziale militare diminuisce ad ogni campagna, mentre le unità repubblicane non sono ancora pronte a condurre offensive su larga scala. Perché le FAN possono condurre una grande offensiva in estate, ma non in inverno? Per due ragioni. In estate, le unità FAU inaspettatamente finirono attaccate dalle unità del “Vento del nord”, intrappolate e decisamente sconfitte. D’inverno i giovani eserciti repubblicani dovettero penetrare difese ben preparate, inoltre fu deciso di non inviare in battaglia le forze del “Vento di Borea”, mentre il potenziale militare delle Forze Armate della Nuova Russia, FAN, non erano ancora pronte a un’offensiva su larga scala. La pianificazione della seconda campagna estiva prevede la formazione di numerose nuove unità delle FAN (5-7 nuove Brigate di fucilieri motorizzati, 2-3 battaglioni carri armati, nuove unità d’artiglieria), scopo della grande mobilitazione. Non solo gli effettivi aumentano, ma anche la loro potenza di fuoco, assieme ad artiglieria e forza corazzata. Ciò è possibile per la grande quantità di materiale catturato e il supporto tecnico della Russia. Creazione e addestramento delle nuove unità si concluderanno a fine aprile (o forse a maggio). A quel punto le FAN saranno chiaramente superiori alle FAU non solo tecnicamente ma anche numericamente, e se si considera l’assistenza passiva del “Vento di Borea” ai fronti secondari, questa superiorità sarà abbastanza percettibile.
Conclusione. Non bisogna aspettarsi grandi operazioni offensive delle FAN prima della fine di aprile. Inoltre, operazioni premature potrebbero ritardare la “smobilitazione” delle FAU. Naturalmente, ciò lascia ricognizione e preparazione al tiro attivi. Soprattutto dato che ciò richiede diverse settimane, a giudicare dall’esperienza delle battaglie invernali. Non mi aspetto operazioni offensive su larga scala, anche con obiettivi limitati (ad esempio, la liberazione di una città) nelle prossime settimane. Allo stesso tempo, la situazione continuerà a rendersi più tesa. Il caos nella junta (la lotta Poroshenko-Kolomojskij) può provocarne il collasso prematuro, ma anche allora sarebbe stupido per le FAN attaccare prima di raggiungere la piena disponibilità. Penso che il comando delle FAN non farà qualcosa di stupido. Inoltre, non ha bisogno di affrettarsi, la junta è sempre più debole ogni mese che passa.

Ukraine_867541aTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Incontro trilaterale a Seoul

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 28/03/2015Wang Yi, Fumio Kishida, Yun Byung-seIl 21-22 marzo, Seoul ha ospitato la riunione dei ministri degli Esteri di Cina, Giappone e Corea del Sud, preparata da tempo e con grande difficoltà, evento strettamente sorvegliato da altri Paesi dell’Asia del nord-est e della regione Asia-Pacifico. Dato che è stato il primo incontro tra i ministri in tre anni, ne è valsa l’attenzione in quanto determina essenzialmente la natura dell’evoluzione della situazione nella regione del nord-est asiatico. Per gli osservatori stranieri, il criterio per il successo di questo incontro è la possibilità d’impostare una data specifica per un vertice tra i leader di Cina, Giappone e Corea del Sud. A tal proposito, hanno dichiarato in un comunicato ministeriale congiunto che intendono lavorare a un vertice a tre “al più presto”, fornendo a ottimisti e pessimisti ampie opportunità d’interpretare l’efficacia del lavoro svolto a Seoul. È chiaro che le dichiarazioni congiunte dei Paesi, partecipanti alla Trans-Pacific Partnership, le cui riunioni annuali negli ultimi cinque anni, sembrano concludersi con la stessa formulazione “gommosa”. La natura incerta dell’esito della riunione di Seul è in linea con il contesto politico molto ambiguo plasmato da una serie di eventi e dichiarazioni dei leader politici della regione. Al centro del conflitto, non favorevole alla creazione di un ambiente adatto a un vertice trilaterale, è l’ultimo alterco cino-giapponese sulle isole Senkaku/Diaoyu. Due eventi hanno portato a tale conflitto:
Il primo è stata la scoperta, il 30 dicembre 2014, di un sito web cinese trilingue (cinese, giapponese e inglese), in cui viene spiegata l’intera questione delle “Isole Diaoyu”, portando ad una protesta del ministero degli Esteri giapponese, respinta dal ministero degli Esteri cinese.
Il secondo evento (visibilmente risultante dal primo) è stata la “scoperta d’archivio” del ministero degli Esteri giapponese di un atlante cinese del 1969 in cui tutte le isole, tra cui quelle principali, sono indicate con i loro nomi giapponesi. I media giapponesi hanno risposto dicendo che la domanda della Cina sulle isole fu posta solo alla fine degli anni ’70 per la sua natura “mercantile”. Presumibilmente Pechino poi ha cominciato a valutare seriamente il rapporto del 1968 delle Nazioni Unite sulle possibili enormi riserve di idrocarburi sul fondo del Mar Cinese Orientale, vicino le isole Senkaku, chiamate Diaoyu dai cinesi. Al reperto storico giapponese seguiva l’attesa reazione negativa della Cina, che ipotizzava che l’atlante sia stato creato durante l’occupazione giapponese di parte del territorio cinese.
A controbilanciare debolmente tali eventi negativi è stata la firma di un accordo Giappone-Cina sulla “costante cooperazione” regionale per minimizzare i danni da disastri naturali. Un indicatore importante dell’ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali sarà la reazione del Giappone alla firma del 24 ottobre 2014, a Pechino, dell’istituzione dell’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB) con un capitale sociale iniziale di 50 miliardi di dollari che, secondo gli esperti, in gran parte cinese. Finora l’AIIB è piuttosto inferiore a Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Banca asiatica di sviluppo controllati da Stati Uniti, Unione europea e Giappone. Ma qui è importante notarne il trend, dato che dalla decisione del giugno 2014 dei Paesi BRICS di creare la nuova Banca di sviluppo, l’AIIB sarà il secondo maggior progetto bancario, essenzialmente attuato sotto l’egida della Cina. Più di 30 Paesi hanno annunciato ufficialmente interesse per l’AIIB tra cui: India, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam, Qatar, Laos, Kazakistan, Uzbekistan. A marzo tutti i principali Paesi europei, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, annunciavano l’adesione al progetto. Quest’ultimo sembra particolarmente degno di nota, in quanto i leader del mondo occidentale, gli Stati Uniti, così come i loro alleati regionali più stretti Giappone, Australia e Corea del Sud, sono vistosamente assenti. L’Australia, però, potrebbe seguire l’esempio del Regno Unito e la Repubblica di Corea “considera la possibilità di aderirvi”. Riguardo l’alleato chiave degli USA, il Giappone, ci sono elementi di “debolezza” nella sua posizione sulla questione (ancora una volta e sulla scia della “mancanza di fermezza” nel sostenere le sanzioni alla Russia). Pertanto, la dichiarazione del ministro delle Finanze giapponese Taro Aso sull’AIIB, il 20 marzo, è degna di nota (fu primo ministro nel 2008-2009), quando ha detto che “c’è la possibilità di discuterne… mentre si attiva, una volta soddisfatte alcune condizioni, come richiesto dal Giappone per l’adesione all’AIIB“. Ma tuttavia, un altro ministro chiave (dell’Economia), Akira Amari, ha detto alla conferenza stampa separata che il Giappone lavorerà “con gli Stati Uniti” sull’AIIB. Non sembra casuale che Aso decida di giudicare la domanda d’adesione alla banca in termini di “diplomazia ed economia”, così aggirando i fattori politici e di sicurezza che molto influenzano le relazioni tra i principali Paesi del nord-est asiatico e della regione Asia-Pacifico. La direzione opposta dei vettori politici ed economici nello sviluppo delle relazioni tra i protagonisti della regione Asia-Pacifico, è ciò che oggi spesso si chiama “paradosso asiatico”. In realtà non esiste un così speciale “paradosso asiatico”, come non c’era in Europa all’inizio del 20° secolo, alla vigilia della prima guerra mondiale. Solo che la storia non finisce qui e la “mano invisibile del mercato che risolve tutti gli altri problemi” s’è rivelata essere solo un’altra fiction speculativa.
Nel 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, la questione più rilevante nei rapporti tra Giappone, Cina e Corea del Sud rimane la valutazione ufficiale del governo giapponese del ruolo del Paese in tale recente periodo storico. Parlando ad una conferenza stampa il 15 marzo 2015, il primo ministro cinese Li Keqiang ha detto che “In un momento così critico, è un test e un’opportunità dei rapporti Cina-Giappone“. In una dichiarazione sufficientemente precisa, il primo ministro cinese ha chiarito che scopo del test è valutare il comportamento dei “militaristi giapponesi” in Asia che crearono una “tremenda sofferenza”, non solo per le altre nazioni, ma anche al loro popolo. Secondo Li Keqiang, se il primo ministro giapponese supera il test in modo soddisfacente (dal punto di vista cinese) questa estate ci sarà nuovo impulso allo sviluppo delle relazioni bilaterali, anche nel settore imprenditoriale. Così una settimana prima della riunione trilaterale a Seoul, i principali leader della Cina formulavano alcune condizioni per la rianimazione dei rapporti politici con il Giappone, che saranno accettate o rifiutate indirettamente nei prossimi mesi. Data la natura vaga e predeterminata della dichiarazione congiunta della riunione trilaterale a Seoul, un’ulteriore sviluppo delle relazioni “Cina-Giappone-Corea del Sud” sarà determinata in modo significativo dalle parole che il primo ministro giapponese Shinzo Abe pronuncerà alle prossime commemorazioni del 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale.map-locating-disputed-southVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, per la rivista online “New Eastern Outlook orientale“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Corea del Sud cambia campo?

Andrew Korybko Sputnik 20/03/2015

Le recenti decisioni della Corea del Sud sollevano la questione se la sua leadership sia sempre più pragmatica nei rapporti con Pechino a spese di Washington.

korea-04La Corea del Sud è da tempo alleata degli Stati Uniti, ma il suo sostegno agli Stati Uniti non è più cieco come una volta. I crescenti legami economici con la Cina, attraverso il futuro accordo di libero scambio, rendono la politica estera del Paese più equilibrata, così come l’ambivalenza strategica verso il sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti. Mentre la Corea del Sud non può cambiare completamente posizione, sembra seguire una traiettoria verso neutralità e pragmatismo, di per sé una sconfitta relativa del perno politico in Asia degli Stati Uniti.

Chi vuole cosa?
Diamo un rapido sguardo a ciò che ciascuno dei tre attori principali vuole realizzare, contribuendo a dare un quadro più chiaro del motivo per cui la Corea del Sud ha preso le ultime decisioni economiche e militari.

Stati Uniti:
Idealmente gli Stati Uniti vogliono integrare le 28000 truppe in Corea del Sud nella ‘Coalizione di Contenimento della Cina’ (CCC) che costruiscono nell’Estremo Oriente e nel Sud-Est asiatico. Vorrebbero prolungare la presenza militare nel Paese a tempo indeterminato e, auspicabilmente, far aderire la Corea del Sud ai piani del contenimento con la formalizzazione del rapporto militare tra Seoul, Washington e Tokyo. Gli Stati Uniti non hanno un vero interesse nel vedere le due Coree ricongiungersi, dato che ciò potrebbe probabilmente portare alla fine della presenza cinquantennale delle loro forze di occupazione.

Cina:
Il sogno di Pechino è vedere gli Stati Uniti abbandonare completamente la penisola coreana, ed il CCC abbandonato o neutralizzato. Non vuole alcuna destabilizzazione della penisola coreana, in quanto ciò inevitabilmente affliggerebbe la Cina stessa. Se le due Coree si riunificano, la Cina ne monitorerebbe cautamente gli sviluppi per garantirsi che la Corea unita non sia una minaccia economica o militare che può esserle rivolta contro un giorno. Eppure, Pechino preferirebbe che gli Stati Uniti lascino la penisola oggi e affrontare gli eventuali problemi sulla Corea, un domani unita, che avere il Pentagono provocare continuamente la Corea democratica, nel cortile della Cina.

Corea del Sud:
La cosa più importante per Seoul è la risoluzione dei due problemi della Corea democratica, vale a dire denuclearizzazione di Pyongyang e riunificazione. Idealmente, vorrebbe anche perseguire la sua storica ‘terza via’ tra i colossali vicini cinesi e giapponesi, comportando una politica di neutralità e stabilità. Mentre la Corea del Sud è stata ovviamente sotto l’intensa influenza statunitense dalla fine della seconda guerra mondiale, sembra desiderare una politica multipolare quale via più efficace per perseguire i propri obiettivi.

Decifrare le decisioni di Seoul
Ora è il momento di osservare le ultime quattro decisioni della Corea del Sud, che portano a parlare di potenziale perno (e contro di esso).

Ritardo indefinito dell’OpCon:
Stati Uniti e Corea del Sud hanno accettato lo scorso ottobre di ritardare il trasferimento del controllo delle operazioni in tempo di guerra (‘OpCon’) dagli USA a Seoul a tempo indeterminato, con l’idea che la Corea del Sud non sia attualmente in grado di comandare le proprie forze in caso di guerra. Ciò prolunga il controllo diretto degli USA sugli affari militari della Corea del Sud, il che significa che letteralmente ne controllerà le forze armate in caso di guerra con la Corea democratica o la Cina. Anche se la pace vigesse, le forze statunitensi non lasceranno il Paese ancora per un bel po’ difatti, una chiara vittoria di Washington.

L’accordo di libero scambio Cina-Corea del Sud:
Era naturale che le due parti raggiungessero l’accordo che entrerà in vigore a fine anno, dato che la Cina è il maggior partner commerciale della Corea del Sud e la Corea del Sud è il terzo della Cina. Secondo il South China Morning Post, “gli investimenti cinesi in Corea sono balzati del 374%, a 631 milioni di dollari dell’anno scorso dai 133 nel 2013”, in previsione dell’accordo, chiara dimostrazione del desiderio della Cina di espandere le relazioni commerciali con il Paese. Se le relazioni economiche s’intensificano la Corea del Sud potrebbe potenzialmente entrare nell’Area di libero scambio della Cina nella regione Asia-Pacifico (contraltare del TPP degli Stati Uniti), e anche nell’Investment Bank Infrastructure asiatica (la risposta cinese alla Banca Mondiale a guida occidentale, che ha invitato la Corea del Sud ad unirvisi se molla il THAAD), sarebbe un’enorme ritirata dell’influenza di Washington sulla penisola.

Abbandonare il THAAD:
La Corea del Sud è strategicamente ambivalente sul sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti da schierare sul suo territorio. Seoul capisce acutamente che gli Stati Uniti vogliono semplicemente costruire la versione orientale del loro scudo antimissile, ospitandone le infrastrutture diverrebbe un complice del CCC. La Corea del Sud sembra dubitarne, sapendo che le relazioni con la Cina si deteriorerebbero più rapidamente di quelle della Polonia con la Russia dopo averne accettato la controparte in Europa orientale. Nel caso in cui la Corea del Sud decida di non diventare la ‘Polonia asiatica’, sarebbe un duro colpo al perno in Asia degli Stati Uniti.

…o esservi incastrati dopo?:
Ma gli Stati Uniti hanno un asso nella manica, avendo detto alla Corea del Sud di permetterne lo schieramento nel Paese in caso di vaghe “situazioni di emergenza”, che potrebbero realisticamente essere delle manipolate risposte nordcoreane alle provocazioni inscenate con le manovre USA-Corea del Sud (come di norma). Una volta che il THAAD sarà schierato nel Paese, non è probabile che riduca le tensioni, fornendo così agli Stati Uniti la possibilità di piazzare in segreto il loro scudo antimissile nel Paese.

Rimescolamento regionale
Oltre all’avvicinamento della Corea del Sud al multipolarismo, altre due tendenze non dichiarate trasformano la regione. Il peggioramento delle relazioni della Corea del Sud con il Giappone e l’avvicinamento della Corea democratica alla Russia. Il primo è il frutto del rinnovato nazionalismo e militarismo giapponese, mentre il secondo è dovuto alle manovre occulte tra Pyongyang e Pechino. Se perseguono tali rotte fino alle conclusioni logiche, queste tre tendenze regionali ridefiniranno il futuro quadro geopolitico del Nordest asiatico, comportando tre possibili sviluppi.

Ridimensionamento degli USA:
Anche se la presenza militare statunitense probabilmente rimarrà nel prossimo futuro, Washington non sarà più in grado d’influenzare la Corea del Sud come in precedenza, nel senso che il suo potere diminuirà relativamente.

Reindirizzo giapponese:
Il fallimento del Giappone nel ripristinare rapporti favorevoli con la Corea del Sud potrebbe rendere la CCC inefficace nel Nordest asiatico, e Tokyo quindi reindirizzerebbe la CCC a sud verso Vietnam e Filippine. Tokyo ha già pianificato tali mosse, ma con la Corea del Sud non più alleata vitale, vi concentrerà maggiori sforzi.

Colloqui di pace – parte II:
Con la Corea del Sud che si avvicinar alla Cina e la Corea democratica che fa lo stesso con la Russia, l’intera dinamica politica della penisola potrebbe mutare a un certo momento. Mentre in passato la dualità Corea democratica-Cina e Corea del Sud-Stati Uniti non ha portato la pace in oltre 50 anni, il nuovo accordo potrebbe essere più adatto a compiere progressi.

south-korea-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Abbiamo issato la bandiera rossa su Debaltsevo”

Red Star over Donbas 19 marzo 2015B-XYw4cIMAAJ8sn.jpg largePoco si sa della partecipazione di unità comuniste nei combattimenti nell’ultimo quarto di secolo avvenuti nei “punti caldi” dei territori dell’ex-Unione Sovietica e dell’ex Jugoslavia. Se nazionalisti russi, ucraini ed europei hanno inviato gruppi di volontari che sparavano nell’arco di fuoco che si estendeva dall’ex-Jugoslavia e Transnistria all’Abkhazia o all’Ossezia del Sud, la sinistra non sembrava essere uscita dal letargo. Solo lo scorso anno tra le milizie della Repubblica popolare di Lugansk è apparso il primo gruppo comunista combattente integrato nella Brigata Prizrak di Aleksej Mozgovoj. Vi abbiamo trovato il comandante dell’unità Aleksej Markov (a volte noto come Redrat o Trueredrat e nel Donbas con il nome di battaglia Dobrij, il buono) al funerale di Evgenij Pavlenko (noto come Tajmir), un nazional-bolscevico di San Pietroburgo morto l’8 febbraio a Debaltsevo.

Quali partiti comunisti formano l’unità?
Alcuno. La stragrande maggioranza dei nostri soldati non appartiene a un partito o non sono del partito comunista “ufficiale”. Zhenja apparteneva ad “Altra Russia” e Vesevolod Petrovskij, caduto con lui, era del gruppo di sinistra Borotba. Ero un aderente del Partito Comunista, e dopo averlo lasciato ho continuato a cooperare con molti militanti del partito. Con l’avvocato Dmitrij Agranovskij partecipai alla difesa di Sergej Aracheev. Rimasi assai sorpreso che non ci fosse un’unità comunista, nessuno l’aveva proposta. Il comandante Pjotr Birjukov ed io lo facemmo, con l’aiuto della sua esperienza militare. Aveva combattuto come ufficiale in Abkhazia e Transnistria.

Dove eravate prima?
Stavo andando nel Donbas a primavera, ma mi fu chiesto di aspettare. Mi chiesero di portare giubbotti antiproiettile, elmetti ed altre attrezzature. Raggiunsi le truppe il 6 novembre e il giorno successivo Pjotr Arkadevich attraversò il confine con il carico. Inizialmente operammo ad Alchevsk, il gruppo fu per poi trasferito a Komisarovka, città dal nome più appropriato per noi. Fu un momento di calma, così potemmo prepararci. Svolgemmo delle esercitazioni militari su prontezza al combattimento e al tiro. Dopo i primi scontri di gennaio, vi partecipammo con dieci squadre, e il nostro comandante alle comunicazioni vinse… Naturalmente conducemmo numerose missioni di ricognizione ed incursioni sulle posizioni nemiche che ci aiutarono ad acquisire esperienza. Ci difendemmo con successo. Una volta spedimmo un gruppo su un campo minato e respingemmo coloro che cercavano di recuperarlo. La prima battaglia di Zhenja fu memorabile. Francamente, in un primo momento esitò perché non aveva prestato il servizio militare, non aveva combattuto e aveva una professione tranquilla, era professore. Ma andò molto bene e quel giorno poterono rilevare la posizione di un mortaio mobile. Dopo di ché il battaglione d’artiglieria la distrusse. Nei mesi invernali, prima dell’offensiva finale su Debaltsevo, persi solo due persone: uno per malattia e il secondo in un incidente.

A Debaltsevo ci furono vittime?
Non subimmo perdite nell’assalto alla città, ma in generale l’offensiva iniziata il 21 gennaio per catturare la zona di Debaltsevo fu costosa militarmente, principalmente per i mal definiti attacchi diretti, prima su Svetlodarsk (noi non l’attaccammo) e poi sulle posizioni fortificate dell’area di Debaltsevo. Chiaramente, avanzando rapidamente verso le posizioni nemiche attaccando da una distanza di 5 chilometri molti morirono. Agendo in modo diverso, avvicinandoci gradualmente ed adattandoci al terreno, riducendo la distanza a 1000-1200 metri. Nella notte del 13 febbraio tre gruppi da ricognizione entrarono a Debaltsevo (non il nostro) senza resistenza ed inosservati. Al mattino, la fanteria di Prizrak avanzò. Il secondo giorno Pjotr Arkadevich Mozgovoj fu nominato comandante di tutte le unità nella città. Dopo prestammo al Battaglione Agosto un paio di auto e alla fine dell’operazione rastrellammo rapidamente due distretti: 8 marzo e Novogrigorovka. C’era una dozzina di corpi nelle posizioni ucraine abbandonate. Catturammo 2 carri armati, 6 BMP, 3 Ural, una Shishiga (GAZ-66) e 2 ZU-23… Una bandiera ucraina catturata era firmata dai rappresentanti dei battaglioni della 128.ma Brigata. A giudicare dai risultati dell’operazione, si può dire che le unità regolari dell’esercito ucraino lottavano senza molto entusiasmo, anche nella difesa. La miglior componente è l’artiglieria. Se rilevava movimenti in uno spazio aperto, non solo attaccava ma puntava sulla zona verde, l’area in cui le truppe si rifugiano. Subimmo perdite molto pesanti sotto il tiro; in uno scontro uccise tre uomini, tra cui Evgenij, l’8 febbraio. Questi ragazzi coprivano i ricognitori e trasportavano i feriti quando furono colpiti da vari tiri mirati. Fu un peccato, naturalmente: Debaltsevo fu catturata senza perdite, esclusi quei tre grandi ragazzi… avevamo grandi progetti per Evgenij: sarebbe diventato comandante di plotone.

Avete intenzione di convertire l’unità in una compagnia o battaglione?
E’ difficile dirlo. Inizialmente fu formata come unità di fanteria, ma ora abbiamo i nostri ricognitori genieri, batteria di mortai e reparto medico, con solo circa 60 persone. Se si guarda alla definizione ufficiale nell’esercito russo, si tratta di un plotone rinforzato. Nella battaglia per Debaltsevo, con i rinforzi inviati dal comando della brigata avevamo circa 200 soldati, per gli statunitensi una grande compagnia, ma per noi è un battaglione. Così è considerata una compagnia indipendente della Prizrak con personale specializzato; ma Prizrak non ha ancora aderito alle forze della Repubblica Popolare di Lugansk.

Perché si voleva sciogliere e disperdere la Prizrak nelle altre unità, mentre Mozgovoj era disposto ad aderirvi solo come unica brigata?
Esattamente. Dopo di che è stato accusato di dittatura e di tramare un colpo di Stato, ma in realtà era solo una considerazione pratica. E’ noto: i gruppi di soldati abituati a combattere insieme combattono meglio di quelli riuniti da diverse unità, hanno più successo nelle missioni e subiscono meno vittime. E’ logico che Aleksej Borisovich non voglia disintegrare la Brigata e perciò la sconta. Da settembre l’invio di armi, attrezzature e munizioni alla Prizrak s’è concluso così dovette ottenere il necessario attraverso contatti personali o scambi. I sostenitori della Novorossija nel partito comunista ci hanno trovato un camion, un notevole aiuto. Ah, la fornitura di armi e munizioni fu ripresa poco prima dell’assalto su Debaltsevo. Tutto era chiaro: disarmare la migliore brigata prima della battaglia fu stupido. Penso che la nostra unità abbia operato bene con ciò che aveva ricevuto e la nostra bandiera rossa sulla città liberata ne è la prova.

sddefaultTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija: Manovre ed esercitazioni

Alessandro Lattanzio, 15/3/201511025953Il 1 marzo si svolgevano combattimenti a Avdotino, Krasnij Luch e Shirokino, dove le FAN distruggevano 1 BTR dei majdanisti. Scontri a Peski, Bakhmutka, Majorsk, presso Novotoshkovskoe e presso Stanitsa Luganskaja. I majdanisti bombardavano Spartak, Vesjoloe e Gorlovka. Nell’area dell’aeroporto di Donetsk venivano recuperati 373 cadaveri di soldati ucraini. Il 2 marzo i majdanisti bombardavano Donetsk, Logvinovo e Spartak. 3 aerei da trasporto An-26 ucraini atterravano a Kramatorsk, 1 proveniva da Dnepropetrovsk. Il 3 marzo si avevano scontri a Bakhmutka, Spartak e Shirokino. I majdanisti bombardavano Opitnoe, Peski, Berjozovo, Avdeevka e Vodjanoe. Il 4 marzo i majdanisti bombardavano l’aeroporto di Donetsk, Gorlovka, Spartak, Vesjoloe, Kalinovo, Shirokino e Oktjabrskaja. Scontri si registravano a Majorsk, Novotoshkovskoe e Sizoe. Il 5 marzo i majdanisti bombardavano Donetsk e Spartak. Si avevano scontri a nord di Gorlovka. Il 6 marzo, a Marjupol i majdanisti arrestavano oltre 100 persone. Scontri si svolgevano presso Donetsk, Shumij, Majorsk, Komsomolets e Gorlovka. Il 7 marzo i majdanisti bombardavano Peski, Spartak, Vesjoloe, Donetsk, Gorlovka e Shirokino. Un convoglio di 20 autocarri del Centro nazionale per la gestione delle crisi del Ministero delle Emergenze trasportava oltre 200 tonnellate di aiuti umanitari a Donetsk, tra cui cibo e medicinali per le famiglie dei 32 minatori morti e feriti nell’incidente nella miniera Zasjadko. L’8 marzo i majdanisti bombardavano Shirokino, Kominternovo, Spartak, Majorsk e l’area dell’aeroporto di Donetsk. Il 9 marzo i majdanisti bombardavano Stanitsa Luganskaja, Pervomajsk, Donetsk e l’area dell’aeroporto di Donetsk. Scontri si avevano a Peski, Opitnoe, Krasnogorovka, Vodjanoe, Avdeevka, Majorsk, Trojtskoe, Mikhajlovka, Zolotoe e Bakhmutka. Ad Artjomovsk i majdanisti, violando tutti gli accordi, concentravano oltre 200 blindati e 15 sistemi d’artiglieria. Il 10 marzo si avevano scontri presso Majorsk. 2 carri armati T-64 ucraini venivano distrutti tra Uglegorsk e Lozovaja, assieme a 1 semovente d’artiglieria ucraino. L’11 marzo i majdanisti bombardavano Donetsk, Zolotoe e Pervomajsk. Scontri si svolgevano a Shirokino e Shastie. Il 12 marzo i majdanisti bombardavano Vesoloe, Gorlovka, Spartak, Oktjabrskij, l’area dell’aeroporto di Donetsk, Vesjolaja Gora, Khoroshee, Bakhmutka, Zhelobok e Pervomajsk. Scontri a Shirokino, Krimskoe e Sokolniki. Il 13 marzo i majdanisti bombardavano Gorlovka, Jasinovataja, Vesjoloe, Spartak, Bolotnoe, Sizoe, Nikolaevka, Vesjolenkoe, Valujskoe e Pankovka. Scontri si avevano nella zona dell’aeroporto di Donetsk, a Kolesnikovka e Bakhmutka.
Il 5 marzo, 6 navi da guerra della NATO conducevano manovre nel Mar Nero: l’incrociatore lanciamissili statunitense Vicksburg, la fregata canadese Fredericton, la fregata turca Turgut Reis, la fregata italiana Aliseo, la fregata romena Regina Maria e la nave rifornimento tedesca Spessart, del Standing NATO Maritime Group 2 (SNMG2) comandato dal contrammiraglio statunitense Brad Williamson. “Seguiamo attentamente movimenti e operazioni delle navi della NATO, perché a prescindere dalla pretesa delle esercitazioni, le attività delle navi dell’Alleanza hanno per scopo studiare le difese della Crimea“, dichiarava un ufficiale della Flotta del Mar Nero russa. Il 9 marzo 120 mezzi tra cui carri armati M1A2 e blindati M2A3 della 3.za divisione di fanteria statunitense arrivavano in Lettonia, nell’ambito della missione Atlantic Resolve guidata dal generale dell’US Army John O’Conner e che vedeva la presenza di 750 mezzi e sistemi d’arma della 1.ma Brigata della 3.za Divisione di Fanteria e del 2.ndo Reggimento di Cavalleria dell’US Army in Estonia, Lettonia e Lituania. Il 10 marzo, in Norvegia si svolgevano le esercitazioni Joint Viking con 5000 militari e 400 automezzi nella regione di Finnmark, la più settentrionale della Norvegia confinante con la Russia. Secondo un ex-consulente del partito repubblicano degli USA, James Dzhetras, l’arrivo di materiale e soldati dell’esercito degli Stati Uniti nel Baltico era solo uno spettacolo politico che fomentava l’isteria di guerra, illustrando l’impotenza di Stati Uniti e NATO in Ucraina. Dzhetras riteneva che l’arrivo di truppe statunitensi nei Paesi baltici fosse solo una dimostrazione di forza di Washington, incapace di cambiare gli equilibri di potere nella regione. “E’ solo incitamento all’isteria di guerra e uno spettacolo per ricordare che gli americani sono pronti a difendere i Paesi baltici, secondo l’articolo 5 della Carta della NATO. L’ironia è che 3000 soldati americani non potranno difendere i Paesi baltici contro alcuna minaccia, se esistesse realmente. Il motivo delle esercitazioni militari della NATO così vicine al confine con la Russia è il desiderio di ricordarne l’influenza, che svanisce mentre le azioni di NATO e Washington dimostrano di non influenzare gli eventi in Ucraina. Vediamo sempre più che l’Europa comincia a prendere le distanze in politica estera dagli Stati Uniti e ciò confonde sempre più i signori della guerra negli USA, il cui controllo sulla sicurezza dell’Europa s’indebolisce. L’invio di truppe americane nei Paesi baltici è uno spettacolo politico più che militare“.
Mentre Washington inviava a Kiev 600 paracadutisti della 173.ma brigata 02_03_2015-новороссия-украина-colonel-cassad-мгновения-войны-22dell’US Army “per addestrare le forze ucraine a combattere nel conflitto in corso“, e prometteva l’invio di droni Raven, 230 Humvees, radio, radar anti-mortaio, e mentre il Regno Unito stanziava 1,3 milioni di dollari per inviare alle forze armate ucraine kit di pronto soccorso, visori notturni, computer portatili, elmetti e unità GPS, l’Ucraina non riusciva più ad importare carbone per il crollo della Grivna, secondo il primo viceministro dell’Energia e dell’Industria del carbone ucraino Jurizh Zjukov, “in questo momento non è possibile acquistare carbone. Con un rapporto di 30 grivna/USD, una tonnellata ci costerebbe 2400-2600 grivne, mentre il prezzo di mercato è intorno a 1500 grivne per tonnellata”. Zjukov aveva anche detto che l’Ucraina interrompeva l’importazione di energia elettrica russa, “Abbiamo meno domanda di elettricità, e credo che non appena si possa farne a meno, tale accordo sarà interrotto“. In effetti, dato il crollo della produzione industriale, l’Ucraina majdanista aveva meno bisogno di energia: le acciaierie ucraine nel gennaio-febbraio 2015 riducevano la produzione del 19% rispetto a gennaio-febbraio 2014. La produzione complessiva di ferro laminato scendeva del 30%, della ghisa del 31%, dei tubi del 36% e di coke del 42%. Infine, presso Shishkovo, le FAN catturavano diverse attrezzature statunitensi per cercare petrolio di scisto della compagnia Ukrgazdobicha. Comunque la Verkhovna Rada approvava la proposta di Poroshenko di aumentare le dimensioni delle FAU di 250 mila effettivi, “formando 2 comandi operativi, 11 brigate, 4 reggimenti, 18 battaglioni, 16 compagnie e 13 plotoni di varia specializzazione“. Le forze armate dell’Ucraina dovrebbero ricevere nel 2015 300000 armi leggere e 3500 altri tipi di armamenti, secondo la portavoce del ministero della Difesa di Kiev Victoria Kushnir. Kiev prevede di aumentare al 5,2% del PIL la spesa per la difesa nel 2015, cioè 600 milioni di dollari. Nel 2014 la spesa per la difesa fu pari all’1,25% del PIL. Infatti, la ministra delle Finanze ucraina, la cittadina statunitense Natalia Jaresko, piazzava ordini per acquistare armamenti presso aziende degli Stati Uniti, da finanziare tramite l’Extended Fund Facility (EFF) e i prestiti da UE, USA, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) e Banca europea per gli investimenti (BEI). I militari ucraini compreranno 500 tipi di armamenti da società come la statunitense Network Technologies Corporation che consegnerà visori termici. Jaresko ha stretti legami con gli Stati Uniti, fu CEO della società di investimenti finanziari Horizon Capital e del Private Equity Fund WNISEF, finanziato dagli Stati Uniti ed attivo in Ucraina e Moldavia. Prima di entrare nel settore bancario Jaresko aveva lavorato per il dipartimento di Stato degli Stati Uniti. E difatti, nel frattempo, il Tesoro degli USA sanzionava diversi cittadini ucraini, russi e novorossi, oltre all’Unione della Gioventù Eurasiatica e alla banca RNKB, la più importante in Crimea: Sergej Vadimovich Abisov; Sergej Gennadijovich Arbusov, ex-Primo Vicepremier dell’Ucraina; Nikolaj Janovich Azarov ex-Premier dell’Ucraina; Raisa Vasilevna Bogatirova; Aleksandr Gelevich Dugin; Ekaterina Gubarjova; Jurij Vladimirovich Ivakin; Pavel Kanishev; Aleksandr Karaman; Aleksandr Sergeevich Khodakovskij; Andrej Kovalenko; Oleg Grigorevich Kozjura, a capo dell’ufficio di Sebastopoli del Servizio federale di migrazione russo; Roman Ljagin; Sergej Anatoljovich Zdriljuk.
Mosca annunciava la fine “completa” delle attività nell’ambito del Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (CFE), la cui adesione russa fu già interrotta nel 2007. “La Federazione russa ha preso la decisione d’interrompere la partecipazione alle riunioni del gruppo di consulenza dall’11 marzo 2015. Pertanto, la Russia pone fine alle attività nel Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa, annunciate nel 2007, in modo completo“, dichiarava il Ministero degli Esteri russo. Mosca aveva chiesto alla Bielorussia di rappresentarne gli interessi nel gruppo a partire dall’11 marzo. Il Trattato CFE fu firmato nel 1990 da NATO e Patto di Varsavia, imponendo il blocco quantitativo sugli armamenti convenzionali come carri armati, veicoli corazzati da combattimento, artiglierie, elicotteri d’assalto e aerei da combattimento. Ad esempio, in base al trattato, ogni controparte non dovrebbe avere più di 16500 carri armati o 27300 veicoli corazzati da combattimento attivi. Nel 1999 vi fu una versione “adattata” del trattato, tuttavia la NATO si rifiutò di ratificarla finché la Russia non avesse ritirato le sue truppe da Georgia e Transnistria. La Russia rispose che tale condizione era “artificiosa”. Nel dicembre 2007 Mosca impose una moratoria sul Trattato CFE, definendolo “irrilevante” da quando la NATO si espande in Europa orientale. Nel novembre 2014 Mosca sospendeva l’applicazione del Trattato CFE e due mesi dopo il Congresso USA condannava la Russia invitando il presidente Obama a rivedere il CFE. “Per molti anni la Federazione russa ha fatto tutto il possibile per mantenere il trattato, avviando i colloqui per aggiornarlo, ratificandolo“, dichiarava Mosca aggiungendo che tutti questi sforzi furono rigettati dalla NATO in favore della propria espansione ad Est.
Ai primi di marzo, più di 2500 artiglieri partecipavano a una grande esercitazione nell’Estremo Oriente della Russia, “nell’esercizio, verranno effettuati tiri contro obiettivi da semoventi di artiglieria Gvozdika, Akatsija e Gjatsint, da sistemi lanciarazzi multipli Grad, Uragan e Shturm, da sistemi missilistici anticarro Konkurs e da mortai Sani”. Inoltre, 40 velivoli russi compivano esercitazioni militari sul Mare di Barents, “Oltre 20 caccia intercettori MiG-31 e cacciabombardieri Su-24 del Distretto Militare Centrale partecipavano alle esercitazioni tattiche sul mare di Barents dal 26 febbraio al 5 marzo. I piloti si sono addestrati a distruggere missili e aerei ‘nemici‘” secondo una dichiarazione del servizio stampa del Distretto. Il 12 marzo si svolgeva un’esercitazione delle truppe della Difesa Aerea nel Distretto Militare orientale della Russia, nella Repubblica di Burjazja; “Unità radar sviluppano tecniche nelle grandi esercitazioni delle truppe della Difesa Aerea del distretto militare orientale, iniziate nella base di Telemba nella Repubblica di Burjazja” dichiarava il Colonnello Aleksandr Gordeev, che aggiunse che nel 2014 il Distretto militare orientale della Russia aveva ricevuto 100 stazioni per la guerra elettronica. Altre esercitazioni militari si svolgevano nel sud della Russia, presso Stavropol, con circa 20 cacciabombardieri tattici Su-25SM che compivano lanci di missili e razzi; delle navi d’assalto anfibio Peresvet e Admiral Nevelskij nel Mar del Giappone; e a Kaliningrad, con 500 militari e 100 mezzi dell’esercito russo.11041966Riferimenti:
America’s Done Wrongs
Cassad
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Marzo2015

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