Il Pivot giapponese

Per Fritzmorgen Fort Russ 23 maggio 2015E23DFBDC-F98B-437C-825D-74CBB2C566C4_mw1024_n_sIl Giappone accetterà di abbandonare le pretese sulle isole Kurili per firmare un trattato di pace con la Russia? Un paio di anni fa avrei detto con certezza che non era possibile e che i giapponesi avrebbero continuato a pretendere le nostre isole fino all’ultimo. Ricordiamo un po’ di storia. Il Giappone attaccò la Russia nel 1904 in modo brutale e dopo la pace 1905 ricevette la metà meridionale di Sakhalin e qualche altra isola. I giapponesi non festeggiarono per molto: alla fine della seconda guerra mondiale la Russia riprese i suoi territori. Il Giappone prese la perdita di ciò che aveva rubato piuttosto con calma. Durante l’era Krusciov cercarono di raggiungere un accordo di pace accettando la perdita e voltando pagina nelle sue relazioni con la Russia, gli Stati Uniti però posero il veto alla proposta di trattato. Vorrei aggiungere che non dobbiamo costringere il Giappone. Le due isole meridionali, Kunashir e Iturup, sono vitali per noi, visto che sono sul tratto di mare che non congela di Vladivostok. Sulle piccole isole Kurili, che non sono preziose per noi, Krusciov era disposto a rinunciarvi per porre fine al conflitto. Tuttavia, lo status quo andava bene a entrambe le parti. Abbiamo la nostra rotta per Vladivostok libera dal ghiaccio e il controllo delle isole, mentre i giapponesi non erano interessati al trattato di pace, perché capivano che la Russia non ha intenzione di attaccarli. I negoziati tiepidi sul “restituiteci le isole – non vogliamo” poteva continuare per decenni… se non fosse per il fatto che il colosso a stelle e strisce mostra visibilmente delle crepe. La bomba è scoppiata a metà settimana. Il Giappone improvvisamente invita Vladimir Vladimirovich e non solo per chiacchierare ma… per concludere un trattato di pace e risolvere la questione territoriale. La posizione della Russia non è cambiata, non siamo disposti a cedere le isole ai giapponesi in cambio di un trattato di pace, la cui firma non è così importante da fare concessioni territoriali. Quindi possiamo concludere con attenzione che la posizione del Giappone è cambiata. Forse il Giappone ha deciso di firmare il trattato di pace alle condizioni della Russia e, infine, rinunciare alle isole, che furono sotto il suo controllo per un paio di decenni nel 20° secolo. La serietà di ciò che accade può essere giudicata dalla reazione degli Stati Uniti. Poco dopo l’inaspettato annuncio giapponese, un assistente del segretario di Stato degli USA ha riunito i giornalisti per dirgli che il Giappone non dovrebbe trattare con la Russia, perché è colpevole e va punita. Inoltre, George Soros si è svegliato e verbosamente ha detto che la Cina trama per attaccare il Giappone, che sarà protetto dalle orde di occupanti cinesi solo dai coraggiosi US Marines.
cold-war-japan-456x450Come dobbiamo interpretare tutto ciò? Perché accade tutto questo e perché i giapponesi agiscono come se intendano, senza motivo apparente, essere inaccettabilmente generosi verso la Russia? Ricordiamo ancora una volta la storia, questa volta la Seconda guerra mondiale. Il Giappone combatté coraggiosamente contro gli Stati Uniti sul Pacifico, ma alla fine subì una tremenda sconfitta sottolineata dagli attacchi atomici statunitensi su Hiroshima e Nagasaki. Va notato che neanche i giapponesi furono proprio morbidi durante la guerra. L’esercito giapponese agì con tale brutalità che eclissò i crimini fascisti più odiosi. Chi è interessato può cercare in rete per esempio “Unità 731” o leggere il romanzo “Giocare a Go“. Il coraggio dei samurai era una spada a doppio taglio: non erano solo indifferenti alla propria sofferenza, ma al dolore altrui. Quindi in ultima analisi, il Giappone attaccò gli Stati Uniti… facendo una mossa temeraria. Riconobbero di esser stati completamente sconfitti e divennero i più fedeli servitori degli Stati Uniti. Hanno soddisfatto tutte le pretese degli Stati Uniti, perdonato i bombardamenti nucleari, rinunciato ad avere forze militari e trovato un posto sicuro nell’ordine mondiale quale colonia preferita degli Stati Uniti, agendo come se non furono Stati Uniti e URSS a combattere il Giappone, ma piuttosto USA e Giappone a combattere l’URSS. Sappiamo che il trucco ha funzionato. Il piccolo Giappone ha fatto un balzo in avanti e la sua economia è diventata la seconda mondiale, passando solo ora al quarto posto per la crescita di Cina e India. Certo, negli ultimi due decenni l’economia del Giappone soffoca sotto la schiacciante cappa coloniale degli Stati Uniti, ma il Giappone sconfitto è riuscito ad ottenere molti più benefici dalla sconfitta di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere nel lontano 1945. Dobbiamo anche capire che gli Stati Uniti possono subordinare il Giappone con le loro armi nucleari, ma non addomesticarlo. I giapponesi non sono i selvaggi dei fumetti USA felici di baciare la mano del loro padrone bianco. Le élite giapponesi ricordano bene la “democrazia” che gli Stati Uniti gli inflissero prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Ora il principale nemico degli Stati Uniti sono Cina e Russia, ma soprattutto Cina. Il Giappone serve da mazza contro la Cina: in altre parole, avviare una guerra con la Cina che permetta agli Stati Uniti di utilizzare la loro potenza nucleare contro la Cina o quanto meno indebolirla seriamente con una grande guerra. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non sono affatto preoccupati di ciò che possa accadere al martello, così come non sono preoccupati di ciò che accade a loro altro ascaro, l’Ucraina. Pertanto, secondo una fredda visione giapponese, ora è il momento per sottrarsi al tiranno malato. Lasciatemi dire ancora una volta che non vi è alcuna possibilità di una vera e propria amicizia tra Stati Uniti e Giappone: i giapponesi sanno benissimo che furono sconfitti e vedono gli statunitensi come occupanti. La cooperazione con la Cina è, dal punto di vista del Giappone, più preferibile che continuare come colonia statunitense. Il Giappone ha tecnologia e industria altamente sviluppate. Se i giapponesi forniranno scuse convincenti ai cinesi per lo stupro di Nanchino e altri crimini dell’epoca, se risolvono le dispute territoriali con la Cina, la Repubblica popolare cinese sarà lieta di stabilire una forte partnership con il Giappone. Ma cosa può proteggere il Giappone dalla rabbia degli USA? Ovviamente solo la Russia, che può estendere l’ombrello nucleare, se dovesse sentirne il bisogno. Quindi ora è il momento di una mossa coraggiosa: riconoscere le isole parte della Russia e avvicinare la Russia come partner. La potenziale cooperazione tra Giappone e Russia sembra ancor più promettente della possibile cooperazione tra Giappone e Cina. A parte l’ombrello nucleare, possiamo fornire al Giappone quegli idrocarburi di cui ha così bisogno costruendo un’estensione di Potenza della Siberia in Giappone. L’accesso al gas russo potrebbe permettere al Giappone di ridurre notevolmente i costi di produzione. C’è ancora la questione dell’incredibilmente grande debito nazionale che attualmente trascina l’economia del Giappone verso il basso. Tuttavia, questo problema può essere risolto nello stile giapponese. Basterebbe che il governo dica alla nazione: “Yamato è in pericolo, dobbiamo unirci contro le avversità“, quali default, iperinflazione e annullamento del debito e quindi… l’inevitabile decollo economico.

Chi ha paura del default?
Il default terrorizza chi ha un deficit commerciale. Coloro che acquistano più che vendere. In caso di inadempimento, non hanno nulla con cui coprire la differenza tra importazioni ed esportazioni, il che significa che devono ridurre drasticamente le importazioni, comportando conseguenze economiche catastrofiche. Ma i Paesi con un surplus commerciale, come il Giappone in questo momento, nonostante problemi energetici temporanei, non hanno bisogno di crediti. Il Giappone gode di un continuo afflusso di denaro per la sua attività economica estera. Oggi il Giappone è quasi in bancarotta perché gli Stati Uniti ne risucchiano le finanze costringendoli a comprare i loro titoli di Stato spazzatura. Se il Giappone riesce a liberarsene, presto si arricchirà. Inoltre, in un anno di svalutazione dello yen, il Paese subirebbe l’euforia della svalutazione: il costo di produzione scenderebbe bruscamente e i prodotti giapponesi diverrebbero ancora più competitivi. Se a questo si aggiungesse il gas russo a buon mercato e uno status commerciale che passa da colonia degli Stati Uniti a partner di russi e cinesi, il Giappone potrà ripetere il miracolo economico degli anni ’60. Questo scenario è vantaggioso per Giappone e Russia, non solo per il trattato di pace. Ci sono ragioni più importanti per aiutare il Giappone a liberarsi. Già oggi il Giappone cerca di acquistare petrolio con lo yen, per avere la piena indipendenza che gli consenta di sbarazzarsi dei dollari. La perdita di un’importante colonia e il conseguente restringimento dello spazio del dollaro collocherebbero gli Stati Uniti in una situazione così difficile che i nostri amici statunitensi, e soci, avrebbero molto meno desiderio di fare stupidaggini ai confini della Russia. D’altra parte, il nostro esercito e i nostri idrocarburi diverranno così importanti per l’indifeso Giappone che possiamo contare non solo su una relazione a lungo termine, ma anche sull’aiuto giapponese per espandere la produzione di macchine utensili. Quindi spingiamo il Giappone in quella direzione. Sergej Narishkin ha detto che i bombardamenti nucleari su Hiroshima e Nagasaki, “fino ad oggi non hanno avuto un’adeguata valutazione internazionale“.
Così diamo al Giappone un altro motivo per optare per l’indipendenza dagli Stati Uniti, che arroganti ancora pensano di essere l’unica superpotenza del pianeta e non intendono chiedere scusa per nulla. E’ evidente che sarebbe troppo presto cancellare lo Zio Sam, che può essere malato ma è ancora abbastanza forte e intelligente. Ma c’è un motivo in più che permette al Giappone di riuscire nella fuga. Gli Stati Uniti entrano nel ciclo elettorale e le élite statunitensi saranno assorbite dalle imminenti elezioni prestando meno attenzione alle irritanti questioni estere. Le elezioni presidenziali Stati Uniti si terranno nel novembre 2016, quindi il Giappone ha una finestra di opportunità di circa un anno. Se il Giappone crea rapidamente relazioni con Russia e Cina, o almeno una di esse, Washington con ogni probabilità non potrà reagire adeguatamente alla dipartita della prima perla della sua corona imperiale.000_dv862321.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Elezioni in Giappone e consolidamento della posizione del Partito Comunista Giapponese

Vladimir Terehov New eastern Outlook 06/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kazuo Shii, segretario del Partito Comunista del Giappone

Kazuo Shii, segretario del Partito Comunista del Giappone

Il 12 e il 26 aprile in Giappone si sono svolte due tornate eletterali amministrative. Nel primo turno, 10 (su 47) governatori delle prefetture sono stati eletti, così come i sindaci di cinque grandi città e i membri dei vari organi di rappresentanza (assemblee). Nel secondo turno sono stati eletti i sindaci di 131 città e paesi, così come di 11 (su 23) quartieri speciali di Tokyo. In diverse centinaia di comuni sono state elette le assemblee. Particolare attenzione nella campagna elettorale è stata data agli effetti ambigui delle misure economiche adottate dal governo di Shinzo Abe (la cosiddetta “Abenomics“). Alla loro base vi è l’indebolimento artificiale della moneta nazionale per migliorare la competitività dell’industria nazionale, che soprattutto lavora per i mercati esteri. Le opinioni dei candidati su riattivazione delle centrali nucleari, ingresso del Giappone nel Trans-Pacific Partnership (TTP) e rapporti con Cina e Stati Uniti sono stati molti importanti. Un aspetto sufficientemente chiaro, confermando le tendenze degli ultimi anni nella vita politica del Giappone, sono i risultati del primo turno. I candidati del Partito liberale democratico (LDP) hanno vinto tutte le elezioni governatoriali e 40 (su 41) assemblee locali. Considerata principale forza di opposizione, il Partito democratico del Giappone (DPJ) ha subito un’altra sconfitta pesante, nonostante la preparazione con cure per le elezioni, viste come “elemento chiave” della rinascita. I candidati del DPJ hanno vinto 3,5 volte meno (dei rappresentanti del LDP) seggi nelle assemblee, quasi il 40% dei risultati delle precedenti elezioni del 2011. I risultati del secondo turno sono stati meno netti, soprattutto perché il 30-40% dei sindaci e oltre il 20% dei membri delle assemblee hanno vinto per assenza di concorrenza. Inoltre, un numero significativo di candidati non aderisce ai due partiti. In tre su cinque importanti città e distretti metropolitani, in cui i partiti di opposizione hanno vinto, i rappresentanti del LDP sono stati sconfitti. A quanto pare, la minore distinzione dei risultati del secondo turno elettorale agli enti locali. ha permesso al Segretario generale del DPJ Yukio Edano di dichiarare che il partito aveva raggiunto il fondo del crollo della popolarità e ora recuperava gradualmente agli occhi degli elettori. Riguardo i leader del LDP, il capo della segreteria del governo giapponese, Yoshihide Suga, ha valutato l’esito delle elezioni come ulteriore espressione di fiducia dei giapponesi nella politica economica del partito. A questo proposito i risultati delle elezioni parlamentari generali degli ultimi due anni, invariabilmente conclusesi con una netta vittoria del LDP, sono implicite. Come si conviene ai politici, ognuno ha espresso un diverso grado di ottimismo, a prescindere dai dubbi della causa. Dato che non si possono certo trarre conclusioni definitive per la bassissima affluenza alle elezioni locali negli ultimi decenni, nell’aprile 2015 il flusso è stato del 45-50%. Mentre il Ministero degli Interni del Giappone commentava le recenti elezioni, si può solo parlare con certezza dell’apatia degli elettori giapponesi. Ciò si spiega con il crescente numero di domande sui piani economici e di politica estera del LDP, dove gli elettori, abbandonando le illusioni sulla comparsa di una nuova forza politica, il DPJ, negli ultimi dieci anni, non vedendovi un attore politico degno di attenzione. Tuttavia, tale attore (anche se non nuovo) potrebbe riapparire nel Partito Comunista del Giappone. Uno dei risultati più importanti delle ultime elezioni è stata la conferma del trend delineatosi negli ultimi due-tre anni della rinascita del CPJ. Anche se è ancora lontano dall’arena politica del Giappone, come negli anni ’50. Secondo le recenti elezioni, il CPJ ora è presente in tutte le 47 prefetture, con un incremento di un terzo dei rappresentanti nei vari organi legislativi locali.
Commentando i risultati del primo turno delle elezioni, il settimanale britannico The Economist ha osservato che il CPJ potrebbe diventare il leader dell’opposizione politica nel Paese. Nelle sue fila vi sono circa 300mila membri (nel LDP oltre 700 mila) e solo nel 2014 ha ammesso 10mila persone. La circolazione del quotidiano “Akahata” (Bandiera Rossa) è di 1,2 milioni di copie. La piattaforma politica del CPJ è cambiata poco rispetto al picco di popolarità negli anni ’50, quando la società giapponese subiva una dura lotta sulle scelte di politica estera del Paese. Oggi, il CPJ si oppone all’alleanza militar-politica con gli Stati Uniti e all’adesione alla TTP, così come alla riduzione degli ostacoli giuridici al passaggio delle attività militar-politiche del Paese all’estero. L'”Abenomics” è oggetto di dure critiche per il conseguente aumento delle disparità economiche e sociali nella popolazione, così come dei piani governativi per riattivare le centrali nucleari. Tutto ciò contribuisce alla popolarità del partito. Allo stesso tempo, l’accumularsi di sentimenti negativi nella popolazione verso l’attuale governo del LDP può far allontanare bruscamente questi sentimenti dal partito. Ciò successe alla fine dell’ultimo decennio, quando la posizione di leader indiscutibile del LDP, nella prima metà, fu completamente persa nella seconda. Nell’autunno 2009, nelle elezioni generali per la camera bassa del parlamento, il LDP subì una pesante sconfitta da parte del DPJ, che aveva accumulato in quel momento un capitale di “aspettative positive” nei diversi strati del pubblico giapponese. Tuttavia, lo sprecò ampiamente dopo solo un anno al potere. Nel possibile aggravarsi delle questioni di politica economica ed estera del Giappone, il ruolo della forza politica di opposizione (invece dei “centristi” dell’attuale DPJ) potrebbe andare al più radicale partito di sinistra, il CPJ.

Japan PoliticsVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, per la rivista online New eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La seconda Battaglia di Okinawa

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 28/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurorafutenma_copy1A novembre il conflitto s’è intensificato notevolmente tra il governo centrale del Giappone e le autorità locali di Okinawa in relazione al destino della base aerea dell’US Marine Corps di Futenma, evidenziando aspetti importanti della situazione politica in Giappone e dei suoi rapporti con l’alleato chiave Stati Uniti. Una sorta di “seconda battaglia di Okinawa” appare, con la differenza fondamentale dalla grande battaglia alla fine della guerra nel Pacifico, che oggi gli Stati Uniti ne sono interessati, ma da osservatori. In realtà, il problema riguarda i rapporti fra Tokyo e il governo di Okinawa, manifestatosi negli anni ’90 quando ancora tra le “Linee guida nella cooperazione e della difesa” tra le forze armate di Stati Uniti e Giappone appariva la clausola sulla necessità di spostare la base dal centro della città di Ginowan. Non è una cattiva idea prestare maggiore attenzione a origine e sviluppo del problema. Nell’estate del 1945, dopo la caduta dell’isola, in previsione di assai maggiori battaglie sulle principali isole giapponesi, il comando dell’US Air Force subito costruì una pista aerea presso il villaggio di Ginowan, che in quel momento aveva una popolazione di poco più di 10 mila abitanti. In seguito due processi iniziarono a svilupparsi contemporaneamente, creando infine la situazione descritta nel romanzo “Airport“, l’infrastruttura della base veniva migliorata (fornendo di posti di lavoro ai residenti locali) e la città si sviluppava rapidamente, testimoniata da una popolazione decuplicata. Così ora la base si trova nel centro cittadino. Qualunque evento sia passato, la base di Futemma crea condizioni assolutamente dannose ai residenti. Al decollo e atterraggio di elicotteri da trasporto pesante e convertiplani, quando i motori sono a pieno regime, nelle scuole a poche centinaia di metri le lezioni sono incomprensibili e porte e finestre vibrano. Senza contare gli incidenti sulla pista. Fortunatamente, questo è il peggio avutosi finora. Inoltre, la permanenza di diverse migliaia di truppe straniere aumenta il tasso di criminalità nella città. Dal 1972, quando l’arcipelago delle Ryukyu e l’isola principale di Okinawa tornarono sotto la giurisdizione del governo del Giappone, la polizia di Ginowan ha riferito circa seimila reati di varia natura (risse, rapine, stupri) coinvolgenti soldati statunitensi. È importante notare che le frequenti manifestazioni dei residenti per abolire la base non sono antiamericane ma contro il governo centrale. Dal 1972 il terreno su cui si trovano le basi militari statunitensi in Giappone è di proprietà del governo giapponese, che fornisce gli appezzamenti all’alleato per utilizzarli nel risolvere i problemi nella difesa congiunta. Nel 2006 i governi statunitense e giapponese decisero di spostare la base di Futenma su un’isola artificiale al largo della costa, vicino alla città meno popolosa di Henoko, sempre a Okinawa. Avviati l’anno scorso, i lavori per costruite quest’isola divennero una nuova fonte di problemi nel rapporto tra l’amministrazione della Prefettura di Okinawa con la popolazione dell’isola e il governo centrale del Giappone. Perché gli abitanti di Okinawa vogliono che la base di Futenma sia rimossa totalmente dall’isola. Inoltre, vi è la crescente evidenza che la soluzione (ipotetica) del problema possa divenire un precedente di future richieste per rimuovere tutte le altre basi militari statunitensi da Okinawa, che oggi occupano circa il 20% dell’isola, che potrebbe essere utilizzato per vari scopi economici. Per gli abitanti di Okinawa, queste ed altre considerazioni apparentemente superano gli aspetti positivi della presenza delle basi militari statunitensi, nonostante siano fonte di lavoro per la popolazione locale.
okinawa_bases Ma ad Okinawa, che occupa una posizione estremamente strategica, è presente la maggior parte delle forze statunitensi in Giappone. La loro presenza ad Okinawa contribuisce in modo significativo all’attuazione della strategia statunitense dello “schieramento avanzato” per contenere la Cina, principale avversario geopolitico degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, la Cina è anche vista come principale minaccia agli interessi nazionali e della sicurezza del Giappone. Negli ultimi anni, in misura sempre crescente, ciò è stato il motivo principale dell’impegno a rafforzare l’alleanza politica e militare con gli Stati Uniti. Così, la “testardaggine” degli abitanti di Okinawa verso il governo centrale sulla questione della presenza militare degli Stati Uniti sull’isola, colpisce direttamente aspetti cruciali della politica estera nazionale e delle relazioni tra Giappone e Stati Uniti. Tuttavia, la maggior parte degli abitanti di Okinawa pare non preoccuparsi della “grande politica” e qui non si distingue dalla gente comune in tutti gli altri Paesi. Nel frattempo, il confronto tra le autorità locali e Tokyo subisce un’escalation drammatica dalle elezioni governatoriali di novembre scorso, dopo che Takeshi Onaga, oppositore intransigente della presenza della base di Futenma sul suo territorio, è stato eletto prefetto di Okinawa. Qui vale la pena notare due punti. Prima di tutto, la vittoria di Onaga è incondizionata e, in secondo luogo, ha avuto il pieno appoggio del Partito Comunista del Giappone, che gradualmente ridiventa il primo partito di opposizione, come negli ’50 durante la lotta acuta per decidere la politica estera del Paese. Questa tendenza (che assume importanza nel valutare gli sviluppi della situazione in Giappone) ha ricevuto piena conferma nelle elezioni locali di aprile. Tuttavia, l’analisi dei risultati merita una considerazione a parte. Dalla fine dello scorso anno, un “tiro alla fune” debilitante si svolge tra i governi centrale e locali (con l’aiuto dei tribunali) sulla questione della costruzione dell’isola artificiale al largo di Henoko, vicino la base di Futenma. Sotto vari pretesti (tra cui considerazioni sulla tutela dell’unicità di flora e fauna marina nella zona dell’isola) l’amministrazione di Okinawa ha ordinato di fermare i lavori. In risposta, il governo centrale ha annullato il divieto. Nel frattempo, il giorno della visita del primo ministro giapponese Shinzo Abe negli Stati Uniti, il 28 aprile 2015, si avvicinava. Dieci giorni prima Abe aveva incontrato il nuovo governatore di Okinawa, e l’unico risultato positivo è stato il sorriso ottimista del primo ministro giapponese alla conferenza finale con i giornalisti. Tuttavia, l’espressione sul volto del governatore di Okinawa, accanto a lui, indicava di non condividerne l’ottimismo. Se il Primo ministro aveva parlato della necessaria “comprensione” della popolazione di Okinawa sull'”unica possibile” (cioè, al momento presa) soluzione del problema della base di Futenma, Onaga rispondeva che “non avrebbe mai permesso (al governo centrale) di costruire una nuova base a Henoko“, chiedendo al suo alto interlocutore d’informarne il presidente statunitense al prossimo incontro. A tal proposito, Abe può essere compatito, perché non gli sarà facile parlarne con Barack Obama. Inoltre, la questione del trasferimento della base di Futenma non è l’unico problema nelle relazioni degli alleati nella regione Asia-Pacifico ad avere importanza nella politica mondiale.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica del Giappone: un nuovo spirito guerriero Benkei è necessario per avvicinarsi a Cina e Russia

Lee Jay Walker Modern Tokyo Times
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurorajapanDal secondo dopoguerra è abbondantemente evidente che gli USA predominano nella politica estera del Giappone. In effetti, il rapporto, pur avendo alcuni alti e bassi, continua a fiorire dato che l’élite di Tokyo si preoccupa di placare Washington, quando possibile. Tale realtà occupa lo spazio geopolitico del Giappone, nonostante alcuni aspetti negativi verso Cina e Federazione russa. Pertanto, le élite politiche a Pechino e Mosca seguono le ambizioni degli USA nel nord-est asiatico che utilizzano l’integrità territoriale del Giappone. Naturalmente, nulla è così chiaro del Giappone che spesso sostiene gli USA grazie ai favorevoli recenti tassi di cambio, contribuendo a preservare la forza del dollaro, sostenere gli USA finanziariamente e militarmente in Afghanistan e Iraq, e in molti altri settori importanti. Allo stesso modo, il Giappone ha un approccio più equilibrato ai problemi mediorientali verso Israele e nazioni circostanti. Pertanto, il Giappone non teme di dire “no” quando voluto, ma nel complesso è evidente che i rapporti tra USA e il Giappone restano estremamente potenti. Tuttavia, l’eredità del secondo dopoguerra dovrebbe ora essere messa da parte perché le sabbie cambiano evidenziando una forte Federazione Russa. Ciò vale in particolare in politica estera, energia, industria degli armamenti, tecnologia spaziale, Nazioni Unite e vari altri campi importanti, per esempio nei rapporti favorevoli con tutte le principali potenze economiche emergenti nell’ambito BRIC e così via. Allo stesso tempo, è chiaro che la Federazione russa potrebbe sostenere ampiamente il Giappone in Asia centrale, nord-est asiatico ed Eurasia. Ciò vale in particolare per le aree connesse all’energia permettendo al Giappone di favorire i rapporti con le nazioni più potenti nello “spazio geopolitico” della Federazione Russa. In effetti, nord del Giappone e zona economica del Mar del Giappone guadagnerebbero notevolmente da un miglioramento delle relazioni economiche, politiche e militari tra Mosca e Tokyo. Pertanto, il Giappone dovrebbe rendersi conto che gli USA non hanno la lealtà del stimato Saito no Musashibo Benkei. Allo stesso modo, la politica di contenimento geopolitico degli USA verso Cina e Federazione russa, trascinerebbe il Giappone in una potente realtà dannosa per gli interessi futuri del Paese del Sol Levante. Dopo tutto, nonostante la Cina affronti pericoli interni in relazione a Partito unico-Stato, Tibet e regioni musulmane della Cina occidentale (migrazione Han che altera la demografia in Tibet e Xinjiang), sembra ancora che la Cina continuerà ad accrescere l’influenza sull’economia globale. Pertanto, Cina e Federazione russa potrebbero facilmente sostenere il Giappone in molti settori vitali e ciò vale anche per la stabilità dell’Asia nordorientale.
Japanese PM Abe waits for U.S. President Obama to arrive for their meeting at the G20 Summit in St. Petersburg In un altro articolo su Benkei di Modern Tokyo Times si diceva: “Nella cultura, storia e arte giapponesi è chiaro che Saito no Musashibo Benkei lasciò un segno durevole che continua ancora oggi nella cultura moderna. Questo leggendario monaco-guerriero appartiene al periodo intrigante del 12° secolo, in Giappone. Nato nel 1155 e morto nel 1189 dopo aver servito il famoso Minamoto no Yoshitsune… Benkei è famoso nel folklore giapponese per la sua forza enorme e la sorprendente fedeltà“. Non sorprende che la grande ammirazione che la classe guerriera ebbe per Benkei per la sua forza, lealtà e saggezza. Eppure, a differenza dell’élite politica del Giappone moderno, le dinamiche di Benkei si applicano alla lealtà interna. Ciò è ben lontano dalla realtà politica interna del Giappone moderno, perché spesso questa nazione placa gli USA anche creando afflizioni geopolitiche per Tokyo. Pertanto, il Giappone dovrebbe essere fedele a se stesso, piuttosto che placare i capricci di Washington. Naturalmente, il Giappone deve mantenere forti relazioni con gli USA, ma queste relazioni non dovrebbero danneggiare Cina e Federazione russa. Allo stesso modo, in Giappone i militari statunitensi non sono puramente negativi, nonostante le grandi tensioni a Okinawa. Ad esempio, gli USA potrebbero essere considerati “potenza protezionistica” con i propri militari nella nazione. Allo stesso modo, nei diversi devastanti terremoti e nella devastazione totale generata da tsunami brutali, appare chiaro che le forze armate statunitensi aiutano il popolo giapponese con coraggio e aiuto genuino. Pertanto, il rapporto geopolitico e militare tra USA e Giappone soddisfa entrambe le nazioni, anche se cambiamenti possono verificarsi in futuro. Tuttavia, il Giappone non dovrebbe mettere tutto nel “paniere statunitense”, quindi crescenti legami con Cina e Federazione russa sono nell’interesse del Paese del Sol Levante.
La Galleria Toshidama dice di Benkei: “… fu allevato dai monaci, che erano sia religiosi che militari. Da giovane si pose a una estremità del ponte Gojo disarmando i viaggiatori armati. Per avere la sua 999.ma spada combatté contro un giovane nobile, Minamoto no Yoshitsune, che lo vinse nella battaglia del ponte e, successivamente, Benkei lo servì come vassallo. Combatterono nelle guerre Gempei tra il clan Taira e il clan Minamoto“. Tuttavia, mentre la lealtà di Benkei è indiscutibile, si può dire lo stesso dealle relazioni contemporanee tra USA e Giappone? Inoltre, mentre il Giappone è leale verso Washington, si può dire lo stesso degli USA a lungo termine? Inoltre, Benkei metterebbe in pericolo “il quadro più ampio” con un rapporto squilibrato con due grandi potenze regionali? Pertanto, mentre USA e Giappone continueranno a consolidare il rapporto attuale, ciò non garantisce la stabilità futura. Dopo tutto, se la Cina continua a crescere economicamente, saranno gli USA ad abbandonare la nave avvicinandosi gradualmente a Pechino, futuro perno essenziale? A prescindere dalla risposta, sembra che il Giappone debba ripensare la propria politica estera basata sulla politica di contenimento statunitense verso Cina e Federazione russa. Invece, il Giappone dovrebbe concentrarsi molto sulla lealtà interna e adottare una politica estera egoistica, pragmatica e tesa a sviluppare legami più stretti con Cina e Federazione russa. Se sarà così, le élite politiche di Pechino e Mosca prenderanno Tokyo sul serio, anche se le potenti relazioni tra USA e Giappone continueranno.hwzeopTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Giappone di fronte le sanzioni

Bakhtiar Usmonov New Eastern Outlook 25/04/2015C0B1BC58-9A11-4F5D-B387-6A65AF4A2AB4_mw1024_mh1024_s_cy7Un’espressione eloquente dice: ‘l’Oriente è una questione delicata’, e nel mondo contemporaneo è anche influente. Il Giappone, come tutti i Paesi del G-7 pilotati dal primattore, gli Stati Uniti, ha aderito alle sanzioni economiche contro la Russia per la situazione nel sud-est dell’Ucraina. I mass-media giapponesi un giorno urlano all’esercito russo che ‘agisce con impudenza’ nel Donbas e all’invasione illegale della Crimea, e il giorno dopo sulla natura puramente formale delle sanzioni di Tokyo, adottata esclusivamente in solidarietà con gli occidentali. In realtà, tutto questo casino sulle sanzioni mette il governo di S. Abe in una posizione piuttosto scomoda: da un lato non vuole danneggiare le relazioni con Mosca, migliorate negli ultimi due anni, e dall’altro deviare dalla strategia di Washington può portare a “cupe conseguenze”. Come dice il proverbio: ‘il miele è dolce, ma le api pungono’. Il mercato della Russia è un enorme spazio per molte merci giapponesi, e allo stesso tempo è possibile negoziare su gas e petrolio, tanto più che l’86% delle importazioni dalla Russia sono idrocarburi. Veramente, a fronte della maggiore influenza della Cina nei mari cinesi meridionale e orientale, Tokyo potrebbe facilmente esser contenta dalla posizione neutra della Russia verso Pechino. Ma l’amministrazione Obama ricorda al primo ministro giapponese con quale denaro l’economia del dopoguerra fu costruita e a chi il Giappone è debitore per la sua prosperità. Così ora, volente o nolente, deve giocare secondo le regole di qualcun altro. Lo scorso anno i giapponesi avrebbero detto una cosa e fatto qualcosa di assolutamente diverso. Ad esempio, al vertice del G-7 di Bruxelles, Abe invitò i colleghi europei a un dialogo costruttivo con Mosca, essendo uno dei principali attori internazionali. Lo scorso settembre i giapponesi, colpiti dalla bacchetta magica statunitense, saltavano a bordo delle nuove sanzioni contro Mosca. Nel frattempo i politici giapponesi, insieme ai rappresentanti della comunità imprenditoriale del Giappone, a loro allineati, continuavano ad affermare la buona volontà verso Mosca. A questo punto vorremmo dire qualcosa sulla situazione delle imprese giapponesi in relazione alle sanzioni economiche contro la Russia che, come potrebbe apparire a prima vista, danneggerebbero i loro interessi. Più di una volta gli affaristi giapponesi hanno sostenuto che le restrizioni del governo del loro Paese sono morbide. Ad esempio, il presidente del Comitato economico russo-giapponese, Vicepresidente della Federazione delle organizzazioni economiche giapponese (Nippon Keidanren), Norio Sasaki, ha detto più volte che le sanzioni non influenzano l’ambiente imprenditoriale. Inoltre, secondo i risultati di un sondaggio tra i membri della Federazione, il 57% degli uomini d’affari giapponesi già investe nell’economia della Russia, e il 20% lo contempla. In realtà, nel 2014 alcun progetto bilaterale di grandi dimensioni è stato avviato. Anche l’Hokkaido Bank, che prevedeva di coltivare soia nella regione dell’Amur dalla primavera 2015, improvvisamente ha deciso di prorogare, per un periodo indeterminato, la fase di valutazione dei rischi finanziari associato al progetto. Nel caso di accordi già in fase di realizzazione al momento delle sanzioni, la loro costruzione proseguiva e talvolta addirittura aveva successo, venendo indicato come esempio riuscito della fruttuosa cooperazione tra gli ambienti economici dei due Paesi. Tutto ciò difficilmente s’inserisce nel solido modello seguito dal governo giapponese, intensificatosi dalla seconda guerra mondiale, quando gli interessi politici prevalevano su quelli economici. Ecco perché non c’è ragione di aspettarsi un eccessivo business, che sarebbe in contrasto con la politica estera del Paese anche se morbida, come gli affaristi giapponesi continuano ad insistere. Un esempio evidente si distingue. Tokyo ha riconosciuto il progetto del ponte energetico Sakhalin – Hokkaido, che potrebbe soddisfare gran parte della domanda di energia elettrica del Giappone suscitata dalla chiusura di centrali elettronucleari e dal costoso deficit energetico.
Ma tornando alla teatralità dei giochi politici delle autorità giapponesi, nel settembre 2014, dopo la visita a Mosca dell’ex-primo ministro del Giappone Y. Mori Kyodo Tsushin, grande agenzia di informazioni giapponese, informava di punto in bianco il ritiro da parte del capo del governo giapponese dell’invito al Presidente della Russia, su richiesta di Washington. Per ammorbidire lo shock del discorso diretto, nel rapporto si diceva che Abe prevedeva d’incontrarsi con Putin a margine del vertice APEC a Pechino, nel novembre 2014. Inoltre, la possibilità di una visita ufficiale del leader russo in Giappone per la primavera 2015 rimaneva aperta. Ma chi ha lasciato aperta questa possibilità: Washington o Tokyo? Il vertice ha avuto luogo, i leader dei due Paesi si sono incontrati, discusso della situazione in Ucraina e raggiunto un accordo sulla visita, ma ‘a suo tempo’, come i mass media giapponesi hanno riferito. Al rientro, il primo ministro giapponese, durante l’incontro con il governatore dell’isola di Hokkaido, dichiarava l’intenzione di proseguire il dialogo con la parte russa sulla soluzione della controversia sui ‘Territori del Nord’, come le quattro isole meridionali delle Curili sono chiamate in Giappone. Tokyo fa del suo meglio per illustrarsi come attore indipendente sulla scena internazionale, in grado di risolvere da sé le questioni geopolitiche. Abe ha chiarito che la crisi ucraina ha un impatto negativo sul ‘compito chiave della sua premiership': la conclusione di un trattato di pace con la Russia. Ma il mondo è pronto ad accettare tale ‘indipendenza’ giapponese? La tragica storia del sequestro dei due giornalisti giapponesi a gennaio e la loro morte per mano dei terroristi SIIL, illustra drammaticamente che è ancora troppo presto per il Giappone illustrarsi in politica, dove tradizionalmente ha il ruolo di sorella minore degli Stati Uniti. Certo, l’ipotetica minaccia terroristica libera le autorità giapponesi nel rivedere il famigerato articolo 9 della Costituzione che vieta allo Stato di partecipare a missioni internazionali militari. Allo stesso tempo, anche con l’esercito ‘ufficiale’, Tokyo non potrà gestire da solo l’aggressione degli estremisti islamici che, come uno dei video-messaggi dei terroristi dice, si vendicheranno di qualcosa. Piaccia o no, ma il samurai deve rinfoderare la lama affilata dell’arroganza politica e tornare sotto l’ala di Washington. Così è chiaro che nel prossimo futuro non bisogna aspettarsi cambiamenti radicali nelle relazioni russo-giapponesi. Tokyo seguirà il corso scelto dagli Stati Uniti, a costo dei propri interessi, tenendo presente la minaccia che potrebbe sorgere deviando da tale corso. Guardando al futuro, possiamo dire che gli esperti discuteranno della possibile visita del leader russo in Giappone per molto tempo, ma affinché sia realmente possibile è necessario porre queste domande non a Tokyo, ma a Washington, dove sanno meglio cosa è un bene per la Terra del Sol Levante.Russia-to-japan-via-sakhalinBakhtiar Usmonov, Dottore in Scienze Politiche, politologo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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