Geopolitica dei Balcani: Cina e Serbia espandono la cooperazione strategica ed economica

Zivadin Jovanovic, Global Research, 26 maggio 2016Bookfair_InSerbia-0036Serbia e Cina coltivano una lunga amicizia e fiducia reciproca basata sulla cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Attualmente, quando certi Paesi europei, americani e altri competono per la cooperazione cinese, la Serbia ha già capacità e base per rafforzare la cooperazione con la seconda potenza economica nel mondo e migliorare le mutue relazioni a livello strategico. In realtà, questo è esattamente ciò che la Serbia fa. L’imminente visita del Presidente cinese Xi Jinping e l’attesa firma di un accordo generale sulla relazione strategica certamente accelererà la cooperazione in tutti i campi.
Cina e Serbia si percepiscono stabili e soldi partner affidabili. La Serbia, anche se dall’economia relativamente piccola, ha notevole capacità di sviluppo futuro, in particolare nelle infrastrutture, energia e produzione alimentare. Inoltre, la Serbia occupa una posizione geopolitica favorevole essendo allo stesso tempo nel Sud Europa, Europa centrale e Paese danubiano, crocevia di diverse regioni e persino continenti; la Serbia è porta e ponte per altre destinazioni della cooperazione economica con l’Europa. Non è una semplice coincidenza che nel dicembre del 2014 Belgrado abbia ospitato il vertice del gruppo “Cina + 16” comprendente i Paesi dell’Europa centrale e del sud-est che partecipano congiuntamente all’attuazione del mega-progetto “Via e Cintura”, meglio noto come Nuova Via della Seta del 21° secolo. Finora la Cina ha stanziato 13 miliardi di dollari per progetti in questi Paesi, di cui 1,5 miliardi per la Serbia. Le imprese cinesi hanno già costruito il ponte “Mihailo Pupin”sul fiume Danubio, a Belgrado, oltre a 21 km di autostrada d’ingresso. I piani per la costruzione del secondo ponte sul Danubio, nei pressi di Vinca, lungo il X Corridoio europeo, e per un ponte sul fiume Sava, vicino ad Obrenovac, sono in fase avanzata. La Chinese Hessteel Co., secondo maggiore produttore di acciaio al mondo, ha recentemente acquistato l’acciaieria Smederevo che impiega 5050 lavoratori ed ha un porto sul Danubio e una fabbrica di stagno a Shabac (sul fiume Sava). È stato raggiunto un ulteriore accordo con i partner cinesi per costruire la centrale termoelettrica “Kosotolac-B”. Questo progetto prevede anche la costruzione di un altro porto sul Danubio e una sezione di 18 km di ferrovia per trasportare le attrezzature necessarie. Pertanto, in termini economici, le aziende cinesi si sono già insediate nel Danubio aumentando così il peso di queste acque interne presso lo strategico VII Corridoio europeo.
Il partenariato tripartito Serbia, Ungheria e Cina ha avviato la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega Belgrado e Budapest. Il progetto è solo una parte delle ferrovie strategiche del X Corridoio dai porti mediterranei di Pireo e Salonicco, in Grecia, a Macedonia, Serbia, Ungheria e Paesi dell’Europa centrale e del nord fino al Mar Baltico. Prendendo in considerazione i piani d’impegno cinese nella modernizzazione delle linee dei trasporti che collegano Belgrado e il porto di Bar (Adriatico, Montenegro), l’interesse delle compagnie cinesi nella privatizzazione di numerose aziende serbe, e quindi potenzialità e prospettive della cooperazione economica tra i due Paesi, diventa molto più chiara. Sembra che l’importanza del rapido aumento della cooperazione economica con la Cina vada oltre il sostanziale input della crescita del PIL e dell’occupazione, anche se sono parametri molto significativi. A condizione che l’attuale tendenza continui, e non c’è motivo di aspettarsi altrimenti, influenzerebbe seriamente i piani degli interessi economici della Serbia a livello internazionale, orientandoli su una posizione più equilibrata. Negli ultimi anni l’Unione europea era occupata a trattare con se stessa, soffrendo grave crisi di sistema, avanzata di nazionalismo e particolarismo, stagnazione tecnologica ed economica, crisi dell’eurozona, deflusso di capitali, migranti, “Brexit” ed altre “uscite”, ed “incoraggiamenti” transatlantici per aumentare la spesa militare (troncati al vertice G7 di Hannover). Gli Stati Uniti si preoccupano d’intimidire gli alleati utilizzando una volta il “pericolo” russo, un’altra volta cinese. La Russia affronta il declino dei prezzi del petrolio, con la necessità di modernizzare la struttura economica e alleviare le conseguenze delle sanzioni degli Stati Uniti attuate dai “partner europei”, costringendola a spendere di più per la difesa. Il mondo testimonia l’allargamento drammatico della divisione tra masse di poveri e una manciata di estremamente ricchi, con povertà, disoccupazione e miseria che dominano il mondo. La Cina tende una mano amichevole offrendo collaborazione, connessione, innovazione e mutuo vantaggio in tutti i quattro angoli del mondo. Ogni tanto, ci si chiede perché l’occidente senta la necessità di lamentarsi pubblicamente sul “rallentamento della crescita economica cinese” che apparentemente cade dal 9% all’attuale ‘mero’ 7,5%! Chi in realtà fa meglio in tale prolungata crisi economica globale?2013112685446631734_20Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il leader del Giappone visita la Russia contro il volere degli Stati Uniti

Alex Gorka Strategic Culture Foundation 13/05/2016n-abeputin-a-20141019Il 6 maggio il Presidente Vladimir Putin incontrava il Primo ministro giapponese Shinzo Abe nella località del Mar Nero di Sochi. I leader hanno discusso dei modi per rafforzare i legami bilaterali e risolvere la disputa territoriale sulle isole Curili. Ucraina, Corea democratica, Siria, terrorismo internazionale e cooperazione bilaterale erano all’ordine del giorno. Le parti hanno deciso di rinnovare le riunioni periodiche nel formato 2+2 tra ministri degli Esteri e della Difesa. Un accordo è stato raggiunto per continuare i contatti tra i consigli di sicurezza dei due Paesi. La Russia ha anche sostenuto il coinvolgimento del Giappone nella task force umanitaria in Siria. Il Giappone è stato invitato a partecipare all’esercitazione anti-contrabbando nel Pacifico a luglio-agosto. Molte cose sono state discusse in modo confidenziale, a porte chiuse. Come previsto, non ci sono stati passi avanti sul Trattato di pace e la controversia territoriale, anche se le parti hanno detto che le discussioni sono state costruttive. La questione delle isole contese è troppo difficile da risolvere rapidamente. Richiede pazienza e agilità. I militari russi osservavano i colloqui da vicino mentre studiano diversi piani per rafforzare la difesa dell’area. Va ancora precisato l’isola che ospiterà i missili a lungo raggio antiaerei e antinave. I leader di Russia e Giappone hanno deciso di negoziare la controversa questione a giugno tra viceministri degli Esteri. Nel 2013, Abe è stato il primo leader giapponese a compiere una visita ufficiale in Russia dopo un decennio, cercando di risolvere le divergenze e ampliare la cooperazione. Questo è il 9° incontro dei due leader dal 2012 (quando Abe fu rieletto premier) e la 13.ma volta cui i leader s’incontrano, dalla riunione tenutasi nel primo mandato di Abe (2006 – 2007). Due fattori rendono l’evento particolarmente simbolico. Il primo, il 40° vertice G8 (ora G7) che si tenne a Sochi nel giugno 2014 e trasferito a Bruxelles dopo che la Crimea divenne parte della Russia. Il secondo, questa è la seconda volta che il Premier si reca a Sochi. A differenza di altri capi occidentali, come i membri del G8, si recò ad assistere ai Giochi Olimpici Invernali di Sochi durante la crisi in Ucraina, dimostrandosi un diplomatico abile e lungimirante. Lo sviluppo delle relazioni con la Russia rende la politica estera giapponese più equilibrata e apre la via alla partecipazione a vantaggiosi progetti economici. Va sottolineato che l’importanza del vertice Russia-Giappone del 6 maggio a Sochi va oltre i legami bilaterali. E’ l’evento principale negli ultimi rapporti tra Russia e G7. La visita ha avuto luogo prima del vertice G7 previsto per fine maggio. La Russia è stata l’ultima tappa del viaggio del premier che includeva Francia, Italia, Belgio, Germania e Gran Bretagna. Il 42° vertice del G7 si terrà il 26-27 maggio 2016 al Shima Kanko Hotel sull’isola di Kashiko, Prefettura di Mie, Giappone. Il premier giapponese voleva che il vertice Giappone-Russia precedesse l’evento, col Presidente russo Vladimir Putin che inviava un segnale a Tokyo dicendo “Lo sviluppo del dialogo multi-programmato con il Giappone è una delle nostre priorità in politica estera. Conto sulla prevista visita del (Primo ministro) Shinzo Abe del 6 maggio per poter ampliare le relazioni russo-giapponesi con mutuo vantaggio e tenendo conto dei reciproci interessi”.
Shinzo Abe è il primo leader del gruppo G7 a visitare la Russia dal marzo 2015, quando il Presidente Putin incontrò Matteo Renzi. A differenza dei Paesi anglofoni, i capi occidentali cominciano ad intensificare gradualmente i contatti con la Russia. Ministri tedeschi sono visitatori frequenti a Mosca. L’estate scorsa il Presidente Putin fu invitato a visitare Expo-2015 di Milano, sfruttò l’opportunità per incontrare Papa Francesco e visitare Berlusconi. Il viaggio di Abe sarà seguito dalla visita, il prossimo mese, del primo ministro Renzi nell’annuale Forum sugli investimenti nella città natale di Putin, San Pietroburgo. Questa volta, Abe, alleato chiave degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, “restava ritto seguendo la sua strada”, respingendo la pretesa del presidente Barack Obama di non visitare la Russia, secondo Kyodo del 24 febbraio. In un intervista a RIA Novosti, prima della riunione, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha detto che gli statunitensi dicono segretamente agli altri, tra cui il premier giapponese, di non visitare la Russia. Un anno prima, alla vigilia delle celebrazioni del 70° anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale, la tattica funzionò. Shinzo Abe non visitò Mosca. Questa volta l’importanza delle relazioni con la Russia prevalgono su altri motivi. Il Giappone ha davvero bisogno del dialogo e la Russia è pronta ad andargli incontro. I leader si sono incontrati tre volte negli ultimi due anni. Abe era più che disposto a incontrare Putin a New York presso la sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dell’anno prima. Un successo in politica estera è importante per il leader giapponese. L’opposizione ha buona probabilità alle elezioni di autunno mentre l’economia ristagna. Mosca è importante per bilanciare le relazioni tra Giappone e Cina. Inoltre, è sempre più difficile per Washington fare pressioni su Tokyo mentre coopera con Mosca sulla Siria e dice apertamente che la cooperazione è di grande importanza. Ma la pressione degli Stati Uniti è ancora abbastanza forte per fare rinviare la visita di Putin a Tokyo, inizialmente concordata nel 2014. Quando si deve decidere la data, Tokyo si comporta come il gatto che ama il pesce ma odia l’acqua. Il Primo ministro giapponese Shinzo Abe ha confermato ancora una volta l’invito al Presidente Vladimir Putin a visitare il Giappone, senza annunciarne la data. Il presidente e il premier hanno discusso i dettagli dell’invito. A sua volta, Vladimir Putin ha invitato Shinzo Abe ad aderire al 2° Forum Economico Orientale che si terrà a Vladivostok il 2 – 3 settembre. La visita ha finalmente posto fine ai tentativi degli Stati Uniti di mantenere la Russia isolata dal G7. I suoi avvertimenti sono ignorati a favore del rinvigorito dialogo con la Russia. L’evento testimonia come i contatti tra Russia e principali potenze mondiali aumentano ed hanno buone prospettive per il futuro.0,,18958022_401,00

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Un ‘amichevole’ premier giapponese propone un ‘nuovo approccio’ alla Russia su come consegnare le Curili a Tokyo
Galina Dudina, Kommersant, 16 maggio 2016 – Russia Insider

bef6568b-f6fc-486b-b7d2-99cea952a3a0_mediumIl Primo ministro giapponese Shinzo Abe ha visitato Sochi il 6 maggio per colloqui col Presidente russo Vladimir Putin. Oltre a commercio, cooperazione economica ed investimenti, i due leader hanno discusso la questione dolorosa del trattato di pace della Seconda guerra mondiale, che non sarà concluso finché la disputa territoriale sulle isole Curili del sud sarà risolta. Dopo i colloqui, Abe ha detto di aver proposto un “nuovo approccio” per risolvere la disputa territoriale.

Tono amichevole
Abe aveva visitato la città turistica nel 2014 per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali. “Il calore di questa meravigliosa città mi ricorda il mio incontro con Vladimir nel 2014“, ha detto Abe in un indirizzo marcatamente amichevole all’ospite. “Con i ricordi delle belle attrazioni di Sochi, non vedevo l’ora di incontrare Vladimir. Sono molto contento di vedervi“. Putin ha salutato l’ospite con tono ufficiale. “Sig. Primo ministro, vediamo la vostra visita come un’opportunità per collaborare su questioni di reciproco interesse“, ha detto. Allo stesso tempo, il leader russo si è vagamente riferito alle tensioni esistenti tra i due Paesi. “In considerazione degli sviluppi politici, commerciali ed economici, ci sono questioni che vanno trattate in via prioritaria“, ha detto Putin. Le questioni all’ordine del giorno dei colloqui erano già note, tra cui la prospettiva della firma del trattato di pace (che Abe ha menzionato nel discorso di apertura), la questione delle isole Curili del Sud, così come la cooperazione bilaterale e la risoluzione dei conflitti in Siria, Ucraina e penisola coreana. L’incontro fu organizzato durante i colloqui del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov con l’omologo giapponese Fumio Kishida, a Tokyo, a metà aprile. Era Lavrov a riassumere i risultati dei colloqui tra il Presidente Putin e il Primo ministro Abe. Ha detto che i due leader hanno discusso dei rapporti commerciali ed economici così come dell’imminente visita di Vladimir Putin in Giappone “comprese date specifici” (che saranno annunciate). Putin ha invitato Abe a partecipare al Forum economico orientale, che si terrà a Vladivostok ai primi di settembre. Inoltre, i russi hanno proposto di rilanciare il formato 2+2 nato nel 2013 sui colloqui congiunti dei ministri degli Esteri e della Difesa dei due Paesi. “Speriamo che i nostri colleghi giapponesi ci ascoltino“, ha detto Lavrov, aggiungendo che il formato era “utile date le minacce alla sicurezza nella regione Asia-Pacifico e nel Sud-Est asiatico“.

Le controversie sulle Curili del sud
Abe ha detto di aver proposto un “nuovo approccio” per risolvere la questione delle isole contese. Tuttavia, né i giapponesi, né i russi hanno reso noti i dettagli dell’approccio. “Ci sono state osservazioni sui media giapponesi su quale idea Shinzo Abe avesse portato a Sochi, suggerendo che la proposta in una certa misura si basi sull’idea avanzata nel 1998 dall’allora Primo ministro giapponese Ryutaro Hashimoto durante l’incontro con Boris Eltsin“, dice Aleksandr Panov ex-ambasciatore russo in Giappone. “Non si può escludere che la parte giapponese possa proporre un’opzione per cui le isole di Habomai e Shikotan siano consegnate al Giappone dopo la firma del trattato di pace, mentre le altre isole (Iturup e Kunashir) per un certo periodo di tempo, 30-50 anni, rimarranno sotto il dominio amministrativo della Russia“. Panov aggiunge che tale proposta sarebbe considerata un compromesso dal Giappone. La prossima occasione per le due parti di discutere la questione delle isole Curili e il trattato di pace si avrà a giugno, in una riunione tra i viceministri degli esteri. Aleksandr Gabuev, capo del Programma Asia-Pacifico del Carnegie Moscow Center, suggerisce che la dichiarazione coraggiosa di Shinzo Abe abbia più a che fare con la situazione politica interna in Giappone. In vista delle elezioni politiche anticipate previste a luglio, “c’erano aspettative molto alte sulla visita di Shinzo Abe a Sochi“, aggiunge. Abe ha dovuto dimostrare che non era solo una “visita a vuoto” e che era pronto a cercare nuovi approcci per una delle questioni chiave della politica estera di Tokyo, dice Gabuev.abeputinfeb20Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ritorno del Sol Levante. La nuova ascesa militare del Giappone

Del giornalista di Le Monde e docente in varie università di Parigi Edouard Pflimlin, il libro è dedicato a ciò che ha chiama “Nuova ascesa militare del Giappone”.
Edouard Pflimlin, Parigi, Ellipses, 2010, p. 222, € 19,50

Stéphane Mantoux, Clio, 1 novembre 2010

29053808_6654026La politica della Difesa del Giappone dopo la capitolazione del 1945 si basa su una premessa del tutto opposta a quella che prevalse nel periodo precedente. All’espansionismo militare aggressivo con cui il Giappone cercava materie prime e aree necessarie per il suo sviluppo, seguì una posizione difensiva, quando la conquista avviene attraverso il soft power, cioè nel campo economico e culturale. La Difesa era il cuore della politica giapponese tra il 1931 e il 1945, ma divenne secondaria nel Giappone post-bellico. La società degli anni ’30 era in gran parte controllata dai militari: l’esercito post-seconda guerra mondiale è strettamente controllato dal potere civile, in un mondo dove il pacifismo prevale. Da nemici implacabili fino alla resa del 2 settembre 1945, gli Stati Uniti divennero all’improvviso alleati importanti e indispensabili dell’Impero del Sol Levante Tali fattori sembrano quindi indurre una profonda frattura tra la politica della Difesa giapponese prima del 1945 e quella dopo. Ma guardando più da vicino, vi sono alcune continuità. La presenza principale è l’imperativo della sopravvivenza del Giappone: un territorio in posizione strategica ma senza profondità strategica per la difesa. Inoltre: la presenza di una vasta popolazione su una piccola area ne provoca la forte dipendenza dall’estero (di alimentari immediatamente dopo il 1945, per esempio, oggi dal petrolio). Per garantirne la sopravvivenza, riducendo al minimo costi e rischi della difesa, il Giappone scelse dal 1945 di sviluppare forze limitate nascondesi sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti. Da qui l’autore cerca di rispondere alle seguenti domande: qual è il livello delle forze di difesa? Che ruolo giocano? Il Giappone è in un processo di rimilitarizzazione?Scagliona le risposte in ordine cronologico, corrispondenti alle quattro fasi che secondo lui la politica della Difesa del Giappone ha attraversato dal 1945.
“La rinascita dell’esercito sotto l’ombrello statunitense (1945-1960)”: paradossalmente, infatti, gli statunitensi avviarono la smilitarizzare il Giappone, della sua società e del suo quadro politico. L’articolo 9 della nuova costituzione del Paese, adottata nel 1946-1947, il Giappone vieta l’uso della guerra per risolvere le controversie internazionali. Ma ben presto, con l’ascesa di ciò che sarebbe diventata la guerra fredda, gli statunitensi furono costretti a riconsiderare tale politica. E lo scoppio della Guerra di Corea il 25 giugno 1950 decise che gli Stati Uniti iniziassero il riarmo giapponese. La Polizia della Riserva Nazionale fu creata, base per la formazione del nuovo esercito. Nel 1951, il Giappone firmò un trattato di sicurezza con gli Stati Uniti mitigando le disposizioni dell’articolo 9 della Costituzione. Una legge sull’Agenzia di Sicurezza Nazionale fu adottata nel 1952 stabilendo il quadro per le nuove forze armate, ufficialmente create nel 1954 come Forze di Autodifesa (SDF) strettamente controllate dal potere politico civile. I due pilastri della difesa giapponese sono l’alleanza con gli USA, forte del nuovo trattato del 1960 che impegnava di più gli Stati Uniti nella difesa del Giappone, e le SDF che già contavano più di 200000 uomini.
“SDF e sviluppo ed evoluzione dei concetti della difesa (1960-1976)”: il Giappone iniziò poi una politica di riarmo delle SDF con materiale conseguente, sempre più sofisticato. Tuttavia, le quote di effettivi per le varie armi delle SDF non furono mai completate: si era a corto di personale. Lo sforzo per la difesa rispetto alla ricchezza nazionale era modesto, ben al di sotto ad esempio della Repubblica federale tedesca, un’altra sconfitta nel 1945. L’industria delle armi rinacque timidamente e principalmente all’inizio produceva equipaggiamenti degli Stati Uniti su licenza, prima di iniziare a sviluppare prodotti originali. Ma l’industria restava marginale nell’economia giapponese. Il ruolo delle SDF fu all’inizio resistere il più a lungo possibile contro una possibile invasione (ritenuta sovietica o cinese) in attesa dei rinforzi degli USA. Le forze di terra furono concentrate sull’isola di Hokkaido, ritenuta la più esposta. Con il cambiamento di strategia degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, il Giappone ne fu interessato dovendo contare meno sulla potenza statunitense e mutando politica di difesa. I documenti ufficiali sottolineano di più la ricerca di un’autonomia militare e la protezione delle rotte marittime, non interessate dal trattato con gli Stati Uniti. Con la graduale parità militare raggiunta tra le superpotenze negli anni ’70, il Giappone adottò un programma di difesa nel 1976 che, per la prima volta, previde di respingere più a lungo aggressioni esterne. L’obiettivo delle SDF in quel contesto era acquistare prodotti più efficienti per sostenere una difesa maggiore in caso di conflitto. Con la ratifica del Trattato di non proliferazione nucleare, nello stesso anno, il Giappone escluse dal quadro le armi atomiche.
“Le contrastate ambizioni all’indipendenza (1976-1992)”, si criticò il sistema di difesa giapponese, mentre le minacce estere divennero più chiare assieme alle richieste degli Stati Uniti al Giappone di sostenere ulteriormente la propria difesa. Le critiche interne erano dovute ai vertici delle SDF che consideravano le proprie forze inadeguate a respingere un attacco sovietico. E tanto più che il sistema sovietico nel Pacifico migliorava notevolmente tra la fine degli anni ’70 e la caduta dell’URSS; inoltre, l’arrivo nel 1976 di un pilota sovietico disertore a bordo di un MiG-25 Foxbat, senza precedenti per gli occidentali, su un aeroporto in Giappone, evidenziò i difetti nella difesa aerea del Paese. Su questi problemi, in particolare l’aspetto concreto della minaccia sovietica, i giapponesi mutarono opinione fino a poco prima indifferenti od ostili alla difesa e al ruolo delle SDF. Tutti i partiti politici, tranne il partito comunista, riconobbero la necessità delle SDF e del trattato con gli Stati Uniti. Il Giappone, su richiesta dell’amministrazione Reagan, aumentò l’impegno finanziario per la difesa e iniziò una politica d'”internazionalizzazione” per sottolineare i suoi legami con il campo occidentale (supporto agli Stati Uniti durante la crisi dei missili europei per esempio, nel 1983). Il Paese supportò anche il trasferimento di tecnologia a favore degli Stati Uniti in campo militare. Questa ascesa militare del Giappone avviene tra tensioni per l’aumento delle forze sovietiche, loro miglioramento nel Pacifico e per il contenzioso sulle isole Curili occupate dal 1945 dall’URSS. Due altre minacce crebbero nel ’80: la Cina che cominciava la politica di apertura economica e una timida modernizzazione militare, e in particolare la Corea democratica che cercava di sviluppare armi atomiche. Nel 1991, il bilancio della difesa giapponese salì al 6 posto nel mondo, ma rimase relativamente piccolo rispetto alla ricchezza del Paese. L’esercito giapponese rimane di piccole dimensioni e non ha alcuna vera forza a causa delle limitazioni imposte. Il concetto di autodifesa, però, fu rivisto soprattutto nel campo aeronavale, rispondendo alle nuove esigenze del momento. Inoltre, il Giappone affrontava gli Stati Uniti, negli anni ’80, con una competizione economica, per non parlare della rinascita del nazionalismo giapponese che si manifestava con dichiarazioni controverse sul recente passato e in alcuni libri di testo. Parte dei giapponesi riteneva giusta anche una maggiore autonomia dall’alleato statunitense. Gli Stati Uniti, in risposta, bloccarono qualsiasi tentativo dei giapponesi di sviluppare una troppo sofisticata tecnologia militare, così da mantenerne la dipendenza dai trasferimenti tecnologici o di materiale. Il Giappone diventa una potenza economica mondiale, anche se difficilmente vuole uscire dal sistema di difesa tradizionale imposto nel 1945: la partecipazione non effettiva alla guerra del Golfo fu fortemente criticata dagli Stati Uniti. Perciò il Giappone permise ai suoi soldati di contribuire alle missioni di pace delle Nazioni Unite nel giugno 1992. L’alleanza con gli Stati Uniti continua, ma in un contesto diverso, con la fine della guerra fredda e la caduta dell’URSS.
“Un esercito più internazionalizzato e più attivo (1992-2010)”, i soldati giapponesi furono coinvolti in alcune missioni delle Nazioni Unite (Cambogia, Timor Est), ma ciò rimase trascurabile. Tuttavia, il Giappone entrò nella guerra al terrorismo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001: la flotta giapponese e una parte dell’aeronautica fornirono supporto logistico alle operazioni in Afghanistan, assai controverse nel Paese. Un contingente di diverse centinaia di uomini fu poi schierato in Iraq tra il 2004 e il 2007, prima di essere ritirato. Questi impegni dimostrano che il Giappone cerca di dare esperienza operativa alle SDF, integrandole di più nel sistema di comando degli Stati Uniti. Lo tsunami del 2004 nel Sud-Est asiatico vide l’intervento delle SDF con una missione non militare. Tali operazioni almeno inizialmente ebbero il sostegno dell’opinione pubblica. Una forza di reazione rapida venne creata nel marzo 2007 per affrontare qualsiasi evenienza. Il Giappone rafforzava anche i legami con gli Stati Uniti per contrastare la minaccia immediata, la Corea democratica con armi nucleari e che effettuava lanci missilistici regolari o incursioni navali nelle acque giapponesi. Un’altra minaccia crescente era quella della Cina, con cui le rivendicazioni sulla ZEE sono molto vivaci, mentre la Russia riapparve a nord del territorio giapponese. Il Giappone è ancora un’importante base degli USA nel Pacifico e collabora strettamente con essi nella difesa missilistica: aveva già partecipato alle “Star Wars” dell’amministrazione Reagan. Ma aveva anche sviluppato stretti legami con altri Paesi della regione del Pacifico come l’Australia.
siberie_chine_japon “Rimilitarizzazione” parziale e limitata da numerosi vincoli: Quali sono le recenti tendenze della difesa giapponese? Le SDF sono state modernizzate, hanno equipaggiamenti sempre più migliorati, sviluppano forze di proiezione e creano unità adattate alla difesa contemporanea (forze speciali, dispositivi contro minacce terroristiche, protezioni NBC, ecc). Il Giappone quindi rientra nella “rivoluzione negli affari militari” sostenuta da alcuni negli Stati Uniti. La minaccia coreana spinge a chiedere altri equipaggiamenti offensivi, anche se il Giappone mostra capacità di risposta a lungo raggio partecipando alla task force della lotta alla pirateria somala (aprile 2009). Un contingente delle SDF ha partecipato anche alle operazioni di soccorso del terremoto di Haiti (gennaio 2010). Tuttavia, il pubblico giapponese rimane ostile al dispiegamento di truppe nelle zone di guerra. Eppure la difesa giapponese cambia con la creazione di un vero ministero nel 2006 sostituendo l’Agenzia della Sicurezza Nazionale, segnando la fine del controllo dei civili sui militari. Il Giappone cerca anche di distinguersi dagli Stati Uniti e cerca un’alleanza più equilibrata: la questione del mantenimento delle basi degli Stati Uniti sul suolo giapponese, soprattutto ad Okinawa, resta molto sensibile anche se il Paese ha terminato l’appoggio logistico alla coalizione in Afghanistan nel gennaio 2010. Tuttavia, contribuisce finanziariamente, in un altro modo, a ricostruire il Paese. Ma il Giappone inoltre sviluppa propri satelliti per liberarsi dalla dipendenza degli Stati Uniti. Tuttavia, diversi fattori limitano la ricerca dell’autonomia: la posizione geografica del Giappone, le tensioni con la Russia per le isole Curili e quelle sulle acque territoriali con la Corea del Sud e la Cina. Inoltre, l’opinione giapponese verso la difesa è in continua evoluzione, come sul nucleare, in particolare dopo il test della Corea democratica nel 2006. Ma l’arrivo di un governo alternativo nel 2009 con la vittoria del Partito Democratico ha ristretto il bilancio delle SDF: la difesa non è la priorità dell’allora nuovo governo. L’articolo 9 della Costituzione ostacola lo sviluppo delle SDF e la loro missione, ed è improbabile che sia rivisto anche se c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione giapponese, un altro vincolo per le dimensioni delle Forze Armate del Paese. Il Giappone dovrebbe mantenere l’alleanza con gli USA per affrontare le sfide.
In conclusione, l’autore sottolinea che il Giappone ha rafforzato il potenziale militare, ma è ancora lungi dall’essere una potenza militare, limitata da vincoli istituzionali, politici, economici, ecc. Il termine “militarizzazione” del Giappone si presta a discussioni, come è chiaro. L’alleanza degli Stati Uniti rimane di vitale importanza per il Paese, ma non impedisce che venga messo in discussione. Un’inversione delle alleanze verso la Cina, con cui il Giappone condivide interessi comuni, non è esclusa, secondo alcuni specialisti.
L’analisi è solida ma si basa principalmente su fonti grezze, documenti ufficiali, atti normativi o dichiarazioni politiche: A volte, la storia soffre perché la lettura di tali commenti può essere ridondante. Se ci sono numerose tabelle statistiche, dispiace non vedere mappe nel libro, mentre il soggetto lo richiede. Alcuni aspetti, come ad esempio i materiali utilizzati dall’esercito giapponese, meritano maggiore studio. In ultima analisi, è un libro introduttivo che richiedere l’integrazione da letture supplementari, che non mancano (in francese) essendo molte altre opere pubblicate negli ultimi due anni sullo stesso tema. Si noti inoltre che l’editore non ha fatto alcuno sforzo speciale editoriale e di correzione delle bozze (molti errori di ortografia e di battitura, ecc): è un peccato, perché ne danneggia la qualità complessiva.Flag_of_JSDF(20070408)Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone testa lo Zero-2?

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 06/05/2016708967Il primo volo di prova del caccia sperimentale giapponese X-2 del 22 aprile 2016 non è passato inosservato sui mass media. Il velivolo è frutto di una delle divisioni della Mitsubishi Corporation. Per la cronaca: durante la seconda guerra mondiale la società si fece un nome producendo il famoso caccia A6M Zero che dominò il cieli dell’Oceano Pacifico nei primi due anni di guerra. Le caratteristiche dell’X-2 e relative implicazioni politiche dello sviluppo del caccia, nonché l’inaugurazione “al pubblico”, sono ampiamente discussi. Naturalmente, in questo frangente è ancora solo un prototipo da ricerca che sarà utilizzato per affinare la tecnologia della bassa osservabilità (Stealth) e altre avanzate caratteristiche tecnologiche dei jet da combattimento di quinta generazione. Sulle implicazioni politiche del primo volo dell’X-2, va considerato una prova importante che attesta l’intenzione del Giappone di rafforzare lo status di membro del “club d’élite” delle principali potenze che sviluppano velivoli avanzati. Gli esperti ricordano in proposito che il Giappone ha cercato di attingere alle specifiche da combattimento, operative e tecnologiche dell’F-22 statunitense (l’unico caccia di quinta generazione disponibile al momento) dal 2006-2007 quando avvicinò gli Stati Uniti con la proposta d’acquistare il velivolo ed organizzarne la produzione su licenza. Il dipartimento di Stato degli USA, comunque, disapprovò l’accordo dicendo che le esportazioni dell’assai avanzato F-22 sono vietate per legge. A quanto pare, la legge avrebbe potuto essere modificata per consentire l’esportazione di “una versione semplificata” dell’F-22 in Giappone “quale eccezione”. Tuttavia, c’era l’implicazione politica che ha costretto il dipartimento di Stato degli Stati Uniti a bloccare la transazione: le dure critiche della Corea del Sud. La possibilità d’acquisizione dell’F-22 da parte del Giappone ha scatenato accese discussioni rivelando il profondo disaccordo tra Giappone e Corea del Sud, un problema che rimane fonte di grattacapi per Washington anche oggi.
Nel 2007, cioè subito dopo che gli Stati Uniti rifiutarono l’accordo sull’F-22, il Giappone annunciava l’intenzione di avviare il cosiddetto Advanced Technology Demonstrator-X, il programma di sviluppo ATD-X. Il caccia X-2 decollato il 22 aprile rappresenta il primo risultato tangibile dell’attuazione del programma. Tuttavia, il suo destino dipenderà dallo sviluppo di un altro programma con cui, dal 2016, la Japanese Air Self-Defense Force riceverà 42 cacciabombardieri di quinta generazione F-35 progettati e realizzati da Lockheed Martin, in collaborazione con Mitsubishi Corporation. Si prevede che la partecipazione di quest’ultima aumenterà gradualmente. Se il comando della Japanese Air Self-Defense Force decide a favore dell’ F-35, nonostante gli errori di progettazione, X-2 assai probabilmente rimarrà un “R&S volante” per sviluppare caccia di sesta generazione. Se il comando decide contro l’F-35, X-2 sarà utilizzato come punto di partenza per sviluppo e produzione (già all’inizio del prossimo decennio) di un caccia di quinta generazione giapponese (similmente a uno Zero-2). La possibilità di realizzare il programma, in collaborazione con alcuni partner esteri, è ancora in esame. Il primo volo dell’X-2 ha evocato emozioni contrastanti in Cina. Da un lato, ciò non può che mettere in allerta la Cina. Dall’altro finora (ed è abbastanza ovvio) il Giappone è in ritardo rispetto alla Cina sul progresso dei velivoli moderni. Il fatto che i caccia di quinta generazione J-20 inizino ad entrare in servizio nell’Aeronautica cinese testimonia la superiorità della Cina in questo campo. Alcuni ipotizzano che la lentezza dei progressi del Giappone abbiano a che fare coi timori degli Stati Uniti, in primo luogo, di perdere il controllo sul riarmo dell’alleato chiave e, anche, di avere un nuovo potente concorrente sul mercato internazionale degli armamenti ad alta tecnologia. Naturalmente, il Giappone compie solo i primi passi da fornitore di armi; ma come i risultati dell’inaudita offerta per fornire sottomarini all’Australia dimostrano, può subire un duro colpo anche quando l’accordo sembra quasi siglato. Tokyo vede motivazioni politiche dietro la decisione del governo australiano, già discusse su NEO in precedenza.
Nonostante tale fallimento il Giappone ha tutte le possibilità di entrare nel mercato internazionale delle armi nel prossimo futuro. Molto probabilmente accadrà col progredire dei rapporti nippo-indiani. Appare abbastanza ragionevole supporre che il governo giapponese valuti la possibile esportazione del costoso programma ATD-X prima dell’avvio. E infine sarà difficile non notare che il volo iniziale dell’X-2 è pienamente in linea con la tendenza generale verso la militarizzazione degli “strumenti” su cui il Giappone conta per difendere i propri interessi sulla scena internazionale.

Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

CNwCVpNWUAAvUKr

Il ministro degli Esteri giapponese visita la Cina
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/05/ 2016

2016-04-30T033449ZIl ministro degli Esteri del Giappone Fumio Kishida ha visitato la Cina il 29-30 aprile 2016 (per la prima volta in più di quattro anni), dove incontrava l’omologo cinese Wang Yi. Considerando le ostiche relazioni sino-giapponesi, incontri ad alto livello tra i due Paesi sono una rarità e i vertici non si tengono da molti anni, Pechino e Tokyo percepiscono la visita come evento importante. In Giappone, la visita di Fumio Kishida era considerata un’opportunità per “testare l’acqua”, dove “l’acqua” personifica il sentimento politico dominante nel “corpo d’acqua” (la Cina). Ci si aspetta che dopo il viaggio a Pechino, Kishida riferisca al capo, primo ministro Shinzo Abe, che si tratti di uno “specchio d’acqua” in cui poter “fare un tuffo profondo”, cioè recarsi in Cina per la prima visita ufficiale da quando è stato rieletto primo ministro alla fine del 2012. Proprio prima dell’arrivo dell’onorato visitatore giapponese, il cinese Global Times pubblicava un articolo dal titolo notevole: ‘E’ ora che Tokyo ricalibri la politica estera’. L’articolo elenca tre grandi problemi: eredità della seconda guerra mondiale, dispute territoriali e relazioni geopolitiche, che inibiscono relazioni bilaterali produttive. Tali problemi sono stati seguiti da NEO in molte occasioni. Le relazioni bilaterali si sono deteriorate quasi a livello post-seconda guerra mondiale, nell’autunno 2012, quando il governo giapponese avrebbe “comprato” tre delle cinque isole Senkaku situate nel Mar Cinese orientale (e contestate dalla Cina) da qualcuno. Solo nell’autunno 2014, al vertice APEC a Pechino, Xi Jinping e Shinzo Abe si erano nuovamente incontrati. Al momento l’incontro fu interpretato come segno di riallacciamento delle relazioni. Oggi è evidente che lo scongelamento è abbastanza lento, per non dire altro. Lo stesso articolo ha descritto lo stato attuale delle relazioni, con tatto e usando per l’occasione (la visita di un onorevole ospite giapponese) la parola “ristagno”. La definizione potrebbe funzionare abbastanza bene se l’immagine non viene ulteriormente drammatizzata da spesse nuvole grigie. Le “nuvole” si sono accumulate due-tre anni fa, quando il Giappone intensificava le attività nel Mar Cinese Meridionale, regione che ha visto l’escalation del confronto politico-militare tra la Cina e numerosi vicini per dispute territoriali. E il ruolo del vento, che sposta le nubi in direzione della Cina, è svolto dagli avversari geopolitici della Cina: Stati Uniti ed ora anche Giappone.
In previsione della visita di Kishida a Pechino, gli esperti cinesi ancora una volta hanno espresso preoccupazione per il possibile “intervento del Giappone” nei contenziosi, che potrebbe “minare i rapporti sino-giapponesi”. Ultimamente vi sono stati più motivi per tali preoccupazioni. Tra i più recenti, la comparsa di un gruppo di navi da combattimento della marina giapponese (un sottomarino e due cacciatorpediniere lanciamissili) nel Mar Cinese Meridionale, nella prima metà di aprile, proprio quando Stati Uniti e Filippine (con la partecipazione simbolica australiana) eseguivano assieme le manovre militari in programma. Sebbene la marina giapponese non ne fosse ufficialmente parte, l’apparizione non fu casuale, soprattutto perché le navi giapponesi partirono dal porto filippino di Subic Bay per ormeggiare nel porto vietnamita a Cam Ranh Bay. Null’altro che dimostrazione esplicita di sostegno al Vietnam, uno dei più duri oppositori della Cina nelle controversie sul Mar Cinese Meridionale. Ciò che appare curioso è come, recandosi in Cina, Kishida abbia fatto diverse soste nei Paesi avversari della Cina nella controversia sul Mar Cinese Meridionale. Il Vietnam, ultimo della lista, ma probabilmente primo per valore, è il “porto di scalo” preferito dai governanti giapponesi, tra cui il ministro della Difesa.
Gli interessi economici dei due Paesi hanno un ruolo chiave nel rallentare il deterioramento delle relazioni bilaterali. Negli ultimi anni, il volume degli scambi bilaterali è pari agli impressionanti 280 miliardi di dollari (nonostante la tendenza verso la diminuzione). La Cina è al primo posto (superando gli Stati Uniti) tra i partner commerciali del Giappone. Il Giappone è quarto tra i partner commerciali della Cina (superato da UE, Stati Uniti ed ASEAN). Il deterioramento generale delle relazioni politiche, l’amplificazione del sentimento anti-giapponese in Cina e l’aumento della sinofobia in Giappone influenzano negativamente l’afflusso di investimenti giapponesi nell’economia cinese. La riduzione annua del volume degli investimenti in entrata ha raggiunto circa il 30% negli ultimi due anni. Per quanto strano possa sembrare, l’aumento dell’apprensione reciproca non ostacola il rapido svilupparsi del turismo. Circa 4,7 milioni di cinesi hanno visitato il Giappone nel 2015 (un aumento del 50% rispetto ai due anni precedenti), dove hanno speso circa 12 miliardi di dollari. La Cina prevede che nel 2020, l’anno in cui Tokyo ospiterà le Olimpiadi, circa 10 milioni di turisti cinesi visiteranno il Giappone. Gli esperti cinesi esprimono il parere che l’evoluzione della “diplomazia dei popoli” assieme ai notevoli interessi economici reciproci, contribuirà a sminuire le conseguenze negative dei giochi politici che i due Paesi hanno giocato negli ultimi anni.
Sembra che, nonostante il persistente risentimento reciproco, le parti comprendano i rischi connessi all’approfondimento del confronto. Nelle dichiarazioni di chiusura, i ministri cinese e giapponese hanno sottolineato la necessità di “lavorare di più per migliorare le relazioni”. I ministri, tuttavia, non hanno discusso su una prossima visita di Abe in Cina. Secondo la conferenza stampa, tale questione sarà chiarita a fine maggio quando, come molti credono, il consigliere per la sicurezza nazionale del Primo ministro del Giappone, Shotaro Yachi, incontrerà il membro del Consiglio di Stato cinese Yang Jiechi.China's Foreign Minister Wang Yi talks with Japanese Foreign Minister Fumio Kishida during a meeting in BeijingVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nucleare in Giappone: una ripida salita

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 22/04/2016Tomari_Nuclear_Power_Plant_01Sono passati cinque anni dal disastro nucleare della centrale nucleare giapponese di Fukushima Daiichi. Le conseguenze del disastro ancora interessano fortemente il Giappone. La catastrofe ha quasi messo fine all’uso dell’energia nucleare in Giappone, dato che il pubblico ha espresso timore e diffidenza verso le centrali nucleari rimanenti in Giappone, sia operative che in costruzione. In base a tale pressione il governo giapponese non ha avuto altra scelta che fermare tutti i reattori esistenti per condurre un controllo approfondito sulla loro sicurezza. Inoltre, la costruzione dei nuovi reattori ha avuto una brusca frenata. Tuttavia, ci sono sempre più voci che suggeriscono che il Giappone dovrebbe abbandonare completamente l’uso del nucleare, passando all’utilizzo degli idrocarburi, raggiungibile solo nel 2030. Ma una volta che panico ed emozioni sono passati si è avuto modo di comprendere che il Giappone è un Paese con una grande popolazione dalle esigenze energetiche immense. Dato che non ha risorse naturali, difficilmente può permettersi di voltare le spalle al nucleare relativamente a buon mercato. Una volta che le centrali nucleari hanno cessato la produzione di elettricità nel 2012, il Giappone ha subito sperimentato le spiacevoli conseguenze di tale decisione, tra cui il calo della produzione e suo trasferimento all’estero provocando immediatamente la caduta del PIL. Ciò non sorprende, dato che vi erano 54 reattori operativi in Giappone prima del disastro nucleare di Fukushima Daiichi, che producevano il 30% dell’energia elettrica consumata dal Paese. Inoltre, era previsto che gli impianti nucleari coprissero il 40% del fabbisogno energetici del Giappone entro il 2020. Le centrali nucleari sono state costruite in Giappone per decenni e molta speranza era legata alla spinta che avrebbero potuto dare all’economia giapponese. Particolare attenzione fu prestata all’introduzione della tecnologia dei neutroni veloci, permettendo di riutilizzare il combustibile impoverito e di produrre solo una piccola quantità di rifiuti. Inoltre, il governo spese molto per convincere la popolazione che l’energia nucleare era relativamente sicura. Si può solo immaginare la perdita che l’economia giapponese ha sostenuto dopo la chiusura di tutte le centrali nucleari. Quando lo shock sull’energia è passato e le conseguenze economiche cominciarono a cumularsi, il governo giapponese cominciava gradualmente ad abbandonare l’intenzione di chiudere tutti i reattori nucleari. La dura verità è che il Giappone non può permettersi uno sviluppo senza l’energia nucleare, almeno finché le fonti di energia rinnovabili non saranno utilizzabili. Il governo giapponese ha annunciato ufficialmente nel 2013 che non abbandonava l’uso degli impianti nucleari, portando alla graduale ripresa dell’economia. Eppure, non c’è dubbio che questa amara esperienza ha insegnato alle compagnie nucleari giapponesi a prestare maggiore attenzione alla sicurezza. Negli anni in cui tutti i reattori erano fermi, le compagnie li sottoposero ad una serie di controlli installando ulteriori dispositivi di sicurezza per impedire che terremoti, tsunami e altri disastri naturali provochino massicci danni alle strutture. Le cause dell’incidente di Fukushima Daiichi sono accuratamente studiate e le informazioni ottenute dagli scienziati giapponesi nel corso dell’indagine sono disponibili gratuitamente alla comunità internazionale. Dopo un’attenta valutazione dei rischi, il Giappone ha iniziato l’apertura delle centrali nucleari nel 2014 e ha proceduto alla costruzione di nuove centrali nucleari. Entro la fine del 2015, due reattori erano pienamente operativi presso la centrale nucleare di Sendai, mentre altri cinque sono stati autorizzati ad avviarsi. Pur decidendo il riavvio della centrale nucleare di Sendai, le autorità locali hanno chiarito che il motivo principale della decisione era l’alto costo del carburante tradizionale, il gas liquefatto. Tuttavia, hanno assicurato il pubblico che l’impianto ha superato tutti i test e può sostenere l’impatto di ogni futura catastrofe naturale.
Dall’inizio del 2016 si è parlato di riavviare il reattore autofertilizzante veloce sperimentale di Joyo in riparazione dall’incidente del 2007. Prima, solo un singolo reattore autofertilizzante era operativo nel Paese, la centrale nucleare di Monju, chiusa nel 2015. L’uso di reattori autofertilizzanti veloci non è semplicemente una questione economica, ma anche politica. A causa della cessazione dell’utilizzo, il Paese ha accumulato un eccesso di plutonio, quasi 50 tonnellate alla fine del 2014, provocando preoccupazioni nella comunità internazionale, dato che il plutonio può essere utilizzato per la produzione di armi nucleari. La Cina ha espresso profonda preoccupazione sul tema nella 70.ma sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quando i rappresentanti di Pechino dichiaravano che il Giappone ha abbastanza plutonio per produrre 1350 testate nucleari. Secondo la stampa cinese, il primo ministro giapponese Shinzo Abe condivide certe idee dell’estrema destra e potrebbe adottare drastiche misure per aumentare la capacità di difesa del Giappone. Tuttavia, la Cina non è l’unica interessata. Nel 2014, gli Stati Uniti chiesero che il Giappone restituisse il plutonio acquistato da Washington negli anni ’60-’70. Il Giappone ha soddisfatto la richiesta nel 2016, ma comunque ha ancora molto plutonio a disposizione. Così, il riavvio dei reattori autofertilizzanti veloci è fondamentale per ripristinare la reputazione del Giappone agli occhi delle altre nazioni. È un altro motivo per cui il Giappone non può abbandonare l’energia nucleare. E’ ovvio che la decisione non è presa alla leggera dal Giappone, dato che è associata a rischi considerevoli. Il Paese ancora lotta contro le conseguenze del disastro nucleare di Fukushima Daiichi ed è una lotta dura. Nel novembre 2015, Tokyo ospitò la conferenza sulle tecnologie nucleari russe, dove i rappresentanti giapponesi dichiaravano che la loro nazione non possiede sufficienti risorse e tecnologie per superare le conseguenze del disastro. Pertanto, il Giappone si rivolse alla Russia per aiuti, molto probabilmente a causa delle crepe lunghe 500 metri comparse nel muro protettivo di Fukushima Daiichi, progettato per evitare che l’acqua contaminata fluisca nell’oceano. La Russia non ha fatto attendere il Giappone a lungo e lo stesso giorno della conferenza il Vicedirettore di Rosatom, Kirill Komarov, dichiarava che la società è pronta ad offrire supporto al Giappone nel superare le conseguenze del disastro nucleare, oltre a permettergli di spegnere le centrali nucleari insicure. In realtà, la cooperazione russo-giapponese nell’energia nucleare ha una lunga storia, e dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi i legami si sono rafforzati. Per esempio, nel 2014 le compagnie russe sono state scelte per ripulire le acque radioattive presso Fukushima Daiichi. Il Giappone ha ancora una lunga e difficile strada davanti a sé. Deve far fronte alle conseguenze del disastro nucleare per garantire la sicurezza ambientale, mentre allo stesso tempo deve preoccuparsi della sicurezza energetica. La Russia può aiutare il Giappone ad adempiere ad entrambi gli obiettivi, dando modo di sviluppare le relazioni bilaterali tra Russia e Giappone.20120220JAIF-StatusNPP-JapanDmitrij Bokarev, politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.259 follower