Il Giappone alla ricerca di energia

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07/12/2016Turkmenistan President visits JapanIl Giappone, la terza economia mondiale, non ha praticamente giacimenti di gas e petrolio. La situazione è un po’ paradossale dato che alcun Paese può prosperare senza petrolio e gas. Così, la Terra del Sol Levante affrontò con successo la situazione importando petrolio dal Medio Oriente, il gas naturale liquefatto (GNL) da Australia, Indonesia, Malaysia e Medio Oriente. Il Giappone ha bisogno anche di carbone per i suoi impianti di cogenerazione, che acquista da Australia, Indonesia e Cina. Di recente il Paese puntava le sue speranze sull’industria nucleare. Dopo la tragedia di Fukushima del 2011, tuttavia, i programmi nucleari erano minacciati di sospensione. Il pubblico giapponese sconvolto dalla catastrofe ha chiesto di chiudere tutte le centrali nucleari. Non meno scioccato, il governo giapponese avviò avidamente il processo. Una volta che il Giappone ha ripreso i sensi e valutato la situazione a mente fredda, ha compreso che non c’era modo di abbandonare il programma nucleare. Oggi le centrali nucleari giapponesi vengono gradualmente riavviate dopo numerosi e rigorosi controlli ed aggiornamenti. Il Paese, avendo appreso la lezione “nel modo più duro”, ha intensificato la ricerca di affidabili e convenienti nuovi fornitori di idrocarburi. Dato che i Paesi del Medio Oriente sono lontani dal Giappone, costa di più inviare le preziose merci dalla regione. Per di più (come l’esperienza degli ultimi decenni mostra), quasi ogni Paese del Medio Oriente è in conflitto e a rischio di rivoluzione, e se scoppiasse la guerra, la fornitura di combustibile inevitabilmente terminerebbe. Così, la Russia è un esportatore ideale di idrocarburi per il Giappone. Il traffico di navi gasifere da Sakhalin al Giappone è iniziato nella primavera del 2009, poco dopo che l’impianto di liquefazione di Sakhalin venne avviato nell’ambito del progetto Sakhalin-2. Questa rotta verso la Terra del Sol Levante sembra essere più praticabile. La Federazione Russa beneficia di questa cooperazione, essendo il Giappone uno dei maggiori consumatori mondiali di GNL. Inoltre, la Russia vende direttamente GNL al Giappone, bypassando intermediari.
thediplomat_2016-03-15_20-06-54-386x257 Nonostante le vantaggiose relazioni commerciali Giappone-Russia e la presenza di una rete diversificata e consolidata di fornitori, il Giappone continua a cercare nuovi esportatori, implementando così la strategia della sicurezza energetica basata sul principio “più sono, meglio è”. Questo è il motivo per cui valuta l’Asia centrale come possibile partner. Tokyo ha fatto ogni sforzo per rafforzare la propria posizione in Asia centrale dal 2006. All’epoca il Paese adottò una strategia energetica nazionale volta a valorizzare la cooperazione con i Paesi ricchi di combustibili fossili. Lo stesso anno, nel corso del forum tra Asia centrale e Giappone, il Ministero degli Esteri giapponese ebbe dei negoziati con gli omologhi di Afghanistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Le parti discussero questioni riguardanti uno sviluppo coordinato e la sicurezza della regione, tra cui quella del trasporto di carburante. I rappresentanti giapponesi inoltre confermavano l’impegno del Paese a finanziare la costruzione di una rete stradale e di gasdotti per il trasporto del petrolio sull’Oceano Indiano e in Giappone. (Si parla della costruzione di un oleogasdotto per le isole giapponesi dal 1990. Ad esempio, fu inizialmente previsto che il gasdotto Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakhstan-Cina si estendesse al Giappone, ma o il finanziamento finì o piani cinesi cambiarono). Nell’autunno 2006, l’allora premier giapponese Junichiro Koizumi visitò Kazakistan e Uzbekistan, dove affermò esplicitamente che il Giappone cercava di ampliare la rete dei fornitori di petrolio e gas per ridurne la dipendenza dal Medio Oriente. Nonostante strenui gli sforzi del Giappone per raggiungere il livello desiderato d’influenza in Asia centrale negli ultimi dieci anni, la Cina rimane il leader della regione. Il Giappone ha fatto un altro tentativo di prevalere in Asia centrale alla fine di ottobre 2015, quando il premier Shinzo Abe compì un viaggio di alto profilo nella regione, visitando Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Mongolia. I mass media giapponesi riferirono che Shinzo Abe era scortato da una folta delegazione di uomini d’affari giapponesi. Sulla scia del viaggio, furono firmati contratti di elevato valore. Il Giappone s’impegnava ad investire oltre 18 miliardi di dollari solo nell’economia del Turkmenistan. Forse, la visita del premier giapponese in Turkmenistan merita una particolare attenzione. Il Turkmenistan ha riserve di gas sufficienti ad alimentare quasi tutta l’Asia (e non solo, ma anche i Paesi europei interessati all’esportazione del gas da questo Paese). Fino a poco prima, la Russia era il principale acquirente del gas turkmeno, poi rivenduto ai consumatori europei. Tuttavia, dopo varie divergenze scoppiate tra le parti all’inizio del 2009, Gazprom ridusse il volume di gas scambiato. Di conseguenza, il Turkmenistan non ebbe altra scelta che cercare altri partner. La Cina si affrettò ad approfittare della nuova opportunità e si offrì di acquistare il gas dal Turkmenistan, ma ad un prezzo inferiore a quello pagato dalla Russia. Il governo turkmeno, non avendo alternative, accettava l’offerta. Anche se il gasdotto Turkmenistan-Cina è in servizio dal 2009, il Turkmenistan ha continuato a cercare nuovi clienti. Un gasdotto Turkmenistan-Iran opera dal 2010, ma la sua capacità massima (12 miliardi di metri cubi l’anno) è assai inferiore a quella del gasdotto per la Cina. Ciò significa che il Turkmenistan non ottiene molto, soprattutto perché l’esportazione di combustibile fossile è la sua principale fonte di ricavi. Per l’attuazione del progetto dell’oleogasdotto TAPI, per erogare il gas turkmeno ad Afghanistan, Pakistan e India, serve che la situazione regionale migliori. E il Giappone ha deciso di dare una mano impegnandosi a finanziare il progetto. La Banca asiatica di sviluppo parteciperà al progetto da principale investitore e consulente commerciale del TAPI. Nonostante l’ADB sia un’istituzione internazionale, i cittadini giapponesi ne furono sempre al timone poiché il Giappone è il primo azionista della banca. Il progetto dovrebbe essere finanziato da altri enti giapponesi.
Sembra che l’idea di un gigantesco gasdotto che sostituisca le petroliere (o almeno ne riduca la rotta) istighi ancora la fantasia dei politici giapponesi, sperando che le loro aspirazioni si avverino con l’attuazione del TAPI. Il problema, tuttavia, è che nessuno sa esattamente quando ciò avverrà. Il gasdotto deve attraversare il territorio dell’Afghanistan, impossibile finché la guerra nel Paese non finirà. D’altra parte, sarebbe davvero difficile per i politici e uomini d’affari giapponesi agire per capriccio. Quindi, se hanno deciso d’investire sul TAPI, avranno avuto buoni motivi. Nel frattempo, il gas turkmeno arriva in Giappone su petroliere. Ciò è più costoso e richiede più tempo che non usando gli oleogasdotti. Tuttavia, è l’unica opzione attualmente disponibile. In ogni caso, dal viaggio del 2015 di Shinzo Abe, i giganti giapponesi Mitsubishi, Chiyoda, Itochu, ecc. aderiscono alle fila dei promotori del maggiore giacimento di gas turkmeno, Galkynysh, da cui il Giappone dovrebbe importare ancor più gas. Alcuni, tuttavia, ritengono che il Giappone venderà il gas estratto in Turkmenistan a Gazprom e quest’ultima consegnerà un volume corrispettivo con le petroliere di Sakhalin. Sarebbe sensato e utile per tutte le parti coinvolte. L’attuazione di questo programma potrebbe dare al Turkmenistan l’occasione per rinnovare le relazioni commerciali con la Russia con la mediazione del Giappone. In ogni caso, è chiaro che il Giappone si consolida in Turkmenistan, che potrebbe diventare il terreno di partenza per l’ulteriore diffusione dell’influenza del Giappone in Asia centrale.Kazakhstan's President Nazarbayev and Japan's Prime Minister Abe shake hands during their meeting at Akorda presidential residence in AstanaDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I megaprogetti nei Balcani spianano la via alla Grande Eurasia

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 11 luglio 2016

Oriental Review pubblica in esclusiva l’intervista all’esperto di guerra ibrida Andrew Korybko del giornalista Stefan Raskovski di “Vecer” concessa a fine giugno. Si parla della strategia nei Balcani dell’R-TCR degli Stati Uniti (torsione del regime – cambio di regime – ricambio del regime), e degli sforzi di Russia e Cina per stabilizzare l’Eurasia.map1Siamo a Skopje dove una cosiddetta “rivoluzione colorata” è in corso da due mesi. Quali sono le sue vere ragioni ed obiettivi, nel contesto delle costellazioni geopolitiche regionali?
La “rivoluzione colorata” attualmente è in corso nella Repubblica di Macedonia null’altro che una rivoluzione colorata mascherata da “legittimo” movimento della società civile. E’ solo un tentativo di cambio di regime eterodiretto che impiega le avanzate tecnologie politiche ispirate dagli insegnamenti di Gene Sharp, il padrino di tale stratagemma. Alcuni partecipanti e osservatori internazionali sul serio credono che ciò che accade a Skopje sia un’iniziativa organica, ma altri sanno della sua natura artificiale nella ricerca di secondi fini. Non ci vuole molto per qualsiasi osservatore neutrale scoprire quali forze controllino i manifestanti, dato che molte informazioni sono diffuse pubblicamente dagli elementi patriottici dei media macedoni sul coinvolgimento della Fondazione Soros e lo stretto coordinamento tra manifestanti e ambasciata degli USA. Soros e le sue numerose organizzazioni “finanziano l’avviamento” del vasto assortimento di “ONG” che guida il movimento antigovernativo, e il filantropo miliardario controlla le finanze che permettono all’SDSM di pagare l’invio dei manifestanti con autobus a Skopje da tutto il Paese. Tali manifestanti, naturalmente, sono o “utili idioti” o cospiratori volenterosi, come già detto. Partecipano a tali manifestazioni per alcune ragioni, che potrebbero potenzialmente sovrapporsi a seconda dell’individuo interessato:
* L’ideologia “liberal-democratica”, con cui Zaev e i suoi padroni hanno cercato di condizionare la popolazione controllando vari media, è riuscita a ingannare una minoranza, alcuni attratti dall’idea “romantica” di prendere parte a una “rivoluzione” ed egoisticamente assaporare la possibile attenzione dei media mainstream e social che riceverebbero;
* Alcuni hanno un incentivo finanziario immediato, ricevendo uno stipendio solo per un paio di ore di lavoro, attivo o passivo, come ad esempio “protestare” o partecipare a “laboratori”, “seminari di formazione”, ecc, e vedersi pagata la partecipazione alla rivoluzione colorata quale lavoretto che potrebbe continuare all’infinito;
* Altri sono semplicemente opportunisti che vogliono capitalizzare su ciò che credono sarà una riuscita operazione di cambio di regime ed utilizzare tale occasione per ingraziarsi i potenti che verranno portati al potere sulle spalle di sciocchi “manifestanti” fuorviati e comprati, sperando li aiutino a vincere.
E’ importante sottolineare oggi che gli Stati Uniti perseguono tre obiettivi strategici interconnessi sostenendo la rivoluzione colorata. Dal relativamente mite al più estremo, sono:
* Torsione de regime, o emanazione di concessioni governative, senza immediatamente cambiare il capo dello Stato e/o il partito al governo;
* Cambio di regime, o rovesciamento delle autorità democraticamente elette e legittime con mezzi “costituzionali” (Brasile) o incostituzionali (Ucraina);
* E ricambio di regime, o cambiando la costituzione (come ad esempio attraverso il “Federalismo”, che opera in molti casi come frattura interna), o riscrivendo completamente le ‘regole del gioco’.

Oltre alla Macedonia, vediamo proteste in Serbia, Montenegro, R. Srpska, Croazia… Vi sono tumulti nei Paesi balcanici proprio nel periodo in cui Mosca e Pechino promuovono i due principali progetti economici del Turkish Stream e della ferrovia da Budapest a Atene. Qual è la connessione tra destabilizzazione e questi progetti?
political-crisis-in-macedonia-raises-fears-of-ethnic-violence-1431986325 Naturalmente, il piano di riserva finale degli Stati Uniti è devastare i Balcani con un’altra guerra regionale se non possono controllarne il territorio geostrategico da cui dovranno passare il Balkan Stream russo e la Via della Seta balcanica cinese, ma si potrebbe credere che possano ulteriormente perseguire il loro obiettivo con investimento poco costoso a lungo termine nei ritocchi o cambi di regime “costituzionali”, quindi opterebbero per tale scenario. Ripetendo il precedente ordine degli obiettivi dal relativamente mite al più estremo, e comprendendo che in tale particolare contesto, dispiegando in prospettiva violenze semplicemente passando da una fase all’altra seguendo un calendario prefissato, si può prevedere cosa promuoveranno gli Stati Uniti:
* Torsione del regime mettendo lo SDSM di nuovo al governo alle condizioni di Washington, in modo da smantellare i successi nazionali e internazionali del VMRO e controllare le principali istituzioni dello Stato (giudiziarie, intelligence, militari, ecc.), a sua volta aiutando lo SDSM nei brogli delle future elezioni per “legittimare” il ‘golpe morbido’;
* Cambio di regime per sbarazzarsi completamente del VMRO e di conseguenza istigare un conflitto civile tra patrioti e sostenitori del colpo di Stato del SDSM, che prevedibilmente diverrebbe una guerra ampia evocando la forte idea di uno “scontro di civiltà” eterodiretto coinvolgendo i terroristi sostenitori della “Grande Albania”;
* Un ricambio totale di regime imponendo la “soluzione federale” alla Repubblica di Macedonia dividendola tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani ed infine erodendo l’identità macedone, prevedibilmente arrivando a mutarne il nome costituzionale in “federale”, suddividendola a livello internazionale tra Grande Albania e Grande Bulgaria.
Tale approccio in tre fasi viene avanzato negli Stati Uniti dalla forte determinazione dei loro strateghi nel spezzare, influenzare o controllare il gasdotto (attualmente sospeso) Balkan Stream della Russia e il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica cinese, da Budapest al porto greco del Pireo (e possibilmente Varsavia, Riga e San Pietroburgo). Un governo servile dell’VMRO, ormai dimostratosi del tutto impossibile per gli Stati Uniti, fu concepito come loro agente d’influenza per avere una presenza indiretta sullo snodo vitale attraverso cui dovrebbero passare questi due progetti, e perfino di poter un giorno cancellarli o controllarli completamente. Dato che tale opzione non è più praticabile per gli Stati Uniti, cercano direttamente un cambio di regime tramite una rivoluzione colorata o un graduale cambio di regime tramite la pressione della torsione di regime (indotta dalla rivoluzione colorata o da una possibile guerra ibrida) che si tradurrebbe nel pieno controllo dello Stato da parte degli agenti nel SDSM di Washington. Se tale piano di riserva fallisse, allora gli Stati Uniti potrebbero probabilmente istigare uno “scontro di civiltà” tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani (sia con una coordinata operazione di cambio di regime che con azioni distinte), per imporre un radicale programma di ricambio di regime per riconfigurare totalmente lo Stato macedone e preparane l’eventuale smantellamento ad opera di Albania e Bulgaria. Riguardo l’attuale fase negli altri Stati balcanici, c’è uno strettissimo collegamento con la formula già indicata su torsione di regime, cambio di regime e ricambio di regime. In relazione alla Republika Srpska, l’obiettivo è rovesciare Milorad Dodik e installarvi un surrogato filo-occidentale compatibile che smantellerebbe la sovranità della repubblica autonoma, annettendola alla neo-imperiale Bosnia dominata da Bruxelles. La situazione confusa in Serbia è simile, le proteste patriottiche contro la NATO volte a fare pressione in modo costruttivo sul governo per invertirne il corso filo-occidentale, sono rapidamente divenute manifestazioni sospette che oggi potrebbero essere l’arma per spingere la Serbia ad allontanarsi più da Russia e Cina che da UE e USA. È sempre più evidente come gli Stati Uniti abbiano dirottato la “torsione di regime” per scopi positivi delle proteste anti-NATO, tramite gli agenti filo-occidentali “liberal-democratici” destinati ad essere complementari “dal basso” all’azione coercitiva dall’alto che Washington ora esercita su Belgrado. La Serbia è un obiettivo ambito dagli Stati Uniti per la posizione nei mega-progetti balcanici di Russia e Cina. Anche se la Repubblica di Macedonia occupi uno spazio molto importante, e nel caso ancora una volta riesca a respingere la minaccia della guerra ibrida, è prevedibile che gli Stati Uniti favoriscano la destabilizzazione a valle, in questo caso in Serbia. Pertanto, ciò che si ha oggi è una sorta di ‘polizza assicurativa’ strategica che gli Stati Uniti preparano per ogni evenienza nel perseguire tale scenario. Inoltre, l’interesse della Serbia ad aderire al blocco commerciale russo dell’Unione Economica Eurasiatica spaventa Stati Uniti ed Unione europea, capendo che il modo più pratico per degli Stati non contigui d’interagire è la via balcanica della Via della Seta della Cina che trasporta merci da Belgrado al Pireo via ferrovia, per poi spedirli in Russia via mare. Ciò sottolinea ulteriormente l’importanza fondamentale che il mondo multipolare pone su questa linea ferroviaria ad alta velocità quale via d’accesso preferita all’entroterra continentale, cominciando dalla Serbia per poi estendersi sul resto dell’Europa centrale e orientale; ma tale visione, al contrario, ‘giustificherebbe’ ancor più il motivo per cui gli Stati Uniti siano interessati a destabilizzare la Serbia, sabotando la vitalità di questo progetto. Inoltre, si dice che la Russia possa costruire il cosiddetto gasdotto Poseidon dal Mar Nero a Bulgaria, Grecia, Mar Adriatico ed Italia. Se questo progetto mai vedesse la luce, è probabile che un ramo seguirebbe il tragitto del South Stream estendendosi in Serbia, dove era previsto l’hub del precedente progetto. Supponendo almeno la possibilità che ciò possa accadere, quindi anche se il progetto Balkan Strean rimane congelato in modo definitivo, la Serbia potrebbe ancora aderire ai megaprogetti cinese e russo, divenendo così un bersaglio irresistibile per gli Stati Uniti. Per completare la prospettiva della destabilizzazione interna della Serbia, gli Stati Uniti sembrano pronti a suscitare una crisi internazionale in Bosnia, perciò sono così netti nel creare scompiglio nella Repubblica Srpska. Washington sa che la sicurezza di Belgrado è direttamente collegata alla stabilità di Banja Luka, e se la sua entità fraterna in Bosnia è minacciata, allora tutta la Serbia ne sarà indirettamente influenzata. Prevedendo che i torbidi in Serbia possano esaurirsi, gli Stati Uniti già preparano il “piano B” concentrandosi sulla Republika Srpska per creare tensione in Serbia e possibilmente coinvolgerla, ottenendo il risultato atteso, che Belgrado s’impantani disastrosamente in un altro conflitto regionale comportandogli gravi rovesci strategici.

Il Presidente Putin ha visitato la Serbia nel 2015 e di recente si è seduto sul trono bizantino di Athos, mentre il Presidente Xi Jinping ha visitato Belgrado una settimana fa. Qual è la sua opinione su questi eventi e quali sono le implicazioni politiche future per i Paesi dei Balcani?
E’ altamente simbolico che i leader russo e cinese trovino i Balcani degni della loro attenzione, e questo rafforza l’importanza strategica della regione come ho sottolineato in più interviste l’anno scorso. I due pilastri del partenariato strategico cino-russo collaborano attivamente nel corteggiare gli Stati balcanici con il mutuo riconoscimento delle necessità d’adempiere alla visione comune promuovendo la multipolarità nella regione e poi nel resto d’Europa . La Russia ha il patrimonio di civiltà e le risorse energetiche necessarie per avere la benevolenza della maggioranza dei popoli della regione, rifornendone le industrie, mentre la Cina ha il capitale d’investimento necessario per i grandi progetti di sviluppo. La Russia cerca anche d’investire nella regione e sicuramente può farlo, ma solo la Cina ha l’esperienza nella costruzione dei corridoi commerciali che saranno di grande beneficio per Mosca e Pechino. L’interesse cooperativo russo e cinese nei Balcani non dovrebbe essere visto come una competizione (anche se questo è precisamente ciò che i media e le organizzazioni non governative unipolari cercheranno di ritrarre maliziosamente), ma piuttosto come mutuo aiuto. Oltre all’Asia centrale, non c’è altra regione nel mondo che abbia tale potenziale nel riunire le due potenze dei Balcani, e non c’è dubbio che la regione vedrà un maggiore coinvolgimento russo e cinese nei prossimi anni.

In questo senso, quanto sono importanti i Balcani per il mondo multipolare e come la Macedonia vi sia adatta?
I Balcani sono la ‘porta sul retro’ geostrategica dell’Europa, o in altre parole, il punto di accesso che le principali potenze multipolari Russia e Cina vogliono usare per evitare il “cordone sanitario” che Stati Uniti e NATO allestiscono in Europa orientale e sull’accesso diretto al cuore del continente. I megaprogetti nei Balcani, Balkan Stream della Russia e Via della Seta nei Balcani della Cina, sono piani compatibili che rafforzeranno la regione facendone lo snodo di uno straordinario corridoio economico nord-sud che collega Europa centrale ed orientale. Con il passare del tempo e la corretta pianificazione ciò potrebbe prevedibilmente liberare la regione dall’influenza unipolare e sostituirla con la controparte multipolare, idealmente una zona di libero scambio supercontinentale tra Lisbona e Vladivostok. L’annuncio del Presidente Putin al San Petersburg International Economic Forum, secondo cui la Russia è ancora interessata a un accordo commerciale con l’UE, va collegato con la proposta del Primo ministro Medvedev, a fine 2015, per l’integrazione multilaterale tra Unione eurasiatica, SCO e ASEAN. Nell’insieme, questa strategia emisferica è pari a quella chiamata “Grande zona di libero scambio eurasiatica” o GEFTA, ma la chiave per assicurarvi la partecipazione dell’Europa è attualizzare i megaprogetti nei Balcani per dimostrarne la fattibilità della connessione infrastrutturale. Qui la Repubblica di Macedonia ha un ruolo insostituibile nel collegare Oriente (Russia, Cina) e occidente (UE), proprio come fece Alessandro millenni fa, anche se in modo completamente diverso, naturalmente. Mentre il progetto del Balkan Stream della Russia è sospeso per il momento e nonostante la recente idea del gasdotto Poseidon che bypassi il Paese collegandosi direttamente all’hub serbo di South Stream, la Macedonia è ancora la strettoia da cui deve passare il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica della Cina, ed è questa componente della politica balcanica del partenariato strategico russo-cinese la più rivoluzionaria nel portare la multipolarità in Europa. Dopo tutto, per quanto importanti siano i corridoi energetici, sono sempre sovrastati da quelli per lo sviluppo dell’economia reale, ed è ciò che il progetto della Cina aspira a realizzare. Affinché la Via della Seta balcanica diventi un corridoio nord-sud transregionale collegando l’ampio spazio tra Pireo e San Pietroburgo e facilitando l’eventuale adesione dell’Europa alla GEFTA, deve prima attraversare la Macedonia, rendendo il piccolo Paese sproporzionatamente importante per gli affari strategici mondiali, spiegando il motivo per cui gli Stati Uniti dedicano così tanto tempo per destabilizzarlo. Se la Macedonia respingerà tale aggressione asimmetrica e rimarrà stabile, allora sarà la base geografica della Via della Seta balcanica e il fondamento strategico della riunione dell’Eurasia tramite l’effetto positivo dell’adesione dell’UE alla GEFTA. Anche se si tratta di strategia a lungo termine, non va dimenticato che ogni piano di vasta portata inizia abbastanza in sordina. Anche se alcuni osservatori non possono ancora riconoscere l’importanza strategica globale della Repubblica di Macedonia, nel quadro della nuova guerra fredda e della GEFTA, non per questo è meno importante nella realtà, e non averne consapevolezza è semplicemente la copertura per distrarre il pubblico dalle vere intenzione delle ultime destabilizzazioni.rgin-1311-TEN-T mapAndrew Korybko è commentatore politico statunitense dell’agenzia Sputnik. È dottorando all’Università MGIMO ed autore della monografia “Guerra Ibrida: L’approccio adattivo indiretto al cambio di regime” (2015). Questo testo sarà incluso nel prossimo libro sulla teoria della guerra ibrida.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La relazione russo-giapponese diventa seria

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 18 giugno 2016

projectmapNon c’è bisogno di leggere molto sulla coincidenza del viaggio del Presidente cinese Xi Jinping in Polonia e dell’arrivo in Giappone di un dignitario straniero. Sergej Naryshkin, portavoce della Duma russa, numero due nella gerarchia di Mosca e stretto collaboratore del Presidente Vladimir Putin. Tuttavia, la coincidenza non può passare del tutto inosservata. A dire il vero, l’intesa Russia – Cina non impedisce a ognuno dei due Paesi di avere relazioni con un Paese terzo dai rapporti difficili con l’altro. L’obiettivo primario di Xi nella visita in Polonia sarà promuovere l’iniziativa Via e Fascia, mentre Naryshkin è in una missione politica e diplomatica assai sensibile. La visita di Naryshkin in Giappone avviene cinque settimane dopo l’incontro del Primo ministro Shinzo Abe con Putin a Sochi, il 6 maggio. Abe si era recato a Sochi, nonostante il parere contrario del presidente Barack Obama che telefonò per farlo desistere, temendo che diluisse la campagna occidentale per ‘isolare’ la Russia. Tokyo ha ora accolto Naryshkin nonostante sia sotto le sanzioni occidentali. Naryshkin è stato ricevuto da Abe. Parlando ai media di Tokyo, Naryshkin ha rivelato che Abe si recherà ancora in Russia per partecipare al Forum Economico Orientale di Vladivostok ai primi di settembre. Ha anche ribadito l’intenzione di Putin di compire la tanto attesa visita in Giappone quest’anno. (TASS) Nel frattempo, è stato annunciato a Tokyo che i due Paesi terranno una riunione la prossima settimana per discutere della vecchia disputa territoriale sulle isole Curili. Certo, le aspettative sollevate nella riunione del mese scorso a Sochi, tra Putin e Abe, continuano. I fitti scambi, possibilmente 3 vertici quest’anno tra Abe e Putin, sottolineano la ritrovata volontà politica di normalizzare i rapporti. Tuttavia, Russia e Giappone hanno punti di vista molto diversi su come risolvere la disputa territoriale. Mentre la Russia sottolinea l’importanza della dichiarazione congiunta Giappone-Unione Sovietica del 1956, che afferma che due delle isole sarebbero state restituite al Giappone dopo la firma del trattato di pace, il Giappone afferma che il trattato di pace sarà firmato solo dopo che la disputa territoriale sarà risolta. La Russia intensifica ultimamente anche la militarizzare delle isole Curili. Non sorprende che il commento di Xinhua sulla riunione di Sochi sottovaluti il rinnovato attivismo russo-giapponese quale “mera manovra diplomatica”, notando, “La visita di Abe (a Sochi) aveva due obiettivi. Primo, la visita aveva lo scopo di modificare i rapporti con la Russia e aprire la difficile situazione diplomatica con i Paesi confinanti… la Russia ora ha un’economia debole, e il Giappone, Paese ospitante il vertice del Gruppo dei Sette (G7) di quest’anno, prevede di aiutare la Russia a superare il blocco in cambio di concessioni su questioni come la disputa territoriale. Secondo e più importante, la visita aveva lo scopo di distrarre l’attenzione del pubblico e di avere il sostegno per vincere alle elezioni parlamentari”. Secondo Xinhua Abe metterebbe a repentaglio le relazioni Giappone-USA con il suo flirt con Putin. (Xinhua) Tuttavia, si è tentati di suggerire che vi è di più nell’impegno russo-giapponese di quanto appaia.
In poche parole, Abe sembra essere mortalmente serio nel normalizzare i rapporti del Giappone con la Russia e sull’eredità storica. A Sochi ha proposto una cooperazione economica in otto punti che la parte russa avrebbe trovato attraente. Il piano d’azione di Abe riguarderebbe cooperazione ad ampio raggio con la Russia su medicina; “città intelligenti”; rapporti economici tra piccole imprese giapponesi e russe; sviluppo congiunto di petrolio, gas e altre risorse energetiche (anche espansione della produzione, diversificazione dei prodotti petroliferi e stretta collaborazione sulla filiera distributiva); diversificazione e aumento della produttività dell’industria russa; promozione industriale su larga scala nell’Estremo Oriente della Russia per farne la base per le esportazioni verso i mercati dell’area Asia-Pacifico; cooperazione nel nucleare, nelle tecnologie dell’informazione e nelle tecnologie avanzate; ampliamento della cooperazione turistica, culturale e negli scambi tra cittadini. Abe ha detto a Putin: “Voglio superare il pensiero passato creando un piano che consenta al popolo russo di beneficiare direttamente dalla cooperazione con il Giappone sviluppando l’economia della Russia. Se possiamo raggiungere questo obiettivo, rafforzeremo considerevolmente i legami tra i nostri Paesi. Ho intenzione di fare del mio meglio verso questo obiettivo; Vladimir, spero che prenda seriamente in considerazione la proposta. Mi piacerebbe collaborare con voi per migliorare notevolmente i rapporti russo-giapponesi”. Molto poco è stato divulgato sui colloqui di 3 ore riguardanti anche la controversia territoriale. Ma, curiosamente, Abe ha poi detto ai media, “Per fare un passo avanti su questo tema in stallo dobbiamo far avanzare i negoziati secondo nuove idee, diverse da approcci e idee provati finora. L’ho espresso al Presidente Putin ed è d’accordo con me su questo modo di pensare”. Ora, cosa voleva dire Abe? Il Giappone finora aveva la posizione che il trattato di pace può essere concluso tra i due Paesi chiudendo formalmente le ostilità della seconda guerra mondiale. solo dopo che la disputa territoriale sia risolta in pieno. Ha accennato a nuove flessibilità nella posizione giapponese? Questa è la grande domanda.shinzo-abe-vladimir-putinTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Crescono le tensioni nel Mar Cinese orientale: la Russia come mediatrice

Peter Korzun, Strategic Culture Foundation 11/06/2016000006133Il conflitto per le isole contese nella regione dell’Asia-Pacifico ancora una volta finiscono sotto i riflettori dei media internazionali. Tokyo protesta a Pechino dopo che una fregata cinese è entrata nelle acque dell’arcipelago contestato nel Mar Cinese orientale. Il portavoce del Ministero della Difesa giapponese Yoshitomo Mori ha detto che un cacciatorpediniere della Marina giapponese ha rilevato la nave cinese che entrava nella zona contigua, un’area di 24 miglia nautiche oltre le acque territoriali, delle isole Senkaku, note anche come Diaoyu, il 9 giugno. Il Viceministro degli Esteri Akitaka Saeki convocava l’ambasciatore della Cina Chen Yonghua, presentando una protesta “dalla grave preoccupazione” e la domanda che la nave militare cinese lasciasse immediatamente la zona. “Siamo preoccupati che questa azione aumenti le tensioni”, aveva detto il capo di gabinetto del Giappone Yoshihide Suga in conferenza stampa a Tokyo. “I ministeri correlati lavorano per affrontarlo e lavoreremo a stretto contatto con gli Stati Uniti”, osservava Suga. Il Ministero della Difesa cinese rispondeva che la Marina Militare ha tutto il diritto di operare in acque cinesi. L’incidente avviene mentre Giappone, Stati Uniti ed India lanciano l’importante esercitazione navale congiunta Malabar, dal 10 giugno, nel vicino Pacifico occidentale. Mentre gli Stati Uniti non approvano le rivendicazioni territoriali di Tokyo sulle isole, hanno detto che il territorio controllato dai giapponesi rientra nel trattato di sicurezza con Tokyo che obbliga Washington a difendere il Giappone da un attacco. I rapporti tra Cina e Giappone sono tesi per la contesa territoriale. Le isole hanno una superficie totale di circa 7 kmq e si trovano a nord-est di Taiwan, ad est della Cina continentale e a sud-ovest della più meridionale prefettura del Giappone, Okinawa, e sono controllate dal Giappone. Il territorio ha un peso trovandosi vicino importanti rotte, ricche zone di pesca e potenziali giacimenti di petrolio e di gas. Le isole sono anche in una posizione strategicamente significativa, nella crescente concorrenza tra Stati Uniti e Cina per il primato militare nella regione Asia-Pacifico.
Senkaku_Diaoyu_Tiaoyu_Islands_blog_main_horizontal_risultato Il Giappone prese il controllo delle isole nel 1894-1895 durante la prima guerra sino-giapponese, attraverso la firma del Trattato di Shimonoseki che assegnava le isole alla città di Ishigaki nella Prefettura di Okinawa. Dopo la scoperta di potenziali giacimenti di petrolio sottomarini nel 1968 e il trasferimento nel 1971 del controllo amministrativo delle isole dagli Stati Uniti al Giappone, la Cina sostiene che le isole sono parte del territorio cinese almeno dal 1534, affermando che la Dichiarazione di Potsdam (che il Giappone accettò col trattato di pace di San Francisco) chiedeva che il Giappone rinunciasse al controllo di tutte le isole, ad eccezione delle isole di Honshu, Hokkaido, Kyushu e Shikoku, affermando che ciò significa che il controllo delle isole Senkaku dovrebbe passare alla Cina. Il governo giapponese non accetta tale controversia, affermando che le isole sono parte integrante del Giappone. Tokyo ha respinto i reclami che le isole fossero controllate dalla Cina prima del 1895 e che fossero contemplate dalla Dichiarazione di Potsdam o dal trattato di pace di San Francisco. La disputa ebbe toni relativamente tranquillamente per decenni. Ma nell’aprile 2012, nuovi reclami si ebbero dopo che il governatore di destra di Tokyo, Shintaro Ishihara, disse apertamente che avrebbe usato il denaro pubblico per comprare le isole dal proprietario, un privato giapponese. Il governo giapponese raggiunse un accordo per acquistare tre delle isole dal proprietario per bloccare il piano più provocatorio di Ishihara. Questo fece arrabbiare la Cina, innescando proteste pubbliche e diplomatiche. Da allora le navi del governo cinese navigano regolarmente in ciò che il Giappone dichiara acque territoriali delle isole. Il rischio di un conflitto nella regione è significativo. Cina, Taiwan, Vietnam, Malaysia, Brunei e Filippine competono su rivendicazioni territoriali e giurisdizionali, in particolare sui diritti di sfruttamento dei possibilmente grandi giacimenti regionali di petrolio e gas. La libertà di navigazione nella regione Asia-Pacifico è un’altra questione controversa, in particolare tra Stati Uniti e Cina, per il diritto delle navi militari statunitensi di operare nelle duecento miglia della zona economica esclusiva (ZEE) della Cina. A maggio, una nave da guerra statunitense navigò dimostrativamente entro 12 miglia da un’isola artificiale costruita dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale, l’operazione doveva dimostrare che gli Stati Uniti si oppongono agli sforzi della Cina per limitare la navigazione nello specchio d’acqua strategico.
La soluzione alle insicurezze della regione può venire da Mosca. Data la crescente importanza della regione dell’Asia-Pacifico per la Russia quale potenza regionale, Mosca ha interessi fondamentali nell’impedire che in qualsiasi disputa nel Mar Cinese Meridionale vi sia l’escalation militare. L’influenza della Russia nella regione è in rapida ascesta. La Russia fa parte del vertice dell’Asia orientale, il forum in cui si discute della sicurezza marittima. Potrebbe svolgere un ruolo come membro del forum dei Ministri della Difesa dell’ASEAN, comprendente Cina e Stati Uniti. Mentre la tensione sale tra Cina e Stati Uniti e scontri si verificano tra Cina e Stati rivieraschi sulle isole contese, i Paesi della regione vedono il valore della partecipazione russa. Ciò accade proprio mentre gli statunitensi appaiano confusi sulla regione nonostante il loro cosiddetto Asia Pivot. Elizabeth Wishnick della Columbia University scrive nella sua nota dal titolo “Russia: nuovo attore nel Mar Cinese Meridionale” che “Anche se la Russia è sostenuta dalla Cina nelle posizioni mondiali, a livello regionale i leader russi cercano di migliorare l’indipendenza del Paese agendo attraverso una sempre più variegata diplomazia nel sud-est asiatico, verso gli alleati tradizionali come il Vietnam, ma anche verso partner inattesi come le Filippine”. “È una strategia che richiederebbe alla Russia di non prendere posizione su chi ha cosa, ma che le consentirebbe di sostenere le azioni basate sul diritto internazionale riducendo le tensioni”, dice Carlos D. Sorreta, direttore dell’Istituto degli Esteri filippino. Il 14 aprile, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in una intervista a media cinesi, giapponesi e mongoli illustrava la posizione della Russia sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Lavrov ha ribadito la posizione tradizionale di Mosca sulla questione, esprimendo sostegno a una soluzione diplomatica, l’impegno alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), e il rispetto della Dichiarazione del 2002 relativa alla condotta delle parti nel Mar Cinese Meridionale (DOC). Accolse con favore la rapida conclusione di un codice di condotta vincolante (COC) e toccò anche il tema dell’internazionalizzazione della controversia sul Mar Cinese Meridionale dicendo: “La nostra posizione è decisa dal desiderio, naturale per qualsiasi Paese normale, di vedere una composizione delle liti direttamente tra i Paesi interessati, in maniera politica e diplomatica, senza alcuna interferenza da terzi o qualsiasi tentativo d’internazionalizzare tali controversie”. Il maggiore vantaggio della Russia è che non ha rivendicazioni territoriali nel Sud-Est Asiatico. E, a differenza degli Stati Uniti che cercano d’estendere la loro influenza nella regione dell’Asia-Pacifico e che in realtà preparano freneticamente un futuro scontro, l’interesse della Russia risiede nella redistribuzione di potere nella regione. La Russia non si oppone a nessuno nella regione dell’Asia-Pacifico. Si sforza di sviluppare buone relazioni con Cina, Giappone, Vietnam, Sud e Nord Corea, così come altri Stati della regione. La Russia è un attore internazionale che non si schiera. È un mediatore perfetto capace di abbattere le tensioni e trovare una soluzione al problema. In ogni caso, i colloqui sono l’unico modo per risolvere le controversie regionali.image.axdLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di John Kerry a Pechino si conclude con un fallimento

Il tentativo di Washington di fermare l’espansione del Partito comunista cinese nel Mar Cinese Meridionale s’infrange sugli scogli
Ivo Christov, A-specto, 08/06/2016 – South FrontSecretary of State John Kerry is seen through a loop of a rope used as a security line for the media as he looks at Chinese President Xi Jinping speaking during their meeting at the Great Hall of the People in BeijingLa visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Pechino fu annunciata già a gennaio con l’aspettativa che scongelasse le relazioni statunitensi-cinesi. La ragione era la riunione era il Forum annuale del dialogo strategico ed economico Cina-Stati Uniti d’America, con John Kerry che guidava la delegazione statunitense. Il giorno prima dell’arrivo a Pechino, il segretario di Stato annunciava in una conferenza stampa nella capitale mongola, Ulaanbataar, che “Washington riteneva lo sviluppo della zona di difesa antimissile della Cina sul Mar Cinese Meridionale provocatorio e destabilizzante, mettendo in discussione automaticamente la volontà cinese di trovare soluzioni diplomatiche alle tensioni nella regione contestata“. La Cina non ha né confermato né smentito l’intenzione di coprire con la difesa antimissile la zona in questione, con l’argomento che “questa decisione dipende dal livello della minaccia“. Le parole di Kerry erano ovviamente fastidiose per Beijing. Il segretario di Stato, che a gennaio parlò con il leader cinese, non fu ricevuto da Xi Jinping. Inoltre, l’ufficiale China Daily riferiva della conferenza stampa congiunta dei due ministri degli Esteri senza citare una parola di John Kerry. Invece, il quotidiano accentuava la dichiarazione del primo diplomatico cinese, Won I, secondo cui “la Cina è già impegnata a non partecipare alla cosiddetta militarizzazione delle isole nel Mar Cinese Meridionale e non accetta l’accusa secondo cui alle sue parole non corrispondano le azioni“.
L’“Era Glaciale” nelle relazioni statunitensi-cinesi ha avuto inizio con l’ascesa di Xi Jinping alla leadership a Pechino nel 2012. Il nuovo leader cinese è ritenuto dagli esperti la figura più forte ai vertici del Partito comunista Cinese degli ultimi due decenni. È il volto delle nuove ambizioni cinesi espresse nelle riforme economiche e del rafforzamento di Pechino quale fattore indipendente politicamente, diplomaticamente e militarmente. Le riforme economiche di Xi Jinping si agganciano alle cosiddette politiche di nuova normalità, stimolando il consumo interno con l’obiettivo di ridurre la dipendenza cinese dalle esportazioni. Tuttavia, il corso di Xi Jinping nella politica estera è ostacolato dagli interessi statunitensi in molte regioni. Il primo tema di conflitto ereditato dal passato sono gli attacchi hacker di cui Washington e Pechino s’accusano a vicenda. La diffidenza tra Cina e Stati Uniti è cresciuta nel 2013 quando l’agente della NSA Edward Snowden diffuse informazioni iper-sensibili sui metodi di spionaggio globale degli statunitensi. Sulla strada per Mosca, dove si trova oggi, Snowden passò da Hong Kong e le autorità cinesi non aiutarono gli statunitensi a catturare il loro agente. Nel 2014 Pechino non seguì Washington nel tentativo d’isolare la Russia per la crisi ucraina. Inoltre, Xi Jinping ha firmato un contratto strategico per l’approvvigionamento di gas dalla Siberia restaurando la fiducia nella comunità affaristica di Mosca. Naturalmente, il tema più conflittuale nelle relazioni bilaterali è la colonizzazione strisciante delle isole del Mar Cinese Meridionale di Pechino. Negli ultimi anni, l’esercito cinese ha manovrato su centinaia di isole disabitate nella regione costruendo strutture su alcune di esse, e che gli Stati Uniti interpretano come passi verso la militarizzazione. Vietnam, Taiwan, Brunei, Malaysia e Filippine hanno pretese territoriali sulle isole in questione. L’interesse per il Mar Cinese Meridionale sorge da petrolio e gas ivi presenti e dalle principali rotte che attraversano la regione. Il controllo sulle isole del Mar Cinese Meridionale permetterebbe alla Flotta del Pacifico degli USA d’interrompere la fornitura di petrolio dal Medio Oriente alla Cina; un pericolo che Pechino cerca di evitare prendendo atolli, scogli e isole disabitate.
All’apertura del Forum per il dialogo strategico ed economico Cina-Stati Uniti d’America, il leader cinese Xi Jinping annunciava che “le argomentazioni non devono diventare motivo per un comportamento conflittuale“. Le sue parole testimoniano la determinazione cinese a perseguire la propria politica nella regione, indipendentemente dalla volontà di Washington. Ovviamente la Cina approfitta della debolezza statunitense nell’ultimo anno di presidenza di Obama, segnata dall’opposizione alla Russia in Ucraina e Medio Oriente, per controllare tali zone strategiche.xi-kerry-lew-listenTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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