E’ tempo per il Giappone di ascoltare la Russia

Jibril Khoury, Takeshi Hasegawa e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 23 luglio 2015 south-korea-japan-russia-and-china-concerned-abou-11634-1243436308-3La crisi degli ostaggi in Algeria nel 2013 comportò la morte di dieci cittadini giapponesi insieme a molte altre persone di diverse nazioni. Purtroppo era evidente fin dall’inizio che la connessione libica rientrava nel caso. Dopo tutto, l’infiltrazione terroristica avveniva dal vicino confine della Libia. Inoltre, dalla morte di Gheddafi la regione è piena di armi ed innumerevoli gruppi terroristici. Nella stessa Libia vi sono varie organizzazioni terroristiche islamiste e milizie che ne controllano delle parti. Pertanto, nella Libia del 2015 vi è il caos e uno Stato assente che non può controllare tutto.

Ingerenze esterne
Nel 2015 il Giappone deve mettere in discussione i cosiddetti alleati quando si tratta di contrastare il terrorismo e di geopolitica, e non dell’economia. Dopo tutto, le nazioni del Golfo e le grandi potenze della NATO continuano a creare instabilità in Medio Oriente e Nord Africa, aggiungendosi al caos in Afghanistan. Un caos che va dall’Afghanistan estendesi al Mali in Africa occidentale. Il Pakistan, potenze del Golfo, USA e Regno Unito s’intromettono in Afghanistan da più di 40 anni. Da allora migliaia di miliardi di dollari sono stati spesi per cercare di stabilizzare e centralizzare la nazione, nonostante il sostegno ai settari taqfiri e l’indottrinamento islamista negli anni ’80 e ’90. La politica adottata in Afghanistan non fu solo un misero fallimento totale, ma permise anche la destabilizzazione del Pakistan (auto-indotta), l’emergere della rete dell’11 settembre e il prosperare del potente movimento jihadista internazionale. Il Giappone di oggi è ormai sempre più trascinato dagli obiettivi di Washington. Ciò si vede nella politica estera negativa verso il governo della Siria, nonostante la crisi sia lontana dal Giappone. Altrettanto importante, è chiaro che i cittadini giapponesi brutalmente assassinati nella regione hanno subito tale destino per le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti alleati del Giappone. Non serve un attacco terroristico che uccide cittadini giapponesi per svegliare il governo del Giappone. Sì, purtroppo, sembra che le nazioni spesso ne prendano atto quando le conseguenze uccidono civili inermi. Gli Stati Uniti l’hanno scoperto nel modo più barbaro quando migliaia di civili furono uccisi l’11 settembre. Dopo tutto, le forze terroristiche di al-Qaida erano collegate a CIA, ISI del Pakistan e servizi segreti inglesi manipolando la causa islamista in Afghanistan e replicarla in Bosnia (11 settembre, attentati di Madrid ed altri legati ad Afghanistan e Bosnia). Pertanto, quando il Giappone annunciò la morte del suo decimo cittadino per la brutale crisi degli ostaggi dei terroristi islamisti in Algeria, allora questo semplicemente non fu sufficiente. Le ratlines che collegano le politiche di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e le altre nazioni de Golfo, vanno esaminate per ciò che hanno creato in Libia e continuano a creare in Siria. Tale realtà deve anche concentrarsi su come Mali e Pakistan siano stati inghiottiti dalle politiche fallimentari di altre nazioni (Pakistan vi si è autoindotto a differenza del Mali). Ugualmente allarmante è l’ampia evidenza che le nazioni che si sono ingerite in Afghanistan e Iraq, e poi in Libia, non solo hanno creato Stati falliti divenuti terreno fertile per i gruppi jihadisti islamici, ma hanno iniziato a destabilizzare altre nazioni come la Siria. Tutto ciò è stato fatto mentre la carneficina quotidiana continua in Afghanistan, Iraq e Pakistan. Non solo è una follia, ma è una politica “vergognosa” che rovina USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo.

Federazione Russa
La Federazione russa cerca di “contenere gli incendi” appiccati dalle suddette nazioni perché le élite politiche di Mosca comprendono chiaramente appieno realtà ed implicazioni geopolitiche a lungo termine delle fallimentari politiche di NATO e Golfo. Ciò vale per l’instabilità massiccia, le sempre più ampie reti terroristiche, settarismo, asservimento delle donne, povertà, assenza di strutture sanitarie, Stati falliti e altre potenti forze negative. Pertanto, è giunto il momento per le élite politiche del Giappone del 2015 di riconoscere alla Federazione russa priorità invece di seguire Washington e gli altri che creano “nuove strade pericolose”. Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha dichiarato: “lo sconvolgimento della Libia, accompagnato dalla proliferazione incontrollata delle armi, ha contribuito al deterioramento della situazione in Mali. Gli attacchi terroristici in Algeria che hanno ucciso persone innocenti, anche straniere, sono conseguenza di tali sviluppi tragici“. Il Presidente Vladimir Putin continuava affermando che la Federazione russa “si sente responsabile del mantenimento della sicurezza globale ed è volta a collaborare con i partner al fine di affrontare i problemi globali“. E’ tempo per l’establishment politico di Tokyo di guardare profondamente agli eventi dall’Afghanistan all’Africa occidentale, in Mali. Ciò vale per molte aree instabili e le nazioni estere che continuano a partecipare, avviare o essere coinvolte in operazioni segrete destabilizzanti. La cosiddetta “primavera araba” ha inaugurato solo l'”inverno islamista” e la creazione di Stati falliti per ingerenza estera creando grandi aree di odio taqfirita. Basta guardare alle politiche contraddittorie attuate da varie nazioni verso Bahrain, Egitto, Libia, Siria, Yemen e altre nazioni dai gravi problemi interni. Ciò vale per le politiche distruttive basate su “interessi dalla mentalità ristretta”. La Federazione russa conosce le convulsioni di intere aree dal crollo dell’Unione Sovietica e dall’indipendenza dei popoli in Europa orientale. Una volta che Vladimir Putin ha preso il timone, gradualmente la Federazione russa è divenuta potente con la centralizzazione e l’esecuzione di diverse politiche interne ed estere. Inoltre, la Federazione Russa ha una posizione unica essendo prevalentemente di fede cristiana ortodossa, ha anche una consistente minoranza musulmana nazionale. Infatti, in alcune parti della Federazione russa la fede musulmana è maggioritaria. Inoltre la realtà geografica della nazione appartenente alla casa eurasiatica, collega Europa ed Asia. Pertanto, i leader politici della nazione vogliono smorzare le divisioni attualmente esistenti in molte parti dello spazio geografico coincidente con la Federazione russa, insieme alla tradizionale proiezione di potenza in alcune parti di Medio Oriente, Balcani, Asia centrale, Asia del Nord-Est ed Europa.

Giappone e crisi degli ostaggi
La morte di dieci cittadini giapponesi in Algeria (2013) per mano di terroristi islamici è un chiaro richiamo al governo di Tokyo di dover svolgere un ruolo più costruttivo nella politica internazionale. Il Giappone sostiene le Nazioni Unite e altre importanti istituzioni che si occupano di educare, alleviare la povertà e sostenere i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, spesso sembra che il Giappone sia troppo legato agli USA, anche quando ciò gli è dannoso. Naturalmente, le relazioni tra Giappone e USA rimarranno la spina dorsale della politica estera del Giappone, non del tutto negativa. Ad esempio, le forze statunitensi aiutarono notevolmente il Giappone dopo il brutale terremoto di magnitudo 9.0 che innescò lo tsunami che uccise molte persone. Inoltre, la regione del nord-est asiatico è molto volatile e data la realtà dell’articolo 9 della Costituzione del Giappone, è chiaro che gli USA hanno un ruolo importante nella difesa del Giappone, contenendo possibili situazioni regionali pericolose. Nonostante ciò, quando si tratta di altri aspetti connessi alle ambizioni geopolitiche degli USA il Giappone dovrebbe valutare ogni situazione per merito, piuttosto che dare carta bianca agli USA. Hillary Clinton, ex-segretaria di Stato, ha dichiarato: “Non c’è dubbio che i terroristi algerini ricevano armi dalla Libia. Non vi è dubbio che i maliani dell’AQIM ricevano armi dalla Libia”. L’omissione di Hillary Clinton è un altro richiamo deciso al contraccolpo che ha creato l’attuale crisi regressiva in Afghanistan e Pakistan, permettendo l’11 settembre. Gli USA ancora una volta confermano che la destabilizzazione della Libia e i tragici eventi nel 2013 in Algeria sono correlati. Nel complesso, il governo del Giappone dovrebbe chiedersi chi siano gli attori della destabilizzazione della vasta regione che si estende dall’Afghanistan al Mali? La Federazione russa o, in tutta onestà, USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo? Altrettanto importante, cittadini giapponesi muoiono a causa dell’ingerenza degli alleati negli affari interni altrui, o sono minacciati dalle politiche della Federazione Russa? Se il Giappone ne vuole uscire cercando di proteggere i propri cittadini, allora è giunto il momento di promuovere relazioni più strette con la Federazione russa e di temere le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti amici.f04da2db148412e969f204Il Giappone accusa la Cina di rubare gas dal mare
Tyler Durden Zerohedge 22 /07/2015

Negli ultimi mesi la Cina si trova al centro di un piuttosto vivace “dibattito” internazionale sulla bonifica delle acque contese del Mar Cinese Meridionale. Per ricapitolare, Pechino ha creato più di 1500 acri di territorio sovrano sull’arcipelago Spratly utilizzando draghe per costruire isole artificiali in cima alle scogliere. Anche se la Cina non è il primo Paese ad intraprendere la bonifica nella regione, i suoi progetti sono descritti da Stati Uniti e alleati come molto più ambiziosi dei vicini. La situazione è peggiorata rapidamente quando la marina cinese ha minacciato un aereo-spia statunitense con a bordo un team della CNN. Poco dopo, gli Stati Uniti hanno affermato di aver avvistato artiglieria su una delle isole e l’intera situazione è culminata nella propaganda esilarante dei cinesi apparentemente pronti a dimostrare che la vita sulle nuove isole è solo ragazze, giardinaggio, maiali e cuccioli. Ora la Cina si trova al centro di un altro contenzioso marittimo, questa volta la costruzione di piattaforme petrolifere e gasifere nel Mar Cinese Orientale. Reuters: “La Cina si riserva il diritto di una “reazione necessaria” dopo che il Giappone ha pubblicato una revisione della Difesa invitando Pechino a fermare la costruzione di piattaforme di esplorazione nei pressi delle acque contese nel Mar Cinese orientale, ha detto il Ministero della Difesa. Nel documento Tokyo ha espresso preoccupazione che le trivellazioni cinesi possano colpire i giacimenti che si estendono nelle acque del Giappone. “Questo tipo di azione mette completamente a nudo la natura bifronte della politica estera del Giappone e ha un impatto negativo su pace e stabilità nella regione Asia-Pacifico”, ha detto il Ministero della Difesa cinese in una dichiarazione. La Cina valuterà ulteriormente la revisione della Difesa del Giappone, o libro bianco, quando il testo completo sarà diffuso e per poi adottare la “reazione necessaria a seconda della situazione”, ha detto. Nell’escalation della polemica, il Giappone ha pubblicato le foto aeree delle attività di costruzione cinesi nella zona, accusando Pechino di agire unilateralmente e di atteggiamento svogliato verso l’accordo del 2008 per lo sviluppo congiunto delle risorse. “Le attività di sviluppo della Cina nel Mar Cinese orientale non mostrano alcun segno di cessare. Dato l’aumento delle preoccupazioni dentro e fuori il Giappone sui vari tentativi della Cina di cambiare lo status quo, abbiamo deciso di diffondere ciò che può essere appropriatamente pubblicato”, ha detto il Capo del Segretario di Gabinetto Yoshihide Suga, in conferenza stampa“. A quanto pare “ciò che può essere diffuso”, sono le seguenti immagini:

ChinaOilRigs_risultatoEd ecco una mappa che mostra dove le piattaforme sono situate, in relazione alla linea di demarcazione che separa le zone economiche esclusive dei due Paesi.

ChinaOilRigMapAllora, qual è il problema, vi chiederete? Sembra che tutte le strutture siano nella parte cinese della linea. Bloomberg: “Il Ministero degli Esteri del Giappone ha presentato una mappa e fotografie di ciò che afferma siano 16 piattaforme marine cinesi nei pressi della parte giapponese delle acque contestate sul Mar Cinese Orientale. Le piattaforme sono sul lato cinese della latitudine che il Giappone sostiene debba segnare il confine tra le loro zone economiche esclusive. Il Giappone ha da tempo espresso preoccupazione che tali strutture aspirino gas dai giacimenti sottomarini che si estendono sul suo lato”. Quindi, in sostanza, il Giappone ritiene che la Cina stia tentando di derubarlo con la costruzione di impianti di perforazione proprio accanto alla linea per succhiare gas sottomarino verso la parte cinese. In altre parole:

Per quanto riguarda la posizione di Pechino, il Ministero degli Esteri afferma che le sue attività di esplorazione sono “giustificate, ragionevoli e legittime”. In ogni caso, la controversia non aiuterà le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà il processo diplomatico, va ritenuto che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali.
Dichiarazione completa dalla Ministero degli Esteri giapponese: “Negli ultimi anni, la Cina ha rivitalizzato lo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, mentre il governo ha confermato che nella parte cinese della linea di divisione geografica vi sono 16 strutture finora. Le 2 zone economiche esclusive sulla piattaforma continentale del Mar Cinese orientale non sono ancora state definite, e il Giappone ritiene che ciò vada effettuato sulla base della latitudine. Così in assenza di confini definiti, anche se nella parte cinese della linea di divisione, è estremamente deplorevole che la parte cinese promuova attività di sviluppo unilaterali. Il governo chiede alla parte cinese di fermare le attività di sviluppo unilaterale, coerentemente all’accordo sulla cooperazione tra Giappone e Cina sullo sviluppo delle risorse del Mar Cinese Orientale del giugno 2008. Richiedendo la rapida ripresa dei negoziati per l’attuazione; richiesta ancora una volta con forza. La posizione giuridica del Giappone sullo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, oggi, in base alle disposizioni pertinenti della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM), che definiscono la zona economica esclusiva e territoriale sulla piattaforma continentale marittima per 200 miglia marine. Dato che la distanza tra i confini territoriali marittimi sul Mar Cinese Orientale è meno di 400 miglia marine, la zona economica esclusiva e la piattaforma continentale si sovrappongono e vi è la necessità di ridefinirle. Alla luce delle pertinenti e precedenti disposizioni internazionali del CNUDM, vanno definite le acque territoriali con soluzione equa. (Nota: un miglio marittimo = 1,852 chilometri, 200 miglia marine = 370,4 km) (1) La parte cinese estende la divisione nel Mar Cinese orientale quale naturale estensione della terraferma sulla piattaforma continentale e le isole del Mar Cinese Orientale, in contrasto agli obblighi, dato che la divisione non segue la latitudine e senza che la parte cinese ne definisca i limiti, sostenendo che la piattaforma continentale si estenda naturalmente fino ad Okinawa. (2) D’altra parte, si tratta dell’estensione del teoria del 1960 che utilizza la giurisprudenza sulla delimitazione della piattaforma continentale dei Paesi confinanti, concetto adottato in passato dal diritto internazionale. Sulla base delle disposizioni internazionali pertinenti e successive della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, adottata nel 1982 sui confini delle acque territoriali dei Paesi a meno di 400 miglia nautiche, si è piuttosto ricorso alla teoria dell’estensione naturale, anche se non ha alcun significato giuridico, come ad Okinawa (perforazione del fondale marino). Pertanto, l’idea che si possa vantare una piattaforma continentale fino al Canale di Okinawa non ha fondamento alla luce della normativa internazionale vigente. (3) Su tale premessa, il nostro Paese ha preso posizione sui confini e può esercitare diritti sovrani e giurisdizione nella parte giapponese del territorio marittimo delimitato. Ciò senza abbandonare la latitudine quale confine definito al momento per l’esercizio dei diritti sovrani e la giurisdizione nelle acque delimitate. Pertanto, poiché la demarcazione nel Mar Cinese orientale non è definita, in una situazione in cui la parte cinese non riconosce alcun reclamo relativo ai confini e alla zona economica esclusiva a 200 miglia marine, le acque territoriali del nostro Paese non diversamente, infatti, hanno titolo sulla piattaforma continentale”.map-locating-disputed-southLa Cina furiosa sulle immagini: “Il Giappone cerca il confronto”
Tyler Durden Zerohedge 23/07/2015

IslandDispute_risultatoAvevamo dettagliato l’ultima disputa marittima della Cina con un alleato degli Stati Uniti. Proprio mentre l’incessante andirivieni per la dimostrazione di forza sulle attività di bonifica di Pechino nelle Spratlys diminuiva, Washington e Manila hanno passato il testimone a Tokyo nella gara per vedere chi può spingere l’ELP allo scontro navale. Ricapitolando, il Giappone crede che la Cina stia posizionando strategicamente piattaforme nei pressi della linea di divisione geografica per dirottare il gas sottomarino dalle acque giapponesi.… La posizione di Tokyo è che le attività di esplorazione di Pechino violano l’accordo del 2008 sullo sviluppo congiunto tra i due Paesi. Pechino, d’altra parte, “erroneamente” ritiene di avere il diritto di sviluppare i giacimenti di ga situati nelle sue acque territoriali. Come avevamo notato, la garanzia del capo di gabinetto Yoshihide Suga che il battibecco non mette in pericolo il lento disgelo delle relazioni sino-giapponesi non convince, date le circostanze: “La disputa non aiuterà per nulla le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà i progressi diplomatici, va immaginato che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali”. Certo, la Cina alza la retorica di una tacca. Reuters: “La diffusione da parte del Giappone di immagini sulle attività di costruzione cinesi nel Mar Cinese Orientale possono soltanto provocare lo scontro tra i due Paesi e non aiutano gli sforzi per promuovere il dialogo, ha detto il Ministero degli Esteri cinese. In una dichiarazione il Ministero ha detto che ha tutto il diritto di sviluppare le risorse petrolifere e gasifere nelle acque che rientrano sotto la sua giurisdizione. Quello che ha fatto il Giappone provoca il confronto tra i due Paesi, e non è affatto costruttivo per la gestione della situazione nel Mar Cinese Orientale e il miglioramento delle relazioni bilaterali”, ha detto”. Secondo alcune fonti, le operazioni di sviluppo cinesi sono legate alla lunga disputa sulle isole tra i due Paesi. Ancora Reuters: “Nel 2012, il governo giapponese fu irritato da Pechino con l’acquisizione di una contestata catena di isole disabitate nel Mar Cinese orientale. Finora Pechino aveva ridotto le attività secondo un accodo con il Giappone per lo sviluppo congiunto delle risorse sottomarine nelle zone contese”. Quindi, dispettosa rappresaglia o legittimi esplorazione e sviluppo? Lasceremo ai lettori decidere con l’aiuto dei seguenti dati della BBC sulla storia sulla isole Senkaku. Dalla BBC, “Al centro della disputa vi sono otto isole disabitate e scogli nel Mar Cinese Orientale, dalla superficie totale di circa 7 kmq a nord-est di Taiwan, ad est del continente cinese e a sud-ovest della prefettura più meridionale del Giappone, Okinawa. Le isole sono controllate dal Giappone, e sono importanti perché vicine alle più importanti rotte, hanno fondali ricchi e vicini a potenziali giacimenti di petrolio e gas. Sono anche in una posizione strategicamente significativa, nella crescente competizione tra Stati Uniti e Cina per il primato militare nella regione Asia-Pacifico. Il Giappone dice che esplorò le isole per 10 anni nel 19.mo secolo scoprendo che erano disabitate. Il 14 gennaio 1895 il Giappone vi pose la sua sovranità, annettendole formalmente al territorio giapponese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone rinunciò alle pretesa su una serie di territori e isole tra cui Taiwan, nel Trattato di San Francisco del 1951. Queste isole, tuttavia, passarono sotto amministrazione fiduciaria degli Stati Uniti e furono restituite al Giappone nel 1971 con l’accordo di restituzione di Okinawa. Il Giappone dice che la Cina non sollevò obiezioni e che solo dal 1970, quando emerse la questione delle risorse petrolifere della zona, le autorità cinesi e taiwanesi iniziarono ad avanzare le loro richieste. La Cina dice che le isole fanno parte del suo territorio da sempre, essendo importanti zone di pesca gestite dalla provincia di Taiwan”.

201292553837941734_20Il Giappone tenta di affondare i tedeschi sulla costruzione di sottomarini per l’Australia
Sputnik 23/07/2015

Con l’Australia che vuole assegnare un contratto da 50 miliardi di dollari per dei sottomarini, l’opzione populista riguarda una società tedesca che favorisce l’economia australiana utilizzando manodopera locale. Ma un consorzio di aziende giapponesi e inglesi tenta di farsi assegnare il contratto, mettendo i politici di Canberra in una posizione difficile. Puntando a un programma per sottomarini da 50 miliardi di dollari, l’azienda della difesa tedesca ThyssenKrupp (TKMS) ha lanciato un appello al partito liberale del primo ministro Tony Abbott. In caso di aggiudicazione, TKMS assumerà imprenditori australiani per costruire i sottomarini. Questa sarebbe una spinta importante per l’economia australiana, facendo del Paese un costruttore navale regionale a lungo termine. Ma TKMS ha una nuova concorrenza, secondo anonimi funzionari del governo giapponese. Due grandi aziende inglesi, Babcock International Group e BAE Systems, sono in trattative con il governo giapponese. L’obiettivo è assicurarsi che il contratto dell’Australia vada alle aziende giapponesi Mitsubishi Heavy Industries e Kawasaki Heavy Industries.Con la Mitsubishi Heavy che prende l’iniziativa, raccogliamo informazioni da aziende giapponesi e straniere sull’industria australiana, ma non possiamo rivelarne i nomi“, un portavoce del ministero della Difesa giapponese ha detto a Reuters. Le società inglesi sono saldamente insediate in Australia. Babcock esegue lavori di manutenzione per la flotta sottomarina di Canberra, mentre BAE Systems impiega 4500 persone nella costruzione di navi d’assalto anfibio da 27000 tonnellate. Le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere i concorrenti europei fuori dal mercato. “Il Giappone è senza dubbio avanti tecnologicamente a tedeschi e francesi, ma è in ritardo negli affari in Australia e nell’organizzarvi un pacchetto industriale“, ha detto una fonte giapponese. Vi è inoltre la possibilità che la società svedese SAAB collabori con il Giappone, anche se non ha commentato un coinvolgimento. Nonostante la crescente opposizione del gruppo internazionale, TKMS rimane fiduciosa che i benefici che fornirebbe all’economia australiana, saranno troppo forti per essere ignorati dal governo. “Ci sono molti politici… che non saranno molto felici se questo costoso e sofisticato programma da 50 miliardi risolverà il disavanzo del Giappone“, ha detto alla Reuters il Presidente della TKMS Australia John White. “Penso che sia interessante costruire sottomarini in Australia“, ha aggiunto il senatore Sean Edwards, presidente della commissione economica, “Credo che sia un problema per il Giappone“. Tuttavia, la pressione politica potrebbe favorire Tokyo. Il primo ministro Abbott l’ha descritto come il più importante alleato regionale dell’Australia, e anche gli Stati Uniti spingono per relazioni più forti tra Canberra e Tokyo. Soprattutto a causa dell’interesse nel contrastare ciò che considera come crescente minaccia cinese nel Mar Cinese Meridionale, Washington fa pressioni sugli alleati del Pacifico per avere legami più stretti. Giappone e Australia sono cruciali per gli obiettivi del Pentagono nella regione. Una decisione non sarà presa prima di novembre, dopo che il Ministero della Difesa avrà tempo di rivedere i preventivi presentati dagli offerenti.1024979564Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin lungimirante su Donbas e Ucraina

L’analista russo Ishenko respinge le accuse che Putin stia vendendo il Donbas, invece guida un gioco lungimirante
Rostislav Ishenko Russia Insider 15 luglio 2015ukraine-putin-mural_0Annibale portò Roma sull’orlo della sconfitta durante la seconda guerra punica. L’esercito di Cartagine marciò in Italia come se fosse il proprio cortile di casa. Tuttavia, alla fine, Publio Cornelio Scipione Africano, il Vecchio, poté spostare il teatro delle operazioni in Africa, distruggere gli eserciti di Cartagine, sconfiggere l’invincibile Annibale e imporre la pace nei termini di Roma. Il vincitore effettivo di Annibale non fu il brillante tattico Scipione, ma il profondo stratega e politico eccezionale Fabio Massimo Cunctator. I romani lo elessero console e addirittura dittatore durante la guerra. Fabio Massimo rimase un influente politico anche quando non esercitava il potere ufficialmente. La sua autorità personale fu rafforzata con l’elezione al Pontificio Collegio e al Senato dei Principi. I suoi protetti e familiari diventarono consoli, mentre sacrificò gli avversari “non favoriti” e i risultati delle elezioni vennero cancellati in diverse occasioni. Quale fu la strategia di Fabio Massimo? La giusta scelta del metodo di lotta contro Annibale. L’esercito di Cartagine era fondamentalmente diverso da quello di Roma. L’esercito romano era composto di cittadini (reclute, militari di leva), mentre quello cartaginese da mercenari. Nelle mani di un comandante di talento come Annibale, l’esercito fu uno strumento potente. I romani subirono una sconfitta catastrofica dopo l’altra, nei primi anni della guerra. Annibale sapeva aumentare le sue forze, non solo grazie alla bellicose tribù galliche della valle del Po, ma anche portandosi con sé gli alleati di Roma nel centro e sud Italia. Perciò ogni sconfitta di Roma non solo comportava la perdita di un esercito, cosa già abbastanza dolorosa (Cartagine perse i cittadini-mercenari di qualcun altro, mentre Roma i propri), ma anche per la perdita di altri alleati. Quindi Fabio Massimo prese l’unica decisione corretta, Annibale andava privato della possibilità di avere altre vittorie con l’esercito. Roma doveva contrastare le manovre di Annibale con la sua presenza distruggendo distaccamenti locali, sostenendo gli alleati leali e, quando possibile, punire i traditori, ma evitare uno scontro generale. In un’occasione, i consoli del 216 a.C. decisero di abbandonare questa strategia e organizzarono un’offensiva contro le posizioni di Annibale a Canne. La catastrofe che seguì fu di tale portata che la successiva sconfitta del genere si ebbe solo al culmine della potenza quando l’imperatore Valente morì alla testa della sua fanteria a Adrianopoli, nel 378 d.C. Roma trattenne Annibale per un intero decennio aderendo alla strategia di Fabio Massimo. Solo allora le vittorie di Scipione l’Africano furono possibili. Tuttavia, anche in questo caso il Cunctator era contro la ripresa delle operazioni attive credendo che potesse finire Annibale e Cartagine, senza eccessive perdite di vite, soprattutto con l’esercito mercenario che si indeboliva e disintegrava per mancanza di grandi vittorie, mentre la situazione al fronte peggiorava il conflitto tra Annibale e Cartagine crebbe. Una battaglia comporta sempre del rischio, dopo tutto.
Oggi vediamo la Russia adottare una strategia identica nel conflitto con gli Stati Uniti. Questa strategia non è nata oggi ed ha permesso allo Stato di sopravvivere dopo i devastanti anni ’90 e recuperare forza sufficiente per sfidare Washington. Fu così che, fino al riuscito ritorno della Crimea e allo spargimento di sangue in Donbas, le masse nemmeno notarono che Stati Uniti e Russia hanno molte differenze inconciliabili e che si muovono verso un conflitto aperto, e sia nell’interesse della Russia ritardarlo il più a lungo possibile. Inoltre, durante questo tempo guadagnato gli USA si sono indeboliti sprecando forze in varie conflitti locali nel mondo. La Russia nel frattempo si rafforzava cambiando élite (in modo tale da non disturbare la situazione politica interna), rafforzando il ruolo dello Stato nell’economia, riarmando i militari, restaurando vecchie alleanze e reclutando nuovi alleati. In generale, la Russia cambia deliberatamente i rapporti di forza da molto tempo, e continua a farlo oggi quando lo scontro con Washington è una realtà. Tuttavia, l’assenza del trionfante ritorno della Crimea e di parate militari nelle città liberate dai nazisti, e il sangue che scorre nel Donbas, permettono a vari speculatori politici, così come a romantici immaturi, di piagnucolare continuamente su “Putin che teme d’irritare gli Stati Uniti”, “Surkov consegna di nuovo il Donbas all’Ucraina”, e il solito “hanno tradito tutti”. Bene, Putin è il capo dello Stato e Surkov segue la situazione in Ucraina. Per valutare i risultati del loro lavoro non vanno sentiti solo i detrattori. Il problema sta nel fatto che né Putin né Surkov si sono messi a discutere pubblicamente con i teorici del “tradimento”. Da un lato è giusto fare così, perché una volta che un politico discute con un emarginato politico, ne alza il livello, aumentandone l’importanza e assicurandogli nuovi alleati. D’altra parte, l’assenza di una risposta immediata ad accuse isteriche scoraggia parte della società (coloro che non sono abituati a pensare da soli), coloro che non riescono a valutare la situazione se non adottando la prima spiegazione plausibile, un approccio sbagliato perché parte della società (piccola, ma anche politicamente attiva e patriottica) si prende dei caporioni immeritevoli e si muove nella direzione sbagliata, rendendo più difficile allo Stato raggiungere l’obiettivo che quella parte della società in realtà vuole vedere raggiunto. Dato che i media statali russi non si sono distinti per la loro iniziativa e non possono reagire a nuovi problemi senza indicazioni dall’alto, cercheremo di valutare in modo indipendente, sulla base di fatti noti, se le affermazioni secondo cui la politica di Putin-Surkov in Ucraina sie inefficace, siano vere. Inizieremo col dire che, dal mio punto di vista, accusare Vladimir Vladimirovich e Vladislav Jurevich di tentare di concludere una pace a qualsiasi prezzo e di disponibilità a “consegnare il Donbas di nuovo all’Ucraina” è per lo meno una distorsione dei fatti e al massimo una netta bugia. Oggi, anche secondo i teorici del tradimento, la milizia dispone di ben 55-6mila effettivi addestrati. Un anno fa aveva solo15mila partigiani in distaccamenti sparsi, ed è quasi imbarazzante chiedersi chi abbia creato questo esercito?
L’attività economica nel Donbas riprende, alcune imprese industriali sono riattivate e le banche lavorano, il bilancio ha i soldi per pagare stipendi e pensioni e, per quanto strano possa sembrare, l’80% della valuta è in rubli russi. Gli studenti seguono a studiare permettendosi di entrare non solo nelle università locali, ma anche russe. Gli studenti prendono i diplomi che gli permettono di entrare nelle università russe. Un anno fa ciò era un grosso problema. Il bombardamento di Donetsk non era nemmeno iniziato, in quel momento, e i bambini già non potevano ricevere i documenti attestanti i loro titoli, non li avevano e l’Ucraina non se ne interessava. Solo ora il problema è stato risolto, e così sono molti altri. La leadership delle repubbliche è legittimata non solo dalle elezioni, ma anche in parte dal diritto internazionale. Indipendentemente da tutte le nostre idee su “amici e partner” a Minsk 2, Plotnitskij e Zakharchenko sono stati riconosciuti autorità politiche non solo da Kiev ma anche da Berlino e Parigi, dato che garantiscono la firma dei documenti che regolano la situazione. L’OSCE ha contatti ufficiali con le autorità di Donetsk e Lugansk, che gradualmente si affermano come attori internazionali. Ancora una volta, è quasi imbarazzante chiedersi se Putin ordina Surkov, che a sua volta ordina Zakharchenko e Plotnitskij, perché Putin e Surkov armano e addestrano un esercito e creano istituzioni governative, facilitandone anche la crescita dei contatti economici con la Russia, in territori che vorrebbero cedere. E se Putin non da ordini a Surkov, e Surkov non ha alcuna influenza su Zakharchenko e Plotnitskij, e tutto ciò che oggi esiste nel Donbas è apparso grazie ai rapporti della milizia con l’anziano Khottabich, allora è costui che deve rispondere alle domande su Minsk, offensive, bombardamenti e tutto il resto.
Al fine di verificare la correttezza delle mie riflessioni, c’è un altro metodo disponibile, vedere ciò che il nemico dice di tutto questo. Ho già scritto che il termine “propaganda di Surkov” è apparso tra i liberal-traditori di destra dopo una delle loro visite all’ambasciata statunitense, molto tempo fa, forse qualcosa è cambiato da allora? No. Non è cambiato nulla. Kiev accusa Surkov di organizzare personalmente l’uccisione dei centoneri e allo stesso tempo accusa Putin di aver spinto Janukovich a sparare su Majdan. Pertanto Kiev, pur senza prove, continua ad accusare Putin e Surkov di attuare piani aggressivi in Ucraina, ciò tra la fine del 2013 e l’inizio 2014. Forse coloro che dicono che Putin volesse annettersi la Novorossia (o la totalità del Donbas), temevano di aver ragione. Inoltre non è vero, Geoffrey Pyatt, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina e de-facto reggente dello Stato ucraino, ha detto in un’intervista a Forbes del 3 luglio 2015 quanto segue: “Contrariamente alle intenzioni del Cremlino, l’Ucraina ha mantenuto l’unità e i piani di Surkov per suscitare una fratture nel Paese e provocare la guerra civile in tutta la Ucraina sono completamente falliti”. Il tempo ci dirà quanto sia nel giusto l’ambasciatore (come Obama sull'”economia russa ridotta a brandelli”), ma anche ora, nel luglio 2015, gli Stati Uniti sono certi che Putin (Cremlino) e Surkov attuino “un piano per scatenare la guerra civile in tutta l’Ucraina”. Esclusa la numerosa leadership russa, questi due provocano la peggiore irritazione di Washington. Non c’è da meravigliarsi che i liberali russi riecheggino Washington. E’ un miracolo che al coro si siano unite persone che si definiscono patrioti russi.
Ogni volta che i romani cercarono di derogare ai principi strategici stabiliti da Fabio Massimo Cunctator e cercato di sconfiggere eroicamente sul campo di battaglia i cartaginesi, Annibale li sconfisse. Alla fine i romani compresero che la strategia del Cunctator, anche se incomprensibile, era vincente e smisero di fare tentativi. La guerra contro il Donbas prosegue. Nessuno la sta per finire. Il Cremlino ha intenzione di vincere e non solo nel Donbas. Il nemico è forte, intelligente e non è vincolato da regole. Il desiderio di rompersi il collo gettandosi nello scontro frontale può sembrare nobile, ma è una cosa rischiare se stessi, altra mettere a rischio un Paese. Se un soldato vuole combattere, può andare nel Donbas e morirvi. Ad esempio, il colonnello-generale Werner von Fritsch che dispiacque a Hitler e fu rimosso dal comando, partecipò alla campagna polacca del 1939 alla testa del 21.mo Reggimento d’Artiglieria e morì a Varsavia il 22 settembre. Tuttavia, un politico non ha il diritto di mettere a rischio il Paese per un bel gesto.pro-russian_activists_declare_donetsk_republicTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da Slavjansk a Minsk

Rostislav Ishenko Fort Russ 23 giugno 2015SONY DSCIl periodo tra il primo assalto a Slavjansk e Minsk I non è stato solo il più difficile per RPD e RPL, ma ha anche consolidato la concezioni dei cosiddetti “militaristi” e “operatori di pace”. Li metto tra virgolette di proposito, perché entrambi abbastanza vaghi. Se si guardano le attività dei media, si vedrà che la stragrande maggioranza degli esperti e politici sottolinea l’inevitabilità della risoluzione della questione ucraina con mezzi militari. In altre parole, non vi sono differenze di opinione quando si tratta di valutare la situazione. Non ci sono forze politiche serie (l’opposizione liberale è del tutto emarginata) che chiedono la pace a qualsiasi prezzo. Il disaccordo reale tra “costruttori di pace” e “militaristi” non è se combattere. È stupido discutere sull’appropriatezza della guerra in corso, ma come combatterla. Se fosse valsa la pena utilizzare l’esercito russo nelle prime fasi della crisi in Ucraina per rovesciare la dittatura nazista non-ancora-trinceratasi. I “militaristi” dicono di sì. E sarei incondizionatamente d’accordo con loro se si trattasse solo del conflitto tra Russia e Ucraina. E’ veramente innaturale vedere un regime nazista formasi accanto, un regime che ha già dichiarato l’obiettivo di distruggere il vostro Paese e la vostra nazione, e non fare nulla. Non è un segreto che le autorità ucraine abbiano organizzato così tante provocazioni nei primi mesi del 2014, che si sarebbero potuto legittimamente lanciare dieci guerre. Il trasferimento della Crimea alla giurisdizione russa richiede, come minimo, richiede la ricostruzione dello Stato ucraino. L’attuale Ucraina considererà sempre la Crimea come sua proprietà e, dal punto di vista del diritto internazionale (e non dei patriottardi russi), la questione non sarà mai chiusa definitivamente. Pertanto lo Stato ucraino va distrutto, in un modo o nell’altro. Posso citare una lista infinita di argomenti a favore dell’invasione già nel febbraio del 2014. Ma perché? La leadership russa, a giudicare dai risultati ottenuti negli ultimi 15 anni, è invece più intelligente dei blogger isterici e ha una visione migliore di ciò che accade di coloro che ricevono soffiate dal governo senza nemmeno comprendere che tali informazioni in “esclusive” sono semplicemente disinformazione. Se anche i patriottardi capiscono l’inevitabilità del coinvolgimento della Russia nel conflitto a un certo momento, è bizzarro supporre che il Cremlino non lo veda o lo sottovaluti. Se si guarda al lavoro dai media statali russi, si vedrà che hanno reindirizzato l’opinione pubblica negli ultimi 18 mesi secondo l’opinione più diffusa, da “non ci serve. Gli ucraini la capiranno da soli” ad “arriveremo a Parigi, se necessario”. Non si guida una campagna d’informazione di questo tipo per puro divertimento. Non si cambia l’immagine degli Stati Uniti da “amico tremendo” a “nemico comico” per caso. Tuttavia, le forze che occupano posizioni minacciose alla frontiera non apparvero in Ucraina. Non si presentarono a dispetto del permesso del Consiglio della Federazione e della richiesta di Janukovch, legittima in quel momento. Inoltre, tali permessi non vengono rilasciati per capriccio, e tali richieste non sono fatte con leggerezza. Invece dell’esercito abbiamo avuto Minsk. E il gioco è diventato lungo. Perché dunque la Russia si prepara alla guerra, ma non l’inizia?
Perché ai “militaristi” dalla corta visione e con l’ossessione per l’Ucraina gli impedisce di capire che la guerra globale tra Russia e Stati Uniti non distruggerebbe Kiev e Donbas, ma il futuro dell’umanità. Anche il nostro. Si tratta di un conflitto globale e sistemico. Il vecchio e terminale mondo statunitense combatte per prolungare la propria agonia. Quel mondo non sopravviverà. La sua vittoria significa semplicemente rimandarne la morte. Ma anche morendo, quel mondo può infliggere danni letali al nuovo mondo che nasce sotto i nostri occhi e con la nostra partecipazione. Affinché il nuovo mondo, dove l’egemonia unilaterale degli Stati Uniti o qualcosa del genere non sarà possibile, la Russia deve concludere il confronto con gli Stati Uniti su posizioni di forza, conservando o addirittura aumentato la potenza, piuttosto che subire l’attrito del conflitto. Solo l’esistenza di una Russia forte e autorevole, che non pretende il titolo di potenza egemone assoluta, ma che può sconfiggere chiunque cerchi di occupare il trono vacante degli Stati Uniti, garantisce che le vittime che l’umanità ha subito nell’ultimo conflitto della vecchia era non siano vane, ricevendo un meraviglioso nuovo mondo e non la riedizione di quello vecchio. Solo in questo caso le lacrime dei figli del Donbas, ma anche di Damasco, Baghdad e Belgrado, non saranno state versate invano. Se guardiamo la situazione da questa posizione, vedremo che gli Stati Uniti preparavano la classica trappola per la Russia in Ucraina. Hanno deliberatamente portato al potere un regime non solo russofobo (Jushenko era più russofobo di Poroshenko), ma feroce. Non a caso hanno dato al regime carta bianca con il massacro di Odessa, la soppressione degli attivisti a Dnepropetrovsk, Kharkov, Zaporozhe, gli omicidi politici a Kiev, le camere di tortura di Fazione destra, e altri eccessi nazisti. Hanno creato una situazione in cui la leadership russa non poteva non intervenire. Era necessario intervenire su pressione dell’opinione pubblica russa. L’esercito sarebbe entrato in Ucraina, dopo di che la Russia avrebbe avuto Vietnam e Cecenia combinate. Prima di tutto i militari ucraini sono chiaramente totalmente incapaci, e la resistenza anemica sarebbe durata giorni o addirittura ore. Ma i volontari nazisti e decine di migliaia di sempliciotti avrebbero “difeso la patria” contro “l’aggressione russa” nel Donbas, o raccolto denaro per le esigenze dell’esercito, dal cibo alle uniformi e armi, o anche diffuso disinformazione che non sarebbe facilmente scomparsa. Alcuni di loro sarebbero diventati partigiani, altri sabotatori, altri ancora avrebbero semplicemente odiato il nuovo governo. La Russia sarebbe stata bloccata su un territorio in bancarotta con 40 milioni di poveri ostili o sleali. Avrebbe consumato le risorse russe, che non sono di gomma. In secondo luogo, gli Stati Uniti avrebbero consolidato l’Europa su una linea antirussa più velocemente e con maggiore decisione. Le forze politiche che attualmente occupano posizioni filo-russe sarebbero state semplicemente zittite dicendo che l’infido e armatissimo orso aveva attaccato i pacifici democratici coniglietti giallo-blu. Sarebbe stata la fine del discorso. L’Europa deve difendere i propri valori. E’ del tutto possibile che avremmo visto la versione europea del maccartismo. Le sanzioni sarebbero state attuate immediatamente e totalmente e avrebbero colpito un’economia russa gravemente impreparata. L’Ucraina occidentale, con l’ausilio di “volontari” europei, istruttori statunitensi, armi della NATO e altre prelibatezze, sarebbe diventata l’equivalente del Donbas per la Russia, una piccola guerra di attrito che non può essere vinta e che può durare decenni. L’esercito sarebbe stato legato alla necessità di controllare l’Ucraina e di sopprimere il banderismo, l’economia sarebbe stata in crisi. Il popolo avrebbe chiesto alle autorità di spiegare “a cosa ci è servito?” e la società sarebbe entrata nel vortice della destabilizzazione. E i “militaristi” se ne sarebbero lavati le mani, criticando il Cremlino per incompetenza e, in solidarietà con i liberali, avrebbero detto che non avrebbero mai permesso una simile catastrofe. In terzo luogo, gli alleati della Russia in Eurasia, BRICS, Organizzazione di Shanghai, ecc, che già non guardano la leadership di Mosca con approvazione avrebbero sospettato un tentativo di “resuscitare l’URSS” o di sostituire gli USA per dettare la propria volontà al mondo, e avrebbero abbandonato tutti i programmi comuni. Alcuni avrebbero pensato che se l’esercito può essere inviato in Ucraina, può essere inviato anche altrove. Altri ancora, più intelligentemente, sarebbero giunti alla conclusione che non era saggio legarsi a un Paese che non prevede le conseguenze delle proprie azioni. Così, invece di tutto ciò abbiamo avuto Minsk. Cosa ha fatto la Russia per averlo?
_74727052_ukraine_donetsk_luhansk_referendum_624 Prima di tutto, da Slavjansk a Minsk, i cittadini russi che diressero la rivolta e che, come Portos, combattevano per combattere, furono sostituiti da controllati abitanti locali. La leadership di RPL/RPD divenne presentabile. Potevano presentarsi senza sentirsi chiedere: “Perché la rivolta nazionale in Ucraina è guidata da cittadini russi?” L’anarchia incontrollabile del tutto imprevedibile fu trasformata in normale struttura organizzativa. I “comandanti” sul campo che combattevano senza supporto logistico e che ritenevano che i “civili” fossero un fardello, sono divenuti ufficiali degli eserciti di RPL RPD. Strutture amministrative civili normali furono create tra Minsk 1 e 2. Il banditismo e i furti sventati. Una parvenza di sistema finanziario ed economia delle repubbliche fu instaurata. In generale, le strutture hanno permesso una vita normale (anche se sotto tiro). Le repubbliche non sarebbero sopravvissute senza questi cambiamenti impercettibili ma fondamentali. Le “oche selvatiche” non sarebbero sopravvissute senza il sostegno popolare, e la popolazione ha rapidamente smesso di sostenere coloro che combattono per tornaconto personale nel territorio in cui vive la popolazione, e che non si preoccupano di come la popolazione debba sopravvivere. Inoltre, la Russia ha costretto Kiev, scalciando e urlando, a sedersi con gli insorti, quindi de-facto riconoscendoli come partito legittimo nei negoziati. Poi Merkel e Hollande apparvero nello stesso tavolo nella seconda fase. Mosca ottiene ciò che richiedeva l’accordo di associazione con l’Ucraina, il dialogo diretto con l’Europa sull’Ucraina. Ora, con il gruppo Karasin-Nuland, vi è anche una piattaforma per il dialogo diretto con gli Stati Uniti. Tutto ciò che Washington ha cercato di evitare per 18 mesi, è accaduto. Gli Stati Uniti, contro i propri desideri, hanno riconosciuto il loro coinvolgimento nella crisi ucraina (la versione ufficiale precedente parlava di lotta al regime corrotto del popolo ucraino). Ora Washington e Bruxelles sono responsabili dello svilupparsi della situazione politica e giuridica. E’ impossibile pretendere che la Russia tiranneggi i deboli, mentre gli Stati Uniti non ne siano coinvolti. Poroshenko, che ha chiesto negoziati diretti con Putin, si trova ora nella stessa sala d’attesa con Zakharchenko e Plotnitskij, in attesa di vedere ciò che le vere parti in conflitto decidono. In terzo luogo, mentre la guerra continua e continuano i negoziati a Minsk, vi è la crescente delusione dei politici ucraini, che promettendo vita facile hanno portato la guerra invece, verso l’Europa che non li aiuta, e gli Stati Uniti che non li salvano. Il processo può essere lento, ma continua. Proprio come l’acutizzarsi delle contraddizioni nel regime. I ragni nel vaso iniziano a mangiarsi l’un l’altro. Ciò significa che quando l’Ucraina si sarà liberata del regime nazista, solo gruppi marginali della popolazione continueranno a rifiutare la Russia (nazisti, intellighenzia liberale e i burocrati che perdono il posto con lo svanire dello Stato, per esempio gli agenti di MVD e SBU, neo-banderisti e gli ideatori della nuova storia ucraina). Gli altri, delusi dalla scelta europea, non avranno altra alternativa che rivolgersi a Mosca; si deve vivere in qualche modo.
Idealmente, in caso di piena attuazione, il piano degli “operatori di pace” otterrebbe tutto questo senza perdite e battaglie, ma dopo. L’Ucraina federata con una nuova costituzione e ampie autonomie non solo riconoscerà la Crimea come parte della Russia (la Crimea non sarà menzionata come territorio ucraino nella nuova costituzione), ma a poco a poco s’integrerà nelle Unione Eurasiatica e Unione doganale. Semplicemente non avrà altro posto dove andare. Né Stati Uniti, né Unione europea sostengono l’Ucraina. Quel piano era fattibile? No. Alcun piano ideale potrà mai essere attuato completamente. Va già bene se si arriva a metà. Gli Stati Uniti volevano trascinare la Russia in un conflitto e fare dell’Ucraina un Vietnam. Pertanto Kiev non era assolutamente disposta a negoziare ed ha aggredito il Donbas prima ancora di avere il pieno controllo dell’esercito. Di conseguenza, Minsk è una piattaforma per le manovre di Mosca e Washington per creare un Vietnam e indicare l’aggressore alla comunità internazionale. Finora la Russia ne è uscita al meglio da tali manovre. Ma le manovre finiscono. C’era una situazione unica la scorsa settimana, quando l’amministrazione Obama ha mostrato interesse per la soluzione pacifica del conflitto. E’ comprensibile. Deve lasciare l’Ucraina entro il 2016 senza perdere la faccia, altrimenti i democratici non potrebbero neanche partecipare alle elezioni. Il GOP li farebbe a brandelli per “indecisione”. Il regime di Kiev, nonostante i patriottardi che urlano sulla crescente forza delle FAU, è sempre più debole, come accadrebbe a qualsiasi regime che istiga la guerra civile in un Paese in bancarotta. La vecchia Europa, anche se non ha il coraggio di lasciare l’ombrello statunitense, non è contenta delle perdite connesse alla necessità di dimostrare “solidarietà atlantica”. L’UE vuole voltare pagina. La situazione generale in e intorno l’Ucraina è sempre più fuori dal controllo degli Stati Uniti. Obama cerca di preservare, attraverso il compromesso, la possibilità di giocare sul tavolo ucraino in futuro. La leadership della Russia potrebbe aiutarlo. Il Cremlino batte costantemente la Casa Bianca, e l’adesione dell’Ucraina ai programmi d’integrazione della Russia non è più questione di principio come un paio di anni fa. Si possono attendere con calma gli eventi, dopo tutto Kiev non ha nessuno a cui rivolgersi; l’UE non vuole ammetterlo, ma non darà soldi e l’economia è già distrutta. Tutto ciò che rimane è inchinarsi alla Russia. Ciò le consentirà di risparmiare l’Ucraina anche perché non ha bisogno di una zona con 40 milioni di poveri ed instabile ai suoi confini. Tanto più che i cittadini ucraini, indistinguibili da quelli russi, diffonderebbero l’instabilità in Russia. Ma sono assolutamente certo che lo scenario di pace, sebbene avvantaggi gli interessi a lungo termine russi e statunitensi, non passerà. I “falchi” di Washington sono troppo forti. I due partiti perseguono una campagna basata sul rafforzamento delle sanzioni contro la Russia. L’ammissione del fallimento in Ucraina (quale sarebbe l’assenso degli Stati Uniti al compromesso) porrebbe fine anche a molte carriere promettenti nella CIA e dipartimento di Stato. I politici di Kiev non possono cambiare la propaganda, rinunciare alla guerra e raggiungere un accordo con il Donbas. Perché allora diverrebbero nemici non solo degli antifascisti, ma anche dei fascisti. Per cosa si combatte se avranno un’eventuale accordo alle condizioni proposte prima della guerra? I nazisti convinti dei battaglioni di volontari, e la parte motivata dell’esercito per cui la guerra è una questione di principio, potrebbero non perdonare tale “tradimento”. E’ una cosa quando un esercito demoralizzato e sconfitto si arrende. Qualcos’altro quando gli ufficiali ritengono che i politici hanno “rubato” la vittoria. In altre parole, tutto fa pensare che, nonostante una certa riduzione delle tensioni con i negoziati, una grande guerra in Ucraina sia inevitabile e una provocazione finalizzata a scatenarla sia già stata elaborata dagli Stati Uniti. Anche se non possono attuare il loro piano di pace ideale, gli “operatori di pace” hanno ottenuto un risultato eccezionale considerando le condizioni di partenza per una campagna militare. La Russia non è diventata l'”aggressore” per la maggior parte del pianeta. La situazione in Ucraina è in stallo dal punto di vista occidentale, e non può essere risolta senza la Russia, il che significa che la Russia non avrà fretta. Il prestigio internazionale della leadership russa è cresciuto, contrariamente a quanto dicono i patriottardi. Anche l’Egitto ha deciso di condurre esercitazioni congiunte con la nostra Marina nel Mediterraneo. L’Egitto, che dalla metà degli anni ’70 era sotto il pieno controllo degli Stati Uniti. Non è nemmeno un gesto, ma la campana che suona a morto per l’influenza di Washington in Medio Oriente.
E chi teme che, a causa dell’invasione “ritardata”, la propaganda nazista a Kiev crei milioni di zombie che odieranno la Russia per generazioni, vorrei ricordare che la maggior parte di coloro che combattono contro i russi del Donbas, creando l’attuale Ucraina russofoba, crebbero e si politicizzarono con la propaganda comunista che operò costantemente ed efficacemente per 74 anni. Ciò che appresero era completamente diverso da quello che fanno oggi.

Federal_States_of_New_Russia_in_Ukraine_(Envisaged)Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’eliminazione di Mozgovoj rientra nell’operazione per distruggere il Donbas

Roman Nesterenko, KPRF, 25 maggio 2015 – Histoire et Societé1496_1668Una nostra fonte a Kiev, un attivista antifascista vicino allo Stato Maggiore, ha confermato ancora una volta la rilevanza delle informazioni (ad esempio, il nostro articolo del 7 luglio 2014, “Stato Maggiore della Ucraina: siamo sull’orlo del disastro” e del 14 luglio “Dettagli della sconfitta del gruppo meridionale delle truppe ATO“) riferisce che la “liquidazione” di Aleksel Mozgovoj è parte di un piano militare e politico del SBU per garantirsi il successo dell’operazione dal nome in codice “Molot” (martello). L’idea dell’operazione “Molot“, data la creazione di una “nuova realtà politica e militare“, infliggere diversi potenti colpi per dividere il campo nemico ed entro uno/due settimane “risolvere il problema della resistenza organizzata dei terroristi del Donbas“. Creazione di una “nuova realtà politica e militare” significa creare eventi militari e politici per costringere la leadership politica e militare della Russia a rivolgere l’attenzione a un nuovo punto di tensione, impedendone la reazione tempestiva alla ripresa delle ostilità su larga scala, e allo stesso tempo causare un conflitto tra le forze del Ministero della Difesa e della milizia della RPD, da una parte, e cosiddette milizie e cosacchi “selvaggi” dall’altro. Secondo gli strateghi di Kiev l’assassinio di Mozgovoj e vari altri diversivi dovrebbero scatenare la guerra civile nella “presunta RPL”. La fonte ha anche detto che il movimento di mezzi pesanti sul “fronte orientale” non è più nascosto come non si nascondono i tanti consiglieri statunitensi, utilizzati principalmente per l’addestramento dei soldati ucraini inviati in prima linea. Il loro compito è principalmente ricognizione e guerra elettronica. Gli ufficiali dello Stato Maggiore nella loro decisioni hanno studiato l’operazione “Lampo” con cui la Croazia occupò il territorio della Krajina Serba nel 1995, ora alla base dell’operazione “Molot“. L’informatore pensava che l’attenzione della Russia verrebbe deviata sulla Crimea, ma ora è piuttosto incline a pensare che il nuovo punto di tensione sarà in Transnistria, dato che il governo russo è stato messo in una posizione molto difficile con il blocco dei soldati delle forze di pace russe in Transnistria da parte di Kiev, de facto da diversi mesi, e ora de jure da qualche giorno. Queste notizie da Kiev confermano ciò che già si sapeva: Kiev intensifica i preparativi dell’ultima avventura militare, violando gli accordi Minsk. La junta di Kiev è costretta all'”assalto finale in Oriente” da collasso economico, instabilità e pressione della dirigenza statunitense, per cui è assolutamente necessario coinvolgere la Russia in un “guerra calda”.
L’estate sarà calda.

L’intelligence USA sviluppa un piano per liquidare la Transnistria
Mosca si preparando alla difesa attiva in Transnistria
Vladimir Mukhin, Rusvesna, 25 maggio 2015 – Fort Russ

8504663Una fonte del ministero della Difesa russo ha annunciato l’esistenza di un piano per liquidare la Transnistria sviluppato da servizi segreti statunitensi, ucraini, moldavi e romeni. Il Ministero della Difesa russo è preoccupato per la possibilità di una brusca destabilizzazione nella Repubblica moldava di Transnistria (PMR), e si prepara agli scenari più sfavorevoli. Con questo obiettivo, il Gruppo Operativo delle Truppe Russe (OGRV) di stanza nella Repubblica, ha svolto esercitazioni per proteggere le principali strutture militari. Secondo il servizio stampa del distretto militare occidentale, che controlla l’OGRV, 100 soldati del gruppo sono stati messi in allerta. Dopo una marcia di 150 chilometri ai magazzini militari nel villaggio di Kolbasna, sono entrati in formazione operativa contro terroristi immaginari che cercavano d’impossessarsi di armi e munizioni. I militari hanno sottolineato che i combattenti dell’OGRV operavano in condizioni prossime a una battaglia reale. Il personale delle unità anti-terrorismo ha compiuto i compiti con successo: “Durante le esercitazioni per eliminare i terroristi, particolare attenzione è stata prestata al miglioramento della coerenza delle operazioni in combattimento su terreno aperto, nell’ambito di piccole unità e gruppi tattici (di due/tre elementi)“. Scenari simili sono ora svolti non solo dai militari dell’OGRV, ma anche dalle forze di pace russe di stanza nelle zone di conflitto. Tale aumento dell’attività delle truppe russe in Transnistria, spiega a “NG” la fonte di del Ministero della Difesa, non solo rientra nei piani per le esercitazioni estive, ma per le minacce reali che si presentano oggi nella zona. In particolare, “NG” avrebbe informazioni su un piano militare per liquidare la Transnistria presumibilmente ideato dai servizi d’intelligence statunitensi con la partecipazione delle agenzie militari di Ucraina, Moldavia e Romania. Parte del piano è la decisione di Kiev della scorsa settimana di denunciare l’accordo con la Russia sul transito sul territorio ucraino di militari e carichi russi in Transnistria. Inoltre, secondo la fonte di “NG”, nel prossimo futuro terroristi ucraini e romeno-moldavi condurrebbero operazioni di sabotaggio e terrorismo per catturare i depositi di armi nella PMR, custoditi dai soldati russi. Sul territorio della riva sinistra del fiume Nistro, provocazioni su larga scala con omicidi tra popolazione civile avrebbero inizio, per screditare le forze di pace russe. Tali circostanze saranno la scusa per il ritiro ufficiale di Chisinau dall’operazione di mantenimento della pace. Le autorità moldave cercheranno aiuto da Unione Europea e NATO, e a questo punto la sostituzione dei caschi blu russi verrebbe preparata sotto forma di battaglione di peacekeeping moldavo-rumeno. Il ministro della Difesa della Moldova, Viorel Cibotaru ha annunciato ufficialmente la formazione di tale unità il 23 maggio, dopo il suo incontro con l’omologo romeno Mircea Dusa, annunciando che il battaglione in futuro includerà militari di Ucraina e Polonia.
Il Tenente-Generale Jurij Netkachev, che nel 1992 era comandante della 14.ma Armata di stanza in Transnistria, inoltre non esclude la soluzione militare della situazione sul Dnestr. “Danneggia gli interessi geopolitici di Mosca, e sono sicuro che la leadership russa farà tutto il possibile per difendere la propria posizione in questa regione, e non permetterà l’escalation del conflitto” ritiene l’esperto. Netkachev ricorda che Chisinau, quando comandava la 14.ma Armata, con il supporto di volontari e mercenari romeni tentò di conquistare la PMR. “Non funzionò allora e non funzionerà ora, nonostante l’Ucraina cerchi di tagliare l’ossigeno alle nostre truppe“, ha detto Netkachev. E’ d’accordo con il parere del coordinatore dell’ispettorato generale del Ministero della Difesa della Federazione Russa, Generale Jurij Jakubov, che non esclude la possibilità di rifornire i peacekeeper sotto blocco ucraino per via aerea, utilizzando velivoli da trasporto militare. “Naturalmente, non è un grave problema per i nostri aerei sorvolare il territorio ucraino, molto probabilmente la regione di Odessa. Dalle coste sul Mar Nero al confine con la PMR vi sono meno di 100 chilometri. E’ stato segnalato che l’esercito ucraino vi ha schierato sistemi missilistici antiaerei S-300, ma sembra che la difesa aerea ucraina difficilmente deciderà di abbattere i nostri aerei militari che volano a Tiraspol”, ha detto l’esperto.
Mentre la situazione intorno la Transnistria si deteriora, Romania e Stati Uniti hanno iniziato le esercitazioni militari vicino al confine con la regione ucraina di Odessa. A tal fine un cacciatorpediniere lanciamissili degli Stati Uniti, il Ross, è arrivato sul Mar Nero il 23 maggio. Il comunicato stampa della VI flotta degli Stati Unit dichiara che la presenza del Ross nella regione è necessaria per “garantire la sicurezza” e il rafforzamento della “cooperazione nel Mar Nero” per “la pace e la prosperità nella regione“. Il Ross è dotato del sistema di difesa missilistica AEGIS, e le principali armi della nave sono i missili da crociera Tomahawk.moldova_map_v2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Pivot giapponese

Per Fritzmorgen Fort Russ 23 maggio 2015E23DFBDC-F98B-437C-825D-74CBB2C566C4_mw1024_n_sIl Giappone accetterà di abbandonare le pretese sulle isole Kurili per firmare un trattato di pace con la Russia? Un paio di anni fa avrei detto con certezza che non era possibile e che i giapponesi avrebbero continuato a pretendere le nostre isole fino all’ultimo. Ricordiamo un po’ di storia. Il Giappone attaccò la Russia nel 1904 in modo brutale e dopo la pace 1905 ricevette la metà meridionale di Sakhalin e qualche altra isola. I giapponesi non festeggiarono per molto: alla fine della seconda guerra mondiale la Russia riprese i suoi territori. Il Giappone prese la perdita di ciò che aveva rubato piuttosto con calma. Durante l’era Krusciov cercarono di raggiungere un accordo di pace accettando la perdita e voltando pagina nelle sue relazioni con la Russia, gli Stati Uniti però posero il veto alla proposta di trattato. Vorrei aggiungere che non dobbiamo costringere il Giappone. Le due isole meridionali, Kunashir e Iturup, sono vitali per noi, visto che sono sul tratto di mare che non congela di Vladivostok. Sulle piccole isole Kurili, che non sono preziose per noi, Krusciov era disposto a rinunciarvi per porre fine al conflitto. Tuttavia, lo status quo andava bene a entrambe le parti. Abbiamo la nostra rotta per Vladivostok libera dal ghiaccio e il controllo delle isole, mentre i giapponesi non erano interessati al trattato di pace, perché capivano che la Russia non ha intenzione di attaccarli. I negoziati tiepidi sul “restituiteci le isole – non vogliamo” poteva continuare per decenni… se non fosse per il fatto che il colosso a stelle e strisce mostra visibilmente delle crepe. La bomba è scoppiata a metà settimana. Il Giappone improvvisamente invita Vladimir Vladimirovich e non solo per chiacchierare ma… per concludere un trattato di pace e risolvere la questione territoriale. La posizione della Russia non è cambiata, non siamo disposti a cedere le isole ai giapponesi in cambio di un trattato di pace, la cui firma non è così importante da fare concessioni territoriali. Quindi possiamo concludere con attenzione che la posizione del Giappone è cambiata. Forse il Giappone ha deciso di firmare il trattato di pace alle condizioni della Russia e, infine, rinunciare alle isole, che furono sotto il suo controllo per un paio di decenni nel 20° secolo. La serietà di ciò che accade può essere giudicata dalla reazione degli Stati Uniti. Poco dopo l’inaspettato annuncio giapponese, un assistente del segretario di Stato degli USA ha riunito i giornalisti per dirgli che il Giappone non dovrebbe trattare con la Russia, perché è colpevole e va punita. Inoltre, George Soros si è svegliato e verbosamente ha detto che la Cina trama per attaccare il Giappone, che sarà protetto dalle orde di occupanti cinesi solo dai coraggiosi US Marines.
cold-war-japan-456x450Come dobbiamo interpretare tutto ciò? Perché accade tutto questo e perché i giapponesi agiscono come se intendano, senza motivo apparente, essere inaccettabilmente generosi verso la Russia? Ricordiamo ancora una volta la storia, questa volta la Seconda guerra mondiale. Il Giappone combatté coraggiosamente contro gli Stati Uniti sul Pacifico, ma alla fine subì una tremenda sconfitta sottolineata dagli attacchi atomici statunitensi su Hiroshima e Nagasaki. Va notato che neanche i giapponesi furono proprio morbidi durante la guerra. L’esercito giapponese agì con tale brutalità che eclissò i crimini fascisti più odiosi. Chi è interessato può cercare in rete per esempio “Unità 731” o leggere il romanzo “Giocare a Go“. Il coraggio dei samurai era una spada a doppio taglio: non erano solo indifferenti alla propria sofferenza, ma al dolore altrui. Quindi in ultima analisi, il Giappone attaccò gli Stati Uniti… facendo una mossa temeraria. Riconobbero di esser stati completamente sconfitti e divennero i più fedeli servitori degli Stati Uniti. Hanno soddisfatto tutte le pretese degli Stati Uniti, perdonato i bombardamenti nucleari, rinunciato ad avere forze militari e trovato un posto sicuro nell’ordine mondiale quale colonia preferita degli Stati Uniti, agendo come se non furono Stati Uniti e URSS a combattere il Giappone, ma piuttosto USA e Giappone a combattere l’URSS. Sappiamo che il trucco ha funzionato. Il piccolo Giappone ha fatto un balzo in avanti e la sua economia è diventata la seconda mondiale, passando solo ora al quarto posto per la crescita di Cina e India. Certo, negli ultimi due decenni l’economia del Giappone soffoca sotto la schiacciante cappa coloniale degli Stati Uniti, ma il Giappone sconfitto è riuscito ad ottenere molti più benefici dalla sconfitta di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere nel lontano 1945. Dobbiamo anche capire che gli Stati Uniti possono subordinare il Giappone con le loro armi nucleari, ma non addomesticarlo. I giapponesi non sono i selvaggi dei fumetti USA felici di baciare la mano del loro padrone bianco. Le élite giapponesi ricordano bene la “democrazia” che gli Stati Uniti gli inflissero prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Ora il principale nemico degli Stati Uniti sono Cina e Russia, ma soprattutto Cina. Il Giappone serve da mazza contro la Cina: in altre parole, avviare una guerra con la Cina che permetta agli Stati Uniti di utilizzare la loro potenza nucleare contro la Cina o quanto meno indebolirla seriamente con una grande guerra. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non sono affatto preoccupati di ciò che possa accadere al martello, così come non sono preoccupati di ciò che accade a loro altro ascaro, l’Ucraina. Pertanto, secondo una fredda visione giapponese, ora è il momento per sottrarsi al tiranno malato. Lasciatemi dire ancora una volta che non vi è alcuna possibilità di una vera e propria amicizia tra Stati Uniti e Giappone: i giapponesi sanno benissimo che furono sconfitti e vedono gli statunitensi come occupanti. La cooperazione con la Cina è, dal punto di vista del Giappone, più preferibile che continuare come colonia statunitense. Il Giappone ha tecnologia e industria altamente sviluppate. Se i giapponesi forniranno scuse convincenti ai cinesi per lo stupro di Nanchino e altri crimini dell’epoca, se risolvono le dispute territoriali con la Cina, la Repubblica popolare cinese sarà lieta di stabilire una forte partnership con il Giappone. Ma cosa può proteggere il Giappone dalla rabbia degli USA? Ovviamente solo la Russia, che può estendere l’ombrello nucleare, se dovesse sentirne il bisogno. Quindi ora è il momento di una mossa coraggiosa: riconoscere le isole parte della Russia e avvicinare la Russia come partner. La potenziale cooperazione tra Giappone e Russia sembra ancor più promettente della possibile cooperazione tra Giappone e Cina. A parte l’ombrello nucleare, possiamo fornire al Giappone quegli idrocarburi di cui ha così bisogno costruendo un’estensione di Potenza della Siberia in Giappone. L’accesso al gas russo potrebbe permettere al Giappone di ridurre notevolmente i costi di produzione. C’è ancora la questione dell’incredibilmente grande debito nazionale che attualmente trascina l’economia del Giappone verso il basso. Tuttavia, questo problema può essere risolto nello stile giapponese. Basterebbe che il governo dica alla nazione: “Yamato è in pericolo, dobbiamo unirci contro le avversità“, quali default, iperinflazione e annullamento del debito e quindi… l’inevitabile decollo economico.

Chi ha paura del default?
Il default terrorizza chi ha un deficit commerciale. Coloro che acquistano più che vendere. In caso di inadempimento, non hanno nulla con cui coprire la differenza tra importazioni ed esportazioni, il che significa che devono ridurre drasticamente le importazioni, comportando conseguenze economiche catastrofiche. Ma i Paesi con un surplus commerciale, come il Giappone in questo momento, nonostante problemi energetici temporanei, non hanno bisogno di crediti. Il Giappone gode di un continuo afflusso di denaro per la sua attività economica estera. Oggi il Giappone è quasi in bancarotta perché gli Stati Uniti ne risucchiano le finanze costringendoli a comprare i loro titoli di Stato spazzatura. Se il Giappone riesce a liberarsene, presto si arricchirà. Inoltre, in un anno di svalutazione dello yen, il Paese subirebbe l’euforia della svalutazione: il costo di produzione scenderebbe bruscamente e i prodotti giapponesi diverrebbero ancora più competitivi. Se a questo si aggiungesse il gas russo a buon mercato e uno status commerciale che passa da colonia degli Stati Uniti a partner di russi e cinesi, il Giappone potrà ripetere il miracolo economico degli anni ’60. Questo scenario è vantaggioso per Giappone e Russia, non solo per il trattato di pace. Ci sono ragioni più importanti per aiutare il Giappone a liberarsi. Già oggi il Giappone cerca di acquistare petrolio con lo yen, per avere la piena indipendenza che gli consenta di sbarazzarsi dei dollari. La perdita di un’importante colonia e il conseguente restringimento dello spazio del dollaro collocherebbero gli Stati Uniti in una situazione così difficile che i nostri amici statunitensi, e soci, avrebbero molto meno desiderio di fare stupidaggini ai confini della Russia. D’altra parte, il nostro esercito e i nostri idrocarburi diverranno così importanti per l’indifeso Giappone che possiamo contare non solo su una relazione a lungo termine, ma anche sull’aiuto giapponese per espandere la produzione di macchine utensili. Quindi spingiamo il Giappone in quella direzione. Sergej Narishkin ha detto che i bombardamenti nucleari su Hiroshima e Nagasaki, “fino ad oggi non hanno avuto un’adeguata valutazione internazionale“.
Così diamo al Giappone un altro motivo per optare per l’indipendenza dagli Stati Uniti, che arroganti ancora pensano di essere l’unica superpotenza del pianeta e non intendono chiedere scusa per nulla. E’ evidente che sarebbe troppo presto cancellare lo Zio Sam, che può essere malato ma è ancora abbastanza forte e intelligente. Ma c’è un motivo in più che permette al Giappone di riuscire nella fuga. Gli Stati Uniti entrano nel ciclo elettorale e le élite statunitensi saranno assorbite dalle imminenti elezioni prestando meno attenzione alle irritanti questioni estere. Le elezioni presidenziali Stati Uniti si terranno nel novembre 2016, quindi il Giappone ha una finestra di opportunità di circa un anno. Se il Giappone crea rapidamente relazioni con Russia e Cina, o almeno una di esse, Washington con ogni probabilità non potrà reagire adeguatamente alla dipartita della prima perla della sua corona imperiale.000_dv862321.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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