Sul “Corridoio di sviluppo Asia-Africa”

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 4.08.2017

Con i recenti collocazioni e slogan sui diversi progetti economici internazionali, a fine maggio si aggiunse il nuovo “Corridoio di sviluppo dell’Asia-Africa”, AAGR. L’aspetto di questo progetto fu predeterminato dalla dichiarazione congiunta dei primi ministri di Giappone ed India, l’11 novembre 2016, che riassunse la visita di Shinzo Abe a Delhi su invito di Narendra Modi. Il quarto comma del documento afferma, tra l’altro, che “la migliore connettività tra Asia e Africa, realizzando una libera e aperta regione Indo-Pacifica, è vitale per la prosperità dell’intera regione“. A tal fine, si prevedeva di stabilire uno “stretto coordinamento, sia bilaterale che con altri partner”. Sei mesi dopo, alcune considerazioni relative al progetto AAGR furono discusse a margine della riunione annuale (52.ma) della Banca africana di sviluppo, svoltasi a fine maggio (cosa notevole) nella città indiana di Ahmedabad, sulle coste occidentali del Paese. Più di 3000 delegati provenienti dai 54 Paesi africani parteciparono al forum dell’ADB. Uno degli eventi chiave a margine del forum fu l’incontro tra esperti e funzionari tripartiti (giapponesi-indiani-africani), in particolare i ministri delle finanze di India e Giappone, nonché la leadership dell’ADB. Una dichiarazione sul sito della banca afferma che durante questi incontri, funzionari di India e Giappone, nonché imprenditori privati di entrambi i Paesi discussero della cooperazione bilaterale con l’obiettivo di creare le condizioni più appropriate per lo sviluppo economico dell’Africa. I commenti sull’AAGR sono piuttosto inutili, dato che il progetto sembra non abbia ancora superato l'”accordo di intenti”. Per noi è interessante come nuovo elemento, molto importante, del gioco politico globale in cui le maggiori potenze asiatiche, quali Cina, India e Giappone, abbiano sempre più influenza. Uno degli strumenti utilizzati dagli attori è l’avvio di progetti d’integrazione, con l’apparente scopo politico di attrarre nell’orbita dei propri interessi il massimo numero di “altri” Paesi in Asia, Africa, America Latina e persino Europa.
Su NEO, la motivazione di Cina, India e Giappone nel concentrarsi sui Paesi non solo del proprio continente ma anche dell’Africa, è stata discussa più volte. Inoltre, vi è la tendenza alla formazione del tandem Giappone-India, sempre più coordinato contro la Cina. Ciò fu dimostrato, in particolare, dall’ultima riunione dei premier giapponese ed indiano. Nel gioco geopolitico di oggi, è una delle tendenze più allarmanti. Tuttavia, la sua presenza è indubbia e il peggio che qualsiasi osservatore del Pacifico può fare è ignorare le realtà negative associate a tale tendenza. Tuttavia, non vanno persi di vista i risultati positivi (scarsi), ad esempio nelle relazioni cino-giapponesi. Il confronto con la Cina del tandem giapponese-indiano è indubbiamente uno dei motivi principali del progetto AAGR. Questo fatto è ben chiaro a Pechino, dove l’Africa è da tempo considerata una delle aree principali per la diffusione della propria influenza. Tuttavia, il quotidiano cinese Global Times esprime la speranza che l’AAGR possa diventare un complemento, piuttosto che un concorrente, al progetto della rinascita della “Grande Via della Seta”, in cui l’Africa è considerata importante partner. Ancora una volta, va notato che, per entrambi gli avversari regionali della RPC, l’adesione alla Grande Via della Seta (o l’accordo con il progetto AAGR) potrebbe essere molto vantaggiosa. In particolare, sarebbe molto più facile per l’India realizzare i propri progetti di costruzione di diversi corridoi di trasporto e industriali pronti ad attraversare il Paese da nord a sud e da ovest ad est. India e Giappone, continua il Global Times, troverà molto più facile operare in Africa in collaborazione e non in concorrenza con la Cina, che da tempo è leader negli scambi ed investimenti nel continente. Il volume dei soli beni commerciali sino-africano si avvicina ai 200 miliardi di dollari, tre volte quello dell’India, il secondo maggiore in questo indicatore.
Un recente studio di McKinsey&Company, nota società di consulenza, esamina in dettaglio tutti gli aspetti della politica di sviluppo della Cina sul continente africano. I principali progetti cinesi (già attuati e pianificati), il volume degli investimenti finanziari e altri aspetti della cooperazione tra Cina e Africa, sono davvero impressionanti. Vi sono oltre 10000 aziende cinesi che attualmente operano nel continente, con l’aiuto di cui circa il 30% dei prodotti africani sono fabbricati. L’attività cinese è presente nel 90% delle aziende private africane. Entro il 2025 il volume del commercio bilaterale potrebbe raggiungere i 440 miliardi di dollari. Né India né Giappone possono vantare nulla di simile. Pertanto, l’appello della RPC alla cooperazione, piuttosto che alla concorrenza, in Africa ai primi due dovrebbe sembrare molto attraente. Tuttavia, come è stato notato su NEO più volte, vi sono serie sfide politiche alla cooperazione reciprocamente vantaggiosa del tandem giapponese-indiano con la Cina. E, come dimostrato recentemente, hanno solo esacerbato le relazioni sino-indiane. È quindi difficile prevedere una risposta positiva alla proposta di Pechino a Tokyo e Nuova Delhi di allineare il progetto AAGR alla Via della Seta.Vladimir Terekhov, esperto di questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e India concorrono per Hambantota

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 15/02/2017

sri_lanka1Gli analisti specializzati nel predire i rapporti futuri tra India e Cina hanno seguito lo scenario della piccola città di Hambantota, nel sud della Repubblica dello Sri Lanka. Dalla seconda metà dello scorso decennio questo Paese viene ripetutamente citato in quasi tutti i giornali occidentali che parlano del concetto di “filo di perle”. Questa strategia fu introdotta per prima quasi dieci anni fa, quando gli analisti militari degli Stati Uniti videro l’emergente Marina cinese come prima minaccia geopolitica per gli Stati Uniti. Non è certo un segreto che il commercio marittimo crescente della Cina sia estremamente vulnerabile alla possibilità che Washington blocchi lo Stretto di Malacca, la maggiore rotta commerciale del mondo che attraversa Oceano Indiano e Pacifico occidentale. Trovando il collo di bottiglia e bloccandolo con le sue flotte, Washington infliggerebbe gravi danni all’economia della Cina. Per evitare tale scenario, Pechino ha deciso di istituire delle rotte terrestri che le consentirebbero di bypassare gli stretti, mentre crea una catena di basi navali nell’Oceano Indiano nota in occidente come “filo di perle”. Una delle più grandi installazioni di questo filo verrebbe costruita ad Hambantota. Con questi passaggi, la Cina prevede di affrontare il cosiddetto “problema dello stretto di Malacca”, formulato due decenni fa dall’ex-segretario generale del Partito comunista cinese Jiang Zemin. Sul tratto onshore della rotta, Pechino considera due opzioni. La prima, più breve, attraversa il Myanmar accedendo al Golfo del Bengala, mentre un’opzione significativamente più lunga è attraversare il Pakistan, accedendo dal porto di Gwadar nel Mar Arabico. Ma questa seconda strada riduce drasticamente la parte marina della rotta commerciale, compromettendo in tal modo l’importanza delle basi cinesi, esistenti e future, nell’Oceano Indiano.
Per quasi due decenni Pechino ha cercato di concentrarsi sul primo percorso solo per affrontare gli ostacoli disposti dai rivali occidentali che hanno fatto breccia nel Myanmar. Il premio Nobel per la pace, “prigioniera di coscienza” e campionessa delle organizzazioni dei “diritti umani” occidentali Aung San Suu Kyi ha silurato ogni tentativo di riavvicinamento tra Myanmar e Cina compiuto negli ultimi venti anni. Fin da quando la cosiddetta “giunta militare” si dimise, Aung San Suu Kyi ha avuto libero sfogo. Pechino ben presto comprese che ciò avrebbe sospeso la prima rotta che le avrebbe dato accesso all’Oceano Indiano. Pertanto, nell’ultimo decennio la Cina s’è impegnata nella costruzione di autostrade in Pakistan, consentendo ai propri prodotti di raggiungere le coste del Mar Arabico. Ciò significa che i porti pakistani di Gwadar e Karachi diverranno presto grandi hub commerciali con grandi flotte cinesi stanziatevi per proteggervi operazioni e commercio. Come già osservato, ciò porterà all’aumento dell’importanza del porto di Hambantota, costruito in soli due anni, nel 2008-2010, soprattutto grazie al notevole supporto tecnico e finanziario della Cina. Anche se oggi il porto svolge funzioni puramente civili, non c’è dubbio che anche prima che la costruzione iniziasse, la Cina abbia esaminato attentamente tutti i vantaggi che l’installazione potrebbe dare come base militare.
Lo scorso gennaio, il governo dello Sri Lanka aveva un disperato bisogno di investimenti stranieri e stipulò un accordo quadro con Pechino, vendendo l’80% delle azioni del porto di Hambantota alla holding China Port Merchants per i prossimi 99 anni. Questo passaggio ha provocato proteste tra la popolazione locale rendendo l’India abbastanza “preoccupata”. Per minimizzare la paura del vicino settentrionale, il governo dello Sri Lanka, attraverso l’ambasciatore a Pechino, annunciava il 21 gennaio che la Cina non avrebbe mai permesso di utilizzare il porto per scopi militari. Cinque giorni dopo, il Ministero degli Esteri cinese annunciava che il porto non è in possesso esclusivo di Pechino. A sua volta, il Global Times notava che l’India è ossessionata dal porto che “ha sempre avuto” un orientamento civile. Sembra opportuno ricordare un concetto popolare tra gli analisti militari indiani che si può riassumere nella frase secondo cui l’Oceano Indiano deve essere “indiano” e controllato dalla Marina militare indiana. Allo stesso tempo, Nuova Delhi ha chiarito di esser disposta a condividere il controllo della regione con i partner, vale a dire la Marina giapponese, entrando in sintonia con gli obiettivi a lungo termine di Tokyo. Quindi, se Washington decide di isolarsi, in linea di principio, ci sono potenze che possono sostituirla nell’Oceano Indiano. Forse se ne sentirà ancora di Hambantota, dato che può infine essere utilizzata per scopi militari, ma non necessariamente dalla Cina. Infine, il 20% delle azioni del porto è ancora di proprietà del governo dello Sri Lanka e ci sarebbero molti interessi che ancora ricercano il restante 80%.magampura_port_projectVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il TPP s’incaglia: fine del Pivot in Asia degli USA?

Andrej Akulov  Strategic Culture Foundation 26/08/201620151008104352412L’amministrazione degli Stati Uniti compie una spinta a tutto campo per far passare la Trans Pacific Partnership (TPP) nella sessione del Congresso uscente. L’accordo entrerà in vigore dopo la ratifica di tutti i firmatari, se si accadesse entro due anni. Se non viene ratificato da tutti prima del 4 febbraio 2018, entrerà in vigore dopo la ratifica di almeno 6 Stati che rappresentino almeno l’85% del PIL totale di tutti e 12. L’accordo, cui si oppone la maggior parte dei democratici e non ha il supporto dei repubblicani, subisce le dure critiche di Donald Trump e anche di Hillary Clinton. Entrambi i principali candidati presidenziali l’hanno attaccato. La candidata democratica alla presidenza ha recentemente acuito il ripudio dell’accordo proposto. A sua volta, Donald Trump ha chiesto una politica estera isolazionista globale e l’abolizione del NAFTA. L’attuale amministrazione non è riuscita a spacciare l’idea presso la gente. L’accordo TPP subisce tagli divenendo troppo politicizzato, con troppa politica estera e poche questioni economiche. C’è la diffusa preoccupazione del calo delle opportunità di lavoro per l’economia nazionale. La classe media e i lavoratori ritengono che troppi posti di lavoro statunitensi siano andati persi nei Paesi dai minori costi d’impresa, in particolare dei salari. Molti sono dell’opinione che il rifiuto del patto protegga i lavoratori statunitensi da importazioni pregiudizievoli o dal deflusso dei posti di lavoro ben retribuiti. La critica al controverso TPP si è diffusa nella politica statunitense, rendendone l’approvazione tutt’altro che certa. Il 12 agosto, il presidente Obama indicava l’impegno a far ratificare l’accordo dai legislatori, presentando il disegno di legge sul commercio entro la fine dell’anno, probabilmente dopo le elezioni dell’8 novembre. Ma le sessioni uscenti durano in genere non più di 30 giorni, e spesso meno. Questo è un calendario troppo compresso per avere una legge. La spinta dell’amministrazione prevede che la si ripresenti a Capitol Hill a settembre, quando i legislatori ritornano dalla pausa estiva. Nel frattempo, i funzionari dell’amministrazione, tra cui la segretaria al commercio Penny Pritzker, avranno incontri coi dirigenti aziendali e agricoli nel tentativo di far passare il messaggio e raccoglierne il sostegno. L’incapacità di sostenere l’accordo al Congresso sarà una grave sconfitta che minerà la credibilità degli Stati Uniti nella regione, avendo Washington caricato l’accordo della rilevanza strategica quale contrappeso dell’ascesa della Cina. La Cina, esclusa dall’accordo trans-Pacifico, negozia un patto per l’Asia, il Partenariato regionale globale economico (RCEP), un accordo di libero scambio paragonabile al TPP, ma guidato da Pechino. La Cina impegna ulteriori prestiti regionali con una nuova banca e un fondo da 40 miliardi per la Via della Seta. Senza il TPP, gli Stati Uniti potrebbero rimanere esclusi. Le nazioni del Pacifico che cercano commercio estero ed investimenti guardano a Pechino. L’amministrazione ritiene che l’accordo sia fondamentale per spostare le risorse militari ed altre statunitensi nella regione. “Per gli amici e i partner dell’America, la ratifica (del patto commerciale) è la cartina di tornasole della credibilità e della serietà degli intenti”, aveva detto il primo ministro di Singapore Lee Hsien Loong durante l’ultima visita a Washington, parlando a nome dei firmatari delle isole del Pacifico.
Le-ky-4 Il TTP delle 12 nazioni copre circa il 40 per cento dell’economia globale e un terzo del commercio mondiale, riunendo Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam. I commenti del primo ministro di Singapore hanno un peso supplementare avendo in effetti parlato a nome di tutti i partner asiatici del TPP. I leader regionali che hanno speso capitale politico per sostenere il patto saranno meno propensi a farlo di nuovo, se vi saranno problemi. In particolare, il primo ministro di Singapore ha parlato per il Giappone, dicendo “Le relazioni tra Stati Uniti e Giappone ne soffriranno se il presidente degli Stati Uniti Barack Obama non fa approvare al Congresso l’accordo di libero scambio del Pacifico prima di lasciare l’incarico a gennaio”. Secondo lui, la mancata ratifica dell’accordo danneggerebbe il Primo ministro Shinzo Abe e influenzerebbe l’accordo di sicurezza di Washington con Tokyo. Il TTP non è l’unica alternativa per le nazioni del Pacifico. Oltre ai colloqui sull’accordo con la Cina, vi sono altri sviluppi da menzionare. A fine luglio, l’Unione economica eurasiatica (UEE) ratificava il primo accordo di libero scambio con un Paese al di fuori dell’Unione, il Vietnam. È un inizio. Recentemente l’UEE ha ricevuto circa 40 proposte di accordi di libero scambio (ALS). Molte provengono da Paesi dell’Asia-Pacifico. Quest’anno l’Unione ha firmato un memorandum di cooperazione con Cambogia e Singapore. Con Singapore, l’UEE intende lanciare un gruppo congiunto di studio di fattibilità entro la fine dell’anno, per identificare i potenziali mutui benefici. Il fatto che il mercato dell’UEE non sia ancora così integrato all’economia globale, come molti altri, lo rende attraente. Durante la visita del presidente russo in Cina a giugno, l’UEE firmava una dichiarazione congiunta sul passaggio alla fase di negoziazione per lo sviluppo dell’accordo di cooperazione commerciale ed economica tra Unione eurasiatica economica (UEE) e Repubblica popolare cinese. Se si raggiunge l’accordo di cooperazione economica con la Cina, sarà un enorme passo avanti.
La Russia è interessata a coinvolgere tutti i Paesi dell’Asia – Pacifico, non solo la Cina, nei progetti per sviluppare la Siberia e l’Estremo Oriente della Russia. Per chi non volesse fare una scelta definitiva tra Stati Uniti e Cina, Russia e UEE diverrebbero un centro di potere veramente indipendente. Nel 2016, il processo di riequilibrio della politica asiatica della Russia prese il via con una sequenza di vertici cruciali: il vertice Russia-Giappone del 6 maggio e il vertice ASEAN-Russia del 19-20 maggio. Alcuna novità eclatante fu raggiunta, ma i vertici hanno prodotto risultati tangibili. Poiché gli Stati dell’ASEAN espandono l’economia, la domanda di esportazioni tradizionali russe (energia, materie prime e infrastrutture energetiche), così come di prodotti agricoli aumenta. L’idea che ASEAN ed UEE formino una zona di libero scambio è stata affrontata per la prima volta al vertice, mentre i colloqui sulla creazione di accordi di libero scambio tra UEE e Paesi dell’ASEAN come Singapore, Cambogia, Thailandia e Indonesia sono già in corso. La dichiarazione ASEAN-Russia menziona la necessità di esplorare le modalità per la Russia per aderire al RCEP. Più ampiamente, l’idea di riunire UEE, ASEAN, Shanghai Cooperation Organization e Cintura economica della Via della Seta ha grandi prospettive. L’intenzione della Russia d’espandere la comunità eurasiatica fino a comprendere i partner dell’UEE, Cina, India, Iran, ASEAN e RCEP guidata dalla Cina creerà un grande arco politico ed economico eurasiatico. La megacomunità avrà senza dubbio tutte le possibilità di diventare la spina dorsale dell’ordine mondiale del 21° secolo, coprendo una parte importante dello spazio eurasiatico e la maggior parte dei Paesi asiatici, oscurando i piani degli USA che ora hanno poche possibilità di materializzarsi, comunque.russian-president-putinLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I megaprogetti nei Balcani spianano la via alla Grande Eurasia

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 11 luglio 2016

Oriental Review pubblica in esclusiva l’intervista all’esperto di guerra ibrida Andrew Korybko del giornalista Stefan Raskovski di “Vecer” concessa a fine giugno. Si parla della strategia nei Balcani dell’R-TCR degli Stati Uniti (torsione del regime – cambio di regime – ricambio del regime), e degli sforzi di Russia e Cina per stabilizzare l’Eurasia.map1Siamo a Skopje dove una cosiddetta “rivoluzione colorata” è in corso da due mesi. Quali sono le sue vere ragioni ed obiettivi, nel contesto delle costellazioni geopolitiche regionali?
La “rivoluzione colorata” attualmente è in corso nella Repubblica di Macedonia null’altro che una rivoluzione colorata mascherata da “legittimo” movimento della società civile. E’ solo un tentativo di cambio di regime eterodiretto che impiega le avanzate tecnologie politiche ispirate dagli insegnamenti di Gene Sharp, il padrino di tale stratagemma. Alcuni partecipanti e osservatori internazionali sul serio credono che ciò che accade a Skopje sia un’iniziativa organica, ma altri sanno della sua natura artificiale nella ricerca di secondi fini. Non ci vuole molto per qualsiasi osservatore neutrale scoprire quali forze controllino i manifestanti, dato che molte informazioni sono diffuse pubblicamente dagli elementi patriottici dei media macedoni sul coinvolgimento della Fondazione Soros e lo stretto coordinamento tra manifestanti e ambasciata degli USA. Soros e le sue numerose organizzazioni “finanziano l’avviamento” del vasto assortimento di “ONG” che guida il movimento antigovernativo, e il filantropo miliardario controlla le finanze che permettono all’SDSM di pagare l’invio dei manifestanti con autobus a Skopje da tutto il Paese. Tali manifestanti, naturalmente, sono o “utili idioti” o cospiratori volenterosi, come già detto. Partecipano a tali manifestazioni per alcune ragioni, che potrebbero potenzialmente sovrapporsi a seconda dell’individuo interessato:
* L’ideologia “liberal-democratica”, con cui Zaev e i suoi padroni hanno cercato di condizionare la popolazione controllando vari media, è riuscita a ingannare una minoranza, alcuni attratti dall’idea “romantica” di prendere parte a una “rivoluzione” ed egoisticamente assaporare la possibile attenzione dei media mainstream e social che riceverebbero;
* Alcuni hanno un incentivo finanziario immediato, ricevendo uno stipendio solo per un paio di ore di lavoro, attivo o passivo, come ad esempio “protestare” o partecipare a “laboratori”, “seminari di formazione”, ecc, e vedersi pagata la partecipazione alla rivoluzione colorata quale lavoretto che potrebbe continuare all’infinito;
* Altri sono semplicemente opportunisti che vogliono capitalizzare su ciò che credono sarà una riuscita operazione di cambio di regime ed utilizzare tale occasione per ingraziarsi i potenti che verranno portati al potere sulle spalle di sciocchi “manifestanti” fuorviati e comprati, sperando li aiutino a vincere.
E’ importante sottolineare oggi che gli Stati Uniti perseguono tre obiettivi strategici interconnessi sostenendo la rivoluzione colorata. Dal relativamente mite al più estremo, sono:
* Torsione de regime, o emanazione di concessioni governative, senza immediatamente cambiare il capo dello Stato e/o il partito al governo;
* Cambio di regime, o rovesciamento delle autorità democraticamente elette e legittime con mezzi “costituzionali” (Brasile) o incostituzionali (Ucraina);
* E ricambio di regime, o cambiando la costituzione (come ad esempio attraverso il “Federalismo”, che opera in molti casi come frattura interna), o riscrivendo completamente le ‘regole del gioco’.

Oltre alla Macedonia, vediamo proteste in Serbia, Montenegro, R. Srpska, Croazia… Vi sono tumulti nei Paesi balcanici proprio nel periodo in cui Mosca e Pechino promuovono i due principali progetti economici del Turkish Stream e della ferrovia da Budapest a Atene. Qual è la connessione tra destabilizzazione e questi progetti?
political-crisis-in-macedonia-raises-fears-of-ethnic-violence-1431986325 Naturalmente, il piano di riserva finale degli Stati Uniti è devastare i Balcani con un’altra guerra regionale se non possono controllarne il territorio geostrategico da cui dovranno passare il Balkan Stream russo e la Via della Seta balcanica cinese, ma si potrebbe credere che possano ulteriormente perseguire il loro obiettivo con investimento poco costoso a lungo termine nei ritocchi o cambi di regime “costituzionali”, quindi opterebbero per tale scenario. Ripetendo il precedente ordine degli obiettivi dal relativamente mite al più estremo, e comprendendo che in tale particolare contesto, dispiegando in prospettiva violenze semplicemente passando da una fase all’altra seguendo un calendario prefissato, si può prevedere cosa promuoveranno gli Stati Uniti:
* Torsione del regime mettendo lo SDSM di nuovo al governo alle condizioni di Washington, in modo da smantellare i successi nazionali e internazionali del VMRO e controllare le principali istituzioni dello Stato (giudiziarie, intelligence, militari, ecc.), a sua volta aiutando lo SDSM nei brogli delle future elezioni per “legittimare” il ‘golpe morbido’;
* Cambio di regime per sbarazzarsi completamente del VMRO e di conseguenza istigare un conflitto civile tra patrioti e sostenitori del colpo di Stato del SDSM, che prevedibilmente diverrebbe una guerra ampia evocando la forte idea di uno “scontro di civiltà” eterodiretto coinvolgendo i terroristi sostenitori della “Grande Albania”;
* Un ricambio totale di regime imponendo la “soluzione federale” alla Repubblica di Macedonia dividendola tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani ed infine erodendo l’identità macedone, prevedibilmente arrivando a mutarne il nome costituzionale in “federale”, suddividendola a livello internazionale tra Grande Albania e Grande Bulgaria.
Tale approccio in tre fasi viene avanzato negli Stati Uniti dalla forte determinazione dei loro strateghi nel spezzare, influenzare o controllare il gasdotto (attualmente sospeso) Balkan Stream della Russia e il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica cinese, da Budapest al porto greco del Pireo (e possibilmente Varsavia, Riga e San Pietroburgo). Un governo servile dell’VMRO, ormai dimostratosi del tutto impossibile per gli Stati Uniti, fu concepito come loro agente d’influenza per avere una presenza indiretta sullo snodo vitale attraverso cui dovrebbero passare questi due progetti, e perfino di poter un giorno cancellarli o controllarli completamente. Dato che tale opzione non è più praticabile per gli Stati Uniti, cercano direttamente un cambio di regime tramite una rivoluzione colorata o un graduale cambio di regime tramite la pressione della torsione di regime (indotta dalla rivoluzione colorata o da una possibile guerra ibrida) che si tradurrebbe nel pieno controllo dello Stato da parte degli agenti nel SDSM di Washington. Se tale piano di riserva fallisse, allora gli Stati Uniti potrebbero probabilmente istigare uno “scontro di civiltà” tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani (sia con una coordinata operazione di cambio di regime che con azioni distinte), per imporre un radicale programma di ricambio di regime per riconfigurare totalmente lo Stato macedone e preparane l’eventuale smantellamento ad opera di Albania e Bulgaria. Riguardo l’attuale fase negli altri Stati balcanici, c’è uno strettissimo collegamento con la formula già indicata su torsione di regime, cambio di regime e ricambio di regime. In relazione alla Republika Srpska, l’obiettivo è rovesciare Milorad Dodik e installarvi un surrogato filo-occidentale compatibile che smantellerebbe la sovranità della repubblica autonoma, annettendola alla neo-imperiale Bosnia dominata da Bruxelles. La situazione confusa in Serbia è simile, le proteste patriottiche contro la NATO volte a fare pressione in modo costruttivo sul governo per invertirne il corso filo-occidentale, sono rapidamente divenute manifestazioni sospette che oggi potrebbero essere l’arma per spingere la Serbia ad allontanarsi più da Russia e Cina che da UE e USA. È sempre più evidente come gli Stati Uniti abbiano dirottato la “torsione di regime” per scopi positivi delle proteste anti-NATO, tramite gli agenti filo-occidentali “liberal-democratici” destinati ad essere complementari “dal basso” all’azione coercitiva dall’alto che Washington ora esercita su Belgrado. La Serbia è un obiettivo ambito dagli Stati Uniti per la posizione nei mega-progetti balcanici di Russia e Cina. Anche se la Repubblica di Macedonia occupi uno spazio molto importante, e nel caso ancora una volta riesca a respingere la minaccia della guerra ibrida, è prevedibile che gli Stati Uniti favoriscano la destabilizzazione a valle, in questo caso in Serbia. Pertanto, ciò che si ha oggi è una sorta di ‘polizza assicurativa’ strategica che gli Stati Uniti preparano per ogni evenienza nel perseguire tale scenario. Inoltre, l’interesse della Serbia ad aderire al blocco commerciale russo dell’Unione Economica Eurasiatica spaventa Stati Uniti ed Unione europea, capendo che il modo più pratico per degli Stati non contigui d’interagire è la via balcanica della Via della Seta della Cina che trasporta merci da Belgrado al Pireo via ferrovia, per poi spedirli in Russia via mare. Ciò sottolinea ulteriormente l’importanza fondamentale che il mondo multipolare pone su questa linea ferroviaria ad alta velocità quale via d’accesso preferita all’entroterra continentale, cominciando dalla Serbia per poi estendersi sul resto dell’Europa centrale e orientale; ma tale visione, al contrario, ‘giustificherebbe’ ancor più il motivo per cui gli Stati Uniti siano interessati a destabilizzare la Serbia, sabotando la vitalità di questo progetto. Inoltre, si dice che la Russia possa costruire il cosiddetto gasdotto Poseidon dal Mar Nero a Bulgaria, Grecia, Mar Adriatico ed Italia. Se questo progetto mai vedesse la luce, è probabile che un ramo seguirebbe il tragitto del South Stream estendendosi in Serbia, dove era previsto l’hub del precedente progetto. Supponendo almeno la possibilità che ciò possa accadere, quindi anche se il progetto Balkan Strean rimane congelato in modo definitivo, la Serbia potrebbe ancora aderire ai megaprogetti cinese e russo, divenendo così un bersaglio irresistibile per gli Stati Uniti. Per completare la prospettiva della destabilizzazione interna della Serbia, gli Stati Uniti sembrano pronti a suscitare una crisi internazionale in Bosnia, perciò sono così netti nel creare scompiglio nella Repubblica Srpska. Washington sa che la sicurezza di Belgrado è direttamente collegata alla stabilità di Banja Luka, e se la sua entità fraterna in Bosnia è minacciata, allora tutta la Serbia ne sarà indirettamente influenzata. Prevedendo che i torbidi in Serbia possano esaurirsi, gli Stati Uniti già preparano il “piano B” concentrandosi sulla Republika Srpska per creare tensione in Serbia e possibilmente coinvolgerla, ottenendo il risultato atteso, che Belgrado s’impantani disastrosamente in un altro conflitto regionale comportandogli gravi rovesci strategici.

Il Presidente Putin ha visitato la Serbia nel 2015 e di recente si è seduto sul trono bizantino di Athos, mentre il Presidente Xi Jinping ha visitato Belgrado una settimana fa. Qual è la sua opinione su questi eventi e quali sono le implicazioni politiche future per i Paesi dei Balcani?
E’ altamente simbolico che i leader russo e cinese trovino i Balcani degni della loro attenzione, e questo rafforza l’importanza strategica della regione come ho sottolineato in più interviste l’anno scorso. I due pilastri del partenariato strategico cino-russo collaborano attivamente nel corteggiare gli Stati balcanici con il mutuo riconoscimento delle necessità d’adempiere alla visione comune promuovendo la multipolarità nella regione e poi nel resto d’Europa . La Russia ha il patrimonio di civiltà e le risorse energetiche necessarie per avere la benevolenza della maggioranza dei popoli della regione, rifornendone le industrie, mentre la Cina ha il capitale d’investimento necessario per i grandi progetti di sviluppo. La Russia cerca anche d’investire nella regione e sicuramente può farlo, ma solo la Cina ha l’esperienza nella costruzione dei corridoi commerciali che saranno di grande beneficio per Mosca e Pechino. L’interesse cooperativo russo e cinese nei Balcani non dovrebbe essere visto come una competizione (anche se questo è precisamente ciò che i media e le organizzazioni non governative unipolari cercheranno di ritrarre maliziosamente), ma piuttosto come mutuo aiuto. Oltre all’Asia centrale, non c’è altra regione nel mondo che abbia tale potenziale nel riunire le due potenze dei Balcani, e non c’è dubbio che la regione vedrà un maggiore coinvolgimento russo e cinese nei prossimi anni.

In questo senso, quanto sono importanti i Balcani per il mondo multipolare e come la Macedonia vi sia adatta?
I Balcani sono la ‘porta sul retro’ geostrategica dell’Europa, o in altre parole, il punto di accesso che le principali potenze multipolari Russia e Cina vogliono usare per evitare il “cordone sanitario” che Stati Uniti e NATO allestiscono in Europa orientale e sull’accesso diretto al cuore del continente. I megaprogetti nei Balcani, Balkan Stream della Russia e Via della Seta nei Balcani della Cina, sono piani compatibili che rafforzeranno la regione facendone lo snodo di uno straordinario corridoio economico nord-sud che collega Europa centrale ed orientale. Con il passare del tempo e la corretta pianificazione ciò potrebbe prevedibilmente liberare la regione dall’influenza unipolare e sostituirla con la controparte multipolare, idealmente una zona di libero scambio supercontinentale tra Lisbona e Vladivostok. L’annuncio del Presidente Putin al San Petersburg International Economic Forum, secondo cui la Russia è ancora interessata a un accordo commerciale con l’UE, va collegato con la proposta del Primo ministro Medvedev, a fine 2015, per l’integrazione multilaterale tra Unione eurasiatica, SCO e ASEAN. Nell’insieme, questa strategia emisferica è pari a quella chiamata “Grande zona di libero scambio eurasiatica” o GEFTA, ma la chiave per assicurarvi la partecipazione dell’Europa è attualizzare i megaprogetti nei Balcani per dimostrarne la fattibilità della connessione infrastrutturale. Qui la Repubblica di Macedonia ha un ruolo insostituibile nel collegare Oriente (Russia, Cina) e occidente (UE), proprio come fece Alessandro millenni fa, anche se in modo completamente diverso, naturalmente. Mentre il progetto del Balkan Stream della Russia è sospeso per il momento e nonostante la recente idea del gasdotto Poseidon che bypassi il Paese collegandosi direttamente all’hub serbo di South Stream, la Macedonia è ancora la strettoia da cui deve passare il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica della Cina, ed è questa componente della politica balcanica del partenariato strategico russo-cinese la più rivoluzionaria nel portare la multipolarità in Europa. Dopo tutto, per quanto importanti siano i corridoi energetici, sono sempre sovrastati da quelli per lo sviluppo dell’economia reale, ed è ciò che il progetto della Cina aspira a realizzare. Affinché la Via della Seta balcanica diventi un corridoio nord-sud transregionale collegando l’ampio spazio tra Pireo e San Pietroburgo e facilitando l’eventuale adesione dell’Europa alla GEFTA, deve prima attraversare la Macedonia, rendendo il piccolo Paese sproporzionatamente importante per gli affari strategici mondiali, spiegando il motivo per cui gli Stati Uniti dedicano così tanto tempo per destabilizzarlo. Se la Macedonia respingerà tale aggressione asimmetrica e rimarrà stabile, allora sarà la base geografica della Via della Seta balcanica e il fondamento strategico della riunione dell’Eurasia tramite l’effetto positivo dell’adesione dell’UE alla GEFTA. Anche se si tratta di strategia a lungo termine, non va dimenticato che ogni piano di vasta portata inizia abbastanza in sordina. Anche se alcuni osservatori non possono ancora riconoscere l’importanza strategica globale della Repubblica di Macedonia, nel quadro della nuova guerra fredda e della GEFTA, non per questo è meno importante nella realtà, e non averne consapevolezza è semplicemente la copertura per distrarre il pubblico dalle vere intenzione delle ultime destabilizzazioni.rgin-1311-TEN-T mapAndrew Korybko è commentatore politico statunitense dell’agenzia Sputnik. È dottorando all’Università MGIMO ed autore della monografia “Guerra Ibrida: L’approccio adattivo indiretto al cambio di regime” (2015). Questo testo sarà incluso nel prossimo libro sulla teoria della guerra ibrida.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica dei Balcani: Cina e Serbia espandono la cooperazione strategica ed economica

Zivadin Jovanovic, Global Research, 26 maggio 2016Bookfair_InSerbia-0036Serbia e Cina coltivano una lunga amicizia e fiducia reciproca basata sulla cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Attualmente, quando certi Paesi europei, americani e altri competono per la cooperazione cinese, la Serbia ha già capacità e base per rafforzare la cooperazione con la seconda potenza economica nel mondo e migliorare le mutue relazioni a livello strategico. In realtà, questo è esattamente ciò che la Serbia fa. L’imminente visita del Presidente cinese Xi Jinping e l’attesa firma di un accordo generale sulla relazione strategica certamente accelererà la cooperazione in tutti i campi.
Cina e Serbia si percepiscono stabili e soldi partner affidabili. La Serbia, anche se dall’economia relativamente piccola, ha notevole capacità di sviluppo futuro, in particolare nelle infrastrutture, energia e produzione alimentare. Inoltre, la Serbia occupa una posizione geopolitica favorevole essendo allo stesso tempo nel Sud Europa, Europa centrale e Paese danubiano, crocevia di diverse regioni e persino continenti; la Serbia è porta e ponte per altre destinazioni della cooperazione economica con l’Europa. Non è una semplice coincidenza che nel dicembre del 2014 Belgrado abbia ospitato il vertice del gruppo “Cina + 16” comprendente i Paesi dell’Europa centrale e del sud-est che partecipano congiuntamente all’attuazione del mega-progetto “Via e Cintura”, meglio noto come Nuova Via della Seta del 21° secolo. Finora la Cina ha stanziato 13 miliardi di dollari per progetti in questi Paesi, di cui 1,5 miliardi per la Serbia. Le imprese cinesi hanno già costruito il ponte “Mihailo Pupin”sul fiume Danubio, a Belgrado, oltre a 21 km di autostrada d’ingresso. I piani per la costruzione del secondo ponte sul Danubio, nei pressi di Vinca, lungo il X Corridoio europeo, e per un ponte sul fiume Sava, vicino ad Obrenovac, sono in fase avanzata. La Chinese Hessteel Co., secondo maggiore produttore di acciaio al mondo, ha recentemente acquistato l’acciaieria Smederevo che impiega 5050 lavoratori ed ha un porto sul Danubio e una fabbrica di stagno a Shabac (sul fiume Sava). È stato raggiunto un ulteriore accordo con i partner cinesi per costruire la centrale termoelettrica “Kosotolac-B”. Questo progetto prevede anche la costruzione di un altro porto sul Danubio e una sezione di 18 km di ferrovia per trasportare le attrezzature necessarie. Pertanto, in termini economici, le aziende cinesi si sono già insediate nel Danubio aumentando così il peso di queste acque interne presso lo strategico VII Corridoio europeo.
Il partenariato tripartito Serbia, Ungheria e Cina ha avviato la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega Belgrado e Budapest. Il progetto è solo una parte delle ferrovie strategiche del X Corridoio dai porti mediterranei di Pireo e Salonicco, in Grecia, a Macedonia, Serbia, Ungheria e Paesi dell’Europa centrale e del nord fino al Mar Baltico. Prendendo in considerazione i piani d’impegno cinese nella modernizzazione delle linee dei trasporti che collegano Belgrado e il porto di Bar (Adriatico, Montenegro), l’interesse delle compagnie cinesi nella privatizzazione di numerose aziende serbe, e quindi potenzialità e prospettive della cooperazione economica tra i due Paesi, diventa molto più chiara. Sembra che l’importanza del rapido aumento della cooperazione economica con la Cina vada oltre il sostanziale input della crescita del PIL e dell’occupazione, anche se sono parametri molto significativi. A condizione che l’attuale tendenza continui, e non c’è motivo di aspettarsi altrimenti, influenzerebbe seriamente i piani degli interessi economici della Serbia a livello internazionale, orientandoli su una posizione più equilibrata. Negli ultimi anni l’Unione europea era occupata a trattare con se stessa, soffrendo grave crisi di sistema, avanzata di nazionalismo e particolarismo, stagnazione tecnologica ed economica, crisi dell’eurozona, deflusso di capitali, migranti, “Brexit” ed altre “uscite”, ed “incoraggiamenti” transatlantici per aumentare la spesa militare (troncati al vertice G7 di Hannover). Gli Stati Uniti si preoccupano d’intimidire gli alleati utilizzando una volta il “pericolo” russo, un’altra volta cinese. La Russia affronta il declino dei prezzi del petrolio, con la necessità di modernizzare la struttura economica e alleviare le conseguenze delle sanzioni degli Stati Uniti attuate dai “partner europei”, costringendola a spendere di più per la difesa. Il mondo testimonia l’allargamento drammatico della divisione tra masse di poveri e una manciata di estremamente ricchi, con povertà, disoccupazione e miseria che dominano il mondo. La Cina tende una mano amichevole offrendo collaborazione, connessione, innovazione e mutuo vantaggio in tutti i quattro angoli del mondo. Ogni tanto, ci si chiede perché l’occidente senta la necessità di lamentarsi pubblicamente sul “rallentamento della crescita economica cinese” che apparentemente cade dal 9% all’attuale ‘mero’ 7,5%! Chi in realtà fa meglio in tale prolungata crisi economica globale?2013112685446631734_20Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora