La fine della Merkel è vicina

Tom Luongo, 20 novembre 2017Questo è un titolo che aspettavo di scrivere da sei anni. La cancelliera tedesca Angela Merkel non può mettere insieme una coalizione. È il risultato di un’elezione che ha visto l’ascesa della populista Alternative for Germany (AfD) e la caduta dei socialdemocratici, guidati dal guappo di Soros Martin Schultz. Ora i Liberaldemocratici (FDP) guidati da Christian Lidner, capiscono quanto sia forte la loro posizione. Non devono fare un cattivo affare con Merkel per avere il posto a tavola solo per doverla condividere con i Verdi ideologicamente opposti. Possono forzare un nuovo voto, vedere al rialzo e insieme ad AfD chiedere una fetta molto più grande della torta. Ma infine, se il partito di coalizione CDU/CSU della Merkel dovesse restare, e non c’è alcuna garanzia, dovrà rinunciare alla Merkel se vuole sopravvivere elettoralmente. Comunque, la CSU guidata dal governatore bavarese Horst Seehofer potrebbe staccarsi dalla CDU rendendo impossibile qualsiasi coalizione senza un nuovo voto.

L’ultima battaglia del Merkelismo
L’unica cosa in cui l’articolo del Washington Post ha ragione è che la decisione ora spetta al presidente Frank-Walter Steinmeyer. Descrive tre scenari, alcuno dei quali ovvio, un nuovo voto. Ma è un anatema per lo Stato profondo su entrambe le sponde dell’Atlantico, quindi va ignorato dal Post. Un nuovo voto, tuttavia, è ciò che è probabilmente sul tavolo. Le potenze in Europa l’impediranno il più a lungo possibile e cercheranno di trascinarla al Bundestag nella speranza che Merkel possa formare un governo di minoranza. Ma, francamente, non vedo perché qualcuno lo vorrebbe, oltre a bloccare l’accesso al potere all’AfD. Con un governo di minoranza il blocco elettorale AfD di quasi 100 seggi è nella posizione assai forte per siglare accordi con gli altri partiti, che pubblicamente affermano che non vi collaboreranno mai. Quindi, la realtà di un nuovo voto è alta. E ciò significa vantaggi per i cosiddetti partiti conservatori CSU, FDP e AfD. Lo scenario da incubo per tutti è l’avanzata dell’AfD oltre il 15% in qualsiasi nuovo voto. Staccando il 6,8% della CSU, la CDU della Merkel ha ottenuto solo il 26,8% dei voti a settembre. Mettere insieme un governo non migliorerà la posizione della CDU. Mentre FDP, CSU e AfD ci guadagnano garantendo che il Merkelismo sia completamente respinto. I socialdemocratici si sono tagliati la gola, prima entrando nella grande coalizione con la Merkel dopo le ultime elezioni e dopo candidando Schultz come ovvia mossa del cavallo della Merkel. Non si può sottolineare abbastanza che Schultz viene ritenuto l’oppositore candidato contro la Merkel solo per perdere, come McCain e Romney negli Stati Uniti. Il suo compito era incanalare i voti per la Merkel dai socialdemocratici. Ma non ha funzionato. Ciò che è successo è il completo collasso del sostegno alla Merkel, un mutamento della mentalità tedesca. Questo è l’opposto di ciò che volevano Merkel e Schultz. Sono euristi innanzitutto. E mentre il sentimento per l’UE in Germania è ancora favorevole, non lo è a scapito dei valori tedeschi, e francamente, delle donne tedesche.

Le divisioni sull’immigrazione si approfondiscono
La radicale adesione della Merkel all’ideologia dei confini aperti di Soros le costerà la cancelleria. Getterà inoltre l’UE in un vero e proprio tumulto mentre il suo capo viene deposto da un elettorato tedesco che non è più totalmente dedito al suicidio culturale come penitenza per l’Olocausto. Questo lascia il toy-boy francese Emmanuel Macron alla guida dell’UE nel momento in cui è necessaria una forte leadership per gestire la nascente crisi del sistema bancario. Esitavo nel definire la fine dell’UE, in quanto è attualmente prevista tra un paio d’anni. L’ascesa dei movimenti populisti in Europa è stata lenta ma costante. Nonostante sia riuscito a vincere Macron in Francia, la populista del Front Nationale Marine Le Pen ha battuto i principali partiti francesi. Mentre possiamo ancora definire lo scenario “Incontra il nuovo boss, lo stesso vecchio boss” in Francia e Germania, l’ondata populista in Europa non ha ancora raggiunto il picco. La fine del Merkelismo ne è il risultato naturale. Era da sempre una posizione politica senza uscita. Un’Europa federata secondo i termini della Germania non sarebbe mai stata stabile oltre la generazione che l’ha venduta. E’ stata costruita sulla base della divisione, riversando le ricchezze del continente ai tedeschi a scapito di tutti gli altri. Come delineavo in questo articolo ad ottobre: “Finora la Germania ha utilizzato l’Europa meridionale come discarica, scambiando il debito sovrano italiano e portoghese con le BMW. Ma questo schema ha raggiunto il limite e fa a pezzi l’Unione europea. La Germania non vuole fermare l’accordo e non vuole pagare la sua “giusta parte” dell’onere per la risoluzione, cioè ridurre il debito di ciò che considera Paesi “Club Med”. I politici tedeschi come Merkel sfruttano cinicamente questo cinismo per vantaggi politici ma, ora che s’è raggiunto il limite del debito, si smaschera per nient’altro che portavoce della politica dello Stato profondo statunitense, non da leader della Germania”.

L’UE non sopravviverà alla Merkel
Ed è qui che andiamo sull’Europa. Una volta che la Merkel se ne sarà andata, inizierà lo smantellamento dell’attuale versione del progetto europeo. Macron è l’elite del Piano-B, un naif facilmente influenzato che promuoverà qualsiasi sciocchezza pazzoide vogliano. Questo significa:
– Un esercito dell’UE per soggiogare gli Stati separatisti.
– Nuove regole bancarie che assicurino che i depositanti vengano spazzati via dalla prossima crisi finanziaria .
– Più pressione legale e politica sugli Stati dell’Europa orientale come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca che respingono con tutto il cuore il Merkelismo.
– Turbolenze politiche in Italia e Spagna che vedranno l’apertura a una maggiore autonomia dato che il messaggio di Bruxelles sarà meno volto al salvataggio delle banche tedesche dal contagio.
La Merkel stava tenendo tutto questo insieme, ma i risultati delle elezioni rendono impossibile continuare. La sua eredità sarà un’Europa divisa lungo vecchie linee tribali, esattamente l’obiettivo opposto dell’UE. Soros e il resto delle élite del mondo unificato cercheranno di usare il caos per forgiare una nuova identità europea, un’Europa più forte. Ma non contateci. Theresa May regge meglio del previsto ai colloqui sulla Brexit. L’amministrazione Trump riesce a cavarsela internamente e ciò significa porre fine a John McCain come presidente via Senato. Una volta che Trump avrà una vera maggioranza e l’opposizione nel GOP debitamente neutralizzata, sosterrà la resistenza contro i resti del Merkelismo. Perciò va osservato attentamente l’assalto ai pilastri del Merkelismo. L’uscita della “Lista di Soros”, i parlamentari sotto suo controllo, è significativa. Lo è anche l’abbandono dei Clinton da parte dei democratici di ogni forma e dimensione. La perdita di fiducia diplomatica e, cosa più importante, del rispetto degli Stati Uniti da parte degli alleati su ciò che riguarda la Siria, come avevo già sottolineato, vi giocherà pure. E una volta che il nuovo voto confermerà la tendenza contro il Merkelismo in Germania, avremo chiarezza su come sarà la prossima fase di questa storia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Brexit e il cavallo di Troia dell’UE

Rodney Atkinson, Freenations 12 novembre 2017

14000 tedeschi, francesi ed italiani hanno chiesto la cittadinanza inglese a fine giugno 2017, rispetto ai 4500 nel giugno 2015. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo che si svela “un focolaio di molestie sessuali” o leggono delle nuove manovre di guerra dell’esercito tedesco prevedono la dissoluzione dell’Unione europea con “altri Stati che lasciano il blocco”.Le buone notizie della Brexit
Le notizie economiche della Brexit rimangono eccellenti. La disoccupazione è diminuita di 52000 unità nei tre mesi prima di agosto. Il tasso di disoccupazione del 4,3% rimane il più basso da decenni! L’attività nei servizi (pari a due terzi dell’economia) è salita a 55,6 ad ottobre partendo da 53,6 di settembre, dove qualcosa in più di 50 significa crescita. L’indice di produzione a ottobre è salito a 56,3 da 56 di settembre, quindicesimo mese consecutivo di espansione. Più del 50% dei produttori ha dichiarato di prevedere una produzione più alta quest’anno. La produzione industriale del Regno Unito è cresciuta al ritmo più veloce fino a settembre, secondo i dati ufficiali, con una crescita del 0,7% rispetto al mese precedente. È cresciuta per sei mesi consecutivi, un’attività realizzatasi 23 anni fa. La City di Londra rimane, come mostrato in un recente articolo, il principale centro finanziario mondiale. Da alcuna parte l’UE vi si avvicina. Se c’è una minaccia dallo scenario “niente accordo”, riguarda l’UE. La Banca d’Inghilterra (continuando con Mark Carney a giocare il gioco politico del “piano della paura”) recentemente suggeriva che 75000 posti di lavoro potrebbero lasciare Londra in caso di “niente accordo” sulla Brexit. Ma il 60% delle istituzioni finanziarie dell’UE passa dal Regno Unito rispetto al contrario. Quindi, in caso di mancato accordo, con entrambe le parti che cercano di accedere al mercato altrui spostando posti di lavoro da una giurisdizione all’altra, il risultato netto sarà un grande guadagno di posti di lavoro per Londra. Ma, naturalmente, ciò non viene riportato dalla BBC, è una verità “indesiderata”! È emerso inoltre che le banche inglesi fanno prestiti equivalenti al 9 per cento dell’economia dell’UE, per cui qualsiasi restrizione alla City sarebbe un suicidio per l’UE! Nelle assicurazioni, Londra è il quarto mercato mondiale e nel mercato dell'”insurtech” ad alto valore, in cui vengono sviluppati modelli assicurativi innovativi, il Regno Unito è secondo solo agli Stati Uniti. Nel caso delle flottazioni aziendali (offerte pubbliche iniziali come sono oggi chiamate), Londra è molto più avanti rispetto alla concorrenza europea. Nel 2017, i valori delle flottazioni a Londra è stato pari a 7,2 miliardi di dollari, secondo era un altro non aderente all’UE, la Svizzera, con 5 miliardi, Francoforte aveva solo 2,2 miliardi. Nel frattempo il segretario al Commercio statunitense Wilbur Ross salutava la prospettiva di un accordo commerciale cogli Stati Uniti, sottolineando il già “enorme traffico” tra Stati Uniti e Regno Unito e accusava l’UE di “protezionismo estremo”. Infatti sappiamo da anni (ma i media inglesi non lo dicono) che il peggior commerciante al mondo è l’Unione europea. L’UE è accusata di aver violato le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio più di qualsiasi altro Stato.

Restano arroganza, ignoranza e snobismo
Il deputato laburista Barry Sheerman causava un flame sui social media sostenendo che “la gente più istruita ha votato per rimanere“. Riflettendo la moglie giudice e di sinistra che citammo dopo il voto per la Brexit, che affermò che il futuro dei suoi figli era stato compromesso dalla “spazzatura operaia del nord“. E mi accorgo che quel burlone perenne di Richard Branson aveva detto che il Regno Unito rientrerà nell’UE “dopo che i vecchi elettori saranno morti“. Come al solito, il “bimbo dalle attenzioni speciali” Branson (“c’erano alcuni argomenti di cui non so proprio nulla, intendo (inintelligibile) la matematica, per anni non sono riuscito a risolvere la differenza tra lordo e netto“) mostra un’ignoranza straordinaria. Un recente sondaggio ha mostrato che ben il 74% del pubblico concorda sul fatto che “alcun accordo è meglio di un pessimo accordo” e tra i 18 e i 34 anni la percentuale arriva al 75%. I sondaggisti dell’Opinium hanno scoperto che il 37% sostiene il “niente accordo” con solo il 25% che sostiene un periodo di transizione nel mercato unico e solo il 23% che ancora pensa che la Brexit vada abbandonata.

Il cavallo di Troia dell’UE, sfruttamento imperialista di 3 milioni di cittadini dell’UE nel Regno Unito
Come molti di noi pensavano possa accadere, i tentativi di May di prendere tempo hanno portato solo a maggiori pretese dall’UE prima d’iniziare i negoziati commerciali. Ogni volta che May menziona una cifra più elevata, viene smentita da Bruxelles come insufficiente. Presto anche gli ingenui vedranno che “abbastanza non basta mai per l’UE” ma “basta è abbastanza” per noi. In realtà non possiamo ritardare la liberazione da tale sistema protezionistico, intrusivo e corporativo-fascista dell’UE. I studiati ritardi dell’UE, incoraggiati dal governo francese, tentano di prolungare la vecchia certezza affaristica che le grandi aziende lascino il Regno Unito, sperando vadano a Parigi. Il negoziatore dell’UE Michel Barnier affermava al giornale Les Echos che la seconda fase dei colloqui “sarà molto difficile e durerà anni“. Il futuro rapporto commerciale tra UK e UE è “la cosa più importante”, perciò l’UE ha bloccato i negoziati commerciali per così tanto tempo? La portata degli atteggiamenti imperialisti della classe politica dell’UE (come dimostrano Barnier e Guy Verhofstadt, negoziatore eurofanatico anti-inglese del Parlamento europeo) è chiaro nello sfruttamento dei 3 milioni di cittadini dell’UE fuggiti nel Regno Unito per sottrarsi alla disoccupazione di massa nell’UE, ampliando i lavoratori che vivono a Londra, per richiederne uno status speciale proiettando il potere della Corte europea anche dopo la Brexit; questi “cittadini” vengono sfruttati come cavallo di Troia imperialista.

Il commercio per l’UE è una questione di “vittoria o morte”
Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, di solito tra i più affabili funzionari dell’UE, ha tradito una mentalità “da somma zero, dominio e fortezza Europa” dell’Unione europea, dicendo che la Brexit è stato il “test di stress più duro dell’Unione europea, e quindi va mantenuta la nostra unità indipendentemente dalla direzione dei colloqui. Se non ci riusciamo, i negoziati si concluderanno con la nostra sconfitta”. Solo chi cerca il confronto e la “sconfitta” dell’altro considera i negoziati su commercio e cooperazione una battaglia in cui una parte deve “perdere”. Nella fortezza imperial-corporativa Europa “gli stranieri” non sono amici, ma nemici. Il potere è la chiave, non democrazia o volontà internazionale o libero scambio. Come disse Helmut Kohl “Possiamo avere ragione in politica e in guerra“. La Gran Bretagna per decenni fu azionista per il 16% e “beneficiaria” dei prestiti della Banca europea per gli investimenti. Infatti i prestiti valgono poco poiché confezionati nelle diverse valute e ogni mutuatario inglese deve pagare di più per coprire il rischio del cambio, e sempre legati al commercio e ai governi del “progetto europeo”. Alexander Stubb, vicepresidente della banca, affermava che il Regno Unito dovrà attendere il 2054 per riavere indietro gli investimenti. Il valore del capitale inglese presso la banca è circa 8,9 miliardi di sterline. Uscendo dall’UE, naturalmente desideriamo vendere tale quota ad altri investitori. Questo sembra ciò che l’UE vuole bloccare. Quando l’UE afferma che abbiamo ancora delle responsabilità, ci chiede di pagare prima di andarcene. E quando abbiamo un patrimonio come l’EIV, ci chiedono di aspettare 40 anni.

Sempre più europei abbandonano l’UE

Questi continui attacchi dall’UE non incoraggiano le persone a lasciare il Regno Unito. Piuttosto è il contrario. Infatti, nel massimo impegno che la gente può rivolgere al Regno Unito, richiederne la cittadinanza, c’è stata una corsa dei “cittadini” dell’UE. 14000 tedeschi, francesi e italiani hanno richiesto la cittadinanza inglese nell’anno precedente fine giugno 2017 rispetto ai 4500 al giugno 2015, mentre le domande da Polonia, Lettonia e Lituania sono aumentate da 6000 nel giugno 2015 a 9900 nel giugno 2017. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo rivelatosi “un focolaio di molestie sessuali” o forse hanno letto delle nuove manovre dell’esercito tedesco, in cui uno degli scenari è la rottura dell’Unione Europa con “più Stati che lasciano il blocco”. Un vero scenario realistico!Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il mito della democrazia europea: una rivelazione sconvolgente

Alex Gorka, SCF 05.11.2017

È un segreto noto che la rete di “Soros” abbia ampia influenza sul Parlamento europeo e altre istituzioni dell’Unione europea. L’elenco di Soros è stato reso pubblico recentemente. Il documento elenca 226 parlamentari europei di tutto lo spettro politico, tra cui l’ex-presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, l’ex-presidente belga Guy Verhofstadt, sette vicepresidenti e numerosi commissari, coordinatori e questori. Costoro promuovono le idee di Soros, come ad esempio far entrare più migranti, matrimoni omosessuali, integrazione dell’Ucraina nell’UE e contrastare la Russia. Vi sono 751 membri nel Parlamento europeo. Significa che gli amici di Soros hanno più di un terzo dei seggi. George Soros, investitore ungaro-statunitense fondatore e proprietario dell’ONG Open Sociaty Foundation, incontrava il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker “senza alcuna agenda trasparente in una riunione a porte chiuse” e sottolineava come le proposte dell’UE per ridistribuire quote di migranti nell’UE siano simili ai programmi autoprodotti da Soros per affrontare la crisi. Il finanziere miliardario ritiene che l’Unione europea debba ricevere milioni di immigrati da Medio Oriente ed Africa settentrionale, fornire a ciascuno di essi 15000 euro di aiuti all’anno e posizionarli negli Stati membri dove non vogliono andare e non sono benvenuti. Il Primo ministro ungherese Viktor Orbán accusava l’UE di “prendere ordini” da Soros, ritenendo che il miliardario dai confini aperti sia dietro gli attacchi all’Ungheria. Il motivo è il tentativo del governo d’intraprendere un’azione legale con una nuova legge che richiede che le organizzazioni della società civile sostenute da stranieri, molte finanziate da Soros, elenchino i grandi donatori esteri su un registro pubblico e siano trasparenti sulle fonti di finanziamento nelle loro pubblicazioni. Il governo ungherese tenta di chiudere l’Università dell’Europa Centrale di Budapest, fondata da Soros. “L’Unione europea è in difficoltà perché i suoi capi e burocrati adottano decisioni come queste“, dichiarava Orbán. “La gente appoggia l’ideale dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, non ne sopporta la leadership, perché insulta gli Stati membri con cose del genere e abusa del proprio potere. Tutti in Europa lo vedono, ecco perché la leadership europea non è rispettata”.
Il gruppo di Visegrad cerca di opporsi alla pressione dell’UE sulla politica degli immigrati. La Commissione europea per la migrazione e gli affari interni propone un nuovo disegno di legge per rendere obbligatori i contingenti di migranti. Almeno 30 supporter di Soros lavorano nella commissione. Molti elencati nel documento sono noti per gli attacchi alla Russia. Per esempio, Rebecca Harms, deputata del Partito verde tedesco, chiede regolarmente al Parlamento europeo di rafforzare le sanzioni contro Mosca. Guy Verhofstadt accusa la Russia di ogni cosa che va male in Europa. Il suo articolo Mettere Putin a suo posto ha fatto casino l’anno scorso. Nel 2012, l’ex-premier croato Tonino Picula, a capo di una missione di osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), denigrava le elezioni presidenziali russe del 2012 come ingiuste, dicendo che erano “sprofondate” a favore di Vladimir Putin. L’elenco di Soros pone la domanda di come le politiche dell’UE contrastino cogli interessi degli europei. La risposta è la corruzione. I politici corrotti da Soros ballano sulle sue note. Lottano contro i tentativi dei leader nazionali di proteggere gli interessi dei propri popoli. Spesso chi si oppone a tale politica deve affrontare la resistenza delle élite politiche dei propri Paesi. Lo scontro tra Orbán e la rete Soros è un buon esempio che ne illustra il funzionamento. Il Parlamento europeo influenzato dagli amici di Soros spinge l’Europa a suicidarsi lasciando entrare milioni di migranti. Ciò dimostra che la democrazia europea europea è una facciata che nasconde le attività di un potere feudale col signorotto locale che detiene le redini. Difficilmente si può chiamare potere del popolo. La pubblicazione dell’elenco di Soros fornisce un indizio per capire chi governa l’UE e chi istiga sentimenti russofobi in Europa. In realtà, accade quando Paesi membri dell’UE come l’Ungheria sono assieme alla Russia quando si oppongono alle stesse forze statunitensi, pur proteggendo sovranità ed indipendenza. È il momento per gli europei di pensare a mutare sistema eliminando la pressione esterna.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Euro-regioni e indipendenza neo-globalista: farsa catalana… a Bruxelles!

Frexit TV 30 ottobre 2017

Se non ci fossero centinaia di feriti e minacce di povertà, caos e guerra civile riflettersi in filigrana su tale questione esplosiva, rideremmo della grande farsa catalana in salsa spagnola! Ed hop, appena proclamata l’indipendenza, ecco il buffone Puigdemont prendere cricca e claque per esiliarsi virtualmente a Bruxelles mentre il procuratore spagnolo chiede di processarlo, per l’accusa di sedizione che lo porterebbe in prigione per 25 anni!!
Comunque, i suoi fratelli della “Catalogna del Nord” (comprendente i Pirenei orientali francesi) gli avevano riservato un bel posticino, a due passi dal confine… catalano. Ma all’improvviso, non c’è più ovviamente tale “possibilità”; l’Europa di Bruxelles, uscita dalla porta d’ingresso, rifiutandosi di pronunciarsi su un “affare interno” della Spagna, visto lo spirito comico a cui nessuno ha creduto per un attimo, ora rientra dalla finestra poiché dovrà esprimersi sul diritto di asilo tra Paesi europei, un diritto in realtà inesistente nei trattati dell’Unione europea…
Allungando questa pantomima generale, Puigdemont ha deciso di partecipare al referendum del 21 dicembre previsto dai suoi avversari, anche se organizzato, secondo il punto di vista indipendentista, da un Paese terzo se non nemico: la Spagna!
Quanto sprofonderanno Catalogna, Spagna ed Europa in tale travolgente e sconfortante mascherata? Nessuno lo sa fintanto tale questione viene totalmente manipolata da poteri occulti che appaiono totalmente sconnessi dalla realtà. Ma ciò che appare certo è che prima del caos finale, il grande qualcosa dovrebbe ancora avere i suoi momenti!La Cina sostiene l’unità della Spagna
Xinhua 30/10/2017

La Cina esprimeva sostegno allo sforzo del governo spagnolo per mantenere l’unità nazionale dopo che il parlamento catalano dichiarava l’indipendenza. Poco dopo l’annuncio del parlamento catalano, il premier spagnolo Mariano Rajoy dimissionava il capo catalano Carles Puigdemont e il suo governo e annunciava nuove elezioni regionali per il 21 dicembre. Il senato spagnolo approvava l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sospende l’autonomia della Catalogna e controlla le principali istituzioni catalane da Madrid. “La posizione della Cina su questo tema è coerente e chiara: la Cina lo considera un affare interno della Spagna e comprende e sostiene lo sforzo del governo spagnolo nel mantenere l’unità nazionale, la solidarietà etnica e l’integrità territoriale“, dichiarava il portavoce del Ministero degli Esteri Hua Chunying commentando la periodica conferenza stampa a Pechino. “La Cina è contraria a sconvolgere il Paese e violarne lo stato di diritto, e ritiene che la Spagna possa proteggere l’ordine sociale e i diritti dei cittadini nel quadro giuridico e istituzionale“, dichiarava Hua. La Cina ha sviluppato una cooperazione amichevole con la Spagna in vari settori secondo i principi del rispetto dell’integrità sovrana e territoriale e di non interferenza negli affari interni, concludeva il portavoce.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Qatar: è il momento delle confessioni…

Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 28 ottobre 2017Non fu che nell’aprile del 2016 che si sentì l’ex-primo ministro del Qatar, Shayq Hamad bin Jasam o “HBJ”, affermare in un’intervista a Rula Qalaf del Financial Times [1]: “Voglio dire qualcosa per la prima volta… Quando iniziammo ad impegnarci in Siria nel 2012, ricevemmo via libera col Qatar alla guida (delle operazioni), perché l’Arabia Saudita non voleva farlo. Poi ci fu un cambio politico e Riyadh non ci disse che ci voleva retrocedere. Inoltre, ci ritrovammo concorrenti e non era un bene“. Sulla Libia è vergognoso che HBJ riassumesse l’aggressione omicida degli alleati con tale odiosa metafora: “C’erano troppi cuochi, il piatto si rovinò“! Ciò che HBJ non disse è che il via libera statunitense-sionista passò col rosso perché le turpitudini del Qatar commesse in Siria, in stretta collaborazione con la Turchia e una fazione di Hamas attraverso al-Qaida e Fratellanza musulmana, non riuscirono a distruggere lo Stato siriano in pochi mesi come previsto. Ci torneremo…
Il 25 ottobre 2017 riservò le sue confidenze alla televisione ufficiale del Qatar “Masrah TV”. Intervista di 110 minuti su Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn; relazioni con Iran, Israele, Fratellanza musulmana; sostegno alle cosiddette rivoluzioni arabe, ecc. Intervista ritenuta “di grande importanza” dalla rete qatariota che riepiloga le sue dichiarazioni in queste poche righe:
– Deploro profondamente la creazione della rete televisiva “al-Jazeera”.
– Contattai gli sciiti del Bahrayn per una “riconciliazione”. Il problema fu risolto con la forza. Sono contrario a tale tendenza.
– Informammo re Abdullah dei nostri contatti con Gheddafi e delle sue cattive intenzioni verso l’Arabia Saudita.
– Ogni capitale degli Stati del Golfo deve avere un ruolo specifico al di fuori di qualsiasi confronto, l’Arabia Saudita è la sorella maggiore che deve proteggerci in quanto piccolo Paese.
– Con questa crisi, abbiamo dato spettacolo in tutto il mondo, mentre i nostri popoli che vivevano in armonia cominciano a litigare e ad insultarsi.
– Tutti vanno negli Stati Uniti, dando dati veri e falsi sui rispettivi Stati, informazioni che saranno uno di questi giorni usate contro tutti noi danneggiandoci”.
Sarebbe tedioso tornare su ciascuno di tali punti e molti altri omessi dalla lista, come ad esempio:
– Per ammissione del generale Petraeus degli Stati Uniti, l’ufficio dei taliban a Doha fu aperto su richiesta ufficiale degli Stati Uniti, per usarlo come “hub” dei negoziati per il recupero dei prigionieri. Nel 2003, dopo la demolizione del Grande Buddha, gli rifiutammo l'”ambasciata” nonostante la pressione degli Stati Uniti, dicendo che l’avremmo concesso a uno Stato riconosciuto a livello internazionale.
– Partecipammo alla guerra allo Yemen senza saperne la ragione. I sauditi ce lo chiesero e accettammo.
– Quando l’ambasciata saudita fu attaccata in Iran, ritirammo l’ambasciatore, mentre avevamo eccellenti relazioni con l’Iran, rispettandone intelligenza e diplomazia e siamo partner presso l’enorme giacimento di gas che condividiamo.
– Negli ultimi anni interrompemmo i rapporti con l’Iraq perché la politica saudita lo pretese. Ma adesso li abbiamo restaurati senza neppure dirlo al GCC! Restaurazione che approvo e che avrebbe dovuto essere fatta molto prima.
– Non abbiamo particolarmente sostenuto la Fratellanza musulmana. Avevamo solo relazioni interstatali quando Mursi era al potere in Egitto.
– Sulla registrazione delle conversazioni con Gheddafi sul cambio di regime in Arabia Saudita, HBJ è costretto ad ammettere che sono autentiche. Ma “nonostante il rispetto dovuto a una morte di cui non va detto che il bene”, l’accusò di aver defraudato gli EAU vendendogli una raffineria che non esisteva e di aver estorto il Qatar, senza dire altro.
– Su Israele, tutti sanno che: “Il suo reddito nazionale supera quello di qualsiasi Paese arabo, mentre non ha petrolio (!?)… ha cervello e quattro milioni di persone, di cui tre dalla doppia nazionalità, il che significa che possono emigrare ma rimangono perché hanno un obiettivo che cercano di raggiungere. Noi tutti ne cerchiamo l’amicizia e li temiamo. Chi di noi ancora parla della questione palestinese?… Parliamo solo delle modalità della normalizzazione… Conosco bene gli israeliani. Ho lavorato con loro e fui insultato per questo. Ma il nostro obiettivo era la pace… che la questione palestinese si sistemasse pacificamente a Gaza e Cisgiordania… Ora so che molti leader regionali trattano con loro e che molti incontri avvengono, alcuni nel Mar Rosso. Ma so anche che sono destinati al fallimento…
HBJ si chiede se, nonostante tale buona fede e precaria fedeltà, il comportamento dei suoi fratelli assedianti (Arabia Saudita, EAU, Bahrayn e Egitto) non rifletta la volontà d’imporre un cambio nella politica regionale. Una politica che il Qatar probabilmente approverebbe, a condizione che esista, sia chiaramente pianificata, associandosi o permettendogli di potervi aderire. Soprattutto dato che il Qatar gli ha dimostrato magnanimità: “I quattro fratelli avevano riconosciuto il cambio di regime avutosi in Qatar nel 1996… anche se non avevamo bisogno del loro sostegno perché era una decisione del nostro popolo [sic] e mentre sapevamo del complotto contro di noi, partecipammo al vertice di Muscat [2] l’anno prima… All’epoca, i militari di questi Stati assedianti che parteciparono al complotto furono catturati a Doha… Più tardi, re Abdullah chiese di liberarli e di voltare pagina. Sua altezza, il padre del principe attuale, rispose alla richiesta… cioè anche quando la tensione raggiunse il parossismo, mantenemmo un minimo di rispetto reciproco… Non toccammo i simboli e il tono non raggiunse mai il livello attuale...”
Non toccarono i simboli! A sentirlo, il Qatar ha solo cacciato in Siria, cucinato in Libia e salvato il popolo di Gaza dalle grinfie terrificanti d’Israele. E se ha perso la preda, non va dimenticato che non è l’unico colpevole e che i fratelli assedianti furono più che complici. In ogni caso, questo è ciò che pensiamo del suo discorso sulla Siria che riserviamo alla fine. Un discorso che non ci dice nulla che non sapevamo già, ma chi meglio del criminale conosce i dettagli del delitto? Anche se non racconta tutta la verità: “Non appena le cose iniziarono in Siria, andai in Arabia Saudita su richiesta del padre di sua altezza. Conobbi re Abdullah, Dio gli conceda la misericordia. Mi disse: “Siamo con voi, andate avanti e ci coordiniamo, ma avrete la responsabilità nelle vostre mani”. Ecco cosa facemmo. Non voglio entrare nei dettagli… Abbiamo prove complete su tale argomento. Tutto passava dalla Turchia, tutto fu fatto in coordinamento con le forze statunitensi, i turchi, noi stessi e i nostri fratelli sauditi. Tutti erano presenti coi loro militari. Errori potrebbero essere stati compiuti in alcuni dettagli dell’aiuto, ma non con lo SIIL. Là si esagera! Ci può essere stata una relazione con Jabhat al-Nusra. È possibile. Per Dio, non lo so! Tuttavia, se fosse così posso dire che non appena fu decretato che Jabhat al-Nusra era inaccettabile, non fu più sostenuto e gli sforzi si concentrarono sulla liberazione della Siria… (qui) combattiamo per la preda… la preda è scomparsa… e ancora combattiamo per questa! E ora si hann uccisioni in Siria e Bashar è ancora là… Ora dite che Bashar può rimanere. Non siamo contrari. Non dobbiamo vendicarci di Bashar. Era nostro amico. Ma eravate con noi nella stessa trincea. Avete cambiato idea. Ditecelo!Fonte:
TV ufficiale del Qatar/ al-Haqiqa Show: “La verità”

Note:
[1] La confessione di Shayq Hamad, soprannominato HBJ, sulla Libia
[2] Il Qatar rifiuta la tutela di Riyadh sulla regione del Golfo

Traduzione di Alessandro Lattanzio