Posture, svolte e interessi

Chroniques du Grand Jeu 3 luglio 2017

Nel rapporto lungo e travagliato tra occidente e la Russia, una delle poche soddisfazioni dell’impero USA negli ultimi quindici è stato dividere (parzialmente) il continente eurasiatico. Il culmine, ma anche canto del cigno, si ebbe con la tripletta Obama-Cameron-fiammante Merkel che docilmente seguiva un movimento irenico. Da allora ci sono stai Brexit e Trump, gettando l’impero del Bene nella totale confusione. A una posizione definita tra due blocchi si passava al disordine con inversioni, separazioni o riavvicinamenti relativi. Rimasti senza padrone, le euronullità continuano di slancio le sanzioni contro Mosca, rinnovandole ogni sei mesi. I russi rispondono; Putin firma un decreto che estende le controsanzioni al 31 dicembre 2018 (alcuna mollezza dall’orso, diciotto mesi alla volta!) Quando si sa quanto male facciano le misure di ritorsione all’economia europea, lo si capisce dalla stampituta rimasta completamente in silenzio sull’argomento…
Eppure tutto ciò non impedisce che le relazioni bilaterali siano abbastanza coerenti. Si è già visto che il jupiterinho dell’Eliseo ha sorpreso il suo mondo sostenendo il riavvicinamento con la Russia. Uno dei motivi per cui ne abbiamo accennato fu: “Altro motivo di disgelo: i russi, la cui alleanza energetica con Teheran, è ben nota, potrà aprire le porte dell’Iran alla Total, in particolare agevolando la conclusione dell’accordo su un blocco del giacimento di gas gigante South Pars. Quest’ultimo, uno dei più grandi campi d’oro blu del mondo, è tra le acque territoriali di Qatar e Iran”. Bingo, l’accordo è stato firmato oggi: “Il gruppo francese Total, alla testa di un consorzio internazionale con la CNPCI cinese, ha firmato un accordo da 4,8 miliardi di dollari con Teheran, nonostante le pressioni di Washington, che prende in considerazione nuove sanzioni contro l’Iran. In base a tale contratto 20ennale, il consorzio investirà 2 miliardi di dollari (1,76 miliardi di euro) nella prima fase dello sviluppo del blocco 11 del grande giacimento di gas offshore South Pars. Total è la prima importante azienda occidentale di idrocarburi a ritornare in Iran dalla revoca parziale delle sanzioni internazionali del gennaio 2016, dopo l’accordo nucleare firmato nel 2015 con le grandi potenze, tra cui Francia e Stati Uniti. “Oggi è un giorno storico per Total, il giorno in cui si torna in Iran”, aveva detto il CEO del gruppo Patrick Pouyanné alla firma dell’accordo a Teheran. “Mi auguro che l’accordo tra una grande azienda europea, francese, e l’Iran ispiri altre aziende a venire in Iran, dato che lo sviluppo economico è la via che porta alla pace” aveva detto Pouyanne. “Siamo qui per costruire ponti e non muri, cresciamo in Iran, Qatar, Emirati Arabi Uniti, ovunque possiamo”, aggiungeva. “Non potremo mai dimenticare che Total è stato il precursore”, rilanciava il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh Namadar, secondo cui, l’industria del petrolio e del gas iraniano ha bisogno di 200 miliardi di dollari (176 miliardi di euro) di investimenti nei prossimi cinque anni. L’Iran ha la seconda maggiore riserva di gas al mondo dopo la Russia, e la quarta riserva mondiale di petrolio, ma le aziende estere sono generalmente riluttanti a investirvi per le sanzioni degli Stati Uniti ancora in vigore. In base all’accordo con la Total, la società francese avrà il 50,1% delle azioni del consorzio che gestirà il giacimento di gas, seguito dal gruppo China National Petroleum Corporation (CNPCI) con il 30% e Petropars iraniana (19, 9%). La firma dell’accordo con Total avviene poco dopo la visita del Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif in Europa. Zarif fu ricevuto dal Capo di Stato francese Emmanuel Macron dopo l’incontro con il presidente tedesco Steinmeier e il primo ministro italiano Paolo Gentiloni. Teheran mira a rafforzare le relazioni con l’Unione europea, di fronte a un’amministrazione degli Stati Uniti ostile. “Nonostante l’ostilità irragionevole degli Stati Uniti, l’Unione europea è impegnata sull’accordo nucleare e un accordo costruttivo” con l’Iran, scriveva Zarif in un tweet”.
La storia non dice se i russi hanno permesso l’accordo, ma conoscendo le eccellenti relazioni tra Mosca e Total da un lato, e Mosca e Teheran dall’altro, è probabile che le nostre previsioni abbiano avuto l’ennesima conferma. Inoltre, le mosse di Macron preoccupano il cazzettismo neoconservatore francese. Dopo Le Nouvelle Oops, tocca a Libernation fare casino e dispiacersi. “Se sostenete Assad, sostenete il terrorismo“. Ah, certo…
Gas, sempre gas. È noto da tempo che la signora Milka potrebbe toccare inediti livelli d’ipocrisia quando i suoi interessi sono in gioco: “Lady Angela sarà stata la prima a gridare al grande orso russo cattivo. Vera russofobia, ricatti sull’oro tedesco nascosto nella FED e di cui non si sa se ancora esista, ricatto dell’NSA sulla giovinezza poco brillante della possibile informatrice della Stasi, o tutto quanto? La nonna ha comunque fatto di tutto per silurare il South Stream che portava il gas russo nei Balcani. Mai a corto di risorse e sapendo ben valutare il peso di ogni attore europeo. Mosca ha fatto buon viso a cattiva sorte (abbandonando gli amici dei Balcani messisi nei casini da sé entrando nell’UE) e ha avuto buon cuore con la Germania con una proposta che Berlino non poteva rifiutare. Come scrivemmo a settembre: “Mosca si guarda le spalle raddoppiando il Nord Stream. Grande intelligenza di Putin che scommette sull’egoismo tedesco. Nonna Merkel straripa di magniloquenza, tranne quando l’economia del Paese è in gioco. Raddoppiando il gasdotto Baltico, la Germania diventerà l’hub gasifero dell’Europa, rafforzando ulteriormente la presa economica sul Vecchio continente. Chi ha fatto ripensare la cancelliera…” Ora è tutto ripensato; la nonna non fa la leziosa sulla possibilità di fare della Germania l’hub energetico del Vecchio Continente“.
In seguito alle nuove sanzioni approvate dal Senato a metà giugno che potrebbero, se approvate da Camera e Casa Bianca, cosa lungi dall’essere certa, colpire le imprese europee interessate al Nord Stream II, Berlino non cede e procede: “Troviamo inaccettabile che una legge degli USA pretenda che gli europei rinunciano al gas russo, vendendocene invece il suo a un prezzo molto più alto“, commentava il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel il 29 giugno in visita ufficiale in Russia, secondo il quotidiano tedesco Handeslbatt. Inoltre, una dichiarazione congiunta firmata il 15 giugno da cancelliere austriaco e ministro degli Esteri tedesco afferma: “L’approvvigionamento energetico dell’Europa è una questione europea che non riguarda gli Stati Uniti d’America. Sono i nostri Paesi europei e non gli Stati Uniti a decidere chi rifornirci di energia e come“. Novità,… le euronullità che su pressione degli Stati Uniti silurarono il South Stream, che avrebbe portato notevoli benefici, in particolare nei Balcani, lasciando che Washington facesse il bello e cattivo tempo sull’energia. E adesso, all’improvviso, il vecchio continente apre un occhio e afferma (a parole in ogni caso) di rifiutarsi. Che rivoluzione copernicana: dopo trent’anni di vassallaggio europeo, ora in frantumi, appaiono i segnali di un ritorno agli anni ’80, quando gli Stati ancora difesero le proprie prerogative energetiche, come nel caso del gasdotto siberiano. Cos’è successo? La risposta ha cinque lettere: Trump. O meglio la sua elezione. L’impero non ha più una direzione, un centro di controllo, i vassalli s’impantano rivoltandosi al vecchio maestro. Un classico. Un altro esempio è dato dal Regno Unito “brexitoso“. I governi di Sua Graziosa Maestà non furono mai attinti dalla russofilia. È il minimo che possiamo dire. Storicamente, gli inglesi delegarono agli Stati Uniti piani geostrategici e sacro odio per la Russia. Le “cortesie” tra Londra e Mosca non finirono mai e saranno comuni per molto tempo. L’ultima, divertente, si è avuta qualche giorno fa sulle nuove portaerei della Royal Navy. Pavoneggiandosi infantilmente, il ministro della Difesa Fallon assicurava che i russi sono “gelosi” della nave; ma il Generale Konashenkov rispose provocatoriamente che l’HMS Queen Elizabeth è “un buon obiettivo”. L’atmosfera, l’atmosfera…
Ma dietro sferzate e dichiarazioni infiammatorie, appare ancora una volta un discreto ma reale riavvicinamento sull’energia. Gazprom negozia l’aumento dell’invio di oro blu nel Regno Unito. Dal 2005, Londra è un importatore netto di gas e questa dipendenza aumenterà nei prossimi anni:È vero, gli importi indicati sono per ora relativamente bassi (oggi, il 13% del gas consumato nel Paese proviene dalla Russia), ma è la tendenza che conta. La Norvegia, attingendo alle ultime riserve di gas, è la soluzione provvisoria dietro cui si profila l’orso. E si è anche già iniziato a parlare del Nord Stream II e della possibile connessione a Paesi Bassi e Regno Unito…
Dietro le spacconate, c’è il principio di realtà. Ancora e ancora.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato islamico per “coincidenza” appare lungo la Via della Seta della Cina

Tony Cartalucci, LD, 1 luglio 2017Secondo quanto riferito, due insegnanti cinesi nella provincia sud-occidentale del Baluchistan, Pakistan, furono rapiti ed assassinati da terroristi dello “Stato islamico” (SIIL). La CNN, nell’articolo “Grave preoccupazione per gli insegnanti cinesi uccisi dallo SIIL in Pakistan“, tentava di rappresentare l’atto terroristico come causato dall’espansione economica della Cina all’estero. In realtà, l’attentato era preciso per posizione e finalità, inserendosi nel modello di violenze e instabilità politica che affligge da anni la provincia del Baluchistan in Pakistan e le ambizioni della Cina.

Gli USA usano fantocci per disturbare il corridoio economico Cina-Pakistan
Il Baluchistan, e più precisamente la città portuale di Gwadar, è il nesso centrale del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), un sistema complesso e in espansione di ferrovie, strade, porti e altri progetti infrastrutturali costruiti congiuntamente con il governo pakistano per facilitare la crescita economica regionale, parte integrante dell’ampia iniziativa One Belt, One Road. La disgregazione delle linee economiche della Cina con il resto del mondo è un obiettivo dichiarato dei politici degli Stati Uniti. Un documento pubblicato nel 2006 dall’Istituto di studi strategici intitolato “Filo di Perle: sfidare il potere crescente della Cina sulle coste asiatiche“. “Identificava Gwadar come uno delle componenti del ‘Filo di Perle’ della Cina”. La relazione afferma esplicitamente su un possibile “approccio duro” verso Pechino che: “Non ci sono garanzie che la Cina risponda in modo favorevole a qualsiasi strategia statunitense, la prudenza suggerisce di “prepararsi al peggio” e che sia “meglio essere più sicuri che dispiaciuti”. Forse è meglio intraprendere una linea dura verso la Cina e contenerla mentre è ancora relativamente debole? È il momento di contenere la Cina prima di potersi accordare sull’egemonia regionale? I realisti della politica estera, citando storia e teoria politica, sostengono che inevitabilmente la Cina sfiderà il primato statunitense e che si tratta di “quando” e non “se” la relazione tra Stati Uniti e Cina sarà contraddittoria o peggio”. Qual è il modo migliore per contenere le ambizioni regionali della Cina che si sviluppa economicamente in luoghi come il Baluchistan, se non con il terrorismo, o impedirle totalmente con un movimento d’indipendenza filo-statunitense nella provincia?
I politici statunitensi notano proprio questo. In un documento del 2012 pubblicato dalla Fondazione Carnegie per la pace internazionale intitolato “Pakistan: la rivitalizzazione del nazionalismo baluci“, si afferma inequivocabilmente che: “Se il Baluchistan diventasse indipendente, il Pakistan potrebbe resistere ad un altro smembramento, sono passati trentacinque anni dalla scissione del Bangladesh, e quale effetto avrebbe sulla stabilità regionale? Il Pakistan perderebbe gran parte delle risorse naturali e diverrebbe più dipendente dal Medio Oriente per l’approvvigionamento energetico. Sebbene le risorse del Baluchistan siano attualmente inutilizzate e vadano solo alle province non baluci, in particolare il Punjab, queste risorse potrebbero senza dubbio contribuire allo sviluppo di un Baluchistan indipendente”. L’indipendenza del Baluchistan colpirebbe anche le speranze di Islamabad sul porto di Gwadar e progetti connessi. Ogni possibilità che il Pakistan diventi attraente per il resto del mondo andrebbe perduta. Non solo sarebbe una perdita del Pakistan quella del porto di Gwadar, ma anche per la Cina. E se il documento tenta di dire che gli Stati Uniti non hanno nulla da guadagnare dall’indipendenza del Baluchistan, il dipartimento di Stato degli USA ha speso anni e somme e risorse imprecisate a sostenere tale movimento d’indipendenza. Inoltre, la Fondazione Carnegie per la pace internazionale ospitava una manifestazione della “Società baluci dell’America del Nord”, chiedendo l’intervento statunitense nella provincia per avere l’indipendenza. La National Endowment for Democracy (NED) del dipartimento di Stato statunitense e l’Open Society del condannato finanziere George Soros, attraverso “Global Voices“, finanziano molte organizzazioni del Baluchistan, che sostengono dall’autonomia all’indipendenza, tra cui Associazione per lo sviluppo integrato del Baluchistan (Balochistan AID), Punto Balochistan e Istituto per lo sviluppo del Baluchistan. L’istituto statunitense per lo studio e le pratiche dello sviluppo (IDSP), finanziato dalla NED, usa regolarmente i social media come twitter per appoggiare e sostenere dichiarazioni che invocano l’indipendenza del Baluchistan e raffigurano la provincia come “colonia” del Pakistan. Così praticamente tutti gli altri membri delle organizzazioni finanziate dal governo degli Stati Uniti. La lunga lista di organizzazioni in Baluchistan finanziate dagli Stati Uniti si collega regolarmente ad articoli e propaganda che raffigurano le violenze nella provincia come unilaterali e perpetrate dalle forze pakistane, riprendendo la stessa forma di propaganda sostenuta dagli Stati Uniti sulle violenze in Siria iniziate nel 2011. E proprio come in Siria, la violenza viene scusata o giustificata dagli interessi statunitensi, in questo caso per impedire la cooperazione cino-pakistana nel Baluchistan e altrove.

La violenze in Baluchistan avvantaggiano la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran
Che lo Stato islamico abbia rivendicato l’attentato, dopo l’attacco a Teheran, Iran, è particolarmente significativo. I politici statunitensi, nel documento politico della Brookings Institution del 2009, “Quale percorso per la Persia? Opzioni per una nuova strategia statunitense verso l’Iran“, menzionano i separatisti del Baluchistan come possibili strumenti e agenti per un conflitto armato contro l’Iran. Creare violenze in Baluchistan, Pakistan, mira non solo le ambizioni cinesi in Asia, ma sostiene l’obiettivo di Washington di accerchiare l’Iran con agenti ostili e non statali prima di eventuali operazioni di cambio di regime contro Teheran. In precedenza, gli Stati Uniti tentarono di utilizzare vari gruppi locali per favorire instabilità politica e violenze. Ora sembra che tutto il male geopolitico riposi sotto lo “Stato islamico”. In realtà i terroristi che hanno rapito e assassinato i due insegnanti cinesi nel Baluchistan erano probabilmente sostenuti dagli Stati Uniti da anni, il cui ruolo nel destabilizzare il Pakistan è sempre più compreso dal pubblico locale e globale. Incolpare lo Stato islamico appare un mezzo per dissociare gli USA dalle violenze che alimentano intenzionalmente nella regione. Lo Stato islamico per “coincidenza” appare in quasi tutti i teatri geopolitici in cui gli interessi statunitensi sono ostacolati o contestati da interessi locali e regionali, spiegando perché non solo lo Stato islamico esiste, ma come riesca a sopravvivere e prosperare nonostante gli sforzi di nazioni come Russia, Siria e Iran per sconfiggerlo. Con la sponsorizzazione di Stato, la fonte logistica, politica e militare dello Stato islamico si trova a Washington, Londra, Bruxelles, Ankara, Riyadh e Doha, dove il potere militare e politico russo-siriano-iraniano non può raggiungerlo. Per chi si chiede dove lo Stato islamico colpirà, bisogna solo guardare il mappamondo e individuare dove gli interessi degli Stati Uniti siano ostacolati in un mondo sempre più multipolare che non vuole cedere a Wall Street e ai monopoli corporativo-finanziari di Washington. Come illustrato dall’ultimo e abominevole attentato in Baluchistan, i punti importanti del progetto della Cina One Belt, One Road saranno i luoghi da osservare. Colpendo gli insegnanti, tale terrorismo cerca d’impaurire i lavoratori di questo ambizioso piano economico regionale. È un motivo che va oltre le crude motivazioni ideologiche generalmente assegnate allo Stato islamico e, invece, assomiglia a una pianificazione geostrategica ben pensata, se non sinistra.Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kiev ha abbattuto il volo MH17 delle Malaysian Airlines

Pravda, 29 giugno 2017 – Global ResearchIl quotidiano Sovershenno Sekretno prosegue l’indagine sull’abbattimento del Boeing malese sul Donbas, pubblicando un’altra serie di documenti che attribuisce a Kiev la colpa della tragedia. I giornalisti hanno ottenuto una mappa, un piano di volo segreto, steso e firmato personalmente, il giorno prima del volo, 16 luglio 2014, dal pilota della 299.ma Brigata aerea tattica capitano Vladislav Voloshin. Il piano fu approvato dal comandante dell’unità militare A4104, colonnello Gennadij Dubovik. L’Ucraina ancora afferma che alcun aereo militare volò nella zona il giorno in cui si verificò la tragedia. Tuttavia, i documenti appena pubblicati dimostrano che gli ufficiali ucraini mentono. Pravda ha avuto una breve intervista con Sergej Sokolov, caporedattore di Sovershenno Sekretno.

“Questa volta il materiale è ampio, ci sono copie scansionate di documenti e trascrizioni delle conversazioni coi piloti dell’aviazione ucraina. È noto che l’Ucraina usò i suoi aerei da guerra quel tragico giorno. Cosa dicono le informazioni appena scoperte?”
“Questi documenti dimostrano che ci furono ordini per l’impiego degli aerei da combattimento. Le conversazioni coi militari della divisione aerea di Chuguev testimoniano che ci furono delle sortite. Cerchiamo di essere oggettivi, ma sappiamo che la versione promossa dalla commissione internazionale nei Paesi Bassi prevale, secondo cui fu un sistema missilistico russo Buk che abbatté l’aereo. Crediamo che tale versione sia faziosa e non credibile perché i documenti che pubblichiamo testimoniano che ci furono altri fatti da considerare e analizzare attentamente da parte della commissione internazionale nei Paesi Bassi”.

“Come avete avuto queste informazioni?”
“In modo rigoroso, quando abbiamo ricevuto registrazioni audio delle conversazioni coi militari dell’unità aerea di Chuguev, fu chiaro che una persona sconosciuta gli parlò e fece queste registrazioni. In generale, fu un’operazione speciale per documentare i reati commessi dalle forze armate ucraine”.

“Pensi che la distruzione del Boeing della Malaysia Airlines fu un’operazione ben pianificata?”
“Secondo i documenti che abbiamo pubblicato, l’SBU ucraino parla della distruzione come dovuta a un’operazione speciale. Tale conclusione è possibile”.

“Cosa puoi dirci di chi ordinò la distruzione dell’aereo di linea?”
“Se fu un’operazione speciale statale, è chiaro che riguarda l’amministrazione ucraina. Nel nostro articolo notiamo una strana coincidenza. Alla vigilia della tragedia, due alti funzionari dell’amministrazione ucraina visitarono l’unità aerea di Chuguev: Jatsenjuk, poi primo ministro dell’Ucraina, e Parubij. Visitarono anche la brigata aerea tattica di Nikolaev. Parlando in senso stretto, fu una coincidenza, ma abbiamo pubblicato una foto in cui Jatsenjuk appare accanto al velivolo SU-25 08, l’aviogetto che il capitano Voloshin avrebbe pilotato, secondo il piano di volo”.

“C’è qualche speranza che il tuo materiale influenzi l’inchiesta nei Paesi Bassi?”
“Mi piacerebbe molto crederlo, perché mi fa davvero male vedere persone plaudire il dilettantismo di Bellingcat con articoli dalle foto manipolate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio: Riad vuole isolare il Qatar per compensare le proprie sconfitte (Audio)

ParsTodayLa crisi in Qatar interessa l’Italia per i parecchi interessi economici nel Paese… L’Arabia Saudita così vuol far sparire il Qatar sul piano internazionale, geopolitico e politico internazionale. Doha è un alleato potenziale dell’Iran dalle notevoli risorse energetiche e finanziarie, mentre Riyad esaurisce e perde a ritmo accellerato le riserve finanziaire per via delle guerre perdute in Iraq, Siria e Yemen… Al-Saud ha perso tutte le guerre che ha iniziato…“; secondo Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, presso Parstoday sulla tensione tra Qatar e vicini arabi. Qui l’Audio.

Qatar, principi al gabbio e navi da guerra renziane

Alessandro Lattanzio, 30/6/2017Il 14 febbraio 2017, il principe saudita Muhamad bin Nayaf bin Abdulaziz, vicepremier e ministro degli Interni, incontrava il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per esaminare le relazioni bilaterali tra Arabia Saudita e Turchia, gli sviluppi in Medio Oriente e relativa posizione dei due Paesi, e la cooperazione su sicurezza e lotta al terrorismo. Già nell’ottobre 2016, Erdogan aveva avuto colloqui dettagliati con bin Nayaf, “Ho conosciuto il principe della corona Muhamad bin Nayaf ai margini dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nostro incontro è stato molto breve, ma abbiamo detto che ci saremmo incontrati in Turchia. Ho incontrato Sua Altezza Reale ad Ankara e abbiamo trovato l’opportunità di discutere in dettaglio le relazioni bilaterali oltre agli ultimi sviluppi della regione. Abbiamo approfittato dell’opportunità di attribuire a sua Reale Altezza l’Ordine della Repubblica di Turchia. Simbolo importante della portata dei legami fra i popoli fratelli turco e saudita, nonché dei legami tra i nostri due Paesi. Durante la nostra riunione abbiamo parlato delle relazioni tra i due Paesi. E, naturalmente, del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio. Siamo molto contenti della posizione ferma dell’Arabia Saudita in quel momento. Esprimemmo nostro piacere e la nostra gratitudine al Regno. Arabia Saudita e Turchia sono prese di mira. Se si guarda agli sviluppi in Siria, Iraq, Libia e Tunisia, ciò non va trascurato, e neanche in Pakistan e Afghanistan… Sono tutti collegati. Infatti, troviamo intrighi e complotti contro il mondo islamico, e così i Paesi del mondo islamico devono essere solidali”. Il 21 giugno 2017, il principe Muhamad bin Nayaf, ufficialmente successore del sovrano saudita, re Salman, veniva esonerato dalla linea di successione in favore del figlio del re Muhamad bin Salman. Dal giorno dell’annuncio, Nayaf scompariva dalla vita pubblica venendo licenziato dalla carica di ministro degli Interni e sottoposto agli arresti domiciliari nel suo palazzo a Jidah. Anche le sue guardie del corpo furono licenziate e sostituite da uomini del principe Salman. Ciò avveniva contemporaneamente alla crisi tra Arabia Saudita e Qatar, dove la Turchia di Erdogan si schiera nettamente dalla parte del Qatar. Non è un caso, quindi, che Muhamad bin Salman facesse arrestare lo zio Muhamad bin Nayaf, non solo in quanto rivale per la corona, ma anche perché vicino a Erdogan, alleato del Qatar. Ciò viene confermato dall’intelligence tedesca BND, secondo cui il principe Salman sarebbe un “politico impulsivo ed interventista”, le cui manovre compromettono i rapporti del regno saudita con gli alleati regionali e Washington.
Nel frattempo, 45 cittadini turchi venivano deportati dal Qatar per presunti legami con il movimento gulenista, accusato del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio 2016. Una ricompensa di Doha per l’aiuto di Erdogan al Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita. Tuttavia, già a maggio Arabia Saudita, Malaysia, Georgia e Myanmar avevano deportato accademici, uomini d’affari e insegnanti turchi su richiesta del governo di Erdogan, nonostante avessero lo status di rifugiati dalle Nazioni Unite. Inoltre, il ministro dell’Energia degli EAU Suhayl al-Mazruaya dichiarava, il 29 giugno, che il suo Paese dispone di risorse sufficienti e di un piano per impedire qualsiasi carenza energetica nel caso il Qatar tagliasse le forniture di gas, mentre il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava, durante la sua visita a Washington, che l’Arabia Saudita non toglierà l’embargo commerciale al Qatar finché non saranno soddisfatte le 13 richieste avanzate il 22 giugno.Italia e Francia combatterono per anni la battaglia per vendere navi da guerra al Qatar. Lo scontro italo-francese iniziò nel marzo 2016 alla Doha International Doha Exhibition and Conference (DIMDEX), in Qatar, quando la ministra della Difesa dell’Italia si apprestava a firmare un accordo sulla vendita di corvette, firma poi rinviata su pressione francese. La ministra Pinotti si recò in Qatar il 29 – 31 marzo 2016 con l’intento di firmare l’accordo non vincolante per vendere 4 corvette e 1 nave rifornimento alla marina del Qatar. Era accompagnata da Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Finmeccanica (ora Leonardo) e Giuseppe Bono, Amministratore Delegato della Fincantieri. Nei colloqui fu discusso il finanziamento dell’accordo da 3,5 miliardi di euro e il coinvolgimento dell’Italia nella costruzione di un ospedale militare in Qatar. La Francia aveva già offerto un proprio accordo sulle navi, ma non arrivò a farlo sottoscrivere. Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian incontrò al-Thani al DIMDEX, mentre il presidente dei DCNS Hervé Guillou e il vicepresidente esecutivo della Thales Pascale Sourisse parteciparono alla mostra. La Francia fece un’offerta scontata su 3 fregate FREMM, dotate di missili antiaerei MBDA Aster 30 e missili antinave Exocet. La Thales aveva già venduto al Qatar i radar navali MRR 3D e Triton, nonché i radar terrestri Tiger e Master. Il 22 settembre 2015, la Francia firmò un accordo di cooperazione per l’addestramento militare con il Qatar. E il 30 marzo, Qatar e MBDA firmarono, sempre alla DIMDEX, un memorandum d’intesa per i sistemi missilistici costieri Exocet MM40 Block 3 e i Missili a Gittata Estesa Marte, per un valore di 640 milioni di euro. Doha inoltre ordinò 24 caccia Dassault Rafale, del valore di 6,7 miliardi di euro, di cui 2 per acquistare i missili e le bombe guidate Sagem da imbarcarvi. Alla fine, il Qatar firmava il contratto da 3,8 miliardi di euro per acquisire 8 navi militari dalla Fincantieri, il più grande contratto d’esportazione navale dell’Italia. La firma, tenutasi a Roma, avvenne tra l’Amministratore Delegato della Fincantieri Giuseppe Bono e il comandante della Marina del Qatar Muhamad Nasir al-Muhanadi. Così il Qatar acquista 4 corvette, 1 nave d’assalto anfibio, 2 pattugliatori d’altura e 1 nave da rifornimento; un programma di costruzioni navali di sei anni che inizierà nel 2018. Le corvette saranno lunghe oltre 100 metri e dislocheranno 3000 tonnellate, mentre i pattugliatori saranno lunghi 60 metri e dislocheranno 700 tonnellate. La nave più grande, quella d’assalto anfibio, si baserà sulla nave similare costruita dalla Fincantieri per l’Algeria, la Qalat Bani Abas, lunga 143 metri e che disloca 9000 tonnellate. Leonardo-Finmeccanica fornirà i sistemi di combattimento per tutte le navi e avrà un terzo del contratto. I radar da installare sulle corvette si baseranno sul radar multifunzionale che l’azienda ha già costruito per le fregate FREMM italiane, che saranno dotate di cannoni OTO Melara da 76mm, sistemi a tiro rapido da 30 mm, sistema antisiluro e sonar antimine della Thesan. Le piattaforme coprono il 35% del valore del contratto, mentre i sistemi di propulsione il 25%. Nel contratto sono compresi 15 anni di supporto logistico. L’accordo è accompagnato da un accordo firmato dalla ministra della Difesa Pinotti e dal ministro della Difesa del Qatar Qalid bin Muhamad al-Atiyah, che prevede l’addestramento di personale del Qatar presso la Marina Militare italiana. Un importante responsabile dei colloqui fu l’Ammiraglio Valter Girardelli che in seguito, il 22 giugno 2016, fu nominato a capo della Marina Militare italiana sostituendo l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
La scelta di Doha a favore dell’Italia è probabilmente una ritorsione del Qatar verso la Francia, per aver venduto le navi Mistral ex-russe all’Egitto, deciso nemico della fratellanza musulmana finanziata e supportata dal Qatar; così come l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15 statunitensi è una mossa sia per punire sempre Parigi, per il suo supporto a Egitto e Arabia Saudita, che per corrompere l’amministrazione statunitense di Donald Trump, allontanandola dall’allineamento filo-saudita nello scontro con il Qatar. Un altro motivo della scelta italiana del Qatar è senza dubbio la convergenza in Libia, dove il fronte Italia-Qatar-fratellanza mussulmana si oppone al Fronte di Liberazione libico, formato dall’asse Qalifa Haftar-Parlamento di Tobruq-Sayf al-Islam Gheddafi-Forze della Jamahiriya, supportato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, nemici gepolitici del Qatar.Fonti:
al-Arabiya
Arab News
Defense News
Defense News
Intel News
The Qatar Insider
The Qatar Insider