Ucraina: la faida di Mukachevo

Alessandro Lattanzio, 23/7/2015dc671a8425426aae3a78c522c0e4dba4L’11 luglio, presso Mukachevo, in Transcarpazia, nel caffè Antares del complesso sportivo Chervona Korka di proprietà del deputato Mikhail Lanio, scoppiava uno scontro a fuoco tra 21 neonazisti di Pravij Sektor e dei poliziotti. I neonazisti, che avevano usato mitragliatrici e lanciagranate, erano venuti per discutere con i rappresentanti di Lanio la “redistribuzione delle sfere d’influenza” locali (contrabbando), ma la polizia giungeva sul posto per cercare di bloccarli. Almeno quattro morti (due neonazisti e due civili) e undici feriti (quattro neonazisti, cinque poliziotti e due civili) risultavano dagli scontri, mentre 3 auto e un posto di blocco della polizia, e un distributore di benzina, venivano distrutti. In precedenza un convoglio di sette autoveicoli del nazibattaglione “Donbass” si era diretto verso la località, mentre presso il posto di blocco di Nizhni Vorota, sull’autostrada Kiev-Kop, quattro autoveicoli di Pravij Sektor erano riusciti a passare verso Mukachevo, e altri neonazisti si disperdevano nelle circostanti zone boschive di Lavki, inseguiti da una task force speciale del ministero degli Interni e del SBU.
55a1868fdb999-11733300-870253616382131-68458514-nI pubblici ministeri ucraini descrivevano l’incidente di Mukachevo come un atto terroristico. Poco dopo, Poroshenko ordinava alle forze dell’ordine “di disarmare e arrestare i criminali che hanno aperto il fuoco e ucciso dei civili a Mukachevo“. Il 12 luglio, Servizio di sicurezza ucraino (SBU) e ministero degli Interni dichiaravano di “prendere tutte le misure necessarie” per disarmare e arrestare gli uomini dell’organizzazione neonazista Pravij Sektor a Mukachevo. “Su richiesta dei pubblici ministeri, SBU e ministero degli Interni, nel rigoroso rispetto della legislazione vigente sono pronti a prendere tutte le misure necessarie per disarmare e detenere il gruppo criminale organizzato che ha commesso i gravi reati dell’11 luglio nella città di Mukachevo usando armi, anche pesanti“, dice il comunicato pubblicato sul sito del SBU. Le forze dell’ordine promettevano ai terroristi neonazisti di portarli a Kiev “per un’inchiesta obiettiva e imparziale” se deponevano le armi. Il ministero degli Interni e SBU si aspettavano che Dmitrij Jarosh, capo dell’organizzazione neonazista, “faccia di tutto per convincere i suoi a deporre le armi“. In effetti i neonazisti avevano detto che avrebbero posto fine allo stallo solo dietro ordine diretto di Jarosh. Ed infatti, Jarosh ordinava ai suoi uomini di indire proteste a Kiev, Dnepropetrovsk, Odessa, Zaporozhe, Ternopol, Marjupol, Kherson, Kramatorsk e Poltava per chiedere le dimissioni del ministro degli Interni Avakov, procedimenti contro gli enti locali della Transcarpazia e il deputato Mikhail Lanio, la scarcerazione dei “prigionieri del nuovo regime”, l’amnistia per gli assassini del giornalista Oles Buzina, e l’arresto dei poliziotti che secondo i neonazisti erano responsabili dello scontro di Mukachevo. In realtà, il 12 luglio, Pravij Sektor riusciva a raccogliere solo 200 manifestanti a Kiev, ma il primo ministro Arsen Jatsenjuk difendeva Pravij Sektor e sosteneva il cambio del personale e della polizia doganale in Transcarpazia assieme al suo partito Fronte nazionale, mentre altri tre partiti neonazisti, Partito radicale, Autodifesa e Patria di Julija Timoshenko, sostenevano la richiesta di Pravij Sektor delle dimissioni del ministro Avakov.
Se a Leopoli avvenivano delle esplosioni nei pressi di due stazioni di polizia, probabilmente attribuibili a Pravij Sektor, l’organizzazione neonazista allertava le sue unità armate a Kiev, facendole lasciare le basi e adottando modalità operative da combattimento, mentre un suo nazibattaglione, il 5.to, lasciava il fronte per Kiev. Inoltre, i capi di Pravij Sektor accusavano ministero degli Interni e SBU di volerli distruggere, e quindi ordinavano al DUK, il braccio armato di Pravij Sektor, di eliminare a partire dal 13 luglio tutti coloro che attaccano l’organizzazione neonazista, in tutto il territorio ucraino e qualsiasi posizione occupino; nel caso di tentativi di arresto o disarmo, di aprire il fuoco; e infine di prepararsi all’insurrezione armata in tutta l’Ucraina contro “il regime criminale-oligarchico” di Poroshenko. Pravij Sektor imponeva dei posti di blocco intorno Kiev, mentre Aleksej Bik, portavoce del 13.mo battaglione di Pravij Sektor diceva che “Sulla strada tra Zhitomir e Kiev c’era già un checkpoint” e il portavoce di Pravij Sektor Artjom Skoropadskij affermava che altri checkpoint venivano istituiti “Non solo a Kiev, ma anche in altre località, così la polizia non può passare né in Transcarpazia, né a Kiev“. Pravij Sektor sostiene di disporre di 20 battaglioni, ma solo 2 erano impegnati contro la Novorossija, essendo gli altri assegnati alla ‘riserva’. “Non possiamo ritirare gli uomini dal fronte, ma possiamo richiamare le riserve ora in addestramento“, aveva detto Skoropadskij, “Invieremo i battaglioni di riserva contro l’ufficio presidenziale e il ministero degli interni se dobbiamo“. Difatti, però, le unità di Pravij Sektor iniziavano a disperdersi. Il 7.mo battaglione del DUK (63 elementi) aderiva al reggimento Azov; una manovra del suo comandante Ruslan Kashmala per mettersi al sicuro entrando in un’unità dipendente direttamente dal ministero degli Interni maidanista. Kashmala aveva detto di voler discuterne con Jarosh ma che “non era riuscito a raggiungerlo per telefono”, e che condannava i fatti di Mukachevo. In realtà Pravij Sektor è un’organizzazione piuttosto debole rispetto ad altre, e sebbene sia stata utilizzata da Gladio nel primo anno di guerra contro la Novorossija e per effettuare il golpe a Kiev, ora appare superflua ed imbarazzante. Con l’attivazione di nuove unità della polizia ucraina addestrate ed equipaggiate dagli statunitensi, l’organizzazione criminal-neonazista appare sempre più sacrificabile, anche come capro espiatorio per i disastri militari ed economici della junta di Kiev. La sua posizione appare sempre più debole, quindi non sorprende che i capi di Pravij Sektor inizino ad abbandonare il loro ducetto Jarosh, soprattutto in prospettiva di uno scontro diretto con la junta, rispetto cui in realtà appare troppo debole anche solo per resistergli. Intanto le forze armate ucraine inviavano un convoglio composto da 11 BTR, 2 autocarri carichi di soldati e un’autocisterna a Mukachevo, mentre il SBU a sua volta inviava 10 blindati e 2 minibus ed unità delle forze armate ucraine lasciavano il Donbas dirette a Kiev, “In condizioni di crescente tensione politica, la maggior parte del comando ucraino ha lasciato le proprie unità per recarsi a Kiev, per difendere il governo ucraino e ricevere nuovi ordini criminali“, dichiarava il Vicecapo di Stato Maggiore della milizia popolare della RPL Igor Jashenko.
55a186a4b0589-11739731-870252363048923-85423174-n Preoccupati dall’estremismo neonazista, “improvvisamente apparso” in Ucraina, e ‘scoprendone’ perfino le connessioni con lo Stato islamico, l’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev, l’intelligence statunitense e della NATO in territorio ucraino si attivavano. L’assistente del segretario generale della NATO per il Caucaso meridionale e l’Asia centrale, James Appathurai, affermava: “Tutti gli Stati membri dell’alleanza vogliono vedere scomparire gli estremisti dalle Forze armate dell’Ucraina il più rapidamente possibile“. La NATO è particolarmente motivata in ciò, tanto che avviava la guerra d’informazione contro i neonazisti ucraini, affidata alla ONG Peacebuilding UK dello statunitense Almut Rochovansky. La missione di Peacebuilding UK è colpire Pravij Sektor, Azov e gli altri gruppi neonazisti. Infine maidanisti e atlantisti avviavano una campagna di disinformazione dipingendo i neonazisti ucraini come “agenti di Putin” che ostacolano il regime di Poroshenko. La junta di Kiev così avviava la notte dei lunghi coltelli contro l’ala neonazista della “rivoluzione della dignità”, eliminando i nazibattaglioni inadatti a un regime post-Majdan. “Ora Kiev e Washington considerano tale variante dei nazionalisti ucraini come loro principale minaccia interna, da liquidare con urgenza”. E puntualmente, durante la riunione del Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa del 13 luglio, Poroshenko affermava che “Nessuna forza politica in Ucraina dovrebbe essere composta da gruppi armati e bande criminali“. Poroshenko sottolineava che le forze dell’ordine devono disarmare tutti i gruppi armati illegali in Ucraina, “Il capo dello Stato ha osservato che l’aumento della tensione sulla linea di contatto in Donbas è stranamente sincronizzata con il tentativo di destabilizzare la situazione nell’entroterra, lontano dal fronte, dove vi sono persone con armi pesanti. Il presidente rilevava che durante la guerra i tentativi di destabilizzare la situazione sono un potente colpo alla difesa del Paese e dello Stato, e il potere non lo permetterà“, riferiva il servizio stampa di Poroshenko.
Poroshenko quindi segue la nuova direttiva degli Stati Uniti, che tenta di consolidare la sua posizione contro gli altri oramai inutili fantocci di Gladio e NATO come Kolomojskij, Nalivajchenko e Jarosh. Davanti alle dichiarazioni di Poroshenko, Pravij Sektor iniziava a piegarsi e a trattare, nonostante i proclami “per continuare la rivoluzione“; il portavoce del movimento neonazista Skoropadskij diceva che le dichiarazioni di Poroshenko, sulla necessità di disarmare le milizie, non riguardavano Pravij Sektor, e il 17 luglio il rappresentante del DUK, Andrej Sharaskin, affermava che Pravij Sektor non intendeva continuare la resistenza armata contro la polizia. “La cosa più importante è che dobbiamo dimostrare che non cerchiamo d’iniziare una guerra civile, e Dio non voglia, continuare la resistenza armata. Dobbiamo combattere contro il male e non cercare di destabilizzare la situazione nel Paese. Di conseguenza, l’escalation del conflitto non è accettabile. Vogliamo alleviare la tensione“. Comunque Poroshenko nominava nuovo governatore della Transcarpazia Gennadij Moskal, noto aguzzino della popolazione di Lugansk, il giornalista e agente di Soros Mustapha Nayyem, responsabile della riforma nella regione, e nuovo capo della polizia locale Sergej Knjazev, già capo della polizia di Marjupol, che secondo Avakov “è un uomo con esperienza in battaglia, oggi a capo della polizia criminale sul fronte del Donetsk, a Marjupol“. Intanto, la notte del 14-15 luglio le auto del Procuratore della regione della Transcarpazia furono bruciate. Infine il 17 luglio, il deputato della Transcarpazia Mikhail Lanio, minacciato da Pravij Sektor, veniva arrestato mentre cercava di lasciare l’Ucraina per l’Italia.

408017_original9hung-rom-ukrVa rilevato che Mukachevo è un importante centro delle rete dei gasdotti ucraina, essendo uno dei maggiori snodi del traffico del gas liquefatto dell’Ucraina. La cartina qui sopra indica la posizione strategica di Mukachevo, unica via di transito dei gasdotti diretta all’UE, l’altra via diretta all’UE passa in Romania per la regione di Odessa, dove non a caso gli statunitensi hanno imposto come governatore il loro sanguinario fantoccio georgiano Saakhashvili e l’agente sorosiana Marija Gajdar. Perciò, è ovvio che Pravij Sektor abbia iniziato ad accusare i suoi avversari in Transcarpazia di “separatismo”, tentando di scaricare le cause della crisi sulla minoranza locale ungherese, e il generale ucraino Vladimir Ruban esprimesse il timore che in Transcarpazia si vada verso la creazione della repubblica popolare indipendente. Tutto ciò quindi dava ragione e motivo a Budapest di temere per la sicurezza dei 150000 abitanti di origine magiara della regione. Infatti, Janos Lazar, capo dell’ufficio del primo ministro ungherese al Parlamento dichiarava che i servizi segreti ungheresi effettuavano operazioni in Ucraina, nella Transcarpazia, “la situazione della sicurezza in Europa orientale è cambiata radicalmente negli ultimi anni. L’Ungheria confina con un Paese in stato di guerra, e agenti ungheresi a Kiev difendono gli interessi di Budapest. Servizi di intelligence di altri Paesi nella regione operano nello stesso modo. Nei prossimi decenni si aggraverà il problema della minoranza ungherese in Transcarpazia. Di conseguenza, servizi speciali conducono operazioni, per la prima volta in 25 anni, per la protezione degli ungheresi apertamente e spesso le loro azioni sono in contrasto con gli interessi e i desideri di Kiev. Il Ministero degli Esteri dell’Ucraina fa tutto il possibile per impedire che spie e diplomatici ungheresi conducano operazioni in Ucraina“. Per il consulente politico russo Anatolij Vasserman, ciò “in generale è una pratica comune. Ma il fatto che il capo dell’amministrazione ungherese abbia parlato pubblicamente dei contrasti tra Ucraina e Ungheria è insolito, una mossa politica grave che mostra l’Ungheria estremamente contrariata non solo dagli eventi in Ucraina, ma dal relativo atteggiamento dell’Unione europea“. Ad aprile il deputato dell’Ungheria Tamás Gaudi-Nad aveva avanzato pretese territoriali a Kiev: “l’Ucraina è uno Stato artificiale di cui in particolare la Transcarpazia fa parte, che per molti anni aveva appartenuto all’Ungheria. Inoltre, i rusini della Transcarpazia non sono riconosciuti in Ucraina“. “Non vedo nulla di insolito. L’Ungheria si dichiara costantemente preoccupata per la situazione degli ungheresi in Ucraina. Continuerà a tutelare i diritti dei compatrioti“, affermava l’ex-agente segreto Mikhail Ljubimov. “Vedete, ci sono state violazioni dei diritti di ungheresi e ruteni. E gli ungheresi ne sono molto preoccupati. Il governo ungherese non può abbandonarli. Ora tutto può succedergli in Ucraina. Proteggono i propri fratelli e gli ungheresi cercheranno rivendicazioni territoriali in Ucraina, se possibile“. “In primo luogo, c’è il vecchio conflitto, e in secondo luogo, gli eventi a Mukachevo domostrano agli ungheresi che ‘Pravij Sektor’, vietato in Russia, è spietato e che la pulizia etnica fa parte del suo programma. Naturalmente, la dichiarazione del capo dell’ufficio del primo ministro è puramente politica, il cui scopo è avvertire l’Ucraina“. Viktor Orban, primo ministro dell’Ungheria, aveva dichiarato: “gli ungheresi che vivono in Transcarpazia dovrebbero avere la doppia cittadinanza e l’autonomia. La situazione di 200mila magiari che vivono in Ucraina rende questo problema rilevante. La comunità ungherese dovrebbe avere la doppia cittadinanza, tutti i diritti pubblici e anche la possibilità dell’autogoverno. Questo è ciò che ci aspettiamo dalla nuova Ucraina“. Il 15 giugno il Consiglio di coordinamento delle organizzazioni rutene della Transcarpazia faceva appello a Consiglio d’Europa, Commissione europea, OSCE e Nazioni Unite, nonché ai parlamenti di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia per chiedere a Poroshenko di concedergli l’autonomia. Ma come sottolineava Ljubimov “Dato che Kiev è nella morsa di un altro gruppo di terroristi al servizio degli USA, nell’essenza poco diverso da al-Qaida, mi chiedo come qualcuno possa parlare educatamente con tali imitazioni di esseri umani. L’aumento del bilancio dell’intelligence ungherese (da 30 milioni a 46 milioni di dollari all’anno) indica la serietà e l’importanza di questo problema per l’Ungheria. In questo ambiente, le rivendicazioni territoriali diventano solo questione di tempo, soprattutto considerando che la politica di Kiev è sempre più aggressiva“. “Penso che gli ungheresi possano presentare reclami territoriali solo in caso di disintegrazione dell’Ucraina“, affermava Anatolij Wasserman, “cioè, se la Transcarpazia terrà un referendum sull’indipendenza da Kiev e il ricongiungimento con l’Ungheria, Budapest lo considererà come Mosca con il referendum in Crimea. Inoltre, in questo caso l’Ungheria probabilmente aggraverà le relazioni con l’Unione europea. Gli ungheresi non sono favorevoli ad eventuali suggerimenti sull’uso della forza. Ma se rispondessero alla pacifica espressione della volontà dei cittadini, come è avvenuto in Crimea, il governo ungherese potrebbe ricorrervi“.
1099414Intanto in Transcarpazia, i militari ucraini circondavano il monte Javornik dove 20 terroristi di Pravij Sektor si nascondono dall’11 luglio. La montagna è a 25 km dalla frontiera polacca e a 15 km da quella slovacca. Il sergente del nazibattaglione Donbass Evgenij Shevchenko diceva: “Abbiamo iniziato un’operazione speciale nella regione per neutralizzare i membri di Pravij Sektor nascostisi nelle foreste di Velikij Bereznij. Gli elicotteri compiono sortite e altre unità della guardia nazionale arrivano per chiudere l’accerchiamento“. Infatti, almeno tre colonne di veicoli militari ucraini si muovevano su Mukachevo, mentre il 18 luglio, alle 20:00, un elicottero Mi-8 sbarcava un gruppo di soldati ucraini tra Velikij Bereznij e Zabrid, e l’area boschiva occupata dai neonazisti veniva bombardata da un aereo; “Tutto questo per mezza dozzina di militanti di Pravij Sektor?” Domanda legittima confermata dal fallimento totale dell”Assemblea nazionale’ convocata a Kiev da Pravij Sektor, il 19 luglio, che raccoglieva solo 100 manifestanti. Ma il 21 luglio, a Kiev, 3000 neonazisti di Pravij Sektor si riunivano per lanciare la “nuova fase della rivoluzione ucraina“, come annunciava Jarosh, da avviare con un referendum sul voto di sfiducia del governo e le dimissioni del ministro degli Interni Avakov. Inoltre, il ministro degli Interni della regione di Odessa, il georgiano Giorgi Lortkipanidze, corteggiava Pravij Sektor che chiede l’apertura di un’inchiesta sui fatti di Mukachevo. Lortkipanidze assicurava di sostenere la richiesta di creare una Commissione d’inchiesta. Ma dall’altra parte, 23 nazibattaglioni del ministero degli Interni ucraino esprimevano sostegno ad Avakov; si trattava dei battaglioni Kievshina, Santa Maria, Kiev-1, Kiev-2, Gorpun, Kirovograd, Zolotoe Vorota, Sich, Bogdan, Nikolaev, Kharkov, Kharkov-2, Vinnitsa, Skif, Chernogov, Sicheslav, Lugansk, Bolgrad, Slobozhanshina, Tyman, Artjomovsk, “Lvov e Storm. I membri di tali unità si dichiaravano pronti ad eseguire gli ordini di Avakov. Pravij Sektor invece raccoglieva il sostegno di 5 nazibattaglioni: Azov, OUN, Ajdar, il cui capo è stato arrestato per mafia, e Tornado il cui capo è stato arrestato per torture, omicidi e stupro di ragazzi minorenni. In realtà si tratta dello scontro tra Kolomojskij e Avakov sul controllo di una zona cruciale per la residuale economia ucraina, lo snodo gasifero di Mukachevo. Anche il primo ministro Jatsenjuk e Julija Timoshenko difendevano Pravij Sektor contro Avakov, e quindi contro Poroshenko, accusandoli di essere dei corrotti a capo di un’amministrazione e di forze di polizie “coinvolte nel contrabbando su tutte le frontiere dell’Ucraina. Non sono forze di sicurezza, perché partecipano ad ogni tipo di contrabbando. Non c’è alcuna autorità e fidarsene è impossibile“. Mesi prima Artjom Skoropadskij, portavoce di Pravij Sektor, aveva detto, “Nel caso di una nuova rivoluzione, Poroshenko e i suoi sostenitori non potranno lasciare il Paese come ha fatto il presidente precedente. Non possono aspettarsi che un cella buia per l’esecuzione effettuata da un gruppo di militari ucraini o membri della Guardia Nazionale“.Ukraine Attack


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L’accordo degli USA con l’Iran esclude la Russia?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 21 luglio 2015

Le implicazioni del recente accordo nucleare iraniano si estendono ben oltre le centrifughe e l’arricchimento dell’uranio. La Russia, che ha a lungo usato le tensioni tra Teheran e Washington per i propri fini, può saperlo meglio di chiunque altro.16232453_xlTeheran e Washington sono stati ostacolati dalle rispettive retoriche post-1979. Anche dopo l’accordo nucleare finale è stato firmato a Ginevra, funzionari di Teheran e Washington dicono che non normalizzano i legami. In generale, tuttavia, le parti da tempo migliorano le relazioni senza fare alcuna concessione rinunciando ai loro obiettivi strategici o abbandonando pubblicamente le loro posizioni ideologiche. Non va dimenticato che Washington e Teheran hanno avviato un dialogo diplomatico segreto sostenuto nel sultanato di Oman nel 2013, scioccando alleati e nemici. Le minacce degli Stati Uniti di attaccare la Siria nell’agosto 2013 sarebbero state volte a fare leva sui colloqui bilaterali segreti tra Teheran e Washington. Secondo Banafsheh Keynoush, ex-traduttore di quattro presidenti iraniani e dell’avvocatessa riformista Shirin Ebadi, Teheran ha da tempo voluto ravvivare il commercio con Washington. Il giornalista Gareth Porter fa una simile affermazione, sostenendo che i funzionari iraniani hanno deliberatamente usato l’arricchimento dell’uranio per normalizzare i rapporti con Washington. Scrivendo per Middle East Eye, Porter sostiene che durante il secondo mandato di Bill Clinton, “gli strateghi iraniani cominciarono a discutere l’idea che il programma nucleare iraniano fosse la principale speranza per impegnare la potenza egemone“. C’era anche una lettera inviata via fax dall’Iran per un “grande patto” nel 2003 che Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano, riconosce come risposta iraniana a un segnale fuorviante da una terza parte che sosteneva di parlare a nome di Washington.

Lavorando sull’accordo
Non è un caso che progredendo i colloqui sul nucleare, le chiacchiere su una ripresa dei legami commerciali tra Iran e Stati Uniti divamparono a Wall Street e nei bazar di Teheran. Quando l’accordo finale è stato annunciato a Vienna, fu anche annunciato in Iran un “piano speciale” per esportare prodotti petrolchimici negli Stati Uniti, tra l’altro, secondo la Mehr News Agency iraniana. L’annuncio non fu fatto che dalla prominente Associazione dell’Industria Petrolchimica iraniana. Il piano per esportare prodotti petrolchimici iraniani è solo la punta dell’iceberg, però. Teheran Times riporta il 23 maggio che Gholamreza Shafei, capo della Camera di commercio, industria, miniere e agricoltura iraniana, “ha detto che il governo iraniano ha dato il via libera ai proprietari di imprese private nel creare legami commerciali con gli omologhi statunitensi“. Ha anche riconosciuto che l’istituzione di una camera del commercio iraniano-statunitense fu discussa per circa dieci mesi. In realtà, colloqui per istituire la camera del commercio iraniano-statunitense furono comunicati dall’Agenzia del governo della Repubblica Islamica (IRNA) nel 2013, che riportava discussioni sulla camera iraniano-statunitense avviate nello stesso momento in cui Washington e Teheran iniziavano i colloqui diretti nel 2013. La normalizzazione dei legami commerciali tra Iran e Stati Uniti è un processo poco seguito che segnerebbe la normalizzazione. Le transazioni commerciali e affaristiche tra Iran e USA possono aversi senza la normalizzazione dei rapporti diplomatici e senza cambiamenti significativi nella percezione pubblica dei rapporti tra Iran e Stati Uniti. Le retorica di entrambe le parti potrebbe, più o meno, restare mentre il commercio prospera e i sostenitori della linea dura contrari al riavvicinamento potrebbero essere tenuti a bada.

Modifica dei parametri geostrategici tra Stati Uniti, Russia e Iran
Le ostilità tra Stati Uniti e Iran furono sfruttate da altri attori internazionali per i propri programmi. Teheran e Washington ne furono consapevoli. Il governo russo ha usato le tensioni tra Teheran e Washington come carta per le proprie strategie negoziali numerose volte. Mosca, però, ha sempre consapevolmente cercato di non attraversare una certa linea quando usava le divergenze iraniano-statunitense, cercando concessioni da Washington. Mosca non ha mai voluto indebolire l’Iran o lasciare che Washington sottomettesse Teheran. Russi e iraniani sanno molto bene che la loro sicurezza è organicamente connessa. Con la normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran e l’approccio conciliante preso da Washington e Teheran nel 2013, la leva dei rapporti bilaterali della Russia con l’Iran contro gli Stati Uniti è una strada che Mosca essenzialmente non può più seguire. Il Cremlino se ne rende conto e dal 2013 ha preso provvedimenti seri per cementare i legami russo-iraniani come partnership strategica rispecchiando la partnership sino-russa. Ciò include l’adozione di misure per stabilire maggiore fiducia tra Mosca e Teheran. Mosca ha anche espiato per la decisione dell’ex-presidente Dmitrij Medvedev di fermare l’invio dei sistemi missilistici di difesa aerea S-300 all’Iran nel 2010, revocando il divieto della consegna dei sistemi, aggiornandoli e offrendosi di vendere il superiore Antej-2500 all’esercito iraniano, se Teheran ritira la querela contro Rosoboronexport per non aver consegnato gli S-300, presso la sede di conciliazione di Ginevra e l’Alta Corte Arbitrale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). I colloqui bilaterali non nucleari fra Teheran e Washington hanno indubbiamente incluso un certo sforzo degli Stati Uniti per mettere gli iraniani contro i russi, soprattutto ora che l’Unione europea ha bisogno di un fornitore di energia che sostituisca la Federazione russa. Sebbene gli Stati Uniti spinsero i russi nel 2010 ad annullare l’accordo sugli S-300 che Mosca fece con l’Iran nel 2007, celebrarono il fatto che il governo iraniano abbia portato la Russia presso la Corte di conciliazione e di arbitrato dell’OSCE nel 2011 per avere i 4 miliardi di dollari di risarcimento per la violazione del contratto da parte del Cremlino.

La guerra dell’informazione contro la Russia
I media mainstream statunitensi e gli intellettuali che lavorano per gli interessi degli Stati Uniti hanno lanciato una campagna d’informazione anti-russa sottolineando che Iran e Russia sono “alleati di comodo”, e che la partnership russo-iraniana non durerà, sostenendo che la Russia è la perdente nell’accordo sul nucleare fra Iran e P5+1 (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti più la Germania). I loro punti di discussione puntano decisamente agli aspetti negativi dei rapporti tra Russia e Iran e sottolineano che Mosca e Teheran saranno concorrenti sul mercato dell’energia, soprattutto in Europa. Sottolineano anche che i russi hanno paurosamente fretta di concludere accordi commerciali con l’Iran prima che il mercato iraniano si apra al commercio con Stati Uniti ed Europa occidentale. Presumono che l’Iran preferisca le aziende di Stati Uniti ed Europa occidentale a quelle russe perché non sono così avanzate e la tecnologia russa non è aggiornata. Allo stesso tempo, un altro racconto sostiene che Russia e Iran commerciano presso la comunità internazionale. Questa trasformazione è stata gradualmente descritta negli ultimi dieci anni, presentando la Russia come la Francia gollista, parte occidentale indipendente e contraria a Washington. Poi dipinsero la Russia come la Repubblica popolare cinese quando si accesero le tensioni tra Mosca e NATO durante e dopo la guerra russo-georgiana e lo scudo antimissile in Europa. La Russia fu descritta separata dall’occidente, come la Cina, ma co-esistente. Dopo euromaidan in Ucraina, la Russia viene descritta come il nuovo Iran, un Paese in rapporti ostili con l’occidente. Perciò Radio Free Europe del governo degli Stati Uniti afferma: “Dopo decenni come Stato canaglia isolato, l’Iran sembra finalmente uscire dal freddo. E dopo decenni da finta partner dell’occidente, la Russia è divenuta canaglia”. Molte di tali valutazioni sono polemiche o sofismi. Un articolo ampiamente diffuso da Reuters di Agnia Grigas e Amir Handjani sostiene che la Russia sarà la “grande perdente” dell’accordo sul nucleare con l’Iran, ma è pieno di errori e presupposti. Gli autori, esperti del settore energetico, non sanno che la Statistical Review of World Energy della BP annuncia che l’Iran ha le maggiori riserve di gas naturale del mondo, pari a 1202400 miliardi di piedi cubi. Né Grigas, esperto di Russia e spazio post-sovietico, consultato dal Gruppo Eurasia, che Handjani sanno che l’impero cinese, non l’Iran, aveva ceduto più territorio alla Russia in passato. Mettendo da parte tali errori, l’articolo della Reuters prevede che l'”alleanza russo-iraniana sia più un matrimonio di convenienza che un autentico partenariato”. Questa è retorica del desiderio della Washington Beltway. Gli autori sostengono che “la Russia usa l’Iran come punto d’appoggio geopolitico nel Golfo Persico ricco di energia per colpire gli alleati degli Stati Uniti nella regione. In cambio, l’Iran sfrutta il potere di veto di Mosca nei forum multilaterali come le Nazioni Unite“. Inoltre presumono che “l’Iran impegnato con l’occidente su energia, commercio e produzione di energia nucleare pacifica, non vedrebbe più la Russia come protettrice dei suoi interessi”. La Russia non ha alcun punto d’appoggio nel Golfo Persico e non vi è alcuna prova che Mosca utilizzi Teheran per minacciare qualsiasi alleato di Washington in Medio Oriente. Invece il Cremlino non ha interesse a suscitare problemi con gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, come Israele e Arabia Saudita, e invece vuole commerciarvi allontanandoli da Washington. D’altra parte, però, gli iraniani non si fanno manipolare eseguendo gli ordini di un attore internazionale e hanno sempre lavorato per proteggere i propri interessi senza dipendere da altri Paesi. Non c’è un gran record in cui la Russia abbia usato il diritto di veto per l’Iran. Né l’Iran è nella stessa posizione dell’alleata Siria, mentre Teheran non teme ne si preoccupa del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; perciò l’Iran non fu scosso da una qualche risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata contro di esso.nguyen-nhan-iran-phat-trien-he-thong-bavar-373-datviet.vn-02_41132277.jpg_risultatoBavar-373, S-300 e le sanzioni sulle armi delle Nazioni Unite
Sul lato opposto dello spettro della guerra delle informazioni tra Mosca e Washington, settori dei media russi sottolineano che l’apertura del mercato iraniano sarà un grande affare per le società russe, tra cui produttori di armi, industria nucleare ed energetica russi. Alcuni esperti russi, tuttavia, hanno messo in guardia dall’infedeltà iraniana. A giugno, l’agenzia di stampa russa TASS riferiva che Vladimir Sazhin, ricercatore dell’Accademia Russa delle Scienze, affermava: “L’Iran non si preoccupa affatto degli interessi della Russia. Ha bisogno di soldi e nel prossimo futuro porrà notevole concorrenza alla Russia, non solo in Europa, sul mercato del petrolio tra 2-3 anni, e sul mercato del gas tra 5-7 anni“. Rapporti da Stati Uniti e Russia generalmente esagerano o fraintendono l’Iran. Inoltre non riconoscono che l’Iran produce la maggior parte del proprio equipaggiamento militare, tra cui missili balistici, sottomarini, aerei da combattimento, carri armati, elicotteri, droni e radar. È vero che la caduta delle sanzioni sulla armi darebbe una spinta all’industria delle armi russa. La spinta, però, non sarebbe un affare d’oro perché l’esercito iraniano non dipende dalla Russia per la sicurezza o le attrezzature. Come accennato prima, anche se gli iraniani acquistano parte dell’equipaggiamento militare dai russi, Teheran ha una “politica di autosufficienza militare e produce le proprie armi“. Quando Mosca ha rifiutato di riparare tre sottomarini di fabbricazione russa classe Kilo, perché l’Iran non era disposto ad inviarli in Russia, gli iraniani li revisionarono. L’esercito iraniano sostiene anche che il sistema di difesa aerea Bavar-373 è più o meno l’equivalente al russo S-300. L’industria bellica dell’Iran è “un settore dinamico e moderno che avanza; possiamo rifornirci da Stati amici, ma praticamente crediamo che il nostro potere deterrente debba basarsi sulla nostra tecnologia“, ha detto il Generale di Brigata Ali Shadmani, Vicecapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica iraniana, all’agenzia FARS ad aprile, in risposta a relazioni secondo cui l’S-300 salvaguarda in modo significativo lo spazio aereo iraniano come se l’Iran non potesse proteggere i propri cieli. Shadmani continuava spiegando che Teheran aveva bisogno del sistema di difesa missilistica nel 2006 e 2007, e l’accordo per l’S-300, sollecitato dalla Russia, fu preso al momento. Inoltre osservava che l’Iran voleva il sistema, ma anche che produce il Bavar-373, anche se “la produzione non è abbastanza veloce” per le esigenze delle forze armate iraniane. E’ molto probabile che l’obiettivo principale degli iraniani nel far cadere le sanzioni sulle armi sia esportarle. La risoluzione 1747 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata all’unanimità nel 2007 con il consenso di Cina e Russia, in realtà ha reso l’industria bellica iraniana competitiva sul mercato delle armi verso i produttori del P5+1. Il presidente iraniano Hassan Rouhani si è anche rivolto al pubblico iraniano dicendo che tutti gli obiettivi di Teheran sono stati raggiunti a Vienna, secondo i termini dell’accordo nucleare finale, anche se l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite contro Teheran resta ancora in parte per alcuni anni.

Mentre l’Iran commercia con l’occidente, l’Eurasia rimarrà la sua profondità strategica
Anche se salutano l’entrata nel mercato iraniano, le diverse valutazioni di simpatia od ostilità verso Russia o Stati Uniti disprezzano due fatti importanti. In primo luogo, è Teheran che decide con chi commerciare o no. In secondo luogo, gli iraniani non hanno limitazioni post-Vienna sui partner commerciali. L’Iran ha fatto accordi commerciali con la Russia grazie al trattamento preferenziale di partner strategico sicuro ed alleato. Mosca e Teheran collaborano per costruire un’alleanza strategica in Eurasia mirando a stabilire un legame simile a quello tra Cina e Federazione russa. Mentre gli iraniani non cederanno sui legami strategici con la Russia, lavoreranno nel loro interesse sperando in un partenariato strategico equilibrato con Mosca. Teheran chiede un approccio equilibrato con la Russia su un rapporto reciprocamente vantaggioso con la Federazione russa, che non riduca Teheran a subordinata di Mosca. L’Iran accetterà imprese di Europa occidentale e Stati Uniti, e farà affari con esse al posto delle imprese russe dove necessario e ritenuto idoneo. Nonostante il possibile fiorire del commercio con Stati Uniti ed Europa occidentale, Teheran manterrà la profondità strategica in Eurasia, perciò gli iraniani hanno fatto pressioni e chiesto che l’Iran diventi membro a pieno titolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai insieme a Russia e Cina. Inoltre, Teheran non si fida di Washington. Come è stato detto durante i negoziati, l’accordo nucleare non si basa sulla fiducia, ma su verifica e reciprocità.

Quali nubi di guerra?
Fin dall’inizio il dossier nucleare iraniano era di natura politica. Gareth Porter scrive che come “media potenza regionale militarmente debole ma politicamente influente“, l’Iran essenzialmente ha indotto la crisi nucleare come leva per coinvolgere gli Stati Uniti con l’obiettivo di normalizzare i rapporti con Washington. La crisi nucleare, tuttavia, era una crisi prodotta da Washington per frenare gli iraniani e l'”Asse della Resistenza” composto da Siria, Hezbollah, Hamas e altri attori regionali. L’accusa era che il programma nucleare iraniano non fosse che una farsa tattica usata da Washington ed alleati per fare pressione sull’Iran, con l’obiettivo di frenare Teheran dal ristrutturare il Medio Oriente, nell’ampia roadmap unipolare di Washington contro russi e cinesi per controllare l’Eurasia. Pechino, Mosca, Teheran e Washington hanno tutti piani di emergenza per diversi scenari. Esistono probabilità di tradimento e gli iraniani ne sono pronti. Nel 2009, l’Istituto Brookings consigliò che Washington creasse l’illusione di dare agli iraniani la possibilità di negoziare prima di attaccarli “per garantirsi il sostegno logistico che l’operazione richiederebbe e ridurre al minimo il contraccolpo”. Il Pentagono dovrebbe “solo attaccare quando vi è la diffusa convinzione che gli iraniani hanno avuto, ma poi respinto, una superba offerta, tale che solo un regime determinato ad acquisire armi nucleari per ragioni sbagliate potrebbe respingere”, consigliava il rapporto della Brookings Institution “Quale via per la Persia?“. Per mesi, mentre il ministro degli Esteri Zarif e il suo team negoziale dei viceministri degli Esteri iraniani elaboravano l’accordo con il segretario di Stato USA John Kerry e i P5+1 o EU3+3, i comandanti iraniani facevano dichiarazioni parallele sulla prontezza alla guerra e la necessità degli aggiornamenti militari. In realtà, l’ayatollah Ali Khamenei diede indicazioni specifiche al governo e ai militari iraniani per aumentare la spesa, e il 30 giugno Khamenej ordinava di rinnovare la preparazione a un conflitto. A conclusione dei negoziati nucleari a Vienna, il leader supremo ha detto al presidente Rouhani che alcuni membri del sestetto con cui Zarif ha firmato l’accordo nucleare finale sono inaffidabili, e che doveva fare attenzione. Questa sfiducia in sé assicura che l’Iran abbia un approccio equilibrato verso Stati Uniti e Russia.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Accordo iraniano: implicazioni e lezioni

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 21/07/201592d1723f96feb71e7b0f6a706700392cOra che è stato raggiunto un accordo sulla questione del nucleare iraniano, l’attenzione si rivolge al modo in cui influenzerà la regione e il mondo. L’accordo vede l’Iran accettare misure di trasparenza e limitazioni sull’infrastruttura nucleare, compresi arricchimento dell’uranio, approvvigionamento di tecnologie nucleari e ricerca nucleare. In cambio, la comunità internazionale dovrà togliere le sanzioni che interessano l’economia iraniana, una volta che l’Iran avrà rispettato gli impegni nell’ambito dell’accordo entro un anno. Il mancato raggiungimento dell’accordo annuncerebbe il confronto ed eventualmente azioni militari. L’accordo apre nuove opportunità per migliorare la sicurezza regionale.

Esito a beneficio di tutti
L’Iran ha fatto concessioni significative. Le possibilità di avere l’arma nucleare, date le circostanze sono quasi certamente nulle. Il regime di ispezioni dell’AIEA è abbastanza efficace, ma l’Iran ha raggiunto un accordo migliore rispetto al 2003. Il potenziale nucleare, in particolare il diritto di arricchire l’uranio, supera di gran lunga le esigenze economiche e per la ricerca scientifica. Ci sono tre alternative all’accordo. La prima, una guerra nel Golfo Persico a seguito di attacchi all’Iran impantanando la regione nel caos. Seconda, l’Iran diventa nucleare con tutte le implicazioni conseguenti. Terza, un attacco aereo contro un Iran nucleare sarà seguito da un conflitto regionale nucleare. Per evitare queste tre ipotesi, l’accordo va rigorosamente rispettato da tutte le parti. Il programma dovrà essere ridotto, l’AIEA condurre le sue attività senza ostacoli, la trasparenza garantita e in caso di conformità dell’Iran, dovranno essere tolte le sanzioni riunendosi alla comunità mondiale. Forse saranno necessari ulteriori accordi e coordinamenti degli sforzi in futuro.

Lezioni da trarre
La diplomazia dovrebbe avere la priorità. Questa è una lezione da trarre. Un accordo era possibile nel 2003-2004 tra Iran e Regno Unito, Francia e Germania. L’Iran era pronto al compromesso. L’amministrazione statunitense di George Bush, Jr. irruppe chiedendo la completa capitolazione dell’Iran minacciando una campagna aerea e dicendo che Teheran apparteneva all’asse del male. Tale pressione addirittura portò all’aumento della resistenza e alla vittoria di Mahmud Ahmadinejad nel 2005. Nel 2006 l’Iran tornò all’arricchimento dell’uranio attivando 20 mila centrifughe e accumulando circa 10 mila tonnellate di uranio arricchito, abbastanza per diventare una potenza nucleare in pochi mesi. L’accordo appena raggiunto ridurrà di molto questo potenziale. C’è un’altra lezione importante da trarre. Solo le azioni coordinate tra grandi potenze, occidente, Russia e Cina, possono fermare la proliferazione delle armi nucleari nel mondo contemporaneo, combinando ragionevolmente la diplomazia con le sanzioni del Consiglio di sicurezza (se l’imposizione è giustificata). La linea di fondo è che l’esperienza delle sanzioni a diversi Paesi negli ultimi decenni mostra che se i Paesi colpiti sono disposti a pagarne il prezzo, le sanzioni non li costringeranno a cambiare politica. Cuba, Iraq, Pakistan e Russia sono i casi in questione. L’Iran è un grande Paese con un’ampia classe media istruita e massicce risorse naturali. Ci sono segnali crescenti che il regime di sanzioni multilaterale non sarebbe durato a lungo. Le sanzioni avvicinano Russia e Iran, Cina e India importano più petrolio dall’Iran, la Turchia è disposta a comprare più gas iraniano a un prezzo scontato, le compagnie petrolifere europee e statunitensi desiderano riprendere le attività in Iran.

Le opportunità dell’accordo
L’accordo offre le seguenti opportunità: re-integrazione dell’Iran, Paese con significative capacità nel sistema regionale e globale, potendo facilitare la risoluzione di questioni scottanti. L’isolamento dell’Iran può approfondire ulteriormente i conflitti regionali. L’accordo apre la via alla risoluzione di controversie regionali come contenere l’ascesa dello Stato Islamico, il terrorismo in Pakistan, impedire la vittoria dei taliban in Afghanistan e contrastare il narcotraffico nella regione. L’Europa, compresa la Russia, ha vasti ed estesi interessi su stabilità politica e prosperità economica in Medio Oriente grazie a vicinanza geografica e legami storici. I settori della cooperazione sono molteplici, tra cui commercio, investimenti, migrazione, traffico di droga, sicurezza energetica, non proliferazione delle armi di distruzione di massa e lotta al terrorismo. Sarebbe vantaggioso per tutti. Fare in modo che l’Iran non diventi potenza nucleare senza essere scoperto migliora significativamente la sicurezza d’Israele. Il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia esistenziale per Israele. Se attuato, l’accordo evita ciò.

I passi per favorire il processo
Alcune misure potrebbero essere adottate per favorire ulteriori progressi e individuare i modi più costruttivi per collaborare e ridurre le minacce più gravi e immediate nella regione.
– Riprendere i colloqui sul Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa sotto l’egida delle Nazioni Unite;
– Rilanciare la collaborazione regionale sulla gestione del cambiamento climatico, unendo gli sforzi per affrontare problemi come carenza idrica, desertificazione e altre minacce ambientali, minacce più esistenziali delle armi nucleari;
– Avviare la cooperazione regionale sull’energia alternativa, come l’energia nucleare, per il bene dei popoli della regione. Dare impulso alla cooperazione iraniana-saudita con tutte le garanzie internazionali richieste. Data l’esperienza sull’energia nucleare la Russia può dare un contributo importante al processo.

La Russia guadagna dall’accordo
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato in un comunicato diffuso dal Cremlino che l’accordo significa che le “relazioni bilaterali con l’Iran riceveranno un nuovo impulso e non saranno più influenzate da fattori esterni“.
L’accordo sul nucleare iraniano ha aperto la strada a una “larga” coalizione per combattere lo Stato Islamico, secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. “Rimuove le barriere, in gran parte artificiali, sulla strada di un’ampia coalizione per combattere lo Stato Islamico (IS) e altri gruppi terroristici”, ha detto Lavrov in una dichiarazione sul sito del ministero, il 14 luglio.
La Russia si è sempre opposta allo sviluppo di armi nucleari dell’Iran, così come non sostiene il programma di arricchimento dell’uranio iraniano. Nel 2006-2010 la Russia votò a favore di sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (tra cui quattro con sanzioni economiche) per frenare il programma nucleare iraniano. Tuttavia, Mosca non s’è mai espressa ufficialmente sulla natura militare del programma nucleare iraniano e ha dato sempre priorità alla diplomazia, piuttosto che a sanzioni economiche o peggio forza militare, nel risolvere questo problema. Negli ultimi anni Mosca ha mediato tra Iran e Stati Uniti ed ha fatto bene. La fine delle sanzioni economiche contro l’Iran apre altre opportunità economiche per la Russia, compresa la prospettiva di investimenti russi nel settore petrolifero iraniano così come l’aumento delle esportazioni di prodotti russi a Teheran. Prima della rivoluzione islamica del 1979, più di 60 grandi progetti infrastrutturali, tra cui centrali idroelettriche e termoelettriche, gasdotti, fabbriche metallurgiche e impianti metalmaccanici furono costruiti in Iran con l’aiuto dell’Unione Sovietica. Negli ultimi anni le relazioni economiche tra i due Paesi sono crollate a causa delle sanzioni di Nazioni Unite, Unione Europea e Stati Uniti. La quota iraniana del commercio estero della Russia è scesa ai minimi storici, mentre i grandi progetti petroliferi furono cancellati dalle società russe, tra cui Lukoil, Norsk Hydro e Gazprom Neft. Ora le aziende russe hanno in programma importanti investimenti per lo sviluppo dei grandi giacimenti di gas dell’Iran. La Russia prevede inoltre di continuare a sviluppare l’energia nucleare iraniana, dopo aver raggiunto la posizione unica di partner dell’Iran nella costruzione della centrale nucleare di Bushehr, durante l’isolamento internazionale degli ultimi decenni. Accordi da 10 miliardi di dollari sono già stati delineati per la costruzione di centrali idroelettriche e termiche. La cooperazione spaziale appare promettente, mentre l’Iran non può mettere in orbita satelliti, si aspetta di collaborare con la Russia. Un’altra possibilità interessante è l’investimento per l’espansione e la modernizzazione dell’infrastruttura ferroviaria iraniana, un settore in cui la Russia ha vasta esperienza e capacità tecnica. Anche la cooperazione tecnico-militare è un promettente campo di cooperazione. Dalla metà degli anni ’60, l’Unione Sovietica ha fornito all’Iran grandi quantità di blindati e artiglieria, costruito fabbriche per riparare e produrre equipaggiamenti militari (a Isfahan, Shiraz, Dorude e nei pressi di Teheran). Dopo la rivoluzione islamica del 1979, la quota di importazioni militari dell’Iran della Russia salì al 60% e negli anni ’90 l’Iran fu, insieme a Cina e India, un importante acquirente di armi russe tra cui aerei da combattimento (MiG-29, Su-24), elicotteri (Mi-17), missili antiaerei (S-200, TOR-1), sottomarini diesel (Kilo), carri armati (T -72) e veicoli da combattimento per la fanteria (BMP-2).
La Russia ha credenziali e capacità per facilitare e accelerare il processo di re-integrazione della Repubblica islamica nel sistema globale. Questa opportunità unica non va sprecata.

Unirsi, prerequisito per il successo
Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli USA Barack Obama hanno parlato il 15 luglio congratulandosi sull’accordo nucleare con l’Iran. I leader hanno convenuto che sia nell’interesse del mondo. La conversazione telefonica ha avuto luogo su iniziativa degli Stati Uniti. Le due parti hanno sottolineato il ruolo del dialogo russo-statunitense per garantire sicurezza e stabilità mondiale. “Le parti hanno sottolineato che l’accordo globale sul programma nucleare iraniano risponde agli interessi della comunità internazionale, contribuendo a rafforzare il regime di non proliferazione nucleare e diminuendo le tensioni in Medio Oriente. A questo proposito, i presidenti hanno sottolineato il ruolo del dialogo russo-statunitense per garantire sicurezza e stabilità nel mondo”, afferma la dichiarazione. Putin e Obama “hanno espresso la volontà di continuare a collaborare nell’interesse della realizzazione durevole degli accordi di Vienna, così come su altre questioni internazionali come la lotta al terrorismo internazionale”, sottolinea la dichiarazione. I due leader si sono anche “congratulati su una data speciale delle relazioni russo-statunitensi: il 40° anniversario del volo orbitale Sojuz-Apollo”. In una relazione, la Casa Bianca ha detto che Obama ha ringraziato Putin per il ruolo della Russia nei negoziati nucleari iraniani. “I dirigenti si sono impegnati a rimanere in stretto coordinamento mentre (l’accordo) diventa operativo ed hanno anche espresso il desiderio di collaborare per ridurre le tensioni regionali, soprattutto in Siria”, secondo la Casa Bianca. Ha aggiunto che Obama e Putin hanno deciso di rimanere in stretto contatto mentre l’accordo con l’Iran viene attuato e avrebbero collaborato per ridurre le tensioni in Medio Oriente, in particolare in Siria. Questo è veramente importante, entrambi le parti hanno accettato di cooperare ulteriormente in Medio Oriente. L’accordo testimonia il fatto che Russia, Stati Uniti e occidente in generale possono e devono mettere da parte le differenze sull’Ucraina e cooperare efficacemente in altri campi affrontando temi scottanti di reciproco interesse a beneficio di tutti. I commenti in merito all’“isolamento” internazionale della Russia sono piuttosto ridicoli, date le circostanze. I colloqui sull’accordo con l’Iran hanno ancora una lunga strada da percorrere. L’attuazione dell’accordo è su una strada accidentata, ed è impossibile adempiere la missione divisi; solo combinando gli sforzi si arriva al successo, come l’accordo con l’Iran dimostra.186584870La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza israelo-saudita

Dean Henderson 04/12/2014

Press TV aveva riferito che Stati Uniti e sauditi iniziarono a finanziare i ribelli siriani, divenuti SIIL, nel 2012. Dopo aver diretto gli islamisti libici per rovesciare Gheddafi, i sauditi e i loro compari despoti del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) cercarono di far cadere il governo Assad. Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del Wall Street Journal e dellìoperazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il 2° magiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. La collusione anglo-statunitense con gli interessi sionisti israeliani è ben documentata. Meno noto è il ruolo dei Saud di finanziatori della Fratellanza musulmana e dei complotti di CIA/Mossad/MI6 nel mondo. La Fratellanza Musulmana dei Saud e i cabalisti israeliani condividono una lunga storia con i massoni dell’intelligence inglese risalente alle Scuole dei Misteri egizi. L’oligarchia dei banchieri Illuminati gestisce tutte e tre le società segrete e controlla l’economia mondiale attraverso il monopolio delle banche centrali e l’egemonia sul traffico di petrolio, armi e droga. Tale cabala di miliardari satanisti guidata dai Rothschild crea fanatici nelle fedi ebraica, cristiana e musulmana per dividere i popoli e massimizzare i profitti di guerra.

Gaza attack joint Arab-Israeli war on Palestinians: CNNDa quando la Chevron scoprì il petrolio in Arabia Saudita nel 1938, la monarchia dei Saud ha sempre finanziato le avventure militari segrete dei Rothschild. Fa parte dello scambio petrolio per armi. I sauditi inviarono oltre 3,8 miliardi di dollari ai mujahidin afghani addestrati dalla CIA. Il loro emissario presso gli statunitensi fu Usama bin Ladin. Diedero 3,5 milioni di dollari ai contras nicaraguensi. Il tangentista della Northorp/Lockheed Adnan Khashoggi svolse un ruolo chiave nel far finanziare dai sauditi l’Enterprise di Richard Secord. Ma mentre gli sforzi di contra e mujahadin ricevevano la copertura dei giornali, i Saud erano occupati a finanziare la controinsurrezione nel mondo. In Africa i sauditi sostennero per decenni il Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS) che operava dal Ciad tentando di rovesciare il presidente libico Muhammar Gheddafi. Il Chad fu a lungo un Paese importante in Nord Africa per i sistemi di produzione petrolifera della Exxon Mobil. Nel 1990, a seguito di un controcolpo di Stato sostenuto dai libici contro il governo del Ciad, che sponsorizzava l’NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 elementi del NFS grazie al finanziamento saudita. Gli Stati Uniti diedero 5 milioni di dollari di aiuti al governo dittatoriale keniano di Daniel Arap Moi affinché il Kenya ospitasse i capi del NFS, mentre gli altri governi africani si rifiutavano di accettarli. Arap Moi poi aiutò le operazioni segrete della CIA in Somalia, finanziate dai sauditi. I sauditi finanziarono i ribelli dell’UNITA di Jonas Savimbi in Angola nel tentativo brutale di rovesciare il governo socialista del presidente del MPLA José dos Santos. Su richiesta della CIA, i sauditi diedero milioni al Marocco per pagare l’addestramento in quel Paese dell’UNITA. L’Angola ha enormi giacimenti di petrolio. Nel 1985 Chevron Texaco riceveva il 75% dei proventi del petrolio dell’Angola. Nel 1990 il 29% del greggio di Exxon Mobil diretto negli Stati Uniti proveniva dall’Angola. Una relazione annuale della De Beers, tentacolo della famiglia Oppenheimer che monopolizza il commercio dei diamanti nel mondo, si vantava di acquistare diamanti dall’UNITA. Savimbi fu alla Casa Bianca dal presidente Reagan. I sauditi finanziarono la RENAMO nella campagna terroristica delle CIA ‘Piano rosa’ contro il governo nazionalista del Mozambico. A metà degli anni ’80 i sauditi e l’Oman inviavano armi alla RENAMO attraverso le Isole Comore, favorevoli a Israele e al Sud Africa dell’apartheid. Due presidenti delle Comore Ali Soilah e Ahmed Abdullah Abderemane, furono assassinati dai mercenari che proteggevano il traffico di armi. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), ex-Zaire, il fantoccio degli Illuminati Mobutu Sese-Seiko governava con pugno di ferro da quasi quattro decenni. Era il cane da guardia della City of London nello Zaire ricco di cobalto, uranio e molibdeno di vitale importanza per il programma di armi nucleari degli Stati Uniti. Lo Zaire è anche ricco di rame, cromo, zinco, cadmio, stagno, oro e platino. Mentre Mobutu accumulava oltre 5 miliardi nei conti bancari svizzeri, belgi e francesi, il popolo dello Zaire viveva nello squallore. Mobutu fu messo al potere nei primi anni ’60 dopo che l’agente della CIA Frank Carlucci, con Reagan e Bush segretario alla Difesa e oggi presidente del consulente d’investimento della famiglia bin Ladin, Carlyle Group, fu il gangster che assassinò il primo ministro del Congo Patrice Lumumba. Sotto il regno di Mobutu, gli Stati Uniti avevano basi militari a Kitona e Kamina da dove la CIA perseguiva le guerre segrete contro Angola, Mozambico e Namibia finanziate dai Saud. La guardia di palazzo di Mobutu fu addestrata dal Mossad israeliano. Alla fine degli anni ’70 i sauditi comprarono le truppe marocchine inviate a salvare Mobutu dai secessionisti del Katanga guidati da Laurant Kabila. Mobutu fu deposto nel 1998 dalle forze fedeli a Kabila, amico di Fidel Castro. I sauditi cominciarono a finanziare le incursioni militari in Congo dei governi di Ruanda, Uganda e Burundi. Tale destabilizzazione della regione dei Laghi portò al genocidio ruandese. Kabila fu assassinato nel 2000 dopo essersi rifiutato di servire gli Illuminati. Oltre quattro milioni di persone sono morte nella RDC negli ultimi dieci anni.
Lumumba e Kabila non furono i primi nazionalisti africani eliminati dai sangue puro. Negli anni ’50 e ’60 la CIA e l’intelligence francese assassinarono il nazionalista marocchino Mahdi ben Barqa la cui Union Nationale de Forces Populaire minacciava il monarca Re Hassan II, fantoccio degli USA. Il presidente di sinistra della Guinea Sekou Toure e il socialista tunisino Habib Bourgiba furono assassinati dai servizi segreti occidentali. Nel 1993 il presidente sudanese Omar al-Bashir accusò i sauditi di fornire armi al Sudan People Liberation Army (SPLA) di Johnny Garang. La parte meridionale del Sudan che lo SPLA cercava di staccare, è ricco di petrolio. Il Mossad rifornì l’SPLA per anni dal Kenya. Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciò aiuti militari a Etiopia, Eritrea e Uganda. L’aiuto era volto ad alimentare l’offensiva del SPLA su Khartoum. La crisi nel Darfur è il risultato diretto dell’intromissione saudita-israelo-statunitense per conto di Big Oil. Il presidente algerino Chadli Benjladid accusò i sauditi di finanziare il barbaro Gruppo islamico armato (GIA) dopo che l’Algeria protestò contro la Guerra del Golfo voluta dagli USA, scatenando il regno del terrore contro il popolo algerino. Benjladid fu costretto a dimettersi, seguito dal frettoloso voto della legge sugli idrocarburi che aprì i giacimenti petroliferi del Paese, storicamente socialista, ai Quattro Cavalieri. La CIA poi aiutò i terroristi del GIA a recarsi in Bosnia, dove contribuirono a distruggere la Jugoslavia socialista. L’Algeria ha una lunga storia di sfide a Big Oil. Il presidente Houari Boumedienne, uno dei grandi leader socialisti arabi di sempre, richiese un ordine economico internazionale più giusto negli infuocati discorsi alle Nazioni Unite. Incoraggiò i cartelli di produttori per emancipare il Terzo Mondo dai banchieri di Londra. Il petroliere indipendente italiano Enrico Mattei iniziò a negoziare con l’Algeria e altri Paesi nazionalisti dell’OPEC che volevano vendere il petrolio a livello internazionale senza avere a che fare con i Quattro Cavalieri. Nel 1962 Mattei morì in un misterioso incidente aereo. L’ex-agente dei servizi segreti francesi Thyraud de Vosjoli dice che la sua agenzia ne fu coinvolta. William McHale della rivista Time, che seguiva il tentativo di Mattei di rompere il grande cartello petrolifero, morì in circostanze strane.
Nel 1975 gli Stati Uniti inviarono 138 milioni di dollari di aiuti militari dall’Arabia Saudita allo Yemen, nella speranza di schiacciarvi la rivoluzione marxista. Il tentativo fallì e lo Yemen fu diviso tra nord e sud per due decenni prima di unirsi nel 1990. Gli aiuti sauditi-statunitensi allo Yemen e all’Oman continuano ancora oggi, nel tentativo di reprimere i movimenti nazionalisti in quei Paesi che confinano con il Regno e i suoi vasti giacimenti controllati dai Quattro Cavalieri.
Durante lo sforzo degli USA per staccare la Bosnia dalla Jugoslavia, il re saudita Fuad chiese la fine dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite. Quando l’embargo fu revocato, i sauditi finanziarono l’acquisto di armi dei bosniaci musulmani. Poi i sauditi finanziarono i narcotrafficanti del Kosovo Liberation Army e i separatisti albanesi del NLA che attaccarono il governo nazionalista della Macedonia. I sauditi finanziarono anche le operazioni segrete della CIA in Italia dove spesero 10 milioni di dollari nel 1985 per distruggere il partito comunista. Recentemente il principe saudita Bandar ha donato 1 milione alla Presidential Library di Bush senior e un altro milione per la campagna di alfabetizzazione di Barbara Bush. La sera dell’11 settembre 2001 il principe Bandar fumava sigari alla Casa Bianca con il presidente Bush, mentre i membri della famiglia bin Ladin venivano evacuati dagli Stati Uniti nello spazio aereo chiuso al resto del traffico. I sauditi svolsero semplicemente il loro storico ruolo di finanziatori dell’operazione 11 settembre? Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del portavoce dei banchieri Wall Street Journal e dell’operazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il secondo maggiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. Fox News è un’operazione segreta dei Rothschild per il controllo mentale del popolo statunitense?

Laurent-Desiré Kabila

Laurent-Desiré Kabila

Fonti:
Mercenary Mischief in Zaire”. Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.238
Hunter
Earth First! Journal. Vol. 26, #1. Samhain/Yule. 2005
US to Aid Regimes to Oust Government”. David B. Ottaway. Washington Post. 11-10-96
The Great Heroin Coup: Drugs, Intelligence and International Fascism. Henrik Kruger. South End Press. Boston. 1980. p.43
The Gulf: Scramble for Security. Raj Choudry. Sreedhar Press. New Dehli. 1983. p.14
Dude, Where’s My Country. Michael Moore. Warner Books. New York. 2003.
ABC News Online. 10-19-04

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries,Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete iscrivervi al suo sito Left Hook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA costretti a negoziare con l’Iran dalla realtà globale

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 19/07/2015Iran_Mohammad-Java_3374941bParlando da Charlottesville, il miliardario e candidato alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump ha deplorato il presidente Barack Obama sui “trattati della disperazione”, mentre a Vienna si firmava l’accordo nucleare finale con l’Iran. Trump aveva in parte ragione, ma anche torto. L’amministrazione Obama non è disperata come lamenta Trump, ma gli Stati Uniti d’America sono in declino quale prima potenza mondiale, costringendo il governo statunitense a sedersi al tavolo dei negoziati con il governo iraniano. Le condizioni geopolitiche, economiche e tattiche obbligavano gli Stati Uniti a sedersi con l’Iran. Washington è stata costretta dalle circostanze geostrategiche a cercare un accordo con l’Iran, come con i cubani. Declino e crescente isolamento in America Latina degli Stati Uniti hanno costretto l’amministrazione Obama ad avviare colloqui con L’Avana ed invertire decenni di politiche ostili a Cuba.

La patologia delle sanzioni all’Iran
Le sanzioni contro l’Iran non era volte a portare Teheran sul tavolo dei negoziati, come l’amministrazione Obama sostiene in modo ingannevole. Si tratta di revisionismo e mito politico ideati dal governo degli Stati Uniti per nascondere la patologia delle sanzioni internazionali da essi ideate. Il sistema delle sanzioni internazionali era volto a costringere Teheran ad arrendersi e sottomettersi a Washington. Le sanzioni non furono mai volte a portare l’Iran al tavolo dei negoziati. Nell’ambito dei colloqui tra Iran e UE-3, gli iraniani negoziavano con inglesi, francesi e tedeschi molto prima che le sanzioni venissero imposte. I negoziati nucleari tra Teheran e UE-3 fallirono nel 2005 per l’ostruzionismo di George W. Bush Jr., più interessato a una guerra all’Iran o al cambio di regime a Teheran, per partorire “nel dolore un ‘nuovo Medio Oriente’”.[1] Quando Washington e partner dell’Unione europea capirono che le sanzioni non avrebbero piegato l’Iran nel 2013, compresero che non avevano scelta. Le sanzioni economiche non potevano continuare ed erano al limite. Invece, ambiente e circostanze globali cambiavano sempre più a vantaggio dell’Iran. Con o senza la rimozione delle sanzioni, Russia e Cina si preparavano a migliorare il commercio. Mosca e Pechino già consideravano illegittime le unilaterali sanzioni di Stati Uniti e Unione europea. In parallelo, aumentava il bisogno dell’Unione europea di coinvolgere nuovamente l’Iran economicamente per controbilanciare le sanzioni e la guerra economica contro i russi, emerse dopo euromajdan in Ucraina. Le sanzioni iniziavano a decadere e altri Paesi avrebbero raggiunto Russia e Cina nel normalizzare gli scambi con l’Iran economicamente risorgente.

I costi della guerra
Gli Stati Uniti non avevano opzioni serie. Nonostante i falchi dalla retorica de “tutte le opzioni sono sul tavolo” della periferia di Washington, una guerra con l’Iran sarebbe costata troppo e sarebbe stata troppo rischiosa. Se gli Stati Uniti avessero potuto attaccare l’Iran, l’avrebbero fatto come con l’Afghanistan nel 2001 e l’Iraq nel 2003. Ciò fu affermato pubblicamente dai comandanti militari iraniani che dissero di sapere che Teheran era l’obiettivo principale dell’amministrazione Bush II. [2] Da qui lo slogan di Bush II: “Chiunque può andare a Baghdad, ma i veri uomini vanno a Teheran!” Qualsiasi attacco all’Iran comporterebbe una guerra regionale assai impopolare in Medio Oriente, dai devastanti risultati politici, sociali, economici, militari, strategici e diplomatici per Washington. In un modo o nell’altro, la guerra con Teheran avrebbe paralizzato gli Stati Uniti in Medio Oriente degradandoli da potenza mondiale. Le manovre degli USA per simulare l’invasione dell’Iran valutavano gravi perdite per Washington. [3] Un rapporto del giugno 2015 pubblicato dal Centro per la valutazione strategica e di bilancio lo conferma, dicendo che gli Stati Uniti non hanno l’arsenale militare convenzionale adeguato per attaccare l’Iran, perché il Pentagono non può lanciare un attacco a lungo raggio. [4] Secondo il rapporto, il Pentagono si concentra sugli attacchi a corto raggio, mentre gli iraniani, come i cinesi e i russi, hanno sistemi di difesa a lungo raggio che impediscono agli Stati Uniti di avvicinarsi abbastanza per attaccare. [5] Né c’erano o ci sono garanzie che una possibile guerra all’Iran non si dilaghi oltre Medio Oriente e Asia Centrale o che tale conflitto non si trasformi in una grande guerra internazionale. In tal contesto Washington non aveva garanzie che russi e cinesi non intervenissero per aiutare gli iraniani contro gli Stati Uniti. Inoltre, mentre Stati Uniti ed Unione europea sempre più sprofondano nel confronto con la Russia, e gli Stati Uniti sempre più con i cinesi, Washington ed alleati europei devono riavvicinarsi all’Iran per ridurre, almeno temporaneamente, le ostilità su un fronte.

Teheran, Washington e il secolo eurasiatico
Se Pechino e Mosca hanno totalmente annullato la loro parziale adesione alle sanzioni, gli USA sono incerti se compagnie e governi di UE e Asia-Pacifico rimarrebbero con le sanzioni degli Stati Uniti. La reazione degli alleati, dopo l’accordo di Losanna, la dice lunga. Dopo l’accordo, imprenditori e funzionari commerciali di Asia, Europa e resto del mondo hanno iniziato a recarsi nell’Iran in attesa della riapertura del mercato iraniano. I dirigenti del colosso energetico anglo-olandese Royal Dutch Shell e del colosso energetico italiano ENI sono andati a Teheran. [6] Mentre le compagnie europee e asiatiche si affrettano in Iran preparando la normalizzazione commerciale, l’ambasciatore francese negli Stati Uniti, Gerard Araud, ha detto ai falchi avversari dell’accordo nucleare con l’Iran del think-tank del Consiglio Atlantico, di calmarsi sulle aziende europee che corrono a riavviare il commercio con l’Iran.[7] “In realtà, abbiamo perso molti soldi, ma non gli statunitensi”, ha ricordato al Consiglio Atlantico.[8] Con la sfida russa e cinese al dollaro e al sistema di Bretton Woods, creando una architettura globale finanziaria rivale con la New Development Bank (NDB) dei BRICS e l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) della Cina, è chiaro che anche le sanzioni finanziarie e bancarie imposte degli USA si sarebbero erose. Mentre il quadro globale cambia e l’integrazione eurasiatica accelera, gli Stati Uniti vogliono l’accordo finale di Vienna più dell’Iran.27AB91F0-B0F4-49E3-9588-85DE92287863_cx0_cy3_cw0_mw1024_s_n_r1Note
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, “Plans for Redrawing the Middle East: The Project for a ‘New Middle East’”, Global Research, 18 novembre 2006.
[2] “Commander: US Intention of Invasion Deterred by Iran’s Home-Grown Military Power” Fars News Agency, 21 giugno 2015.
[3] Mahdi Darius Nazemroaya, “The Geo-Politics of the Strait of Hormuz: Could the U.S. Navy be defeated by Iran in the Persian Gulf?” Global Research, 8 gennaio 2012.
[4] Bryan Clark and Mark Gunzinger, “Sustaining Americas Precision Strike Advantage“, Center for Strategic and Budgetary Assessment, 2015.
[5] Ibid.
[6] Christopher Adams e Anjli Raval, “European oil majors hold Tehran talks”, Financial Times, 24 giugno 2015.
[7] David R. Sand, “U.S. allies not waiting for Iran’s sanctions to come down“, Washington Times, 27 maggio 2015.
[8] Ibid.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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