L’Iraq si libera senza gli statunitensi

L’Iran attacca e gli USA corrono ai ripari
MK Bhadrakumar Indian Puchline 3 marzo 2015150301181539-01-isis-0301---restricted-exlarge-169Aspri combattimenti sono scoppiati per la città irachena di Tiqrit, a nord di Baghdad, meglio nota quale città natale di Sadam Husayn e considerata cuore spirituale del regime baathista. Le forze governative irachene hanno lanciato una operazione per riconquistare la città ai d militanti ello Stato Islamico. Tale sviluppo estremamente importante ha tre dimensioni.
In primo luogo, naturalmente, se le operazioni hanno successo, saranno un duro colpo per lo SI. Tiqrit non è solo un grande premio, ma il governo iracheno porterà la guerra nel territorio dello SI. Molto probabilmente, il prossimo obiettivo sarà Mosul, nel Kurdistan iracheno, dove il drammatico balzo dello SI si manifestò lo scorso giugno. Si è tentati di supporre che lo SI affronti a breve la prospettiva dell’estinzione militare.
La seconda dimensione riguarda il ruolo cruciale che le Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) svolgerebbero nelle operazioni a Tiqrit sotto bandiera irachena. La BBC ha riferito, citando fonti delle milizie sciite, che il carismatico e leggendario comandante della IRGC, Generale Qasim Soleimani, è stato visto in prima linea “guidare personalmente l’operazione”. È una deliziosa ironia che Soleimani guidi la liberazione della città natale del suo vecchio nemico Sadam. A parte ciò, l’Iran sciita guida la lotta di oggi contro un nemico sunnita che costituisce la minaccia esistenziale ai regimi sunniti del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, che non sono innamorati dell’Iran.
Infine, la lotta che infuria su Tiqrit pone una grande domanda: dove diavolo si nasconde la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti? L’Iran ha svergognato Stati Uniti e partner della coalizione portando da solo la guerra nella tenda dello SI. L’Iran inesorabilmente dimostra che lo SI è un parassita che si può schiacciare facilmente se si fa sul serio, rispetto al mitico titanico prode nemico che gli analisti occidentali dipingono.
Nel frattempo, gli spin doctor sono già al lavoro, sostenendo che gli Stati Uniti hanno deliberatamente chiarito Tiqrit sia una questione di politica, dato che i combattimenti lì sono guidati dalla milizia sciita con una tacita ‘divisione del lavoro’ con l’Iran; una proposizione ridicola, per non dire altro. Teheran sostiene, al contrario, che gli Stati Uniti in realtà mentano quando affermano di combattere lo SI, e che in realtà Washington ha un approccio sfumato anticipando un futuro ruolo dello SI da strumento delle sue strategie regionali. Il Viceministro degli Esteri iraniano Hossein Amir Abdollahian ha letteralmente ridicolizzato le rivendicazioni degli Stati Uniti di combattere lo SI, quando ha affermato a Teheran, “Gli Stati Uniti hanno creato la coalizione anti-SIIL con 60 Paesi, ma la principale misura pratica della coalizione si limita a controllare e amministrare il SIIL“. Abdollahian ha rivelato che aerei militari statunitensi trasportano rifornimenti allo SI in Siria e Iraq, volando da grandi distanze. Ha chiesto: “Come si può fare un errore di 900 chilometri” Bella domanda.
Anche in Afghanistan gli Stati Uniti intervennero militarmente nel 2001 con il pretesto di sconfiggere i taliban, che oggi subiscono una curiosa inversione dei ruoli divenendo interlocutori chiave di Washington e, forse, curati per divenire catalizzatori domani del cambio nelle vaste steppe dell’Asia centrale ancora sotto l’influenza russa, o nell’irrequieta regione autonoma cinese dello Xinjiang, alle prese con l’islamismo.

Crisi di fiducia in Iraq
MK Bhadrakumar Indian Puchline 4 marzo 2015

qassem-soleimaniNon si saprà mai quali pensieri dolorosi attraversavano la mente militare del generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti, quando relazionava ai senatori degli Stati Uniti, a Washington, ma di certo non gli sarà stato facile complimentarsi con l’Iran “per l’azione assai evidente… della sua artiglieria e altro” nell’operazione in corso per riprendere la città irachena di Tiqrit al controllo dello Stato islamico. Di sicuro, il generale Dempsey sapeva in realtà di complimentarsi con un generale iraniano da tempo immemore bersaglio degli israeliano-statunitensi, il Generale Qasim Suleimani, comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) dell’Iran. Per chiarire la cosa, mi si permetta una digressione tirando fuori dal mio archivio il profilo dello sfuggente, carismatico e brillantissimo Generale dell’IRGC, che la rivista New Yorker tracciò nel settembre 2013, con un articolo dall’avvincente titolo “Il comandante nell’ombra“. Leggetelo qui e capirete perché il generale Dempsey masticava amaro durante la testimonianza di ieri. Ma quale opzione avrebbe il generale Dempsey se non complimentarsi con Teheran e distogliere l’attenzione dalla questione centrale, cioè che Baghdad ha tenuto all’oscuro Washington sulle operazioni a Tiqrit, decidendo semplicemente di seguire i comandi di Suleimani? Il New York Times ha un resoconto perspicace di Anne Barnard da Baghdad, su quanto sia andato storto tra il governo iracheno e gli statunitensi. Secondo lei, gli iracheni sono frustrati da “pigrizia e pessimismo statunitensi su quanto ci sarebbe voluto per scacciare lo Stato Islamico da Mosul e dalla provincia occidentale di Anbar“. Barnard cita uno stretto collaboratore del primo ministro iracheno Haydar al-Abadi dire, “Gli statunitensi continuano a procrastinare il momento necessario per liberare il Paese“, ha detto in un’intervista. “L’Iraq libererà Mosul e Anbar senza di loro”. Ora, una possibilità per Washington sarà sedersi e sperare, contro ogni speranza, che l’operazione congiunta iracheno-iraniana a un certo punto richieda l’aiuto delle forze statunitensi. Cosa che appare sempre più improbabile con le relazioni sul campo che concludono sempre che lo SI subisce una pesante sconfitta a Tiqrit. Una seconda opzione per gli statunitensi sarebbe invocare il fatto che si tratta di un’operazione sciita e che gli Stati Uniti non possono identificarsi con i conflitti settari. Ma gli ultimi rapporti indicano che migliaia di combattenti sunniti iracheni affiancano le forze governative irachene e i quadri dell’IRGC. In breve, si tratta della classica guerra al terrore, pura e semplice.
Di sicuro, il presidente Barack Obama deve qualche risposta. Perché la “coalizione internazionale” degli USA si gira i pollici e segna il passo esagerando inutilmente la potenza dei combattenti dello Stato Islamico? Baghdad e Teheran svergognano USA e partner della coalizione, dagli australiani agli arabi del Golfo, illustrandoli come assai vili o infidi (o entrambe); infatti c’è un silenzio assordante da parte dell’Arabia Saudita, anche se la sua progenie di un tempo viene massacrata.

L’Iraq si libera senza gli statunitensi
al-ManarReseau International 5 marzo 2015

Iraqi security forces and Shi'ite Fighters sit on a tank, in the town of Hamrin, in the Salahuddin provinceDato il controllo del gruppo terroristico SIIL a Mosul e vasta parte del territorio iracheno, gli statunitensi insistono a dichiararsi “liberatori esclusivi” della Mesopotamia e a rifiutarsi di riconoscere alcun ruolo a forze armate e forze popolari irachene. Eppure, negli ultimi combattimenti contro i terroristi, senza alcuna copertura aerea e coordinamento con gli USA, riescono a limitare la presenza del SIIL nelle province di Niniwa e Anbar. Gli statunitensi non si sono accontentati della sconfitta del 2011 in Iraq. Ora cercano di legittimare la presenza militare e di sicurezza in più di una regione irachena. Gli Stati Uniti sostengono che sono nel Paese su richiesta del governo di Baghdad. Come al solito, gli Stati Uniti cacciano gli altri solo per gestire il Paese. Perciò, da giugno scorso continuano a parlare incessantemente dello Stato “deplorevole” dell’Iraq, sottolineando l'”incapacità” delle forze militari irachene, ufficiali o popolari, nel respingere il SIIL.

Minimizzare le azioni dell’esercito iracheno
Anche se i fatti sul terreno dimostrano il contrario, gli statunitensi insistono a seguire tale politica. Tutti ricordano ciò che realmente avvenne a fine gennaio, mentre le forze irachene avrebbero dovuto liberare la provincia di Miqdadiya, ultimo baluardo del SIIL a Diyala, il Pentagono pubblicava un rapporto con i dati sulle operazioni delle forze irachene dopo la crisi di Mosul del giugno 2014. Secondo il rapporto, il SIIL non ha perso che l’1% dei territori occupati a seguito delle operazioni dell’esercito e delle forze di mobilitazione irachene, 700 kmq su 55 mila che il gruppo terroristico occupa. Il portavoce del Pentagono affermava che le forze curde riconquistarono la maggior parte dei territori nel nord dell’Iraq. Purtroppo l’Iraq non rigettò come errati tali dati, né denunciò gli scopi di tale sospetta propaganda degli Stati Uniti. Al momento, un alto funzionario degli Stati Uniti assicurava che le forze irachene non potevano liberare un villaggio senza aiuto straniero. Tali commenti furono ripresi un paio di giorni fa dal direttore del servizio segreto militare statunitense, Vincent Stewart, sostenendo che “le forze irachene non possono sconfiggere il SIIL a causa di carenze logistiche, corruzione e altri problemi nell’istituzione militare irachena“. Per gli statunitensi, le forze ufficiali e popolari irachene non dovevano affrontare il SIIL per evidenti motivi legati ai loro interessi strategici in Iraq. Ma sorpresa degli statunitensi, alcuni partiti iracheni e i loro alleati iraniani, decisero di affrontare il SIIL con tutte le forze. Così l’Ayatollah Sayed Ali Sistani, eminente figura religiosa sciita dell’Iraq, ha decretato una fatwa per usare le armi e il jihad contro il SIIL, una fatwa qualificata “inutile” dal Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, generale Martin Dempsey. Da parte sua, il leader supremo della rivoluzione islamica in Iran, Sayed Ali Khamenei assicurava che il popolo iracheno poteva liberare il territorio.

La missione del Generale Souleimani
Rapidamente, le cose si chiarirono quando Sayed Khamenei inviava in Iraq il comandante delle Forze al-Quds delle Guardie Rivoluzionarie, Generale Qasim Souleimani. Poche ore dopo la caduta di Mosul, Souleimani iniziò a coordinare gli sforzi della resistenza irachena. Souleimani supervisionava una missione centrale il cui obiettivo era ritrovare l’iniziativa contro il SIIL, arrivato ai margini settentrionali della capitale Baghdad. In due giorni, una forza militare e le fazioni della resistenza irachena guidate da Souleimani liberavano Balad dall’assedio aprendo la strada per Samara, liberando la città, obiettivo raggiunto dopo aspri combattimenti, e poi iniziò una serie di operazioni estese e veloci permettendo di liberare ampi territori occupati dal SIIL, sotto gli occhi degli statunitensi che si rifiutavano di riconoscere questi fatti inattesi.

Successione di vittorie
Negli ultimi sette mesi hanno avuto successo le operazioni delle forze irachene e delle unità di mobilitazione popolare, una serie di fazioni attivatesi durante l’occupazione degli Stati Uniti dal 2003 come “brigate Salam“, “brigate Hezbollah“, “fazioni Ahlul Haq“, “organizzazione Badr“, “brigate Qurasani”, “Soldati dell’Imam”, “Brigate del Maestro dei Martiri”, “Brigate Imam Ali”, ecc… I successi della Forza di mobilitazione popolare irritano gli statunitensi, perché hanno dimostrato grande capacità nel sconfiggere i gruppi iracheni del SIIL senza di loro, anche perché questi gruppi sono gli stessi che combatterono e respinsero l’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003. Ecco perché ogni volta che le forze irachene vincono, gli statunitensi si sentono sempre più esclusi dalla scena irachena.

Il ponte aereo iraniano
Gli statunitensi scommettevano sulle carenze dei materiali nell’esercito iracheno. Anche in questo caso l’aiuto iraniano ha cambiato la situazione. Le guardie della rivoluzione iraniana hanno stabilito un ponte aereo per trasportare munizioni negli aeroporti di Baghdad, Sulaymaniya, Kirkuk e Irbil. Cittadini iracheni avrebbero visto camion carichi di armi iraniane attraversare la frontiera.

Rifiuto di qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti
Quando gli statunitensi hanno capito di aver perso in Iraq, si offrirono di partecipare alle operazioni, assicurando tiro di sbarramento e copertura aerea. Il Generale Souleimani respinse fermamente tale richiesta, e il governo iracheno ha fatto lo stesso. Gli statunitensi furono anche sorpresi dal rifiuto del generale iraniano di coordinarsi sul campo e d’incontrare i capi militari statunitensi. Poi rifiutò un incontro con il capo diplomatico degli USA John Kerry. La risposta delle forze di mobilitazione popolare è stata decisiva: le forze statunitensi saranno considerate nemiche se operassero nelle regioni delle operazioni della mobilitazione popolare. Mentre l’esercito iracheno ha condotto decine di operazioni militari riuscendo a scacciare il SIIL da molti villaggi iracheni, per 10000 kmq, le forze dell’alleanza internazionale degli Stati Uniti colpiscono sporadicamente qua e là, senza finora liberare un solo villaggio iracheno! Pertanto la liberazione di regioni come Amarli, Miqdadiya, Jarf al-Saqr, ponte di Zarqa, Jalula, Sadiya e Balad in nessun caso può passare inosservata. Queste operazioni hanno contribuito ad assicurare le province di Diyala e Babil e i margini meridionali, occidentali e settentrionali di Baghdad. La liberazione totale delle province di Kirkuk e Salahudin, con una superficie di 9000 kmq, sembra imminente, mentre il SIIL si limita in questo caso alle province di Niniwa e Anbar. Sapendo che in queste due province forze di Stati Uniti e occidentali sono presenti come “consiglieri”, una domanda sorge spontanea: perché tali forze non hanno fatto alcun progresso sul terreno? Compiranno mai un importante passo contro il SIIL senza l’intervento delle forze popolari e governative irachene?

4518c3b2406c6f81f31043cb9d02dc66Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il SIIL implode sotto il peso dell’Esercito Arabo Siriano

Ziad Fadil, Syrian Perspective, 3 marzo 201510987472Abbiamo definito il SIIL “fuoco di paglia” e riscontriamo ciò che scriviamo. Battaglia dopo battaglia, il SIIL si dimostra un fenomeno militare dalle gravi carenze. Guardiamo con attenzione come gioca le sue ultime carte. Possiamo cominciare affermando, senza esitazione, che il numero dei terroristi del SIIL sta calando drasticamente, anche se la propaganda dei media occidentali li gonfia a dismisura, riportandone a pappagallo continuamente le assurdità in armonia con i piani folli di Obama per avere la base giuridica per mantenere truppe statunitensi in Iraq. SyrPer sa esattamente il perché ed i beneficiari.

1. I terroristi del SIIL diminuiscono
I media in occidente sono fulminei sulle notizie del SIIL che arruola ragazzini per colmare i ranghi. Inoltre, vi sono rapporti credibili che il SIIL addestri anche adolescenti nell’arte degli attentati suicidi. Il SIIL cerca anche, con scarso successo, di reclutare convertiti a tale eresia entro gli ampi confini della religione islamica. I rapimenti di assiri, caldei, yazidi e curdi indicano il desiderio d’ingrossare i numeri con neoconvertiti dalle minoranze. Naturalmente coloro che non accettano la farsesca interpretazione wahabita degli insegnamenti islamici, vengono giustiziati, da qui le terribili notizie che filtrano costantemente. Maggiori informazioni rivelano la natura anarcoide del SIIL. Mentre sacerdoti fanatici ed eretici continuano ad istigare i giovani nelle moschee ad unirsi al SIIL, notizie altrettanto deludenti arrivano da giornalisti che sostengono di non essere tollerati dal SIIL, e i cui fortunati, salvatisi dalle loro grinfie, illustrano il movimento per quello che realmente è: un movimento istigato dal peggiore nichilismo. Un giovane pakistano ispirato dai sogni sul Califfato arrivava in Iraq dalla Turchia e dopo l’adesione al SIIL, scopriva di dover pulire i bagni. Anche la “Sex Jihad” è ormai una moda morente. Nonostante alcuni smidollati inglesi si auto-flagellani per 3 ragazze fuggite in Turchia sotto gli occhi e il naso della sicurezza inglese, unendosi al SIIL per soddisfare le fantasie ormonali adolescenziali divenendo la raggiante sposa velata di qualche bruto puzzolente, molte famiglie musulmane controllano le figlie e con le istituzioni governative le convincono a rientrare. Alcuni effettivamente si sono recati in Siria per riprendersi i figli dagli artigli del SIIL. Molte ragazze sono state uccise dai sociopatici del SIIL. Notizie di tali atrocità non incoraggeranno le adolescenti musulmane assatanate. La morte sembra essere troppo viziosa per loro.
Gli eserciti convenzionali differiscono da gruppi insorti altamente mobili come il SIIL. L’Esercito arabo siriano è un enorme istituto di oltre 500000 soldati (comprese le milizie). Ma questo non significa che c’è mezzo milione di truppe da combattimento disponibili. Chiunque abbia prestato servizio militare vi dirà che la maggior parte del personale è coinvolto nel supporto e nella logistica. Inoltre, la Siria ha un sistema di difesa aerea che richiede decine di migliaia di tecnici. Lo stesso vale per i reggimenti missilistici e le forze di difesa costiera. E’ giusto dire che sul campo l’EAS ha circa 70000 truppe da combattimento. Il SIIL, dato lo scarso addestramento al combattimento, può schierare una maggiore percentuale di unità da combattimento. Tuttavia, la loro efficienza è tutt’altro che cristallina. Ai reclutatori del terrorismo inglesi in Turchia piacciono da sempre i jihadisti, perché sono così disposti a morire per concludere un’operazione militare. Gli inglesi vanno in orgasmo ogni volta che possono inviare a morte sicura qualcuno per il bene dell’Union Jack, è quasi come l’oppio per loro. Ma a dire il vero, i fanatici della rivolta hanno dimostrato inettitudine e disorganizzazione, qualità presenti nell’ex-capo del cosiddetto esercito libero siriano, traditore e disertore supremo, ex-generale Salim Idris. Il tasso di abbandono dal SIIL è sottostimato dai media. Perde centinaia di ratti ogni giorno sia per mano dell’Esercito Arabo Siriano, che dell’esercito iracheno, che delle milizie curde come Peshmergha e PKK e, in una certa misura, della campagna aerea degli Stati Uniti. (Interessante notare come Stati Uniti e Gran Bretagna riforniscano il SIIL di armi, munizioni e cibo.) Il SIIL non può compensare le perdite se non reclutando e ritirandosi nelle aree che crede di dover difendere per la propria esistenza.

2. Anche i finanziamenti al SIIL diminuiscono
Indipendentemente dal fatto che il nuovo re dell’Arabia Saudita ora blocchi o meno il flusso continuo di denaro per il SIIL, vi sono le scimmie nella sua famiglia saudita che ancora pompano denaro alle organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria. Tali figuri sono spinti da un animus irrazionale contro sciiti e Iran. Sia come sia, il denaro apparentemente scorre a una velocità di gran lunga inferiore. Lo sappiamo da rapporti credibili da al-Raqqa, dove i tagli agli stipendi sono sempre più comuni. Un ratto terrorista del SIIL oggi riceve solo 1/4 dello stipendio mensile di quando vi aderì nel 2013. Ciò che spinge a stringere la cinghia, è l’esaurimento delle casse. (Si prega di leggere l’articolo di Thierry Meyssan).
Quando il SIIL cerca voracemente d’ingrossare le riserve rubando ogni manufatto storico che può vendere ai turchi e inglesi senza scrupoli, raggiunge il fondo. Alla sua comparsa sulla scena, il SIIL concentrava l’attenzione finanziaria su petrolio e gas che vendeva in grandi quantità agli intermediari turchi, trasformandoli in profitto netto vendendoli ai clienti europei che, ovviamente, incoraggiavano l’acquisto di tali prodotti per danneggiare il governo di Assad. Ma oggi l’Europa ha cambiato radicalmente direzione. Con il SIIL che segue la moda dei documentari ben girati su apparente decapitazione di giornalisti, prigionieri giordani e curdi immolati in gabbie di fuoco; omosessuali gettati dai tetti e poi, se sopravvissuti, lapidati a morte davanti le telecamere; infanticidio degli infedeli; violenze su donne appartenenti a minoranze; e tutto questo in conformità al libro scritto da uno degli sciamani più importanti del SIIL, dal titolo: “La via della ferocia”. Anche se gli europei hanno una storia di brutalità indicibili che condividono con il SIIL, avendo ucciso milioni di ebrei, ugonotti, popoli del Nuovo Mondo, neri e tanti altri disgraziati, oggi sono contriti e vogliono sconfessare tale storia. Ma non molto tempo fa gli inglesi sventravano e castravano persone, per poi legarne le membra a quattro cavalli facendole a pezzi, si chiamava “impicca, lacera e squarta”. In ogni modo, gli europei hanno deciso di smettere di comprare petrolio dal SIIL. Inoltre, i campi petroliferi siriani non sono particolarmente produttivi, poiché il petrolio è in profondità e serve una tecnologia adatta per pomparlo, che non è disponibile al SIIL. In realtà, la maggior parte del petrolio rubato dalla Siria da SIIL fu preso dalle riserve strategiche, cioè petrolio già pompato e conservato in serbatoi che il SIIL semplicemente spillava nelle autocisterne fornite da Erdoghan & Co. Non altro.

3. Anche il peso di Allah nel programma del SIIL diminuisce

Standbeeld_Saladin_DamascusPersonalmente detesto Saladino. Ecco il monumento costruitogli dal Presidente Hafizh al-Assad in Siria. Era un curdo che voleva studiare teologia finché il destino intervenne.

Deve essere deprimente marciare in Europa (Deus le Veult!), calare su Costantinopoli (Constantinopolitana Civitas Diu Profana!); creare un regno sanguinario in Siria (Advocatus Sancti Sepulchri) per poi scoprire che Dio non è per nulla contento del vostro comportamento. Immaginate cosa i crociati devono aver provato quando il Feroce Saladino iniziò a tagliargli la testa dopo la battaglia di Punta Hatin, nei pressi del lago di Tiberiade, in risposta allo stupro di Reynard De Chatillon della sorella. Come volessero squagliarsela mentre gli eserciti mamelucchi di Ruqnidun Baybar al-Bunduqdari iniziarono a marciare lungo le coste della Palestina alla ricerca di qualsiasi crociato ostinato da uccidere. È per questo che fu chiamato il “Re Vincente”. Ma ci si conceda una pausa per chiedersi perché si pensava che Dio fosse dalla propria parte, in primo luogo. Giusto, amico? (in cockney o accento australiano). Penso che molti ratti del SIIL si chiedano perché il loro califfato cominci a perdere. Perché sempre più eliminando altri jihadisti che pensano che il Califfo di Qaqà sia un degenerato? Dove è scritto nel Corano che si può bruciare la gente? Perché un jihadista deve pulire gabinetti? Come è possibile che un libro sacro che dice di rispettare i cristiani, consente di violentarne le donne o di bruciarli? Tali pensieri attraversano le menti di alcuni jihadisti che mettono in dubbio la causa che li ha richiamati nei deserti vulcanici della Siria. Il morale è basso tra le fila del SIIL. Dovrebbe, i disertori giustiziati dal gruppo ne sono la prova. Vengono accerchiati ad al-Raqqa dai governativi siriani. Non ci sono più grandi parate ed anche i sunniti in Iraq si uniscono agli sciiti per sterminarli tutti. Impongono il pedaggio ai loro camion, nei valichi. Notizia non incoraggiante per i selvaggi jihadisti.

10922547Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La battaglia di Debaltsevo

Colonel Cassad (in russo) – Cassad 2marzo 20150_968f0_b475d581_XLPrima di riassumere i risultati complessivi della campagna dell’inverno 2015, riassumiamo i risultati della battaglia di Debaltsevo, la battaglia centrale della campagna e determinante per i risultati.

1018991579La battaglia di Debaltsevo: risultati
La campagna iniziò per il bombardamento sistematico delle città del Donbas da parte dall’artiglieria della junta fascista, in seguito del quale la “2 ° tregua” fu spezzata e le operazioni militari ad alta intensità e impiego di ogni mezzo ripresero. La prima fase della campagna fu associata alla lotta per l’aeroporto di Donetsk, catturato dalle FAN. La controffensiva della junta sull’aeroporto fallì miseramente, portando a gravi perdite di personale e materiali. Dopo aver respinto la controffensiva della junta, le FAN passavano all’offensiva cercando di penetrare le difese della junta sulla linea Peski – Opitnoe – base della difesa aerea – Avdeevka. Questa offensiva non ebbe molto successo: nonostante le gravi perdite non riuscì a catturare Peski. Non poté neanche rafforzarsi ad Avdeevka. Così, dopo aver catturato gli impianti a nord della pista di atterraggio dell’aeroporto, le FAN gradualmente passarono sulla difensiva e respinsero i contrattacchi della junta diretti a catturare Spartak. Contemporaneamente ai combattimenti per Peski e Avdeevka, le FAN iniziarono l’offensiva su Debaltsevo, portando alla battaglia che continuò per circa un mese, tra fine gennaio e primi i febbraio.
I principali obiettivi delle forze attaccanti erano:
1. Intercettare la strada M-103 nella zona di Svetlodarsk e circondare il gruppo di Debaltsevo.
2. Catturare Debaltsevo e ripristinare il controllo sull’importante snodo dei trasporti di Novorossia.
L’offensiva si svolse su diverse direzioni da RPD e RPL. Fu in sostanza la prima grande operazione con un serio coordinamento operativo tra gli eserciti delle repubbliche popolari, anche se i tentativi di creare tale coordinamento non furono fatti in precedenza. Ad esempio, possiamo ricordare i tentativi di coordinare le operazioni delle forze di RPD e RPL durante la chiusura della Sacca meridionale 1.0 e la “contro-offensiva fallita di Bolotov”, che avrebbe dovuto mitigare la difficile situazione dopo aver abbandonato il saliente di Lisichansk. Il saliente di Debaltsevo si formò durante la controffensiva delle FAN tra estate e autunno, quando un tentativo di utilizzare Debaltsevo come testa di ponte per accerchiare Donetsk fallì, dopo i tentativi falliti di catturare Shakhtjorsk, Mjusinsk e Krasnij Luch. Durante la controffensiva delle FAN, le forze delle junta furono costrette alla difensiva mantenendo la testa di ponte per tempi migliori. Effettivamente, dopo settembre 2014, le forze vi si concentrarono per riprendere le operazioni offensive. Roccaforti sulle direttrici attese dell’attacco delle FAN furono create. Tuttavia, la configurazione del gruppo non aveva un chiaro carattere difensivo, la junta si preparava ad attaccare e le misure difensive infine furono insufficienti. La cosa più interessante è che nell’autunno del 2014 Timchuk descrisse la possibilità che le FAN attaccassero suggerendo che Trojtskoe e Uglegorsk fossero le direttrici più minacciose.

debLe direzioni dei principali degli attacchi delle FAN attese dalla junta nell’ottobre 2014.

Il gruppo della junta nella zona di Svetlodarsk e Debaltsevo consisteva di circa 9-10 mila persone. Tra cui 6-7mila combattenti. La costituzione del gruppo non fu uniforme: c’erano brigate complete ed incomplete delle FAU, battaglioni territoriali, unità punitive come il Donbass, le unità del MdI e del SBU. Le FAN schieravano circa 5-6mila effettivi in unità di prima linea, ed avevano una collezione assortita di diverse unità: unità dell’esercito regolare combinate a un corpo ed unità cosacche semi-autonome, unità speciali della sicurezza di RPD e RPL. In seguito, le due repubbliche ingaggiarono attivamente le riserve in questo settore. Durante la prima fase, la riserva operativa della junta consisteva di tre battaglioni presso Artjomovsk. Uno fu utilizzato nei combattimenti a Popasnaja, un altro a Trojtskoe e Krasnji Pakhar.

30012015La situazione al fronte del 30 gennaio.

Inizialmente, l’offensiva delle FAN su Debaltsevo aveva per obiettivo circondare l’intero gruppo nemico di Svetlodarsk-Debaltsevo, in modo che i principali sforzi si concentrassero su un’avanzata da Trojtskoe e Krasnij Pakhar a Mironovka e all’autostrada M-103. L’obiettivo principale non era nemmeno Svetlodarsk, a sud della strada, ma piuttosto gli insediamenti adiacenti (Mironovka, Mironovskij, Luganskoe) la cui cattura permetteva d’intercettare le comunicazioni delle forze che si trovavano a sud di Svetlodarsk. L’offensiva alla base del saliente di Debalstevo avvenne sui due lati. L’offensiva da sud-ovest e sud di Gorlovka fu bloccata nei combattimenti nella zona di Dolomitnoe, Travnevoe e Novoluganskoe; il nemico tenne il fronte qui. Nella battaglia, le FAN non riuscirono a conseguire successi significativi nel settore. L’offensiva delle forze della RPL avveniva con maggiore successo. L’attacco fu effettuato su Trojtskoe, Krasnij Pakhar e Popasnaja, a nord del saliente di Debaltsevo. Oltre a minacciare la rottura da Popasnaja ad Artjomovsk, l’attacco disorientò il nemico, non potendo stabilire per molto tempo quale fosse la principale minaccia: Popasnaja o Trojtskoe. Il nemico dovette schierare le riserve a Popasnaja e a Svetlodarsk. Dopo aver preso Krasnij Pakhar le FAN si avvicinarono a Mironovka, il nemico finalmente capì che l’attacco principale proveniva esattamente da questo settore e iniziò a schieravi in fretta le riserve, spingendo un battaglione verso Svetlodarsk. Dopo l’arresto dell’offensiva delle FAN, il nemico avviava una contro-offensiva e riprese Trojtskoe e parte di Krasnij Pakhar con l’assalto di unità meccanizzate. Aspri combattimenti si svolsero presso Krasnij Pakhar, rallentando l’offensiva ad ovest di Mironovskij, poi interrompendola. Nei pesanti combattimenti, le FAN riuscirono a mantenere Krasnij Pakhar, ma la minaccia della puntata delle FAN sulla strada M-103 fu mitigata dal nemico che conteneva con più o meno successo le azioni offensive delle FAN a fine gennaio. Le azioni sul perimetro del saliente di Debaltsevo iniziarono con l’offensiva su Mironovka. Con aspri combattimenti, l’esercito della RPL catturava l’area di Sanzharovka e si avvicinava alle quote da cui bombardare la strada M-103. Aspri combattimenti nella zona di Novogrigorovka, periferia orientale di Debaltsevo e Chernukhino non diedero risultati decisivi a gennaio. La difesa nemica aveva un’organizzazione sufficientemente robusta, qui, e le FAN ebbero gravi perdite durante i tentativi di resistere. Le previste offensive su Nikishino, Uglegorsk e le ‘Orlovka’, inoltre, non ci furono. A fine gennaio apparve chiaro che il piano per circondare il gruppo di Svetlodarsk-Debaltsevo stava fallendo. L’avanzata delle FAN fu accompagnata da gravi perdite e gli obiettivi operativi rimasero incompiuti. L’intera operazione era minacciata. Le perdite subite sia nel saliente di Debaltsevo che in altre posizioni, spinsero ad inviare i rinforzi dello Stato Maggiore dalle retrovie e alcune forze dal confine. Intanto nella RPL alcune unità si rifiutarono di schierarsi sul fronte. Continuava il conflitto interno tra le autorità della LPR e l’Esercito del Grande Don, che continuava dall’autunno. Le gravi perdite del battaglione “Agosto” e della squadra “Ratibor”, il blocco di “Biker” e i danni ad “Almaz” erano manifestazioni della crisi delle FAN durante l’offensiva. Da una parte tali problemi erano i dolori tipici della crescita, quando le diverse milizie diventano un esercito regolare combattendo, dall’altro rispecchia i vari conflitti interni a RPD e RPL, riflettendosi negativamente sull’efficacia dell’operazione militare. Tali problemi furono sanguinosi. Inoltre, il nemico non scontò alcuni errori, impuniti in estate e autunno. A credito della leadership delle operazioni, essa capì che il piano originale non funzionava abbastanza e passò al piano B. Sotto la copertura dei continui combattimenti presso Krasnij Pakhar e dell’offensiva da nord-est, la preparazione dell’attacco su Uglegorsk iniziò. C’erano già combattimenti nella zona di Uglegorsk, dopo l’inizio della campagna invernale, ma non ebbero molto successo per le FAN ed apparentemente il comando del settore decise che non ci fosse alcuna minaccia diretta in quel settore. In caso contrario, gli eventi successivi sarebbero difficili da spiegare. In generale, non c’erano riserve per un attacco su Uglegorsk, così un gruppo d’assalto congiunto fu creato con varie unità, a partire dagli Spetsnaz del GRU della RPD completato da piccole squadre di volontari provenienti da diverse unità schierate su posizioni tranquille. I combattenti che arrivavano furono completamente attrezzati e preparati per l’offensiva, iniziata il 30 gennaio. Un attacco corazzato al checkpoint che copriva l’entrata di Uglegorsk ebbe successo, dopo aver perso 3 carri armati sulle mine, gli equipaggi dei carri armati della RPD penetrarono la difesa nemica ed entrarono ad Uglegorsk. Per sfruttare questo successo, il gruppo d’assalto congiunto su BTR, BMP e autocarri passò dal checkpoint catturando la città, impegnando la guarnigione locale. La città aveva una difesa mal preparata (per negligenza dell’ufficiale che organizzò la difesa di Uglegorsk e del comando del settore, che non fu infastidito da tale situazione). Quindi, in meno di un giorno il nemico fu respinto alla periferia sud-est di Uglegorsk. Nel frattempo, uno dei battaglioni territoriali che difendevano la città fu accerchiato. La comparsa di una grande quantità di forze delle FAN in città creava una seria minaccia operativa all’intero gruppo di Debaltsevo. Inoltre, la visita di Zakharchenko a Uglegorsk ebbe un grande effetto demoralizzante sugli ucraini, perché la propaganda del nemico continuava a dire che la città era ancora in mano loro diversi giorni dopo la perdita di Uglegorsk. Eppure, il video di Uglegorsk dove Zakharchenko dava interviste e la fanteria d’assalto delle FAN si riorganizzava, parlava da sé.

04022015La situazione sul fronte del 4 febbraio.

Il giorno successivo, dopo la caduta Uglegorsk, il comando del settore infine si preoccupò della situazione nella città e organizzò una contro-offensiva su Uglegorsk delle unità delle FAU e del battaglione punitivo Donbass che si trovavano ad ovest di Debaltsevo. L’attacco della junta raggiunse la periferia di Uglegorsk ed entrò in città da sud-est, salvando il battaglione territoriale circondato. Durante la controffensiva (che alcuni in Ucraina si precipitarono a chiamare “la controffensiva di Semenchenko”) accadde un evento storico quando, dopo aver avuto alcuni dei suoi uomini uccisi, il comandante del Donbass Semenchenko fu preda del panico e scappò su un BTR uccidendo altri due suoi camerati che tentavano di disertare nelle retrovie. Dopo di ché fuggì in un ospedale di Artjomovsk, fingendosi ferito. Pur essendo ricoverato, scriveva comunicati dal fronte che non avevano nulla a che fare con la realtà. Così Semenchenko effettivamente in pochi giorni rovinò ciò che restava della sua reputazione tra i sostenitori della junta. Naturalmente la junta non riuscì a riconquistare la città (la contro-offensiva fu orribilmente organizzata), scatenandone le conseguenze. Mentre respingevano gli attacchi della junta da sud-est, resistendo a Uglegorsk, le FAN spinsero le loro forze a nord-est della città, cercando di avvicinarsi alla strada M-103 da sud. Poiché da questa direzione la strada doveva essere coperta dal presidio di Uglegorsk, riassegnato a sud-est, le FAN ebbero ampio e libero accesso alla strada, protetta solo da deboli forze nemiche. Naturalmente, dalle fortificazioni di Uglegorsk, le FAN si mossero in questo spazio vuoto. Dopo la caduta di Kalinovka e delle alture non vi erano più ostacoli significativi tra le FAN e la strada. Nel frattempo, la strada stessa veniva sottoposta a bombardamenti dell’artiglieria dalle quote presso Sanzharovka e dalle posizioni di Lozovoja, anche se era ancora possibile percorrerla. Insieme alla riuscita avanzata da Uglegorsk, le forze delle FAN finalmente cacciarono il nemico da Nikishino e Redkodub e iniziarono i combattimenti a Debaltsevo e Chernukhino, dove si trovavano i principali centri della resistenza del gruppo di Debaltsevo. Nonostante la situazione pericolosa, il nemico non prese misure tempestive rischierando le riserve verso Svetlodarsk e fortificando Logvinovo, e ciò fu fatale. Nonostante i numerosi annunci sulla chiusura della sacca, ciò fu certo solo il 9 febbraio. Una sacca con la strozzatura bombardata dai cui comunque passavano i rifornimenti per Debaltsevo da Svetlodarsk. Venivano rifornite sia le unità dell’esercito che delle organizzazioni volontarie.

karta-ukr-1La configurazione generale del fronte alla vigilia della caduta del Logvinovo.

Il 9 febbraio il gruppo “Olkhon” giunse a Logvinovo, dove non c’era il nemico ed intercettava l’autostrada M-103. Mezzi e blindati nemici furono distrutti sulla strada durante i tentativi di fuggire per Logvinovo. Alti ufficiali del comando del gruppo di Debaltsevo vi morirono. Il comando del gruppo circondato ebbe effettivamente una settimana intera per prendere provvedimenti riguardo l’evidente assalto su Logvinovo, ma non fece nulla. Solo le alture adiacenti Logvinovo furono occupate, pensando che fosse possibile stabilire il controllo con i tiri su Logvinovo stessa e parte della strada che passava accanto al villaggio. Le FAN schierarono rapidamente gli Spetsnaz del GRU a Logvinovo, opponendosi all’assalto del gruppo ucraino che cercava di riconquistare Logvinovo e sbloccare la strada. Durante i pesanti combattimenti, le forze nemiche (tra cui una parte del battaglione Donbass) raggiunsero la periferia di Logvinovo, dove addirittura installarono il comando, ma i nostri Spetsnaz erano sul suo terreno (nonostante adempissero al compito di respingere gli assalti delle unità nemiche meccanizzate, compito in generale che non viene svolto dagli Spetsnaz). Il nemico, dopo aver perso 18 blindati, fu ricacciato da Logvinovo, più o meno completamente distrutta dal massiccio fuoco di artiglieria durante i primi giorni dopo la sua cattura da parte delle FAN. Respingendo i contro-attacchi su Logvinovo, le FAN occuparono le alture adiacenti, stabilendo un controllo ridondante sulla strada M-103. Ciò chiuse definitivamente la sacca di Debaltsevo, da Uglegorsk a Logvinovo. Nel frattempo, i combattimenti a Novogrigorevka e nella periferia orientale di Debaltsevo portarono alla cattura delle principali ature a nord-ovest di Debaltsevo. Di conseguenza, il gruppo di Svetlodarsk-Debaltsevo fu diviso in due e la sua agonia iniziava. Già l’11 febbraio le FAN concentravano artiglieria sufficiente a coprire la maggior parte della strada tra Svetlodarsk e Logvinovo, perciò le FAU ebbero problemi anche a schierarsi sulla prima linea. I tentativi di sbloccare la situazione si spensero già sugli approcci per Logvinovo e persino l’arrivo frettoloso del capo di Stato Maggiore delle FAU, generale Muzhenko, che guidava personalmente l’operazione per salvare le truppe accerchiate, non cambiò la situazione catastrofica dovuta allo Stato Maggiore e al comando del settore.

090220159 febbraio 2014, la sacca di Debaltsevo si chiude.

Il fatto che le FAN riuscissero a chiudere la sacca prima dei colloqui di Minsk fu molto importante, perché la testardaggine di Poroshenko e dello Stato Maggiore delle FAU, che non riconobbero la sacca e cercavano di mantenere Debaltsevo, portò allo scontro sul negoziato, quando l’area di Debaltsevo usciva del campo di applicazione degli accordi Minsk. Le FAN sbaragliarono il gruppo di Debaltsevo, grazie al fatto che lo status di Debaltsevo non fu deciso. Se non avessero chiuso la sacca in tempo, sarebbe stato molto più difficile farlo dopo, e il saliente di Debaltsevo esisterebbe ancora. Saltando il problema politico in questo modo, le FAN iniziarono la liquidazione del gruppo circondato. Il piano era abbastanza semplice: impedire l’uscita del gruppo circondato resistendo nella zona di Logvinovo e nelle alture adiacenti, e nel frattempo attaccare Debaltsevo e Chernukhino direttamente, e allo stesso tempo, comprimere il nemico da sud e sud-ovest verso la roccaforte che le FAU costruirono presso Olkhovatka. Tutto funzionava abbastanza bene riguardo la chiusura della sacca, ma la situazione a Chernukhino e Debaltsevo divenne molto più difficile: la difesa del nemico fu spezzata con grande difficoltà liberando gradualmente questi insediamenti. Poiché il gruppo di Debaltsevo non poteva continuare a resistere a lungo senza rifornimenti, gli ufficiali rimasti nella sacca (una parte del comando fuggì ad Artjomovsk e Svetlodarsk il 9-11 febbraio, alcuni morirono per strada) iniziarono a operare per salvare le truppe circondate.
C’erano due possibilità per sfuggire all’accerchiamento:
1. Un ritiro, dopo che le forze avevano ricevuto il permesso di uscire dall’accerchiamento senza armi e materiale, da cedere alle FAN.
2. Attraversare campi e strade rurali tra Logvinovo e Novogrigorovka.
Non c’era modo di contare su un ritiro coordinato e sull’aiuto da Svetlodarsk: Debaltsevo fu dichiarata centro della “Stalingrado ucraina” e “testa di ponte”, proprio come l’aeroporto di Donetsk. Gli ufficiali della junta non avevano intenzione di trasformarsi in “cyborg“, soprattutto “cyborg” morti, e così pianificarono la ritirata per conto proprio. Il comandante della 128.ma brigata, che si prese la responsabilità, decise infine di spezzare l’accerchiamento. Quindi, alcune truppe circondate riuscirono ad fuggire attraverso i campi a nord di Logvinovo, abbandonando 300 mezzi (carri armati, BTR, BMP, SAU, MTLB, BRDM, artiglieria, MLRS, autocarri ecc), circa 500 persone non poterono uscire dalla sacca dopo aver abbandonato le posizioni, alcuni vengono ancora scoperti. Altri 500 furono presi prigionieri di guerra.4833820Il coperchio della sacca di Debaltsevo. La strada da Debaltsevo a Nizhnaja Lozovaja, lungo la quale i resti del gruppo di Debaltsevo passarono, si vede chiaramente sulla mappa. Furono bombardati dalle quote e da Logvinovo.

Il numero complessivo di perdite della junta nei combattimenti per Debaltsevo e zone adiacenti arriva a 1500, 900-1100 morirono nei combattimenti presso Logvinovo, Nizhnaja Lozovaja, Sanzharkovka, Dolomitnoe, Mironovka, Krasnij Pakhar e Trojtskoe. Nel complesso, secondo dati provvisori, la junta ha avuto 2400-2600 caduti e dispersi nella battaglia per Debaltsevo (forse il numero di caduti è leggermente inferiore, perché alcuni di loro ancora vagherebbero da qualche parte nella zona), circa 4500 feriti e 650 prigionieri. Le perdite delle FAN sarebbero circa 700-800 caduti e 2-2500 feriti. La maggior parte delle perdite fu dovuta all’artiglieria. Se nella zona dell’aeroporto la junta subiva maggiori perdite, a Debaltsevo le perdite furono comparabili fino alla prima settimana di febbraio. Solo quando il gruppo venne circondato, la junta perse molto più personale e materiale. Se non fosse stato per l’iniziativa dei comandanti ucraini, che fecero uscire parte del personale dall’accerchiamento (nonostante la passività criminale dello Stato Maggiore e del comando locale ucraini), le perdite sarebbero state molto più alte. I soldati della junta che lasciavano l’accerchiamento furono aiutati dal fatto che alcuni punti tra Logvinovo e Novogrigorovka, erano solo sotto il tiro senza la presenza di roccaforti delle FAN. Una parte significativa delle unità si ritirò, anche se molti soldati rimasero nei campi. Nel complesso, il coperchio della sacca di Debaltsevo era più sottile e flessibile che non ad Ilovajsk, dove un tentativo di sfondamento fu molto più tragico per le truppe circondate. Dopo la battaglia di Debaltsevo il gruppo nemico di stanziatovi fu liquidato, parzialmente distrutto, e le unità disintegrate nella sacca non poterono più combattere entro breve periodo e la maggior parte del materiale fu persa, come scorte significative di munizioni ed equipaggiamenti. Il cosiddetto saliente di Svetlodarsk fu costituito dopo la battaglia, attualmente è sotto la stessa minaccia di accerchiamento da Trojtskoe, Krasnij Pakhar e Dolomitnoe. Tale configurazione del fronte crea una grande apertura per le FAN se le operazioni riprendessero, perché è possibile ripetere il tentativo di accerchiamento a nord di Svetlodarsk (3-4 mila effettivi ucraini possono esservi intrappolati) con una configurazione più vantaggiosa del fronte.
Naturalmente, non si può evitare di toccare le questioni del Voentorg e del “Vento del nord”. Il Voentorg fu completamente impegnato durante la campagna, rifornendo munizioni e carburante necessari all’operazione, anche se riguardo logistica e distribuzione su ampia scala, l’operazione e il consumo di munizioni e carburante innescarono questioni sulla tempistica dei rifornimenti alle unità di prima linea; c’è ancora del lavoro da svolgere in questo campo. Nonostante gli annunci della junta secondo cui combatteva l’esercito russo anziché le FAN, il “Vento del nord” effettivamente non soffiava, anche se a gennaio ci si aspettava che le azioni delle FAN ricevessero un sostegno diretto più consistente, come nell’agosto 2014. Quindi, parlando della campagna invernale, possiamo tranquillamente affermare che s’è trattato soprattutto di uno scontro tra FAN e FAU. Il secondo livello della guerra, associato al confronto segreto tra FR e Stati Uniti in Ucraina, è rimasto nell’ombra in misura significativa, non soddisfacendo gli Stati Uniti, come dimostrano le osservazioni dei funzionari statunitensi. Gli Stati Uniti preferirebbero un confronto più diretto, che la Russia evita in ogni modo. La campagna d’informazione militare è stata vinta dalla FR, perché dopo oltre un mese e mezzo di lotta, la junta non è riuscita a dimostrare chiaramente di combattere l’esercito della Federazione Russa, e gli statunitensi non avevano molti argomenti. Fu proprio la sconfitta in questo aspetto della battaglia di Debaltsevo che ha attivato la censura contro i media russi in Ucraina portando alla creazione delle “forze d’informazione”. La junta cerca di ridurre frettolosamente le conseguenze della sconfitta informativa che, proprio come sul fronte, ha portato al crollo dei due moderni miti dei “cyborg” e della “Stalingrado ucraina”.
Dopo aver preso Debaltsevo, le FAN controllano il principale nodo dei trasporti, permettendogli di manovrare con ampie forze e liberare forze significative per le operazioni su Svetlodarsk, Popasnaja e Gorlovka. I trofei catturati compensano sostanzialmente le perdite materiali che le FAN hanno subito in oltre un mese e mezzo di combattimenti. La sconfitta di Debaltsevo è il culmine della campagna invernale conclusa con successo dalle FAN. I tentativi della junta per un’offensiva furono sventati. Nel frattempo, le FAN hanno risolto due importanti compiti operativi in un mese e mezzo di combattimenti: l’aeroporto di Donetsk completamente preso e il saliente di Debaltsevo eliminato. Quindi possiamo tranquillamente dire che l’operazione è stata un successo, anche se non dobbiamo dimenticare le offensive fallite su Krimskoe, Avdeevka e Peski. Il nemico ha resistito con ferocia e alcun successo decisivo è stato ottenuto in quei luoghi, dove il comando nemico non ha commesso errori manifesti. Gli errori del comando delle FAU nella zona dell’aeroporto, Uglegorsk e Debaltsevo sono stati sapientemente sfruttati, portando a risultati positivi e superando la situazione tattica di fine gennaio. A seguito dei risultati della campagna, si può dire senza dubbio che, nonostante i continui dolori di crescita militare e i problemi strutturali e politici, la milizia è ormai un esercito perfettamente in grado di attuare un’ampia offensiva contro un esercito regolare con diversi mesi di esperienza in combattimento. Certo, non tutto è andato liscio e alcune perdite potevano essere evitate, ma dobbiamo rendere omaggio al comando e ai combattenti delle FAN, che sono riusciti a concludere una campagna molto difficile in condizioni difficili, vincendola.29_01_2015-Карта-боев-Дебальцево-Новороссия-Украина-Донбасс

530823_1000Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dove va la “crisi ucraina”? Intervista a Alessandro Lattanzio

Intervista a cura di Enrico Galoppini – Il Discrimine

Il Discrimine” incontra Alessandro Lattanzio, redattore della rivista di Studi geopolitici “Eurasia” ed autore di varie monografie su temi di geopolitica e politica internazionale.

10360449Ci vorresti spiegare sinteticamente qual è il problema di fondo della cosiddetta “crisi ucraina”? Perché l’Ucraina è diventata così importante?
Le ragioni sono diverse, ma si coagulano intorno allo scontro tra asse atlantista (USA e UE) e blocco delle potenze emergenti BRICS. Per gli USA significa sottrarre allo spazio sovietico e inglobare nella NATO la terza repubblica ex-sovietica per dimensione, e la seconda per popolazione; l’Ucraina appunto. Inoltre, il piano di Washington prevedeva l’annessione della Crimea, che avrebbe escluso Mosca dall’area del Mar Nero, e permesso alla NATO di agganciare la repubblica di Georgia, creando una contiguità fisica tra Europa orientale, sotto controllo della NATO, e il Caucaso, bypassando la Turchia e riattivando la guerra coperta, tramite i mercenari islamisti arruolati sul posto. E a proposito, proprio ieri è stata smantellata nella rossa Rimini una filiera criminal-politica che espatriava in UE decine di ‘profughi politici’ provenienti da Cecenia e Daghestan, un nuovo ramo del terrorismo islamista, che si collegherebbe alla filiera ‘umanitaria’ che supporta in realtà il terrorismo islamista, e che viene scoprendosi oggi con le indagini sulla vicenda della due cosiddette ‘cooperanti’ italiane ‘rapite’ dai terroristi integralisti in Siria (in realtà probabilmente la vicenda s’è svolta in territorio turco). Un altro aspetto è di carattere economico-energetico: con il golpe a Kiev, Washington intendeva staccare i flussi energetici tra Russia e UE, che passano in parte per la rete dei gasdotti ucraina, e riavviare il defunto progetto Nabucco, permettendo d’isolare Mosca dal mercato energetico europeo, facendo ricorso ai giacimenti di idrocarburi in Azerbaigian, Tukmenistan e Kurdistan. In tale ambito rientra il sabotaggio al gasdotto russo South Stream, per mano del governo-fantoccio della NATO in Bulgaria. Infine, per la Francia, e soprattutto, per la Germania, l’Ucraina rappresenta l’ultima grande riserva finanziaria, economica, produttiva e industriale da saccheggiare tramite il sistema dell’eurozona, permettendo al baraccone ideologico-speculativo, noto come Unione Europa (UE), di sopravvivere qualche anno ancora, mentre esaurisce e devasta le economie dei vari Paesi che vi hanno aderito; soprattutto Paesi come Portogallo, Grecia, Romania, Bulgaria, ecc.

Una volta chiariti gli elementi fondamentali, quali potrebbero essere gli sviluppi della situazione? Ritieni che vi siano delle analogie con quanto già accaduto nella ex Jugoslavia?
Gli sviluppi non sono prevedibili, tranne che di certo l’Ucraina non esisterà più, o diverrà uno Stato federale, con tendenze centrifughe sempre più accentuate nelle regioni centro-orientali, man mano che si consoliderà l’Unione Economica Eurasiatica, mentre le regioni occidentali, dominate dai filo-atlantisti, diverranno un peso per l’UE e fonte di tensioni con i Paesi confinanti, soprattutto con Ungheria, Slovacchia e Polonia, oppure semplicemente imploderà, portando all’adesione nell’UEE/Federazione Russa di gran parte delle regioni ucraine. I paragoni con la Jugoslavia non sono proponibili, non foss’altro che il quadro politico internazionale è radicalmente differente rispetto agli anni Novanta.

Su questo non c’è dubbio: la Russia del 2015 non è il fantasma di se stesso del 1999. Volevo solo osservare che, anche stavolta, si cerca di individuare una “città martire” (per esempio Kramatorsk) per poi giustificare, davanti alla propria opinione pubblica, un intervento militare di tipo “umanitario”. Senonché, a quel punto, lo scontro non potrà ripetersi, in forma così squilibrata come nel 1999, con la sola Jugoslavia – o meglio ciò che ne restava – da una parte, e la Nato dall’altra. Qui si rischia un conflitto di proporzioni immani, che comunque i globalisti della Nato tentano di scatenare già da qualche anno, se si pensa alla provocazione georgiana del 2008 subitamente sedata dalla dirigenza russa.

In effetti, le divergenze rispetto alla situazione in Jugoslavia sono forse maggiori delle similitudini. Che dire, per esempio, del diritto alla “autodeterminazione” della Novorossia assolutamente negato dagli stessi che, quindici anni fa, non hanno esitato un attimo a garantire “i diritti” degli albanesi del Kossovo?Perché, se la Nato è intervenuta per sostenerli militarmente e politicamente, lo stesso non potrebbe fare la Russia, per giunta con un popolazione vicina con la quale condivide praticamente ogni cosa, dalla religione alla lingua? Sono veramente ridicoli questi commentatori quando condannano l’ingerenza della Russia nella questione ucraina, mentre non trovano nulla di strano nella presenza di personale militare e politico della NATO a Kiev!
Lasciando da parte i ‘commentatori’ (giornalisti, esperti, accademici) tutti pagati per elogiare i crimini della NATO e giustificare le aggressioni a Paesi e movimenti che vi si oppongono, è ovvio che non siamo più nel 1999, quando la Federazione russa era debolissima (devastata da una potente crisi economica nel 1997) e la Cina ‘non era vicina’. Non esistevano Patto di Shanghai, BRICS, ALBA, Chavez era appena stato eletto e in Italia la sinistra social-colonialista impazzava su tutto lo spettro mediatico, ancora lontana dalla crisi che l’ha mortalmente ferita con la turlupinatura della ‘Primavera araba’. Oggi, la popolazione del Donbass, etnicamente russa, può contare sull’appoggio di una Federazione russa quasi completamente disintossicatasi dall’infatuazione occidentalista istigata dalle cerchie politiche eterodirette di Gorbaciov e Eltsin. La dura realtà dei meccanismi politico-ideologici ed economici-sociali dettati dalla NATO e dalle sue propaggini internazionali (Banca Mondiale, FMI, ONG, Hollywood, CNN, ecc.) hanno risvegliato un popolo, quello della Federazione russa, fatto oggetto di un tentativo di sterminio demografico, culturale e morale vero e proprio. Inoltre, la reazione della popolazione del Donbass rientra appieno nella recente storia dell’Ucraina, quando, nel 1918, si formò una repubblica sovietica che rivendicava la separazione dall’Ucraina; a sua volta, in realtà, prodotto artificiale del processo di formazione dell’impero zarista, dai tempi dello Zar Pietro I, e sistematizzato da Lenin e dal PC(b)R con la Costituzione sovietica del 1924, la quale creava la Repubblica socialista sovietica di Ucraina anche per rispondere alle pretese dell’intelligentsija di Kiev. In realtà, venuta meno l’unità dell’URSS, che garantiva a sua volta l’unità dell’Ucraina, le vecchie fratture tra le varie regioni ucraine emergevano, venendo quindi inasprite dall’invadenza interventista delle succitate ONG, proprio perché ogni Stato sponsor delle cosiddette ONG pretendeva, tramite tale mezzo, imporre la propria influenza ed i propri interessi in ogni regione che reputava di sua spettanza (qui parliamo di Svezia, Polonia, Germania, Israele); oltre, ovviamente, all’onnipresenza delle ONG statunitensi che bramavano ridurre l’Ucraina a protettorato ‘portoricano’. Le contraddizioni interne all’Ucraina, quindi, dato tale status, non potevano che esplodere con una crisi durata dieci anni, dal 2004 al 2014. Qui, si arriva al conflitto tra aspirazioni esasperate delle regioni ucraine più influenzate dalla NATO e dall’UE, e le regioni russe dell’Ucraina, le quali, oramai, spezzatosi l’arco costituzionale ucraino, preferiscono seguire l’esempio della Crimea e rientrare a pieno nell’ambito della sfera d’influenza di Mosca. Quindi non credo, per tale serie di ragioni, che l’Ucraina attuale avrà un futuro.

Effettivamente, chi segue la politica internazionale non faticherà a ricordare il clamoroso ribaltone delle elezioni presidenziali del 2004, quando con la “rivoluzione arancione” pilotata dalle ONG americane e sioniste venne imposto Jushenko al posto di Janukovich, accusato di “brogli”. Lo stesso Janukovich che stavolta è stato costretto ad andarsene dal golpe di Majdan. Dicevi che l’Ucraina come attualmente la conosciamo non avrà futuro. Come vedi l’attuale “classe politica” che governa a Kiev? Si può dire che si tratta di marionette americane e sioniste come, del resto, era la Timoshenko? E cosa pensa la maggioranza del popolo ucraino di costoro? Pare di capire che il loro gradimento sia in caduta verticale, perché “si stava meglio quando si stava peggio”… Inoltre non sembra che gli ucraini muoiano dalla voglia di andare a sparare ai loro fratelli del Donbas. Circolano infatti diversi filmati nei quali si vede che i militari di Kiev inviati a reclutare nuove leve nelle province vengono presi a male parole dalle mogli di quelli che dovrebbero andare a morire per… Jatsenjuk, Poroshenko, il Fondo Monetario Internazionale e le varie istituzioni globaliste che oltretutto stanno speculando sul debito ucraino declassando, con le loro “agenzie di rating”, un Paese sull’orlo della bancarotta.
Non esiste una classe dirigente in Ucraina, semplicemente non c’è mai stata, indice che l’Ucraina, in quanto entità indipendente, non esiste, non può esistere, perché non ha quegli aspetti culturali che glielo permetterebbero. Di conseguenza i golpisti di Kiev non hanno un programma, una politica, una prospettiva da attuare o perseguire. Esisteva una leadership quando aderiva all’URSS, dopo, con l’indipendenza, si è vista tutta la pochezza del sistema politico-imprenditoriale ucraino. La popolazione cosa farà? Il fatto è che le popolazioni delle regioni occidentali e centrali sono oramai influenzate dalla propaganda e dalla macchina mediatica occidentali, dalle ONG atlantiste, e i partiti esistenti sono mere espressioni dei ministeri degli Esteri di Paesi come Svezia, Polonia, Germania, Israele, USA e Canada. Quindi difficilmente ci sarà una rivolta organizzata in quelle regioni. In compenso, senza i finanziamenti occidentali, l’apparato di dominio majdanista crollerebbe in ventiquattr’ore, ed è qui che si colloca la funzione del FMI e dell’UE, che è finanziare finché possibile il baraccone di Majdan rappattumato, che non ha capacità tecniche e ideologiche per riattivare lo Stato ucraino, e che al massimo eseguirà ottusamente le direttive degli organi finanziari e diplomatici occidentali. Basta vedere chi sono i governanti ucraini impostisi con il golpe della CIA di un anno fa: estremisti e xenofobi, elementi settari religiosi come il battista Turchinov o lo scientologo Jatsenjuk, squadristi e mercenari con turbe psichiche come Jarosh, Biletskij o Semenchenko, oppure oligarchi mafiosi come ad esempio Igor Kolomojskij o Julija Timoshenko, o il braccio destro di Timoshenko, un ex-premier dell’Ucraina, che oggi langue in un carcere degli USA condannato a trent’anni. Una sfilza di casi umani coccolati ed elogiati dal circo mediatico-politico occidentale, in Italia soprattutto dal PD, e supportati dal blocco occidentale al solo scopo di perseguire la ‘visione’ di Brzezinski, il massimo ‘stratega’ di Washington, di staccare l’Ucraina dalla sfera d’influenza della Russia. Un’operazione impossibile, e che difatti sta fallendo con gravi costi per la popolazione ucraina, che ne soffrirà seriamente, soprattutto se resterà al di fuori della ricostruzione dello spazio ex-sovietico riattivato da Mosca.

Per portare l’Ucraina fuori dall’influenza della Russia, i mondialisti occidentali non stanno lesinando alcun mezzo, compreso quello militare, anche se i loro apparati mediatici affermano che è la Russia a volere la guerra. Siccome questi ultimi non sono affidabili, come possiamo sapere qualcosa di più credibile sull’andamento delle operazioni militari? Quale profilo terrà l’Italia in caso di peggioramento delle posizioni delle truppe di Kiev? E come andrà a finire, secondo te?
Per fortuna oggi esistono diversi mezzi per informarsi, innanzitutto internet, dove sono presenti diversi siti e blog d’informazione assai affidabili, sia governativi novorussi che di analisti e studiosi, russi, francesi, italiani ed anche statunitensi: Alawata; Vineyard Saker; Pravda; Novorus; Voice from Russia; War in Donbass; Russie Sujet Geopolitique; Cassad; Fort Russ; BNB; Infobeez; Novoross; Novorossia; Novorossia Today; Russeurope; Russia Insider; Voice of Sevastopol; Sputnik; eccetera. L’Italia è decisamente schierata con la giunta golpista di Kiev; l’attuale rappresentante PESC, (Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione europea) Federica Mogherini, nominata a tale incarico dal premier Matteo Renzi, già nel febbraio 2014 visitò Kiev per esprimere sostegno ai golpisti di Majdan, che tra l’altro le dissero che stavano preparando la repressione violenta contro gli oppositori al golpe ed anche l’aggressione armata contro le repubbliche popolari che chiedevano l’autonomia dal governo illegittimo installatosi a Kiev con il golpe organizzato da CIA e Gladio. Inoltre, la nave-spia italiana Elettra venne inviata nel Mar Nero a sorvegliare le comunicazioni delle forze di difesa della Novorossija, e il governo attuale ha anche proposto l’invio di un contingente italiano per sostenere delle pretese del governo golpista ucraino sul Donbass. Quindi Roma seguirà i dettami di Washington nei confronti dell’Ucraina.

Non mi hai però detto come andrà a finire, secondo te. Per “fine”, intendo: l’Ucraina come miccia di una conflagrazione mondiale come prevedono i più catatsrofisti, oppure uno stillicidio di morti e distruzioni in una guerra a “bassa intensità” come le altre che, in tutto il “Vecchio mondo”, i mondialisti scatenano a ritmo sempre più serrato perseguendo la “geopolitica del caos”?
Non ci sarà nulla del genere, l’Ucraina è alle porte di Mosca, non di Washington, e Washington non scatenerà di certo, per uno Stato fallito come l’Ucraina di Majdan, una guerra termonucleare globale totale di cui vanno cianciano vecchi tromboni, profeti di apocalissi finali ogni sei mesi; no, il risultato vedrà la Federazione russa recuperare il controllo sulle regioni russofone e industrializzate dell’Ucraina (di certo, l’UE distruggerà l’economia ucraina, e le aziende locali troveranno agibile il mercato russo e non quello europeo), mentre Bruxelles sarà azzoppata e gravata dal peso di dover mantenere lo Stato fallito ex-ucraino. Washington si volgerà ad altri lidi che trova ben più cruciali per i suoi interessi strategici, come Asia-Pacifico e Medio Oriente, avendo il vantaggio che l’Unione europea, occupata a riprendersi dall’attuale sua politica estera suicida, l’infastidirà assai meno sul piano della concorrenza finanziario-economica. La guerra civile ucraina finirà con una netta sconfitta della NATO che, come i pavoni, fa la ruota esibendo un’esile brigata di fanteria meccanizzata statunitense che sfreccia, a bandiere spiegate, a 300 metri dal confine tra Estonia e Russia. Una gran consolazione per gli ‘strateghi del golpe di Kiev’. Oltre a spedire truppe e mezzi ad esercitarsi nel Baltico, la NATO istiga una micro-corsa agli armamenti nei Paesi del Baltico, ma ciò, combinato con l’entrata nell’eurozona, potrà solo danneggiare l’economia di tali Paesi. Alla fine, tale spinta andrà in senso contrario alle intenzioni. In definitiva, la politica di Mosca ha tempi e ritmi dettati da interessi consolidati, e non ha necessità di passi immediati e azzardati. In occidente invece, i governi non solo sono quasi totalmente sottoposti agli interessi d’oltre-Atlantico, ma hanno tempi e ritmi dettati dalla macchina mediatica che non solo è infiltrata dalla CIA, ma che è anche più screditata e ridicolizzata che mai. Tutto ciò impedisce alle cosiddette leadership europee di distinguere i veri interessi dell’Europa, e di trovare il modo di raggiungerli al meglio.

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La battaglia di Aleppo

Noche in ParteibuchSyrian PerspectiveSYRIA-CONFLICTLe informazioni sulla battaglia per Aleppo e nella regione strategica a nord di Aleppo sono confuse, imprecise e contraddittorie. Tuttavia è chiaro che la battaglia sia vicina alla fase finale. La scorsa settimana SANA riferiva che l’esercito siriano aveva liberato sei villaggi: Dair al-Zaytun, Qafr Tuna, Bashquy, Tal Misibin, Hardatin e Rutyan. Lo stesso giorno al-Manar riferiva che un manipolo di soldati siriani riusciva ad entrare nelle città sciite di Nubul e Zahra via Handarat. I media occidentali che sostengono i terroristi, hanno riferito che l’esercito siriano è riuscito a tagliare le ultimi linee di rifornimento dei terroristi dalla Turchia, occupando questi sei villaggi. Due anni e mezzo fa praticamente tutti gli analisti concordavano sul fatto che la battaglia per Aleppo, la città più grande della Siria, sarebbe stata determinante per l’esito finale della guerra siriana. Se i terroristi aiutati da NATO e Golfo fossero riusciti a conquistarla ne avrebbero fatto il centro di un governo alternativo, permettendo a NATO e Stati del Golfo di utilizzarla come base principale per conquistare il resto della Siria. Aleppo allora avrebbe avuto una funzione simile a Bengasi nel 2001 nella guerra contro la Libia. Nel 2012 l’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton dichiarava che era proprio ciò che gli Stati Uniti avevano in mente. In linea di principio tali considerazioni strategiche sono ancora attuali. Anche il contrario era ed è applicabile. Se l’esercito siriano riesce a bonificare le aree di Aleppo occupate dai terroristi, i loro sostenitori in Israele, NATO e GCC perderebbero ogni possibilità di vittoria in Siria, più che con la possibilità teorica di conquistare Damasco. Tranne dei villaggi e un paio di piccole città nelle regioni strategicamente insignificanti della Siria, i terroristi di NATO e GCC non avrebbero nulla se perdessero la loro metà di Aleppo. Tale argomento era vero due anni e mezzo fa e lo è ancora più oggi, dopo che l’esercito siriano ha liberato Homs e molte aree rurali della Siria, e dopo che SIIL e al-Qaida hanno occupato l’Oriente e la provincia di Idlib. Tale importanza decisiva di Aleppo spiega perché le parti combattono accanitamente per il controllo di Aleppo. Guardando sulla mappa le parti della Siria non controllate da esercito siriano, YPG, SIIL o al-Nusra, ma da altri ribelli, si vede che non c’è quasi nulla, anche includendo gruppi vicini ad al-Qaida come Ahrar al-Sham. La seguente mappa da Wikepedia mostra le aree attualmente controllate da “altri ribelli” in verde (governativi in rosso/rosa, SIIL in nero/grigio scuro, Nusra in bianco/grigio chiaro, curdi/YPG in giallo).

syrian_civil_warDopo che i gruppi terroristici invasero Aleppo dalla Turchia e da Idlib, nel luglio 2012, l’esercito siriano riuscì a difendere la parte occidentale di Aleppo e qualche punto pesantemente difeso ne dintornio. Tuttavia, nell’inverno 2012/2013 la situazione era grave per il governo e i suoi sostenitori. I tentativi in tarda estate e autunno 2012 di riconquistare est e sud di Aleppo non riuscirono. Le truppe ad Aleppo furono separate dal resto della Siria. Non c’era alcun collegamento tra l’aeroporto, controllato dal governo, e le truppe ad Aleppo occidentale. Altre roccaforti, dove le truppe governative e i loro sostenitori erano riuniti, erano completamente circondate dai terroristi come a Nubul e Zahra, la base degli elicotteri Mang a nord-est di Aleppo, l’ospedale al-Qindi, la prigione centrale e l’aeroporto militare di Qwayris di Aleppo. Una mappa dei sostenitori del terrorismo nella primavera del 2013, mostra le roccaforti dell’esercito siriano, nella zona di Aleppo, come isole di resistenza nel territorio occupato dai terroristi.aleppo_feb_2013I terroristi acquisirono potere e ricchezza saccheggiando e vendendo beni di fabbriche e abitazioni private nelle aree di Aleppo che controllavano. I sostenitori dei terroristi israeliani, del CCG e della NATO videro la strada della vittoria dopo aver circondato truppe e sostenitori del governo siriani. Tuttavia, con alto spirito combattivo, elevata disponibilità ai sacrifici e abile strategia, il governo siriano e i suoi sostenitori riuscirono a ribaltare la situazione ad Aleppo nel 2013 e 2014. Invece di attaccare direttamente l’est e il sud di Aleppo occupati dai terroristi, l’esercito si dedicò a creare collegamenti stabili tra Aleppo e le aree governative. Allo stesso tempo, ciò spinse i terroristi ad occupare aree che poi furono circondate. Nel 2013 l’esercito siriano riuscì a collegare Hama all’aeroporto di Aleppo via deserto e l’aeroporto con la parte occidentale di Aleppo, filo-governativa. Ciò si vede su una mappa stesa nel gennaio del 2014 da un sostenitore del terrorismo.

aleppo_jan_2014Nel 2014 l’esercito siriano riusciva a stabilire un collegamento dall’aeroporto, alla periferia est di Aleppo, all’isolata prigione centrale controllata dal governo. Successivamente l’esercito avanzò di pochi chilometri, dalla prigione centrale al villaggio di Handarat e oltre. Allo stesso tempo, l’esercito protesse il collegamento via deserto da Hama ad Aleppo. Alla fine del 2014 questi successi determinarono una situazione in cui i terroristi rimasero su una sottile superficie che poteva essere rifornita solo tramite i collegamenti insicuri da nord. L’esercito siriano, invece controllava una vasta area a ovest, sud ed est di Aleppo, e il corridoio di approvvigionamento attraverso il deserto per Aleppo, nel frattempo era ampliato e sicuro. Una mappa di Wikipedia del 2014 mostra l’avanzata:rif_aleppo2-svgCiò che non può essere visto sulle mappe sono le ampie modifiche all’interno di Aleppo, dal 2013, anche se il fronte rimase pressoché invariato. Mentre una vita frenetica ritornava nelle arre controllate dallo Stato, le parti meridionali e orientali controllate dai terroristi si trasformarono in città fantasma. Grazie agli aiuti nazionali ed internazionali c’era abbastanza da mangiare nelle aree della città occupate dai terroristi, quindi la gente non moriva di fame, ma questo era tutto. Non c’erano sicurezza, posti di lavoro o qualsiasi fonte di reddito, tranne la solita breve carriera nelle organizzazioni terroristiche. Il saccheggio ripetuto e sistematico delle varie bande terroristiche e l’assenza di sicurezza per la popolazione, ridussero da 200 mila a circa 50 mila abitanti nelle parti della città controllate dai terroristi. D’altra parte 300000 persone vivono nelle zone controllate dal governo, anche se le aree della città controllate da governo e terroristi hanno circa le stesse dimensioni. Naturalmente non mancano di accusare le operazioni antiterrorismo del governo di aver spopolato le parti controllate dai terroristi. Ma non è la verità, però, perché anche nelle aree governativa la gente soffriva la guerra, come i ricorrenti arbitrari attacchi dell’artiglieria dei terroristi. Cosa molto rivelatrice è il fatto che le strade nelle zone governative erano pulitissime, mentre montagne di spazzatura si accumulavano in quelle controllate dai terroristi. Questo perché i terroristi sono interessati a esercitare il potere per arricchirsi, e non a far funzionare i servizi pubblici come rimuovere i rifiuti o la sicurezza pubblica. I terroristi non ebbero alcun servizio pubblico nella loro parte della città, dato che i loro sponsor li rifornivano generosamente di armi, ma offrivano pochi soldi per mantenere i servizi comunali. Ciò va imputato anche agli stessi terroristi. Dato che a circa metà 2012 avevano il controllo di quasi tutte le industrie, così come dell’agricoltura della città. Tuttavia, invece di garantire benessere economico nella loro zona, che avrebbe generato imposte, i terroristi saccheggiarono, smontarono e distrussero le fabbriche. Inoltre chiusero tutti i valichi con le parti della città controllate dallo Stato, aumentando la miseria nelle loro zone. D’altra parte il governo siriano mise grande enfasi sul mantenimento delle strutture amministrative e nel renderle più efficienti. Un grande sforzo fu attuato per riavviare la produzione industriale nei settori appena liberati di Aleppo. Guardando la mappa appare come i terroristi controllassero ancora circa la metà della città, ma la realtà è che la zona dei terroristi puzza di abbandono, quasi vuota fatta eccezione dei terroristi che combattono sul fronte. Nelle zone controllate dal governo la popolazione traffica pulsando di vita.
La situazione militare continua a peggiorare per i terroristi ad Aleppo. Negli ultimi due anni l’esercito siriano ha fatto piccoli ma continui progressi, avvicinandosi sempre di più all’accerchiamento completo delle aree dei terroristi. I terroristi non seppero fermare questo lento processo di accerchiamento. Insieme con la situazione militare, lo stato d’animo si deteriorava tra i terroristi e i loro sostenitori. Ciò spiega la tenue reazione dei terroristi all’annuncio del governo siriano, di 8 giorni fa, di tagliare i rifornimenti al terrorismo dalla Turchia, anche se ciò comporta una battaglia decisiva per Aleppo e la Siria. I terroristi mobilitarono alcune decine di brigate con migliaia di combattenti e, probabilmente, forze speciali turche, per respingere i progressi dell’esercito siriano. Tuttavia una mobilitazione ampia dei terroristi per impedire la sconfitta nella battaglia per Aleppo non c’è stata. Secondo relazioni dal lato dei terroristi, riuscirono a riconquistare i due villaggi nella parte più avanzata delle aree appena liberate dall’esercito siriano (Rutyan e Hardatin). Un po’ a sud, nella zona di Malah, i terroristi cercarono di avanzare, sembrando inizialmente riuscirci, ma è chiaro che tornarono sotto il controllo dell’esercito siriano dopo aver lanciato un contrattacco. Come riportano entrambe le parti, i terroristi non sono riusciti a riconquistare il villaggio di Bashqawi, facendone ora il più avanzato avamposto dell’esercito siriano nel nord-est. Bashqawi è leggermente in rilievo e incombe sulla città di Zahra, a soli 8 chilometri di distanza. Tutta la zona comprende ulivi, fattorie e i villaggi abbandonati di Rutyan e Hardatin, ora sulla linea del tiro diretto dell’esercito siriano. Nessuna delle due parti ha dichiarato completate le attività nella zona strategicamente importante tra Bashqawi e Zahra. Tuttavia entrambe le parti hanno subito perdite elevate, numeri a tre cifre, e sembrano agire più cautamente negli ultimi due giorni. Mentre i media pro-governativi riferiscono di rinforzi, i terroristi sembrano aver perso interesse nella battaglia. Per esempio il gruppo terroristico Jabhat al-Shamia attaccava il villaggio sciita di Fua, a nord est di Idlib, per ‘vendicarsi di Aleppo’ invece di correre in aiuto dei fratelli a nord di Aleppo. E il Jabhat al-Nusra, legato ad al-Qaida, che ha un ruolo di primo piano nei combattimenti a nord di Aleppo, dichiarava guerra al gruppo filo-Stati Uniti Hazam, alleato del Shamia, invece di concentrarsi sui combattimenti a nord di Aleppo. Fatta eccezione dei villaggi Bashqawi, Rutyan e Hardatin, non è chiaro chi controlli esattamente questo settore strategico. Ciò permette ad entrambe le parti dichiararsi vittoriose. E’ possibile che non ci sia un fronte netto, ma che commando e unità da ricognizione di entrambe le parti brevemente entrino nell’area assediata per poi ritirarsi. Questo spiegherebbe i video dei terroristi che li mostrano operare in piccoli gruppi coperti dagli ulivi per chilometri in zone deserte. Wikepedia mostra la situazione attuale nel link sottostante. Si prega di notare il piccolo rettangolo rosa a nord-ovest dove inizia Zahra. Non c’è molta distanza affinché l’esercito siriano colmi il vuoto.aleppo_wiki_20150226Sham Times che simpatizza per l’esercito siriano ha riferito, in base a fonti dell’esercito siriano, che i combattimenti sono rallentati a nord di Aleppo, mentre un nuovo fronte si forma. I gruppi terroristici consolidano il controllo su due dei sette villaggi liberati (Rutyan e Hardatin), mentre l’esercito siriano difende gli altri cinque (Dayr al-Zaytun, Qafr Tuna, Bashqawi, Misibin e Misqan). È notevole che Misqan sia ancora sotto il controllo dell’esercito siriano, se i rapporti sono corretti, trovandosi a pochi chilometri a nord-est di Dayr al-Zaytun e oltre il villaggio di Tal Jibin, che non viene menzionato nelle relazioni, supponendo che siano corrette. Assumendo che il controllo dell’esercito siriano su Misqan non sia disinformazione, ciò vorrebbe dire che l’esercito siriano è molto più a nord di quanto di pubblico dominio. Non è chiaro però se sia così, ed è anche poco chiaro se l’esercito siriano davvero controlli i villaggi Dayr al-Zaytun, Qafr Tuna e Misibin. Non ci sono informazioni verificabili sul fronte attuale, nella zona strategicamente importante a nord di Aleppo. È concepibile che grandi aree siano una sorta di terra di nessuno mentre le parti hanno paura d’imbattersi in una trappola, se si muovessero allo scoperto. Data tale situazione poco chiara, non è certo che i terroristi abbiano ancora una linea di rifornimento dalla Turchia via Azaz o meno. Sulla base delle mappe più recenti, la strada da Hardatin a Rutyan e Bayanun è di nuovo sotto il controllo dei terroristi, ma d’altronde la strada ri entra nel tiro dell’esercito siriano. Potrebbe essere che i terroristi non controllino tutta la strada e che commando speciali siriani vi operino. In questo caso, le linee dei rifornimenti da Azaz ad Aleppo sarebbe inutilizzabili per i terroristi.

north_aleppo_province_wiki_20150226Non importa quale sia la situazione quotidiana nell’area vuota ma strategicamente importantissima a nord-est di Aleppo, ma una cosa è chiara: prima o poi l’esercito siriano taglierà le linee dei rifornimento dei terroristi e collegherà Handarat a Zahra e Nubul. L’esercito ha chiari vantaggi nella zona scarsamente popolata, grazie alle armi pesanti e all’aeronautica. Inoltre i terroristi s’indeboliscono per mancanza di disciplina e lotte intestine. Non c’è nulla che i terroristi possano fare per mantenere il controllo su pochi villaggi vuoti a nord di Aleppo (vedi punti verdi nella cartina di sopra). L’esercito siriano molto probabilmente continuerà a rafforzare le proprie posizioni a Bashqawi per poi concentrarsi sul raid contro i terroristi nelle vicinanze di questa roccaforte. Una volta che il fronte dei terroristi sarà sufficientemente indebolito, i villaggi saranno il prossimo obiettivo. L’esercito ripeterà questa procedura fino a quando collegherà in modo sicuro Nubul e Zahra, e allo stesso tempo taglierà completamente le linee dei rifornimenti dei terroristi tra Aleppo e la Turchia. Dopo di che i terroristi possibilmente avranno l’ultima linea dei rifornimenti dalla Turchia da occidente, dal valico di frontiera di Bab al-Hawa, nella provincia di Idlib. Tuttavia vi sono gravi problemi per i terroristi con tale linea. Da un lato la strada da Aleppo a Bab al-Hawa è controllata da diversi signori della guerra che non collaborano, rendendola difficile da usare. Dall’altra parte molti terroristi attivi ad Aleppo hanno le loro basi nel nord di Aleppo, in particolare nella zona di Tal Rifat e Maryah, e nelle zone al confine turco più a nord. Tuttavia, se la via Rutyan e Hardatin è chiusa, la via da Tal Rifat o Maryah ad Aleppo passerebbe ad ovest di Nubul e Zahra, attraverso le zone controllate dal YPG, permettendogli di decidere quali rifornimenti far passare. O i terroristi dovrebbero passare via Bab al-Salamah in Turchia a Reyhanli e da lì, attraverso il valico di Bab al-Hawa, di nuovo in Siria e poi a nord della provincia di Idlib e a ovest di quella di Aleppo, attraversando Monte Simeone per raggiungere la periferia di Aleppo, Qafr Hamra o Anadan e da lì via Castello, sotto il tiro dell’esercito siriano, ad Aleppo. Per un convoglio di pickup o camion significherebbe uno sforzo logistico notevole e ci vorrebbe molto tempo, cosa importante se il fronte richiede rinforzi immediati. Inoltre vi è la possibilità che l’esercito siriano tagli l’accesso occidentale attraverso le montagne per Qafr Hamra e Adnan, nel qual caso l’accerchiamento di Aleppo sarebbe completo. Per i civili la strada da Bab al-Hawa ad Aleppo può essere utilizzabile, ma difficilmente lo sarebbe per trasportare rifornimenti militari ad Aleppo. Ciò significa che la battaglia per Aleppo è nella fase finale e l’esercito siriano vincerà a meno che succede qualcosa d’inaspettato, come l’intervento massiccio diretto di truppe straniere. La situazione militare ed economica peggiora per i terroristi ad Aleppo. Invece di diventare il centro di potere dei terroristi, Aleppo è divenuta un’inutile macina al collo dei terroristi. Se il controllo terrorista ad Aleppo si sbriciola, possibilmente anche i dintorni di Aleppo prima o poi finiranno sotto controllo del governo. Villaggi e cittadine presso Aleppo non sono difendibili dai terroristi contro forze schiaccianti supportate dalla grande città di Aleppo. Anche villaggi e cittadine presso Idlib non potranno sostenere l’attacco, anche se continuano ad avere un generoso sostegno dall’estero. L’intero nord-ovest della Siria, prima o poi, sarà di nuovo sotto il completo controllo del governo.

aleppo_province_wiki_20150226Ai terroristi e loro sostenitori resterà il tentativo di marciare direttamente su Damasco dal Golan occupato dagli israeliani. Dato che i terroristi e i loro sostenitori investono ingenti risorse nel fronte meridionale, invece di utilizzarle per difendere la loro ex-roccaforte di Aleppo, risulta evidente che i sostenitori del terrorismo internazionale in Siria hanno già mollato la battaglia per Aleppo. Tuttavia, come riportato nelle ultime due settimane, anche il tentativo del fronte meridionale di conquistare Damasco dal Golan s’è arrestato. Dopo l’eliminazione completa dei terroristi supportati da Israele, NATO e GCC, ciò che rimane alla Siria è capire come coesistere con l’YPG e come sterminare il SIIL ad Oriente. A causa della crescente disperazione per la guerra terroristica contro la Siria, ci si può aspettare a un certo punto che le forze terroristiche crollino per la demoralizzazione.
Al governo siriano la vittoria nella battaglia di Aleppo apre la strada della vittoria nella guerra per la Siria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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