La Cina smantella le operazioni della CIA

Alexander Mercouris, The Duran 21/5/2017

Il New York Times conferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato un’operazione spionistica della CIA in Cina, imprigionando e giustiziando varie spie.
Il New York Times, basandosi su 10 agenti della CIA, afferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato l’intera operazione della CIA in Cina, arrestando ed eliminando 20 spie. Sembra che in un caso i cinesi giustiziassero una delle spie catturate nel cortile di un edificio pubblico davanti ai colleghi con cui lavorava, per avvertirli dei rischi dello spionaggio per la CIA. Sembra che sia stata la peggiore disfatta che la CIA abbia subito dalla fine della guerra fredda e finora gli agenti sono divisi sulle cause, con alcuni che accusano una talpa (i loro sospetti puntano su un individuo che ora vivrebbe in un Paese asiatico) mentre altri accusano la gestione dei responsabili della CIA a Pechino. Indipendentemente dal fatto che l’episodio causi recriminazioni nella comunità d’intelligence degli Stati Uniti ancora oggi, e mettendo da parte la questione di come la Cina abbia scoperto e distrutto questa rete spionistica, vi sono numerosi spunti da questo episodio.
Il primo è che, sebbene il New York Times affermi che nel 2013 la Cina avrebbe perduto la capacità d’individuare le spie statunitensi, la sconfitta sembra così devastante che è improbabile che l’operazione della CIA in Cina sia stata riportata ai livelli di prima del 2010.
Il secondo è che, anche se i cinesi hanno agito decisamente e spietatamente per distruggere la rete della CIA, hanno agito anche discretamente. Contrariamente a quanto si sa della vicenda e del totale silenzio della Cina, vi è l’enorme sconcerto negli Stati Uniti sui cosiddetti “illegali russi”, arrestati dall’FBI nello stesso periodo. Contrariamente a certe rivendicazioni, gli “illegali” non erano spie ma agenti che l’intelligence russa cercò d’insediare negli Stati Uniti per sostenere future operazioni di spionaggio. Poiché nessuno di loro era effettivamente una spia, le accuse furono relativamente minori e furono tutti subito deportati in Russia, venendo scambiati con vere spie statunitensi che la Russia aveva arrestato. Malgrado nessuno degli “illegali” fosse una spia, la vicenda dominò l’informazione per diversi giorni con una delle arrestate, Anna Chapman, corriere dell’intelligence non ‘illegale’, diventata star dei media notturni. Il contrasto tra la pubblicità degli Stati Uniti sullo smascheramento di questa rete e il silenzio della Cina sui passi assai più drastici presi nello stesso periodo, eliminando ciò che era chiaramente una rete spionistica, colpisce. Bisogna chiedersi se la pubblicità straordinaria che gli Stati Uniti diedero allo smascheramento dei “illegali” russi fosse una forma di compensazione psicologica per l’enorme sconfitta in Cina.
Il terzo punto segue il secondo, uno dei motivi per cui i cinesi, e anche gli USA, mantennero segreto questo affare fu evitare l’enorme danno che avrebbero subito le relazioni tra Stati Uniti e Cina se ciò diveniva pubblico. È facile vedere come la rivelazione della portata dello spionaggio statunitense in Cina sarebbe stato uno shock per il popolo cinese e la sua leadership ovviamente decise di non avvelenare ulteriormente le relazioni della Cina con gli Stati Uniti pubblicizzando la cosa.
Il quarto punto è che malgrado la preoccupazione cinese, la dimensione dell’operazione spionistica statunitense in Cina e la feroce reazione alla scoperta dimostrano che i due Paesi, per quanti convenevoli si scambino, sono rivali e avversari, non “partner” o amici.
Il quinto punto è che i cinesi reagiscono chiaramente molto più spietatamente alla scoperta di spie dei russi. Nei lunghi anni della guerra fredda tra USA e URSS, e dalla fine della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, si sviluppò una serie chiara di regole. Le spie che lavorano per un Paese, quando catturate dall’altro Paese, salvo circostanze estreme, non venivano più giustiziate, anche se al momento nell’URSS vi era ancora la pena di morte. Invece si trovavano in carcere fino ad essere scambiate. Chiaramente non è così tra Stati Uniti e Cina.
Il sesto punto è che questo episodio evidenzia ancora una volta l’importanza dello spionaggio, cioè dell'”intelligence umana” nel gioco dell’intelligence. Con tutta l’ampia macchina dell’intelligence elettronico di cui sentiamo così tanto parlare, la spiccata vecchia tradizione ha ancora un suo posto, e gli Stati Uniti, insieme alle altre grandi potenze, non fanno eccezione.
Il settimo e ultimo punto è che la fuga su questa storia al New York Times viene ufficialmente sancita, presumibilmente dal nuovo capo della CIA Mike Pompeo, e ci si deve chiedere perché. Può darsi che lui e Trump abbiano deciso di evidenziare la grande sconfitta dell’intelligence che gli Stati Uniti subirono durante l’amministrazione Obama, inviando un messaggio a chi orchestra l’affare Russiagate? Se è così, la fuga di questa storia potrebbe essere il primo passo del contrattacco del presidente Trump, con forse altre rivelazioni come questa.

Anna Chapman

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Gorbaciov distrusse il programma spaziale militare dell’URSS

Sputnik, 14.05.2017Trent’anni fa, nel maggio 1987, il leader sovietico Mikhail Gorbachev giunse nel Cosmodromo di Bajkonur per ordinare personalmente la chiusura del programma spaziale militare dell’URSS. Tre decenni dopo, l’osservatore militare Aleksandr Khrolenko guarda a quella decisione che costò al Paese e continua a costare alla Russia. In un articolo dedicato all’anniversario della decisione di Gorbaciov per RIA Novosti, Khrolenko ricordò che mentre il leader conobbe alcune tecnologie sviluppate dagli scienziati sovietici durante la visita nello spazioporto, espresse rammarico per aver promesso a Ronald Reagan a Reykjavik, l’anno prima, di chiudere unilateralmente il programma spaziale militare dell’URSS. Washington, nel frattempo, rifiutò di sospendere i lavori sullo scudo missilistico della propria difesa strategica, continuandoli fino al 1993, dopo che l’Unione Sovietica era scomparsa. Tuttavia, quando arrivò alla Casa degli Ufficiali l’11 maggio 1987, “il Segretario generale ribadì il corso dello sviluppo pacifico dello spazio”, un’iniziativa che aveva intrapreso dopo l’ascesa al potere nel 1985. Khrolenko scrive: “Dopo la visita di Gorbaciov, il programma sovietico per sistemi spaziali militari venne smantellato. Il concetto di stazione orbitale pesante fu chiuso nel 1989 e subito dopo tutto il lavoro cessò sul missile spaziale pesante Energija e la navetta spaziale Buran”. Sfortunatamente, il giornalista aggiunge che tre decenni dopo, nonostante i grandi auguri di pace di Gorbaciov, “il mondo non è cambiato.” Il 7 maggio 2017, il velivolo orbitale X-37B Test-4, in missione segreta per quasi due anni, atterrava a Cape Canaveral“. Khrolenko ricorda che “in precedenza, il Pentagono aveva affermato che lo spazioplano, che pesa circa 5 tonnellate, volando a un’altitudine compresa tra 200 e 750 km può cambiare rapidamente orbita e manovrare, eseguire missioni di ricognizione e porre piccoli carichi in orbita“. Nel frattempo, gli esperti russi definiscono l’X-37B per quello che è: un intercettore militare spaziale. “In altre parole”, secondo il giornalista, sembra ovvio che “il programma statunitense per armi d’attacco orbitale sopravvissuto alle “Star Wars” di Ronald Reagan, sia un fatto nel ventunesimo secolo: la Russia dovrà recuperare nel campo spaziale militare, creando un nuovo missile pesante e una base materiale affidabile“.Ciò che Gorbaciov cedette
L’Unione Sovietica cominciò a lavorare su sistemi spaziali militari negli anni ’60, partendo dall’idea di satellite volto ad abbattere quelli nemici. L’URSS lanciò il primo satellite operativo sperimentale, Poljot-1, in orbita nel 1963. Cinque anni dopo, il 1° novembre 1968, gli ingegneri sovietici per la prima volta intercettarono un satellite. Tra il 1973 e il 1976, con il programma segreto Almaz, l’Unione Sovietica mise in orbita tre stazioni da ricognizione civili e militari. Nel frattempo, gli ingegneri effettuarono decine di test continuando a migliorare i sistemi anti-satellite. Nelle massicce esercitazioni strategiche svoltesi tra giugno e settembre 1982 e successivamente definite dalla NATO come “guerra nucleare delle sette ore”, l’Unione Sovietica e gli alleati effettuarono manovre che previdero il lancio di missili balistici basati a terra e mare, test di missili antimissile e manovre con satelliti militari, compreso l’intercettore-satellite 5V91T Uran. “Anche l’Energija Space Corporation produsse armi d’attacco spaziale per le operazioni di combattimento nello spazio“, ricorda Khrolenko. Alla fine degli anni ’70, Energija creò due progetti di futuri velivoli spaziali con la stessa piattaforma, il primo con missili spaziali e il secondo con laser. I missili erano più piccoli e leggeri, permettendo al sistema di trasportare una grande quantità di combustibile a bordo; il velivolo fu designato 17F111 Kaskad, progettato per abbattere sistemi nemici in orbita bassa (entro 300 km). Il velivolo armato di laser, conosciuto come 17F19 Skif, doveva essere utilizzato contro i satelliti nemici in orbite geostazionarie e medie. Esistevano piani per creare un gruppo d’attacco orbitale costituito sia da Kaskad che Skif. Il progetto Kaskad comprendeva un missile intercettatore spaziale per intercettare le testate dei veicoli di rientro degli ICBM nemici, nella fase passiva del volo. Per la distruzione delle installazioni militari chiave nemiche a terra, gli ingegneri sovietici svilupparono una stazione spaziale pesante, la DOS-17K, così come velivoli autonomi (come la navetta spaziale Buran) con testate nucleari a bordo (fino a 15-20 ognuno). In caso di guerra, i moduli si separavano dai vettori, prendevano posizione e iniziavano la discesa per colpire gli obiettivi con estrema precisione. Dopo che il presidente Reagan presentò la sua iniziativa di difesa strategica, gli ingegneri sovietici iniziarono ad esplorare la possibilità di sfruttare lo spazio orbitale. Khrolenko ricorda che “fu condotta una ricerca sull’efficacia della spazzatura orbitale di nuvole, che avrebbe completamente liberato lo spazio a una navetta spaziale nemica fino a un’altezza di 3000 km“. Infine, il giornalista osserva che, nonostante i progressi compiuti dall’URSS nel programma spaziale militare, Gorbaciov, dopo essere salito al potere, inizà persistentemente a promuovere la tesi dello sviluppo pacifico dello spazio, secondo il suo “nuovo pensiero”. “Su pressione del Comitato Centrale, la Commissione statale sul lancio del 17F19 Skif (con un laser gasdinamico dalla potenza di 1 MW) annullò il programma e altri sistemi di combattimento. Il fallimento tecnico durante il lancio della navetta accelerò la chiusura del programma“. Khrolenko sottolinea che nella guerra fredda, gli Stati Uniti erano in grave ritardo rispetto all’URSS nella tecnologia militare spaziale. La creazione di stazioni spaziali statunitensi per uso militare iniziò solo negli anni ’70 (i progetti includevano armi cinetiche, laser e a fasci di particelle). Reagan ordinò lo sviluppo di un sistema antisatellite nel 1982 e proclamò l’iniziativa di difesa strategica nel marzo 1983. Mentre questo programma venne formalmente sciolto nel 1993, Khrolenko osserva che “l’uso pacifico dello spazio rimane solo un sogno dell’umanità“. “Le tecnologie spaziali danno origine a nuovi modi per svolgere le operazioni militari. Oggi, di circa 1380 satelliti in orbita, 149 sono militari e a doppio uso statunitensi, in confronto la Russia ne dispone di 75, la Cina 35, Israele 9, Francia 8 e Regno Unito e Germania 7“.
Le maggiori potenze attualmente sviluppano tecnologia militare spaziale. “Lo spazio prossimo alla Terra è sempre più militarizzato“. All’inizio dell’anno, il vicecomandante del Comando Strategico degli Stati Uniti disse che è necessario inviare ai nemici futuri degli Stati Uniti il segnale di essere disposti a combattere una guerra nello spazio. Alla fine dell’anno scorso, il generale John Hyten, capo di Stratcom, andò oltre affermando che mentre le potenze mondiali si espandono nello spazio, la possibilità di conflitti inevitabilmente cresce. “In quel caso, dobbiamo essere pronti“, disse. Nel frattempo, gli analisti militari statunitensi ritornano ancora sul tema della difesa missilistica spaziale, con l’Agenzia della difesa missilistica e la Raytheon Corporation che sviluppano e testano sistemi missilistici progettati per individuare e distruggere missili balistici che si avvicinano nell’atmosfera dallo spazio. Oggi Khrolenko osserva che anche quei Paesi che si oppongono alla militarizzazione dello spazio, come Russia e Cina, sono costretti a sviluppare le armi spaziali per evitare che si crei uno squilibrio strategico mortale. Secondo il giornalista, la domanda che va posta è: “E’ valsa la pena, con tanta persistenza in tanti anni, forgiare dalle spade spaziali russe degli aratri, riducendo i nostri Kascada e Skif in pentole e padelle?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, gli alleati dell’Italia compiono una strage

Alessandro Lattanzio, 21/5/2017

Mentre questo Sito viene aggredito e insultato da fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, che propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno‘, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.
Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA. A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti“, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche“. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi“. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto“. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Lybia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie“, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Bengasi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida“. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea“, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale“, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica“, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi“. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolungano le sofferenze del popolo libico”.

Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

Fonti:
el-Temif
FNA
FNA
FNA
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Moon of Alabama
RID
RID
Reuters
SCF
Tekmor Monitor
The Guardian

La Russia ha costruito la NATO eurasiatica?

Oleg Dgorov, RBTH, 18 maggio 2017

Nel maggio 2017, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collegiata (CSTO), l’alleanza militare-politica dei Paesi post-sovietici diretti dalla Russia, compie 15 anni. Durante la sua esistenza l’organizzazione non ha partecipato a combattimenti reali ma, secondo gli esperti, fa molto per proteggere l’Asia centrale dal terrorismo.Nel 2017, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) celebra un strano “doppio” anniversario. L’accordo dell’alleanza militare-politica dei Paesi post-sovietici, firmato 25 anni fa nel 1992, ma per 10 anni dalla validità discutibile. Negli anni ’90 il quadro post-sovietico era devastato dai conflitti: guerra nel Nagornij-Karabakh (1992-1994), guerra civile in Tagikistan (1992-1997), guerra georgiano-abkhaza (1992-1993), nonché violenti combattimenti nel territorio ceceno della Russia (1994-1996 e 1999-2000). La situazione si stabilizzò all’inizio del 2000, contribuendo a costruire un’organizzazione internazionale nell’ambito dell’accordo del 1992: Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan e Tagikistan crearono la CSTO nel 2002. Gli obiettivi indicati nell’organizzazione si conservano ad oggi: “Rafforzamento della pace, sicurezza internazionale e regionale, protezione collettiva dell’indipendenza, integrità territoriale e sovranità degli Stati aderenti“.

L’ombra dell’Afghanistan
Anche prima dell’istituzionalizzazione della CSTO, nel 2001 i Paesi aderenti crearono un contingente militare congiunto: la Forza di reazione rapida collettiva (CRRF). Gli esperti osservano che la ragione principale per organizzare la forza di difesa congiunta fu la diffusione del terrorismo in Asia centrale dall’Afghanistan, dal 1996 al 2001 governato dai taliban. “Se la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti non avesse iniziato le attività in Afghanistan, i Paesi CSTO avrebbero dovuto respingere collettivamente gli attacchi degli estremisti dall’Afghanistan“, scrive Julija Nikitina, collaboratrice del Centro di Studi post-sovietici del MGIMO in un articolo per il Consiglio degli affari internazionali russo. “Ecco perché era importante creare la forza collettiva“.

Addestramento antiterrorismo
Ma le cose andarono diversamente. L’operazione della coalizione internazionale iniziò in Afghanistan e le repubbliche post-sovietiche evitarono un grande attacco degli estremisti. Tuttavia, la CSTO come organo di sicurezza collettiva si è progressivamente sviluppata. Nel 2009 apparve un gruppo congiunto più ampio del CRRF, la CORF (Forza di Reazione Operativa Collettiva). Oggi CRRF e CORF comprendono 25000 soldati. La CSTO non ha partecipato a veri conflitti. Tuttavia, ogni anno organizza manovre militari congiunte per sviluppare le competenze per contrastare i terroristi e pianificare operazioni anticrimine. Nel 2017 l’organizzazione terrà grandi esercitazioni coinvolgendo CRRF, CORF e unità di mantenimento della pace. Julija Nikitina osserva che dal punto di vista militare l’attività della CSTO è certamente utile: le esercitazioni congiunte non solo aiutano a sviluppare piani d’azione per eventuali conflitti, ma anche i soldati. D’altra parte, secondo Aleksej Malashenko del Carnegie Moscow Center, la forza reale della CSTO è sconosciuta poiché l’organizzazione non ha mai partecipato a veri conflitti. “Nessuno ha mai visto questa organizzazione in azione. L’addestramento congiunto è buono, ma è sempre diverso dal combattimento reale“.

Perché è necessario la CSTO?
Allo stesso tempo, gli esperti ritengono che già l’esistenza della CSTO eviti i conflitti. “Quindici anni fa, molti esperti predissero un’ondata di scontri violenti, ad esempio in Asia centrale, che non ebbe luogo“, dice Sergej Karaganov, decano del Dipartimento di Politica mondiale dell’HSE. “In una certa misura la Russia e gli altri Paesi interagirono rafforzando le proprie forze armate“. Da questo punto di vista l’alleanza è molto efficace, aggiunge Karaganov. Il Vicedirettore dell’Istituto dei Paesi della CSI Vladimir Zharikhin è d’accordo, la CSTO fu creata come blocco difensivo ed adempie ai propri compiti con successo. Oltre alla guerra al terrore, Zharikhin parlava di un altro compito della CSTO: “Con l’aiuto dell’organizzazione, la Russia fornisce agli alleati della CIS l'”ombrello nucleare” aumentando la stabilità nei Paesi della CSTO“. In altre parole, l’obiettivo non ufficiale della CSTO è opporsi alle “rivoluzioni colorate” nei Paesi aderenti, spiega Zharikhin.

“La NATO della Russia”
Nei media occidentali la CSTO è talvolta paragonata alla NATO. Tuttavia, aggiungono che tale paragone non è corretto. Così, nell’articolo “Perché l’alleanza militare della Russia non è la prossima NATO“, l’analista di Stratfor Eugene Chausovsky sottolinea che spesso non esiste accordo nella CSTO su questioni politiche. I governi di Bielorussia e Kazakistan, per esempio, possono esibire indipendenza da Mosca e costruire proprie relazioni con l’occidente. Pertanto, non si può parlare di una sola posizione politica nella CSTO. Gli esperti russi vedono un’altra differenza tra CSTO e NATO. “L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico fu creata come blocco difensivo, soprattutto dai Paesi occidentali, per contenere il comunismo. Ora gli obiettivi e le responsabilità sono cambiati e la NATO va oltre l’Europa divenendo un’alleanza espansionista” afferma Vladimir Zharikhin. A suo parere, la CSTO rimane rigorosamente un’organizzazione difensiva, preservando l’obiettivo per cui fu istituita 15 anni fa.Traduzione di Alessandro LattanzioSitoAurora

Siria: Le ragioni dell’isteria saudita-statunitense

Nasser Kandil e Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 18 maggio 2017Secondo Nasser Kandil
Le ultime campagne diplomatiche e mediatiche lanciate da Washington e Riyadh contro lo Stato siriano non possono essere spiegate solo come reazione a uno schiaffo doloroso ma innominabile. In effetti, quando lo Stato siriano riprende i bastioni di al-Nusra in diversi quartieri di Damasco, Stati Uniti ed Arabia Saudita l’accusano di condurre un “cambiamento demografico”, non potendo continuare a sostenere apertamente le organizzazioni terroristiche. E quando l’Esercito arabo siriano in pochi giorni scaccia lo SIIL da un “area sensibile” nel deserto siriano di 80 km di larghezza per 100 di profondità, scelta dagli statunitensi quale futuro santuario dello SIIL sulla linea strategica di collegamento tra Siria, Iran e Resistenza libanese, Stati Uniti e Arabia Saudita s’inventano ogni falsa accusa per demolire il morale del popolo siriano, sostenere i terroristi, fare pressione sul governo della Siria e l’alleato russo; ancora una volta, incapaci di continuare a sostenere apertamente le organizzazioni terroristiche. Così appare l’improvviso ciò che sembrava un dossier statunitense che accusava le autorità siriane di nascondere il massacro in un crematorio nella prigione di Sadnaya a nord di Damasco [1], immediatamente trasmesso alle Nazioni Unite: “15 maggio, il capo per il Medio Oriente del dipartimento di Stato Stuart Jones presentava le foto satellitari del carcere dicendo che il regime del Presidente Bashar al-Assad ha distrutto i resti di migliaia prigionieri assassinati negli ultimi anni. Poi chiese di “porre fine a tali atrocità”. Tali foto “declassificate” dal governo degli Stati Uniti erano datate aprile 2017, aprile 2016, gennaio 2015 e agosto 2013, mostrando edifici, uno dei quali sottotitolato “prigione principale” e l’altro “probabile crematorio”. Su una delle immagini vi era la leggenda “fanghiglia su una parte del tetto” che attesterebbe, secondo gli Stati Uniti, l’esistenza di un forno crematorio installato dal regime siriano”!!!
Le convulse accuse del ministro degli alloggi israeliano ed ex-generale dell’esercito, Yoav Galant, chiedono apertamente l’assassinio del Presidente siriano Bashar al-Assad [2]: “Penso che attraversiamo la linea rossa. Secondo me è giunto il momento di assassinare Assad. E’ così semplice...” Al momento, Washington afferma che la cooperazione con la Russia non va bene, soprattutto sulla questione fondamentale delle cosiddette “zone di de-escalation” in Siria definita da Astana 4, mentre le incursioni statunitensi uccidono civili siriani ad Hasaqah e al-Buqamal [3] con il pretesto della lotta contro lo SIIL, che si affrettava ad attaccare l’aeroporto di Dayr al-Zur, controllato dall’Esercito arabo siriano, proprio come successe la scorsa estate dopo gli attacchi degli Stati Uniti sul Jabal al-Thardah. Ed ora, altrettanto improvvisamente, il capo del Kurdistan iracheno minaccia l’iracheno Hashd al-Shabi se continua l’avanzata verso il confine siriano, e la cosiddetta opposizione siriana minacciava di lasciare i negoziati di Ginevra 6 (ripresi il 16 maggio), mentre le fazioni armate impegnate nel processo di Astana annunciavano l’adesione all'”operazione fronte meridionale” voluta principalmente da statunitensi, inglesi e giordani, ancora col pretesto della lotta della cosiddetta coalizione anti-SIIL, ma il cui vero obiettivo è, ovviamente, raggiungere il confine iracheno-siriano ad al-Tanaf, all’incrocio dei confini giordano-siriano-iracheno. Un’operazione considerata “ostile” dalla Siria e contro cui non si limita a mettere in guardia la Giordania per voce del Ministro degli Esteri, Walid al-Mualam [4], ma prepara la corsa verso il confine con l’Iraq, ancor prima di avviarla. Da qui le campagne di isteria e diffamatorie spiegate dai rapidi e inaspettati progressi dell’Esercito arabo siriano verso Dayr al-Zur e il confine iracheno, parallelamente ai progressi iracheni dell’Hash al-Shabi al confine con la Siria, minacciando i piani degli statunitensi-sionisti che sanno perfettamente che questa è una causa e una strategia comune, coordinata con Iran e Russia per impedirgli di controllare il confine siriano-iracheno, divenuta la madre di tutte le battaglie della guerra alla Siria. Controllarlo significa impedire a Iran e Cina di accedere al Mediterraneo, contenendo oleodotto iracheno e gasdotto iraniano nella stessa direzione, controllando la linea di rifornimento strategica dall’Iran alla Siria e alle forze della Resistenza; obiettivi che motivarono l’invasione dell’Iraq e, dopo il fallimento, la guerra alla Siria. Una seconda sconfitta che motiva il tentativo di controllare la regione tra il Tigri e l’Eufrate. Un terza sconfitta inflitta dalla resistenza dell’Esercito arabo siriano ad Hasaqah e Dayr al-Zur e dall’avanzata dell’Hashd al-Shabi a Tal-Afar in Iraq, motivando l’ultimo piano statunitense per controllare il confine siriano-iracheno. Se il piano fallisce, la guerra alla Siria non avrà più senso strategico. Piuttosto, sarà necessario gestire un’alleanza tattica e risorse per raggiungere un accordo parziale tra le forze belligeranti; gli statunitensi sono particolarmente interessati al sud del Paese e alla sicurezza d’Israele garantita dalla Russia o dall’accelerazione del processo di risoluzione della causa palestinese in Israele. Tuttavia, quando gli statunitensi mobilitano tutti i loro alleati gettando il loro peso e le loro minacce, vuol dire che la guerra è tutt’altro che finita con molte opportunità di rimescolare le carte; in particolare attraverso Turchia, Israele, curdi iracheni o bloccando i colloqui di Ginevra. Un blocco atteso da molti osservatori viste le differenze tra USA e Russia, la riluttanza turca a separarsi da Jabhat al-Nusra e la volontà aggressiva degli statunitensi, spiegando il motivo per cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, declinava su priorità, o almeno pari importanza, nel “paniere” della lotta al terrorismo per concentrarsi sulle discussioni sulla futura Costituzione siriana. Trascurarlo fu deciso nei colloqui a Ginevra 5, che invocava la formazione di un comitato di esperti costituzionali del governo, dell’opposizione e delle Nazioni Unite, senza che ciò si nelle prerogative delle Nazioni Unite, essendo la Costituzione siriana questione solo del popolo siriano, come indicato nella risoluzione 2254/2015.Secondo fonti ben informate, l’influenza statunitense sui colloqui di Ginevra 6 riflette, in parte, la mobilitazione per la “guerra al confine siriano-iracheno” proposta da Erdogan nella visita a Donald Trump [5]. Una proposta per affidare ai peshmerga curdi in Iraq, guidati da Masud al-Barzani, la missione di dominare le aree controllate dai curdi in Siria e le regioni al confine siriano-iracheno, implicitamente per pulire le aree di Sinjar e Qamishli dalla presenza del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) in cambio del sostegno turco nella battaglia di Raqqa. Infine, chi controllerà i confini siriano-iracheni vincerà la partita. Ciò che è certo è che una delle più importanti guerre del Medio Oriente entra nella fase più pericolosa.Traduzione e sintesi di Mouna Alno-Nakhal dell’ultima nota di Nasser Kandil: politico libanese, ex-vicedirettore di Top News Nasser-Kandil e redattore del quotidiano libanese “al-Bina“.

Fonti:
Top News
Top News
Top News
al-Bina
Top News

Note:
[1] Siria: Gli Stati Uniti hanno accusato il regime di Assad di usare un “crematorio” per nascondere “omicidi di massa”
[2] “Il tempo è venuto” per uccidere Bashar al-Assad (ministro israeliano)
[3] La “Coalizione degli USA” uccide più di 31 persone nel massacro di al-Buqamal e Dayr al-Zur
[4] Forze statunitensi, inglesi e giordane al confine giordano-siriano. Anche l’Esercito arabo siriano si avvicina
[5] Trump assicura ad Erdogan l’appoggio degli USA contro il PKK curdoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora