La verità sull’arsenale nucleare segreto d’Israele

Julian Borger, The Guardian, 15 gennaio 2014

Israele ha rubato segreti nucleari e produce di nascosto bombe atomiche dagli anni ’50. E i governi occidentali, tra cui di Gran Bretagna e Stati Uniti, chiudono un occhio. Ma come possiamo aspettarci che l’Iran freni le ambizioni nucleari se gli israeliani non si chiariranno?4146483624cia-israel-dimonaNelle profondità delle sabbie del deserto, uno Stato mediorientale assediato ha costruito bombe nucleari in segreto, utilizzando tecnologie e materiali forniti da potenze amiche o rubati da una rete di agenti clandestini. E’ roba da thriller e il tipo di narrazione spesso usata per caratterizzare i peggiori timori sul programma nucleare iraniano. In realtà, però, le intelligence di Stati Uniti e Regno Unito credono che Teheran non abbia deciso di costruire una bomba, e i programmi atomici dell’Iran sono continuamente monitorati internazionalmente. Il racconto esotico della bomba nascosta nel deserto è una storia vera però. Solo che riguarda un altro Paese. Con una straordinaria serie di sotterfugi, Israele è riuscito ad assemblare un arsenale nucleare clandestino stimato in 80 testate, pari a India e Pakistan, ed ha anche testato una bomba quasi mezzo secolo fa, con scarse proteste internazionali o alcuna consapevolezza pubblica di ciò che facesse. Nonostante il fatto che il programma nucleare d’Israele sia un segreto di Pulcinella grazie a un tecnico scontento, Mordechai Vanunu, che lo denunciò nel 1986, la posizione ufficiale d’Israele è come sempre mai confermarne o negarne l’esistenza. Quando l’ex-presidente della Knesset Avraham Burg ruppe il tabù nel dicembre 2013, dichiarando il possesso israeliano di armi nucleari e chimiche e descrivendo la politica ufficiale di non divulgazione come “obsoleta e infantile“, un gruppo di destra chiese formalmente che venisse indagato per tradimento. Nel frattempo, i governi occidentali hanno supportato la politica dell'”opacità”, evitando ogni menzione della questione. Nel 2009, quando una giornalista veterana di Washington, Helen Thomas, chiese a Barack Obama nel primo mese di presidenza se sapesse di un Paese del Medio Oriente con armi nucleari, schivò la trappola dicendo solo che non voleva “speculare”. I governi del Regno Unito hanno generalmente seguito l’esempio. Alla domanda alla Camera dei Lord nel novembre 2013 sulle armi nucleari israeliane, la baronessa Warsi rispose tangenzialmente, “Israele non ha dichiarato un programma di armi nucleari. Abbiamo regolari contatti con il governo d’Israele su una serie di questioni legate al nucleare“, disse la ministra. “Il governo d’Israele non ci suscita dubbi. L’incoraggiamo a far parte del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT)“. Ma attraverso le crepe di questo muro di pietra, sempre più dettagli continuano ad emergere di come Israele abbia costruito armi nucleari con tecnologia contrabbandata e rubacchiata. Il racconto fa da contrappunto alla storica lotta di oggi sulle ambizioni nucleari dell’Iran. Il parallelo non è esatto, Israele, a differenza dell’Iran non firmò fino il TNP del 1968 e non ha potuto violarlo. Ma quasi sicuramente viola un trattato che bandisce i test nucleari, così come innumerevoli leggi nazionali e internazionali che limitano il traffico di materiali e tecnologie nucleari.
pic12 L’elenco delle nazioni che segretamente hanno venduto ad Israele materiale e competenze per produrre testate nucleari, o che hanno chiuso un occhio sul loro furto, includono gli attivisti più fedeli alla lotta alla proliferazione: Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e anche Norvegia. Nel frattempo, gli agenti israeliani accusati di acquistare materiale fissile e tecnologia entrarono in alcuni degli stabilimenti industriali più sensibili del mondo. Questa rete di spie audaci dal notevole successo, nota come Lakam, acronimo ebraico per Ufficio dei collegamenti scientifici, dal suono innocuo, includeva figuri coloriti come Arnon Milchan, miliardario produttore di Hollywood di successi come Pretty Woman, LA Confidential e 12 Anni Schiavo, che infine ammise il suo ruolo. “Sai cosa vuol dire essere un ventenne e il tuo Paese permetterti di essere James Bond? Wow! Azione! E’ stato emozionante“, ha detto in un documentario israeliano. La storia della vita di Milchan è colorita e abbastanza probabilmente oggetto di uno dei blockbuster che vendono. Nel documentario, Robert de Niro ricorda le discussioni sul ruolo di Milchan nell’acquisto illecito di inneschi per testate nucleari. “A un certo punto chiesi qualcosa a tale proposito, essendo amici, ma non in modo accusatorio. Volevo solo sapere“, dice De Niro, “Disse: sì l’ho fatto per il mio Paese, Israele“. Milchan non rifuggiva dall’usare le connessioni con Hollywood per facilitare la sua seconda carriera oscura. A un certo punto, ammette nel documentario, usò il richiamo di una visita dell’attore Richard Dreyfuss per avvicinare un alto scienziato nucleare degli Stati Uniti, Arthur Biehl, e farlo entrare nel consiglio di una delle sue aziende. Secondo la biografia di Milchan dei giornalisti israeliani Meir Doron e Joseph Gelman, fu assunto nel 1965 dall’attuale presidente israeliano Shimon Peres, che incontrò in una discoteca di Tel Aviv (chiamata Mandy, dal nome dalla padrona di casa e moglie del proprietario Mandy Rice-Davies, nota per il suo ruolo nello scandalo sessuale Profumo). Milchan, che guidava l’azienda di fertilizzanti di famiglia, non si volse mai indietro nel giocare un ruolo centrale nel programma di acquisizione clandestina d’Israele. Fu responsabile per la protezione vitale della tecnologia di arricchimento dell’uranio, fotografando progetti di centrifughe che un dirigente tedesco corrotto aveva temporaneamente “smarrito” in cucina. Gli stessi progetti, appartenenti al Consorzio di arricchimento dell’uranio europeo, URENCO, furono rubati una seconda volta da un impiegato pachistano, Abdul Qadir Khan, che li usò per fondare il programma di arricchimento del suo Paese e creare il contrabbando globale di materiale nucleare, vendendo progetti a Libia, Corea democratica e Iran. Perciò, le centrifughe d’Israele sono quasi identiche a quelle dell’Iran, una convergenza che permise ad Israele di provare un worm, nome in codice Stuxnet, sulle proprie centrifughe prima di scatenarle contro l’Iran nel 2010. Probabilmente l’exploit del Lakam fu ancora più audace di quelle di Khan. Nel 1968, fece scomparire un intero cargo di uranio dal centro del Mediterraneo, in ciò che divenne noto come l’affare Plumbat; gli israeliani usarono una società di copertura per comprare una partita di ossido di uranio, noto come yellowcake, ad Anversa. Lo yellowcake era nascosto in fusti etichettati “plumbat”, derivato del piombo, e caricato su una nave da carico noleggiata da una società liberiana fasulla. La vendita fu camuffata da transazione tra aziende tedesche ed italiane con l’aiuto di funzionari tedeschi, in cambio di un’offerta d’Israele per aiutare i tedeschi nella tecnologia delle centrifughe. Quando la nave, la Scheersberg A, era ancorata a Rotterdam, e l’intero equipaggio fu licenziato con il pretesto che la nave era stata venduta e un equipaggio israeliano lo sostituì. La nave navigò nel Mediterraneo dove, sotto scorta della marina israeliana, il carico fu trasferito su un’altra nave. Documenti declassificati di Stati Uniti e Regno Unito nel 2013 rivelarono un acquisto israeliano finora sconosciuto di circa 100 tonnellate di yellowcake dall’Argentina, nel 1963 o 1964, senza le garanzie tipicamente usate nelle operazioni nucleari per evitare che il materiale sia utilizzato per le armi. Israele ebbe poche remore nella far proliferare la tecnologia di armi e materiali nucleari, aiutando il regime dell’apartheid del Sud Africa a sviluppare la propria bomba negli anni ’70 in cambio di 600 tonnellate di yellowcake. Il reattore nucleare d’Israele richiedeva ossido di deuterio, noto anche come acqua pesante, per moderare la reazione fissile. Perciò Israele si rivolse a Norvegia e Gran Bretagna. Nel 1959, Israele comprò 20 tonnellate di acqua pesante che la Norvegia aveva venduto al Regno Unito, ma era un surplus per il programma nucleare inglese. Entrambi i governi sospettarono che il materiale sarebbe stato utilizzato per la fabbricazione di armi, ma decisero di guardare da un’altra parte. Nei documenti visionati dalla BBC nel 2005, i funzionari inglesi sostennero che sarebbe stato “eccesso di zelo” imporre misure di salvaguardia. Da parte sua, la Norvegia compì solo una visita d’ispezione, nel 1961.
pic3 Il programma di armi nucleari d’Israele non avrebbe mai potuto decollare senza l’enorme contributo dalla Francia. Paese che adottava la linea dura sulla proliferazione verso l’Iran ma contribuì a gettare le basi del programma di armamento nucleare israeliano, spinto dal senso di colpa per aver abbandonato Israele durante il conflitto di Suez del 1956, dalla simpatia degli scienziati franco-ebrei, dalla condivisione dell’intelligence sull’Algeria e dalla volontà di vendere competenze francesi all’estero. “C’era la tendenza a cercare di esportare e c’era un diffuso sostegno ad Israele“, dice André Finkelstein, ex-vice commissario del Commissariato per l’energia atomica francese e vicedirettore generale presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ad Avner Cohen, storico israelo-statunitense. Il primo reattore in Francia divenne critico nel 1948, ma la decisione di costruire armi nucleari sembra sia stata presa nel 1954, dopo che Pierre Mendès France compì il suo primo viaggio a Washington da presidente del consiglio dei ministri della caotica Quarta Repubblica. Sulla via del ritorno disse a un aiutante: “E’ esattamente come un incontro tra gangster Ognuno mette la pistola sul tavolo, se non hai la pistola sei nessuno, quindi dobbiamo avere un programma nucleare…” Mendès France diede l’ordine di avviare la costruzione di bombe nel dicembre 1954. E costruendosi l’arsenale, Parigi vendette assistenza e materiale ad altri aspiranti alle armi nucleari, non solo Israele. “Andammo avanti per molti, molti anni finché facemmo certe esportazioni stupide, come l’Iraq e l’impianto di ritrattamento in Pakistan, che era pazzesco“, ricordava Finkelstein in un’intervista che può ora essere letta in una serie di articoli di Cohen presso il think tank Wilson Center di Washington. “Siamo stati il Paese più irresponsabile sulla non proliferazione“. A Dimona giunsero ingegneri francesi per costruirvi un reattore nucleare e un impianto molto più segreto per il ritrattamento per separare il plutonio dal combustibile spento del reattore. Questa fu la vera porta del programma nucleare d’Israele che mirava a produrre armi. Alla fine degli anni ’50 vi erano 2500 cittadini francesi che vivevano a Dimona, trasformandolo da villaggio a città cosmopolita completa di licei francesi e strade piene di Renault, eppure l’intero sforzo proseguì sotto uno spesso velo di segretezza. Il giornalista investigativo statunitense Seymour Hersh scrisse nel suo libro “L’opzione Sansone”: “ai lavoratori francesi a Dimona era proibito scrivere direttamente a parenti e amici in Francia e altrove, se non inviando la posta a una casella postale falsa in America Latina“. Agli inglesi, tenuti fuori dal giro, fu detto varie volte che l’enorme cantiere era un istituto di ricerca sulla coltivazione del deserto e un impianto di trasformazione del manganese. Gli statunitensi, tenuti anche all’oscuro da Israele e Francia, inviarono gli aerei spia U2 su Dimona nel tentativo di scoprire cosa facessero. Gli israeliani ammisero di avere un reattore, ma insistettero che avesse scopi del tutto pacifici. Il combustibile esaurito veniva inviato in Francia per il ritrattamento, sostenevano, fornendo anche filmati di esso presumibilmente caricato a bordo mercantili francesi. Nel corso degli anni ’60 fu categoricamente negata l’esistenza dell’impianto di ritrattamento sotterraneo di Dimona che sfornava il plutonio per le bombe.
pic11Israele si rifiutò di tollerare le visite da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), così negli anni ’60 il presidente Kennedy chiese di accettare gli ispettori statunitensi. I fisici statunitensi furono inviati a Dimona, ma furono raggirati fin dall’inizio. Le visite non furono mai due volte l’anno come concordato con Kennedy e furono oggetto di rinvii ripetuti. I fisici inviati a Dimona non ebbero il permesso di portare la propria attrezzatura o di raccogliere campioni. L’ispettore capo statunitense, Floyd Culler, esperto di estrazione di plutonio, osservò nei suoi rapporti che vi erano pareti di recente intonacate e tinteggiate in uno degli edifici. Si scoprì che prima di ogni visita, gli israeliani costruirono falsi muri intorno agli ascensori che scendevano di sei livelli nell’impianto di ritrattamento sotterraneo. Mentre sempre più prove del programma di armi d’Israele emergevano, il ruolo degli Stati Uniti passò da vittima inconsapevole a complice riluttante. Nel 1968 il direttore della CIA Richard Helms disse al presidente Johnson che Israele aveva effettivamente costruito armi nucleari e che la sua aviazione aveva condotto sortite per esercitarsi a sganciarle. Il momento non avrebbe potuto essere peggiore. Il TNP, volto ad evitare che troppi geni nucleari sfuggissero dalle loro bottiglie, era appena stato redatto e se la notizia che uno dei Paesi apparentemente privi di armi nucleari l’aveva segretamente prodotte, sarebbe diventato lettera morta dato che molti Paesi, in particolare arabi, avrebbero rifiutato di firmare. La Casa Bianca di Johnson decise di non dire nulla, e la decisione venne formalizzata in una riunione del 1969 tra Richard Nixon e Golda Meir, in cui il presidente degli Stati Uniti accettò di non fare pressione su Israele nel firmare il TNP, mentre la prima ministra israeliana accettò che il suo Paese non avrebbe “introdotto” per primo le armi nucleari in Medio Oriente e di non fare nulla per renderne l’esistenza pubblica. Infatti, il coinvolgimento degli Stati Uniti andò ben oltre il mero silenzio. In una riunione nel 1976, solo recentemente di dominio pubblico, il vicedirettore della CIA Carl Duckett informò una dozzina di funzionari della Nuclear Regulatory Commission degli Stati Uniti che l’agenzia sospettava che il combustibile fissile delle bombe d’Israele fosse uranio rubato sotto il naso degli Stati Uniti da un impianto di trasformazione in Pennsylvania. Non solo una quantità allarmante di materiale fissile mancava dall’azienda, la Nuclear Materials and Equipment Corporation (NUMEC), ma fu visitata da agenti segreti israeliani, tra cui Rafael Eitan, descritto alla società come “chimico” del Ministero della Difesa israeliano, ma in realtà dirigente del Mossad a capo del Lakam. “Fu uno shock. Tutti rimasero a bocca aperta“, ricorda Victor Gilinsky, uno dei funzionari nucleari statunitensi informato da Duckett. “Fu uno dei casi più eclatanti di materiale nucleare deviato, le cui conseguenze sembravano così terribili agli interessati e agli Stati Uniti che nessuno voleva davvero scoprire cosa succedesse”. L’indagine fu accantonata e alcuna accusa avanzata.
prince-edward-islands-3 Pochi anni dopo, il 22 settembre 1979, un satellite degli Stati Uniti, il Vela 6911, rilevò il doppio flash tipico di un test di armi nucleari al largo delle coste del Sud Africa. Leonard Weiss, matematico ed esperto di proliferazione nucleare, lavorava come consulente del Senato all’epoca e dopo essere stato informato dai servizi segreti statunitensi sui laboratori di armi nucleari del Paese, si convinse che un test nucleare, in violazione del Trattato sulla limitazione dei test, ebbe luogo. Fu solo dopo che le amministrazioni Carter e Reagan tentarono di imbavagliarlo sull’incidente cercando di cancellarlo con una poco convincente indagine, che Weiss comprese che gli israeliani, piuttosto che i sudafricani, effettuarono la detonazione. “Mi fu detto che avrebbe creato un gravissimo problema di politica estera per gli Stati Uniti, se dicevo che si trattava di un test. Qualcuno aveva fatto qualcosa che gli Stati Uniti non volevano che nessuno sapesse”, dice Weiss. Fonti israeliane dissero ad Hersh che il flash notato dal satellite Vela era in realtà il terzo di una serie di test nucleari nell’Oceano Indiano che Israele aveva condotto in cooperazione con il Sudafrica. “Fu una cazzata“, gli disse una fonte. “C’era una tempesta e pensammo che avrebbe bloccato Vela, ma c’era un buco, una finestra, e Vela fu accecato dal flash“. La politica del silenzio degli Stati Uniti continua fino ad oggi, anche se Israele sembra continuare ad operare sul mercato nero del nucleare, anche se a volumi molto ridotti. In un documento sul commercio illegale di materiale e tecnologia nucleari pubblicato nell’ottobre 2014, l’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale (ISIS) di Washington osserva: “Su pressione degli Stati Uniti negli anni ’80 e inizio anni ’90, Israele… decise di fermare in gran parte l’illegale approvvigionamento del proprio programma di armamento nucleare. Oggi, vi è la prova che Israele può ancora compiere occasionali acquisti illeciti, operazioni sotto copertura degli Stati Uniti e cause legali lo dimostrano“. Avner Cohen, autore di due libri sulla bomba d’Israele, ha detto che la politica di opacità di Israele e Washington continua in gran parte per inerzia. “A livello politico, nessuno vuole averci a che fare per paura di aprire un vaso di Pandora. Per molti versi è un peso per gli Stati Uniti, ma a Washington tutti fino da Obama non lo toccano per paura che possa compromettere la base dell’intesa israelo-statunitense“.
Nel mondo arabo e non solo vi è una crescente insofferenza sul distorto status quo nucleare. L’Egitto, in particolare, ha minacciato di uscire dal TNP a meno che non vi sia un passo verso la creazione di una zona denuclearizzata in Medio Oriente. Le potenze occidentali hanno promesso d’indire una conferenza sulla proposta nel 2012, ma se ne uscirono, soprattutto su ordine degli Stati Uniti, riducendo la pressione su Israele a partecipare e dichiarare il proprio arsenale nucleare. “In qualche modo il kabuki va avanti“, dice Weiss. “Se si ammette che Israele possiede armi nucleari almeno si può avere una discussione onesta. Mi sembra che sia molto difficile una risoluzione della questione iraniana, senza essere onesti su questo“.

Arnon Milchan, al centro

Arnon Milchan, al centro

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le accuse alla Russia servono ad occultare i brogli elettorali negli USA?

Moon of Alabama, 28 luglio 2016Hillary-Email-dump-600-LILa campagna di Clinton e certi pseudo-esperti affermano che la Russia è colpevole di aver piratato il Comitato Nazionale Democratico e svelato le email della DNC tramite Wikileaks. Vi sono zero prove concrete su ciò. La campagna di Clinton sostiene anche che Trump ha chiesto alla Russia di rubare le email di Clinton. Neanche questo è vero. Ma due esperti “liberali” presi sul serio sulla sicurezza dei computer, ora si basano su tali falsità per dire che la Russia potrebbe manipolare le macchine per il voto nelle elezioni del 9 novembre, presumibilmente per cambiare il conteggio dei voti a favore di Trump. Un pezzo di Bruce Schneier su Washington Post l’evidenza: “A novembre, gli hacker russi potrebbero colpire le macchine per il voto”. Il titolo dice tutto. Qualsiasi hacker potrebbe manipolare facilmente le macchine per il voto, se fossero collegate ad Internet. Gli amministratori locali di tali macchine possono manipolarle in qualsiasi momento. Schneier è, atipicamente, in preda al bellicismo. “Se la comunità d’intelligence infatti accerta che la Russia è colpevole, il nostro governo deve decidere la risposta. È difficile perché gli attacchi sono politicamente di parte, ma è essenziale. Se i governi stranieri apprendono di poter influenzare le nostre elezioni impunemente, si aprirà la porta a manipolazioni future, furti di documenti e saccheggi come quello che vediamo e manipolazioni più sottili di quanto non vediamo”. Gli Stati Uniti manipolano le elezioni all’estero da sempre, secondo l’avvocato dell’amministrazione Bush Jack Goldsmith. Non ci si sente bene ad essere improvvisamente il bersaglio di una manipolazione invece di perpetrarla, ma i tentativi di manipolare le elezioni sono normali in tutto il mondo e mai motivo per iniziare una guerra o altre “risposte”.
Schneier: “dobbiamo garantire i nostri sistemi elettorali prima dell’autunno. Se il governo di Putin ha già utilizzato un attacco informatico per tentare di aiutare Trump a vincere, non c’è ragione di credere che non lo faccia ancora, soprattutto ora che Trump chiede un loro “aiuto””. Che scherzo. Trump non ha chiesto l'”aiuto” russo per manipolare i computer del voto. Trump, inoltre, non ha chiesto alla Russia di “piratare” l’e-mail sever di Clinton. Tale server non esiste più. Se l’e-mail-server di Clinton era sicuro, come afferma lei, e se le e-mail in questione sono state cancellate, come afferma sempre lei, come la Russia le avrebbe “piratate”? Trump ha presentato una richiesta del FOIA per le e-mail che, secondo Hillary Clinton, sono state eliminate. Di cosa ha paura? Trump ha chiesto alla Russia di dare le e-mail cancellate di Clinton all’FBI, dovrebbe farne una copia. La richiesta di libertà d’informazione di solito va a una parte del governo degli Stati Uniti. Ma l’amministrazione Obama dice che non le ha. Trump poi ha fatto una battuta chiedendole direttamente alla Russia, facendo infuriare d'”indignazione” i media, cosa che voleva per rovinare l’effetto PR della Convenzione Democratica. Questo era probabilmente la vera intenzione della sua bravata, dimostrandosi ancora un genio del marketing. Ma torniamo a Schneier, il cui pezzo va unito al ballonzolante Cory Doctorow. Doctorow è come Schneier una persona famosa nel mondo dei computer, e citando il pezzo du Schneier aggiunge: “Le macchine per il voto sono così notoriamente scadenti da essere un obiettivo molto allettante per la Russia o altri Stati che vogliono influenzare il risultato del 2016 (o semplicemente destabilizzare gli Stati Uniti mettendo in discussione il risultato in una elezione)”. La frase di Doctorow trascura, come Schneier, il fatto che i soggetti con più evidenti interesse e capacità di manipolare le macchine del voto negli USA non sono Paesi stranieri. I candidati presidenziali e loro partiti sono molto più interessati. I candidati e denaro ed interessi che gli stanno dietro, hanno motivazioni più forti e potenti nel cambiare i risultati delle votazioni.
Perché c’è il tentativo orchestrato di accusare preventivamente la Russia di manipolare il voto degli Stati Uniti? E senza alcuna prova che la Russia abbia mai tentato di farlo? Ci sono già piani per tali manipolazioni che abbisognano di un colpevole estero plausibile per occultarli? O c’è una rivoluzione colorata in preparazione per screditare il vincitore delle elezioni? Cory Doctorow vede anche la destabilizzazione quale possibile movente ed esito delle manipolazioni del voto. Già a marzo, John Robb avvertiva su uno scenario del genere per autunno, in cui i risultati delle elezioni sarebbero seriamente messi in dubbio e un conflitto su essi tramutarsi in una guerra civile. Non prevedo tale scenario (per ora). Ma se ampie manipolazioni del voto avvenissero, e fossero attribuite alla Russia, sarebbe possibile più di una guerra civile.Hillary Clinton Freaked OutTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Metà dell’esercito turco simpatizza per i jihadisti dopo le purghe di Erdogan

Aleksandr Sivilov e Tetsuya Sahara, A-specto, 27/07/2016 – South FrontIMG_5390L’intervista di Aleksandr Sivilov al Professor Tetsuya Sahara, uno dei più importanti esperti giapponesi di storia e politica dei Balcani. Il Prof. Sahara insegna scienze politiche alla Meiji University di Tokyo. Nel 2008-2015 ha lavorato alla Middle East Technical University di Ankara e in una delle più grandi università private turche, la Bilkent. Si occupa di problemi del moderno fondamentalismo islamico e dello sviluppo dei movimenti terroristici nei Balcani durante la guerra civile in Jugoslavia.

Prof. Sahara, chi c’è in realtà dietro il tentato golpe in Turchia? Il governo ha una versione particolare, ma molti analisti accusano lo stesso presidente Erdogan?
Secondo fonti ufficiali, il golpe è stato organizzato dal Colonnello Muharrem Kose e dal “Consiglio Pace in Patria”. Secondo gli stessi dati, le azioni dei rivoltosi furono guidate dal Generale Akin Yozturk, ex-comandante dell’Aeronautica. Allo stesso tempo, il presidente Erdogan e il suo governo dicono che il golpe è stato ispirato da Fethullah Gulen. Infatti, alcuna delle due versioni sembra credibile. Le radici di tutto ciò sono molto più profonde. Le Forze Armate turche fanno parte della NATO, e senza il tacito consenso di tale organizzazione, un simile tentativo non poteva accadere. Se guardiamo estensione e profondità dell’impegno, il colpo di Stato era ben preparato e probabilmente organizzato da diversi mesi. Questo marzo, i neoconservatori parlavano del probabile rovescio del governo della Turchia e del regime di Erdogan. Affermavano anche che l’occidente avrebbe approvato tali eventi. Le azioni dei cospiratori avrebbero dovuto iniziare un po’ più tardi, ma informazioni indicavano che un’operazione preventiva si sarebbe avuta il 16-17 luglio. Queste informazioni trapelarono il 14 luglio, e si dovettero cambiare i piani. Pertanto, le loro azioni sembravano male organizzate.

Come valuta l’atteggiamento di Russia e Stati Uniti sul tentato golpe? Perché Washington non ha categoricamente sostenuto l’alleato Erdogan? Vi sono differenze così gravi?
Al momento del colpo di Stato, il segretario di Stato John Kerry era a Mosca, e la sua prima affermazione era che sperava che scontri e instabilità politica finissero nel minor tempo possibile. Questo è strano. Perché non condannare il colpo di Stato? Inoltre, molti capi occidentali più volte parlavano preoccupati dallo stato di diritto durante l’arresto dei partecipanti al tentativo fallito di rovesciare il presidente turco. Sembra che cercassero di proteggere i cospiratori. I russi inizialmente reagirono allo stesso modo. Poi fecero trapelare informazioni che Mosca avesse avvertito Ankara dell’insurrezione imminente. La notizia arriva da un’agenzia di stampa iraniana, e il portavoce del Presidente Vladimir Putin, Dmitrij Peskov, l’ha negato. Si tratta della classica scappatoia diplomatica. Il colpo di Stato è avvenuto nel momento in cui John Kerry incontrava Vladimir Putin e Sergej Lavrov. Annunciarono di aver raggiunto un accordo generale sulle maggiori controversie tra i due Paesi, ma temi e soluzioni specifici rimasero segreti. Tra cui senza dubbio il processo di pace in Siria. A quanto pare decisero di distruggere i gruppi jihadisti sostenuti dalla Turchia. Il modo più sicuro per garantire l’operazione era eliminare Erdogan. Washington e Mosca avevano da tempo l’interesse comune a che ciò accadesse. Anche i recenti miglioramenti nelle relazioni con la Russia possono essere spiegati dalla preoccupazione del presidente turco che una cospirazione internazionale fosse in preparazione contro di lui.

Qual è stato l’atteggiamento dell’opposizione verso il colpo di Stato? E’ vero che tutti i partiti si sono uniti nel sostenere Erdogan contro l’esercito? Qual è il futuro del Partito dei Lavoratori del Kurdistan? Ci sono notizie che due giorni dopo gli scontri, aerei da guerra turchi bombardassero posizioni e basi curde nel nord dell’Iraq. Vuol dire che il presidente si prepara a una guerra con i curdi fuori della Turchia?
La giunta non aveva il sostegno dei principali partiti del Paese. Non era chiaramente interessata al loro sostegno e non lo cercava. Pertanto, nessuno dei politici li sosteneva. Infatti, tutti i principali partiti di opposizione hanno invitato i sostenitori a scendere in piazza contro i militari. Per quanto riguarda il PKK, fa il doppio gioco, continuando gli attacchi alle forze di sicurezza e all’esercito nella Turchia orientale, e allo stesso tempo segnalando il desiderio di riprendere il processo di riconciliazione. Erdogan ha detto che l’organizzazione di Gulen è più pericolosa di PKK e SIIL, ma non credo che voglia davvero la pace con i curdi.

Qual è la situazione nell’istruzione secondaria e superiore turca dall’inizio delle purghe? Il loro carattere secolare sarà distrutto?
E’ assolutamente chiaro che c’è una purga sistematica in tutte le università. Fino a che punto arriverà non è ancora chiaro, ma vengono rimossi sia gulenisti che non allineati agli islamisti. Attualmente vengono rimossi i sostenitori della pace e della laicità. Dato che sono la parte migliore della comunità accademica turca, ciò darà un colpo fatale al sistema scientifico e didattico.

Come vede il futuro della Turchia? In una precedente intervista ha detto che ci sarà la guerra civile, anche se non ce ne sono gli indizi?
La guerra civile è già iniziata. La domanda è: fino a che punto andrà. Le ostilità contro i curdi possono fermarsi, se il governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo lo contemplasse. La guerra contro i jihadisti è una cosa diversa; si concluderà solo se la Turchia sarà spezzata o i terroristi completamente distrutti. Il 15 luglio qualcosa d’invisibile è accaduto. Dopo che Erdogan ha fatto appello, molti islamisti armati di Kalashnikov sono scesi in piazza, erano il nucleo del gruppo che torturava e decapitava soldati. Da tempo si dice che il Partito della Giustizia e dello Sviluppo al governo stesse segretamente armando i suoi sostenitori, ed ora ciò è confermato. Il risultato dell’epurazione nell’esercito è spaventoso. Dopo l’avvento al potere nel 2002, il partito di Erdogan ha espulso dall’esercito i kemalisti. Poi li ha sostituiti con i sostenitori di Fethullah Gulen. Attualmente fanno piazza pulita dei gulenisti. Chi ci sarà al loro posto? Molto probabilmente islamisti estremi. Attualmente, la metà dei militari è in sintonia coi jihadisti e l’idea della guerra santa. È un disastro.

Come vede lo sviluppo delle relazioni tra Turchia e Unione europea? Pensa che Bruxelles segua una politica estera adeguata nei confronti di Ankara? Cosa accadrà con la Bulgaria in questo contesto?
Le posizioni di Erdogan sono già consolidate e non ha bisogno del sostegno dell’occidente, almeno in politica interna. L’Unione europea e la Commissione europea non potranno fare un nuovo accordo restrittivo con il dittatore. Come dimostra la storia, una forte Turchia è sempre fonte di problemi e una minaccia per la Bulgaria. Sofia dovrà essere molto più attenta ai tentativi di mantenere relazioni normali con il vicino arrogante. Ci sono voci su un nuovo colpo di Stato in Turchia. Inizialmente alimentate da Erdogan stesso. In questo caso, è un prerequisito per l’escalation della repressione, ma c’è un altro aspetto delle informazioni. Le Forze Armate turche sono composte da quattro armi: esercito, marina, aviazione e gendarmeria. Gli ultimi tre sono stati i principali protagonisti dell’ammutinamento. Non è ancora chiaro il motivo per cui l’esercito non ne fu coinvolto. Per il momento è protetto dalle purghe, e potrà compiere modifiche perché è la più grande delle Forze Armate.152068_600Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il rapporto declassificato sull’11 settembre ritrae USA e Arabia Saudita complici

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 25/07/201648680250.cachedIl rapporto precedentemente classificato, pubblicato col titolo “Inchiesta congiunta della Comunità d’Intelligence sulle attività introno agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001“, rivela che in effetti il vecchio alleato degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, aveva collegamenti con i presunti dirottatori degli attacchi dell’11 settembre. Mentre gli Stati Uniti invasero Afghanistan e Iraq con la scusa degli attentati, va notato che i presunti dirottatori erano sauditi o cittadini del Golfo Persico, o collegati ad organizzazioni terroristiche sostenute dagli Stati del Golfo Persico. I media occidentali hanno tentano di minimizzare l’impatto della pubblicazione del documento sostenendo che le indagini successive hanno trovato “molte” accuse nel documento “senza fondamento”, anche se Stati Uniti ed Arabia Saudita oggi armano e finanziano apertamente i terroristi in Siria.

A beneficio di chi?
Molti credono erroneamente che il terrorismo sia semplicemente inevitabile nello scontro di civiltà tra “Islam” e occidente, mentre altri sostengono che sia la reazione prevedibile alla politica estera occidentale viziata o ingiusta. In realtà, niente di ciò. Si è meticolosamente strumentalizzata una violenza congegnata per raggiungere obiettivi geopolitici nel mondo, rovesciando governi e giustificando interventi militari, creando paura paralizzante e isteria in patria per sostenere un crescente Stato di polizia e il grande interventismo militare all’estero. In sostanza, è un mezzo altamente utile per l’attuale espansionismo dell’impero. Ciò appare chiaramente con l’uso del terrorismo oggi. 14 anni dopo l’11 settembre 2001, con i ricordi che cominciano a svanire, gli Stati Uniti sono in partnership con l’Arabia Saudita, ancora una volta, armando e finanziando i terroristi che combattono le loro guerre per procura in Libia, Siria, Iraq e oltre, proprio come fecero nel 1980 creando congiuntamente al-Qaida. Mentre il pendolo della geopolitica oscilla tra armare fino ai denti fanatiche forze di agenti che combattono all’estero e il pretesto interno per avviare grandi interventi militari all’estero, tali organizzazioni terroristiche vengono ridefinite da politici e media occidentali similmente all’oscillazione. Negli anni ’80 al-Qaida fu ritratta come “combattenti per la libertà”. Nel 2001 quando gli Stati Uniti usarono la forza militare per riorganizzare Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale, al-Qaida divenne il cattivo. Gli attacchi terroristici del 2001 permisero agli Stati Uniti di giustificare più di un decennio di guerra globale che altrimenti non avrebbero potuto condurre.

I dirottatori avevano legami con l’intelligence saudita
Le 28 pagine ora declassificate descrivono un groviglio di connessioni tra governo saudita, agenzie d’intelligence saudite, famiglia bin Ladin e i dirottatori, la maggior parte dei quali cittadini sauditi. La relazione afferma: “Mentre negli Stati Uniti, alcuni dirottatori dell’11 settembre erano in contatto con, e ricevevano sostegno o assistenza da, individui collegabili al governo saudita, vi sono informazioni, principalmente da fonti dell’FBI, che almeno due di tali individui fossero accusati da alcuni di essere agenti dei servizi segreti sauditi”. Il rapporto rivela anche che sospetti funzionari dei servizi segreti sauditi collaborarono con aziende collegate col governo saudita e al capo di al-Qaida Usama bin Ladin. E non solo vari ufficiali dei servizi segreti sauditi avevano collegamenti con i presunti dirottatori, molti si scoprì che li conoscessero. Viene citato anche il fratellastro di Usama bin Ladin, Abdullah bin Ladin, che affermò di aver lavorato per l’ambasciata saudita a Washington DC come “funzionario dell’amministrazione”, rivelando ancora una volta i legami incestuosi tra famiglia bin Ladin, governo saudita e, attraverso il fondo Carlyle Group, famiglia Bush e altri capi politici ed economici degli Stati Uniti. Il rapporto menziona anche che, nonostante i molti chiari collegamenti e tentativi da parte dell’FBI d’indagare ulteriormente, molti sospetti poterono inspiegabilmente “lasciare” gli Stati Uniti e tornare in Arabia Saudita. La relazione indica che anche “moschee” direttamente finanziate dal governo saudita, si crede coordinassero vari aspetti del terrorismo, moschee in cui soci dei dirottatori s’incontravano frequentemente o che gestivano. Ciò illustra esattamente come il terrorismo statunitense-saudita mantenga le fila, attraverso una rete globale di centri mascherati da moschee, protette da forze dell’ordine e d’intelligence occidentali, permettendo reclutamento e radicalizzazione dei terroristi, così come pianificazione e finanziamento del terrorismo stesso.

La comunità d’Intelligence degli USA davanti l’11 settembre: incompetenza o collusione? O entrambi?
SaudiArabia911commission Stati Uniti e Arabia Saudita svilupparono al-Qaida utilizzandola per anni per muovere guerre per procura nel mondo. Le azioni dell’11 settembre posero le basi per un decennio di guerra in cui gli Stati Uniti rovesciarono governi e occuparono nazioni, attuando una guerra segreta per l’espansione della loro egemonia nel mondo, dividendo e distruggendo le nazioni alleate ai rivali di Pechino e Mosca. E’ molto chiaro che l’Arabia Saudita ha giocato un ruolo negli attacchi dell’11 settembre, così come nel terrorismo mondiale prima e dopo gli attacchi. Chiaramente FBI e la CIA erano consapevoli del ruolo dell’Arabia Saudita. Sono anche chiari gli sforzi per proteggere le preziose risorse saudite fatte fuoriuscire dal Paese mentre agenti dediti tentavano d’indagare ulteriormente. Coloro che fecero uscire agenti e funzionari sauditi dal Paese, proteggendoli da ulteriori indagini sul ruolo nell’11 settembre, sono probabilmente legati agli statunitensi che aiutarono le controparti saudite ad organizzare e realizzare gli attacchi. E mentre alcuni agenti di FBI e CIA tentarono di fare il loro lavoro, un commento alla fine delle 28 pagine rivela che forse gli agenti non erano consapevoli, come avrebbero dovuto essere, della natura di al-Qaida e del suo rapporto con l’Arabia Saudita. Il rapporto cita un ex-agente speciale dell’FBI dire: “In sostanza. Non era un Paese identificato dal dipartimento di Stato come sponsor del terrorismo. E il tema o il modus operandi comune che abbiamo visto a San Diego era che se ci fossero stati, il loro obiettivo primario era monitorare i dissidenti nell’interesse della tutela della famiglia reale. Quindi non furono visti come una minaccia nemica alla sicurezza nazionale”. La conclusione dell’agente si basa interamente sul presupposto che le designazioni sul terrorismo del dipartimento di Stato siano significative e accurate. Se tali designazioni non erano precise, l’FBI avrebbe trascurato d’indagare a fondo sui sospetti che in realtà erano una grave minaccia alla sicurezza nazionale. Oggi, al-Qaida e l’auto-proclamato “Stato islamico” (SIIL) sono allo stesso modo ritratti come nemici dell’Arabia Saudita. Questo nonostante le prove evidenti che dimostrano che tali organizzazioni terroristiche e loro affiliati in Iraq e Siria, sono armate e finanziate per favorire gli interessi diretti di Riyadh e di Washington. Quando gli attacchi terroristici avvengono in Arabia Saudita, nonostante siano raffigurati come attacchi a Riyadh, spesso invece mirano a obiettivi sciiti nel Paese. Lo sciismo in Arabia Saudita, a differenza di al-Qaida e ISIS, non è una minaccia per Riyadh, non si basa sull’estremismo fanatico, ma invece si difende da brutalità e ingiustizia del sistema politico saudita che lo perseguita. Sembra che alcuni agenti, nonostante lavorassero su ipotesi errate, tentassero di fare il loro lavoro, mentre altri sembra proteggessero i sospetti probabilmente legati agli attacchi dell’11 settembre, se non loro stessi collegati agli attacchi. Per incompetenza e collusione, gli attacchi avvennero e il resto, come si suol dire, è storia.

Proteggere il terrorismo saudita
Mentre i media occidentali sostengono che molte delle affermazioni del rapporto declassificato sarebbero “senza fondamento”, la seria redazione della relazione porta a credere che l’Arabia Saudita e i vari tentacoli del suo apparato di sicurezza negli Stati Uniti, siano ancora coperti da agenti complici e da interessi statunitensi. Inoltre, nonostante le implicazioni molto preoccupanti del rapporto, va detto che dall’11 settembre Stati Uniti ed Europa continuano a fornire all’Arabia Saudita miliardi di dollari in armamenti, mentre supportavano politicamente Riyadh che eliminava la propria “primavera araba” nel 2011. Oggi, nonostante le prove su come l’Arabia Saudita armi e finanzi le organizzazioni terroristiche come al-Nusra, Stati Uniti ed Europa continuano comunque a prestare sostegno militare e politico a Riyadh. L’Arabia Saudita non ha vittimizzato gli Stati Uniti con l’11 settembre, né ha ingannato Washington. Riyadh e Washington sono complici, a volte in sincronia, altre volte agendo da finti avversari quando serve la massima negazione plausibile. Nonostante i tentativi di rivendicare l’Arabia Saudita estranea agli attacchi dell’11 settembre, i dirottatori senza dubbio erano sauditi ispirati da un indottrinamento originato dalle reti finanziate dai sauditi, presumibilmente avvicinate e assistite da agenti dei servizi segreti sauditi, e le attuali organizzazioni terroristiche ricevono da Riyadh armi e soldi per intraprendere le guerre per procura al fianco degli USA. Il rapporto non è una rivelazione, ma un’altra prova che afferma come Stati Uniti ed Arabia Saudita collaborino nel terrorismo, non per combatterlo. Coloro che pensano a una vera lotta al terrorismo globale, dovrebbero preparasi a fallimenti perpetui.1005317Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nizza, distruzione delle prove su ordine del governo francese

Gearóid Ó Colmáin, Global Research, 22 luglio 2016

page_charlie-hebdo-saldirisini-arastiran-komiser-intihar-etti_890382580Un articolo del 21 luglio del quotidiano Le Figaro afferma che l’Esecutivo dell’antiterrorismo francese (SDAT) ha ordinato alle autorità di vigilanza urbana di Nizza di distruggere tutte le riprese delle telecamere a circuito chiuso dell’attentato del 14 luglio 2016.
Anche se lo SDAT cita gli articoli 53 e L706-24 della procedura penale e l’articolo R642-1 del codice penale, le autorità di Nizza intervistate da Le Figaro dicono che è la prima volta che gli viene chiesto di distruggere prove d iun crimine, che sottolineano essere illegale. La spiegazione data dal Ministero della Giustizia francese è che non vogliono l”incontrollata’ diffusione delle immagini dell’attentato. La polizia giudiziaria ha notato che 140 video dell’attentato in loro possesso mostrano ‘importanti prove d’indagine’ (interessants éléments d’enquête). Il governo francese sostiene di voler evitare che lo SIIL acceda ai video degli attentati per propaganda, affermando inoltre che la distruzione delle prove è volta a proteggere le famiglie delle vittime. La sezione commenti dell’articolo de Le Figaro è piena di sdegno e disgusto sul governo francese che, invece di preservare le prove per un’accurata indagine indipendente, si comporta difatti da primo sospettato dell’attentato, ordinando la distruzione di prove di vitale importanza. C’è qualcosa di marcio nella polizia giudiziaria francese. Poco dopo l’attacco al Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015, la polizia giudiziaria si comportò in modo sospetto prima e dopo il ‘suicidio’ del vicecommissario della polizia di Limoge Helric Fredou. Fredou fu trovato morto poco dopo l’arrivo della polizia giudiziaria francese nel suo ufficio a Limoges, appena dopo il massacro di Charlie Hebdo. La sua famiglia non poté vederne il corpo che 24 ore dopo la morte; sospettano manipolazioni. La Polizia giudiziaria sosteneva che si era sparato alla testa, anche se la madre ha detto che non ne aveva le prove. Il commissario di polizia sarebbe stato depresso, accusa negata dal medico di famiglia. Fredou fu trovato morto nel suo ufficio prima della pubblicazione di un rapporto sui legami tra Jeanette Bougrab, ex-addetta stampa di Nicolas Sarkozy, e una vittima dell’attacco, Stéphane Charbonnier, noto come ‘Charb’. Il rapporto tra Bougrab, vicina ai capi del movimento sionista francese, e Charb, fu uno degli aspetti più controversi della storia della strage di Charlie Hebdo. Fredou indagava anche sui fratelli Quachi accusati del massacro. Avevano vissuto a Limoges.
247A097400000578-0-image-m-17_1420801576175Un articolo del giornale Est Républicain tenta di rassicurare il pubblico sulla buona fede del governo francese titolando ‘No, il video dell’attentato non è stato cancellato’, che afferma che il Ministero della Giustizia non ha ordinato la distruzione di prove, ma solo la cancellazione delle immagini dalle telecamere di Nizza. Tale rassicurazione potrebbe bastare a placare chi è restio a mettere in discussione la narrazione sulla guerra al terrore. Ma, come i fischi al primo ministro francese Manuel Valls a Nizza dimostrano, il popolo francese si sveglia. Ora le autorità di polizia giudiziaria e dell’antiterrorismo francesi vogliono distruggere le prove dell’attentato. Nella maggior parte dei casi criminali, chi distrugge o cerca di distruggere le prove di solito cerca di coprire qualcosa. Ho già sottolineato alcune incongruenze nella storia raccontataci sul massacro di Nizza. Non ho affermato che non è successo niente o che nessuno fu ucciso, ma piuttosto che le prove video finora presentate non corrispondono alla storia. Forse nuovi video che provino la storia del governo emergeranno. Speriamo! Se inquirenti e giornalisti dalla comprovata passione per pace, verità ed onestà avessero accesso a questi video, lo SIIL ne sarebbe indebolito, non rafforzato. Ma sarebbe ingenuo credere che il governo francese intenda indebolire lo SIIL, data la dimostrazione incontrovertibile di sostenere chi decapita bambini in Siria. Mentre alcuni troveranno il loro sistema di comfort e giustificazioni turbato da tali notizie, molti altri semplicemente si sveglieranno. Addormentare è facile nel breve termine, ma col tempo la gente si renderà conto che il materasso gli è stato tirato da sotto, così quando si sveglierà per il terribile disagio, sarà troppo tardi. È ora di svegliarsi!

Jeannette Bougrab

Jeannette Bougrab

Gearóid Ó Colmáin giornalista e analista politico irlandese residente a Parigi. Il suo lavoro si concentra su globalizzazione, geopolitica e la lotta di classe.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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