La propaganda di Surkov

Rostislav Ishenko Fort Russ 16 giugno 2015

Vladislav Surkov e Valdimir Putin

Vladislav Surkov e Valdimir Putin

In realtà, il secondo articolo avrebbe dovuto essere chiamato “Da Slavyansk a Minsk”, ma sarà il terzo perché il primo articolo (“Militaristi contro operatori di pace”) ha causato grande agitazione per i miei sentimenti personali su Strelkov, non una ragione sufficiente per dedicarvi un articolo. Non era necessario neanche menzionare Strelkov esaminando i concorrenti concetti di risoluzione del conflitto nel Donbas, e non sarei tornato sul tema. Non mi piace scrivere di persone che non mi piacciono. Dopo tutto, un testo su chiunque è solo altra PR. Ma quando due giorni dopo la pubblicazione dell’articolo ho ricevuto telefonate da tre blogger noti e importanti che sostenevano all’unanimità di essere estremamente preoccupati per la retorica di Strelkov, e soprattutto di avere un notevole supporto nei circoli patriottici (anche se più che dimezzato nell’ultimo anno), pensai che forse avrei dovuto dire di più. Vale la pena scriverne perché se non avessi scritto l’articolo, non avrei saputo che Strelkov li preoccupa, il che significa che la gente ha semplicemente paura di esprimere la propria opinione su tale persona. Non scrivono nulla di lui, né bene, né male, semplicemente l’ignorano. Hanno paura di essere accusati di diffondere “propaganda di Surkov”, pagata con il suo denaro. Beh, io non ho paura. Le continue isteriche informazioni sono una delle ragioni del mio atteggiamento negativo verso Strelkov e il gruppo di propagandisti che lo segue. Se la discussione con gli avversari s’è ridotta ad accuse generiche e calunnie isteriche, significa che la squadra è estremamente poco professionale e si occupa solo dell’informazione. Isterie e accuse vengono diffuse quando, e solo quando, si è a corto di argomenti a sostegno della propria posizione. Una delle persone che lavora con la squadra di Strelkov è l’eccezionale professionista della guerra d’informazione Boris Rozhin (del blog Colonnel Cassad), il cui potenziale praticamente non viene utilizzato se non se ne seguono i toni. Perciò Strelkov, apparso come icona dell’opposizione patriottica alle autorità, ha perso metà dell’approvazione tra il pubblico da più di un anno (mentre il suo gradimento resta ancora piuttosto alto, non si può più parlare di posizione dominante). Sono sicuro che se Rozhin puntasse alla leadership, e non Strelkov, osserveremmo che la tendenza costante all’isteria anti-Surkov ormai comica (dato che nessuno ha “abbandonato” il Donbas, piuttosto al contrario le repubbliche si sono rafforzate), verrebbe sostituita da ben intenzionata e ben argomentata propaganda. Per inciso, il fatto stesso dell’attacco a Surkov organizzato da Strelkov, continuato dalla sua squadra, è un aspetto negativo per me. Posso senza esitazione dire che se dovessi scegliere se lavorare con Strelkov o con Surkov, sceglierei il secondo, e non per denaro. Tutti pagano. Le persone che fanno i PR di Strelkov non vivono di Spirito Santo. Tanto più che i ruoli attivi in quella squadra sono di individui che non si svegliano la mattina per la libertà, e che ormai hanno alti stipendi.
Ecco il mio ragionamento. Mi ricordo tre (forse ce ne sono altri, ma non ne sono a conoscenza) problemi di fondamentale importanza per il Paese e che Putin ha incaricato Surkov di affrontare. Soppressione delle operazioni dell’informazione dell’opposizione del “nastro bianco” tra 2005 e 2013, quando rappresentava un pericolo reale e non era, come oggi, una banda di emarginati patetici a cui solo i poltroni badano. Tra l’altro, molti degli attuali “patrioti” allora indossavano sfacciatamente nastri bianchi. Poi ci fu l’Abkhazia, dove era necessario risolvere rapidamente il conflitto intra-elite per privare gli Stati Uniti della capacità di giocare sui conflitti locali. E quindi l’Ucraina. Inoltre Surkov ebbe la missione quando la crisi cominciava a trasformarsi in guerra civile. Dato che Putin l’incarica costantemente di affrontare le crisi, posso trarre due conclusioni:
Il Presidente si fida di lui. I Compiti assegnatigli sono svolti bene, il che significa in modo professionale (altrimenti sarebbe stato sostituito molto tempo fa). Un’altra osservazione. I termini “propaganda di Surkov” e “denaro di Surkov” (felicemente e attivamente sparsi dagli strelkoviti) sono apparsi qualche anno fa, quando la televisione russa riprese diversi alti oppositori ricevere istruzioni dall’ambasciata degli Stati Uniti. Non sapevano nulla di “propaganda di Surkov” prima di andarci, ma quando ne uscirono sapevano già tutto. Dato che gli Stati Uniti sono il nostro nemico, se a loro non piace la “propaganda di Surkov” vuol dire che Surkov agisce correttamente. Non so come sia Surkov come persona, ma la sua attività politica (almeno quella che vedo) non mi causa problemi. Viene costantemente accusato di certi scopi segreti, ma le prove sono “tutti sanno” e il varietà “Strelkov l’ha detto”.
Igor_Strelkov_-_EDM_August_15__2014 E chi è questo Strelkov a cui dovrei credere sulla parola? Non è una domanda retorica. Già nell’aprile 2014 fui inorridito da un individuo che, pubblicamente e con telecamere presenti, si presentò come “colonnello del FSB” che organizzava la rivolta armata in Ucraina. Un agente dei servizi speciali che svolge una missione segreta in territorio straniero non può abbandonare la sua copertura. Le “persone istruite” sorridono alla domanda “chi sei?”, o al massimo rispondono che sono milizie locali che acquistano armi e attrezzature da “Caccia e Pesca” nel negozio locale (e questi sono soldati semplici, e non “colonnelli del FSB”). È possibile trovare una descrizione dettagliata di come lui e altri 52 “decisero” che il Donbas apparisse come la Crimea su internet. Voglio solo puntare la vostra attenzione su un fatto, un individuo che si definisce “colonnello dell’FSB” ammette di essere sul territorio di un altro Paese per organizzarvi una rivolta armata ed anche di giustiziare cittadini di un altro Paese per “saccheggio”. Oltre a questo il “monarchico ortodosso”, affermò di aver ucciso persone in base al “Decreto del Comitato di Difesa del 22 giugno 1941 adottato dai tribunali militari”. In altre parole, citava un atto giuridico da tempo finito di uno Stato comunista (URSS) che aveva cessato di esistere un quarto di secolo fa e che egli, “monarchico ortodosso” ed estimatore del movimento dei bianchi, non dovrebbe ritenere legittimo. Non sa nemmeno essere sarcastico, semplicemente non capisce cosa e come viene percepito. Tutto sommato, è abbastanza per farti convocare perfino a L’Aia. Quindi non rimasi sorpreso quando vidi su Wikipedia informazioni sul suo più modesto rango. Come ho già scritto, non ero tanto sorpreso da questo assai giovane ex-colonnello dell’FSB, ma piuttosto dal suo comportamento assolutamente inadeguato per un agente dei servizi speciali. Inoltre, il colonnello non aveva commilitoni con cui condividere i ricordi della brillante carriera. Mi piacerebbe sapere se i giornalisti che hanno già cercato hanno trovato nulla? Basta che non si venga a dire che l’FSB ha posto un blocco. La sola conferma del suo presunto servizio nella apparato centrale dell’FSB è l’intervista con il “Generale Gennadij Kazantsev”, estremamente sospetta e che sembra un pessimo falso. L’autore dell’intervista rileva modestamente che Kazantsev non è un vero e proprio cognome, ma il vero cognome è noto a lui. Allora, perché nasconderlo? Ci sono dettagli sufficienti nell’intervista nell’ufficio dello Stato maggiore del FSB per capire istantaneamente chi guidava il direttorato e quando. Inoltre, l’intervista reca la foto di una persona, descritta raffigurante il generale da giovane in Afghanistan. Così è possibile pubblicare la foto, ma non farne il nome? Inoltre, come pseudonimo hanno preso il cognome del vero Generale Viktor Kazantsev divenuto noto nel corso della guerra cecena. E la storia di come Strelkov fu accettato nel FSB è una soap opera per casalinghe. Un paio di colonnelli del FSB sorvegliavano potenziali terroristi monarchici (perché due colonnelli del FSB non hanno niente di meglio da fare) e inciamparono sull’intellettuale Strelkov che li impressionò così tanto che subito l’accolsero nel FSB, anche se ciò sarebbe illegale. C’è un’altra incoerenza nelle date: diverse versioni della biografia di Strelkov indicano che iniziò il servizio nel FSB nel 1993 o 1998, ma il “Generale Kazantsev” “ricorda” il 1995. Ma nel 1998-2000 pubblicò due articoli su Zavtra, e nel 2011 fu corrispondente freelance di ANNA News. Un’occupazione piuttosto difficile per un ufficiale del FSB dalla carriera di successo. Naturalmente chiunque può modificare Wikipedia in modo che i dati possano essere sbagliati. Ma anche la squadra di Strelkov può modificare Wikipedia. Per di più, dato che Strelkov è un personaggio pubblico, la sua biografia finemente sintonizzata avrebbe dovuto essere preparata da una squadra e messa su internet, in modo che Wikipedia possa essere corretta nel caso sbagliasse. I colleghi del servizio di Strelkov (almeno quelli in pensione) avrebbero rilasciato interviste di continuo. Fotografie in uniforme e con compagni della Direzione sarebbero state pubblicate. O forse qualcuno pensa che gli ufficiali dell’FSB non si facciano foto? In altre parole, non vi è nulla. Un’oscura biografia di chi commuta un paio di guerre altrui, come quella in Jugoslavia, per far sembrare di avervi servito. Quando non c’era una guerra di suo gradimento, s’impegnava in rievocazioni storiche. Con tutto ciò, sembra una persona molto difficile. Riuscì a insediarsi con la maggior parte dei suoi colleghi e collaboratori nel Donbas. Compreso il vecchio amico Borodaj.
Le due cose che non mi piacciono nelle persone in generale e nei politici, in particolare, sono l’assenza di professionalità e la disonestà. Quando un personaggio oscuro con una biografia poco chiara appare dal nulla e inizia a dare a Stati Uniti e Kiev la “prova” dell'”invasione russa” sotto forma di “resistenza organizza da un Colonnello del FSB”, e poi dedica tutta la carriera politica ad attacchi infondati ai funzionari del Cremlino che gestiscono la crisi in Ucraina (e in realtà anche se Strelkov non lo dice apertamente, attacca il Cremlino, Putin, la sua politica interna dei compromessi nazionali, così come la cauta ma altamente efficace politica estera), devo pormi una domanda: ciò avvantaggia gli interessi nazionali della Russia? Anche l’isteria anti-Cremlino è accompagnata da un ipocrita biasimo sulla “morte della popolazione del Donbas”, perché l’uomo che dice “ho avviato la guerra” non ha il diritto di fingere preoccupazione per le vittime della guerra che ha iniziato. Era esattamente ciò che gli Stati Uniti volevano, trascinare la Russia in un conflitto e avere la prova della sua aggressione. Eccolo un “colonnello del FSB ” che “su ordine di Putin” ha iniziato la guerra. Tutto ciò è stato fatto per inviare l’esercito in Ucraina. Noi non sappiamo se Mosca prevedesse d’inviare l’esercito in Ucraina. Ci sono due versioni:
1. I piani per l’invio dei militari esistevano, ma furono abbandonati per una serie di circostanze (internazionali, economiche, militari). Se è così, allora le attività di Strelkov introdussero un elemento d’incertezza (in quanto non era chiaro cosa succedeva e chi aveva iniziato), che potrebbe essere stato uno dei tanti argomenti contro l’invasione (non il principale, ma sicuramente uno).
2. L’azione fu inizialmente un bluff. Tale scenario mi sembra più probabile, perché Putin non fa ciò che ci si aspetta da lui. Nessuno si aspettava la “gente educata” in Crimea, ma arrivò. Dopo, tutti erano certi che l’esercito russo avrebbe preso il Donbas in qualsiasi momento. Ufficialmente non c’è ancora. Tuttavia, era un bluff e la Russia decise di avere l’Ucraina senza guerra, poi le azioni di Strelkov costrinsero il Cremlino a correggere al volo la propria strategia.
Ma non importa lo scenario, le azioni di Strelkov non aiutarono la leadership della Russia ad attuare i propri piani. E per inciso, la legge dà alla leadership russa il diritto di chiedere a Strelkov perché ha fatto ciò che ha fatto (ma non gli conveniente farne una vittima del regime), e la leadership russa non deve spiegarsi a lui. L’aiuto della Russia è cresciuto ed è diventato pubblico mentre la leadership delle repubbliche passava da cittadini russi a funzionari locali. Poiché i locali sono gli insorti, e se l’insorto principale è un “colonnello del FSB”, lui è l’invasore di cui l’intera comunità internazionale si preoccupa. E il Paese in nome del quale opera deve o sconfessarlo o accettare la responsabilità di un’aggressione non provocata. Entrambe le opzioni erano dannose per la Russia. E il “colonnello” si prende il merito del fatto che, quando gli fu chiesto di lasciare il Donbas, si dimise rapidamente. L’intera storia del richiamo di Strelkov rivela l’umanità delle autorità russe. Gli Stati Uniti avrebbero semplicemente inviato un assassino (molte persone muoiono in guerra, dopo tutto), oppure gli avrebbe dato il trattamento dato a Noriega per narcotraffico, ma la Russia semplicemente lo convinse ad andarsene in vacanza. In parallelo, il mosaico di milizie divenne un esercito regolare, e l’autorità dei comandanti sul campo “fu sostituita da un’amministrazione regolare. Questo è di notevole importanza, perché è facile entusiasmarsi per l'”eroe nazionale” che combatte da qualche parte fin quando si ha un’amministrazione normale ed efficace. Ma vivere sotto l’autorità di un comandante sul campo è un dubbio privilegio. Non opera in conformità alla legge, ma della giustizia. Ma ognuno di noi ha una versione diversa di giustizia. Era occupato a combattere la guerra e la popolazione civile (soprattutto se non può far avanzare il suo esercito, ma al contrario, richiede risorse) è semplice zavorra. In altre parole, possiamo discernere la posizione della Russia volte a garantire che le autorità di RPD/RPL passasse ai dirigenti locali, stabilendo l’ordine locale dell’amministrazione civile e militare, sostituendo l’anarchia con un governo normale con cui poter lavorare anche a livello internazionale. Questi obiettivi sono stati perseguiti in parte con distribuzione e ridistribuzione di aiuti in base a fedeltà e flessibilità di questo o quel comandante. E’ logico che chi riceve l’assistenza debba rispettare gli interessi. Flessibilità non è un peccato mortale, ma piuttosto un valore che permette di pianificare le operazioni di combattimento.

Conclusioni:
1. Non credo che solo Strelkov abbia iniziato la guerra (anche se fu importante).
2. Non credo che Strelkov abbia impedito a Putin d’inviare l’esercito, ma aggiunse incertezza e le sue azioni nel Donbas furono una provocazione destinata a costringere la Russia a fare una scelta: o inviare i militari e indebolire notevolmente la sua posizione nel confronto con gli Stati Uniti, o rifiutare d”inviare i militari e indebolirne il prestigio interno.
3. Non credo che Strelkov abbia capito ciò che faceva, sono sicuro che è stato usato. Non dagli Stati Uniti (anche se hanno beneficiato delle sue azioni fino ad oggi). Fu usato dallo spettro politico russo che intende radicalizzare politica interna ed estera ed è disposto a rischiare di fratturare la società russa (cancellando il consenso nazionale), mentre affronta gli Stati Uniti. Questa è una politica altamente avventurista e Putin non lo è. In generale, la mia valutazione di Strelkov è che sia molto ambizioso ma piuttosto limitato, facendone un facile strumento. Fu molto fortunato a non morire in Jugoslavia o Transnistria, riuscì a fuggire da Slavjansk, e non solo è libero, ma fa politica. È un politico, anche se finora senza alcuna base. Qui finisce la nostra storia su Strelkov. Come ho già detto, non è essenziale per le ulteriori analisi del problema, un problema veramente grande e interessante.

Vladislav Surkov

Vladislav Surkov

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come distruggere le ONG

Andrew Korybko The Saker 15 giugno 2015Par7796336Le ONG affiliate alle intelligence sono un grave rischio per la sovranità degli Stati multipolari, essendo responsabili della creazione delle infrastrutture sociali e logistiche delle rivoluzioni colorate per il cambio di regime. Dopo la prima (post-sovietica) e la seconda (‘primavera araba’) ondata di rivoluzioni colorate, gli Stati presi di mira finalmente hanno compreso il gioco dell’occidente e attivamente cercano di difendersi da tale innovativa minaccia destabilizzante. La Russia è in prima linea in questo passo ed ha ordinato alle ONG finanziate dall’estero nel Paese di dichiarare lo status di agenti stranieri e registrarsi presso il governo. L’ultima mossa legislativa del Paese dà ai pubblici ministeri il diritto di chiudere le ONG indesiderabili, un passo nella giusta direzione per rafforzare la sovranità statale. Completando il processo per la difesa dello Stato dall’ultima arma asimmetrica statunitense del cambio di regime e spazzare via le forze ostili che cospirano contro il governo, è il momento per la Russia e gli alleati multipolari di avviare una campagna per incentivare gli informatori delle ONG a farsi avanti e rivelare le attività clandestine delle loro organizzazioni. Questo articolo inizia discutendo del carattere strategico delle ONG antigovernative straniere, prima di descrivere il modo in cui si sviluppano così rapidamente nel mondo, e documentare brevemente il loro impiego geometrico che caratterizza le nuove tecniche della guerra ibrida che gli Stati Uniti attuano in Siria e Ucraina. Dopo aver stabilito il pericolo che le ONG pongono alla stabilità globale, il pezzo propone l’approccio completo per combattere tali organizzazioni dall’interno, prima di concludere spiegando come operare in pratica.

Pericolo collegato
Le ONG sono l’avanguardia delle operazioni di cambio di regime, e di solito s’infiltrano nel tessuto sociale dello Stato molto prima della direttiva per avviare il tentativo di colpo di Stato. Spesso non possono operare in modo esplicito come aperta forza antigovernativa, scegliendo invece nomi fuorvianti che associano il loro marchio al lavoro sociale piuttosto che all’agitazione politica. Ciò appare anche dalle loro attività che cercano di diffondere un’atmosfera ‘neutra’, come nutrire disoccupati e dare riparo ai senzatetto. Con tali meccanismi di disarmo, espandono la propria rete di supporto di utili idioti che credono nella natura apolitica delle loro attività. In sé e per sé, non c’è nulla di necessariamente ‘illegale’ in tale processo, non importa quanto immorale sia un’organizzazione politica che si nasconda dietro la patina di attività sociale, ma il problema diventa di primaria importanza quando una tale organizzazione è sotto influenza straniera. Le ONG politiche finanziate dall’estero nascondono chiaramente dietro una maschera sociale secondi fini, e sono le loro intenzioni occulte e connessioni con varie agenzie d’intelligence che preoccupano i capi di Stato. Sanno che un’ampiamente consolidata e ‘rispettabile’ ONG sociale potrebbe già influenzare il pubblico, e se tale organizzazione decidesse improvvisamente di politicizzarsi, è probabile che la maggior parte delle sue reclute e rete di sostenitori la seguano, creando così un consistente movimento politico presuntamente dal ‘nulla’. In realtà, questa è sempre stata l’intenzione, politicizzare una rete di diverse ed apparentemente non collegate ONG sociali, in forza politica unitaria per il cambio di regime: ma se pubblico e responsabili politici non lo sanno, il risultante buco nero del caos sociale può essere abbastanza forte da attrarre altri sostenitori e contemporaneamente far collassare il potere statale.

La metastasi delle rivoluzioni colorate
Tale processo è stato scatenato con devastante successo in Serbia, Georgia, Ucraina e Kirghizistan nella prima ondata, mentre l’intero Medio Oriente è straziato dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’, teatro del secondo tsunami di sconvolgimenti. Come testimonia la risultante carneficina distruttiva dell’ultima ondata di turbolenze, la Russia e i suoi decisori hanno finalmente aperto gli occhi sulla superarma della destabilizzazione sociale che gli Stati Uniti avevano costruito proprio sotto il loro naso. Dalla fine della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno armeggiato con la militarizzazione dei movimenti sociali per creare una quinta colonna attiva negli Stati presi di mira. Colti dall’ingenuità dei “liberal-democratici” del nuovo ordine mondiale degli anni ’90, molti Stati e loro cittadini erano ignari della manipolazione delle ONG da parte delle agenzie d’intelligence straniere, del lavaggio del cervello con la convinzione che l’etichetta ‘non governativa’ conferisse una sorta di connotazione ‘sacra’ che alcun governo oserebbe violare. Gli Stati Uniti sfruttarono appieno tale ingenuità facendo proliferare le proprie ONG, esteriormente benigne, in quasi ogni angolo del pianeta, appena uscito dalla Guerra Fredda, e sempre preparando scenari per testarne la militarizzazione.

Scatenare la bestia
L’occasione perfetta si ebbe quando la propaganda della CNN statunitense disse retoricamente e ridicolmente nel 1999 che Slobodan Milosevic era ‘il nuovo Adolf Hitler’. Tale evidente dichiarazione dl cambio di regime condizionò la psiche occidentale per farne accettare l’eventuale rimozione, avvenuta illegalmente un anno dopo con la ‘rivoluzione dei Bulldozer’, una sorta di proto-rivoluzione colorata. Dopo aver raccolto ogni dato ed intelligence gestendo tale operazione, gli Stati Uniti decisero di ampliarne la portata direttamente nei territori post-sovietici di Georgia, Ucraina e Kirghizistan, con l’obiettivo di dirigere il cambio di regime contro la stessa Russia. Mentre il piano finale falliva (attualmente neutralizzato e in ritirata), gli Stati Uniti riuscirono a rovesciare i governi di tre Paesi, guadagnando altri dati reali sulla loro nuova superarma. Questo aiutò i tecnici politici a perfezionare la tecnologia del cambio di regime e a gestire su diversi, simultanei ed integrati teatri la rivoluzione colorata popolarmente nota come ‘primavera araba’.

La guerra ibrida occidentale
L’innovazione chiave fu l’inaugurazione della strategia ibrida che utilizza la rivoluzione colorata per scatenare la guerra non convenzionale, come si è visto in Libia e in Siria. La stessa cosa fu tentata in Ucraina poco prima del golpe del febbraio 2014, quando la parte occidentale del Paese era in piena ribellione armata contro Kiev. Gli Stati Uniti già indottrinarono le masse globali ad accettare tale scenario attraverso l’annuncio di Newsweek che l’Ucraina era sull’orlo della guerra civile. Quale doppia innovazione, tuttavia, cecchini furono inviati nella capitale mentre quella parte del Paese si preparava alla rivolta totale, e tale doppia pressione piegò la volontà di Janukovich di resistere all’operazione di cambio di regime. Di conseguenza, capitolò inaspettatamente, ma come nessuno avrebbe potuto prevedere, l”opposizione’ inscenò il colpo di Stato nemmeno 24 ore dopo che l’inchiostro si era asciugato sul trattato di resa di Janukovich. Tale riuscito cambio di regime a sorpresa annullò i piani di guerra non convenzionale per l’Ucraina occidentale, ma va notato che se non fosse stato per i cecchini e l’imprevisto conseguente colpo di Stato, gli Stati Uniti erano pronti a trasformare l’Ucraina nella Siria attuando la guerra ibrida del cambio di regime originariamente capeggiato da ONG antigovernative dai finanziamenti esteri.

L’approccio completo
Di fronte al pericolo che le ONG dai finanziamenti esteri rappresentano per la sicurezza e la stabilità regionale, la Russia ha avviato passi legali che le permettono di combattere con maggiore incisività tale super arma e neutralizzarne la potenza. Da tempo ignorata, la loro importanza risiede nel fatto che la dirigenza russa finalmente riconosce il problema al riguardo e prende provvedimenti decisi nel tentativo di cacciarle. Ciò che ora deve fare, però, è infliggere il finale colpo paralizzante per distruggere tali organizzazioni di cambio di regime sia da dentro che da fuori, e può farlo annunciando una campagna per gli informatori sulle ONG. Le ONG per il cambio di regime sono perfette per istigare insurrezioni sociali asimmetriche contro i propri governi, ma la loro maggiore vulnerabilità è che non possono difendersi dalla medesima strategia. Oggi le autorità reagiscono con le azioni dello Stato sulle ONG o con dinamiche interne-esterne, ma anche annunciando la campagna sugli informatori delle ONG, il governo potrebbe innescare un conflitto interno che distruggerebbe dall’interno le ultime ONG del cambio di regime. In altre parole, lo Stato cerca di provocare una ‘rivoluzione colorata’ nelle organizzazioni rivoluzionarie colorate, mettendole su una posizione per loro quasi impossibile da difendere o da cui reagire.

Ukraine ProtestsUna controrivoluzione colorata
Una rivoluzione colorata in teoria si può definire come campagna ‘interna-esterna’ per cui elementi interni gestiti esternamente si attivano contro la struttura istituzionale per farla crollare. Così s’incentivano gli addetti delle ONG a divenire informatori sulle attività antigovernative illegali delle loro entità, cospirando l’uno contro l’altro e contro la loro amministrazione, proprio come la rivoluzione colorata mette i cittadini l’uno contro l’altro e contro il governo. Le ONG per il cambio di regime dai finanziamenti esteri sono già sotto pressione in Russia per le recenti modifiche legislative, ed inserendo il virus esterno-interno in quelle restanti, si potrebbe molto realisticamente provocarne la completa e definitiva distruzione. Confrontiamo come le ONG avviano le rivoluzioni colorate contro lo Stato alle ‘rivoluzioni colorate’ dello Stato contro le ONG ostili:

Tradimento:
ONG
Le ONG e i loro agenti mettono il popolo contro lo Stato spingendo all’aperto tradimento.

Stato
Lo Stato e i sue sostenitori incoraggiano i seguaci delle ONG dai finanziamenti esteri a tradire i loro padroni e divenire dei patrioti.

Motivazione:
ONG
I sostenitori del cambio di regime sono motivati da ‘avventurismo’ e ‘rischio’, sentimenti instabili glorificati e propagati da Hollywood in modo che l’occidente possa facilmente sfruttare la vulnerabilità della gioventù globale.

Stato
I sostenitori della sovranità statale sono motivati da patriottismo e memoria storica, concetti ispiratori che ringiovaniscono la Russia e il mondo multipolare come armatura asimmetrica contro le rivoluzioni colorate.

Azione:
ONG
Gli agenti delle ONG dai finanziamenti esteri si dedicano ad una rapida attività rivoluzionaria sociale, politica o economica dirette a destabilizzare lo Stato con vari gradi di caos.

Stato
I sostenitori dell’ordine si distinguono per il rafforzamento dei principi democratici che attuano i cambiamenti sociali, politici ed economici, essendo intrinsecamente a favore di pace e stabilità.

Visione:
ONG
Gli individui associati a tali movimenti dai finanziamenti esteri vogliono vedere i loro Paesi trasformarsi in caricature “occidentalizzate”, credendo fermamente che non abbiano nulla di utile da offrire al mondo e debbano di conseguenza sostituire l’identità nazionale con simulacri occidentali.

Stato
Le persone dai principi patriottici vogliono riaffermare le caratteristiche uniche nazionali del proprio Paese e in alcun modo veder imporre modelli stranieri sulla loro società.NulandIn azione
Se la Russia o qualsiasi partner multipolare decide di dare il colpo mortale alle ONG dai finanziamenti esteri e aderisce alla prescrizione politica fi questo articolo, allora la campagna sugli informatori delle ONG potrebbe essere:

Annuncio pubblico
Il governo e i suoi media informano il pubblico sulla nuova politica anticrimine concentrandosi sulle attività illegali delle ONG. I dipendenti delle ONG vengono invitati a presentare prove sulle attività antigovernative o di cambio di regime e violazione della legislazione pertinente. Attraverso attività d’informazione coordinate per sensibilizzare, lo Stato diffonde l’iniziativa tramite TV, radio, web e stampa. Commenti ufficiali di alti funzionari potrebbero essere efficaci per sensibilizzare sulla campagna.

Gestione dell’ordine:
La campagna non è una ‘caccia alle streghe politica’ ma un’iniziativa globale per attuare la legge e quindi l’annuncio pubblico sottolinea i principi giuridici alla base e il rapporto con la sicurezza dei cittadini. Così l’operazione va gestita dalle forze dell’ordine e degli organi di sicurezza dello Stato, per aumentarne l’efficacia e sminuire la retorica dei dissenzienti su presunte motivazioni politiche.

Incentivare gli informatori:
Senza ricompense adeguate per incoraggiare le defezioni dalle ONG, non è probabile che la campagna sia diversa da una retorica riuscita. Si suggerisce quindi che oltre a ricompense finanziarie, gli informatori abbiano l’immunità nel caso siano complici di maggiori attività illegali, a condizione naturalmente che loro testimonianza e prove portino a condanne. Se necessario, gli individui compatibili potranno anche essere inseriti in un programma di protezione dei testimoni per garantirne la sicurezza.

Conclusioni
Le ONG per il cambio di regime dai finanziamenti esteri sono finalmente sulla difensiva per la prima volta e la Russia fa progressi esemplari nella loro neutralizzazione ed eradicazione. La fase finale della controffensiva dello Stato sovrano è mettere ONG e loro dipendenti gli uni contro gli altri attraverso una rivoluzione colorata inversa, infliggendogli un colpo mortale nel prossimo futuro. Tali entità infide avranno metodi per perpetuarne l’esistenza, e mentre lo Stato può eliminarle dallo spazio pubblico, non potrà distruggerle completamente se non vi provoca lotte intestine paranoiche. L’avvio di una campagna sugli informatori delle ONG altamente pubblicizzata è volta proprio a questo, ed è l’ultimo passo per completare la triade della legislazione anti-ONG per identificare (legge sugli agenti stranieri), puntare (legge sulle ONG indesiderabili) e liquidare (campagna sugli informatori) tali reti destabilizzanti. Se la Russia sarà completamente libera dall’influenza delle ONG per il cambio di regime dai finanziamenti esteri, allora potrà creare un precedente liberatorio utile a tutti gli altri Stati multipolari colpiti da tale minaccia interna, comportando l’effetto domino che elimini il pericolo delle ONG militarizzate una volta per tutte.

RUSSIA-NATIONAL-UNITY-DAYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché è fallito il grande gioco di Washington

Alfred McCoy Tom Dispatch 7 giugno 2015788189-PutinXiJinpingAFP-1415544001-513-640x480Avrebbe potuto essere la più influente singola frase di quel periodo: “In queste circostanze è chiaro che l’elemento principale di qualsiasi politica a lungo termine degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica deve essere un paziente ma fermo e vigile contenimento dell’espansionismo russo”. Originato dal telegramma di 8000 parole, sì in quei giorni abbastanza incredibilmente non c’erano email, internet, chat, facebook, inviato a Washington nel febbraio 1946 da George F. Kennan, incaricato d’affari degli Stati Uniti a Mosca, in un momento in cui la guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica accelerava. L’anno successivo, una versione rielaborata del “Lungo telegramma” di Kennan, con quella frase, fu pubblicata come “Le fonti della condotta sovietica” sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs sotto lo pseudonimo di “Mr. X”(anche se era risaputo a Washington chi l’avesse scritto). Da quel momento, il “contenimento” di ciò che fino alla crisi sino-sovietica veniva chiamato blocco sovietico, fu la firma della politica estera e militare di Washington. L’idea era circondare Unione Sovietica e Cina militarmente, economicamente e diplomaticamente, assieme alla fascia di Stati comunisti da Ungheria e Cecoslovacchia in Europa orientale alla Corea democratica sul Pacifico e dalla Siberia alle SSR dell’Asia centrale dell’Unione Sovietica. In altre parole, la maggior parte del territorio euroasiatico. E poi fin quando il muro di Berlino nel 1989 crollò e l’Unione Sovietica scomparve dalla faccia della Terra, nel 1991. Assieme all’ex mondo comunista, la politica del contenimento finì nella pattumiera della storia, o no? Stranamente, come sottolinea oggi lo storico e autore di TomDispatch Alfred McCoy, se si guardano le basi militari di Washington (che, se non altro, si sono ampliate nell’epoca post-sovietica), ai suoi conflitti e al centro della sua politica estera, i tentativi statunitensi di “contenere” le roccaforti dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, non sono mai cessati. Dopo il passaggio di quasi un quarto di secolo dalla Guerra Fredda, la mappa di quei presidi, e dei conflitti che li seguono, sembra ancora stranamente familiare. Ed ecco una cosa ancora più strana, come McCoy chiarisce: gli Stati Uniti non sono la prima potenza imperiale a sforzarsi di “contenere” l’Eurasia. Nel 1945, quando la seconda guerra mondiale si concluse con la Gran Bretagna e il suo impero in via di esaurimento, gli Stati Uniti ereditarono l’anonima politica del “contenimento” inglese prima che Kennan pensasse di usarne il termine. E’ strano rendersi conto che il “contenimento”, come politica imperiale, ha una storia che, in un certo senso, ha più di due secoli. E’ abbastanza strano, infatti, che McCoy rivolga l’attenzione al tema contribuendo a dare un senso al tagliente rapporto USA-Cina per il resto di questo secolo. Tom

La geopolitica del declino globale degli USA
Washington contro Cina nel XXI secolo
Alfred W. McCoy
987-MackinderBriesemeisterInfatti, anche per il più grande degli imperi, la geografia è spesso destino. Non lo si saprebbe a Washington, però. Le élite della sicurezza politica nazionale e della politica estera statunitensi continuano ad ignorare le basi della geopolitica che hanno plasmato il destino degli imperi mondiali negli ultimi 500 anni. Di conseguenza, hanno perso il senso dei rapidi cambiamenti globali in Eurasia che sono in procinto di minare la grande strategia per il dominio mondiale che Washington ha perseguito in questi ultimi sette anni. Uno sguardo a ciò che accade nella “saggezza” di Washington in questi giorni, rivela una visione del mondo stordita dall’insularità. Si prenda ad esempio il politologo di Harvard Joseph Nye, Jr., noto per il suo concetto di “soft power”. Offrendo una semplice lista di modi in cui crede che il potere militare, economico e culturale degli USA rimanga unico e superiore, ha recentemente sostenuto che non vi sia alcuna forza, interna o globale, in grado di eclissare in futuro gli USA quale potenza più importante del mondo. Per chi punta sull’impennata economica di Pechino proclamando il “secolo cinese”, Nye elenca aspetti negativi: il reddito pro capite della Cina, “ci vorranno decenni per recuperare il ritardo (se mai)” con gli USA; è miope, “focalizzata su politiche principalmente regionali” e “non sviluppa alcuna funzionalità significativa come forza di proiezione globale”. Soprattutto Nye sostiene che la Cina soffre di “svantaggi geopolitici nell’equilibrio di potere asiatico, rispetto agli USA”. Oppure mettiamola così (e in questo Nye è tipico di come si pensa il mondo a Washington): con più alleati, navi, caccia, missili, denaro, brevetti e film di successo rispetto a qualsiasi altra potenza, Washington vince a mani basse. Se il professor Nye dipinge la potenza dai numeri, l’ultimo tomo dell’ex-segretario di Stato Henry Kissinger, modestamente intitolato Ordine mondiale, salutato sulle riviste come niente di meno che una rivelazione, adotta una prospettiva nietzscheana. L’intramontabile Kissinger ritrae la politica globale come plastica così assai plasmabile per i grandi leader dalla volontà di potenza. Con questa misura, secondo la tradizione di maestri diplomatici europei come Charles de Talleyrand e il principe Metternich, il presidente Theodore Roosevelt era un visionario coraggioso che lanciò “il ruolo americano nella gestione dell’equilibrio Asia-Pacifico”. D’altra parte, il sogno idealistico di Woodrow Wilson dell’autodeterminazione nazionale lo rendeva geopoliticamente inetto e Franklin Roosevelt era cieco verso l’inflessibile “strategia globale” del dittatore sovietico Josif Stalin. Harry Truman, al contrario, superò l’ambivalenza nazionale impegnando “gli USA nella formazione di un nuovo ordine internazionale”, una politica saggiamente seguita dai successivi 12 presidenti. Tra i più “coraggiosi”, Kissinger insiste, vi era il leader per “coraggio, dignità e convinzione”, George W. Bush, la cui risolutezza nel “trasformare l’Iraq tra gli Stati più repressivi del Medio Oriente a democrazia multipartitica” sarebbe riuscita se non fosse stato per la “sovversione spietata” della sua opera da parte di Siria e Iran. In tale prospettiva, la geopolitica non ha luogo; solo la coraggiosa visione di “statisti” e re conta davvero. E forse questa è una prospettiva confortante per Washington, in un momento in cui l’egemonia statunitense va visibilmente sgretolandosi tra i sommovimenti tettonici del potere globale. Con i sacri veggenti di Washington sorprendentemente ottusi sul tema del potere geopolitico, forse è il momento di tornare alle origini. Ciò significa ritornare al testo fondante della moderna geopolitica, che rimane una guida indispensabile anche se pubblicata su una oscura rivista geografia inglese oltre un secolo fa.

eGruposDMime.cgiSir Halford inventa la Geopolitica
In una fredda serata di Londra del gennaio 1904, Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics, mise in “trance” il pubblico al Royal Geographical Society, nel Savile Row, con un documento audacemente intitolato “Il Perno geografico della storia“. Da questa presentazione si evince, secondo il presidente della società, “una splendida descrizione… raramente eguagliata in questa stanza“. Mackinder sostenne che il futuro del potere globale non risiede, come la maggior parte degli inglesi immaginava, nel controllo delle rotte marittime globali, ma nel controllo della vasta massa di terra chiamata “Euro-Asia”. Volgendo l’epicentro del pianeta dall’America al centro dell’Asia, quindi inclinando l’asse terrestre a nord, appena oltre la proiezione equatoriale di Mercatore, Mackinder ridisegnava e riconcettualizzava la mappa del mondo. La sua nuova mappa mostra Africa, Asia, Europa non come tre continenti separati, ma come massa di terra unitaria, una vera e propria “isola mondo”. Il suo ampio e profondo “Heartland”, 4000 miglia dal Golfo Persico al Mare della Siberia, è così enorme che può essere controllato solo dai sue “rimlands”, in Europa orientale, o quella che lui chiamava “margine” marittimo nei mari circostanti. Ne la “Scoperta della rotta del Capo per le Indie” nel XVI secolo, Mackinder scrisse, “dotando la Cristianità dell’ampia possibilità di mobilitare la potenza… avvolgendo l’influenza intorno alla potenza terrestre eurasiatica che fino ad allora ne aveva minacciato l’esistenza“. Questa maggiore mobilità, poi spiegò, diede ai marinai dell’Europa “la superiorità per circa quattro secoli sugli uomini delle terre di Africa e Asia”. Eppure il “cuore” di questa vasta massa, un'”area pivot” che si estende dal Golfo Persico al fiume Yangtze della Cina, rimase niente di meno che la leva di Archimede della futura potenza mondiale. “Chi domina l’Heartland comanda l’Isola-Mondo”, riassumeva più avanti la situazione Mackinder. “Chi domina l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Al di là della vasta massa dell’isola-mondo, che costituiva quasi il 60% della superficie della Terra, c’era un emisfero meno conseguente coperto da ampi oceani e alcune periferiche “isole minori”, cioè naturalmente Australia e Americhe. Nella generazione precedente, l’apertura del Canale di Suez e l’avvento della navigazione a vapore “aumentarono la mobilità del potere marittimo (relativo) rispetto a quello terrestre”. Ma le ferrovie in futuro potrebbero “lavorare con maggior meraviglia nella steppa“, affermò Mackinder, riducendo i costi del trasporto marittimo e spostando il centro del potere geopolitico nell’entroterra. Nel tempo lo “Stato pivot” della Russia poteva, in alleanza con un’altra potenza come la Germania, espandersi “sulle terre marginali di Euro-Asia” permettendo “l’uso di vaste risorse continentali per costruire la flotta, e l’impero mondiale sarebbe stato in vista“. Per due ore, mentre leggeva un testo spesso dalla sintassi contorta e dai riferimenti classici, come ci si aspettava da un ex-docente di Oxford, il suo pubblico comprendeva di venire a conoscenza di qualcosa di straordinario. Diversi rimasero a fare ampi commenti. Ad esempio, il famoso analista militare Spenser Wilkinson, il primo a tenere una cattedra di storia militare a Oxford, si pronunciò poco convinto della “moderna espansione della Russia”, insistendo sul fatto che le potenze navali inglese e giapponese avrebbero continuato la funzione storica di mantenere “l’equilibrio tra le forze divise… sull’area continentale”. Incalzato dai suoi ascoltatori, considerando altri fatti o fattori tra cui “l’aria come mezzo di locomozione”, Mackinder rispose: “Il mio obiettivo non è prevedere il grande futuro di questo o quel Paese, ma avere una formula geografica cui poter adattare un qualsiasi equilibrio politico“. Invece di eventi specifici, Mackinder cercava una teoria generale sul nesso di causalità tra geografia e potenza globale. “Il futuro del mondo“, insisteva, “dipende dal mantenimento di (un) equilibrio di potere” tra potenze marittime come la Gran Bretagna o il Giappone, attive sul margine marittimo, e “le forze interne espansive” dal cuore euro-asiatico che erano intente a contenere.
Non solo Mackinder dava voce a una visione del mondo che avrebbe influenzato la politica estera della Gran Bretagna per diversi decenni, ma in quel momento creava la scienza moderna della “geopolitica”, lo studio di come la geografia può, in determinate circostanze, formare il destino di interi popoli, nazioni e imperi. Da quella notte a Londra, naturalmente, è passato tanto tempo. Era un’altra epoca. L’Inghilterra era ancora in lutto per la morte della regina Vittoria. Teddy Roosevelt era presidente. Henry Ford aveva appena aperto una piccola fabbrica automobilistica a Detroit per il suo Modello A, un’automobile dalla velocità massima di 28 miglia all’ora. Solo un mese prima, il “Flyer” dei fratelli Wright aveva preso il volo per la prima volta volando per 30 metri, per l’esattezza. Tuttavia, per i successivi 110 anni le parole di Sir Halford Mackinder offrirono un prisma di eccezionale precisione per capire la geopolitica spesso oscura che guidava i principali conflitti del mondo, due guerre mondiali, una guerra fredda, le guerre asiatiche degli USA (Corea e Vietnam), le due guerre del Golfo Persico e anche la pacificazione infinita dell’Afghanistan. La domanda di oggi è: come può Sir Halford aiutarci a capire non solo il secolo passato, ma il mezzo secolo prossimo?

Britannia Rules the Waves
Nell’era della potenza marittima durata poco più di 400 anni, dal 1602 alla Conferenza sul disarmo di Washington del 1922, le grandi potenze furono in competizione per il controllo dell’isola-mondo eurasiatica attraverso le rotte marittime circostanti che si estendevano per 15000 miglia da Londra a Tokyo. Lo strumento del potere era, naturalmente, la nave, prima con le fregate, poi con portaerei, corazzate, sottomarini e aerei. Mentre gli eserciti terrestri nuotavano nel fango della Manciuria o della Francia in battaglie dalle perdite da capogiro, le marine imperiali incrociavano sui mari, manovrando per il controllo di coste e continenti. Al culmine della potenza imperiale intorno al 1900, la Gran Bretagna dominava i mari con una flotta di 300 grandi navi e 30 bastioni navali, basi che circondavano l’isola-mondo dal Nord Atlantico a Scapa Flow al Mediterraneo, Malta e Suez, a Bombay, Singapore e Hong Kong. Proprio come l’impero romano racchiuse il Mediterraneo, facendone il Mare Nostrum, la potenza inglese fece nell’Oceano Indiano il proprio “mare chiuso”, garantendosi i fianchi con le forze dell’esercito alla Frontiera nord-occidentale dell’India e bloccando persiani e ottomani costruendo basi navali del Golfo Persico. Con tale manovra, la Gran Bretagna si assicurò il controllo su Arabia e Mesopotamia, terreno strategico che Mackinder definì “il passaggio terrestre dall’Europa alle Indie” e via al “cuore” dell’isola mondo. Da questo punto di vista geopolitico, il XIX secolo fu, in fondo, la rivalità strategica spesso chiamata “Grande Gioco” tra Russia “al comando di quasi tutto l’Heartland… che bussava alle porte via terra delle Indie“, e la Gran Bretagna “che avanzava verso l’interno dai porti dell’India per affrontare la minaccia da nord-ovest”. In altre parole, Mackinder concluse “le realtà geografiche finali” dell’era moderna sono potenza marittima contro potenza terrestre o “World-Island e Heartland”. Rivalità intense, prima fra Inghilterra e Francia, poi Inghilterra e Germania, che guidarono l’implacabile gara europea degli armamenti navali che portò il costo della potenza marittima a livelli insostenibili. Nel 1805, l’ammiraglia dell’ammiraglio Nelson, la HMS Victory, con il suo scafo di quercia pesava appena 3500 tonnellate, combatté nella battaglia di Trafalgar contro la flotta di Napoleone navigando a nove nodi, e i suoi 100 cannoni ad anima liscia sparavano palle da 42 libbre a una gittata massima di 400 metri. Nel 1906, solo un secolo più tardi, la Gran Bretagna varò la prima corazzata moderna del mondo, la HMS Dreadnought, con scafo in acciaio dallo spessore di 30 cm, del peso di 20000 tonnellate, le cui turbine a vapore consentivano una velocità di 21 nodi, e i cui cannoni meccanizzati da 305mm permettevano di sparare rapidamente proiettili da 400kg fino a 12 km. Il costo di questo leviatano fu di 1,8 milioni di sterline, pari a quasi 300 milioni di oggi. Nel giro di un decennio, una mezza dozzina di potenze svuotò il tesoro per costruire flotte di queste costosissime letali corazzate. Grazie ad una combinazione di superiorità tecnologica, portata globale e alleanze navali con Stati Uniti e Giappone, la pax britannica durò un intero secolo, dal 1815 al 1914. Alla fine, tuttavia, questo sistema globale fu afflitto dall’accelerazione della corsa agli armamenti navali, dalla volatile diplomazia da grande potenza e dall’aspra gara per l’impero d’oltremare che implose nella strage insensata della prima guerra mondiale, lasciando 16 milioni di morti nel 1918.Valiant_ShieldIl secolo di Mackinder
Come l’eminente storico degli imperi Paul Kennedy una volta osservò, “il resto del Novecento testimonia la tesi di Mackinder“, con due guerre mondiali combattute sui suoi “rimlands”, dall’Est Europa attraverso il Medio Oriente all’Asia orientale. In effetti, la prima guerra mondiale fu, come lo stesso Mackinder in seguito osservò, “un duello diretto tra potenza terrestre e potenza marittima“. Alla fine della guerra nel 1918, le potenze del mare, Gran Bretagna, USA e Giappone, inviarono spedizioni navali ad Arcangelo, Mar Nero e Siberia per contenere la rivoluzione della Russia nel suo “cuore”. Riflettendo l’influenza di Mackinder sul pensiero geopolitico in Germania, Adolf Hitler rischiò il suo Reich nel tentativo criminale di catturare il cuore russo quale spazio vitale, per la sua “razza superiore”. L’opera di Sir Halford contribuì a plasmare le idee del geografo tedesco Karl Haushofer, fondatore della rivista Zeitschrift für Geopolitik, fautore del concetto di Lebensraum e consigliere di Adolf Hitler e del suo vice Rudolf Hess. Nel 1942, il Führer inviò un milione di uomini, 10000 pezzi di artiglieria e 500 carri armati per forzare il Volga a Stalingrado. Alla fine, le sue forze subirono 850000 feriti, uccisi e catturati nel vano tentativo di sfondare il Rimland europeo-orientale nella regione centrale dell’isola-mondo. Un secolo dopo la conferenza di Mackinder, un altro studioso inglese, lo storico degli imperi John Darwin ha sostenuto nel suo saggio Dopo Tamerlano, che gli Stati Uniti avevano raggiunto l'”Imperium colossale… su scala senza precedenti” a seguito della seconda guerra mondiale, divenendo la prima potenza nella storia a controllare i punti strategici assiali “su entrambe le estremità dell’Eurasia” (sua interpretazione di “Euro-Asia” di Mackinder). Temendo l’espansione cinese e russa quale “catalizzatore della collaborazione”, gli Stati Uniti occuparono i bastioni imperiali di Europa occidentale e Giappone. Con questi punti assiali come ancoraggio, Washington costruì un arco di basi militari seguendo il modello marittimo della Gran Bretagna che ha visibilmente lo scopo di circondare l’isola-mondo.

La geopolitica assiale degli USA
Dopo aver preso le estremità assiali dell’isola-mondo da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti aumentarono le barriere della potenza militare per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico. Spogliata dai fronzoli ideologici, la grande strategia anticomunista del “contenimento” della Guerra Fredda di Washington era poco più che un processo di successione imperiale. Il Regno unito esaurito su sostituito ai “margini” marittimi, ma la realtà strategica rimase sostanzialmente la stessa. Infatti, nel 1943, due anni prima della fine della seconda guerra mondiale, un Mackinder invecchiato pubblicò il suo ultimo articolo, “Il Mondo e la Conquista della Pace“, per l’influente rivista degli Stati Uniti Foreign Affairs. In esso ricordò agli statunitensi che aspiravano ad una “grande strategia” nella versione inedita dell’egemonia planetaria, che anche il loro “sogno della forza aerea globale” non cambiava le basi geopolitiche. “Se l’Unione Sovietica emerge da questa guerra come vincitrice sulla Germania”, avvertì, “diverrà la più grande potenza terrestre sul globo”, controllando “la più grande fortezza naturale sulla terra“. Quando si giunse a creare la nuova Pax Americana post-bellica, fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’US Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si basò a Napoli nel 1946 per il controllo dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per il Pacifico occidentale; e la Quinta Flotta in Bahrain nel Golfo Persico dal 1995. Successivamente, i diplomatici statunitensi aggiunsero cerchie di alleanze militari, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e trattato di sicurezza nippo-statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano una rete globale di 450 basi militari in 36 Paesi volti, in gran parte, a contenere il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai “rimlands” di Mackinder nel continente eurasiatico. Alla fine della guerra fredda, nel 1990, l’accerchiamento di Cina comunista e Russia richiese 700 basi all’estero, una forza aerea di 1763 jet da combattimento, un vasto arsenale nucleare, più di 1000 missili balistici, una flotta di 600 navi, di cui 15 gruppi tattici di portaerei nucleari, tutti collegati al solo sistema globale di satelliti per le comunicazioni.
Fulcro del perimetro strategico di Washington intorno all’isola mondo è la regione del Golfo Persico, dove da quasi 40 anni è il luogo del continuo intervento statunitense, palese ed occulto. La rivoluzione del 1979 in Iran significò la perdita di un Paese chiave dell’arco di potenza degli Stati Uniti nel Golfo e lasciò Washington lottare per ricostruirsi la presenza regionale. A tal fine, allo stesso tempo sostenne l’Iraq di Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran rivoluzionario e armò i più estremisti mujahidin afghani contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. E’ in tale contesto che Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, scatenò la strategia per sconfiggere l’Unione Sovietica con una agilità geopolitica ancora oggi poco compresa. Nel 1979, Brzezinski, aristocratico polacco declassato e in unica sintonia con le realtà geopolitiche del suo continente nativo, convinse Carter ad intraprendere l’operazione Ciclone con massicci finanziamenti, arrivati a 500 milioni di dollari all’anno alla fine degli anni ’80. Il suo obiettivo: mobilitare i militanti musulmani per attaccare il ventre molle nell’Asia centrale dell’Unione Sovietica e imporre un cuneo islamista nel cuore sovietico, per infliggere contemporaneamente una sconfitta demoralizzante all’Armata Rossa in Afghanistan e staccare il “Rimland” dell’Europa dell’Est dall’orbita di Mosca. “Non abbiamo spinto i russi ad intervenire (in Afghanistan)“, disse Brzezinski nel 1998 spiegando la sua geopolitica nella versione da Guerra Fredda del Grande Gioco “ma consapevolmente aumentammo le probabilità che avvenisse… Quell’operazione segreta fu un’ottima idea. Il suo effetto fu trascinare i russi nella trappola afghana“. Alla domanda sull’eredità di questa operazione, trattandosi di creare un Islam militante ostile agli Stati Uniti, Brzezinski, che ha studiato e spesso cita Mackinder, fu freddamente impenitente. “Cos’è più importante per la storia del mondo?” Chiese. “I taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani esagitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?” Eppure, anche la splendida vittoria degli USA nella guerra fredda con l’implosione dell’Unione Sovietica, non avrebbe trasformato i fondamenti geopolitici dell’isola-mondo. Di conseguenza, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, la prima incursione estera di Washington nella nuova era fu il tentativo di ristabilire la sua posizione dominante nel Golfo Persico, con l’occupazione di Sadam Husayn del Quwayt quale pretesto. Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, lo storico Paul Kennedy ritornò sul trattato di Mackinder per spiegare questa disavventura apparentemente inspiegabile. “In questo momento, con centinaia di migliaia di truppe statunitensi nei rimlands eurasiatici“, Kennedy scrisse sul Guardian, “sembra che Washington prenda sul serio l’ingiunzione di Mackinder di garantirsi il controllo del ‘perno geografico della storia'”. Se interpretiamo queste osservazioni in modo ampio, l’improvvisa proliferazione delle basi militari USA in Afghanistan e Iraq andava vista come ennesimo tentativo imperiale di avere una posizione centrale ai margini del cuore eurasiatico, come le antiche fortezze coloniali inglesi lungo la Frontiera di Nordovest dell’India. Negli anni successivi, Washington tentò di sostituire i suoi inefficaci soldati a terra con i droni. Nel 2011 l’Air Force e la CIA accerchiarono il continente eurasiatico con 60 basi per la loro flotta di droni, il cui cavallo di battaglia è il Reaper, armato di missili Hellfire e bombe GBU-30, con un raggio di 1150 miglia, potendo da queste basi colpire obiettivi quasi ovunque in Africa e Asia. Significativamente le basi dei droni ora punteggiano i margini marittimi intorno all’isola-mondo, da Sigonella, Sicilia, a Incirlik in Turchia; Gibuti sul Mar Rosso; Qatar e Abu Dhabi nel Golfo Persico; Isole Seychelles nell’Oceano Indiano; Jalalabad, Khost, Kandahar e Shindand in Afghanistan; e nel Pacifico, a Zamboanga nelle Filippine e l’Andersen Air Base sull’isola di Guam, tra gli altri luoghi. Per pattugliare questa periferia, il Pentagono spende 10 miliardi di dollari costruendo una flotta di 99 Global Hawk dotati di telecamere ad alta risoluzione in grado di sorvegliare il terreno per un raggio di cento miglia, sensori elettronici che possono sorvegliare tutte le comunicazioni, e motori efficienti capaci di 35 ore di volo continuo e un’autonomia di 8700 miglia.preview006_risultatoLa strategia della Cina
Le azioni di Washington, in altre parole, sono qualcosa di vecchio, anche se su scala inimmaginabile. Ma l’ascesa della Cina a prima economia del mondo, impensabile un secolo fa, rappresenta qualcosa di nuovo e così rischia di ribaltare la geopolitica marittima che ha plasmato il potere mondiale negli ultimi 400 anni. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla costruzione di una flotta oceanica come gli inglesi, o una flotta aerospaziale globale come gli USA, la Cina raggiunge le profondità dell’isola mondo, nel tentativo di ridisegnare completamente le basi geopolitiche del potere globale. Usa una strategia sottile, che finora ha eluso l’élite al potere a Washington. Dopo decenni di preparazione tranquilla, Pechino ha recentemente iniziato a rivelare la sua grande strategia per il potere globale, agendo attentamente. Il piano in due fasi è volto a costruire un’infrastruttura transcontinentale per l’integrazione economica dell’isola mondo dall’interno, mobilitando forze militari per affettare chirurgicamente l’accerchiamento di Washington. Il primo passo è il progetto mozzafiato di costruite una infrastruttura per l’integrazione economica del continente. Stabilendo una complessa ed enormemente costosa rete di ferrovie alta velocità e alto volume, così come oleodotti e gasdotti per tutta la grande Eurasia, la Cina realizzerà la visione di Mackinder in modo nuovo. Per la prima volta nella storia, il movimento veloce transcontinentale di carichi cruciali, petrolio, minerali e manufatti, sarà possibile su larga scala, quindi unificando potenzialmente questa vasta massa in un’unica zona economica che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In questo modo, la leadership di Pechino spera di spostare il centro del potere geopolitico dalla periferia marittima al cuore del continente. “Le ferrovie trans-continentali ora mutano le condizioni della potenza terrestre“, scrisse Mackinder nel 1904 quando la “precaria” ferrovia a binario unico Transiberiana, la più lunga del mondo, attraversò il continente per 5700 miglia da Mosca a Vladivostok. “Ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie“, aggiunse. “Gli spazi nell’Impero Russo e nella Mongolia sono così vasti, e le loro potenzialità in… carburante e metalli così incalcolabili che un vasto mondo economico, più o meno isolato, vi si svilupperà inaccessibile al commercio oceanico“. Mackinder era un po’ prematuro. La rivoluzione russa del 1917, la rivoluzione cinese del 1949, e i successivi 40 anni di guerra fredda rallentarono un reale sviluppo per decenni. In questo modo, al “cuore” eurasiatico fu negata crescita economica ed integrazione, grazie anche a barriere ideologiche artificiali; cortina di ferro e poi frattura cino-sovietica bloccarono qualsiasi costruzione di infrastrutture nel vasto territorio euroasiatico. Ma non più. Solo pochi anni dopo la fine della guerra fredda, l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale Brzezinski, allora fortemente critico sulla visione globale delle élite politiche repubblicane e democratiche, iniziò a lanciare segnali di avvertimento sull’inetta geopolitica di Washington. “Da quando i continenti iniziarono ad interagire politicamente, circa cinquecento anni fa”, scrisse nel 1998, parafrasando Mackinder, “L’Eurasia è stata il centro del potere mondiale. La potenza che domina l”Eurasia’ controllerà due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo… rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo“. Mentre tale logica geopolitica fu elusa da Washington, venne ben compresa a Pechino. In effetti, negli ultimi dieci anni la Cina ha lanciato il più grande investimento infrastrutturale mondiale, che già conta un trilione di dollari, da quando Washington avviò l’U.S. Interstate Highway System nei lontani anni ’50. Le cifre su rotaie e condotti costruiti sbalordiscono. Tra 2007 e 2014 la Cina ha posto nelle sue campagne 9000 miglia di ferrovie per i nuovi treni ad alta velocità, più del resto del mondo messo insieme. Il sistema ora trasporta 2,5 milioni di passeggeri al giorno a una velocità massima di 240 miglia all’ora. Il sistema sarà completato nel 2030, aggiungendo 16000 miglia di ferrovie ad alta velocità al costo di 300 miliardi di dollari, collegando tutte le principali città della Cina. Allo stesso tempo, la leadership cinese ha cominciato a collaborare con gli Stati vicini su un imponente progetto per integrare la rete ferroviaria nazionale con una rete transcontinentale. Dal 2008, tedeschi e russi si sono uniti ai cinesi nel lancio del “Ponte Eurasiatico”. Due rotte est-ovest, la vecchia Transiberiana a nord e la nuova rotta a sud lungo l’antica Via della Seta, attraverso il Kazakistan, hanno lo scopo di unire tutta l’Eurasia. Sulla rotta più veloce del sud, container di manufatti ad alto valore aggiunto come computer e parti per auto, viaggiano per 6700 miglia da Lipsia, in Germania, a Chongqing, in Cina, in soli 20 giorni, circa la metà dei 35 giorni per viaggiare via mare.
Nel 2013, le Deutsche Bahn AG (ferrovie tedesche) iniziarono a preparare una terza via tra Amburgo e Zhengzhou, riducendo i tempi ad appena 15 giorni, mentre la ferroviaria kazaka apriva il collegamento Chongqing-Duisburg dai tempi simili. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava i piani per la costruzione della più lunga linea ferroviaria ad alta velocità del mondo, al costo di 230 miliardi di dollari. Secondo i piani, i treni potranno percorrere le 4300 miglia tra Pechino e Mosca in soli due giorni. Inoltre, la Cina costruisce due ramificazioni verso sud-ovest e sud, in direzione dei “margini” marittimi dell’isola-mondo. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha firmato un accordo con il Pakistan per spendere 46 miliardi di dollari sul corridoio economico Cina-Pakistan. Autostrade, collegamenti ferroviari e condutture copriranno le quasi 2000 miglia da Kashgar nello Xinjiang, la provincia più occidentale della Cina, all’impianto portuale di Gwadar, in Pakistan, aperto nel 2007. La Cina ha investito più di 200 miliardi di dollari nella costruzione del porto strategico di Gwadar sul Mar Arabico, a 370 miglia dal Golfo Persico. Dal 2011, la Cina ha anche iniziato ad estendere le sue linee ferroviarie nel Laos, nel sud-est asiatico, al costo iniziale di 6,2 miliardi di dollari. Alla fine, una linea ad alta velocità trasporterà passeggeri e merci da Kunming a Singapore, in sole 10 ore. In questo stesso dinamico decennio, la Cina ha costruito una vasta rete di gasdotti e oleodotti trans-continentali per importare combustibili da tutta l’Eurasia ai suoi centri abitati, nel nord, centro e sud-est. Nel 2009, dopo un decennio di lavori, la China National Petroleum Corporation (CNPC) ha aperto la fase finale del Kazakistan-China Oil Pipeline, che si estende per 1400 miglia dal Mar Caspio al Xinjiang. Allo stesso tempo, la CNPC ha collaborato con il Turkmenistan per inaugurare il gasdotto Asia Centrale-Cina, lungo 1200 miglia, in gran parte parallelo al Kazakstan-China Oil Pipeline, il primo a trasportare gas naturale dalla regione alla Cina. Bypassando lo stretto di Malacca controllato dall’US Navy, CNPC ha aperto una pipeline Cina-Myanmar nel 2013 per trasportare petrolio del Medio Oriente e gas naturale birmano lungo le 1500 miglia dal Golfo del Bengala al sud-ovest della Cina. Nel maggio 2014, l’azienda firmava un accordo 30ennale da 400 miliardi con il colosso energetico russo Gazprom per trasportare 38 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno entro il 2018, attraverso una rete settentrionale di gasdotti ancora da completare attraverso Siberia e Manciuria.
Anche se massicci, questi progetti sono solo una parte del boom delle costruzioni che negli ultimi cinque anni ha tessuto una rete di oleogasotti in Asia centrale e meridionale, in Iran e Pakistan. Il risultato sarà presto un’infrastruttura energetica interna integrante la vasta rete russa di oleodotti, che si estende sull’Eurasia dall’Atlantico al Mar Cinese Meridionale. Per sfruttare tali sconcertanti piani di crescita regionali, nell’ottobre 2014 Pechino annunciava la creazione della Banca per investimenti infrastrutturali asiatica. La leadership cinese vede questa istituzione come futura alternativa regionale, e alla fine eurasiatica, alla Banca mondiale dominata dagli Stati Uniti. Finora, nonostante le pressioni di Washington per non aderire, 14 Paesi chiave, tra cui stretti alleati degli Stati Uniti come Germania, Gran Bretagna, Australia e Corea del Sud, hanno firmato. Allo stesso tempo, la Cina ha iniziato a costruire rapporti commerciali a lungo termine con le aree ricche di risorse dell’Africa, così come con Australia e Sud-Est asiatico, nell’ambito del suo progetto d’integrazione economica dell’isola-mondo. Infine, Pechino ha da poco rivelato una strategia abilmente progettata per neutralizzare le forze militari di Washington disposte intorno al perimetro del continente. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha annunciato la costruzione del massiccio corridoio stradale-ferroviario-gasifero dalla Cina occidentale al nuovo porto di Gwadar, in Pakistan, creando la logistica per le future installazioni navali nel Mare Arabico ricco di energia. A maggio, Pechino ha intensificato le pretese sul controllo esclusivo sul Mar Cinese Meridionale, ampliando la base navale di Longpo sull’isola di Hainan a prima struttura per sottomarini nucleari della regione, accelerandone il dragaggio per creare tre nuovi atolli che potrebbero diventare aeroporti militari nelle controverse isole Spratley, e avvertendo formalmente l’US Navy di stare alla larga. Con la costruzione delle infrastrutture militari nel Mar cinese meridionale e nel Mar arabico, Pechino forgia la futura capacità di compromettere chirurgicamente e strategicamente il contenimento militare statunitense. Allo stesso tempo, Pechino sviluppa piani per sfidare il dominio di Washington nello spazio e nel cyberspazio. Per esempio, completerà il proprio sistema satellitare globale entro il 2020, prima sfida al dominio di Washington sullo spazio da quando gli Stati Uniti lanciarono il sistema di 26 satelliti di comunicazione per la difesa nel 1967. Allo stesso tempo, Pechino costruisce una formidabile capacità di cyberguerra.
In un decennio o due, in caso di necessità, la Cina sarà pronta a tagliare chirurgicamente l’accerchiamento continentale di Washington in alcuni punti strategici, senza dover confrontarsi con la potenza globale delle forze armate statunitensi, potenzialmente rendendo inutile la vasta flotta di portaerei, incrociatori, droni, caccia e sottomarini statunitensi. Senza la visione geopolitica di Mackinder e della sua generazione di imperialisti inglesi, l’attuale leadership statunitense non è riuscita a cogliere il significato del cambiamento globale radicale in atto sul territorio euroasiatico. Se la Cina riesce a collegare le sue industrie in crescita alle vaste risorse naturali del cuore eurasiatico, molto probabilmente, come Sir Halford Mackinder previde quella fredda sera di Londra nel 1904, “l’impero mondiale sarà in vista“.Newsilkroad2Alfred W. McCoy, autore di TomDispatch, detiene la cattedra Harrington di Storia presso l’Università del Wisconsin-Madison. È redattore di Endless Empire: Spain’s Retreat, Europe’s Eclipse, America’s Decline e autore di Policing America’s Empire: The United States, the Philippines, and the Rise of the Surveillance State.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’occidente vuole cacciare Putin?

Nikolaj Starikov Russie Sujet Geopolitique 13 giu 2015

Nel quadro dell’escalation la cui dimensione verbale è probabilmente la punta di un iceberg, in Russia gli osservatori politici reagiscono maggiormente alla pressione sempre più intensa, esercitata dall’occidente sulla vita politica interna della Russia. Nikolaj Starikov è uno di quegli osservatori. Co-presidente del “Partito della Grande Patria” e scrittore prolifico, è membro permanente del Club d’Izborsk. Il testo che segue è stato pubblicato sul suo blog il 9 giugno 2015.russian-president-vladimir-putin-ukraineAlla vigilia del vertice dei Paesi occidentali del G7, il primo ministro del Canada Stephen Harper ha fatto una dichiarazione molto curiosa. Le sue parole erano un segnale diretto all’élite mondiale e, ovviamente, a quella della Russia. È un’occasione per ricordare alcuni dei fatti storici e riflettere su ciò che costituisce uno Stato sovrano. “La Russia non ritornerà al G8 finché Vladimir Putin sarà al potere… non credo che la Russia di Putin potrà far parte del G7, punto. Il Canada s’è espresso assai decisamente contro la possibilità di permettere a Putin di sedersi al tavolo dei sette. Affinché la Russia vi ritorni c’è bisogno del consenso, ma non ci sarà“, ha detto il capo del governo canadese. Il mondo politico si esprime soprattutto attraverso suggerimenti e mezzi toni. Le parole del primo ministro canadese sono state pronunciate con tono duro; non è un semplice “giudizio di valore”, ma un segnale diretto, seguendo molto da vicino ciò che ha detto la regina d’Inghilterra nel suo discorso dal trono del 27 maggio 2015, in cui s’è espressa duramente nei confronti della Russia, affermando che la Gran Bretagna avrebbe continuato a fare pressione sulla Russia. Ai nostri occhi il suggerimento sembra alquanto un ultimatum, vietando “di avere buoni rapporti con la Russia di Putin” all’élite mondiale. Ciò si rafforza con la fustigazione pubblica della FIFA e del suo leader, Joseph Blatter. Da tempo l’occidente fa allusioni all’élite della Russia, ma per la prima volta il messaggio è abbastanza chiaro. Putin non ha a nulla a che spartire con noi, occidente, e non tratteremo. Ciò significa che se si vuole raggiungere la normalizzazione delle nostre relazioni e portarle al giusto livello naturale, dovete affrontare questo problema. Ciò equivale ad invitarci al colpo di Stato, non importa sotto quale forma, essa è secondaria. Ciò che è essenziale è che la Russia sia guidata da chiunque, ma non dall’attuale Presidente. Nulla di nuovo. Già nel 2011, a Piazza del Marais a Mosca si sentivano slogan simili nelle bocche dei capi di coloro che indossavano un nastro bianco all’occhiello: “Putin deve andarsene”. Perché lo chiedono e cose significa alla fine? Comprendiamolo meglio dagli eventi osservati in Ucraina. La situazione sarebbe stata peggiore in Russia.
Vladimir Vladimirovich Putin possiamo amarlo o meno, ma una mente lucida non può negare certi fatti. L’esempio dell’Ucraina ha dimostrato quanto rapidamente un “Paese pacifico che vive contraddizioni e difficoltà” può trasformarsi in un Paese in guerra che soffre enormi problemi; infatti, un Paese che cade nel baratro. La Russia ha molti problemi, non è un segreto. L’esperienza del rapido declino in una guerra civile l’abbiamo vissuta. Nel 1917-1918, e anche nel 2014 in Ucraina. Perché siamo un solo popolo con i cittadini ucraini. Le persone che vivono qui sono le stesse in Russia, e la terribile esperienza del Donbas è anche un’esperienza del nostro popolo. Un solo popolo. Così, l’atteggiamento nei confronti del presidente in carica può variare ampiamente (gli ultimi sondaggi indicano, tuttavia, un altissimo sostegno a Putin dell’85%. Nessun altro politico al mondo può vantarlo). Ma non si può contestare il ruolo fondamentale che svolge nel processo di coesione sociale, formazione dell’unità, appianamento delle contraddizioni. Oggi Vladimir Putin è un vero leader nazionale della Russia. Pertanto non conviene all’occidente. Prendiamo un esempio. Putin è riuscito a fermare la guerra in Cecenia in tempi relativamente brevi, con l’aiuto degli stessi ceceni. E oggi in Cecenia la persona del Presidente della Russia svolge un ruolo importante tra le élite locali. L’occidente userebbe qualsiasi mezzo per rimuovere Putin dal potere e normalizzare le relazioni. Ma chi può garantire pace e tranquillità nel Caucaso e in altre regioni del Paese, se un atto contrario alla Costituzione venisse attuato contro l’attuale Presidente della Russia? Coloro che lanciano slogan “smettiamo di alimentare il Caucaso” o “siamo i padroni a casa nostra!”? Vogliono dirci che il loro potere sarà legittimo nel Caucaso e che il Paese non si dividerà? Dobbiamo ricordare e capire che nella storia, tutti i colpi di Stato hanno portato a divisioni nella società, guerre e spargimenti di sangue. Nonostante tutti i meravigliosi obiettivi indicati dagli autori di tali colpi di Stato. E non ci sarà alcuna eccezione, soprattutto quando si tratta di potenze straniere che incitano al colpo di Stato. Ma non c’è nulla di nuovo nel dire che i nostri “partner geopolitici”, molte volte nella storia hanno attuato politiche da gioco del “poliziotto buono, poliziotto cattivo”. Rimuovete il “poliziotto cattivo” e sostituitelo con uno buono, cambieremo il nostro rapporto con voi e tutto sarà grande. Tale principio fu utilizzato per ingannare il popolo dell’URSS durante la perestrojka. Nella Grande Guerra Patriottica non ingannò nessuno. A quel tempo la propaganda nazista urlava ai quattro venti che l’unica causa della guerra tra Germania e Unione Sovietica erano Stalin e il suo regime. Bastava al popolo russo liberarsi dal giogo dei bolscevichi immediatamente e la pace sarebbero tornata, e con il buon aiuto della Germania per sviluppare il “nuovo ordine”. Ma quella volta la nostra gente ebbe l’opportunità di vedere tale “ordine” in azione, e non fu ingannata. I “capi della perestrojka” capirono la lezione. Tali perestrojkisti e altri democratici del tempo, che ci dissero? Che tutto il male veniva dal Partito comunista dell’Unione Sovietica e dai partitocrati. Tutti i problemi del Paese provenivano dalla sola idea comunista, bastava sbarazzarsene assieme a persone ed eroi che l’invocavano, e il mondo intero ci sarebbe caduto tra le braccia. L’età d’oro dell’umanità sarebbe giunta, poiché tutti i problemi del mondo erano causati dai comunisti russi. Rinunciammo al comunismo, e allo stesso tempo tradimmo i nostri alleati (Afghanistan, Cuba, Repubblica Democratica Tedesca, etc.), ma in cambio non ricevemmo nulla di quello che ci avevano promesso gli occidentali. Non diventammo loro pari, né loro amici. Non perché noi non vogliamo, ma perché loro non vogliono assolutamente che ciò accada. Democratici e liberali saccheggiarono il nostro esercito e distrussero una parte significativa della nostra flotta, smantellando l’URSS. E la guerra civile apparve (e continua) in parti dell’Unione. Non avemmo la pace. Dall’estero cercano costantemente di limitare la nostra libertà. In tutto il mondo, il profumo dell’uguaglianza è scomparso e nessuno s’immagina di riflettere i nostri interessi nella risoluzione dei problemi globali. Tutti sputano su storia, sentimenti ed ideali nostri. Questo è il risultato del piano “cambiate eliminando ciò che non ci piace e tutto andrà bene”. E’ un inganno cinico e ipocrita. Questo tipo di approccio in politica internazionale ci dice molto sui nostri “partner”. Non ci considerano loro uguali perché non rispettiamo il modello imposto. Possiamo immaginare per un momento una situazione in cui la Russia dichiari che non revocherà l’embargo sui prodotti alimentari dalla Germania finché sarà diretta da “Merkel”, o che la Russia sarebbe pronta a migliorare le relazioni con Londra se la Gran Bretagna sostituisse la regina con un altro sovrano?
Il rispetto per la sovranità degli altri Paesi è il fondamento delle relazioni internazionali. Ma i nostri “partner” non hanno per nulla tale rispetto. Considerano gli altri inferiori decidendo chi nelle altre nazioni dovrebbe guidarle e chi non dovrebbe prendere il potere. Il tutto solo per soddisfare l’occidente. La Russia rispetta la sovranità di Paesi e popoli ed è un esempio d’impegno scrupoloso al diritto internazionale. Ma nel mondo di oggi, reciprocità e comprensione dall’occidente non ci sono, come è accaduto nel corso della storia. Allo stesso tempo, l’irrefrenabile desiderio dell’occidente di cacciare qualcuno dal potere è un indicatore della natura della politica in tali Paesi. L’occidente ha sempre amato pupazzi e incapaci e sempre odiato i leader forti e patrioti. Nel nostro Paese l’idolo dell’occidente è Gorbaciov. E quasi nessuno ha mai sentito commenti sprezzanti verso Eltsin. Come si suol dire, ciò si commenta da sé. In termini di sovranità, non c’è un solo Stato la cui sovranità sia stata possibile senza versare una sola goccia di sangue. Nella maggior parte dei casi, molto sangue è stato versato per la causa. Da noi tanti antenati hanno dato la vita per la sovranità della Russia, ed è inimmaginabile pensare che ciò possa essere inutile o banale. Qualsiasi tentativo di minare la nostra sovranità sarà oggetto di una reazione dura. Non può esservi alcun compromesso. Quando qualcuno cerca, da fuori, d’inviare segnali alla parte vile e venduta delle élite della Russia sulla necessità di un colpo di Stato per togliere dal potere Putin, il popolo russo e la sua società civile devono rispondere a tali potenziali cospiratori con un segnale molto più potente. Qualsiasi cosa pensiate…
Sull'”isolamento internazionale”, tutti capiscono che non si può isolare la Russia. L’occidente è solo una parte del mondo, per giunta piccola. Centri di potere si sviluppano come Cina, India e Sud America che non hanno isolato la Russia. La nostra storia è istruttiva. Molte volte hanno cercato di isolarci, escluderci. Hanno imposto sanzioni, divieti e fatto ogni tipo di pressione con ogni mezzo concepibile, ma siamo sopravvissuti e il nostro Paese rimane il più grande del mondo. Negli anni ’30, quando il mondo sentiva la tempesta in arrivo, il nostro Paese aveva un solo alleato, la Mongolia. Nel 1939 esclusero l’URSS dalla Società delle Nazionie violando le norme specifiche di tale organizzazione (7 su 15 membri votarono a favore dell’esclusione). Questo fu il nostro “isolamento internazionale” all’epoca. Quale fu il risultato? Nel 1945 l’Unione Sovietica divenne, insieme agli Stati Uniti, uno dei Paesi fondatori delle Nazioni Unite, la nuova organizzazione internazionale. Hanno cercato di umiliarci, privarci della sovranità, darci una lezione e poi di annientarci. Il risultato è che abbiamo conservato la nostra sovranità e ampliato la nostra influenza. La Società delle Nazioni scomparve il 20 aprile 1946, che da tempo aveva cessato di avere un qualsiasi significato.
Questa è ciò che la nostra storia insegna. C’insegna che tra le due forme di ordine mondiale rappresentato da Lega delle Nazioni e Nazioni Unite, si svolse la più terribile guerra della storia dell’umanità, che abbiamo vinto. Ma non vogliamo ripeterla.

Giulietto Chiesa è una False Flag, e il suo circo è una pedina della guerra 'ibrida' contro la Russia.

Giulietto Chiesa e Gorbaciov. Chiesa e il suo circo sono una False Flag e una pedina della guerra ‘ibrida’ contro la Russia.


Giulietto Chiesa, referente di Gorbaciov, invoca il colpo di Stato contro Putin

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Ucraina può occupare la Transnistria?

Valentin Vasilescu ACS-RSSReseau International 12 giugno 2015800px-An-124_RA-82028_in_formation_with_Su-27_09-May-2010In un precedente articolo ho affermato che Poroshenko non aveva alcuna intenzione di applicare l’accordo Minsk 2 nelle regioni di Donetsk e Lugansk e che vi erano prove sufficienti che l’Ucraina pianificasse un attacco alla Transnistria, un cosiddetto Piano Boomerang per cui gli ucraini l’occupavano con una guerra lampo di cinque giorni.
Perché c’è il pericolo che l’esercito separatista di Donetsk e Lugansk, così come la Crimea russa, passino all’offensiva, gli ucraini non possono schierare molte forze per attaccare la Transnistria, potendo creare un dispositivo offensivo costituito da una brigata di carri armati, una meccanizzata, una di artiglieria e una di fanteria motorizzata. Con una forza di 7000 soldati, il 40% riservisti, ma qualitativamente superiore all’esercito della Transnistria, Poroshenko spera, come Saakashvili nel 2008, che ad un certo momento gli statunitensi intervengano in suo favore. Questa speranza è vana perché, come in Ossezia, in Transnistria gli statunitensi vogliono solo far tirare le castagne dal fuoco agli altri senza bruciarsi. La Repubblica di Moldavia non ha i mezzi per partecipare all’attacco alla Transnistria e la Romania non può intervenire per sostenere l’Ucraina sul territorio della Transnistria, per non invalidare l’articolo 5 del Trattato della NATO. Riguardo all’equipaggiamento del suo esercito, rischia anche una catastrofe militare di grandi proporzioni, mentre la vecchia Europa, fatta eccezione delle sanzioni economiche, non è disposta ad opporsi alla Russia. Se mai l’esercito ucraino attaccasse la Transnistria, la Russia reagirà immediatamente e con forza, in modo da non consentire qualsiasi ulteriore mossa degli statunitensi. Nel programma “Diritto di voto” della televisione ucraina, Aleksej Martinov, direttore dell’Istituto Internazionale, ha detto che l’aeroporto di Tiraspol ha la capacità tecnica di accogliere gli aerei da trasporto pesante della Russia. Perciò l’Ucraina attaccherebbe senza preavviso gli aerei da trasporto russi in volo per Tiraspol. Il ministero della Difesa dell’Ucraina citato dalla rivista Timer di Odessa, avrebbe iniziato il dispiegamento di sistemi antiaerei S-300 al confine con la Transnistria. Tuttavia, la prima cosa che farebbe la Russia sarebbe annientare i radar e le batterie di missili antiaerei nel sud dell’Ucraina tramite interferenza, obiettivo piuttosto facile per i 12 aerei specializzati dotati dei nuovi sistemi L-175B Khibinij e Richag-AV.
Dato che vi sono missili antiaerei nell’esercito ucraino guidati da dispositivi ottici, le batterie antiaeree, entro il cui raggio potrebbero passare gli aerei da trasporto russi in rotta per la Transnistria, verrebbero neutralizzate dagli attacchi aerei. Nonostante il disturbo intenso, vi è la possibilità che aerei ucraini decollino e rilevino con mezzi visivi le formazioni di aerei da trasporto russi, che dovrebbero essere accompagnati da aerei da caccia russi.
20150612-TransnistieL’Aeronautica russa dispone di oltre 300 velivoli da trasporto.
• 25 aeromobili An-124, i più grandi aerei cargo del mondo (trasportano 150 tonnellate o 2 carri armati T-90 o 6 veicoli da combattimento della fanteria (MLI)).
• 100 Il-76 (che trasporta 42-60 tonnellate o 4 MLI).
• 50 An-12 (che trasportano 60 paracadutisti o 2 MLI)
• 5 An-22 (che trasportano 80 tonnellate di carico)
• 96 An-24/26 (che trasportano 40 paracadutisti)
• 25 An-72 (che trasportano 52 paracadutisti o 1 MLI).
Se necessario, i gruppi Volga-Dnepr, Polet e altre compagnie russe possono supportare l’esercito russo con altri 100 aeromobili An-124 e Il-76. In dieci ore la flotta di aeromobili della Russia può inviare nel teatro della Transnistria, con un ponte aereo, 18000 soldati con 400 carri armati T-90, 300 obici semoventi 2S3, sistemi lanciarazzi BM-27 Uragan, BM-30 Smerch, 9A52-4 Tornado e 40 elicotteri d’attacco. Il 40% del contingente russo sarebbe paracadutato dietro il dispositivo offensivo ucraino, bloccando le vie di collegamento, rifornimento e ritiro dell’esercito ucraino. Una volta effettuata la manovra dei paracadutisti, l’autostrada M05 nord-sud che collega Kiev a Odessa e l’autostrada M13 ovest-nord, che collega Dubasari a Kirovograd, sarebbero controllate dai russi, e la regione di Odessa verrebbe isolata dal resto dell’Ucraina.
I paracadutisti russi hanno elevata manovrabilità e supporto di fuoco. I loro equipaggiamenti comprendono:
• blindati GAZ Tigr,
• blindati BMD-2 e BMD-3 (con cannone da 30mm e lanciamissili anticarro Kornet nella torretta)
• blindati BTR-MD Rakushka e BMD-4 (con cannoni da 10 mm e 30mm, e lanciamissili anticarro Konkurs nella torretta)
• mortaio semovente 2S9 Nona (8,7 t) da 120mm
• sistemi antiaerei Strela-10 e Verba (gittata 6400 m) portatili o montati su blindati leggeri.
Lo scenario della Georgia nel 2008 non si ripeterà perché il gruppo offensivo ucraino non ha dove ritirarsi, venendo bloccato tra Transnistria, fiume Dnepr, foce del Danubio e truppe russe. Quindi è molto probabile la resa dei militari ucraini entro 24 ore dall’inizio dell’offensiva, mentre le truppe russe si dirigerebbero velocemente su Odessa per catturare il governatore Saakashvili e consegnarlo alla Giustizia della Georgia, per poi ritirarsi in Transnistria. ae811aee8657Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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