Sud America in pericolo: gli USA installeranno una nuova base militare in Perù

Ariel Noyola Rodriguezprovincias-loretoDopo l’impeachment parlamentare di Dilma Rousseff (Brasile) e l’arrivo di Mauricio Macri alla Casa Rosada (Argentina), gli Stati Uniti cercano disperatamente di aumentare la propria presenza militare in America Latina, e in particolare nel Cono Sud. Il Perù, uno dei Paesi dell’Alleanza del Pacifico, è l’ultima vittima delle incursioni imperiali di Washington. Il governo regionale di Amazonas (Perù) approvava alla fine del 2016 l’installazione di una nuova base militare degli Stati Uniti che, per l’opinione pubblica, viene presentata come centro di risposta alle catastrofi naturali.
Solo a un paio di giorni dall’uscita dalla Casa Bianca, Barack Obama decideva di non perdere l’opportunità di rafforzare il dispiegamento di forze statunitensi in Sud America. E’ il caso del governo regionale di Amazonas (Perù), del Comando del Sud America (‘US Southern Command’) e della società Partenon Contractista EIRL, che hanno firmato il progetto per installare una nuova base militare camuffata da Centro operativo d’emergenza regionale (COER) di Amazonas. Il finanziamento dell’opera sarà poco più 1,35 milioni di dollari, al 29 dicembre 2016, e sarà completato in circa 540 giorni. Secondo le informazioni fornite dal governo peruviano, la base militare degli Stati Uniti avrà un eliporto di 625 metri quadrati; due edifici, il primo un magazzino per aiuti umanitari da 1000 metri quadrati, e il secondo per ospitare il COER insieme ai moduli operativi (logistica, comunicazione, monitoraggio e analisi, ecc); inoltre disporrà di una sala riunioni, una multimediale, camere da letto e un parcheggio di 800 metri quadrati. Senza dubbio, questo è interventismo travestito da aiuti umanitari. Contrariamente a ciò che svolgerebbe ufficialmente, non si tratta della strategia per rafforzare la capacità di risposta dei peruviani alle calamità naturali. I militari degli Stati Uniti affondano gli artigli nel Cono Sud con l’approvazione del presidente del Perù Pedro Pablo Kuczynski. La sovranità del Sud America è in pericolo.
Gli Stati Uniti non hanno più bisogno di lanciare guerre di conquista per affermare la propria egemonia sul territorio latino-americano; ora il dominio avviene in modo molto più sottile: attraverso iniziative per la militarizzazione segreta. Oltre alla lotta al terrorismo, Washington utilizza la lotta al narcotraffico e un presunto impegno a rispettare i diritti umani come scuse per immischiarsi negli affari interni di altri Paesi.
Il Perù è una piattaforma decisiva per gli Stati Uniti nel consolidare il loro piano per dominare il Sud America, una zona che, come sappiamo, ha immense riserve strategiche in risorse naturali (gas, petrolio, metalli, minerali, etc.). Almeno negli ultimi dieci anni, i governi sudamericani hanno inflitto una tremenda battuta d’arresto all’influenza economica e geopolitica degli Stati Uniti nel continente. Tuttavia, dal 2009 il Perù non oppone resistenza alle incursioni imperiali di Washington, diventando uno dei Paesi latino-americani dalla maggiore presenza di forze armate degli Stati Uniti nel territorio, e prima di approvare l’installazione della nuova base militare nel dipartimento di Amazonas, il Comando Sud degli stati Uniti si era stabilito comodamente nelle regioni di Lambayeque, Trujillo, Tumbes, Piura, San Martin e Loreto. Va notato che la cooperazione militare tra Washington e Lima è non limitata all’installazione di basi militari; gli Stati Uniti sono entrati pienamente nell’apparato della sicurezza e della difesa. Con l’autorità del Ministero della Difesa del Perù, le Unità speciali d’intervento del Comando congiunto delle Forze Armate, il Comando per l’intelligence e le operazioni speciali congiunte e la componente speciale VRAEM sono stati addestrati dalle forze statunitensi tra maggio e settembre 2016. In parallelo, le forze peruviane hanno condotto una serie di esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti, secondo le loro argomentazioni, per rafforzare la strategia difensiva verso aggressioni estere; una delle esercitazioni più importanti è Forze Silenziose (SIFOREX, in breve), che si svolge ogni due anni nel mare di Grau, considerata uno delle maggiori esercitazioni navali internazionali.
Il Perù riflette chiaramente come il Sud America viva momenti critici e una forte campagna d’infiltrazione. Insieme alle difficoltà economiche, la regione è vittima di una potente offensiva estera che cerca, sotto varie forme, di rafforzare la presenza di Washington. Le incursioni militari statunitensi nella regione avanzano rapidamente grazie ai vari governi conservatori, soprattutto dall’arrivo di Mauricio Macri alla presidenza dell’Argentina e dall’impeachment parlamentare di Dilma Rousseff in Brasile, e nel continuo sforzo per minare l’influenza di Paesi come Cina, Russia e Iran. Armare fino ai denti il Perù è vitale per gli Stati Uniti, per poter installare un’altra base militare in Argentina, proprio al confine con Paraguay e Brasile. Indubbiamente, la costruzione di un futuro migliore per i Paesi del Sud America è in serio pericolo…naval-forces-conclude-siforexTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tupolev Tu-154: sciagura o attentato?

Luca Baldelli198212I media al servizio del regime atlantico–mondialista, i corifei della russofobia elevata a pratica intellettuale/antropologica, ci hanno già propinato, bello e pronto, il solito piatto riciclato e riscaldato delle loro cucine: l’incidente di Soci, che ha visto perire 92 persone, tra le quali il leggendario Coro dell’Armata Rossa, sarebbe null’altro che un incidente dovuto alla vetustà dell’aereo precipitato, un Tupolev Tu-154, dipinto come antidiluviano e irrimediabilmente consunto in tutte le componenti. Purtroppo, anche tanti compagni abboccano all’amo senza porsi interrogativi e dubbi che non solo è lecito, ma pure normale e quasi d’obbligo porsi visto il codice della menzogna attivato e reiterato dai mezzi di comunicazione ogni volta che si parla di URSS e, per consuetudine dura a morire, di Russia. Dobbiamo bercela proprio la storia dell’“incidente”? Dobbiamo davvero pensare che non vi sia spazio per tesi diverse? Non certo per una ossessione/compulsione complottista, né per un pavloviano riflesso di scepsi iperbolica, è bene esplorare attentamente antefatti, avvenimenti, “coincidenze” e segnali, anche molto inquietanti. Mentre scriviamo, è in corso l’esame della scatola nera e solo le ore che abbiamo davanti ci diranno qualcosa di più in merito, ma già fin da ora possiamo riferire alcuni particolari di non poco conto:
Il Comandante dell’aereo, Roman Volkov, aveva più di 3000 ore di volo alle spalle ed è quindi davvero arduo ipotizzare, da parte sua, errori con conseguenze fatali. L’equipaggio tutto, come hanno rivelato fonti riservate assai attendibili, interne ad ambienti militari, era assai esperto ed aveva pilotato in passato aerei Su–30, Su–35 e Su–24 da e verso la base siriana di Humaymim, nella Provincia di Latakqa, ceduta alla Russia con formula pro–bono.
Il Navigatore, ovvero colui che assiste il pilota nel volo, nella gestione dei sistemi e delle tecnologie in dotazione al velivolo, rispondeva al nome di Aleksandr Petukhov, decorato con l’Ordine del Coraggio, onorificenza istituita nel 1994 e destinata ai cittadini distintisi in azioni salvifiche e particolarmente audaci contro calamità, criminalità, terrorismo. Petukhov, nel 2011, era stato infatti decisivo nel salvataggio di un altro aereo Tu–154, dimostrando sprezzo del pericolo ed eccezionale prontezza.
I Tu–154 (compreso ovviamente quello precipitato a Soci) come tutti gli aerei sovietici e russi, furono concepiti e costruiti per resistere in misura maggiore a tutte le sollecitazioni inerenti il volo, con margini di sicurezza superiori a quelli degli omologhi modelli occidentali. L’invecchiamento delle componenti dell’esemplare protagonista della tragedia (7000 ore di volo accumulate dal 1983), al netto delle fisiologiche e necessarie sostituzioni dei pezzi di ricambio, non poteva essere giudicato affatto problematico, né tantomeno catastrofico. L’argomentazione, fin troppo facile e “comoda”, della fatiscenza complessiva del velivolo, sempre invocata a giustificazione di tutto dai media allineati alla propaganda imperialista, è quindi da scartare.
Il velivolo è precipitato da un’altitudine di 1200 m (1,2 km) ad una velocità massima di circa 510 km/h (velocità al momento dell’impatto con la superficie marina, in virata verso il fianco sinistro, mentre la velocità al decollo era di 354 km/h). Non si può ragionevolmente sostenere che l’asimmetria dei flaps (gli ipersostentatori, presenti con funzione di accrescimento della portanza delle ali) rilevata al momento dell’impatto, e causa della virata di cui sopra, possa essere stata presente nell’aereo al momento della partenza, perché nessun pilota al mondo si metterebbe alla guida di un velivolo con un’avaria simile, prontamente segnalata da spie acustiche e visive. I contatti radio, poi, erano stranamente assenti; l’aereo era sparito dai radar due minuti circa dopo il decollo, tingendo di giallo tutto lo scenario…
C’è poi un dato tutt’altro che trascurabile: la dispersione su un ampio raggio dei frammenti (da 1,5 a 8 km dalla costa). Ad esempio, il telaio della cremagliera è stato ritrovato in acqua; questa componente, si badi bene, si ritrae subito dopo il decollo e rimane nella gondola, per tutto il tempo del volo. La scatola nera è stata rilevata a 1600 metri dalla riva a 17 metri di profondità. Questo quadro fa pensare a quello, in tutto e per tutto simile, con rottami sparsi ovunque, dell’aereo russo precipitato nel Sinai nell’autunno del 2015, di certo bersaglio di un attentato (in quel caso, fu ritrovato dell’esplosivo in una lattina di Coca Cola). Alcuni testimoni hanno poi riferito di una strana luce, avvistata in direzione del volo del Tupolev…
doc6syw1vzbzb778fyp5bn_800_480 La presenza della nave francese Dupuy De Lome, che non è un’imbarcazione qualsiasi, è stata per il momento smentita dopo esser circolata per alcuni giorni sui media, anche se da un account twitter di parte turca (Bosphorus Naval News), riconducibile al sito Turkish Navy, gestito da Devrim Yaylali. Questa imbarcazione è concepita ed utilizzata per raccogliere informazioni di origine elettronica dal mare (modalità ROEM), per intercettazioni, analisi, goniometria e ascolto comunicazioni radio (modalità COMINT), individuazione elettronica di posizioni di navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e sistemi d’arma nemici alfine di neutralizzarli (modalità ELINT). Detta nave dispone di due equipaggi ed ha una disponibilità tecnica di 350 giorni all’anno, di cui 240 in mare. Ogni equipaggio si compone di 66 individui, dei quali 33 smarinai e gli altri specialisti in intelligence; a questi possono aggiungersi fino a 38 altri specialisti, in funzione delle missioni. Con queste premesse, sarebbe perfettamente possibile portare a termine un’azione di guerra elettronica a danno di un velivolo. Sempre ribadendo il fatto che fino ad oggi vi è una smentita in tal senso, bisogna però notare che la presenza di questa nave fu già segnalata nel giugno del 2015 nel Mar Nero, stavolta da una fonte al di sopra di ogni sospetto, la TASS, a partire da una segnalazione raccolta in sedi diplomatiche. Precedentemente, la Dupuy De Lome aveva fatto capolino oltre gli Stretti nel 2014, anno in cui era comparsa nel Mar Nero pure la USS Ross, nave della Marina militare statunitense armata di missili, presente alle esercitazioni navali congiunte con l’Ucraina denominate Sea Breeze. Non è pleonastico poi ricordare che, ai sensi della Convenzione di Montreux del 1936, le imbarcazioni appartenenti a Nazioni diverse da quelle che si affacciano sul Mar Nero, possono navigare nel Mar Nero per non più di 21 giorni. La loro presenza è sempre attentamente monitorata o vi sono operazioni coperte con corsie preferenziali per alcune di esse, concordate con il governo turco nel quadro di azioni di sabotaggio o di attacco, in maniera tale da non lasciare traccia?
Unendo tutti questi pezzi, la tesi del cedimento strutturale, dell’avaria, perde punti in maniera vistosa, a vantaggio, soprattutto, di un’ipotesi: quella dell’attentato con esplosivo. Il ritrovamento di pezzi ovunque sparpagliati, su vasto raggio, assieme alle dichiarazioni di testimoni circa una strana luce in corrispondenza dell’aereo, del tutto simile a quella di un’esplosione, suggerirebbero l’ipotesi della bomba a bordo. A suffragare questa congettura ci sono anche le parole dell’istruttore Andrej Krasnoperov, il quale ha affermato che il livello di sicurezza presente presso l’aeroporto militare di Chkalovskij, sito dal quale il Tupolev è decollato, è peggiore che negli aeroporti civili, con buchi imperdonabili nella gestione dei controlli e dei vari “filtri” finalizzati ad evitare minacce terroristiche. I giornali continuano a ripetere che il cambiamento improvviso del punto di atterraggio previsto per il rifornimento, da Mozdok a Sochi (luogo nel quale le misure di sicurezza sono massime), porta ad escludere qualsiasi ipotesi “complottista”, in quanto gli ipotetici attentatori non potevano sapere di questa deviazione dall’itinerario pianificato. Eppure, proprio il continuare a porre l’accento sul punto destinato al rifornimento del velivolo, e non sul punto di decollo, è sintomo o di ingenuità o di volontà depistante da parte di chi analizza i fatti. Si parla di Sochi piuttosto che di Mozdok, ma non si vanno a verificare le affermazioni, provenienti da fonte tutt’altro che inattendibile (un Maggiore dell’Aeronautica militare russa!), circa la situazione della sicurezza nell’aeroporto di Chkalovskij. Un altro pilota assai esperto, Anatolij Knyshov, ha dichiarato alla stampa che la tesi dell’esplosivo a bordo non può essere scartata, mentre il giornalista Aleksandr Kots della “Komsomolskaja Pravda”, ha molto opportunamente ricordato il tragico precedente dell’agosto 2004, quando due Tupolev russi (un Tu-134 ed un Tu-154) precipitarono quasi simultaneamente: in un primo momento si ipotizzò l’incidente, finché nei rottami di uno di essi (il Tu–154) venne ritrovato dell’esplosivo noto come ciclonite. In ciò che rimaneva del Tu–134 invece s’individuò il corpo, dilaniato in maniera particolarmente pesante, della cecena Amantij Nigaeva. Anche a bordo del Tu–154 viaggiava una cecena, S. Dzhebirkhanova, il cui corpo non si trovò mai. In poco tempo, dunque, fu chiara la matrice terroristica dei due disastri.
Chi può aver collocato un ordigno, se di ordigno si è trattato? C’è, all’interno dell’FSB (servizio segreto russo) una fazione filo–atlantica, una cellula legata ai vecchi ambienti oligarchici dell’era Eltsin, che ha in sprezzo la nuova politica eurasiatica e di protagonismo sullo scacchiere internazionale voluta fermamente da Putin? Esiste una quinta colonna legata a cellule terroristiche taqfirite, eterodirette da circoli imperialisti e nazi–majdanisti di Kiev, a più livelli compromessi con l’islamismo fondamentalista, che vuole fermare il ruolo pacificatore della Russia in Siria? Interrogativi, domande, che non si capisce perché un analista obiettivo e scevro da pregiudizi non debba porsi, specie alla luce di fatti quali l’arresto, la primavera scorsa (ed è solo un esempio), del tenente-colonnello Jurij Ivanchenko, inviato dal controspionaggio ucraino e dalla CIA in Russia per infiltrarsi nell’FSB (prontamente entrato in azione coi suoi uomini per bloccare sul nascere l’operazione).
Si aggiungano, a tutto questo, le dichiarazioni dell’ex Viceministro dell’Aviazione civile dell’URSS, Oleg Smirnov, e di Marija Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri: il primo, intervistato dalla “Komsomolskaja Pravda”, ha affermato che nessuna ipotesi si può escludere, nemmeno quella dell’attentato e che anzi deve essersi verificato, a bordo dell’aereo, qualcosa di estremamente grave ed improvviso, tale da aver impedito all’equipaggio di poter avvertire le stazioni di terra in tempo utile. La seconda, nel corso di un programma televisivo, ha ricordato le minacce rivolte alla Russia, per il suo fermissimo impegno nella lotta al terrorismo internazionale, da ambienti diplomatici occidentali: dopo quelle minacce si sono verificati l’attentato all’aereo civile russo nel Sinai, l’abbattimento del Su–24 da parte dei turchi, il bombardamento dell’ospedale da campo russo in Siria, con la morte di due operatrici sanitarie, l’assassinio dell’Ambasciatore russo in Turchia, Karlov. Casualità? La Siria, lo ricordiamo, è il Paese verso il quale era diretto l’aereo con a bordo il leggendario Coro dell’Armata Rossa.
Intanto, il solito ritornello sullo stato manutentivo della flotta aerea russa, a dispetto di una pletora di smentite serie ed argomentate, continua a rimbalzare di qua e di là sui media. Addirittura c’è chi vorrebbe occultare pure l’evidenza, ossia la storia gloriosa dell’aviazione sovietica e russa, coi suoi primati e le sue statistiche. Si parla dei Tupolev, ma anche degli Antonov, come “bare volanti” quando gli aerei russi, specie quelli civili, sono tra i più sicuri al mondo; si parla di incidenti sopra incidenti, distogliendo l’attenzione della gente dalle sciagure aeree, ben più numerose, che hanno visto coinvolti nei decenni i Boeing. Basta dare un’occhiata alle statistiche, per zittire i menzogneri servetti dell’impero armati di penna: nel 2006, gli aerei Tupolev Tu-154 prodotti tra il 1988 ed il 1992, hanno effettuato il 35% dei voli della compagnia “Aeroflot”, con 7,8 ore di volo per ciascun esemplare. Quell’anno si verificò un solo incidente con protagonista un Tupolev, legato oltretutto a condizioni meteorologiche eccezionalmente gravi, e niente affatto allo stato manutentivo del velivolo: quello del Volo Pulkovo Airlines 612 del 22 agosto 2016, nei cieli dellìUcraina. Nella black list dei velivoli stilata dall’Unione Europea nel 2011, non figurava affatto il Tupolev Tu-154. Il Tupolev Tu-154 ed il Boeing 727 sono entrati in servizio entrambi attorno alla metà degli anni ’60; di Boeing ne sono stati costruiti 1832, di Tupolev Tu-154 1015. Lo stato dell’arte della loro carriera, in un periodo di quasi 50 anni, era (al 2011) questo: 111 Boeing andati completamente distrutti (hull loss) in seguito ad incidenti, con 3704 vittime; rateo di sopravvivenza: 15,5%. Sull’altro fronte: 59 Tupolev Tu-154 distrutti, con 2736 morti e rateo di sopravvivenza del 29%. Un bilancio ben più favorevole all’aviazione sovietica, dunque, checché ne sproloquino i propagandisti prezzolati dell’impero USA.
Quale atteggiamento assumeranno le autorità russe man mano che le indagini andranno avanti? E’ lecito attendersi, anche dinanzi a ipotetiche prove inconfutabili di un attentato, un innalzamento del livello di scontro con l’occidente: se si rendessero note quelle prove, la Russia dovrebbe conseguentemente dichiarare guerra alle Nazioni occidentali coinvolte, fatto questo gravissimo, apocalittico, che è assurdo pensare e che nessuno desidera. Certamente, sotto una versione ufficiale escludente la matrice terroristica, o affermante la stessa senza però menzionare mandanti e “Grande Vecchio”, la Russia di Putin, comodamente (si fa per dire) potrà procedere all’eliminazione delle quinte colonne filo–occidentali infiltrate negli apparati spionistici e militari, bonificando l’intero Paese dalla spada di Damocle sempre pendente sulla propria testa e procedendo ad una ancora più completa opera di pacificazione del Medio Oriente. E’ presto per far previsioni, ma alcune ipotesi si possono tranquillamente formulare, alla luce della storia e della cronaca.c0reo9rxcaadat5-jpg-large

Come Blackwater ed Emergency traghettano migranti in Italia

Gefira 11/10/2016 – Newropeans

Regina e Chris Catrambone

Regina e Chris Catrambone

MOAS è l’acronimo di Stazione di aiuto ai migranti in mare aperto. Si tratta di un’organizzazione non governativa con sede a Malta che si è posto il compito di pattugliare il Mediterraneo e salvare persone in alto mare, recuperandole da gommoni, zattere e barche sul Phoenix, il peschereccio della MOAS, una nave completa di droni per sorvegliare le acque, traghettando i migranti per miglia, dalle coste libiche alla Sicilia. L’organizzazione è gestita da Chris Catrambone (35) e sua moglie Regina. Chris Catrambone, statunitense della Louisiana diplomato al college, gestiva un ristorante su un battello a vapore ed ha lavorato presso il Congresso degli Stati Uniti a Washington DC, prima di lavorare come investigatore assicurativo. In tale veste fu inviato nei luoghi più pericolosi del mondo, come ad esempio Iraq e Afghanistan. Dopo aver fatto abbastanza esperienza, e accidentalmente sopravvissuto all’uragano Katrina in Louisiana nel 2005, l’anno dopo Chris Catrambone fondava il Tangiers Group, azienda globale specializzata in “Servizi di assicurazione, assistenza di emergenza, gestione dei sinistri sul campo ed intelligence“(1)). Inizialmente operava dagli Stati Uniti, ma per gestire meglio l’azienda in espansione trasferiva le attività in Italia (dove incontrava la futura moglie) e poi a Malta. È qui che nel 2013 Chris Catrambone fondò la Migrant Offshore Aid Station (MOAS) per assistere la popolazione del terzo mondo ad attraversare il mare in cerca di una vita migliore. Catrambone e la moglie si dice che abbiano speso 8 milioni di dolari propri per tale fine, perché, come il fondatore della MOAS ha confessato, anche lui, una volta che perse la casa a causa di Katrina, capì la situazione degli altri.
ianIan Ruggier è un membro del consiglio della MOAS. Questi un tempo fece scalpore a Malta con un piano volto a frenare i migranti in rivolta a Malta. Le unità di polizia circondarono la folla, ed isolarono e colpirono i capi per evitare ulteriori dimostrazioni. Eppure qualcosa andò storto e fallì, con le organizzazioni pro-immigrati che fecero enorme clamore e i tribunali che se ne occuparono (2). Dopo 25 anni di servizio, Ian Ruggier ha trovato lavoro nella MOAS: incaricato di contenere i migranti ora è passato dalla loro parte: Saulo divenne Paolo. Forse.
Ma che succede se Ian Ruggier è soltanto l’uomo il cui compito è garantire che i migranti soccorsi o infiltrati in Europa non finiscano a Malta? Perché le barche della MOAS sono di stanza a Malta, da dove operano. Una volta caricati di immigrati, salpano dal porto di La Valletta verso l’Italia per scaricarvi il carico umano. Robert Young Pelton è consulente strategico della MOAS (3), fondatore di Migrant Report (4) e proprietario della Dpx (Posti estremamente pericolosi) Gear, che vende coltelli da guerra (5) per chi si reca nelle zone di conflitto da cui, stranamente, provengono le persone che si suppone MOAS e Migrant Report dovrebbero aiutare. Come giornalista free-lance ha incontrato Eric Prince, il fondatore della Blackwater, la società militare privata statunitense (mercenari) impegnata in operazioni in Afghanistan e Iraq; per inciso, la Blackwater è stata impiegata anche in Louisiana, durante l’uragano Katrina: Chris Catrambone era capitato lì proprio in quel momento. Robert Young Pelton ha incrociato Eric Prince su questioni finanziarie.
Ma tornando a Chris Catrambone. Un giovane laureato e dipendente, costituisce una società (Tangiers Group) che estende rapidamente le attività in oltre cinquanta Paesi, comportando profitti per milioni da potersi creare l’ente di beneficenza che si chiama MOAS. MOAS impiega uomini che contemporaneamente possono intervenire presso le aziende militari private o essere incaricati di frenare l’afflusso di persone che cercano di attraversare il Mediterraneo. Tale organizzazione non-governativa non è in concorrenza con i governi europei nel recupero dei migranti: piuttosto li integra, un riconoscimento per cui il suo fondatore riceve premi. (6)
aaeaaqaaaaaaaak Alcune domande sorgono. Come ha fatto Chris Catrambone ad accumulare tale fortuna, così giovane, sul mercato delle assicurazioni? (7) È il suo ente di carità è solo un’espressione delle proprie convinzioni personali? Persegue scopi politici? Il suo Tangiers Group opera nelle zone di guerra: è un puro caso? Lavorò presso il Congresso degli Stati Uniti a Washington DC. Alcuni suoi collaboratori spuntano nelle stesse zone pericolose dove opera Tangiers Group. Anche qui un puro caso? Sembra che ci sia una stretta relazione tra MOAS, marina maltese ed esercito statunitense. MOAS è guidata da un ufficiale di marina noto per il duro trattamento inflitto agli immigrati; fu promosso partner commerciale della Blackwater, ben nota per le azioni spietate contro i civili e di proprietà di una persona che ha fatto fortuna sfruttando le operazioni militari statunitensi in Afghanistan, Africa del Nord e Medio Oriente. Lo stesso denaro, in un modo o nell’altro, guadagnato creando caos in Africa e Medio Oriente, provocando la crisi dei rifugiati, viene ora usato per spedire migliaia di africani senza documenti nel cuore dell’Europa, causando problemi in Italia, Francia, Grecia e Germania. Non si può fare a meno di chiedersi se quelli della MOAS siano onesti salvatori o compiano la missione di destabilizzare ancora di più l’Europa.tumblr_nh96xy1z101u6emqdo1_1280

 Robert Young Pelton in Afganistan nel 2001, durante l'invsione degli USA. Qui era circodanto dai guerriglieri dell'Alleanza del Nord, il fronte di cui era leader il potente narcotrafficante afgano Ahmad Shah Masud, grande amico di Gino Strada. C'è un nesso? Pelton era presente

Robert Young Pelton in Afganistan nel 2001, durante l’invasione degli USA. Qui era circondato dai guerriglieri dell’Alleanza del Nord, il fronte di cui era leader il potente narcotrafficante afgano Ahmad Shah Masud, grande amico di Gino Strada. C’è un nesso?

Robert Young Pelton, in Iraq assieme agli amici della Blackwater

Robert Young Pelton, al centro, in Iraq assieme agli amici della Blackwater. Pelton è “consigliere strategico” dell’ente immigrazionista MOAS con cui Emergency di Gino Strada ha stretto forti legami.

Riferimenti
1. Christopher Catrambone, My Story.
2. Come l’esercito ha sbagliato, Times of Malta, 19/12/2005, un ufficiale responsabile della disastrosa gestione delle proteste, Malta Today 16/11/2007.
3. Robert Young Pelton: Aid Station Migrant Offshore (MOAS) e la crisi dei rifugiati dalla Siria.
4. Migrant Report
5. Dpx Gear
6. MOAS, giovane eroe tra coloro onorati nel giorno della Repubblica, 13/12/2015 Malta Today 2015/12/13.
7. “Avevo un patrimonio netto di 10 milioni di dollari prima di compiere trent’anni. (…) Non sono cresciuto nel denaro o nel lusso. Ho costruito tutto quello che ho da zero, attraverso il duro lavoro e la dedizione. Ad un certo punto, ho cominciato a vedermi arrabbattarmi tra questioni sui soldiPhoenix Rising.

Il sodalizio tra MOAS ed Emergency risale al 2011?

Il sodalizio tra MOAS ed Emergency risale al 2011?

La MOAS usa droni da ricognizione.

La MOAS usa droni da ricognizione di origine militare per le operazioni di ‘recupero’ di migranti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Chi festeggia la distruzione dell’URSS?

Oriental Review 27 novembre 2016

1315175582001Il 25 novembre, il Consiglio Atlantico ha ospitato un curioso seminario a Washington DC dedicato al 25° anniversario della dissoluzione dell’URSS: tre uomini trasandati che personalmente parteciparono al noto incontro clandestino nella foresta Belavezha, in Bielorussia, l’8 dicembre 1991, erano assisi al seminario nella capitale del principale beneficiario di quel colpo di Stato: gli allora segretario di Stato di Boris Eltsin Gennadij Burbulis, il “presidente fondatore” dell’Ucraina Leonid Kravchuk e il presidente del parlamento bielorusso Stanislav Shushkevich. Uno spettacolo triste ed è molto più interessante guardare la storia della loro cospirazione a Viskuli, casino di caccia della nomenklatura sovietica in Bielorussia, a 8 km dal confine polacco, e le conseguenze dirette. Il documento redatto e firmato nella notte era intitolato Accordo sulla fondazione della Comunità degli Stati Indipendenti e dichiarava che l’Unione Sovietica doveva essere sciolta e una nuova associazione non sovranazionale, la CIS, creata. L’incontro avvenne una settimana dopo che l’Ucraina tenne le prime elezioni presidenziali (vinte da Leonid Kravchuk, membro del Politburo del Partito Comunista d’Ucraina, con il 61,6% dei voti), nonché del referendum sull’indipendenza (che avrebbe avuto un’affluenza dell’84,2%, col 90,3% di voti a favore). Gli accordi di Belavezha, resi pubblici la mattina successiva, furono un brusco risveglio per la maggioranza del Paese, nonostante la grave crisi nazionale dovuta a sei anni di politiche miopi di Mikhail Gorbaciov (anche se meritò lodi per aver alleviato le tensioni internazionali e ridotto la minaccia di un conflitto nucleare tra le superpotenze, esse furono travolte dalla catastrofe interna della sua amministrazione). Tuttavia, in pochi giorni gli accordi furono ratificati dai Soviet Supremi (i massimi organi legislativi) di Ucraina, Bielorussia e Russia, senza alcuna discussione pubblica e violando la costituzione vigente della RSFSR, che richiedeva la riunione del Congresso dei deputati del popolo per risolvere eventuali questioni legate al sistema di governo. Tale frettolosa ratifica sconsiderata va imputata alla criminale debolezza della leadership sovietica, alla totale sfiducia del pubblico nella perestrojka, alla crescente recrudescenza dei sentimenti borghesi nazionalisti e di certi gruppi influenti nella società sovietica e, naturalmente, all’ingenuità idealistica del pubblico sulle realtà di ciò che l’attendeva. Ogni angolo del Paese che soffriva presto affrontò le conseguenze storiche delle pigrizia, compiacenza e indolenza delle élites e delle masse sovietiche. I redditi crollarono, piani di privatizzazione draconiani colsero le industrie sovietiche più redditizie e la valanga di criminali sette separatiste ed estremiste violarono i cittadini di ciò che fu poco prima uno Stato sociale, oltre al destino di milioni di russi risvegliatisi residenti in nazioni straniere ostili; calamità che costrinsero Vladimir Putin, esprimendo i sentimenti popolari del momento, a definire la fine dell’URSS “la peggiore catastrofe geopolitica del ventesimo secolo”. Non sorprende che, dopo solo pochi mesi, i protagonisti degli accordi di Belavezha furono severamente condannati dal pubblico, così come dalla crescente opposizione nei nuovi Stati indipendenti.
Nel luglio 1994, Stanislav Shushkevich partecipò alle prime elezioni presidenziali della Bielorussia, ma dovette mollare dopo il primo ballottaggio, avendo ricevuto solo il 10% dei voti. Professore di fisica da più di 40 anni, cercò di dirigere l’insignificante partito socialdemocratico Gromada, ma non ottenne alcun seggio nel parlamento bielorusso. Si dimise ed emigrò in Polonia, dove attualmente guadagna i suoi 30 shekel con lezioni sulla politica.
Leonid Kravchuk fu costretto ad indire elezioni presidenziali anticipate nel giugno del 1994, quando affrontò una grave crisi economica e gli scioperi dei minatori del carbone nel Donbas, iniziati a metà 1993. Perse le elezioni al secondo turno col “padre dell’oligarchia ucraina”, Leonid Kuchma, si sedette alla Verkhovna Rada per 12 anni fin quando il suo Partito socialdemocratico poté superare la soglia del 3%. Il suo maggiore successo fu l’apparizione in una serie di francobolli commemorativi in onore del suo 80° compleanno, nel 2014.
Boris Eltsin, il più fortunato del trio, morì pacificamente nel suo letto nell’aprile 2007. Potente personalità carismatica, non perse mai un’elezione, ma si pentì profondamente del ruolo nel crollo dell’Unione Sovietica e per la conseguente impopolarità; negli ultimi mesi al potere s’impegnò a trovare un successore al Cremlino. Il 31 dicembre 1999 annunciò le dimissioni, chiese perdono e presentò il giovane Premier Vladimir Putin a candidato presidenziale del 2000…
L’aiutante più stretto di Eltsin nel 1991, Gennadij Burbulis, un mezzo lituano nato negli Urali, era docente di materialismo dialettico presso l’Istituto Politecnico di Sverdlovsk (ora Ekaterinburg). Dal 1989, insieme a Boris Eltsin, rappresentò quella città nel Soviet Supremo dell’URSS. Secondo molte fonti, Burbulis fu alla base intellettuale e motivazionale della lotta di Eltsin per il potere e della successiva autorizzazione alla squadra ultraliberista di Egor Gajdar ad effettuare le “riforme” genocide in Russia. Il crollo di quel governo impopolare e le dimissioni di Gajdar, nel dicembre 1992, minarono irrevocabilmente l’influenza di Burbulis su Eltsin. Ottenute diverse sinecure private in Russia fino al 2010, infine creò una scuola di politosofia (suo neologismo) a Mosca, che offre corsi su vaghi soggetti indeterminati. Attualmente appare alquanto sgangherato e, in generale, interpreta il ruolo dello scemo del villaggio. Il suo discorso strano e le smorfie mostrate a Washington dovrebbero interessare più gli psichiatri che i politici statunitensi.
Quindi questi sono i nani politici invitati dal Consiglio Atlantico a celebrare il 25° anniversario degli accordi di Belavezha, l’apogeo del trionfo degli Stati Uniti negli affari sovietici. Insensati oggi, dati i risultati irrisori dopo un quarto di secolo di aspirazioni globaliste nel soggiogare risorse naturali e spirito umano della Russia.%d1%82%d1%80%d0%b8%d0%b3%d1%80%d0%b8%d0%b1%d0%b06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La giornalista uccisa per aver scoperto la verità sullo Stato islamico

Eva Bartlett, The Duran 21 ottobre 2016serena-shim-1Anche se tutti gli indizi portano a un gioco sporco, un omicidio, dei servizi segreti turchi, finora il governo degli Stati Uniti non ha né diretto né invocato un’inchiesta sull’incidente d’auto che secondo i funzionari turchi uccise Shim, e tanto meno espressero le condoglianze alla famiglia.
Serena Shim era corrispondente da Kobane, dalla Turchia. Era una dei primi, se non la prima, a riferire sul campo dei “militanti taqfiri che attraversavano il confine con la Turchia“, non solo i terroristi dello SIIL, ma anche del cosiddetto Esercito libero siriano (ELS). La sorella Fatmah Shim dichiarò nel 2015, “li riprese mentre portavano capi del SIIL in Siria dai campi in Turchia, che si suppone siano campi profughi siriani“. Nel gennaio 2013 Serena Shim denunciò il “ruolo centrale della Turchia nell’insurrezione in Siria: riferiva PressTV dalla Turchia“, mostrando le immagini di ciò che si ritenevano essere 300 autocarri “in attesa che i militanti li svuotassero“; le testimonianze incluse spiegavano come la Turchia permettesse ai terroristi stranieri di passare “liberamente” in Siria; parlò dell’invio di armi dalla base aerea degli Stati Uniti di Incirlik in Turchia ai terroristi nei campi profughi in Siria; ed espose la questione dei campi di addestramento terroristici camuffati da campi profughi, e sorvegliati dai militari turchi. Shim disse che l’ONG Organizzazione Mondiale del Cibo, usava i camion per inviare armi ai terroristi in Siria, nell’ultima intervista, il giorno prima di essere uccisa. In particolare, nell’intervista disse esplicitamente che temeva per la vita perché l’intelligence turca l’aveva accusata di essere una spia. Disse a Press TV: “La Turchia è etichettata da Reporter senza frontiere come la più grande prigione per giornalisti, quindi temo ciò che potrebbero fare contro di me… spero che non accada nulla, di ciò che arriva. Penso che m’interrogherebbero, e la mia speranza è che il mio avvocato sua abbastanza bravo da farmi uscire al più presto possibile”. Due giorni dopo, Press TV ne annunciò la morte, affermando: “Serena è stata uccisa in un presunto incidente stradale mentre tornava da un’inchiesta a Suruch nella provincia di Urfa in Turchia. Tornava nell’albergo di Urfa, quando l’auto fu tamponata da un veicolo pesante”. Questa era la versione ufficiale della morte, anche se nelle versioni successive la storia cambiò. In un articolo del mese dopo, Russia Today (RT) parlò con la sorella, che disse: “Ci sono così tante storie. La prima è che la macchina di Serena fu tamponata da un autoveicolo pesante, che proseguì. Non trovarono né l’autoveicolo né il conducente. Due giorni dopo, a sorpresa, trovarono veicolo e conducente, e avevano le immagini dell’autoveicolo pesante che investì l’auto di mia sorella. Ogni giorno uscivano nuove foto con diversi danni all’auto. Serena e mio cugino, che guidava la vettura, furono portati in due ospedali diversi. Fu segnalata già morta sul posto. Poi uscirono altri articoli secondo cui era deceduta in ospedale 30 minuti dopo, per insufficienza cardiaca?!

Blackout politico, blackout mediatico
serenashimQuando il 20 novembre 2014, alla conferenza stampa, il giornalista della RT Gajan Chichakjan chiese per due volte al direttore dell’ufficio stampa Jeff Rathke aggiornamenti sulla morte di Shim, la risposta non sorprese nessuno:
Chichakjan: “era la giornalista Serena Shim, morta in Turchia in circostanze molto sospette. La morte ha sollevato sospetti al dipartimento di Stato?
Rathke: “Beh, credo che ne abbiamo parlato in una riunione diverse settimane fa, dopo che accadde. Non ho nulla da aggiungere a quanto detto dal portavoce al momento, però“.
Chichakjan: “Ma è morta alcuni giorni dopo aver detto di essere stata minacciata dall’intelligence turca. Avete chiesto informazioni? Domande? Non c’è davvero nulla di nuovo?
Rathke: “Beh, ho appena detto che non c’è alcun aggiornamento da riferirvi. Ancora una volta, ciò fu sollevato poco dopo la morte. Il portavoce si espresse. Non ho aggiornamenti da riferirvi in questo momento“.
Chichakjan: “Voglio solo tornare su Serena Shim. Ha giustamente detto che il dipartimento di Stato ne ha commentato la morte diverse settimane fa, e dice che non c’è alcun aggiornamento. Perché non ce n’è? Una cittadina degli Stati Uniti muore poco dopo aver detto di essere stata minacciata dall’intelligence turca“.
Rathke: “Beh, semplicemente non abbiamo informazioni da riferirvi oggi. Sarò felice di controllare e vedere se c’è qualcos’altro. Ne abbiamo parlato, come ho detto, proprio alcune settimane fa, dopo la morte, così non ho niente da dirvi oggi. Sarò felice di controllare e vedere se c’è altro che possa dire“.
Naturalmente, né lui né alcun funzionario del governo degli Stati Uniti si fece sentire. L’anno scorso, la madre di Shim, Judy Poe, rispose a un mio messaggio: “Non ho alcun dubbio che mia figlia non sia morta in un incidente stradale. Non aveva un solo graffio né sangue da alcuna parte. Cercai di contattare l’ambasciata degli USA in Turchia con i numeri di cellulare che mi diedero quando stavo per riprendermi mia figlia. Assolutamente alcuna risposta dall’ambasciata statunitense in Turchia, neanche dai cellulari personali“. La sorella di Shim nell’intervista a RT dichiarò, “Non abbiamo avuto alcun aiuto, né condoglianze”. Alcuna organizzazione giornalistica perseguì un’indagine sull’omicidio di Shim, tanto meno se ne lamentò. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) non da risultati quando si cerca il nome Shim sul suo sito web, eppure CPJ ha una lista di giornalisti uccisi in Turchia dal 1992 al febbraio 2016, evidentemente senza il nome di Shim. Lo stesso con una ricerca sul sito di Reporters sans frontières, non da risultati. In un articolo del 19 dicembre 2014 sul Greanville Post, il portavoce del CPJ afferma: “Il Committee to Protect Journalists ha indagato sulla morte di Serena Shim in Turchia e non ha trovato alcuna prova che ne indichi la morte come qualcosa di diverso da un tragico incidente. A meno che la morte sia confermata legata direttamente al lavoro di giornalista, non comparirà sul nostro database. Nel caso in cui nuove prove comparissero, CPJ riesaminerà il caso“. L’articolo osserva, “Dal febbraio 2016, il CPJ non ha cambiato posizione“. La Federazione internazionale dei giornalisti ha una breve sintesi su Shim: “Serena Shim, corrispondente di Press TV in Turchia uccisa in un incidente d’auto sul confine turco-siriano. Tornava da un’indagine a Suruch, distretto rurale della provincia turca di Sanliurfa, quando la sua auto si scontrò con un camion“. Ma senza invocare un’inchiesta e senza dubitare della narrazione ufficiale. In un articolo del 21 novembre 2014 sulla morte di Shim, RT osservò che, “l’Ufficio del rappresentante per la libertà dei media dell’OSCE ha detto a RT che la Turchia svolge indagini“, e citava il rappresentante dell’OSCE per la libertà dei media Gunnar Vrang dire: “Il rappresentante ha seguito il caso, dalle prime notizie apparse sull’incidente d’auto costato la vita alla giornalista Serena Shim. Secondo le informazioni disponibili, le autorità turche hanno avviato un’indagine sui dettagli dell’incidente d’auto“. Cercando sul sito dell’OSCE il nome di Serena Shim, non spunta nulla. Il 5 febbraio 2016, Judy Poe twittava: “Chiaramente il rappresentante accetta la narrazione turca. Pochi media corporativi hanno esaminato la morte sospetta di Shim, con una sola eccezione sorprendente, Fox News riferì della morte di Shim citando il portavoce del dipartimento di Stato degli USA affermare che il dipartimento “non conduce indagini sui morti all’estero“.” Dato che l’intelligence turca minacciò Shim, secondo la sua testimonianza, e che la Turchia è nota per imprigionare e uccidere giornalisti, l’assenza di preoccupazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti è compromettente di per sé.
In netto contrasto con il silenzio sulla morte di Shim, John Kerry almeno per due volte ha pubblicamente lamentato la morte di James Foley, lodandolo come eroico giornalista che s’infiltrava in Siria dalla Turchia lavorando con al-Qaida e altri terroristi, consegnando sincere condoglianze alla famiglia. Senza una traccia d’ironia, nell’agosto 2014 Kerry disse di Foley, e mai di Shim, “Onoriamo il coraggio e preghiamo per la sicurezza di tutti coloro che rischiano la vita per scoprire la verità, dove è più necessario“. Nel settembre 2014, Kerry smentì il portavoce del dipartimento di Stato dicendo: “Quando i terroristi ovunque nel mondo uccidono nostri cittadini, gli Stati Uniti devono rendere conto, non importa quanto tempo ci voglia. E coloro che hanno ucciso James Foley e Steven Sotloff in Siria devono sapere che gli Stati Uniti li ritengono responsabili, non importa quanto tempo ci voglia“. Sul blackout mediatico e politico sulla morte sospetta di Serena Shim, l’ex-collega Afshin Rattansi, ospite di RT a Going Underground, postulò: “Ci furono alcune notizie, ma niente che ci si aspetterebbe da una giovane giornalista coraggiosa. Perché la storia che seguiva era pericolosa perché si trattava di un alleato della NATO come la Turchia, che collaborerebbe con lo SIIL… ed è questa la ragione per cui la storia non fu riferita ampiamente? Non lo sappiamo“. In effetti, non sarebbe la prima volta che il governo degli Stati Uniti non cerchi giustizia per l’omicidio per mano di un alleato di un suo cittadino. L’omicidio di Rachie Corrie del 16 marzo 2013 da parte di un soldato israeliano alla guida di un bulldozer non solo fu testimoniato da numerosi attivisti a Rafah, nella Palestina occupata, ma fu anche ripreso. Non fu smentito che il soldato israeliano vide Corrie, e la travolse per poi invertirla di nuovo, schiacciandola due volte. Eppure, nonostante gli sforzi della famiglia e dei sostenitori, gli Stati Uniti non hanno mai cercato giustizia per questa cittadina statunitense. Judy Poe dice che il motto preferito di Serena era: “Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio“. Shim ha vissuto così. Aveva 29 anni e due figli quando fu uccisa.21

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora