I leader seguiti dai “Cinque Occhi”, muoiono all’improvviso

Wayne Madsen, Strategic Culture, 18.07.2017

Baldwin Lonsdale

I piccoli Stati-isola del Pacifico possono essere orgogliosi dell’indipendenza, ma rimangono sotto l’efficace controllo delle potenze neocoloniali dominanti nella regione, vale a dire Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Questi Stati, da Palau nel Pacifico occidentale a Tonga nel Pacifico del sud, sono asserviti al dominio in politica estera, al voto alle Nazioni Unite, sulle rotte internazionali delle compagnie aeree, sulle telecomunicazioni e le finanze. Inoltre, i piccoli Stati insulari affrontano la prospettiva di divenire prime vittime dell’aumento del livello del mare per il cambiamento climatico. Alcuni residenti dell’isola già fuggono dai loro atolli e arcipelaghi e chiedono lo status di “rifugiati ambientali”, una categoria dell’immigrazione che poche nazioni riconoscono. Normalmente, la morte improvvisa per attacco cardiaco a giugno del presidente di 67 anni delle Vanuatu, il sacerdote anglicano e capo tradizionale Baldwin Lonsdale delle isole Banks, non avrebbe sollevato il minimo sospetto. Tuttavia, considerato con altre morti improvvise di leader del Pacifico negli ultimi decenni, la morte di Lonsdale solleva dubbi. Per molti isolani del Pacifico, la morte di Lonsdale è un déjà vu. Sebbene il potere politico attuale a Vanuatu sia del primo ministro, nel 2015 Lonsdale negò il perdono a 14 parlamentari di destra condannati per corruzione. Il portavoce del parlamento, Marcellino Pipite, perdonò se stesso e altri 13 deputati. Lonsdale rientrando da una visita statale a Samoa annullò subito il perdono, sostenendo che nessuno era al di sopra della legge. Pipite fu ministro degli Esteri del governo conservatore del primo ministro Serge Vohor. Nel 2004, Vohor creò segretamente rapporti diplomatici con Taiwan, anche se la Repubblica popolare cinese aveva l’ambasciata nel capoluogo di Vanuatu di Port Vila. La decisione di Vohor di riconoscere Taiwan fu successivamente annullata dal consiglio dei ministri. Nel forgiare i legami con Taiwan, Vohor si affermò da eroe per certi interessi di destra e contrari allo Stato. Nel 2015, Vohor si ritrovò nuovamente ministro degli Esteri, ma fu poi condannato per corruzione insieme agli altri politici il cui perdono fu negato da Lonsdale.
Lonsdale si era già guadagnata l’inimicizia dei più grandi inquinatori mondiali dopo che denunciò Coal India, il commerciante di prodotti anglo-svizzeri Glencore Xstrata e l’azienda petrolifera anglo-olandese Shell quali maggiori creatori di gas serra e quindi del rapido cambiamento climatico, devastante per le isole del Pacifico. Nel 2010, il primo ministro Edward Natapei fu rovesciato da un voto di sfiducia, mentre a Città del Messico partecipava a una conferenza sul cambiamento climatico. Natapei è morto a 61 anni dopo una “lunga malattia”, chiaramente sorprendente per Lonsdale, scosso dalla morte dell’amico e alleato politico. Lonsdale era il secondo sacerdote anglicano a divenire leader delle Vanuatu. Il primo fu padre Walter Lini, fondatore di Vanuatu e primo Primo ministro della nazione. Quando Lini divenne primo ministro di Vanuatu nel 1980, affrontò immediatamente una ribellione secessionistica nelle isole francofone di Espiritu Santo e Tanna. La ribellione fu finanziata da un oscuro gruppo “libertario” statunitense chiamato Fondazione Phoenix, una società di Carson City, Nevada, diretta da un investitore immobiliare di nome Michael Oliver che sperava di creare la “Repubblica di Vemerana”, un’utopia libertaria senza tassa, e che fu già coinvolto in un tentativo degli isolani bianchi di Abaco, delle Bahamas, di separarsi dal governo centrale di Nassau. Lini chiamò una forza militare di 200 soldati provenienti dalla Papua Nuova Guinea, che mise fine alla rivolta in ciò che divenne noto come la “guerra del cocco”. Alcuni dei secessionisti ebbero più di un rapporto di passaggio con l’Agenzia centrale d’intelligence e il servizio di intelligence francese, il Servizio di documentazione estera e di controspionaggio (SDECE). Lini irritò Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda stabilendo rapporti diplomatici con Vietnam, Cuba e Libia e firmando un accordo sulla pesca con l’Unione Sovietica. Lui e il suo partito politico, il Vanuaaku Pati, aderivano al concetto di socialismo melanesiano ispirato ai leader socialisti pan-africani Kwame Nkrumah del Ghana e Julius Nyerere della Tanzania. Lini rifiutò l’ambasciata statunitense a Port Vila. Infastidì anche la Francia sostenendo il movimento d’indipendenza della Nuova Caledonia, un atto che persuase la Francia a sostenere segretamete la ribellione di Espiritu Santo. Il potere politico di Lini cominciò a diminuire dopo aver subito un infarto nel 1987 durante una visita a Washington, DC. Lini subì l’ictus mentre pensava di frequentare la National Prayer Breakfast di Washington, sponsorizzata dalla Fondazione Fellowship, un gruppo di affaristi ricchi e influenti politici. La storia della Fellowship o “Famiglia”, come è meglio nota, suggerisce che il gruppo abbia una lunga storia di legami con la CIA. Lini non partecipò mai alla colazione di preghiera o all’incontro programmato con il presidente Ronald Reagan, irritato dalle differenze di Lini su Libia, Cuba e Unione Sovietica. Il conseguente malessere di Lini, che gli causò la paralisi del lato destro, lo portarono a perdere il potere a Vanuatu, e alla sconfitta col voto di sfiducia del 1991, portandolo alle dimissioni. Lini morì a 57 anni nel 1999. Durante la carriera politica, Lini fu sempre sorvegliato dai “Cinque Occhi” tramite l’intercettazione effettuata dal centro dell’Agenzia nazionale per la sicurezza nazionale degli USA di Waihopai, Nuova Zelanda, denominato IRONSAND. IRONSAND intercettava regolarmente le comunicazioni dei leader delle isole del Pacifico. Ad opporsi ai deputati di Vanuatu condannati per corruzione nel 2015 vi erano Lonsdale e Ham Lini, ex-primo ministro e il fratello di Walter Lini.
La morte di Lonsdale richiamà l’attenzione sul continuo coinvolgimento delle potenze occidentali negli affari di Vanuatu. Molti dei deputati condannati per corruzione hanno collegamenti con il movimento antistatale Na-Griamel, guidato da Jimmy Stevens, capo mezzo-tongano e mezzo-scozzese della malaugurata “Repubblica Vemerana” e del Partito libertario statunitense, entrambi responsabili della rivolta secessionistica del 1980 a Espiritu Santo e Tanna. Uno dei capi della Fondazione Phoenix era il dottor John Hospers, candidato libertario del 1972 a presidente degli Stati Uniti, che fece anche parte del consiglio della “Vemerana Development Corporation”, una probabile facciata della CIA responsabile del tentativo di popolare la “New Hawai” di Vanuatu con 4000 veterani statunitensi. Uno dei congiurati di Vemerana era Mitchell Livingstone “WerBell”, un trafficante di armi della CIA della Georgia coinvolto in una prima spedizione illegale di armi al “Movimento d’Indipendenza di Abaco” nelle Bahamas. La sindrome della morte improvvisa dei politici non si limita a Vanuatu. Molti isolani del Pacifico sospettano della morte misteriosa del presidente di Nauru, Bernard Dowiyogo. Il presidente morì nell’ospedale George Washington a Washington DC, il 10 marzo 2003, mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti. Dowiyogo, ex-presidente della repubblica, era ridiventato presidente dopo che il presidente Rene Harris aveva firmato un controverso accordo con il governo di John Howard dell’Australia per creare un centro della “Pacific Solution” di Howard, il programma per ospitare i rifugiati mediorientali e asiatici a Nauru e Manus, Papua Nuova Guinea, in cambio di denaro. Dowiyogo, 57 anni, ebbe l’infarto dopo aver firmato un conteso (e segreto) accordo con i funzionari dell’amministrazione George W. Bush su vendita di passaporti di Nauru, finanza off-shore e sostegno alla cosiddetta “guerra al terrore” di Bush. Dowiyogo morì dopo undici ore di chirurgia al cuore, mentre era ancora sul tavolo operatorio. I media sociali riferirono che Dowiyogo morì di complicazioni da diabete. Il corpo di Dowiyogo fu restituito al governo di Naurua dall’aviazione statunitense. Il funerale di Dowiyogo a Nauru fu rinviato a causa di “ritardi” inspiegabili incontrati nel riportare il corpo del presidente da Washington. La morte sospetta di Dowiyogo non fu la prima né l’ultima dei leader delle isole del Pacifico.
Il primo presidente delle Palau, Haruo Remeliik, fu ucciso nel 1985. Il suo successore, Lazarus Salii, si sarebbe suicidato nel 1988. Entrambi i presidenti morirono dopo aver affermato di opporsi all’accordo di libera associazione con gli Stati Uniti che permetteva alle navi da guerra nucleari statunitensi di accedere ai porti delle Palau. Nel 1990 Ricardo Bordallo, ex-governatore di Guam, che favorì i diritti di Chamorro sul dominio militare degli Stati Uniti dell’isola, fu trovato morto per ferita da arma da fuoco alla testa, mentre era avvolto nella bandiera di Guam. La morte fu attribuita a suicidio. Come Remeliik e Salii, Dowiyogo fu un netto avversario dei pattugliamenti di navi nucleari statunitensi nella regione, così come dei test nucleari francesi nella Polinesia francese. Poche settimane dopo la morte di Dowiyogo, il successore a presidente delle Nauru, Derog Gioura, 71 anni, alleato politico di Dowiyogo, ebbe un attacco di cuore e fu portato in un ospedale australiano. Più tardi i rapporti dichiararono che Gioura aveva subito un infarto. Poche settimane dopo, Gioura si disse sorpreso di sapere che l’amministrazione Bush aveva sostenuto che sei sospetti “terroristi”, tra cui due membri di al-Qaida, arrestati nel Sud-Est asiatico, avevano passaporti delle Nauru. Il 20 marzo 2008, Christina Dowiyogo, la vedova del presidente Dowiyogo e più longeva prima signora delle Nauru, sarebbe “morta di notte” a 60 anni, senza ulteriori dettagli. Madame Dowiyogo era col marito quando morì a Washington.
Nel 1996, Amata Kabua, il primo presidente dal termine di cinque delle Isole Marshall, morì dopo essere stato affetto da nausea e dolori al torace al Queen’s Hospital di Honolulu. Kabua, 68 anni, irritò gli Stati Uniti per le rivendicazioni giuridiche e legali avanzate dai residenti dell’atollo di Kwajalein deportati dall’atollo di Bikini per permettere agli Stati Uniti di testare le bombe atomiche e all’idrogeno nelle loro isole ancestrali. L’obituario di Kabua affermò che era morto dopo una “lunga malattia” anche se si lamentò delle sue condizioni solo un mese prima della morte nelle Hawaii. Persino i capi surrogati dei “sostenitori” degli USA nel Pacifico non sono immuni da morte improvvisa, dopo aver affrontato Washington. Il primo ministro del partito laburista della Nuova Zelanda, Norman Kirk, fu un netto critico degli Stati Uniti su tutto, dalle navi nucleari nel Pacifico alla guerra in Vietnam al coinvolgimento di Washington nel colpo di Stato del 1973 in Cile. Nel 1974, Kirk, 51 anni, morì improvvisamente dopo aver subito un infarto. Più tardi, il presidente del partito laburista Bob Harvey invocò una commissione reale per indagare se Kirk fosse stato assassinato dalla CIA con un “veleno di contatto”. Data la morte del presidente Lonsdale, tali commissioni investigative dovrebbero essere create anche a Vanuatu, Nauru, Palau, isole Marshall e Guam (Guahan).

Il premier neozelandese Norman Kirk con il premier australiano Gough Whitlam

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese (2.da Parte)

Stephen Karganovic SCF 09.07.2017Nelle sue memorie “Guerra nei Balcani” (1), il generale portoghese Carlos Martins Branco, che durante il conflitto nella ex-Jugoslavia aveva l’incarico strategico di Vicecapo Missione degli Osservatori Militari dell’ONU in Croazia e Bosnia-Erzegovina (1994-1996), racconta la sua esperienza sugli eventi di Srebrenica nel luglio 1995. In contrasto con le fantasie di un gruppo di dubbi “esperti”, falsi testimoni e propagandisti dichiarati, il Generale Martins Branco riferisce fatti come osservati dall’intelligence e altre fonti sul campo. Queste informazioni attraversarono i canali ufficiali fino alla sua scrivania a Zagabria, dove si trovava la sede degli Osservatori delle Nazioni Unite. Fatti e conclusioni di Martins Branco sono difficilmente smentibili. Gli elementi citati di seguito sono riportati nelle pagine 201-206 delle memorie. Cominceremo con la conclusione del generale che sfida l’idea accettata che Srebrenica fu un genocidio e da lì proseguire: “Se avessero intrattenuto l’intento specifico di commettere un genocidio, i serbi avrebbero bloccato l’enclave da tutti i lati in modo che nessuno potesse scappare. Invece attaccarono da due direzioni, a sud-est e ad est, dove concentrarono le forze d’assalto, lasciando corridoi aperti verso nord e ovest (…) né avrebbero pianificato l’invio di diciassettemila donne, bambini e anziani il 12 e 13 luglio, permettendo a circa la metà degli sfollati di raggiungere il territorio della Federazione. Un gran numero di residenti di Srebrenica, che riuscì a fuggire, trovò rifugio in Serbia dove passò diversi anni senza essere disturbato da nessuno. Per occultare il genocidio, era necessario nascondere alcuni fatti scomodi che potevano comprometterli”.
Martins Branco non nega che “l’attacco a Srebrenica causò molti morti“. Tuttavia, osserva che “anche dopo venti anni nessuno è riuscito a determinarne il numero”. (In realtà il Tribunale dell’Aja ci tenta ma, a seguito di sforzi inadeguati, nei vari verdetti si hanno cinque cifre drasticamente diverse, con un divario di 4000, presumibilmente riflettendo il giudice che accertava il numero delle vittime giustiziate). Come “Progetto Storico Srebrenica” dice da anni, Martins Branco sottolinea anche un fatto molto importante, vale a dire l’eterogeneità delle cause di morte nei resti umani riesumati a Srebrenica. L’autore descrive la situazione legale nei seguenti termini: “Le cause delle morti verificatesi durante e dopo le operazioni militari furono diverse: combattimenti tra i due eserciti che si affrontavano; combattimenti tra forze serbe e miliziani che fuggivano, raggiunti da civili; guerra interna fra i combattenti dell’esercito bosniaco; e infine esecuzione dei prigionieri di guerra”. Quanto agli antecedenti della “cifra magica di 8000 dispersi (stima iniziale della Croce Rossa) che infine divenne verità inconfutabile”, l’autore afferma che ad un certo punto “era proibito farsi domande, anche prima che venisse presentata alcuna prova”, continuando: “Guai a chi osi sfidare tale verità incontrovertibile. Sarà immediatamente scomunicato ed etichettato come “negazionista”. Il fatto che 3000 persone dichiarate disperse comparissero sulle liste elettorali nel settembre 1996, non ebbe alcun impatto sulla ripetizione incessante della narrativa sugli 8000 morti. I media non ebbero mai la minima curiosità su questa ed altre evidenti incongruenze. Era più facile continuare a ripetere la storia del genocidio, che i mass media promossero con ansia. Ma a prescindere dalla ribellione ostinata a quella “verità”, va ricordato che tra rumore mediatico e fatto storico continua ad esserci un enorme divario”. “Quanti prigionieri furono uccisi e quanti morirono in battaglia?”, si chiede il Generale Martins Branco con una domanda fondamentale. “Siamo abbastanza lontani dalle risposte, e direi che avremo difficoltà a trovarle. È molto più facile, e semplice, parlare di genocidio”. L’ufficiale portoghese, tuttavia, s’impegna a stimare il numero possibile di vittime dei crimini di guerra a Srebrenica nel luglio del 1995: “L’esecuzione da parte delle forze serbe a Srebrenica e dintorni di un notevole numero di maschi musulmani, fonti ben informate citano la cifra di 2000, in maggioranza soldati, fu senza dubbio un crimine di guerra”. Il numero menzionato da Martins Branco è significativo per una serie di ragioni. Innanzitutto, poiché lo stesso numero di vittime dell’esecuzione, 2000, è citata da un’altra e non meno rispettabile fonte d’intelligence, John Schindler, alto ufficiale d’intelligence statunitense di stanza a Sarajevo contemporaneamente agli eventi di Srebrenica. La valutazione di Schindler, fatta da Sarajevo, è completamente congruente con Martins Branco da Zagabria. Fu articolata nel documentario di Ole Flyum “Srebrenica: città tradita“. (2) Entrambe le valutazioni corrispondono ai dati forensi disponibili e va ricordato che quando le cose sono piuttosto confuse, come a Srebrenica, una sintesi dei dati d’intelligence da varie fonti attendibili va sempre eseguita con attenzione, presentando spesso un quadro complessivo molto più affidabile delle segnalazioni di individui isolati, il cui campo di visibilità è spesso limitato e senza nemmeno obiettività. Infine, la cifra suggerita congiuntamente da Martins Branco e Schindler, che le prove materiali disponibili supportano pienamente, è d’interesse anche per un altro motivo. Nelle varie comunità d’intelligence, una voce continua a girare affermando l’esistenza di un documento, una misteriosa lettera inviata da Alija Izetbegovic a Naser Oric nella primavera del 1995, poco prima dell’inizio dell’operazione a Srebrenica, dove si ritiene che fosse riaffermata che l’offerta di interventi esteri rimaneva ancora in piedi, così come la condizione che la caduta di Srebrenica fosse accompagnata da un massacro. Il punto chiave della presunta lettera è che il numero di vittime richiesto dal criterio interventista delle forze estere interessate fosse la cifra familiare di 2000. “Tuttavia”, continua il nostro autore, “non fu un genocidio, come si afferma in molti ambiti, soprattutto al tribunale dell’Aia, sotto forma di argomento politico. Da persona civilizzata, naturalmente, sono del tutto d’accordo che “farsi giustizia da sé, caratteristica culturale non solo dei serbi, ma di altre comunità dell’ex-Jugoslavia, non giustifica o attenua la gravità dell’atto commesso. Fu senza dubbio una violazione della Convenzione di Ginevra”. Il punto principale, tuttavia, è che sembra che le cose vadano definitivamente chiamate con il loro nome: “I terribili crimini di guerra vanno puniti. Tuttavia, questi atti non possono e non devono essere confusi con un genocidio. Quando i crimini di guerra, come l’esecuzione di centinaia di maschi in età di leva, sono paragonati al genocidio, dove è necessario stabilire l’intento di eliminare sistematicamente i membri di una comunità etnica, s’invia un segnale molto frivolo. Ciò è particolarmente evidente se si tiene conto del fatto che la parte che commise il delitto mise a disposizione i mezzi per trasportare diciassettemila sfollati, circa il cinquanta per cento della popolazione sfollata”.
Martins Branco rivolge l’attenzione a un’altra notevole “incoerenza” nella vicenda di Srebrenica, che “il Tribunale ha finora condannato, ma contro un solo autore diretto” (in una nota a piè di pagina chiarisce che il riferimento è a Drazen Erdemovic, un imputato divenuto testimone del procuratore, inizialmente premiato con un’insignificante condanna di tre anni per aver firmato un accordo, seguiti da numerosi vantaggi in cambio di una testimonianza meccanica e assai controversa). (3) L’autore portoghese sottolinea che “nessun altro fu mai messo alla sbarra per l’esecuzione di prigionieri di guerra, ma piuttosto per “responsabilità comune di comando” nel partecipare a un’impresa criminale comune, dottrina preferita dal Tribunale, ma la cui applicazione in tale situazione di conflitto è altamente dubbia. Com’è possibile invocare il genocidio se, dopo venti anni, il Tribunale non sa determinare numero delle vittime, causa della morte e chi le uccise?”. Tutte domande eminentemente logiche. Anche Martins Branco dovrebbe aver credito per questa osservazione altrettanto acuta: “Il Tribunale ha dimenticato di preoccuparsi dei crimini commessi presso Srebrenica tra il 1992 e il 1995, dove le vittime erano serbe, con l’omicidio di quasi duemila persone (maschi, femmine, bambini e anziani), con alcuni casi di tortura e altre atrocità. La maggior parte di ciò fu accuratamente documentato e l’identità degli autori è nota (…) come Richard Holbrooke ammise nel suo libro, “il Tribunale era sempre stato uno strumento politico prezioso della politica statunitense“. (4) Proprio così. E quando si parla di genocidio, Martins Branco non teme di ritrarre il forte contrasto tra la situazione a Srebrenica nel luglio del 1995 e ciò che avvenne vicino appena un mese dopo, ad agosto, quando le forze armate croate passarono all’attacco: “Quello che accadde a Srebrenica non può e non va equiparato a ciò che accadde un mese dopo nelle Krajine, dove l’esercito croato attuò il massacro sistematico della popolazione serba che non poté trovare alcun rifugio, senza risparmiare nessuno. Uomini, donne, bambini, anziani, tutti senza distinzione furono sottoposti alle stesse atrocità e a cose peggiori. Quella operazione fu pianificata fino all’ultimo dettaglio ed ampiamente documentata. Gli ordini furono emessi da Tudjman ai suoi generali in una riunione a Brioni, il 31 luglio 1995, alla vigilia dell’Operazione Tempesta. Il Tribunale non ha mai considerato gli eventi della Krajina come possibile genocidio. I media occidentali si tennero ad un’attenta distanza da tali eventi. Il loro silenzio è complice ed assordante”.
Concludendo le memorie, Martins Branco sembra non avere dubbi sul fatto che Srebrenica fu il frutto perfido di una pianificazione a lungo termine e dell’attività parallela di varie parti interessate. A sostegno di ciò cita le prove dal libro di Ibran Mustafic sul “Caos pianificato”, dalle dichiarazioni del politico locale Zlatko Dukic e dalle rivelazioni del capo della polizia di Srebrenica durante il conflitto Hakija Meholjic. L’autore non esclude in particolare l’intrigante affermazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito bosniaco Sefer Halilovic, che difatti Izetbegovic avesse deciso di “scartare” Srebrenica all’inizio della partita, ma che fosse deciso “ad estrarne un profitto politico”. Per inciso, pur considerando ciò che Meholjic e Halilovic dissero sul tema e l’evidenza che l’evento possa essere stato concepito prima, va ricordata la famosa rivendicazione di Meholjic sull’offerta di Izetbegovic di consentire il massacro dei residenti di Srebrenica in cambio dell’intervento estero; in seguito negoziò con i serbi il sobborgo di Vogosca a Sarajevo. L’episodio, come si ricorda, sarebbe avvenuto nell’autunno 1993, quando il congresso nazionale bosniaco fu convocato a Sarajevo. Tuttavia, nel suo libro “La strategia astuta” (5) Sefer Halilovic presenta alcune informazioni ulteriori sul tema che possono avere un significato possibile; afferma che l’idea d’inscenare il massacro a Srebrenica, in cambio di dividendi politici, fu molto probabilmente pensata da Alija Izetbegovic e dalla leadership bosniaca anche prima del Congresso. Così accade che al momento della pubblicazione del libro, Halilovic fosse politicamente contrario ad Izetbegovic, e forse le sue affermazioni dovrebbero essere prese con un grano di sale. Il fatto, comunque, resta per quanto vale, e secondo Halilovic (che è vivo e può essere interrogato sulle sue affermazioni), Izetbegovic gli menzionò nella primavera del 1993 la presunta offerta che diversi mesi dopo, verso la fine dell’anno, sconvolse Meholjic e altri membri della delegazione di Srebrenica presenti alla riunione bosniaca.
Le riflessioni del Generale Carlos Martins Branco su Srebrenica sono una preziosa tessera del mosaico, completando e migliorando la nostra comprensione degli eventi. Il suo libro non è semplicemente la nota di un osservatore straniero strategicamente posizionato, ma molto di più. È, in un certo senso, l’adozione di una realtà politicamente oscurata dalle istituzioni che l’autore, volentieri e consapevolmente o meno, persino personifica. In misura notevole, da risposte a domande importanti su “cosa sapevano e quando lo scoprirono”. Il chiaro sottinteso delle memorie di Martins Branco è che l’autore e chi lo circondava potevano seguire gli eventi in tempo reale, sapevano molte cose e chi agisse, e a un livello analitico profondo non si fanno illusioni, per non parlare dei dilemmi, sulla natura e lo sfondo reali di Srebrenica. Dopo aver letto “Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, è difficile immaginare che i proverbiali “poteri” fossero all’oscuro dell’agenda politica cinica a cui Srebrenica fu asservita.Note
1) Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione, Edições Colibri 2016.
2) “Srebrenica: città tradita”, da 50:50 a 51:10 minuto
3) Il racconto di Erdemovic fu minuziosamente studiato dal giornalista bulgaro Zerminal Civikov in “Srebrenica. Der Kronzeuge”, Edizione Brennpunkt, Osteuropa, 2009.
4) Holbrooke, Richard. Per por fine a una guerra, p. 190.
5) Halilovic, Sefer: “La strategia astuta” (Lukava strategija), Sarajevo 1997, pp. 130-132.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iraq, le operazioni per la Liberazione di Mosul

Alessandro Lattanzio, 9/7/2017Il 29 giugno 2016, l’Esercito e gli elicotteri Mi-35 Hind dell’Aeronautica iracheni respingevano l’attacco del SIIL a sud di Falluja, eliminando presso Amuriya, a 23 chilometri a sud di Falluja, oltre 450 veicoli e 750 terroristi del SIIL. Il portavoce delle operazioni Colonnello Yahya Rasul, aveva confermato “la morte di centinaia di miliziani del SIIL e la distruzione di 200-500 veicoli usati per fuggire da Fallujah. La forza aerea irachena ha inseguito i convogli dei terroristi sulle strade nel deserto dall’Anbar alla Siria, bombardandoli”. I terroristi furono circondati con le famiglie in fuga da Falluja presso Razaza, al confine con Giordania e Siria, “Intorno alle 01:00, le forze di sicurezza si scontrarono con i terroristi richiedendo l’intervento degli aerei della coalizione internazionale. Ma gli statunitensi si rifiutarono perché a bordo dei veicoli vi erano dei civili. In definitiva furono i nostri aerei (iracheni) a bombardare il convoglio“. Inoltre, il comandante dell’operazione nell’Anbar, Colonnello Ismail Mahalaui, confermava che 2000 terroristi del SIIL erano stati circondati presso Husi, a sud di Falluja, “Il comando delle operazioni e i comandi dell’8.va Brigata hanno stilato il piano per liberare Husi ed eliminare tutti i terroristi, che avevano lanciato un contrattacco a sud di Falluja. Gli scontri erano scoppiati e più di 20 veicoli furono distrutti. I veicoli restanti furono bombardati da un raid nel deserto ad ovest di Amuriyah, presso Falluja“. Il 30 giugno, altri 300 terroristi e 50 veicoli del SIIL venivano eliminati dagli attacchi aerei e dalle operazioni delle forze irachene ad ovest di Ramadi, capitale della provincia di al-Anbar, presso al-Qaym, al confine iracheno-siriano nella regione del Wadi al-Qazaf. Il Maggiore-Generale Hadi Razij, a capo della polizia provinciale, dichiarava che le forze irachene avevano respinto un attacco del SIIL su al-Amuriya, a 30 km a sud di Fallujah, e Qamis al-Isawi, leader della Liwa Amuriya al-Samud, dichiarava che le forze di sicurezza avevano distrutto una base del SIIL sempre presso Amuriyah. Presso Mosul, le forze antiterrorismo liberavano Tal Baj, presso la città di al-Shirqat, a 250 km a nord di Baghdad, e a sud di Mosul, infliggendo pesanti perdite ai terroristi. Il segretario generale delle Forze Popolari cristiane Liwa Babil, Rayan al-Qaldani, accusava l’ambasciatore saudita a Baghdad, Thamir al-Sabhan, di avere rapporti con il SIIL dicendo di avere i file audio dei colloqui telefonici di Sabhan con un capo del SIIL, “Si tratta di un comportamento diplomatico o di un complotto contro l’Iraq?“, accusando l’inviato saudita dei 2 attentati nei quartieri Qarada e Shaba di Baghdad del 2 luglio, che avevano ucciso 292 persone, “D’ora in poi, consideriamo l’ambasciatore saudita responsabile di qualsiasi esplosione a Baghdad“.
Il 7 luglio, il SIIL effettuava un triplice attacco suicida presso il mausoleo sciita di Sayid Muhamad bin Ali al-Hadi, 93 km a nord di Baghdad, uccidendo 35 persone. L’8 luglio, truppe e artiglieria dell’esercito, polizia ed unità antiterrorismo iracheni liberavano al-Burishah e Tua a nord di al-Ramadi, avanzando nella regione di al-Zanqurah. Il 9 luglio, l’esercito e le forze popolari iracheni liberavano la base aerea di al-Qayara e i villaggi al-Saran e Ramadaniyah, a sud di Mosul, nella provincia di Niniwa. Il 10 luglio, aerei da combattimento iracheni distruggevano la caserma del qataib Tabuq del SIIL ad al-Qaym, nella provincia di Anbar, e un concentramento del SIIL nella regione di Hit, 70 chilometri ad ovest di Ramadi. Il 12 luglio, la 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno liberava Ajhala, a nord della base aerea di Qayarah, tagliando le linee di rifornimento del SIIL di Huija ed oltre un centinaio di villaggi, assediando centinaia di terroristi isolati da Mosul e dalla Siria. Un gruppo segreto chiamato ‘Resistenza armata’ o ‘M’ decapitava i capi del SIIL nella regione di al-Sarjaqanah, presso Mosul. “I terroristi del SIIL, in maggioranza cittadini sauditi, sono fuggiti dalla regione di al-Baj nell’ovest della provincia di Niniwa, verso la Siria, a bordo di 160 autoveicoli armati di mitragliatrici DShK”, riferiva un media arabo citando una fonte della sicurezza. Il 13 luglio, il SIIL lanciava un nuovo attacco ad al-Fathah, a nord di Baiji, puntando all’edificio della polizia irachena lungo l’Eufrate. Le forze irachene respingevano l’attacco eliminando 18 terroristi. Il 14 luglio, le forze dell’esercito iracheno avanzavano da al-Qayarah a Mosul, liberando il complesso residenziale della base aerea al-Qayarah, a 7 km dalla base, eliminando 18 terroristi e 2 pickup armati. Le forze irachene liberavano 47 villaggi tra Maqul e al-Qayarah sulla riva occidentale del fiume Tigri, e altri 11 villaggi sulla riva orientale. Il 15 luglio, l’esercito turco lasciava la base di Bashiqa, in Iraq, dopo il tentato colpo di Stato a Istanbul e Ankara. Il 22 luglio, le forze irachene distruggevano 3 basi del SIIL nella regione di al-Qanat, a nord di Baghdad, e nella regione di al-Mazaniq, a sud di Baghdad. Gli aviogetti da combattimento F-16 iracheni distruggevano 11 obiettivi del SIIL nell’Anbar, eliminando 49 terroristi. Il 23 luglio, 12 terroristi del SIIL, tra cui Abu Harath, il locale capo della sicurezza del SIIL, venivano eliminati da un attacco di F-16 dell’Aeronautica irachena ad al-Qaym, nella provincia di Anbar. Il 28 luglio, l’Aeronautica irachena presso Huija distruggeva una base per comunicazioni del SIIL. Decine di terroristi si arrendevano all’esercito iracheno ad al-Qalidiya, nella provincia di al-Anbar, mentre le forze irachene liberavano al-Qartan e Abu Ubayd, eliminando 47 terroristi. L’esercito iracheno librava Winij, Harun Baraziyah e Umiriah nella regione di al-Bujarish, nella provincia di al-Anbar, dopo aver eliminato almeno 70 terroristi.Il 1° agosto 2016, la forza aerea irachena eliminava 11 terroristi del SIIL con il loro emiro a Ruah, nella provincia di Anbar, mentre l’esercito iracheno respingeva tre attacchi suicidi dei terroristi sulle postazioni irachene nella provincia di Salahudin, ad al-Sharqat. Presso Mosul, l’Aeronautica irachena bombardava due dozzine di basi del SIIL. Il 2 agosto, le forze irachene liberavano l’isola al-Qalidiya, ad 90 chilometri ad ovest di Baghdad, eliminando decine di terroristi e arrestandone altri 200. Il 6 agosto, le forze irachene avanzavano nella provincia di Salahudin, eliminando l’emiro del SIIL coordinatore degli attacchi suicidi, Abu Faruq Araqi, e quattro suoi uomini, nella regione di al-Matabijah. L’8 agosto, i caccia iracheni distruggevano il centro finanziario del SIIL ad al-Qaym, eliminando il capo della finanza del gruppo terroristico Abu Bara al-Hamdani. Inoltre le forze irachene eliminavano 25 terroristi nella regione di al-Sarsar, a nord di Ramadi, e distruggevano diversi tunnel e una fabbrica di bombe del SIIL nelle regioni di al-Bubayd e al-Bubali, ad est di Ramadi, eliminando diversi terroristi. Il 9 agosto, a Mosul, uomini mascherati attaccavano una casa del centro occupata da donne terroriste del SIIL, rapendone “Oltre 25, alcune provenienti da Libia, Yemen e Paesi europei, che lavoravano per l’Hasaba (sistema di monitoraggio della sicurezza) del SIIL, nel centro di Mosul“. Altri 2 terroristi del SIIL venivano liquidati da elementi non identificati armati di pistole dotate di silenziatori, nel mercato di Bab al-Sara, a Mosul. Inoltre, il SIIL trasferiva i propri archivi da Mosul a Raqqa, dopo che molti capi islamisti erano stati eliminati a Mosul. Inoltre, decine di capi tribali che avevano giurato al SIIL venivano arrestati dal gruppo terroristico, a sud-est di Mosul, dopo che un responsabile delle finanze del SIIL, Wali Baitul-Mal, aveva rubato una quantità considerevole di denaro e reperti archeologici, fuggendo con 3 complici. Il SIIL giustiziava sei guardie con l’accusa di complicità nella fuga. Il 13 agosto, i terroristi del SIIL usavano armi chimiche contro il villaggio di al-Usajah, nella provincia di Niniwa, uccidendo 17 persone. Sempre il 13 agosto, le forze curde respingevano l’attacco del SIIL nella regione di al-Zarqa, nella provincia di Salahudin; nel frattempo le forze irachene respingevano tre attacchi suicidi dei terroristi su al-Buysa, a nord di Ramadi, e un attacco alla periferia di Baiji, nella provincia di Salahudin. Il 14 agosto, le forze peshmerga curde liberavano nove villaggi nei pressi di Mosul, al-Amariah, Qanashi Saqira, Satih, Humayrah, Shanaf, Taq, Tal Hamid, Qarqasha e Abazaq. Le forze popolari turcomanne respingevano l’attacco dei terroristi del SIIL presso Tiqrit, ad al-Alam, eliminando decine di terroristi, mentre le forze curde respingevano un attacco del SIIL su al-Zarqa, nella provincia di Salahudin, eliminando diversi terroristi. Il 19 agosto, attacchi aerei iracheni distruggevano un convoglio del SIIL formato da 30 autocisterne, nella regione di al-Qayara, 45 chilometri a sud di Niniwa, eliminando 12 terroristi, mentre le forze antiterrorismo irachene liberavano Juanah, Jabalah e Ghaziyah, a 50 km a sud di Mosul, e nella regione di al-Muaradh, le forze irachene eliminavano il noto capo del SIIL Marwan Sabhan e oltre 80 terroristi, a Dhahiliyah, presso Qayara. Le forze irachene liberavano completamente l’isola di al-Qalidiya, 23 km ad est di al-Ramadi, dopo aver liberato la regione di al-Buqanan, l’ultima base dei terroristi sull’isola, eliminando oltre 150 terroristi provenienti da diversi Paesi, tra cui 2 statunitensi, 11 caucasici e molti sauditi. Le forze irachene avevano eliminato 1200 terroristi del SIIL nell’operazione antiterrorismo sull’isola di al-Qalidiya, iniziata a fine luglio 2016. L’Aeronautica irachena, il 20 agosto, eliminava 19 capi del SIIL nel quartiere al-Misaq di Mosul, durante una loro riunione. Il 22 agosto, le forze irachene liberavano al-Bubali, ad est di Ramadi, eliminando decine di terroristi del SIIL. Il 23 agosto, le forze irachene eliminavano il noto capo del SIIL Abul Futuh Shishani assieme ad altri 10 attentatori. L’esercito iracheno distruggeva anche oltre 20 autobombe presso al-Qayara, nella provincia di Niniwa.
Il 4 settembre, il capo dell’Hasaba (sicurezza) dello SIIL di Mosul, Abu Ayub Muhamad Sulayman Muslah, veniva liquidato assieme ad altri 4 terroristi ad al-Baj, vicino Mosul. In precedenza, sempre a Mosul, era stato liquidato un noto capo del SIIL, Abu Wasbah al-Saudi, da elementi armati sconosciuti. Abu Wasbah aveva il compito di reclutare bambini per addestrarli negli attacchi suicidi. Il 6 settembre, a Mosul l’edificio del dipartimento finanziario dello Stato islamico veniva distrutto da un incendio, che faceva esplodere anche un vicino deposito di armi. Il 9 settembre, 11 aviogetti da combattimento F-16 iracheni effettuavano attaccavano obiettivi dei terroristi a Qaym, Aqashat, Anah, Rua e Rutabah, nell’Anbar, eliminando un centinaio di terroristi del SIIL. L’11 settembre, Abu Ishaq, capo della propaganda del SIIL a Mosul veniva liquidato. Abu Ishaq era molto vicino al portavoce del SIIL Abu Muhamad al-Adnani eliminato pochi giorni prima ad Aleppo, e Abu Muhamad Furqan, successore di al-Adnani, veniva eliminato da un raid aereo a Raqqa pochi giorni dopo. Il 13 settembre, le forze irachene respingevano un’offensiva del SIIL su al-Qayara, nella provincia di Niniwa, eliminando almeno 100 terroristi, tra cui 7 attentatori. Nella regione di Matibija, 6 capi del SIIL riunitisi a Diyala venivano eliminati da un attacco aereo iracheno. Inoltre, le forza irachene respingevano un pesante attacco alle linee governative a sud di Mosul, nella provincia di Niniwa, eliminando almeno 70 terroristi. “Il SIIL ha attaccato le posizioni governative da tre direzioni, al-Hud, al-Hadhar e al-Shabani, ma le forze della 15.ma Divisione e della 37.ma Brigata di polizia schierate nella provincia aprivano un tiro pesante sui terroristi impedendogli di avanzare nel campo di battaglia. La battaglia è durata almeno cinque ore eliminando 70 militanti del SIIL. 7 veicoli del gruppo terroristico sono stati distrutti nell’attacco fallito. E’ stata la maggiore battaglia tra le forze irachene e i terroristi del SIIL sulla strada Mosul-Baghdad“, dichiarava il centro comando delle forze irachene di Niniwa. Infine, il portavoce del SIIL a Mosul, Abu Izaq, veniva eliminato assieme a due guardie del corpo nel centro della città, ad opera di un commando di tre individui sconosciuti. Il 19 settembre, le forze irachene liberavano Qudan, al-Isah, al-Suaydan, al-Qazraniya presso Salahudin, e al-Qalidiya e Huija Unayah al-Baghdadi nell’Anbar. Il 22 settembre, le forze irachene concludevano le operazioni nella regione di al-Sharqat, nella provincia di Salahudin, eliminando ogni presenza del SIIL nella regione. Il 24 settembre, le forze irachene liberavano Har al-Jafr e la base 555, nella regioni di al-Sharqat, eliminando numerosi terroristi. Il capo delle guardie del SIIL di Mosul, Abu Umar, veniva eliminato da un attacco aereo. Abu Umar era uno stretto collaboratore del califfo del SIIL Abu Baqr al-Baghdadi. Già 4 capi del SIIL, di cui 2 cittadini sauditi, erano stati eliminati nella regione di al-Baghdadi, nella provincia di Anbar, da un attacco delle forze irachene alla locale base del gruppo terroristico. Il 26 settembre, le forze irachene respingevano un grande attacco del SIIL sulla regione di al-Qayara, a sud di Mosul, nella provincia di Niniwa. Oltre 32 veicoli dei terroristi venivano distrutti dagli aerei da combattimento iracheni che bombardavano le posizioni dei terroristi a Sultan Abdullah e Tal Shayra nella regione di al-Qayara, eliminando almeno 25 terroristi. Il 30 settembre, le unità di artiglieria dell’esercito iracheno bombardavano le posizioni dei terroristi a sud di Mosul, eliminandone almeno 70 ad al-Hud, presso al-Qayara, assieme a 25 loro autoveicoli. Questo mentre numerosi terroristi del SIIL fuggivano da Huijah verso Mosul, e numerosi altri si consegnavano alle forze di sicurezza irachene o ai peshmerga dispiegati nei pressi della città.
Il 1° ottobre, le forze aeree irachene eliminavano nelle operazioni nell’Anbar, nella zona di al-Bualijasim, nel Jazirah al-Ramadi, almeno 30 terroristi del SIIL. Inoltre, aerei iracheni bombardavano le basi del SIIL ad Huija, a 282 chilometri a nord di Baghdad, eliminando decine di terroristi. Il 3 ottobre, l’Aeronautica irachena distruggeva la stazione radio del SIIL a Mosul. Nel frattempo il SIIL bloccava le strade per il quartiere Wadi al-Hajr, nella parte meridionale di Mosul, dopo che il movimento di resistenza M (‘Muqavamah’, gruppo anti-SIIL) aumentava le attività; lettere M erano apparse sui muri del quartiere. Il 5 ottobre, un attacco aereo degli Stati Uniti uccideva 21 combattenti filo-governativi iracheni presso Qayara, nella provincia di Mosul, dove avevano circondato un gruppo di terroristi del SIIL. Dopo tre ore di scontri, l’attacco aereo statunitense permetteva ai terroristi di sottrarsi all’accerchiamento. “Questa battaglia non ha avuto luogo in una foresta, ma in una zona facilmente visibile. La battaglia ha avuto luogo in uno spazio aperto in cui era possibile distinguere chiaramente dal cielo le parti. I terroristi del SIIL hanno rotto l’accerchiamento e sono riusciti a scappare con i loro capi. Gli aerei che hanno colpito le milizie non attaccarono i terroristi del SIIL in fuga sulle loro auto“, affermava il portavoce della milizia Zulfiqar al-Baldawi. L’8 ottobre, nella provincia di Niniwa le forze irachene eliminavano tre stretti collaboratori del capo del SIIL Abu Baqr al-Baghdadi, a Mosul, mentre trasferivano documenti importanti a Raqqa, in Siria. “Questi capi sauditi sono stati eliminati facendo saltare in aria la loro auto nella città di al-Baj, nell’ovest di Mosul”, dichiarava una fonte della sicurezza irachena. Nell’Anbar, la regione di al-Zuiya, presso Hit, veniva liberata dalle forze irachene dopo aver eliminato numerosi terroristi del SIIL. A Ramadi, le forze irachene sequestravano nel quartiere Dulab della città di Hit, numerose armi del SIIL, tra cui 13 bombe, 9 razzi Katjusha e 12 litri di materiali infiammabili, mentre la regione di al-Tarabashah, a nord di Ramadi, veniva liberata dalle forze irachene che distruggevano 2 blindati e diverse motociclette ad al-Buali. Nel frattempo, gli aerei da combattimento iracheni distruggevano un convoglio del SIIL di 26 autoveicoli nel distretto di Ana, ad ovest di al-Ramadi, eliminando 40 terroristi. Il 10 ottobre, le forze irachene liberavano Suib e al-Amirah, presso Hit, e liberavano anche Sarajiyah, Jyal, al-Aliya, Safagiyah e Mahbubiyah eliminando almeno 22 terroristi del SIIL. L’11 ottobre, le forze irachene liberavano Huyjah al-Hit, ad ovest di Ramadi, nella provincia di al-Anbar. Il 12 ottobre, la 7.ma Brigata dell’esercito iracheno liberava Haditha, nella provincia di Anbar. Il 14 ottobre, a Mosul, il SIIL uccideva 58 persone sospettate di aver preso parte a un complotto contro lo Stato islamico. “Alcuni parenti degli uccisi hanno inviato delle donne a chiederne i corpi. Il SIIL li rimproverò dicendo che i corpi, senza tombe, di quei traditori apostati non andavano seppelliti nei cimiteri musulmani“. Muhsin Abdulqarim Ughlu, veniva nominato nuovo capo del SIIL a Mosul, sostituendo il capo precedente, giustiziato.
Il 17 ottobre, le forze irachene avviavano l’operazione per liberare Mosul. All’operazione partecipavano la 15.ma e la 16.ma Divisone dell’Esercito iracheno, e le forze speciali del CTS (Counter Terrorism Service), per un totale di 20000 effettivi, e 10000 elementi delle RGB (Regional Guard Brigades) del Governo Regionale Curdo. La Turchia schierava l’Hashd al-Watani, la milizia di Athil al-Nujayfi, ex-governatore della provincia di Niniwa, addestrata dal contingente turco in Iraq. A Mosul vi sarebbero stati presenti 5000 terroristi del SIIL asserragliati in trincee e bunker. Il 18 ottobre le forze irachene liberavano i villaggi al-Qabibah, al-Muqlat, al-Sharuq, al-Hamidiya, al-Namrud, al-Hamdaniya e al-Qaraz, ad est di Mosul, eliminando due noti capo del SIIL, Salam Abu Raqiyah e Hamid al-Dash. Gli aerei da combattimento iracheni eliminavano gli istruttori delle donne attentatrici suicide del SIIL, le Um Hafasa al-Amri, presso la diga Badush. Nel frattempo, i vertici del SIIL erano fuggiti verso Raqqa, assieme a 25 famiglie straniere. Gli Stati Uniti avevano chiesto a Baghdad di escludere l’Hashd al-Shabi dall’operazione, ma veniva schierato sul campo su ordine del Primo ministro al-Abadi, che ne aveva personalmente approvato la partecipazione all’operazione di Mosul avviate ad al-Qayara, 60 chilometri a sud di Mosul, e nel Sahl al-Niniwa, a circa 20 chilometri ad est della città. Il 18 ottobre, a Mosul la popolazione sequestrava una base del SIIL nel quartiere al-Qahira, eliminando 2 terroristi, mentre il SIIL distruggeva la propria documentazione finanziaria a Bab al-Tub. Un convoglio di 30 autoveicoli del SIIL in fuga da Mosul a Raqqa veniva distrutto da un raid aereo iracheno. Le forze irachene liberavano 20 villaggi ad est, sud e sud-est di Mosul, Tal Saman, nella regione di al-Shuri, e Qaraqush, nella regione di al-Hamdaniya, e liberavano 56 pozzi di petrolio ad Ayn al-Jash, nella regione di al-Qayara. Gli aviogetti da combattimento iracheni bombardavano i centri del SIIL nella regione di al-Qayara, eliminando decine di terroristi. Il portavoce delle Hashd al-Shabi, Yusif al-Qalabi, annunciava che le forze turche presenti nella base di Baishqa, nella provincia di Niniwa, venivano circondate. “Le truppe turche non hanno il permesso del governo centrale iracheno o del consiglio provinciale di Niniwa di essere presenti“, dichiarava il consigliere Hasam al-Abar. Le forze dell’Hashd al-Shabi avanzavano a sud di Mosul, nella regione di Hamam Ali e Bayji, “Queste regioni non solo hanno importanza geografica, ma logistica dato che le linee di rifornimento delle forze militari congiunte irachene che partecipano all’operazione di Mosul le attraversano”. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva respinto le obiezioni di Baghdad. Il governo iracheno aveva criticato le osservazioni “irresponsabili” di Erdogan, e il portavoce del premier iracheno Sad al-Hadithi affermava che il capo turco “versa benzina sul fuoco”. Il 19 ottobre, le forze irachene liberavano 352 chilometri quadrati di territorio presso Mosul, tra cui la regione di Hamdaniya, dove eliminavano 52 terroristi del SIIL, e il capo del SIIL della regione di al-Salamiyah, presso Mosul. Le forze peshmerga nel distretto di Sinjar respingevano l’attacco del SIIL eliminando 4 autobombe, mentre le forze della Polizia federale eliminavano 5 autobombe e 21 terroristi del SIIL a Bujuana, presso Mosul. Le forze irachene eliminavano Wad Yunis, governatore del SIIL della regione del Sahl, nella provincia di Niniwa, con un attacco aereo su Bartalah, a nord-est di Mosul, mentre l’Hashd al-Shabi eliminava Abu Hajar, noto capo del SIIL e cugino di al-Baghdadi, presso la regione di Sharqat. Il 20 ottobre, a Mosul veniva incendiato una base del SIIL, dopo la distruzione della Direzione Generale delle Nazionalità con barili di esplosivi. Almeno 100 capi del SIIL avevano lasciato Mosul verso la Siria. Presso Mosul, le forze irachene liberavano al-Qabat, al-Qalidiyah, al-Salahiyah, Nahla, Suqra, Samaqiyah, Qubra, Dayri, Qanisat, al-Maquq, Siduah, al-Maniir, al-Nuran e Barimah, circa il 40% della provincia di Niniwa, eliminando 473 terroristi e 121 tra autobombe e tecniche del SIIL. L’Hashd al-Shabi isolava da ovest la città di Mosul, impedendo ai terroristi di ritirarsi verso la Siria, dove, a Dayr al-Zur, il SIIL reclutava con la forza residenti locali da inviare sul fronte di Mosul. L’esperto di antiterrorismo Abdulqarim Qalaf affermava, “L’esercito iracheno ha inviato le truppe a sud e sud-ovest di Mosul prima di altre regioni, per permettere ai soldati di controllare le frontiere di Mosul”. Infatti, le forze del SIIL capeggiate da Imad al-Qamulah, rastrellavano giovani nella provincia di Dayr al-Zur da spedire nel campo di battaglia di Mosul. Inoltre erano stati sequestrati gli ex-membri del qataib al-Hur, del Jabhat Fatah al-Sham, che si addestravano presso il SIIL, per essere poi spediti in Iraq. Infine, il responsabile dell’invio di armi e munizioni in Iraq del SIIL, Abu Balal Masri, arrivava a Raqqa per chiedere l’invio di armi e munizioni a Mosul, “per resistere alle truppe dell’esercito iracheno e degli alleati popolari”. A Mosul, i terroristi del SIIL assassinavano 284 civili e distruggevano un impianto farmaceutico. Il 23 ottobre, elicotteri Mi-35M dell’Aeronautica irachena eliminavano Abu Usama, dirigente del SIIL e vicegovernatore del gruppo terroristico di Mosul, a Tal Qayf, a sud di Mosul. Il 23 ottobre, “Le forze militari congiunte irachene hanno colpito duramente i terroristi dello SIIL in 11 fronti nella provincia di Niniwa”, dichiarava un comandante dell’Hashd al-Shabi, Juad al-Talibui. In particolare la città di Bartalah, ad est di Mosul, la postazione più difficile delle difese del SIIL, cadeva in sole cinque ore, dove le strade erano coperte di cadaveri di terroristi. 53 villaggi erano stati liberati dall’inizio dell’operazione su Mosul, eliminando 473 terroristi, 95 autobombe, 16 tecniche e 1 deposito di armi. Il responsabile del comitato di sicurezza del Consiglio provinciale di Qirquq, Ali Musa Yadaqar, rivelava che gli Stati Uniti aiutavano i terroristi del SIIL a lanciare attacchi su Qirquq. Aerei statunitensi avevano trasferito i terroristi del SIIL da Huijah a Laylan e Daquq, a sud di Qirquq. E l’ambasciatore presso l’Alto Commissione Internazionale per i diritti umani in Medio Oriente, Haytham Abu Said, dichiarava che i terroristi del SIIL fuggivano da Mosul a Raqqa e Idlib, in Siria, con il sostegno degli Stati Uniti, e che “Gli Stati Uniti fanno anche pressioni sul governo iracheno per impedire all’Hashd al-Shabi di partecipare alle operazioni di liberazione di Mosul, allo scopo attuare le loro trame nella regione“. Le osservazioni erano dovute alle confessioni dei prigionieri del SIIL arrestati presso Qirquq, nel villaggio di Sari Tapa. “Le forze di sicurezza irachene sono riuscite ad arrestare diversi terroristi che hanno attaccato la provincia di Qirquq, dopo che avevano colpito la sede governativa con attacchi suicidi ed essersi scontrati con le forze di sicurezza e la popolazione locale. Uno dei prigionieri ha ammesso che aerei turchi li avevano trasportati dalla Turchia lasciandoli in una zona a sud di Qirquq, vicino al villaggio di Sari Tapa”. Il 24 ottobre, le forze irachene liberavano al-Rataba, nell’ovest della provincia di Anbar, eliminando 4 attentatori suicidi e arrestandone altri 4. Le forze irachene avevano eliminato 772 terroristi e distrutto 127 autobombe, 27 pezzi di artiglieria e un grande deposito di armi, smantellato quattro edifici minati, 397 cariche esplosive, 3 gallerie, 1 centro comando e 40 postazioni dei terroristi, e sequestrato 1,5 tonnellate di nitrato di ammonio, 61 razzi katjusha, 6 pezzi di artiglieria e 31 lanciarazzi. Il 27 ottobre, l’esercito iracheno eliminava 25 terroristi del SIIL a sud di Rutaba, nella provincia di Anbar, quando aerei da guerra iracheni bombardarono un convoglio di 10 autoveicoli del SIIL. Le truppe dell’esercito iracheno e le forze peshmerga liberavano i villaggi nella regione di Hamdaniya, ad est di Mosul, di Qaraqush, Shabaq, Qarsabad, Bartali, Qizna Taba, Muafaqiyah, Tuabaza, Tahrua e Qasabat Qaramlis, e Shura, a sud di Mosul, dove eliminavano Abu Iman al-Musali, denominato ‘Rambo’. Al-Musali era a capo dell’unità di sicurezza speciale del SIIL di Mosul. Il portavoce dell’Hashd al-Shabi, Ahmad al-Asadi, annunciava che le forze irachene avevano liberato 100 villaggi presso Mosul, distrutto 20 autobombe del SIIL e liberato la regione di Shurah, nella provincia di Niniwa. Le forze irachene liberavano i villaggi a sud-ovest di Mosul di Tal Tibah, San al-Thuban, al-Hamza, al-Haram, Ayn al-Bayda, Sajama e Ayn Nasir, e accerchiavano al-Farisiya e al-Mustantiqiyah. Il 30 ottobre, l’emiro dell’Eufrate del SIIL, Shayban al-Ani, veniva eliminato dai caccia iracheni nella città di Anah, nell’ovest dell’Anbar. L’esercito iracheno entrava nella regione di al-Qarama, a sud-est di Mosul, mentre una massiccia esplosione sconvolgeva una riunione del SIIL nel quartiere di Mosul di al-Sarjaqanah eliminando il comandante del Jaysh al-Asrah e altri capi del SIIL. Il Jaysh al-Asrah era uno dei battaglioni speciali del SIIL sotto il diretto controllo di Abu Baqr al-Baghdadi.Il 1° novembre 2016, aerei iracheni bombardavano un covo del SIIL a Mosul, eliminando 8 terroristi, tra cui Abu Tariq al-Hayali, un capo del SIIL. Nel frattempo, le forze Badr smantellavano una rete di tunnel nei quartieri occidentali di Mosul che ospitava un centro di controllo e un grande deposito di esplosivo, mentre l’esercito iracheno liberava i quartieri orientali di Mosul di Quqajali e al-Samah. Il 2 novembre, le forze irachene liberavano al-Manqar, Bizunah, al-Buqaluin, al-Qaharah, al-Qafasan, Shahlub, Bazirah, al-Qatyah, Tal Sayf, Qabirat e Um al-Izam, presso Mosul. Il comandante della polizia federale Raid Shaqar Judat affermava “L’intera prima linea della difesa del SIIL nel fianco sud di Mosul è stata devastata, e le nostre unità militari, supportate dall’artiglieria dell’esercito e dagli aerei da combattimento iracheni, avanzano verso il centro di Mosul“. Nelle operazioni, oltre 100 terroristi del SIIL venivano eliminati dagli attacchi aerei iracheni presso al-Qabat, dipartimento per gli Affari militari, hotel Ubir e un deposito di munizioni del SIIL. I Qataib Hezbollah tagliavano la via dei rifornimenti del SIIL dalla Siria controllando l’autostrada Niniwa-Raqqa, mentre il capo delle operazioni militari del SIIL, Abu Yaqub, veniva eliminato dalle forze irachene nella regione di al-Shalalat, a nord di Mosul. Nel frattempo, il capo delle carceri del SIIL veniva liquidato da ignoti nel quartiere al-Muhandasin, a Mosul ovest, mentre scontri esplodevano nei quartieri al-Muhandasin, al-Yarmuq, Wadi Hajar e al-Sarjaqana. Infine le forze popolari irachene avanzavano verso Tal Afar, 63 km ad ovest di Mosul. Il 3 novembre, le truppe della polizia federale irachena liberavano al-Minqar, Bazunah, Buqaluin, Qarar, Ayn Shalhub, al-Qusbah, al-Qafasan, al-Qahira, Munira e Nazazah, a sud di Mosul. Il 5 novembre, le Forze di mobilitazione popolari dell’Iraq liberavano Tal Zalat, controllando la strada Tal Afar-Muhlabyah-Mosul, e Tal Abatah, verso al-Baj, sulla via più importante per la Siria. Le forze irachene avevano eliminato oltre 1000 terroristi presso Mosul, liberando 74 villaggi. Le forze di sicurezza irachene entravano ad Hamam al-Alil, ultima roccaforte del SIIL a sud di Mosul, e liberavano al-Zafatiyah, al-Taqataq e al-Sanayq, a sud di Mosul, eliminando il capo del SIIL Abu Baqir. Il 7 novembre, le forze di polizia federale irachene liberavano Qabr al-Abad e al-Arbid, nella regione di Hamam al-Alil, eliminando il capo del SIIL della provincia di Niniwa Abu Hamzah Ansari al-Jazayiri, a 20 chilometri a sud di Mosul, oltre al capo del SIIL Abu Qamza. L’esercito iracheno interrompeva l’autostrada Mosul-Qirquq, presso Jadida al-Muftì. L’8 novembre, l’esercito iracheno respingeva gli attacchi del SIIL sui giacimenti di Tiqrit, Alas e Ajil, nella provincia di Salahudin, eliminando almeno 10 terroristi. Gli F-16 iracheni distruggevano un grande deposito di missili del SIIL a Mosul, eliminando anche 12 terroristi. Il Maggiore-Generale Abdalamir Yaralah dichiarava che le forze antiterrorismo avevano eliminato Abu Baqr Faras, l’emiro del tesoro del SIIL, ad Hay Sadam, a Mosul ovest. Un altro capo del SIIL, Abu Maryam, veniva eliminato da un drone iracheno ad al-Tarmiyah, nella provincia di Salahudin, 50 chilometri a nord di Baghdad. Anche il capo della propaganda del SIIL a Mosul, Shahata al-Masry, veniva eliminato da un attacco aereo presso al-Baj, ad ovest di Mosul. Al-Masry aveva reclutato diversi esperti mediatici da tutto il mondo per attuare la guerra psicologica del SIIL, realizzando video di propaganda che adottavano lo stile dei film di azione statunitensi. Lo SIIL cessava anche la propaganda a stampa a Mosul, trasferendo i macchinari in altre località. La forza aerea irachena distruggeva le fortificazioni e 11 autoveicoli del SIIL nell’Anbar, nella regione di Ruah. Il 9 novembre, le truppe governative irachene eliminavano 40 terroristi del SIIL ad al-Busayf, a sud di Mosul, ed altri 22 terroristi a Muali, 20 chilometri ad ovest di Mosul. Le forze irachene affermavano che più di 200 terroristi del SIIL furono eliminati dalle forze irachene ad est di Mosul, liberando le regioni di al-Qadisiyah e al-Zahra. Il 12 novembre, le forze antiterrorismo dell’Iraq (CTS) eliminavamo 30 terroristi nei quartieri di Mosul est di al-Arbajiya e Qadisiya al-Thaniya, oltre a più di 10 autobombe. Il 13 novembre, le forze irachene entravano nei quartieri a sud-est di Mosul di al-Antasar, Jadidah al-Mufti, al-Shima, al-Salam e Yunis Sabui al-Arbajiyah, Adin, al-Baqr, al-Zahabiyah e Qarquqli. Le forze irachene avevano liberato 10 dei 56 distretti di Mosul occupati dai terroristi del SIIL, arrestando almeno 60 terroristi che si erano camuffati da civili sfollati. Infine, la 9.na Divisione corazzata dell’esercito iracheno liberava l’antica città di Nimrud, a 30 chilometri a sud di Mosul. Il 14 novembre, l’Hashd al-Shabi liberava al-Raqraq, Sirwal e Um Hajarah al-Ulya, ad ovest di Mosul, avanzando di 10 chilometri nelle regioni ad ovest di Mosul. Il 16 novembre, le forze irachene raggiungevano il municipio di Mosul e liberavano Ram Hajarah al-Sufalah, Marishah, Mabazali, Tal Suan, al-Baqr, al-Qazlani e al-Busayf, eliminando decine di terroristi del SIIL ad al-Hay. L’Hashd al-Shabi liberava l’aeroporto di Tal Afar, 55 km a nord-ovest di Mosul. L’Hashd al-Shabi aveva liberato in cinque giorni di operazioni 16 villaggi ad ovest di Mosul, eliminando oltre 950 terroristi, 108 autobombe e diversi autoveicoli armati, oltre ad aver sequestrato 36 colpi di mortaio contenenti sostanze chimiche. Il 19 novembre, l’Hashd al-Shabi interrompeva i collegamenti tra Tal Afar e la Siria. Il 21 novembre, l’Hashd al-Shabi liberava cinque villaggi nei pressi di Mosul, Warata, al-Salam, al-Salamyah, al-Zarah e al-Hamirah. Le forze irachene liberavano Abasiyah, a nord-est di Mosul, e al-Humayra, ad est di Mosul. Il 22 novembre, l’Hashd al-Shabi respingeva una grande offensiva del SIIL presso l’aeroporto di Tal Afar, e liberava al-Jahish, a sud-ovest di Tal Afar. Il 23 novembre, presso Mosul, le forze irachene eliminavano Abu Isaq, il responsabile della propaganda del SIIL nella provincia di Niniwa, e due sue guardie del corpo. L’Hashd al-Shab completava l’accerchiamento di Tal Afar, posta tra Mosul e il confine con la Siria, cittadina utilizzata dai terroristi per recarsi a Raqqa in Siria. Inoltre, ignoti armati eliminavano a Baj, ad ovest di Mosul, il capo del SIIL responsabile dell’assassinio di numerose donne yazide di Mosul. L’Hashd al-Shabi liberava Yarqanti e al-Tuajanah, presso Mosul, e il centro di telecomunicazioni di al-Zahur, ad ovest di Mosul, utilizzato dal SIIL come base per lanciare attacchi contro le truppe governative. Il 24 novembre, le forze irachene liberavano il quartiere Zuhur di Mosul est, e controllavano le aree tra Nimrud e al-Hamadanyah, nel sud-est di Mosul, liberando la strada tra Nimrud e i villaggi Qarshur e Baluat, presso al-Hamadanyah. Il 25 novembre, la polizia irachena eliminava una cinquantina di terroristi del SIIL e ne arrestava altri 32 presso Mosul, distruggendo quattro postazioni del SIIL nell’ambito dell’operazione Qadamun Ya Niniwa per liberare Mosul. Il 26 novembre, l’Hashd al-Shabi liberava Qudayr, a sud-ovest di Tal Afar, mentre l’esercito iracheno liberava i quartieri Aman al-Qaramah e al-Qazra ad est di Mosul, oltre all’ex-edificio della Radio di Mosul, eliminando 143 terroristi del SIIL nel corso delle operazioni. Nella regione di al-Qayara, l’esercito iracheno liberava Um al-Isam, oltre ad al-Fatasah, Muflaqah, al-Ajuri, Tal Banunah e Um Jadan, accerchiando completamente Mosul. Il 28 novembre, la 9.na Divisione dell’esercito iracheno liberava al-Qasr, ad sud-est di Mosul. Il 30 novembre, l’Hashd al-Shabi liberava al-Salahiyah, ad ovest di Mosul, e Buthah al-Sharqiyah, a sud-ovest di Tal Afar, a 63 km da Mosul.
Il 1° dicembre 2016, le forze di sicurezza irachene liberavano Isha al-Thaniyah, quartiere di Mosul, dopo aver eliminato 26 terroristi del SIIL. Inoltre la polizia federale irachena liberava Tal al-Ruman a sud-ovest di Mosul, distruggendo 2 autobombe che cercavano di ostacolare l’avanzata delle forze irachene. Il 3 dicembre, le forze irachene liberavano Qara Tapah, Qara Qariban, al-Darwish e Abu Jarbubah, a nord di Mosul, oltre ad al-Antasar, Jadidah al-Mufti, al-Salam, Yunis al-Sabui e i quartieri palestinesi. 369 centri e 5677 chilometri quadrati di territori nella provincia di Niniwa erano stati liberati dall’inizio dell’operazione per la liberazione di Mosul. Le forze militari irachene avevano anche distrutto 632 autoveicoli dei terroristi del SIIL. Il 5 dicembre, le forze irachene eliminavano Abu Izam, ministro del petrolio del SIIL, ad est di Mosul, e catturavano il centro mediatico del SIIL di Hamam al-Alil, a sud di Mosul. Il 5-7 dicembre, la 16.ma Divisione di fanteria dell’esercito iracheno aveva liberato 24 quartieri di Mosul, il 50% della città, mentre la 24.ma brigata delle PMF eliminava diverse cellule terroristiche a Diyala, a nord-est di Baquba. Le forze speciali delle unità antiterrorismo dell’esercito iracheno liberavano il quartiere Intisar, nella periferia sud-est di Mosul e l’ospedale Mashafa al-Salam. Nel pomeriggio del 6 dicembre, 5 autobombe furono lanciate dal SIIL sull’ospedale, una venne distrutta prima di colpire l’obiettivo, mentre le altre esplosero vicino alle postazioni irachene. Subito dopo esplosero i combattimenti, per cui furono chiamati i velivoli statunitensi per il supporto aereo, ma i caccia statunitensi bombardarono l’ospedale controllato dalle truppe irachene. 90 militari iracheni furono uccisi e feriti e 15 blindati perduti. L’8 dicembre, l’artiglieria della 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno bombardava le posizioni del SIIL a Mosul. L’11 dicembre, l’Hashd al-Shabi liberava i villaggi strategici Tal Maydan Quli e Tal Qazal, ad ovest di Mosul. Le forze irachene liberavano diversi villaggi presso Mosul, Hazimiyah al-Janubiyah, Mushayrfat al-Jisr, Zayd al-Musab, Yasin al-Halbus, Tal Midan al-Quly e Buta al-Gharbiyah, ad ovest del quartiere di Tal Abta, ed altri tre villaggi ad ovest di Mosul, Tal Ghazal, Tal Majan e Shuira, respingendo l’attacco dei terroristi nella zona. Il 14 dicembre, le forze irachene liberavano al-Jahish, al-Sharia, l’autostrada Tal Afar-Sinjar e Wasat-Tal Afar, Ayn al-Qazal, Abu Sanam, al-Majan, al-Shuayrah, al-Shuri e Aziz Aqa. Le forze del Servizio speciale antiterrorismo dell’Iraq (CTS) distruggevano un campo di addestramento del SIIL e liberavano il quartiere al-Falah di Mosul. Il 18 dicembre, le forze irachene eliminavano il capo delle operazioni del SIIL a Mosul ovest con un attacco aereo sulla via al-Saqafah, mentre le forze irachene entravano ad al-Afarah, a Mosul ovest. L’esercito iracheno respingeva l’attacco del SIIL nei pressi di al-Sharia, ad ovest di Tal Afar, distruggendo 11 autoveicoli dei terroristi. Le forze irachene respingevano l’attacco del SIIL ad al-Rashad e al-Riyadh, a sud di Qirquq, eliminando almeno 15 terroristi. Il gruppo terroristico cercava di disturbare il concentramento di forze irachene nel nord della provincia di Salahudin e le operazioni verso Mosul. Il 19 dicembre, aerei da guerra iracheni bombardavano una base del SIIL ad al-Qaym, nell’Anbar, eliminando 12 terroristi, tra cui Walid Said al-Jamili, alias Walid al-Atrash, un capo del SIIL. Altri 9 terroristi furono eliminati a Rayhana. Inoltre, gli aerei da guerra iracheni bombardavano i depositi di munizioni del SIIL a Uqashat, al-Aqra e Haditha, nell’ovest della provincia di Anbar. Il 21 dicembre, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL ad al-Haditha, presso Ramadi, eliminando 12 terroristi e distruggendo un deposito di armi. Il 22 dicembre, le forze irachene eliminavano 70 terroristi del SIIL nella provincia di Niniwa, a Tal Abtah, mentre aerei da guerra iracheni distruggevano un deposito di munizioni del SIIL ad Aqashat, nella provincia di Anbar. I terroristi facevano esplodere 2 autobombe a Quaqjali, ad ovest di Mosul, uccidendo almeno 15 persone, ed altri 11 civili venivano uccisi dal SIIL a Mosul est. Il 24 dicembre, le forze irachene liberavano il quartiere al-Hayaqal di Mosul, e bombardavano le posizioni dei terroristi nel quartiere di Tal Zalat, ad ovest di Mosul, eliminando almeno 23 terroristi. L’Hashd al-Shabi respingeva l’attacco dei terroristi sul jabal Hamrin, nella provincia di Diyala, eliminando almeno 18 terroristi. L’Hashd al-Shabi aveva eliminato 300 terroristi e 7 autoveicoli del SIIL a sud-ovest di Mosul. Il 25 dicembre, due noti capi del SIIL, Abu Sayf e Abu Ayub al-Qurayshi, venivano eliminati assieme a diversi terroristi da un attacco missilistico iracheno su Hay al-Quds e Bab al-Tub, a Mosul. Il 26 dicembre, l’esercito iracheno eliminava oltre 70 terroristi del SIIL respingendone i massicci attacchi su Mosul, a sud della regione di al-Busayf, “I terroristi guidati da autobombe cercavano di avvicinarsi alla 9.na Divisione corazzata dell’esercito iracheno ad al-Intasar, al-Salam e al-Shima, quartieri sud-orientali di Mosul, ma le forze irachene hanno distrutto 4 autobombe e 3 automezzi che trasportavano i terroristi”. Le forze irachene eliminavano 3 autobombe del SIIL oltre a 10 terroristi nella parte occidentale di Mosul, a Quqajli e al-Quds; e distruggevano anche quattro centri di comando e 14 pezzi di artiglieria del SIIL. Il 27 dicembre, le forze irachene liberavano il quartiere al-Quds di Mosul, e il villaggio al-Qamishliyah, eliminando oltre 30 terroristi e 7 autoveicoli del SIIL ad Ayn al-Hasan, ad ovest di Mosul. L’Aeronautica irachena distruggeva le posizioni del SIIL ad al-Hayarmun, eliminando decine di terroristi, mentre altri 13 furono eliminati dalle forze volontarie irachene nell’ovest della provincia di Niniwa. Infine, i militari iracheni eliminavano a Tiqrit Muhamad Abu Qamis al-Badri, capo del SIIL. Il 28 dicembre le forze irachene arrestavano almeno 15 terroristi del SIIL, tra cui Abu Harith al-Matyuti, vicino ad al-Baghdadi, nel quartiere al-Baqr di Mosul. Il 29 dicembre, le forze irachene iniziavano la seconda fase dell’operazione per la liberazione di Mosul nel sud-est della città, nei quartieri Sumar, Saha, Intisar e nella zona industriale. Il 31 dicembre, le forze irachene eliminavano 66 terroristi del SIIL a Mosul, e liberavano Shuqran ovest e il quartiere al-Arqub, nell’est di Mosul. Il portavoce del Dipartimento Antiterrorismo dell’Iraq, Sabah al-Nauman, affermava che le “Linee di difesa del SIIL nella parte occidentale della città di Mosul sono state demolite e nuove aree sono sotto il controllo delle nostre forze“. Inoltre, le forze irachene liberavano il quartiere Quds al-Saniah, nell’est di Mosul, ed avanzavano nei quartieri Sumar e Jadidah al-Mufti, eliminando 25 terroristi.
Il 1° gennaio 2017, un drone iracheno CH4 colpiva un concentramento di terroristi del SIIL nella regione di Qurnish, sul fiume Tigri, eliminandone 20. “E’ stata la prima volta che questo modello di drone colpiva una posizione del SIIL sulla sponda destra del fiume Tigri, a Mosul“. Le forze irachene eliminavano il coordinatore dei kamikaze del SIIL al-Malah, nei pressi del lago Hamrin, a 58 chilometri a nord-est di Baquba e nel frattempo, le forze irachene respingevano i terroristi del SIIL che cercavano di penetrare nella regione del Jabal Mahqul, nel nord della provincia di Salahudin, eliminandone almeno 20 assieme a 2 autoveicoli. Inoltre, le forze irachene liberavano i quartieri Yunis al-Sabui e Yafa a Mosul, eliminando diversi terroristi del SIIL. Il 2 gennaio, le forze irachene eliminavano 38 terroristi nel sud-est della provincia di Niniwa mentre Qataid Hezbollah eliminava altri 30 terroristi e 5 autobombe del SIIL a Tal Afar. Le forze irachene liberavano Haditha, a 160 chilometri ad ovest di Ramadi, e l’Hashd al-Shabi respingeva l’attacco del SIIL su Qarbala e Najaf. Terroristi del SIIL attaccavano la base della 1.ma Divisione dell’esercito iracheno nella regione di al-Qilu, ad ovest di al-Ramadi, nella provincia di al-Anbar, ma venivano respinti. Le forze irachene, infine, eliminavano Ahmad Manati, noto capo del SIIL, nel quartiere al-Intisar di Mosul. Le truppe irachene distruggevano tre posti di blocco del SIIL presso Tal Qaf, a nord di Mosul, e liberavano il quartiere al-Qarama a Mosul. L’Hashd al-Shabi respingeva l’attacco del SIIL sulla strada Baiji-Mosul eliminando 50 terroristi e molti loro autoveicoli. Il 7 gennaio, le forze irachene eliminavano 153 terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, ad al-Suqrah, al-Zuiyah e al-Indafa e Wadi al-Faqimi. A Mosul le forze irachene liberavano l’ospedale e la moschea al-Ghufran, e catturavano il centro dei Mujahidin al-Shishani del SIIL. Inoltre, l’Haraqat al-Nujaba impediva all’esercito degli Stati Uniti di occupare il jabal Maqul. “La regione è stata liberata e non è non rientrava nell’accordo con gli Stati Uniti sulla missione, e la loro presenza è un inganno. Devono sapere che la resistenza e l’Hashd al-Shabi gli pongono linee rosse”. L’8 gennaio, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL a nord-ovest di al-Ramadi, nella provincia di Anbar, e ad ovest di Mosul, nella provincia di Niniwa, distruggendo un deposito di munizioni a Ruah e un altro ad Andalus, mentre le forze irachene liberavano sette villaggi situati tra Haditha e Anah, presso Ramadi. Le forze speciali irachene avanzavano nei quartieri Baladiyat e Suqar, a Mosul, raggiungendo il fiume Tigri e le rovine di Niniwa, eliminando decine di terroristi. Il 9 gennaio, Attacchi aerei iracheni eliminavano 45 terroristi del SIIL presso Mosul, mentre le forze irachene avevano liberato circa il 70 per cento dei quartieri orientali della città. Il 10 gennaio, l’intelligence dell’esercito iracheno eliminava 5 capi dello SIIL, tra cui il braccio destro di Abu Baqr al-Baghdadi, Abdulwahid Qazir Sayar al-Juan, noto come Abu Luy, nella regione di Islah Arazi, presso Mosul. Furono eliminati anche il responsabile del dipartimento del Traffico Ahmad Qazir Sayar, il direttore del dipartimento agricolo di Tal Afar, Mahlabiyah Abdulqarim Qazir Sayar al-Juan. Il 12 gennaio, le forze irachene liberavano il quartieri Sumar e Saharun di Mosul. Il 13 gennaio, l’esercito iracheno liberava l’Università di Mosul e il ponte Tigri. Il 15 gennaio, le forze irachene liberavano i quartieri Qafat al-Andalus e Thaniya di Mosul. Il 16 gennaio, le forze irachene liberavano Bab al-Sham, Ninawa al-Sharqiya, Suq al-Aghnam, al-Qindi, al-Qayruan e al-Shurta. Il 18 gennaio, le forze di sicurezza irachene eliminavano le ultime enclavi del SIIL a Mosul est, a Mosul Park, al-Muhandisin, Nurqal, Taqafah, Niniwa, e 5 ponti sul Tigri. L’Hashd al-Shabi avanzava su Tal Afar, eliminando decine di terroristi. L’intelligence militare irachena catturava diverse basi di terroristi ceceni e tagiki del SIIL, a Mosul, e un centro di comunicazione. Il 22 gennaio, la 9.na Divisione corazzata e la 3.za Brigata della 1.ma Divisione dell’Esercito iracheno liberavano al-Qusiyat, alla periferia di Mosul, mentre la 71.ma Brigata della 15.ma Divisione e la 76.ma Brigata della 16.ma Divisione dell’Esercito iracheno liberavano il quartiere al-Araby a Mosul est. Nel frattempo, i terroristi del SIIL facevano saltare in aria un hotel nel quartiere al-Rifai con una notevole quantità di esplosivo telecomandato. Una fonte locale affermava che il SIIL aveva posto una serie di manichini vestiti con una tuta militare in vari edifici nella parte occidentale di Mosul, per ingannare le forze irachene, assieme ad autoveicoli Humvee di legno, piazzati lungo le strade di Mosul per nascondere la debolezza dei terroristi nella città. L’Hashd al-Shabi, ad Adayah e Tal Zalat eliminava almeno 25 terroristi e 4 autoveicoli del SIIL. L’Hashd al-Shabi liberava anche Tal Abatah, presso Mosul. La 71.ma Brigata della 15.ma Divisione dell’esercito iracheno liberava al-Milayin e Bina al-Jahiz, nell’est di Mosul, Duhuq a nord di Mosul; la 9.na Divisione corazzata dell’esercito iracheno liberava la strada tra Bahwiza e Tal Qaba. Sulla riva orientale del fiume Tigri, a Mosul, restava solo il quartiere Rashidiyah occupato dal SIIL. Il 24 gennaio, le forze di sicurezza irachene distruggevano i campi di addestramento del SIIL nella provincia di Anbar, nelle regioni di Sanjaq e Jarijab, mentre gli aerei da combattimento iracheni distruggevano le posizioni del SIIL nella provincia, eliminando circa 50 terroristi e diversi blindati. La 71.ma della 15.ma Divisione e la 73.ma Brigata della 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno liberavano Bauyrah, Shariqan e Bisan, a nord di Mosul e l’Hashd al-Shabi distruggeva 2 autobombe del SIIL e liberava i villaggi Jabar Huayda, Handi, Adamanah e Fayaz al-Salaj, lungo l’autostrada Tiqrit-Mosul. Il Ministero della Difesa iracheno annunciava che il SIIL aveva perso oltre il 50 per cento dei suoi miliziani a Mosul in 100 giorni di combattimenti. “L’intelligence indicava che vi erano oltre 6000 terroristi a Mosul e che 3400 di loro sono stati eliminati negli scontri con le forze irachene nel capoluogo della provincia di Niniwa“. Inoltre furono distrutti 250 autoveicoli e tutte le fabbriche di bombe dei terroristi. Il 27 gennaio, le forze irachene liberavano Musaltan, al-Uad, Tal Shanan, Ubayi, Arab al-Layth e al-Mafi, lungo l’autostrada Mosul-Tiqrit. Il 28 gennaio, le forze irachene eliminavano 39 terroristi nella provincia di Salahudin, a Tal Qusayba, ad est di Salahudin.
Il 1° febbraio 2017, le forze di mobilitazione popolare respingevano l’attacco del SIIL su Tal Afar, ad ovest di Mosul, eliminando 8 terroristi e 4 autoveicoli del gruppo terroristico. Il 4 febbraio, aviogetti iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, ad Ayn al-Waqma, distruggendo un deposito di esplosivi. L’8 febbraio, le forze irachene abbattevano 3 droni del SIIL ad al-Zuhur, al-Masarif, al-Sadiq e al-Suqar, a nord di Mosul, ed eliminavano 26 terroristi nel quartiere al-Rushidya di Mosul, e ad Um al-Zanabir, a sud di Tal Afar. Almeno 150 imbarcazioni e natanti usati dallo Stato Islamico (SIIL) sul fiume Tigri, venivano distrutti. Tali mezzi venivano utilizzati dai terroristi per trasportare rifornimenti e rinforzi. Negli ultimi tre giorni di gennaio furono distrutte 90 di tali imbarcazioni. Nella prima settimana di febbraio, circa 40 barche degli islamisti cercarono di giungere sulla riva orientale del Tigri, appena liberata dalle forze irachene. Su ogni barca vi era una dozzina di terroristi, spesso dotati di cinture esplosive. Nel settembre 2016 furono distrutte 65 barche del SIIL mentre nell’estate precedente, i terroristi utilizzarono delle chiatte-bomba per cercare di distruggere i ponti costruiti dall’esercito iracheno che avanzava su Mosul lungo il fiume Tigri. L’Hashd al-Shabi respingeva l’assalto del SIIL su Baiji, eliminando almeno 50 terroristi. La polizia irachena eliminava 20 terroristi del SIIL presso l’aeroporto di Tal Afar. L’11 febbraio, le forze irachene eliminavano oltre 60 terroristi del SIIL tra le province di Diyala e Salahudin. Il Qataib Sayad al-Shuhada respingeva l’assalto del SIIL su Tal Abata, ad ovest di Mosul, eliminando 10 terroristi del SIIL. Il 12 febbraio, le forze irachene eliminavano 30 terroristi del SIIL nelle province di Salahudin e Anbar, a Shaiq Ali, regione di Harariyat, e ad al-Madham, nella regione di al-Baghdadi. Le forze dell’esercito e della polizia federale liberavano Azba e Baqira, così come la centrale elettrica Lazagah, sulla riva occidentale del fiume Tigri. Il 13 febbraio, l’Hashd al-Shabi sventava l’attacco del SIIL su Ayn al-Hasan e Qarbah Hajish, presso Tal Afar, eliminando 50 terroristi e 5 autoveicoli. Il 14 febbraio, l’Aeronautica irachena eliminava 60 terroristi ad Ayn al-Hasan e Shariya al-Janubyah, nell’ovest di Mosul, distruggendo anche 15 autoveicoli. Il 16 febbraio, 15 terroristi del SIIL venivano eliminati da un raid aereo iracheno presso Mosul, che distruggeva un centro di comando del SIIL e diverse gallerie, eliminando Haqi Ismayl Uayd, governatore del SIIL di Mosul, noto anche come Abu Ahmad. 48 persone venivano uccise e altre 50 ferite da un autobomba a Baghdad, nel quartiere Baya. Il 18 febbraio, le forze irachene respingevano un massiccio attacco del SIIL su Tal Afar, presso Mosul, eliminando almeno 100 terroristi, di cui 20 capi, e 14 autoveicoli del gruppo terroristico. Il 19 febbraio, le forze della polizia federale irachena liberavano Qafur, Gamasa e Bajuari, sulla strada tra Mosul e Baghdad. La 26.ma Brigata delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq (PMF) avanzava su Tal Qaysum, tra Mosul e Tal Afar. Le forze irachene liberavano 14 villaggi presso Mosul, tra cui Lazaqah, Bujuari, Qafur, Athabah, Baqayra, Ibrahimiya, Shaiq Yunus, Husaynya, Dabaja e Aqanitrah. L’Aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL a sud-ovest di Mosul eliminando almeno 36 terroristi, e l’Hashd al-Shabi eliminava il governatore di Tal Afar del SIIL Mustafa Yusif, ad Ayn Talui. Le forze irachene liberavano la vicina base militare di al-Qazlani. Il 23 febbraio, le forze di polizia irachene liberavano l’aeroporto di Mosul. Il 26 febbraio, i commando della Divisione della Polizia Federale liberavano i quartieri Tayaran e al-Mamul, a Mosul, dopo aver distrutto almeno 10 autobombe del SIIL, e la 9.na Divisione corazzata liberava la centrale elettrica al-Yarmuq. Il 28 febbraio, l’artiglieria dell’Hashd al-Shabi distruggeva il centro di comando del SIIL nei pressi di Tal Afar, eliminando 70 terroristi. Le truppe irachene avevano liberato i quartieri meridionali di Mosul ovest, al-Jusaq, al-Tayaran e al-Mamun, assieme all’aeroporto, a una base militare e a una centrale elettrica. Un raid dall’Aeronautica irachena distruggeva la stazione radio del SIIL a Mosul, radio al-Bayan.Il 1° marzo, la 9.na Divisione dell’Esercito iracheno liberava Buabat al-Sham e al-Rihani, presso Mosul, eliminando decine di terroristi del SIIL e arrestandone 25. Le forze irachene liberavano anche la prigione di Badush, a nord-ovest di Mosul. L’esercito e le forze popolari irachene catturavano la maggiore base del SIIL, Tadmur, vicino l’aeroporto di Mosul. Era un grande tunnel ferroviario lungo 2,5 km e trasformato dal SIIL in base militare. Il 2 marzo, le forze irachene prendevano il controllo delle strade principali ad ovest di Mosul, isolando completamente i terroristi del SIIL assediati nella parte occidentale della città. Il 3 marzo, il capo del Diwan delle moschee del SIIL nella provincia di Niniwa veniva eliminato insieme al figlio e a uno dei suoi collaboratori dalle forze di sicurezza irachene, a Wadi Hajar, roccaforte del gruppo terroristico. Un tentativo del SIIL d’inviare rinforzi da Aleppo a Tal Afar e al-Bajaj, presso Mosul, veniva sventato dalle forze popolari irachene che eliminavano 150 terroristi. Il 6 marzo, aerei iracheni colpivano il centro di comando del SIIL a Bayt al-Mal, nel quartiere al-Mualamin di Tal Afar, eliminando sei emiri del gruppo terroristico, tra cui il tesoriere tunisino Abu Tabaraq, chiamato anche Abu Maryam, incaricato degli affari economici e dei conti bancari del SIIL. Anche il capo militare turco di Tal Afar, a capo del Bayt al-Mal della contea Jazira della provincia di Niniwa, e il responsabile del trasferimento dei Muhajarin (immigrati) furono eliminati dal raid aereo. Le Forze di mobilitazione popolari dell’Iraq eliminavano 10 terroristi del SIIL nella zona desertica di al-Hadar, presso Mosul. L’8 marzo, le PMU irachene liberavano Tal Qazraf e Humaydan, ad ovest di Mosul. Il 9 marzo, le forze di sicurezza irachene (ISF) liberavano i quartieri di Mosul al-Mualmin e al-Silu, e trovavano un deposito di armi chimiche del SIIL ad al-Ranqal. L’11 marzo, le forze governative irachene avanzavano nei quartieri al-Uquat e al-Jadidah, nella città vecchia di Mosul. Il 13 marzo, le truppe governative irachene liberavano Mosul al-Jadida, quartiere adiacente alla città vecchia, il palazzo del governo locale, il museo, i quartieri al-Nafat e Bab al-Tub. Il 15 marzo, gli aerei da combattimento iracheni eliminavano 20 terroristi e 9 autoveicoli del SIIL nella provincia di al-Anbar. Un’autobomba esplodeva a Tiqrit, uccidendo almeno 13 persone. Il 16 marzo, le Forze Armate irachene liberavano la regione di Badush, a nord-ovest di Mosul, mentre la 9.na Divisione dell’Esercito iracheno liberava Tal Rais, e le Unità di reazione rapida e della Polizia Federale iracheni liberavano la sponda occidentale del fiume Tigri a Mosul. Il 19 marzo, le forze irachene scoprivano una prigione del SIIL a Bab al-Saray, a Mosul. La prigione aveva una camera di tortura ed ospitava una grande quantità di razzi e armi leggere, così come dieci prigionieri, fra cui 3 ufficiali dell’esercito. Le forze irachene liberavano anche i quartieri di Mosul Qalid ibn al-Walid e Bab al-Sijn, e ad al-Matahan eliminavano 17 terroristi, tra cui due attentatori suicidi, e la Forza antiterrorismo liberava via Fatah al-Ali, nel quartiere al-Jadida, eliminando altri 14 terroristi. La polizia irachena arrestava Husam Shith al-Juburi, il capo dell’Hasbah del SIIL di Bab al-Sijn. Presso la Grande Moschea al-Nuri, nel centro di Mosul, le truppe della Polizia federale eliminavano decine di terroristi e 23 loro autoveicoli. Il 21 marzo, le forze irachene liberavano i quartieri di Mosul al-Rasala e Shuqaq Nablus. Il 22 marzo, le forze irachene liberavano il quartiere al-Risala di Mosul, mentre l’Hashd al-Shabi eliminava 77 terroristi del SIIL a Tal Badush, 15 chilometri a nordovest di Mosul, mentre i caccia F-16 ed L-159 iracheni bombardavano il quartier generale della polizia militare del SIIL nel quartiere al-Baj, e una base del SIIL ad al-Hadar, distruggendola assieme a un’officina per la costruzione di ordigni esplosivi, un deposito di armi e un deposito di esplosivi. Nella provincia di Anbar, gli aerei da guerra iracheni eliminavano 15 terroristi del SIIL nei distretti Qarablah e Rua, mentre l’Hashd al-Shabi eliminava altri 13 terroristi presso Duluiyah, 75 km a nord di Baghdad. Il 24 marzo, le forze governative irachene liberavano il quartiere al-Yabasat di Mosul. L’Aeronautica irachena eliminava circa 200 terroristi del SIIL ad ovest di Mosul, ad al-Baj.Il 4 aprile, tre capi del SIIL venivano eliminati da un attacco aereo iracheno su al-Tanaq. I terroristi erano Yunus al-Juburi, alias Abu Hajar al-Arabi, capo dei terroristi suicidi, Azab Mamud Taha, alias Abu Muhamad, che addestrava i bambini-soldati e Sabah al-Mula, alias Abu Us al-Iraqi, responsabile degli ordigni esplosivi nella provincia di Niniwa, mentre il 3 aprile venivano eliminati Mujahid al-Anzi, saudita responsabile dell’ufficio della Zaqat, e Hazam Abu Qays al-Juburi, capo della polizia del SIIL. Il 5 aprile, la Polizia federale e le forze popolari irachene eliminavano 60 terroristi del SIIL, tra cui un capo del Jaysh al-Dabiq, Abdalqadir Salah, alias Abu Jarah, ad est di Mosul, presso Salal e Qum al-Habib. Una bomba al Café Bayruti, a Baghdad, uccideva 31 persone. Il 6 aprile, le forze irachene liberavano il quartiere Yarmuq al-Thania, a Mosul, eliminando 42 terroristi del SIIL. L’8 aprile, nella provincia di Salahudin, a nord di Baghdad, le forze irachene eliminavano 200 terroristi del SIIL presso Gardagli. Le forze governative irachene liberavano anche Rayhaniyah, Nuova Rayhaniyah e Ghazilwah, ad ovest di Mosul. Inoltre aerei militari iracheni bombardavano un centro di produzioni di autobombe ad al-Salam, presso Tal Afar, ad ovest di Mosul, distruggendolo assieme a 8 autobombe. Il 9 aprile, le forze governative irachene liberavano il quartiere al-Matahan, a Mosul ovest. Il 10 aprile, 12 terroristi del SIIL venivano eliminati dalla 4.ta Brigata delle Forze di mobilitazione popolare, a Tal Hasani, ad ovest di Mosul, mentre la 26.ma Brigata abbatteva un drone del SIIL a Badush, ad ovest di Mosul. Infine, l’Hashd al-Shabi distruggeva un convoglio di 10 autoveicoli del SIIL ad al-Hamra, presso Mosul. Il 12 aprile, caccia iracheni bombardavano un lungo convoglio di autocisterne del SIIL e una fabbrica di bombe a Mosul, nei quartieri al-Yarmuq, al-Thura e Qanam al-Sayad, a Mosul. Il 13 aprile, le forze irachene liberavano il quartiere al-Tanaq di Mosul, eliminando 15 terroristi del SIIL. Le forze irachene eliminavano altri 52 terroristi a Mosul ovest, ad al-Abar, al-Sabuniyah e nell’Hadar, presso al-Shayhan. Le forze irachene avanzavano verso la Moschea al-Nuri, dove il capo del SIIL, Abu Baqr al-Baghdadi tenne un noto sermone nel 2014. La polizia irachena sequestrava 1000 razzi e 1000 sacchi di materiale chimico usato per produrre esplosivi. “Le truppe hanno trovato questo deposito durante le operazioni nel quartiere. Il sito era utilizzato dal SIIL per stoccare i razzi da usare contro i civili e le forze di sicurezza“. Un collaboratore di Abu Baqr al-Baghdadi, l’emiro Hasabullah Qafqazi, veniva eliminato da ignoti, ad ovest di Tal Afar. Il 19 aprile, il dipartimento di Stato degli USA approvava la vendita di 295,6 milioni di dollari di armamenti alle forze curde irachene, per attrezzare 2 brigate di fanteria e 2 battaglioni di artiglieria del ministero del governo regionale del Kurdistan (KRG-MOP). Gli armamenti comprendevano 4400 fucili M16A4; 46 mitragliatrici M2; 186 mitragliatrici M240B; 113 autoveicoli M1151 HMMWV; 12 gruppi elettrogeni tattici; 36 obici M119A2 da 105mm; armature, caschi e altre attrezzature individuali; accessori per le armi leggere come treppiedi, kit di pulizia e supporti; mortai; apparecchi di rilevazione chimica, biologica, radiologica, nucleare e esplosiva (CBRNE); sistemi radiofonici; attrezzature di navigazione come bussole, binocoli e sistemi di posizionamento geospaziale (GPS) standard (SPS); apparecchiature mediche; veicoli protetti resistenti alle mine (MRAP) e mezzi di trasporto come autoveicoli leggeri tattici, automezzi tattici medi, autocisterne e ambulanze; pezzi di ricambio, addestramento ed attrezzature relative ad automezzi e sistemi di artiglieria. Il 22 aprile, le forze di sicurezza irachene liberavano il quartiere al-Saha, a nord-ovest del centro storico di Mosul. Il 24 aprile, le truppe irachene liberavano il quartiere Zanjili. Il 26 aprile, 15 terroristi del SIIL venivano eliminati dalle forze di sicurezza irachene al confine tra le province di Dyala e Salahudin, nella regione di Mutaybija. Il gruppo di autodifesa popolare irachena Qataib Sayid al-Shuhada tagliava le linee di rifornimento del SIIL tra i quartieri al-Baj e al-Hadhar, a Mosul, ed eliminava 7 terroristi ad al-Musaltan. Con l’operazione Muhamad Rasulallah a sud di Mosul, le Unità di mobilitazione irachene (PMU) liberavano Hatar vecchia, a nordovest di Hatar, oltre ai villaggi Sadan, Sayda, Haraj, Um Qarayz e Ghanim al-Uad, a sud di Hatar. Le PMU avevano eliminato 61 terroristi del SIIL e 8 autobombe.
Il 1° maggio 2017, gli aerei da combattimento dell’Aeronautica irachena effettuavano 4 attacchi sui quartieri di Qaym Husayba, al-Ubaydi, al-Qarbala e al-Mashari, eliminando 20 funzionari del Wilayat al-Baghdad del SIIL, e altri 10 terroristi ad al-Qarbala. Le forze irachene eliminavano il capo del SIIL Abu Ishaq al-Tunisi con altri 44 terroristi, nel quartiere Iqatasadin di Mosul, mentre le forze di polizia avanzavano su Bab al-Tub, Bab al-Bayd, Qadib al-Ban e Bab Jadid. Il 4 aprile, la polizia irachena liberava la Niniwa Gas Company di Mosul e Hasunah. Le forze speciali e la polizia irachene avanzavano sulla moschea al-Nuri, a Mosul ovest. “Siamo ora nel cuore della città vecchia nella riva destra della città di Mosul“, dichiarava il colonnello Ibrahim Huayal, “Le forze della polizia federale circondano la Città Vecchia e avanzano con cautela per risparmiare la vita dei civili e proteggerne proprietà e case. Le famiglie fuggono dall’oppressione dello SIIL e noi le evacuiamo in aree sicure“. Il responsabile delle autobombe del SIIL, Abu Yusuf Halabi, veniva eliminato a Tal Afar da un’esplosione durante la costruzione di un’autobomba, assieme ad altri 3 terroristi. Il 5 maggio, l’esercito iracheno liberava al-Mashirafa, al-Qansa e Dar Miqail, nel nord-ovest di Mosul, ed entrava a Maqabarat Wadi Aqbar. Nelle operazioni, le forze irachene distruggevano 4 autobombe ed eliminavano 30 terroristi, mentre gli aerei iracheni distruggevano l’officina delle autobombe del SIIL nel quartiere Tamuz di Mosul. Le unità popolari di mobilitazione irachene (PMU) scoprivano una base del SIIL nell’isola ad ovest di Qarbala, e distruggevano 2 blindati e 1 deposito di armi del SIIL a Maqatal Qanzir, presso Tal Afar. Sempre a Mosul, le truppe irachene liberavano Mashirafa al-Thalitha e Dijla, distruggendo 14 autoveicoli del SIIL. Il 7 maggio, la 9.na Divisione dell’Esercito iracheno arrestava il “capo della polizia” del SIIL di Mosul, Hamam al-Alil. L’8 maggio le forze irachene liberavano la zona industriale Wadi Aqab e al-Harmat, a Mosul ovest, eliminando 38 terroristi e 8 autobombe del SIIL. Il 9 maggio, le forze irachene eliminavano 20 terroristi del SIIL nella provincia di Anbar, al confine con la Siria, ad ovest di Haditha. L’11 maggio, la 16.ma Divisione dell’Esercito iracheno attraversava il fiume Tigri liberando i quartieri Masharfa e Hui al-Qanisa sulla riva occidentale di Mosul, distruggendo i tunnel del SIIL. Il 12 maggio, l’Hashd al-Shabi avanzava su Nahiyah al-Qayruan, a sud-ovest di Tal Afar. Il 13 maggio, l’Hashd al-Shabi liberava al-Qayruan, Tal Izu, Tal Hait, Muhamad Zayd, Huzayl e Tal Banat, presso Mosul, ed eliminava 3 capi del SIIL nel quartiere Islah al-Ziraya, Abu Ali al-Basrawi, il “procuratore” del SIIL a Mosul, Abu Yusif al-Masri, “funzionario al sostentamento”, e il suo aiutante Raduan al-Maslui. Il 14 maggio, velivoli iracheni colpivano una riunione dei capi del SIIL presso al-Qaym, eliminandone almeno 13. La cellula dei Falconi del Servizio d’intelligence, in coordinamento con il Comando delle Operazioni Congiunte, effettuava l’operazione contro i capi del SIIL che pianificavano attacchi terroristici contro i cittadini iracheni durante il Ramadan. Gli aerei distruggevano anche un deposito di armi e una fabbrica di esplosivi dell’organizzazione terroristica. L’Hashd al-Shabi liberava Izadi, presso Qayruan, a sud di Shingal. Nel frattempo, le forze controterrorismo (CTS) entravano nei quartieri al-Iuraybi e al-Rufai, la 16.ma Divisione dell’Esercito iracheno e la Forza di Risposta Rapida del Ministero degli Interni entravano ad al-Iqtasadyin, e la 9.na Divisione dell’Esercito iracheno avanzava su 17 Tamuz da nord, liberando il quartiere Haramat al-Thalitha, a nord-ovest di Mosul, e il quartiere Islah al-Zarai, dopo aver eliminato più di 40 terroristi del SIIL. Il 15 aprile, le Forze di risposta rapida irachene sequestravano una grande fabbrica di armi chimiche del SIIL a Mosul e liberavano Hasunah e Dajlah. Il 17 maggio, le forze governative irachene liberavano il quartiere Uraybi di Mosul ovest. Il 17 maggio, le Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq interrompevano la principale linea dei rifornimenti del SIIL ad ovest di Mosul, tra Tal Qasab e Qayruan, mentre la 40.ma Brigata bombardava le posizioni del SIIL ad al-Qahira, a sud di Qayruan. Le forze irachene eliminavano 37 terroristi del SIIL nei quartieri Iqtisadiyin e 17 Tamuz a Mosul. I terroristi avevano attaccato le forze irachene con 5 autobombe nel quartiere al-Rifaya, a Mosul. Le forze irachene avanzavano nella provincia di Diyala, verso le basi del SIIL di Hamarin, Anjana, Sarha, Qurat Tabah, Jisr Narin e Ayn Layla, per eliminarle. Il 18 maggio, le forze irachene avanzavano su al-Qayuran, mentre l’Aeronautica irachena eliminava circa 50 terroristi del SIIL nelle regioni di Tal Afar, al-Baj e Qayuran. La 13.ma e 14.ma Brigata di Mobilitazione popolare irachene (PMU) liberavano la base aerea di Sahl Sinjar, ad ovest di Mosul, oltre ad al-Amadina, Ayn Ghazal, Tal Banat e Qarqa, nei pressi di Qayruan. Il 19 maggio, l’esercito iracheno liberava il quartiere al-Warshan, a Mosul, e la parte settentrionale di 17 Tamuz. Le Unità di mobilitazione popolare (PMU) avanzavano su Qayruan, ad ovest di Mosul, liberando Qayr ed eliminando 21 terroristi e 5 autobombe del SIIL. Le forze irachene distruggevano un’officina di autobombe eliminando decine di terroristi nel quartiere al-Zanjili, a Mosul. Il 21 maggio, l’Hashd al-Shabi liberava al-Masabas, al-Niliya, Sadat Zuba e Thara al-Uaysat, a sud di Qayruan, tagliando le linee di rifornimento del SIIL tra al-Hatamiya e Tal Qasab, a nord di Qayruan. Le forze irachene sequestravano una grande deposito di armi saudite del SIIL a Mosul. Il 22 maggio, le Forze di mobilitazione popolare irachene liberavano Ayn Fathy, Sada Zuba, al-Nilyia, Thary al-Usat e al-Musaba presso Qayruan. Il 26 maggio, le Unità di mobilitazione popolare irachene (PMU) liberavano Tal Qiza, Hatimyia, Qabusyia e Qabisa, presso al-Baj. Le PMU liberavano anche la base di Sinjar, eliminando decine di terroristi del SIIL. L’Aeronautica irachena distruggeva 5 autobombe ad al-Adanina, a nord di al-Baj. Il 27 maggio, l’Aeronautica irachena eliminava l’emiro del SIIL di Niniwah assieme a 4 guardie del corpo, mentre le PMU liberavano Adnaniya, Rimbus al-Qarbyia e Qabusyia, a nord di al-Baj, eliminando 13 terroristi e 4 autoveicoli del SIIL. Inoltre veniva liquidato anche l’emiro del SIIL di Diyala, presso il lago Hamarin. Il 28 maggio, aerei iracheni bombardavano le posizioni dei terroristi nelle regioni di al-Baj e al-Qayruan, ad ovest di Mosul, eliminando 29 terroristi e 6 autoveicoli del SIIL. A Mosul, le forze irachene avanzavano nel quartiere al-Shifa. Le Unità di mobilitazione popolare (PMU) raggiungevano il confine con la Siria della provincia di Niniwa, dopo aver liberato al-Falus, al-Ani e al-Marqab. Il 30 maggio, le forze della Polizia federale irachena sequestravano il centro di addestramento degli attentatori suicidi del SIIL di Zanjili, a Mosul. Aviogetti iracheni bombardavano le posizioni del SIIL a Tal Faras, nelle regioni di Baj e Badush, ad ovest di Mosul, eliminando 3 autoveicoli e 25 terroristi, mentre le PMU eliminavano altri 13 terroristi a Mahalabiya, Tal Zalat e Adaya, ad ovest di Mosul.
Il 1° giugno le forze della Polizia federale irachena eliminavano a Zanjili, Mosul, 12 terroristi, avvicinandosi a Bab Sinjar, l’ingresso nord della città vecchia. Il 2 giugno, l’Hashd al-Shabi, a sud di al-Baj, liberava al-Qibra, al-Saqar e Jayar Qalfas, controllando le frontiere siriane della provincia di Baj. Il 3 giugno, il servizio antiterrorismo iracheno (CTS) liberava il quartiere Saha al-Ula di Mosul. Il 5 giugno, le unità di mobilitazione popolare irachene (PMU) liberavano al-Baj, Tal Qri e Tal Faraj al-Amasry, a nord di al-Baj. Il 6 giugno, le unità di mobilitazione popolare irachena (PMU) liberavano Namla, Duym, Tal Rum, Jayr, Tual, Tal Masada, Rui, Wasmi Maruqi, Alyia, Sharji al-Rui, Hamad al-Madulul, Tal Marqab, Tuman, Raqaba al-Faras e Bir Asabay, nei pressi di al-Baj, nella provincia di Niniwa, eliminando 45 terroristi e 4 autobombe del SIIL. Il 7 giugno, l’Hashd al-Shabi liberava Hasanan, Um Qarab, Abu Rasin e Um al-Zuba, nei pressi di al-Baj. La Polizia federale eliminava 34 terroristi del SIIL a Zanjili e a Bab Sanjar, nella Città Vecchia di Mosul, tra cui il capo Abu Bara al-Tunisi, responsabile della fabbricazione di esplosivi. Le PMU liberavano anche Marzuqa, Tal Qazal, Buthat al-Madafa, Juqayfi, ad ovest di al-Baj, al confine siriano-iracheno. L’8 giugno, le PMU liberavano Tal Safuq, ad ovest di al-Baj, eliminando 34 terroristi e 20 autoveicoli del SIIL. Il 10 giugno, l’esercito iracheno liberava gran parte dei quartieri al-Zinjili e al-Shifa, a Mosul vecchia, e a nordovest di Mosul liberava al-Mahalabiah, presso Tal Afar, al-Zarnuq, Shayq Qura al-Aliya, al-Mahafif, Dam Sinjar, Tal Qayma e Baqala. Il 14 giugno, le forze di sicurezza irachene (ISF) liberavano Bab Sinjar, a nord della città vecchia di Mosul ovest, e distruggevano 9 autobombe del SIIL. Le Unità di mobilitazione popolare irachene respingevano un nuovo attacco del SIIL su Tal Safuq, nei pressi del confine siriano-iracheno, eliminando 3 autobombe e 13 terroristi. Il 15 giugno, l’esercito iracheno liberava al-Buarah, al-Lazaqa, al-Salam e al-Mansur, ad est di Tal Afar, presso Mosul. I velivoli iracheni distruggevano una posizione e un’officina di autobombe del SIIL ad al-Mahalabiya e Tal Afar. Il 17 giugno, l’esercito iracheno liberava il valico di al-Walid al confine tra Iraq, Siria e Giordania. Il 19 giugno, le forze irachene liberavano la moschea al-Hadin nella Città Vecchia di Mosul, eliminando Abu Baqr al-Masri, capo del SIIL di Bab al-Jadid. Il 20 giugno, le forze irachene liberavano Daqa Baraqa e Bab Laqash, nella città vecchia di Mosul, eliminando 30 terroristi. Aerei iracheni eliminavano il “ministro dei media” del SIIL Udai Hamdun, presso al-Maydan, nel centro di Mosul. La 9.na Divisione dell’Esercito iracheno liberava la parte meridionale del quartiere al-Shifa, nella città vecchia, tra cui Qalat Bash Tabya, Dipartimento della Salute di Niniwa, Chiesa di Maria e un ponte. Ignoti decapitavano un cameraman dell’agenzia Amaq, ramo mediatico del SIIL, a sud-ovest Qirquq, presso al-Riyadh. Il 21 giugno, le forze irachene liberavano al-Qazraj, nella città vecchia di Mosul. Il 22 giugno, l’esercito iracheno liberava via al-Faruq e via al-Sa, a Mosul vecchia, dove si trovava la moschea Nuri al-Qabir dove Abu Baqr al-Baghdadi annunciò l’istituzione dello SIIL nel 2014 e che i terroristi distruggevano quando l’esercito iracheno era a 50 metri dalla moschea. Il 23 giugno, le PMU respingevano un tentativo d’infiltrazione del SIIL ad ovest di Qarbala, eliminando 10 terroristi. A Mosul vecchia, a Bab al-Bid, le forze irachene eliminavano 8 terroristi. Il 25 giugno, l’aeronautica irachena distruggeva un laboratorio di esplosivi del SIIL a Ruah, ad ovest di Anbar, eliminando 30 terroristi. Nella provincia di Anbar, ad al-Qaym, un attentatore suicida si faceva esplodere uccidendo alcuni capi del SIIL. Il 26 giugno, il SIIL attaccava le forze irachene a Mosul Vecchia impiegando numerosi attaccanti suicidi, ma le forze irachene respingevano gli attacchi su al-Tanaq, Rasm Hadid e al-Yarmuq. Le forze governative irachene liberavano il quartiere al-Faruq ed eliminavano 4 terroristi nel quartiere Sarjiqana, nella Città Vecchia di Mosul. A Tal Afar veniva eliminato da ignoti Abu Abdullah al-Halabi, assistente del capo del “comitato per la sicurezza” del SIIL. Le forze irachene respingevano l’attacco del SIIL sui quartieri Tanaq e Yarmuq a Mosul ovest, dove un gruppo terroristico, camuffato da sfollati, si raggruppava per lanciare un attacco. Almeno 20 terroristi furono eliminati. Le forze della Polizia federale irachena sequestravano il principale ospedale del SIIL nella città vecchia di Mosul, Babah al-Daysh, avanzando su Bab Jadid e Sarjana. Il 28 giugno, le forze della 15.ma Divisione di fanteria irachena liberavano Tal Qima, Mushayqra al-Uliya, Mushayqra al-Sufala, Abu Qadur, al-Baqala e al-Buayr, presso Tal Afar. Il 29 giugno, le forze irachene liberavano i quartieri Hadrat al-Sadah e al-Hamidiya, nella Città Vecchia di Mosul. Le forze antiterrorismo irachene liberavano il quartiere della Moschea Nuri al-Qabir e della chiesa Saydat al-Sah. Nel quartiere al-Shifa, le forze irachene liberavano l’ospedale al-Batul, nella città vecchia di Mosul.
Il 2 luglio, l’esercito iracheno liberava il quartiere al-Maqui, nell’est della città vecchia di Mosul. Il 3 luglio, aviogetti iracheni distruggevano una fabbrica di bombe del SIIL, a sud-ovest di Qirquq, ad al-Safra, eliminando 4 terroristi, tra cui un capo locale del SIIL. L’Hashd al-Shabi respingeva l’attacco da tre direzioni di 350 terroristi suicidi del SIIL su Tal Safuq, ad ovest di Mosul. I terroristi impiegarono 46 autoveicoli-bomba e 4 carri armati. Il SIIL perdeva decine di terroristi e 2 carri armati. Il 6 luglio, l’esercito iracheno avanzava su al-Shahwan, nella città vecchia di Mosul, a 50 metri dalla riva destra del Tigri. Le forze di sicurezza irachene raggiungevano il fiume Tigri, a Mosul ovest, e sequestravano un centro di addestramento del SIIL ad al-Busayf, a sud di Mosul. Il vice-emiro del SIIL Abu Yahya veniva eliminato a Mosul, oltre ad Abu Nasir al-Shami, altro capo del SIIL. L’8 luglio, le forze irachene liberavano via Nujayfi, Bab al-Tub e Suq al-Saqa, nella Città Vecchia di Mosul, eliminando 35 terroristi del SIIL che tentavano di fuggire, tra cui il capo saudita Abu Hafsa, il consigliere di al-Baghdadi Ayad al-Jumayli e il governatore del SIIL di Niniwa Abu Ahmad al-Iraqi. Il 9 luglio, l’esercito iracheno liberava completamente Mosul dopo 9 mesi di combattimenti nella provincia di Niniwa. 862000 persone erano sfollate da Mosul dopo la battaglia, di cui 195000 erano poi tornate nelle aree liberate.

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese

Stephen Karganovic SCF 07.07.2017

Il Generale Carlos Martins Branco è uno degli attori più affascinanti (e fino a poco tempo fa anche inaccessibili) nella controversia su Srebrenica. Dal suo punto di vista, da Zagabria, quale vicecomandante della Forza di Protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) nel 1994-96, durante l’ultima fase dei conflitti jugoslavi degli anni ’90 in Croazia e Bosnia-Erzegovina, questo ufficiale portoghese ebbe un accesso privilegiato ad informazioni significative. I rapporti riservati riguardanti le attività sul campo passavano dalla sua scrivania. Con informazioni di prima mano e ulteriormente illuminate da discrete conversazioni con colleghi di varie strutture d’intelligence, Martins Branco era nella posizione ideale per apprendere i fatti che molti funzionari avrebbero preferito coprire e spesso i media hanno ignorato. Con tocco emotivo tipicamente latino, rifiutandosi di rimanere in silenzio mentre la “narrazione sul genocidio di Srebrenica” prendeva forma nella seconda metà degli anni ’90, Martins Branco pubblicò nel 1998 un articolo provocatorio intitolato “Srebrenica è un falso? Resoconto di un testimone oculare ex-osservatore militare dell’ONU in Bosnia”. In quel primo salto nel dibattito inquinato su Srebrenica, Martins Branco si avventò su varie questioni cruciali riguardanti i noti eventi nel luglio 1995: “Si può concordare o no con la mia analisi politica, ma bisognerebbe leggere il resoconto di come cadde Srebrenica, le vittime i cui corpi sono stati trovati finora e perché l’autore crede che i serbi volessero conquistare Srebrenica e scacciare i musulmani bosniaci piuttosto che massacrarli. Il confronto tra Srebrenica e Krajina, nonché la reazione mediatica della “stampa libera” occidentale, è piuttosto istruttivo”. Poco dopo l’espressione di scetticismo sulla natura degli eventi controversi a Srebrenica, Martins Branco praticamente scomparve. Naturalmente, visse per diversi anni a Firenze insegnando presso l’Istituto Universitario Europeo e preparando la tesi di dottorato. Dopo di che, nel 2007-2008 fu il collegamento del governo con le forze della NATO in Afghanistan, in qualità di portavoce del comandante. Dal 2008 fino alla pensione, il Generale Martins Branco è stato vicedirettore dell’Istituto Nazionale di Difesa delle Forze Armate portoghesi. Questa straordinaria quadro, a cui si aggiunge il compito di capo della sezione intelligence dell’EUROFOR in Bosnia, Albania e Kosovo dal 1996 al 1999, tracciano un alto ufficiale altamente qualificato, con capacità d’intelligence e poteri d’osservazione di prima classe.
Intrigati dall’analisi di Martins Branco sugli eventi di Srebrenica, poco dopo la fondazione della nostra ONG “Progetto Storico Srebrenica” tentammo di comunicare con lui per vedere se avrebbe condiviso con noi alcune sue eccezionali informazioni ed intuizioni. I nostri sforzi furono infruttuosi e la corrispondenza con il generale negli anni si ridusse a uno scambio di cortesie formali. Le squadre della difesa presso l’ICTY dell’Aja, impegnate a procurarlo come testimone per i propri clienti, non ebbero più fortuna. Tuttavia, non molto tempo fa, il Generale Martins Branco ci ha scritto cercando risposte ad alcune domande su Srebrenica, menzionandoci che nel novembre 2016 le sue memorie furono pubblicate in Portogallo. Quel volume, che ci ha gentilmente messo a disposizione, copre il periodo del servizio nei Balcani, intitolato “Guerra dei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, pubblicato da Edições Colibri di Lisbona. Come già visto molte volte, vari alti ufficiali, in questo caso anche con l’espressione aperta di proprie opinioni e divulgazione pubblica di fatti considerati di natura delicata, dovevano aspettare la pensione. Nel caso del Generale Martins Branco, l’attesa ne è valsa la pena. Questi affascinanti ricordi del teatro di guerra balcanico consistono nelle intuizioni di un ufficiale portoghese collegato alle forze dell’ONU su episodi come l’espulsione spietata, accompagnata da massacri, della popolazione serba di Krajina da parte delle forze croate. Questi crimini furono orchestrati con il sostegno coperto della NATO, per la quale l’autore lavorava indirettamente all’epoca. Gli eventi su Srebrenica nel luglio 1995 comprendono un’altra parte dei suoi ricordi. Per il momento, ci concentreremo su quest’ultima e la percezione di Martins Branco di sfondo e impatto della situazione di Srebrenica. Già nella sua introduzione ai capitoli delle memorie che affrontano Srebrenica, Martins Branco mette in dubbio la coerenza del concetto prevalente sul genocidio: “Il Generale Ratko Mladic fece sapere che lasciava aperto un corridoio per ritirarsi a Tuzla. Con l’approvazione di Mladic, circa 6000 persone approfittarono dell’opportunità. In una relazione del Ministero degli Esteri olandese si osserva che, secondo le fonti dell’ONU, il 4 agosto 35632 sfollati furono portati a Tuzla, di cui 800-1000 membri delle forze armate della Bosnia-Erzegovina. Su questo totale, 17500 erano stati evacuati con gli autobus”. (Pagina 195)
Il generale portoghese continua poi: “Srebrenica fu ritratta, e continua ad esserlo, come il massacro di civili inermi musulmani. Che genocidio! Ma fu davvero così? Una valutazione più attenta e informata degli eventi mi porta a dubitare”. (Pagina 196)
Martins Branco continua a sollevare alcune domande acute, e lo fa puramente in qualità di soldato professionista: “Ci sono diverse stime delle forze coinvolte nella battaglia di Srebrenica. Dal lato serbo, al massimo 3000 combattenti vi avrebbero partecipato. Il numero di blindati è più difficile da determinare, come si afferma all’inizio del capitolo. Secondo i rapporti sul campo, però, non più di 6 blindati erano in movimento in quel dato momento. Sebbene manchino informazioni affidabili sulla forza delle truppe musulmane, è del tutto probabile che fossero almeno 4000 uomini armati, contando tra loro soldati dell’Esercito di Bosnia-Erzegovina e paramilitari. Secondo alcune fonti, sarebbero stati 6000. Ma ai fini di questa analisi, considereremo la cifra dei 4000 credibile”. (Pagina 196)
Il generale prosegue poi: “Le caratteristiche topografiche del terreno intorno Srebrenica e della Bosnia orientale nel complesso sono estremamente difficili e collinari. Le rocce, le fitte aree boschive e profondi burroni impediscono il movimento dei veicoli militari, facilitando le operazioni della fanteria. Per quanto riguarda le caratteristiche fondamentali che, senza dubbio, favoriscono i difensori, il rapporto numerico delle forze opposte suggerisce che le truppe dell’esercito bosniaco avevano a disposizione effettivi più che sufficienti per approntare la difesa. Tuttavia, non lo fecero. Tenuto conto del rapporto numerico tra attaccanti e difensori, come ci fu insegnato all’accademia militare, affinché l’attacco abbia qualche probabilità di successo il numero di attaccanti avrebbe dovuto superare quello dei difensori di almeno tre volte. Nel caso in esame, tale rapporto era vantaggioso per i difensori (4000 difensori contro 3000 attaccanti). Inoltre, i difensori avevano l’ulteriore vantaggio di conoscere il terreno”. (Pagina 196)
Martins Branco pone una delle domande chiave su Srebrenica: “Dato il vantaggio militare che favoriva la difesa, perché l’esercito bosniaco non riuscì a resistere alle forze serbe? Perché il comando della 28a divisione dell’esercito bosniaco, apparentemente contro il proprio interesse, non creò una linea di difesa, come altrimenti seppe fare, ad esempio durante la crisi dell’aprile 1993? Perché le forze musulmane nell’enclave non riuscirono a riprendersi le armi pesanti depositate in un magazzino locale sotto il controllo dell’ONU? Non vi era altro che una servizio di sorveglianza?” (Pagina 197)
Completando queste domande ben formulate, va notato che già il 6 luglio, mentre iniziava l’attacco serbo, il comando del battaglione olandese di Srebrenica fece sapere alla 28a divisione che era libera di recuperare l’armamento pesante nel magazzino, se lo desiderava. Questo fu rivelato nel “Debriefing” del battaglione olandese, emerso nell’ottobre 1995. Tuttavia, le forze musulmane di Srebrenica ignorarono inspiegabilmente l’invito, rafforzando l’impressione che, per motivi politici o altri, scelsero di non resistere militarmente all’attacco serbo. Portando l’autore alle seguenti riflessioni: “Venti anni dopo, manca ancora una risposta soddisfacente a domande che paiono cruciali, supponendo che si cerchi di scoprire cosa successe esattamente. La passività e l’assenza di una reazione militare delle forze musulmane nell’enclave sono in netto contrasto con il comportamento offensivo nei due anni precedenti, manifestatosi nei massacri sistematici di civili serbi nei villaggi che circondano Srebrenica”. (Pagina 197)
L’autore rilascia poi un particolare intrigante che in precedenza era sconosciuto anche all’autore: “Ramiz Becirevic (al comando della 28a divisione, assente Naser Oric) inizialmente ordinò di radunare le armi pesanti. Tuttavia, l’annullò poco dopo, spiegando di aver ricevuto un contrordine. Chi fu la fonte di quell’ordine e per quale motivo fu dato? Per la cronaca, si noti che la mattina del 6 luglio, quando l’attacco serbo iniziò, agendo su propria responsabilità, il comandante del battaglione olandese informò il comando dell’esercito bosniaco che i serbi avevano “violato” i confini dell’enclave e che l’ONU non avrebbe obiettato se avessero recuperato le armi pesanti depositate in un magazzino locale”. (Pagina 197)
Facendo leva ulteriormente sulla questione dell’enigmatica disgregazione nell’enclave di Srebrenica della volontà di resistere, Martins Branco sottolinea che Naser Oric, “il carismatico capo che molto probabilmente avrebbe agito in modo diverso“, fu ritirato dall’enclave nell’aprile 1995, e non vi ritornò più. Quindi continua ponendo domande sensate: “Il ritorno di Oric fu impedito dal Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, di cui faceva parte la 28a divisione? Quali potrebbero essere state le ragioni? Non abbiamo ancora risposte convincenti a queste domande”. (Pagina 198)
“D’altro canto”, l’autore portoghese continua con l’analisi dettagliata del sospetto svolgersi degli eventi, “i funzionari del SDA locale, il Partito di Azione Democratica al governo a Sarajevo, non solo rifiutarono, citando strane ragioni, di aiutare le forze delle Nazioni Unite ad evacuare Srebrenica, cioè la propria popolazione e i rifugiati dei villaggi circostanti, ma andarono oltre impedendogli di fuggire verso Potocari. Invece, presentarono al comandante della Compagnia B (del Battaglione olandese) una lunga lista di richieste, la cui piena adesione insistettero come condizione per la cooperazione. La natura di tali richieste suggeriva l’esistenza di un piano accuratamente pre-elaborato che, tuttavia, non si conformò alle condizioni che in quel particolare momento prevalevano sul terreno. A quel punto, ci furono solo due questioni importanti per il presidente del municipio: una, la domanda agli osservatori militari del 10 luglio di diffondere all’estero una relazione sull’uso di armi chimiche da parte delle forze serbe, anche se non era vero; In secondo luogo, accusare pubblicamente i media internazionali di diffondere disinformazione sulle forze musulmane che opponevano resistenza armata, con la richiesta aggiuntiva all’ONU di emettere anche un diniego ufficiale. Secondo lui, i soldati bosniaci non utilizzavano armi pesanti, né erano pronti a farlo. Allo stesso tempo, si lamentò della carenza di prodotti alimentari e della sconvolgente situazione umanitaria. Il contorno di una narrazione ufficiale diventava percepibile e consisteva in due messaggi: assenza di qualsiasi resistenza militare e mancanza di cibo”. (Pagina 198)
Traducendo, questo alto ufficiale della NATO con eccellenti poteri di osservazione e acume per l’analisi critica “subodorò la trappola”, e proprio fin dall’inizio del gioco. Non lo dice direttamente nelle memorie, ma suggerisce fortemente che dubbi sull’autenticità della narrazione ufficiale su Srebrenica gli proliferassero nella testa in quel momento, mentre le notizie sul campo si accumulavano sulla sua scrivania a Zagabria. Martins Branco pone poi la domanda logica o, piuttosto, indica una delle incertezze chiave del racconto ufficiale degli eventi di Srebrenica: “Potrebbe essere posto anche un interrogativo sull’assenza assoluta di una risposta militare di qualsiasi tipo da parte del Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, la cui zona di responsabilità comprendeva la Bosnia-Regione nordorientale, tra cui Tuzla (dove era ubicato il comando), Doboj, Bijeljina, Srebrenica, Zepa e Zvornik. Le agenzie d’intelligence dell’esercito bosniaco, il cui orecchio era fissato sulle comunicazioni serbe, erano perfettamente consapevoli dell’offensiva imminente. Nonostante sapessero dell’intento di attaccare dei serbi, il Secondo Corpo dell’esercito bosniaco non fece il minimo movimento per indebolire la pressione dei serbi sull’enclave. Era un fatto noto che il Corpo della Drina, l’unità serba nella cui zona di responsabilità si trovava Srebrenica, di era esaurito e che l’attacco a Srebrenica fu possibile solo sfruttando le forze ritirate da altri segmenti del fronte, naturalmente lasciando molti punti vulnerabili. Perché il Secondo Corpo non attaccò lungo tutto il fronte del Corpo della Drina, non solo per alleviare la pressione su Srebrenica ma anche per sfruttare le vulnerabilità temporanee delle forze serbe occupando territorio nelle aree rimaste senza protezione? Dopo venti anni, non abbiamo ancora la risposta a questa domanda coerente e ragionevole”. (Pagine 198-199)
Questi sono solo alcuni dei motivi più importanti che hanno portato un soldato professionista ad essere scettico sul quadro generale della narrativa accettata su Srebrenica. Come vedremo nella successiva recensione, la sua analisi più dettagliata solleva ancora più domande.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo della “perestroika” nella distruzione dell’URSS

Il ruolo della “perestroika” nell’indebolimento del partito e nell’emergere del capitalismo
Najm al-Dalimi, Inosmi, 02/06/2017

Ecco una traduzione del quarto libro del professor irachene Najm al-Dalimi “Il prezzo del grande tradimento e della disgregazione dell’Unione Sovietica”
Nel 2008, gli Stati Uniti tennero la cerimonia di consegna della Medaglia della Libertà a Gorbaciov. Il premio era accompagnato da 100 mila dollari presentati dall’ex-presidente degli Stati Uniti George HW Bush. La ragione della premiazione di Gorbaciov era il suo grande contributo al crollo di un grande Stato, e la “vendita” dei Paesi dell’Europa orientale, in particolare della Repubblica Democratica Tedesca. Un prezzo così basso per il tradimento di popolo, ideologia, partito era equo tenendo conto che non fu il primo premio, per l’apostata Gorbaciov. Uno dei principali architetti della cosiddetta perestrojka, membro del Politburo del partito Aleksandr Jakovlev potè in un breve tempo occupare la posizione di responsabile dello sviluppo della politica ideologica e d’informazione del Partito e dello Stato sovietico. Fu direttamente responsabile dell’attuazione dell’importante e pericoloso compito lavorando a diretto contatto con Gorbaciov. Jakovlev rimosse dai loro incarichi la stragrande maggioranza dei responsabili del lavoro ideologico del partito e del governo, dirigenti di media, riviste, televisione, colpendo, per esempio, le riviste “Moscow News” “Bandiera” e “Nuovo Mondo”, e altri giornali e riviste, e registi televisivi, in particolare del “Primo Canale” (Ostankino). Inoltre, vi nominò suoi sostenitori, favorevoli alla “perestroika” che agivano nell’interesse di Gorbaciov e della sua teppa. Allo stesso tempo, condusse incontri formativi e seminari nel Comitato Centrale per i nuovi membri del partito e del governo con pretesti fasulli per promozione valori quali trasparenza, democrazia e diritti umani. Inoltre, sviluppò programmi, ricerche e articoli che ne trasmettevano il punto di vista esclusivamente al servizio della “perestroika”. Jakovlev, grazie ai suoi poteri e al supporto illimitato di Gorbaciov permise di scrivere articoli e libri politici di suo gradimento. La maggior parte degli autori erano membri del governo e sostenitori di Gorbaciov come, ad esempio, Jurij Afanasiev. Lo scopo principale di tali testi era distorcere il pensiero socialista e la teoria del marxismo-leninismo, confutando le opere di Lenin e Stalin, in modo da farli riconoscere errati e denigrali, in particolare Stalin. Gli autori cercarono di screditare la costruzione del socialismo e le sue conquiste in vari campi, politici, economici e ideologici, di falsare i valori socialisti e intenzionalmente svalutarne i successi raggiunti dal popolo sovietico e le sue vittoria. In particolare, la grande vittoria sul fascismo tedesco nella Grande Guerra Patriottica (1941-1945), la piaga “orfano” del capitalismo, e una delle sue tendenze ideologiche, politiche e socio-economiche peggiori e sporche. Sotto la guida di Aleksandr Jakovlev, membro del Politburo del partito di governo, scribacchini fedeli a lui e al suo corso distruttivo lavorarono per far avanzare l’idea d’integrare i sistemi socialista e capitalista. Secondo questa “ristrutturazione” (perestrojka) non implica democrazia e socialismo stalinisti, la “ristrutturazione” era la costruzione di un nuovo socialismo, “dal volto umano”. Gorbaciov e Jakovlev lavorarono duramente per indebolire il ruolo e lo status del Partito Comunista dell’Unione Sovietica come principale forza politica, sociale e statale, in conformità con la Costituzione socialista dell’URSS. Alla fine, riuscirono a fare il primo e più importante passo per minare il sistema socialista, così come il prestigio del partito, abolendo il sesto articolo della Costituzione dell’URSS, il ruolo guida del Partito Comunista. Così fu approvato il principio del pluralismo politico, svolgendo elezioni “democratiche” che portarono al caos politico, e dall’Unione Sovietica alla Federazione Russa, con più di 1000 i partiti politici. Nel luglio 1991, i membri del Politburo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Aleksandr Jakovlev e Eduard Shevardnadze (ex-ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica) crearono partito di governo alternativo, il Movimento delle riforme democratiche, con l’appoggio dell’imperialismo degli Stati Uniti, cioè della sue intelligence economiche e finanziarie. Furono sostenuti, ad esempio, dal miliardario Soros, strettamente associata all’intelligence degli USA e all’Istituto Kraybla, della CIA. Il movimento ebbe anche il supporto dell’Istituto per la Democrazia in America. I membri del movimento avevano lo scopo di distruggere la struttura e con essa lo Stato sovietico.
Il principale compito “sporco” affidato a Jakovlev fu distorcere e di denigrare l’ideologia scientifica del marxismo-leninismo, la sua teoria ed sottoporne gli autori a false accuse. Dopo tutto l’ideologia scientifica pose le basi della società socialista in URSS e l’adozione dei modelli riusciti a livello nazionale e internazionale. Quanto a Gorbaciov, il suo compito era scegliere i capi del partito ed altro personale per sostenerne il corso distruttivo. Parallelamente, Gorbaciov respinse l’ideologia socialista e i dirigenti e aderenti del partito che ne respingevano il suo corso. Tutto questo accadde con pretesti fittizi. Così, per esempio, li dichiarò conservatori e oppositori del progresso. Sostituì i quadri del partito nel ramo esecutivo, così come ai vari livelli amministrativi. In generale, Gorbaciov sostituì più di due terzi dei lavoratori e quadri di partito nel ramo esecutivo, oltre il 70% del personale, compreso il Segretario del Comitato Centrale e i segretari di regione, città e commissioni distrettuali. Inoltre, sospese i direttori di fabbrica, presidenti delle fattorie collettive e delle aziende agricole statali, così come i leader delle istituzioni accademiche e di ricerca in disaccordo con la sua politica. Gorbaciov realizzò tutto ciò grazie ai poteri da capo del partito di governo. Così, rimosse i leader di maggior talento, forte ed esperti dell’URSS e tali cambiamenti si ebbero sotto il falso slogan dell'”aggiornamento” della società sovietica e del partito al governo. Dato tutto questo, si può concludere che le riforme portarono alla successiva caduta dell’Unione Sovietica, dovuta al grande tradimento nel partito. Il crollo avvenne nel modo seguente.
In primo luogo, la mancata aderenza alla teoria del marxismo-leninismo, nel svilupparla per adattarla alle esigenze di tempo, nello Stato che in ambito internazionale.
In secondo luogo, vi fu la mancata pratica della democrazia socialista, esprimedno gli interessi del popolo, l’era di Krusciov ritornò con Gorbaciov al potere.
In terzo luogo, è necessario tenere conto del basso livello di “coscienza di classe socialista”, nella società sovietica in generale e nella classe operaia, soprattutto da quando Krusciov guidò il partito e lo Stato fino al governo di Gorbaciov.
In quarto luogo, si compromise il valore del principio (o assenza) della leadership collettiva del partito, in modo che il segretario del partito divenne una sorta di profeta, l’unico decisore.
In quinto luogo, va notata la predominanza del comportamento utilitaristico e opportunista tra alcuni lavoratori del partito.
Questi e altri fattori contribuirono al successo del traditore Gorbaciov e della sua squadra nella distruzione del grande Stato dell’Unione Sovietica e nel rovesciamento del grande Partito dello Stato di Lenin e Stalin, che in un breve tempo compì progressi significativi in ambito politico, economico, sociale, scientifico e militare; successo riconosciuti dal nemico ancor prima che dagli alleati, come evidenziato dall’aggressione vergognosa e da ingiuste guerre scatenate contro la potenza. Tra cui vanno evidenziare la guerra civile (1918-1922), la seconda guerra mondiale (1941-1945) e la cosiddetta guerra fredda (1946-1991). L’obiettivo principale di Gorbaciov e sostenitori corrotti era la distruzione dell’Unione Sovietica da parte della cosiddetta “perestrojka” che rase al suolo tutte le conquiste in campo socio-economico, scientifico e militare, nonché promosse la nascita del capitalismo nella più violenta delle sue manifestazioni, al fine di distruggere l’economia socialista. Decisioni importanti per rilanciare i rapporti capitalistici di produzione, in particolare nell’industria, furono le cooperative industriali, in altre parole, il lavoro per creare il capitalismo privato venne adottato. A tal fine, i proprietari delle imprese private ebbero prestiti preferenziali, le cosiddette cooperative poterono stabilire relazioni economiche con l’estero, con imprese industriali, in particolare dei Paesi capitalisti. Così, il governo perseguì una politica volta principalmente a indebolire e smantellare le imprese socialiste. Perciò la maggior parte di esse, seguirono i termini della “perestroika” del costo-efficacia, e di conseguenza furono vendute a prezzi bassi o privatizzate da affaristi che a loro volta contribuirono alla nascita della borghesia, divenendo pilastro sociale ed economico del regime. Così, si formò il divario tra costruzione dell’economia capitalista ed economia esistente, il cui nucleo erano le impresa socialiste. In altre parole, la distruzione dell’economia avvenne con lo slogan “rinnovamento, sviluppo e apertura”. Gorbaciov, Jakovlev e la loro squadra fecero tutto ciò che era in loro potere, utilizzando tutti i mezzi amministrativi affinché il popolo sovietico cominciasse a odiare il sistema socialista e, infine, a rigettarlo. Uno dei passi più importanti della “perestroika” fu lottare contro l’abuso di alcol (in modo inefficiente). Quindi, fu effettuata la corrispondente attività d’informazione, lanciata da una campagna mediatica e, di conseguenza, tutti i tipi di alcol scomparvero dai magazzini pubblici. Allo stesso tempo, c’erano code per le bevande alcoliche, i prezzi aumentarono del 45%, ci fu il mercato nero controllato dalla mafia, e i capi della “perestroika” specularono sulla vendita di alcolici, ottenendo enormi profitti. Una catastrofica situazione fu creato, colpendo tutti i cittadini sovietici, facendo scomparire o prodotti alimentari essenziali come pane, sale, formaggio, carne e altro ancora. Secondo l’ex-Ministro della Difesa dell’URSS Maresciallo Dmitrij Jazov, le autorità vietarono ai treni carichi di cibo e altri beni di entrare a Mosca, dove nei magazzini di Atato ancora mancavano i prodotti necessari. Ciò per provocare la rabbia popolare verso il sistema socialista e il partito al governo, mentre i cittadini sovietici furono costretti a ore di fila per avere pane, burro e carne. Il tutto accompagnato dall’avvento dei tagliandi per il cibo e altri beni che non c’erano che nel periodo della Grande Guerra Patriottica (1941-1945), e di conseguenza i cittadini sovietici non credettero più nel Partito Comunista. Allo stesso tempo, la lotta della classe operaia, specialmente con i direttori delle imprese industriali, comportò la riduzione della produzione a causa del caos e dell’instabilità nel Paese, oltre a ridurre i redditi, mentre i mafiosi svilupparono l’economia nera, compromettendo in l’economia nazionale. L’amministrazione delle imprese pubbliche e private ebbero istruzione formale di fermare la produzione dei principali prodotti alimentari, in tutti i possibili modi, mentre il cibo sui treno rimase lontano dalle città, soprattutto Mosca e Leningrado, deteriorandosi, in modo che venisse semplicemente gettato nelle foreste.
Lo scopo principale di tutto questo era il sabotaggio dei dirigenti della cosiddetta “perestroika”, alimentando malcontento e odio del popolo sovietico verso partito e sistema socialista. Di conseguenza Gorbaciov e la sua squadra crearono la crisi nel Paese e accusandone i principi in base del sistema socialista, l’incapacità di quest’ultima di fornire ai cittadini i beni necessari. Inoltre, si ebbero sforzi per minare il sistema finanziario dello Stato, con il risultato di dichiarare che lo Stato sovietico non poteva dari ai propri cittadini tutto il necessario, essendo tra i Paesi con il maggiore debito estero. Allo stesso tempo, i capi della “perestroika”, riformatori e democratici, divennero imprenditori influenti nell’Unione Sovietica e dopo il suo crollo. Vendevano i prodotti alimentari destinati ai cittadini per arricchimento personale. Tale pericolosa tendenza si sviluppò con il supporto di Gorbaciov e sostenitori. Gli imprenditori ebbero vari benefici e crediti da banche estere. All’inizio della “perestroika”, nel 1985, grazie agli sforzi ul debito estero dell’Unione Sovietica era di 131,1 milioni di dollari, mentre nel 1991 raggiunse i 70,3 miliardi di dollari. La maggior parte di tali prestiti fu per corrompere i dirigenti sovietici. Inoltre, le riserve d’oro si esaurirono. Così, il volume dell’oro scese da 2000 a 200 tonnellate.I piani per fomentare conflitti in Unione Sovietica
Gorbaciov, Jakovlev e sostenitori capirono che, per distruggere l’Unione Sovietica, era necessario prima di tutto per provocare conflitti tra i popoli dello Stato. Perciò fu necessario infiammare i sentimenti nazionali, in particolare delle popolazioni non russe, lavorare sui giovani, che cominciavano ad essere ostili al governo sovietico e al popolo russo. Tale compito fu assunto da Aleksandr Jakovlev (membro del Politburo e responsabile per lo sviluppo delle relazioni con i partiti comunisti del mondo). Nel 1988, Aleksandr Kakovlev visitò i Paesi baltici, Libava e poi Vilnius per risolvere certi problemi in queste repubbliche, in particolare, risolvere le controversie sorte tra i loro capi. Ebbe anche una riunione con attivisti e capi dell’opposizione anti-sovietica, e nella primavera 1988, nelle repubbliche, soprattutto in Estonia, nacque l’opposizione, cioè il “Fronte Popolare”, la cui l’attività politica tracimò nei tre Paesi baltici (Lettonia, Lituania ed Estonia) dell’Unione Sovietica. A causa della politica distruttiva e ostile delle autorità delle repubbliche baltiche, anche in Kazakistan apparve il movimento dei giovani e lavoratori, soprattutto nella capitale. Poi ci fu un movimento della Ferghana. L’attività anti-sovietica si ebbe ella Repubblica della Georgia, e lo stesso in Azerbaigian, dove gli eventi ebbero carattere nazionalistico acceso. La guerra tra Armenia e Azerbaigian per il Karabakh uccise 130 donne e bambini. Il conflitto sulla zona perdura tutt’ora. Gorbaciov vietò all’esercito sovietico di “spegnere i focolai” nei Paesi baltici, Georgia, Armenia e Azerbaigian, alimentati dalle organizzazioni nazionaliste estremiste sostenute dall’occidente, portando al collasso dell’Unione Sovietica. All’esercito sovietico fu vietato di nuovo di reprimere le forze della controrivoluzione, che ebbe il sostegno dell’imperialismo occidentale, in particolare dagli Stati Uniti. Nell’agosto 1991, alla luce degli sconvolgimenti politici avutisi nelle repubbliche baltiche e dell’Asia centrale, fu creato il Comitato di Emergenza di Stato. La decisione sulla sua istituzione fu approvata da Gorbaciov. Tuttavia, gli ultimi fatti dimostrano che Gorbaciov fece il doppio gioco. In caso di vittoria della Commissione di Stato per lo stato di emergenza, sarebbe rimasto con loro, in caso di fallimento avrebbe appoggiato Boris Eltsin e la sua squadra, ma alla fine perse e il suo tradimento l’ha gettato nel “pozzo nero” storia.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora