L’ucrainofilia dei nazisti russi e sconfitta della visione liberale del conflitto

Oxandabaratz (Euskal Herriko Antiinperialistak), 6 agosto 2015 – The Saker14d9dc6c-b669-11e3-_556478cDue settimane fa, 25 luglio, a Kiev, capitale ucraina, c’è stata una manifestazione presso l’ambasciata russa. Tale dimostrazione non era come le altre, quando masse di banderisti minacciavano di assaltare l’ambasciata, ma piuttosto patetica con 50 presenze, più o meno. Ma ciò che era speciale era il leitmotiv: una manifestazione per chiedere la liberazione dei “prigionieri politici russi”. Che tipo di “prigionieri politici russi” era abbastanza chiaro per via della data della manifestazione, 25 luglio, giorno in cui il governo della Federazione russa e il suo Presidente, Vladimir Putin, approvavano la legge contro l’odio etnico. Ed era un caso che, in quei giorni, l’estremista di destra Ilija Gorjachev, accusato di aver ucciso avversari politici (delizioso caso che l’avvocato di Gorjachev fosse Mark Fejgin, lo stesso che delle “anarco-femministe” Pussy Riot e della pilota ucraina Nadija Savchenko) venendo condannato all’ergastolo. Quindi, era chiaramente una dimostrazione per chiedere la liberazione dei prigionieri di estrema di destra russi, non genericamente di prigionieri russi. Una manifestazione che esprimeva solidarietà tra ultranazionalisti russi e quelli post-maidanisti e rabbiosamente anti-russi ucraini. La manifestazione all’ambasciata russa di Kiev non fu convocata da gruppi sparuti o clandestini, ma da gruppi presenti dai massacri di Majdan: Settore destro, battaglione Azov, Assemblea nazional-socialista e il curioso gruppo “Pjotr i Mazepa” che si definisce “voce dei nazionalisti russi in Ucraina che rispettano il nazionalismo ucraino” (cioè, conciliare le due identità per il bene del “nazionalismo”). La partecipazione era piena di stelle del movimento nazista russo, come Ilija Bogdanov, ex-ufficiale dell’FSB che ha disertato presso la junta non per “dissenso politico all’autoritarismo”, come la stampa maidanista e i loro portavoce della NATO proclamano, ma per affinità ideologica, così come sappiamo ora. Un curioso esempio di “internazionalismo” nazifascista… e duro colpo alla narrativa euro-liberale del conflitto. Non un liberale europeo ha cercato di spiegare il motivo di tale manifestazione e non uno di loro potrebbe chiarire perché gli aderenti russi al movimento ultranazionalista come il fascismo possano “tradire la loro nazione” a favore di una nemica. Naturalmente, una persona dall’intelligenza media (cioè senza il lavaggio del cervello dai media della NATO) può vedervi solo “affinità ideologica” (non diversa dal movimento russo vlassoviano, ustascia croato o dei collabos o doriotisti francesi nella seconda guerra mondiale), ma ciò è anatema per i liberali, che cercano con difficoltà di “de-ideologizzare” il conflitto. Per i liberali europei, e tra tutti, i liberali di sinistra, il desiderio di accusare il presidente russo Vladimir Putin quale “complice dell’estrema destra” o almeno “qualcuno che chiude un occhio sull’avanzata della destra”. I liberali europei (destra o sinistra), impegnati nella loro euro-supremazia geopolitica, trattano da “nazionalista”, “retrogrado”, “populista”, “pericoloso per i Diritti Umani”, “etico” o “autoritario” OGNI progetto politico che gli resiste (bolivarismo, comunismo, baathismo o statalismo russo), tanto che la diffamazione di Putin è normale tra loro.
РусьLa diffamazione dei partigiani novorossi quali “espansionisti ortodossi retrogradi” non è rara. Tale strategia è sfruttata con successo per preparare le menti della sinistra occidentale ad accettare e lodare le rivoluzioni colorate ideate da Soros, in nome della “democratizzazione” e/o “la lotta all’autorità” (la ‘folla in strada’ è un immagine molto piacevole per le sinistre di tutti i colori, e se ideologicamente non sono attente, possono essere facilmente ingannate). Il trucco preferito dei liberali è “de-ideologizzare” la lotta del popolo del Donbas per la sopravvivenza e presentare la guerra come “istigata dall’imperialismo di Putin” in una mera “guerra etnica tra due nazionalismi”. Lo scopo principale di tali intellettuali liberali (in particolare di sinistra) è “degradare” e “delegittimare” il carattere antifascista e anti-oligarchico della Novorossija, come afferma nella sua dichiarazione del 25 luglio 2014, o le varie affermazioni di Novorrosija, RPD e RPL a favore della socializzazione di mezzi pubblici, salute e sistema educativo, riportando il potere al popolo dagli oligarchi e limitando la colonizzazione economica estera. In effetti, l’ideologia della Novorossiya si basa più sull'”asse sociale” della revisione della catastrofe del 1991 e sull’assunzione degli “aspetti sociali positivi” dell’URSS (con questo non dico che tutti i politici novorussi siano marxisti o comunisti, ma che lo Stato sovietico e la sua assistenza sociale sono molto presenti nella ribellione novorussa: vi furono continue rivendicazioni dei lavoratori per combattere gli oligarchi). In realtà, lo sport preferito dei liberali di sinistra è ritrarre i progetti (geo)politici non-euro-NATO come “reazionari” e cercare di spingere le attuali sinistre europee a non sostenere questi programmi/Stati/ideologie. Lo fanno ogni volta che possono e la fanno franca: nel 1991-1995 e nel 1999 in Serbia/Jugoslavia, dal 2011 in Libia e Siria, oggi in Novorossia, in passato in URSS… (non posso elencare tutti i casi). L’ideologo euro-sinistro è un imperialista in primo luogo e poi di sinistra, così per i suoi seguaci l’asse ideologico è il primato europeo. Ecco perché le sinistre anti-imperialiste e i movimenti progressisti sono delegittimati da costoro, da ogni angolo immaginario, perché sarebbero “nazionalisti” (dimenticando che non c’è nulla di più nazionalista della colonizzazione anglo-francese-tedesca), “tradizionalisti” o “autoritari” (chi non vuole esprimere valori occidentali o del libero mercato), o “militaristo” (chi difende i propri mezzi di sussistenza piuttosto che “mendicare” un “trattamento migliore” dai padroni del mondo). Soffrono del tradizionale ‘complesso di Edipo’: predicano la purezza ideologica a sinistra, ma non hanno idea di come arrivarci per paura del loro “padrone” (perché, in generale, provengono da famiglie della classe dominante). Nel caso di Russia e Novorossia, la narrazione degli euro-imperialisti della NATO di tutti i colori cerca di spacciare la Novorossija quale “emanazione di Putin” o “creazione del Cremlino”. Questo è tutto. Ignorano la chiara implicazione imperialista degli avvenimenti di Majdan (pressione diplomatica, ONG finanziate, biscotti di Nuland o addestramento dei militanti di UNA-UNSO della NATO in Estonia) contro un governo democraticamente eletto. A ciò si aggiunge l’aiuto militare della NATO al neo-governo golpista; ma credono ad ogni falsità della junta o della NATO su qualsiasi falsa “invasione russa” nel Donbas solo perché la resistenza popolare contro il “paradiso europeo” gli è insopportabile (mentre la presenza in Ucraina di esercito degli Stati Uniti, Blackwater o Academi, o l’assistenza della NATO, è sistematicamente ignorata). Un altro tema di tali liberali è denunciare l'”elemento fascista/nazionalista” nelle Forze Armate di Novorussia. Mentre la comunità italiana Voxkomm ha dimostrato che i fascisti non sono nemmeno l’1% dei ranghi novorussi (vedasi l’immagine sotto):word-image3Ciò va paragonato alla grave presenza banderista nella junta occupata e piena di fascisti: dall’onnipresenza della bandiera rosso-nera, dalla celebrazione del 14 ottobre (anniversario della fondazione dell’UPA) come “Giorno dei difensori ucraini”), dal capo del SBU che fa discorsi presso Pravij Sektor, dal saluto di Poroshenko “Slava Ukrajini, Herojam Slava!“, dall’eccessiva presenza di tale slogan, dal revisionismo… ma il pubblico della stampa occidentale non l’ha mai saputo, dato ciò che in precedenza è stato detto: l’idea è “de-ideologizzare” il conflitto, offuscandone motivi o fatti reali (la rivolta del sud-est dell’Ucraina contro l’imposizione della visione unilaterale occidentale dell'”Ucraina” e la rivolta dei lavoratori contro l’oligarchia). Tale menzogna è stata abilmente costruita confondendo “nazionalisti”, “monarchici”, “destra” con i “fascisti”. In realtà, naturalmente, non tutti i nazionalisti e non tutta la destra sono fascisti, e non tutta la destra nazionalista è fascista. Supportare i bianchi russi o la monarchia (idee con cui non sono d’accordo) non fanno di una persona un nazista. In realtà, ci sono molti più fascisti russi nei ranghi della junta, soprattutto nei battaglioni di volontari, che nell’esercito di Novorossija.

Nazisti contro la propria patria: breve spiegazione
Dopo aver confutato il racconto liberale sul conflitto in Novorossija e la situazione russa, cerchiamo di spiegare i motivi per cui i nazisti russi sono con la junta ucraina. Se diamo un rapido sguardo alla manifestazione presso l’ambasciata russa a Kiev, vedremo che uno striscione, intitolato “Reconquista” (il progetto ideologico internazionale del battaglione Azov), con il motto: “Oggi l’Ucraina, domani la Russia e l’Europa“. Ciò dimostra, naturalmente, lo scopo dell'”internazionalizzazione” del conflitto su base ideologica. Ultranazionalisti e destre radicali da una parte, gli “altri” dall’altra; con la “esportazione” di tale “rivoluzione nazionale” in Russia come prima fase. Ma perché nazisti e fascisti russi sostengono questa idea e su quali basi? Se ci affidiamo alle parole dei nazisti o estremisti di destra russi, ci accorgiamo di un sondaggio sulla marcia russa del 2014 su VKontakte. Come la maggior parte dei lettori probabilmente non sa, la marcia russa è la manifestazione annuale della destra russa in occasione della Giornata Nazionale del 4 novembre. In questa indagine, il 56,6% dei partecipanti ha detto che la marcia esprime solidarietà “per la fratellanza tra Ucraina e Russia e il rifiuto dello sciovinismo vatnik” (immagine qui sotto):word-image4Quindi si schiera con la junta ucraina contro la Novorossija. C’è anche un video della marcia russa che dimostra come la maggioranza dei partecipanti fosse contro la Novorossija. Ma tale circostanza non è molto rara: uno degli organizzatori della Marcia Russa, Denis Tjukin, disse nel 2014 che “tutti i giovani nazionalisti russi sostengono l’Ucraina”. Tjukin è membro del partito nazista Russkie ed era anche alla manifestazione del 25 luglio a Kiev (immagine qui sotto).

word-image5E non solo Tjukin, capo del movimento Russkie, Dmitrij Djomushkin in passato propose la “marcia slava” in Ucraina in sostegno ai nazionalisti ucraini. In Ucraina possiamo trovare il “filosofo” fascista e vlassoviano Egor Prosvirnin presente nei primi giorni di Majdan, come dichiarò a Hromadske, la TV maidanista ucraina. E Prosvirnin non è il solo, in realtà molti “nazionalisti” russi combattono in Ucraina contro la Novorossija. Abbiamo già citato Ilija Bogdanov, ma c’era anche Roman Zheleznov che innalzava la bandiera banderista durante una manifestazione a Mosca, il 1° maggio 2014. Bogdanov e Zheleznov combattono oggi nel battaglione Azov e sono membri del movimento neonazista Restrukt (qui potete vedere foto di Zheleznov con il carcerato Ilija Gorjachev e l’avvocato Mark Fejgin, difensore anche delle Pussy Riot).goryachev-zuhel--500x300goryachevE parlando del movimento ‘Restrukt‘ in Russia, dobbiamo anche citarne due membri imprigionati in Russia: Nikolaj Korolev e Maksim Martsinkevich “Tesak“, che hanno scritto lettere dalla prigione esprimendo sostegno alla junta ucraina. Particolarmente interessante è il caso di “Tesak”, famoso sui media occidentali come organizzatore di raid contro i gay, che lo definivano “teppista al servizio di Putin”. Alcun media occidentale ha poi riferito che Tesak fu arrestato a Cuba su ordine dell’Interpol russa e che è in prigione in Russia. Né informa del sostegno di Tesak alla junta ucraina. Così ciò è chiaro: tutte le “stelle” del nazismo russo sostengono il fascismo ucraino. Ma dobbiamo capirne le ragioni. Infatti, la dimostrazione del 25 luglio presso l’Ambasciata Russa di Kiev dà alcuni indizi. L’organizzatore di tale manifestazione, Alena Semenjaka (del “Club tradizionalista ucraino” e principale ideologa di battaglione Azov e Pravij Sektor), ha come elemento chiave ideologico la lotta per un'”Europa bianca dai valori tradizionali“. Semenjaka, lettrice di Heidegger e Juenger, sostenitrice della “Reconquista europea” del suprematismo bianco, è una dei principali sostenitori della “recupero della Russia” alla causa europea. Naturalmente, la “Russia” di cui parla non ha nulla in comune con la vera Russia. Parla di ‘Russia bianca’, “Russia pura”… da inserire nell’Europa bianca; non di una Russia patria di popoli diversi in contrapposizione all’occidente (ciò che la vera Russia persegue). Da qui i suoi attacchi allo “Stato russo” o “Russia multietnica” o “neo-Unione Sovietica di Putin”, piuttosto che alla “Russia”, avendo tale visione dello Stato russo come patria multinazionale nella tradizione sovietica. Tale visione della Federazione russa come neo-Unione Sovietica è condivisa dai nazionalisti russi. Nazionalisti ucraini e nazionalisti russi di Semenjaka, Djomushkin e Tjukin concordano sul fatto che l’attuale Federazione russa sia uno Stato che “denazionalizza i russi slavi”. E questo è ciò che i liberali occidentali, della sinistra europea, vogliono nascondere. In effetti, la visione della ‘Russia di Putin’ (con cui non sono politicamente d’accordo) e dei nazisti russi è molto, molto diversa. E qui arriviamo alla tradizione politica russa. Nella storia, la Russia non si percepisce come Stato nazione, patria di una sola nazione. La Russia non si vede come Stato-nazione, ma come Stato ideocratico (gli ultimi due Romanov, Alessandro III e Nicola II probabilmente furono l’eccezione alla regola), così sotto il dominio zarista (lo Stato degli ortodossi tradizionalisti), sotto il dominio sovietico (lo Stato socialista internazionalista) e anche oramai con Putin (Stato multipolare). Questo punto di vista di Stato ideocratico della Russia è ciò che appare in Novorossija: Stato ideocratico che si oppone al liberalismo del libero mercato (sottolineando il collettivismo, l’idea collettiva), all’occidentalismo (alternativa geopolitica) e all’esclusivismo nazionale. Fascismo e nazismo sono contrari a tutto questo.
Olena2_risultatoL’ideologia di Semenjaka viene ripresa dai “nazionalisti” russi (tra parentesi perché “nazionalista” è la parola che usano). Naturalmente non tutti i nazionalisti russi adottano tale visione. Ci sono tradizionalisti, monarchici, nostalgici dei bianchi che sostengono la Novorossija. Ma sono nazionalisti russi (ovviamente da comunista, sono in disaccordo con loro) che seguono la tradizione politica russa di un forte zarismo. È piuttosto un pensiero politico conservatore pre-moderno ma ha poco a che fare con il fascismo (nella sua versione pura). Il fascismo è un prodotto del modernismo occidentale, variante antimaterialista. Il fascismo (come il liberalismo) in Russia è legato alle élite filo-occidentali e/o a gruppi marginali. Perciò le due fazioni in Russia, destra radicale e liberali si sono unite nel sostenere la junta ucraina. Vedono nell’Ucraina di oggi la “Russia europea”, “la Russia sfuggita allo statalismo divenendo una nazione”; e nella Russia di oggi uno “Stato neo-sovietico semi-tartaro e non europeo”, che “schiavizza” i cittadini russi. Alcuni scrittori “nazionalisti” hanno tracciato l’idea di Aleksandr Nevskij come “traditore” della “vera Rus” per aver deciso di allearsi con i mongoli contro i teutonici “escludendo la Russia dall’Europa”, “scegliendo lo Stato alla nazione”. La loro idea (e ancor più nel post-Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti posero l'”Europa” piuttosto che la “grande Germania” al centro delle loro idee), è annullare la via ideocratica per “europeizzare la Russia” (la stessa dei liberali, questi con il libero mercato, quegli altri con la guerra razziale). Naturalmente, “gli europeizzatori della Russia” sono le nuove marionette degli geostrateghi della NATO, così come certi radicali di sinistra lo erano nelle rivoluzioni colorate (alcuni esponenti della sinistra radicale, per fortuna non tutti!) Quindi, dopo aver esaminato i loro nemici comuni (Unione Sovietica, Russia ideocratica) e la loro comune visione del mondo (Europa bianca), possiamo vedere chiaramente la simpatia dei nazisti russi per la junta ucraina, e quindi la loro lotta comune, portando estremisti di destra russi a combattere e morire per opprimere la “Novorossija filo-russa”. E con ciò in mente, possiamo vedere chiaramente la menzogna della narrazione occidentale liberale (della falsa sinistra) che assimila Putin ai nazisti russi e poi alla Novorossija. Coda di tale bufala liberale è vedere i terroristi di Gladio (NATO) come Stefano Delle Chiaie supportare Azov, i deputati verdi del Parlamento Europeo come Rebecca Harms fare discorsi sotto le bandiere di Svoboda, o il deputato ceco Jaromir Stetina invitare il neonazista Andrej Biletskij al Parlamento europeo.

GREETINGS FROM THE HEADQUARTERS OF CASAPOUND ITALIA IN ROME:  "There is no and has never been an "ethnic war" between Ukrainians and Russians who fight together for their homeland against the antinational regime of Putin and failed ideal of Western multiculturalism. "Nationalists" who support Putin are neo-Bolsheviks and Eurasianists who eagerly join their forces with activists of European "Antifa" movement, Kadyrov's mercenaries and other non-Slavic nationalities of Russian Federation who represent its economic and political interests in Donbas while real Russian nationalists are imprisoned or forced to flee from their country."

GREETINGS FROM THE HEADQUARTERS OF CASAPOUND ITALIA IN ROME:
“There is no and has never been an “ethnic war” between Ukrainians and Russians who fight together for their homeland against the antinational regime of Putin and failed ideal of Western multiculturalism. “Nationalists” who support Putin are neo-Bolsheviks and Eurasianists who eagerly join their forces with activists of European “Antifa” movement, Kadyrov’s mercenaries and other non-Slavic nationalities of Russian Federation who represent its economic and political interests in Donbas while real Russian nationalists are imprisoned or forced to flee from their country.

Nota
1. “Pjotr i Mazepa” dal nome dello Zar Pietro il Grande e dell’atamano cosacco “ucraino” Ivan Mazepa (che secondo i nazionalisti ucraini fu il “primo combattente per l’indipendenza ucraina contro la Moscovia”), che si combatterono nella battaglia di Poltava nel 1709, quando Mazepa aiutò il re svedese Carlo XII contro i russi (la coalizione cosacco-svedese fu sconfitta). Portando questi due nomi, il primo “Imperator” della Russia e il “primo nazionalista ucraino”, “Pjotr i Mazepa” vuole “riconciliare i nazionalisti russi con quelli ucraini nella lotta comune” (contro lo Stato russo multietnico, putinismo, neo-sovietismo… qualunque cosa). Il programma di “Pjotr i Mazepa” è costruire nel sud-est uno “Stato federato mononazionale russo” nello “Stato ucraino mononazionale indipendente”. L’obiettivo di tale gruppo di estrema destra è al 100% in linea ai sogni imperialisti della NATO, favorendo (ideologicamente e geopoliticamente) uno Stato etnico russo, ma anti-Russia, per contrastare il polo alternativo della Federazione Russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fuga di El Chapo in Messico indica i legami della CIA con i narcotrafficanti

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 26/07/2015Jeb Bush Speaks At The Reagan Library About His New BookLa seconda evasione da un carcere di massima sicurezza messicano di Joaquín Guzmán, noto anche come “El Chapo”, temuto capo del famigerato cartello della droga di Sinaloa, ha puntato i riflettori dei media sul narco-Stato del Messico. La prima evasione di El Chapo nel 2001 dalla prigione Puenta Grande dalla pretesa massima sicurezza, e la seconda evasione da un altro carcere a prova di fuga di Altiplano, ad ovest di Città del Messico, hanno coinvolto numerosi funzionari messicani corrotti dalle tangenti del ricco Guzman. Inoltre, la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti e le sue ramificazione della Drug Enforcement Administration (DEA) sono indagate ancora una volta per aver favorito funzionari del governo messicano, come l’ex-presidente Vicente Fox e l’attuale presidente Enrique Peña Nieto, accusati di favoreggiamento delle fughe di El Chapo ed anche del narcotraffico messicano e latinoamericano. L’attenzione dei candidati presidenziali del 2016 sulla questione dell’immigrazione clandestina dal Messico ha portato a miniera d’oro mediatica al promettente repubblicano Donald Trump, mentre le proposte più morbide sull’immigrazione di candidati come Jeb Bush e Marco Rubio sono oggetto di forti critiche. Trump ha irritato l’establishment politico statunitense quando ha accusato la maggior parte degli immigrati clandestini dal Messico di essere dei criminali. L’assassinio a luglio a San Francisco della 31enne Kate Steinle, di fronte al padre, per mano dell’immigrato illegale messicano Juan Francisco Lopez-Sanchez ha alzato l’indice di Trump nei sondaggi di opinione, soprattutto dopo che fu svelato che Lopez-Sanchez fu deportato dagli Stati Uniti in cinque occasioni. San Francisco per decenni è stato un importante punto del narcotraffico dal Messico e altri Paesi dell’America Latina. Quando Lopez-Sanchez fu arrestato per l’omicidio di Steinle, si scoprì che era già ricercato dalle autorità statunitensi per droga. Mentre Trump e il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz hanno denunciato l’idea della cittadinanza a milioni di immigrati illegali latinoamericani negli Stati Uniti, Bush e Rubio, con legami familiari in America Latina, la sostengono. Bush e Rubio inoltre trafficano avidamente con l’economia oligarchica messicana. I due maggiori partiti del Messico, il conservatore liberista Partito di Azione Nazionale (PAN) e il Partito Rivoluzionario Istituzionale globalista (PRI), sono corrotti dal denaro del cartello della droga. L’unico partito che sembrava intento a ripulire la scena politica messicana dal controllo dei cartelli, il Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) di sinistra-progressista, fu devastato da dissensi interni e da una scissione dopo la sconfitta sul filo del rasoio alle presidenziali nel 2006, con prove di una massiccia frode elettorale. Il registro della CIA prevede la diffusione dei semi della ribellione nei partiti sul punto di prendere il potere e sfidare autocrati e globalisti. Il Messico non ha fatto eccezione.
Jeb Bush, la cui moglie è messicana, avrà un momento difficile per le passate attività di uomo d’affari e governatore della Florida che ha incrociato individui legati ai sindacati dei narcotrafficanti, come i cartelli Sinaloa e del Golfo del Messico. Mentre Bush era governatore della Florida, le autorità di regolamentazione bancaria degli Stati Uniti scoprirono che il cartello di Sinaloa di El Chapo controllava 23 conti presso la filiale di Miami della Wachovia Bank. Dopo aver lasciato la carica di governatore della Florida nel 2007, Bush istituì la Jeb Bush e soci, un ufficio in comodato, senza pagare l’affitto, nel palazzo della HSBC sulla Brickell Avenue, nel quartiere degli affari di Miami. All’inizio del 2015, HSBC fu colta dalle autorità federali statunitensi riciclare 881 milioni di narcodollari, in gran parte del cartello di Sinaloa. In precedenza, HSBC fu scoperta aver riciclato 376 milioni per Wachovia. Nessuno della HSBC finì in prigione e la banca pagò una multa 1,9 miliardi di dollari al dipartimento della Giustizia con una “penale differita”, un congegno ideato da avvocati e pubblici ministeri per evitare ai banchieri la prigione. Jeb Bush, i cui legami con Wachovia e HSBC avrebbero dovuto suscitare maggiore attenzione dei pubblici ministeri, ha deciso di provare a diventare il terzo presidente degli Stati Uniti della famiglia Bush. Quando gli avvocati statunitensi del panamense Manuel Noriega minacciarono di svelare le videocassette che mostravano Noriega e George HW Bush cospirare per contrabbandare droga negli Stati Uniti, il giudice William M. Hoeveler decise semplicemente che la CIA non avrebbe dovuto presentarsi per conto della difesa al processo Noriega, a Miami. Hoeveler fu scelto da Jimmy Carter per presiedere l’US District Court del Sud della Florida fino al pensionamento lo scorso anno. Anche se ovviamente prendeva ordini da Langley, Hoeveler fu lodato dai colleghi come “stella in ascesa” della giurisprudenza statunitense. Nei tribunali statunitensi sono all’ordine del giorno giudici che hanno lavorato per conto dei riciclatori di denaro sporco e dei politici che hanno beneficiato della loro generosità finanziaria. La famiglia Bush è il peggior esempio di dinastia politica arricchitasi con narcotraffico e riciclaggio di denaro, creando una rete di “giudici sporchi” scelti per presiedere i tribunali federali e statali in Florida e Texas.
cia-rendition-plane-crash.1312435895w500 Il 28 settembre 2007, un jet Gulfstream di un contractor della CIA che trasportava 3,3 tonnellate di cocaina dalla Colombia al cartello di Sinaloa El Chapo, a Cancun, si schiantò nello Stato di Quintana Roo, nei pressi di Tixkoko, Yucatan. Il velivolo era collegato a due aziende già identificate come imprese per voli charter della CIA: S/A Holdings LLC di Garden City, New York e Richmor Aviation di Hudson, New York. Il 16 settembre 2007 l’aereo fu venduto a due uomini d’affari della Florida, uno di Miami e l’altro di Lakeland. I due uomini d’affari non furono mai identificati, ma l’aereo fu venduto per 2 milioni di dollari dalla Donna Blue Aircraft di Coconut Creek, Florida. Ogni esame delle operazioni di narcotraffico della CIA e della famiglia Bush in Florida, Louisiana e Texas svela sempre una rete complessa di società ‘scatole cinesi’, aerei che cambiano continuamente proprietari, oscuri miliardari latinoamericani che vivono in Florida e comodi “cadaveri” quando le forze dell’ordine ricevono soffiate sulle operazioni di contrabbando. Due individui legati al narcotraffico e al riciclaggio di denaro di Jeb Bush in Florida morirono in circostanze molto sospette. Manny Perez, complice di Bush nel riciclaggio di denaro presso la Eagle National Bank, fu trovato galleggiare in un canale a West Hialeah, vicino Miami, dopo che si pensava avesse spifferato del narcotraffico della famiglia Bush in Florida. La polizia stabilì che la morte di Perez fu un “incidente di nuoto”. Un altro portaborse di Bush, Manny Diaz, morì in un incidente stradale sospetto. Entrambi dovevano testimoniare alla sottocommissione bancaria del senatore John Kerry, che indagava sull’Iran-contra e il riciclaggio di narcodollari nel 1988. George Morales, contractor della CIA, morì scivolando su una saponetta nella doccia della prigione, il giorno prima del suo rilascio dal carcere in Florida, dov’era per traffico di cocaina. Morales doveva volare a Washington DC per testimoniare alla Camera dei Rappresentanti sulle operazioni di droga e contrabbando di armi della CIA, attività che interessavano Jeb Bush e suo padre, il 41.mo presidente degli Stati Uniti. Ancora un altro agente della CIA con informazioni sufficienti da affondare le fortune politiche della famiglia Bush nel 1980, Johnny Molina, si suicidò a Pensacola, in Florida, nel parcheggio di un ristorante. La polizia concluse che Molina si sparò 20 colpi con una MAC 10. Il corpo di Molina fu cremato prima dell’autopsia. L’ex-pilota della CIA, divenuto informatore della DEA, Barry Seal fu ucciso con un’esecuzione mafiosa a Baton Rouge, Louisiana, durante il servizio alla comunità dopo la condanna per droga. Quando fu arrestato in Louisiana per aver pilotato un aereo carico di marijuana, Seal disse che aveva il numero di telefono privato di George HW Bush nella valigetta. Kerry scoprì ciò che molti giornalisti investigativi hanno scoperto sui legami di CIA e famiglia Bush con il narcotraffico: la rete tra aziende, banche, agenti della CIA, compagnie aeronautiche e marittime coinvolte nel narcotraffico. Tali aziende, dalla Frigorificos de Puntarena, società di frutti di mare del Costa Rica, all’Ocean Hunter, Inc., altra azienda di frutti di mare di Miami, dalla SETCO Air che trasportava droga dall’America Centrale alla Florida alla Vortex/Universal Air Leasing di Miami, erano legate alla famiglia Bush e alla CIA, Jeb Bush compreso.
Le ramificazioni dell’evasione di El Chapo e i riferimenti importuni di Trump al problema degli immigrati illegali messicani schiumano sulla superficie della campagna presidenziale in cui i collegamenti della famiglia Bush al narcotraffico della CIA sono un problema, piaccia o no ai Bush e benestanti sostenitori.

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Povero vecchio Messico, non finiranno mai le violenze se non chiude il flusso della droga.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il patto faustiano tra Obama ed Erdogan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 26 luglio 2015U.S. President Obama and Turkey's Prime Minister Erdogan take part in a family photo during the G20 Summit in CannesDopo tutto, gli attacchi aerei turchi in Siria iniziati la settimana scorsa contro lo Stato islamico sembrerebbero essere un cambio della posizione di Ankara verso il gruppo terroristico. L’esercito turco ha denominato l’operazione “Yalcin Nane” dal sottufficiale turco ucciso in uno scontro con il SIIL (che a sua volta ha compiuto un attentato suicida al confine con la Turchia, uccidendo 32 persone). Ovviamente, Ankara ritiene opportuno proiettare “Yalcin Nane” in risposta ai presunti attacchi del SIIL in Turchia. I cinici potrebbero obiettare che l’immagine di “duro” può avvantaggiare il gioco del presidente Recep Erdogan, cavalcando l’ondata di nazionalismo e cercando un rapido sondaggio per migliorare i risultati poco brillanti delle elezioni di giugno, che hanno impedito al suo Partito Giustizia e Democrazia di avere la maggioranza in parlamento. Tuttavia la grande domanda rimane: la politica turca sulla Siria è cambiata radicalmente? Erdogan ha rigettato il sostegno clandestino ai gruppi estremisti islamici e deciso finalmente di addentare la giugulare del SIIL? Il punto è ambiguo, per la doppia natura della diplomazia turca, ed è difficile credere che Ankara recida i legami con il SIIL. The Guardian ha pubblicato un rapporto esclusivo secondo cui Erdogan semplicemente sarebbe alle prese con un nuovo atteggiamento. Secondo il Guardian, Washington avrebbe ricattato Erdogan costringendolo suo malgrado ad agire contro il SIIL. Sembra che Washington abbia prove altamente dannose, come “centinaia di pen drive e documenti” che svelano l'”alleanza non dichiarata” tra Ankara e SIIL, stabilendo che “i rapporti diretti tra ufficiali turchi e membri del SIIL” siano “innegabili“. The Guardian citava un funzionario europeo dire, “Questo non è un loro pensiero (turco). E’ una reazione a ciò che gli hanno imposto statunitensi ed altri“. Ciò che accredita l’articolo del Guardian è che Erdogan, per qualche motivo inspiegabile, ha improvvisamente cambiato idea e deciso di aderire alla richiesta statunitense di permettere ai loro aerei da guerra di attaccare il SIIL in Siria dalla base di Incirlik nella Turchia orientale. Chiaramente Erdogan ha ceduto dopo aver rifiutato l’accesso ad Incirlik l’anno scorso. Ma ciò che è ancora più interessante è che anche il presidente Barack Obama ha fatto un’inversione di marcia, con un rovesciamento politico ha accettato la vecchia richiesta di Erdogan d’imporre una limitata “no-fly zone” nel nord della Siria, al confine con la Turchia, che gli statunitensi avevano respinto finora. La proposta “no-fly zone” in Siria è relativamente piccola rispetto a quella imposta nel nord dell’Iraq dopo la guerra del Golfo nel 1991, lunga circa 100 km e profonda 30-50 km. Ma poi, come già stabilito, permette alle forze aeree turche e statunitensi di agire congiuntamente sul territorio siriano senza assicurarsi un mandato delle Nazioni Unite. Infatti, né Stati Uniti né Turchia si sono curati di avere l’approvazione del governo, riconosciuto a livello internazionale, di Damasco. Evidentemente la “no-fly zone” impone restrizioni agli aerei da guerra del governo siriano. Ma l’obiettivo turco è in primo luogo che alcuna entità curda indipendente si formi nel nord della Siria. In poche parole, il patto faustiano tra Obama e Erdogan funziona così:
– Erdogan si assicura che Obama non sveli i suoi legami occulti con il SIIL e si compra il silenzio di quest’ultimo consentendo agli aerei da guerra degli Stati Uniti di operare dalla base di Incirlik;
– Come contropartita, Obama cede all’insistenza di Erdogan nel creare una “no-fly zone” nel nord della Siria, come primo passo verso la creazione di una base operativa nel territorio siriano al confine con la Turchia, che può essere utilizzata dai ribelli (sostenuti da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) per far avanzare l’agenda per rovesciare il regime guidato dal presidente Bashar al-Assad;
– Né Erdogan, né Obama badano a che la loro “no-fly zone” sulla Siria sia istituita nell’ambito del mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
– Erdogan ha mano libera nel schiacciare i ribelli curdi mentre agevola gli aerei da guerra statunitensi operanti liberamente su Iraq e Siria.
A prima vista si tratta di una formula “win-win“. Obama trarrà conforto dagli Stati Uniti che non s’impegnano ulteriormente e in modo significativo a sostenere l’operazione turco-saudita-qatariota in Siria e comunque placa Ankara e Riyadh sull’accordo nucleare iraniano. Dal punto di vista turco, il coinvolgimento statunitense nella “no-fly zone” significa che non avvierà un’incursione unilaterale in Siria, cosa che si vuole evitare. D’altra parte, Ankara rabbonisce gli statunitensi, dato che l’uso della base di Incirlik è estremamente importante per i militari statunitensi, se prima i loro aerei dovevano volare per 1000 miglia verso gli obiettivi in Siria, voleranno assai meno da Incirlik, appena oltre il confine con la Siria, affinché la campagna aerea di Obama contro il SIIL sia molto più intensa e, si spera, anche più efficace. Nella mente contorta di Erdogan, un pensiero potrebbe anche essere apparso dopo l’accordo nucleare iraniano, nel caso Washington e Teheran collaborino nella lotta contro il SIIL diminuendo l’importanza strategica della Turchia per l’occidente. In sintesi, Erdogan ha deciso che è utile per la Turchia aprire la base aerea agli aerei degli Stati Uniti, presentandosi come Stato in prima linea nella lotta di Obama contro il SIIL. Ironia della sorte, ciò che accade non è molto diverso da quello che gli amici pakistani di Erdogan fecero presentando il loro Paese come “Stato in prima linea” nella guerra degli Stati Uniti al terrore, per averne gli aiuti. Naturalmente il Pakistan non ci ha mai ripensato ed ha estratto miliardi di dollari di aiuti statunitensi fin quando iniziò il contraccolpo trasformando il Paese nel campo di battaglia dei terroristi. Il tempo mostrerà se il patto faustiano di Erdogan con Obama avrà un esito diverso. D’altra parte, tale patto appare mentre il bilancio per Obama resta incerto. Non c’è dubbio che il secondo fronte della Turchia contro i curdi non può che complicare la guerra di Obama in Iraq, ma segnala anche la fine al processo di pace e il dialogo di Erdogan con i curdi e la tregua di due anni fa. Aiuta la strategia regionale degli Stati Uniti se uno dei suoi principali alleati della NATO s’impantana? È interessante notare che l’unico partito ad applaudire gli attacchi aerei turchi sulla Siria è la screditata alleanza dell’opposizione siriana, naturalmente sostenuta da Ankara. La Casa Bianca attaccava con il suo mantra ogni volta che l’esercito turco intraprendeva missioni punitive contro i separatisti curdi, cioè sul diritto di difendersi di Ankara. Che altro dirà Obama in tali circostanze? Paradossalmente, la milizia curda è anche alleata degli Stati Uniti nella guerra di Obama al SIIL.1168704275Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Legge sulle ONG cinese: contrastare soft power e sovversione occidentali

Eric Draitser New Eastern Outlook 25.07.2015W020140504338467884447La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.Xinjiang_mapEric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tunisia – False Flag

Aanirfanworld-in-pic-2Nel maggio 2015, il ministero degli Interni della Tunisia fu avvertito di un imminente attacco a Susa. Il ministero degli Interni, che sarebbe controllato dal Mossad, non fece nulla per impedire l’attacco. Intercettazioni ufficiali riferivano di un attentato imminente, secondo Walid Zaruq, ex-guardia carceraria che ora dirige una ONG che monitora i funzionari della sicurezza. Attentato in Tunisia: I funzionari furono avvertiti di un attentato imminente nel maggio 2015
Discorsi su un attacco contro turisti si diffusero sui forum e account twitter pro-SIIL dalla fine di febbraio 2015. Dal 2011, Zaruq attaccò corruzione e ingerenze politiche nella dirigenza della sicurezza. In passato fu arrestato per rivelazioni. Dopo la caduta di Ben Ali, più di 180 alti ufficiali antiterrorismo e d’intelligence furono licenziati. Due ex-dirigenti del Ministero degli Interni, Muhamad Ali Mahjubi e Ahmad Ben Nur, sarebbero stati agenti del Mossad. Il Mossad controlla la Tunisia
1. La storia ufficiale su un solo uomo armato è una menzogna. Il testimone Tom Richards, ingegnere, ha detto al Guardian di aver visto un uomo armato con la barba sparare in testa a due turisti. “Aveva forse 20 o 25 anni, lunghi capelli neri e la barba“. Attentato in Tunisia, domande senza risposta
Una dei sopravvissuti, Kirsty Murray, ha detto che fu colpita alle gambe da un uomo con la pistola. Il 26 giugno 2015 testimoni oculari riferirono che cinque terroristi arrivarono in barca per l’attacco alle strutture presso Susa. Testimoni oculari dicono che furono utilizzate due barche. (Aljarida)
Media locali affermano che uno degli aggressori indossava l’uniforme della polizia“. Tunisia Live
Fonti della polizia locale di Susa dicono che Yaqubi (Sayfadin Razguy) arrivò nella località su un’auto a noleggio con altri due uomini che lo lasciarono in un vicolo che conduce alla spiaggia“. Daily MailPart-NIC-Nic6464707-1-1-02. Le autorità tunisine hanno collaborato con gli assalitori. I sopravvissuti hanno detto al Guardian che non furono fermati dalla polizia per fornire testimonianze su ciò che videro. Testimoni hanno detto che un uomo armato arrivò sulla spiaggia su una moto d’acqua o un motoscafo. Alcuna moto d’acqua o motoscafo fu recuperato. Attentato in Tunisia, domande senza risposta
Vi sono speculazioni secondo cui l’aggressore o gli aggressori arrivarono su un aereo visto volare a bassa quota sul villaggio, quel giorno. Gli agenti di polizia arrivarono sul posto in pochi minuti. I poliziotti permisero agli uomini armati di massacrare liberamente i turisti inglesi per più di mezz’ora, dei testimoni affermarono. Attentato in Tunisia: la polizia lascia liberi uomini armati impazziti per mezz’ora, dice un testimone
Il ministro degli Interni della Tunisia Rafiq Chali dice che uno dei tiratori partecipò a un campo del SIIL a Sabratha, in Libia occidentale. Il SIIL è gestito da Mossad, CIA e amici. Così l’attacco alle strutture tunisine fu apparentemente effettuato dai servizi di sicurezza occidentali.

11-Copy-of-ID-card-on-Rezgui-v2Misteriosamente, questa carta d’identità fu trovata sul cadavere di ‘Sayfadin’. “La polizia trovò il tesserino da studente di Rezguy nell’abbigliamento intriso di sangue“. L’attacco agli alberghi in Tunisia
“Sayfadin… fu ucciso dalle forze di sicurezza sulla spiaggia di Susa, secondo il Daily Mail. “Nuove immagini del corpo del bandito dopo essere stato colpito, mostrano che aveva una borsa, che sarebbe stata imbottita di esplosivo, e anche un giubbotto-esplosivo addosso“. L’attentatore tunisino consumava cocaina e si faceva i selfie – Daily Mail/Sayfadin ‘portava una bomba inesplosa’
Sayfadin con le spalle al muro fu ucciso in un parcheggio sul retro dell’hotel Imperial Marhaba, a Port al-Qantawi“. Daily Mail

Terroriste-sousse-Tunisie-victimes-620x300Qui vi sono alcune delle varie versioni:
1. Sayfadin Yaqubi (Razguy) fu ucciso (A) in un vicolo sul retro dell’hotel Imperial Marhaba o (B) sulla spiaggia.
2. Fu colpito (A) a Port al-Qantawi o (B) undici km lontano, a Susa.
3. Fu ucciso da (A) un poliziotto con due proiettili, dopo che i cecchini sui tetti non riuscirono più volte a colpirlo o (B) dalle forze di sicurezza (al plurale) o (C) dal Mossad, prima o dopo essere stato portato in auto a Port al-Qatawi e lasciato in un vicolo.
Foto scattate istanti dopo che Sayfadin Razguy venisse ucciso dalla polizia mostrano due grandi fori vicino al cuore e uno sopra l’ombelico“. Tre proiettili, non due. Daily Mail

Conclusione
Molti articoli dei media tradizionali sono scritti dal Mossad e amici, e Sayfadin aveva un sosia del Mossad. C’era l’amichevole e liberale Sayfadin, che amava università, famiglia e amici. Poi c’è il ‘Mossad Sayfadin’ che viveva in compagnia ‘di agenti del Mossad‘ a Qayruan. Questi ‘agenti del Mossad’ furono intervistati dai media. Secondo il personale dell’Institut Superior des Sciences et de Technologie Appliquées (Issat) di Qayruan, dove Sayfadin studiava, funzionari del Ministero degli Interni e agenti di polizia avevano detto che non sapevano che Sayfadin fosse membro di una rete jihadista. Il ‘Mossad Sayfadin’ viveva con sei giovani in una casa in affitto nel quartiere di Sidi Belqasim di Qayruan. Tale ‘gruppo del Mossad‘ “aveva una vita segreta ed evitava di parlare con la gente locale. Il gruppo improvvisamente scomparve un mese prima degli omicidi“. Il vero Sayfadin non studiava ingegneria aeronautica, ma gestione internet. Secondo quanto riferito, all’inizio di giugno 2015 Sayfadin andò a Susa, nella speranza di trovare un lavoro. L’attacco agli alberghi in Tunisia
Un uomo di nome Wasim Bel Adil afferma che conosceva Sayfadin Yaqubi (Sayfadin Razguy). Bel Adil afferma che Sayfadin lavorava per il SIIL. Va sottolineato che il SIIL è addestrato e rifornito da CIA e alleati. Il SIIL è la CIA-Mossad
L’impero mediatico di Rupert Murdoch sostiene che Sayfadin faceva parte di una cellula terroristica di cinque uomini che operava a Qayruan negli ultimi quattro anni. L’impero mediatico di Rupert Murdoch ammette che Sayfadin amava bere e il sesso. E va notato che Sayfadin non portava la barba. Ma questi era una facciata, secondo alcuni giornalisti ebrei. Erika Solomon, sul Financial Times, riporta frasi che potrebbero essere scritte dal Mossad? I quartieri poveri della Tunisia alimentano i jihadisti
Sembra che ci fossero due Sayfadin. Un lettore ha sottolineato che c’erano due Anders Breiviks e due Lee Harvie Oswald. Negli attentati di Mumbai del 2008 c’erano due Kasab. I servizi d’intelligence usano una persona quale vera spia e una quale capro espiatorio da accusare. C’era un Lee Harvey Oswald a New Orleans e allo stesso tempo un Lee Harvey Oswald in Giappone. C’era un Lee Harvey Oswald in Messico che non assomigliava per niente a Lee Harvey Oswald divenuto famoso a Dallas. (Patshannan/JFK Research)

mugIl musulmano Muhamad Atta non avrebbe ucciso nessuno. L’impostore Muhamad Atta non sarebbe stato un musulmano e sarebbe stato un agente dei servizi di sicurezza. Come spiega Xymphora: “L’originale… Muhamad Atta era studente di architettura… nato in Egitto e visto l’ultima volta ad Amburgo, in Germania. Gli fu rubato il passaporto in Germania nel 1999. L’impostore Muhamad Atta è il tizio che l’interpretò negli Stati Uniti. Un Muhamad Atta frequentò l’Accademia militare internazionale di Montgomery, Alabama. Il Muhamad Atta negli USA avrebbe parlato ebraico e amava ballerine e braciole di maiale”. Muhamad Atta – Benvenuti in Terrorlandia

mohamedattaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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