Il destino di Gaza: le enclavi circondate da potenze ostili finiscono sempre male

Wayne Madsen, SCF 24.05.2018

Il destino dell’enclave della Striscia di Gaza, insieme ai suoi 1,9 milioni di abitanti assediati, è triste. La storia delle enclavi circondate da nazioni ostili, come Israele, non finisce bene. Anche le enclavi palestinesi dell’apartheid in Cisgiordania, tracciate dagli espansionisti israeliani, si trovano di fronte a un futuro desolante. L’ambasciatore statunitense in Israele, David Friedman, ex-avvocato fallimentare di Donald Trump, chiama la West Bank patria ebraica “Giudea e Samaria”. E se Friedman e i suoi amici espansionisti israeliani potranno, gli 1,9 milioni di palestinesi di Gaza saranno trasferiti nel deserto del Sinai e i 2,7 milioni di palestinesi della Cisgiordania saranno deportati in massa in Giordania, secondo un copione scritto da Adolf Hitler. Nel 2013, un ente di beneficenza guidato da Friedman, American Friends of Bet El Yeshiva Center, donò al Movimento Qomemiyut, gruppo terroristico designato tale dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che combatté la decisione del primo ministro Ariel Sharon di evacuare gli insediamenti ebraici a Gaza nel 2005. Uno dei più accesi sostenitori del Qomemiyut è il rabbino capo dell’insediamento illegale di Kiryat Arba nella West Bank, Dov Lior, che sostiene lo sterminio dei non ebrei e la distruzione totale dell’enclave palestinese di Gaza per rendere sicuro “Israele meridionale”. Recentemente, il vicesegretario della Casa Bianca Raj Shah definiva Gaza, dove le truppe israeliane hanno ucciso oltre 60 uomini, donne e bambini che protestavano contro l’ambasciata USA a Gerusalemme, “Israele meridionale”. Qomemiyut, considerato gruppo terroristico anche in Canada, è collegati ai partiti proibiti in Israele Kach e Kahane Chai. L’enclave di Gaza non è altro che un campo di concentramento grande il doppio del distretto di Columbia. Nella West Bank vi sono quattro tipi di enclave palestinesi. Il primo include quelli chiusi dai militari israeliani a tutti tranne i residenti. Esempi sono Ras al-Tira, al-Jib e al-Judayra. Molti si trovano nella valle del fiume Giordano o fanno parte del muro di separazione israeliano, struttura serpeggiante che isola i palestinesi dai connazionali ad est, e si trova nella parte occidentale dei territori occupati. Queste enclavi si trovano tra la Linea Verde (il confine d’Israele del 1967) e il muro di separazione. Data la vicinanza ad Israele, queste enclavi sono le più vulnerabili ad eventuali occupazioni israeliane e all’espulsione dei residenti palestinesi. Il secondo tipo di enclavi sono le aree agricole per lo più disabitati, tra la linea verde e il muro di separazione. Il terzo tipo di enclave sono quelli coi checkpoint israeliani armati, come Qalqilya, Batir e Qirbat Zaqariya. Il quarto tipo sono enclavi aperte alle autostrade israeliane. Possono essere raggiunti da strade secondarie sotto la supervisione palestinese. Esempi sono Betlemme, Ramallah, capitale palestinese temporanea, ed Hebron. In tutti i casi, le enclavi palestinesi della Cisgiordania assomigliano al sistema d’apartheid sudafricano dei “bantustan” segregati, “homelands africani scollegati”, le cui mappe, come le attuali enclavi palestinesi, assomigliavano a macchie d’inchiostro. Una delle “terre d’origine” dell’apartheid, il Bophuthatswana, consisteva in sette enclavi sconnesse. Non sorprende che il regime dell’apartheid fosse riconosciuto solo da Bophuthatswana e altri tre bantustan, e che avesse relazioni commerciali e d’intelligence non ufficiali con tali entità.
La situazione di Gaza è in qualche modo simile a quella della città libera di Danzica, che era più del doppio di Gaza ed era riconosciuta a livello internazionale nel Mar Baltico tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Lo stato libero di Danzica, tra la Germania di Weimar e la Polonia, era garantito dalla Società delle Nazioni. Tuttavia, quando i nazisti presero il controllo della Germania, i tedeschi di Danzica, la maggioranza della popolazione, erano separati dal Corridoio polacco. La Società delle Nazioni nominò l’Alto Commissariato per la città, comprendente cittadini di Gran Bretagna, Italia, Paesi Bassi, Danimarca, Irlanda e Svizzera. Danzica era anche collegata alla Polonia da un’unione doganale e la Polonia la rappresentava diplomaticamente all’estero. Nel 1933, i nazisti presero il controllo del Senato di Danzica. Allo scoppio della guerra tedesco-polacca nel 1939, i nazisti locali delle forze di polizia e l’esercito tedesco occuparono l’ufficio postale e il deposito militare polacco nella penisola Westerplatte. I membri delle minoranze polacche ed ebraiche rimasti a Danzica furono arrestati da membri locali e tedeschi delle SS. Molti furono giustiziati. Il presidente nazista di Danzica, Albert Forster, ordinò personalmente all’Alto commissario svizzero, Carl Burckhardt, di lasciare Danzica. Dopo la guerra, Danzica passò alla Polonia. Secondo la retorica degli israeliani di estrema destra di Qomemiyut, Kahane Chai e Shas, quest’ultimo membro della coalizione del primo ministro Binyamin Netanyahu, l’invasione israeliana di Gaza sarebbe simile alla conquista nazista di Danzica. Gli insediamenti israeliani evacuati nel 2005 sarebbero stati rioccupati dai coloni ebrei. A poco a poco, proprio come i nazisti tedeschi a Danzica, l’intera enclave di Gaza sarebbe passata gradualmente sotto il controllo militare israeliano, coi palestinesi costretti a finire nel Sinai passando da Rafah al confine con l’Egitto. Proprio come i nazisti tolsero ogni traccia d’influenza polacca a Danzica, gli organi politici di Hamas e Fatah sarebbero distrutti dagli israeliani, e sterminati i palestinesi non disposti ad andarsene. Oltre Danzica, gli espansionisti israeliani hanno diverse sedi da occupare nelle enclavi di Gaza e West Bank. Le enclavi bloccate tra muro di separazione israeliano e Giordano non avrebbero alcuna possibilità se Israele le occupasse. Le enclavi turche nella Repubblica di Cipro controllata dalla Grecia, sottoposte al controllo del traffico e delle importazioni dal 1967 al 1974, furono rapidamente invase dai greco-ciprioti dopo l’invasione turca dell’isola nel 1974. Tali enclavi turco-cipriote assomigliavano alle vulnerabili enclavi palestinesi in Cisgiordania. Oggetti come cemento, radio, telefoni, pneumatici e cartucce per il fucile a pompa furono totalmente vietati dalle autorità greco-cipriote. Simili divieti sono imposti a Striscia di Gaza ed enclave in Cisgiordania dagli israeliani. La Turchia impone stessi restrizioni e abusi alle enclavi curde in Siria, come Ifrin.
Quando una nazione grande e potente decide di invadere una piccola enclave, c’è poco che la popolazione possa fare, specialmente se è totalmente o parzialmente circondata dalla nazione ostile. Nel 1959, il Bhutan perse dodici enclave nel Tibet quando la Cina l’annesse senza alcuna resistenza. L’anno precedente, il regno di Sikkim perse due enclavi in Tibet. Nel 1975, il Sikkim stesso fu occupato dalle truppe indiane e annesso all’India. Nel 1961, l’enclave portoghese di 0,4 miglia quadrate nel Dahomey, nell’Africa occidentale, che aveva due abitanti, uno era il governatore portoghese, fu occupato dal Dahomey (ora Benin). Il governatore fu portato al confine nigeriano ed espulso. Due enclave portoghesi sul Mar Arabico in India, Dadra e Nagar Haveli, furono invase dalle forze indiane nel 1954. Dadra fu la prima a cedere ai “volontari” indiani che invasero la stazione di polizia, pugnalarono un agente e ne arrestarono altri due. Nagar Haveli fu invasa dall’India. I 50 agenti di polizia portoghesi e cinque funzionari civili non poterono opporsi agli indiani. I portoghesi si arresero e gli fu permesso di andarsene a Goa, altra enclave portoghese più a sud. L’operazione indiana Vijay invase ed occupò Goa e due altre piccole enclavi dipendenti, Daman e Diu. A differenza di Dadra e Nagar Haveli, i portoghesi combatterono a Goa. Trenta furono uccisi e 57 feriti. Centinaia di altri militari e civili portoghesi furono fati prigionieri. Il presidente John F. Kennedy esortò il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru a risolvere pacificamente il desiderio dell’India di decolonizzare Goa, Daman e Diu. Irritato per le azioni dell’India, Kennedy chiamò l’ambasciatore indiano alla Casa Bianca e gli disse: “Visti gli ultimi quindici anni di comportamento… La gente direbbe che il predicatore è stato colto usciva dal bordello“. Dal 1957 al 1958, gli attacchi delle truppe marocchine al confine dell’enclave spagnola di Ifni, furono respinti da una forza militare ispano-francese. Nel 1969, Ifni passò al Marocco. Sarebbe sorprendente se i piani israeliani per la rioccupazione di Gaza non considerino l’invasione marocchina di Ifni, due volte e mezzo l’enclave di Gaza. Nel 2014, le truppe israeliane invasero Gaza, conquistando rapidamente punti chiave a Gaza City prima di ritirarsi. Il presidente Gerald Ford non disse nulla quando l’Indonesia invase ed occupò l’ex-colonia portoghese di Timor Est nel 1975. Mentre vi fu resistenza nella capitale coloniale Dili, le forze indonesiane invasero la piccola enclave portoghese di Oecusse-Ambeno, circondata da Timor occidentale indonesiana. L’enclave è ora parte di Timor-Leste indipendente.
Il presidente Trump e il suo gruppo sionista, vicepresidente Mike Pence, consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, gli ambasciatori Jared Kushner e Jason Greenblatt, l’ambasciatrice delle Nazioni Unite Nikki Haley e David Wurmser, Elliott Abrams e il Libby Scooter, recentemente perdonato, veterani dell’amministrazione Bush-Cheney che starebbero entrando nel Consiglio di sicurezza nazionale in veste ufficiale o da consulenti, assicureranno che quando le enclavi palestinesi cederanno all’esercito israeliano e ai paramilitari coloni, ci sarà parola da Casa Bianca, dipartimento di Stato o qualsiasi altra parte dell’amministrazione. La reprimenda del presidente Kennedy a Nehru sull’invasione di Goa è un ricordo lontano e irrilevante nello Studio Ovale. Israele può agire come vuole a Gaza e in Cisgiordania e ricevere la piena benedizione dall’amministrazione Trump.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il massacro di Gaza illustra l’ipocrisia occidentale

Finian Cunningham SCF 18.05.2018Questa settimana, il Presidente Vladimir Putin inaugurava il ponte di 19 chilometri che collega la Crimea alla Russia meridionale. A migliaia di chilometri di distanza, nella Palestina occupata, i soldati israeliani compivano un massacro col pieno appoggio degli Stati Uniti mentre apriva la nuova ambasciata. I due eventi non sono così distanti come si potrebbe pensare a prima vista. Entrambi implicano l'”annessione”; una fittizia e l’altra molto reale. Ma l’ipocrisia occidentale inverte la realtà. Mentre i dignitari statunitensi aprivano la nuova ambasciata USA a Gerusalemme, in pompa magna, circa 60 manifestanti palestinesi disarmati venivano uccisi a sangue freddo dai cecchini israeliani. Tra i morti c’erano otto bambini. Migliaia di altri furono mutilati dal fuoco vivo. Il bagno di sangue potrebbe crescere nei prossimi giorni. Il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme occupata da Israele, ordinata dal presidente Trump, è stata rimproverata dalla maggioranza delle nazioni. La mossa preclude qualsiasi accordo di pace negoziato che avrebbe dovuto lasciare in eredità Gerusalemme Est capitale di un futuro Stato palestinese. La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata USA sostiene le affermazioni israeliane sull’intera Gerusalemme come “capitale indivisa dello Stato ebraico”. Israele occupa Gerusalemme, scontrandosi con la legge internazionale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. In altre parole, Washington è passata dall’accettazione tacita ad una politica apertamente complice dell’annessione israeliana del territorio palestinese, un’annessione che va avanti da settant’anni, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948. L’approvazione, di fatto, dell’annessione di Gerusalemme segnata dall’apertura dell’ambasciata statunitense, è il culmine di 70 anni di espansione e occupazione israeliana.
Nel frattempo, Putin svelava il ponte che collega la terraferma del sud della Russia alla penisola di Crimea, promemoria puntuale della sfacciata ipocrisia degli Stati occidentali. Da quando la Crimea votò il referendum del marzo 2014 per ricongiungersi alla patria Russia, Washington ed alleati si sono continuamente lamentati della presunta “annessione” di Mosca della penisola sul Mar Nero. Non importa che il popolo di Crimea fu indotto a tenere il referendum sull’adesione dopo il sanguinoso colpo di Stato in Ucraina contro un governo legittimo, da parte dei neo-nazisti sostenuti dalla CIA nel febbraio 2014. Il popolo della Crimea votò un referendum pacificamente costituito per separarsi dall’Ucraina ed unirsi alla Russia, di cui storicamente faceva parte fino al 1954, quando l’Unione Sovietica assegnò arbitrariamente la Crimea alla giurisdizione della Repubblica Sovietica dell’Ucraina. Negli ultimi quattro anni, i governi occidentali, i loro media corporativi, i loro think-tank e l’alleanza militare NATO guidata dagli Stati Uniti, hanno lanciato un’intensa campagna anti-russa di sanzioni economiche, denigrazione e offese basato sulla pretesa dubbia che la Russia abbia “annesso” la Crimea. Le relazioni tra Stati Uniti ed Unione europea verso la Russia sono congelate da una nuova e potenzialmente catastrofica guerra fredda, presumibilmente motivata dal principio secondo cui Mosca avrebbe violato il diritto internazionale e modificato i confini con la forza. La presunta “annessione” della Crimea è citata come segno che Mosca minaccia l’Europa con un’aggressione espansionista. Putin è stato denigrato come “nuovo Hitler” o “nuovo Stalin” a seconda del proprio analfabetismo storico. Tale distorsione occidentale sugli eventi in Ucraina dal 2014 può essere facilmente contestata da fatti concreti come palese falsificazione per nascondere ciò che era in realtà ingerenza illegale di Washington e alleati europei negli affari sovrani dell’Ucraina. In breve, l’interferenza occidentale riguardava il cambio di regime con l’obiettivo di destabilizzare Mosca e proiettare la NATO ai confini della Russia. Questo è un modo per sfidare la narrativa occidentale su Ucraina e Crimea. Attraverso la valutazione di fatti concreti, come le sparatorie dei cecchini majdaniti sostenuti dalla CIA contro dozzine di manifestanti a Kiev nel febbraio 2014. O l’attuale offensiva filo-occidentale delle forze neo-naziste di Kiev contro le repubbliche del Donbas, nell’Ucraina orientale . Un altro modo è accertare l’integrità del presunto principio giuridico occidentale circa la pratica generale dell’annessione do territori.
Ascoltando l’incessante costernazione espressa da governi e media occidentali sulla presunta annessione della Crimea da parte della Russia, si potrebbe pensare che la presunta espropriazione sia una grave violazione del diritto internazionale. Oh, per quanto cavallereschi si potrebbero pensare Washington ed europei a difesa della sovranità territoriale, a giudicare dal loro apparente giusto rifiuto dell'”annessione”. Tuttavia, l’apertura grottesca dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, accompagnata dal massacro di manifestanti palestinesi disarmati, dimostra che le preoccupazioni professate dagli occidentali sull'”annessione” non sono altro che una diabolica menzogna. In sette decenni di espansione dell’occupazione illegale del territorio palestinese da parte degli israeliani, Washington ed europei non hanno emanato alcuna opposizione. Ma quando si tratta di Crimea, anche se le loro pretese non sono valido, le potenze occidentali non smettono mai di tormentarsi per l’annessione alla Russia, come se fosse il peggiore crimine della storia moderna. Peggio dell’ipocrisia, Stati Uniti ed Unione europea sono silenziosi complici d’Israele nella continua annessione di territorio palestinese, nonostante la violazione del diritto internazionale. I massacri periodici e l’intera popolazione detenuta sotto un brutale assedio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non hanno mai registrato alcuna opposizione dalle potenze occidentali. Questa settimana, Washington ha fatto un ulteriore passo avanti, in effetti, esultando l’annessione israeliana del territorio palestinese nel modo più provocatorio, aprendo l’ambasciata nella Gerusalemme occupata. Quindi, oltre a tale violazione del diritto internazionale, abbiamo l’oscenità della Casa Bianca di Trump che difende il massacro di civili disarmati come “autodifesa” dell’esercito israeliano che occupa illegalmente, ed è armato dagli Stati Uniti. La licenza di uccidere dalla Casa Bianca. La patetica, muta risposta di Unione Europea e Nazioni Unite nei confronti di questo terrorismo di Stato e crimine n’espone la vigliacca complicità. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley accusava istericamente per mesi la Russia di violazioni in Ucraina e Siria. Eppure, sulla strage di palestinesi di questa settimana, Haley rimaneva muta. Le sue uniche osservazioni erano le congratulazioni ad Israele per la nuova ambasciata degli Stati Uniti nella Gerusalemme occupata. Quindi, la prossima volta che sentiremo Washington ed alleati europei pontificare sull'”annessione” della Russia, l’unica risposta appropriata dovrà essere il disprezzo per la loro vile ipocrisia nei confronti dei diritti e del genocidio dei palestinesi sotto l’occupazione sostenuta dall’occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Accademici al servizio dell’impero

James Petras, Internationalist 360°, 5 maggio 2018Introduzione
Nell’ultimo mezzo secolo sono stato impegnato in ricerche, ho tenuto conferenze e lavorato con movimenti sociali e governi di sinistra in America Latina. Ho intervistato funzionari e think tank statunitensi a Washington e New York. Ho scritto decine di libri, centinaia di articoli professionali e ho presentato numerosi articoli in occasione di riunioni professionali. Nel corso della mia attività ho scoperto che molti accademici spesso s’impegnano in ciò che i funzionari del governo chiamano “de-briefing”! Gli accademici si incontrano e discutono sul campo di lavoro, sulla raccolta di dati, sui risultati delle ricerche, sulle osservazioni e sui contatti personali durante il pranzo presso l’ambasciata con funzionari del governo degli Stati Uniti o a Washington con funzionari del dipartimento di Stato. I funzionari del governo degli Stati Uniti aspettano con ansia questi “commenti”; l’accademico fornisce un utile accesso alle informazioni che altrimenti non potrebbero ottenere da agenti d’intelligence o collaboratori locali. Non tutti gli informatori accademici sono in ottima posizione od investigatori competenti. Tuttavia, molti forniscono utili informazioni, specialmente sui movimenti di sinistra, partiti e i leader avversari antimperialisti reali o potenziali. I costruttori dell’impero statunitense, sia che svolgano attività politiche o militari, dipendono da informazioni in particolare su chi sostenere e chi sovvertire; chi dovrebbe ricevere supporto diplomatico e chi dovrebbe ricevere risorse finanziarie e militari. Gli accademici interrogati identificano avversari ‘moderati’ e ‘radicali’, così come vulnerabilità personali e politiche. I funzionari sfruttano spesso problemi di salute o bisogni familiari per “trasformare” le sinistre in spie imperialiste. I funzionari degli Stati Uniti sono particolarmente interessati agli accademici ‘gate-keeper’ che escludono critiche all’imperialismo, attivisti, politici e funzionari governativi. A volte, funzionari del dipartimento di Stato degli Stati Uniti dichiarano di essere simpatizzanti ‘progressisti’ che si oppongono ai “neanderthaliani” nelle istituzioni, al fine di avere informazioni privilegiate dagli informatori accademici di sinistra. Il debriefing è una pratica diffusa e coinvolge numerosi accademici provenienti da importanti università e centri di ricerca, così come “attivisti” non governativi e redattori di riviste e pubblicazioni accademiche. Gli accademici che partecipano al debriefing spesso non pubblicizzano i loro rapporti col governo. Molto probabilmente condividono i rapporti con altri informatori accademici. Tutti affermano semplicemente di condividere le ricerche diffondendo informazioni per la “scienza” e per promuovere “valori umani”. Gli informatori accademici giustificano sempre la loro collaborazione fornendo un’immagine chiara e più equilibrata ai “nostri” responsabili politici, ignorando i prevedibili risultati distruttivi che potrebbero derivarne.

Accademico al servizio dell’impero
Gli informatori accademici mai studiano, raccolgono ricerche e pubblicizzano rapporti sulle politiche statunitensi segrete, palesi e clandestine, in difesa delle multinazionali e dell’élite latinoamericana che collaborano coi costruttori dell’impero.

Piantare il “Regime Change” in Venezuela
I funzionari degli Stati Uniti sono desiderosi di conoscere tutti i rapporti sui “movimenti dal basso”: chi sono, quanta influenza hanno, suscettibilità a tangenti, ricatti e inviti dal dipartimento di Stato, da Disneyland o dal Wilson Center di Washington. I funzionari statunitensi finanziano ricerche accademiche su sindacati, movimenti sociali agrari, minoranze femministe ed etniche impegnate nella lotta di classe e attivisti e leader antimperialisti, poiché tutti sono obiettivi della repressione imperiale. I funzionari sono anche appassionati dei rapporti accademici sui cosiddetti collaboratori “moderati” che possono essere finanziati, consigliati e reclutati per difendere l’impero, minare la lotta di classe e dividere i movimenti. Gli informatori accademici sono particolarmente utili nel fornire informazioni personali e politiche su intellettuali, accademici, giornalisti, scrittori e critici di sinistra latinoamericani permettendo ai funzionari statunitensi di isolare, calunniare e boicottare gli antimperialisti, così come gli intellettuali che possono essere reclutati e sedotti con concessioni di fondi e inviti al Kennedy Center di Harvard. Quando i funzionari statunitensi hanno difficoltà a comprendere le complessità e conseguenze dei dibattiti ideologici e divisioni nei partiti o regimi di sinistra, gli informatori accademici d’ex-sinistra, che raccolgono documenti e interviste, forniscono spiegazioni dettagliate e forniscono ai funzionari un quadro politico per sfruttare ed esacerbare divisioni e guidare la repressione, minando gli avversari impegnati nella lotta antimperialista e di classe. Il dipartimento di Stato degli USA lavora a stretto contatto con centri di ricerca e fondazioni nel promuovere riviste che evitino ogni menzione dell’imperialismo e dello sfruttamento della classe dirigente; promuovono “questioni speciali” su politiche di identità “senza classe”, teorizzazioni postmoderne e conflitti etnico-razziali e conciliazioni. In uno studio sulle due principali riviste di scienze politiche e sociologiche, si nota che in cinquanta anni hanno pubblicato meno dello 0,01% sulla lotta di classe e l’imperialismo USA. Gli informatori accademici non hanno mai riferito sui legami del governo degli Stati Uniti con governanti narco-politici. Gli informatori accademici non studiano l’ampia e lunga collaborazione israeliana cogli squadroni della morte in Colombia, Guatemala, Argentina e El Salvador, a causa della lealtà a Tel Aviv e nella maggior parte dei casi perché il dipartimento di Stato non è interessato ai rapporti che espongono alleati e complicità.

Informatori accademici: cosa vogliono e cosa ottengono?
Gli informatori accademici s’impegnano nel debriefing per vari motivi. Alcuni lo fanno semplicemente perché condividono politica ed ideologia dei costruttori imperialisti e sentono che è un loro “dovere” servire. La stragrande maggioranza sono accademici affermati con legami coi centri di ricerca che informano perché ingrassano il loro curriculum vitae, aiutando a garantirsi borse di studio, appuntamenti prestigiosi e premi. Gli accademici progressisti che collaborano hanno un approccio da Giano bifronte; parlano alle conferenze pubbliche di sinistra, in particolare agli studenti. e in privato riferiscono al dipartimento di Stato degli USA. Molti studiosi ritengono di poter influenzare e cambiare la politica del governo. Cercano d’impressionare i funzionari autodichiariati “progressisti” con le loro conoscenze interne su come “trasformare” i critici latini in collaboratori moderati. Inventano innocue categorie e concetti accademici per attirare studenti per l’ulteriore collaborazione coi colleghi imperialisti.

La conseguenza del debriefing accademico
Gli informatori accademici ex di sinistra sono frequentemente citati dai mass media come “esperti” affidabili e competenti per calunniare governi, accademici e critici antimperialisti. Gli accademici di ex-sinistra spingono gli studiosi emergenti dalla prospettiva critica ad adottare critiche ragionevoli “moderate”, a denunciare ed evitare gli “estremisti” antimperialisti e a screditarli come “ideologi polemici”! Gli informatori accademici in Cile hanno aiutato l’ambasciata USA ad identificare i militanti di quartiere poi consegnati alla polizia segreta (DINA) durante la dittatura di Pinochet. Informatori accademici statunitensi in Perù e Brasile hanno fornito all’ambasciata piani di ricerca che identificavano ufficiali nazionalisti e studenti di sinistra successivamente epurati, arrestati e torturati. In Colombia, gli informatori accademici statunitensi furono attivi nel fornire rapporti sui movimenti dei ribelli rurali che portarono a una repressione di massa. Collaboratori accademici fornirono rapporti dettagliati all’ambasciata in Venezuela sui movimenti di base e le divisioni politiche tra il governo chavista e gli ufficiali al comando di truppe. Il dipartimento di Stato degli USA finanziava accademici che lavoravano con organizzazioni non governative che identificano e reclutano giovani della classe media come combattenti di strada, narcogangster e indigenti per impegnarli in violente lotte per rovesciare il governo eletto e paralizzare l’economia. Rapporti accademici sul regime “violento” e “autoritario” servivano da foraggio propagandistico per il dipartimento di Stato ed imporre sanzioni economiche, impoverendo la gente, fomentando il colpo di Stato. Collaboratori accademici statunitensi hanno arruolato i colleghi latini per firmare le petizioni che spingono i regimi di destra nella regione a boicottare Venezuela. Quando gli informatori accademici affrontano le conseguenze distruttive dell’imperialismo, sostengono che non era loro “intenzione”; che non erano i loro contatti col dipartimento di Stato a portare avanti le politiche regressive. La più cinica affermazione è che il governo avrebbe fatto il lavoro sporco a prescindere dal debriefing.

Conclusione
Ciò che è chiaro in quasi tutte le esperienze note è che i de-briefing degli informatori accademici rafforzano gli imperialisti e completano il lavoro mortale degli operatori professionisti di CIA, DEA e National Security Agency.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Asia ferma il traffico terroristico turco-statunitense

Tony Cartalucci, LD, 27 aprile 2018Il governo e le organizzazioni statunitensi che finanzia come “difensori dei diritti umani” denunciavano la decisione della Malaysia di deportare 11 uiguri sospettati di legami col terrorismo in Cina. L’articolo di Radio Free Europe/Radio Liberty del dipartimento di Stato USA “La preoccupazione degli Stati Uniti su 11 uiguri che Pechino vuole deportare dalla Malaysia“, riferiva: “Il 9 febbraio gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per la possibile deportazione dalla Malesia di 11 musulmani uiguri in Cina”. Reuters riferiva l’8 febbraio che gli 11 uiguri provenienti dalla Cina, tra i 20 fuggiti da un carcere in Thailandia l’anno scorso, erano detenuti in Malaysia e Pechino ne trattava con la Malaysia la deportazione. Human Rights Watch, facciata che si atteggia a difensore dei diritti umani finanziato dal criminale finanziario George Soros e dalla sua Open Society Foundation, condannava la decisione della Malaysia. In una dichiarazione intitolata “Malaysia: non inviare 11 detenuti in Cina, i membri del gruppo subirebbero torture e maltrattamenti “, dichiarava: “Il governo della Malaysia dovrebbe garantire che 11 migranti detenuti non vengano deportati in Cina, secondo Human Rights Watch. I migranti dovrebbero avere accesso urgente a decidere lo status di rifugiato dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite”. I detenuti sarebbero di un gruppo di 20 persone fuggite dalla detenzione per immigrazione in Thailandia nel novembre 2017. La Cina afferma siamo uiguri, minoranza turca musulmana originaria della Cina occidentale. Dopo che i membri del gruppo furono detenuti in Thailandia, si identificarono come cittadini turchi e chiesero di essere inviati in Turchia. È importante notare la Turchia come presunta destinazione dei terroristi. Fa parte di una rete gestita dalle agenzie di intelligence statunitensi e turche per inviare mercenari in Siria. Insieme ai mercenari da tutto il mondo, si presentavano in Turchia dove venivano armati, addestrati ed inviati in territorio siriano. La dichiarazione di HRW ammetteva anche che: “La Malaysia è uno dei tanti Paesi che negli ultimi anni ha rimpatriato forzatamente uiguri in Cina in violazione del diritto internazionale. Nel settembre 2017, il Viceprimo Ministro della Malaysia Zahid Hamidi disse che avevano arrestato 29 “militanti” uiguri dello Stato islamico da quando condividono dati biometrici con la Cina, dal 2011”. Il governo degli Stati Uniti, che di per sé detiene, tortura regolarmente ed in modo esecrabile uccide chi considera “terroristi sospetti” nel mondo, tentava d’impedire l’operazione di sicurezza congiunta cino-malese contro la minaccia dei terroristi cinesi che transitano nella regione verso la Siria. Così facendo, gli Stati Uniti tentano di segare i legami tra Cina e Malaysia, oltre a mettere a repentaglio la sicurezza della regione. Nel 2015, quando il governo thailandese deportò in Cina 100 sospetti terroristi, il governo degli Stati Uniti e i suoi “diritti umanitari” definirono nello stesso modo l’azione. Mesi dopo, i terroristi uiguri fecero esplodere una bomba nel centro di Bangkok, uccidendo 20 persone, per lo più turisti cinesi. Il New York Times, nell’articolo “La Thailandia incolpa i militanti uiguri per l’attentato al Santuario di Bangkok” ammetteva: “Quasi un mese dopo l’attentato più micidiale della recente storia thailandese, il capo della polizia nazionale thailandese fece commenti espliciti sui responsabili e del perché. Gli attentatori, disse, erano legati ai terroristi uiguri, membri radicali di una minoranza etnica colpita nella Cina occidentale, che avevano tentato di vendicare il rimpatrio forzato di uiguri dalla Thailandia alla Cina e lo smantellamento della rete del traffico umano”. L’attentato fu pianificato professionalmente ed eseguito con l’obiettivo preciso di acuire le tensioni tra Bangkok e Pechino, suggerendo la pianificazione con alti obiettivi strategici statunitensi.

I media degli Stati Uniti ammettono che gli uiguri combattono in Siria
In un articolo di Associated Press del dicembre 2017 intitolato “La rabbia per la Cina porta gli uiguri a combattere in Siria”, ammetteva: “Dal 2013, migliaia di uiguri, minoranza musulmana turcofona della Cina occidentale, si sono recati in Siria per addestrarsi col gruppo terroristico uiguro del Turkistan Islamic Party e combattono al fianco di al-Qaida, svolgendo ruoli chiave in diverse battaglie. Le truppe del Presidente siriano Bashar al-Assad ora si scontrano coi terroristi uiguri mentre il conflitto si avvicina alla fine”. L’AP ammetteva anche che i terroristi uiguri si recarono specificamente dal sud-est asiatico verso Turchia e poi Siria, affermando: “Come i profughi uiguri viaggiavano di nascosto nel sud-est asiatico, dissero che furono accolti da una rete di terroristi uiguri che offrivano cibo e riparo, e la loro ideologia estremista. E quando i rifugiati sbarcarono in Turchia, furono nuovamente corteggiati da reclutatori che vagavano apertamente per le strade di Istanbul nei difficili quartieri di immigrati come Zeytinburnu e Sefakoy, alla ricerca di nuovi terroristi da inviare in Siria”. Coi media occidentali che ammettono che migliaia di terroristi uiguri viaggiavano dal sud-est asiatico verso la Siria per combattere al fianco di al-Qaida e, presumibilmente, suoi affiliati come il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL), è ovvio che i tentativi di denigrare i malesi e la cooperazione tailandese con la Cina per chiudere questa “tratta sotterranea” intesa a perpetuare non solo la minaccia alla Siria, ma anche alla Cina e al resto dell’Asia, quando tali terroristi temprati dalla battaglia ritornano a casa. AP spiegava: “…la fine della guerra in Siria potrebbe essere l’inizio delle peggiori paure della Cina. “Non ci importava come andavano i combattimenti o chi sia Assad”, disse Ali, che dava il solo nome per paura di rappresaglie contro la famiglia. “Volevamo solo imparare ad usare le armi e tornare in Cina”.” Altri gruppi, finanziati direttamente dal governo degli Stati Uniti a Washington DC, come il World Uyghur Congress (WUC), tentavano d’impedire gli sforzi collettivi dell’Asia per arginare il terrorismo che ne attraversa il territorio verso la Siria. Organizzazioni come il WUC sono fondamentali nel difendere il separatismo terroristico nella provincia cinese dello Xinjiang.

La rete di protezione del terrore degli Stati Uniti data dai gruppi dirittumanitari
E in Malaysia e Thailandia, nazioni in prima linea nella distruzione della rete terroristica nel sud-est asiatico, il governo degli Stati Uniti finanzia le facciate che condannano gli sforzi del governo locale per collaborare con la Cina. Tali organizzazioni tentano di ostacolare le operazioni di sicurezza col pretesto di difendere i “diritti umani”. In Thailandia, organizzazioni finanziate dal dipartimento di Stato USA attraverso il National Endowment for Democracy (NED), come iLaw, Prachatai, avvocati thailandesi per i diritti umani, Fortified Rights e altri che conducono campagne volte a far pressione sul governo thailandese per consentire ai terroristi di viaggiare verso la Turchia, per collegarsi con al-Qaida in Siria. In Malaysia, “Lawyers for Liberty”, diretto da Eric Paulsen, è finanziata dal NED statunitense ed anch’essi attaccavano gli sforzi del governo locale per arginare il flusso di terroristi uiguri nel proprio territorio verso la Siria. In un post, Paulsen esclamava: “Centinaia di altri uiguri già deportati da Thailandia e Malesia vengono imprigionati o scompaiono, ritrovandosi in posti sconosciuti o dispersi. (La Malaysia) deve opporsi alle richieste della Cina, poiché costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia”. La frase di Paulsen, “visto che costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia“, fa capire che la loro presenza in Malaysia è semplicemente il passaggio verso la Siria per partecipare a una massa di crimini, come il terrorismo con al-Qaida e SIIL. Inoltre, come sottolineava la Associated Press, costoro avevano intenzione di addestrarsi in Siria e tornare in Cina per continuare i crimini, incluso il terrorismo. E come visto a Bangkok nel 2015, se tale rete terroristica venisse rotta, tali terroristi attaccherebbero altre nazioni quando e dove desiderano. Mentre gli Stati Uniti tentano di dividere la Cina dal Sud-est asiatico sulla questione del terrorismo uiguro, sembra ottenere l’effetto opposto. Mentre l’influenza degli Stati Uniti cala nella regione e le loro attività diventano più pericolose, la cooperazione tra Thailandia, Malaysia e Cina aumenta dato che le tre nazioni, insieme al resto del Sud-Est asiatico, sono obiettivo della sovversione degli Stati Uniti nel tentativo di Washington di mantenere il primato sulla regione.
Gli Stati Uniti corrono anche il rischio di esagerare con le manovre “umanitarie” in difesa delle loro reti di terrore e sovversione nel mondo. Coi media occidentali che ammettono apertamente che gli uiguri arrestati in Thailandia e Malesia sono reclute di al-Qaida e SIIL che combattono in Siria, mentre chiedono che possano recarsi in Siria col pretesto dei “diritti umani”, gli Stati Uniti ancora una volta usarono la difesa dei “diritti umani” come cortina fumogena per calpestare i diritti umani veri e il diritto internazionale. L’Asia sud-orientale, consentendo oggi a un esercito di terroristi di attraversare il proprio territorio, compromette ancora la sicurezza siriana oggi e domani la sicurezza collettiva dell’Asia, quando tale esercito di terroristi ritornerà a casa. L’unica scelta dell’Asia è resistere collettivamente, esporre e smantellare non solo tale rete del terrorismo sponsorizzato dall’occidente, ma anche i falsi gruppi dirittumanitari che gli Stati Uniti usano per proteggerla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La rivolta di Jeju contro dittatura e divisione della Corea

Amitié France-CoréeL’isola vulcanica di Jeju, a sud della penisola coreana, ha una lunga tradizione di autogoverno, in cui i lavoratori subacquei ebbero un ruolo importante. Dopo essere stato uno dei capisaldi della resistenza all’occupazione giapponese, Jeju adottò, alla Liberazione, un comitato popolare che rappresentava il vero governo dell’isola, fino al 1948, mentre le commissioni popolari nel resto della parte meridionale della penisola furono smantellate dall’amministrazione militare statunitense. Ma la repressione con un bagno di sangue delle gigantesche manifestazioni del 1° marzo 1947, anniversario della rivolta del 1° marzo 1919, e che coinvolsero 50000 isolani (su una popolazione di 300000), guidate dalle forze di polizia agli ordini degli Stati Uniti, accelerarono gli eventi portando allo sciopero generale del 14 marzo 1947, seguito da oltre il 95% dei lavoratori. Le autorità d’occupazione statunitensi reagirono inviando forze di polizia e gruppi paramilitari che si distinsero per l’estrema violenza: erano dalla Lega della gioventù nord-occidentale, anticomunisti del nord della penisola. Il Partito dei Lavoratori (comunista), che dominava il Comitato popolare di Jeju (e che il servizio segreto statunitense stimava che gli aderenti fossero almeno il 20%, nel 1948, della popolazione dell’isola), incoraggiato dal Partito dei Lavoratori della Corea meridionale guidato da Pak Hon-yong, si rifiutò di partecipare alle elezioni separate nella metà meridionale della penisola, previste per il 10 maggio 1948. Cinque settimane prima del processo elettorale, un’azione coordinata fu lanciata da 3500 insorti contro la Lega dei giovani nordoccidentali e 11 delle 24 stazioni di polizia sull’isola. Questa data segnò l’inizio della rivolta di Jeju. Anche ex- collaborazionisti dei giapponesi furono uccisi. L’assalto raggiunse il suo primo obiettivo: l’isola di Jeju era l’unico posto in Corea del Sud dove le elezioni non poterono tenersi il 10 maggio 1948, l’affluenza fu così bassa che i due seggi riservati a Jeju rimasero vacanti. Ma l’amministrazione militare statunitense era decisa a sedare la ribellione: tra fine marzo e metà di maggio furono arrestati 10000 abitanti dell’isola e un reggimento militare e forze di polizia aggiuntive, ciascuno composti da 1700 coreani, furono inviati a Jeju. Il tenente-generale Kim Ik-ryeol ebbe l’ordine di praticare la politica della “terra bruciata”, ma scelse invece di negoziare coi ribelli: concluse un accordo con Kim Dal-sam, che dirigeva il Partito dei Lavoratori sull’isola. Tuttavia, l’accordo fu minacciato dal massacro dei sostenitori del partito tornati ad Orari e uccisi dalla polizia (un crimine che gli statunitensi attribuirono agli insorti). Soprattutto, se l’accordo fosse stato approvato dal colonnello statunitense Mansfield (ufficiale statunitense giunto sull’isola il 29 aprile per consentirne l’attuazione), i suoi superiori lo disapprovarono: il generale Dean pose il veto e purgò con violenza l’amministrazione sudcoreana, giustificandosi con la defezione del governatore di Jeju, un conservatore scelto dall’amministrazione statunitense unitosi agli insorti il 29 aprile. Accusato di simpatie comuniste, il tenente Moon Sang-gil fu giustiziato a Seoul, così come tre sergenti a Jeju che lavoravano per i militari statunitensi.
Dopo il fallimento dell’accordo, la guerriglia nell’isola riprese, soprattutto attorno il vulcano Halla e nelle foreste, mentre le aree costiere erano controllate dal governo, grazie alla flotta statunitense che pose il blocco schierando l’USS John R.Craig il 12 maggio. Gli scontri con la polizia furono violenti e crebbero. Infatti, diventato presidente della Repubblica di Corea il 15 agosto 1948 dopo le elezioni parlamentari del 10 maggio boicottate dalla maggior parte delle forze politiche, Syngman Rhi decise di sradicare la rivolta. Tuttavia, le elezioni dell’Assemblea popolare suprema, riunitasi a Pyongyang a settembre ed organizzate clandestinamente nella parte meridionale della penisola il 25 agosto, si svolsero con un certo successo a Jeju: i guerriglieri parteciparono per l’85% (per il 77,52% nella Corea del Sud nel complesso, secondo il Partito dei Lavoratori), quando fonti statunitensi menzionano una partecipazione del 25% dell’elettorato, resta comunque più alta di quella delle elezioni del 10 maggio. Dei 1002 delegati sudcoreani che s’incontrano a Haeju per nominare i deputati alla Suprema Assemblea del Popolo, 5 provenivano da Jeju, tra cui Kim Dal-sam, che alla fine rimase nella metà settentrionale della penisola, nel marzo 1949. Il 20 ottobre 1948, i soldati si ammutinarono e uccisero i superiori, rifiutandosi di combattere contro gli abitanti di Jeju. Il 17 novembre 1948, sull’isola fu decretata la legge marziale: l’afflusso di forze dalla terraferma, così come dei membri di gruppi paramilitari che praticavano stupro e tortura, approfittandosene per arricchirsi occupando le terre di chi eliminavano, ridussero gradualmente le posizioni degli insorti, mal armati, nonostante l’offensiva lanciata il 1° gennaio 1949. Le forze governative lanciarono una campagna di “sradicamento” nel marzo 1949, uccidendo indiscriminatamente donne e bambini che parlavano il dialetto di Jeju. Il 17 agosto 1949, il principale capo della guerriglia, Yi Tuk-ku, fu ucciso: gli insorti persero la battaglia e non riguadagnarono il terreno perduto nonostante l’invio di soldati nel marzo 1950 dalla Corea democratica, per far rivivere, invano, la guerriglia.

Il generale Archer Lerch, consigliere militare degli USA, pianifica l’attacco a un villaggio del 9.no reggimento sudcoreano, il 15 maggio 1948. In seguito dichiarò che Jeju era “legale zona di operazioni militari”.

I massacri commessi a Jeju, principalmente dalle forze governative e paramilitari sostenute dagli Stati Uniti che ebbero pesanti responsabilità nei massacri, frustrando l’accordo raggiunto nell’aprile 1948, furono a lungo un tabù nell’isola: evocarli era un crimine, esponendosi a torture e pesanti pene detentive. Una corrente revisionista conservatrice in Corea del Sud continua a giustificare l’azione delle forze governative nel 1947-1950 (i massacri continuarono fino al 1954) nella lotta secondo loro necessaria contro la “sovversione” comunista, mentre è certo che il sostegno locale dei guerriglieri andò oltre la sinistra, non solo dai comunisti del Partito dei Lavoratori. La Commissione verità e riconciliazione, istituita dalle amministrazioni democratiche (1998-2008), identificò, in modo incompleto, 14373 vittime, di cui l’86% delle forze governative e il 14% dei ribelli. Per estrapolazione, il numero di morti comunemente ammesso è di 30000 (le stime più alte sono 60-70000 morti), su una popolazione di 300000 abitanti sull’isola nel 1948. La maggior parte dei villaggi fu distrutta e le foreste rase al suolo Le prove dei massacri, come nella grotta di Darangshi, si trovano ancora decenni dopo. Agli isolani uccisi si aggiunsero quelli fuggiti in Giappone, che si ritiene furono 40000, tra cui Kim Sok-bom, scrittore nato nel 1925, le cui opere includono il romanzo The Island of the Volcano, dedicato alla rivolta di Jeju. Il film Jiseul, del 2012, è dedicato al massacro di Jeju. Il 31 ottobre 2003, il presidente Roh Moo-hyun si scusò per i massacri commessi a Jeju, ma il risarcimento alle vittime resta ancora in gran parte da espletare. Le peculiarità degli isolani di Jeju fanno ritenere il massacro degli abitanti del 1948-1949 un genocidio, secondo lo storico Bruce Cumings.Fonte principale: George Katsiaficas, Rivolte sconosciute in Asia: movimenti sociali della Corea del Sud nel XX secolo, PM Press, 2012, Oakland, California, pp. 86-97.

Traduzione di Alessandro Lattanzio