Esercito, politica e società in Giappone, 1928 – 1946

Jean-Louis Margolin, Fascinant Japon 6 maggio 2015L’esercito fu in Giappone un elemento centrale del programma di ammodernamento e potenza deciso all’inizio del periodo Meiji (1868). L’arricchimento del Paese legato allo sviluppo economico fu subito consacrato prioritariamente alla creazione di un potente esercito di leva (1872-1873) e alle industrie correlate agli armamenti. Ma dal 1928, i militari s’imposero al centro della vita politica, assorbendo quasi tutto verso il 1941. Quali furono i passi di questa occupazione? Come spiegare la debolezza del sistema parlamentare che cedette virtualmente senza combattere? Che dinamica favorì i militari, che in un primo momento furono considerati il sale della terra giapponese, incaricati di una missione eccezionale? Il periodo d’oro della militarizzazione dopo il 1941 pone altri problemi. Quali furono i meccanismi d’imposizione dell’ideologia nazional-imperiale degli ufficiali dell’esercito nel profondo della società? Quali furono le principali caratteristiche ideologiche che s’imposero a un certo momento su quasi tutti i giapponesi, galvanizzandone la resistenza alle avversità fino all’assurdo? Va anche capito perché i militari non costituirono mai realmente una forza unificata, ostacolandone il progetto di riorganizzazione complessiva del sistema politico e della società. Infine, nel 1946 è il negativo, sarebbe meglio dire il positivo, del 1928: l’esercito sconfitto e squalificato fu dissolto, perdendo in un paio di settimane ogni presenza sul Paese. Gli elementi di una democrazia pacifica e smilitarizzata s’imposero velocemente, con un consenso piuttosto sorprendente tra gli occupanti statunitensi e la popolazione. E la società rinacque senza una rivoluzione, su nuove basi. Si vedrà prima come, tra 1928 e 1936, un vero “doppio potere” emerse, con l’esercito imporre regolarmente le proprie idee su ministri civili, e penetrare con la sua ideologia il Paese nel complesso; poi, tra 1936 e 1941, quando civili e perfino partiti mantennero una certa posizione, gli alti ufficiali che cercarono di stabilire lo “Stato di difesa nazionale” secondo il modello totalitario dell’epoca; poi, dal 1941, con l’entrata in guerra nel Pacifico consacrare il potere assoluto ai militari, sulla politica come sull’economia e, attraverso l’introduzione della “guerra totale”, la tendenza a inquadrare tutto il Giappone come, in misura minore, molti Paesi occupati; infine, con la capitolazione dell’agosto 1945 che all’improvviso dimostrò l’inutilità di tale programma.Il doppio potere e il fallimento del parlamentarismo: 1928 – 1936
1928-1931: la destabilizzazione
Il semi-fallimento del 1920 – 1922 (ritirata dalle conquiste effettuate in Cina e Russia, limitazione degli armamenti navali) permisero al ministro degli Esteri Shidehara Kijuro d’imporre una diplomazia basata su espansione economica, rispetto per l’unità cinese e accordo con il mondo anglosassone, nel 1924 – 1927. Ma il colpo di Stato in Manciuria e il tentativo del primo ministro Tanaka d’impedire militarmente l’integrazione della Cina settentrionale da parte del governo centrale di Nanchino, non solo avviò il processo irreversibile di degradazione degli affari esteri del Giappone, ma permise ai militari di decidere sempre più la politica del Paese. I loro metodi: pressione politica legale (minaccia di dimissioni dei ministri della Guerra e della Marina tradizionalmente dei militari, per far cadere i governi), insubordinazione e sempre più gli omicidi (la prima grande vittima fu il primo ministro Hamaguchi nel novembre 1930, che morì pochi mesi dopo). La crisi del 1929, subito arrivata in Giappone a causa degli stretti legami commerciali e di investimenti, con gli Stati Uniti, causò gravi tensioni sociali. Colpì infatti con estrema brutalità il mondo rurale già turbato dall’inizio del decennio. Per i giapponesi più poveri, l’accostamento fu facile, anche se improprio, tra povertà e partitocrazia e potere della Dieta. I liberali al potere aggravarono la situazione ricorrendo ai metodi ortodossi deflazionistici, che accelerarono la spirale depressiva. Molti giovani ufficiali negli anni Venti e Trenta provenivano da famiglie contadine povere, l’unica speranza di mobilità verso l’alto. La loro indignazione prese la forma di un anticapitalismo di destra e del rifiuto del “disordine” democratico a favore di ciò che conoscevano: autorità, gerarchia, nazionalismo. L’esercito vide svilupparsi una corrente “nazional-socialista” nel senso stretto, soprattutto in quel brodo di coltura di estremisti ambiziosi che fu l’armata “coloniale” del Kwantung. La coniugazione avvenne piuttosto velocemente con altri gruppi di scontenti: gli estremisti di destra, spesso attraverso società segrete espansioniste come ad esempio Drago Nero, Fiume Amur o Bocciolo di Ciliegio, ma anche giovani ufficiali “tecnocrati” e parte del debole movimento socialista.

Ultimi tentativi di resistenza dei partiti parlamentari
Il secondo colpo di forza di Mukden (settembre 1931), che portò all’occupazione della Manciuria, ben presto trasformata in Stato fantoccio (1932), vide il Kwangtung sostituire Tokyo nelle decisioni sul futuro del Giappone. Due tentativi di colpi di Stato furono appena sventati a marzo e ottobre 1931, e i governi successivi ritennero consigliabile piegarsi al fatto compiuto. Ciò non impedì che il primo ministro Inukai venisse assassinato nel maggio 1932; fu solo il più importante di un impressionante elenco di vittime. Gli estremisti militari esercitarono difatti, nel 1931-1936, una sorta di controllo sugli affari politici tramite omicidi ed esecuzione di funzionari contrari, quasi senza timore di condanne, in quanto sostenevano di agire per patriottismo e fedeltà all’imperatore. Fu il momento di splendore della fazione militare della Via Imperiale, per cui lo “spirito giapponese” poteva trionfare su tutto e tutti, rigettando i contatti con l’occidente. Il potere era ancora nelle mani dei partiti che cercarono di allearsi con la Fazione di Controllo, composta da ufficiali anziani ed alti ufficiali, come pure i nazionalisti realisti, in particolare sull’utilità della tecnologia straniera. Le concessioni all’estremismo, tuttavia, furono importanti: in tal modo, nel 1935, entrambe le camere del Parlamento adottarono una risoluzione che proclamava il Giappone centro vitale del mondo e l’imperatore essere divino, centrale per il Giappone. Il potente Istituto per lo studio dello spirito e della cultura della Nazione si alleò con il Ministero della Pubblica Istruzione, incaricato di trasmetterne tale messaggio ai giovani cervelli. E gli accademici che tentarono di preservare il diritto di critica furono cacciati dalle loro cariche, nel migliore dei casi. La maggiore resistenza fu l’efficace azione economica del ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, in carica per tutto il periodo, che riuscì a superare la crisi economica e, di conseguenza, a ridurre la povertà, in particolare nelle campagne che furono anche oggetto di grandi strutture pubbliche e politiche. Attuò un interventismo moderato, non lontano dai principi resi popolari dal New Deal di Roosevelt. Sviluppò la spesa pubblica, ma come stimolo per riavviare i privati. E se aumentò il bilancio militare, la quota di investimenti per gli armamenti scese tra il 1932 e il 1936. In questo modo, ricreò una certa credibilità dei partiti. Gli estremisti cercarono di far passare tale opportunità? Probabilmente era loro volontà forzare il destino, spiegando il colpo di Stato del 26 febbraio 1936 che decapitò parte del governo (tra cui Takahashi), attaccando per la prima volta altri militari e occupando per tre giorni i principali edifici pubblici di Tokyo. Infine, ciò fu troppo per l’Imperatore, di solito poco interventista, che sconfessò il colpo di Stato e ottenne molte condanne a morte. Fu anche la fine del potere della fazione della Via Imperiale, ormai compromessa.Successo e frustrazioni del potere militare: 1936 – 1941
L’approccio dell’esercito al potere
Il fallimento del colpo di Stato di febbraio tuttavia non fu una battuta d’arresto per la marcia dei militari al potere. Più che i fini, il richiamo del dirigismo, l’odio dei partiti e la mistica nazionale-imperiale, furono i mezzi che cambiarono: l'”infiltrazione” nelle istituzioni e l’assassinio. Non ne avevano bisogno per imporre le proprie idee, in quanto divennero il centro del sistema politico. Il fatto che il movimento fosse guidato da alti ufficiali, come il generale Hideki Tojo, permise di radunare i grandi nobili (come Konoe o Kido, parenti dell’imperatore) che per lo più sognavano di usare a proprio vantaggio il potere oligarchico modernizzato. L’interventsmo militare ben presto emerse. Dal 1936, il principio del consenso dei due ministeri delle forze armate per gli ufficiali attivi fu formalmente approvato, facendo dipendere i titolari dalla buona volontà dei rispettivi Stati Maggiori. Il governo Hirota Koki, formatosi dopo il colpo di febbraio, fu creato dopo aver consultato i militari: da allora ogni designazione di ministro sarebbe stata soggetto al loro veto informale. Il nuovo ministro delle Finanze, Baba Eiichi, fece dilagare i bilanci militari rompendo con i principi di Takahashi, e presentò in modo esplicito il piano quinquennale ideato dai militari per fare entrare il Giappone nell’economia di guerra prima dello scoppio del conflitto. L’esercito decideva i ministeri, utilizzando se necessario l’arma assoluta delle dimissioni dei “suoi” ministri e conseguente negazione di un altro funzionario alla loro carica. Dei civili, invece, occuparono la carica di primo ministro fino all’ottobre 1941. Ma la Dieta, che rimase fino all’arrivo degli statunitense, si ridusse a notaio. L’influenza militare crebbe anche nella società. L’associazione dei veterani (aperta a tutti gli ex-coscritti), dipendente dallo Stato Maggiore, aumentò la presenza anche nel villaggio più remoto; fu responsabile della trasformazione delle mobilitazioni in feste, di mantenere il culto dell'”eroe” ucciso in azione e la pressione sui possibili recalcitranti. Da questa forte base sociale, nel 1937, dopo lo scoppio della guerra con la Cina, il Movimento per la mobilitazione morale del popolo fu creato esplicitamente per sostenere lo sforzo bellico, ma anche per emarginare completamente i partiti. Lo scarso successo del movimento portò il primo ministro Konoe Fumimaro a lanciare nel 1938 il programma per fondere i pariti al servizio della politica imperialista. Idea che dovette piacere a tutti: i militari e loro sodali di estrema destra, evocando il partito unico di Hitler o Mussolini e forse il Movimento Nazionale dell’esercito spagnolo; i politici tradizionali nell’angolo, a cui si aggrapparono per una possibile sopravvivenza, dato che non li escluse e che Konoe promise di non istituzionalizzare il principio del partito unico. Solo nel 1940, quando tornò al potere, l’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST) fu creata; quasi tutti i parlamentari vi aderirono e nel 1942 si diede un’etichetta per presentarsi alle elezioni.

I limiti del potere militare
Nessuno osò opporsi all’esercito. Eppure ripiegò sulle sue grandi ambizioni. Per primi furono lo scoppio e la stagnazione della guerra in Cina avviata nel luglio 1937, senza che il Giappone prevedesse che l’invasione avrebbe portato alla mobilitazione nazionale in Cina. Fu in questo periodo che si ebbe il massacro di Nanchino. Soprattutto, dopo il significativo successo iniziale, si ritrovò nel 1938 con una strategia per sconfiggere la resistenza cinese. Un milione di combattenti dovettero esser assegnati al fronte continentale, e l’enorme spesa di tale conflitto senza fine impedì la realizzazione di piani grandiosi, che dovevano iniziare con la costruzione di acciaierie e industrie metalmaccaniche corrispondenti alle esigenze di una guerra contro le grandi potenze. La carenze afflissero l’accordo sempre problematico tra esercito e marina, che non crearono alcun Stato Maggiore congiunto: ognuno accusò l’altro di privarlo degli armamenti necessari. L’esercito e i suoi uomini cercarono vanamente di sbloccare la situazione: nel 1937, poi nel 1940, cercando d’imporre un’economia diretta e completamente pianificata. Ma la mancanza di capacità manageriali e i conflitti tra i servizi crearono gravi strozzature (la produzione industriale si ridusse leggermente nel 1940), e dovettero chiedere aiuto alle grandi imprese (zaibatsu) che ebbero l’opportunità di recuperare una certa autonomia. I leader politici colsero l’occasione per affermarsi nel ruolo di mediatori, o come Konoe, di giocare alternativamente l’alleanza con uno o l’altro clan. Ciò causò il lungo “ritardo dell’avvio” dell’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST).Una dittatura militare?: 1941 – 1945
Una società militarizzata
Dopo Pearl Harbor, che segnò l’ingresso formale in guerra del Giappone, l’esercito copriva gran parte del corpo sociale. 9,5 milioni di uomini erano sotto le armi nel 1944, circa il 13% della popolazione dell’arcipelago, la maggior parte degli uomini dai 18 ai 50 anni. La mobilitazione riguardava anche le colonie, Taiwan e Corea, ma solo in parte, prendendo la forma di crescita impressionante dell’industria pesante, soprattutto in Corea del Nord, e della massiccia prostituzione delle donne presso l’esercito. La rottura con l’ambiente originale fu particolarmente forte, con più dei due terzi dei soldati inviati all’estero e su fronti immensamente lontani, senza permessi in vista. Inoltre l’industria nazionale fu quasi interamente dedita agli armamenti, con un ministero distinto diretto dal primo ministro Tojo, per cercare di coordinarla dall’autunno 1943. Non meno di due milioni di lavoratori furono assegnati all’aeronautica quale priorità assoluta, soprattutto quando la guerra sul mare sembrò persa. Milioni di donne lavorarono per la prima volta, sostituendo il marito o il padre nelle aziende o nei negozi o nell’industria. Attraverso le corvé moderne, nel 1944-45, dei terrazzamenti del “Muro sul Pacifico” (mai completato), la popolazione dei villaggi fu massicciamente influenzata. Il sistema fu totale. Le associazioni di quartiere (centralizzate sotto il controllo del governo), erano responsabili della distribuzione dei beni di consumo e della protezione civile contro i bombardamenti, organizzando sottoscrizioni (de facto obbligatori) per i gravosi prestiti di guerra, organizzando manifestazioni patriottiche per le vittorie (e poi per i loro anniversari…) e sorvegliando. La polizia militare, o Kempeitai, dove Tojo esercitò per la prima volta il comando, divenne una polizia politica onnipresente, almeno nelle grandi città. Gli estremisti entrarono nell’ANST formando, su scala ridotta, una sorta di milizia ispirata alle SA naziste, il “Corpo adulto”, spesso composto da ex-soldati che pattugliavano le strade delle città alle ricerca dei trasgressori dell’ordine morale, come gli uomini che persistevano a vestire all’occidentale (una specie di tuta kaki paramilitare era considerato “abbigliamento patriottico”) e portando i capelli lunghi. Oltre a ciò, la vita quotidiana e la cultura nel complesso furono segnati dallo sforzo bellico: le privazioni sempre più drammatiche, il culto quotidiano dell’imperatore, il trionfo dell'”arte nazionale”, curiosamente vicina al realismo nazista o al neo-realismo stalinista. Nelle scuole, la formazione paramilitare e tecnica per le industrie della difesa e la propaganda dominavano gli studi.

Le contraddizioni del primato politico
Dall’ottobre 1941 al 1945, il Giappone ebbe tre primi ministri, tutti governi militari in cui i civili erano rari, per non parlare dei rappresentanti dei vecchi partiti. Il regno di 33 mesi di Tojo fu certamente il più vicino a una dittatura militare. Il temperamento autoritario del generale, la sua meticolosità sul lavoro e il controllo delle reti della polizia gli subordinarono i ministri. Fu anche a lungo molto popolare, ma gradualmente rovinato dal divario tra le sue affermazioni di vittoria e ciò che i giapponesi finirono per capire della realtà. Oltre a un paio di individui isolati, e rapidamente bloccati, alcuna corrente politica, filosofica o religiosa, per quanto piccola, si oppose allo sforzo bellico, opponendosi così all’imperatore-dio, od osò criticare, fino al 1944, la strategia perseguita: unico tra i belligeranti. L’ANST occupò il resto del panorama politico. E l’ideologia ufficiale, facile da assimilare (il Giappone, Paese di tutte le virtù, chiamato a rigenerante l’Asia e il mondo, l’Imperatore di stirpe divina, anima del popolo, e l’esercito scudo di entrambi) fu facilmente imposta quasi a tutti. Eppure, paradossalmente, anche Tojo era ben lungi dall’essere onnipotente come Hitler o Stalin. Tre forze rimasero autonome e difficili da aggirare. La meno immediatamente preoccupante fu l’ANST, che non suscitò un entusiasmo popolare autentico, e di conseguenza continuarono a dominare gli uomini dei vecchi partiti, che riattivarono rapidamente al suo interno le fazioni informali che imitarono le divisioni precedenti. E’ significativo che nelle elezioni del 1942, al culmine delle vittorie, i candidati più vicini all’esercito furono eletti solo in minoranza. Vi era la Marina, che si sentì vittima del bullismo dell’ex-comandante in Manciuria, le cui prime sconfitte ne esacerbarono il risentimento. Infine, vi era la grande incognita del Tenno, che quasi costantemente lasciò manipolare la propria immagine dai militari, ma non fu disposto a sacrificare il trono e il Paese ai sogni di grandezza o all’onore militare (gli imperatori non si sono mai suicidati). Fu la combinazione di queste due ultime forze che spinsero Tojo alle dimissioni nel luglio 1944, dopo la ‘sconfitta di troppo’ sull’isola di Saipan.

Un dominio appena scalfito (1944-1945)
Sarebbe esagerato immaginare che le sconfitte delle ultime fasi del conflitto portassero alla disgregazione del sistema. Non ci furono scioperi o manifestazioni o proteste pubbliche. L’ultranazionalismo non aveva affatto convinto: semplicemente e lentamente, il discorso passò dal trionfalismo al sacrificio supremo, bene espresso dall’ottobre 1944 dal culto del kamikaze. Non si pensava di vincere la guerra, ma le vittorie in Cina dal 1944 e la quantità di terre ancora occupate nel 1945 fecero a lungo sperare in una onorevole pace, e in questo contesto, il kamikaze divenne elemento centrale di un calcolo apparentemente razionale: era necessario piegare gli statunitensi con perdite insopportabili. Tra i giovani, in particolare, la morbosa frenesia della morte eroica durò fino alla fine. Tuttavia, il quadro cambiò lentamente. I tardi bombardamenti statunitensi (novembre 1944), ma assai massicci, distrussero città e paralizzarono fabbriche e trasporti. L’inquadramento della popolazione cedette e le preoccupazioni della vita quotidiana emarginarono la propaganda che le sconfitte resero ancor meno credibile. Incominciò ad essere difficile trovare nuovi kamikaze: era un segnale. Tutto ciò si tradusse politicamente: il primo ministro Suzuki, un moderato autentico (creduto morto dai congiurati del 1936), fu investito nell’aprile 1945 del programma centrato sulla ricerca di una pace di compromesso, contando disperatamente sulla mediazione sovietica. Nel frattempo conversazioni segrete riunirono politici poco compromessi con il militarismo, giornalisti e intellettuali, per pianificare il domani.Una società liberatasi dall’esercito: agosto 1945 – 1946
La capitolazione non passò senza difficoltà: alcune unità della Guardia Imperiale e i kamikaze cercarono di opporvisi. Ma un paio di giorni e un migliaio di suicidi dopo, tutto cominciò ad accelerare. Anche prima che gli statunitensi arrivassero (28 agosto), l’esercito fu sciolto e disperse le scorte, spesso rubate. E l’occupante, così temuto, agì piuttosto meglio della soldataglia giapponese, per non parlare del Kempeitai. Quindi il discorso militarista in retrospettiva perse credibilità agli occhi di molti. I primi sondaggi dopo l’agosto mostrarono un’impressionante maggioranza decisa a voltare pagina, respingendo i capi militari responsabili del disastro (che anche in modo comodo si auto-esonerarono!) I militanti di sinistra e sindacali furono liberati dal carcere o tornarono dall’esilio contribuendo ad accelerare questo cambio radicale. Naturalmente ciò corrispose alla politica degli Stati Uniti, ma accompagnò piuttosto che suscitare il rifiuto del militarismo e, con esso, l’esercito. L’arresto dei principali leader non suicidati, la vasta epurazione (200000) decisa dall’occupante, però, impedirono ogni possibile reazione delle ex-forze del regime. I partiti ricostituiti, guidati dalle loro numerose vittime, accolsero con favore la nuova costituzione redatta con gli statunitensi, compreso l’articolo 9 che vieta al Giappone non solo un esercito, ma anche il diritto alla guerra. La patria del generale Tojo, principale accusato del tribunale di Tokyo, è diventato il Paese più pacifista del mondo.Conclusioni
In realtà il Giappone non l’aveva ancora finita con l’esercito. In primo luogo, rimase per organizzare il rimpatrio di circa tre milioni di soldati ancora di stanza all’estero: gli ultimi “soldati perduti” della Nuova Guinea ritornarono nel 1955! Centinaia di migliaia di prigionieri trattati duramente da sovietici e cinesi furono rilasciati solo nel 1952-53. Il processo di Tokyo condannò i vecchi leader nel 1948. Poi, con la guerra fredda, le forze armate riapparvero come “forze di autodifesa”. Periodicamente, si parla da destra di revisionare l’articolo 9 in nome della “normalizzazione” dello status internazionale del Giappone. Tuttavia la leva obbligatoria non verrà ripristinata e gli ufficiali, ora senza mercanteggiare, rispetteranno il principio della neutralità politica. I vecchi demoni sembrano ben sepolti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese (2.da Parte)

Stephen Karganovic SCF 09.07.2017Nelle sue memorie “Guerra nei Balcani” (1), il generale portoghese Carlos Martins Branco, che durante il conflitto nella ex-Jugoslavia aveva l’incarico strategico di Vicecapo Missione degli Osservatori Militari dell’ONU in Croazia e Bosnia-Erzegovina (1994-1996), racconta la sua esperienza sugli eventi di Srebrenica nel luglio 1995. In contrasto con le fantasie di un gruppo di dubbi “esperti”, falsi testimoni e propagandisti dichiarati, il Generale Martins Branco riferisce fatti come osservati dall’intelligence e altre fonti sul campo. Queste informazioni attraversarono i canali ufficiali fino alla sua scrivania a Zagabria, dove si trovava la sede degli Osservatori delle Nazioni Unite. Fatti e conclusioni di Martins Branco sono difficilmente smentibili. Gli elementi citati di seguito sono riportati nelle pagine 201-206 delle memorie. Cominceremo con la conclusione del generale che sfida l’idea accettata che Srebrenica fu un genocidio e da lì proseguire: “Se avessero intrattenuto l’intento specifico di commettere un genocidio, i serbi avrebbero bloccato l’enclave da tutti i lati in modo che nessuno potesse scappare. Invece attaccarono da due direzioni, a sud-est e ad est, dove concentrarono le forze d’assalto, lasciando corridoi aperti verso nord e ovest (…) né avrebbero pianificato l’invio di diciassettemila donne, bambini e anziani il 12 e 13 luglio, permettendo a circa la metà degli sfollati di raggiungere il territorio della Federazione. Un gran numero di residenti di Srebrenica, che riuscì a fuggire, trovò rifugio in Serbia dove passò diversi anni senza essere disturbato da nessuno. Per occultare il genocidio, era necessario nascondere alcuni fatti scomodi che potevano comprometterli”.
Martins Branco non nega che “l’attacco a Srebrenica causò molti morti“. Tuttavia, osserva che “anche dopo venti anni nessuno è riuscito a determinarne il numero”. (In realtà il Tribunale dell’Aja ci tenta ma, a seguito di sforzi inadeguati, nei vari verdetti si hanno cinque cifre drasticamente diverse, con un divario di 4000, presumibilmente riflettendo il giudice che accertava il numero delle vittime giustiziate). Come “Progetto Storico Srebrenica” dice da anni, Martins Branco sottolinea anche un fatto molto importante, vale a dire l’eterogeneità delle cause di morte nei resti umani riesumati a Srebrenica. L’autore descrive la situazione legale nei seguenti termini: “Le cause delle morti verificatesi durante e dopo le operazioni militari furono diverse: combattimenti tra i due eserciti che si affrontavano; combattimenti tra forze serbe e miliziani che fuggivano, raggiunti da civili; guerra interna fra i combattenti dell’esercito bosniaco; e infine esecuzione dei prigionieri di guerra”. Quanto agli antecedenti della “cifra magica di 8000 dispersi (stima iniziale della Croce Rossa) che infine divenne verità inconfutabile”, l’autore afferma che ad un certo punto “era proibito farsi domande, anche prima che venisse presentata alcuna prova”, continuando: “Guai a chi osi sfidare tale verità incontrovertibile. Sarà immediatamente scomunicato ed etichettato come “negazionista”. Il fatto che 3000 persone dichiarate disperse comparissero sulle liste elettorali nel settembre 1996, non ebbe alcun impatto sulla ripetizione incessante della narrativa sugli 8000 morti. I media non ebbero mai la minima curiosità su questa ed altre evidenti incongruenze. Era più facile continuare a ripetere la storia del genocidio, che i mass media promossero con ansia. Ma a prescindere dalla ribellione ostinata a quella “verità”, va ricordato che tra rumore mediatico e fatto storico continua ad esserci un enorme divario”. “Quanti prigionieri furono uccisi e quanti morirono in battaglia?”, si chiede il Generale Martins Branco con una domanda fondamentale. “Siamo abbastanza lontani dalle risposte, e direi che avremo difficoltà a trovarle. È molto più facile, e semplice, parlare di genocidio”. L’ufficiale portoghese, tuttavia, s’impegna a stimare il numero possibile di vittime dei crimini di guerra a Srebrenica nel luglio del 1995: “L’esecuzione da parte delle forze serbe a Srebrenica e dintorni di un notevole numero di maschi musulmani, fonti ben informate citano la cifra di 2000, in maggioranza soldati, fu senza dubbio un crimine di guerra”. Il numero menzionato da Martins Branco è significativo per una serie di ragioni. Innanzitutto, poiché lo stesso numero di vittime dell’esecuzione, 2000, è citata da un’altra e non meno rispettabile fonte d’intelligence, John Schindler, alto ufficiale d’intelligence statunitense di stanza a Sarajevo contemporaneamente agli eventi di Srebrenica. La valutazione di Schindler, fatta da Sarajevo, è completamente congruente con Martins Branco da Zagabria. Fu articolata nel documentario di Ole Flyum “Srebrenica: città tradita“. (2) Entrambe le valutazioni corrispondono ai dati forensi disponibili e va ricordato che quando le cose sono piuttosto confuse, come a Srebrenica, una sintesi dei dati d’intelligence da varie fonti attendibili va sempre eseguita con attenzione, presentando spesso un quadro complessivo molto più affidabile delle segnalazioni di individui isolati, il cui campo di visibilità è spesso limitato e senza nemmeno obiettività. Infine, la cifra suggerita congiuntamente da Martins Branco e Schindler, che le prove materiali disponibili supportano pienamente, è d’interesse anche per un altro motivo. Nelle varie comunità d’intelligence, una voce continua a girare affermando l’esistenza di un documento, una misteriosa lettera inviata da Alija Izetbegovic a Naser Oric nella primavera del 1995, poco prima dell’inizio dell’operazione a Srebrenica, dove si ritiene che fosse riaffermata che l’offerta di interventi esteri rimaneva ancora in piedi, così come la condizione che la caduta di Srebrenica fosse accompagnata da un massacro. Il punto chiave della presunta lettera è che il numero di vittime richiesto dal criterio interventista delle forze estere interessate fosse la cifra familiare di 2000. “Tuttavia”, continua il nostro autore, “non fu un genocidio, come si afferma in molti ambiti, soprattutto al tribunale dell’Aia, sotto forma di argomento politico. Da persona civilizzata, naturalmente, sono del tutto d’accordo che “farsi giustizia da sé, caratteristica culturale non solo dei serbi, ma di altre comunità dell’ex-Jugoslavia, non giustifica o attenua la gravità dell’atto commesso. Fu senza dubbio una violazione della Convenzione di Ginevra”. Il punto principale, tuttavia, è che sembra che le cose vadano definitivamente chiamate con il loro nome: “I terribili crimini di guerra vanno puniti. Tuttavia, questi atti non possono e non devono essere confusi con un genocidio. Quando i crimini di guerra, come l’esecuzione di centinaia di maschi in età di leva, sono paragonati al genocidio, dove è necessario stabilire l’intento di eliminare sistematicamente i membri di una comunità etnica, s’invia un segnale molto frivolo. Ciò è particolarmente evidente se si tiene conto del fatto che la parte che commise il delitto mise a disposizione i mezzi per trasportare diciassettemila sfollati, circa il cinquanta per cento della popolazione sfollata”.
Martins Branco rivolge l’attenzione a un’altra notevole “incoerenza” nella vicenda di Srebrenica, che “il Tribunale ha finora condannato, ma contro un solo autore diretto” (in una nota a piè di pagina chiarisce che il riferimento è a Drazen Erdemovic, un imputato divenuto testimone del procuratore, inizialmente premiato con un’insignificante condanna di tre anni per aver firmato un accordo, seguiti da numerosi vantaggi in cambio di una testimonianza meccanica e assai controversa). (3) L’autore portoghese sottolinea che “nessun altro fu mai messo alla sbarra per l’esecuzione di prigionieri di guerra, ma piuttosto per “responsabilità comune di comando” nel partecipare a un’impresa criminale comune, dottrina preferita dal Tribunale, ma la cui applicazione in tale situazione di conflitto è altamente dubbia. Com’è possibile invocare il genocidio se, dopo venti anni, il Tribunale non sa determinare numero delle vittime, causa della morte e chi le uccise?”. Tutte domande eminentemente logiche. Anche Martins Branco dovrebbe aver credito per questa osservazione altrettanto acuta: “Il Tribunale ha dimenticato di preoccuparsi dei crimini commessi presso Srebrenica tra il 1992 e il 1995, dove le vittime erano serbe, con l’omicidio di quasi duemila persone (maschi, femmine, bambini e anziani), con alcuni casi di tortura e altre atrocità. La maggior parte di ciò fu accuratamente documentato e l’identità degli autori è nota (…) come Richard Holbrooke ammise nel suo libro, “il Tribunale era sempre stato uno strumento politico prezioso della politica statunitense“. (4) Proprio così. E quando si parla di genocidio, Martins Branco non teme di ritrarre il forte contrasto tra la situazione a Srebrenica nel luglio del 1995 e ciò che avvenne vicino appena un mese dopo, ad agosto, quando le forze armate croate passarono all’attacco: “Quello che accadde a Srebrenica non può e non va equiparato a ciò che accadde un mese dopo nelle Krajine, dove l’esercito croato attuò il massacro sistematico della popolazione serba che non poté trovare alcun rifugio, senza risparmiare nessuno. Uomini, donne, bambini, anziani, tutti senza distinzione furono sottoposti alle stesse atrocità e a cose peggiori. Quella operazione fu pianificata fino all’ultimo dettaglio ed ampiamente documentata. Gli ordini furono emessi da Tudjman ai suoi generali in una riunione a Brioni, il 31 luglio 1995, alla vigilia dell’Operazione Tempesta. Il Tribunale non ha mai considerato gli eventi della Krajina come possibile genocidio. I media occidentali si tennero ad un’attenta distanza da tali eventi. Il loro silenzio è complice ed assordante”.
Concludendo le memorie, Martins Branco sembra non avere dubbi sul fatto che Srebrenica fu il frutto perfido di una pianificazione a lungo termine e dell’attività parallela di varie parti interessate. A sostegno di ciò cita le prove dal libro di Ibran Mustafic sul “Caos pianificato”, dalle dichiarazioni del politico locale Zlatko Dukic e dalle rivelazioni del capo della polizia di Srebrenica durante il conflitto Hakija Meholjic. L’autore non esclude in particolare l’intrigante affermazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito bosniaco Sefer Halilovic, che difatti Izetbegovic avesse deciso di “scartare” Srebrenica all’inizio della partita, ma che fosse deciso “ad estrarne un profitto politico”. Per inciso, pur considerando ciò che Meholjic e Halilovic dissero sul tema e l’evidenza che l’evento possa essere stato concepito prima, va ricordata la famosa rivendicazione di Meholjic sull’offerta di Izetbegovic di consentire il massacro dei residenti di Srebrenica in cambio dell’intervento estero; in seguito negoziò con i serbi il sobborgo di Vogosca a Sarajevo. L’episodio, come si ricorda, sarebbe avvenuto nell’autunno 1993, quando il congresso nazionale bosniaco fu convocato a Sarajevo. Tuttavia, nel suo libro “La strategia astuta” (5) Sefer Halilovic presenta alcune informazioni ulteriori sul tema che possono avere un significato possibile; afferma che l’idea d’inscenare il massacro a Srebrenica, in cambio di dividendi politici, fu molto probabilmente pensata da Alija Izetbegovic e dalla leadership bosniaca anche prima del Congresso. Così accade che al momento della pubblicazione del libro, Halilovic fosse politicamente contrario ad Izetbegovic, e forse le sue affermazioni dovrebbero essere prese con un grano di sale. Il fatto, comunque, resta per quanto vale, e secondo Halilovic (che è vivo e può essere interrogato sulle sue affermazioni), Izetbegovic gli menzionò nella primavera del 1993 la presunta offerta che diversi mesi dopo, verso la fine dell’anno, sconvolse Meholjic e altri membri della delegazione di Srebrenica presenti alla riunione bosniaca.
Le riflessioni del Generale Carlos Martins Branco su Srebrenica sono una preziosa tessera del mosaico, completando e migliorando la nostra comprensione degli eventi. Il suo libro non è semplicemente la nota di un osservatore straniero strategicamente posizionato, ma molto di più. È, in un certo senso, l’adozione di una realtà politicamente oscurata dalle istituzioni che l’autore, volentieri e consapevolmente o meno, persino personifica. In misura notevole, da risposte a domande importanti su “cosa sapevano e quando lo scoprirono”. Il chiaro sottinteso delle memorie di Martins Branco è che l’autore e chi lo circondava potevano seguire gli eventi in tempo reale, sapevano molte cose e chi agisse, e a un livello analitico profondo non si fanno illusioni, per non parlare dei dilemmi, sulla natura e lo sfondo reali di Srebrenica. Dopo aver letto “Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, è difficile immaginare che i proverbiali “poteri” fossero all’oscuro dell’agenda politica cinica a cui Srebrenica fu asservita.Note
1) Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione, Edições Colibri 2016.
2) “Srebrenica: città tradita”, da 50:50 a 51:10 minuto
3) Il racconto di Erdemovic fu minuziosamente studiato dal giornalista bulgaro Zerminal Civikov in “Srebrenica. Der Kronzeuge”, Edizione Brennpunkt, Osteuropa, 2009.
4) Holbrooke, Richard. Per por fine a una guerra, p. 190.
5) Halilovic, Sefer: “La strategia astuta” (Lukava strategija), Sarajevo 1997, pp. 130-132.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese

Stephen Karganovic SCF 07.07.2017

Il Generale Carlos Martins Branco è uno degli attori più affascinanti (e fino a poco tempo fa anche inaccessibili) nella controversia su Srebrenica. Dal suo punto di vista, da Zagabria, quale vicecomandante della Forza di Protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) nel 1994-96, durante l’ultima fase dei conflitti jugoslavi degli anni ’90 in Croazia e Bosnia-Erzegovina, questo ufficiale portoghese ebbe un accesso privilegiato ad informazioni significative. I rapporti riservati riguardanti le attività sul campo passavano dalla sua scrivania. Con informazioni di prima mano e ulteriormente illuminate da discrete conversazioni con colleghi di varie strutture d’intelligence, Martins Branco era nella posizione ideale per apprendere i fatti che molti funzionari avrebbero preferito coprire e spesso i media hanno ignorato. Con tocco emotivo tipicamente latino, rifiutandosi di rimanere in silenzio mentre la “narrazione sul genocidio di Srebrenica” prendeva forma nella seconda metà degli anni ’90, Martins Branco pubblicò nel 1998 un articolo provocatorio intitolato “Srebrenica è un falso? Resoconto di un testimone oculare ex-osservatore militare dell’ONU in Bosnia”. In quel primo salto nel dibattito inquinato su Srebrenica, Martins Branco si avventò su varie questioni cruciali riguardanti i noti eventi nel luglio 1995: “Si può concordare o no con la mia analisi politica, ma bisognerebbe leggere il resoconto di come cadde Srebrenica, le vittime i cui corpi sono stati trovati finora e perché l’autore crede che i serbi volessero conquistare Srebrenica e scacciare i musulmani bosniaci piuttosto che massacrarli. Il confronto tra Srebrenica e Krajina, nonché la reazione mediatica della “stampa libera” occidentale, è piuttosto istruttivo”. Poco dopo l’espressione di scetticismo sulla natura degli eventi controversi a Srebrenica, Martins Branco praticamente scomparve. Naturalmente, visse per diversi anni a Firenze insegnando presso l’Istituto Universitario Europeo e preparando la tesi di dottorato. Dopo di che, nel 2007-2008 fu il collegamento del governo con le forze della NATO in Afghanistan, in qualità di portavoce del comandante. Dal 2008 fino alla pensione, il Generale Martins Branco è stato vicedirettore dell’Istituto Nazionale di Difesa delle Forze Armate portoghesi. Questa straordinaria quadro, a cui si aggiunge il compito di capo della sezione intelligence dell’EUROFOR in Bosnia, Albania e Kosovo dal 1996 al 1999, tracciano un alto ufficiale altamente qualificato, con capacità d’intelligence e poteri d’osservazione di prima classe.
Intrigati dall’analisi di Martins Branco sugli eventi di Srebrenica, poco dopo la fondazione della nostra ONG “Progetto Storico Srebrenica” tentammo di comunicare con lui per vedere se avrebbe condiviso con noi alcune sue eccezionali informazioni ed intuizioni. I nostri sforzi furono infruttuosi e la corrispondenza con il generale negli anni si ridusse a uno scambio di cortesie formali. Le squadre della difesa presso l’ICTY dell’Aja, impegnate a procurarlo come testimone per i propri clienti, non ebbero più fortuna. Tuttavia, non molto tempo fa, il Generale Martins Branco ci ha scritto cercando risposte ad alcune domande su Srebrenica, menzionandoci che nel novembre 2016 le sue memorie furono pubblicate in Portogallo. Quel volume, che ci ha gentilmente messo a disposizione, copre il periodo del servizio nei Balcani, intitolato “Guerra dei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, pubblicato da Edições Colibri di Lisbona. Come già visto molte volte, vari alti ufficiali, in questo caso anche con l’espressione aperta di proprie opinioni e divulgazione pubblica di fatti considerati di natura delicata, dovevano aspettare la pensione. Nel caso del Generale Martins Branco, l’attesa ne è valsa la pena. Questi affascinanti ricordi del teatro di guerra balcanico consistono nelle intuizioni di un ufficiale portoghese collegato alle forze dell’ONU su episodi come l’espulsione spietata, accompagnata da massacri, della popolazione serba di Krajina da parte delle forze croate. Questi crimini furono orchestrati con il sostegno coperto della NATO, per la quale l’autore lavorava indirettamente all’epoca. Gli eventi su Srebrenica nel luglio 1995 comprendono un’altra parte dei suoi ricordi. Per il momento, ci concentreremo su quest’ultima e la percezione di Martins Branco di sfondo e impatto della situazione di Srebrenica. Già nella sua introduzione ai capitoli delle memorie che affrontano Srebrenica, Martins Branco mette in dubbio la coerenza del concetto prevalente sul genocidio: “Il Generale Ratko Mladic fece sapere che lasciava aperto un corridoio per ritirarsi a Tuzla. Con l’approvazione di Mladic, circa 6000 persone approfittarono dell’opportunità. In una relazione del Ministero degli Esteri olandese si osserva che, secondo le fonti dell’ONU, il 4 agosto 35632 sfollati furono portati a Tuzla, di cui 800-1000 membri delle forze armate della Bosnia-Erzegovina. Su questo totale, 17500 erano stati evacuati con gli autobus”. (Pagina 195)
Il generale portoghese continua poi: “Srebrenica fu ritratta, e continua ad esserlo, come il massacro di civili inermi musulmani. Che genocidio! Ma fu davvero così? Una valutazione più attenta e informata degli eventi mi porta a dubitare”. (Pagina 196)
Martins Branco continua a sollevare alcune domande acute, e lo fa puramente in qualità di soldato professionista: “Ci sono diverse stime delle forze coinvolte nella battaglia di Srebrenica. Dal lato serbo, al massimo 3000 combattenti vi avrebbero partecipato. Il numero di blindati è più difficile da determinare, come si afferma all’inizio del capitolo. Secondo i rapporti sul campo, però, non più di 6 blindati erano in movimento in quel dato momento. Sebbene manchino informazioni affidabili sulla forza delle truppe musulmane, è del tutto probabile che fossero almeno 4000 uomini armati, contando tra loro soldati dell’Esercito di Bosnia-Erzegovina e paramilitari. Secondo alcune fonti, sarebbero stati 6000. Ma ai fini di questa analisi, considereremo la cifra dei 4000 credibile”. (Pagina 196)
Il generale prosegue poi: “Le caratteristiche topografiche del terreno intorno Srebrenica e della Bosnia orientale nel complesso sono estremamente difficili e collinari. Le rocce, le fitte aree boschive e profondi burroni impediscono il movimento dei veicoli militari, facilitando le operazioni della fanteria. Per quanto riguarda le caratteristiche fondamentali che, senza dubbio, favoriscono i difensori, il rapporto numerico delle forze opposte suggerisce che le truppe dell’esercito bosniaco avevano a disposizione effettivi più che sufficienti per approntare la difesa. Tuttavia, non lo fecero. Tenuto conto del rapporto numerico tra attaccanti e difensori, come ci fu insegnato all’accademia militare, affinché l’attacco abbia qualche probabilità di successo il numero di attaccanti avrebbe dovuto superare quello dei difensori di almeno tre volte. Nel caso in esame, tale rapporto era vantaggioso per i difensori (4000 difensori contro 3000 attaccanti). Inoltre, i difensori avevano l’ulteriore vantaggio di conoscere il terreno”. (Pagina 196)
Martins Branco pone una delle domande chiave su Srebrenica: “Dato il vantaggio militare che favoriva la difesa, perché l’esercito bosniaco non riuscì a resistere alle forze serbe? Perché il comando della 28a divisione dell’esercito bosniaco, apparentemente contro il proprio interesse, non creò una linea di difesa, come altrimenti seppe fare, ad esempio durante la crisi dell’aprile 1993? Perché le forze musulmane nell’enclave non riuscirono a riprendersi le armi pesanti depositate in un magazzino locale sotto il controllo dell’ONU? Non vi era altro che una servizio di sorveglianza?” (Pagina 197)
Completando queste domande ben formulate, va notato che già il 6 luglio, mentre iniziava l’attacco serbo, il comando del battaglione olandese di Srebrenica fece sapere alla 28a divisione che era libera di recuperare l’armamento pesante nel magazzino, se lo desiderava. Questo fu rivelato nel “Debriefing” del battaglione olandese, emerso nell’ottobre 1995. Tuttavia, le forze musulmane di Srebrenica ignorarono inspiegabilmente l’invito, rafforzando l’impressione che, per motivi politici o altri, scelsero di non resistere militarmente all’attacco serbo. Portando l’autore alle seguenti riflessioni: “Venti anni dopo, manca ancora una risposta soddisfacente a domande che paiono cruciali, supponendo che si cerchi di scoprire cosa successe esattamente. La passività e l’assenza di una reazione militare delle forze musulmane nell’enclave sono in netto contrasto con il comportamento offensivo nei due anni precedenti, manifestatosi nei massacri sistematici di civili serbi nei villaggi che circondano Srebrenica”. (Pagina 197)
L’autore rilascia poi un particolare intrigante che in precedenza era sconosciuto anche all’autore: “Ramiz Becirevic (al comando della 28a divisione, assente Naser Oric) inizialmente ordinò di radunare le armi pesanti. Tuttavia, l’annullò poco dopo, spiegando di aver ricevuto un contrordine. Chi fu la fonte di quell’ordine e per quale motivo fu dato? Per la cronaca, si noti che la mattina del 6 luglio, quando l’attacco serbo iniziò, agendo su propria responsabilità, il comandante del battaglione olandese informò il comando dell’esercito bosniaco che i serbi avevano “violato” i confini dell’enclave e che l’ONU non avrebbe obiettato se avessero recuperato le armi pesanti depositate in un magazzino locale”. (Pagina 197)
Facendo leva ulteriormente sulla questione dell’enigmatica disgregazione nell’enclave di Srebrenica della volontà di resistere, Martins Branco sottolinea che Naser Oric, “il carismatico capo che molto probabilmente avrebbe agito in modo diverso“, fu ritirato dall’enclave nell’aprile 1995, e non vi ritornò più. Quindi continua ponendo domande sensate: “Il ritorno di Oric fu impedito dal Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, di cui faceva parte la 28a divisione? Quali potrebbero essere state le ragioni? Non abbiamo ancora risposte convincenti a queste domande”. (Pagina 198)
“D’altro canto”, l’autore portoghese continua con l’analisi dettagliata del sospetto svolgersi degli eventi, “i funzionari del SDA locale, il Partito di Azione Democratica al governo a Sarajevo, non solo rifiutarono, citando strane ragioni, di aiutare le forze delle Nazioni Unite ad evacuare Srebrenica, cioè la propria popolazione e i rifugiati dei villaggi circostanti, ma andarono oltre impedendogli di fuggire verso Potocari. Invece, presentarono al comandante della Compagnia B (del Battaglione olandese) una lunga lista di richieste, la cui piena adesione insistettero come condizione per la cooperazione. La natura di tali richieste suggeriva l’esistenza di un piano accuratamente pre-elaborato che, tuttavia, non si conformò alle condizioni che in quel particolare momento prevalevano sul terreno. A quel punto, ci furono solo due questioni importanti per il presidente del municipio: una, la domanda agli osservatori militari del 10 luglio di diffondere all’estero una relazione sull’uso di armi chimiche da parte delle forze serbe, anche se non era vero; In secondo luogo, accusare pubblicamente i media internazionali di diffondere disinformazione sulle forze musulmane che opponevano resistenza armata, con la richiesta aggiuntiva all’ONU di emettere anche un diniego ufficiale. Secondo lui, i soldati bosniaci non utilizzavano armi pesanti, né erano pronti a farlo. Allo stesso tempo, si lamentò della carenza di prodotti alimentari e della sconvolgente situazione umanitaria. Il contorno di una narrazione ufficiale diventava percepibile e consisteva in due messaggi: assenza di qualsiasi resistenza militare e mancanza di cibo”. (Pagina 198)
Traducendo, questo alto ufficiale della NATO con eccellenti poteri di osservazione e acume per l’analisi critica “subodorò la trappola”, e proprio fin dall’inizio del gioco. Non lo dice direttamente nelle memorie, ma suggerisce fortemente che dubbi sull’autenticità della narrazione ufficiale su Srebrenica gli proliferassero nella testa in quel momento, mentre le notizie sul campo si accumulavano sulla sua scrivania a Zagabria. Martins Branco pone poi la domanda logica o, piuttosto, indica una delle incertezze chiave del racconto ufficiale degli eventi di Srebrenica: “Potrebbe essere posto anche un interrogativo sull’assenza assoluta di una risposta militare di qualsiasi tipo da parte del Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, la cui zona di responsabilità comprendeva la Bosnia-Regione nordorientale, tra cui Tuzla (dove era ubicato il comando), Doboj, Bijeljina, Srebrenica, Zepa e Zvornik. Le agenzie d’intelligence dell’esercito bosniaco, il cui orecchio era fissato sulle comunicazioni serbe, erano perfettamente consapevoli dell’offensiva imminente. Nonostante sapessero dell’intento di attaccare dei serbi, il Secondo Corpo dell’esercito bosniaco non fece il minimo movimento per indebolire la pressione dei serbi sull’enclave. Era un fatto noto che il Corpo della Drina, l’unità serba nella cui zona di responsabilità si trovava Srebrenica, di era esaurito e che l’attacco a Srebrenica fu possibile solo sfruttando le forze ritirate da altri segmenti del fronte, naturalmente lasciando molti punti vulnerabili. Perché il Secondo Corpo non attaccò lungo tutto il fronte del Corpo della Drina, non solo per alleviare la pressione su Srebrenica ma anche per sfruttare le vulnerabilità temporanee delle forze serbe occupando territorio nelle aree rimaste senza protezione? Dopo venti anni, non abbiamo ancora la risposta a questa domanda coerente e ragionevole”. (Pagine 198-199)
Questi sono solo alcuni dei motivi più importanti che hanno portato un soldato professionista ad essere scettico sul quadro generale della narrativa accettata su Srebrenica. Come vedremo nella successiva recensione, la sua analisi più dettagliata solleva ancora più domande.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kiev ha abbattuto il volo MH17 delle Malaysian Airlines

Pravda, 29 giugno 2017 – Global ResearchIl quotidiano Sovershenno Sekretno prosegue l’indagine sull’abbattimento del Boeing malese sul Donbas, pubblicando un’altra serie di documenti che attribuisce a Kiev la colpa della tragedia. I giornalisti hanno ottenuto una mappa, un piano di volo segreto, steso e firmato personalmente, il giorno prima del volo, 16 luglio 2014, dal pilota della 299.ma Brigata aerea tattica capitano Vladislav Voloshin. Il piano fu approvato dal comandante dell’unità militare A4104, colonnello Gennadij Dubovik. L’Ucraina ancora afferma che alcun aereo militare volò nella zona il giorno in cui si verificò la tragedia. Tuttavia, i documenti appena pubblicati dimostrano che gli ufficiali ucraini mentono. Pravda ha avuto una breve intervista con Sergej Sokolov, caporedattore di Sovershenno Sekretno.

“Questa volta il materiale è ampio, ci sono copie scansionate di documenti e trascrizioni delle conversazioni coi piloti dell’aviazione ucraina. È noto che l’Ucraina usò i suoi aerei da guerra quel tragico giorno. Cosa dicono le informazioni appena scoperte?”
“Questi documenti dimostrano che ci furono ordini per l’impiego degli aerei da combattimento. Le conversazioni coi militari della divisione aerea di Chuguev testimoniano che ci furono delle sortite. Cerchiamo di essere oggettivi, ma sappiamo che la versione promossa dalla commissione internazionale nei Paesi Bassi prevale, secondo cui fu un sistema missilistico russo Buk che abbatté l’aereo. Crediamo che tale versione sia faziosa e non credibile perché i documenti che pubblichiamo testimoniano che ci furono altri fatti da considerare e analizzare attentamente da parte della commissione internazionale nei Paesi Bassi”.

“Come avete avuto queste informazioni?”
“In modo rigoroso, quando abbiamo ricevuto registrazioni audio delle conversazioni coi militari dell’unità aerea di Chuguev, fu chiaro che una persona sconosciuta gli parlò e fece queste registrazioni. In generale, fu un’operazione speciale per documentare i reati commessi dalle forze armate ucraine”.

“Pensi che la distruzione del Boeing della Malaysia Airlines fu un’operazione ben pianificata?”
“Secondo i documenti che abbiamo pubblicato, l’SBU ucraino parla della distruzione come dovuta a un’operazione speciale. Tale conclusione è possibile”.

“Cosa puoi dirci di chi ordinò la distruzione dell’aereo di linea?”
“Se fu un’operazione speciale statale, è chiaro che riguarda l’amministrazione ucraina. Nel nostro articolo notiamo una strana coincidenza. Alla vigilia della tragedia, due alti funzionari dell’amministrazione ucraina visitarono l’unità aerea di Chuguev: Jatsenjuk, poi primo ministro dell’Ucraina, e Parubij. Visitarono anche la brigata aerea tattica di Nikolaev. Parlando in senso stretto, fu una coincidenza, ma abbiamo pubblicato una foto in cui Jatsenjuk appare accanto al velivolo SU-25 08, l’aviogetto che il capitano Voloshin avrebbe pilotato, secondo il piano di volo”.

“C’è qualche speranza che il tuo materiale influenzi l’inchiesta nei Paesi Bassi?”
“Mi piacerebbe molto crederlo, perché mi fa davvero male vedere persone plaudire il dilettantismo di Bellingcat con articoli dalle foto manipolate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La linea rossa di Trump

Seymour M. Hersh, Die Welt, 25 giugno 2017 – Global ResearchIl 6 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump autorizzò l’attacco missilistico con i Tomahawk sulla base aerea di Shayrat nella Siria centrale, in rappresaglia a ciò che affermò esser stato un attacco con gas mortale del governo siriano due giorni prima, sulla città ribelle di Qan Shayqun. Trump emise l’ordine nonostante fosse stato avvertito dalla comunità d’intelligence statunitense che non aveva trovato alcuna prova che i siriani avessero usato un’arma chimica. L’intelligence disponibile chiarì che i siriani avevano colpito il sito di una riunione jihadista il 4 aprile utilizzando una bomba guidata fornita dai russi ed equipaggiata con esplosivi convenzionali. I dettagli dell’attacco, comprese le informazioni sui cosiddetti obiettivi di grande valore, furono forniti giorni prima dai russi ad ufficiali statunitensi ed alleati a Doha, la cui missione è coordinare le operazioni delle forze aeree siriane, russe, statunitensi ed alleate nella regione. Alcuni ufficiali statunitensi erano particolarmente afflitti dalla decisione del presidente d’ignorare le prove. “Niente di ciò aveva senso”, disse un funzionario ai colleghi a conoscenza della decisione di bombardare. “Sappiamo che non ci sono stati attacchi chimici… i russi sono furiosi. Sostengono che abbiamo intelligence autentica e sappiamo la verità… immagino che non gli importi se abbiamo scelto Clinton o Trump“. Poche ore dopo il bombardamento del 4 aprile, i media furono saturati da fotografie e video di Qan Shayqun. Le immagini di vittime morte e morenti, colpite da sintomi di avvelenamento da gas nervini, furono diffuse sui social media da attivisti locali, come i White Helmets, un gruppo di emergenza noto per la sua stretta collaborazione con l’opposizione siriana. La provenienza delle foto non era chiara e nessun osservatore internazionale aveva controllato il sito, ma l’immediato presupposto, popolare nel mondo, era che si trattasse dell’uso deliberato dell’agente nervino sarin autorizzato dal Presidente Bashar Assad della Siria. Trump sostenne tale assunzione emettendo una dichiarazione a poche ore dall’attacco, descrivendo le “azioni disgustose” di Assad come conseguenza della “debolezza e irresoluzione” dell’amministrazione Obama nell’affrontare ciò che affermò essere l’uso in passato di armi chimiche della Siria.
A dispetto di molti membri della sua squadra della sicurezza nazionale, Trump non cambiò idea dopo 48 ore di intense relazioni e decisioni. In una serie di interviste, appresi della totale disconnessione tra presidente e molti suoi consiglieri militari e d’intelligence, nonché ufficiali sul campo della regione, che avevano una diversa comprensione della natura dell’attacco della Siria a Qan Shayqun. Ebbi le prove di tale sconnessione, sotto forma di trascrizioni delle comunicazioni in tempo reale, subito dopo l’attacco siriano del 4 aprile. In un importante processo di pre-attacco conosciuto come de-conflitto, ufficiali statunitensi e russi forniscono regolarmente in anticipo i dettagli sulle rotte previste e le coordinate dei bersagli, per garantirsi che non vi sia alcun rischio di collisione o scontro accidentale (i russi parlano per conto dell’Esercito arabo siriano). Queste informazioni vengono fornite quotidianamente agli aerei di sorveglianza AWACS statunitensi che controllano i voli. Il successo e l’importanza del deconflitto può essere misurato dal fatto che non ci sia stata ancora una collisione, o addirittura avvicinamento tra i potenti cacciabombardieri supersonici statunitensi, alleati, russi e siriani. Gli ufficiali delle aeronautiche russa e siriana fornirono dettagliatamente il piano di volo attentamente pianificato da e per Qan Shayqun il 4 aprile, direttamente in inglese, ai monitor di deconflitto dell’aereo AWACS che pattugliava sul confine turco, 60 miglia o più a nord. Il bersaglio dei siriani a Qan Shayqun, condiviso con gli statunitensi a Doha, fu descritto come edificio di due piani a nord della città. L’intelligence russa condivisa, quando necessario, con Siria e Stati Uniti, nell’ambito della lotta comune ai gruppi jihadisti, aveva stabilito che nell’edificio doveva aver luogo una riunione di alto livello dei capi jihadisti, tra cui rappresentanti di Ahrar al-Sham e del gruppo affiliato ad al-Qaida già noto come Jabhat al-Nusra. I due gruppi avevano recentemente unito le forze e controllavano la città e l’area circostante. L’intelligence russa indicò l’edificio come centro di comando e controllo che ospitava un negozio di alimentari e altri locali commerciali al piano terra, con altri negozi di beni essenziali nelle vicinanze, tra cui uno di tessuti e uno di elettronica. “I ribelli controllano la popolazione controllando la distribuzione delle merci di cui la gente ha bisogno per vivere: cibo, acqua, olio, gas propano, fertilizzanti per coltivare i raccolti e insetticidi per proteggerli“, mi disse un consigliere della comunità d’intelligence statunitense che prestava servizio in posizioni di alto livello presso dipartimento della Difesa e Agenzia d’Intelligence Centrale. L’edificio era utilizzato come deposito per razzi, armi e munizioni, nonché prodotti da poter distribuire gratuitamente alla comunità, tra cui farmaci e decontaminanti a base di cloro per la pulizia dei corpi dei morti prima della sepoltura. Il luogo delle riunione, una base regionale, era al secondo piano. “Era il luogo d’incontro stabilito” disse il consigliere. “Un vecchio impianto che avrebbe avuto sicurezza, armi e un centro comunicazioni, dossier e mappe”.
I russi intendevano confermare l’intelligence e dispiegarono un drone per giorni sul sito per monitorarne le comunicazioni e sviluppare ciò che è noto nella comunità d’intelligence come POL, modello di vita. L’obiettivo era identificare chi entrava e usciva dall’edificio, e tracciare il traffico di armi, compresi razzi e munizioni. Una ragione del messaggio russo a Washington sull’obiettivo previsto era assicurare che qualsiasi risorsa o informatore della CIA che lavorasse nella direzione jihadista venisse avvertito di non partecipare alla riunione. Mi fu detto che i russi passarono l’avviso direttamente alla CIA. “Agivano correttamente“, disse il consigliere. I russi rilevarono che la riunione jihadista avveniva in un momento di pressione acuta sugli insorti: presumibilmente Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham cercavano disperatamente una via nel nuovo clima politico. Negli ultimi giorni di marzo, Trump e due dei suoi aiutanti della sicurezza nazionale, il segretario di Stato Rex Tillerson e l’ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, dichiararono che, come affermò il New York Times, la Casa Bianca aveva abbandonato l’obiettivo “di spingere Assad” a lasciare il potere, segnando una forte frattura dalla politica mediorientale guidata dall’amministrazione Obama per più di cinque anni”. Il segretario stampa della Casa Bianca Sean Spicer disse nel briefing del 31 marzo che, “c’è una realtà che dobbiamo accettare”, implicando che Assad sarebbe rimasto. I funzionari dell’intelligence russi e siriani, che coordinano le operazioni con i comandi statunitensi, chiarirono che l’attacco previsto su Qan Shayqun era speciale per via dell’obiettivo di alto valore. “Fu un cambiamento acuto. La missione era fuori dall’ordinario, ripulire i piani di volo, mi disse il consigliere. “Ogni ufficiale operativo nella regione”, dell’esercito, dei marines, dell’aeronautica, della CIA e dell’NSA, “doveva sapere che c’era qualcosa in corso. I russi diedero alla Siria una bomba guidata, una rarità. Sono tirchi con le bombe guidate e raramente le condividono con l’Aeronautica siriana. E i siriani assegnarono il loro miglior pilota alla missione, con il miglior gregario“. L’intelligence anticipata sul bersaglio, fornita dai russi, ebbe il valore più alto possibile nella comunità statunitense. L’ordine esecutivo che governa le operazioni militari statunitensi nel teatro, rilasciato dal presidente dei Capi di Stato Maggiore, dava le istruzioni che delimitano il rapporto tra le forze statunitensi e russe operanti in Siria. “È come un ordine di opzione, ecco a cosa sei autorizzato“, disse il consigliere. “Non condividiamo il controllo operativo con i russi. Non facciamo operazioni con loro o attività direttamente a sostegno di una delle loro operazioni. Ma il coordinamento è consentito. Ci teniamo in contatto su ciò che succede e nell’ambito di ciò avviene lo scambio reciproco d’intelligence. Se otteniamo un dato che possa aiutare i russi nella loro missione, questo è coordinamento; e i russi fanno lo stesso con noi. Quando abbiamo un suggerimento a proposito di un comando“, aggiunse il consigliere, riferendosi all’obiettivo di Qan Shayqun, “facciamo ciò che possiamo per aiutarli. Questo non era un attacco con armi chimiche“, disse il consigliere. “E’ una favola. Se è così, tutti i soggetti coinvolti nel trasferimento, caricamento puntamento dell’arma, che dovresti far apparire come bomba convenzionale da 250 kg, indosserebbero indumenti protettivi Hazmat in caso di fughe. Ci sarebbero poche possibilità di sopravvivenza senza tali equipaggiamenti. Il Sarin militare include additivi progettati per aumentarne tossicità e letalità. Ogni elemento è massimizzato per infliggere morte. Ecco perché viene prodotto. È inodore e invisibile e la morte può avvenire entro un minuto. Nessuna nuvola. Perché produrre un’arma da cui la gente può scappare?
L’obiettivo fu colpito alle 6:55 del 4 aprile, poco prima di mezzanotte a Washington. Una valutazione dei danni da bombe (BDA) da parte delle forze armate statunitensi, stabilì che calore e potenza della bomba siriana da 250 kg causò una serie di esplosioni secondarie che avrebbero generato un’enorme nuvola tossica che si diffuse sulla città, formata dal rilascio di fertilizzanti, disinfettanti ed altri beni immagazzinati nel seminterrato, il cui effetto fu ingrandito dalla densità del mattino, che bloccò i fumi al suolo. Secondo le stime dell’intelligence, disse il consigliere, l’attacco eliminò quattro capi jihadisti e un numero sconosciuto di autisti e addetti alla sicurezza. Non esiste un numero confermato di civili uccisi dai gas velenosi rilasciati dalle esplosioni secondarie, sebbene gli attivisti dell’opposizione parlassero di più di 80 morti e media come CNN di 92. Il team di Médecins Sans Frontières, che curò le vittime di Qan Shayqun in una clinica a 60 miglia a nord, riferì che “otto pazienti hanno mostrato sintomi, tra cui congestione, spasmi e defecazione involontaria, coerenti con l’esposizione ad un agente neurotossico come Sarin o simili“. MSF visitò anche altri ospedali che ricevettero le vittime e scoprì che i pazienti “odoravano di candeggina, suggerendo che fossero stati esposti al cloro“. In altre parole, le prove suggerivano che ci fosse più di una sostanza chimica responsabile dei sintomi osservati, cosa che non sarebbe avvenuta se la forza aerea siriana, come sottolineato degli attivisti dell’opposizione, avesse sganciato il Sarin, che non ha alcun potere cinetico o di scatenare esplosioni secondarie. La gamma dei sintomi tuttavia era coerente al rilascio di una miscela di sostanze chimiche, tra cui cloro e organofosfati utilizzati in molti fertilizzanti, che possono causare effetti neurotossici simili a quelli del Sarin. Internet entrò in azione in poche ore, e fotografie spaventose delle vittime inondarono reti televisive e youtube. L’intelligence statunitense fu incaricata di stabilire ciò che era accaduto. Tra le informazioni ricevute vi fu un’intercettazione delle comunicazioni siriane prima dell’attacco da parte di una nazione alleata. L’intercettazione, che ebbe un effetto particolarmente forte su alcuni aiutanti di Trump, non menzionò gas nervino o Sarin, ma un generale siriano che discuteva di un’arma “speciale” e la necessità di un pilota altamente qualificato per l’aereo d’attacco. Il riferimento, come capito dalla comunità d’intelligence statunitense, e non da molti aiutanti inesperti e famigliari di Trump, era a una bomba fornita dai russi con sistema di guida. “Se hai già deciso che è stato un attacco coi gas, allora inevitabilmente leggerete il discorso su un’arma speciale come bomba con il sarin“, disse il consigliere. “I siriani programmarono l’attacco su Qan Shayqun? Assolutamente. Abbiamo le intercettazioni per dimostrarlo? Assolutamente. Avevano intenzione di usare Sarin? No. Ma il presidente non ha detto: ‘Abbiamo un problema, guardiamo’. Voleva bombardare merda sulla Siria”.
All’ONU il giorno successivo, l’ambasciatrice Haley fece sensazione sui media mostrando le fotografie dei morti e accusò la Russia di essere implicata. “Quanti altri bambini devono morire prima che la Russia si preoccupi?” Chiese. NBC News, in un report tipico di quel giorno, citò funzionari statunitensi confermare che il gas nervino era stato utilizzato e Haley collegò l’attacco direttamente al Presidente siriano Assad. “Sappiamo che l’attacco di ieri è stata una nuova bassezza anche per il barbaro regime di Assad“, disse. C’era dell’ironia nella corsa statunitense ad incolpare la Siria e criticare la Russia per il sostegno alla Siria, che negava qualsiasi uso di gas a Qan Shayqun, come fecero l’ambasciatrice Haley e altri a Washington. “Quello che non sa la maggior parte degli statunitensi“, disse il consulente, “è che se ci fosse stato un attacco con gas nervoso siriano autorizzato da Bashar, i russi sarebbero stati 10 volte più sconvolti di chiunque in occidente. La strategia della Russia contro lo SIIL, che implica la cooperazione statunitense, sarebbe stata distrutta, e Bashar avrebbe fatto incazzare la Russia con conseguenze sconosciute per lui. Bashar lo farebbe? Quando è in procinto di vincere la guerra? Ma scherzate?” Trump, un costante telespettatore di notiziari televisivi, affermò, mentre re Abdullah di Giordania gli era seduto accanto nell’ufficio ovale, che ciò che era successo era “orribile, orribile” e “un terribile danno all’umanità“. Cambiando politica verso il governo Assad, disse: “Vedrete“. Suggerendo la risposta alla successiva conferenza stampa con re Abdullah: “Quando uccidi bambini inermi, bambini inermi, neonati, con un gas chimico così letale… attraversi molte, molte linee, oltre la linea rossa… L’attacco contro i bambini di ieri ha avuto un grosso impatto su di me. Grande impatto… è molto, molto possibile… che il mio atteggiamento verso Siria e Assad sia cambiato molto“. Poco dopo aver visto le foto, disse il consigliere, Trump istruì l’apparato della difesa nazionale di pianificare la ritorsione contro la Siria. “L’ha fatto prima di parlare con chiunque. I pianificatori poi chiesero a CIA e DIA se c’era qualche prova che la Siria avesse depositato Sarin in un aeroporto vicino o da qualche parte nella zona. I loro militari dovevano averlo da qualche parte nella zona da bombardare con esso“. “La risposta fu: “Non abbiamo alcuna prova che la Siria abbia o usi Sarin“, mi disse il consigliere. “La CIA gli disse anche che non esiste alcun carico residuo di Sarin a Shayrat (la base da cui il cacciabombardiere Su-24 siriano decollò il 4 aprile) e Assad non aveva alcun motivo per commettere un suicidio politico“.
Tutti gli interessati, tranne forse il presidente, capirono che un team altamente qualificato delle Nazioni Unite aveva passato più di un anno, dopo il presunto attacco col Sarin nel 2013 in Siria, a rimuovere ciò che si diceva fossero tutte le armi chimiche da una dozzina di depositi di armi siriani.
A questo punto, disse il consigliere, i pianificatori della sicurezza nazionale del presidente ne furono più che tristi: “Nessuno conosceva la provenienza delle fotografie. Non sapevamo chi erano i bambini o come fossero feriti. Il Sarin in realtà è molto facile da rilevare perché penetra la vernice e tutto quello che dovresti fare è ottenere un campione di vernice. Sapevamo che c’era una nuvola e sapevamo di persone ferite. Ma non puoi saltare lì certo che Assad abbia nascosto il Sarin all’ONU perché voleva usarlo a Qan Shayqun”. L’intelligence chiarì che un cacciabombardiere Su-24 aveva usato un’arma convenzionale per colpire l’obiettivo: non c’era nessuna testata chimica. Eppure era impossibile che gli esperti persuadessero il presidente di questa cosa, una volta che l’aveva assunta. “Il presidente vide le fotografie di bambini avvelenati e dichiarò che era opera di Assad“, disse il consigliere. “È tipico della natura umana. Salti alla conclusione che vuoi. Gli analisti dell’intelligence non discutono con un presidente. Non hanno intenzione di dire al presidente, “se interpretate i dati in questo modo, mi dimetto“. I consiglieri della sicurezza nazionale capirono il loro dilemma: Trump voleva rispondere all’offesa all’umanità commessa dalla Siria e non voleva esserne dissuaso. Avevano a che fare con un uomo che consideravano non offensivo o stupido, ma di cui le limitazioni quando si parla di decisioni sulla sicurezza nazionale sono gravi. “Tutti quelli vicino ne riconoscono la propensione ad agire precipitosamente quando non conosce i fatti“, disse il consigliere. “Non legge niente e non ha una vera cultura storica. Vuole presentazioni verbali e fotografie. È uno che rischia. Può accettare le conseguenze di una cattiva decisione nel mondo degli affari; perderà solo dei soldi. Ma nel nostro mondo, vite vengono perse e ci sarà un danno a lungo termine per la nostra sicurezza nazionale se sbagliasse puntata. Gli fu detto che non avevamo prove del coinvolgimento siriano, eppure Trump disse: “Fatelo”.
Il 6 aprile, Trump convocò una riunione dei funzionari della sicurezza nazionali presso il suo resort Mar-a-Lago in Florida. L’incontro non fu su decidere cosa fare, ma come farlo meglio o, come alcuni volevano, fare il minimo e accontentare Trump. “Il capo sapeva prima della riunione che non avevano l’intelligence, ma non era questione“, disse il consigliere. “La riunione era su: “Ecco cosa farò”, e poi furono avanzate le opzioni“. L’intelligence disponibile non era rilevante. Il più esperto al tavolo era il segretario alla Difesa James Mattis, un ex-generale dei marines che aveva il rispetto del presidente e capiva, forse, quanto rapidamente potesse ripensarci. Mike Pompeo, direttore della CIA, la cui agenzia aveva sempre dichiarato di non avere prove su una bomba chimica siriana, non era presente. Il segretario di Stato Tillerson era ammirato per la volontà di lavorare molto e l’avida lettura di cablo e rapporti diplomatici, ma non sapeva molto di guerra e bombardamenti. I presenti erano confusi, disse il consigliere. “Il presidente fu emotivamente energizzato dal disastro e voleva le opzioni“. Ne ottenne quattro, in ordine di estremità. L’opzione uno era non fare nulla. Tutti i presenti, disse il consigliere, capirono che non andava. L’opzione due era un buffetto: bombardare una base aerea in Siria, ma solo dopo aver avvisato i russi e, attraverso loro, i siriani, per evitare troppe vittime. Alcuni dei pianificatori la chiamarono “opzione gorilla”: gli USA avrebbe fatto occhiatacce e battuto il petto per spaventare e dimostrare determinazione, ma causando pochi danni significativi. La terza opzione era l’attacco presentato a Obama nel 2013 e che alla fine non accettò. Il piano richiedeva il massiccio bombardamento dei principali aeroporti e centri di comando siriani usando velivoli B1 e B52 decollati dalle basi negli USA. Opzione quattro: “decapitazione“: rimuovere Assad bombardandone il palazzo a Damasco, la rete di comando e tutti i bunker sotterranei in cui poteva ritirarsi in caso di crisi. “Trump escluse subito l’opzione uno“, disse il consigliere, e l’assassinio di Assad non fu mai considerato. “Ma disse in sostanza: “Voi siete l’esercito e voglio un’azione militare”. Il presidente fu anche inizialmente contrario all’idea di avvertire i russi prima dell’attacco, ma accettò con riluttanza. “Gli demmo l’opzione Goldilocks. Non troppo calda, non troppo fredda, ma giusta“. La discussione ebbe i suoi momenti bizzarri. Tillerson chiese nel meeting di Mar-a-Lago perché il presidente non poteva semplicemente chiamare i bombardieri B52 e polverizzare la base aerea. Gli fu detto che i B52 erano molto vulnerabili ai missili antiaerei (SAM) nell’area e che impiegandoli avrebbero avuto bisogno di fuoco di soppressione che poteva uccidere alcuni soldati russi. “Cos’è?” chiese Tillerson. Beh, signore, Le è stato detto, significa che dovremmo distruggere i siti dei SAM lungo la rotta dei B52, che sono occupati dai russi, e affronteremmo una situazione molto più difficile. “La lezione qui fu: grazie a Dio per i militari alla riunione“, disse il consigliere. “Hanno fatto il meglio che poterono quando ebbero davanti una decisione già presa“.Cinquantanove missili Tomahawk furono lanciati da due cacciatorpediniere della Marina Militare statunitense in servizio nel Mediterraneo, Ross e Porter, contro la base aerea di Shayrat vicino la città governativa di Homs. L’attacco non fu il successo sperato, dati i minimi danni. I missili hanno una testata leggera, circa 100 kg di HBX, versione moderna del TNT militare. I serbatoi di benzina dell’aeroporto, obiettivo primario, furono polverizzati, secondo il consigliere, innescando un enorme incendio e nuvole di fumo che interferirono con il sistema di guida dei missili seguenti (il consigliere qui mente spudoratamente. NdT). 24 missili mancarono il bersaglio e solo alcuni colpirono effettivamente un hangar, distruggendo nove aeromobili siriani (solo tre, NdT), molti meno di quanto sostenuto dall’amministrazione Trump. Mi fu detto che alcuno di essi fosse operativo: tali aerei danneggiati sono ciò che l’aeronautica chiama regine degli hangar. “Erano agnelli sacrificali” disse il consigliere. La maggior parte del personale e i velivoli operativi furono trasferiti nelle basi vicine ore prima del raid. Le due piste e i parcheggi, che erano stati presi di mira, furono riparati e riattivati dopo otto ore. Tutto sommato, fu poco più di un costoso spettacolo di fuochi d’artificio. “Fu uno spettacolo solo per Trump, dall’inizio alla fine”, disse il consigliere. “Alcuni dei consiglieri della sicurezza nazionale del presidente ritennero la missione una decisione negativa minima e prescritta dall’obbligo di esecuzione. Ma non credo che la gente della sicurezza nazionale permetterà di non fermare un’altra decisione negativa e se Trump avesse adottato l’opzione tre, ci sarebbero state dimissioni immediate“. Dopo la riunione, con i Tomahawk in volo, Trump parlò alla nazione da Mar-a-Lago e accusò Assad di usare il gas nervino per soffocare “la vita di uomini, donne e bambini impotenti. Fu una morte lenta e brutale per tanti… Nessun figlio di Dio dovrebbe mai subire tale orrore“. I giorni seguenti furono i più riusciti del presidente. Gli USA si unirono intorno al comandante in capo, come sempre nei tempi di guerra. Trump, che aveva lanciato la campagna elettorale come sostenitore della pace con Assad, bombardava la Siria 11 settimane dopo il giuramento e fu acclamato da repubblicani, democratici e media. Un prominente anchorman televisivo, Brian Williams di MSNBC, usò la parola “belle” per descrivere le immagini dei Tomahawk lanciati dal mare. Parlando alla CNN, Fareed Zakaria dichiarò: “Penso che Donald Trump sia diventato presidente degli Stati Uniti“. La rassegna dei primi 100 giornali statunitensi mostrava che 39 di essi pubblicarono editoriali a sostegno del bombardamento, tra cui New York Times, Washington Post e Wall Street Journal. Cinque giorni dopo, l’amministrazione Trump radunò i media nazionali per un briefing sull’operazione siriana, condotto da un alto funzionario della Casa Bianca che non va identificato. Il concetto del briefing era che il rifiuto netto e persistente della Russia sull’uso qualsiasi del Sarin nel bombardamento di Qan Shayqun era una menzogna perché il presidente Trump aveva detto che il Sarin era stato utilizzato. Tale affermazione, che non fu contestata da nessuno dei giornalisti presenti, divenne causa di ulteriori critiche:
La continua menzogna dell’amministrazione Trump sull’utilizzo di Sarin da parte della Siria provoca la diffusa convinzione nei media e nel pubblico statunitensi che la Russia fosse coinvolta nella disinformazione e campagna di copertura della Siria.
Le forze militari russe erano schierate sulla base aerea siriana di Shayrat (come in tutta la Siria), sollevando la possibilità che la Russia avesse notato in anticipo la volontà della Siria di usare il Sarin a Qan Shayqun e non fece nulla per fermarla.
L’uso del Sarin e la difesa della Russia dell’impiego suggeriva che la Siria avesse scorte dell’agente nervino, sottratte al gruppo di disarmo delle Nazioni Unite che passò gran parte del 2014 verificando e rimuovendo tutti gli agenti da guerra chimica dichiarati dai 12 depositi di armi chimiche siriane, sulla base dell’accordo tra amministrazione Obama e Russia dopo il presunto, ma non ancora dimostrato, impiego del Sarin l’anno prima contro un ridotto dei ribelli in un sobborgo di Damasco.
Il relatore, a suo merito, fu attento ad usare le parole “pensare”, “suggerire” e “credere” almeno 10 volte durante l’intervento di 30 minuti. Ma disse anche che il briefing si basava su dati declassificati dai “nostri colleghi della comunità di intelligence“. Ciò che non disse e forse non sapeva, era che gran parte delle informazioni classificate nella comunità indicava che la Siria non aveva usato il Sarin nel bombardamento del 4 aprile. La stampa mainstream rispose nel modo in cui la Casa Bianca sperava: le storie che attaccavano la presunta copertura della Russia dell’uso del Sarin della Siria dominarono le notizie e molti media ignorarono i molteplici avvertimenti del relatore. C’era la sensazione di una nuova guerra fredda. Il New York Times, ad esempio, primo quotidiano degli USA, pose il seguente titolo: “La Casa Bianca accusa la Russia di coprire la Siria nell’attacco chimico”. Il Times notava la smentita russa, ma ciò che fu descritto dal relatore come “informazioni declassificate” divenne improvvisamente “rapporto d’intelligence declassificato”. Tuttavia, non c’era alcuna relazione formale dell’intelligence che affermasse che la Siria aveva usato il Sarin, ma semplicemente un “sommario basato su informazioni declassificate sugli attacchi“. La crisi scomparve a fine di aprile, quando Russia, Siria e Stati Uniti decisero di annichilire le milizie di SIIL e al-Qaida. Alcuni di coloro che lavorarono sulla crisi, tuttavia, continuano a preoccuparsi. “Salafiti e jihadisti hanno ottenuto tutto ciò che volevano dalla loro ipotesi fasulla sul gas nervino siriano“, mi disse il consigliere della comunità d’intelligence statunitense, riferendosi all’acuirsi delle tensioni tra Siria, Russia e USA. “La questione è cosa succede se ci sarà un altro attacco sotto falsa bandiera accreditato contro la Siria? Trump ha aperto le porte e si è messo in un angolo con la decisione di bombardare. E non pensiate che costoro non pianifichino il prossimo attacco sotto falsa bandiera. Trump non avrà altra scelta se non bombardare di nuovo, e di più. Non sa ammettere di aver commesso un errore“.
La Casa Bianca non ha risposto a domande specifiche sul bombardamento di Qan Shayqun e l’aeroporto di Shayrat. Queste domande furono inviate via e-mail alla Casa Bianca il 15 giugno e non hanno mai avuto risposta.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora