La Russia declassifica il rapporto sui bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki

La Russia declassifica il rapporto sui bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki
Fort Russ 5 agosto 2015

Hiroshima-Peace-MemorialLa Società di Storia Russa ha pubblicato la relazione della ambasciatore sovietico in Giappone sulle conseguenze dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, dall’Archivio di politica estera della Russia, per il 70° anniversario degli attacchi. Il rapporto fu registrato un mese dopo gli attacchi. Quanto segue è una lettura dei punti salienti del rapporto, letto dal giornalista Maurice Herman:

Di seguito i punti salienti del rapporto:
La stazione e la città di Hiroshima furono distrutte così tanto che non c’era rifugio per riparasi dalla pioggia. La città era una pianura bruciata con 15-20 edifici di cemento rimasti in piedi. Diverse decine di migliaia di persone si erano addossate nei rifugi, alla periferia della città. Chi era giunto ad aiutare le vittime nei primi 5-10 giorni morì. Un mese dopo i bombardamenti l’erba cominciava a crescere e nuove foglie apparvero sugli alberi bruciati. Le vetrate dell’edificio di cemento del dipartimento di polizia, rimasto in piedi, s’infransero verso l’interno. Il soffitto era esploso verso l’alto. La zona d’impatto era di 6-8 chilometri, dove tutti gli edifici furono danneggiati. A 5-6 chilometri per lo più i tetti erano danneggiati. Alcune aree non furono colpite dai raggi, suggerendo che l’energia fu espulsa in modo ineguale dall’esplosione. Alcune persone vicine ai feriti non furono ustionate. Interi isolati furono significativamente danneggiati dall’impatto. Tutte le persone furono uccise entro un chilometro. Suono e lampo furono sentiti e osservati fino a 50 km. Una persona avrebbe visto un lampo e sentito vento caldo sulla faccia e punture di ago. Molte persone furono ferite dai vetri in frantumi. Le ustioni furono principalmente su viso, braccia e gambe. Un medico riferì di aver visto tre bombe sganciate con il paracadute, due non esplosero e furono raccolte dai militari. Il medico ebbe la diarrea dopo aver bevuto acqua. Altri soccorritori si ammalarono dopo 36 ore. Il medico disse che gli ustionati videro ridursi le cellule bianche del sangue da 8000 per centimetro cubo a 3000, 1000 e addirittura 300, provocando emorragie da naso, gola, occhi e utero, morendo dopo 3-4 giorni. I feriti furono evacuati per guarire più velocemente. Coloro che avevano bevuto o si lavarono con l’acqua nella zona d’impatto morirono successivamente. Dopo un mese si riteneva sicura la zona d’impatto, tuttavia non ancora definitivamente. Secondo il medico, vestiti di gomma proteggono dall’uranio, nonché qualsiasi materiale che sia conduttore di elettricità. Una ragazza che visitò la zona un paio di giorni dopo l’esplosione si ammalò in 1-2 settimane e morì tre giorni dopo.
Nagasaki è divisa in due parti da una montagna. La sezione riparata dall’esplosione fu assai meno distrutta. Un pilota giapponese di Nagasaki disse che non ci furono operazioni di soccorso il giorno del bombardamento, perché la città era avvolta dalle fiamme. La bomba di Nagasaki fu sganciata su un ospedale universitario nel quartiere di Urakami (nei pressi di un impianto della Mitsubishi), tutti i pazienti e il personale dell’ospedale morirono. L’autista disse che alcuni bambini sugli alberi (a giocare?) sopravvissero, ma quelli a terra morirono. La maggior parte della popolazione a Hiroshima dice che la bomba fu sganciata con un paracadute e fatta esplodere a 170-200 metri da terra. Il capo del servizio sanitario della 5.ta Flotta statunitense, comandante Willcutts, disse che nessun paracadute fu utilizzato nel lancio delle bombe, che alcuna bomba può cadere senza esplodere e che dopo il bombardamento, la zona d’impatto era sicura e che i giapponesi esageravano gli effetti della bomba nucleare.

Paper lanterns float in the Motoyasu RivNaryshkin afferma che gli Stati Uniti desiderano cancellare il ricordo dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki
Il bombardamento atomico del Giappone nel 1945, non è meno importante delle atrocità naziste
America’s Done Wrongs 5 agosto 2015Sergei NaryshkinIl ricordo del bombardamento atomico del Giappone nel 1945, non è meno importante del ricordo delle atrocità dei nazisti e dell’illusione dell’impunità può comportarne di molto, molto più gravi, afferma lo speaker della Duma Sergej Naryshkin. “Purtroppo, nel mondo di oggi ci sono potenze che cercano di cancellare dalla storia i dettagli dei bombardamenti e i loro risultati terribili, ed esprimono comprensione per chi ha commesso tali crimini“, ha detto parlando ad una tavola rotonda al MGIMO, dedicato al 70° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. “Gli Stati Uniti cercano di cancellare la memoria di Hiroshima e Nagasaki dalla discussione pubblica e degli esperti”. Tuttavia, Naryshkin s’è detto convinto che “la memoria di ciò non è meno importante del ricordo delle atrocità dei nazisti e dei militaristi giapponesi”, riferisce la TASS. “In effetti, le autorità degli Stati Uniti nel 1945 abusarono del patrimonio comune della lotta dei popoli delle Nazioni Unite, perché il grande programma nucleare era originariamente solo la risposta adeguata ai piani nazisti“, ha detto Naryshkin. L’oratore ha osservato con rammarico che oggi “le autorità statunitensi abusano della fiducia della Russia dopo la guerra fredda, e della simpatia dell’umanità dopo gli attacchi dell’11 settembre. In effetti, cercano di emarginare la memoria di Hiroshima e Nagasaki, nelle discussioni pubbliche e tra esperti, ma senza tali grevi pagine, la storia umana sarà incompleta e falsa“, ha aggiunto. Naryshkin ha espresso fiducia che brutalità e disparità del crimine sia evidente al governo statunitense. “Ma invece di interpretare fedelmente la storia, essi semplicemente non vogliono ricordarla e non per il bene della pace e della sicurezza, ma per prestigio nazionale“, ha detto il presidente della Duma di Stato. “L’illusione dell’impunità può portare a gravissime conseguenze“, spiegando che perciò “tale pericolosa distorsione della storia della seconda guerra mondiale sia parallela alla costruzione di una NATO aggressiva“. “Le azioni militari e il disprezzo per la vita dei popoli dell’occidente ha causato centinaia di migliaia di vittime innocenti in Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria e ora l’Ucraina, una volta in pace, dove in un anno e mezzo di guerra civile sono morte, secondo le Nazioni Unite, circa 7mila persone, e secondo altre fonti le vittime sarebbero decine di migliaia“, ha detto. “Secondo me, una cosa è certa: il metodo scelto nel 1945 dagli Stati Uniti non si basò su considerazioni di umanità ma solo di necessità militare“. Notando che “i militaristi giapponesi commisero molti crimini contro la popolazione di Cina, Corea e altri Paesi asiatici”, Naryshkin ha detto che “a tale comportamento l’umanità diede una risposta civile. I tribunali di Tokyo e Khabarovsk. Ma le città di Hiroshima e Nagasaki con tali crimini non avevano niente a che fare“, ha osservato. “Immaginate se il regime di Hitler, tra gli altri crimini, avesse distrutto ad esempio con le armi chimiche disponibili in quel momento numerose città in Europa? Sarebbe stato distinto dalle accuse a Norimberga? Certo no, ma il bombardamento atomico delle città giapponesi, unico nella storia dell’umanità, non fu soggetto a un Tribunale militare internazionale, ma sappiamo che i crimini contro l’umanità non hanno prescrizione“, ha detto il presidente della Duma di Stato.
A sua volta, il vicepresidente della fazione “Russia Unita” nella Duma di Stato Franz Klintsevich ha detto che l’Unione dei veterani russi dell’Afghanistan farà appello al Ministero degli Esteri russo per avviare la costituzione di un tribunale internazionale sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki del 1945. Secondo lui, i bombardamenti atomici delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki va qualificato come crimine contro l’umanità, secondo RIA “Novosti”. Quest’anno, il Giappone celebra i 70 anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Nell’agosto 1945, piloti statunitensi sganciarono bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Per l’esplosione atomica e le conseguenze a Hiroshima, su una popolazione di 350mila abitanti, ne morirono 140 mila. A Nagasaki ne morirono 74 mila. La stragrande maggioranza delle vittime del bombardamento atomico erano civili. Per l’anniversario dei tragici eventi, il 6 e 9 agosto a Hiroshima e Nagasaki si tengono ogni anno le “Cerimonie della Pace”.hiroshima-peaceTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ucrainofilia dei nazisti russi e sconfitta della visione liberale del conflitto

Oxandabaratz (Euskal Herriko Antiinperialistak), 6 agosto 2015 – The Saker14d9dc6c-b669-11e3-_556478cDue settimane fa, 25 luglio, a Kiev, capitale ucraina, c’è stata una manifestazione presso l’ambasciata russa. Tale dimostrazione non era come le altre, quando masse di banderisti minacciavano di assaltare l’ambasciata, ma piuttosto patetica con 50 presenze, più o meno. Ma ciò che era speciale era il leitmotiv: una manifestazione per chiedere la liberazione dei “prigionieri politici russi”. Che tipo di “prigionieri politici russi” era abbastanza chiaro per via della data della manifestazione, 25 luglio, giorno in cui il governo della Federazione russa e il suo Presidente, Vladimir Putin, approvavano la legge contro l’odio etnico. Ed era un caso che, in quei giorni, l’estremista di destra Ilija Gorjachev, accusato di aver ucciso avversari politici (delizioso caso che l’avvocato di Gorjachev fosse Mark Fejgin, lo stesso che delle “anarco-femministe” Pussy Riot e della pilota ucraina Nadija Savchenko) venendo condannato all’ergastolo. Quindi, era chiaramente una dimostrazione per chiedere la liberazione dei prigionieri di estrema di destra russi, non genericamente di prigionieri russi. Una manifestazione che esprimeva solidarietà tra ultranazionalisti russi e quelli post-maidanisti e rabbiosamente anti-russi ucraini. La manifestazione all’ambasciata russa di Kiev non fu convocata da gruppi sparuti o clandestini, ma da gruppi presenti dai massacri di Majdan: Settore destro, battaglione Azov, Assemblea nazional-socialista e il curioso gruppo “Pjotr i Mazepa” che si definisce “voce dei nazionalisti russi in Ucraina che rispettano il nazionalismo ucraino” (cioè, conciliare le due identità per il bene del “nazionalismo”). La partecipazione era piena di stelle del movimento nazista russo, come Ilija Bogdanov, ex-ufficiale dell’FSB che ha disertato presso la junta non per “dissenso politico all’autoritarismo”, come la stampa maidanista e i loro portavoce della NATO proclamano, ma per affinità ideologica, così come sappiamo ora. Un curioso esempio di “internazionalismo” nazifascista… e duro colpo alla narrativa euro-liberale del conflitto. Non un liberale europeo ha cercato di spiegare il motivo di tale manifestazione e non uno di loro potrebbe chiarire perché gli aderenti russi al movimento ultranazionalista come il fascismo possano “tradire la loro nazione” a favore di una nemica. Naturalmente, una persona dall’intelligenza media (cioè senza il lavaggio del cervello dai media della NATO) può vedervi solo “affinità ideologica” (non diversa dal movimento russo vlassoviano, ustascia croato o dei collabos o doriotisti francesi nella seconda guerra mondiale), ma ciò è anatema per i liberali, che cercano con difficoltà di “de-ideologizzare” il conflitto. Per i liberali europei, e tra tutti, i liberali di sinistra, il desiderio di accusare il presidente russo Vladimir Putin quale “complice dell’estrema destra” o almeno “qualcuno che chiude un occhio sull’avanzata della destra”. I liberali europei (destra o sinistra), impegnati nella loro euro-supremazia geopolitica, trattano da “nazionalista”, “retrogrado”, “populista”, “pericoloso per i Diritti Umani”, “etico” o “autoritario” OGNI progetto politico che gli resiste (bolivarismo, comunismo, baathismo o statalismo russo), tanto che la diffamazione di Putin è normale tra loro.
РусьLa diffamazione dei partigiani novorossi quali “espansionisti ortodossi retrogradi” non è rara. Tale strategia è sfruttata con successo per preparare le menti della sinistra occidentale ad accettare e lodare le rivoluzioni colorate ideate da Soros, in nome della “democratizzazione” e/o “la lotta all’autorità” (la ‘folla in strada’ è un immagine molto piacevole per le sinistre di tutti i colori, e se ideologicamente non sono attente, possono essere facilmente ingannate). Il trucco preferito dei liberali è “de-ideologizzare” la lotta del popolo del Donbas per la sopravvivenza e presentare la guerra come “istigata dall’imperialismo di Putin” in una mera “guerra etnica tra due nazionalismi”. Lo scopo principale di tali intellettuali liberali (in particolare di sinistra) è “degradare” e “delegittimare” il carattere antifascista e anti-oligarchico della Novorossija, come afferma nella sua dichiarazione del 25 luglio 2014, o le varie affermazioni di Novorrosija, RPD e RPL a favore della socializzazione di mezzi pubblici, salute e sistema educativo, riportando il potere al popolo dagli oligarchi e limitando la colonizzazione economica estera. In effetti, l’ideologia della Novorossiya si basa più sull'”asse sociale” della revisione della catastrofe del 1991 e sull’assunzione degli “aspetti sociali positivi” dell’URSS (con questo non dico che tutti i politici novorussi siano marxisti o comunisti, ma che lo Stato sovietico e la sua assistenza sociale sono molto presenti nella ribellione novorussa: vi furono continue rivendicazioni dei lavoratori per combattere gli oligarchi). In realtà, lo sport preferito dei liberali di sinistra è ritrarre i progetti (geo)politici non-euro-NATO come “reazionari” e cercare di spingere le attuali sinistre europee a non sostenere questi programmi/Stati/ideologie. Lo fanno ogni volta che possono e la fanno franca: nel 1991-1995 e nel 1999 in Serbia/Jugoslavia, dal 2011 in Libia e Siria, oggi in Novorossia, in passato in URSS… (non posso elencare tutti i casi). L’ideologo euro-sinistro è un imperialista in primo luogo e poi di sinistra, così per i suoi seguaci l’asse ideologico è il primato europeo. Ecco perché le sinistre anti-imperialiste e i movimenti progressisti sono delegittimati da costoro, da ogni angolo immaginario, perché sarebbero “nazionalisti” (dimenticando che non c’è nulla di più nazionalista della colonizzazione anglo-francese-tedesca), “tradizionalisti” o “autoritari” (chi non vuole esprimere valori occidentali o del libero mercato), o “militaristo” (chi difende i propri mezzi di sussistenza piuttosto che “mendicare” un “trattamento migliore” dai padroni del mondo). Soffrono del tradizionale ‘complesso di Edipo’: predicano la purezza ideologica a sinistra, ma non hanno idea di come arrivarci per paura del loro “padrone” (perché, in generale, provengono da famiglie della classe dominante). Nel caso di Russia e Novorossia, la narrazione degli euro-imperialisti della NATO di tutti i colori cerca di spacciare la Novorossija quale “emanazione di Putin” o “creazione del Cremlino”. Questo è tutto. Ignorano la chiara implicazione imperialista degli avvenimenti di Majdan (pressione diplomatica, ONG finanziate, biscotti di Nuland o addestramento dei militanti di UNA-UNSO della NATO in Estonia) contro un governo democraticamente eletto. A ciò si aggiunge l’aiuto militare della NATO al neo-governo golpista; ma credono ad ogni falsità della junta o della NATO su qualsiasi falsa “invasione russa” nel Donbas solo perché la resistenza popolare contro il “paradiso europeo” gli è insopportabile (mentre la presenza in Ucraina di esercito degli Stati Uniti, Blackwater o Academi, o l’assistenza della NATO, è sistematicamente ignorata). Un altro tema di tali liberali è denunciare l'”elemento fascista/nazionalista” nelle Forze Armate di Novorussia. Mentre la comunità italiana Voxkomm ha dimostrato che i fascisti non sono nemmeno l’1% dei ranghi novorussi (vedasi l’immagine sotto):word-image3Ciò va paragonato alla grave presenza banderista nella junta occupata e piena di fascisti: dall’onnipresenza della bandiera rosso-nera, dalla celebrazione del 14 ottobre (anniversario della fondazione dell’UPA) come “Giorno dei difensori ucraini”), dal capo del SBU che fa discorsi presso Pravij Sektor, dal saluto di Poroshenko “Slava Ukrajini, Herojam Slava!“, dall’eccessiva presenza di tale slogan, dal revisionismo… ma il pubblico della stampa occidentale non l’ha mai saputo, dato ciò che in precedenza è stato detto: l’idea è “de-ideologizzare” il conflitto, offuscandone motivi o fatti reali (la rivolta del sud-est dell’Ucraina contro l’imposizione della visione unilaterale occidentale dell'”Ucraina” e la rivolta dei lavoratori contro l’oligarchia). Tale menzogna è stata abilmente costruita confondendo “nazionalisti”, “monarchici”, “destra” con i “fascisti”. In realtà, naturalmente, non tutti i nazionalisti e non tutta la destra sono fascisti, e non tutta la destra nazionalista è fascista. Supportare i bianchi russi o la monarchia (idee con cui non sono d’accordo) non fanno di una persona un nazista. In realtà, ci sono molti più fascisti russi nei ranghi della junta, soprattutto nei battaglioni di volontari, che nell’esercito di Novorossija.

Nazisti contro la propria patria: breve spiegazione
Dopo aver confutato il racconto liberale sul conflitto in Novorossija e la situazione russa, cerchiamo di spiegare i motivi per cui i nazisti russi sono con la junta ucraina. Se diamo un rapido sguardo alla manifestazione presso l’ambasciata russa a Kiev, vedremo che uno striscione, intitolato “Reconquista” (il progetto ideologico internazionale del battaglione Azov), con il motto: “Oggi l’Ucraina, domani la Russia e l’Europa“. Ciò dimostra, naturalmente, lo scopo dell'”internazionalizzazione” del conflitto su base ideologica. Ultranazionalisti e destre radicali da una parte, gli “altri” dall’altra; con la “esportazione” di tale “rivoluzione nazionale” in Russia come prima fase. Ma perché nazisti e fascisti russi sostengono questa idea e su quali basi? Se ci affidiamo alle parole dei nazisti o estremisti di destra russi, ci accorgiamo di un sondaggio sulla marcia russa del 2014 su VKontakte. Come la maggior parte dei lettori probabilmente non sa, la marcia russa è la manifestazione annuale della destra russa in occasione della Giornata Nazionale del 4 novembre. In questa indagine, il 56,6% dei partecipanti ha detto che la marcia esprime solidarietà “per la fratellanza tra Ucraina e Russia e il rifiuto dello sciovinismo vatnik” (immagine qui sotto):word-image4Quindi si schiera con la junta ucraina contro la Novorossija. C’è anche un video della marcia russa che dimostra come la maggioranza dei partecipanti fosse contro la Novorossija. Ma tale circostanza non è molto rara: uno degli organizzatori della Marcia Russa, Denis Tjukin, disse nel 2014 che “tutti i giovani nazionalisti russi sostengono l’Ucraina”. Tjukin è membro del partito nazista Russkie ed era anche alla manifestazione del 25 luglio a Kiev (immagine qui sotto).

word-image5E non solo Tjukin, capo del movimento Russkie, Dmitrij Djomushkin in passato propose la “marcia slava” in Ucraina in sostegno ai nazionalisti ucraini. In Ucraina possiamo trovare il “filosofo” fascista e vlassoviano Egor Prosvirnin presente nei primi giorni di Majdan, come dichiarò a Hromadske, la TV maidanista ucraina. E Prosvirnin non è il solo, in realtà molti “nazionalisti” russi combattono in Ucraina contro la Novorossija. Abbiamo già citato Ilija Bogdanov, ma c’era anche Roman Zheleznov che innalzava la bandiera banderista durante una manifestazione a Mosca, il 1° maggio 2014. Bogdanov e Zheleznov combattono oggi nel battaglione Azov e sono membri del movimento neonazista Restrukt (qui potete vedere foto di Zheleznov con il carcerato Ilija Gorjachev e l’avvocato Mark Fejgin, difensore anche delle Pussy Riot).goryachev-zuhel--500x300goryachevE parlando del movimento ‘Restrukt‘ in Russia, dobbiamo anche citarne due membri imprigionati in Russia: Nikolaj Korolev e Maksim Martsinkevich “Tesak“, che hanno scritto lettere dalla prigione esprimendo sostegno alla junta ucraina. Particolarmente interessante è il caso di “Tesak”, famoso sui media occidentali come organizzatore di raid contro i gay, che lo definivano “teppista al servizio di Putin”. Alcun media occidentale ha poi riferito che Tesak fu arrestato a Cuba su ordine dell’Interpol russa e che è in prigione in Russia. Né informa del sostegno di Tesak alla junta ucraina. Così ciò è chiaro: tutte le “stelle” del nazismo russo sostengono il fascismo ucraino. Ma dobbiamo capirne le ragioni. Infatti, la dimostrazione del 25 luglio presso l’Ambasciata Russa di Kiev dà alcuni indizi. L’organizzatore di tale manifestazione, Alena Semenjaka (del “Club tradizionalista ucraino” e principale ideologa di battaglione Azov e Pravij Sektor), ha come elemento chiave ideologico la lotta per un'”Europa bianca dai valori tradizionali“. Semenjaka, lettrice di Heidegger e Juenger, sostenitrice della “Reconquista europea” del suprematismo bianco, è una dei principali sostenitori della “recupero della Russia” alla causa europea. Naturalmente, la “Russia” di cui parla non ha nulla in comune con la vera Russia. Parla di ‘Russia bianca’, “Russia pura”… da inserire nell’Europa bianca; non di una Russia patria di popoli diversi in contrapposizione all’occidente (ciò che la vera Russia persegue). Da qui i suoi attacchi allo “Stato russo” o “Russia multietnica” o “neo-Unione Sovietica di Putin”, piuttosto che alla “Russia”, avendo tale visione dello Stato russo come patria multinazionale nella tradizione sovietica. Tale visione della Federazione russa come neo-Unione Sovietica è condivisa dai nazionalisti russi. Nazionalisti ucraini e nazionalisti russi di Semenjaka, Djomushkin e Tjukin concordano sul fatto che l’attuale Federazione russa sia uno Stato che “denazionalizza i russi slavi”. E questo è ciò che i liberali occidentali, della sinistra europea, vogliono nascondere. In effetti, la visione della ‘Russia di Putin’ (con cui non sono politicamente d’accordo) e dei nazisti russi è molto, molto diversa. E qui arriviamo alla tradizione politica russa. Nella storia, la Russia non si percepisce come Stato nazione, patria di una sola nazione. La Russia non si vede come Stato-nazione, ma come Stato ideocratico (gli ultimi due Romanov, Alessandro III e Nicola II probabilmente furono l’eccezione alla regola), così sotto il dominio zarista (lo Stato degli ortodossi tradizionalisti), sotto il dominio sovietico (lo Stato socialista internazionalista) e anche oramai con Putin (Stato multipolare). Questo punto di vista di Stato ideocratico della Russia è ciò che appare in Novorossija: Stato ideocratico che si oppone al liberalismo del libero mercato (sottolineando il collettivismo, l’idea collettiva), all’occidentalismo (alternativa geopolitica) e all’esclusivismo nazionale. Fascismo e nazismo sono contrari a tutto questo.
Olena2_risultatoL’ideologia di Semenjaka viene ripresa dai “nazionalisti” russi (tra parentesi perché “nazionalista” è la parola che usano). Naturalmente non tutti i nazionalisti russi adottano tale visione. Ci sono tradizionalisti, monarchici, nostalgici dei bianchi che sostengono la Novorossija. Ma sono nazionalisti russi (ovviamente da comunista, sono in disaccordo con loro) che seguono la tradizione politica russa di un forte zarismo. È piuttosto un pensiero politico conservatore pre-moderno ma ha poco a che fare con il fascismo (nella sua versione pura). Il fascismo è un prodotto del modernismo occidentale, variante antimaterialista. Il fascismo (come il liberalismo) in Russia è legato alle élite filo-occidentali e/o a gruppi marginali. Perciò le due fazioni in Russia, destra radicale e liberali si sono unite nel sostenere la junta ucraina. Vedono nell’Ucraina di oggi la “Russia europea”, “la Russia sfuggita allo statalismo divenendo una nazione”; e nella Russia di oggi uno “Stato neo-sovietico semi-tartaro e non europeo”, che “schiavizza” i cittadini russi. Alcuni scrittori “nazionalisti” hanno tracciato l’idea di Aleksandr Nevskij come “traditore” della “vera Rus” per aver deciso di allearsi con i mongoli contro i teutonici “escludendo la Russia dall’Europa”, “scegliendo lo Stato alla nazione”. La loro idea (e ancor più nel post-Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti posero l'”Europa” piuttosto che la “grande Germania” al centro delle loro idee), è annullare la via ideocratica per “europeizzare la Russia” (la stessa dei liberali, questi con il libero mercato, quegli altri con la guerra razziale). Naturalmente, “gli europeizzatori della Russia” sono le nuove marionette degli geostrateghi della NATO, così come certi radicali di sinistra lo erano nelle rivoluzioni colorate (alcuni esponenti della sinistra radicale, per fortuna non tutti!) Quindi, dopo aver esaminato i loro nemici comuni (Unione Sovietica, Russia ideocratica) e la loro comune visione del mondo (Europa bianca), possiamo vedere chiaramente la simpatia dei nazisti russi per la junta ucraina, e quindi la loro lotta comune, portando estremisti di destra russi a combattere e morire per opprimere la “Novorossija filo-russa”. E con ciò in mente, possiamo vedere chiaramente la menzogna della narrazione occidentale liberale (della falsa sinistra) che assimila Putin ai nazisti russi e poi alla Novorossija. Coda di tale bufala liberale è vedere i terroristi di Gladio (NATO) come Stefano Delle Chiaie supportare Azov, i deputati verdi del Parlamento Europeo come Rebecca Harms fare discorsi sotto le bandiere di Svoboda, o il deputato ceco Jaromir Stetina invitare il neonazista Andrej Biletskij al Parlamento europeo.

GREETINGS FROM THE HEADQUARTERS OF CASAPOUND ITALIA IN ROME:  "There is no and has never been an "ethnic war" between Ukrainians and Russians who fight together for their homeland against the antinational regime of Putin and failed ideal of Western multiculturalism. "Nationalists" who support Putin are neo-Bolsheviks and Eurasianists who eagerly join their forces with activists of European "Antifa" movement, Kadyrov's mercenaries and other non-Slavic nationalities of Russian Federation who represent its economic and political interests in Donbas while real Russian nationalists are imprisoned or forced to flee from their country."

GREETINGS FROM THE HEADQUARTERS OF CASAPOUND ITALIA IN ROME:
“There is no and has never been an “ethnic war” between Ukrainians and Russians who fight together for their homeland against the antinational regime of Putin and failed ideal of Western multiculturalism. “Nationalists” who support Putin are neo-Bolsheviks and Eurasianists who eagerly join their forces with activists of European “Antifa” movement, Kadyrov’s mercenaries and other non-Slavic nationalities of Russian Federation who represent its economic and political interests in Donbas while real Russian nationalists are imprisoned or forced to flee from their country.

Nota
1. “Pjotr i Mazepa” dal nome dello Zar Pietro il Grande e dell’atamano cosacco “ucraino” Ivan Mazepa (che secondo i nazionalisti ucraini fu il “primo combattente per l’indipendenza ucraina contro la Moscovia”), che si combatterono nella battaglia di Poltava nel 1709, quando Mazepa aiutò il re svedese Carlo XII contro i russi (la coalizione cosacco-svedese fu sconfitta). Portando questi due nomi, il primo “Imperator” della Russia e il “primo nazionalista ucraino”, “Pjotr i Mazepa” vuole “riconciliare i nazionalisti russi con quelli ucraini nella lotta comune” (contro lo Stato russo multietnico, putinismo, neo-sovietismo… qualunque cosa). Il programma di “Pjotr i Mazepa” è costruire nel sud-est uno “Stato federato mononazionale russo” nello “Stato ucraino mononazionale indipendente”. L’obiettivo di tale gruppo di estrema destra è al 100% in linea ai sogni imperialisti della NATO, favorendo (ideologicamente e geopoliticamente) uno Stato etnico russo, ma anti-Russia, per contrastare il polo alternativo della Federazione Russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il patto faustiano tra Obama ed Erdogan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 26 luglio 2015U.S. President Obama and Turkey's Prime Minister Erdogan take part in a family photo during the G20 Summit in CannesDopo tutto, gli attacchi aerei turchi in Siria iniziati la settimana scorsa contro lo Stato islamico sembrerebbero essere un cambio della posizione di Ankara verso il gruppo terroristico. L’esercito turco ha denominato l’operazione “Yalcin Nane” dal sottufficiale turco ucciso in uno scontro con il SIIL (che a sua volta ha compiuto un attentato suicida al confine con la Turchia, uccidendo 32 persone). Ovviamente, Ankara ritiene opportuno proiettare “Yalcin Nane” in risposta ai presunti attacchi del SIIL in Turchia. I cinici potrebbero obiettare che l’immagine di “duro” può avvantaggiare il gioco del presidente Recep Erdogan, cavalcando l’ondata di nazionalismo e cercando un rapido sondaggio per migliorare i risultati poco brillanti delle elezioni di giugno, che hanno impedito al suo Partito Giustizia e Democrazia di avere la maggioranza in parlamento. Tuttavia la grande domanda rimane: la politica turca sulla Siria è cambiata radicalmente? Erdogan ha rigettato il sostegno clandestino ai gruppi estremisti islamici e deciso finalmente di addentare la giugulare del SIIL? Il punto è ambiguo, per la doppia natura della diplomazia turca, ed è difficile credere che Ankara recida i legami con il SIIL. The Guardian ha pubblicato un rapporto esclusivo secondo cui Erdogan semplicemente sarebbe alle prese con un nuovo atteggiamento. Secondo il Guardian, Washington avrebbe ricattato Erdogan costringendolo suo malgrado ad agire contro il SIIL. Sembra che Washington abbia prove altamente dannose, come “centinaia di pen drive e documenti” che svelano l'”alleanza non dichiarata” tra Ankara e SIIL, stabilendo che “i rapporti diretti tra ufficiali turchi e membri del SIIL” siano “innegabili“. The Guardian citava un funzionario europeo dire, “Questo non è un loro pensiero (turco). E’ una reazione a ciò che gli hanno imposto statunitensi ed altri“. Ciò che accredita l’articolo del Guardian è che Erdogan, per qualche motivo inspiegabile, ha improvvisamente cambiato idea e deciso di aderire alla richiesta statunitense di permettere ai loro aerei da guerra di attaccare il SIIL in Siria dalla base di Incirlik nella Turchia orientale. Chiaramente Erdogan ha ceduto dopo aver rifiutato l’accesso ad Incirlik l’anno scorso. Ma ciò che è ancora più interessante è che anche il presidente Barack Obama ha fatto un’inversione di marcia, con un rovesciamento politico ha accettato la vecchia richiesta di Erdogan d’imporre una limitata “no-fly zone” nel nord della Siria, al confine con la Turchia, che gli statunitensi avevano respinto finora. La proposta “no-fly zone” in Siria è relativamente piccola rispetto a quella imposta nel nord dell’Iraq dopo la guerra del Golfo nel 1991, lunga circa 100 km e profonda 30-50 km. Ma poi, come già stabilito, permette alle forze aeree turche e statunitensi di agire congiuntamente sul territorio siriano senza assicurarsi un mandato delle Nazioni Unite. Infatti, né Stati Uniti né Turchia si sono curati di avere l’approvazione del governo, riconosciuto a livello internazionale, di Damasco. Evidentemente la “no-fly zone” impone restrizioni agli aerei da guerra del governo siriano. Ma l’obiettivo turco è in primo luogo che alcuna entità curda indipendente si formi nel nord della Siria. In poche parole, il patto faustiano tra Obama e Erdogan funziona così:
– Erdogan si assicura che Obama non sveli i suoi legami occulti con il SIIL e si compra il silenzio di quest’ultimo consentendo agli aerei da guerra degli Stati Uniti di operare dalla base di Incirlik;
– Come contropartita, Obama cede all’insistenza di Erdogan nel creare una “no-fly zone” nel nord della Siria, come primo passo verso la creazione di una base operativa nel territorio siriano al confine con la Turchia, che può essere utilizzata dai ribelli (sostenuti da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) per far avanzare l’agenda per rovesciare il regime guidato dal presidente Bashar al-Assad;
– Né Erdogan, né Obama badano a che la loro “no-fly zone” sulla Siria sia istituita nell’ambito del mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
– Erdogan ha mano libera nel schiacciare i ribelli curdi mentre agevola gli aerei da guerra statunitensi operanti liberamente su Iraq e Siria.
A prima vista si tratta di una formula “win-win“. Obama trarrà conforto dagli Stati Uniti che non s’impegnano ulteriormente e in modo significativo a sostenere l’operazione turco-saudita-qatariota in Siria e comunque placa Ankara e Riyadh sull’accordo nucleare iraniano. Dal punto di vista turco, il coinvolgimento statunitense nella “no-fly zone” significa che non avvierà un’incursione unilaterale in Siria, cosa che si vuole evitare. D’altra parte, Ankara rabbonisce gli statunitensi, dato che l’uso della base di Incirlik è estremamente importante per i militari statunitensi, se prima i loro aerei dovevano volare per 1000 miglia verso gli obiettivi in Siria, voleranno assai meno da Incirlik, appena oltre il confine con la Siria, affinché la campagna aerea di Obama contro il SIIL sia molto più intensa e, si spera, anche più efficace. Nella mente contorta di Erdogan, un pensiero potrebbe anche essere apparso dopo l’accordo nucleare iraniano, nel caso Washington e Teheran collaborino nella lotta contro il SIIL diminuendo l’importanza strategica della Turchia per l’occidente. In sintesi, Erdogan ha deciso che è utile per la Turchia aprire la base aerea agli aerei degli Stati Uniti, presentandosi come Stato in prima linea nella lotta di Obama contro il SIIL. Ironia della sorte, ciò che accade non è molto diverso da quello che gli amici pakistani di Erdogan fecero presentando il loro Paese come “Stato in prima linea” nella guerra degli Stati Uniti al terrore, per averne gli aiuti. Naturalmente il Pakistan non ci ha mai ripensato ed ha estratto miliardi di dollari di aiuti statunitensi fin quando iniziò il contraccolpo trasformando il Paese nel campo di battaglia dei terroristi. Il tempo mostrerà se il patto faustiano di Erdogan con Obama avrà un esito diverso. D’altra parte, tale patto appare mentre il bilancio per Obama resta incerto. Non c’è dubbio che il secondo fronte della Turchia contro i curdi non può che complicare la guerra di Obama in Iraq, ma segnala anche la fine al processo di pace e il dialogo di Erdogan con i curdi e la tregua di due anni fa. Aiuta la strategia regionale degli Stati Uniti se uno dei suoi principali alleati della NATO s’impantana? È interessante notare che l’unico partito ad applaudire gli attacchi aerei turchi sulla Siria è la screditata alleanza dell’opposizione siriana, naturalmente sostenuta da Ankara. La Casa Bianca attaccava con il suo mantra ogni volta che l’esercito turco intraprendeva missioni punitive contro i separatisti curdi, cioè sul diritto di difendersi di Ankara. Che altro dirà Obama in tali circostanze? Paradossalmente, la milizia curda è anche alleata degli Stati Uniti nella guerra di Obama al SIIL.1168704275Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Legge sulle ONG cinese: contrastare soft power e sovversione occidentali

Eric Draitser New Eastern Outlook 25.07.2015W020140504338467884447La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.Xinjiang_mapEric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin lungimirante su Donbas e Ucraina

L’analista russo Ishenko respinge le accuse che Putin stia vendendo il Donbas, invece guida un gioco lungimirante
Rostislav Ishenko Russia Insider 15 luglio 2015ukraine-putin-mural_0Annibale portò Roma sull’orlo della sconfitta durante la seconda guerra punica. L’esercito di Cartagine marciò in Italia come se fosse il proprio cortile di casa. Tuttavia, alla fine, Publio Cornelio Scipione Africano, il Vecchio, poté spostare il teatro delle operazioni in Africa, distruggere gli eserciti di Cartagine, sconfiggere l’invincibile Annibale e imporre la pace nei termini di Roma. Il vincitore effettivo di Annibale non fu il brillante tattico Scipione, ma il profondo stratega e politico eccezionale Fabio Massimo Cunctator. I romani lo elessero console e addirittura dittatore durante la guerra. Fabio Massimo rimase un influente politico anche quando non esercitava il potere ufficialmente. La sua autorità personale fu rafforzata con l’elezione al Pontificio Collegio e al Senato dei Principi. I suoi protetti e familiari diventarono consoli, mentre sacrificò gli avversari “non favoriti” e i risultati delle elezioni vennero cancellati in diverse occasioni. Quale fu la strategia di Fabio Massimo? La giusta scelta del metodo di lotta contro Annibale. L’esercito di Cartagine era fondamentalmente diverso da quello di Roma. L’esercito romano era composto di cittadini (reclute, militari di leva), mentre quello cartaginese da mercenari. Nelle mani di un comandante di talento come Annibale, l’esercito fu uno strumento potente. I romani subirono una sconfitta catastrofica dopo l’altra, nei primi anni della guerra. Annibale sapeva aumentare le sue forze, non solo grazie alla bellicose tribù galliche della valle del Po, ma anche portandosi con sé gli alleati di Roma nel centro e sud Italia. Perciò ogni sconfitta di Roma non solo comportava la perdita di un esercito, cosa già abbastanza dolorosa (Cartagine perse i cittadini-mercenari di qualcun altro, mentre Roma i propri), ma anche per la perdita di altri alleati. Quindi Fabio Massimo prese l’unica decisione corretta, Annibale andava privato della possibilità di avere altre vittorie con l’esercito. Roma doveva contrastare le manovre di Annibale con la sua presenza distruggendo distaccamenti locali, sostenendo gli alleati leali e, quando possibile, punire i traditori, ma evitare uno scontro generale. In un’occasione, i consoli del 216 a.C. decisero di abbandonare questa strategia e organizzarono un’offensiva contro le posizioni di Annibale a Canne. La catastrofe che seguì fu di tale portata che la successiva sconfitta del genere si ebbe solo al culmine della potenza quando l’imperatore Valente morì alla testa della sua fanteria a Adrianopoli, nel 378 d.C. Roma trattenne Annibale per un intero decennio aderendo alla strategia di Fabio Massimo. Solo allora le vittorie di Scipione l’Africano furono possibili. Tuttavia, anche in questo caso il Cunctator era contro la ripresa delle operazioni attive credendo che potesse finire Annibale e Cartagine, senza eccessive perdite di vite, soprattutto con l’esercito mercenario che si indeboliva e disintegrava per mancanza di grandi vittorie, mentre la situazione al fronte peggiorava il conflitto tra Annibale e Cartagine crebbe. Una battaglia comporta sempre del rischio, dopo tutto.
Oggi vediamo la Russia adottare una strategia identica nel conflitto con gli Stati Uniti. Questa strategia non è nata oggi ed ha permesso allo Stato di sopravvivere dopo i devastanti anni ’90 e recuperare forza sufficiente per sfidare Washington. Fu così che, fino al riuscito ritorno della Crimea e allo spargimento di sangue in Donbas, le masse nemmeno notarono che Stati Uniti e Russia hanno molte differenze inconciliabili e che si muovono verso un conflitto aperto, e sia nell’interesse della Russia ritardarlo il più a lungo possibile. Inoltre, durante questo tempo guadagnato gli USA si sono indeboliti sprecando forze in varie conflitti locali nel mondo. La Russia nel frattempo si rafforzava cambiando élite (in modo tale da non disturbare la situazione politica interna), rafforzando il ruolo dello Stato nell’economia, riarmando i militari, restaurando vecchie alleanze e reclutando nuovi alleati. In generale, la Russia cambia deliberatamente i rapporti di forza da molto tempo, e continua a farlo oggi quando lo scontro con Washington è una realtà. Tuttavia, l’assenza del trionfante ritorno della Crimea e di parate militari nelle città liberate dai nazisti, e il sangue che scorre nel Donbas, permettono a vari speculatori politici, così come a romantici immaturi, di piagnucolare continuamente su “Putin che teme d’irritare gli Stati Uniti”, “Surkov consegna di nuovo il Donbas all’Ucraina”, e il solito “hanno tradito tutti”. Bene, Putin è il capo dello Stato e Surkov segue la situazione in Ucraina. Per valutare i risultati del loro lavoro non vanno sentiti solo i detrattori. Il problema sta nel fatto che né Putin né Surkov si sono messi a discutere pubblicamente con i teorici del “tradimento”. Da un lato è giusto fare così, perché una volta che un politico discute con un emarginato politico, ne alza il livello, aumentandone l’importanza e assicurandogli nuovi alleati. D’altra parte, l’assenza di una risposta immediata ad accuse isteriche scoraggia parte della società (coloro che non sono abituati a pensare da soli), coloro che non riescono a valutare la situazione se non adottando la prima spiegazione plausibile, un approccio sbagliato perché parte della società (piccola, ma anche politicamente attiva e patriottica) si prende dei caporioni immeritevoli e si muove nella direzione sbagliata, rendendo più difficile allo Stato raggiungere l’obiettivo che quella parte della società in realtà vuole vedere raggiunto. Dato che i media statali russi non si sono distinti per la loro iniziativa e non possono reagire a nuovi problemi senza indicazioni dall’alto, cercheremo di valutare in modo indipendente, sulla base di fatti noti, se le affermazioni secondo cui la politica di Putin-Surkov in Ucraina sie inefficace, siano vere. Inizieremo col dire che, dal mio punto di vista, accusare Vladimir Vladimirovich e Vladislav Jurevich di tentare di concludere una pace a qualsiasi prezzo e di disponibilità a “consegnare il Donbas di nuovo all’Ucraina” è per lo meno una distorsione dei fatti e al massimo una netta bugia. Oggi, anche secondo i teorici del tradimento, la milizia dispone di ben 55-6mila effettivi addestrati. Un anno fa aveva solo15mila partigiani in distaccamenti sparsi, ed è quasi imbarazzante chiedersi chi abbia creato questo esercito?
L’attività economica nel Donbas riprende, alcune imprese industriali sono riattivate e le banche lavorano, il bilancio ha i soldi per pagare stipendi e pensioni e, per quanto strano possa sembrare, l’80% della valuta è in rubli russi. Gli studenti seguono a studiare permettendosi di entrare non solo nelle università locali, ma anche russe. Gli studenti prendono i diplomi che gli permettono di entrare nelle università russe. Un anno fa ciò era un grosso problema. Il bombardamento di Donetsk non era nemmeno iniziato, in quel momento, e i bambini già non potevano ricevere i documenti attestanti i loro titoli, non li avevano e l’Ucraina non se ne interessava. Solo ora il problema è stato risolto, e così sono molti altri. La leadership delle repubbliche è legittimata non solo dalle elezioni, ma anche in parte dal diritto internazionale. Indipendentemente da tutte le nostre idee su “amici e partner” a Minsk 2, Plotnitskij e Zakharchenko sono stati riconosciuti autorità politiche non solo da Kiev ma anche da Berlino e Parigi, dato che garantiscono la firma dei documenti che regolano la situazione. L’OSCE ha contatti ufficiali con le autorità di Donetsk e Lugansk, che gradualmente si affermano come attori internazionali. Ancora una volta, è quasi imbarazzante chiedersi se Putin ordina Surkov, che a sua volta ordina Zakharchenko e Plotnitskij, perché Putin e Surkov armano e addestrano un esercito e creano istituzioni governative, facilitandone anche la crescita dei contatti economici con la Russia, in territori che vorrebbero cedere. E se Putin non da ordini a Surkov, e Surkov non ha alcuna influenza su Zakharchenko e Plotnitskij, e tutto ciò che oggi esiste nel Donbas è apparso grazie ai rapporti della milizia con l’anziano Khottabich, allora è costui che deve rispondere alle domande su Minsk, offensive, bombardamenti e tutto il resto.
Al fine di verificare la correttezza delle mie riflessioni, c’è un altro metodo disponibile, vedere ciò che il nemico dice di tutto questo. Ho già scritto che il termine “propaganda di Surkov” è apparso tra i liberal-traditori di destra dopo una delle loro visite all’ambasciata statunitense, molto tempo fa, forse qualcosa è cambiato da allora? No. Non è cambiato nulla. Kiev accusa Surkov di organizzare personalmente l’uccisione dei centoneri e allo stesso tempo accusa Putin di aver spinto Janukovich a sparare su Majdan. Pertanto Kiev, pur senza prove, continua ad accusare Putin e Surkov di attuare piani aggressivi in Ucraina, ciò tra la fine del 2013 e l’inizio 2014. Forse coloro che dicono che Putin volesse annettersi la Novorossia (o la totalità del Donbas), temevano di aver ragione. Inoltre non è vero, Geoffrey Pyatt, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina e de-facto reggente dello Stato ucraino, ha detto in un’intervista a Forbes del 3 luglio 2015 quanto segue: “Contrariamente alle intenzioni del Cremlino, l’Ucraina ha mantenuto l’unità e i piani di Surkov per suscitare una fratture nel Paese e provocare la guerra civile in tutta la Ucraina sono completamente falliti”. Il tempo ci dirà quanto sia nel giusto l’ambasciatore (come Obama sull'”economia russa ridotta a brandelli”), ma anche ora, nel luglio 2015, gli Stati Uniti sono certi che Putin (Cremlino) e Surkov attuino “un piano per scatenare la guerra civile in tutta l’Ucraina”. Esclusa la numerosa leadership russa, questi due provocano la peggiore irritazione di Washington. Non c’è da meravigliarsi che i liberali russi riecheggino Washington. E’ un miracolo che al coro si siano unite persone che si definiscono patrioti russi.
Ogni volta che i romani cercarono di derogare ai principi strategici stabiliti da Fabio Massimo Cunctator e cercato di sconfiggere eroicamente sul campo di battaglia i cartaginesi, Annibale li sconfisse. Alla fine i romani compresero che la strategia del Cunctator, anche se incomprensibile, era vincente e smisero di fare tentativi. La guerra contro il Donbas prosegue. Nessuno la sta per finire. Il Cremlino ha intenzione di vincere e non solo nel Donbas. Il nemico è forte, intelligente e non è vincolato da regole. Il desiderio di rompersi il collo gettandosi nello scontro frontale può sembrare nobile, ma è una cosa rischiare se stessi, altra mettere a rischio un Paese. Se un soldato vuole combattere, può andare nel Donbas e morirvi. Ad esempio, il colonnello-generale Werner von Fritsch che dispiacque a Hitler e fu rimosso dal comando, partecipò alla campagna polacca del 1939 alla testa del 21.mo Reggimento d’Artiglieria e morì a Varsavia il 22 settembre. Tuttavia, un politico non ha il diritto di mettere a rischio il Paese per un bel gesto.pro-russian_activists_declare_donetsk_republicTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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