Massoneria e banche negli Stati Uniti

Dean Henderson (Estratto da Le otto famiglie: Big Oil e i suoi banchieri)

Nel 1789 Alexander Hamilton divenne il primo segretario del Tesoro degli Stati Uniti. Hamilton era uno dei tanti padri fondatori massoni. Aveva stretti rapporti con la famiglia Rothschild che possiede la Banca d’Inghilterra e guida il movimento europeo dei massoni. George Washington, Benjamin Franklin, John Jay, Ethan Allen, Samuel Adams, Patrick Henry, John Brown e Roger Sherman erano tutti massoni. Roger Livingston aiutò Sherman e Franklin a scrivere la Dichiarazione d’Indipendenza. Giurò a George Washington per la carica mentre era Gran Maestro della Gran Loggia di New York. Washington stesso era Gran Maestro della Loggia della Virginia. Dei generali dell’esercito rivoluzionario, trentatré erano Massoni. Ciò era altamente simbolico dato che i grado 33 si definiscono illuminati. I padri fondatori populisti guidati da John Adams, Thomas Jefferson, James Madison e Thomas Paine, nessuno dei quali era massone, volevano recidere completamente i legami con la corona britannica, ma furono sconfitti dalla fazione massonica guidata da Washington, Hamilton e dal Gran Maestro della Loggia di St. Andrea di Boston, generale Joseph Warren, che volle “sfidare il Parlamento ma restando fedele alla corona”. La Loggia di St. Andrea era il fulcro della nuova massoneria mondiale e iniziò a concedere gradi di cavaliere templare nel 1769. Tutte le logge massoniche statunitensi sono ancora oggi approvate dalla corona inglese.
Il primo Congresso Continentale si riunì a Filadelfia nel 1774 sotto la presidenza di Peyton Randolph, che sostituì Washington come Gran Maestro della Loggia della Virginia. Il secondo Congresso Continentale si riunì nel 1775 sotto la presidenza del massone John Hancock. Il fratello di Peyton William divenne Gran Maestro della Loggia della Virginia e principale proponente della centralizzazione e del federalismo alla prima Convenzione costituzionale nel 1787. Il federalismo al centro della Costituzione statunitense è identico al federalismo previsto nelle Costituzioni di Anderson del 1723. William Randolph divenne il primo avvocato generale e segretario di Stato sotto George Washington, mentre la sua famiglia tornò in Inghilterra fedele alla corona. John Marshall, primo giudice della Corte Suprema, era un massone. Quando Benjamin Franklin si recò in Francia per cercare aiuto finanziario per i rivoluzionari americani, i suoi incontri avvennero presso le banche dei Rothschild. Mediò vendite di armi tramite il massone tedesco barone von Steuben. I suoi comitati di corrispondenza operavano attraverso i canali massonici e in parallelo a una rete di spie inglesi. Nel 1776 Franklin divenne l’ambasciatore de facto in Francia. Nel 1779 divenne Gran Maestro della loggia francese delle Nove Sorelle, a cui appartenevano John Paul Jones e Voltaire. Franklin era anche membro della più segreta Royal Lodge of Commanders del Tempio Occidentale di Carcasonne, tra i cui membri c’era il Principe del Galles Federico. Mentre Franklin predicava la temperanza negli Stati Uniti, si sbizzarriva selvaggiamente coi fratelli delle logge in Europa. Franklin fu a capo del servizio postale dal 1750 al 1775, ruolo tradizionalmente assegnato alle spie inglesi.
Con il finanziamento dei Rothschild Alexander Hamilton fondò due banche a New York, tra cui la Banca di New York. Morì in duello con Aaron Burr, che fondò la Banca di Manhattan con il finanziamento di Kuhn Loeb. Hamilton esemplificò il disprezzo che le otto famiglie hanno per i popoli, affermando una volta: “Tutte le comunità si dividono in pochi e molti. I primi sono ricchi e di buona famiglia, gli altri sono la massa… i popoli sono turbolenti e volubili; raramente giudicano e decidono correttamente. Si dia quindi alla prima classe un ruolo distinto e permanente di governo, controllando l’instabilità della seconda“. Hamilton fu solo il primo dei compari delle otto famiglie ad avere il ruolo di segretario del Tesoro. Negli ultimi tempi il segretario del Tesoro di Kennedy fu Douglas Dillon della Dillon Read, i segretari del Tesoro di Nixon, David Kennedy e William Simon, provenivano rispettivamente dalla Continental Illinois Bank e dalla Salomon Brothers, il segretario del Tesoro di Carter, Michael Blumenthal, proveniva dalla Goldman Sachs, il segretario del Tesoro di Reagan, Donald Regan, proveniva dalla Merrill Lynch, il segretario del Tesoro di Bush, Nicholas Brady, proveniva dalla Dillon Read e i segretari del Tesoro di Clinton e Bush Jr., Rubin e Henry Paulson, provenivano dalla Goldman Sachs.
Thomas Jefferson sosteneva che gli Stati Uniti avevano bisogno di una banca centrale di proprietà pubblica in modo che monarchi ed aristocratici europei non potessero utilizzare la stampa del denaro per controllare gli affari della nuova nazione. Jefferson osservava: “Un Paese che si aspetta di rimanere ignorante e libero… si aspetta ciò che non è mai stato e non sarà mai. Non ci fu che appena un re su cento che non avrebbe, se poteva, seguito l’esempio dei faraoni, prendere prima di tutto il denaro del popolo, e poi tutte le sue terre e quindi fare di loro e dei loro figli per sempre dei servi… le dirigenze bancarie sono più pericolose degli eserciti. Hanno già allevato un’aristocrazia del denaro“. Jefferson osservò come la cospirazione euro-bancaria per controllare gli Stati Uniti fu attuata, soppesando come “singoli atti di tirannia si possono attribuire all’opinione del momento, ma una serie di oppressioni iniziata in un periodo distinto, inalterabile ad ogni cambio di ministri, dimostra chiaramente un piano deliberato e sistematico per ridurci in schiavitù“. Ma l’argomentazione di Hamilton, sponsorizzata dai Rothschild, per una banca centrale statunitense privata, prevalsero alla fine. Nel 1791 fu fondata la Banca degli Stati Uniti, coi Rothschild principali proprietari. La concessione alla banca avrebbe dovuto scadere nel 1811. L’opinione pubblica era favorevole alla revoca e sua sostituzione con una banca centrale jeffersoniana. Il dibattito fu rinviato quando la nazione fu sprofondata dagli eurobanchieri nella guerra del 1812. In un clima di paura e difficoltà economiche, la banca di Hamilton ebbe rinnovata la concessione nel 1816.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Le ragioni del Patto Molotov-Ribbentrop

Alessandro Lattanzio, 7/9/2017La Iena d’Europa
La Polonia “indipendente” stese fin dai primi anni d’esistenza piani per attaccare la Russia sovietica
Negli anni ’20 e ’30, la Polonia stese dei piani ambiziosi per “marciare su Berlino” e “marciare su Mosca”. L’11 giugno 1926, Stalin ricevette una nota da Dzerzhinskij: “Tutta una serie di dati parla con chiarezza indiscussa (per me) della Polonia che preparao un attacco militare per staccare Bielorussia e Ucraina dall’URSS. È proprio questo il compito di Pilsudski, quasi esclusivamente impegnato negli affari interni della Polonia, ma anche sul piano militare e diplomatico nell’organizzare le forze contro di noi… Pilsudski si riferisce in modo disperato all’efficacia delle divisioni territoriali dell’Armata Rossa e conta sul decadimento del partito “in connessione con la nostra lotta al XIV Congresso. Temo che tale visione possa spingerlo ad agire, e potrebbe avvenire adesso“. “Lo smembramento della Russia è al centro della politica ad est della Polonia, quindi la nostra posizione verrebbe ridotta alla formula seguente: chi partecipa alla spartizione? La Polonia non dovrebbe rimanere passiva in questo notevole momento storico. Il compito è prepararsi ben prima, fisicamente e spiritualmente. L’obiettivo principale è indebolire e sconfiggere la Russia“. Relazione del 1938 pubblicata in Zdziejow stosunkow polsko-radzieckich. Studia i materialy. T.III. Warszawa, 1968. S.262, 287

Il patto Pilsudski-Hitler: l’accordo con il Terzo Reich per lo smembramento della Cecoslovacchia e attaccare l’URSS insieme alla Germania
Pochi lo sanno, ma la Polonia concluse dei trattati con la Germania nazista molto prima di Monaco o del Patto Molotov-Ribbentrop. Nel 1934, Germania nazista e Polonia conclusero un Patto di non aggressione, di cui il firmatario polacco, l’ambasciatore Lipsky, dichiarò apertamente: “Da ora in poi, la Polonia non ha bisogno della Francia… si rammarica anche di aver una volta accettato l’aiuto francese, considerando il prezzo da pagare“. Col patto, la Polonia si assunse l’obbligo di perseguire una politica di cooperazione con la Germania fascista (articolo 1). Inoltre, la dirigenza polacca promise al Terzo Reich di non prendere decisioni senza accordarsi con il governo tedesco ed osservare in ogni circostanza gli interessi del regime fascista tedesco (articolo 2).
Nell’estate 1934, il capo di Stato polacco Józef Pilsudski ricevette a Varsavia il ministro della propaganda di Hitler Joseph Goebbels. Oltre a Goebbels, in Polonia anche Hermann Goering fu accolto con favore, prima da Pilsudski e poi dal presidente Moscicki e dal maresciallo Rydz-Smigly. Per sopprimere i “dissidenti” nella seconda Rzeczpospolita polacca, su iniziativa del ministro degli Interni fu istituita una rete di campi di concentramento, con la consulenza di “esperti” tedeschi.
La Cecoslovacchia fu smembrata dopo l’accordo di Monaco tra Regno Unito, Francia, Germania e Italia. La Polonia partecipò allo smembramento di uno “Stato democratico europeo” occupando la regione di Teshin, a fianco dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia. “Churchill, che certamente non può essere sospettato di simpatizzare per la Russia, ha detto che la Polonia si comportò come una iena tra i leoni, cercando di strappare il suo pezzo di preda. E tutto si concluse con il fatto che entrambi i leoni la lacerarono”. Già nel 1935 i polacchi avanzarono le loro rivendicazioni sul territorio della Cecoslovacchia, in cui inviarono gruppi di sabotaggio che colpirono le ferrovie ed uccisero poliziotti. Il sabotaggio fu eseguito anche nella Rutenia, che non fu mai territorio polacco. All’inizio del 1938, l'”Unione dei polacchi” apparve nella regione di Teshin, organizzata sul modello del partito fascista sudeto di Heinlein. Inoltre, fu inviato un ordine da Varsavia per coordinare tutte le azioni con Heinlein. Il 21 settembre, il governo polacco avanzò le pretese territoriali su Teshin, e che Hitler comprese nel suo Memorandum di Gostenberg. Il 2 novembre 1938, l’esercito polacco occupò la regione di Teshin, e quattro villaggi in Slovacchia: Gladovka, Lesnitsa, Sukuya Gora e Tatra Yavorin. 11 mesi dopo, l’asso sloveno Frantisek Ganowiec abbatté un bombardiere polacco, e la “Divisione rapida” slovacca prese diversi prigionieri polacchi. Nel frattempo Rydz-Smigly parlava di “crociata” contro l’URSS. I polacchi piagnucolano sugli “orrori” dell’Armata Rossa del 1939, dimenticando come trattarono i cechi nel 1938. Il Generale ceco Vekhirek ricordava: “I polacchi hanno spietatamente perseguitato i cechi, terrorizzandoli con licenziamenti, cacciandoli dalle case, confiscandone le proprietà, tutto ciò che era ceco fu distrutto“. Le tombe dei soldati cechi venivano aperte e i resti gettati nella discarica; 30mila cechi fuggirono dalla regione di Teshin, mentre 5mila tedeschi rimasero coi polacchi che li celebrarono come loro alleati. Questo un anno prima del Patto Molotov-Ribbentrop.
La Polonia architettò un piano di guerra con l’aiuto della Germania contro l’URSS. Il governo polacco garantì il passaggio delle truppe tedesche sul suo territorio nel caso attaccassero ad est e nord-est. (contro Ucraina, Bielorussia e Lituania). In cambio la Polonia avrebbe ricevuto terre bielorusse, ucraine e lituane. I vertici dell’esercito polacco si prepararono riguardo una “provocazione da est”, utilizzando organizzazioni clandestine di polacchi residenti nelle regioni occidentali dell’URSS. Così, nel 1935, Polonia e Germania nazista conclusero un accordo per aggredire l’URSS. Al ministro degli Esteri della Polonia, Jozef Beck, Hitler disse, “Non voglio niente dall’occidente, né oggi né domani… Tutto ciò che facciamo è diretto contro la Russia. Se l’occidente è troppo stupido per capirlo, sarò costretto a raggiungere un accordo con la Russia per spezzare l’occidente e poi, dopo la sua sconfitta, dopo aver raccolto tutte le forze, aggredire la Russia“. Nel periodo di debolezza militare della Germania, la Polonia so alleò ai tedeschi contro l’URSS. Negli anni ’30 aveva uno degli eserciti più grandi d’Europa, e l’idea di una campagna congiunta degli eserciti polacco e tedesco contro i “bolscevichi senza dio” era gradita presso lo Stato Maggiore di entrambi gli eserciti. Nell’Unione Sovietica questo fu compreso, e nel marzo 1938 il Generale Shaposhnikov presentò una nota in cui indicava: “La situazione politica emergente in Europa e in Estremo Oriente con gli avversari più probabili presentati come blocco fascista, Germania e Italia, sostenuti da Giappone e Polonia… La Polonia è quasi nel blocco fascista, mentre cerca di preservare un’apparente indipendenza della propria politica estera”. Parlando ad Hitler, Bek non fece mistero che la Polonia volesse l’Ucraina sovietica e lo sbocco sul Mar Nero.
La svolta si ebbe quando la Germania occupò i resti della Cecoslovacchia nel marzo 1939. Poco dopo, la Polonia ricevette garanzie dalla Gran Bretagna. Durante le discussioni nel parlamento inglese, le garanzie ricevettero un sostegno generale. Solo Lloyd George pensò di avvertire il parlamento che fosse una follia avanzare tale promessa senza il sostegno dell’URSS. Le garanzie alla Polonia irrigidirono i dirigenti polacchi verso le pretese avanzate da Hitler su Danzica e il relativo corridoio. I governanti polacchi credevano che le loro forze armate fossero potenti, e inoltre, Beck incontrò Hitler a gennaio che gli chiese di restituire Danzica alla Germania; ma quando ebbe le garanzie dal Regno Unito, Bek accettò subito solo per ripicca contro Hitler. Basandosi su ciò, la Polonia rifiutò anche l’assistenza militare dall’URSS, che un anno prima avanzò anche alla Cecoslovacchia (che rifiutò, facendosi distruggere da Hitler e complici). Stalin capì che Hitler era il principale nemico in Europa. L’URSS cercò di evitare l’isolamento contro un’Europa unita sotto un Hitler che preparava “la crociata contro il bolscevismo“. Pertanto avanzò offerte di aiuto a Francia, Cecoslovacchia e Polonia, tutte respinte. Il 10 maggio 1939, durante una visita a Varsavia, il Viceministro degli Esteri sovietico V. Potjomkin dichiarò al ministro degli esteri polacco Bek che “l’URSS non rifiuterà di aiutare la Polonia se lo desidera“, ma l’11 maggio 1939, l’ambasciatore polacco nell’URSS, V. Gzhibovsky, secondo le istruzioni ricevute da Varsavia, respinse la stipula di un patto di mutua assistenza tra Unione Sovietica e Polonia. Il 25 maggio 1939, l’inviato sovietico in Polonia, P. I. Sharonov, dichiarò a Bek che l’URSS era pronta ad aiutarla, ma “per aiutare domani, si deve essere pronti oggi, cioè, si deve sapere in anticipo della necessità dell’aiuto“.
I generali polacchi prevedevano di resistere contro la Wehrmacht, credendo nella potenza delle proprie forze armate. Secondo il generale tedesco Erich von Manstein, “Il dispiegamento dell’esercito polacco nel 1939, che aveva lo scopo di coprire tutto, tra cui l’area del corridoio e la provincia di Poznan, tenuto conto delle possibilità della Germania e della sua superiorità militare, poteva solo portare alla sconfitta. La risposta che la Polonia doveva dare era, a mio avviso, chiara. Il comando polacco doveva innanzitutto cercare di garantire che l’esercito polacco sopravvivesse fino all’offensiva delle potenze occidentali, costringendo la Germania a ritirare le forze principali dal teatro polacco. Anche se sembrava che in un primo momento, con la perdita delle regioni industriali, fosse esclusa la possibilità di una guerra prolungata, occorre tener conto che la conservazione dell’esercito polacco sul campo creava la possibilità di ritornare in campo in futuro. Ma, in alcun caso, si doveva permettere all’esercito polacco di farsi circondare ad ovest del Vistola. Per la Polonia, l’unica soluzione era guadagnare tempo”.
Nel 1939, l’esercito polacco si concentrò nei pressi del confine, pensando a un’offensiva sulla Germania e abbandonando le fortificazioni sul Vistola, lungo la linea Grudziens-Torun, che se presidiata avrebbe ritardato l’avanzata delle forze tedesche, limitandone la libertà di manovra. Nonostante ciò, i capi politici e militari polacchi ancora speravano in un’offensiva francese simultanea all’offensiva polacca contro Berlino. Anzi, il presidente della Polonia, il maresciallo Rydz-Smigly, comandante in capo dell’esercito polacco, fece sapere agli alleati occidentali che i polacchi si preparavano a lanciare l’offensiva dalla provincia di Poznan. Ma tale piano fu sviluppato su suggerimento del Regno Unito stesso… L’armata riunita a Poznan, la 13.ma, venne poi distrutta dai tedeschi sul fiume Bzura. Il 15 settembre 1939, i tedeschi occuparono Lvov e Peremyshl, oltre il fiume San, dopo aver distrutto la 14.ma Armata polacca, mentre la 10.ma fu circondata a Radom, e i tedeschi puntavano su Varsavia. Fu allora, il 17 settembre 1939, che intervenne l’Armata Rossa, quando il risultato dell’invasione tedesca della Polonia era chiaro, e il conflitto coi giapponesi, in Mongolia, si era concluso solo il 16 settembre.

Shtern, Chojbalsan e Zhukov

La Guerra con il Giappone nel 1939
Difatti, i cosiddetti ‘esperti’ di storia militare e diplomatica hanno sempre con attenzione evitato di parlare delle manovre antisovietiche della Polonia e dei suoi alleati occidentali, così come dello scontro sovietico-giapponese sul fiume Khalkhin Gol, in Mongolia, che si svolse per tutta l’estate del 1939, e condizionò le decisioni di Mosca in quei mesi cruciali.
Da maggio a settembre 1939, Unione Sovietica e Giappone si combatterono sui deserti al confine della Mongolia orientale. Nel 1936 fu firmato il Patto anti-Komintern tra Germania e Giappone, diretto contro l’Unione Sovietica. Centinaia di incidenti lungo il confine tra Manchukuo, Stato fantoccio del Giappone, e l’Unione Sovietica, accaddero fin dal 1932. Nell’estate del 1938 vi fu un grande scontro presso il Lago Khasan, 70 miglia a sud-ovest di Vladivostok, tra giapponesi e sovietici. La ragione delle tensioni era dovuta alla fazione “Attacco a Nord” dell’alto comando giapponese, composta da ufficiali dell’Armata del Kwantung che occupava il Manchukuo, sostenitori dell’occupazione della Mongolia e della Siberia. La disputa di confine con la Mongolia fu la scusa con cui i giapponesi aggredirono la Mongolia dal confine occidentale del Manchukuo. Lo Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung era convinto di avere un decisivo vantaggio logistico nella regione. Le ferroviarie giapponesi erano situate 100 miglia ad est del centro di Nomonhan, tra Manchukuo e Mongolia. La più vicina ferroviaria sovietica era a 434 miglia di distanza. I giapponesi erano sicuri che i sovietici non potessero inviare più di due divisioni di fanteria nella zona e ritenevano che le purghe del 1937-38 avessero paralizzato l’esercito sovietico. Il 14 maggio 1939 la 23.ma Divisione giapponese violò le frontiere con la Mongolia e il 28-29 maggio si scontrarono con i sovietici. I giapponesi inviarono di rinforzo 20000 uomini e 112 pezzi di artiglieria al comando del Generale Michitaro Komatsubara. In un’intervista con il giornalista statunitense Roy Howard del 1° marzo 1936, Stalin avvertì i giapponesi che qualsiasi attacco alla Repubblica Popolare di Mongolia avrebbe suscitato l’immediata risposta sovietica. E il 2 giugno 1939, il Generale Georgij Zhukov ebbe il comando delle truppe sovietico-mongole del 57.mo Corpo Speciale, l’unica principale formazione sovietica nell’area di Nomonhan/Khalkhin Gol, zona degli scontri con i giapponesi. Zhukov riorganizzò le strutture di comando e comunicazioni.
Inizialmente, i giapponesi godevano della superiorità aerea, avendo ricevuto il nuovo caccia Nakajima Ki.27. A giugno i sovietici inviarono 6 squadroni di caccia Polikarpov I-152 e 3 squadroni di caccia Polikarpov I-16 Typ 10, per un totale di oltre 100 velivoli. I velivoli sovietici potevano operare da piste semipreparate, erano più veloci ed avevano un armamento più potente di quello dei caccia giapponesi, e disponevano di blindature, al contrario dei velivoli giapponesi. In pochi giorni i sovietici mutarono in proprio favore la situazione nei cieli della Mongolia, tra luglio e agosto 1939. Senza l’approvazione dell’alto comando di Tokyo, il 27 giugno l’Armata del Kwantung inviò grandi formazioni di bombardieri contro le basi aeree di Tamsag e Bain-Tumen, nelle retrovie sovietiche. Tokyo emanò l’ordine che vietava tali attacchi aerei sulle retrovie sovietiche. Lo Stato Maggiore Generale dell’esercito a Tokyo era preoccupato dall’impegno delle forze giapponesi in Cina, e voleva evitare che il conflitto si espandesse alla Mongolia e contro l’URSS.
Zhukov e il comando sovietico affrontarono e superarono le sfide logistiche riguardanti le loro forze nella regione. Con uno sforzo impressionante, furono formati convogli di autocarri che attraversavano giorno e notte il deserto per 868 miglia. I sovietici impiegarono 3800 autocarri e 1375 trattori nel loro sistema logistico. Questi mezzi trasportarono 18000 tonnellate di proiettili di artiglieria, 6500 tonnellate di bombe per aerei e 15000 tonnellate di carburante, nonché truppe ed armi. Gran parte del merito di questa operazione logistica andava al Generale Grigorij M. Shtern, comandante del Distretto militare della Trans-Bajkal.
I giapponesi scatenarono un’offensiva su due assi il 2 luglio. A sinistra, attraversando il fiume Khalkha presso Bain-Tsagan, mentre nel frattempo, sulla destra, una punta avrebbe attraversato il fiume più a nord per poi puntare a sud per accerchiare i sovietici. L’unica brigata meccanizzata dell’esercito giapponese nel Manchukuo disponeva solo di uno dei tre reggimenti carri armati medi che dovevano essere dotati dei nuovi carri armati Tipo 97, e non disponeva che del supporto di tre battaglioni di fanteria senza artiglieria. Al momento delle operazioni, il 3° Reggimento carri medi disponeva di 4 carri armati Tipo 97 e di 26 vecchi carri armati Tipo 89B. Inoltre era disponibile anche il 4° Reggimento carri armati leggeri con 35 carri armati Tipo 95 e 8 Tipo 89A. In confronto, i sovietici disponevano dei carri armati per la cavalleria BT-5, con motori e armamento più potenti e blindatura maggiore rispetto ai corazzati giapponesi. Una brigata corazzata sovietica disponeva di 128 carri armati e 24 cannoni anticarro da 76mm montati su autocarri pesanti blindati. In totale, Zhukov disponeva di 12500 effettivi, 186 carri armati e 226 autoblindo.
Il 2 luglio, 7 battaglioni e mezzo di fanteria giapponese attraversarono il Khalkha e occuparono le colline Bain-Tsagan. Qui si scontrarono con l’11.ma Brigata e la 7.ma Brigata sovietiche, che attuarono la controffensiva, respingendo i giapponesi, che persero 44 carri armati. Il tentativo di contrattacco giapponese del 4 luglio venne sventato dall’aeronautica militare e dall’artiglieria sovietiche, che distrussero l’unico ponte costruito dai giapponesi sul Khalkha, facendo annegare centinaia di soldati che cercavano di ritirarsi. La maggior parte della forza d’assalto su Bain-Tsagan, 10000 truppe, era morta o ferita quando i combattimenti si conclusero nella notte del 4-5 luglio.
I giapponesi ci riprovarono tra il 23 e il 25 luglio, attaccando con la copertura dell’artiglieria e di notte. Ma dotati di soli 22 cannoni da campagna, dalla gittata di 18300 metri, affrontarono le batterie sovietiche dotate di 28 cannoni da 152mm e da 122mm dalla gittata di 20870 metri, vanificando il supporto dell’artiglieria alla fanteria giapponese. Data l’assenza di efficacia della loro artiglieria, i successivi attacchi notturni delle unità di fanteria giapponesi furono respinti dalle difese sovietiche, peraltro schierate in profondità. E anche quando le unità giapponesi occupavano delle posizioni di notte, alla mattina artiglieria, corazzati e fanteria sovietici le scacciavano. A fine luglio i giapponesi passarono dall’offensiva alla difensiva costruendo un sistema di fortificazioni e bunker lungo il Khalkha. In quel momento, la rinnovata 6° Armata dell’esercito imperiale giapponese comprendeva 38000 soldati, 318 cannoni, 130 carri armati e 225 aerei da combattimento. Nel frattempo, Zhukov pianificava l’offensiva impiegando 57000 effettivi, 542 pezzi d’artiglieria, 498 carri armati e 515 aerei da combattimento del Primo Gruppo d’Armate. Il comando sovietico scoprì i punti deboli dello schieramento nemico: i fianchi dei giapponesi erano coperti dalla cavalleria del Manchukuo, inaffidabile e vulnerabile. Inoltre, i giapponesi non avevano una riserva tattica mobile. Infine, il comando sovietico ricorse alla disinformazione via radio e alla messinscena di lavori di costruzione sulle proprie linee, facendo credere ai giapponesi che i sovietici scavavano le trincee per l’inverno.
Il 10 agosto i giapponesi disponevano della 7° e 23° Divisioni di fanteria, di una brigata del Manchukuo, di 3 reggimenti da cavalleria, 182 carri armati, 300 blindati, 3 reggimenti d’artiglieria e oltre 450 velivoli, pronti per un’ultima offensiva prevista per il 24 agosto.
Il 20 agosto 1939 i sovietici schieravano tre grandi unità lungo un fronte di 45 miglia. Sull’ala sinistra, vi era la 6.ta Divisione di cavalleria mongola, la 7.ma Brigata corazzata, il 601.mo Reggimento di fanteria dell’82.ma Divisione fucilieri motorizzati e 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata. Al centro, volta all’attacco frontale sui giapponesi, vi era la 36.ma Divisione fucilieri motorizzati, la 5.ta Brigata corazzata e l’82.ma Divisione fucilieri motorizzati senza il 601.mo Reggimento di fanteria. Nell’ala destra, a nord, vi erano la 57.ma Divisione fucilieri motorizzati, 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata, 3 battaglioni della 6.ta Brigata corazzata e l’8.va divisione di cavalleria mongola. In riserva vi era la potente forza mobile composta dalla 9.na Brigata corazzata, da un battaglione della 6.ta Brigata corazzata e la 212.ma Brigata aeroportata. In totale si trattava di 35 battaglioni di fanteria, 20 squadroni di cavalleria, 498 carri armati, 346 autoblindo e 502 pezzi d’artiglieria. Alle 5:45 150 bombardieri sovietici, scortati da 100 caccia, si scatenarono sulle posizioni giapponesi, quindi intervennero 250 pezzi dell’artiglieria pesante sovietica. Alle 9:00, le truppe russe avanzarono. I giapponesi furono sorpresi dell’attacco di Zhukov. Il 21 agosto, la forza sovietica meridionale superava il confine con il Manchukuo, tagliando la via di ritirata dei giapponesi sui fiumi Khalkha e Khajlastyn, e il 24 agosto, la 9.na Brigata corazzata proveniente da nord raggiungeva la 6.ta Brigata corazzata proveniente da sud. Le forze giapponesi tentarono di spezzare l’accerchiamento, tra il 24 e il 26 agosto, ma gli attacchi aerei sovietici resero impossibili i movimenti dei giapponesi e una puntata dalla 6.ta Brigata corazzata sovietica li costrinse ad abbandonare questi tentativi. La sacca giapponese venne liquidata il 31 agosto, con la distruzione della 23° Divisione; i giapponesi subirono 61000 tra morti e feriti e persero tutta l’artiglieria e i corazzati. I sovietico-mongoli ebbero 8931 caduti e 15952 feriti, e persero 68 carri armati e 34 pezzi d’artiglieria.
A settembre, i giapponesi avviarono un’intensa campagna aerea, trasferendo 6 squadroni da caccia dalla Cina nel Manchukuo. Il 13 settembre i giapponesi avevano schierato 255 velivoli, di cui 158 caccia. Ma le battaglie aeree nei cieli mongoli si conclusero il 16 settembre, assieme al conflitto, dopo che i giapponesi avevano perso in totale 589 velivoli, e i sovietici 207. Il 17 settembre, le truppe sovietiche entravano in Polonia.
I giapponesi rimasero sconvolti sapendo che l’alleato tedesco aveva firmato il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica il 23 agosto. Il quotidiano Asahi Shimbun scrisse: “Lo spirito del Patto Anti-Comintern è ridotto a cartaccia e la Germania ha tradito un alleato”. Alla luce di ciò governo e alto comando giapponesi decisero che il conflitto in Mongolia doveva finire. La fazione dell’esercito dell'”Attacco a Nord” ne uscì screditata e nell’aprile 1941 fu firmato il patto di non aggressione sovietico-giapponese. L’Estremo Oriente sovietico rimase al sicuro e per tutta la guerra con la Germania, navi statunitensi cariche di rifornimenti e battenti bandiera sovietica attraccarono senza ostacoli nel porto di Vladivostok.Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
DDVV
Hrono
Hrono
KM
Russbalt
RKKAWW2
Army War College
Historynet
Nomonhan
Weapons and Warfare

Etajima e i piloti suicidi Taisintai

Burjat

L’isola di Etajima si trova nella baia di Hiroshima del Mare Interno della prefettura sud-occidentale di Hiroshima, a sei chilometri dalla città di Kuru, con la quale è collegata da due ponti. Nel 1930-1940 su questa isola c’era il Corpo dei Cadetti della Marina, che forgiava gli ufficiali della Marina Imperiale giapponese. Adesso, sulle rive del mare, rivestita di granito, vi è l’esposizione di armi navali della Seconda guerra mondiale. I turisti da Europa e Stati Uniti non sono ammessi. Vicino all’edificio del museo del corpo navale vi sono i sommergibili-kamikaze. Uno, con un comparto per due suicidi; un altro per uno solo. Accanto al museo vi sono i siluri con equipaggio Kaiten, guidati dai taisintai, assaltatori suicidi come i kamikaze. Nel museo c’è una sala dedicata ai kamikaze dei Kaiten caduti nei combattimenti. I loro ritratti occupano un’ intera parete, e i nomi sono incisi sul marmo. Appare un enorme elenco di assaltatori suicidi del sommergibile I-58, che nell’eroica notte del 29-30 luglio 1945 affondò l’incrociatore pesante statunitense Indianapolis. Dei sei Kaiten, alcuno tornò nella base di Kure. La scuola navale sull’isola di Etajima fu completata dal capitano Hashimoto Mochitsura, del corso sommergibilisti. Questo ufficiale partecipò all’attacco a Pearl Harbor. Nel febbraio 1943, Mochitsura Hashimoto divenne comandante del sottomarino I-158 dotato di attrezzature radar. Questo battello condusse un esperimento, lo studio del radar in varie condizioni di navigazione, fino a quel momento i sommergibili giapponesi combatterono alla cieca. Nel settembre 1943, Mochitsura Hashimoto comandò il sottomarino RO-44, andando a caccia di navi da trasporto statunitensi nelle Isole Salomone. Nel maggio 1944, il tenente di vascello Hashimoto fu inviato a Yokosuka, dove fu ricostruito l’I-58 su un nuovo progetto, dotandolo di supporti per i siluri Kaiten.

I siluri Kaiten
Kaiten significa “Cambiare il Destino” o “Superare il Cielo”, erano siluri guidati da assaltatori suicidi. Questi siluri non avevano meccanismi di espulsione del pilota, posto nella timoneria che occupava il ponte. Il pilota utilizzava un periscopio a bassa profondità per la ricerca. Dopo aver raggiunto il bersaglio, il pilota puntava il siluro in modalità d’attacco, abbattendo il periscopio, aumentando la profondità e navigando a tutta forza. Per impedire che il siluro, mancato il bersaglio il pilota non poteva cambiare rotta morendo per mancanza di ossigeno, fu poi aggiunto un meccanismo di autodistruzione. La lunghezza dei siluri era di 15 metri, con un diametro di 1,5 metri e un peso di 8 tonnellate, di cui 1,5 di esplosivo. I marinai-suicidi lanciavano quest’arma formidabile contro le navi nemiche. La produzione di Kaiten in Giappone iniziò nell’estate 1944, quando fu evidente che solo la dedizione dei kamikaze e dei marinai-suicidi forse poteva cambiare il corso della Seconda guerra mondiale. In totale furono prodotti circa 440 Kaiten.

Sommergibile I-58
Il sommergibile I-58 al comando del capitano di corvetta Mochitsura Hashimoto fu assegnato al distaccamento “Kongo“. La classe di Hashimoto, della scuola navale di Etajima, comprendeva 15 cadetti. All’epoca, la maggior parte degli ufficiali della sua classe erano caduti in battaglia. Su 15, solo cinque sopravvissero. Tutti comandanti del distaccamento “Kongo“. I battelli del distaccamento lanciarono in totale di 14 Kaiten contro le navi nemiche. Il sommergibile I-58 lasciò la base di Kure per la quarta campagna operativa il 16 luglio 1945. Dopo vane ricerche del nemico nel Mar delle Filippine, il battello giunse sulla rotta tra Guam e Leite. L’I-58 aveva a bordo sei siluri Kaiten. Due furono lanciati su una petroliera statunitense, che affondò immediatamente. Il 29 luglio, alle 23 ore, il sonar trovò un obiettivo. Hashimoto ordinò di emerge. A 1500 metri c’era l’Indianapolis, incrociatore della Marina degli USA. Alcuni giorni prima, l’incrociatore consegnò le componenti di tre bombe atomiche sull’isola filippina di Tinian, due delle bombe furono sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Quando la nave non era ancora molto distante, il comandante ordinò di preparare non solo i tubi lanciasiluri, ma ordinò anche ai piloti suicidi, che non avevano nomi ma solo numeri, di approntare i loro siluri. Dopo aver compreso rotta e velocità della nave nemica, il comandante si avvicinò. Aveva due opzioni: lanciare da tre a cinque siluri dai tubi di lancio o inviare i marinai-kamikaze, specialmente perché, pronti al sacrificio, lo chiesero al comandante. Cosa fece il comandante del sommergibile I-58? Gli storici militari stranieri ne sono sconcertati. La maggioranza è incline a ritenere che i Kaiten colpirono su un fianco l’incrociatore. Due settimane prima della fine della guerra nel Pacifico, un potente incrociatore statunitense fu affondato. Tra i 1199 marinai dell’Indianapolis, solo 316 sopravvissero. Come punizione per aver trasportato le bombe atomiche, partecipando a quell’azione barbarica, l’incrociatore fu affondato nel Mar delle Filippine da un sommergibile giapponese al comando del capitano di corvetta Mochitsura Hashimoto. Si dice che quando un bombardiere B-29 decollò dalla base aerea di Tinian (Isole Marshall) trasportando la bomba atomica per Hiroshima, l’equipaggio sapeva già dell’affondamento dell’Indianapolis, che aveva trasportato parte della bomba dagli Stati Uniti a Tinian. L’equipaggio stilò la seguente scritta sulla bomba atomica, “Un regalo per le anime dei caduti dell’Indianapolis“.
Il comandante del sommergibile della Marina Imperiale, Mochitsura Hashimoto, trascorse un po’ di tempo nel campo di prigionia. Dopo la liberazione divenne capitano della flotta mercantile, navigando sulla stessa rotta del sommergibile I-58, tra Mar Cinese Meridionale, Filippine, Marianne e Caroline, toccando anche Hawaii e San Francisco. Dopo la pensione, Mochitsura Hashimoto divenne prete shintoista a Kyoto. Scrisse il libro “Affondato”. Il comandante dell’incrociatore Indianapolis, Charles McVeigh, fu processato e assolto. Dedicatosi all’agricoltura, si suicidò. Una punizione per Hiroshima?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dunkerque e la verità sui combattimenti nel maggio-giugno 1940

Jacques Sapir, Russeurope 31 luglio 2017Il film “Dunkerque”, appena uscito in diversi Paesi [1], tra cui la Francia, fa rivivere il mito di un esercito francese che non avrebbe combattuto nelle tragiche settimane di maggio e giugno 1940. In realtà, questo film mescola un punto di vista tedesco e uno (non professionista) statunitense [2]. La realtà fu ben diversa. Non che l’esercito francese non fu sconfitto, ma tale sconfitta va principalmente attribuita a una strategia inadeguata, e in particolare la sconfitta francese nel 1940 fu molto più dovuta a ragioni politiche che militari. Se ci fu il crollo della Francia, fu soprattutto politico.

La realtà dei combattimenti in maggio e giugno 1940
I combattimenti furono estremamente violenti, provocando 92000 morti tra i francesi e probabilmente 100000 tra i tedeschi. In realtà, la violenza dei combattimenti costrinse il regime di Hitler a spostare nel tempo la “rivelazione” sul numero di vittime. La manovra chiamata “falce” condotta da Guderian, è nota [3]. Ma la storia delle battaglie che comportò, soprattutto a Gembloux e Stonne (13-17 maggio 1940), se è ben dettagliata presso gli storici statunitensi, inglesi e tedeschi, resta,-salvo testimonianze, piuttosto poco nota al grande pubblico francese [4]. Infatti, a Gembloux, le unità francesi, in particolare la 3.za DIM, inflissero gravi perdite alle forze corazzate tedesche, mettendo fuori combattimento in due giorni più di 200 carri armati tedeschi. Stonne, piccolo villaggio delle Ardenne, fu catturato e ripreso 17 volte, a un prezzo molto costoso per i tedeschi, che scoprirono che il loro armamento non era in realtà superiore a quello francese.Armamento Francese: David Lehmann A – 01-1940
Conosciamo la storia sul carro armato B1bis del futuro Generale Billotte, che distrusse una compagnia di carri armati tedeschi, in quello che sembrò il presagio degli agguati di Villers-Bocage nel giugno 1944, o quella del B1bis del comandante Domercque, che causò panico nella fanteria tedesca. Storie simili riguardano la battaglia di Montcornet (dove la 4.ta DCR del Colonnello de Gaulle entrò nel fianco di Guderian) oppure di Abbeville. La fine dei combattimenti di maggio fu, ovviamente, l’evacuazione di gran parte della BEF inglese a Dunkerque (tema del film). Ma l’evacuazione fu resa possibile dal coraggio dei soldati francesi [5]. In realtà, questa campagna fu utilizzata dalla macchina della propaganda nazista per costruire il “mito” della Blitzkrieg, ma in realtà rivelò soprattutto limiti e debolezze della Wehrmacht [6]. Allo stesso modo, nelle battaglie di maggio e giugno 1940, la ferocia dell’esercito tedesco (non delle SS che in realtà non esistevano ancora come forza di combattimento) si rivelò ai senegalesi che combattevano nelle unità francesi [7]. Tutto questo deve interrogarci sulle ragioni del perpetuarsi dei miti (i soldati francesi non combatterono, i soldati tedeschi non commisero crimini, fu colpa solo delle SS). Nella realtà è ormai ben consolidata l’incompetenza cronica tedesca, o più specificamente, dovuta al modo in cui il regime nazista organizzò la guerra e il suo strumento militare.

L’incompetenza cronica tedesca
L'”incompetenza cronica” tedesca si manifestò su più livelli, non appena si lasciano gli elementi tattici più stretti. È interessante notare che furono gli italiani, in contatto costante con le élite naziste, che fornirono le migliori descrizioni di tale “incompetenza cronica” o “disordine strutturale” del processo decisionale [8]. I “Diari di Ciano” pubblicati dopo la guerra, mostrano molto bene come un osservatore, ambivalente verso Hitler, notò la successione delle decisioni coerenti solo in ambiti limitati, ed incompatibili tra esse. L’incoerenza strategica fu evidente già nel 1939. L’esercito tedesco non era pronto alla guerra contro Francia e Gran Bretagna. Inoltre, Hitler disse, per calmare i suoi generali, che Francia e Gran Bretagna non avrebbero lottato per la Polonia. L’editoriale triste e scioccante di Marcel Déat (il famoso Morire per Danzica?) certamente rafforzò le sue opinioni. Tuttavia, il ministro degli Esteri tedesco e la diplomazia italiana attirarono l’attenzione sul fatto che la determinazione franco-inglese fu forte quella volta. In tale contesto, la ricerca del compromesso sarebbe stata logica, soprattutto da quando Hitler indicò il 1942-1943 come data per la guerra. Tutti i piani sul riarmo tedesco, aereo, terrestre e marittimo, furono pianificati sulla base di tale data e non per una guerra nel 1939. Eppure Hitler attaccò la Polonia perché “voleva” la guerra, più dell’avanzata che si aspettava da essa. Rischiò la rottura con Mussolini [9].
Nel 1940, l’operazione contro la Norvegia fu un disastro sul piano navale. La fattibilità dell’invasione della Gran Bretagna con l'”Operazione Leone Marino”, fu compromessa dalle perdite subite al momento. Tuttavia, dal punto di vista strategico, una vittoria contro la Gran Bretagna era più importante della conquista della Norvegia. Per Hitler, invece, “agire prima del nemico” era più importante di qualsiasi altra cosa. Immaginate la situazione diplomatica intricata degli alleati se Hitler avesse aspettato Churchill imporre l’idea d’invadere un Paese neutrale (Norvegia). Il dittatore si sarebbe coperto con la scusa di proteggerne la neutralità e avrebbe certamente ottenuto il supporto svedese. La decisione d’invadere la Norvegia fu, dal punto di vista strategico, una benedizione per gli alleati. Allo stesso modo, alla fine del 1941, la decisione di Hitler di dichiarare guerra agli Stati Uniti dopo Pearl Harbor non era in alcun modo giustificata, dato che il patto tripartito non aveva valenza reale da tempo e il Giappone evitò di sostenere la Germania contro l’URSS. Roosevelt avrebbe certamente avuto qualche difficoltà ad ottenere rapidamente una dichiarazione di guerra se la Germania avesse dichiarato la non-belligeranza nel conflitto tra Giappone e Stati Uniti. Ma per Hitler era essenziale prendere la decisione finale. Si vede, dal suo discorso, che la dimensione patologica della rappresentazione del mondo prevaleva. La produzione industriale degli Stati Uniti non lo spaventò perché il Paese era “mezzo ebreo e mezzo negrizzato” [10]. Questi non sono gli unici esempi di coerenza ideologica che condussero all’incoerenza strategica di Hitler, portandoci alla situazione nel giugno 1940.
La logistica dell’esercito tedesco non poté sostenere un’offensiva prolungata, i generali lo dissero a Hitler. Il grado di motorizzazione dell’esercito era relativamente basso, anche se i mezzi erano concentrati in divisioni corazzate e di cavalleria (“leggere”). La “Blitzkrieg” era un mito della propaganda e non una realtà dottrinale o operativa [11] Dopo sei settimane di aspri combattimenti, che sappiamo oggi aver causato perdite di uomini almeno pari e probabilmente superiori alle perdite franco-inglesi, con le linee di comunicazione molto allungate e notevolmente usurate, l’esercito tedesco dovette fermarsi. Inoltre, si ebbe lo stesso problema con Barbarossa, quando l’avanzata tedesca si fermò a fine luglio 1941, dando ai sovietici una tregua. Tutti gli archivi militari tedeschi convengono su tale constatazione.Quando Pétain offrì la vittoria ad Hitler
Questo spiega il motivo per cui, nel giugno 1940, Hitler si gettò letteralmente sull’offerta di armistizio di Pétain. Qui va letto attentamente il libro di William L. Shirer [12]. Shirer nel 1940 era un giornalista accreditato a Berlino e seguiva il leader nazista. Era presente alla firma dell’armistizio di Compiègne. Il suo libro s’ispira anche ai ricordi di attori importanti (Halder, Ciano, gli interrogatori di Keitel e Jodl). Osservò che Hitler rifiutò a Mussolini la maggior parte delle richieste perché temeva di spingere i francesi a rifiutare l’armistizio e a continuare la guerra. Tale paura indica chiaramente che se l’avanzata tedesca fu spettacolare, fu anche fragile. Shirer va oltre, e la seguente citazione dell’autore e testimone diretto degli eventi che poté verificare le informazioni dalle migliori fonti, è essenziale per noi: “In ultima analisi, Hitler diede al governo francese una zona non occupata nel sud e sud-est. Fu una svolta intelligente. Non solo divise la Francia geograficamente e amministrativamente, ma rese difficile se non impossibile la formazione di un governo francese in esilio ed impedì ai politici a Bordeaux di espatriare la sede del governo nel Nord Africa francese, progetto quasi riuscito e rovinato all’ultimo momento, non dai tedeschi ma dai disfattisti francesi Pétain, Weygand, Laval e sostenitori“. [13] Hitler sapeva che le sue truppe non potevano continuare l’offensiva in Francia. L’offerta francese del pane dell’armistizio fu benedetta, perché convinse Hitler che la Gran Bretagna avrebbe fatto una richiesta analoga vedendo la Francia uscire dalla guerra. Per lui, la guerra in Occidente era finita. Solo contro tutte le sue rappresentazioni mentali, secondo cui ariani non potevano combattere contro altri ariani [14], la Gran Bretagna rifiutò di firmare una pace “onorevole”. Tuttavia, la Germania non aveva i mezzi per invaderla nel settembre 1940. L’aviazione tedesca, a causa delle decisioni (anche probabilmente giustificate dallo stato dell’industria tedesca) di Udet e di Jeschonnek, era essenzialmente una forza tattica, priva di raggio d’azione. I mezzi anfibi erano praticamente inesistenti (nonostante improvvisazioni ingegnose) e la Marina tedesca non si era ancora ripresa dalle perdite subite in Norvegia. E’ qui che l’operazione “Leone Marino” fu “ripresa” in Gran Bretagna nel 1960 (quando fu girato il film la Battaglia d’Inghilterra) con non meno di quaranta attori compresi alti ufficiali superstiti di entrambi i campi (Galland, Portal, ecc). Il risultato, verificato dagli esperti (docenti del Sandhurst Military Academy erano presenti) fu il tremendo massacro di truppe tedesche [15]. Un atteggiamento “ragionevole” sarebbe stato rinviare l’operazione nella primavera del 1941, anche se, naturalmente, le forze inglesi si sarebbero rafforzate considerevolmente nel frattempo. Eppure, invece di cercare di finire il lavoro, Hitler preparò da luglio 1940 l’attacco all’URSS. Quando gli italiani lo seppero, rimasero inorriditi ma non ebbero voce in capitolo.

Inefficienza operativa
In modo caricaturale, la storiografia occidentale riprese le tesi dei generali tedeschi che, nelle loro memorie evitarono la responsabilità delle loro perdite attribuendole alla “follia” di Hitler (anche se autentica) o agli italiani. Tuttavia, un’analisi realistica dei fatti dimostra che gli stessi generali furono responsabili delle loro perdite, nonostante e anche a causa del loro successo tattico. Questo fatto è stato chiarito da Geyer che mostra che, nel 1937-1938, il pensiero strategico tedesco si dissolse nella tattica [16]. Guderian vide nel “Colpo di Falce” nel 1940 un modo per spingere la Gran Bretagna fuori dalla guerra. Riteneva che la distruzione del gruppo d’armate inglese in Francia sarebbe bastato. Si potrebbe pensare che non lesse mai nulla della strategia inglese dal XVI secolo. Naturalmente, Guderian fu aiutato dagli inetti concetti strategici dell’esercito francese. Ma il comportamento delle unità francesi, a Gembloux e Stonne (nelle Ardenne), indicò l’estrema fragilità del piano tedesco. Si noti inoltre che Guderian non riuscì a distruggere il corpo inglese che fu evacuato a Dunkerque grazie all’ingegnosità degli inglesi, ma anche, e va detto e ripetuto, al sacrificio dei soldati francesi che fermarono l’esercito tedesco per quasi tre giorni. Il comportamento di Rommel nel 1941 e 1942 ebbe i tratti dello stessa malattia. Durante le operazioni “Crusader” (novembre 1941), l’attacco all’Egitto (il “Raid”) sarebbe potuto finire in un disastro, e l’Afrika Korps (AK) fu salvata dalla lentezza inglese e da una tempesta di sabbia. Il 27 novembre 1941, Rommel poteva perdere la 15.ma Panzerdivisionen a Bir al-Shalata, e con essa l’Afrika Korps [17]. Che pensare di un generale che metteva il proprio esercito in pericolo e salvato dal maltempo e dalla lentezza del nemico…
L’attacco del giugno 1942 (Gazala) fu tatticamente brillante. Ma possibile solo grazie alla cessione all’AK dei mezzi necessari per prendere Malta. Anche in questo caso fu un azzardo che portò a una serie di brillanti successi tattici, ma esaurì l’AK su un enorme teatro e una logistica indebolita. Si noti che bastò la brillante resistenza delle forze francesi libere del Generale Koenig a Bir Haqaym per salvare gran parte dell’8.va Armata inglese. Dal 29 maggio 1942 (la battaglia iniziò il 26), l’AK era a corto di carburante e munizioni. Anche in questo caso, la fortuna giocò a favore di Rommel, che trovò un passaggio libero dal tiro dell’artiglieria inglese per trasportare il carburante e le munizioni necessari. Tutti i fatti vanno considerati. Anche in questo caso, non dispensano l’alto comando francese, che conservava concezioni strategiche arcaiche, né la responsabilità della burocrazia civile e militare il cui peso gravò nella progettazione dei mezzi, né la responsabilità politica di un’élite che in maggioranza preferì “Hitler al Fronte Popolare”. Ma questi fatti illuminano il sacrificio delle truppe francesi nel maggio-giugno 1940, e in particolare la grande responsabilità sull’armistizio di Pétain. Questi fatti gettano anche luce sulle guerre, che sono davvero perse quando si rifiuta di combatterle. E questa è una lezione che potrebbe essere notevole.Note
[2] Maurice Vaïsse (dir.), Mai-juin 1940. Défaite française, victoire allemande sous l’œil des historiens étrangers, Postface de Laurent Henninger, Paris, Éditions Autrement, 2010.
[3] Karl-Heinz Frieser, Ardennen – Sedan, Militärhistorischer Führer durch eine europäische Schicksalslandschaft, Francfort sur-le-Main, Report, 2000.
[4] Voir, Jeffery A. Gunsburg, “The Battle of Gembloux. 14–15 May 1940: The Blitzkrieg Checked”, in Journal of Military History 64 (2000), pp. 97-140. Dominique Lormier, La bataille de Stonne, Ardennes, mai 1940, Paris, le Grand livre du mois, 2010.
[5] Dominique Lormier, La bataille de Dunkerque. 26 mai-4 juin 1940. Comment l’armée française a sauvé l’Angleterre, Paris, Tallandier, 2011
[6] Jean Solchany, “La lente dissipation d’une légende, la ‹Wehrmacht› sous le regard de l’histoire”, in Revue d’histoire moderne et contemporaine 47 (2000), pp. 323-353.
[7] Raffael Scheck, Hitler’s African Victims: the German Army Massacres of Black French Soldiers in 1940, Cambridge, Cambridge University Press, 2008 ; Raffael Scheck, “They Are Just Savages: German Massacres of Black Soldiers from the French Army in 1940”, in The Journal of Modern History 77 (2005), pp. 325-344.
[8] J. Sadkovich, “German Military Incompetence Through Italian Eyes”, War in History, vol. 1, n°1, Mars 1994, pp. 39-62; stesso autore, “Of Myths and Men: Rommel and the Italians in North Africa”, International History Review, 1991, n°3.
[9] Max Gallo, “L’Italie de Mussolini”, Marabout Université, Verviers, 1966, pp. 302-06.
[10] W. Sheridan Allen, “The Collapse of Nationalism in Nazi Germany”, in J. Breuilly (ed), The State of Germany, Londres, 1992
[11] Karl-Heinz Frieser, Le Mythe de la guerre éclair, Paris, Belin, 2003
[12] W.L. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, vol. 2, Einaudi, Torino, 1962.
[13] W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, vol. 2, p. 129, op.cit.
[14] M. Burleigh e W. Wippermann, “The Racial State – Germany 1933-1945”, Cambridge University Press, 1991.
[15] F-K von Plehwe, “Operation Sea Lion 1940”, Journal of the Royal United Services Institution, March, 1973.
[16] M.Geyer, “German Strategy in the Age of Machine Warfare”, 1914-1945, in P. Paret (ed.) Makers of Modern Strategy, Princeton University Press, Princeton, N.J., 1986.
[17] Brig.Gen. H.B.C.Watkins, “Only Movement Brings Victory – The Achievements of German Armour”, in D. Crow (ed.), Armoured Fighting Vehicles of Germany -World War II, Barrie & Jenkins, London, 1978. Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In Afghanistan i russi sono rimpianti

Andre Vltchek NEO 29.07.2017Questo non dovreste leggerlo. Tutti i ricordi dell'”epoca sovietica” in Afghanistan sono stati confezionati ed etichettati come “negativi”, perfino “tossici”. Alcuna discussione sull’argomento è consentita nelle ‘cerchie istruite’, almeno in occidente e in Afghanistan. In Afghanistan l’Unione Sovietica fu incastrata e la sovranità comunista subì un colpo fatale. “La vittoria del capitalismo sul comunismo”, gridava la narrativa ufficiale occidentale. La “distruzione temporanea di tutte le alternative progressiste per la nostra umanità”, risposero gli altri, ma sottovoce. Dopo il terribile, brutale e umiliante periodo Gorbaciov/Eltsin, la Russia si è ridotta geograficamente e demograficamente, attraversando un’agonia indescrivibile, sanguinando e crogiolandosi tra i rifiuti mentre l’occidente celebrava una vittoria temporanea, ballando sul mappamondo, prevedendo la riconquista delle vecchie colonie. Ma alla fine la Russia sopravvisse, si riprese assieme alla sua dignità, ed ancora una volta è diventata uno dei Paesi più importanti della Terra, confrontandosi direttamente coi piani imperialisti mondiali occidentali. L’Afghanistan non si è mai ripreso. Da quando le ultime truppe sovietiche lasciarono il Paese nel 1989, fu terribilmente afflitto per anni, consumato da una brutale guerra civile. Il suo governo progressista dovette affrontare il terribile terrore dei mujahidin sostenuti dall’occidente e dai sauditi, con gente come Usama bin Ladin che guidava il genocidio jihadista. Socialisti, comunisti, secolari e quasi tutti coloro che s’istruirono nell’ex-Unione Sovietica o nei Paesi dell’Est furono uccisi, esiliati o silenziati per decenni. La maggior parte si stabilì in occidente semplicemente tradita; seguendo la narrativa ufficiale e dogmatica occidentale. Anche chi ancora affermava di essere di sinistra, ripeté come pappagalli la fiaba approvata: “Forse l’Unione Sovietica non era così male come i mujahidin, i taliban o addirittura l’occidente, ma era davvero brutta”. L’ho sentito a Londra e altrove da diverse bocche delle élite corrotte afghane e dai loro figli. Fin dall’inizio ne dubitai. E poi per lavoro, viaggiando in Afghanistan, parlai con decine di persone facendo esattamente ciò che mi fu scoraggiato dal fare: andare ovunque senza una scorta o una protezione, fermandomi in villaggi sperduti, entrando in catapecchie infestate da narcotici, avvicinandomi ad intellettuali importanti di Kabul, Jalalabad e altrove. “Di dove sei?” Mi chiesero molte volte. “Russia”, avrei risposto. Era una semplificazione. Sono nato a Leningrado, ora San Pietroburgo, da un incredibile miscuglio di sangue cinese, russo, ceco e austriaco che attraversa le mie vene. Tuttavia, il nome “Russia” mi è venuto naturalmente, nei deserti e nelle profonde gole afghane, specialmente in quei luoghi dove sapevo che la mia vita era appesa a un filo sottile. Se avessi pronunciato l”ultima parola in questa vita, sarebbe stata “Russia”. Ma dopo la mia dichiarazione, i volti del popolo afghano s’illuminavano inaspettatamente ed improvvisamente. “Benvenuto!” Avrei sentito ancora e ancora, seguito dall’invito ad entrare in case umili: un’offerta per riposare, mangiare o bere un bicchiere d’acqua. ‘Perché?’ Mi chiesi spesso.
“Perché?” Finalmente chiesi al mio autista e interprete, Arif, diventato mio caro amico.
“Perché in questo Paese gli afghani amano il popolo russo”, rispose semplicemente e senza alcuna esitazione.
“Gli afghani amano i russi?” Chiesi. “Davvero?”
“Sì” rispose sorridendo. “Li vogliono. La maggior parte del nostro popolo li ama”.
Due giorni dopo ero seduto su una Land Cruiser blindata dell’UNESCO, parlando con un ex- ingegnere istruito dai sovietici, ora semplice autista, Wahed Tooryalai. Mi permise di nominarlo; non aveva timore, solo rabbia che ovviamente voleva uscire dal suo corpo:
“Quando dormo, ancora a volte vedo l’ex-Unione Sovietica nei miei sogni. Dopo di che, mi sveglio e mi sento felice per un intero mese. Ricordo tutto quello che vi vidi, ancora oggi…”
Volevo sapere cosa lo rendesse veramente felice “lì”?
Wahed non esitò: “Persone! Così gentili. Accoglienti… russi, ucraini… mi sentivo a casa. La loro cultura è esattamente come la nostra. Chi afferma che i ‘russi’ occuparono l’Afghanistan è semplicemente un venduto. I russi hanno fatto tanto per l’Afghanistan: hanno costruito interi centri abitati come ‘Makrojan’, fabbriche, anche panetterie. In luoghi come Kandahar, le persone ancora mangiano pane russo…”
Ricordo le condutture dell’acqua sovietiche che fotografai nella più miserabile provincia afgana, nonché i canali elaborati presso città come Jalalabad.
“C’è tanta propaganda contro l’Unione Sovietica”, dissi.
“Solo i mujahidin e l’occidente odiano i russi”, spiegava Wahed. “E chi li serve”. Poi continuò: “Quasi tutti i poveri afghani non avrebbero mai detto nulla di brutto sui russi. Ma il governo è con l’occidente, così come le élite afghane che vivono all’estero: che acquista immobili a Londra e Dubai mentre vende il proprio Paese… chi viene pagato per “creare opinione pubblica”.
Le sue parole fluivano; sapeva esattamente cosa diceva, ed erano amare, ma era chiaramente ciò che sentiva: “Prima e durante l’epoca sovietica c’erano medici sovietici, ed anche insegnanti sovietici. Ora mostratemi un medico o un insegnante di Stati Uniti o Regno Unito nelle campagne afgane! I russi erano dappertutto e mi ricordo ancora alcuni nomi: Ljudmila Nikolaevna… Mostratemi un medico o infermiere occidentale qui. Prima medici ed infermieri russi lavoravano in tutto il Paese e i loro stipendi erano così bassi… usavano la metà per le proprie spese e l’altra metà la distribuivano ai nostri poveri… Ora guardate ciò che fanno statunitensi ed europei: sono venuti qui per fare soldi!”
Ricordo il mio recente incontro con un combattente georgiano, sotto il comando degli Stati Uniti nella base di Bagram. Disperato, mi ricordò la sua esperienza: “Prima di Bagram ero nella base statunitense Leatherneck, nella provincia di Helmand. Quando gli statunitensi uscivano, addirittura estraevano il cemento dal suolo. Scherzavano: “Quando siamo venuti qui, non c’era niente, e non ci sarà nulla dopo che ce ne andremo…” Ci vietarono di dare cibo ai bambini. Quello che non potevamo consumare, dovevamo distruggerlo, ma non darlo alla popolazione locale. Non capisco ancora perché? Chi proviene da Stati Uniti o Europa occidentale mostra tanta malinconia per il popolo afghano!”
Che contrasto!
Wahed ricordava come l’eredità sovietica fu bruscamente sradicata: “Dopo l’era dei taliban, eravamo tutti poveri. C’era la fame; non avevamo niente. Poi l’occidente venne iniziando a gettare soldi dappertutto Karzai e le élite continuavano ad arraffare tutto quello che potevano, ripetendo come pappagalli: “Gli Stati Uniti sono buoni!” I diplomatici del governo di Karzai, le élite, si costruiscono la casa negli Stati Uniti e nel Regno Unito, mentre le persone istruite nell’Unione Sovietica non hanno alcun lavoro dignitoso. Eravamo tutti nella lista nera. Tutta l’istruzione doveva essere dettata dall’occidente. Se avevi studiato nell’Unione Sovietica, in Cecoslovacchia, nella Germania dell’Est o in Bulgaria, ti avrebbero solo detto: fuori comunista! Almeno ora siamo autorizzati ad ottenere dei posti di lavoro… Siamo ancora puri, puliti, mai corrotti!”
“Le persone ancora se lo ricordano?” chiesi.
“Naturalmente! Andate in piazza o in un villaggio. Ditegli: “Come stai?” in russo. Ti invitano immediatamente a casa, per nutrirti e abbracciati…”
Ci provai alcuni giorni dopo, nel mercato… e funzionò. Provai in una città provinciale, e funzionò di nuovo. Finalmente provai in un villaggio infiltrato dai taliban a 60 chilometri da Kabul, e non funzionò. Ma riuscì a scappare.
Incontrai Shakar Karimi nel villaggio di Pola Sharkhi. Un patriarca e capo distrettuale nella provincia di Nangarhar. Gli chiesi quale era il miglior sistema mai adottato nel moderno Afghanistan? Innanzitutto parlò della dinastia Khan, ma poi indicò un leader afghano di sinistra, brutalmente torturato e assassinato dai taliban dopo che entrarono a Kabul nel 1996: “Se avessero lasciato in pace il Dottor Najib, sarebbe stato un bene per l’Afghanistan!”
Gli chiesi dell’invasione sovietica nel 1979.
“Sono venuti perché ricevettero informazioni sbagliate. Il primo errore fu entrare in Afghanistan. Il secondo errore fatale fu quello di andarsene”.
“Qual è la principale differenza tra russi ed occidentali durante l’invasione dell’Afghanistan?”
“Il popolo russo è venuto prevalentemente per aiutare l’Afghanistan. La relazione tra russi e afghani fu sempre grande. C’era vera amicizia e la gente interagiva, c’erano anche feste e visite reciproche”.
Non andai oltre; non chiesi cosa succeda oggi. Era troppo evidente. “Muri enormi e cavi ad alta tensione”, sarebbe stata la risposta. Droni e armi ovunque e assoluta mancanza di fiducia… e la divisione sconfinata tra pochi superricchi e la grande maggioranza dei disperatamente poveri… il Paese più depresso del continente asiatico.
Poi chiesi al mio compagno Arif se tutto questo fosse veramente vero?
“Certo!” Gridò con passione. “100% vero. I russi costruirono strade, case per il nostro popolo e trattavano bene gli afgani, come fratelli. Gli statunitensi non hanno mai fatto niente per l’Afghanistan, quasi niente. Si preoccupano solo dei propri vantaggi”. “Se ci fosse un referendum proprio adesso, con una semplice domanda: “vuoi che l’Afghanistan sia con la Russia o con gli Stati Uniti”, la grande maggioranza voterebbe per la Russia, mai per gli Stati Uniti o l’Europa”. E sa perché? Sono afghano: quando il mio Paese sta bene, sono felice. Se il mio Paese sta male, allora soffro! La maggior parte delle persone qui, a meno che non siano indottrinati o corrotti dagli occidentali, sa perfettamente cosa fece la Russia per questo Paese. E sa come l’occidente ha ferito la nostra terra”.
Ovviamente questo non è ciò che ogni afghano pensa, ma la maggior sicuramente. Basta andare in ogni angolo del Paese e chiedere. Non si dovrebbe, naturalmente. Ti viene detto di evitare di venire qui, di vagare in questa terra “illegale”. E non dovresti andare dalla gente. Invece dovresti riciclare gli scritti di accademici smidollati e vigliacchi, nonché i media servili. Se sei liberale, aspettati almeno di sentire: “non c’è speranza, alcuna soluzione, niente futuro”. Nel villaggio di Goga Manda, i combattimenti tra taliban e truppe governative sono ancora un pericolo. In tutta l’area si trovano i resti arrugginiti di mezzi sovietici, nonché vecchie case distrutte dalle battaglie dell’epoca sovietica. I taliban si trovano proprio dietro le colline, attaccando le forze armate dell’Afghanistan almeno una volta al mese. Quasi 16 anni dopo l’invasione della NATO e conseguente occupazione del Paese, questo villaggio, come migliaia di altri in Afghanistan, non ha accesso all’elettricità e all’acqua potabile. Non c’è una scuola raggiungibile, neanche un presidio medico, lontano da qui 5 chilometri. Qui una famiglia media di 6 persone deve sopravvivere con 130 dollari al mese e questo solo se alcuni lavorano in città. Chiedo a Rahmat Gul, insegnante in una città vicina, se i tempi “russi” erano migliori. Esitò per quasi un minuto e poi rispose vagamente: “Quando i russi erano qui, c’erano un sacco di sparatorie… una vera guerra… la gente moriva. Durante il periodo jihadista, i mujahidin erano posizionati laggiù… sparavano da quelle colline, mentre i carri armati sovietici erano situati vicino al fiume. Molti civili furono presi dal fuoco incrociato”. Mentre ero pronto a fare altre domande, il mio interprete cominciò a preoccuparsi: “Andiamo! Vengono i taliban”.
È sempre calmo. Quando s’innervosisce so che è veramente il momento di correre. Corriamo, semplicemente accelerando e guidando a rotta di collo sulla strada. Prima di separarci, Wahed Tooryalai mi afferrò la mano. Sapevo che voleva dire qualcosa di essenziale. Aspettai la domanda. Poi con un russo ancora eccellente: “A volte mi sento così male, così arrabbiato. Perché Gorbaciov ci abbandonò? Perché? Stavamo agendo bene. Perché ci ha abbandonato? Se non ci avesse tradito, la vita in Afghanistan sarebbe stata grande. Non sarei un autista delle Nazioni Unite… ero il vicedirettore di un’enorme panificio, con 300 persone che vi lavoravano: costruivamo il nostro amato Paese, crescendo. Spero che Putin non ci abbandoni”. Poi mi guardò dritto negli occhi, e all’improvviso ebbi la pelle d’oca mentre parlava e i miei occhiali s’appannarono: “La prego dica a Putin: gli tenga la mano, come ora tengo la sua. Gli dica ciò che ha visto nel mio Paese; che noi afghani, o almeno molti di noi, sono ancora persone dritte, forti e oneste. Tutto questo finirà e cacceremo statunitensi ed europei. Accadrà molto presto. Allora venite da noi, dai veri patrioti afghani! Siamo qui pronti e in attesa. Tornate per favore.”Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora