Il ‘Piano B’ della Grecia: il pivot su Israele

Alessandro Lattanzio, 3/8/2015

E’ probabile che i greci abbiano chiesto qualcosa ai russi, ma i cinesi hanno detto di no. Kammenos non ha mai parlato di Iran, ma di terrorismo nei balcani. L’accordo con Israele rientra nel quadro della spartizione delle risorse petrolifere del mediterraneo, chiunque avrebbe agito nello stesso modo, sopratutto Atene, e dopo che i ministri degli esteri israeliano Dore Gold e il suo omologo turco Feridun Sinirlioglu si erano incontrati in segreto a Roma. L’accordo israelo-greco è di carattere legislativo, non militare. Varoufakis ha clonato conti correnti e ha creato una cellula segreta che si è dedicata all’hackeraggio (il tutto in combutta con hedge fund-Soros e forse la NSA statunitense). Inevitabile che finisse indagato.

Il ministro degli Esteri greco Nikos Kotzias e il premier israeliano Biniyamin Netanyahu

Il ministro degli Esteri greco Nikos Kotzias e il premier israeliano Biniyamin Netanyahu

Il 19 luglio Grecia ed Israele firmavano un accordo sullo “status delle forze militari” che “offre difesa legale ai rispettivi militari mentre si addestrano nel Paese controparte dell’accordo”. “Apprezziamo molto la vostra visita in un periodo difficile per la Grecia“, dichiarava il ministro della Difesa israeliano Moshe Yalon, ex-capo di Stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) all’omologo greco Panos Kammenos, “Questo sottolinea l’importanza delle relazioni tra i nostri Paesi“. Kammenos ha difeso l’accordo per motivi di “antiterrorismo”, insistendo che “il popolo greco è molto vicino al popolo d’Israele”, aggiungendo che il terrorismo è presente al di fuori del Medio Oriente, in particolare nei Balcani, rappresentando una minaccia la Grecia. Yalon aveva risposto che “Il terrorismo è terrorismo. Oggi è diretto contro qualcun altro, e domani raggiunge te“. Durante l’incontro, i due ministri hanno discusso anche di questioni attinenti la sicurezza marittima e delle risorse energetiche nella ZEE di Grecia, Cipro e Israele; cooperazione nell’industria della difesa e distribuzione di energia. Il Capo di Stato Maggiore greco Viceammiraglio Evangelos Apostolakis firmava un accordo con l’omologo israeliano sulla cooperazione idrografica tra i due Paesi. Già nel 1994 Israele e Grecia firmarono un accordo di cooperazione nella difesa. In precedenza, il 6 luglio, il ministro degli Esteri greco Nikos Kotzias incontrava il ministro israeliano delle infrastrutture nazionali, dell’energia e dell’acqua Yuval Steinitz sul futuro della cooperazione energetica. Kotzias aveva discusso con Steinitz la possibilità di creare un corridoio energetico israelo-greco-cipriota e la posa di un gasdotto tra i tre Paesi, aprendo una via al mercato europeo ad Israele. A novembre, l’ex-ministro dell’energia Silvan Shalom espresse sostegno al gasdotto da Israele per Cipro e Grecia, e nell’incontro con Kotzias, Shalom aveva ribadito l’idea di costruire il gasdotto in parte con i finanziamenti dell’Unione Europea. “Il gasdotto diverrebbe un’ulteriore fonte di gas per l’Europa, affidabile e disponibile“, aveva detto Shalom. Il piano infrastrutturale tra Israele, Cipro e Grecia comporterebbe anche la costruzione di un elettrodotto sottomarino di 270 km da Israele a Cipro e un altro di 600 km da Cipro alla Grecia, permettendo un flusso bidirezionale per 2000 megawatt. A Kotzias Steinitz aveva detto che Israele segue accuratamente gli sviluppi in Grecia e che Israele esprime la speranza che la Grecia esca dalla crisi rapidamente. Ringraziando Steinitz per i suoi commenti, Kotzias rispose che Israele è uno dei più stretti amici della Grecia nel mondo e “certamente nella regione”.
egypte-israel_leviathan-gasNel frattempo, nei prossimi 18 mesi la Grecia dovrà ricevere 2 nuovi sottomarini di costruzione tedesca e due pattugliatori d’attacco fabbricati in Gran Bretagna. Nonostante ciò, le forze armate elleniche, che contano 109000 militari (e altrettanti stipendi) si sono viste ridurre le spese per la difesa del 54% (4 miliardi di euro) l’anno scorso. Il governo greco aveva offerto di ridurre le spese militari di 200 milioni, ma la troika, smentendo ciò che si dice sugli interessi tedeschi e francesi, rispose chiedendo una riduzione di 400 milioni di euro. La proposta del Primo ministro Alexis Tsipras di ridurre di 200 milioni la spesa militare, suscitava a sua volta le minacce del Ministro della Difesa Panos Kammenos, del partito ANEL, di lasciare il governo. Il governo Tsipras dichiarava quindi che non ci sarebbero stati più tagli alla Difesa. Comunque, il bilancio della Difesa è ancora pari al 2,5% del PIL della Grecia. La Grecia è uno dei pochi membri della NATO, assieme a Stati Uniti, Regno Unito, Estonia, Turchia e Polonia, a seguire la raccomandazione dell’alleanza per una spesa militare superiore al 2% PIL. Un’ennesima smentita degli isterismi sull’imminente guerra, e addirittura invasione, della NATO contro Russia, Serbia o quant’altro. Ad aprile il governo greco firmava un accordo da 500 milioni di dollari con gli Stati Uniti per l’aggiornamento di 5 pattugliatori, il che spiegherebbe l’atteggiamento morbido del FMI, feudo di Washington, nei confronti della crisi greca. “Nient’altro può essere tagliato senza impatto sulle forze armate“, ha detto l’ex-Maggior-Generale Ioannis Parisis, presidente dell’Accademia per le analisi strategiche di Atene. “Se torniamo alla dracma, sarà un colpo mortale alle forze armate perché importiamo quasi tutto“, compreso il carburante. La Grecia ha più truppe della Polonia, Paese con una popolazione tre volte più grande, e questo per difendersi dall”alleata’ Turchia, altro Paese membro della NATO, anche se Ankara s’era offerta di aiutare Atene. La Grecia aumentò le spese militari quando la Turchia invase Cipro nel 1974, e le ultime follie furono l’acquisto di 170 carri armati tedeschi Leopard 2 per 1,7 miliardi di euro nel 2003. La Grecia ha anche acquistato da Germania, Francia, Gran Bretagna, USA e Ucraina 400 tra aerei ed elicotteri, 9 sottomarini e circa 30 navi da guerra. Ma oggi i tagli al bilancio hanno messo a terra diversi aerei e immobilizzato i carri armati. Il governo Tsipras finora s’è anche rifiutato di ridurre il personale militare, improponibile per un Paese con un tasso di disoccupazione del 26%. Inoltre il ministro della Difesa Kammenos ha un ampio seguito tra i militari, e la prospettiva di migliaia di soldati disoccupati non aggrada il partner della coalizione di Syriza, anche perché, “La gente vede le spese per la Difesa come necessarie data la lunga ostilità turca sul Mar Egeo“, spiega il giornalista greco Matthaios Tsimitakis. “La stragrande maggioranza dei greci sarebbe molto felice di tagliare le spese militari, a condizione che l’UE garantisca i confini della Grecia“.GreekAirspace-011-714x472Infatti, gli aerei da guerra turchi hanno notevolmente aumentato le incursioni nello spazio aereo greco. Il 15 luglio, 6 caccia turchi violarono lo spazio aereo greco 20 volte, dopo l’incursione di elicotteri militari turchi la settimana precedente. Dopo diversi anni, le incursioni aeree turche sui territori della Grecia sono balzati in alto. “La ragione principale sono i conflitti di sovranità sul Mar Egeo“, dichiarava Mustafa Kutlay, professore presso l’Università di Economia e Tecnologia di Ankara. “I turchi cercano d’imporre la loro sovranità sulle isole contese e trascinare la Grecia al tavolo dei negoziati“, dichiarava Thanos Dokos, direttore generale della Fondazione ellenica per la politica estera ed europea, “Ciò che preoccupa sono i voli a bassa quota, spesso degli elicotteri, su queste isole“. Molti degli incidenti avvengono sulle acque a quattro miglia dalle coste turche e su un arcipelago di sedici isole che Atene considera suo territorio; rivendicazioni contestate da Ankara. Le incursioni turche di giugno e luglio si sono avute su questi isolotti, tra cui Farmakonisi, Kounelonisi, e Agathonisi. Nel 2014 i velivoli militari turchi avevano violato lo spazio aereo greco per 2244 volte, e 361 volte fino al maggio 2015. “Il riavvicinamento politico tra i due Paesi, nei primi anni 2000, e la crisi economica greca contribuirono a diminuire i duelli aerei“, osservava Kutlay, direttore del Centro Studi europei USAK, think-tank turco, “Ma il mutevole ambiente della sicurezza regionale sembra colpire un nervo scoperto e Turchia e Grecia sono ora più sensibili nei rispettivi confronti sull’Egeo“. Lo stato di prostrazione della Grecia non pone alcuna minaccia alla Turchia, e lo Stato Maggiore turco non ha alcuna ragione per far incrementare le attività aree. “Nel caso di incursioni aeree, si deve reagire“, afferma Dokos. “E’ molto difficile ritirarsi unilateralmente da una situazione di aggressione militare. E’ una situazione tragica, perché i soldi che spendiamo per i duelli aerei con la Turchia l’avremmo potuto spendere per altre priorità della Difesa“. Nel 1987 e nel 1996 i due Paesi furono sull’orlo della guerra. Nel 2006 in un duello aereo 2 caccia F-16, uno turco e l’altro greco, entrarono in collisione, uccidendo il pilota greco. Poco dopo l’insediamento a gennaio, il ministro della Difesa Kammenos si recò sulle isole contestate, mentre il ministro della Difesa turco Ismet Yilmaz affermò in Parlamento che appartengono di fatto alla Turchia. A maggio, Kammenos propose la costruzione di una base NATO in una delle isole contestate in modo che l’alleanza “avesse una visione completa del comportamento della Turchia nella regione“. Ulteriore spiegazione del ‘pivot israeliano’ di Atene. La Turchia porta avanti un ambizioso programma di modernizzazione dell’aeronautica, già dotata di oltre 100 jet da combattimento F-16. A gennaio, il governo turco approvava l’acquisto di 4 aviogetti da caccia F-35 e 5 elicotteri Chinook, ed ha in programma di acquistare 100 F-35, mentre a primavera il governo turco approvava anche un programma per lo sviluppo di aerei da combattimento e di un jet regionale per uso civile e militare.
1422440547680 L’ex-ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis viene indagato per aver piratato i conti dei contribuenti greci, in vista dell’uscita della Grecia dall’euro, nell’ambito di una squadra segreta tra cui figurava l’economista statunitense James Galbraith, il quale precisava presso i media che “oltre a una conversazione telefonica inconcludente con il deputato Costas Lapavitsas, non c’era alcun coordinamento con Siryza e le idee del nostro gruppo di lavoro avevano ben poco in comune con le loro”. Varoufakis, che affronta anche l’accusa di alto tradimento, confermava i preparativi segreti per hackerare in codici fiscali dei cittadini greci per creare un sistema di pagamento parallelo. In una conferenza a Londra, presso il think tank OMFIF, del 16 luglio, Varoufakis aveva delineato il suo piano segreto e accusava il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble di “propendere per la Grexit”, far uscire Atene dall’eurozona e ricattare la Francia; “Avevamo intenzione di creare, di nascosto, conti di riserva collegati ad ogni codice fiscale, senza dirlo a nessuno affinché questo sistema operasse in segreto, naturalmente poteva essere denominato in euro, ma poteva essere subito convertito in nuova dracma. Il primo ministro, prima della nomina e delle elezioni di gennaio, mi diede via libero per sviluppare un piano B. Riunì una squadra molto competente, limitata dovendo mantenere questo piano segreto per ovvie ragioni. Ci lavoravamo da dicembre-inizio gennaio. Il nostro piano si sviluppava su molti fronti, io ne indico uno. Prendiamo il caso dei primi momenti in cui le banche vengono chiuse. I bancomat non funzionano più ed è necessario implementare un sistema di pagamento parallelo per sostenere l’economia per qualche tempo e dare l’impressione al pubblico che lo Stato ha il controllo, che c’è un piano. Lo programmammo. Ciò avrebbe creato un sistema bancario ombra durante la chiusura delle banche per l’azione aggressiva della BCE, per soffocarci. Era molto tardi e penso che avrebbe fatto la differenza, perché potevamo subito estenderlo, utilizzando le applicazioni degli smartphone, divenendo un sistema parallelo, ovviamente, basato sull’euro ma che poteva essere convertito in dracme subito. La direzione generale delle finanze pubbliche era completamente controllata dalla troika. Non dal mio ministero, da me, ministro, ma da Bruxelles. L’Amministratore Delegato viene nominato su supervisione della troika. Immaginate, è come se le finanze del Regno Unito siano controllate da Bruxelles. Sono sicuro che che fa rizzate i capelli a sentirlo“. Varoufakis quindi chiamò un “amico d’infanzia”, professore d’informatica presso la Columbia University, e lo nominò Direttore Generale dei Sistemi Informativi. “Dopo una settimana, mi disse: ‘Sai una cosa? Controllo macchine ed attrezzature, ma non controllo il software. Appartiene alla Troika. Cosa faccio?’. Decidemmo di usare un programma dal computer del mio ufficio per copiare i codici dal sito web delle imposte (Taxisnet), per progettare e sviluppare il sistema parallelo di pagamento. Eravamo pronti ad ottenere il via libera dal Primo Ministro, quando le banche avrebbero chiuso, entrando nella direzione generale delle finanze pubbliche, controllata da Bruxelles, e collegare il portatile per attivare il sistema“. Cosa tentava di attuare di attuare Varoufakis? Un golpe degli hedge funds? Per conto di Soros come sospetta da tempo Wayne Madsen.
Il Segretario generale del Partito comunista sudafricano e ministro della Funzione pubblica Jeremy Cronin ha affermato, riguardo alla relazione tra Grecia e BRICS, “Prima del referendum greco si è detto che la banca BRICS avrebbe fornito i finanziamenti. Per quanto ne so, la questione non fu mai formalmente sollevata. C’è certamente simpatia per la Grecia…. Tuttavia, non va esagerata la portata di una sola istituzione di recentissima creazione. … La realtà attuale dell’UE riflette la realtà globale, con un centro economico (Germania in particolare), economie semi-periferiche (Grecia, Irlanda) e periferiche (gran parte dell’Europa orientale). Ciò evidenzia la necessità di una solidarietà anticapitalista globale e della difesa della sovranità nazionale e democratica. La complicità dei socialdemocratici tedeschi (e di altre formazioni europee di centro-sinistra), nel sostenere il piano di austerità greco è molto istruttiva, come lo è la responsabilità storica del PASOK su gran parte della crisi attuale. … Guardando la situazione greca dalla prospettiva meridionale, chiaramente un piano B era e rimane l’unica via d’uscita, anche se tali scelte possono essere difficili. La nostra lettura è che le misure di austerità imposte alla Grecia sono dettate più da ragioni politiche che da imperativi economici. Qualsiasi tentativo di tracciare un percorso nazionale relativamente sovrano su mandato democratico viene punito, avvertendo Spagna, Italia, Portogallo ed Irlanda e ovunque agiscano partiti anticapitalisti. Ho il sospetto che questo sia il motivo per cui il FMI ha preso una posizione più economica e meno politica, avendo chiaro che l’attuale assetto non è sostenibile”.

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ll ministro della Difesa israeliano Moshe Yalon con l’omologo greco Panos Kammenos

La Turchia in soccorso della Grecia…
Philippe Grasset, Dedefensa, 1° luglio 2015

GreekCoast-714x868Dal momento che la Grecia ha le sue difficoltà in Europa, sinonimo di pace e prosperità almeno dal 2010-2011, un problema aleggia sullo sfondo, l’atteggiamento della Turchia. Entrambi i Paesi hanno sperimentato decenni di acuto confronto e ancora hanno controversie, in particolare sulle prerogative nelle rispettive aree sul Mar Egeo, sulla questione di Cipro, ecc. Anche se alleati nella NATO il “conflitto” tra Grecia e Turchia è un classico dal 1945, alcuni esperti e diplomatici greci hanno talvolta sollevato la possibilità che l’indebolimento della Grecia avvantaggi la Turchia che prende l’iniziativa su ogni lite, e vi sono anche casi in cui si registrano incidenti aerei, con alcune incursioni aeree turche sulle acque territoriali greche soggette alle pretese turche. Altre critiche furono rivolte da certi circoli greci alla Turchia secondo cui riceve un numero considerevole di rifugiati siriani per facilitarne il passaggio in Grecia, già sovraccarica di rifugiati e nello stato catastrofico che sappiamo. È quindi tanto più notevole che la Turchia segnali per la prima volta dalla crisi greca, in modo notevole, ufficiale e volontario con un discorso del primo ministro Ahmed Davutoglu sulla situazione greca, con solidarietà completamente positiva, una proposta di aiuto alla Grecia. AFP (La Croix del 30 giugno 2015) ha trascritto la proposta di Davutoglu: “Il Primo ministro islamico-conservatore della Turchia Ahmet Davutoglu ha offerto aiuto alla Grecia, al limite dell’inadempienza, affermando di esser pronto a considerare “qualsiasi proposta di cooperazione” con il vicino. “Vogliamo che la Grecia sia forte, (…) siamo pronti ad aiutarla a superare la crisi economica con la cooperazione su turismo, energia, commercio”, ha detto Davutoglu durante il discorso ai membri del partito. “Contatteremo la Grecia per organizzare un incontro di cooperazione ad alto livello nel più breve tempo possibile, prendendo in considerazione un’azione comune sulla crisi finanziaria che l’ha colpita”, ha aggiunto“. Sputnik riporta l’intervento di Davutoglu, anche intervistando altri politici, turchi e greci, le cui reazioni erano tutte estremamente favorevoli. (Sputnik, 30 giugno 2015).
… Alla domanda di Sputnik (sull'”aiuto umanitario” di 1,9 miliardi di dollari, il deputato del Partito Democratico del Popolo, Ertugrul) Kurkçu ha detto: “Sarebbe il miglior aiuto possibile al vicino attualmente in una situazione economica difficile. Ciò svilupperà amicizia e riconoscimento del popolo greco e ci permetterà di stabilire la pace nella regione del Mar Egeo”. Secondo il deputato, la Turchia ha risorse sufficienti per aiutare la Grecia, in particolare nel 2013 Ankara contribuì con 1,9 miliardi dollari di dollari di aiuti umanitari alle organizzazioni internazionali. “Potremmo dare questo aiuto alla Grecia come debito senza interessi”, aveva detto. Secondo Kurkçu, il versamento di 1,6 miliardi di euro, la parte del debito che Atene deve pagare ora, potrebbe essere un efficace passo diplomatico permettendo alla Grecia di evitare il default e di organizzare il referendum. “Abbiamo fatto questa proposta perché siamo solidali con il governo di Syriza e i nostri obiettivi politici sono gli stessi”, ha detto Kürkçü. “La deputata di Syriza Sia Anagnostopoulou ha accolto con favore la proposta della Turchia. “La solidarietà dei Paesi vicini è molto importante. Insieme possiamo diventare più forti e ricchi. In questo contesto, la proposta del signor Kurkçu è molto importante per noi”, aveva detto“. Presumibilmente, se Davutoglu l’ha detto è indubbio che avesse l’appoggio completo di Erdogan (Davutoglu non avrebbe preso una posizione su un tema così delicato senza l’approvazione del presidente, inoltre i due uomini sono molto vicini). La posizione della Turchia, generalmente ostile alla Grecia, in favore di una solidarietà attiva con essa sembrerebbe sorprendente, veramente sorprendente anche nella fantasiosa politica a tutto campo di Erdogan, a volte greve e a volte migliore. (L’aspetto stravagante di Erdogan sembra riservato principalmente a tutto ciò che sia ad est/sud-est, cioè in Medio Oriente in generale. A nord/nord-est, e in particolare con la Russia, Erdogan sembra generalmente meno stravagante seguendo linee più solide: la Grecia ne è l’azimut). Pertanto la Turchia di Erdogan ha adottato verso la Grecia una politica di solidarietà attiva, mentre le è stata a lungo ostile potendo semplicemente rimanere indifferente; ciò non dovrebbe sorprendere più di altre giravolte di Erdogan. Ma questa svolta ha finemente operato e ben negoziato, e sarebbe senza dubbio estremamente interessante; insomma, merita attenzione oltre la semplice osservazione della singola iniziativa “umanitaria” bramata dalle direzioni politiche del blocco BAO. (Ma dal loro punto, finora, volto agli aiuti “umanitari” alla Grecia…)
La differenza di linguaggio dei turchi verso la Grecia da un lato, e quello delle “istituzioni” del sistema e altre europee verso la Grecia, dall’altro lato, è impressionante. I primi parlano di politica, solidarietà regionale, solidarietà umana, necessità di stabilità comune, condivisione di responsabilità politica e umana; i secondi parlano di leggi economiche (a loro vantaggio), labirinto finanziario, settarismo capitalistico, ultimatum contabili, distruzione di economie, creazione del debito per distruggere le nazioni a vantaggio delle banche, ecc. Da un lato linguaggio umano e politico, dall’altro quello contabile spietato senza il minimo interesse per il fattore umano. Inoltre, nelle dichiarazioni citate sembra che tutto avvenga come se la Grecia affronti un avversario comune anche alla Turchia, e che non sia altro che l’inganno monetario che ottusamente schiaccia i popoli con la macchina-sistema, la finanza che spazza via le strutture umane a vantaggio degli azionisti e del sistema di omologazione… La solidarietà c’è anche a questo livello, tra comunità, popoli, comunità umane che naturalmente diventano antisistema perché inconsciamente sentono che l’attacco del sistema a uno di loro riguarda tutti, perché il sistema non fa assolutamente mai eccezioni, strutturate o perenni. Naturalmente, si potrebbero evocare le manovre turche, i vantaggi che la Turchia potrebbe affermare verso la Grecia in cambio dell’aiuto che avrebbe intenzione di offrire, cosa né impossibile né cattiva, ma preferiamo considerare la situazione presentatasi in tutta la sua crudezza ed imponenza, perché infinitamente più interessante. (E anche se l’aiuto della Turchia alla Grecia è minimo rispetto alle capacità turche: in questo caso, il gesto ha un potere politico sproporzionato all’importo previsto, ed è la politica che c’interessa più della grande contabilità finanziaria). Si potrebbe anche aggiungere che se una manovra c’è, potrebbe essere la Turchia che dice alla Grecia dietro le quinte, “l’UE non ci vuole ma vedete come l’Unione europea considera coloro che ne fanno parte e come noi trattiamo uno dei membri dell’UE“. Infine si aggiunga la dimensione regionale. Questa mano tesa turca alla Grecia dovrebbe incoraggiarla ad avvicinarsi alla Turchia, come a continuare, e questa volta i catastrofici attacchi europei sono presenti e identificati come tali, l’apertura alla Russia in modo più serio di quanto mai fatto finora. Si noterà immediatamente che ci si ritrova in piena coerenza, perché da una parte c’è la vicinanza tra Russia e Turchia (nonostante un momentaneo raffreddamento che appare passeggero della Turchia verso la Russia avendo Putin partecipato alle cerimonie del centenario del genocidio armeno), e dall’altra parte in particolare il gasdotto South Stream, bruscamente abbandonato in barba all’UE dalla Russia nel dicembre scorso, e sostituito dal gasdotto Turkish Stream proposto dalla Russia alla Turchia, che rientra in Europa propria dalla Grecia.Pipelines_Blue_South_Stream_risultatoFonti:
Les Crises
Haaretz
Histoire et Societé
Indian Punchline
Israel Defense
Jerusalem Post
MoD Greece
Mondoweiss
Politico
Politico
Straits Times

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tsipras chiese a Putin 10 miliardi di dollari per “stampare dracme”

Tyler Durden Zerohedge 21/07/2015Tsipras meeting with Putin KremlinA gennaio, quando segnalammo la prima sfida ufficiale all’Europa dell’allora nuovo primo ministro greco Tsipras, (che per promemoria visitò da subito il poligono di tiro in cui i nazisti giustiziarono 200 greci il 1° maggio 1944), notammo che era l’inizio del perno greco dall’Europa verso la Russia. Commentammo molte altre cose accadute da allora: “L’Europa, per esempio, sarà più dispiaciuta che la Grecia decida di mettere al primo posto delle priorità il popolo piuttosto che gli acquirenti offshore di beni greci. La maggior parte è dispiaciuta, soprattutto visto che la liquidazione della Grecia è parte dell’accordo salvataggio greco: un accordo che la troika ha ripetutamente affermato di non dover rinegoziare”. Ma soprattutto, anche allora dicemmo esplicitamente che se la Grecia debba mantenere la sua leva (cosa che ha scoperto non avere nel modo peggiore 6 mesi dopo), aveva bisogno di un piano B riguardante una fonte alternativa di fondi, cioè Russia e/o Cina; una possibile fonte finanziaria ad interim tanto necessaria per la Grecia mentre stampa propria moneta e si prepara ad evadere dal carcere europeo. “I tedeschi non erano felici: un banchiere tedesco avvertì problemi terribili se il nuovo governo attuava il programma di aiuti del Paese in questione, mettendo a repentaglio il finanziamento delle banche. “Si avrebbero conseguenze fatali per il sistema finanziario della Grecia. Le banche greche perderebbero l’accesso al denaro della banca centrale”, disse il membro del consiglio della Bundesbank Joachim Nagel al giornale Handelsblatt. Beh, forse… A meno che, naturalmente, la Grecia non trovi una nuova fonte alternativa di finanziamento che non abbia nulla a che fare con l’establishment del FMI, i cui “salvataggi” sono solo una cortina fumogena per attuare politiche filo-occidentali e consentire la rapida liquidazione di qualsiasi società “salvata”… Il che significa, naturalmente, che ora Russia (e Cina) dovevano diventare alleati cruciali della Grecia, il che spiegherebbe immediatamente il perno logico verso Mosca”. Un po’ scherzando, il 27 giugno, il giorno dopo che Tsipras annunciava in modo scioccante il referendum, ripetemmo proprio questo: “Cara Grecia, se vuoi un prestito dall’Asian Infrastructure Investment Bank, spedisci una mail a information@aiibank.org”.
Come si è visto, niente di tutto ciò era uno scherzo e se il giornale greco “To Vima” va preso sul serio, c’era un “Piano B” da 10 miliardi di prestiti urgenti da Vladimir Putin per finanziare la nuova moneta greca, proprio ciò che la Grecia contemplava! Secondo Greek Reporter, il primo ministro greco Alexis Tsipras chiese al presidente russo Vladimir Putin 10 miliardi di dollari per stampare dracme. In altre parole, se è vero, allora la Grecia fece proprio come dicemmo doveva fare: avvicinare la Russia e i Paesi BRICS con una richiesta di finanziamento per sfuggire alla forza gravitazionale europea… L’articolo cita Tsipras nella sua ultima intervista all’emittente nazionale greca ERT dove dice che “affinché un Paese stampi la propria valuta nazionale, ha bisogno di riserve in valuta forte“. Tuttavia, un po’ sorprendentemente, Mosca e Pechino dissero di no: “La risposta di Mosca fu la vaga menzione di un anticipo di 5 miliardi di dollari per il nuovo gasdotto South Stream che attraverserà la Grecia. Tsipras fece richieste simili a Cina e Iran, ma senza alcun risultato”, dice l’articolo che continua: “Tsipras progettava il ritorno alla dracma dall’inizio del 2015 e contava sull’aiuto della Russia per raggiungere questo obiettivo. Secondo l’articolo, Panos Kammenos, Yiannis Dragasakis, Yanis Varoufakis, Nikos Pappas, Panagiotis Lafazanis e altri membri della coalizione erano consapevoli del piano. Nella sua prima visita a Mosca, Tsipras condannò la politica dell’Unione europea in Ucraina e sostenne il referendum dell’Ucraina orientale che cercava la secessione. Fu allora che la Germania capì che la Grecia era disposta a mutare alleanze, cosa che metterebbe a rischio la coesione dell’eurozona. Tsipras sperava che la Germania indietreggiasse con tale minaccia e offrisse alla Grecia un generoso taglio del debito. Al momento Tsipras ambiva ad essere il soggetto che avrebbe potuto cambiare l’Europa, prosegue l’articolo. Si parla anche di una “offerta geopolitica”, quando Tsipras fu presentato a Leonid Resetnikov, direttore dell’Istituto di studi strategici russo, prima delle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014. La presentazione fu fatta dal professore di studi russi Nikos Kotzias, che in seguito incassò il favore divenendo ministro degli Esteri”. Ma la maggiore sorpresa fu Putin che rifiutò l’offerta la notte del referendum. “Il referendum del 5 luglio fu il banco di prova di Tsipras per vedere ciò che il popolo greco pensa dell’Europa e della zona euro. Tuttavia, la notte del referendum, la Russia disse che Putin non voleva sostenere il ritorno della Grecia alla dracma. Ciò fu confermato nei giorni seguenti. Dopo di che, Tsipras non ebbe altra scelta che “consegnarsi” alla cancelliera tedesca Angela Merkel e firmare il terzo pacchetto di salvataggio”. In altre parole, non fu l’errore di Tsipras nel prevedere come la Grecia avrebbe reagito al referendum, e non era suo desiderio segreto perdere come prima suggerito (aspettandosi il sì e ottenendo un 61% di “No” invece), ma il rifiuto all’ultimo minuto di Putin che fece capitolare il governo greco, e l’espulsione di Varoufakis avvenne certamente perché ideatore di quel piano. Ciò significa anche che Merkel ha improvvisamente un debito enorme di gratitudine verso Vladimir, il cui tradimento dei “marxisti” greci ha permesso all’eurozona di continuare nella sua forma attuale. La domanda allora è qual è lo scambio di Vlad per la resa del governo greco (e consegna del meglio del suo patrimonio), il cui destino era nelle mani dell’ex-spia del KGB.
Infine, è molto probabile che To Vima si prenda alcune libertà con la verità. Per confermarlo vi suggeriamo la versione ufficiale di Varoufakis, che ultimamente è stato tutt’altro che in silenzio. Se confermata, sarà certamente la storia più grossa e sottovalutata dell’anno, suggerendo che la perpetuazione del sogno della Merkel di un’Europa unita è possibile solo grazie a Putin. Se confermato, prima di tutto si guardi allo scisma crescente tra Europa e Stati Uniti (che chiaramente fa pressioni su Merkel con richieste sempre più forti del FMI per la riduzione del debito, per non parlare di un intervento piuttosto diretto di Jack Lew nei negoziati per il salvataggio della Grecia), e un crescente senso di vicinanza amichevole tra Berlino (e Bruxelles) e Mosca. Il maggiore perdente in questo gioco della realpolitik, ancora una volta, è il popolo greco.

Jack Lew

Jack Lew

Mosca nega che Tsipras abbia chiesto alla Russia di finanziare la stampa della dracma
Sputnik

1022577763Il primo ministro greco Alexis Tsipras non ha mai rivolto alla Russia la richiesta di fornire alla Grecia l’aiuto finanziario per stampare la propria moneta, ha detto il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. “Il presidente ha già detto, il ministro ha detto e noi più volte abbiamo detto che le autorità greche non si sono rivolte alla Russia per chiedere aiuto“, ha detto ai giornalisti Peskov. I media greci avevano riferito che Tsipras aveva chiesto al presidente russo Vladimir Putin 10 miliardi di dollari per facilitare la stampa della dracma, la valuta nazionale della Grecia prima che aderisse all’eurozona. Grecia e Russia hanno ampliato la cooperazione dopo che Syriza è salito al potere nel gennaio 2015. A luglio, l’inviato russo presso l’Unione europea Vladimir Chizhov aveva detto che Mosca era pronta ad aiutare il Paese a corto di liquidi, anche con la cooperazione economica nella privatizzazione delle infrastrutture del Paese. Il fallimento di Atene nel raggiungere un accordo con i creditori internazionali sul nuovo programma di salvataggio, prima che il pacchetto di aiuti precedente scadesse il 30 giugno, ha alimentato speculazioni sul Paese che lascerebbe la zona euro tornando alla dracma. Il 13 luglio, i capi della zona euro hanno raggiunto un accordo sul nuovo pacchetto di salvataggio della Grecia. Dopo che è stato raggiunto l’accordo, Tsipras ha detto che la Grexit era esclusa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il caso dell’oro mancante della Cina

Tyler Durden Zerohedge 20/07/2015827echina-gold-deng-xiaoping-bust-3Dopo la rivelazione ufficiale della Cina secondo cui, per la prima volta dall’aprile 2009, ha aumentato le riserve auree “solo” di 600 tonnellate, presumibilmente in un mese, cosa impossibile che conferma come anche la PBOC non solo trucchi i suoi libri, ma sia disposta a confermare ciò, molti si chiedono cosa realmente accade dietro le quinte della banca centrale, che secondo anche stime prudenti di Bloomberg, ha visto il suo oro triplicarsi ad oltre 3510 tonnellate. Forse la risposta è molto semplice: mentre molti ritengono che l’unica ragione per cui la Cina ha rivelato (parte delle) sue ultime riserve auree, rafforza ulteriormente la richiesta per l’ammissione al Diritto speciale di prelievo presso la FMI, la vera ragione per cui la PBOC può aver dichiarato al mondo che ha molto più oro sia semplicemente per sostenere il proprio mercato. Impossibile? Ricordiamo una citazione poco nota della Reuters del 3 luglio, proprio mentre le scorte cinesi precipitavano del 7% su base giornaliera, con indici dei futures fermi al limite minimo e la metà delle borse cinesi sospese: “Lo Shanghai Composite Index è crollato di oltre il 7,1 per cento all’avvio. La sessione mattutina si è conclusa con un calo del 3,3 per cento, a 3785,6 punti, verso una perdita settimanale di quasi il 10 per cento. “E’ un disastro borsistico. Se non lo è, cos’è?” ha detto Fu Xuejun, stratega della Huarong Securities Co. “Il governo deve salvare il mercato, non con parole vuote ma con veri argento e oro” disse, dicendo che la caduta in piena regola del mercato metteva in pericolo il sistema bancario, colpendo i consumi ed innescando l’instabilità sociale”. Forse tutto ciò che la PBOC ha fatto è seguire il consiglio di Fu e tirare delicatamente il sipario sul fatto che la sua vera partecipazione non ha altro motivo che ripristinare la fiducia nel bilancio e quindi stabilizzare il mercato. Per inciso, questo è esattamente ciò che dicemmo quando la PBOC stupì i media. Ricordiamo che la spiegazione ufficiale della SAFE della Cina fu una rivelazione inattesa: “L’oro come bene speciale, dai diversi attributi finanziari e vantaggi, insieme ad altre attività. aiuta a regolare e ottimizzare le caratteristiche di rischio del rendimento complessivo del portafoglio delle riserve internazionali. A lungo termine e da una prospettiva strategica, se necessario, regola dinamicamente le riserve internazionali di portafoglio, sicurezza, liquidità ed incremento del valore delle attività di riserva internazionale”. Come osservammo “la Cina ha dovuto attendere che il suo mercato azionario si arrestasse per presentare il “bazooka” della stabilità sistemica: l’oro. Perché rivelando l’aumento delle proprie riserve auree, la PBOC spera di fornire finalmente quel legame mancante che aumenterà la fiducia degli investitori, convincendoli ad acquistare nuovi titoli“. E ora che il sigillo è stato finalmente rotto dopo tanti anni, e dato che l’aggiornamento di oggi indica che le cifre sull’oro cinese sono chiaramente dettate da uno scopo politico specifico, rafforzare la fiducia, attendiamo che la PBOC inizi a diffondere ogni mese i dati sull’aumento dell’oro in suo possesso (soprattutto nei mesi in cui blocca il mercato) avvicinandoci sempre più alle vere riserve auree della Cina. Forse è un semplice caso che la PBOC riveli di possedere più oro di quanto previsto, solo per conservare un po’ di fiducia dopo aver intrapreso una serie inaudita di “tuffi di protezione”, pochi dei quali riusciti (almeno fino a quando le minacce di chiusura definitiva dei venditori sono emerse). Poi un’altra possibile spiegazione è offerta da Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph, citando l’analista della Sharps Pixley, Ross Norman, secondo cui “il livello di riserve auree annunciato dalla Cina sottostima in maniera massiccia i dati reali del Paese. “Pensiamo che abbia almeno il doppio, forse anche 4000 tonnellate”, ha detto. Secondo la Sharps Pixley un “cambiamento sismico” è in corso sul mercato dell’oro mentre il potere economico si sposta ad est aumentando i prezzi dell’oro nel frattempo”. “Una divisione dell’Esercito di liberazione popolare ha miniere d’oro da cui trasferisce il metallo al Ministero delle Finanze cinese, agendo da circuito commerciale normale. Il governo acquista l’oro direttamente dai produttori cinesi. Si tratta di una transazione interna e non è quindi necessariamente registrata nelle riserve estere della Cina”. Poi AEP prosegue citando David Marsh, del forum monetario OMFIF, secondo cui “la Cina rischierebbe d’inquietare il mercato dell’oro mondiale se rivelasse riserve per 2000 o 3000 tonnellate. Questo potrebbe essere interpretato come mossa ostile nei confronti del dollaro in un “momento delicato“.” E da un punto di vista puramente logico, sarebbe molto più ragionevole per la PBOC rivelare solo una frazione delle sue riserve auree, sia per stabilizzare il mercato azionario che per aumentare le possibilità di ammissione alla DSP, piuttosto che svelare l’intera cassaforte, soprattutto se ne vuole comprare altro: non ci vuole un genio per capire che si possono acquistare più beni e più economicamente se non si svela di aver accumulato enormi quantità di un determinato bene. Così la prossima domanda è se la Cina ha effettivamente più oro di quanto viene detto e se la PBOC semplicemente esponga le sue partecipazioni un mese alla volta, per qualsiasi motivo (soprattutto perché sappiamo che la PBOC non ha acquistato più di 600 tonnellate a giugno), allora dov’è questo oro “nascosto”, o meglio, dove va tutto l’oro della Cina, le migliaia di tonnellate sia delle miniere nazionali che importate negli ultimi cinque anni? Una risposta è data da Louis Cammarasno nel seguente post sul blog Smaulgld:

“Il caso dell’oro mancante cinese”
• La Banca Popolare di Cina aggiorna le sue riserve auree
• Le riserve auree cinesi aumentano di 604 tonnellate passando da 1054 tonnellate nel 2009 a 1658
• Molti osservatori si chiedono: ‘Tutto qui’?
• Dal 2009 la Cina ha estratto più di 2000 tonnellate d’oro e importato oltre 3300 tonnellate d’oro attraverso Hong Kong*.
• Dov’è finito?

Il caso dell’oro mancante della Cina
Il 17 luglio 2015 la Banca popolare di Cina (PBOC) ha aggiornato le riserve auree per la prima volta dal 2009. La PBOC ha riferito dell’aggiunta di 604 tonnellate d’oro alle riserve per un totale che passa da 1054 a 1658 tonnellate. L’annuncio è stato ampiamente anticipato dalla PBOC come pre-requisito alla domanda della Cina per aderire ai Diritti Speciali di Prelievo (“DSP”) del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Le riserve auree annunciate dalla Cina sono una quantità rispettabile ma di gran lunga inferiore a ciò che molti osservatori credono possieda. 1658 tonnellate d’oro sono sufficienti per il Fondo monetario internazionale? Avere maggiori riserve auree non serve per aderire ai DSP. L’Inghilterra è nei DSP ed ha poco più di 310 tonnellate d’oro. Abbiamo sostenuto che l’obiettivo primario della Cina non è l’accettazione dei DSP, ma piuttosto creare una struttura internazionale finanziaria parallela che rivaleggi con il FMI. Pensiamo che la Cina detenga parte del suo oro nella PBOC quale riserva, e il resto sia tenuto altrove in Cina. Le riserve auree aggiornate della PBOC sono cinque volte quelle inglesi e certamente sufficienti a dimostrare il peso finanziario richiesto per l’ammissione ai DSP. La PBOC non deve riportare migliaia di tonnellate d’oro per entrarvi, e non deve eclissare il principale partner commerciale, a questo punto, gli Stati Uniti (che dichiarano riserve auree per 8135 tonnellate).world-gold-reserves-july-2015-top-20Il recente aggiornamento della Cina delle proprie riserve auree la mettono al quinto posto tra le nazioni in possesso d’oro.

Come la Cina ha segnalato l’aggiornamento delle sue riserve auree
Inoltre le oltre 600 tonnellate d’oro delle riserva della PBOC sono presentate quale singola voce, nel giugno 2015! A differenza della Russia che riporta gli aumenti nelle sue riserve auree mensilmente (come noi cataloghiamo qui), la PBOC ha scelto d’includere l’intero aumento delle sue riserve auree dal 2009 in un solo mese.PBOC-gold-reserves-july-2105-amendedLa Banca Popolare Cinese presumibilmente ha aggiunto 1943 milioni di once di oro (circa 600 tonnellate) alle sue riserve a giugno.

Quanto oro c’è in Cina?
L’importo supplementare di oro che la PBOC ha riferito non sembra quadrare con i rapporti disponibili su produzione e importazione di oro cinese.

Produzione mineraria cinese
La Cina è ora la prima nazione del mondo per miniere d’oro e non l’esporta praticamente mai.chinese-gold-mining-production-2000-2014-for-postLa Cina ha prodotto più di 2000 tonnellate d’oro dal 2009.

Riserve minerarie cinesi
Ce n’è molto di più laddove proviene! Il 25 giugno 2015, Zhang Bignan Presidente e Segretario Generale della China Gold Association presentò questa diapositiva al forum del London Bullion Market indicando che la Cina ha riserve minerarie di oro per circa 9800 tonnellate.Chinese-gold-mining-reserves-2015Secondo il Presidente e Segretario Generale della China Gold Association, la Cina ha più di 9800 tonnellate di oro nelle riserve minerarie.

Le importazioni di oro cinesi
La Cina ha anche di molto intensificato la importazioni di oro dal 2009. Dal 2010 al maggio 2015 le importazioni cinesi d’oro nette attraverso Hong Kong furono di oltre 3300 tonnellate.annual-chinese-gold-net-imports-july-2015Le importazioni di oro cinesi attraverso Hong Kong ammontano ad oltre 3300 tonnellate dal 2009.
* La Cina importa anche una quantità ignota, ma grande, di oro attraverso Shanghai.

Il commercio di oro cinese sul Shanghai Gold Exchange
Oltre a produzione e importazione di oro la Cina gestisce anche il Shanghai Gold Exchange (SGE) un importante hub commerciale di oro fisico. I prelievi di oro fisico dal SGE fino ad oggi, 2015, vanno oltre le 1200 tonnellate e oltre le 9000 tonnellate da gennaio 2009.shanghai-gold-exchange-week-ended-july-10-2015I prelievi di oro fisico dal Shanghai Gold Exchange vanno oltre le 1200 tonnellate dall’inizio del 2015.

Chi possiede l’oro cinese?
Se la produzione mineraria e le importazioni attraverso Hong Kong e Shanghai di oro cinese non finiscono alla PBOC, dove vanno?

Il popolo cinese
Una buona parte dell’oro cinese è in mano ai cittadini. La famosa follia “Da Ma” o le casalinghe cinesi che comprano ad ogni tuffo dei prezzi, presumibilmente detengono buona parte dell’oro della nazione. Alcuni stimano che i cittadini cinesi detengano migliaia di tonnellate d’oro. Una stima afferma che ne detengano 6000 tonnellate.

Banche pubbliche cinesi
Forse altro oro della nazione cinese si trova nelle altre banche statali, non necessariamente nella PBOC, come Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank, China Development Bank e Industrial and Commercial Bank of China tutte situate, come la PBOC, a Beijing.

Il Fondo sovrano cinese
La China Investment Corporation (CIC) sempre a Bejiing, è un fondo sovrano responsabile della gestione di parte delle riserve in valuta estera della Repubblica Popolare cinese. La CIC ha 746,7 miliardi dollari di asset e riferisce al Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese.

Contabilità fuori bilancio?
La CIC ha 225,321 miliardi di beni finanziari e circa 3,130 miliardi di dollari in “altre attività” in bilancio. È possibile che alcuni di questi “attivi” siano in oro. La CIC ha tre filiali: CIC International (responsabile di azioni ed investimenti obbligazionari internazionali), CIC Capital (investimenti diretti) e Central Huijin (partecipazioni in istituzioni finanziarie ed imprese di proprietà statale cinesi).
Central Huijin detiene partecipazioni rilevanti in: Agricultural Bank of China (40,28%), Bank of China (65,52%), China Construction Bank (57,26%), China Development Bank (47,63%) e Industrial and Commercial Bank of China (35,12%). Per un Remnimbi sostenuto dall’oro 1658 tonnellate di riserve auree sono insufficienti, ma per l’ammissione ai DSP sono perfette. Se infatti la Cina detiene oro tramite la CIC e/o qualsiasi banche statale, la PBOC potrebbe inserire l’oro nel proprio bilancio per dimostrare, rapidamente e facilmente in un solo mese, più riserve auree con una singola voce.central_bank_chinaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza israelo-saudita

Dean Henderson 04/12/2014

Press TV aveva riferito che Stati Uniti e sauditi iniziarono a finanziare i ribelli siriani, divenuti SIIL, nel 2012. Dopo aver diretto gli islamisti libici per rovesciare Gheddafi, i sauditi e i loro compari despoti del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) cercarono di far cadere il governo Assad. Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del Wall Street Journal e dellìoperazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il 2° magiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. La collusione anglo-statunitense con gli interessi sionisti israeliani è ben documentata. Meno noto è il ruolo dei Saud di finanziatori della Fratellanza musulmana e dei complotti di CIA/Mossad/MI6 nel mondo. La Fratellanza Musulmana dei Saud e i cabalisti israeliani condividono una lunga storia con i massoni dell’intelligence inglese risalente alle Scuole dei Misteri egizi. L’oligarchia dei banchieri Illuminati gestisce tutte e tre le società segrete e controlla l’economia mondiale attraverso il monopolio delle banche centrali e l’egemonia sul traffico di petrolio, armi e droga. Tale cabala di miliardari satanisti guidata dai Rothschild crea fanatici nelle fedi ebraica, cristiana e musulmana per dividere i popoli e massimizzare i profitti di guerra.

Gaza attack joint Arab-Israeli war on Palestinians: CNNDa quando la Chevron scoprì il petrolio in Arabia Saudita nel 1938, la monarchia dei Saud ha sempre finanziato le avventure militari segrete dei Rothschild. Fa parte dello scambio petrolio per armi. I sauditi inviarono oltre 3,8 miliardi di dollari ai mujahidin afghani addestrati dalla CIA. Il loro emissario presso gli statunitensi fu Usama bin Ladin. Diedero 3,5 milioni di dollari ai contras nicaraguensi. Il tangentista della Northorp/Lockheed Adnan Khashoggi svolse un ruolo chiave nel far finanziare dai sauditi l’Enterprise di Richard Secord. Ma mentre gli sforzi di contra e mujahadin ricevevano la copertura dei giornali, i Saud erano occupati a finanziare la controinsurrezione nel mondo. In Africa i sauditi sostennero per decenni il Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS) che operava dal Ciad tentando di rovesciare il presidente libico Muhammar Gheddafi. Il Chad fu a lungo un Paese importante in Nord Africa per i sistemi di produzione petrolifera della Exxon Mobil. Nel 1990, a seguito di un controcolpo di Stato sostenuto dai libici contro il governo del Ciad, che sponsorizzava l’NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 elementi del NFS grazie al finanziamento saudita. Gli Stati Uniti diedero 5 milioni di dollari di aiuti al governo dittatoriale keniano di Daniel Arap Moi affinché il Kenya ospitasse i capi del NFS, mentre gli altri governi africani si rifiutavano di accettarli. Arap Moi poi aiutò le operazioni segrete della CIA in Somalia, finanziate dai sauditi. I sauditi finanziarono i ribelli dell’UNITA di Jonas Savimbi in Angola nel tentativo brutale di rovesciare il governo socialista del presidente del MPLA José dos Santos. Su richiesta della CIA, i sauditi diedero milioni al Marocco per pagare l’addestramento in quel Paese dell’UNITA. L’Angola ha enormi giacimenti di petrolio. Nel 1985 Chevron Texaco riceveva il 75% dei proventi del petrolio dell’Angola. Nel 1990 il 29% del greggio di Exxon Mobil diretto negli Stati Uniti proveniva dall’Angola. Una relazione annuale della De Beers, tentacolo della famiglia Oppenheimer che monopolizza il commercio dei diamanti nel mondo, si vantava di acquistare diamanti dall’UNITA. Savimbi fu alla Casa Bianca dal presidente Reagan. I sauditi finanziarono la RENAMO nella campagna terroristica delle CIA ‘Piano rosa’ contro il governo nazionalista del Mozambico. A metà degli anni ’80 i sauditi e l’Oman inviavano armi alla RENAMO attraverso le Isole Comore, favorevoli a Israele e al Sud Africa dell’apartheid. Due presidenti delle Comore Ali Soilah e Ahmed Abdullah Abderemane, furono assassinati dai mercenari che proteggevano il traffico di armi. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), ex-Zaire, il fantoccio degli Illuminati Mobutu Sese-Seiko governava con pugno di ferro da quasi quattro decenni. Era il cane da guardia della City of London nello Zaire ricco di cobalto, uranio e molibdeno di vitale importanza per il programma di armi nucleari degli Stati Uniti. Lo Zaire è anche ricco di rame, cromo, zinco, cadmio, stagno, oro e platino. Mentre Mobutu accumulava oltre 5 miliardi nei conti bancari svizzeri, belgi e francesi, il popolo dello Zaire viveva nello squallore. Mobutu fu messo al potere nei primi anni ’60 dopo che l’agente della CIA Frank Carlucci, con Reagan e Bush segretario alla Difesa e oggi presidente del consulente d’investimento della famiglia bin Ladin, Carlyle Group, fu il gangster che assassinò il primo ministro del Congo Patrice Lumumba. Sotto il regno di Mobutu, gli Stati Uniti avevano basi militari a Kitona e Kamina da dove la CIA perseguiva le guerre segrete contro Angola, Mozambico e Namibia finanziate dai Saud. La guardia di palazzo di Mobutu fu addestrata dal Mossad israeliano. Alla fine degli anni ’70 i sauditi comprarono le truppe marocchine inviate a salvare Mobutu dai secessionisti del Katanga guidati da Laurant Kabila. Mobutu fu deposto nel 1998 dalle forze fedeli a Kabila, amico di Fidel Castro. I sauditi cominciarono a finanziare le incursioni militari in Congo dei governi di Ruanda, Uganda e Burundi. Tale destabilizzazione della regione dei Laghi portò al genocidio ruandese. Kabila fu assassinato nel 2000 dopo essersi rifiutato di servire gli Illuminati. Oltre quattro milioni di persone sono morte nella RDC negli ultimi dieci anni.
Lumumba e Kabila non furono i primi nazionalisti africani eliminati dai sangue puro. Negli anni ’50 e ’60 la CIA e l’intelligence francese assassinarono il nazionalista marocchino Mahdi ben Barqa la cui Union Nationale de Forces Populaire minacciava il monarca Re Hassan II, fantoccio degli USA. Il presidente di sinistra della Guinea Sekou Toure e il socialista tunisino Habib Bourgiba furono assassinati dai servizi segreti occidentali. Nel 1993 il presidente sudanese Omar al-Bashir accusò i sauditi di fornire armi al Sudan People Liberation Army (SPLA) di Johnny Garang. La parte meridionale del Sudan che lo SPLA cercava di staccare, è ricco di petrolio. Il Mossad rifornì l’SPLA per anni dal Kenya. Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciò aiuti militari a Etiopia, Eritrea e Uganda. L’aiuto era volto ad alimentare l’offensiva del SPLA su Khartoum. La crisi nel Darfur è il risultato diretto dell’intromissione saudita-israelo-statunitense per conto di Big Oil. Il presidente algerino Chadli Benjladid accusò i sauditi di finanziare il barbaro Gruppo islamico armato (GIA) dopo che l’Algeria protestò contro la Guerra del Golfo voluta dagli USA, scatenando il regno del terrore contro il popolo algerino. Benjladid fu costretto a dimettersi, seguito dal frettoloso voto della legge sugli idrocarburi che aprì i giacimenti petroliferi del Paese, storicamente socialista, ai Quattro Cavalieri. La CIA poi aiutò i terroristi del GIA a recarsi in Bosnia, dove contribuirono a distruggere la Jugoslavia socialista. L’Algeria ha una lunga storia di sfide a Big Oil. Il presidente Houari Boumedienne, uno dei grandi leader socialisti arabi di sempre, richiese un ordine economico internazionale più giusto negli infuocati discorsi alle Nazioni Unite. Incoraggiò i cartelli di produttori per emancipare il Terzo Mondo dai banchieri di Londra. Il petroliere indipendente italiano Enrico Mattei iniziò a negoziare con l’Algeria e altri Paesi nazionalisti dell’OPEC che volevano vendere il petrolio a livello internazionale senza avere a che fare con i Quattro Cavalieri. Nel 1962 Mattei morì in un misterioso incidente aereo. L’ex-agente dei servizi segreti francesi Thyraud de Vosjoli dice che la sua agenzia ne fu coinvolta. William McHale della rivista Time, che seguiva il tentativo di Mattei di rompere il grande cartello petrolifero, morì in circostanze strane.
Nel 1975 gli Stati Uniti inviarono 138 milioni di dollari di aiuti militari dall’Arabia Saudita allo Yemen, nella speranza di schiacciarvi la rivoluzione marxista. Il tentativo fallì e lo Yemen fu diviso tra nord e sud per due decenni prima di unirsi nel 1990. Gli aiuti sauditi-statunitensi allo Yemen e all’Oman continuano ancora oggi, nel tentativo di reprimere i movimenti nazionalisti in quei Paesi che confinano con il Regno e i suoi vasti giacimenti controllati dai Quattro Cavalieri.
Durante lo sforzo degli USA per staccare la Bosnia dalla Jugoslavia, il re saudita Fuad chiese la fine dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite. Quando l’embargo fu revocato, i sauditi finanziarono l’acquisto di armi dei bosniaci musulmani. Poi i sauditi finanziarono i narcotrafficanti del Kosovo Liberation Army e i separatisti albanesi del NLA che attaccarono il governo nazionalista della Macedonia. I sauditi finanziarono anche le operazioni segrete della CIA in Italia dove spesero 10 milioni di dollari nel 1985 per distruggere il partito comunista. Recentemente il principe saudita Bandar ha donato 1 milione alla Presidential Library di Bush senior e un altro milione per la campagna di alfabetizzazione di Barbara Bush. La sera dell’11 settembre 2001 il principe Bandar fumava sigari alla Casa Bianca con il presidente Bush, mentre i membri della famiglia bin Ladin venivano evacuati dagli Stati Uniti nello spazio aereo chiuso al resto del traffico. I sauditi svolsero semplicemente il loro storico ruolo di finanziatori dell’operazione 11 settembre? Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del portavoce dei banchieri Wall Street Journal e dell’operazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il secondo maggiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. Fox News è un’operazione segreta dei Rothschild per il controllo mentale del popolo statunitense?

Laurent-Desiré Kabila

Laurent-Desiré Kabila

Fonti:
Mercenary Mischief in Zaire”. Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.238
Hunter
Earth First! Journal. Vol. 26, #1. Samhain/Yule. 2005
US to Aid Regimes to Oust Government”. David B. Ottaway. Washington Post. 11-10-96
The Great Heroin Coup: Drugs, Intelligence and International Fascism. Henrik Kruger. South End Press. Boston. 1980. p.43
The Gulf: Scramble for Security. Raj Choudry. Sreedhar Press. New Dehli. 1983. p.14
Dude, Where’s My Country. Michael Moore. Warner Books. New York. 2003.
ABC News Online. 10-19-04

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries,Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete iscrivervi al suo sito Left Hook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Le strade di Atene saranno occupate dai carri armati”

Kathimerini rivela il Libero nero della Grexit
Tyler Durden Zerohedge 19/07/2015tsipras_junckerNei sei mesi di dolorose tornata su tornate di duri negoziati tra Grecia e creditori sono nate ogni sorta di speculazioni su ciò che effettivamente comporta la “Grexit“. Senza alcun precedente cui orientarsi, la valutazione delle implicazioni dell’uscita dal blocco valutario era (ed è tuttora) un compito praticamente impossibile, ma gli sforzi collettivi di media mainstream ed analisti politici ed economisti hanno prodotto un vero e proprio buffet di diagrammi ed organigrammi, schemi e diagrammi di flusso nel futile tentativo di mappare la complessa interazione dei problemi finanziari, politici ed economici che invariabilmente seguirebbero se Atene decidesse di rompere finalmente la sua sfortunata relazione con Bruxelles. E non erano solo osservatori emarginati a stendere i piani della Grexit. Nonostante i funzionari dell’UE negassero l’esistenza di un “piano B”, come il piano dell”uscita dolce’ del ministro tedesco Wolfgang Schaeuble “trapelato” lo scorso fine settimana, nessuno degli educati eurocrati fingeva che l’uscita della Grecia non fosse contemplata, ed infatti Yanis Varoufakis sostiene che Atene fu minacciata di controlli sui capitali come a febbraio, se non acconsentiva alle richieste dei creditori. Ora, con ciò che è forse la rivelazione più sconvolgente su ciò che i funzionari dell’UE davvero pensavano accada nel caso la Grecia uscisse dall’EMU e senza tante cerimonie reintroducesse la dracma, Kathimerini tira fuori la descrizione di quello che chiama “Libro nero della Grexit“, presumibilmente contenente il suggerimento che una guerra civile esploderebbe in Grecia nel caso il Paese venisse spinto ad abbandonare il blocco valutario.
Qui altro: “Al 13° piano dell’edificio Verlaymont di Bruxelles, a pochi metri dall’ufficio del Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, conservato in una stanza speciale della sicurezza c’è il piano di uscita della Grecia dall’eurozona. Lì, in un volume scritto in meno di un mese da un team di 15 membri della Commissione europea, si risponde alle domande su come affrontare tale uscita tra cui, per scioccante possa sembrare, anche la possibilità di uscita del Paese dal trattato di Schengen, oltre all’espulsione anche dall’UE. Secondo un funzionario europeo, i vertici della Commissione europea avevano già il voluminoso documento che descriveva al primo ministro greco, dallo stesso Juncker prima dell’inizio della sessione, tutti i dettagli della Grexit, facendogli comprendere il contesto giuridico e politico di tale decisione. Nel documento, secondo il funzionario europeo che ne conosce il contenuto, ci sono le risposte a 200 domande che sorgerebbero nel caso della Grexit. Queste domande, come spiega il funzionario, sono collegate a come un’uscita dall’euro creerebbe una serie di eventi che si svilupperebbe in breve tempo. La dracmatizzazione dell’economia imporrebbe i controlli dei cambi esteri del Paese portando infine all’uscita della Grecia dal trattato di Schengen. Gli autori del progetto, secondo il funzionario europeo, operarono in assoluta segretezza. Un gruppo speciale di 15 persone della Commissione europea iniziò a preparalo in contatto diretto con la Grecia ed anche con numerosi alti funzionari e direttori generali della Commissione europea di aree specifiche. Il documento fu iniziato quando la data di scadenza del programma (fine giugno) si avvicinava, così la Commissione si preparava ad ogni evenienza, e quando il referendum fu annunciato il 26 giugno, il relativo lavoro fu accelerato. Il weekend del referendum il lavoro s’intensificò e così a due giorni dall’incontro il progetto fu concluso. Secondo una fonte bene informata, chi lavorava al piano “soffriva le pene” in genere descrivendosi come “K” e “sopraffatto”, perché non poteva credere ciò che avevano concluso a quel punto, e la maggior parte di loro fu direttamente coinvolta nei programmi di salvataggio della Grecia. La Commissione europea inoltre sperava fino all’ultimo minuto che una soluzione si sarebbe trovata, mentre il gruppo conosceva meglio di chiunque altro le conseguenze dell’uscita della Grecia dall’eurozona e il costo di tale decisione. Uno dei partecipanti collegato direttamente alla realtà greca nella fase cruciale della redazione, disse al resto del gruppo che se “attuato il piano, le strade di Atene saranno invase dai carri armati”.
Alla cieca, non è del tutto chiaro cosa intendesse per “sferragliare di carri armati”, e diamo per scontato il suggerimento che UE e Stati membri non cercassero in qualche modo di orchestrare un cambio di regime militare in Grecia, nel caso Atene prendesse la decisione ‘sbagliata’ sull’appartenenza all’EMU. Piuttosto, il suggerimento sembra essere, ed anche questo è semplicemente un’interpretazione sulla base delle informazioni presentate da Kathimerini, che Bruxelles fosse del parere che i risultati del referendum assieme alla contrapposta retorica sul tradimento dei deputati di destra ed estrema sinistra, che il popolo greco fosse profondamente diviso. Anche se le concessioni di Tsipras avranno indubbiamente implicazioni di vasta portata per la politica e la società greca in generale, sembra che Bruxelles tema che il malessere economico che risulti dalla ridenominazione possa innescare un diffuso malessere sociale che, infine, verrebbe controllato dall’esercito greco. Lasciamo ai lettori decidere l’accuratezza della nostra interpretazione e quanto il suddetto documento “segreto” del “pensatoio” sia una valutazione accurata della situazione o l’ennesimo tentativo di far capitolare Tsipras, ma una cosa è certa, anche menzionare la possibilità che “le strade di Atene” siano occupate dai militari non sembra qualcosa che un “partner” direbbe a un altro.133213433Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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