Arabia Saudita contro Iran: la placca tettonica petrolifera di Qatif

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 4 febbraio 2016

E’ consuetudine nella stampa occidentale avere un’aria da studiosi e spiegare la rivalità tra Arabia Saudita e Iran su base religiosa (sunniti contro sciiti) o etnica (arabi contro persiani). Eppure la storia contraddice tali interpretazioni, mentre uno sguardo sulla mappa del petrolio chiarisce tale conflitto.iran-linesL’escalation tra Arabia Saudita (prima potenza mondiale petrolifera, 27,7 milioni di persone, 80% sunniti e 20% sciiti concentrati nella Provincia Orientale di Qatif) e Iran (81,1 milioni persone in grande maggioranza sciiti indo-europei e potenza gasifera mondiale) è il risultato della rivalità geopolitica più che di un conflitto etnico o religioso, senza offesa per coloro che si attengono al prisma israelo-anglosassone che deforma balcanizzando. Quando Reza Shah Pahlevi regnava, l’Arabia Saudita era il grande alleato dell’Iran, dominato dagli Stati Uniti. L’attuale escalation è un riflesso della divisione globale, incluso lancio del “Grande Medio Oriente” e rivalità sul potere nel mondo islamico e nell’OPEC. La divisione geo-strategica tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altra, è lo sfondo della trappola demografica ordita da Zbigniew Brzezinski/Stratfor con la loro “carta islamica” [1] volta a destabilizzante profondamente il blocco RIC (Russia, India, Cina). La Russia ha un 20% di sunniti tartari; e l’India, potenza nucleare, è la prima potenza islamica del mondo, con un 20% di musulmani; e la Cina, a sua volta ha 10 milioni di uiguri e mongoli sunniti, parte della popolazione turca della provincia autonoma di Xinjiang, altamente strategica perché ricca di gas e uranio. L’ex-primo ministro Ariel Sharon aveva tracciato sul Medio Oriente una linea orizzontale dal Marocco al Kashmir (le proteste contro l’Arabia Saudita hanno raggiunto questi estremi) e una verticale dal Caucaso, ventre della Russia, al corno d’Africa. L’Organizzazione della cooperazione islamica (57 Stati membri) ha 600 milioni di abitanti, o il 22% della razza umana, per l’80% sunniti, un universo tutt’altro che omogeneo di scuole legali d’interpretazione del Corano, assai diverse, e quasi per il 20% sciita, divisi dalla presenza di molteplici sette (alawita in Siria, huthi/zaiditi nello Yemen, aleviti in Turchia, ismaeliti in India, ecc). Vi sono diverse minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan, Paesi destabilizzati dal grande gioco geostrategico degli Stati Uniti contro il RIC. In Iraq gli sciiti sono la maggioranza (85%), come in Bahrayn (85%); e in Libano sono il 50% e le minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan sono grandi. Infine, circa 400 milioni di sciiti sono divisi tra un centinaio di Paesi, ma l’80% è concentrato in Iran (81,8 milioni), India (45,4 milioni), Pakistan (42,5 milioni), Iraq (24,5 milioni) e Turchia (20 milioni).
Al di là della rivalità per la leadership religiosa del mondo musulmano tra Iran e Arabia Saudita, e la questione della custodia dei luoghi santi di Mecca e Medina, Riyadh ha perso due stretti alleati tra i sunniti: Sadam Husayn, che governava l’Iraq dalla maggioranza sciita (situazione di equilibrio in Siria, dove Assad proviene dal 15% alawita della popolazione rispetto all’80% sunnita) e Hosni Mubaraq in Egitto, spazzato via dall’artificiale “primavera araba” istigata da Stati Uniti e Regno Unito; allo stesso tempo l’Iran ha esteso l’influenza in Libano con Hezbollah, e Siria con gli alawiti in guerra contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Nello Yemen, l’Arabia Saudita conduce la guerra contro gli huthi; nel Bahrayn, Riyadh è intervenuta militarmente per sedare la rivolta della maggioranza sciita [2]. L’escalation ha raggiunto il culmine con la strage di pellegrini iraniani alla Mecca, un semplice incidente, secondo Riyadh, omicidio intenzionale di 500 persone per l’Iran, tra cui l’ex-ambasciatore in Libano [3].
Oltre ai piani per la balcanizzazione di Iran e Arabia Saudita annunciati dal Pentagono [4] e New York Times [5], vanno notate tre tracce altamente radioattive:
– le riserve in valuta estera delle sei petromonarchie arabe del Golfo Persico: questi Paesi hanno in programma di lanciare la moneta unica del Golfo [6];
– la parità del rial saudita con il dollaro [7];
– e il petrolio di Qatif.
Arabia Saudita e Iran non hanno interesse a un’ulteriore escalation, mentre Riyadh vuole consolidare la successione di re Salman, l’Iran è con il fiato sospeso in attesa della revoca imminente delle sanzioni, recuperando 150 miliardi di dollari sequestrati da Washington in cambio della disattivazione del programma nucleare. Ricordiamo che l’Iran dispone di 109 miliardi di dollari di riserve, di fronte ai 650 miliardi dell’Arabia Saudita. L’esecuzione di 47 persone, di cui 43 terroristi jihadisti sunniti sostenitori di al-Qaida che volevano rovesciare la casa reale dei Saud, più 4 sciiti, tra cui lo sceicco Nimr al-Nimr di Qatif, venerato dai giovani e che minacciò la secessione, e altri tre chierici, ha innescato la furia dello sciismo universale, quando Hezbollah ha accusato gli Stati Uniti di essere dietro le decapitazioni. Stratfor, il centro israelo-texano noto quale oscura emanazione della CIA, dice che la controversia su al-Nimr imperversa da anni [ 8 ] In effetti, fu arrestato nel luglio 2012 per incitamento dei militanti sciiti nella regione petrolifera, la provincia orientale, durante la “primavera araba”, quando Riyadh era già intervenuta in Bahrayn, il piccolo confinante a maggioranza sciita, per rafforzare i sunniti della penisola arabica. Come nella guerra Iran/Iraq volta ad esaurire Sadam Husayn e la rivoluzione islamica sciita di Khomeini, quando gli Stati Uniti vendettero armi a entrambi per indebolirli. Ancora una volta Washington cerca d’attuare il programma d’indebolimento, questa volta di Arabia Saudita ed Iran? Ambrose Evans-Pritchard, feroce critico della casa reale inglese ritiene che la collisione tra i due Paesi sia pericolosamente vicina al cuore del mercato mondiale del petrolio. Dice che la minoranza sciita colpita, il 15% della popolazione saudita secondo lui, “risiede nei giganteschi giacimenti petroliferi sauditi, in particolare nella città di Qatif” [9]. Cita Ali al-Ahmad, direttore dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington secondo cui Qatif è il centro nevralgico dell’industria del petrolio saudita, la grande stazione centrale in cui 12 oleodotti riforniscono gli enormi terminal petroliferi di Ras Tanura e Dharan, molto vulnerabili in caso di attacco a sorpresa. Evans-Pritchard insiste che la maggior parte dei 10,3 milioni di barili prodotti giornalmente dall’Arabia Saudita, sorvegliati da 30000 guardie, attraversi il cuore dello sciismo in subbuglio; un’interruzione di pochi giorni può causare un picco del petrolio, raggiungendo i 200 dollari o più al barile, alimentando la crisi economica globale. Questa è la manna geopolitica sognata dagli speculatori di hedge fund di Wall Street e City di Londra…
Si dovrebbero seguire con il microscopio elettronico le posizioni turche (la sola potenza sunnita della NATO) e del Pakistan (la maggiore potenza militare musulmana), che finora hanno assunto un atteggiamento neutrale e cauto, soprattutto per i recenti legami con Russia e Cina e la repulsione per i Fratelli musulmani (incoraggiati da Turchia e Qatar), e non certo dall’amore per l’Iran.oil-and-gas-infrastructue-persian-gulf--large-Note
[1] “Otra trampa de Brzezinski y Stratfor contra Rusia: “guerra demográfica” con Turquía“, Alfredo Jalife Rhame, La Jordana, 3 gennaio 2016.
[2] “Why the King’s Sunni Supporters are Moving Abroad“, Justin Gengler, Foreign Affairs, 6 gennaio 2016.
[3] “L’Arabie saoudite a bien enlevé des collaborateurs de l’ayatollah Khamenei“, Réseau Voltaire, 13 novembre 2015.
[4] “We’re going to take out 7 countries in 5 years : Iraq, Syria, Lebanon, Libya, Somalia, Sudan & Iran”, Videointervista con il Generale Wesley Clark, Democracy Now, 2 marzo 2007.
[5] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 settembre 2013.
[6] “Hacia el nuevo orden geofinanciero: yuan chino entra al FMI y Rusia prepara su “rublo-oro”“, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 13 gennaio 2015.
[7] “Saudi riyal in danger as oil war escalates”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 28 dicembre 2015.
[8] “The Saudi-Iranian Spat Is Emblematic of the Region’s Power Struggle”, Stratfor, 4 gennaio 2016.
[9] “Saudi showdown with Iran nears danger point for world oil markets”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 4 gennaio 2016.

Alfredo Jalife-Rahme Professore di Scienze politiche e sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico (UNAM). Pubblica cronache di politica internazionale sul quotidiano La Jornada. Ultima opera: La Cina irrompe in America Latina: Drago o panda? (Orfila, 2012).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Washington teme che la Gran Bretagna abbandoni l’UE

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 08/02/2016161861218__762913cIl conto alla rovescia inizia questa settimana sulla questione importante per la Gran Bretagna: uscire dell’Unione europea, il cosiddetto Brexit. Mentre il problema sembra essere principalmente d’interesse nazionale, in agguato v’è la preoccupazione geopolitica cruciale degli Stati Uniti. L’esito del referendum inglese sull’Europa potrebbe gravemente compromettere le ambizioni egemoniche globali di Washington e, in particolare, l’agenda del confronto con la Russia. Il primo ministro inglese David Cameron ha lanciato un’offensiva del fascino diplomatico pochi giorni dopo che il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, rese pubblico il quadro dell’accordo sull’adesione della Gran Bretagna all’UE. Tale accordo provvisorio è il prodotto di mesi di negoziati tra il governo di Londra e l’istituzione dell’UE, volto a dare al Regno Unito più libertà da Bruxelles. Cameron sostiene di aver avuto abbastanza concessioni per sostenere la sovranità inglese, e il capo del governo conservatore ora fa apertamente campagna per la continua adesione all’UE su tale base. Cameron ha bisogno del sostegno di altri capi dell’UE per concludere il pacchetto di riforme che ha negoziato con Tusk. Le prime tappe di questa settimana sono Polonia e Danimarca, dove i governi neo-eletti, euroscettici, sono inclini a simpatizzare per le preoccupazioni inglesi a strappare più libertà nazionali nel blocco. Non è certo se il vertice dei capi dell’UE previsto per il 18-19 febbraio sarà d’accordo con le riforme volute dal premier inglese. Alcuni vedono la Gran Bretagna cercare concessioni per minare il concetto dell’UE di libera circolazione e diritti dei lavoratori. Germania e Francia hanno detto che non sono disposte a mantenere la Gran Bretagna a bordo “a qualsiasi costo”, indicando il limite della tolleranza sulle concessioni agli inglesi. Nel frattempo, molti nel partito conservatore di Cameron sono arrabbiati per non aver assicurato abbastanza la sovranità inglese. C’era ampia costernazione sui media prevalentemente di destra della Gran Bretagna, questa settimana, su un Cameron che vedono “prostrato” agli integrazionisti europei. E fuori dal suo partito Tory, il più nazionalista United Kingdom Independence Party guidato da Nigel Farage biasima come “patetico” l’accordo sulla riforma di Cameron, sostenendo che ha ceduto tutte le promesse precedenti su riforme radicali. L’UKIP ha già conquistato molti elettori tradizionali conservatori e numerosi parlamentari tory disertare per le sue ferventi politiche euroscettiche. C’è la campagna per una rottura decisiva con l’UE. Da più di 40 anni, il partito conservatore inglese si agita sulla questione europea. Da quando la Gran Bretagna aderì al blocco nel 1973, il partito ha sempre minacciato di andare a pezzi sull’adesione all’UE. Non solo Nigel Farage e l’UKIP sostengono la Brexit. Anche alcuni conservatori di rilievo nel gabinetto esecutivo di Cameron spingono ad abbandonare l’Unione europea. Uno di questi gruppi è Conservatori per la Gran Bretagna guidato da Lord Nigel Lawson, ex-Cancelliere dello Scacchiere di Margaret Thatcher negli anni ’80.
Cameron-Vignetta-ita David Cameron cammina sul filo del rasoio. A fare pressione sul leader inglese è Washington. L’establishment politico statunitense, democratico e repubblicano, vuole inequivocabilmente che la Gran Bretagna rimanga nell’UE. Washington non può esprimere questa posizione con troppa forza, altrimenti potrebbe essere visto come indebita ingerenza negli affari interni inglesi. Tuttavia, gli interessi statunitensi inevitabilmente appaiono nel dibattito. Questa settimana, lo stesso giorno in cui Cameron annunciava il suo pacchetto di riforme, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrebbe telefonato al leader inglese per sollecitare una vigorosa campagna per l’adesione all’UE. La Casa Bianca ha detto, Obama “ha riaffermato il costante sostegno degli Stati Uniti a un forte Regno Unito in una forte Unione europea”. In precedenza, Washington ha sparato una straordinaria bordata contro la campagna anti-UE rivelando che, in caso di Brexit, alla Gran Bretagna neo-indipendente non sarà concesso alcun regime speciale commerciale bilaterale. La Casa Bianca di Obama ha detto che fuori dall’adesione all’UE la Gran Bretagna affronterà tariffe commerciali paralizzanti, egualmente a Cina, Brasile e India. Cosa vista come duro colpo al campo pro-indipendenza della Gran Bretagna, che ha sostenuto che gli interessi economici inglesi sarebbero meglio tutelati con l’indipendenza dall’UE. La domanda è: perché Washington è così risoluta sulla Gran Bretagna nell’Unione europea? La risposta è stata in parte rivelata da Lord Lawson, capo dei Conservatori per la Gran Brteagna. In un intervista del mese scorso con la BBC, Lawson ha detto che l’interesse primario degli Stati Uniti “è poter influenzare tutta l’UE avendo il suo più stretto alleato, la Gran Bretagna, nel blocco”. Lawson è stato cauto, ma in realtà ciò che voleva dire è che la Gran Bretagna è un surrogato di Washington nei rapporti col resto d’Europa. Vi sono due questioni strategiche che illustrano il punto. Il primo è il gigantesco patto commerciale che Washington cerca di concludere con l’Unione europea. Il partenariato commerciale e d’investimento transatlantico (TTIP) è visto dare impulso vitale alle esportazioni statunitensi in Europa, la cui popolazione totale è quasi doppia di quella degli Stati Uniti. Per la storicamente stagnante economia degli Stati Uniti sarebbe un accordo molto gradito. Tuttavia, vi è molta resistenza tra i cittadini dell’UE al TTIP, perché visto cedere troppo potere al capitale degli Stati Uniti sui diritti dei lavoratori e le norme alimentari e ambientali europei. La Gran Bretagna di Cameron è una grande fan del TTIP, facendo intenso lobbying sul resto dell’UE a firmare l’accordo. Quindi, se il Regno Unito dovesse uscire dal blocco europeo, c’è il rischio che il TTIP decada. Una grave sconfitta per Washington. In secondo luogo, e ancora più importante, il tanto decantato “rapporto speciale” degli USA con la Gran Bretagna ha garantito a Washington un’influenza alla Svengali sugli Stati europei. Ciò fin dai primi giorni dell’integrazione europea dalla fine della seconda guerra mondiale. La subordinazione inglese agli interessi statunitensi, con governi conservatori e laburisti, ha sempre fatto sì che le politiche dell’UE siano fortemente ponderate fondendosi con le ambizioni geopolitiche di Washington. La politica estera e militare inglese, sempre strettamente allineata a quella degli Stati Uniti, ha effettivamente impresso sull’UE l’identità sinonima dell’alleanza militare guidata dagli statunitensi, la NATO. La Gran Bretagna non è affatto l’unica voce atlantista in Europa, ma si può affermare che senza il surrogato inglese l’influenza di Washington sull’UE sarebbe assai ridotta. Seguendo gli spericolati interventi militari per i cambi di regime di Washington nel mondo, negli ultimi decenni, dall’ex-Jugoslavia ai Balcani, Afghanistan e Iraq, dalla Libia alla Siria e Ucraina. In tali interventi criminali, l’Europa vi è sempre stata coinvolta dal sostegno della Gran Bretagna agli obiettivi di Washington. Sulla Russia è ipotizzabile che il braccio di ferro tra Europa e Mosca non sarebbe così grave se non fosse per la Gran Bretagna, strumentale all’agenda di Washington per imporre sanzioni. È interessante notare che molte voci più sane, in Europa, come il premier dell’Italia Matteo Renzi, il ministro degli Esteri della Germania Frank-Walter Steinmeier e il ministro delle Finanze francese Emmanuel Macron, negli ultimi mesi hanno chiesto un riavvicinamento con la Russia sulla crisi Ucraina. La supposizione ragionevole è che le relazioni tra Europa e Russia sarebbero più compatibili se non fosse per la Gran Bretagna “quinta colonna” di Washington nell’UE. Mentre l’UE ha effettivamente un ruolo sinistro, con Washington, nell’istigare il colpo di Stato in Ucraina nel febbraio 2014, è comunque plausibile che lo scontro pericoloso risultante con Mosca non sarebbe avvenuto nella misura attuale se l’Europa avesse avuto una politica estera più indipendente dagli Stati Uniti. Durante la crisi ucraina, la Gran Bretagna agì da braccio destro di Washington, convincendo gli altri ad adottare una più acuta postura anti-russa, alimentando il processo militare della NATO in Europa e la profonda spaccatura diplomatica con Mosca.
Il referendum in Gran Bretagna sulla Brexit potrebbe aversi minimo a giugno, con il risultato di abbandonare l’UE alla fine del prossimo anno. I sondaggi finora indicano parità, ma l’ultimo indica la campagna per “lasciare l’Europa” con un sostanziale vantaggio di nove punti. Una cosa è certa però. Washington seguirà attentamente il referendum, e altri interventi sono prevedibili dalla Casa Bianca per influenzare l’esercizio democratico a favore dell’adesione della Gran Bretagna nell’UE. Le ambizioni egemoniche di Washington ne dipendono. Per coloro interessati a un’Europa più indipendente, libera dal peso delle macchinazioni geopolitiche di Washington, si potrebbe sostenere che il miglior risultato sarebbe la Gran Bretagna uscire dall’UE. Quindi, lasciate che la barchetta Gran Bretagna salpi verso l’Atlantico sotto l’inno illusorio “Britannia Rules the Waves”. E poi, forse, l’Europa potrà cominciare a vivere rapporti più pacifici con il resto del mondo.brexit-beckons-as-97-of-britons-think-david-cameron-cant-get-a-better-eu-dealTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: La NATO in caduta libera a causa delle politiche economiche dell’UE (Audio)

NATO-symbol-with-flags-of-member-countriesTEHERAN (RADIO ITALIA IRIB) – Alessandro Lattanzio, saggista, redattore della Rivista Eurasia e’ stato intervistato dalla nostra Redazione per esaminare diverse questioni politiche internazionali tra cui la caduta libera della NATO.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

La NATO verso il collasso

Alessandro Lattanzio, 29/01/2016

Generale Philip Breedlov

Generale Philip Breedlove

Il 27 gennaio il comando europeo delle Forze Armate degli Stati Uniti (EUCOM) stilava l’aggiornamento della strategia in Europa per “Impedire l’aggressione russa sotto forma di crescente comportamento aggressivo e militarizzazione dell’Artico. La Russia è una sfida seria ai nostri alleati e partner in diverse regioni, è un problema globale che richiede una risposta globale”. Il rappresentante permanente della Russia presso la NATO, Aleksandr Grushko, ha detto “è impossibile commentare nelle forme corrette, perché tale tesi è completamente al di fuori della realtà. Tale formulazione prevede che gli Stati Uniti riuniscano gli alleati, i cui ranghi sono ultimamente dispersi. Dato che nuove minacce e sfide richiedono risposte collettive, devono riunirsi sotto l’ala degli Stati Uniti ed esser costretti ad investire nella difesa per rafforzare il fianco orientale con una nuova cortina di ferro. Le ragioni dell’adozione della nuova strategia sono più profonde del mero desiderio degli Stati Uniti di radunare gli alleati europei” dichiarava il Vicedirettore del Centro informazioni analitiche di Tauride Sergej Ermakov. “La grave esacerbazione delle relazioni con la Russia è il compito principale del comando europeo degli Stati Uniti, per “garantirsi un ambiente sicuro”. Intendendo esattamente l’allineamento degli alleati europei a ranghi serrati e il rafforzamento della NATO come strumento per normalizzare la presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Gli USA vogliono rafforzare la NATO, ma non tutti i Paesi membri dell’Alleanza hanno fretta di aumentare la spesa per la difesa”. Alcuni Paesi come Polonia ed Estonia hanno aumentato la spesa militare ben al 2% del PIL, un contributo insignificante. Inoltre il comando europeo degli Stati Uniti negli ultimi 10 anni ha seriamente ridotto il dispiegamento militare. “La copertura dei territori controllati dall’EUCOM è addirittura aumentata verso la regione artica. Formalmente la zona di responsabilità del Comando Europeo ha lasciato l’Africa perché è stato creato il Comando Africa degli Stati Uniti, ma in realtà AFRICOM si basa sulle risorse di EUCOM. Obiettivi vaghi, risorse limitate e assenza di serie minacce militari all’Europa, fino a poco prima, permisero ad EUCOM una vita rilassata… Ma dopo i fatti di Crimea si è scatenato l’inferno”. Il fatto che l’esercito russo potesse operare con successo in condizioni di combattimento quasi reale fu una sorpresa sgradevole, in particolare effettuando quelle operazioni che la NATO classifica come “intervento umanitario”. “Ciò ha comportato cambiamenti nella cosiddetta concezione dello schieramento avanzato volto a rafforzare la presenza statunitense in Europa. L’obiettivo di EUCOM è creare una fitta rete di piccole basi in Europa, permettendo agli USA di rischierarvi le proprie forze contro la Russia. Ma se durante la Guerra Fredda gli USA avevano 400000 soldati in Europa, dopo il “rafforzamento della presenza statunitense in Europa” saranno circa 80000”.
Ciò impone alla Federazione russa d'”Investire nella Difesa e a costruire una linea difensiva. Questo è necessario, anche se tali azioni possono scatenare una nuova corsa agli armamenti… Oggi c’è un graduale cambio di leadership nello spazio geopolitico globale“, dichiarava l’accademico dell’Accademia dei problemi geopolitici, l’ex-direttore del Primo Dipartimento per la Cooperazione Militare Internazionale del Ministero della Difesa della Federazione Russa, Colonnello-Generale Leonid Ivashov. “L’occidente si è esaurito ed ora molla, mentre l’età dell’Oriente si afferma. In questo processo assistiamo ad una rivolta contro il diktat statunitense. Come sempre, gli alleati di ieri iniziano ad agire contro Washington. Arabia Saudita e Turchia vedono che l’Iran ha raggiunto il suo obiettivo liberandosi dalle sanzioni. Il processo globale di liberazione dalla dittatura statunitense appare ovvio anche all’Europa. Perciò gli Stati Uniti cercano di sopprimere l’aspirazione russa all’indipendenza, per mantenere anche l’Europa sotto controllo. In caso contrario, c’è il rischio che la liberazione dalla dittatura statunitense diventi un massiccio movimento coordinato. Per riunire l’Europa, è necessario esibire una minaccia estera comune, pratica comune degli Stati Uniti. Quando la minaccia diventa lo SIIL e i profughi da Medio Oriente e Nord Africa, la Russia passa in secondo piano e la solidarietà della NATO comincia ad andare a pezzi. Così gli statunitensi fanno tutto il possibile per presentare i russi nel familiare ruolo di principale nemico. Nel 2015, ricordo, gli Stati Uniti adottarono la nuova strategia di sicurezza nazionale. Nel documento la Russia veniva indicata 13 volte sempre in un contesto negativo. La Russia è il principale nemico nella dottrina militare aggiornata degli Stati Uniti, che ora cercano di riscrivere i punti chiave della strategia della NATO. E’ impossibile aspettarsi altro dagli Stati Uniti date le attuali condizioni“.
Merkel+Erdogan+Mark+50+Years+Turkish+Immigration+o9d5qvOzmvPxE a proposito di ‘flussi di rifugiati’, l’agenzia stampa turca Dogan riferiva che a Diyarbakir si svolgevano gravi scontri tra le forze armate e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che avevano spinto migliaia di persone a fuggire dalla città, nel sud-est della Turchia, dopo che 23 persone, tra cui 3 soldati turchi, erano state uccise. Il 27 gennaio l’esercito turco uccise 11 curdi a Cizre, al confine siriano, e altri 9 a Diyarbakir. Già dal 14 dicembre 2015 134 curdi furono uccisi dall’esercito turco a Diyarbakir. Oltre 2000 civili abbandonavano la città. Dopo il collasso del processo di pace tra le autorità turche e il PKK, nell’estate 2015, Erdogan impose il coprifuoco in varie città curde. Da allora, gli scontri tra le forze turche e PKK sono in corso, dove almeno 198 civili, tra cui 39 bambini, sono stati uccisi dalle operazioni militari iniziate nell’agosto 2015. E il 24 gennaio, Joe Biden, vicepresidente degli USA, incontrava ad Ankara il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro Davutoglu, per esprimere sostegno alla pulizia etnica della popolazione curda mascherata da guerra contro il PKK. Inoltre, Biden, annunciava che se i colloqui di Ginevra sulla Siria fallivano “Siamo preparati, pronti a una soluzione militare nell’operazione contro lo Stato islamico“, dichiarando che Washington non avrebbe impedito alla Turchia di posizionare truppe in Iraq nei pressi dei giacimenti petroliferi di Mosul, attualmente occupati dallo SIIL, approvando di fatto l’invasione turca dell’Iraq. Inoltre, il vicepresidente degli Stati Uniti non ha detto nulla sul contrabbando di petrolio iracheno e siriano in Turchia, con cui il SIIL finanzia il terrorismo contro la Siria. Biden sa bene che Erdogan e il capo dei servizi segreti turchi, Hakan Fidan, sostengono apertamente lo SIIL, addestrandolo e armandolo nella guerra contro la Siria. Il 18 ottobre 2015 Fidan dichiarò l’aperto sostegno turco allo SIIL: “L’Emirato islamico è una realtà e dobbiamo accettare di non poter debellare una ben organizzata e popolare istituzione come lo Stato islamico. Pertanto, esorto i miei colleghi occidentali a rivedere il proprio modo di pensare sulle correnti politiche islamiche, a mettere da parte la loro mentalità cinica e a contrastare Putin che vuole schiacciare i rivoluzionari islamisti siriani“. Lo Stato islamico è un alleato della NATO, creato dalla struttura clandestina terroristica atlantista StayBehind/Gladio turco-anglo-franco-italiana, o Gladio-B in Medio Oriente, per distruggere il governo baathista siriano, col coinvolgimento diretto della Turchia di Erdogan e della monarchia wahhabita guidata da re Salman e dal figlio militarmente incompetente, ma ministro della Difesa, principe Muhamad bin Salman. “C’è oggi un’alleanza militare ed economica tra l’osceno megalomane Erdogan e la monarchia wahabita saudita. Da parte loro, il monarca saudita Salman e il principe Muhamad bin Salman vogliono strappare altri giacimenti per aumentare la propria ricchezza. Questo non perché la monarchia sia indigente, ma perché ha l’illusione che possedendo altro petrolio potrà finalmente “sedersi al tavolo del padrone”, e non essere trattata dagli arroganti oligarchi occidentali come beduini primitivi in Rolls Royce”, afferma F. William Engdahl. Nel frattempo l’Arabia Saudita organizzava i colloqui Turchia-Egitto nell’ambito dell’accordo per il passaggio della presidenza dell’OIC (Organizzazione degli Stati islamici), dall’Egitto alla Turchia. Nel 2013 Erdogan condannò il rovesciamento del regime dei Fratelli musulmani rifiutando di riconoscere la legittimità del presidente egiziano al-Sisi. Ora, secondo l’accordo saudita, al-Sisi cederà la presidenza dell’OIC e consegnerà centinaia di Fratelli musulmani egiziani detenuti al regime islamista di Erdogan che, secondo Engdahl, diverrebbe il “protettore” di Fratelli musulmani e Stato islamico, spianando la strada alla riesumazione del califfato islamico del nuovo Gran Sultano Recep Tayyip Erdogan. E in tale quadro va inserita l’alleanza slavofoba tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente turco Erdogan. Dove difatti la Germania ignora la strage dei curdi nel sud-est della Turchia, il contrabbando di petrolio e la collaborazione di Ankara con i terroristi dello SIIL. Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt la cancelliera tedesca Merkel “ha bisogno di Erdogan per la propria sopravvivenza politica… Erdogan ha creato la carta vincente per evitare l’intervento dell’Europa: i rifugiati“, dice l’articolo. Il presidente turco sfrutta la fiducia dei Paesi europei e “senza intoppi conduce una guerra sporca” nel proprio Paese, che si traduce ancora una volta in nuovi flussi di migranti in fuga dal sud-est del Paese con l’aumento delle violenze.
Intanto si amplia il ‘fronte orientale’ nell’Unione europea, il serio scontro sulla sovranità tra la Polonia e l’ingerenza dell’UE guidata dalla Germania. Nella frattura intra-europa tentano d’infiltrarsi gli interessi statunitensi, guidati dal solito George Soros, che fa il diavolo in quattro per cercare di salvare la creatura mostruosa su cui ha speso il proprio capitale finanziario-mediatico, il governo golpista neo-banderista di Kiev, oramai sull’orlo della bancarotta economica e della disintegrazione territoriale, e che attrae l’attenzione di Varsavia e Berlino. Si tratta del vero oggetto occulto del contenzioso tedesco-polacco: come affrontare il fallimento ucraino. Nel frattempo, sebbene i polacchi continuino a parlare di una vaga “minaccia russa” invocando l’insediamento permanente della NATO nel Paese, la Polonia compie discreti tentativi di riavvicinamento alla Russia. Su iniziativa del nuovo governo polacco, si svolgeva un incontro russo-polacco il 22 gennaio a Mosca, tra i viceministri degli Esteri dei relativi Paesi. I russi chiedevano un forte intervento delle autorità polacche contro i vandalismi sui monumenti che commemorano i caduti dell’Armata rossa durante la Seconda guerra mondiale, “La retorica ostile va respinta se si vuole un rapporto russo-polacco normalizzato, affermava il Ministero degli Esteri russo dopo le consultazioni bilaterali tra i viceministri degli Esteri. La Russia è pronta a costruire in modo pragmatico contatti con il nuovo governo polacco, avanzando laddove è possibile, dichiarava dopo le consultazioni del Primo Viceministro degli Esteri russo Vladimir Titov con il Viceministro degli Esteri polacco Marek Ziolkowski. “Non è dovuto alla Russia il blocco del dialogo”, dichiarava il Ministero. “Fu sottolineato che se c’è un tentativo di normalizzare le relazioni, un’atmosfera adeguata va creata, e retorica ed azioni ostili vanno evitati”, continuava la dichiarazione. “L’accento era posto sul mantenimento delle debite misure per la protezione di monumenti e sepolture militari russi in Polonia, dato che gli atti di vandalismo sono sempre più frequenti. Le parti hanno deciso a breve l’organizzazione della riunione di un gruppo di lavoro secondo l’attuazione dell’accordo intergovernativo del 22 febbraio 1994 sui monumenti alle vittime di guerre e repressioni. Inoltre, l’articolo indicava che la parti hanno deciso consultazioni per risolvere pragmaticamente le liti sulle proprietà diplomatiche in entrambi i Paesi. “Le parti hanno deciso di spianare la strada ai negoziati con la prospettiva per un accordo intergovernativo”.” Osserva Philppe Grasset, “i polacchi dovranno agire con estrema cautela per evitare di dare altri argomenti a coloro che gli fanno pressione, UE e Germania, NATO e Stati Uniti. Tuttavia, con la solita deriva massimalista degli Stati Uniti che accompagna il “totalitarismo democratico” di Unione europea e Germania, e dato che UE e Germania sono in grave crisi, ci sarà ancora più pressione rigorosa sulla Polonia e altre pressioni si avrebbero se la Polonia stringesse un’alleanza con la Russia. A nostro avviso, le relazioni in tale direzione potranno solo peggiorare, con molto probabili soliti tentativi di cambio di regime per destabilizzare la Polonia. L’incognita riguarda i russi. Putin avrà una “parte” in Polonia o andrà avanti senza altro scopo che iniziare a migliorare le relazioni, a condizione che i polacchi rispettino i monumenti commemorativi, vale a dire intervenendo pesantemente in questo senso? Troviamo qui l’incertezza russa con l’ambiguità di Putin nei rapporti diretti con il blocco BAO (UE, Germania, Stati Uniti d’America). E’ il caso del “piede” nella Russia di Putin (“dentro e fuori il sistema”) assai più percepito, in questo caso, nelle strutture finanziarie e monetarie e in certi oligarchi, ancora visti come “filo-occidentali”, vicini al sistema e alla globalizzazione nonostante le promesse di cambiamento al culmine della crisi in Ucraina; aspetto criticato a Putin anche dai “filo-putiniani” più conseguenti… L'”attacco alla Polonia” s’inscrive in tale contesto, per la Russia, da cui la sua massima cautela se non riluttanza. D’altra parte, i russi possono ritenere di non avere a che fare con un nuovo scenario “greco” (Tsipras che chiede aiuto a Mosca contro l’Unione europea, per capitolare completamente verso UE e Germania). D’altra parte, ancora, la Polonia non è la Grecia e vi sono molti elementi nella crisi da renderla molto più grave della crisi greca, con aspetti geopolitici cruciali. I russi avrebbero grande difficoltà a non prestarvi maggiore attenzione”. I polacchi si troverebbero, spinti dall’arroganza di UE, Germania, USA e NATO, bloccati nel dilemma di dover scegliere tra una posizione intransigente, da rafforzare con ulteriori legami con la Russia, o arrendersi completamente avviandosi verso una rinnovata russofobia. “E’ quindi possibile che a un certo punto i russi ritengano che sia più dannoso non rispondere con maggior entusiasmo alle richieste polacche“. E difatti, il Ministero della Difesa (MON) della Polonia annunciava la creazione di forze di difesa territoriali, che potrebbero includere 46000 effettivi e modellati sulla Guardia nazionale degli USA. L’idea fu avviata dall’eurofila Piattaforma civica (PO) ed ora viene accelerata dall’euroscettico Partito Legge e Giustizia (PiS) al potere. Nel novembre 2015, il neo-ministro della Difesa Antoni Macierewicz dichiarava che l’organizzazione della difesa territoriale è uno dei compiti più importanti del suo ministero. I piani iniziali prevedono la creazione di 3 brigate nel nord-est della Polonia, ai confini con Russia e Bielorussia. In definitiva il MON vuole creare una dozzina di tali brigate, suddivise in due componenti: quella della difesa territoriale, dotate di armi leggere, e la componente mobile dotata di missili anticarro e antiaerei, carri armati e blindati, da usare per rinforzare l’esercito, mentre la difesa territoriale garantirebbe l’ordine nelle retrovie. La Guardia nazionale diverrebbe la quinta forza armata della Polonia, posta sotto il diretto controllo del governo centrale, soprattutto pronta ad affrontare rivolgimenti interni, piuttosto che combattere minacce estere. Chiaramente l’obiettivo è prepararsi contro un ‘nemico interno’, percepibile nella componente filo-europeista della società polacca, e nelle temute rivoluzioni colorate, sempre incombenti anche per chi non si allinea perfettamente alle direttive della NATO.
Germany_Tornado_recce-e1437554848656 Secondo il giornale Rzeczpospolita, gli USA dopo aver promesso la creazione di basi permanenti in Polonia, cambiavano idea dopo l’intervento della Russia in Siria, per evitare d’irritare Mosca con la costruzione di basi in Polonia. La richiesta del presidente polacco Andrzej Duda di creare basi permanenti della NATO fu discussa col segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e col Comandante supremo della NATO in Europa (SACEUR), l’instabile russofobo Generale Philip Breedlove. Inoltre, il ministro degli Esteri Witold Waszczykowski aveva offerto a Londra un accordo di scambio tra la posizione della Polonia sui diritti sociali dei cittadini polacchi residenti in Gran Bretagna e il sostegno inglese all’installazione di basi permanenti atlantiste in Polonia, senza ricevere una risposta conclusiva, però. Il ministro della Difesa Macierewicz parlando all’omologo inglese Michael Fallon, ebbe la promessa della presenza, su rotazione periodica ma non permanente, di 1000 soldati inglesi. Con il mutare della situazione geopolitica, la NATO non vuole peggiorare i rapporti con Mosca, tanto più che la capacità operativa delle forze armate atlantiste è gravemente compromessa, di cui l’intervento della NATO in Siria, la cui inoperatività dimostrava aver oramai assunto aspetti grotteschi: i 6 cacciabombardieri Tornado tedeschi, schierati in Siria per le missioni di ricognizione, non possono volare di notte, tutti i giorni Bild ha riportato Martedì in un nuovo imbarazzo per il Ministero della Difesa, poiché i piloti venivano accecati dalle luci del cockpit, la cabina di pilotaggio, ritenute eccessivamente luminose. Il ministero della Difesa tedesco ammetteva che c’è “un piccolo problema tecnico riguardo l’illuminazione della cabina di pilotaggio. E’ possibile che gli occhiali notturni indossati da piloti provochino riflessi”. Perfino l’arma di ordinanza dell’esercito federale, il fucile d’assalto G36 creava problemi nel ritmo di tiro, mentre Der Spiegel rivelava che solo 4 dei 39 elicotteri NH90 in servizio delle forze armate federali tedesche erano operativi. Ciò da la misura dello stato dell’esercito e dell’aeronautica tedeschi, la punta di lancia della NATO. E questo nonostante le deliranti velleità russofobe dei vertici burocratici della NATO.

Antoni Macierewicz

Antoni Macierewicz

Fonti:
Dedefensa
Defense News
FARS
Fort Russ
NEO
South Front
South Front
South Front

Dove esploderà la prossima crisi economica mondiale?

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

world-economic-forum-pwcE’ appena iniziato il 2016 e le perdite nelle varie borse nel mondo sono colossali: quasi 8 miliardi di dollari nelle prime tre settimane di gennaio, secondo Bank of America Merrill Lynch. Il governo degli Stati Uniti ha reso le banche d’investimento tossicodipendenti dal credito a buon mercato. E ora che lo stimolo monetario della Federal Reserve è finito tutti ne pagano le conseguenze. Nell’ultimo vertice di Davos è stato sottolineato che l’incertezza prevale tra le grandi imprese: non si sa dove la prossima crisi esploderà.
Un tremito finanziario ha sprofondato Davos nel pessimismo. Più di 2000 leader aziendali e politici riunitisi in Svizzera (dal 20 al 23 gennaio) non sanno più come convincere la gente che l’economia mondiale è sotto controllo. Solo pochi giorni prima del XLVI World Economic Forum (1), gli investitori erano in preda al panico: nelle prime tre settimane di gennaio diversi scambi registravano perdite per 7,8 miliardi di dollari, secondo la Bank of America Merrill Lynch (2). Per la banca d’affari statunitense questo gennaio sarà ricordato come il più drammatico per la finanza dalla Grande Depressione del 1929. I circuiti finanziari internazionali sono ora sempre più vulnerabili. E il crollo della fiducia delle imprese sembra irreversibile. La PricewaterhourseCoopers (PwC) ha recentemente pubblicato i risultati di un sondaggio che riflette le opinioni di 1409 amministratori delegati delle società (CEO, Chief Executive Officers) di 83 Paesi sulle prospettive economiche: il 66% degli intervistati ritiene che le loro aziende affrontino maggiori minacce oggi rispetto a tre anni fa, e solo il 27% ritiene che la crescita globale migliorerà (3). L’incertezza è tale che al vertice di Davos non c’era consenso tra i giganti aziendali su dove la prossima crisi esploderà. Eppure i media occidentali non si stancano mai di accusare il rallentamento della Cina come principale causa delle turbolenze nell’economia globale. In realtà, lo speculatore George Soros (che eliminò la sterlina nel 1990), a Davos ha detto che un atterraggio duro dell’economia cinese è “inevitabile” (4); senza dubbio era un’esagerazione. A mio avviso c’è una campagna di propaganda contro Pechino che tenta di nascondere le gravi contraddizioni economiche e sociali che persistono nei Paesi industrializzati (Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Giappone, ecc). Nonostante il trionfalismo della presidentessa della Federal Reserve System (FED) Janet Yellen. nelle ultime settimane l’economia statunitense ancora mostra segni di debolezza. Il settore manifatturiero ha accumulato lo scorso dicembre due mesi di contrazioni: il livello più basso degli ultimi sei anni. Inoltre, il crollo dei prezzi delle materie prime (“commodities”) ha sostenuto l’apprezzamento del dollaro, divenendo quindi più difficile per il governo degli Stati Uniti seppellire la minaccia della deflazione (calo dei prezzi). L’orizzonte è di gran lunga più tetro dopo che il prezzo di riferimento internazionale del petrolio è sceso sotto i 30 dollari al barile (5). Ancora peggio, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha diminuito le nuove prospettive di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) per quest’anno, da 3,6 a 3,4% (6).
La verità è che le politiche di credito a buon mercato dalle banche centrali dei Paesi industrializzati, dopo il fallimento di Lehman Brothers, ha causato enormi distorsioni nei mercati del credito e ora tutti ne pagano il conto (7). Secondo i calcoli del fondo d’investimento Elliot Management (guidato da Paul Singer), le banche centrali delle maggiori potenze hanno iniettato nell’economia globale 15 miliardi di dollari, secondo le stime, dalla crisi del 2008, acquistando obbligazioni sovrane e attività ipotecarie (8). Purtroppo tale strategia non ha posto le basi per un progressivo recupero ma, al contrario, ha aumento la fragilità finanziaria. La zona euro ancora non esce dai bassi tassi di crescita economica. La crisi non solo ha colpito Paesi come Spagna e Grecia, ma anche il cuore d’Europa è in gravi difficoltà: la minaccia di deflazione incombe sulla Germania, dove si sa che i prezzi al consumo sono cresciuti solo dello 0,3% nel 2015, il dato minore dalla recessione del 2009, quando il PIL tedesco ebbe una contrazione del 5%; e il presidente della Francia Francois Hollande ha recentemente annunciato lo “stato di emergenza economica” per l’alto tasso di disoccupazione e gli scarsi investimenti (9). Ciò davvero preoccupa il presidente della Banca centrale europea (BCE) Mario Draghi, costretto a prendere in considerazione misure di stimolo l’espansione dal prossimo marzo (10). Lo stesso vale per Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone pur avendo un tasso d’interesse di riferimento minimo e lanciato aggressivi programmi di liquidità, ma ancora non riescono a far uscire le loro economie dal pantano o ad aumentare sostanzialmente l’inflazione, che rimane lontana dal dato ufficiale del 2%. Tuttavia, lo stradominio del dollaro nel mercato finanziario globale ha attribuito agli Stati Uniti un ruolo decisivo nel determinare la politica monetaria in altri Paesi. Non vi è dubbio che la FED ha sbagliato aumentando il tasso d’interesse dei fondi federali lo scorso dicembre. Semplicemente non c’erano prove sufficienti per permettere di concludere che la ripresa dell’economia statunitense fosse solida e sostenuta. Ora che la situazione è peggiorata, quasi certamente nelle prossime riunioni del Federal Open Market Committee (FOMC, nell’acronimo in inglese), non solo la FED non aumenterà il costo del credito, ma neanche potrà ridurre il tasso di riferimento. Tuttavia, il grosso problema è che nessuno sa con certezza come reagiranno i mercati finanziari (11) alla minima mossa della FED. Crolli successivi a Wall Street innescheranno la recessione globale? Finalmente ne sarà mortalmente ferita l’egemonia del dollaro prima della massiccia vendita di buoni del Tesoro USA? Fino a che punto resisteranno Cina e Paesi emergenti? La prossima crisi è un enigma per tutti…International Monetary Fund and World Bank Group Annual MeetingsNote
1. “Davos 2016: Global economy seen to be hanging in the balance“, The Financial Times, 19 Gennaio 2016.
2. “Nearly $8 trillion wiped off world stocks in January, U.S. recession chances rising: BAML“, Jamie McGeever, Reuters, 22 gennaio 2016.
3. “En Davos, el pesimismo es el sentimiento de moda”, Dana Cimilluca, il Wall Street Journal, 20 GENNAIO 2016.
4. “Soros: China Hard Landing Is Practically Unavoidable” Bloomberg, 21 gennaio 2016.
5. “Goldman Sachs baja el precio del petróleo” Mikhail Leontiev, traduzione Aldo Malca, 1tv (Russia), Réseau Voltaire, 22 gennaio, 2016.
6. “IMF Cuts Global Growth Forecast to 3.4% in Year of ‘Great Challenges’“, Bloomberg, Bloomberg, 19 gennaio 2016.
7. “El crédito barato ya no alcanza para estimular la economía mundial”, Lingling Wei & Jon Hilsenrath, The Wall Street Journal, 20 gennaio 2016.
8. “Fears of global liquidity crunch haunt Davos elites”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 20 gennaio 2016.
9. “François Hollande en état d’urgence” Gérard Courtois, Le Monde, 19 gennaio 2016.
10. “Draghi hints at more stimulus in March”, Claire Jones & Elaine Moore, The Financial Times, 21 gennaio 2016.
11. “The world has glimpsed financial crisis. But is the worst to come?”, Jamie Doward, Larry Elliott, Rod Ardehali & Terry Macalister, The Guardian, 24 gennaio 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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