L’Arabia Saudita sarà la Wall Street del Medio Oriente?

Ariel Noyola Rodríguez* RussiaToday
*Economista laureato alla Universidad Nacional Autónoma de México.splash-562058_risultatoDato il rallentamento economico, il governo dell’Arabia Saudita ha deciso d’intraprendere una serie di riforme volte a promuovere gli investimenti esteri. La liberalizzazione del mercato azionario è il progetto più ambizioso. Tuttavia, resta da vedere se impedirà le pratiche speculative dei banchieri di Wall Street o, al contrario, il boom del mercato azionario Tadawul genererà una crisi…
Le economie emergenti subiscono le conseguenze della deflazione (prezzi in calo) delle materie prime (“commodities”), in particolare del petrolio. Nella varietà Brent, l”oro nero’ registra un calo complessivo di oltre 40 punti percentuali negli ultimi 12 mesi, una situazione che ha messo l’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC) in una situazione grave. Cosa fare per evitare una debacle economica? L’Arabia Saudita, membro a pieno titolo del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) e dell’OPEC, si è sempre opposta a ridurre il tetto massimo di produzione, aumentando i prezzi del petrolio e derivati (1). Invece s’è ostinatamente concentrata sulla continuazione della ‘guerra dei prezzi’ contro il Nord America. Per mantenere la supremazia nel mercato mondiale del petrolio, l’Arabia Saudita intende spezzare le compagnie del petrolio e gas di scisto (‘shale’) statunitensi (2). Tuttavia, tale strategia ha anche causato gravi danni ai Paesi produttori di petrolio convenzionale (in base a condizioni semplici dal punto di vista tecnico e del profitto economico), in particolare di Sud America, Nord Africa e Medio Oriente. Contrariamente agli obiettivi, l’Arabia Saudita è divenuta vittima di se stessa, con entrate pubbliche per il quasi 90% dipendenti dal petrolio, la situazione economica diventa insostenibile. Le violente fluttuazioni dei prezzi nel mercato o rafforzano la muscolatura economica delle nazioni o le impantana. In un primo momento, dall’invasione dell’Iraq nel marzo 2003 allo scoppio della crisi dei subprime dell’ottobre 2008, i prezzi del petrolio greggio Brent erano sopra i 100 dollari al barile. Grazie al boom del petrolio, l’Arabia Saudita accumulò massicce riserve di valute internazionali (100% del PIL) diminuendo il debito pubblico (2% del PIL) registrando tassi di accumulazione mai visti prima. Tra 2003 e 2008, il PIL raggiunse un tasso di crescita annuale tra il 5 e l’8% (a prezzi costanti), secondo la banca dati del Fondo monetario internazionale (FMI). Tuttavia, all’inizio del 2009 il prezzo del petrolio scese a 50 dollari per la contrazione del credito internazionale (‘credit crunch’) e il crollo della produzione mondiale di beni. La recessione acquisì slancio nelle economie di Stati Uniti ed Unione europea, mentre America Latina, Africa e Asia-Pacifico registrarono un significativo rallentamento. Tuttavia, nei mesi seguenti i prezzi del greggio si alzarono, dal 2010 fino alla metà del 2014, e rimasero tra i 95 e i 120 dollari, grazie agli ampi sconvolgimenti geopolitici regionali (Siria, Libia, Yemen, ecc.) e alla speculazione delle maggiori banche d’investimento (Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan Chase, ecc.) Il tasso di crescita dell’Arabia Saudita fu tra 1,8 e 5,5%, nel 2009-2013 (tranne nel 2011), con un calo significativo rispetto al periodo precedente (2003-2008), superando anche molte economie emergenti. Tuttavia, i tassi ricominciarono a precipitare dal giugno dello scorso anno. Oggi che i prezzi rimangono molto lontani da quelli raggiunti durante il primo decennio del 2000, le prospettive di un’accelerazione della crescita dell’economia saudita non sono positive.
OPEC-Logo-5_risultato Nonostante le avversità, re Salman bin Abdulaziz si è opposto al riduzione della spesa pubblica e all’aumento delle tasse. Tali misure scatenerebbero solo grandi proteste sociali. Invece gli al-Saud hanno deciso di ampliare la proprietà straniere nell’economia e in parallelo indirizzare i risparmi in eccesso su investimenti produttivi per diversificare le esportazioni. In questo contesto, l’apertura del mercato azionario (‘Saudi Stock Exchange‘) agli investimenti stranieri merita particolare attenzione. Quando la Cina fu incoraggiata a liberalizzarlo nel novembre 2014 (3), l’unica economia del Gruppo dei 20 (G-20) che teneva chiuso il proprio mercato dei capitali era l’Arabia Saudita. Stabilendo poco a poco i ritmi e tenendo d’occhio gli speculatori, ora aspira ad essere la Wall Street del Medio Oriente. “Vorremmo vedere una graduale apertura. Non vogliamo che il mercato si surriscaldi“, dichiarava Hasan Shaqib al-Jabri, presidente esecutivo di Sedco capital (4). Una volta concessa l’autorizzazione dal corrispondente regolatore dei titoli, gli investitori internazionali possono (da metà giugno) acquistare e vendere azioni di 170 aziende saudite (legate ai settori bancario, energetico, dei trasporti e vendite al dettaglio). Così con la deflazione delle materie prime (‘commodities’), le società saudite non petrolifere possono assorbire capitali dal resto del mondo e aumentare la redditività. Al momento vi sono molte restrizioni (5). L’Autorità del Mercato dei Capitali (CMA, dal suo acronimo in inglese) esige minimo 5 anni di esperienza negli investimenti finanziari. Inoltre, le aziende che vogliono investire devono avere un minimo di capitalizzazione pari a 5 miliardi di dollari. D’altra parte, per mantenere il potere di decisione degli affaristi sauditi nelle assemblee degli azionisti, la CMA ha rilevato che almeno il 51% della proprietà della società deve rimanere in mani nazionali. È interessante notare che il mercato azionario saudita ha una capitalizzazione di circa 600 miliardi di dollari, equivalente a quello degli altri membri del GCC (Bahrayn, Kuwait, Oman, Qatar e Emirati Arabi Uniti), mentre le operazioni giornaliere sono stimate a 2,5 miliardi di dollari. Il mercato azionario, l’indice Tadawul, tra i più importanti nelle economie emergenti, ha una liquidità superiore a quella dei corrispettivi di Sudafrica (JSE), Russia (MICEX), Turchia (ISE) e Messico (CPI).(6)
Secondo alcune previsioni, la liberalizzazione del Tadawul farà espandere di 30/50 miliardi di dollari gli investimenti in Arabia Saudita nei prossimi 5 anni.(7) I titoli azionari dei prodotti petrolchimici Sabic, delle banche Samba e al-Rajhi, del consorzio alimentare Savola e della compagnia telefonica Saudi Telecom sono tra i più ambiti dagli investitori internazionali.(8) Tuttavia, il processo di apertura del mercato dell’Arabia Saudita non è privo di rischi. Mentre cerca di essere il fattore scatenante di una serie di investimenti per alleviare il rallentamento del PIL, l’incremento dell’indice Tadawul potrebbe però aumentare la volatilità finanziaria e quindi rigettare le speranze di ripresa economica, come accade oggi negli Stati Uniti. I sauditi sapranno battere l”esuberanza irrazionale’ (Alan Greenspan dixit)?

map-saudi-arabia6-635x357Note
1. “Oil price falls as Saudi Arabia pushes Opec cartel to hold production levels“, Terry Macalister, The Guardian, 5 giugno 2015
2. “Saudi claims oil price strategy success“, Anjli Raval, The Financial Times, 13 maggio 2015
3. “Shanghái y Hong Kong: la nueva dupla bursátil“, Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 22 novembre 2014
4. “Saudi Arabia equity market opening just the start“, Philip Stafford, The Financial Times, 16 giugno 2015
5. “Saudi Arabia’s stockmarket: A cautious opening“, The Economist, 9 maggio 2015
6. “Saudi Stocks Slip as Foreigners Gain Access“, Ahmed Al Omran & Rory Jones, The Wall Street Journal, J15 giugno 2015
7. “Saudi Arabia opens its $560bn stock market to foreign investors“, Simeon Kerr, The Financial Times, 14 giugno 2015
8. “Saudi Arabia opens stock market: Five shares worth buying“, The Telegraph, 15 giguno 2015

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi greca attende altri partner della NATO

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 02/07/20150,,16783331_303,00Conseguenza importante del conflitto ucraino e del confronto tra occidente e Russia è l’aumento drammatico della spesa militare in diversi Paesi europei. Tuttavia, questa militarizzazione senza precedenti delle economie europee preannuncia un disastroso futuro debito paralizzante di tipo greco per tali Paesi. I più a rischio della futura sbornia di spese militari nei prossimi anni sono Paesi baltici, Polonia e Paesi scandinavi. Il risultato può effettivamente spiegare perché Washington e i più stretti alleati della NATO hanno intrapreso ciò che appare un pericoloso confronto geopolitico con la Russia. Le tensioni sono alimentate dalla presunta minaccia russa, soprattutto da Washington, che a loro volta portano a lucrose vendite di armi per il Pentagono e il suo complesso militare-industriale. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha recentemente assicurato che l’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti “non sarà trascinata in una corsa agli armamenti con la Russia“, ma questo è esattamente ciò che sembra accadere, almeno per i membri o partner orientali europei e scandinavi della NATO. L’agenda del confronto, veementemente articolata da Washington, non è tanto istigare una guerra totale tra NATO e Russia. L’ex-ambasciatore statunitense in Russia Michael McFaul lo scorso fine settimana ha affermato che “solo un pazzo invaderebbe la Russia“. Tale ammissione può effettivamente misurare con precisione i calcoli di Washington. Nonostante il continuo atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti verso la Russia, il vero obiettivo infatti non contempla la guerra con Mosca, ma piuttosto creare un clima di paura e insicurezza sulla presunta minaccia russa, per aumentare la spesa militare dei membri della NATO. Nell’ultimo rapporto sulle spese militari in Europa del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) nota: “La crisi politica e militare in Ucraina ha portato ad una maggiore rivalutazione della percezione delle minacce e delle strategie militari in gran parte d’Europa. Percezione delle minacce aumentate hanno comportato appelli in Europa per aumentare la spesa militare, in particolare, al rinnovato impegno dei membri della NATO a spendere almeno il 2 per cento del loro PIL per la difesa“. Nelle crescenti spese militari nel 2015 rispetto all’anno precedente rientrano: Repubblica Ceca (+ 3,7%), Estonia (+ 7,3%), Lettonia (+ 15%), Lituania (+ 50%), Norvegia (+ 5,6%), Polonia (+ 20%), Romania (+ 4,9%), Repubblica Slovacca (+ 7%), e la Svezia che aderisce alla NATO (+ 5,3%). Significativamente, la maggior parte dei membri europeo-occidentali della NATO riduce o congela le spese militari, come Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Danimarca e Spagna. Tra i maggiori acquirenti militari, la Polonia ha il maggiore esborso finanziario con circa 35 miliardi di dollari anni fino al 2022. In confronto, gli Stati baltici di Lituania, Lettonia ed Estonia hanno spese assai minori in dollari assoluti. Ma ciò che è importante è relazione alle loro economie molto più piccole. Come nota SIPRI: “Nel medio-lungo termine, l’aumento dell’80 per cento o più delle spese militari richiesto da alcuni Stati, per raggiungere l’obiettivo del 2 per cento, è senza precedenti per i membri della NATO in tempo di pace. Dalla fine della guerra di Corea nel 1950-53, l’andamento dei bilanci militari di quasi tutti i membri della NATO, in percentuale del PIL, andava verso il basso o la stagnazione, anche durante i periodi di maggiore tensione con l’Unione Sovietica”.
Gli Stati Uniti quali maggiore esportatore di armi nel mondo ci guadagnano decisamente da bilanci e mercati europei ampliati, con la vendita di sistemi missilistici, carri armati, navi da guerra e aerei da combattimento. Il vantaggio per il Fondo monetario internazionale (FMI) dominato da Washington è che l’indebitamento dei Paesi spendaccioni verso i militari è la conseguente futura coercizione economica, che permetterà l’esproprio via austerity delle economie a vantaggio del capitale finanziario occidentale. Il processo non è dissimile da ciò che è già accaduto in Grecia. Nel diluvio dei reportage occidentali sulla crisi del debito greco, un aspetto chiave rimane stranamente occultato. Il fatto che l’onere del debito da 320 miliardi di dollari della Grecia sia in gran parte dovuto a decenni di militarismo esorbitante. Secondo alcune stime, almeno la metà del debito totale greco, oltre 150 miliardi di dollari, è dovuto alle spese militari. Prima dell’inizio della crisi del debito nel 2010, la Grecia spendeva circa il 7 per cento del PIL per la difesa quando molti altri Paesi europei spendevano circa il 2 per cento. Anche ora, cinque anni dopo il collasso economico, la Grecia ha ancora la più alta spesa militare dell’Unione europea, il 2,2 per cento del PIL. Nell’alleanza militare della NATO, la Grecia ha la seconda più alta spesa di questo tipo dopo gli Stati Uniti, che assegnano circa il 3,8 per cento del loro PIL ai militari. Il governo greco di Alexis Tsipras e i creditori istituzionali come Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale hanno diligentemente ignorato un’opzione lampante per cercare di porre le finanze nazionali della Grecia su basi più solide, la contrazione massiccia militare del Paese. Se la Grecia dovesse ridurre la spesa militare della metà, a circa l’1 per cento del PIL, come Italia, Belgio, Spagna e Germania, potrebbe assegnare 2 miliardi per soddisfare le esigenze immediate del FMI e contribuire ad evitare le misure di austerità drastiche richieste dalla troika UE/BCE/FMI. Ma c’è una buona ragione per cui la troika dei creditori rifiuta questa opzione. La stravaganza militare della Grecia per molti anni è stata un miniera d’oro per le industrie belliche tedesche, francesi e statunitensi. Di 150 miliardi di dollari di spese militari dalla Grecia fino al 2010, il 25 per cento degli acquisti riguardava la Germania, il 13 per cento la Francia e il 42 per cento gli Stati Uniti, secondo i dati SIPRI. Non è un caso che i grandi creditori istituzionali della Grecia sono i governi tedesco e francese, che raccolgono 100 miliardi di dollari. Gran parte del capitale prestato alla Grecia è stato speso per sistemi d’arma tedeschi e francesi come carri armati Leopard e aerei da combattimento Mirage, oltre che per gli statunitensi F-16. In un’intervista al Guardian nell’aprile 2012, il parlamentare greco Dimitris Papadimoulis accusava Berlino e Parigi di “ipocrisia” perché, come spiegò: “Beh, dopo l’inizio della crisi economica (nel 2010), Germania e Francia cercavano di siglare lucrosi accordi sulle armi anche quando ci spingevano a tagliare in settori come la salute“. Così Berlino e Parigi consapevolmente gonfiarono il debito della Grecia per dare un grosso mercato alle loro industrie della difesa. Quella porta girevole della finanza girava anche con la corruzione. Nell’ottobre 2013 l’ex-ministro della Difesa della Grecia Akis Tsochatsopoulous, del governo PASOK, fu imprigionato per 20 anni per corruzione riguardante 75 milioni di dollari e decine di funzionari di Atene. L’azienda tedesca Ferrostaal fu costretta a pagare 150 milioni di dollari per il suo ruolo nel racket delle armi, assicurandosi la vendita di quattro sottomarini Tipo 214 alla Grecia per circa 3 miliardi dollari. Il comodo spauracchio nello scenario greco era la Turchia che invase Cipro nel 1974, dipinta quale perenne minaccia alla sicurezza alla Grecia. Washington, Berlino e Parigi assieme ai politici corrotti di Atene, sfruttarono la minaccia turca per far girare la porta dei prestiti e spese militari. La triste fine di tale scenario è la crisi del debito greco, rilanciata dallo stupro economico del Paese da parte di FMI e potenze europee, soprattutto Berlino e Parigi. Un’altra ironia di tale moderna tragedia greca è che la presunta minaccia turca accentuata da Washington e alleati europei, suscitando la massiccia militarizzazione della Grecia, fu attribuita a un altro membro della NATO, la Turchia. Che fine ha fatto l’articolo 5 della NATO sulla sicurezza collettiva in questi anni d’insicurezza? Quanto è più facile per Washington ed alleati della NATIO presentare la Russia con i vecchi stereotipi della Guerra Fredda quale minaccia alla sicurezza di Europa orientale e Scandinavia?
L’aumento della spesa militare dei Paesi di Europa orientale e Scandinavia sembra uno stratagemma riuscito. Il complesso militare-industriale degli Stati Uniti e dei suoi omologhi tedeschi, francesi e inglesi rastrellerà miliardi di dollari nei prossimi anni dai membri minori della NATO, opportunamente spaventati dallo stupido “spettro russo”. Ma se la storia del militarismo in Grecia è da seguire, una crisi del debito ‘greco’ è in serbo per Stati baltici, Polonia e scandinavi. La protezione della NATO guidata dagli Stati Uniti? Più che altro il racket della protezione NATO a guida USA.pipinosLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Eastring vs Balkan Stream: la battaglia per la Grecia

Andrew Korybko The Saker 28 giugno 2015TurkGasPipe-webfigLa Russia non bluffava quando ha detto che il Turkish Stream sarà l’unica via di transito del gas fuori dall’Ucraina dal 2019, e dopo tentennamenti incredulo per più di sei mesi critici, l’UE solo ora rinsavisce cercando disperatamente di mercanteggiare un’alternativa geopolitica. Fermo restando che il fabbisogno di gas ricadrà assolutamente sulla Russia nei prossimi decenni (indipendentemente dalla retorica transatlantica), l’UE vuole attenuare le conseguenze multipolari dei gasdotti pianificati dalla Russia finché può. La Russia vuole estendere il Turkish stream a Grecia, Macedonia e Serbia con un piano che l’autore ha già definito “Balkan stream“, mentre l’Unione europea vuole abolire la rotta balcanica centrale e sostituirla con una nei Balcani orientali via Bulgaria e Romania, la cosiddetta “Eastring“. Sebbene l’Eastring possa teoricamente far transitare il gas dal Caspio inviato attraverso il gasdotto TAP, la proposta invece è stata presentata ultimamente in connessione al Turkish stream, probabilmente perché possibilmente i previsti 10-20 miliardi di metri cubi l’anno rispetto al precedente (le riserve dell’Azerbaigian non possono soddisfare la domanda senza assistenza turkmena, lungi dall’essere garantita a questo punto), sono sminuiti dai 49 miliardi di metri cubi del secondo. Se l’Europa non intende collegare l’Eastring al Turkish stream, le forniture di gas russo potrebbero raggiungere il continente indipendentemente dalla rotta in questione (Balcani centrali od orientali), il che significa che c’ è una situazione sempre vantaggiosa per la Russia… forse. Le differenze strategiche tra Eastring e Balkan Stream sono in realtà molto acute e accoppiate all’impeto implicito rivelato dalla proposta dell’UE di collegare Eastring al Turkish Stream, innanzitutto significa che vanno analizzate più in profondità, prima che qualcuno salti a una conclusione predeterminata sulla natura ‘reciprocamente vantaggiosa’ dell’Eastring. L’articolo comincia identificando le differenze strategiche sottostanti tra Eastring e Balkan stream. Dopo aver deciso ciò, acquisite le intuizioni, s’interpretano le motivazioni di Bruxelles e le previsioni regionali implicite sui Balcani. Infine, si tocca la prolungata crisi del debito greco per illustrare come le attuali turbolenze della Repubblica ellenica siano divenute il tentativo occidentale di cacciare indirettamente Tsipras per punirlo per la cooperazione energetica con la Russia.

Le differenze strategiche
Ci si ingannerebbe assolutamente supponendo che Eastring e Balkan Stream siano progetti strategicamente simili, e siano entrambi vie di transito del gas russo verso l’Europa, promuovendo due visioni a lungo termine completamente diverse per conto dei sostenitori europei e russi rispettivamente.

Eastring:
L’UE prevede che questo tracciato eliminerà qualsiasi vantaggio geopolitico che la Russia potrebbe potenzialmente trarre dal Balkan stream riducendo l’oleodotto a niente più che un esiguo gasdotto privo di qualsiasi impatto o influenza. Potendo raggiungere questo obiettivo semplicemente facendo passare il gasdotto in Bulgaria e Romania, due affidabili Stati membri dell’UE e della NATO, le cui élite politiche sono saldamente nell’orbita unipolare. Come ulteriore garanzia la Russia non potrebbe mai utilizzare l’Eastring per gli scopi multipolari previsti, dato che gli Stati Uniti prevedono di pre-posizionare armi pesanti e 750 truppe nei due Paesi dei Balcani orientali, rafforzando ulteriormente il blocco sub-NATO del Mar Nero in costruzione negli ultimi due anni. Se gli Stati Uniti riescono a sabotare il Balkan stream e a costringere quindi la Russia a rinviarlo, in ultima analisi l’Eastring sarà l’unica alternativa realistica nell’Europa del sud-est per inviare gas in Europa, e Mosca si troverebbe nella stessa posizione strategica miserabile di quando inviava energia attraverso l’Ucraina controllata dagli USA, vanificando così lo scopo del perno nei Balcani, in primo luogo.

Balkan stream:
I russi hanno un approccio sui gasdotti del tutto opposto agli europei, comprendendone l’utilità geopolitica e cercando di utilizzare tali investimenti infrastrutturali quali strumenti strategici. Il Balkan stream va inteso come controffensiva multipolare nel cuore dell’Europa ed è esattamente per queste ragioni che la Russia è completamente contraria ad affidarsi ad Eastring quale unica rotta energetica europea sudorientale per l’UE. Mosca prevede di utilizzare Balkan stream come calamita per attirare gli investimenti dai BRICS nei Balcani, integrandolo alla Via della Seta balcanica della Cina dalla Grecia all’Ungheria. Non è quindi un caso che il terrorismo albanese filo-statunitense sia tornato nella regione dopo dieci anni, in particolare contro la Repubblica di Macedonia, il collo di bottiglia dei Balcani. La Russia scommette sulla rotta balcanica centrale per la via energetica che propone, perché sa che Serbia e Macedonia, che non sono membri di Unione Europea o NATO, non possono essere direttamente dominate dal mondo unipolare come i satelliti bulgaro e rumeno degli Stati Uniti, e vede la Grecia come l”asso’ sul punto di cadere in disgrazia presso i padroni occidentali. Questi fattori a loro volta rendono il Balkan straem eccezionalmente attraente per gli geostrateghi russi che correttamente riconoscono che i tre Stati lungo la sua rotta (Grecia, Macedonia e Serbia) sono il tallone d’Achille dell’unipolarismo occidentale in Eurasia che, se considerato con la giusta spinta, può portare al crollo finale di tutta la struttura.

Lettura del pensiero di Bruxelles
Il fatto stesso che l’UE propone Eastring quale possibile componente del Turkish stream rivela molto su ciò che Bruxelles pensa oggi. Diamo uno sguardo a ciò che è stato detto tra le righe:

Il gas russo è necessario:
Bruxelles riconosce di dover ricevere il gas russo in un modo o nell’altro, e che il corridoio meridionale del gas più che probabilmente non soddisferà le future esigenze dell’Unione (sia per l’Unione europea nel suo insieme che per la regione dei Balcani in particolare). Gli Stati Uniti lo capiscono e quindi pianificano uno scenario in cui la Russia sia costretta a fare affidamento sulla rotta unipolare nei Balcani orientali, in modo da neutralizzare il progetto da qualsiasi influenza residua multipolare, e Washington possa continuare a controllare il transito delle risorse russe verso l’Europa in futuro.

Vulnerabilità unipolare nei Balcani centrali:
Il suggerimento che i Balcani orientali sostituiscano l’oleodotto alternativo Balkan stream indica che l’occidente riconosce la vulnerabilità unipolare della rotta russa nei Balcani centrali. Questo perché la costruzione del Balkan Stream comporterebbe il rafforzamento geostrategico della Serbia emergendo come hub energetico regionale. Belgrado potrebbe quindi sfruttare ampiamente questo vantaggio reintegrando lentamente e strategicamente (ma non politicamente!) l’ex-Jugoslavia, anche se sotto l’influenza multipolare indiretta russa. Di conseguenza, i Balcani, la regione europea che indiscutibilmente dimostra il fallimento del bastone euro-atlantico, si presenteranno quale attraente opportunità non-occidentale del co-sviluppo con i BRICS. Il Balkan stream della Russia fornisce approvvigionamento energetico sicuro, mentre la Via della Seta balcanica della Cina concede accesso al mercato globale più grande, minacciando così la morsa economica che l’Unione europea attua sulla penisola. Se l’Europa non è più economicamente allettante per gli Stati balcanici (la sua attrattiva culturale e politica è roba del passato a causa dei ‘matrimoni gay’ e dell’eccessivo bullismo di Bruxelles di questi anni), perderà l’ultimo suo soft power e l’unico modello alternativo saranno i BRIC, che porrebbero nella regione una testa di ponte multipolare arivvando al centro del continente prima che qualcuno se ne renda conto.

putin-tsiprasInaffidabilità greca:
L’UE chiaramente non vede la Grecia, almeno con l’attuale dirigenza, quale strumento geopolitico affidabile per i propri interessi. Mentre l’oleodotto azero attraverso il Paese politicamente volubile è accettabile, quello dalla Russia non lo è, potendo essere usato come banco di prova per ulteriori incursioni multipolari nei Balcani centrali e comportando la rapida ritirata dell’influenza balcanica di Bruxelles (come sopra descritto). Se la Grecia fosse completamente sotto controllo unipolare, o l’occidente lo ritenesse possibile entro il 2019, allora non ci sarà la necessità di escludere il Paese. Anche se rimane la possibilità che un frammento di territorio greco possa essere usato per costruire l’interconnessione gasifera con la Bulgaria per sostenere l’Eastring, ciò non è ancora l’oleodotto che attraversa il nord del Paese secondo una rotta fuori dal controllo unipolare (a differenza dell’alternativa bulgara). Pertanto, la proposta dell’Eastring la dice lunga sulle tristi prospettive geopolitiche che Bruxelles prevede nei prossimi 5 anni in Grecia, anche se ciò al contrario può essere letto come conferma della possibilità multipolare del Paese che la Russia ha già individuato.

Le guerre per procura balcaniche:
Più che altro, la proposta di Bruxelles dell’Eastring può essere letta come disperato piano B per garantirsi le forniture di gas russo tanto necessarie, nel caso in cui gli Stati Uniti rendano irrealizzabile il Balkan Stream nella penisola centrale con una serie di guerre per procura destabilizzanti. Come già illustrato, l’UE ha bisogno del gas russo a qualsiasi costo (cosa che gli Stati Uniti ammettono malvolentieri), quindi deve assolutamente avere un piano di emergenza nel caso succeda qualcosa al Balkan stream. Le casse russe hanno bisogno di entrate, mentre le fabbriche europee del gas, quindi è un rapporto naturale d’interesse reciproco cooperare su una certa rotta o un’altra. La tesi, ovviamente, si riduce a quale rotta il gas russo attraverserà e gli Stati Uniti faranno di tutto affinché passi nei Balcani orientali unipolari e non dai multipolari Balcani centrali. Così la ‘Battaglia per la Grecia’ è l’ultimo episodio di questa saga, e la futura rotta del gas russo verso l’Europa è in bilico.

Davanti al bivio (greco)
Anche se la crisi del debito è un problema da ben prima che il Balkan stream fosse concepito, ora è intimamente intrecciata al dramma della nuova Guerra Fredda energetica nei Balcani. La Troika vuole costringere Tsipras a capitolare sull’accordo del debito impopolare che sicuramente comporterebbe la rapida fine della sua premiership. In questo momento, il principale fattore che lega il Balkan stream alla Grecia è il governo Tsipras, ed è interesse di Russia e mondo multipolare vederlo rimanere al potere fin quando il gasdotto sarà fisicamente costruito. Qualsiasi cambiamento improvviso o inatteso della leadership in Grecia potrebbe facilmente mettere in pericolo la sostenibilità politica del Balkan stream e costringere la Russia a fare affidamento sull’Eastring, ed è per queste ragioni che la Troika vuole imporre a Tsipras un dilemma inestricabile. Se accetta le condizioni attuali del debito, allora perderà l’appoggio della base e probabilmente inaugurerà elezioni anticipate o cadrà vittima di una rivolta nel suo stesso partito. Dall’altra parte, se rifiuta la proposta e permette il default della Grecia, allora la catastrofe economica risultante potrebbe por termine al supporto della base e por fine prematuramente alla sua carriera politica. Perciò la decisione del referendum nazionale sull’accordo del debito è una mossa geniale, perché assicura a Tsipras la possibilità di sopravvivere all’imminente tempesta politica-economica con risultati democraticamente ottenuti (che sembrano predire il rifiuto del debito e imminente default). Con il popolo dalla sua parte (non importa quanto ristretto), Tsipras potrà continuare a presiede la Grecia attraversando il prossimo preoccupante periodo d’incertezza. Inoltre, la continua gestione del Paese e i rapporti personali con i leader dei BRICS (soprattutto Vladimir Putin) potrebbe portare ad estendere una qualche forma di assistenza economica (probabilmente dalla Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari o un’altrettanto grande riserva valutaria) alla Grecia dopo il prossimo vertice di Ufa ai primi di luglio, a condizione che possa continuare la leadership fino ad allora. Pertanto, il futuro della geopolitica energetica dei Balcani attualmente si riduce a ciò che accade in Grecia nel prossimo futuro. Mentre è possibile che un primo ministro greco diverso da Tsipras possa far progredire il Balkan Stream, la probabilità è significativamente inferiore a un Tsipras che rimane in carica. Creare le condizioni per la sua rimozione è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro della Russia attraverso i Balcani, quindi ecco perché tale pressione su Tsipras in questo momento. La sua proposta di referendum chiaramente li ha colti di sorpresa, dato che la vera democrazia è praticamente sconosciuta nell’Europa di oggi, e nessuno si aspettava che si rivolgesse direttamente ai suoi elettori prima di prendere una delle decisioni più cruciali del Paese degli ultimi decenni. Attraverso questi mezzi, può sfuggire alla trappola da Comma-22 che la Troika gli ha teso e così salvare anche il futuro del Balkan Stream.

Conclusioni
C’è di più nella proposta del gasdotto Eastring di quanto appaia, da qui la necessità di svelarne le motivazioni strategiche per comprenderne meglio l’impatto asimmetrico. E’ chiaro che Stati Uniti ed UE vogliono neutralizzare l’aspetto geopolitico che il Balkan Stream avrebbe ampliando la multipolarità nella regione, il che spiega il loro mutuo approccio nel tentativo di fermarlo. Gli Stati Uniti alimentano le fiamme della violenza nazionalista albanese in Macedonia ostacolando la prevista rotta del Balkan Stream, mentre l’UE comodamente propone una rotta alternativa attraverso i Balcani orientali unipolaristi quale predeterminata ‘via d’uscita’ alla Russia. Le forze euro-atlantiche cospirano nel tentativo di rovesciare indirettamente il governo greco attraverso un’elezione programmata o colpo di Stato per rimuovere Tsipras, sapendo che tale mossa infliggerebbe un colpo grave e immediato al Balkan stream. Anche se non è chiaro cosa alla fine accadrà a Tsipras o ai piani dei gasdotti della Russia, in generale è inconfutabile che i Balcani siano diventati uno dei principali e reiterati focolai della nuova guerra fredda, e la concorrenza tra mondo unipolare e multipolare in questo teatro geostrategico è solo agli inizi.

1424170133Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sanzioni e nascita della nuova Russia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 25/06/2015csf978Voglio condividere le mie impressioni sulla recente visita a San Pietroburgo, dove sono stato invitato a parlare a una conferenza intitolata “Mai sprecare una buona crisi”. Il titolo è una versione del vecchio proverbio cinese: “Una crisi presenta anche opportunità”. Questo è ciò che appare oggi nella Federazione Russa e s’irradia dall’ampia distesa dell’Eurasia ad Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina. In mancanza di un termine migliore, chiamerò ciò che avviene Ordine del Nuovo Mondo, per differenziarlo dal Nuovo Ordine Mondiale dominato dagli Stati Uniti di George HW Bush, proclamato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, in un discorso dell’11 settembre 1990 al Congresso degli Stati Uniti, dove disse “Oltre questi tempi difficili, il nostro… obiettivo, un Nuovo Ordine Mondiale, può emergere…” Oggi è chiaro che il Nuovo Ordine Mondiale di Bush era destinato a sfruttare senza scrupoli il disordine successivo alla fine dell’Unione Sovietica forgiando un mondo unipolare in cui un piccolo gruppo avrebbe dettato al mondo intero le sue condizioni. Il suo perseguimento è stato l’unico obiettivo della politica estera degli Stati Uniti e delle loro guerre e campagne terroristiche sotto tre presidenti degli Stati Uniti, nell’ultimo quarto di secolo dalla fine dell’Unione Sovietica. Ciò motiva la guerra civile istigata dagli USA in Ucraina, Siria, contro la Cina nel Mar Cinese orientale, e il sostegno occulto degli USA al SIIL. Si avanzano le sanzioni economiche statunitensi contro la Russia, a cui Washington ha costretto l’UE ad appoggiare, con grande danno per la sua economia. Ciò che ho visto non solo a San Pietroburgo, ma anche in altre recenti visite in Russia, è qualcosa che posso solo definire straordinario. Piuttosto che farsi terrorizzare da interminabili attacchi e sanzioni economiche e finanziarie lanciate contro di essa, la Russia e la sua dirigenza sono sempre più sicure di sé e, soprattutto, più autosufficienti e positivamente aggressive come mai prima. Alcuni esempi l’illustrano.

Leader negli alimenti biologici
I leader russi di oggi hanno capito che ciò che sotto il corrotto Eltsin era considerato una passività, l’agricoltura, è uno dei beni più grandi della Russia. Ho avuto occasione, nel contesto di questa edizione del San Petersburg International Economic Forum, di parlarne con il Viceministro dell’Agricoltura che mi ha detto che il governo ha preso la decisione strategica di usare le sanzioni “contro le sanzioni”, cioè vietare le importazioni di prodotti alimentari dall’Unione europea, per realizzare una produzione di alimenti naturali e biologici russi. Il Viceministro Sergej Levin mi ha detto che la Russia già oggi ha vietato ogni nuova commercializzazione di sementi OGM. Le sue osservazioni furono riprese dal Viceprimo ministro russo Arkadij Dvorkovich che annunciava che la Russia non userà organismi geneticamente modificati (OGM). Il ministro dell’Agricoltura russo Nikolaj Fjodorov ha promesso di fare della Russia un Paese senza OGM. In una riunione dei deputati rappresentanti le zone rurali ha dichiarato sugli OGM che il governo non “avvelenerà i cittadini”. Hanno capito che il ricco e fertile suolo russo, quando le esigenze della guerra fredda deviarono la produzione di sostanze chimiche per la difesa, in gran parte evitò il pesante uso di prodotti agrochimici che ha gravemente danneggiato i terreni agricoli degli Stati Uniti e di gran parte dell’Unione europea dal 1945, secondo i metodi agro-alimentari statunitensi che in modo meraviglioso aumentarono la resa dei raccolti, ma non la qualità nutrizionale del cibo prodotto. Qui è dove la Russia ha capito che può divenire un importante produttore mondiale di prodotti agricoli organici di qualità. I fertili terreni agricoli russi diventano ancora più strategici per le forniture alimentari mondiali, mentre le fertili terre nere dell’Ucraina vengono distrutte da guerra e caos.

La Russia come catalizzatore dell’energia
10952140 Ciò che era evidente nei miei colloqui e osservazioni a San Pietroburgo è la tremenda dinamica russa nel mutare l’ordine mondiale esistente. Le sanzioni spingono la Russia a fare cose molto buone. Gli sforzi di Washington sono ridicolmente inefficaci cercando di bloccare i capitali occidentali per le imprese russe, in particolare quelle energetiche, e la drammatica escalation delle provocazioni della NATO attorno la Russia hanno spinto a decisioni strategiche autonome o alla cooperazione con partner commerciali non NATO. La diversità di tali accordi commerciali strategici emersa a San Pietroburgo è impressionante. Andrew Korybko, giornalista e analista di Sputnik ha dettagliato alcuni dei più significativi accordi emersi nel forum russo. Korybko sottolinea che lungi dall’essere considerato a livello internazionale come uno Stato paria, “spezzando” le regole del gioco di Washington, la Russia calamita l’interesse internazionale come mai prima nella storia. Ciò è dimostrato dalla partecipazione al forum annuale di San Pietroburgo. Nonostante i grossi stupidi sforzi del dipartimento di Stato USA per scoraggiare la presenza a San Pietroburgo, quest’anno vi era un numero record di partecipanti, circa 10000, che in tre giorni di intense discussioni hanno firmato oltre 200 contratti da 5,4 miliardi dollari per nuovi accordi commerciali con la Russia, con decine di miliardi di nuovi accordi negoziati seriamente. L’affluenza è stata del 25% più alta rispetto all’anno prima, un record per il 19.mo forum nonostante i ripetuti sforzi di Washington e Bruxelles di demonizzare la Russia e Putin. Si invia un segnale chiaro ai governi della NATO che non considerano le sanzioni alla Russia un ostacolo all’ulteriore cooperazione con la Russia per sviluppare le vaste risorse di idrocarburi, da parte dell’inglese BP e dell’anglo-olandese Royal Dutch Shell, così come della tedesca E.ON, che hanno stipulato importanti nuovi accordi con la Russia a San Pietroburgo.
I colossi energetici Gazprom e Shell hanno firmato un memorandum per la costruzione di una terza linea per l’impianto di gas naturale liquefatto di Sakhalin sulla costa del Pacifico della Russia. Gazprom ha inoltre firmato un memorandum per la costruzione di un gasdotto dalla Russia alla Germania sul Mar Baltico con E.ON, Shell e la società energetica OMV di Vienna. L’accordo del Baltico prevede la costruzione di un nuovo gasdotto verso la Germania a fianco dell’attuale Nord Stream. Il nuovo progetto avrà una capacità di 55 miliardi di metri cubi l’anno, il doppio del volume del Nord Stream. Nonostante i rapporti tesi tra Mosca e Bruxelles, l’Europa avrà bisogno di più gas nel prossimo futuro e la Russia è l’unico Paese che può soddisfare la domanda ad un prezzo competitivo. “Considerando il declino dell’estrazione locale di gas in Europa e l’aumento della domanda, le imprese europee devono sviluppare nuove infrastrutture per garantire l’approvvigionamento di gas russo a i consumatori europei“, ha detto Gazprom in un comunicato. Dopo lo stupido tentativo di Bruxelles di sabotare ulteriori forniture di gas Gazprom-UE, generando da parte dei governi dell’UE il caos incontrollato in Ucraina, una quota importante delle forniture via gasdotto all’UE dalla Russia minaccia di ridursi. In conseguenza alle pressioni dell’UE su Bulgaria e altri Paesi dell’UE, lo scorso dicembre, nei colloqui con il presidente turco Erdogan ad Ankara, il presidente russo Vladimir Putin annunciava, scioccando Bruxelles, che South Stream, un progetto da 45 miliardi di dollari per inviare gas naturale russo via gasdotto sottomarino nel Mar Nero in Bulgaria e nei mercati dei Balcani e del sud Europa, era morto. Invece Putin annunciava colloqui con Erdogan per creare ciò che oggi è chiamato Turkish Stream, un gasdotto che porterà il gas russo attraverso la Turchia direttamente ai confini della Grecia. Il percorso successivo ai Paesi dell’UE dipenderà dalle decisioni dell’UE. In particolare in tale contesto, durante i colloqui a San Pietroburgo tra il primo ministro greco Alexis Tsipras e funzionari russi, tra cui Putin e ministri dell’Energia russo e greco, la Grecia ha firmato un memorandum per portare il gas russo dal gasdotto Turkish Stream al membro dell’UE (almeno per ora) Grecia. Grecia e Russia hanno firmato il memorandum per il progetto che Tsipras ha descritto come “Greek Stream“. Allo stesso convegno, il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha rivelato che “la Serbia senza dubbio parteciperà al Turkish Stream”. Non erano gli unici accordi energetici raggiunti a San Pietroburgo. Gazprom e la società francese del gas Engie hanno discusso la necessità di nuove vie di forniture di gas all’Europa. E il gigante petrolifero russo Rosneft ha firmato un accordo con la compagnia petrolifera e gasifera inglese BP che ha acquistato il 20 per cento della Taas-Jurjakh Neftegazodobicha nella Siberia orientale, creando una nuova joint venture energetica anglo-russa. Per coloro che in occidente affermano, come i neo-con del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, della Casa Bianca di Obama o dell’ufficio del segretario alla Difesa “Ash” Carter, che Putin pone furtivamente le basi per la ricostruzione l’Unione Sovietica, che non vi è alcuna base del genere, e che è chiaro che più l’economia della Russia dipende da cooperazione e rispetto reciproco con i Paesi UE, più assurde tali accuse appaiono.

L’accordo a sorpresa con i sauditi
Come se scala e diversità di questi nuovi accordi non fossero sufficienti, gli accordi della Russia di Putin con i massimi rappresentanti di Arabia Saudita e dell’India sottolineano il ruolo di avanguardia che la Russia svolge sempre più nel creare un Nuovo Mondo dall’ordine multipolare. Uno degli sviluppi più geopoliticamente affascinanti del forum di San Pietroburgo è stata la comparsa del principe saudita Muhamad bin Salman, ministro della Difesa e figlio del re Salman. Il principe bin Salman e Putin hanno tenuto una conferenza stampa congiunta durante il St. Petersburg International Economic Forum, dove Putin ha annunciato di aver invitato il re saudita Salman a visitare la Russia, e di aver accettato l’invito a visitare l’Arabia Saudita. Inoltre, i due hanno discusso dell’acquisto saudita di tecnologia russa nucleare. Il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr ha detto a RT che l’Arabia Saudita ha intenzione di utilizzare l’esperienza della Russia per costruire 16 reattori elettronucleari. Russia e Arabia Saudita firmarono un accordo intergovernativo sulla cooperazione per l’uso pacifico dell’energia nucleare. Secondo l’agenzia per l’energia atomica russa Rosatom, per la prima volta nella storia delle relazioni russo-saudite si crea un quadro giuridico per la cooperazione bilaterale nel campo dell’energia nucleare, aprendo prospettive di cooperazione nella costruzione e gestione di reattori, ciclo del combustibile nucleare, nonché istruzione e formazione. Il presidente russo Putin e il principe saudita hanno discusso la possibile cooperazione nel commercio di armi. Hm. Finora l’Arabia Saudita è il primo cliente degli armamenti di Stati Uniti e Gran Bretagna. Non c’è dubbio che il 9 maggio, la sfilata a Mosca dei sistemi d’arma russi più avanzati abbia catturato l’attenzione del principe bin Salman. Riferendosi ai colloqui tra bin Salman e Putin su possibili acquisti di sistemi d’arma russi dall’Arabia Saudita, il ministro degli Esteri al-Jubayr ha dichiarato: “La questione (di acquistare armi) viene considerata dagli esperti militari dei nostri Paesi. Ma voglio sottolineare che nulla c’impedisce di acquistare sistemi di difesa russi, proprio come nulla impedisce alla Russia di venderli all’Arabia Saudita“. Possiamo immaginare come questa affermazione abbia preoccupato Washington e Londra e il quartier generale di Bruxelles della NATO, su quanto deciso dall’incontro del 1945 tra il presidente statunitense Roosevelt e il re saudita Ibn Saud per garantire i diritti esclusivi alle major petrolifere statunitensi nel sviluppare gli enormi giacimenti di petrolio del regno saudita, facendo di Riad uno Stato vassallo degli Stati Uniti.
Altri accordi nel contesto dell’ultimo Forum economico internazionale di San Pietroburgo sono troppo numerosi da dettagliare. Riguardano India, Myanmar e numerosi altri Paesi. In breve, San Pietroburgo ha dimostrato al mondo il fallimento totale della politica degli Stati Uniti nel cercare di isolare e demonizzare la Russia di Vladimir Putin. Perseguendo la strategia di pacifici accordi economici e commerciali con gli alleati della Shanghai Cooperation Organization, soprattutto con la Cina, di accordi con i Paesi BRICS come India, Brasile, Sudafrica e Cina e nell’ambito dell’Unione economica eurasiatica, la Russia emerge quale avanguardia dell’Ordine del Nuovo Mondo, in cui il rispetto di confini nazionali e sovranità nazionale è ancora la pietra angolare. Parafrasando il testo del grande cantante country statunitense Carl Perkins, la Russia dice a Washington, “Puoi abbattermi, calpestarmi, calunniarmi dappertutto. Ttutto ciò che vuoi, ma uh uh, bello, lascia in pace il mio diritto sovrano ad esistere e prosperare in pace con i miei vicini“. Il Nuovo Ordine Mondiale di Bush si sgretola sotto i nostri occhi mentre la Russia dà vita all’Ordine del Nuovo Mondo. E’ affascinante e molto bello da vedere.CDH1iCRWYAApHyl_risultatoF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’isolamento progredisce: grande accordo tra Arabia Saudita e Russia

Dedefensa 21/06/2015Russia's President Putin meets with Saudi Arabia's Prince Mohammed bin SalmanTutto ciò non farà che aggiungersi alla dinamica assai rapida e virtuosa del caos trasformato in iperdisordine mondiale, anche quando si tratta di un evento che dovremmo ritenere strutturato. Assieme al vertice economico di San Pietroburgo (Davos orientale) accolto dai sogghigni di Washington, dagli scherni del Financial Times e da una relazione distorta di Bloomberg, Putin ha incontrato una forte delegazione dell’Arabia Saudita composta dalle più potenti figure, oltre al nuovo re, del regno. Estremamente importanti accordi sono stati siglati, anche per stabilizzare il mercato del petrolio e Putin ha ricevuto un sontuoso invito ufficiale a recarsi a Riyadh (naturalmente, anche Putin ha invitato il re a recarsi a Mosca). “Un’alleanza petrolifera tra Arabia Saudita e Russia per stabilizzare il mercato mondiale del petrolio? Sembra improbabile, in particolare con tutte le voci su Stati Uniti ed Arabia Saudita che segretamente accettavano di far collassare l’economia della Russia deprimendo il prezzo del petrolio nel 2014, per non parlare di come i due Paesi abbiano posizioni diametralmente opposte su questioni come Siria, Iran e Yemen…“, scrive Russia Insider il 20 giugno 2015.
Quindi aumenta l’isolamento della Russia… Putin non va al G7 e il re dell’Arabia Saudita non va alla conferenza degli Stati del Golfo convocata un paio di settimane prima da Obama a Camp David; ma Putin andrà a Riyadh e il re andrà a Mosca. Tutto ciò avviene senza che la Russia abbia cambiato di un copeco la sua politica siriana, mentre il blocco BAO, Francia in testa con “maestria”, continua ad invocare la morte di Assad per potersi fare il bagnetto nelle splendide acque del Golfo. A ciascuno la sua strategia, e ad ognuno la dignità che gli si addice, con i risultati meritati. …Rimaniamo ben consapevoli, ed è molto oggi, di dover attendere sviluppi in questo straordinario nuovo capitolo delle relazioni internazionali. Già si sussurra che l’Arabia Saudita veda con interesse la forte espansione dei rifornimenti in armamenti russi, ampliando la constatazione del grande successo dell’attuale politica-sistema del blocco BAO per isolare Mosca e mantenere l’esclusività sui rapporti strategici con l’Arabia Saudita. Attendiamo con interesse di scoprire con quale valuta si svolgerà il commercio russo-saudita, iniziando con un piede così nuovo, e se l’Arabia Saudita un giorno sarà interessata a un posto tra i BRICS o all’adesione alla SCO…
Dal testo di Russian Insider: “…Il caso in questione… l’incontro dello scorso giovedì a San Pietroburgo, dove il Presidente Putin ha ricevuto il principe ereditario saudita e ministro della Difesa Muhamad bin Salman (figlio dell’attuale re Salman), insieme al ministro degli Esteri Adil al-Jubayr e all’onnipotente ministro del Petrolio Ali al-Naymi. Le due parti hanno firmato sei nuovi accordi di cooperazione che includono le sfere nucleare e militare. (…) Nella delegazione saudita, il potere effettivo era, naturalmente, del decantato ministro del Petrolio Ali al-Naymi, che appariva abbastanza fiducioso sull’aumento del prezzo del petrolio nel prossimo futuro. Naymi avrebbe detto: “Sono ottimista sul futuro del mercato nei prossimi mesi, riguardo a un miglioramento continuo e all’aumento della domanda globale di petrolio, così come sul basso livello delle scorte commerciali”. Questo, ha detto il ministro, “dovrebbe migliorare il livello dei prezzi”. Naymi ha continuato a lodare il rafforzamento della cooperazione bilaterale fra Riyad e Mosca affermando che, “Questo, a sua volta, porterà alla creazione di un alleanza petrolifera tra i due Paesi a beneficio del mercato internazionale così come dei Paesi produttori, stabilizzando e migliorando il mercato”. (…) Ma l’Arabia Saudita ha una nuova leadership e non è lo stesso Paese di un anno fa. La delegazione inviata a Russia era di altissimo profilo, e il fatto che la dichiarazione sia stata fatta direttamente da Naymi, al contrario di alcuni fin troppo comuni ‘alti funzionari’ o ‘fonti anonime’, la dice lunga. Naymi, il formidabile 80enne che presiede l’oro nero arabo, è una leggenda vivente del Regno (iniziò la carriera nella Saudi Aramco all’età di 11 anni) ed esercita più potere dopo il re. Le sue dichiarazioni sulla politica energetica saudita non sono pensieri o opinioni. Piuttosto, sono fatti e politica, dichiarazioni che non ci sarebbero mai senza l’approvazione esplicita e l’autorità del re. In parole povere, Naymi ha appena dichiarato una nuova direzione nella politica estera saudita. Questo è solo l’inizio di un nuovo capitolo nelle relazioni saudite-russe. Durante l’incontro con il Presidente Putin, il principe Muhamad ha pubblicamente annunciato che suo padre aveva ufficialmente invitato il presidente russo nel regno, affermando: “Ho l’onore di trasmettere l’invito a visitare il Regno dell’Arabia Saudita, considerando la Russia come uno degli Stati più importanti del mondo contemporaneo, le cui nostre relazioni hanno radici profonde. Il signor Putin ha accettato l’invito del re a visitare il Paese del Golfo e a sua volta ha annunciato di aver invitato il re a Mosca, che il principe ereditario ha confermato esser stato accettato. Questi incontri, se e quando avverranno, saranno da seguire molto da vicino“.pic_9b33ebf4eabdabb3857f8f2bf194781cTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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