TTIP e TPP contro integrazione eurasiatica

Boris Volkhovonskij, Strategic Culture Foundation 02/05/2016

TTIP2Se i rapporti ufficiali vanno creduti, l’ultima visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Europa ha riguardato tutto tranne ciò che in realtà era al centro delle discussioni, il partenariato transatlantico di scambio ed investimenti (TTIP). Per Obama, i cui successi in politica estera appaiono patetici anche rispetto a quelli del predecessore George W. Bush, è di vitale importanza finire la presidenza col botto, soprattutto perché, per sua stessa ammissione, le prospettive sul futuro del TTIP saranno estremamente incerte, una volta che la Casa bianca passerà di mano. E non solo nel caso in cui Donald Trump, apertamente critico delle ambizioni globali dell’attuale élite statunitense, possa diventare presidente. Ci saranno problemi anche con Hillary Clinton presidente, pur, come Obama, rappresentando gli interessi delle multinazionali ed essere grande sostenitrice dell’idea del dominio globale degli Stati Uniti. La campagna elettorale negli Stati Uniti ha già dimostrato che l’elettorato è disposto a mettere gli interessi nazionali degli Stati Uniti al di sopra delle ambizioni imperiali delle élite e delle grandi corporazioni. Trump non è l’unico ad aver espresso tale tendenza, c’è anche Bernie Sanders e, in una certa misura, il numero due nella corsa repubblicana, Ted Cruz. Anche se vincesse, Hillary Clinton sarà costretta a prendere tale punto di vista in considerazione, in particolare se ne guadagnerà i sostenitori nel tempo. I capi europei (con l’eccezione della cancelliera tedesca Angela Merkel e del primo ministro inglese David Cameron, forse) non sono molto entusiasti alla prospettiva che i loro Paesi divengano appendici coloniali dei monopoli degli Stati Uniti, tanto più che nella maggior parte dei Paesi europei vi saranno presto le elezioni. Quindi, se Obama riesce effettivamente a concludere il TTIP, potrà sentirsi un vincitore. Insieme al partenariato (Trans-Pacifico TPP ) firmato tra Stati Uniti e 11 Paesi della regione Asia-Pacifico nell’ottobre 2015, il presidente degli Stati Uniti uscente potrà prendersi il merito della creazione di un enorme e potente sistema USA-centrico avvolgente l’Eurasia da occidente ad Oriente subordinando numerose economie nazionali, sviluppate o in via di sviluppo, al capitale statunitense (o meglio multinazionale), al fine di strangolare o poi subordinare i Paesi esclusi da TTIP e TPP, in primo luogo Cina, Russia, India e numerosi altri. Inoltre, i tentativi statunitensi di creare TPP e TTIP, volti a rompere l’equilibrio degli interessi in Eurasia, sono attuti contro il rafforzamento dei processi d’integrazione nell’Eurasia. La dichiarazione congiunta del Presidente russo Vladimir Putin e del Presidente cinese Xi Jinping nel maggio 2015, al 70° anniversario delle celebrazioni della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, sull’integrazione dell’Unione eurasiatica economica (EEU) e della Cintura economica della Via della Seta, apre enormi possibilità di riunire le economie dei Paesi della Grande Eurasia. E il processo di adesione alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) di India e Pakistan a membri a pieno titolo (con la possibilità dell’Iran di unirsi alla SCO nel prossimo futuro), iniziato nel luglio dello stesso anno, completa questi processi d’integrazione. Inoltre, le iniziative d’integrazione in Eurasia non si limitano a UEE, Cintura economica della Via della Seta e SCO.
In questo contesto, l’iniziativa eurasiatica della presidentessa sudcoreana Park Geun-hye, il programma ‘Nurly Zhol’ del Kazakistan e il progetto Strada nella Steppa della Mongolia sono degni di nota. La differenza fondamentale tra questi progetti e i TTP e TTIP promossi e finanziati dagli Stati Uniti è la seguente. L’obiettivo principale di TPP e TTIP (oltre a subordinare le economie dei Paesi membri) è impedire la crescita economica dei principali Paesi eurasiatici, in primo luogo Cina e Russia, ed impedire l’integrazione della regione Asia-Pacifico e dell’Eurasia. Così le iniziative TPP e TTIP sono esclusive, escludendo deliberatamente i principali avversari politici ed economici degli Stati Uniti. Al contrario, UEE, Cintura economica Via della Seta, SCO e altri progetti e iniziative simili sono per definizione inclusivi. Non sono aperti solo alla partecipazione di tutti i Paesi della regione, ma sono semplicemente irrealizzabili se solo uno dei Paesi nella regione in cui sono attuati gli importanti progetti infrastrutturali, non può, per qualsiasi motivo, parteciparvi. E qui si ha il seguente quadro. Oltre a creare strutture sotto il completo dominio degli Stati Uniti (e che operano in tal modo allo scopo vano di preservare l’ordine mondiale unipolare), le forze che non hanno alcun interesse ai processi d’integrazione inclusiva in Eurasia tentano direttamente di silurarli. Se dovessimo confrontare la mappa dei punti caldi in Eurasia con quella degli itinerari proposti dalla Via della Seta, per esempio, vedremmo che la maggior parte dei focolai di crisi si trovano lungo queste rotte (insieme a quelle volte a sviluppare altri progetti d’integrazione), così come giunzioni e snodi. Ciò riguarda dispute territoriali (tra la Cina e i vicini nell’est e sud-est asiatico, per esempio, o tra India e Pakistan), i conflitti etnici (Myanmar, Nepal e provincia pakistana del Belucistan), guerre civili (Siria o Ucraina) e intervento militare diretto straniero (in Afghanistan e Iraq) che ha portato questi Paesi sull’orlo del collasso, la pirateria nello stretto di Malacca e nel Corno d’Africa, e molto altro. Difficilmente può considerarsi un caso che il conflitto nel Nagorno-Karabakh (senza dubbio orchestrata da forze esterne), ancora una volta scoppiasse proprio quando la situazione presso l’Iran (che fino a poco tempo prima era uno dei principali ostacoli all’integrazione eurasiatica) cominciava più o meno a normalizzarsi. Da ricordare anche gli enormi sforzi delle ONG straniere (soprattutto statunitensi) in Asia centrale, dove numerosi conflitti e potenziali conflitti sono latenti o attivi. E così si ha il quadro completo di come, oltre ad inghiottire l’Eurasia nei propri piani, gli Stati Uniti cercano d’indebolire l’unità del continente a favore del vecchio principio del ‘divide et impera’.1018948899La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Petrodollari: i governanti sauditi si preparano all’esilio

DWNSouthfront

Saudi-Arabia_defence_MapI membri della famiglia reale saudita sembrano prepararsi ad andare in esilio. Hanno venduto più petrolio possibile esportando petrodollari dal Paese. Il prezzo del petrolio in calo non interessa. Chiari segnali arrivano dagli Stati Uniti sui giorni dei clan contati. Nel primo trimestre le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita sono aumentate del 3,5 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, riporta Fuelfix. L’anno scorso, circa il 61 per cento delle esportazioni di petrolio saudita andò in Asia. Quest’anno finora il 65 per cento delle esportazioni di petrolio saudita è andato in Asia. Di questo, il 14 per cento è stato esportato verso la Cina. Nel confronto tra i Paesi, gli Stati Uniti sono il mercato più importante per il petrolio saudita. A marzo le esportazioni di petrolio saudita negli Stati Uniti hanno raggiunto un volume giornaliero di 1,28 milioni di barili, un record in undici mesi. A dicembre Oilprice.com ha riferito che l’Arabia Saudita, nonostante il calo dei prezzi del petrolio, aumentava le esportazioni di petrolio. Il Paese vende petrolio a qualsiasi prezzo. Allo stesso tempo, resiste agli appelli alla riduzione della produzione di petrolio. Al contrario, il regno chiede una riduzione della produzione a Russia e Iran, per proprio conto, per la ripresa del prezzo del petrolio. Secondo i media, Riyadh ha voluto danneggiare in particolare Russia e Iran con questa politica, considerati rivali in Medio Oriente. Ma i maggiori danni oggettivamente sono sofferti dal regno stesso. Le riserve di valuta estera del Paese sono diminuite drasticamente a causa del calo dei prezzi del petrolio. Il bilancio dello Stato non può più essere finanziato nel solito modo. Pertanto, tale atteggiamento non può solo essere spiegato con il fatto che l’Arabia Saudita vorrebbe indebolire Russia e Iran. Il regno ha in questi ultimi decenni accumulato petrodollari principalmente in obbligazioni e investimenti statunitensi. Una parte significativa dei fondi a quanto pare è finita nei centri offshore statunitensi come Delaware, Wyoming e Nevada. I Panama Papers confermano che la famiglia reale saudita ha parcheggiato fondi nei paradisi fiscali. Tale processo s’è accelerato con i conflitti in Medio Oriente e l’agitazione nel proprio Paese. La famiglia reale saudita teme un colpo di Stato e a quanto pare si prepara a un futuro in esilio.
L’ex-Capo di Stato Maggiore al Pentagono, Lawrence Wilkerson, ha detto al German Economic News: “Deve essere chiaro che la primavera araba, che io chiamo inverno arabo, non è ancora finita. Re ed emiri di Bahrayn, Arabia Saudita e Qatar ed altri sono spaventati. Il mondo cambia e questi emiri e re sono dal lato sbagliato della storia. I loro giorni sono contati“. L’Arabia Saudita è direttamente coinvolta nei conflitti in Yemen e Siria, che polarizzano la politica interna del Paese. Oltre agli sciiti, ci sono altri gruppi nel Paese che non condividono la politica estera della famiglia reale. Ma ci sono anche critici tra i principi sauditi che sostengono il rovesciamento della monarchia saudita, secondo The Guardian. Secondo costoro, il Regno non è più accettabile perché ha perso legittimità. Defense One ha riferito: “Non c’è assolutamente alcun governo in Arabia Saudita. E’ un luogo instabile, così corrotto da assomigliare ad un’organizzazione criminale e gli Stati Uniti dovrebbero predisporsi per il periodo successivo“. L’aria diventa irrespirabile per la famiglia reale saudita. Peggiore è il conflitto nella regione e più petrolio il Paese vende esportandone successivamente i profitti. Anche il presidente Obama chiede ora “riforme democratiche” a Riyadh. Indicando la necessità di tali riforme per evitare disordini in Arabia Saudita. La stessa retorica che Obama usò poco prima dello scoppio del conflitto siriano nel 2011 contro il governo di Damasco. In seguito scoppiava il conflitto in Siria finanziato dall’estero.640x-1

Collasso imminente: gli Stati del Golfo perdono 500 miliardi di dollari per i bassi prezzi del petrolio
DWN South Front

I bassi prezzi del petrolio scavano un buco enorme nei bilanci degli Stati del Golfo, secondo il FMI. Ciò minaccerebbe il sistema finanziario globale. Nel rapporto sulla regione il Fondo monetario internazionale (FMI) afferma di aver dovuto rivedere al ribasso in modo significativo le previsioni di crescita. La ragione principale di ciò sono i bassi prezzi del petrolio, che comporterebbero gravi carenze nelle vendite e deficit di bilancio nel medio periodo. I calcoli dei fondi si basano sul prezzo medio del petrolio di circa 50 dollari al barile (159 litri), alla fine del decennio in corso.Grafik-e1461770906182Solo lo scorso anno, i proventi del petrolio dei Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente sono scesi di circa 390 miliardi di dollari. Nell’anno in corso, il FMI presume un ulteriore calo di altri 140 miliardi di dollari. Così, in soli due anni, i Paesi colpiti, Arabia Saudita, Quwayt, Qatar, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Oman, Yemen, Algeria, Libia, Iraq e Iran, subirebbero perdite nell’esportazione per mezzo trilione di dollari. Secondo il FMI, in particolare le economie delle monarchie del Golfo, membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), soffriranno della caduta dei prezzi del petrolio. Mentre Medio Oriente e Nord Africa registrano una crescita complessiva del 3 per cento quest’anno, il FMI prevede solo una crescita dell’1,8 per cento nelle economie degli Stati del Golfo per quest’anno. L’anno scorso, i Paesi del CCG sono cresciuti del 3,3 per cento, però. Il deterioramento dei prezzi del petrolio avrebbe un impatto devastante anche sulle finanze pubbliche; alcuni governi hanno già parlato e di fatto attuato contromisure, come ad esempio l’introduzione dell’IVA, secondo il FMI. “Molti Paesi hanno compiuto notevoli sforzi per stabilizzare i bilanci. Si sono concentrati principalmente su tagli di spesa, ma anche sulle riforme dei prezzi dell’energia. Per Algeria e CCG, prevediamo ancora un deficit medio del 12,75 per cento del bilancio nel 2016, che rimarrà a circa il 7 per cento nel medio periodo“. Tra il 2016 e il 2020, il FMI si aspetta un deficit di bilancio totale di 900 miliardi di euro in questi Paesi. Tale deficit ha già spinto alcuni Paesi produttori di petrolio ad abbandonare i vecchi privilegi. Così, per la prima volta dal 1990, l’Arabia Saudita ha dovuto riprendere la raccolta dei capitali dal mercato finanziario internazionale. Il maggiore produttore di petrolio del mondo comincia a preparare una strategia per diversificare l’economia in un futuro senza petrolio. Dal punto di vista del FMI questa è la formula giusta: “E’ necessario che tutti i Paesi intensifichino gli sforzi per attuare riforme per migliorare le prospettive economiche, creando posti di lavoro e accrescendo l’integrazione prima che sia troppo tardi“, ha detto il direttore per il Medio Oriente e l’Asia centrale, Masood Ahmed.GCC-MapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come le centrali della NATO controllano la politica dell’UE sui rifugiati

F. William Engdahl New Eastern Outlook 27/04/2016Merkel-ErdoganUn fiume incontrollato di profughi di guerra da Siria, Libia, Tunisia e altri Paesi islamici destabilizzati dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’ di Washington, ha creato il più grande caos sociale nell”UE, dalla Germania alla Svezia alla Croazia, dalla fine della seconda guerra mondiale. Ormai è chiaro che più di qualcosa di sinistro è in corso, minacciando di distruggere il tessuto sociale del nucleo della civiltà europea. Pochi si rendono conto che l’intero dramma è orchestrato non dalla cancelliera tedesco Angela Merkel, o dagli anonimi eurocrati della Commissione UE di Bruxelles. È orchestrato dalla cabala di think tank della NATO. L’8 ottobre 2015 tra il grande flusso di centinaia di migliaia di rifugiati inondanti la Germania da Siria, Tunisia, Libia e altri Paesi, una nuova e sicura di sé cancelliera tedesco Angela Merkel proclamava in un popolare programma televisivo tedesco che “ho un piano”, occasione per una frecciata tagliente ai partner della coalizione guidatu dal capo della bavarese CSU, Horst Seehofer, critico verso la posizione di accoglienza dei profughi di Merkel nella primavera 2015, che ha visto più di un milione di rifugiati entrare in Germania solo l’anno scorso. Da quel momento, con determinazione di ferro, la cancelliera tedesca ha difeso il criminale regime di Erdogan in Turchia, partner essenziale del suo “piano”. La maggior parte del mondo ha visto con stupore come abbia ignorato i principi della libertà di parola e deciso di perseguire pubblicamente un noto comico della TV tedesca, Jan Boehmermann, per le sue osservazioni satiriche sul presidente turco. Era stupita da come il simbolo della democrazia europea, la cancelliera tedesca, abbia scelto d’ignorare l’imprigionamento da parte di Erdogan dei giornalisti e la chiusura dei media dell’opposizione, procedendo nei piani per imporre di fatto la dittatura in Turchia. Era perplessa per come il governo di Berlino abbia scelto d’ignorare le prove schiaccianti di come Erdogan e la famiglia materialmente favoriscano i terroristi dello SIIL in Siria, in realtà creatori della crisi dei rifugiati. Era stupita di vedere spingere l’UE a consegnare miliardi di euro al regime di Erdogan per il presunto accordo sul flusso di rifugiati dai campi profughi turchi alla vicina UE passando per la Grecia e non solo.

Piano Merkel
Tutte queste azioni apparentemente inspiegabili della una volta pragmatica leader tedesca, sembrano risalire all’adozione di un documento di 14 pagine preparato da una rete di gruppi di riflessione pro-NATO, sfacciatamente intitolato “Piano Merkel”. Ciò che la neo-sicura di sé cancelliera tedesca non disse alla sua ospite Anne Will o ai telespettatori fu che “il suo” piano le era stato consegnato solo quattro giorni prima, il 4 ottobre, come documento dal titolo Piano Merkel, da un neonato think-tank internazionale, ovviamente ben finanziato, chiamato Iniziativa per la Stabilità Europea o ESI. Il sito dell’ESI indica avere uffici a Berlino, Bruxelles e Istanbul, Turchia. Il sospetto è che gli autori de piano ESI l’abbiano intitolato come se provenisse dall’ufficio della Cancelliera tedesca e non da loro. Più sospetto è il contenuto del Piano Merkel dell’ESI. Oltre ad accogliere già più di un milione di rifugiati nel 2015, la Germania dovrebbe “accettare di concedere asilo a 500000 rifugiati siriani registrati in Turchia nei prossimi 12 mesi“. Inoltre, “la Germania dovrebbe accettare le richieste provenienti dalla Turchia… e fornire un trasporto sicuro ai candidati… già registrati presso le autorità turche…” E infine “la Germania dovrebbe accettare di aiutare la Turchia ad avere esenzioni sul visto di viaggio per il 2016“. Il cosiddetto piano Merkel è un prodotto dei think tank legati a NATO-USA e a governi dei Paesi membri della NATO o potenziali soci. La massima “seguire il denaro” è istruttiva in questo caso, per vedere chi realmente dirige l’Unione europea oggi.

ESI
unbenannte-anlage-00300 L’ESI nasce dai tentativi della NATO di trasformare il Sud-Est Europa dopo la guerra istigata dagli USA in Jugoslavia negli anni ’90, portando alla balcanizzazione del Paese e la creazione di una importante base USA e NATO, Camp Bondsteel in Kosovo. L’attuale presidente dell’ESI, direttamente responsabile del documento finale Piano Merkel è il sociologo austriaco residente ad Istanbul Gerald Knaus. Knaus è anche membro del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR) e dell’Open Society. Fondato a Londra nel 2007, l’ECFE è un’imitazione dell’influente Counsil on Foreign Relations di New York, il think-tank creato dai banchieri Rockefeller e JP Morgan nel corso dei colloqui di pace di Versailles del 1919, per coordinare la politica estera globale anglo-statunitense. Significativamente, il riccone creatore dell’ECFR è il miliardario statunitense e finanziatore delle rivoluzioni colorate George Soros. Praticamente ogni rivoluzione colorata è stata sostenuta dal dipartimento di Stato degli USA dal crollo dell’Unione Sovietica, come in Serbia nel 2000, Ucraina, Georgia, Cina, Brasile e Russia. George Soros e le propaggini delle sue Open Society Foundations finanziano di nascosto ONG e attivisti per la “democrazia” per insediare regimi pro-Washington e filo-NATO. I membri scelti, chiamati membri del Consiglio o associati dell’ECFR londinese comprendono il co-presidente Joschka Fischer, ex-ministro degli Esteri del Partito dei Verdi tedesco che spinse il suo partito ad appoggiare l’illegale bombardamento di Bill Clinton della Serbia nel 1999, privo del sostegno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli altri membri del Consiglio del think tank Counsil on Foreign Relations europeo di Soros includono l’ex-segretario generale della NATO Xavier Solana, il falsificatore ex-ministro della Difesa tedesco caduto in disgrazia Karl-Theodor zu Guttenberg; Annette Heuser, direttrice esecutiva del Bertelsmann Stiftung di Washington DC; Wolfgang Ischinger, presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera; Cem Ozdemir, presidente dei Buendnis90/Die Gruenen; Alexander Graf Lambsdorff, deputato del partito liberale tedesco (FDP); Michael Sturmer, corrispondente Capo del Die Welt; Andre Wilkens, direttore della Fondazione Mercator; il difensore della pederastia al Parlamento europeo Daniel Cohn-Bendit. Cohn-Bendit, noto come “Danny il Rosso” nelle rivolte studentesche francesi del maggio 1968, fu membro del gruppo autonomista Revolutionaerer Kampf (Lotta Rivoluzionaria) a Ruesselsheim, in Germania, insieme al suo stretto alleato e ora presidente dell”ECFR Joschka Fischer. I due continuano ari trovarsi nell’ala “Realo” dei Verdi tedeschi. Le Open Society Foundations è la rete che “promuove la democrazia” esentasse creata da George Soros per promuovere il “libero mercato” pro-FMI dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per liberalizzare il mercato delle economie ex-comuniste aprendo le porte al sistematico saccheggio dell’inestimabile patrimonio minerario ed energetico di quei Paesi. Soros fu l’importante finanziatore del team economico liberale di Boris Eltsin, tra cui l’economista da “Terapia d’urto” di Harvard Jeffrey Sachs e il consigliere liberale di Eltsin Egor Gajdar. Già è chiaro che il “Piano Merkel” è il Piano Soros in effetti. Ma c’è di più, se vogliamo comprendere l’ordine del giorno più oscuro dietro il piano.

I finanziatori dell’ESI
L’Iniziativa per la Stabilità Europea, il think-tank di Gerald Knaus collegato a Soros è finanziato da un impressionante serie di donatori. Il suo sito web li elenca; oltre alle Open Society Foundations di Soros, vi è la Mercator Stiftung tedesco legato a Soros, e la Robert Bosch Stiftung. Altro finanziatore è la Commissione europea. Poi, curiosamente la lista dei finanziatori del piano Merkel comprende un’organizzazione dal nome orwelliano, l’United States Institute of Peace. Alcune ricerche rivelano che l’Istituto della Pace degli Stati Uniti non ha nulla a che fare con la pace, essendo presieduto da Stephen Hadley, ex-consigliere dell’US National Security Council dell’amministrazione guerrafondaia neo-con di Bush-Cheney. Il suo consiglio di amministrazione comprende Ashton B. Carter, l’attuale falco neo-con segretario della Difesa dell’amministrazione Obama; il segretario di Stato John Kerry; il Maggiore-Generale Federico M. Padilla, presidente della National Defense University degli Stati Uniti. Questi sono alcuni architetti molto stagionati della strategia del Dominio a Pieno Spettro del Pentagono per il dominio militare mondiale degli USA. Gli autori del “Piano Merkel” dell’Iniziativa per la Stabilità Europea, oltre alla generosità delle fondazioni di George Soros, indica come ‘primo’ finanziatore il German Marshall Fund* degli Stati Uniti. Come ho descritto nel mio libro, il think tank German Marshall Fund è tutt’altro che tedesco; “E’ un think tank statunitense di Washington DC. Di fatto, la sua agenda è la distruzione della Germania del dopoguerra e più in generale degli Stati sovrani dell’UE per adattarli al programma di globalizzazione di Wall Street“. Il German Marshall Fund di Washington è coinvolto nell’agenda del cambio di regime mondiale degli Stati Uniti d’America in combutta con il National Endowment for Democracy finanziato dagli Stati Uniti, le fondazioni Soros e la facciata della CIA chiamata USAID. Come descrivo nel libro, “Il principale obiettivo del German Marshall Fund, secondo la sua relazione annuale del 2013, è sostenere l’agenda del dipartimento di Stato nelle cosiddette operazioni di costruzione della democrazia nei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale e sud- orientale, dai Balcani al Mar Nero. Significativamente il loro lavoro include l’Ucraina. Nella maggior parte dei casi, collabora con l’USAID, ampiamente identificata quale facciata della CIA collegata al dipartimento di Stato, e la Stewart Mott Foundation che finanzia la National Endowment for Democracy finanziata dal governo degli Stati Uniti“. In particolare, la stessa Stewart Mott Foundation finanzia il Piano Merkel dell’ESI, come anche il Rockefeller Brothers Fund. Tutto questo dovrebbe far riflettere da chi e per quali obiettivi è stato firmato l’accordo Merkel-Erdogan sulla crisi dei rifugiati nell’UE. La fazione Rockefeller-Bush-Clinton negli Stati Uniti intende usarlo quale grande esperimento d’ingegneria sociale per creare caos e conflitti sociali nell’UE, mentre allo stesso tempo le loro organizzazioni non governative, come NED, Freedom House e fondazioni Soros, si agitano in Siria, Libia e nel mondo islamico? La Germania, secondo l’ex-consigliere del presidente degli Stati Uniti e amico intimo dei Rockefeller, Zbigniew Brzezinski, è il “vassallo” degli Stati Uniti nel mondo post-90? Finora, c’è la prova abbastanza netta che sia così. Il ruolo dei think tank collegati a Stati Uniti e NATO è fondamentale per comprendere come la Repubblica Federale di Germania e l’Unione europea siano in realtà eterodirette da oltre Atlantico.Dutch-Newshour-interview-Screenshot-Gerald-Knaus-28-January-2016*Il German Marshall Fund è anche l’ente che ha creato e promosso l’orrido mostriciattolo nazipiddino euroatlantista Federica Mogherini. NdT.

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina vede il bluff dei Rothschild con lo Yuan-oro e il missile da 12000 km

Covert Geopolitics, 21 aprile 2016£¨Ê±Õþ£©Ï°½üƽÊÓ²ì¾üίÁªºÏ×÷Õ½Ö¸»ÓÖÐÐÄOggi, il Presidente cinese Xi Jinping chiede “un sistema di comando congiunto operativo che vinca la guerra” in risposta alla costante istigazione belluina khazara, tipica dei capitalisti del “vorrei ma non posso”. “Il Presidente cinese Xi Jinping ha ispezionato il Centro di comando operativo congiunto della Commissione militare centrale (CMC) a Pechino, chiedendo la costruzione di un sistema di comando operativo congiunto efficiente in grado di vincere le guerre moderne. In tenuta militare, Xi, che è anche presidente della CMC, ha chiesto d’attuare strategie militari compatibili con i nuovi tempi e concentrarsi sullo studio dei comandi in battaglia e tattici. Xi avanza una serie di riforme in campo militare dall’anno scorso, volte a rafforzare la leadership del partito sui militari, così come l’adozione di un sistema di comando più efficace per migliorare l’operatività delle truppe. Le riforme mutano i precedenti sette comandi regionali in cinque comandi operativi regionali, in grado di dirigere più risorse e forze militari. Le riforme mirano a stabilire un sistema di comando su tre livelli “CMC – Comando operativo regionale – truppe” e un sistema di direzione dalla CMC alle varie armi e alle truppe. Xi ha anche chiesto agli ufficiali di cambiare mentalità, per costruire un sistema di comando operativo congiunto che sia “assolutamente leale, pieno di risorse in combattimento, efficiente e coraggioso nel comandare e capace di vincere la guerra”. Global Times
Questa appello precede il test di lancio di un missile DF-41 in risposta a una velata minaccia, “Se c’è un conflitto tra la Cina e un alleato militare degli Stati Uniti, come il Giappone, allora non è esagerato dire che siamo sulla soglia della terza guerra mondiale“, aveva dichiarato Soros nel maggio 2015. “Pechino ha testato con successo un nuovo missile balistico a lungo raggio in grado di colpire qualsiasi bersaglio nel mondo. Il missile in soli 30 minuti copre una gittata massima di 12mila chilometri effettuando molteplici attacchi su qualsiasi Stato nucleare. Il lancio del missile cinese Dongfeng-41 fu registrato dal sistema di rilevamento satellitare degli Stati Uniti in tempo reale, riferiva Washington Free Beacon, anche se la posizione del lancio non venne immediatamente rivelata. Il lancio avvenne da una nuova piattaforma autostradale, e si trattava del settimo test di lancio del DF-41“. RussiaToday
Ricordiamo che nell’agosto 2014 la Cina fu colpita da una bomba nucleare tattica alla spina dorsale economica.
La Cina esita ad ammettere di essere rimasta senza parole
Il test della guerra elettronica della Russia contro gli attacchi spaziali che hanno colpito la Cina ultimamente
20-dollar-bill-transfer-transferframe198Il portavoce dei Rothschild, Soros, dopo aver visto scoperto il suo bluff, recentemente, con l’annuncio dello “Yuan ancorato all’oro” della Cina e il parallelo test del missile MARV dalla gittata più lunga del mondo, ora si tira indietro ricorrendo al terrorismo mediatico. Ma c’è ancora qualcuno così stupido da ascoltare tale topo? L’investitore miliardario George Soros ha detto che l’economia alimentata dal debito dei cinesi assomiglia a quella degli Stati Uniti nel 2007-08, prima che i mercati del credito crollassero generando la recessione globale. L’aumento del credito di marzo in Cina dovrebbe essere visto come un avvertimento, aveva detto Soros durante un evento dell’Asia Society di New York. La misura più ampia per il nuovo credito nella seconda maggiore economia del mondo fu di 2,34 miliardi di yuan (362 miliardi di dollari) il mese scorso, superando di gran lunga la previsione media di 1,4 miliardi di yuan di un’inchiesta di Bloomberg, segnalando che il governo da priorità alla crescita controllata del debito. Ciò che succede in Cina “assomiglia stranamente a ciò che è successo nella crisi finanziaria degli Stati Uniti nel 2007-08, alimentando anche la crescita del credito“, aveva detto Soros. “La maggior parte del denaro che le banche forniscono è necessario a mantenere imprese in sofferenza e in perdita“. Bloomberg
Un Paese creditore degli Stati Uniti e completamente industrializzato con un programma spaziale di successo e una moneta basata sull’oro come la Cina, non si regge su un’economia alimentata dal debito. È un’economia in grado di sostenersi da sola senza aiuto estero, di gran lunga meglio di quello che fa la Corea democratica. L’internazionalizzazione secondo la nozione che gli investimenti esteri siano una necessità piuttosto che un’opzione, è errata. Questo può essere dimostrato subito considerando il quadro più grande, cioè l’economia planetaria, che ovviamente si regge su se stessa, senza la necessità di investimenti interplanetari. L’allineamento dello yuan cinese all’oro impedisce efficacemente l’uso del fiat khazaro del dollaro nell’economia basata sui beni. Non si accetterà più lo scambio yuan-dollaro e oro-dollaro, pensando che 2 trilioni di buoni del tesoro degli Stati Uniti siano scaricati in qualsiasi momento, in cambio di altro oro o altri beni durevoli. Ora che il guanto di sfida è finalmente gettato sul dollaro fiat, la reazione iniziale del tesoriere degli Stati Uniti Jack Lew era cambiare l’effige sulla banconota da 20 dollari quale distrazione in collaborazione con il solito terrorista Soros. “Harriet Tubman scaccerà Andrew Jackson dalla faccia della banconota da 20 dollari, mentre Alexander Hamilton resterà sui 10 dollari. Una mossa storica che dà a una donna una collocazione privilegiata sulla valuta statunitense e reprime la polemica scatenata dai super-fan di Hamilton“. Politico
Inoltre, le false bandiere non sono assolutamente escluse considerando la corsa dal “margine” ristretto tra i candidati alla presidenza, destinata ad inaugurare la nuova speranza per gli USA, proprio come quando Obama era ancora un oscuro senatore. “Le persone sono più o meno stufe e stanche dello status quo e vogliono qualcosa di completamente diverso“, dice forte e chiaro l’attivista politico Kazembe Balagun. “Il fatto è che nessuno dei candidati della dirigenza, Trump o Clinton, offre eventuali soluzioni reali…” Sputnik
A parte la truffa della moneta fiat e dei petrodollari insanguinati, un’altra fonte significativa di fondi per la mafia nazionista khazara è il settore “sanitario” che ha registrato ben 3,09 miliardi di dollari nel 2014 e si prevede salgano a 3,57 miliardi di dollari nel 2017 nei soli Stati Uniti. Crediamo che questa sia solo una stima prudente. Possiamo evitare l’uso di droghe, sconfiggere ogni attacco virale e allarmismo, come il virus Zika, costruendo facilmente un nostro completo sistema antivirale. Altro qui.hillary-clinton-carTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Deutsche Bank accusa il cartello dell’oro

F. William Engdahl, New Eastern Outlook, 19/04/2016

Gary Gensler

Gary Gensler

Deutsche Bank, una volta rispettata banca della Germania, ha ammesso di far parte del grande cartello di Wall Street ed altre banche internazionali che ha deliberatamente manipolano il prezzo dell’oro da anni. Inoltre, la banca tedesca, in una transazione giudiziaria con parti in causa presso un tribunale degli Stati Uniti, ha accettato di nominare le altre grandi banche coinvolte nel crimine. Dato che tale dramma si svolgerà nelle prossime settimane e mesi, il mondo potrebbe vedere il prezzo dell’oro salire a nuove altezze, riflettendone la vera domanda sul mercato globale, che è enorme.
La prima volta che mi sono imbattuto nella prove che Wall Street e certe altre grandi banche internazionali, in collaborazione con la Federal Reserve, deliberatamente sopprimevano il prezzo dell’oro mondiale, fu dopo il crollo del mercato azionario globale dell’ottobre 1987. Quando il Dow Jones perse il 23% in un solo giorno. John Crudele, giornalista finanziario eccezionalmente persistente del New York Post e John Williams del Shadow Government Statistics ed economista eccezionale, mi informarono delle relazioni sulla manipolazione dell’oro. La ragione della correzione, che l’allora capo della FED Alan Greenspan avrebbe orchestrato, era evitare una fuga precipitosa degli investitori in preda al panico da titoli ed obbligazioni rischiosi all’oro. L’oro approfittava del cumularsi del panico, comportando la rapida fine del sistema del dollaro. Si attivarono quindi per evitare l’aumento dell’oro. Ora, il 15 aprile, in un caso tentato dalla corte distrettuale di New York, la Deutsche Bank ha scritto alla Corte di essersi accordata col gruppo di commercianti che la citava in giudizio. Questo accordo è una bomba. Deutsche Bank darà anche le prove per aiutare i commercianti in cause simili contro altre grandi banche accusate di far parte del cartello che decide i prezzi di oro e argento. La banca tedesca ha dichiarato alla Corte che passerà messaggi istantanei ed altre comunicazioni per aiutarla ulteriormente nel caso: “Oltre agli onerosi titoli monetari da versare in un fondo di risarcimento, l’accordo prevede anche altri obblighi come disposizioni che richiedono la cooperazione della Deutsche Bank nel perseguire rivendicazioni contro altri imputati”, hanno scritto alla Corte gli avvocati della banca. I commercianti in causa con Deutsche Bank e altri sostengono che le banche hanno abusato della loro posizione per controllare il prezzo di argento e oro quotidianamente, traendo un profitto illegittimo dalla negoziazione, colpendo gli altri investitori nel mercato dell’argento, in riferimento a transazioni per miliardi di dollari. In particolare, la Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia governativa degli Stati Uniti che avrebbe dal Congresso il mandato per regolamentare tali banche e la negoziazione sui loro derivati, avviò proprie indagini nel 2008. Dopo cinque anni di “indagini” sulle accuse di aggiotaggio sui mercati dell’argento, nel 2013 la CFTC fece cadere il caso. Il presidente della CFTC era Gary Gensler, ex-partner di Goldman Sachs, probabilmente solo una coincidenza. Oggi Gensler è responsabile del finanziamento della campagna presidenziale di Hillary Clinton. Oh oh oh…

A chi gli dei vorrebbero distruggere…
Il sottotitolo in inglese del mio ultimo libro, L’egemone perduto, è tratto dall’espressione classica greca “a chi gli dei vogliono distruggere, prima tolgono il senno”. Vale certamente per la manciata di privilegiate banche di Wall Street e UE ritenute “troppo grandi per fallire”. Le stesse banche folli implicate nelle manipolazioni del mercato dell’oro e dell’argento furono denunciate per la manipolazione dei tassi d’interesse internazionali di Londra, i LIBOR, così come di valute specifiche. Solo pochi giorni prima della bomba della Deutsche Bank, Wells Fargo e Goldman Sachs ammettevano di aver frodato il governo degli Stati Uniti per quasi un decennio; una frode che portava al crollo del mercato immobiliare. L’esecutore del piano di salvataggio degli amici di Wall Street del segretario al Tesoro degli USA in tale tsunami era l’ex-presidente della Goldman Sachs Henry Paulsen. In breve alcune delle più grandi banche del mondo vengono denunciate quali imprese criminali.

La falla nella diga
Il prezzo quotidiano dell’oro a Londra è “fissato” in una sala speciale presso la Barclays Bank, sotto gli auspici dei membri della London Bullion Market Association. Le banche che decidono il prezzo del metallo prezioso sono Bank of Nova Scotia-ScotiaMocatta, Barclays Bank, Deutsche Bank AG London, HSBC Bank USA NA London Branch e la francese Société Générale. Oltre a Deutsche Bank, le banche attualmente citate in giudizio a New York quali parti del cartello includono HSBC Holdings Plc, Bank of Nova Scotia e il gigante svizzero UBS. L’elenco si amplierà e possiamo essere sicuri che anche JP MorganChase, Goldman Sachs e altre banche privilegiate di Wall Street sono già obiettivo di centinaia di azioni legali collettive in preparazione. Un giorno, dopo la drammatica notizia della Deutsche Bank, due azioni legali collettive per 1 miliardo di dollari di danni agli investitori canadesi su oro e argento, furono lanciate presso la Corte Superiore di Giustizia dell’Ontario. La prima class action sostiene che gli imputati, tra cui la Banca of Nova Scotia, hanno cospirato per manipolare i prezzi sul mercato dell’argento con il pretesto del processo di decisione del prezzo di riferimento, noto come Silver Fixing di Londra, per almeno quindici anni. Il caso è “a nome di tutte le persone che in Canada, tra il 1° gennaio 1999 e il 14 agosto 2014, ebbero transazioni con strumenti del mercato dell’argento, direttamente o indirettamente, tra gli investitori partecipanti a un fondo di investimenti o di equità, fondo comune d’investimento, hedge fund, fondo pensione o qualsiasi altro veicolo d’investimento scambiato quale strumento del mercato d’argento”. Una class action identica fu lanciata per la manipolazione dell’oro. Ora che la diga della decisione dei prezzi è rotta e la Deutsche Bank ha in effetti deciso di prendersela con i compari banchieri che decidevano i prezzi truccati delle materie prime, è certo che infinite discussioni tra operatori e investitori danneggiati e i loro avvocati si tradurranno in un flusso di costosi contenziosi che soffocheranno le banche di Wall Street e City di Londra e collusi continentali. È interessante notare che ciò dovrebbe sbloccare il mercato dell’oro mondiale, proprio mentre la Cina, ovviamente, alimenta i giochi di Wall Street sul prezzo dell’oro, creando il mercato dell’oro di Shanghai destinato a sostituire quelli di Londra e New York con regole del tutto diverse. Questo potrebbe essere l’alba di una nuova età dell’oro, letteralmente e figurativamente.

Henry Paulsen

Henry Paulsen

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University ed autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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