Un’altra superarma russa entra in servizio

Arkadij Savitskij SCF 24.03.2018Le scoperte tecnologiche sono la chiave del successo in economia e sicurezza nazionale. Mosca ha recentemente rivelato i suoi successi nelle innovazioni militari che supportano il nuovo paradigma della guerra moderna. Fu riferito il 15 marzo che l’Avangard, vettore ipersonico intercontinentale, sarà operativo entro il 2019 o alla fine del 2018. Sarà in allerta dal 2019. Le Forze Armate hanno già firmato il contratto. Avangard sarà installato sui missili intercontinentali, come il Sarmat, ICBM da 200 tonnellate. Messo nell’orbita di 100 km dalla Terra utilizzando un pre-booster, può planare sul bersaglio a una velocità di Mach 20 (5-7 km/s) mentre manovra con l’aiuto degli stabilizzatori. Questa è la prima arma prodotta in serie con testata planante che può volare negli strati densi dell’atmosfera. L’aliante può anche cambiare bruscamente rotta. Il sistema produce firme molto diverse dai tradizionali sistemi intercontinentali, ostacolando i tentativi di individuarlo e colpirlo. L’uso di materiali compositi consente al velivolo di resistere a temperature di 2000 gradi Celsius. Può volare nel plasma ed è anche protetto dai laser. Il sistema ha superato le prove a pieni voti. L’arma è perfettamente adatta ad abbattere le infrastrutture cruciali del nemico e renderlo incapace di contrattaccare. La potenza va da 150 kiloton a 1 megaton. La Russia, non gli Stati Uniti, è la prima a raggiungere la pronta capacità d’attacco globale. Questo è ciò che rende l’arma particolarmente importante. Il presidente russo non esagerava quando descriveva il missile ipersonico Kinzhal. Ora un altro nuovo sistema è quasi pronto, mettendo ulteriormente a rischio chi ne dubitava dell’esistenza.
Il discorso del Presidente Putin, in cui descriveva queste nuove “super armi”, non aveva nulla a che fare col servire gli interessi del complesso militare-industriale. Lo sviluppo dei sistemi menzionati in quel discorso fu provocato dal ritiro degli Stati Uniti dal Trattato ABM del 1972. Quell’accordo era la pietra angolare della stabilità strategica finché Washington non si ritirò nel 2002, una mossa seguita dal lancio dei siti di difesa missilistica della NATO in Romania e Polonia (quest’anno). Il Trattato ABM non era l’unico grande accordo internazionale a cui gli Stati Uniti hanno posto fine. Oggi violano apertamente il trattato NPT. Il Nuclear Posture Review pubblicato quest’anno cerca di sottrarre il controllo degli armamenti. Il piano annunciato di violare le iniziative nucleari presidenziali del 1991 e le navi lanciamissili a lungo raggio non sono altro che minacce aperte di voler sconvolgere l’equilibrio strategico. Il presidente russo non ha fatto minacce; ha solo spiegato le misure che il suo Paese adotta in risposta. Ciò è abbastanza naturale nel momento in cui il controllo degli armamenti è in crisi. Alcuno dei sistemi d’arma menzionati viola il Nuovo Trattato START. La Russia non ha mai detto di voler ritirarsi dagli accordi sul controllo degli armamenti ancora in vigore. Sono gli Stati Uniti, non la Russia, a dubitare che valga la pena preservare il nuovo Trattato START o l’INF. Le voci che chiedono di stracciare l’accordo sulle forze intermedie sono sempre più forti negli USA. C’è un futuro difficile, quindi il Presidente Putin adotta i provvedimenti per proteggere i cittadini della Russia, esattamente ciò che ha sempre promesso di fare. Washington ha la piena responsabilità di aver convinto Mosca di dove rafforzare le difese. Ora gli USA sono in ritardo rispetto alla Russia nella tecnologia militare che consente di produrre e adottare superarmi nell’arsenale operativo.
Tu l’as voulu, George Dandin!Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Gli USA alzano bandiera bianca, invocando colloqui con la Russia sulle nuove armi nucleari

Gilbert Doctorow, Ph.D., US Foreign Policy, 21 marzo 2018Si può dire con certezza che la presentazione di Vladimir Putin dei nuovi sistemi d’arma della Russia nel discorso all’Assemblea federale del 1 marzo ha finalmente suscitato la risposta desiderata dal suoi interlocutori a Washington, DC. Nella presentazione, Putin parlava di avanzati sistemi d’arma strategici dalla tecnologia, affermava, di un decennio davanti a quella di Stati Uniti ed altri antagonisti. Ha dato un colpo diretto al Pentagono, dove i nostri generali sono rimasti interdetti. Ma, come avviene normalmente, quando questi signori hanno bisogno di tempo per schiarirsi le idee, sentimmo solo una prima smentita: che i russi bluffavano, che non avevano niente pronto, che erano solo progetti, e che gli Stati Uniti li hanno già tutti, ma li tenevano in riserva. Naturalmente, non tutta l’élite politica statunitense se l’è bevuta.
L’8 marzo i senatoru Dianne Feinstein (D-California), Bernie Sanders (I-Vermont) e due meno conosciuti di Massachusetts ed Oregon inviavano una lettera aperta all’allora segretario di stato Rex Tillerson, invitandolo ad inviare una delegazione del controllo degli armamenti, per parlare apertamente ai russi “il più presto possibile”. Era un’iniziativa improbabile che anche i loro sostenitori progressisti, per non parlare dei capi democratici, trovavano difficile da credere. I due senatori erano nemici della Russia e promossero attivamente la fiaba della collusione di Trump con la Russia negli ultimi mesi. Sibilavano alla foto di Jeff Sessions, non ancora procuratore generale, che stringeva la mano e sorrideva con l’Ambasciatore russo Kisljak. Ora chiedevano di ravvivare i colloqui sul controllo degli armamenti con… i russi. Questa storia sparì prima della pubblicazione, tranne che in Russia, dove divenne una notizia di primo piano a poche ore dalla pubblicazione della Lettera. Il pubblico statunitense e mondiale non ne sapeva nulla, anche se la lettera era sulle prime pagine dei siti web dei rispettivi coautori del Senato. Il pubblico statunitense e mondiale non sa nulla oggi, due settimane dopo la pubblicazione, a parte i lettori di Consortium News opportunamente informati al momento. Nel frattempo, la macchina della propaganda degli Stati Uniti entrava in marcia, producendo problemi diversivi per attirare l’attenzione del pubblico da ciò che era il tema del discorso di Putin del 1 marzo. E così si p avuta la saturazione delle notizie sull’attentato Skripal col gas nervino, del presunto attacco cibernetico alla rete energetica ed idrica degli Stati Uniti. Entrambe mere storie di “russi”. E leggiamo del riposizionamento delle forze navali statunitensi nel Mediterraneo a portata missilistica da Damasco per un possibile attacco punitivo in risposta a un attacco chimico ai civili da parte del regime di Assad, non ancora accaduto, e solo con l’intento di umiliare i sostenitori di Assad, i russi. Ora, finalmente, dopo negazione e diversivo, la verità emerge. Lo stesso presidente degli Stati Uniti porta un messaggio che, data l’arroganza statunitense, equivale ad alzare bandiera bianca.
Troviamo quanto segue alla prima pagina del New York Times che descrive le osservazioni di Trump sulla telefonata per congratularsi con Vladimir Putin per la vittoria elettorale: “Abbiamo avuto una conversazione molto buona“, ha detto Trump ai giornalisti, “c’incontreremo probabilmente in un futuro non troppo lontano per discutere della corsa agli armamenti, che sfugge al controllo“. Il Financial Times diceva questo sulla prima pagina: “Donald Trump ha dichiarato di voler incontrare il Presidente Vladimir Putin per discutere della corsa agli armamenti che ‘sfugge al controllo’ e altre questioni su cui i Paesi sono ai ferri corti. ‘Essere in corsa agli armamenti non è una gran cosa’, ha detto il presidente degli Stati Uniti, aggiungendo che probabilmente incontrerà la controparte russa in un “futuro non troppo lontano”.” La reintegrazione della parità strategica russa cogli Stati Uniti sembra farsi sentire, anche se si deve essere esperti di lettura tra le righe per notare dalla dichiarazione di Trump la profonda preoccupazione per il nuovo potenziale militare russo. È un assunto sicuro che a breve inizieranno i colloqui coi russi. Ma il pubblico statunitense dovrebbe essere avvisato che loro scopo sarà sicuramente più ampio del cosiddetto reset di Barack Obama, che favoriva i desideri statunitensi, e non russi, nel ridurre il numero di testate. Questo programma più ampio dovrà tener conto delle preoccupazioni della Russia sul sistema antimissile globale degli Stati Uniti. Dovrebbe esserci un accordo, un cambio d’approccio sul controllo degli armamenti non verrà dalla carità degli statunitensi, ma dalla loro paura.
Donald Trump ha alzato la bandiera bianca e ha chiesto negoziati per capriccio? Si è consultato coi suoi consiglieri militari? Non è affatto credibile che questo presidente sia giunto alla conclusione sulla necessità di fermare la corsa agli armamenti da solo o che abbia osato sollevare un argomento così teso senza il sostegno deciso degli specialisti del Pentagono che hanno valutato razionalmente e con competenza la situazione della sicurezza strategica coi russi. Nessuno lo dirà, ma è inevitabile. Mettendo la situazione attuale nel contesto storico: negli ultimi due anni, Stati Uniti e Russia hanno raggiunto un livello di confronto vicino alla crisi missilistica di Cuba. Quella crisi fu risolta con mutua sospensione del posizionamento di missili nucleari ai confini altrui. La reciprocità della soluzione non fu annunciata al pubblico statunitense che decenni dopo, quando il ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia fu pubblico. Questa volta, la reciprocità delle concessioni farà necessariamente parte della presentazione di qualsiasi soluzione raggiunta alla comunità globale. Vladimir Putin non farà la fine di Nikita Krusciov, che ha pagato la sua “concessione” agli statunitensi con un colpo di Stato.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le portaerei degli USA sono rimaste nei porti. Perché?

Jurij Selivanov, Top War, LibertégérieIl livello estremo della retorica conflittuale tra Russia e Stati Uniti non necessariamente rappresentava un fatale confronto militare diretto tra le due superpotenze nucleari. Alla vigilia, lo Stato Maggiore della Federazione Russa ha ripetutamente, in una settimana, avvertito sui preparativi degli Stati Uniti per un attacco alla Siria. “Prendiamo atto della presenza di segnali di preparativi di possibili attacchi“, aveva detto il Generale Sergej Rudskoj, capo del Primo Direttorato Operativo dello Stato maggiore. Secondo lui, nel Mediterraneo orientale, Mar Rosso e Golfo Persico, gli Stati Uniti avevano creato dei gruppi d’attacco con missili da crociera. Questa posizione della leadership militare russa, precedentemente espressa dal Capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov, era senza dubbio basata sulle informazioni operative giunte al comando militare e andava considerata affidabile per una qualsiasi analisi della situazione siriana. Tuttavia, va compreso che le conclusioni insieme ai fatti possono essere abbastanza adeguati a un’ampia serie di possibilità, anche piuttosto distanti tra esse. Da queste posizioni proveremo a considerare l’attuale situazione politico-militare. Valutando l’entità dell’attuale minaccia militare che ne risulta.
Prima di tutto, va notato che le forti dichiarazioni possono essere fatte per prevenire ed evitare possibili azioni scorrette e pericolose da parte del potenziale nemico. Data l’assenza di comunicazioni e comprensione tra i leader politici della Federazione Russa e degli Stati Uniti, la spiegazione è nell’incertezza delle parti sui reali rispettivi piani politico-militari e timori comprensibili sulla minaccia di un’escalation dello scontro militare. E ora esamineremo la situazione militare-strategica nella regione in crisi del Medio Oriente. Se si seguono certe fonti, la situazione è pessima e quasi completamente fuori controllo. “La situazione in Siria continua a deteriorarsi rapidamente. Nei media, tutte le informazioni sullo scontro tra Russia e Stati Uniti non sono ufficialmente prese in considerazione. Mentre tutta l’attenzione si concentra sullo scandalo tra Russia e Gran Bretagna, gli statunitensi, a quanto pare, non rifiutano di colpire la Siria. Washington non si ferma nemmeno all’avvertimento dello Stato Maggiore russo che risponderà bruscamente a un attacco, anche contro le “portaerei” statunitensi. Sulla base dei dati aperti, aerei di Stati Uniti ed alleati si avvicinavano al confine della Siria, in particolare nelle basi aeree di Giordania, Turchia, Cipro e Iraq, e nel Mar Mediterraneo vi è un raggruppamento della Marina degli Stati Uniti. Numerose pubblicazioni occidentali affermano che nelle ultime 24 ore, altri complessi S-400 arrivavano in Siria, i media parlavano di decine di Su-30SM e Su-35, e che nel Mar Mediterraneo vi erano le fregate “Admiral Essen” e “Admiral Grigorovich”, le navi d’assalto anfibio “Orsk” e “Minsk”, il pattugliatore “Pitlivyj”, secondo newsli.ru. In generale, il raggruppamento navale russo nel Mediterraneo era arrivato ad oltre venti unità, tra cui sei sottomarini: si tratta di una presenza inedita della flotta russa in un territorio limitato“. Russia e Stati Uniti schierano con urgenza grandi forze militari in Siria
Proviamo, senza alcun pregiudizio, a valutare un’interpretazione così estremamente allarmistica degli eventi. In primo luogo, va notato che questa informazione su trasferimenti massicci di varie forze militari in Siria non è stata confermata, dopo quattro giorni, da altre fonti. In particolare, la stampa occidentale che monitora i voli militari russi, che vengono regolarmente segnalati (come, per esempio, il recente arrivo di aerei da caccia Su-57 in Siria), era stata zitta sui presunti trasferimenti di “decine di Su-30SM e Su-35”. Inoltre, non è chiaro su base di quale “open data” vi sarebbe stato un massiccio trasferimento di aerei statunitensi ed alleati ai confini della Siria? Mentre le informazioni operative sui movimenti delle truppe statunitensi, anche dell’aeronautica militare, in linea di principio sono chiuse e non disponibili nelle edizioni aperte, anche in occidente, in generale, le suddette “informazioni” apparivano un’esagerazione. Naturalmente, questo non significa che le parti non svolgessero attività per rafforzare le proprie forze nell’area del conflitto. Ad esempio, la Russia aveva recentemente inviato due fregate e un pattugliatore nel Mediterraneo. Non è escluso lo spiegamento di ulteriori sistemi di difesa aerea. Tuttavia, non vi è traccia di trasferimento rapido nella regione di notevoli forze russe. In particolare, il “guardiano” turco, che segue da vicino il movimento delle navi militari russe nello stretto del Mar Nero, non riporta nulla di straordinario. Sebbene, in caso di necessità, un massiccio movimento di truppe e attrezzature avverrebbe non tramite gli aerei da trasporto “Ruslan“, che non possono sostituire il traffico in questa via d’acqua strategicamente importante. Sulle controparti occidentali, ancora una volta, secondo le fonti aperte, tutto indicava un’estrema attività militare, segnalando preparativi su larga scala e sottolineandoli ancora assai diffusi nel contesto di certe decisioni strategiche “definitive e irrevocabili”, secondo le fonti consultate. Nel frattempo, si parlava di una tale concentrazione di forze militari, che in linea di principio era impossibile da nascondere. In questo caso, il livello della loro “esposizione” sui media era zero. Si richiama l’attenzione sul fatto che attualmente né il Mar Mediterraneo né i suoi porti hanno un gruppo di portaerei della Marina Militare statunitense (AUG). Inoltre, al momento, per l’esattezza dal 14 marzo 2018, negli oceani, nelle aree di operatività, secondo il regolare monitoraggio dei movimenti attuato da Stratfor, vi erano solo due AUG, delle portaerei Carl Vinson e Theodore Roosevelt. Di queste, solo la Roosevelt è schierata nel Golfo Persico, da dove i suoi aerei possono in linea di massima raggiungere Damasco. Se, naturalmente, gli S-400 russi glielo permettono. Inoltre, secondo la dottrina navale degli Stati Uniti, una portaerei in generale non può essere considerata forza sufficiente per un’efficace offensiva aerea dal mare.
È vero, la cosiddetta “coalizione statunitense” ha abbastanza forze nelle aeree di combattimento sulle basi terrestri vicino la Siria. Ma anche così, il fatto ovvio è che l’assenza dei gruppi di portaerei statunitensi nella regione indicherebbe, come minimo, la riluttanza del comando militare statunitense a puntare ad attaccare la Siria usando l’aviazione di cui dispone. La ragione di tale restrizione è ovvia. Il dispiegamento di un sistema di difesa aerea forte ed efficace in Siria che difatti ne rende il territorio una “no-fly zone” per gli aerei militari occidentali che, nel caso tentassero un massiccio attacco, subirebbero pesanti perdite. E questo è assolutamente inaccettabile per i capi politici degli Stati Uniti. Primo, perché sono estremamente preoccupati dal prestigio militare statunitense seriamente minato dalle innovazioni strategiche militari russe. Di cui l’occidente, a giudicare da molti segnali, ignorava di sicuro. Altrimenti, perché Trump improvvisamente ed immediatamente dopo l’annuncio di Vladimir Putin, iniziava a promettere finanziamenti straordinari ai militari sul programma per le armi ipersoniche? In realtà, era il riconoscimento dell’arretratezza degli USA in questo settore e della necessità di affrontarla urgentemente. In altre parole, Washington difficilmente in queste condizioni otterrebbe una vittoria militare, questa volta proprio sul campo di battaglia dell’S-400 russo. O finanche ad ottenere una “vittoria di Pirro” al costo di enormi perdite. Questo è il motivo per cui l’aviazione militare statunitense, pianificando l’attacco alla Siria, se attuale, rimarrebbe ai margini o con un ruolo secondario. Ciò significa che il piano degli statunitensi è solo uno, la loro carta vincente tradizionale: un attacco coi missili da crociera Tomahawk lanciati da navi di superficie e sottomarini statunitensi. Cosa di cui parlano, infatti, i ripetuti avvertimenti dello Stato Maggiore russo.
La possibilità di un tale attacco non va totalmente esclusa. Solo perché non sarà il primo in questa guerra. Il caso precedente dei 59 Tomahawk lanciati da due cacciatorpediniere, come sappiamo, si ebbe l’anno scorso. Tuttavia, il senso militare si rivelò molto dubbio, poiché la base aerea siriana attaccata, riprese i voli il giorno successivo. In questo caso, il bombardamento presumibilmente pianificato dagli statunitensi di aree governative a Damasco non avrebbe conseguenze. Come in Jugoslavia quando missili da crociera statunitensi esplosero sugli edifici amministrativi vuoti di Belgrado e nelle caserme dell’esercito, dove tutto il personale e l’equipaggiamento era già stato sgombrato. Inoltre, l’effetto sarà ancora più insignificante, più l’attacco sarà limitato. Nel frattempo, non vi è alcun segno di concentrazione su vasta scala di navi lanciamissili statunitensi in posizioni per un grande attacco con centinaia di missili. In ogni caso, secondo i dati ufficiali del comando della Sesta flotta statunitense operante nel Mar Mediterraneo, confermati da altre fonti pubbliche, attualmente vi sono poche navi da guerra statunitensi: 2-3 cacciatorpediniere (DDG 58 USS Laboon, DDG 71 USS Ross e DDG-64 USS Carney), altre unità da combattimento dello stesso tipo sono schierate nella Quinta Flotta statunitense che opera nel Golfo Persico e Mar Rosso, e potrebbero essere coinvolte in un attacco missilistico. In linea di principio, è simile al piano d’attacco missilistico limitato sul modello di quello contro Shayrat. Tuttavia, anche con compiti così limitati, la probabilità di tale attacco è tutt’altro che assoluta. Prima di tutto, sarebbe assai strano che questo gruppo relativamente piccolo di navi si muova verso operazioni di combattimento attive con una scarsissima copertura aerea sul mare, che nel Mar Mediterraneo è completamente assente. Ad ogni modo, sarebbe la prima volta nella storia che la flotta statunitense attacchi un Paese senza il pieno supporto delle portaerei. E nelle condizioni dell’avvertimento diretto da parte russa di voler distruggere non solo i missili, ma anche i loro vettori, cioè gli stessi cacciatorpediniere! Quindi, analizzando la situazione generale militare-strategica sulla Siria, basandosi esclusivamente su informazioni disponibili open source (che sanno, se non tutto, molto), possiamo affermare quanto segue.
Segnali che indicavano straordinarie dimensione e velocità di un massiccio dispiegamento militare delle principali potenze nella regione del Medio Oriente, corrispondenti ai preparativi a un grande conflitto, non furono osservati. Il quadro generale dell’attività militare russa e statunitense in questa regione rientrava nelle normali attività militari. In tali circostanze, osservate dallo Stato Maggiore russo, dei preparativi militari statunitensi che, se certamente si verificassero nella realtà, sarebbero stati per una “rappresaglia” di dimostrazione modellata sull’attacco alla base aerea di Shayrat, o a un’esibizione totalmente dimostrativa di muscoli militari per la dissuasione psicologica verso gli avversari in Siria. Data la nuova dimensione della situazione relativa alla preparazione della Russia alla rappresaglia, la probabilità dei suddetti due scenari, a mio avviso, andava valutata con un rapporto di 3 a 7 a favore del secondo, della versione puramente dimostrativa. Sull’attuale retorica estremista tra occidente e Russia, va intesa come limitata ai tentativi di certi circoli occidentali di organizzare un’enorme pressione psicologica sulla Russia e sulla sua popolazione il giorno prima dell’elezione presidenziale. Se questa valutazione del contesto degli eventi attuali è corretta, allora in futuro, nei prossimi giorni e settimane, possiamo aspettarci la riduzione dell’intensità del confronto verbale, data la fine della sua rilevanza pratica. In particolare, ciò è indicato dal parziale declino, già avviato, dell’attività occidentale dall’altra parte del mondo per fare pressione pre-elettorale sulla Russia, in parte col cosiddetto “avvelenamento Skrypal”. Già oggi gli organizzatori inglesi di tale provocazione sono ritornati alle posizioni quasi iniziali, con un minimo reale disimpegno della Federazione Russa. Ciò, naturalmente, non significa rovesciamento dell’opposizione storicamente condizionata tra Russia e occidente. Ma allo stesso tempo, ciò potrebbe indicare la riduzione da parte occidentale dell’operazione speciale che raggiungeva la propria conclusione logica, programmata in coincidenza dell’elezione del presidente russo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Alessandro Lattanzio a Parstoday sulla guerra mediatica dell’occidente contro Putin (AUDIO)

TEHERAN (PARSTODAY) Alessandro Lattanzio, saggista e analista delle questioni politiche internazionali, intervistato dalla nostra Redazione. Lattanzio nel corso dell’intervento parla delle politiche ostili di Stati Uniti ed Europa contro il Presidente Vladimir Putin. Per ascoltare la versione integrale dell’intervento di Alessandro Lattanzio potete cliccare qui.

L’occidente crede d’intimidire la Russia

Global Times, 16/3/2018La Gran Bretagna pubblicava una dichiarazione congiunta con Stati Uniti, Francia e Germania sull’avvelenamento dell’ex-spia russa e sua figlia, definendolo “primo uso offensivo di un agente nervino” in Europa dalla Seconda guerra mondiale e dichiarava che la Gran Bretagna aveva informato gli alleati che la Russia è probabilmente responsabile dell’attacco, e condividono l’opinione che “non ci sia una spiegazione alternativa plausibile” all’attacco. Nel frattempo, gli Stati Uniti annunciavano nuove sanzioni contro cinque enti e 19 individui russi per ciò che ritengono loro interferenza nelle elezioni presidenziali degli USA e negli attacchi informatici. Questo nuovo “bullismo” verso la Russia da parte di Stati Uniti ed alleati europei è piuttosto brutale e acceso. Londra ignora le consuete procedure diplomatiche per dare un ultimatum a Mosca e attuare sanzioni. Sembra che corra contro il tempo, facendo pensare alle elezioni presidenziali in Russia del 18 marzo. La lotta dell’occidente contro la Russia in questo particolare momento è un fattore importante nelle elezioni russe. È difficile distinguere quanto dell’antagonismo rifletta severità e quanto sia volto a danneggiare le elezioni in Russia. Negli ultimi due anni si è assistito al periodo più difficile nelle relazioni tra Russia e occidente. Il miglioramento delle relazioni dalla fine della Guerra Fredda è cessato. Tuttavia, la Russia di oggi, senza Stati satelliti, è incomparabile alla forza dell’ex-Unione Sovietica riguardo la pressione strategica occidentale.
La Russia ha ancora tre carte. Prima, è una grande potenza nucleare, impedendo all’occidente d’impegnarsi nel conflitto diretto; in secondo luogo, le risorse della Russia la rendono autosufficiente contrastando le sanzioni; terzo, il forte spirito nazionale della Russia ha unito la società russa a sostegno di Vladimir Putin. Eliminare la terza carta serve a fare pressione sulla società russa per sgomentarla e destabilizzarla, indebolendo le fondamenta politiche del governo Putin. Gli analisti ritengono che Putin vincerà le elezioni nettamente e che le sanzioni occidentali daranno probabilmente nuovo slancio ai sostenitori di Putin. Ma forse l’élite occidentale pensa altro e vuole drenare i voti di Putin o minarne l’autorità con nuove sanzioni per fare pressione sull’opinione pubblica russa. I Paesi occidentali sono stati abbastanza liberi nell’imporre sanzioni alla Russia, poiché non vi vedono grossi costi. Il duro atteggiamento dei Paesi occidentali nei confronti della Russia assomiglia alla loro unità di fronte le grandi sfide geopolitiche, nonostante i problemi nel loro campo. Qualsiasi concorrente non occidentale potrà diventare il loro obiettivo comune, nell’ambito dell’ordine mondiale attuale. Le forze indipendenti, compresa la Cina, affrontano tali rischi.Traduzione di Alessandro Lattanzio