Il caso dell’adesione della Siria alla SCO

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 26 gennaio 2015SCO_Map2La Siria è al centro della battaglia tra gli Stati multipolari Resistenti e Sfidanti (R&S) e il mondo unipolare, e la risoluzione del conflitto avrebbe quindi enormi implicazioni per entrambe le parti. Finora, tuttavia, gli unici Stati R&S che offrono un sostegno sostanziale a Damasco nella guerra al terrore, sono Russia e Iran, mentre gli altri semplicemente fanno dichiarazioni simboliche che, pur favorevoli alla causa, fondamentalmente lasciano l’iniziativa al fronte unipolare. Il mondo multipolare deve capire che tutti i suoi aderenti hanno interesse ad aiutare concretamente il governo democraticamente eletto e por fine alla guerra in Siria, a suo favore, e includerla nella SCO potrebbe facilitare ciò ed essere un passo deciso verso la multipolarità globale. Di seguito sono riportati gli aspetti militari, strategici e legali dell’adesione della Siria nella SCO:

Legali
La Carta della SCO mostra come sia facilmente possibile far aderire la Siria nel raggruppamento, a condizione di una volontà politica decisa in tal senso. Diamo un’occhiata più da vicino:

Articolo 3:
Questa sezione cruciale indica l’azione della SCO nel promuovere pace, sicurezza e fiducia “nella regione”, ma la ‘regione’ non viene mai definita. E’ volutamente astratta, tanto quanto i concetti di ‘Nord Atlantico’ e ‘Europa’ presso le istituzioni unipolari. Ad esempio, circa il 95% della Turchia si trova in Asia, ma è anche membro della NATO e vuole aderire all’Unione europea. Ciò dimostra che alcune regioni possono estendersi ben oltre i confini geografici attesi. Riguardo la SCO, molti presumono che si limiti all’Asia centrale, ma non è vero. Né la Cina né la Russia sono Paesi dell’Asia centrale, con circa un quarto della Russia in Europa. Non solo, ma guardando a partner e osservatori della SCO, vediamo Stati come Turchia e Sri Lanka, Stati di Medio Oriente e Asia meridionale, rispettivamente. Ciò significa che possiamo trarre la conclusione che la ‘regione’ della SCO, per così dire, è l’Eurasia, e che se la Turchia può esserne interlocutore, anche la vicina Siria certamente ha lo stesso diritto.

Articolo 14:
Questa parte importante della Carta afferma che uno Stato od organizzazione internazionale deve essere partner del dialogo od osservatore per cooperare con la SCO. Utilizzando la Turchia come esempio, la Siria può diventare un partner del dialogo, raccogliendo i dividendi attesi dalla SCO. Tale processo, secondo il documento, è “deciso da un accordo speciale con gli Stati membri“. Anche se le specifiche non sono spiegate, l’articolo 16 può essere citato per ulteriori informazioni sul processo e servire da linea guida.

Articolo 16:
Citando la parte più rilevante dell’articolo: “Qualora uno o più Stati membri non siano interessati ad implementare particolari progetti di cooperazione d’interesse per altri Stati membri, la non partecipazione del suddetto aderenti a questi progetti non impedisce l’attuazione della cooperazione degli Stati aderenti interessati e, allo stesso tempo, non impedisce che i sopraddetti Stati di aderire a tali progetti successivamente”. Ciò può essere inteso nel senso che la SCO non deve essere unanime nell’approvazione dei progetti di cooperazione, e che uno Stato dissenziente non può ostacolare gli altri. Pertanto, guardando al quadro giuridico, possiamo vedere che la Siria ha fondamenti giuridici per poter cooperare con la SCO, se essa lo desidera. Perciò, l’Afghanistan, Stato osservatore, ha legalmente diritto al sostegno della SCO, ma la Siria deve ancora definire il suo rapporto ufficiale con l’istituzione multipolare. Come si vede dai tre articoli della Carta della SCO evidenziati, non vi sono ostacoli giuridici ad una collaborazione con la Siria quale partner del dialogo. L’unica cosa che trattiene la proposta sono i vantaggi non adeguatamente articolati finora, da cui le seguenti due sezioni.

Militari
La Siria affronta tutto il peso che il mondo unipolare applica su quello multipolare (salvo la guerra convenzionale aperta), e il secondo deve aiutare pienamente lo Stato alleato per trarne esperienza. Non vuol dire che truppe cinesi e kirghise, per esempio, debbano impegnarsi direttamente nei combattimenti, ma che tutti gli eserciti degli Stati membri della SCO dovrebbero fornire maggiore consulenza e/o addestramento agli omologhi siriani. Dopo tutto, l’organizzazione si è ufficialmente formata per lottare contro i tre mali del terrorismo, separatismo ed estremismo (come indicato nella Carta), e la Siria è in guerra contro tutti questi, al momento, sintetizzata dalla lotta contro il SIIL. Pertanto, il Paese potrebbe essere un campo di addestramento di vitale importanza per l’organizzazione, in quanto prepara ad affrontare l’obiettivo in modo più chiaro e diretto partecipando agli sforzi per la stabilizzazione afghana, e sarebbe anche una preziosa esercitazione complementare nel difendere gli aderenti alla SCO da qualsiasi destabilizzazione futura modellata sullo scenario siriano (cioè l’ibrido rivoluzione colorata/guerra non convenzionale eterodiretta e supportata da terroristi/mercenari).

Strategici
Ci sono tre principali obiettivi strategici che verrebbero raggiunti se la Siria aderisse alla SCO da partner del dialogo, anche se questo breve elenco non dovrebbe affatto essere considerato esaustivo:

Istituzionalizzazione e multilateralizzazione:
Se la proposta ha successo, il supporto russo alla Siria sarebbe istituzionalizzato nell’ampio quadro multilaterale degli alleati. Ciò creerebbe una contro-coalizione che rispetta la normativa delle Nazioni Unite ed è veramente dedita alla lotta al terrorismo, a differenza della coalizione ‘anti- SIIL’ degli Stati Uniti (correttamente descritta come ‘coalizione del cambio di regime’) e la sua creazione si rivelerebbe strumento effettivo dell’influenza multipolare negli affari mondiali.

Attivo aiuto a un coraggioso e fidato alleato:
La designazione della Siria a partner del dialogo della SCO e il successivo aperto sostegno multilaterale al Paese darebbe agli R&S l’iniziativa nel risolvere il conflitto. Una tale mossa potrebbe mettere i Paesi occidentali e del CCG sulla difensiva strategica, per una volta, costringendoli a un ruolo reazionario e mutando l’agenda delle loro prerogative già date per scontate. L’inversione risultante potrebbe colpire le strategie premeditate degli aggressori e mutare la dinamica della guerra in modo d’aprire la possibilità di un netto prevalere governativo.

Avere una posizione chiara contro l’aggressione unipolare:
L’inclusione della Siria nell’ombrello della SCO sarebbe il riconoscimento che il mondo multipolare ha finalmente compiuto il salto dalla sfida indiretta all’unipolarità con mezzi economici al diretto confronto geopolitico. Dimostrano senza dubbio che le istituzioni multilaterali R&S possono realisticamente difendersi e respingere le controparti unipolari aggressive, mostrando che il multipolarismo non è più una vaga speranza teorica, ma una forza concreta e tangibile nelle relazioni internazionali.

Conclusioni
L’obiettivo dell’articolo è illuminare l’importanza di un’eventuale adesione della Siria nelle strutture della SCO e l’utilità che ciò avrebbe per il movimento globale multipolare. Come è stato sottolineato nella prima sezione, non ci sono impedimenti legali, come la Carta dell’organizzazione evidenzia chiaramente, una tale mossa è possibile e potrebbe attuarsi rapidamente, se c’è la volontà politica. Se ciò avverrà, la SCO e gli Stati R&S associati trarrebbero inestimabile beneficio dalle lezioni militari apprese aiutando l’Esercito arabo siriano nella lotta all’avanguardia della destabilizzazione e distruzione dell’unipolarismo, dato che gli Stati aderenti sono i possibili prossimi obiettivi di tali meccanismi, una volta perfezionati nel teatro siriano. Altrettanto importante, nel frattempo, sono i vantaggi strategici che si avrebbero con l’aiuto della SCO alla Siria, dato che tali misure dimostrerebbero vividamente che gli Stati R&S possono difatti reagire all’unipolarismo. Con gli immensi benefici della suggerita associazione della Siria con la SCO, qui descritti, ora è il momento per l’organizzazione di adottare un passo coraggioso trasformando questa visione in realtà opponendosi definitivamente al mondo unipolare. 1794689Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

24 gennaio 2015: giornata chiave nel conflitto ucraino?

Alexander Mercouris Vineyard Saker, 24 gennaio 2015

10628563Oggi può rivelarsi un giorno cruciale nell’evoluzione del conflitto ucraino.
1. Il Consiglio di sicurezza russo si è riunito oggi. Non abbiamo (ovviamente) un resoconto completo, ma il sito web del Cremlino ha fornito alcuni dettagli. Sorprendentemente, Putin ha definito la junta come “Kiev ufficiale” e non “governo ucraino” o “controparte ucraina”, ed ha anche chiamato le due repubbliche ucraino-orientali “Repubblica Popolare di Donetsk” e “Repubblica Popolare di Lugansk”. Questo è il punto estremo cui Putin è giunto dall’elezione di Poroshenko implicando che la junta non è l’autorità legittima nel Donbas e nelle due repubbliche Popolari che vi sono.
2. Putin ha anche sottolineato che “ordini criminali” provengono dalla “Kiev ufficiale”.
3. Putin ha anche avuto un colloquio telefonico con Lukashenko, partner chiave sul conflitto ucraino. Ancora non abbiamo quasi alcuna informazione su ciò che hanno discusso, ma Putin ha voluto assicurare che Lukashenko resta a bordo. Mi aspetto una telefonata di Nazarbaev, a breve.
4. Ora sappiamo dai commenti di Shuvalov a Davos che Pechino è consultata in ogni momento. Il punto chiave di ciò che è successo a Davos è stato quando Shuvalov ha assolutamente chiarito che la Russia non subirà sanzioni e Kostin di VTB ha chiaramente avvertito contro qualsiasi tentativo di escludere le banche russe dal sistema dei pagamenti SWIFT. Il Financial Times ha dato una buona sintesi delle osservazioni di Shuvalov e Kostin.
5. Il Ministero della Giustizia russo nel frattempo ha formalmente vietato una serie di organizzazioni, tra cui Pravij Sektor. Alcuni di noi sono sorpresi che non fossero state già bandite.
6. Zakharchenko ha detto che il Memorandum di Minsk non è più applicabile. Non è lo stesso documento del Protocollo di Minsk, sull’accordo di cessate il fuoco concordato il 5 settembre 2014. Piuttosto, è il documento tecnico che pretendeva di definire la linea di cessate il fuoco e prevedeva il ritiro delle armi pesanti, concordato il 19 settembre 2014. Né il protocollo Minsk, né il Memorandum di Minsk sono mai stati attuati. Dicendo che il Memorandum di Minsk non ha più valore, Zakharchenko ha dato via libero alle FAN per le operazioni offensive, attualmente in corso.
7. Infine Zakharchenko ha ancora una volta detto che la decisione di RPD e RPL di separarsi dall’Ucraina è definitiva.
Ora può essere che tali discussioni, conversazioni e commenti non siano coordinati e non producano nulla. Forse non vi è alcun cambiamento nella politica russa. Tuttavia sembrano indurire la posizione e forse indicare che i russi hanno, almeno per il momento, perso la speranza di un approccio diplomatico. Suggerendo anche dei preparativi per reagire nel caso di altre sanzioni.

Dal Financial Times:
Uno dei principali banchieri della Russia ha avvertito che l’esclusione del Paese dal sistema di pagamento bancario Swift equivarrebbe alla “guerra”. Il suggerimento che la Russia possa essere esclusa da Swift ha allarmato la comunità finanziaria di Mosca, quando fu lanciata dai politici occidentali la scorsa estate. Le banche russe usano molto il sistema dei pagamenti basato in Belgio per i pagamenti nazionali e internazionali. Tuttavia, la mossa era considerata eccessiva e descritta da un consulente come “l’opzione nucleare”. Parlando a Davos Andrej Kostin, CEO di VTB, la seconda banca della Russia, ha detto: “Se non c’è Swift, non c’è relazione bancaria…, ciò significa che i Paesi sono sull’orlo di una guerra, o sicuramente in guerra fredda. Il giorno dopo, gli ambasciatori russo e statunitense dovrebbero lasciare le capitali“, ha aggiunto. I commenti di Kostin evidenziano come il regime di sanzioni dell’occidente stia creando rabbia e diffida tra l’élite politico-economica russa. “Per quanto si faccia pressione sulla Russia, non credo che la situazione cambierà“, ha detto, sottolineando che il Paese punta a ridurre la dipendenza dai sistemi di pagamento occidentali come Swift. “Abbiamo già creato una alternativa al sistema Swift… e dobbiamocreare alternative internazionali“. Ha richiamato l’attenzione sugli sforzi di Russia e Cina per creare una loropiattaforma fuori dal controllo occidentale.
Igor Shuvalov, viceprimo ministro della Russia, ha fatto eco. “Stiamo sviluppando il nostro vettore orientale“, ha dichiarato Shuvalov, sottolineando anche che gli sforzi per costruire legami con la Cina erano in corso prima della crisi, e si sono drammaticamente intensificati dopo le sanzioni, mentre la Russia cerca alternative all’occidente. Shuvalov ha detto che i Paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), sino pronti ad aiutarsi a vicenda in una crisi finanziaria. “I grandi investitori cinesi si rivolgono a noi“, ha detto. Il “pivot in Asia” è parte fondamentale della politica estera di Vladimir Putin dalla rottura delle relazioni con l’occidente. Mentre diversi accordi di punta sono stati firmati, come ad esempio il contratto da 400 miliardi di dollari per la fornitura di gas russo alla Cina per 30 anni, dello scorso maggio, pochi politici e uomini d’affari russi credono che la Cina possa salvare l’economia russa dalla recessione. “La situazione attuale sembra meno grave (della crisi finanziaria 2008-09), ma prevediamo una crisi lunga e possibilmente protratta“, ha detto Shuvalov. Ma ha aggiunto che la pressione estera non riuscirà a cambiare la leadership politica del Paese. “Sopravviveremo a qualsiasi difficoltà, mangeremo meno, useremo meno energia elettrica“, ha detto. Aleksej Kudrin, l’ex-ministro delle finanze predice che la Russia potrebbe vedere deflussi di capitale per 90 miliardi di dollari quest’anno, dopo il record di 151 miliardi nel 2014. “Dobbiamo chiaramente capire il prezzo che paghiamo per le sanzioni“, ha detto.

140522_FOR_Donetsk.jpg.CROP.promo-mediumlargeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Turkmenistan sarà lo scudo anti-jihadisti?

Stanislav Ivanov New Eastern Outlook 10/01/2015

Dmitry_Medvedev_in_Turkmenistan_13_September_2009-1Dopo il ritiro delle forze NATO dall’Afghanistan, un aumento dell’attività islamista è previsto nel Paese e nella regione. Washington e i suoi alleati occidentali non sono riusciti ad infliggere una seria sconfitta al movimento dei taliban afghani, inoltre questo potrebbe non solo mantenere il controllo su un certo numero di province afghane, ma anche sviluppare stretti legami con il movimento talib pakistano e i capi del califfato islamico creato nel territorio di Siria e Iraq. Oggi, i cosiddetti “jihadisti” cercano di ampliare al massimo l’area d’influenza, anche penetrando nei Paesi dell’Asia centrale e del Caucaso. Esperti e scienziati politici discutono attivamente la possibilità del ripetersi di una “primavera araba”, questa volta nei Paesi dell’Asia centrale e in Azerbaigian. Questi Stati hanno alcune caratteristiche comuni con i Paesi vittime della “primavera araba”. Il Turkmenistan potrebbe divenire l’anello debole o al contrario lo scudo contro i “jihadisti” dei Paesi dell’Asia centrale e Caucaso? Il Turkmenistan occupa un posto speciale nel sistema di sicurezza regionale. La caratteristica della sua storia post-sovietica è lo status di neutralità riconosciuta dalle Nazioni Unite, conseguenza della sua non-partecipazione ad alleanze e associazioni militari e politiche. L’assenza di potenziali avversari esteri permette al governo del Paese di mantenere delle insignificanti, in dimensioni e potenza, forze armate. L’equidistanza di Ashgabat da tutti i centri globali e regionali e i giacimenti di idrocarburi del Paese dalla rilevanza mondiale permettono anche di costruire riuscite relazioni commerciali ed economiche reciprocamente vantaggiose con più di cento Paesi; i Paesi principali partner commerciali del Turkmenistan sono Iran (21,7%), Russia (18%), Turchia (16,4%) e Cina (10,8%). La principale voce dell’esportazione del Turkmenistan rimane il gas, ma c’è una tendenza alla diversificazione delle esportazioni aumentando la produzione di petrolio e prodotti petroliferi, energia elettrica, materiali da costruzione, cotone e altri beni. USA e UE mostrano interesse per lo sviluppo degli scambi economici e altri rapporti con il Turkmenistan. Vi sono piani per costruire nuovi gasdotti, oltre a quello esistente verso nord, a ovest e sud-est, in particolare il gasdotto TAPI di 1735 chilometri dal Turkmenistan ad Afganistan, Pakistan e India. La sua capacità è pari a 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno, il costo è stimato in 7,9 miliardi di dollari. La Turchia ha un ruolo particolare nelle relazioni bilaterali del Turkmenistan con altri Paesi. La somiglianza in cultura, lingua, religione, tradizioni, costumi e abitudini favoriscono ulteriormente tale ravvicinamento in tutti i settori. In particolare, durante la visita del presidente turco R. Erdogan ad Ashgabat nel novembre 2014, l’attenzione era attirata sul fatto che più di 600 imprese ed aziende turche lavorano con successo nel Paese, mentre il valore complessivo dei progetti realizzati dalle aziende turche in Turkmenistan ammonta a 42 miliardi di dollari. Certo, rimane la forte concorrenza tra i Paesi interessati agli idrocarburi turkmeni e al mercato delle materie prime e dei servizi; tuttavia la concorrenza non è accompagnata da tentativi di rafforzarvi l’influenza di un particolare Paese o alleanza militare. La concorrenza è per lo più limitata al lobbying su alcuni gasdotti (da UE, Turchia, Iran, Pakistan, Cina, India). Sembra che tutti gli attori internazionali siano soddisfatti dalla neutralità di Ashgabat in politica estera e dal suo netto status neutrale. Il governo turkmeno ritiene che il Paese rimarrebbe ai margini in caso di conflitto regionale o internazionale, mantenendo così integrità territoriale e sovranità. Tuttavia, è sempre più chiaro ad Ashgabat che la minaccia alla sicurezza del Paese può provenire da attori non statali, soprattutto da gruppi islamici stranieri. È dimostrato che taliban turkmeni combattano insieme ad afghani e pakistani in Siria e Iraq, e che “Movimento islamico del Turkestan orientale” e “Movimento islamico dell’Uzbekistan” sono stati creati nel Waziristan settentrionale (Pakistan). Vi sono notizie su “taliban turkmeni” che controllano quasi tutti i territori in cui il gasdotto TAPI dovrebbe essere costruito (nei territori afghani e pakistani).
big Nel 2014 gli attacchi contro i posti di controllo di frontiera turkmeni al confine afghano-turkmeno sono aumentati. Centinaia di cittadini sono stati uccisi, alcuni decapitati, le loro proprietà saccheggiate, bestiame derubato e decine di case bruciate. Le guardie di frontiera turkmene subiscono non solo perdite, ma anche prigionieri per mano degli islamisti. Si parla di prime operazioni “di pulizia” dei militanti che cacciano le popolazioni dalle aree adiacenti al confine e preparano corridoi per ulteriori puntate in profondità nel Paese. Controllano l’autostrada al confine turkmeno e possono, in ogni momento, marciare sulla valle Murgaba (Bagdis) e sulla provincia di Andkhoya (Faryab). Le autorità afghane e turkmene non controllano alla frontiera il traffico di droga, il contrabbando e l’infiltrazione dei gruppi islamici, né possono controllare i movimenti degli allevatori che pascolano il bestiame su entrambi i lati del confine. Si dovrebbe ricordare che quando il movimento basmachi venne sconfitto in URSS, negli anni ’20-’30, una serie di grandi e influenti clan turkmeni fuggì in Afghanistan, nelle regioni al confine. Ancora pretendono la restituzione delle loro terre ancestrali, oggetto del ricatto continuo del governo del Turkmenistan. La questione ha acquisito particolare importanza quando due grandi giacimenti di gas, le oasi Serakh e Murgab, si ritrovano vicino alle terre reclamate dai turkmeni afghani. Quindi, vi è la crescente possibilità di attacchi di taliban e “jihadisti” afghani di ogni risma e colore contro il Turkmenistan, nella primavera 2015. I molti popoli che stabilmente vi risiedono, hazara, turkmeni, curdi, uzbeki e tagiki, sono raggiunti, ultimamente, da un numero crescente di persone provenienti da altre province dell’Afghanistan e da “jihadisti” stranieri. Si prevede che possano invadere il Turkmenistan dal velayat Bagdis lungo la valle del fiume Murgab. Nonostante il fatto che l’area abbia fortificazioni e la presenza di un’unità di guardie di frontiera, la valle di Murgab attrae i militanti essendo la via più veloce alla successiva marcia verso nord. Vi è una popolazione (che potrebbe essere presa in ostaggio), molto bestiame, depositi, buone strade, numerosi veicoli e perfino armi. Da Takhta-Bazar, si può facilmente arrivare, su una strada asfaltata, alla città strategica di Jolotan, nei pressi della quale vi è il grande giacimento di gas di Galkynysh, fonte del “TransCaspio” per l’Europa. E’ da questo luogo che il nuovo gasdotto strategico “Est-Ovest” parte per le rive del Caspio.
Il governo turkmeno, anche se con un certo ritardo, reagisce alla crescente minaccia dall’Afghanistan. Sono state adottate rapide misure per rafforzare il controllo delle frontiere e altre agenzie della difesa in questa parte del confine di Stato costruiscono nuove fortificazioni. Un fossato, largo quattro metri e profondo cinque, è stato scavato lungo il confine afgano, rinforzato da una rete metallica. Inoltre, si sviluppano i contatti con i potenziali alleati nella lotta agli islamisti. Così, il 14 settembre 2014, il Generale Khossein Dehgan, ministro della Difesa iraniano, ha visitato il Turkmenistan per coordinare gli sforzi dei due Paesi nella sicurezza regionale. Il tema principale dei negoziati Iran-Turkmenistan è l’interazione in caso d’invasione dei “jihadisti” dall’Afghanistan. La parte iraniana ha espresso disponibilità a svolgere, al più presto, manovre dell’esercito iraniano nella provincia nord-orientale, invitando i militari turkmeni in qualità di osservatori. L’11 settembre 2014, il Presidente del Turkmenistan G. M Berdymukhammedov improvvisamente arrivò a Dushanbe per partecipare al vertice SCO da ospite d’onore, anche se il suo Paese non è membro dell’organizzazione e aveva già dimostrativamente preso le distanze da qualsiasi iniziativa regionale. Nel corso del vertice, il presidente del Turkmenistan ha incontrato i presidenti di Iran, Mongolia, Repubblica popolare cinese, nonché i rappresentanti di India e Pakistan. Si potrebbe suggerire che le questioni di sicurezza regionale furono discusse in questi incontri. Nell’agosto 2014, il governo turkmeno effettuò la “de-islamizzazione” del suo sistema educativo. Nel quadro dell’attuazione del trattato bilaterale sulla cooperazione nell’istruzione, concluso tra i governi di Turkmenistan e Turchia, il 15 agosto 2014, furono chiuse la scuola turkmeno-turca e l’Università turkmeno-turca. La scuola turca fu lasciata solo per i figli dei dipendenti dell’ambasciata e delle società turche che lavorano in Turkmenistan. L’Università è divenuta un’università nazionale, i suoi programmi sono stati rivisti e una sostanziale (in termini locali) tassa viene riscossa per gli studi. Allo stesso tempo, il nuovo trattato concluso tra Turkmenistan e Turchia sull’istruzione ha completamente eliminato qualsiasi interferenza non statale. I soggetti relativi agli studi religiosi sono stati rimossi dai programmi scolastici, le ore di preghiera (obbligatorie) sono state abolite. Tutte le innovazioni nell’educazione, introdotte su iniziativa del noto chierico turco Fethullah Gulen, sono state liquidate. Pertanto, il governo del Turkmenistan adotta misure preventive per difendere lo Stato contro eventuali attentati alla sovranità da parte di gruppi islamisti afghani. Nonostante il carattere autoritario ancora conservato dal governo e alcuni elementi da “primavera araba” che gli sono propri, non si attende un rovesciamento violento del governo e l’espansione “jihadista” in Turkmenistan nei prossimi anni. Il Paese ha solide tradizioni di potere secolare contro cui, oggi, non c’è alternativa visibile o opposizione organizzata. La maggioranza dei turkmeni pratica un Islam tradizionale moderato, i 5 milioni di abitanti del Paese si distinguono su carattere tribale e vivono su un territorio comune, vi sono salari minimi garantiti e sufficienti per tutte le categorie della cittadinanza, e il governo presta attenzione allo sviluppo di industria, infrastrutture, alloggi, al miglioramento dei sistemi di istruzione e assistenza sanitaria, ed altri aspetti di vitale importanza per la vita sociale.
In caso d’invasione “jihadista” del Turkmenistan, Ashgabat avrà un rapido aiuto da autorevoli organizzazioni internazionali, prima di tutto l’Organizzazione delle Nazioni Unite, così come dalle grandi potenze (Russia, Cina, Stati Uniti) e dai partner regionali (Turchia, Iran, ecc).

Turkeys President Recep Tayyip Erdogan visits TurkmenistanStanislav Ivanov, ricercatore presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa, ricercatore in Storia ed editorialista di “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, festività sotto tiro

Alessandro Lattanzio, 6/1/20158265288-l-ukraine-affirme-avoir-repousse-une-colonne-de-blindes-russes-1728x800_cIl 15 dicembre una potente esplosione scuoteva Odessa. Scontri si svolgevano presso l’aeroporto di Donetsk, Shastie, Orlovo-Ivanovka, Frunze, Chernukhino e Debaltsevo. Il 16 dicembre, scontri presso Enakievo. I majdanisti bombardavano Oboznoe, Sokolniki, Valujskoe, Kolesnikovka e Olkhovoe. Il 17 dicembre, i majdanisti bombardavano il villaggio di Vesjolenkoe. Scontri a Peski, Donetsk, Uglegorsk, Debaltsevo e Prishib. Il 18 dicembre, si verificava una potente esplosione nell’aeroporto di Kharkov. Scontri a Peski, Donetsk, Uglegorsk, Debaltsevo, Stanitsa Luganskaja e Slavjanoserbsk. Il decimo convoglio umanitario russo, 180 autocarri con 1400 tonnellate di aiuti, arrivava nel Donbas. Il 19 dicembre si avevano scontri a 9 Stanitsa Luganskaja, Gorlovka, Peski, e i majdanisti bombardavano Nikishino.
Il 20 dicembre, scontri a Donetsk, Gorlovka, Golma, Nikolaevka, Nizhnetjoploe, Telmanovo, Stanitsa Luganskaja e Lisichansk. Gli statunitensi consegnavano a Kiev 35 fuoristrada blindati Volkswagen Amarok e Toyota Land Cruiser 200, oltre a 2300 giubbotti antiproiettili. Il 21 dicembre, pesanti combattimenti a Peski, scontri a Nikishino, Gorlovka, Avdeevka, Pervomajsk, Gorskoe, aeroporto di Donetsk e Stanitsa Luganskaja. Il 21 dicembre, i majdanisti bombardavano Peski, Krutaja Gora, Khoroshee, Shastie, Gorodishe, Fashevka, Nikishino, Vesjolaja Gora, Gorlovka, Novaja Marievka e Donetsk. Combattimenti presso l’aeroporto di Donetsk. Combattimenti anche nella zona di Bakhmutovka, Frunze, Krimskoe e presso Slavjanoserbsk. Il 23 dicembre, i majdanisti bombardavano Dokuchaevsk, Peski, Oktjabr, Olkhovaja, Novomarievka, Fashevka, Gorlovka, Jasinovataja, Shevchenko, Novaja Marievka, Grigorievka e Donetsk. sabotato un ponte ferroviario a Marjupol. Arrivavano aiuti ‘militari’ a Kiev da Paesi Bassi, Regno Unito, Polonia, Canada e Australia. Il 24 dicembre, i majdanisti bombardavano Gorlovka, Krimskoe, Nikishino, Prishib e Smeloe. Scontri presso l’aeroporto di Donetsk e a Gorskoe. Combattimenti tra Grigorievka, Novomarievka, Sokolniki e Vesjolaja Gora. Il 24 dicembre, si registravano scontri a Nikishino, Gorlovka, Dzerzhinsk, Peski, Chernukhino e Volnovakha. Combattimenti a Stanitsa Luganskaja, dove i majdanisti subivano la perdita di 14 soldati, 4 autocarri Ural, 3 carri armati, 2 tecniche, 6 mortai, 1 BTR e 2 cannoni semoventi Nona.
Il 25 diceUkraine milice 2mbre, i majdanisti bombardavano Vesjolaja Gora, Rajovka e Prishib. Combattimenti a Lobochjovo, dove la milizia distruggeva due dei tre checkpoint ucraini verso Lopaskino. I miliziani subivano 12 caduti e la perdita di 1 BMP, 2 carri armati e 3 obici. Gli ucraini perdevano un centinaio di uomini, 3 BMP, 1 BTR, 2 carri armati, 5 mortai e 4 cannoni antiaerei. A Grodovka venivano distrutti dei BTR ucraini, mentre i majdanisti bombardavano Dokuchayevsk, Gorlovka e Dzerzhinsk. Presso Majorsk gli ucraini perdevano altri blindati in combattimento. Il 26 dicembre i majdanisti bombardavano Gorlovka, la miniera di Izotov, Dokuchaevsk e la periferia di Donetsk. A Michurino i majdanisti uccidevano un civile. Il 27 dicembre, i majdanisti bombardavano Gorlovka, Shumij, Majorsk, Donetsk e Rajovka. Il convoglio umanitario della Repubblica di Abkhazija arrivava nel Donbas. Il 28 dicembre, i majdanisti bombardavano Mirnij, presso Telmanovo, Dokuchaevsk, Volnovakha, Gorlovka, Donetsk, Peski, Avdeevka, Grigorievka, Shumij, Majorsk, Stila e Stanitsa Luganskaja. Il 28 dicembre, i majdanisti bombardavano Donetsk, Peski, Spartak, Gorlovka, Telmanovo e Dokuchaevsk. Il 30 dicembre, presso l’aeroporto di Donetsk e a Peski si avevano scontri, come anche a Nikishino, Lidievka, Debaltsevo e Khartsyzk. I majdanisti bombardavano Orlovo-Ivanovka, Maloorlovka e Opitnoe. Il 31 dicembre, si ebbero scontri presso Donetsk, Peski, Marinka, Nikishino e Novaja Marevka.
Il 1° gennaio 2015, i majdanisti bombardavano Donestk, uccidendo un civile. Bombardamenti su Gorlovka, Majorsk, Bakhmutka, Gorskoe e Lisichansk. Scontri nella zona dell’aeroporto di Donestk, Peski e Nikishino. Il 2 gennaio, i majdanisti bombardavano Nikishino, Peski, Gnutovo e Donetsk. Il 3 gennaio 2015 si avevano scontri presso l’aeroporto di Donetsk, Novaja Marievka, Nikolaevka, Nikishino, Gorlovka, Kirovskoe, Vesjolaja Gora, Smeloe. A Valujskoe la milizia federalista distruggeva 1 cannone semovente 2S1 Aktasija eliminando 3 soldati ucraini. I majdanisti bombardavano alcuni quartieri di Donetsk. Il 4 gennaio, si avevano scontri a Tonenkoe, Donetsk, Peski, Opytnoe, Avdeevka, Slavnoe, Berjozovoe, Stanitsa Luganskaja, Verkhnjaja Olkhovaja, Makarovo, Shastie, Debaltsevo, Nikishino, Chernukhino, Gorlovka, Shumij Luganskoe, Sokolniki, Marinka, Tonenkoe, Raevka e presso Marjupol. Almeno 2 soldati ucraini furono eliminati.
Il 5 gennaio, i majdanisti bombardavano Makeevka e Donetsk. Scontri a fuoco si avevano a Krasnogorovka, Shumij, Majorsk, Nikishino, Slavjanoserbsk, Sokolniki, Znamenka, Shastie e Vesjolaja Gora. Nei pressi del villaggio di Elenovka, l’esercito federalista catturava 7 soldati ucraini a bordo di un autocarro GAZ-66. Il 6 gennaio, nella Repubblica popolare di Lugansk, le forze novorusse distruggevano 3 obici, 2 BTR e diversi autocarri Ural ucraini. I majdanisti bombardavano Donetsk, Lisichansk, Bakhmutka, Sokolniki, Znamenka, Slavjanoserbsk, Shastie, Vesjolaja Gora e Stanitsa Luganskaja.
Il 2 gennaio veniva imposta la legge marziale a Odessa. Il capo della polizia locale Ivan Katerinchuk (arrivato da Ivano-Frankovsk, covo banderista) affermava che tali misure erano volte a combattere le varie forme di ‘separatismo’, ovvero riunioni e attività dell’opposizione antimajdanista nella regione di Odessa. Già il 29 dicembre la polizia stradale ucraina aveva bloccato tutte le entrate e le uscite a Odessa. Nell’ambito del finanziamento statunitense, pari a 450 milioni di dollari, delle forze armate ucraine, la compagnia mercenaria statunitense Academi (Blackwater) confermava ai golpisti di Kiev di essere pronta ad iniziare l’addestramento di un battaglione di 550 neonazisti per il “programma modello di addestramento tattico” sul territorio ucraino. Il programma di un mese comprendente corsi di “tiro, azioni nelle aree urbane, combattimento corpo a corpo, rifornimento dei battaglioni in combattimento e logistica“. Al programma viene collegata l’associazione ‘Patrioti ucraini’, l’ala paramilitare dell’Assemblea Nazional-socialista di Ucraina (SNA), un’organizzazione neonazista fondata nel 2008 e il cui capo è Andrej Biletskij, comandante del nazibattaglione Azov. Inoltre, il capo del nazibattaglione Donbass, Semjon Semjonchenko (vero nome Konstantin Grishin) e i capi dei nazibattaglioni Dnipro, Jurij Bereza, e Azov, Bilestkij, autori di crimini di guerra, venivano ricevuti a Washington dal senatore guerrafondaio statunitense John McCain collegato ai capi del terrorismo attivo in Siria; il senatore Robert Corker dell’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI) e il senatore Robert Menendez del National Democratic Institute (NDI), che esprimevano sostegno all’aggressione dei neonazisti alla popolazione del Donbas e “che assegnavano fondi per aiutare l’Ucraina, comprese armi, radar, armi anticarro, droni, sistemi di comunicazione e molto altro per il nostro esercito. Ho firmato un contratto per organizzare l’addestramento di ufficiali e combattenti del battaglione Donbass da parte di istruttori degli USA attualmente non in servizio“, ex-membri dei Navy SEAL, della Delta Force dell’US Air Force e di altre forze speciali statunitensi. Il 5 gennaio sull’aeroporto militare di Ozernoe, presso Zhitomir, Poroshenko partecipava alla cerimonia di consegna alle forze armate ucraine di 150 tra blindati, autoveicoli, artiglieria, oltre a 2 MiG-29 e Sukhoj Su-27, e dichiarava: “Come abbiamo utilizzato il periodo di tregua? Anche se non abbiamo proseguito l’offensiva, abbiamo completamente ristrutturato le unità di combattimento, e oggi, il nostro livello di equipaggiamento e munizioni è al 100%“. Tutto ciò mentre il ministro della Difesa della Lituania Juozas Olekas confermava che la Lituania aveva inviato armi all’esercito ucraino e che era pronta a “fornire aiuti in futuro“. Intanto, il 6 gennaio, 12 soldati della Guardia nazionale ucraina rimanevano uccisi e altri 18 feriti in un incidente stradale presso Artjomovsk.
Il Presidente della RP di Donetsk Zakharchenko annunciava la nazionalizzazione di tutte le imprese statali ucraine e l’avvio dei lavori sull’accordo relativo allo spazio economico unificato tra RP di Donestk ed RP di Lugansk tramite atti legislativi in materia di Amicizia e Cooperazione ed unità dello spazio economico tra RPD e RPL. Zaharchenko aveva detto che la zona di libero scambio era stata già stabilita tra le due repubbliche popolari del Donbas.
tumblr_ncd7c0GJrt1rmxhq7o1_500Il 5-10 dicembre l’esercito russo effettuava una grande esercitazione nella regione di Kaliningrad, testando la prontezza al combattimento di 9000 soldati, 642 mezzi e dei sistemi missilistici balistici tattici Iskander-M. Le esercitazioni riguardavano unità di fanteria meccanizzata, missilistiche e di artiglieria, truppe aviotrasportate e fanteria di marina, forze di ricognizione, comunicazioni e logistica, così come velivoli da combattimento, aerei da trasporto ed elicotteri, e le navi della Flotta del Baltico. Due brigate di sistemi missilistici Iskander-M furono rapidamente trasferite dalla Russia al distretto militare occidentale di Kaliningrad, a bordo di velivoli da trasporto militari e navi della Flotta del Baltico. Le esercitazioni di protezione delle frontiere includevano anche manovre sul mare e subacquee. Il 26 dicembre, la Russia approvava una versione aggiornata della dottrina militare nazionale, che considera la presenza militare della NATO una grave minaccia alla sicurezza nazionale. La nuova dottrina russa, firmata dal Presidente Vladimir Putin, indica nel concetto di Prompt Global Strike (PGS) degli USA una minaccia alla sicurezza della Russia. Il PGS è il programma degli Stati Uniti per sviluppare un sistema d’attacco globale con armi di precisione. Le nuove sezioni della dottrina militare russa delineano quali minacce alla Russia sia l’espansione della NATO che la sua assunzione di “funzioni globali che violano il diritto internazionale”, la creazione e lo schieramento di sistemi di missili antibalistici strategici globali, minando la stabilità globale e l’equilibrio strategico nucleare, l’implementazione del concetto di ‘attacco rapido’, l’intenzione di schierare armi nello spazio e armi convenzionali strategiche di precisione. Un altro obiettivo della dottrina militare russa è proteggere gli interessi nazionali nella regione artica. Il documento sottolinea anche la minaccia della destabilizzazione di Paesi confinanti con la Russia o di suoi alleati, e il dispiegarvi truppe straniere come minaccia alla sicurezza nazionale russa. Sul fronte interno, la Russia affronta minacce di “azioni volte al cambiamento violento dell’ordine costituzionale russo, destabilizzazione dell’ambiente politico e sociale, disorganizzazione degli organismi governativi, di cruciali installazioni civili e militari e dell’infrastruttura dell’informazione della Russia“. Per Mosca la cooperazione internazionale con Paesi che condividono gli sforzi volti alla sicurezza, particolarmente i membri di BRICS, OSCE, CSTO e Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, è la chiave per impedire i conflitti.

tanks2Note:
Global Research
Histoire et Societé
Nations Presse
Novorossia
Novorossia
RussiaToday
Soutien à la rebellion du Donbass
Stop NATO
Voice of Sevastopol
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Chi oserebbe bombardare la Russia?

Valentin Vasilescu,  ACS-RSS 5 gennaio 2015 – Reseau International

La superiorità aerea su cui si basano gli Stati Uniti nei loro recenti attacchi, vale zero davanti ai sistemi di rilevamento della Russia. Questo è il messaggio della Russia con gli ultimi suoi raid aerei nello spazio aereo internazionale europeo.radarcoveragewest_2La stampa occidentale riteneva con certezza che nei primi mesi del 2014, un intervento della NATO contro la Russia secondo il modello applicato all’ex-Jugoslavia nel 1999. Il motivo erano le esilaranti dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore statunitense ammiraglio John Kirby “dopo il tramonto della cortina di ferro, la Russia ha sempre avanzato arrivando ai confini della NATO“. La predizione della stampa occidentale si è dimostrata piuttosto infondata. D’altro canto, la Russia abbraccia due continenti e ha una quantità enorme di efficaci mezzi da combattimento. Tuttavia, per rispondere il più rapidamente possibile a un’aggressione convenzionale, il Cremlino ha bisogno di sofisticati sistemi automatizzati di comando e informazione dotati di sistemi di rilevazione e armi ad alta precisione. Negli ultimi mesi, formazioni di oltre 20-30 aerei da guerra russi hanno cominciato ad evoluire nello spazio aereo internazionale in prossimità degli Stati membri della NATO nell’Europa dell’ovest, del nord e sud-orientale, testando fino a che punto si sia ridotto il livello di prontezza dell’aeronautica di tali Paesi, utilizzando anche i propri sistemi automatizzati di comando e informazione. Riferendosi a tale processo, il generale Philip Breedlove aveva detto “Penso che i russi c’inviano il messaggio di essere una grande potenza“. L’intersezione nel traffico, estremamente denso nella zona di Eurocontrol, di aerei militari russi in addestramento, senza causare collisioni o premettere incidenti con aerei civili o militari, non era possibile senza il monitoraggio costante e il controllo radar permanente della nuova rete radiotecnica “590” dell’esercito russo. La rete 590 ha diverse migliaia di sistemi di memoria e server dedicati dalla potenza di calcolo di ultima generazione utilizzante microprocessori e apparecchiature di comunicazione satellitari. I microprocessori russi permettono il riconoscimento dei tipi di velivoli, l’inseguimento automatico degli aeromobili nell’area Eurocontrol rilevati dalla rete radar “590” e l’estrapolazione della rotta di ognuno di essi, a seconda della rotta dichiarata, velocità e specifiche tecniche. Per la ricognizione aerea a lungo raggio al confine occidentale della Russia, il 2 dicembre 2013 è stato introdotto nell’arsenale dell’esercito russo il più complesso e più moderno sistema radar del mondo, conosciuto come 29B6-Container. Questa un’unità d’élite denominata “590” dai russi, è la rete responsabile della rivelazione di bersagli aerospaziali ad ovest, nord e sud. Il radar 29B6 ha un campo d’apertura di 240° e controlla lo spazio aereo per 3000 km, coprendo tutta l’Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente e può inseguire bersagli aerei (compresi missili da crociera) che volano fino a 100 km di quota.
Il radar 29B6 è un sistema bi-statico con trasmittenti e riceventi distinte e collocate a distanza l’una dall’altra. L’antenna trasmittente ha una lunghezza di 440 m e comprende 36 elementi; si trova a Nizhnij Novgorod (250 km a est di Mosca). L’antenna ricevente del 29B6 è a Kovilkino (150 km a sud di Nizhnij Novgorod) e comprende antenne alte 35 metri che si estendono per 1,3 km. Il sistema radar 29B6 fa parte della famiglia “Duga“, come il RO-4 di Sebastopoli che opera su banda ad onde corte, chiamate anche UHF (frequenza 3-30 MHz). (ACS-RSS)
Il campo elettromagnetico emesso dall’antenna del radar equivale all’energia elettrica consumata da una città di 100000 abitanti. Globalmente, il 99% dei radar militari di scoperta e puntamento (schierati a terra, su navi o aeromobili, compresi gli AWACS) opera nelle bande centimetrica e millimetrica. I fasci elettromagnetici emessi da radar centimetrici e millimetrici parallelamente al terreno, non possono superare i rilievi, ed inoltre, questi radar hanno limitate prestazioni per la curvatura della Terra, arrivando a una distanza massima di scoperta di 300-500 km. A differenza di questi, i radar a banda ultra-corta emettono raggi con un angolo che arriva a 45 gradi dal suolo, riflettendosi ripetutamente dallo strato ionosferico dell’atmosfera terrestre. La riflessione ionosferica comporta scarsa perdita di segnale. Tale caratteristica permette ai radar della famiglia Duga di disporre di un’area di rilevamento dei bersagli aerei ampia da 400 a 4000 km dalla stazione trasmittente. Così un missile da crociera Tomahawk o aeromobili stealth come F-22, B-2 e F-35, per esempio, possono essere rilevati dai radar situati nel territorio della Russia mentre volano sull’Oceano Atlantico. Il super-radar 29B6 è stato progettato da NPK NIIDAR, lo stesso costruttore del radar antimissile 77Ja6DM-Voronezh, che ha un raggio di scoperta pari a 6000 km. La Russia ha posto ai confini occidentale e settentrionale una serie di radar tipo sistem: dall’aeroporto Dunaevka nell’enclave di Kaliningrad a Lekhtusi (vicino a San Pietroburgo) e Olenegorsk nella penisola di Kola, al confine con la Finlandia. Tutti questi radar sono collegati ad un altro dello stesso tipo che si trova ad Armavir in Transcaucasia, vicino al Mar Nero, un centro comando e controllo C4I e spaziale che incorpora questi radar, insieme ai satelliti da ricognizione militari, nella rete radiotecnica “590” dell’esercito russo.
Collegato strettamente a quanto detto, ritengo sia quanto segue, la parte più interessante del discorso del Presidente Putin al Club Internazionale Valdaj di Sochi del 24 ottobre 2014: “tutti i sistemi di sicurezza collettiva del mondo sono oggi in rovina. Non ci sono più garanzie di sicurezza internazionali per nessuno. L’entità che le ha distrutte ha un nome: Stati Uniti d’America“.

img_0829Valentin Vasilescu – ACS-RSS Giornale manifesto per capire il mondo russo, pubblicato dall’Associazione per la cooperazione strategica, diplomatica, economica, culturale ed educativa con la Russia e lo spazio slavo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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