Russia e Giappone costruiscono la cooperazione economica

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 16.01.2018Come è noto, sia la posizione geografica del Giappone che la necessità d’importare idrocarburi hanno facilitato lo sviluppo delle relazioni del Paese con la Russia. Solo la lunga disputa sulle isole Curili ha impedito al Giappone di diventare uno dei principali partner economici della Russia già diversi decenni fa. Non avendo proprie risorse, la “Terra del Sol Levante”, tuttavia, ha creato una delle industrie più potenti del mondo, importando carburante da vari Paesi. Per cui la Russia, tradizionalmente ricca di petrolio e gas, sebbene vicina al Giappone, non è tra i suoi principali fornitori, a causa dei rapporti annebbiati avutisi tra i due Paesi dopo la Seconda guerra mondiale. Ora, il principale fornitore di idrocarburi del Giappone è il Medio Oriente. L’invio via marittima di grandi vettori energetici lungo le coste meridionali dell’Eurasia è sempre stato difficile e costoso. Negli ultimi anni sono emersi diversi fattori che lo rendono ancora meno conveniente. Si può fare riferimento ad instabilità e minaccia terroristica in Medio Oriente, così come all’Iniziativa One Belt One Road (OBOR). Il Giappone, sconcertato dal rafforzamento delle posizioni della Cina in Asia, non è particolarmente entusiasta dell’OBOR e della “Rotta della Seta del 21° secolo”, che mira a unire tutte le rotte marittime lungo le coste dell’Eurasia in un unico sistema, comprese le rotte da cui il Giappone riceve gli idrocarburi dal Medio Oriente. La Cina mette sotto controllo i principali porti su questa rotta e il Giappone inizia a preoccuparsi della sicurezza energetica. Tutto questo accade con l’indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti nella regione Indo-Pacifica, considerati tradizionale alleati e partner dei giapponesi. Ovviamente, tali processi nella loro integrità fanno sì che il Giappone riveda le relazioni con la Russia. Ora, la cooperazione tra Russia e “Terra del Sol Levante” è attivamente promossa nell’energia, nelle finanze e nei trasporti. La fine del 2017 fu notevole per le molte notizie sulla cooperazione russo-giapponese. Ciò è legato alla riunione regolare del capo del Ministero degli Esteri della Federazione russa Sergej Lavrov e Tarou Kouno, del Ministero degli Esteri del Giappone, svoltasi il 24 novembre a Mosca. I due ministri discussero in dettaglio le questioni sull’interazione bilaterale, comprese le prospettive dell’attività economica congiunta sulle isole Curili. Lo stesso giorno si svolse la 13.ma riunione della Commissione intergovernativa russo-giapponese sulle questioni economiche e commerciali, in cui erano presenti il Primo Viceprimo ministro russo Igor Shuvalov e il Ministro degli Esteri del Giappone Tarou Kouno. Furono discussi i temi della cooperazione russo-giapponese nei trasporti, energia e alte tecnologie. Furono trattati i seguenti argomenti: partecipazione del Giappone allo sviluppo dei giacimenti di gas dell’Artico e dell’Estremo Oriente russo, progetti di investimento congiunti e molte altre questioni. A conclusione dell’incontro, Tarou Kouno annunciava che le relazioni russo-giapponesi hanno un enorme potenziale e che è necessario fare tutto il possibile per attuarle. Subito dopo l’incontro di entrambi i capi del Ministero degli Esteri russo e giapponese, e la riunione della Commissione intergovernativa, una notizia dopo l’altra apparve sui mass media, a proposito della cooperazione delle maggiori aziende russe e giapponesi.
All’inizio di dicembre 2017, a Mosca, il Presidente del Comitato di gestione di Gazprom, Aleksej Miller, incontrava Nobuhide Hayashi, Presidente della Mizuho Bank Ltd, una delle più grandi organizzazioni finanziarie del Giappone, con cui Gazprom coopera dal 1999. L’argomento dei negoziati era la possibilità della partecipazione del capitale di Mizuho Bank nei progetti strategici di Gazprom, a cui l’azienda russa inizierà a lavorare nel 2018. Mizuho Bank può investire in progetti come i gasdotti Power of Siberia-1, TurkStream, Nord Stream 2 e l’Amur Gaz Processing Plant ed altro. Allo stesso tempo, i mass media informavano dell’inizio della produzione di gas naturale liquefatto (GNL) sul primo processo di trasformazione del nuovo impianto russo costruito nella penisola di Jamal nell’ambito del progetto “Jamal LNG“. L’impianto è costruito con la partecipazione di compagnie russe e straniere, utilizzando il giacimento Tambej Sud come base delle risorse nel distretto autonomo Jamalo-Nenets della Federazione Russa. L’8 dicembre 2017, il primo carico di GNL partiva su una nave cisterna da Sabetta, il porto artico russo al centro della rotta del Mare del Nord. Il lancio della seconda e terza parte del progetto, noti come processi di trasformazione, è previsto per il 2018-19; tuttavia la capacità operativa già produce 5,5 milioni di tonnellate di GNL all’anno. Le parti della joint venture, le società di costruzioni giapponesi JGC Corporation e Chiyoda Corporation, che hanno completato numerosi progetti nel settore gasifero, hanno partecipato allo sviluppo del progetto Jamal LNG. Come è noto, il Giappone è tra i principali importatori globali di GNL, ed è più vicino alla rotta del Mare del Nord di Cina e Corea del Sud. Forse, la “Terra del Sol Levante” sarà il principale consumatore dello Jamal LNG. Il progetto Jamal (??? ‘Jamal LNG’) è di proprietà a maggioranza della società russa Novatek, secondo produttore di gas nella Federazione Russa. Ha partecipato attivamente allo sviluppo dei giacimenti di gas nell’estremo nord della Russia e allo sviluppo della rotta del Mare del Nord. Novatek persegue la cooperazione strategica con i partner giapponesi: a fine novembre 2017 firmava un memorandum d’intesa con le giapponesi Marubeni Corporation e Mitsui OSK Lines, Ltd. Le tre società hanno intenzione di esplorare opzioni per un complesso per il gas naturale liquefatto in Russia, nella Kamchatka, che prevede trasposto e marketing. Secondo il piano, il GNL trasportato da petroliere rompighiaccio lungo la rotta del Mare del Nord, verrà ricaricato su navi cisterna convenzionali per ridurre il costo del vettore. Da questo punto, il GNL sarà consegnato a tutti i Paesi interessati della regione Asia-Pacifico, e prima in Giappone, territorialmente vicino alla Kamchatka. Si prevede che le società giapponesi effettueranno importanti investimenti nel progetto. Inoltre, è stato riferito che il progetto ha il sostegno del governo della regione Kamchatka, in quanto parte del gas sarà utilizzato per le esigenze di questa regione della Federazione Russa.
Il trasporto è la sfera più importante della cooperazione russo-giapponese. Come accennato in precedenza, la Cina e la “Rotta della Seta del 21° secolo” svolgono un ruolo sempre più significativo nel traffico merci marittimo lungo le coste meridionali dell’Eurasia, in cui il Giappone non desidera partecipare da partner di minoranza. Non è impossibile che la “Terra del Sol Levante” abbia bisogno di vie di comunicazione alternative con i Paesi del continente eurasiatico, liberi dall’influenza cinese. A tale proposito, il Giappone mostra interesse per la ferrovia transiberiana russa e la rotta del Mare del Nord lungo le coste settentrionali dell’Eurasia. All’inizio di dicembre 2017, l’holding Russian Railways annunciava la creazione di uno sportello unico per le società giapponesi che intendono inviare carichi in Russia ed Europa dai porti dell’Estremo Oriente russo, e lungo la Transiberiana. I rappresentanti delle aziende giapponesi possono ricevere tutte le informazioni necessarie sulla gestione dei trasporti sul territorio della Federazione Russa in breve tempo. A metà dicembre 2017, si seppe che le principali società commerciali giapponesi SBI Holdings e Hokkaido Corporation decidevano di unire gli sforzi per assistere le piccole aziende giapponesi che desiderano fare affari in Russia. Le imprese che desiderano aprire strutture e condurre affari sul territorio della Federazione Russa riceveranno supporto finanziario e informativo. Pertanto, si può concludere che le relazioni russo-giapponesi possano prosperare. È auspicabile che le parti consolidino il successo raggiunto e la cooperazione tra Russia e Giappone si sviluppi costantemente con vantaggio reciproco e dell’intera regione Asia-Pacifico.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Le ragioni del Patto Molotov-Ribbentrop

Alessandro Lattanzio, 7/9/2017La Iena d’Europa
La Polonia “indipendente” stese fin dai primi anni d’esistenza piani per attaccare la Russia sovietica
Negli anni ’20 e ’30, la Polonia stese dei piani ambiziosi per “marciare su Berlino” e “marciare su Mosca”. L’11 giugno 1926, Stalin ricevette una nota da Dzerzhinskij: “Tutta una serie di dati parla con chiarezza indiscussa (per me) della Polonia che preparao un attacco militare per staccare Bielorussia e Ucraina dall’URSS. È proprio questo il compito di Pilsudski, quasi esclusivamente impegnato negli affari interni della Polonia, ma anche sul piano militare e diplomatico nell’organizzare le forze contro di noi… Pilsudski si riferisce in modo disperato all’efficacia delle divisioni territoriali dell’Armata Rossa e conta sul decadimento del partito “in connessione con la nostra lotta al XIV Congresso. Temo che tale visione possa spingerlo ad agire, e potrebbe avvenire adesso“. “Lo smembramento della Russia è al centro della politica ad est della Polonia, quindi la nostra posizione verrebbe ridotta alla formula seguente: chi partecipa alla spartizione? La Polonia non dovrebbe rimanere passiva in questo notevole momento storico. Il compito è prepararsi ben prima, fisicamente e spiritualmente. L’obiettivo principale è indebolire e sconfiggere la Russia“. Relazione del 1938 pubblicata in Zdziejow stosunkow polsko-radzieckich. Studia i materialy. T.III. Warszawa, 1968. S.262, 287

Il patto Pilsudski-Hitler: l’accordo con il Terzo Reich per lo smembramento della Cecoslovacchia e attaccare l’URSS insieme alla Germania
Pochi lo sanno, ma la Polonia concluse dei trattati con la Germania nazista molto prima di Monaco o del Patto Molotov-Ribbentrop. Nel 1934, Germania nazista e Polonia conclusero un Patto di non aggressione, di cui il firmatario polacco, l’ambasciatore Lipsky, dichiarò apertamente: “Da ora in poi, la Polonia non ha bisogno della Francia… si rammarica anche di aver una volta accettato l’aiuto francese, considerando il prezzo da pagare“. Col patto, la Polonia si assunse l’obbligo di perseguire una politica di cooperazione con la Germania fascista (articolo 1). Inoltre, la dirigenza polacca promise al Terzo Reich di non prendere decisioni senza accordarsi con il governo tedesco ed osservare in ogni circostanza gli interessi del regime fascista tedesco (articolo 2).
Nell’estate 1934, il capo di Stato polacco Józef Pilsudski ricevette a Varsavia il ministro della propaganda di Hitler Joseph Goebbels. Oltre a Goebbels, in Polonia anche Hermann Goering fu accolto con favore, prima da Pilsudski e poi dal presidente Moscicki e dal maresciallo Rydz-Smigly. Per sopprimere i “dissidenti” nella seconda Rzeczpospolita polacca, su iniziativa del ministro degli Interni fu istituita una rete di campi di concentramento, con la consulenza di “esperti” tedeschi.
La Cecoslovacchia fu smembrata dopo l’accordo di Monaco tra Regno Unito, Francia, Germania e Italia. La Polonia partecipò allo smembramento di uno “Stato democratico europeo” occupando la regione di Teshin, a fianco dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia. “Churchill, che certamente non può essere sospettato di simpatizzare per la Russia, ha detto che la Polonia si comportò come una iena tra i leoni, cercando di strappare il suo pezzo di preda. E tutto si concluse con il fatto che entrambi i leoni la lacerarono”. Già nel 1935 i polacchi avanzarono le loro rivendicazioni sul territorio della Cecoslovacchia, in cui inviarono gruppi di sabotaggio che colpirono le ferrovie ed uccisero poliziotti. Il sabotaggio fu eseguito anche nella Rutenia, che non fu mai territorio polacco. All’inizio del 1938, l'”Unione dei polacchi” apparve nella regione di Teshin, organizzata sul modello del partito fascista sudeto di Heinlein. Inoltre, fu inviato un ordine da Varsavia per coordinare tutte le azioni con Heinlein. Il 21 settembre, il governo polacco avanzò le pretese territoriali su Teshin, e che Hitler comprese nel suo Memorandum di Gostenberg. Il 2 novembre 1938, l’esercito polacco occupò la regione di Teshin, e quattro villaggi in Slovacchia: Gladovka, Lesnitsa, Sukuya Gora e Tatra Yavorin. 11 mesi dopo, l’asso sloveno Frantisek Ganowiec abbatté un bombardiere polacco, e la “Divisione rapida” slovacca prese diversi prigionieri polacchi. Nel frattempo Rydz-Smigly parlava di “crociata” contro l’URSS. I polacchi piagnucolano sugli “orrori” dell’Armata Rossa del 1939, dimenticando come trattarono i cechi nel 1938. Il Generale ceco Vekhirek ricordava: “I polacchi hanno spietatamente perseguitato i cechi, terrorizzandoli con licenziamenti, cacciandoli dalle case, confiscandone le proprietà, tutto ciò che era ceco fu distrutto“. Le tombe dei soldati cechi venivano aperte e i resti gettati nella discarica; 30mila cechi fuggirono dalla regione di Teshin, mentre 5mila tedeschi rimasero coi polacchi che li celebrarono come loro alleati. Questo un anno prima del Patto Molotov-Ribbentrop.
La Polonia architettò un piano di guerra con l’aiuto della Germania contro l’URSS. Il governo polacco garantì il passaggio delle truppe tedesche sul suo territorio nel caso attaccassero ad est e nord-est. (contro Ucraina, Bielorussia e Lituania). In cambio la Polonia avrebbe ricevuto terre bielorusse, ucraine e lituane. I vertici dell’esercito polacco si prepararono riguardo una “provocazione da est”, utilizzando organizzazioni clandestine di polacchi residenti nelle regioni occidentali dell’URSS. Così, nel 1935, Polonia e Germania nazista conclusero un accordo per aggredire l’URSS. Al ministro degli Esteri della Polonia, Jozef Beck, Hitler disse, “Non voglio niente dall’occidente, né oggi né domani… Tutto ciò che facciamo è diretto contro la Russia. Se l’occidente è troppo stupido per capirlo, sarò costretto a raggiungere un accordo con la Russia per spezzare l’occidente e poi, dopo la sua sconfitta, dopo aver raccolto tutte le forze, aggredire la Russia“. Nel periodo di debolezza militare della Germania, la Polonia so alleò ai tedeschi contro l’URSS. Negli anni ’30 aveva uno degli eserciti più grandi d’Europa, e l’idea di una campagna congiunta degli eserciti polacco e tedesco contro i “bolscevichi senza dio” era gradita presso lo Stato Maggiore di entrambi gli eserciti. Nell’Unione Sovietica questo fu compreso, e nel marzo 1938 il Generale Shaposhnikov presentò una nota in cui indicava: “La situazione politica emergente in Europa e in Estremo Oriente con gli avversari più probabili presentati come blocco fascista, Germania e Italia, sostenuti da Giappone e Polonia… La Polonia è quasi nel blocco fascista, mentre cerca di preservare un’apparente indipendenza della propria politica estera”. Parlando ad Hitler, Bek non fece mistero che la Polonia volesse l’Ucraina sovietica e lo sbocco sul Mar Nero.
La svolta si ebbe quando la Germania occupò i resti della Cecoslovacchia nel marzo 1939. Poco dopo, la Polonia ricevette garanzie dalla Gran Bretagna. Durante le discussioni nel parlamento inglese, le garanzie ricevettero un sostegno generale. Solo Lloyd George pensò di avvertire il parlamento che fosse una follia avanzare tale promessa senza il sostegno dell’URSS. Le garanzie alla Polonia irrigidirono i dirigenti polacchi verso le pretese avanzate da Hitler su Danzica e il relativo corridoio. I governanti polacchi credevano che le loro forze armate fossero potenti, e inoltre, Beck incontrò Hitler a gennaio che gli chiese di restituire Danzica alla Germania; ma quando ebbe le garanzie dal Regno Unito, Bek accettò subito solo per ripicca contro Hitler. Basandosi su ciò, la Polonia rifiutò anche l’assistenza militare dall’URSS, che un anno prima avanzò anche alla Cecoslovacchia (che rifiutò, facendosi distruggere da Hitler e complici). Stalin capì che Hitler era il principale nemico in Europa. L’URSS cercò di evitare l’isolamento contro un’Europa unita sotto un Hitler che preparava “la crociata contro il bolscevismo“. Pertanto avanzò offerte di aiuto a Francia, Cecoslovacchia e Polonia, tutte respinte. Il 10 maggio 1939, durante una visita a Varsavia, il Viceministro degli Esteri sovietico V. Potjomkin dichiarò al ministro degli esteri polacco Bek che “l’URSS non rifiuterà di aiutare la Polonia se lo desidera“, ma l’11 maggio 1939, l’ambasciatore polacco nell’URSS, V. Gzhibovsky, secondo le istruzioni ricevute da Varsavia, respinse la stipula di un patto di mutua assistenza tra Unione Sovietica e Polonia. Il 25 maggio 1939, l’inviato sovietico in Polonia, P. I. Sharonov, dichiarò a Bek che l’URSS era pronta ad aiutarla, ma “per aiutare domani, si deve essere pronti oggi, cioè, si deve sapere in anticipo della necessità dell’aiuto“.
I generali polacchi prevedevano di resistere contro la Wehrmacht, credendo nella potenza delle proprie forze armate. Secondo il generale tedesco Erich von Manstein, “Il dispiegamento dell’esercito polacco nel 1939, che aveva lo scopo di coprire tutto, tra cui l’area del corridoio e la provincia di Poznan, tenuto conto delle possibilità della Germania e della sua superiorità militare, poteva solo portare alla sconfitta. La risposta che la Polonia doveva dare era, a mio avviso, chiara. Il comando polacco doveva innanzitutto cercare di garantire che l’esercito polacco sopravvivesse fino all’offensiva delle potenze occidentali, costringendo la Germania a ritirare le forze principali dal teatro polacco. Anche se sembrava che in un primo momento, con la perdita delle regioni industriali, fosse esclusa la possibilità di una guerra prolungata, occorre tener conto che la conservazione dell’esercito polacco sul campo creava la possibilità di ritornare in campo in futuro. Ma, in alcun caso, si doveva permettere all’esercito polacco di farsi circondare ad ovest del Vistola. Per la Polonia, l’unica soluzione era guadagnare tempo”.
Nel 1939, l’esercito polacco si concentrò nei pressi del confine, pensando a un’offensiva sulla Germania e abbandonando le fortificazioni sul Vistola, lungo la linea Grudziens-Torun, che se presidiata avrebbe ritardato l’avanzata delle forze tedesche, limitandone la libertà di manovra. Nonostante ciò, i capi politici e militari polacchi ancora speravano in un’offensiva francese simultanea all’offensiva polacca contro Berlino. Anzi, il presidente della Polonia, il maresciallo Rydz-Smigly, comandante in capo dell’esercito polacco, fece sapere agli alleati occidentali che i polacchi si preparavano a lanciare l’offensiva dalla provincia di Poznan. Ma tale piano fu sviluppato su suggerimento del Regno Unito stesso… L’armata riunita a Poznan, la 13.ma, venne poi distrutta dai tedeschi sul fiume Bzura. Il 15 settembre 1939, i tedeschi occuparono Lvov e Peremyshl, oltre il fiume San, dopo aver distrutto la 14.ma Armata polacca, mentre la 10.ma fu circondata a Radom, e i tedeschi puntavano su Varsavia. Fu allora, il 17 settembre 1939, che intervenne l’Armata Rossa, quando il risultato dell’invasione tedesca della Polonia era chiaro, e il conflitto coi giapponesi, in Mongolia, si era concluso solo il 16 settembre.

Shtern, Chojbalsan e Zhukov

La Guerra con il Giappone nel 1939
Difatti, i cosiddetti ‘esperti’ di storia militare e diplomatica hanno sempre con attenzione evitato di parlare delle manovre antisovietiche della Polonia e dei suoi alleati occidentali, così come dello scontro sovietico-giapponese sul fiume Khalkhin Gol, in Mongolia, che si svolse per tutta l’estate del 1939, e condizionò le decisioni di Mosca in quei mesi cruciali.
Da maggio a settembre 1939, Unione Sovietica e Giappone si combatterono sui deserti al confine della Mongolia orientale. Nel 1936 fu firmato il Patto anti-Komintern tra Germania e Giappone, diretto contro l’Unione Sovietica. Centinaia di incidenti lungo il confine tra Manchukuo, Stato fantoccio del Giappone, e l’Unione Sovietica, accaddero fin dal 1932. Nell’estate del 1938 vi fu un grande scontro presso il Lago Khasan, 70 miglia a sud-ovest di Vladivostok, tra giapponesi e sovietici. La ragione delle tensioni era dovuta alla fazione “Attacco a Nord” dell’alto comando giapponese, composta da ufficiali dell’Armata del Kwantung che occupava il Manchukuo, sostenitori dell’occupazione della Mongolia e della Siberia. La disputa di confine con la Mongolia fu la scusa con cui i giapponesi aggredirono la Mongolia dal confine occidentale del Manchukuo. Lo Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung era convinto di avere un decisivo vantaggio logistico nella regione. Le ferroviarie giapponesi erano situate 100 miglia ad est del centro di Nomonhan, tra Manchukuo e Mongolia. La più vicina ferroviaria sovietica era a 434 miglia di distanza. I giapponesi erano sicuri che i sovietici non potessero inviare più di due divisioni di fanteria nella zona e ritenevano che le purghe del 1937-38 avessero paralizzato l’esercito sovietico. Il 14 maggio 1939 la 23.ma Divisione giapponese violò le frontiere con la Mongolia e il 28-29 maggio si scontrarono con i sovietici. I giapponesi inviarono di rinforzo 20000 uomini e 112 pezzi di artiglieria al comando del Generale Michitaro Komatsubara. In un’intervista con il giornalista statunitense Roy Howard del 1° marzo 1936, Stalin avvertì i giapponesi che qualsiasi attacco alla Repubblica Popolare di Mongolia avrebbe suscitato l’immediata risposta sovietica. E il 2 giugno 1939, il Generale Georgij Zhukov ebbe il comando delle truppe sovietico-mongole del 57.mo Corpo Speciale, l’unica principale formazione sovietica nell’area di Nomonhan/Khalkhin Gol, zona degli scontri con i giapponesi. Zhukov riorganizzò le strutture di comando e comunicazioni.
Inizialmente, i giapponesi godevano della superiorità aerea, avendo ricevuto il nuovo caccia Nakajima Ki.27. A giugno i sovietici inviarono 6 squadroni di caccia Polikarpov I-152 e 3 squadroni di caccia Polikarpov I-16 Typ 10, per un totale di oltre 100 velivoli. I velivoli sovietici potevano operare da piste semipreparate, erano più veloci ed avevano un armamento più potente di quello dei caccia giapponesi, e disponevano di blindature, al contrario dei velivoli giapponesi. In pochi giorni i sovietici mutarono in proprio favore la situazione nei cieli della Mongolia, tra luglio e agosto 1939. Senza l’approvazione dell’alto comando di Tokyo, il 27 giugno l’Armata del Kwantung inviò grandi formazioni di bombardieri contro le basi aeree di Tamsag e Bain-Tumen, nelle retrovie sovietiche. Tokyo emanò l’ordine che vietava tali attacchi aerei sulle retrovie sovietiche. Lo Stato Maggiore Generale dell’esercito a Tokyo era preoccupato dall’impegno delle forze giapponesi in Cina, e voleva evitare che il conflitto si espandesse alla Mongolia e contro l’URSS.
Zhukov e il comando sovietico affrontarono e superarono le sfide logistiche riguardanti le loro forze nella regione. Con uno sforzo impressionante, furono formati convogli di autocarri che attraversavano giorno e notte il deserto per 868 miglia. I sovietici impiegarono 3800 autocarri e 1375 trattori nel loro sistema logistico. Questi mezzi trasportarono 18000 tonnellate di proiettili di artiglieria, 6500 tonnellate di bombe per aerei e 15000 tonnellate di carburante, nonché truppe ed armi. Gran parte del merito di questa operazione logistica andava al Generale Grigorij M. Shtern, comandante del Distretto militare della Trans-Bajkal.
I giapponesi scatenarono un’offensiva su due assi il 2 luglio. A sinistra, attraversando il fiume Khalkha presso Bain-Tsagan, mentre nel frattempo, sulla destra, una punta avrebbe attraversato il fiume più a nord per poi puntare a sud per accerchiare i sovietici. L’unica brigata meccanizzata dell’esercito giapponese nel Manchukuo disponeva solo di uno dei tre reggimenti carri armati medi che dovevano essere dotati dei nuovi carri armati Tipo 97, e non disponeva che del supporto di tre battaglioni di fanteria senza artiglieria. Al momento delle operazioni, il 3° Reggimento carri medi disponeva di 4 carri armati Tipo 97 e di 26 vecchi carri armati Tipo 89B. Inoltre era disponibile anche il 4° Reggimento carri armati leggeri con 35 carri armati Tipo 95 e 8 Tipo 89A. In confronto, i sovietici disponevano dei carri armati per la cavalleria BT-5, con motori e armamento più potenti e blindatura maggiore rispetto ai corazzati giapponesi. Una brigata corazzata sovietica disponeva di 128 carri armati e 24 cannoni anticarro da 76mm montati su autocarri pesanti blindati. In totale, Zhukov disponeva di 12500 effettivi, 186 carri armati e 226 autoblindo.
Il 2 luglio, 7 battaglioni e mezzo di fanteria giapponese attraversarono il Khalkha e occuparono le colline Bain-Tsagan. Qui si scontrarono con l’11.ma Brigata e la 7.ma Brigata sovietiche, che attuarono la controffensiva, respingendo i giapponesi, che persero 44 carri armati. Il tentativo di contrattacco giapponese del 4 luglio venne sventato dall’aeronautica militare e dall’artiglieria sovietiche, che distrussero l’unico ponte costruito dai giapponesi sul Khalkha, facendo annegare centinaia di soldati che cercavano di ritirarsi. La maggior parte della forza d’assalto su Bain-Tsagan, 10000 truppe, era morta o ferita quando i combattimenti si conclusero nella notte del 4-5 luglio.
I giapponesi ci riprovarono tra il 23 e il 25 luglio, attaccando con la copertura dell’artiglieria e di notte. Ma dotati di soli 22 cannoni da campagna, dalla gittata di 18300 metri, affrontarono le batterie sovietiche dotate di 28 cannoni da 152mm e da 122mm dalla gittata di 20870 metri, vanificando il supporto dell’artiglieria alla fanteria giapponese. Data l’assenza di efficacia della loro artiglieria, i successivi attacchi notturni delle unità di fanteria giapponesi furono respinti dalle difese sovietiche, peraltro schierate in profondità. E anche quando le unità giapponesi occupavano delle posizioni di notte, alla mattina artiglieria, corazzati e fanteria sovietici le scacciavano. A fine luglio i giapponesi passarono dall’offensiva alla difensiva costruendo un sistema di fortificazioni e bunker lungo il Khalkha. In quel momento, la rinnovata 6° Armata dell’esercito imperiale giapponese comprendeva 38000 soldati, 318 cannoni, 130 carri armati e 225 aerei da combattimento. Nel frattempo, Zhukov pianificava l’offensiva impiegando 57000 effettivi, 542 pezzi d’artiglieria, 498 carri armati e 515 aerei da combattimento del Primo Gruppo d’Armate. Il comando sovietico scoprì i punti deboli dello schieramento nemico: i fianchi dei giapponesi erano coperti dalla cavalleria del Manchukuo, inaffidabile e vulnerabile. Inoltre, i giapponesi non avevano una riserva tattica mobile. Infine, il comando sovietico ricorse alla disinformazione via radio e alla messinscena di lavori di costruzione sulle proprie linee, facendo credere ai giapponesi che i sovietici scavavano le trincee per l’inverno.
Il 10 agosto i giapponesi disponevano della 7° e 23° Divisioni di fanteria, di una brigata del Manchukuo, di 3 reggimenti da cavalleria, 182 carri armati, 300 blindati, 3 reggimenti d’artiglieria e oltre 450 velivoli, pronti per un’ultima offensiva prevista per il 24 agosto.
Il 20 agosto 1939 i sovietici schieravano tre grandi unità lungo un fronte di 45 miglia. Sull’ala sinistra, vi era la 6.ta Divisione di cavalleria mongola, la 7.ma Brigata corazzata, il 601.mo Reggimento di fanteria dell’82.ma Divisione fucilieri motorizzati e 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata. Al centro, volta all’attacco frontale sui giapponesi, vi era la 36.ma Divisione fucilieri motorizzati, la 5.ta Brigata corazzata e l’82.ma Divisione fucilieri motorizzati senza il 601.mo Reggimento di fanteria. Nell’ala destra, a nord, vi erano la 57.ma Divisione fucilieri motorizzati, 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata, 3 battaglioni della 6.ta Brigata corazzata e l’8.va divisione di cavalleria mongola. In riserva vi era la potente forza mobile composta dalla 9.na Brigata corazzata, da un battaglione della 6.ta Brigata corazzata e la 212.ma Brigata aeroportata. In totale si trattava di 35 battaglioni di fanteria, 20 squadroni di cavalleria, 498 carri armati, 346 autoblindo e 502 pezzi d’artiglieria. Alle 5:45 150 bombardieri sovietici, scortati da 100 caccia, si scatenarono sulle posizioni giapponesi, quindi intervennero 250 pezzi dell’artiglieria pesante sovietica. Alle 9:00, le truppe russe avanzarono. I giapponesi furono sorpresi dell’attacco di Zhukov. Il 21 agosto, la forza sovietica meridionale superava il confine con il Manchukuo, tagliando la via di ritirata dei giapponesi sui fiumi Khalkha e Khajlastyn, e il 24 agosto, la 9.na Brigata corazzata proveniente da nord raggiungeva la 6.ta Brigata corazzata proveniente da sud. Le forze giapponesi tentarono di spezzare l’accerchiamento, tra il 24 e il 26 agosto, ma gli attacchi aerei sovietici resero impossibili i movimenti dei giapponesi e una puntata dalla 6.ta Brigata corazzata sovietica li costrinse ad abbandonare questi tentativi. La sacca giapponese venne liquidata il 31 agosto, con la distruzione della 23° Divisione; i giapponesi subirono 61000 tra morti e feriti e persero tutta l’artiglieria e i corazzati. I sovietico-mongoli ebbero 8931 caduti e 15952 feriti, e persero 68 carri armati e 34 pezzi d’artiglieria.
A settembre, i giapponesi avviarono un’intensa campagna aerea, trasferendo 6 squadroni da caccia dalla Cina nel Manchukuo. Il 13 settembre i giapponesi avevano schierato 255 velivoli, di cui 158 caccia. Ma le battaglie aeree nei cieli mongoli si conclusero il 16 settembre, assieme al conflitto, dopo che i giapponesi avevano perso in totale 589 velivoli, e i sovietici 207. Il 17 settembre, le truppe sovietiche entravano in Polonia.
I giapponesi rimasero sconvolti sapendo che l’alleato tedesco aveva firmato il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica il 23 agosto. Il quotidiano Asahi Shimbun scrisse: “Lo spirito del Patto Anti-Comintern è ridotto a cartaccia e la Germania ha tradito un alleato”. Alla luce di ciò governo e alto comando giapponesi decisero che il conflitto in Mongolia doveva finire. La fazione dell’esercito dell'”Attacco a Nord” ne uscì screditata e nell’aprile 1941 fu firmato il patto di non aggressione sovietico-giapponese. L’Estremo Oriente sovietico rimase al sicuro e per tutta la guerra con la Germania, navi statunitensi cariche di rifornimenti e battenti bandiera sovietica attraccarono senza ostacoli nel porto di Vladivostok.Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
DDVV
Hrono
Hrono
KM
Russbalt
RKKAWW2
Army War College
Historynet
Nomonhan
Weapons and Warfare

Di cosa hanno discusso Putin e Abe a Mosca

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 28/04/2017L’ultima visita del Primo ministro giapponese Shinzo Abe a Mosca, avvenuta il 27 aprile, è stata senza dubbio un evento cruciale per le future relazioni bilaterali tra Mosca e Tokyo, tali da influenzare la situazione geopolitica del grande scenario politico. Va notato che non più di quattro mesi prima il leader russo Vladimir Putin compiva una visita ufficiale a Tokyo. Se si considera che Putin e Abe hanno avuto 17 colloqui in varie occasioni, è sicuro che di tutti i capi occidentali, ed Abe rientra in questa categoria dato l’allineamento di Tokyo, il primo ministro è stato il più aperto ai colloqui. Ciò può essere parzialmente spiegato dall’attenzione particolare che Tokyo presta al cosiddetto “problema dei Territori del Nord”, mentre Mosca è particolarmente interessata a perseguire la cooperazione economica con il Giappone. Recentemente, entrambi i Paesi affrontano sempre più sfide in politica estera, costringendoli ad adattarsi alla situazione. Poiché la situazione nella regione asiatico-pacifica si fa sempre più complicata, soprattutto sulla fascia che si estende dalla penisola coreana allo Stretto di Malacca, i principali attori sono spinti a stringere i contatti per reagire rapidamente a sfide imminenti; ed è difficile dubitare che Federazione Russa e Giappone siano in prima linea nella politica regionale attuale. Le crisi che si verificano ogni anno nella regione sembrerebbero sorprendenti per chi non abbia familiarità con la situazione nella regione asiatico-pacifica. Tuttavia, dalla fine del 2016, le attuali tensioni nella penisola coreana sono al centro della maggior parte dei media internazionali e degli analisti politici. Pertanto, la seria crisi sulla sicurezza che potrebbe rapidamente divenire un problema globale, è stato il principale argomento discusso da Putin e Abe. Tuttavia, va notato che né Russia né Giappone sono il primo violino nel “grande gioco politico” della penisola coreana. I principali attori del fronte coreano sono Stati Uniti e Cina. Pertanto, sembra naturale che il leader del Giappone, che gode di stretti legami con gli Stati Uniti, sia giunto a Mosca con una posizione approvata da Washington. Non c’è dubbio che l’esito dei colloqui di Abe con Vladimir Putin sarà portato all’attenzione della Casa Bianca una volta che il primo ministro del Giappone sarà a Londra. L’ultima posizione di Washington sulla situazione nella penisola coreana fu formulata poche giorni prima del viaggio di Abe in Russia, secondo cui la RPDC sarà considerata violare regolarmente le varie risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al fine di porre fine a queste “violazioni”, Stati Uniti e loro alleati prevedevano maggiore pressione diplomatica ed economica su Pyongyang. Non c’è dubbio che la Casa Bianca esorterà tutti gli attori regionali ad osservare questa posizione. Tuttavia, va aggiunto che questa “pressione” è accompagnata da varie provocazioni militari, l’ultima delle quali è il sottomarino nucleare statunitense ospitato in un porto sudcoreano. A loro volta, Cina e Russia, riconoscendo la validità delle rivendicazioni contro Pyongyang, sottolineano che quest’ultima è sotto la pressione del possibile confronto militare con la Corea del Sud. Pertanto, un aggravamento pericoloso della situazione nella penisola coreana, che può essere evitato solo dal blocco temporaneo del programma missilistico e nucleare nordcoreano e dalla sospensione simultanea delle grandi manovre militari statunitensi-sudcoreane attuate presso il confine della RPDC.
In linea di principio, questo periodo potrebbe essere usato per risolvere vari problemi fondamentali nella penisola coreana. Tuttavia, la crisi non può essere completamente risolta senza che Washington cambi sull’aggressività nell’arena internazionale. Tuttavia, l’amministrazione statunitense ha deciso di dedicarsi ai tentativi di risolvere vari problemi interni. Ciò significa che Washington avrà bisogno dell’immagine del “regime imprevedibile della Corea del nord”, anche se essi stessi sono stati accusati d'”imprevedibilità” per l’improvviso attacco missilistico contro la Siria. Pertanto, la discussione sul problema della crisi coreana tra Abe e Putin era essenzialmente un tentativo di riavviare i colloqui nel formato più ampio che includa Stati Uniti, la Cina, Russia, Giappone e Coree. I colloqui in questo quadro furono interrotti nel 2008 per l’ulteriore aggravamento della crisi. Sulle relazioni bilaterali, la discussione continua sui preparativi per la firma di un trattato di pace tra Russia e Giappone, non essendo stato firmato alcun documento dalla seconda guerra mondiale. Inoltre, numerosi accordi su progetti economici congiunti sono stati conclusi con successo. L’autore ritiene che la discussione sui recenti negoziati serva da sfondo perfetto per alcuni pensieri personali sul posizionamento della Russia nell’Asia-Pacifico. Innanzitutto, la Russia deve fare perno sull’Asia molto più esplicitamente. Tuttavia, questo processo è complicato da una serie di problemi che riguardano le difficili relazioni tra Giappone e Cina, in cui tuttavia alcuni segni positivi potrebbero osservarsi. La Russia non è interessata al ritiro (ipotetico) di Washington dall’Asia nordorientale, per cui i principali attori, Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone, dovrebbero collaborare per coordinarvisi. Nel formato esistente delle relazioni russo-cinesi, non ci dovrebbero essere tracce di legami bilaterali che offrano a terzi l’opportunità d’inserire un cuneo tra Pechino e Mosca.Vladimir Terekhov, esperto sulla regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I cinesi rivendicano lo Stretto di Miyako

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/01/2017china-liaoning-2016-1-bIl 25 dicembre la portaerei cinese Liaoning attraversava lo Stretto di Miyako dal Mar Cinese Orientale all’Oceano Pacifico, accompagnata da altre cinque navi di superficie della Marina cinese. Lo stretto separa l’isola omonima da Okinawa, l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu, che è nota appartenere al Giappone. Questo stretto ampio oltre 200 km è ufficialmente indicato come acque internazionali disponibili al traffico di tutti i Paesi del mondo e il Giappone non può interferirvi. Tuttavia, pur essendo ordinario dal punto di vista del diritto internazionale, questo evento ha provocato crescente interesse non solo in Giappone ma anche negli Stati Uniti. Ciò avviene dopo che, negli ultimi anni, la Marina cinese ha utilizzato lo Stretto Miyako come passaggio verso il Pacifico occidentale, per svolgere “esercitazioni di routine”. Questo recente passaggio dello stretto ha generato particolare interesse a causa del fatto che, per la prima volta, il gruppo di navi da guerra comprendeva l’unica portaerei cinese “restaurata” dalla ex (e non finita) sovietica “Varjag“, a disposizione dell’Ucraina dopo il crollo dell’URSS. Venduta alla Cina alla fine degli anni ’90, per un certo periodo è stata modernizzata e alla fine del 2012 entrava nella Marina nazionale. L’armamento principale della portaerei è un gruppo di 24 caccia J-15, assai simili al russo Su-33. L’Alto Comando della Marina cinese dichiarava che lo scopo principale del viaggio della “Liaoning” era acquisire esperienza per sviluppare e operare un nuovo ed estremamente complesso sistema di combattimento. Questa esperienza viene impiegata per la progettazione di una nuova classe di portaerei, una delle quali è già in costruzione. La Cina valuta l’incomparabilità delle potenzialità operative della sua unica portaerei con le 11 moderne portaerei nucleari degli Stati Uniti. Senza parlare dell’assenza d’esperienza della Cina nell’uso dei gruppi di attacco di portaerei, esperienza che l’US Navy possiede di certo. Tuttavia, la “Liaoning” viene usata per “mostrare bandiera” nel Mar Cinese Meridionale, forse la zona più calda del confronto con i principali avversari geopolitici, Stati Uniti e Giappone. Questa volta, il Mar Cinese Meridionale è diventato meta finale del passaggio del gruppo della portaerei cinese. Dopo aver superato lo Stretto di Miyako, il gruppo ha circumnavigato Taiwan da est entrando nel Mar Cinese Meridionale attraverso lo Stretto Bashi che separa l’isola dall’arcipelago filippino.
7302_01 Di particolare importanza, da notare, è che due settimane prima, un gruppo di due bombardieri e due aerei da ricognizione (fino allo Stretto di Miyako accompagnati da due caccia della Marina cinese Su-30) aveva compiuto lo stesso “giro” su Taiwan (via aerea). Due caccia F-15 giapponesi provenienti da Okinawa simulavano l’intercettazione del gruppo cinese. Va notato che lo sviluppo del sorvolo dei velivoli militari cinesi sullo spazio aereo dello stretto di Miyako è durato per diversi anni. Tuttavia, l’11 dicembre 2016, l’Aeronautica giapponese per la prima volta simulò l’intercettazione di aerei cinesi al di fuori dello spazio aereo nazionale, motivo delle accuse tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi. Luogo e data delle recenti azioni della Cina sullo Stretto di Miyako danno la certezza che fossero motivate politicamente, e dirette come avviso al tre capitali: Washington, Taipei e Tokyo. Questi “messaggi” sono lungimiranti, così come gli attuali aspetti strategici e tattici. Nell’ambito di una strategia a lungo termine, Pechino ha ancora una volta chiarito che non tollererà la vecchia intenzione degli Stati Uniti di limitare la zona d’influenza militare cinese sulla cosiddetta “prima catena di isole”, comprendete le Ryukyu, Taiwan e gli arcipelaghi filippino e indonesiano. Inoltre, con lo sviluppo di una propria flotta portaerei, la Marina cinese sarà ancora più attiva nel Pacifico, entrandovi attraverso gli stretti della “prima linea di isole”. Sulla politica di “routine”, è impossibile non notare come la Cina abbia adottato queste azioni nel momento in cui Washington era occupata a contemplare ulteriormente la politica estera nella regione Asia-Pacifico nel complesso, in particolare verso il principale rivale nella regione. Nel riferire questi sviluppi, un illustratore di Global Times ancora una volta mostrava lo stato esatto in cui i due principali attori mondiali si trovano ora. Guardandosi negli occhi e giocando le carte “ai loro ordini”, le lanciano sul tavolo da gioco, una per una. Il neopresidente degli Stati Uniti ha fatto la sua mossa con una conversazione telefonica con il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, le cui attività dal marzo 2016 nell'”isola ribelle” causano fastidio notevole a Pechino. A sua volta, la circumnavigazione in volo e via mare di Taiwan di navi da guerra e bombardieri nucleari cinesi è il “lancio” in risposta di Pechino, inviando il messaggio: “Questa è roba mia”. A Taipei invia un segnale sulla possibilità del “completo isolamento diplomatico”, se Tsai Ing-wen continua ad aggravare la situazione sulla scena internazionale. Dopo questi sviluppi, spetta al presidente di Taiwan visitare alcuni Paesi del Centro America, prima degli Stati Uniti. Un esempio di “rilancio” di Pechino è la recente rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan da parte del piccolo Stato africano di Sao Tome e Principe. Infine, la maggiore attenzione dei militari cinesi sullo Stretto di Miyako è più o meno diretta a Tokyo. Ciò è abbastanza comprensibile, dato che negli ultimi anni il Giappone ha giocato un ruolo sempre più influente nei processi politici regionali e globali, il che significa che il fattore scatenante di questa tendenza è la percezione che la Cina oggi ha della principale minaccia ai suoi interessi nazionali.
A giudicare dall’incidente nei cieli dello stretto, il Giappone intende sfruttare altri atti del confronto militare (sulle Senkaku/Diaoyu e zone del Mar Cinese Meridionale) per valorizzare il ruolo dello strumento militare nelle relazioni con la Cina. Nel frattempo, Pechino ha solo cautamente accettato il nuovo progetto di bilancio per la difesa giapponese del 2017, in particolare i piani per il dispiegamento a Okinawa di missili “terra-terra” dalla gittata di 300 km entro il 2023, che (nel caso di aggravamento della situazione) bloccherebbero l’accesso allo Stretto di Miyako. Il Giappone è pronto ad essere considerato il terzo importante giocatore sul significativo tavolo delle azioni politiche regionali. Tutto va bene, purché tale fiasco si dispieghi nel gioco delle carte in cui, come mossa, i cinesi dovevano inviare loro navi e aerei nello stretto di Miyako. Ciò che conta è che i principali attori non gettino via improvvisamente le carte, impugnando le pistole.flightmapVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le isole Curili: una lezione sulla Crimea?

Ruslan Ostashko, 17 dicembre 2016 – Fort Russwireap_6911872ce42245f7a551f2001cb7a5bd_16x9_1600Cari amici, vi ricordate la base NATO di Uljanovsk? I veterani di internet probabilmente lo ricordano, come me. I lettore che solo di recente seguono le discussioni politiche tempestose su internet probabilmente si chiederanno: che assurdità è questa? Dopo tutto, non vi è alcuna base NATO a Uljanovsk. Eppure la causa dell’isteria eterna su internet resta. Me ne sono ricordato seguendo le reazioni sui social network alla visita di Putin in Giappone. Non ci crederete, ma la gente già dice che le isole Curili saranno restituite ai giapponesi. La parte più interessante è che coloro che vi credono sono gli stessi che non hanno imparato nulla dalla cosiddetta “base NATO” di Uljanovsk o dalle false “città segrete con un milione di cinesi” in Siberia. La speciale ironia di tale situazione è il fatto che i media stranieri, che con piacere racconterebbero come Putin getti via territori, non abbiano nulla da dire niente su ciò. Semplicemente scrivono come Putin continui ad attrarre investimenti stranieri citandone il collaboratore Ushakov, che ancora una volta sottolinea che le isole sono territorio russo. Se confrontiamo questa posizione alla situazione precedente, allora è ovvio che solo la posizione del Giappone è cambiata, e che è il primo ministro giapponese che ha fatto concessioni per cui ora viene severamente criticato dagli ultranazionalisti giapponesi. Prima, il governo giapponese praticamente vietò alle imprese giapponesi dal perseguire qualsiasi progetto sulle isole Curili. Le agenzie statali giapponesi si rifiutavano di discutere di cooperazione economica sulle Curili. Perché? Perché giustamente credevano che le attività delle imprese giapponesi, che avrebbero dovuto lavorare sulle isole secondo la legge russa e pagare le tasse russe, significava de facto riconoscerne la sovranità della Russia.
La situazione sulle isole Curili e le imprese giapponesi è davvero simile alla situazione sulla Crimea. Gli statunitensi hanno vietato alle loro aziende di lavorarvi e, ad esempio, Apple e Google operano in modo da non legittimare il ritorno della Crimea alla Russia con le attività commerciali. Lo stesso vale per le aziende europee. Per questa stessa ragione, Kiev è sensibile all’ingresso di navi turche nei porti della Crimea e alla partecipazione di imprese cinesi nella posa del cavo sottomarino per la Crimea. Anche perciò, Kiev ha vietato a società e banche ucraine di lavorare in Crimea. Tali azioni, di fatto, riconoscono la sovranità russa sulla Crimea. La stessa cosa accade in Giappone. Nel momento in cui una società giapponese crea una joint venture con una società russa sulle isole, dovrà registrarsi presso le autorità statali russe e, quindi, riconoscere le isole russe. Quando le aziende giapponesi avranno una licenza da agenzie statali russi per operare nella regione o quando ne pagheranno le tasse, ammetteranno anche che le isole sono sotto giurisdizione russa. Se i giapponesi vogliono essere su queste isole, sarà meraviglioso. Ogni passaporto giapponese presentato al Servizio federale per la migrazione russa è un ulteriore riconoscimento della sovranità russa sulle isole.
Il Primo ministro Abe è pragmatico. E’ chiaro che non avrà la sovranità sulle isole, così ha qualcos’altro da mostrare agli elettori: chi vuole fare affari sulle isole o semplicemente visitarle può farlo grazie alla flessibilità della posizione del governo giapponese. Questo è assai offensivo per i nazionalisti e militaristi giapponesi, ma gli affaristi giapponesi tirano un sospiro di sollievo e, per esempio, propongono a Rosneft di partecipare congiuntamente nella geo-esplorazione delle acque territoriali russe, su cui è già stato firmato un memorandum. Infine, sono assolutamente sicuro che prevarremo sui nostri partner europei e statunitensi nello stesso modo. Quando un Apple Store aprirà in Crimea e turisti europei saranno visti all’aeroporto di Simferopol, allora la posizione ufficiale dell’UE non avrà alcun significato…mfile_1302788_1_l_20161216191509Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora