Washington corre a vendere le sue armi ormai obsolete

Martin Berger New Eastern Outlook 13.03.2018

“Attenzione! Svendita Armi Obsolete statunitensi!”, annunci simili potrebbero presto apparire in quasi tutte le prime pagine dei principali siti di produttori di armi e degli innumerevoli media degli Stati Uniti che elogiarono la potenza di tali armi nel tentativo di venderle al mondo: alleati della NATO, terroristi che operano in Siria, Iraq, Afghanistan, Ucraina e in ogni altro angolo remoto di questo pianeta. Il piano di Washington di dettare la volontà al resto del mondo attraverso l’aggressione continua si è fermata bruscamente dopo il recente discorso del Presidente Vladimir Putin all’Assemblea federale della Federazione russa. Nonostante ciò, il sottosegretario per la politica alla Difesa USA John Charles Rood annunciava che le rivelazioni di Putin sui nuovi armamenti strategici sviluppati e testati in Russia non erano una sorpresa per Washington, anche se tali dichiarazioni sono difficili da credere. L’anno scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò di avere il più grande pulsante nucleare del mondo, ma dopo l’annuncio di Putin, Trump potrebbe rivedere tale affermazione. La Russia ha presentato una nuova serie di armi nucleari avanzate, come notato da numerose fonti tedesche. Ecco perché Washington si è affretta a vendere le proprie armi obsolete ed inutili, mentre può ancora convincere alcuni acquirenti. Mentre Mosca ha scelto di rivedere la posizione sulla vendita di armi avanzate come il sistema di difesa aerea S-400, Washington è sempre più disperata. Come rileva il notiziario iracheno Shafaq, oltre alla Turchia, a fine febbraio l’Iraq annunciava l’intenzione di acquistare un certo numero di sistemi di difesa aerea S-400. Mentre l’Egitto è nelle ultime fasi dei negoziati per l’acquisto di armi russe, l’Arabia Saudita ha anche quasi concluso un accordo per i sistemi S-400. Ciò che è ancor più curioso è che se il Presidente Putin decidesse di vendere armi ipersoniche, allora Washington non potrà usare la sua “schiacciante potenza militare” per abbattere anche gli Stati più piccoli. Al contrario, non sarà la prima volta che Washington si ritrova a vendere armi obsolete, facendo finta che siano di qualche utilità per chi le acquista.
Nel 2001, in risposta a una richiesta formale del governo di Taiwan d’acquisto di moderne armi statunitensi, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush decise di venderne di obsolete, come i cacciatorpediniere classe Kidd dismessi, diversi aerei antisom obsoleti insieme a un mucchio di altre apparecchiature chiaramente vecchie. Ci sono anche i fucili M-14 leggermente modernizzati che Washington vendette alla Lituania dal 1999. Quest’arma era in servizio nelle Forze Armate degli USA dal 1959 al 1970. Nel 2014, tutti gli M-14 esistenti furono consegnati al Fondo Armeria, che vendette le vecchie scorte trasformando la Lituania in un immenso museo militare. Si può anche ricordare come alcuni funzionari statunitensi corrotti abbiano iniziato a vendere all’Ucraina ed altri Paesi clienti lanciagranate RPG-7 di fabbricazione sovietica, alcuni dei quali vecchi di cinquantanni. L’ironia qui è che il processo di liquidazione di armi vecchie di mezzo secolo con decorazioni in plastica viene descritta come “messa a punto” dai funzionari statunitensi, che vendono materiale obsoleto agli alleati, esprimendo la crisi dell’industria della Difesa USA. Finora, tale processo non fu formalizzato in quanto interessa varie gare e contratti riflessi dal mercato libero. Tuttavia, oggi ci occupiamo delle pressioni dirette agli Stati-cliente da numerosi rappresentanti di spicco degli Stati Uniti. Tale passo non cambia molto il grande piano delle cose, poiché finora la maggior parte del mondo mantiene l’industria della difesa statunitense. Un chiaro esempio è l’aereo da combattimento F-16 o i missili Patriot fabbricati negli Stati Uniti, per cui la Polonia è pronta a spendere miliardi insieme ai Paesi baltici. Sfortunatamente, gran parte della NATO dovrà percorrere la stessa strada della Polonia. Allo stesso tempo, non va dimenticato che i missili Patriot sono armi non più utilizzate dagli stessi statunitensi, ma sono altamente redditizie per i produttori di armi statunitensi che continuano a vendere il sistema obsoleto alle nazioni più povere.
La propaganda anti-russa occidentale mira a creare l’impressione che la Russia rappresenti una minaccia imminente per la NATO, una scusa per l’acquisto di armi statunitensi. Il presidente Trump ha chiesto che almeno il 2% del PIL di ciascun membro della NATO sia assegnato alle armi, armi che sarebbero certamente “Made in USA”. Oggi, gli Stati Uniti esportano armi attraverso tre canali: governo, Pentagono ed industrie sotto il controllo del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e varie società che hanno chiesto di liberarsi delle loro armi obsolete. È risaputo che gli acquirenti di armi russe subiscono forti pressioni dagli Stati Uniti. Washington chiede regolarmente che queste nazioni pongano fine alla cooperazione con Mosca. Ci sono molti conflitti e guerre nel mondo e molti acquirenti tradizionali dei russi possono trovarvisi in mezzo. Inoltre, la Russia ha mostrato la potenza delle proprie armi in Siria. Tuttavia, non ha provocato tali conflitti per esportarle. Ad esempio, l’Iraq nel 2015 è diventato il secondo cliente di armi russe dopo l’India. Lo shock provocato dall’assalto alla Libia guidato dagli Stati Uniti, che comprendeva i membri europei della NATO, contribuì all’acquisto di armi russe di nazioni come l’Algeria. Gran parte delle armi di fabbricazione statunitense vengono acquistate dalle monarchie del Golfo Persico in cambio della sicurezza da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Ma così stanno solo ringraziano i funzionari occidentali, ma li corrompono. Come ha dimostrato la campagna siriana, la Russia è altrettanto competitiva nel fornire garanzie di sicurezza. Finora Arabia Saudita e Qatar non sono riusciti a percepire la Russia in tale veste, quindi non acquistano praticamente nulla dalla Russia. Tuttavia i tempi cambiano.
Le armi russe sono solitamente acquistate da quei Paesi che perseguono una politica di difesa indipendente da Washington. In alcuni casi, questa politica potrebbe essere fortemente anti-americana. Eppure, Stati come Cina, Malesia ed Indonesia non perseguono politiche anti-americane, ma perseguono una posizione indipendente sulla scena internazionale, perché hanno fonti diversificate di armamenti. L’India è una questione complessa. New Delhi vive l’euforia del riavvicinamento cogli Stati Uniti. È necessario aspettare e vedere se l’India avrà l’amara delusione della maggior parte degli alleati degli Stati Uniti. E ci sono numerose delusioni in tale “riavvicinamento”, come nel gennaio 2014, quando Delhi espulse l’ambasciatore USA dal Paese, in risposta alla detenzione a New York del Viceconsole indiano Devyani Khobragade. Non va inoltre dimenticato che oggi l’India ha bisogno di Washington solo per bilanciare il potere di Pechino. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di partner alla pari, ma solo di satelliti o vassalli, e l’India non vi si adatta. Il vero pericolo per occidente e Stati Uniti non è la capacità della Russia d’attacco nucleare schiacciante. Ciò che è molto più pericoloso sono le opportunità che si presentano con l’introduzione di armi ipersoniche dalla grandi gittate. E ora la Russia sembra avanti a tutti, non lasciando praticamente alcuna zona di Anti-Accesso ed Interdizione (A2/AD) agli Stati Uniti, il che significa che non ci sono territori protetti dalle armi di fabbricazione russa. Pertanto, la vendita urgente di armi obsolete fabbricate negli USA è la massima priorità per Washington oggi.Martin Berger è un giornalista freelance e analista geopolitico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Nella fabbrica di Troll del governo degli USA

Nella fabbrica di Troll del governo degli USA
Ci sono i tizi che si crogiolano per le accuse di cyberputinismo avanzate da una gattamorta di un oscuro ‘pensatoio’ (pensa te), statunitense a difesa della cyber-democracy only american style. Invece di appuntarsi al petto una medaglietta del genere, sarebbe bene dire ai lettori che si tratta di uno tanti modi per spendere i 40 milioni di dollari assegnati dal dipartimento di stato USA (che ha una sua agenzia di spionaggio), per far andare avanti la cigolante storia sull’american way life e altre frottole per bimbiminkia. Tra le sagaci tecniche usate dai pensatori-spie-bimbiminkia american-italo-gattemorte, vi sono quelle stilate dall”Alleanza dei 5 Occhi’, di cui le vittime autoincensanti dei dossier cyber-pecorecci tipici dei CIAdisti in pensione e relativi alunni a(i)sini, come sospetto, neanche sanno che esista.Il dipartimento di Stato degli USA riceve 40 milioni di dollari per finanziare i troll per la propaganda
Humans Are Free

Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha annunciato di aver ottenuto 40 milioni di dollari dal Pentagono per finanziare una nuova campagna di propaganda e disinformazione attraverso il “Global Engagement Center“. Se il Global Engagement Center fu inizialmente concepito come resistenza alla propaganda straniera, il nuovo finanziamento è volto ad investire sull'”offensiva” nella guerra di propaganda globale con le campagne di disinformazione negli USA. Gli Stati Uniti, ovviamente, non sono estranei alla propaganda all’estero, ma la natura inesorabile della condivisione delle informazioni globali nell’era moderna significa che tale propaganda statunitense rischia sempre di disinformare il pubblico degli Stati Uniti.
Il Congresso ha approvato l’offensiva per “contrastare la Russia”. In pratica, probabilmente significa che gran parte dei finanziamenti saranno utilizzati per distorcere la percezione globale della Russia rendendola ancora più ostile di quanto non sia già. Tuttavia, istituire e finanziare tale fabbrica di troll pubblicamente è assai rischioso, perché gli Stati Uniti hanno una storia di fallimenti imbarazzanti nella gestione della narrativa online, e attaccando pubblicamente la Russia, rischiano di subire forti contraccolpi.

L’egemonia inglese spia il mondo con il programma chiamato Cinque Occhi: “Con noi cinque, com’è che non facciamo 10 occhi?”

Documento rivela che i troll sono agenti governativi
Humans Are Free
Glenn Greenwald è un giornalista e avvocato costituzionale, commentatore politico e autore di best-seller. È forse più noto per aver collaborato con il documentarista della NSA Edward Snowden svelando le subdole tattiche di sorveglianza utilizzate da governi ed agenzie governative. E mentre i problemi che su privacy ed invasione governativa attirano i riflettori, la fuga di documenti di Snowden sull’NSA rivelano un altro intrigante hobby del governo: il trolling su Internet.

L’alleanza dei Cinque Occhi
Tale alleanza è composta dalle agenzie d’intelligence di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda. Fu il GCHQ inglese che redasse i documenti che propongono che i troll su internet siano impiegati per “controllare, infiltrare, manipolare e deformare gli interventi online”, come scrive Greenwald nell’articolo “Come agenti segreti infiltrano Internet per manipolare, ingannare e distruggere reputazioni“. Nell’articolo Greenwald condivide uno dei documenti, un manuale nientemeno, che rivela le tattiche esatte proposte dalle agenzie governative per dirottare le discussioni online tramite trolling. Greenwald spiega: “Tra i principali obiettivi autoidentificati del JTRIG vi sono due tattiche:
1) iniettare ogni sorta di materiale falso su Internet al fine di distruggere la reputazione dei suoi bersagli; e
2) utilizzare le scienze sociali e altre tecniche per manipolare il discorso e l’attivismo online per generare risultati che si ritiene desiderabili”.
Per vedere quanto siano estremisti tali programmi, basti considerare le tattiche che si vantano di utilizzare per raggiungere i loro fini: “operazioni sotto bandiera falsa” (postare materiale su Internet e attribuirlo falsamente a qualcun altro), post sui blog di finte vittime (fingere di essere vittima dell’individuo di cui si vuole distruggere la reputazione) e pubblicare “informazioni negative” su vari forum. Forum e pagine facebook che istruiscono il pubblico sui pericoli dei vaccini sono i più bersagliati dai troll governativi e di Big Pharma. Pochi argomenti sono così polarizzanti e provocatori come quelli sui vaccini e loro potenziali pericoli.
La sensibilità che agenzie governative (e come Big Pharma) hanno sulla vaccinazione rende prevedibile che i troll siano impiegati per interrompere qualsiasi tentativo di discutere civilmente la politica sui vaccini. Si consideri che un vaccino approvato dal CDC potrebbe valere 30 miliardi di dollari l’anno per Big Pharma, 30 miliardi l’anno! Non sorprende considerando la connessione tra governo ed industria farmaceutica, dove una persona come la dottoressa Julie Gerberding lavorava per l’ente governativo CDC e poi lasciò l’incarico venendo assunta dal colosso farmaceutico Merck. La legislazione governativa è costantemente a favore dell’industria della vaccinazione. The Affordable Care Act (Obamacare) ha anche ridefinito il termine “biogenica” tentando di convincere i pazienti ad accettare le vaccinazioni nell’ambito del piano di cure ogni volta che vanno in ospedale per un qualsiasi motivo (se non sono già vaccinati). Come dice un’infermiera, potresti andare all’ospedale per un dito tagliato e nella documentazione presentata verrebbe offerta una varietà di vaccini. Se rifiuti, verrà segnalato sulla propria documentazione.
Di seguito sono riportate le istruzioni del blog pro-vaccini ORAC, noto anche come “Insolenza rispettosa” per affrontare gli anti-vaccinisti tramite trolling: “Usate la guerra emotiva sui blog anti-vax. Raccontate storie emotive piene di lacrime e singhiozzi e dolore insopportabile e terrore, di persone nella vostra famiglia o persone di cui avete letto, malati o morti di malattie terribili. Non trascurate i dettagli sui fluidi corporei e simili: peggio è meglio è. Questa roba s’infiltra nella mente dei lettori e ne influenza sottilmente le decisioni, come la pubblicità… Entrate “concordando con loro” e poi dite cose che appaiono del tutto deliranti, apertamente pazzesche, palesemente e ovviamente sbagliate anche ai fulminati, ecc. Errori ortografici e grammaticali occasionali sono anche utili ma non troppo. Il punto di tale esercizio è creare l’impressione che allontani gli indecisi che potrebbero visionare questi siti. Aiutatevi con uno sforzo di gruppo e iniziate gradualmente, quindi i siti “lentamente decadranno”… Davvero: ascoltate, il modo per combattere questa merda NON è “spiegare pazientemente” a persone già persuase che la Terra non è piatta. Il modo per combatterlo è sabotare gli anti-vaccinisti con roba pazzesca che allontani gli indecisi. Il modo di combatterli è con narrazioni emotive che minino ciò che gli anti-mass media sostengono“.
ORAC è diretto dal chirurgo David Gorski, ritenuto da molti un troll impiegato dai soggetti interessati al successo dei vaccini. Le sue tattiche certamente supportano l’ipotesi.

David Gorski

Un altro episodio scioccante di trolling ed utilizzo d’Internet per influenzare sottilmente l’opinione pubblica è il caso del presunto scienziato di 12 anni, il cui video pro-vax divenne virale su Internet. Per avere idea di quali tattiche vengano utilizzate per influenzare l’opinione sui vaccini, si guardi My Incredible Opinion sulla bufala dello scienziato di 12 anni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Missile-gate: gli USA ignoravano i progressi nucleari della Russia

Gilbert Doctorow, Consortium News 2 marzo 2018Il lungo discorso del Presidente Vladimir Putin all’Assemblea federale, in sessione congiunta di entrambe le camere russe, oltre a un gran numero di organizzazioni culturali, economiche e altre, costituiva la piattaforma per le imminenti elezioni presidenziali del 18 marzo, invece di partecipare ai dibattiti televisivi sui canali televisivi federali in cui altri sette candidati sono impegnati in questi giorni. Ma come nel caso di molte delle più importanti presentazioni di Vladimir Putin, il discorso era rivolto a un pubblico molto più ampio dell’elettorato russo. Molti dei circa 700 giornalisti invitati a partecipare erano corrispondenti stranieri. In effetti, si potrebbe ragionevolmente sostenere che il discorso fosse diretto all’estero, precisamente negli Stati Uniti. L’ultima parte dell’indirizzo, dedicato alla difesa e che presentava per la prima volta diversi importanti nuovi e tecnicamente ineguagliabili sistemi d’arma nucleari offensivi, rivendicava la piena parità nucleare russa cogli Stati Uniti, ribaltando il ritiro del Paese dallo status di superpotenza risalente al crollo dell’Unione Sovietica nel 1992. Alcuni commentatori russi, con scoppio di orgoglio nazionale, affermarono che il potere dell’Unione Sovietica era ristabilito e che i torti degli anni ’90 finalmente annullati. A suo modo, questo discorso è stato altrettanto importante, forse più importante del discorso di Putin alla Conferenza di sicurezza di Monaco nel febbraio 2007, in cui discusse a lungo le lamentele della Russia verso l’egemonia mondiale degli Stati Uniti insediata negli anni ’90 e il totale disprezzo o rifiuto degli interessi nazionali della Russia. Quel discorso fu un punto di svolta nelle relazioni USA-Russia che portava al profondo confronto di oggi. Il discorso di ieri suggeriva non l’inizio di una nuova corsa agli armamenti, ma la sua conclusione, con l’assoluta vittoria russa e sconfitta degli USA.
L’indirizzo di Putin era un evento “shock and awe”. Lascio ad altri, più competenti di me nella tecnologia militare, commentare le capacità specifiche dei vari sistemi svelati ieri. Sia che si tratti di distanza ravvicinata o raggio illimitato, di lanciati da terra o dall’aria, di missili balistici o da crociera, che volino nell’atmosfera o navighino silenziosamente e ad alta velocità nelle profondità degli oceani, questi sistemi sono indicati invincibili per qualsiasi difesa nota o futura, su cui gli Stati Uniti hanno investito pesantemente da quando lasciarono unilateralmente il Trattato ABM e avviarono la rotta che doveva rovesciare la parità strategica. Dal 2002, la politica degli Stati Uniti mirava a permettere il primo colpo eliminando gli ICBM russi e rendendo inutili le forze nucleari residue della Russia da poter lanciare. I nuovi missili russi altamente manovrabili e ad altissima velocità (Mach 10 e Mach 20) e il drone nucleare sottomarino rendono illusorio ogni scenario basato su una risposta non devastante alla patria statunitense dopo un attacco alla Russia. Di conseguenza, i nuovi sistemi rendono anche inutili e trasformano in bersaglio facile l’intera flotta statunitense con le sue formazioni di portaerei. La risposta dei media statunitensi e occidentali al discorso di Putin è stata varia. Il Financial Times ha fatto del suo meglio per un resoconto neutro e, a metà dell’articolo, aveva un paragrafo con due dei più autorevoli politici russi con competenze specifiche nei rapporti con l’occidente: Konstantin Kosachev e Aleksej Pushkov, ex-presidenti della Commissione Esteri della della Duma. Tuttavia, i loro reporter e supervisori editoriali erano spiazzati, incapaci di una visione coerente su ciò che il Cremlino fa. Da un lato le dichiarazioni di Putin sulle armi nucleari “inarrestabili” della Russia sono ridotte a “pretese”, suggerendo un certo scetticismo; dall’altra parte, la conseguenza è “alimentare la preoccupazione per una nuova corsa agli armamenti cogli Stati Uniti”. Non riescono a capire che la corsa è finita. Il Washington Post è stato piuttosto veloce nel postare un lungo articolo nell’edizione online di ieri. Una parte insolitamente grande consisteva in citazioni del discorso di Putin. La linea editoriale dice tutto nel titolo dato: “Putin sostiene che la Russia sviluppa armi nucleari in grado di evitare le difese missilistiche.” Vorrei mettere l’accento su “affermazioni” ed “sviluppa”. I reporter e la direzione dei giornali sembrano non capire: uno di questi sistemi è già schierato nel Distretto militare meridionale della Russia e altri entrano in produzione in serie. Questi sistemi non sono una lista dei desideri, sono fatti concreti. Il New York Times è stato al solito lento nel pubblicare articoli su un fatto che l’ha colto totalmente impreparato. Nell’arco di un paio d’ore, ha messo due articoli occupandosi della sezione difesa del discorso di Vladimir Putin. In entrambi, ma più in particolare nell’articolo dei co-autori Neil MacFarquhar e David E. Sanger, si sottolinea il “bluff”. È presumibilmente scontato che Putin abbia solo pronunciato un discorso elettorale per suscitare “le passioni patriottiche dei russi” e consolidare così la prossima vittoria elettorale. Gli autori si fidano del fatto che “l’inganno è nel cuore dell’attuale dottrina militare russa”, cosicché “sorgono domande se queste armi esistessero”. Tali speculazioni, specialmente del New York Times, ci dicono una cosa: che i nostri media ignorano intenzionalmente i semplici fatti su Vladimir Putin. Primo, che ha sempre fatto ciò che ha detto. Secondo, che è per natura molto cauto e metodico. La parola “attentamente” è un elemento costante nel suo vocabolario. In questo contesto, la nozione “bluff” in una questione che metterebbe a rischio la sicurezza nazionale russa e potrebbe costare decine di milioni di vite russe, se venisse scoperto, è di un’assurdità assoluta. Mi piacerebbe credere che i Capi di Stato Maggiore a Washington non saranno così vertiginosi o superficiali nel giudicare ciò che hanno ascoltato dal Signor Putin. Se è così, raccomanderanno urgentemente al loro presidente di avviare negoziati molto ampi coi russi sul controllo degli armamenti. E torneranno nei loro uffici a rivedere completamente le raccomandazioni su materiale e installazioni militari che gli Stati Uniti finanziano per il 2019 e oltre. Il nostro bilancio attuale, inclusi i trilioni di dollari stanziati per il potenziamento di testate nucleari e la produzione di armi a bassa potenza, è uno spreco di denaro dei contribuenti. Tuttavia, ancora più importante, le implicazioni dell’indirizzo di Vladimir Putin sono che l’intelligence statunitense ha dormito per 14 anni, se non di più. È uno scandalo nazionale perdere una corsa agli armamenti che nemmeno si conosceva. Teste dovrebbero cadere, e il processo dovrebbe iniziare con audizioni adeguate a Capitol Hill. Per ragioni che saranno chiare da quanto segue, tra i primi testimoni chiamati a testimoniare dovrebbero esserci l’ex-vicepresidente Dick Cheney e l’ex-segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.
In passato una tale rivelazione sull’ampio divario sulla sicurezza con il principale concorrente geopolitico e militare del Paese avrebbe portato a recriminazioni politiche e accuse. Ciò che è successo ieri è molto peggio del “divario missilistico” della fine degli anni ’50 che portò John Kennedy alla Casa Bianca in una campagna per ridare vigore alla cultura politica statunitense e svegliarsi dai sonnolenti anni di Eisenhower compiaciuti sulle questioni su sicurezza e molto altro. Inoltre, la presentazione delle nuove armi russe che cambiano l’equilibrio energetico mondiale è solo uno della serie di notevoli risultati russi negli ultimi quattro anni che ha colto di sorpresa la leadership statunitense. La spiegazione è stata finora la presunta imprevedibilità di Vladimir Putin, anche se assolutamente tutto ciò che ha fatto sarebbe stato prevedibile da chi prestava attenzione. Un primo esempio fu la presa russa sulla Crimea nel febbraio-marzo 2014 senza un colpo o un singolo morto laddove 20000 soldati russi erano nell’enclave di Sebastopoli affittata, affrontando 20000 militari ucraini nella penisola. I media occidentali parlarono d'”invasione” russa, nient’altro che truppe russe che uscivano dalle caserme. I russi non usarono niente di più esotico della guerra psicologica, “psy-ops” vecchio stile, come viene chiamata negli Stati Uniti, eseguita alla perfezione da professionisti, il tutto risalente ai tempi di Von Clausewitz. Poi il Pentagono fu colto di sorpresa nel settembre 2015 quando Putin all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite annunciò l’invio di aerei militari russi in Siria per le operazioni contro lo SIIL e sostenere Assad che iniziarono il giorno successivo. Perché non sospettammo nulla? Forse perché la Russia era troppo povera per portare a termine una missione così impegnativa all’estero con obiettivi precisi e scadenze precise? Nello stesso teatro di guerra, i russi hanno nuovamente “sorpreso” gli statunitensi istituendo un centro d’intelligence militare congiunto a Baghdad con Iraq e Iran. E ulteriormente “sorpresero” la NATO con le missioni di bombardamento sul teatro siriano sorvolando lo spazio aereo iraniano ed iracheno dopo avergli negato i diritti di sorvolo dei Balcani. Con migliaia di militari e diplomatici in Iraq, come mai gli Stati Uniti non seppero nulla degli accordi russi con la leadership irachena? Il mio punto è che la confusione su come interpretare l’annuncio di Putin della nuova capacità di difesa della Russia è un fallimento sistemico dell’intelligence degli USA. La prossima domanda ovvia è perché? Dov’è la CIA? Dove sono i capi dell’intelligence quando non indagano su Trump? La risposta non è semplice, di sicuro. Né è un fallimento recente. C’è una buona dose di accecante compiacimento nei confronti della Russia come “Stato fallito” che riguarda l’intera dirigenza politica degli Stati Uniti sin dagli anni ’90, quando la Russia era in un angolo. Semplicemente non si poteva immaginare che il Cremlino si ergesse sfidando con le sue missioni in Crimea, Siria, sviluppando gli armamenti high-tech più sofisticati del mondo. E non è solo cecità sulla Russia. È un fallimento totale non capire che il potere statale ovunque non dipende solo da PIL e tendenze demografiche, ma anche da grinta, determinazione patriottica ed intelligenza di migliaia di ricercatori, ingegneri e addetti alla produzione. Tale povertà concettuale infetta alcuni dei nostri più brillanti scienziati politici della Realpolitik nella comunità accademica, che in linea di principio dovrebbero essere disposti a comprendere il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse. In qualche modo sembra che abbiamo dimenticato la lezione di Davide e Golia. In qualche modo abbiamo dimenticato i 4 o 5 milioni di israeliani che si oppongono militarmente a 100 milioni di arabi. Era inimmaginabile per noi che la Russia fosse il Davide del nostro Golia. Ma ci sono ragioni più obiettive per il totale fallimento dell’intelligence statunitense nel cogliere portata e gravità della sfida russa all’egemonia globale degli Stati Uniti. Nello specifico, dobbiamo considerare l’indebolimento delle nostre capacità d’intelligence russe nei giorni, mesi, anni successivi all’11 settembre.
Ci sono quelli che diranno, con ragione, che il declino delle capacità d’intelligence degli Stati Uniti sulla Russia iniziò già con la seconda amministrazione Reagan, quando la Guerra Fredda si concluse e l’esperienza dei Cold Warriors non sembrava più rilevante. Sicuramente gli esperti sulla Russia poterono ridursi per logoramento. Eppure, quando l’11 settembre colpì, molti di coloro che occupavano i vertici della CIA vi erano entrati in qualità di esperti di Russia. Fu la mancanza di competenze della CIA in lingue e conoscenza del Medio Oriente che si osservò dopo l’attacco di al-Qaida alle Torri Gemelle a guidare la ridefinizione delle priorità dell’intelligence. Chiaramente tale deficienza e la necessaria nuova definizione delle competenze non potevano essere di buon auspicio per la carriera dei detentori dell’ufficio sovietico. Ma un fattore ancora maggiore nel netto declino delle competenze sulla Russia nelle agenzie d’intelligence statunitensi fu il passaggio dalla dipendenza da dipendenti del servizio civile all’utilizzo di fornitori di servizi esterni, cioè l’esternalizzazione del lavoro d’intelligence. Questo era totalmente in linea con le tendenze del vicepresidente Dick Cheney, che introdusse l’outsourcing in modo generalizzato per affrontare le nuove sfide della guerra al terrorismo. Lo stesso fenomeno colpì le forze armate statunitensi, specialmente dal 2003 con l’invasione dell’Iraq. I compiti operativi di sicurezza delle forze armate statunitensi furono esternalizzati a società mercenarie come Blackwater. E le normali procedure di approvvigionamento di materiale furono cortocircuitate dal vicepresidente per soddisfare rapidamente le urgenti richieste sul campo: da qui l’acquisizione di flotte di mezzi di trasporto truppe corazzati non tradizionali ma assai necessari, e simili. Diversi articoli su Consortium News e altrove negli ultimi mesi hanno richiamato l’attenzione sul fenomeno dell’esternalizzazione dell’intelligence. Tuttavia, cosa succedeva, perché e in che modo era già chiaramente noto un decennio prima e non prometteva nulla di buono. In un certo senso, la comunanza di tali cambiamenti nel provvedere intelligence, equipaggiamento e forze fu dovuta a mentalità svelta e all’intervento politico diretto in processi distinti nella pubblica amministrazione con le sue procedure burocratiche. L’intervento politico significa in ultima analisi politicizzare metodi e risultati. L’intelligence esterna è più propensa a soddisfare le richieste del supervisore piuttosto che avere integrità intellettuale e propria ampia prospettiva. Per comprendere meglio il fenomeno, rimando il lettore a un articolo eccezionale e ben documentato risalente al marzo 2007, pubblicato dall’European Intelligence Security Center (ESISC) intitolato “Outsourcing Intelligence: l’esempio degli Stati Uniti“. L’autore, Raphael Ramos, ricercatore associato all’ESISC, ci dice che all’epoca il 70% del budget della comunità dell’intelligence statunitense fu speso in contratti con società private. All’epoca si diceva che l’outsourcing fosse la maggiore delle agenzie collegate al dipartimento della Difesa. La CIA quindi affermò di avere un terzo del personale proveniente da società private. Oltre alle mutevoli priorità dell’intelligence estera, risultanti dalla fine della Guerra Fredda e dall’inizio della Guerra al Terrore, un altro fattore nella struttura mutevole dell’intelligence statunitense fu dettato dalla tecnologia, in rifermento alle moderne tecnologie di telecomunicazione, con molte start-up che appaiono nei campi specializzati delle Signals Intelligence ed Imagery Intelligence. L’NSA si avvalse di questi nuovi fornitori di servizi divenendo pioniere dell’intelligence nell’outsourcing. Altre agenzie del Pentagono che seguirono lo stesso corso furono il National Reconnaissance Office, responsabile dei sistemi d’intelligence spaziali, e l’Agenzia nazionale d’intelligence geospaziale, incaricata di produrre informazioni geografiche dai satelliti. Si aggiunga une prassi in continua evoluzione per lo sviluppo d’internet, privilegiando l’intelligence open source, OSINT, che prospera nel privato perché non richiede speciali autorizzazioni alla sicurezza. Questo presto arrivò tra il 35% e il 90% degli acquisti per l’intelligence. Come su notato, l’outsourcing ha permesso alla comunità d’intelligence di modernizzarsi, acquisire competenze rapidamente e cercare di soddisfare nuove urgenti necessità. Tuttavia, a giudicare dai risultati verso la Russia di Putin, sembra che l’esternalizzazione non sia produttiva. Il Paese era cieco mentre assumeva posizioni stravaganti e insopportabili facendo il prepotente mondiale come se godesse del dominio a spettro totale e la Russia non esistesse.Gilbert Doctorow, analista politico indipendente di Bruxelles, osservatore internazionale per le elezioni presidenziali del 18 marzo in Russia. Il suo ultimo libro, Gli Stati Uniti hanno un futuro? è stato pubblicato nell’ottobre 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Attacchi sonici all’Avana: specialità della CIA

Wayne Madsen SCF 21.10.2017L’Agenzia Centrale d’Intelligence, ora sotto la direzione di un repubblicano di estrema destra, l’ex-congressista del Kansas Mike Pompeo, insiste sulla storia del governo cubano responsabile dei presunti attacchi con armi soniche ai diplomatici statunitensi all’Avana. La CIA, che ha scritto il libro degli attacchi sotto falsa bandiera in Europa e nel mondo durante la guerra fredda e l’era del terrorismo, non ha avuto problemi a convincere l’amministrazione Trump a ridurre le relazioni diplomatiche con Cuba. Gli Stati Uniti hanno ritirato più di metà del personale diplomatico a Cuba ed espulso 15 diplomatici cubani da Washington. La rottura delle relazioni con Cuba è in linea con le altre azioni di Trump intese a sovvertire tutte le azioni intraprese negli 8 anni di Barack Obama, compresa la normalizzazione delle relazioni con Cuba. Trump ha definito la normalizzazione dei rapporti con l’Avana “accordo completamente unilaterale”. Ironia della sorte, è noto che le imprese di Trump avevano precedentemente violato le sanzioni statunitensi a Cuba per creare hotel e resort di proprietà di Trump sull’isola. L’amministrazione Trump ha affermato di non sapere cosa causi gli attacchi sonici che dichiara aver danneggiato la salute e causato sordità non solo dei diplomatici statunitensi ma anche canadesi all’Avana. Il governo cubano ha anche invitato l’FBI a Cuba per partecipare alle indagini sugli attacchi sonori. L’amministrazione Trump ha rifiutato l’invito dei cubani. Tuttavia, senza prove, i portavoce di Trump accusano il governo cubano per l’interferenza sonora. Trump ha accusato direttamente il governo cubano per gli attacchi sonici nella conferenza stampa alla Casa Bianca del 16 ottobre. Il dipartimento di Stato è stato costretto a contraddire immediatamente Trump con un cablo a tutti i diplomatici statunitensi affermando che il dipartimento “non incolpa il governo di Cuba” degli attacchi. La differenza tra Casa Bianca e dipartimento di Stato su chi sia dietro gli attacchi sonori è tanto forte quanto inquietante. I media aziendali ignorano l’unica fonte possibile degli attacchi sonori, responsabile dell’unico attacco sonoro noto a una missione diplomatica, la CIA. Non solo la CIA è guidata da un sicofante di Trump senza un passato nell’intelligence, ma la CIA incolpa altri Paesi di operazioni svolte dai propri agenti. Nel caso di Cuba, la CIA può contare su una rete di agenti cubano-statunitensi e latino-americani integrati nelle istituzioni governative e commerciali cubane dopo aver viaggiato sull’isola da Paesi terzi come Messico, Nicaragua, Costa Rica, Panama e Venezuela. L’amministrazione Trump inoltre avverte i turisti di evitare Cuba, sostenendo che le armi soniche potrebbero essere rivolte sui loro hotel. Non c’è ragione plausibile per cui Cuba danneggi l’industria turistica, tuttavia vi sono diverse ragioni per cui la CIA guidata da Pompeo, in collusione con la rete cubana di destra del senatore Marco Rubio di Miami, suggerisca che i cubani colpiscano gli hotel con armi soniche. L’intera operazione dell'”arma sonica” sembra un grande attacco sotto falsa bandiera volto a colpire l’economia cubana e bloccare le relazioni tra Washington e L’Avana. Gli attacchi sonici segnalati ai diplomatici canadesi sono ovviamente mirati contro il governo del primo ministro Justin Trudeau. La famiglia Trudeau, tra cui il Primo ministro Pierre Trudeau, padre dell’attuale primo ministro, sono amici stretti del Presidente Raul Castro, fratello del Presidente Fidel Castro. Tutto ciò che potrebbe essere utilizzato per sminuire i legami canadesi-cubani sarebbe attuato dalla CIA sotto la direzione di Pompeo, un cristiano fondamentalista “creazionista” che respinge le conclusioni della scienza moderna, tra cui l’evoluzione e l’età della Terra. Le impronte digitali della CIA sono state trovate su almeno un attacco sonoro contro una missione straniera in America Latina. Nel 1990, dopo che il leader panamense Manuel Noriega cercò rifugio dalle truppe d’invasione statunitensi presso ial Nunzio Apostolico del Vaticano a Panama City; le forze statunitensi, usando metodi da guerra psicologica elaborati dalla CIA, diressero musica heavy metal sulla missione vaticana con grandi altoparlanti sulla strada. L’uso dell’arma sonica, componente del pacchetto Operation Nifty, era volto a scacciare Noriega dalla legazione. Non era solo una violazione dell’extraterritorialità diplomatica della missione vaticana, ma anche della politica del santuario della Chiesa cattolica romana. Noriega alla fine si arrese. Tali attacchi alle ambasciate costituiscono una violazione della Convenzione di Vienna, di cui gli Stati Uniti sono firmatari.
Dopo che il Presidente hondurano Manuel Zelaya fu rovesciato da un colpo di Stato voluto dalla segretaria di Stato Hillary Clinton e dalla CIA, il leader dell’Honduran, dall’esilio s’infiltrò nel Paese trasferendosi nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Dopo che la giunta militare honduregna della CIA tolse energia elettrica, acqua e forniture alimentari all’ambasciata, iniziò ad usare armi tipo sonico assai migliorate rispetto quelle utilizzate contro la missione vaticana a Panama City venti anni prima. Zelaya affermò che i mercenari israeliani che lavoravano sotto la direzione della giunta e della CIA puntarono armi ad alta frequenza sull’ambasciata brasiliana. A quanto pare, gli israeliani usarono un sistema di blocco dei cellulari per colpire Zelaya e altri nell’ambasciata. Sul tetto dell’edificio accanto all’ambasciata brasiliana fu trovato un soppressore C-Guard, prodotto dalla NetLine di Tel Aviv. C’erano prove a Tegucigalpa che i dispositivi acustici a lunga distanza (LRAD) fabbricati dall’American Technology Corporation, furono utilizzati contro l’ambasciata brasiliana. Testimoni oculari fuori l’ambasciata brasiliana affermarono che il personale della giunta usò un “dispositivo sonoro ad alta frequenza” sull’ambasciata. Una relazione sui diritti umani successivamente concluse che l’ambasciata fu sottoposta all’uso di sofisticate apparecchiature sonore ed elettromagnetiche che crearono diarrea, vomito, emorragie nasali e problemi gastrointestinali sia nell’ambasciata che nelle aree circostanti. Furono recentemente utilizzate armi soniche da forze di polizia e militari contro i manifestanti al vertice del G-20 del 2009 a Pittsburgh. Più recentemente, le armi acustiche sono state utilizzate contro i dimostranti anti-Dakota Access Pipeline nel North Dakota. Gli archivi della CIA mostrano che l’agenzia è interessata ai dispositivi ad ultrasuoni, tra cui “artiglieria acustica” e “sirene statiche” fino dal 1952. Nel 1999 la NATO introdusse un’arma sonora ad alti decibel nel suo arsenale. L’US Navy attualmente impiega LRAD sull’USS Blue Ridge e si crede che sia anche presente su altre navi della Marina.
Nel 2011, Alan Gross, contractor presso l”Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID) della Development Alternatives Inc. di Bethesda, Maryland, fu arrestato a Cuba e successivamente condannato per spionaggio. Gross installava linee Internet per la piccola comunità ebraica di Cuba, cosa che i rabbini della comunità negarono. Quando fu arrestato dalla polizia cubana, da Gross furono trovati dispositivi di telefonia cellulare e satellitare. La questione se altri agenti d’intelligence stranieri, oltre a Gross, abbiano contrabbandato armi sonore mascherate da apparecchiature per telecomunicazioni a Cuba, è estremamente utile per rispondere alla domanda di chi sia dietro gli attacchi sonori alle ambasciate statunitense e canadese all’Avana.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La fine del ‘nuovo secolo americano’ pronunciata dal Pentagono

Wayne Madsen SCF 23/07/2017Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ama rilasciare rapporti, molti dei quali contengono grande quantità di gergo e astrusità del Pentagono. Ma una recente relazione, pur non mancando del tipico esoterismo, contiene un messaggio chiaro e inequivocabile. Il progetto neoconservatore del “Nuovo secolo americano”, che ha visto gli Stati Uniti impelagarsi in Iraq e Afghanistan, nonché nell'”infinita guerra mondiale al terrorismo”, è morto e sepolto. Un rapporto dell’USAWC (United States War College), intitolato “A nostro rischio: valutazione del rischio del DoD in un mondo post-primazia”, turba la Beltway di Washington e oltre. Il rapporto, redatto dall’Istituto di Studi Strategici dell’esercito (SSI) e dalla squadra dell’USAWC guidata dal professor Nathan Freier, afferma di “non riflettere necessariamente la politica ufficiale o la posizione del dipartimento dell’Esercito e della Difesa o del governo degli Stati Uniti”. È dubbio che la relazione, sponsorizzata dallo Stato Maggiore riunito del Pentagono, verrebbe commissionata se il Pentagono non vedesse la necessità di prepararsi alla fine del dominio militare unipolare degli USA, vigente dalla fine della guerra fredda. Il rapporto post-primazia ha avuto il contributo di dipartimento della Difesa e Comunità d’Intelligence degli Stati Uniti, tra cui Stati Maggiori Riuniti, Comando Centrale degli USA (USCENTCOM), Comando Operazioni Speciali degli USA (USSOCOM) e Ufficio del Direttore dell’Instelligence Nazionale (ODNI), tutti attori cruciali per la rinnovata strategia militare statunitense. Affinché nessuno creda che il rapporto rappresenti il nuovo modo di pensare dall’amministrazione di Donald Trump, va sottolineato che la stesura e preparazione della relazione iniziò nel luglio 2016, sei mesi prima della fine dell’amministrazione Obama. La relazione era un requisito finanziato per il bilancio annuale di Obama del 2017 per il Pentagono. La relazione individua cinque componenti chiave della strategia post-primazia degli Stati Uniti:
– iperconnessione e armonizzazione delle informazioni, della disinformazione e della disaffezione (questo si è già visto con la decisione di separare il Cyber Command degli USA dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale consentendo ai “cyber-guerrieri” dello “spazio” extra-costituzionale di attuare operazioni da guerra dell’informazione con offensive contro militari e civili).
– situazione di rapida fine dello status quo post-guerra fredda.
– proliferazione, diversificazione e atomizzazione di una resistenza efficace agli Stati Uniti.
– ritorno, anche se mutato, della concorrenza di grandi potenze.
– dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria.
L’accettazione del Pentagono della “rapida fine dello status quo post-guerra fredda” è forse la più importante comprensione del cambio di status di una superpotenza da quando il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”. Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Costa della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn. Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari. La relazione afferma che “le considerazioni di un avvio non vanno limitate ai combattimenti combinati convenzionali”. È solo la punta dell’iceberg per i cyber-combattenti, che vedrebbero le proprie capacità aumentate relegando il combattimento militare. Il rapporto afferma inoltre che il DoD “non può più, come in passato, ottenere automaticamente una superiorità militare locale coerente e continua”. In altre parole, dimenticate una risposta militare statunitense come l’operazione Desert Shield che vide il massiccio trasferimento di forze militati statunitensi in Arabia Saudita prima della riconquista del Quwayt e dell’invasione dell’Iraq nel 1991.
Il Pentagono vede alcuni rischi internazionali come accettabili se possono essere gestiti. Questa riduzione dei rischi sembra essere incentrata sulla minaccia dei missili balistici nucleari ed intercontinentali nordcoreani. La relazione afferma che gli Stati Uniti dovrebbero evitare “obiettivi politici che si dimostrano troppo ambiziosi o inattuabili nella pratica. La sconfitta militare statunitense della Corea democratica sarebbe possibile solo dopo lo sterminio di militari sudcoreani e statunitensi e di civili della Corea del Sud”. Rimarcando come la sconfitta militare della Corea democratica sia “troppo ambiziosa” e “irraggiungibile” per gli USA. La relazione sottolinea inoltre che vi sono “costi proibitivi” per certe politiche militari. Gli autori osservano come la dottrina militare statunitense indichi “obiettivi che alla fine si dimostrano poco più che vittorie di Pirro”. Un chiaro riferimento ai timori e alle “false vittorie” in precedenza annunciate da Stati Uniti e alleati in Iraq e Afghanistan, vittorie di Pirro nel vero senso della parola. Un membro del gruppo di studio post-primazia ha sconvolto i colleghi dicendo che è probabile che li Stati Uniti siano sconfitti in alcuni scontri militari. Lo spettro “possiamo perdere” ha aiutato a portare alle conclusioni della relazione, tra cui la possibilità che “vulnerabilità, erosione o anche perdita del presunto vantaggio militare statunitense verso le maggiori sfide nella difesa”, dovrebbe essere presa sul serio e la “ristrutturazione volatile degli affari internazionali della sicurezza appare sempre più contraria a una leadership statunitense imbattibile”. L’emergere della Cina a potenza militare mondiale e il ritorno della Russia a potenza militare sono i casi in questione. L’allontanamento della Turchia dall’Europa secondo una visione del mondo “eurasiatica” e “pan-turca”, aggiunge la nazione della NATO nella crescente lista dei potenziali avversari degli statunitensi. Questi e altri sviluppi sono visti dai pianificatori post-primazia come parte del “ritorno, mutato, della concorrenza tra grandi potenze”.
Il team di studio del Pentagono vede chiaramente anche la “dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria” come spartiacque per alterare l’era post-guerra fredda e post-11 settembre, che videro il dominio degli Stati Uniti sugli affari militari e economici mondiali. Il successo del referendum Brexit che ha visto il Regno Unito votare l’abbandono dell’Unione europea, nonché il sostegno popolare all’indipendenza di Scozia e Catalogna sono visti dal Pentagono come “dissoluzione della coesione politica ed identitaria”. Mentre nelle precedenti relazioni il Pentagono avrebbe suggerito come contrastare tale “disgregazione” con una risposta militare e contro-insurrezionale, nel mondo post-primazia, il Pentagono chiede solo la gestione del rischio, lungi dal rumore di sciabole che si susseguono ai tamburi di guerra, come in Libia e Siria, Somalia e Panama. Il rapporto post-primazia riconosce che la politica militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre non è più praticabile né fattibile. Questa politica, espressa dalla Revisione della Difesa Quadriennale (QDR) del 2001, dichiarava: “la fondazione di un mondo pacifico… si basa sulla capacità delle forze armate statunitensi di mantenere un margine sostanziale di vantaggio militare rispetto agli altri. Gli Stati Uniti usano questo vantaggio non per dominare gli altri, ma… per dissuadere nuove competizioni militari operative o geografiche o gestirle se accade”. Quei giorni sono finiti con Cina e Russia, insieme a Turchia, Iran, Germania, Francia e India che formano “i nuovi concorrenti operativi militari”. Gli Stati Uniti non possono “gestirli”, per cui Washington dovrà decidere come convivere con il “rischio”. Gli autori del rapporto ritengono che “lo status quo curato e alimentato dagli strateghi statunitensi dalla Seconda guerra mondiale e che per decenni fu il principale “punto” del DoD non solo si blocca, ma può anche crollare. Di conseguenza, il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e il loro approccio ad esso possono cambiare radicalmente”. Questa è una visione cauta dello status attuale degli affari mondiali, senza il jingoismo spesso sentito nella Casa Bianca di Trump e dai membri di destra del Congresso degli Stati Uniti. Le raccomandazioni post-primazia vedono la principale priorità degli Stati Uniti nella protezione del proprio territorio: “Proteggere il territorio, le persone, le infrastrutture e le proprietà statunitensi da gravi danni”. La seconda priorità è “garantire l’accesso alle comunità globali, alle regioni strategiche, ai mercati e alle risorse”. Ciò includerebbe tenere aperte rotte marittime e aeree al commercio degli Stati Uniti.
Gli autori della relazione concordano con la dichiarazione della prima ministra inglese Theresa May a Filadelfia il 26 gennaio 2017, sei giorni dopo la nomina di Donald Trump: “i giorni della Gran Bretagna e degli USA che intervengono nei Paesi sovrani nel tentativo di rifare il mondo a nostra immagine è finita… il Regno Unito interverrà solo nel caso di interessi nazionali… Le nazioni sono responsabili delle proprie popolazioni e i loro poteri derivano dal consenso dei governati, e possono scegliere di aderire ad organizzazioni internazionali, cooperare o commerciare con chi desiderano”. C’è un messaggio chiaro nel rapporto sulla “post-primazia” del Pentagono. I giorni in cui le “dubbie” coalizioni guidate dagli Stati Uniti avviavano azioni militari unilaterali, sono finiti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora