Come l’Iran gioca gli USA

Aaron David Miller CNN 22 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora1380104323707.cachedSe dovessi descrivere la relazione USA-Iran in una parola sarebbe “ingannati”. Giochiamo a dama sulla scacchiera del Medio Oriente e Teheran gioca a scacchi tridimensionali. L’Iran non ha alcun problema nel conciliare il proprio comportamento malvagio e contraddittorio, mentre ci contorciamo sui nodi delle nostre difficili scelte, sempre a convincerci che la politica statunitense sulla questione nucleare è giusta. L’Iran non è estraneo alla regione, ma facendo della questione nucleare il tutto e per tutto che ne ridurrebbe la potenza, gli Stati Uniti ingigantiscono soltanto Tehran. Si consideri ciò:

Violazioni dei diritti umani
Il rapporto USA-Iran non è simmetrico. Non è come se entrambi facciano cose terribili e cerchino un compromesso equo e giusto per fermare i rispettivi pessimi comportamenti. L’Iran sta per processare un cittadino degli Stati Uniti, un reporter del Washington Post (una spia. NdT) e abbiamo detto che, anche se protestiamo, manterremo la questione sul nucleare distinta non solo da questo caso, ma dagli abusi iraniani sui diritti umani, tra cui il comportamento delle loro milizie sciite in Iraq (sconfiggendo al-Qaida e SIIL, emanazioni della CIA/Mossad. NdT). Posso solo sperare in un retroscena attentamente orchestrato che prevede l’Iran rilasciare Jason Rezaian. In caso contrario, legittimiamo un regime malvagio e compromettiamo valori e interessi degli USA nel processo cje non assicura che tutti gli statunitensi detenuti dall’Iran siano liberati nell’ambito dell’accordo nucleare.

Alleati
Gli USA si alienano gli alleati più stretti per l’accordo con l’Iran, e l’Iran riprende e rafforza rapporti nuovi e vecchi, con coloro che gli sono sempre più dipendenti perché vedono la potenza dell’Iran crescere. I nostri amici non sono perfetti, in particolare i sauditi e persino gli israeliani. Ma ne abbiamo bisogno proprio perché l’Iran avanza. Purtroppo, l’amministrazione indica che l’accordo sulla questione nucleare ha la precedenza sulle loro priorità. Nel frattempo, gli alleati dell’Iran, la Siria di Bashar al-Assad, Hezbollah e ora gli huthi, non delegati ma strumenti convenienti, vedono cosa accade e sono disposti a prestarsi ancora più al gioco iraniano. I russi, anche, si rendono conto che la questione nucleare gli dà la copertura per vendere sofisticati sistemi di difesa antimissile e ben presto esportare ancora di più, aumentando influenza e valuta. Perdiamo amici; l’Iran li guadagna. In una delle più crudeli delle ironie, il ritorno dell’Iran nell’economia globale è il risultato della stessa questione che l’ha reso un paria: la questione nucleare.

Siria e Iraq
Mentre il mondo arabo si scioglie e non ha un più una potenza nell’epicentro, (Egitto, Iraq, Siria), l’Iran avanza. L’argomento qui non è che l’Iran si prende il Medio Oriente. Ma nella sua zona d’influenza, zona critica per gli Stati Uniti, Siria, Iraq, Golfo, Yemen, Libano, espande l’influenza, non la contrae. Washington non gioca in questo tipo di gioco, inciampa su tutto cercando di capire come combattere il SIIL in Siria senza ancora rafforzare al-Assad (nessuna risposta), come combattere il SIIL in Iraq senza favorire il governo degli sciiti e alienarsi i sunniti (senza risposta) e come sostenere i sauditi nello Yemen senza consentirgli di peggiorare le cose con i loro attacchi aerei (nessuna risposta). L’Iran da tempo sa oramai gestire le contraddizioni. In effetti, si può usare la minaccia del SIIL per trattenere gli statunitensi dall’indebolire il loro alleato al-Assad, ed espandere l’influenza in Iraq con il pretesto di combattere una battaglia di reciproco interesse. Nonostante il gruppo navale nel Golfo di Aden, gli Stati Uniti sono intrappolati, non disarmati. Non aspettatevi che le navi statunitensi fermino quelle iraniane. Come ha detto la portavoce del dipartimento di Stato Marie Harf, “Ci sono rapporti sull’invio delle navi statunitensi e voglio essere molto chiara in modo che non si abbia l’impressione sbagliata. Non sono lì per intercettare le navi iraniane. Lo scopo dei movimenti è solo garantire che le rotte rimangano aperte e sicure. Penso che ci sia qualche inesattezza e confusione. Voglio solo essere molto chiara che lo scopo non riguarda per nulla le navi iraniane“.

L’accordo nucleare
Ha chiaramente senso usare la diplomazia per limitare il programma nucleare iraniano. Ma non dobbiamo avere illusioni. In primo luogo, non porremo fine alle pretese sulle armi nucleari di Teheran, e due, permetteremo l’ascesa regionale con tale diplomazia nucleare, non limitarla. Una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non colpiranno al-Assad è la paura di rafforzare il SIIL, ma l’altra è che non vogliamo una guerra per procura con l’Iran in Siria. Mentre i russi hanno chiarito con il loro recente accordo sugli S-300 che i negoziati nucleari fanno dell’Iran un partner più accettabile. E i veri frutti della diplomazia non sono nemmeno apparsi. Togliendo le sanzioni i mullah saranno più sicuri e riavranno le risorse per sostenere, e non ridurre, le loro aspirazioni regionali. Abbiamo il nostro letto, e a quanto pare ora ci corichiamo per dormire. L’accordo nucleare scongiura la crisi sulla questione nucleare, per ora. Ma a meno che non cambi sul serio il comportamento dell’Iran, ci ritroveremo con un Iran più potente alla fine.

AP178627920440Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il muro missilistico russo dell’Iran

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 18/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora1044832La vulgata sul conflitto tra l’occidente e l’Iran è sempre stata quella di uno Stato canaglia pericoloso intenzionato ad avere armi nucleari per scatenare l’Armageddon nucleare contro Israele. Sotto tale rozza propaganda c’è una verità più complessa sul conflitto per procura tra Oriente e occidente. Così com’era avvenuto nella prima e seconda guerra mondiale, posizione strategica, risorse e popolazione dell’Iran costituiscono un prerequisito necessario per prima contenere e poi sconfiggere l’ordine politico di Mosca. Questa volta, oltre Mosca, l’asse occidentale intende circondare e sconfiggere anche Pechino. A differenza delle guerre mondiali, grandi guerre di logoramento e invasioni meccanizzate non sono possibili oggi. Invece, una campagna concertata di guerre per procura, sovversione politica occulta, sanzioni e altri strumenti non militari sono impiegati in ciò che è a tutti gli effetti un conflitto globale. A definirne i fronti, oltre alle alleanze politiche ed economiche, è la presenza del “muro missilistico” o programmi di difesa missilistica nazionali attuato in Oriente e occidente. Laddove finiscono queste mura missilistiche, generalmente inizia la dichiarata aggressione militare dell’occidente. In Libia, Siria, Iraq e Yemen dove tali sistemi missilistici erano assenti, l’occidente bombardava o bombarda queste nazioni con assoluta impunità. Le Nazioni Unite, in teoria, avrebbero dovuto impedire l’aggressione a Libia, Siria, Iraq e Yemen, ma ha categoricamente fallito. Con le nazioni dotate di difese missilistiche formidabili, l’aggressione diretta occidentale è più o meno impensabile, lasciando che operino le meno efficienti guerre per procura e sovversione politica. La presenza di sistemi di difesa antimissile può trattenere l’aggressione militare occidentale, è ciò che sarebbe necessario per stabilire equilibrio di potere e stabilità globale che le Nazioni Unite hanno promesso, ma finora mai dato.

Iran, l’ultimo baluardo
Nazioni come l’Iran, dove le guerre per procura non possono essere facilmente condotte e la sovversione politica eterodiretta è stata sconfitta, l’occidente da anni prevede opzioni militari per avere il cambio di regime a Teheran. Presenti nel rapporto “Quale percorso per la Persia?” del Brookings Institution, tali opzioni includono l’uso delle trattative diplomatiche, in particolare sul programma nucleare civile iraniano, per giustificare gli attacchi alle strutture di ricerca nucleare iraniana. Gli attacchi non porterebbero sicuramente a un cambio di regime, ma i politici occidentali sperano che provochino una rappresaglia iraniana che l’occidente utilizzerebbe per espandere le operazioni militari fino al cambio di regime. Scritto nel 2009, “Quale percorso per la Persia?” comprende molteplici scenari ormai palesemente testati e falliti. Rimangono i colloqui sul nucleare avviati dagli Stati Uniti, destinati ad apparire come atto di buona volontà verso l’Iran. Israele ha il compito di attaccare unilateralmente gli impianti nucleari iraniani, affermando che il “tradimento” degli USA che non gli lascia altra scelta. Ancora una volta, nella speranza che l’Iran si vendichi, o in seguito a un attacco sotto falsa bandiera fatto apparire come rappresaglia iraniana, gli Stati Uniti interverrebbero per aiutare Israele. In altre parole, l’accordo nucleare è un trucco, con l’occidente non solo non intenzionato ad onorarlo, ma ad usarlo per giustificare un attacco agli impianti nucleari, seguito da una coalizione volta a rovesciare il governo iraniano. Tuttavia “Quale percorso per la Persia?” non ha preso in considerazione, come è stato, la crescente influenza della Russia nel conflitto attuale e la capacità di sfruttare l’opportunità aperta brevemente dalla malafede dell’occidente con la sua “buona volontà” verso Teheran del presunto “riavvicinamento”. L’occidente sostiene di essere soddisfatto da termini ed impegno sull’accordo nucleare dell’Iran, avanzando la firma formale nei prossimi mesi. Com’era prevedibile, mentre tale soddisfazione dovrebbe in teoria portare alla revoca delle sanzioni, l’occidente non ha compiuto alcun gesto di buona volontà finora. La Russia da parte sua inizia a togliere le sanzioni. Ciò include l’accordo petrolio-merci con l’Iran, così come la consegna di diversi sistemi missilistici antiaerei S-300. I missili in particolare, da consegnare 5 anni fa, possono complicare notevolmente qualsiasi tentativo occidentale di tradire l’Iran nel firmare e onorare l’accordo nucleare. Con l’acquisto e dispiegamento effettivo dei sistemi missilistici S-300, l’Iran sarà dietro un “muro missilistico” che aumenterà drasticamente il costo di un atto già potenzialmente rischioso di aggressione militare contro Teheran da parte di Israele, Stati Uniti, entrambi, o Arabia Arabia, che ha recentemente iniziato unilateralmente a bombardare il vicino Yemen.

Iniziano le strette di mano
A seguito della decisione della Russia di fornire i sistemi S-300, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato che le sanzioni vanno revocate “nel modo più coeso possibile”. In altre parole assieme e secondo l’occidente. Bisogna chiedersi se l’occidente si sia veramente impegnato a riavvicinarsi all’Iran, allora perché, come atto di buona fede, non ha tolto almeno alcune sanzioni alleviando il peso socioeconomico che infligge il popolo iraniano da anni? Va anche chiesto perché l’occidente ha reagito negativamente alla revoca delle sanzioni della Russia, così come alla fornitura di un sistema d’arma puramente difensivo. L’occidente, si potrebbe sospettare, rimprovererebbe la Russia per la fornitura di un sistema difensivo all’Iran solo se prevede di tradirlo del tutto, proprio come fecero gli Stati Uniti con Iraq, Siria e Libia, nelle varie fasi di riavvicinamento con ciascuna di esse prima che gli annientassero o tentassero di farlo; c’è ogni ragione di credere che tradiranno anche l’Iran. La risposta negativa dell’occidente alla consegna dei sistemi missilistici S-300 è particolarmente ipocrita dato che erige il proprio “muro missilistico” intorno Russia e Cina. Le assicurazioni dell’occidente secondo cui Russia e Cina non hanno nulla da temere da tali sistemi missilistici puramente “difensivi” viene ricambiata da Mosca incrementando la difesa missilistica dell’Iran.

Quanto è forte il Muro?
L’S-300 è, secondo varie fonti, tra cui lo statunitense International Assessment and Strategy Center (IASC), uno dei sistemi di difesa missilistica più formidabili in campo. Secondo un rapporto dell’IASC intitolato, “Almaz S-300 – La Difesa aerea “Offensiva” della Cina“: “I sistemi SAM S-300 sono uno dei più letali, se non il più letale, dei sistemi SAM di difesa aerea in servizio, con una gamma di derivati più potenti dispiegati dalla Russia, o in fase di sviluppo”. La relazione sottolinea che i sistemi missilistici difendono non solo lo spazio aereo di una nazione, ma possono negare alle forze aeree la possibilità di difendere il proprio spazio aereo. Questo potrebbe spiegare il motivo per cui la NATO, guidata dagli Stati Uniti, erige una rete missilistica vicino a Russia e Cina da anni. Tuttavia, non vi sono casi noti di S-300 usati in combattimenti reali. La deterrenza dell’S-300 è efficace solo se le forze impiegano il sistema e le capacità dei missili stessi sono effettive. E’ noto che la NATO ha già svolto esercitazioni in Europa concentrandosi in particolare su come aggirare i sistemi di difesa aerea di fabbricazione russa. Una tale esercitazione fu condotta nel 2005, chiamata Trial Hammer e riguardante la ‘Soppressione della Difesa Aerea Nemica’ (SEAD). Tali esercitazioni possono già operare sui modi per aggirare o neutralizzare sistemi come l’S300. Tuttavia, il rischio è che Israele o Stati Uniti lancino l’attacco all’Iran una volta che gli S-300 saranno operativi; perdendo un numero significativo di aeromobili non solo l’operazione fallirebbe, ma un duro e umiliante colpo verrebbe inferto alle forze coinvolte, con il velo dell’invincibilità del potere militare occidentale, in particolare aereo, perso per sempre innescando una rivolta a valanga nell'”ordine internazionale” che l’occidente ha creato soprattutto con la minaccia della propria forza militare. Inoltre, se l’Iran dovesse abbattere numerosi aeromobili coinvolti in un qualsiasi attacco unilaterale contro il suo territorio, avrà compiuto una “rappresaglia” proporzionale, negando la necessità di rispondere ulteriormente, smascherando del tutto un attacco sotto falso bandiera a nome dell’Iran. L’occidente fallirebbe operativamente, strategicamente e geopoliticamente. Perciò, forse a prescindere dalle reali capacità della S-300, il rischio sarebbe troppo grande per lasciare quest’ultima scommessa ai politici occidentali che tentano d’impedire l’ascesa dell’Iran a potenza regionale permanente, del tutta immune all’aggressione militare occidentale.
Come suggerito da altri analisti ,ciò non esclude del tutto la minaccia dei piani degli USA contro la Russia attraverso l’Iran. Se costretti ad accettare relazioni normali con l’Iran, in realtà rimuovendo le sanzioni agli idrocarburi iraniani inonderebbero il mercato e ridurrebbero i prezzi di cui la Russia da tempo beneficia e dipende. Resta da vedere se tale opzione piace ai politici occidentali più che incenerire l’acuta percezione di mezzo secolo d’invincibilità militare con i sistemi di difesa missilistica dell’Iran.

israeli-s-300-the-syria.siTony Cartalucci, Bangkok-basato ricercatore geopolitico e scrittore, in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giornata nera alla roccia nera: i palestinesi all’ultima spiaggia, o aiutano la Siria e il Baath o spariscono

Ziad al-Fadil, Syrian Perspective 6 aprile 2015CB68JiSWAAAlP5nSe un movimento di liberazione sembra un accordo finanziario, questo è il movimento di liberazione palestinese. Non importa ciò che i palestinesi dicono di se stessi; con un clamore troppo ostentato per un rispetto immeritato poiché, come si suol dire, hanno il più alto livello d’istruzione pro-capite del mondo e più importanti conquiste dell’auto-vittimizzazione rispetto a nativi americani, armeni, ebrei e tartari della Crimea. Anche il nome, al-Fatah, descrive la discesa di un popolo dai picchi del diritto all’ipocrisia dell’auto-immolazione in una tragedia granguignolesca perché, come vedrete, al-Fatah è un acronimo così moribondo che puzza di morte, quasi come se il nome sia stato inventato da un sionista su incarico di certi sauditi che si crede discendano dagli ebrei Qaybar d’Arabia. Ecco cos’è: al-Fatah deriva da Haraqat al-Tahrir al-Watani al-Filastini, il cui acronimo è Hataf, che significa “morte”, non proprio incoraggiante per i volontari provenienti dai numerosi campi profughi che punteggiano i confini arbitrari della Palestina storica. Beh, i palestinesi intelligenti decisero di sistemare le lettere (metatesi) capovolgendo “Hataf” in “Fatah” che (mutatis mutandis), significa “conquista” o “apertura”, molto meglio, anche se col retrogusto sgradevole di sapere il vero acronimo e dove tale movimento va a parare. Fin dall’inizio della tragedia, il Movimento di liberazione palestinese venne sussunto dal grandioso Movimento di liberazione arabo guidato da demagoghi carismatici come Jamal Abdal Nasir in Egitto e Huari Bumidiyan in Algeria, fino al fallimento del nazionalismo arabo nella debacle del giugno 1967, quando i palestinesi capirono che non c’era la reale speranza di ritornare in patria, al minimo, o di liberarla completamente, al massimo. Il mondo arabo era troppo fragile, troppo dilaniato dal settarismo, troppo oberato da sconvolgimento sociale, cupidigia, ideologie altisonanti radicate nel primo marxismo, leninismo, trotskismo, maoismo e tutte gli altri ossessioni-ismi europeidi, con chiacchierate in società, concerti rap e sciocchezze da sala biliardo dell’università americana di Bayrut. Decisero di fare da sé. Quando gli arabi cercavano di affiancarli, imploravano di non adottare la modalità dei vendicatori. Dall’orribile guerra del 1967 i palestinesi non riuscirono ad acquisire nuovi diritti, benefici o terre. Al contrario, i loro diritti furono strangolati dal regime sionista guidato da neonazisti come Yitzhak Shamir (Icchak Jeziernicky), Menahem Begin (Mieczyslaw Biegun) e Benjamin Netanyahu (Benjamin Mileikowski). I loro diritti furono radicalmente ridotti arrivando a servitù involontaria, servilismo e alla strana sensazione di essere ancora vivi. Le loro terre? Beh, ricorda solo l’incredibile contrazione del bastoncino di zucchero. Tutto ciò era terribile, non avevano dove andare.
SYRIA PEACE CYCLING TOUR ISRAEL Fin dall’inizio, la loro leadership fu irresponsabile, ondivaga e amorale. Quando Yasir Arafat, il loro iconico capo la cui diversità comportamentale difficilmente si distingueva da quella degli animali domestici, disse di aver permesso ai suoi collaboratori di rubare e accettare tangenti in modo da essere sazi e leali, diceva al mondo che la rivoluzione palestinese si era magicamente trasformata in una sorta di versione levantina della mafia di New York o della dogana dell’aeroporto di Bayrut. Furono così danneggiati che negli anni ’70 al-Fatah e OLP crearono la Qiyadat al-Qifah al-Musalah al-Filastini, una specie di polizia militare il cui compito era monitorare le trasgressioni nei propri ranghi. Come è andata a finire, non c’era nessuno a controllare il controllore e la corruzione divenne ancora più pervasiva in Libano, creando infine acrimonia continua e quindi la guerra civile. In Giordania, dove i palestinesi furono sconfitti nel settembre 1970 (settembre nero) dal regime hashemita supportato da sionisti e USA, o in Libano dove la loro presenza infastidiva le trincerate oligarchie maronite filo-occidentali, o in Siria dove, poi, divennero il bersaglio dei fanatici wahabiti, la loro fu una vita di continua rovina, degrado e masochismo imperturbabile. Ascoltandone i capi di oggi, Mahmud Abbas o Sayb Urayqat, la cui unica realizzazione è la biancheria da letto di Tzipi Livni, si potrebbe pensare che dovremmo stappare le bottiglie di Veuve Clicquot per un brindisi. E se si è fortunati, stappare bottiglie di Huis Clos. Infine conclusero il gioco nel successivo abominio dei cosiddetti vertici della Lega Araba che a malapena li cita, relegandoli allo status di terza classe, non diverso da quello sotto il tallone dei criminali sionisti. I palestinesi negoziarono lo “status speciale” nei Paesi arabi, dove i loro campi rimangono off-limits ai “regimi” arabi. L’esercito libanese da sempre molesta i funzionari del campo per avere qualche favore, qualche atto di rispetto. Che fosse il campo di Ayn al-Hilwa nel sud del Libano, o di Nahr al-Barid a nord dove l’esercito libanese assediò la banda omicida di Shaqir al-Absi, o di Baqah in Giordania, o qualunque enclave in cui fossero riusciti ad infilarsi, ricordando la loro dipendenza dagli inetti arabi, protessero la loro “rivoluzione” con una ferocia raramente dimostrata contro il peggiore degli oppressori. Vedete, quando il killer sionista e i suoi alleati in Libano vollero entrare a Sabra e Shatila, non negoziarono per nulla. Entrarono e massacrarono più di 3000 palestinesi. Ma non avete vissuto per vedere Yasir Arafat a Damasco scuotere la testa dimostrando finta repulsione con l’ex-vicepresidente siriano, traditore disgraziato e catamita dei francesi Abdulhalim Qadam, mentre guardavano in TV i corpi di famiglie palestinesi uccise da Samir Geagea e dai drogati di Eli Hobayqa, con l’ufficiale sionista Amir Drori che schioccava le labbra di soddisfazione. Indimenticabili. Diedi un gancio destro al muro più vicino rompendone l’intonaco. Arafat si faceva solo gli affari suoi.
Campo Yarmuq fu aperto nel 1958 e divenne un sobborgo di Damasco. Vi vivono per lo più palestinesi e alcune famiglie siriane, ed è esclusivamente sunnita, perché non potrebbero fare altrimenti! Considerando che una volta erano capanne fatiscenti, oggi vi sono appartamenti, boutique, mercati e altri indizi dell’intraprendenza finanziaria palestinese. Ma è anche un campo off-limits per l’esercito siriano, a meno che l’Autorità palestinese non tolga il divieto d’ingresso, ma s’è rifiutata di farlo perché la PA è un’organizzazione settaria al servizio dello Stato sionista, che blandisce gli statunitensi e coccola gli scimmioni trogloditi arabi. Vedete, quando si tratta di Mammona, non c’è peggiore supplicante del cosiddetto rivoluzionario palestinese. Tre giorni fa gli invasori del gruppo terroristico saudita-statunitense SIIL, aiutati dai nuovi alleati del gruppo terroristico saudita-statunitense Jabhat al-Nusra di al-Qaida, sono entrati da sud, dalla zona di Hajar al-Aswad (la roccia nera) nel campo Yarmuq, intrappolando 20000 abitanti e imponendo il loro nichilismo soffocante, nella canonica forma di un diritto adatto alle tribù del 10000 a.C. della valle di Olduvai. Fortunatamente, 2000 donne e bambini sono fuggiti verso l’esercito siriano che assedia il campo; l’esercito del governo legittimo della Siria ha rapidamente messo in sicurezza i profughi ad al-Tadamun e al-Zahiriya. L’esercito siriano ha ormai circondato il campo, manovrando per facilitare l’espulsione dei terroristi da Hajar al-Aswad. Una delle ragioni dell’attacco furono le informazioni ricevute dai terroristi secondo cui i palestinesi avevano stipulato tra loro un qualche patto per togliersi di mezzo gli ultimi cannibali nichilisti rimasti. I ratti non volevano nulla di tutto ciò e decisero di rendere la vita dei palestinesi ancora più miserabile di quanto i maroniti di destra libanesi e il loro padrone, l’Abominio sionista, avessero mai fatto.
Popular-Front-for-the-Liberation-of-Palestine-general-command Allora, di chi è la colpa di quest’ultimo fiasco? Si può accusare l’Esercito Arabo Siriano cui la miserabile e mercenaria PA non permise di entrare nel campo? Si possono accusare i selvaggi terroristi per la voglia istintiva di fare del Dio dell’Islam una specie di mostro patogeno? Oppure si può accusare la fallimentare leadership prostituita dei palestinesi, per aver trascinato in tale miseria coloro che guardano alla PA come una sorta di centro di gravità, e fors’anche come governo capace di prendere decisioni razionali volte ad alleviarne le sofferenze? Decisioni razionali? Considerando che il movimento sionista non teme di promuovere organizzazioni internazionali, gruppi di riflessione, associazioni di consulenza ed altri centri ebraici per raccogliere le conoscenze necessarie per mantenere il suo Stato-Ghetto sionista, i palestinesi, con tutto le loro arie sul maggiore numero pro-capite di laureati, non hanno bisogno di tali organizzazioni, gruppi di riflessione o associazioni. Al diavolo, la leadership palestinese è così straordinariamente abile nelle forme più profonde di pensiero politico che l’infusione di ulteriori consigli, conoscenze e aiuto dai geni della diaspora sarebbe superflua, quasi patetica. Con Abbas e Urayqat al timone, i palestinesi non rischiano il successo; fallimento e frustrazione sono sempre dietro l’angolo. Come Robert Gates disse una volta, “i palestinesi non si lasciano sfuggire l’occasione di perdere una chance“.
Il governo siriano, per decenni, ha dovuto intercettare il campo palestinese attraverso una serie di sotterfugi, creando al-Sayqa, risposta siriana a Fatah al-Asifa. Al-Sayqa era una milizia palestinese con molti ufficiali siriani. Poté agire nel campo e trasmettere informazioni su ciò che i palestinesi facevano sul piano militare. Un altro era il ramo palestinese dell’intelligence generale siriana che controllava e gestiva centinaia di residenti palestinesi in Siria e che avevano il compito di riferire sulle questioni relative alla “rivoluzione”. Altre fonti d’informazione furono il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Comando Generale) guidato dal capitano dell’esercito siriano Ahmad Jibril, palestinese di Yazur, Palestina, il cui interesse per l’ideologia era parallela all’interesse di un coccodrillo nel farsi spuntare le ali per volare. Jibril era ossessionato dalle dottrine militari, non da Marx, Lenin o Mao. Ogni volta i palestinesi rigettarono gli sforzi siriani per portare la rivoluzione nell’ambito del pensiero nazionalista arabo. Vi furono momenti in cui palestinesi, per motivi che possono essere imputabili solo a stupidità o settarismo, in realtà cercavano il conflitto con l’unica nazione araba il cui impegno per la Palestina era inattaccabile. Oggi, con il campo ancor più in frantumi con l’arrivo delle forze demoniache filo-saudite, la PA dev’essere dura con se stessa e decidere da che parte stare sul serio. Se sarà con gli Stati Uniti, continuerà a subire sconfitte. Non si rivolga a chiedere aiuto alla Lega araba, che ha sospeso l’adesione della Siria. Se sarà dalla parte dei sauditi, allora al diavolo la Palestina, perché è una causa persa. L’Arabia Saudita non è diversa dalla spazzatura sionista che protegge. Ma se i palestinesi pensano alla rivoluzione del 1967 e di come fallì forse, solo per questa volta, si uniranno al governo siriano e al Baath per riorganizzarsi sul modo con cui affrontare i nemici interni ed esteri, i nemici acquistati dagli arabi della penisola, i nemici che disperdono il patrimonio antico dei popoli di questa terra e che non esiteranno a distruggere ogni reliquia delle terre ricche di storia della Siria meridionale e della Palestina. Questa è la loro ultima possibilità. Ora o mai più.

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La coalizione saudita contro lo Yemen

Alessandro Lattanzio, 5/4/2015Houthis-3Anche se diverse agenzie e un portavoce della coalizione saudita si sono affrettati a riferire la distruzione totale dell’Aeronautica yemenita (YAF) con i raid aerei della coalizione, sembra che gli attacchi alle basi aeree dello Yemen non siano mai state volte a neutralizzare l’YAF, ma piuttosto ad avvertirla a non reagire. Il primo raid sulla base aerea al-Dulaymi, che condivide la pista con il Sana International Airport, ha visto la pista e un hangar distrutti assieme a 1 CN-235, 1 Beechcraft Super King Air, 1 AB-412 e 1 UH-1H, che non erano i mezzi più importanti dell’Aeronautica yemenita. Al contrario, questi 4 aeromobili era già stati radiati, necessitando di pezzi di ricambio da Arabia Saudita e Stati Uniti, che si rifiutavano di consegnarli per paura che la YAF operasse agli ordini di Ansarullah. Gli altri mezzi statunitensi ancora in servizio nell’Aeronautica yemenita, come gli F-5E, sono allo stremo per mancanza di pezzi di ricambio, e dovranno essere cannibalizzati per mantenere operativa almeno parte della flotta. Il primo attacco potrebbe quindi essere stato un avvertimento alla YAF a non partecipare al conflitto, rimanendo in attesa nelle basi aeree. Se Mansur Hadi ritornasse al potere, sicuramente ne avrebbe bisogno per colpire l’opposizione. Ciò potrebbe significare che la coalizione saudita risparmierà le preziose cellule dell’YAF il più possibile, impedendone l’uso per conto di Ansarullah. La pista è stata riparata in un giorno, permettendo all’Aeronautica yemenita di poter operare di nuovo. In risposta alla decisione di Ansarullah di riparare la pista e al fatto che l’YAF continua ad operare dalla base aerea, un secondo raid fu condotto contro la base di al-Dulaymi. Il raid del 29 marzo 2015 vide i cacciabombardieri della Royal Saudi Air Force (RSAF) colpire 11 hangar che avrebbero ospitato i MiG-29 dell’Aeronautica yemenita, ma almeno 6 hangar apparivano vuoti. Lo Yemen disporrebbe di 20 MiG-29 suddivisi tra la principale base aerea di al-Dulaymi e la base aerea di al-Anad, dove vi è un distaccamento con un paio di MiG-29. Ciò significa che non tutti i rifugi dei MiG-29 di al-Dulaymi erano occupati dai MiG-29. Una parte della flotta era concentrata nel capannone per la manutenzione.
041411130446k9ld868l6k72ivi All’operazione saudita partecipa il Sudan; Omar al-Bashir, presidente del Sudan, aveva dichiarato, “Il Sudan esprime supporto illimitato alla coalizione a sostegno della legittimità e conferma la partecipazione attiva alla coalizione per mantenere la pace e la stabilità nella regione”. Il colonnello Qalid Sad al-Sawarmy, portavoce delle Forze armate sudanesi, aveva detto che l’obiettivo dell’operazione era “proteggere i luoghi santi islamici e la regione”. Il Sudan cerca di bilanciarsi tra Paesi del Golfo e Iran, oltre al fatto che possibili esclusione economica, sanzioni ed espulsione di circa tre milioni di espatriati sudanesi che lavorano nel Golfo, sono fattori importanti nella decisione di Khartum di partecipare all’operazione contro lo Yemen. Intanto, gli Stati Uniti riavviavano l’invio di armamenti all’Egitto, dopo il congelamento imposto con la deposizione del presidente islamista Mursi. L’amministrazione Obama così consegnerà all’Egitto 12 caccia F-16, 20 missili antinave Harpoon e 125 kit per carri armati M1A1 Abrams, e inoltre Washington avrebbe ripreso l’invio di 1,3 miliardi di dollari di rifornimenti militari statunitensi all’Egitto. “Non abbiamo deciso di partecipare a tale guerra. Non abbiamo fatto alcuna promessa. Non abbiamo promesso alcun sostegno militare alla coalizione saudita contro lo Yemen“, dichiarava invece il ministro della Difesa del Pakistan Khawaja Asif. “In Siria, Yemen e Iraq la divisione è alimentata, ma va contenuta. La crisi ha le sue linee di faglia anche in Pakistan, non vogliamo risvegliarle. Tante minoranze e sette vivono in Pakistan. Qualsiasi assicurazione all’Arabia Saudita è volta alla difesa della sua integrità territoriale, ma vi assicuro che non vi è alcun pericolo di farsi coinvolgere in una guerra settaria“, affermava un ufficiale pakistano, “Nella precedente visita in Arabia Saudita, il premier Sharif e il comandante dell’esercito pakistano avevano deciso che inviare delle unità non sarebbe possibile“.
Il 30 marzo, la 19.ma Task Force della Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo Cinese (PLAN), in missione anti-pirateria nel Golfo di Aden e composta dalle fregate lanciamissili Linyi e Weifang e dalla nave rifornimento Weishanhu, avviava l’evacuazione di oltre 500 cittadini cinesi dal porto di al-Hudaydah, e altri 225 da Aden, nello Yemen. Il 1° aprile il governo indiano inviava 2 aerei da trasporto pesante C-17 Globemaster III dell’Indian Air Force (IAF), che rimpatriavano 358 cittadini indiani, e le navi della Marina INS Sumitra, INS Mumbai e INS Tarkash di scorta ai traghetti Kavaratti e Corals, per evacuare i restanti cittadini indiani. Dal 2 aprile, 4 aerei russi erano giunti a Sana evacuando oltre 600 cittadini russi dallo Yemen. 250 algerini venivano bloccati a Jiddah, il 4 aprile, per il divieto agli aerei di Air Algeria di attraversare lo spazio aereo saudita. Dopo l’offensiva aerea lanciata dai sauditi il 25 marzo contro lo Yemen, l’Algeria istituiva un centro di crisi per monitorare gli eventi. Presidenza della Repubblica e Ministero della Difesa nazionale e degli Esteri vi si coordinavano, studiando un piano di evacuazione. L’Arabia Saudita era contrariata dall’atteggiamento di Algeri, che criticava l’aggressione allo Yemen. Da Sana 160 algerini, 40 tunisini, 14 mauritani, 8 libici, 3 marocchini e 1 palestinese: 230 persone, dovevano essere evacuate dagli algerini che inviano un Airbus A330 dell’Air Algeria a Sana, che decolla il 3 aprile da Algeri. Il Ministero degli Esteri avvertiva Arabia Saudita ed Egitto della missione, condividendo il piano di volo con tutti i Paesi da sorvolare. Ma una volta che il volo entrava nello spazio aereo saudita, i caccia e il controllo del volo respinsero dallo spazio aereo l’Airbus che rientrava a Cairo, dove l’equipaggio fu fermato per 48 ore. Poi l’aereo decollò finalmente per Sana, recuperando le 230 persone da evacuare, che venivano poi bloccate all’aeroporto di Jiddah, prima di rientrare ad Algeri.1020103256Il 30 marzo, i sauditi bombardavano il campo profughi di al-Mazraq, nel governatorato di Hajah, uccidendo 29 persone e ferendone 41. Il 31 marzo navi statunitensi lanciavano un missile da crociera contro la base missilistica yemenita di Faj Atan. I comitati popolari di Ansarullah assumevano il controllo della base militare della 17.ma Brigata, a Bab al-Mandab, provincia di Taiz, che sorveglia lo stretto. Un raid aereo saudita sul porto di Hudaydah distruggeva due fabbriche di alimentari, uccidendo 37 operai. I sauditi colpivano anche una base militare a Sana e un edificio governativo a Sadah, nel nord dello Yemen. Ansarullah perdeva 35 soldati contro le milizie filo-saudite nei combattimenti per una grande base militare nella provincia di Shabwa, dove le forze filo-saudite perdevano a loro volta 20 elementi. A Dhalya, 100 km a nord di Aden, negli scontri con Ansarullah i filo-sauditi perdevano altri 10 elementi. Il 1° aprile, Ansarullah prendeva il controllo della residenza di Abdurabu Mansur Hadi ad Aden, dopo scontri costati 30 morti; intanto il Consolato Generale della Russia di Aden veniva danneggiato dai bombardamenti della coalizione saudita e poi saccheggiato dai miliziani di Ansarullah che, irrompendo nell’edificio, sottraevano attrezzature e documenti. In effetti, nel novembre 2014, i rappresentanti degli indipendentisti dello Yemen del sud consegnarono una lettera al consolato russo di Aden per chiedere aiuto per la secessione da Sana. Mosca però non rispose, in linea con la propria posizione sul conflitto yemenita, evitando di parteggiare con una delle parti prima della fine del conflitto. Il 2 aprile, i terroristi di al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP) attaccavano municipio, prigione centrale e banche di Muqala, liberando 300 detenuti islamisti. Il 3 aprile, aerei sauditi paracadutavano armi nella provincia di Aden, in favore dei combattenti dell’ex-presidente Abdurabu Mansur Hadi.
Va ricordato che fino al 1990 lo Yemen era diviso in due, e Aden era la capitale della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (Yemen del Sud), che rientrava nell’orbita sovietica. 5000 consiglieri militari sovietici collaboravano con il governo locale e oltre 50000 yemeniti (tra cui l’ex-presidente Mansur Hadi), studiarono nell’URSS. Oggi, nella regione di Aden operano la federazione tribale Hashid, guidata dal parlamentare Abdullah ibn Husayn al-Ahmar, e il gruppo paramilitare guidato dal generale Ali Muhsan al-Ahmar. La Repubblica Democratica Popolare dello Yemen era un Paese socialista, più moderno e più istruito dello Yemen del Nord, ed oggi la sua eredità è rappresentata dal Partito Socialista yemenita. Dopo l’unificazione, Sana emarginò ed espulse i sudisti dall’esercito e dalle forze dell’ordine suscitando il malcontento che alimenta il movimento indipendentista. Nel febbraio 2015, una delegazione di Ansarullah incontrò dei parlamentari russi a Mosca, chiedendogli di riconoscere l’autorità di Ansarullah. Ma l’incontro avvenne due giorni dopo che l’ex-presidente Mansur Hadi aveva ritirato le dimissioni. Due settimane dopo l’ambasciatore russo nello Yemen incontrava l’ex-presidente Mansur Hadi ad Aden, per esprimengli il sostegno della Russia. Quindi, a fine marzo 2015, il ministro degli Esteri di Mansur Hadi, Riyadh Yasin, incontrava il viceministro degli Esteri russo Bogdanov, durante il vertice della Lega araba in Egitto, a Sharm al-Shaiq. Dopo l’avvio dei raid sauditi, il portavoce del Ministero degli Esteri russo Aleksandr Lukashevich dichiarava che “i metodi armati per risolvere i problemi interni yemeniti sono categoricamente inaccettabili” e che il conflitto nel Paese “può essere risolto solo con un ampio dialogo nazionale”.
CBC3F-WU8AAKR-o Il 3 aprile, aerei da guerra sauditi bombardavano Sana, Sada, Ranah, Faqim, Munabah, Ghamir e Ghur, uccidendo 18 civili. L’esercito yemenita si scontrava con al-Qaida a Qraytar e Mutala, e con le milizie di Mansur Hadi ad al-Husn, Mala, Shabaqa e Aden dove avanzava su Shayq Udwan e Mansura, rastrellando le aree a nord e a ovest di Aden. Il portavoce di Ansarullah, Muhammad Abdulsalam, dichiarava “Nella seconda settimana dell’aggressione, gli invasori non hanno raggiunto alcun obiettivo morale o militare. Hanno distrutto solo infrastrutture e strutture pubbliche e private per colpire il popolo yemenita. Hanno distrutto beni pubblici e fabbriche dello Yemen, è stupidità non una vittoria“. Il 5 aprile, i sauditi bombardavano il porto di al-Salif, nella provincia di al-Hudaydah, l’aeroporto militare di al-Hudaydah, depositi militari sul Jabal Nuqum, una base della Guardia Repubblicana, il quartier generale della polizia militare e una base dei genieri a Sana, uccidendo 11 civili. Altre 24 persone furono uccise nei bombardamenti aerei sauditi nelle province yemenite di Abyan e al-Bayda, il 4 aprile. Ad Aden, 36 militanti di Ansarullah e 11 miliziani filo-sauditi decedevano nei combattimenti nel quartiere Muala, vicino al porto, de dove Ansarullah veniva respinto.

yemen_ing-06-2-jpg20141020195918Lo Yemen e l’Oceano Indiano
L’arcipelago yemenita di Suqutra (Socotra) nell’Oceano Indiano si trova a 80 chilometri al largo del Corno d’Africa e a 380 km a sud della coste yemenite. L’isola di Suqutra è al crocevia delle rotte strategiche del Mar Rosso e del Golfo di Aden. Gran parte delle esportazioni industriali cinesi verso l’Europa occidentale transita attraverso questa rotta. Il commercio marittimo da Est e Sud Africa verso l’Europa occidentale transita in prossimità di Suqutra attraversando Golfo di Aden e Mar Rosso. Una base militare a Suqutra potrebbe essere utilizzata per sorvegliare il movimento delle navi sul Golfo di Aden. “L’Oceano Indiano è un’importante via marittima che collega Medio Oriente, Asia orientale e Africa con Europa e Americhe. Vi sono quattro vie di accesso fondamentali che agevolano il commercio marittimo internazionale: Canale di Suez in Egitto, Bab-al-Mandab (tra Gibuti e Yemen), Stretto di Hormuz (tra Iran e Oman) e Stretto di Malacca (tra Indonesia e Malaysia). Tali ‘stetti’ sono fondamentali per il commercio mondiale del petrolio, per le enormi quantità di greggio che li attraversa“. (Amjed Jaaved, Un nuovo focolaio di rivalità, Pakistan Observer, 1 luglio 2009) Inoltre, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermava al Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) dell’Egitto che “Garantire la navigazione nel Mar Rosso e proteggere lo stretto di Bab al-Mandab è una questione di sicurezza nazionale egiziana e araba“. Dal punto di vista militare, l’arcipelago di Suqutra è su un nodo strategico marittimo. Inoltre, l’arcipelago si estende su un’area marittima relativamente grande del Golfo di Aden, a partire dall’isola di Abd al-Quri. Questa zona marittima di transito internazionale si trova nelle acque territoriali yemenite. L’obiettivo degli Stati Uniti è sorvegliare l’intero Golfo di Aden, dalle coste yemenite a quelle somale. Suqutra è a circa 3000 km dalla base navale statunitense di Diego Garcia, tra le più grandi strutture militari all’estero degli USA. Il 2 gennaio 2010, l’allora presidente Salah e il generale David Petraeus, allora comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, s’incontrarono a porte chiuse, per ridefinire il coinvolgimento militare USA nello Yemen, tra cui la creazione di una base militare sull’isola di Suqutra. L’ex-presidente dello Yemen, Ali Abdullah Salah, avrebbe “ceduto Suqutra agli statunitensi che vi avrebbero ostruito una base militare, sottolineando che i funzionari degli Stati Uniti e del governo yemenita decisero d’istituirvi una base militare per contrastare i pirati e al-Qaida“. (Fars News, 19 gennaio 2010) Il giorno prima della riunione Salah-Petraeus a Sana, il generale Petraeus confermò che l'”assistenza alla sicurezza” dello Yemen sarebbe passata da 70 ad oltre 150 milioni di dollari, un aumento di 14 volte dal 2006. La creazione di una base aerea sull’isola di Suqutra fu descritta dai media statunitensi come parte della “guerra globale al terrorismo”: “Tra i nuovi programmi, Salah e Petraeus hanno deciso di consentire l’uso di aerei statunitensi, forse droni, così come di “missili navali”, in operazioni preventivamente autorizzate dagli yemeniti, secondo un alto funzionario yemenita. I funzionari degli Stati Uniti dicono che sull’isola di Suqutra, a 200 miglia dalle coste yemenite, si costruirà da una piccola pista di atterraggio una base completa per sostenere un maggiore programma di aiuti nella lotta ai pirati somali. Petraeus voleva anche rifornire le forze yemenite di attrezzature come Humvees blindati ed ulteriori elicotteri“. La struttura militare statunitense proposta a Suqutra, tuttavia, non si limitava a una base aerea. Era anche prevista una base navale. Lo sviluppo dell’infrastruttura navale di Suqutra era già in cantiere; un paio di giorni prima dell’incontro Petraeus-Salah, il governo yemenita approvò 14 milioni di dollari di prestiti dal Fondo del Quwayt per lo sviluppo economico arabo (KFAED) per lo sviluppo del previsto porto di Suqutra. L’arcipelago yemenita rientra nel Grande Gioco che oppone Russia e USA. Durante la guerra fredda, l’Unione Sovietica aveva una presenza militare a Suqutra, che all’epoca faceva parte dello Yemen del Sud. Nel 2009, i russi ebbero nuovi colloqui con il governo yemenita per creare una base navale sull’isola. Un anno dopo, nel gennaio 2010, nella settimana successiva alla riunione Petraeus-Salah, un comunicato della marina russa “conferma che la Russia non aveva rinunciato ai piani per una base navale… sull’isola di Suqutra“. Nel 1999, Suqutra fu scelta “come sito su cui gli Stati Uniti prevedono di costruire una base dell’intelligence elettronica…” I media dell’opposizione yemeniti riferirono che “l’amministrazione dello Yemen accettava di permettere agli Stati Uniti l’accesso militare a un porto e a un aeroporto a Suqutra“. Secondo il quotidiano dell’opposizione al-Haq, “un nuovo aeroporto civile a Suqutra, per promuovere il turismo, sarà opportunamente costruito in conformità alle specifiche militari degli USA“. La creazione di tale base militare degli Stati Uniti rientrerebbe nel processo di controllo dell’Oceano Indiano, integrando l’isola nella struttura incentrata dalla base militare di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos.socotra-island-xeric-shrubNell’ambito di questo processo, nel 2004, durante il vertice della NATO ad Istanbul, veniva istituto il programma di partnership militare in Medio Oriente: l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul (ICI) che comprende i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo Bahrayn, Quwayt, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Bahrayn ed Emirati Arabi Uniti avevano truppe sotto il comando della NATO in Afghanistan, e Qatar ed Emirati Arabi Uniti inviarono aerei da guerra a bombardare la Libia nel 2011. Per la NATO “la sicurezza dei suoi partner nel Golfo è d’interesse strategico“. Il 14 giugno 2012, l’assistente del segretario di Stato per gli affari politico-militari Andrew Shapiro dichiarò al Global Economic Statecraft Daysottolineiamo l’impegno degli USA a mettere il lavoro degli americani al centro della politica estera… Il nostro lavoro in campo politico-militare, espandendo la cooperazione per la sicurezza con i nostri alleati e partner, è fondamentale per la sicurezza nazionale e la prosperità economica degli Stati Uniti. Ed è anche una parte importante degli sforzi del dipartimento di Stato per governare l’economia… Oggi posso confermare che è già un anno record per le vendite militari all’estero, vendite tra governi. Abbiamo già superato 50 miliardi di dollari di vendite nell’anno fiscale 2012. Ciò rappresenta un aumento di almeno 20 miliardi di dollari dall’anno fiscale 2011, e abbiamo ancora un trimestre fiscale. Mettendo ciò nel contesto, l’anno fiscale 2011 è stato un anno record con poco più di 30 miliardi. Quest’anno fiscale sarà almeno del 70 per cento più grande dell’anno fiscale 2011…” Il 60% delle vendite di armi all’estero era dovuto a un contratto da 30 miliardi di dollari con l’Arabia Saudita per 84 jet da combattimento F-15S, firmato nel dicembre 2011 nell’ambito di un accordo da 67 miliardi di dollari del 2010 per la vendita anche di bombe antibunker da 2 tonnellate, 72 elicotteri d’assalto Black Hawk e 70 elicotteri d’attacco Apache Longbow, missili Patriot Advanced Capability-2 e navi da guerra. Il più grande contratto bellico nella storia. Inoltre il 25 dicembre gli Stati Uniti firmarono un accordo per vendere 96 missili intercettori Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) agli Emirati Arabi Uniti, il primo Stato arabo ad aprire un’ambasciata presso la NATO. L’11 giugno 2012 Stati Uniti e Turchia iniziarono le esercitazioni Anatolian Eagle-2012/2 cui parteciparono aerei da guerra di USA, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Pakistan, Spagna e Italia.
Lo geostratega dell‘US Navy, contrammiraglio Alfred T. Mahan, scrisse che “chi raggiunge la supremazia marittima nell’Oceano Indiano sarà un attore di primo piano sulla scena internazionale“. (L’Oceano Indiano e la nostra sicurezza). Ciò che intendevano gli scritti del contrammiraglio Mahan sul dominio strategico degli Stati Uniti sui grandi oceani, e l’Oceano Indiano in particolare, era che “Questo oceano è la chiave dei sette mari del XXI secolo; il destino del mondo sarà deciso in queste acque“.

2000px-South_Yemen_in_its_region.svgRiferimenti:
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Lo Yemen scatenerà la “guerra tra blocchi”?

Sharmin Narwani, Global Research, 3 aprile 2015 houthiC’è confusione mediatica su ciò che accade nello Yemen e in Medio Oriente. Gli esperti sottolineano che gli Stati Uniti seguono una politica schizofrenica sostenendo parti contrapposte nella lotta contro l’estremismo qaidista in Iraq e Yemen. Ma non è così difficile capire tali politiche divergenti, una volta comprese le cause delle lotte regionali. No, non è la battaglia tra sciiti e sunniti, lo scontro iraniano e arabo o il tanto sbandierato stallo tra Iran e Arabia Saudita. Sì, questi racconti hanno avuto un ruolo nel definire le ‘parti’, ma spesso solo nel modo più semplice, radunando forze su un obiettivo politico e riflettendo solo una parte della verità. Ma le “parti” delimitate al nostro consumo non spiegano, per esempio, il motivo per cui Oman e Algeria rifiutano di parteciparvi, perché la Turchia è dove si trova, perché Russia, Cina e BRICS partecipano, gli Stati Uniti sono così riluttanti ai vertici e perché, in numerosi conflitti regionali, sunniti, sciiti, islamisti, laici, liberali, conservatori, cristiani, musulmani, arabi e iraniani a volte si trovano dalla stessa parte. Non è solo uno scontro regionale, globale con ramificazioni ben oltre il Medio Oriente. La regione è semplicemente il teatro in cui ciò emerge. Yemen, Siria e Iraq sono solo le micce che possono o meno scatenare l’incendio. “La battaglia, nella sua vera essenza, al suo minimo comune denominatore, è tra passato coloniale e futuro post-coloniale“. Per motivi di chiarezza, chiameremo questi due assi, asse neo-coloniale e asse post-coloniale. Il primo cerca di mantenere lo status quo del secolo scorso; l’altro cerca di scrollarsi di dosso il vecchio ordine e di ritagliarsi nuove direzioni indipendenti. Se si guarda la scacchiera regionale, il Medio Oriente è afflitto da governi e monarchie sostenuti in tutto e per tutto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Si tratta degli “ascari” dell’occidente che non hanno fatto progredire i loro Paesi minimamente verso autosufficenza, democrazia o sviluppo autentico. Indebitati dal patrocinio ‘dell’impero’, questi Stati costituiscono il braccio regionale dell’asse neo-coloniale. Dall’altra parte della frattura geopolitica del Medio Oriente, l’Iran ha posto le basi dell’asse post-coloniale, spesso definito ‘asse della Resistenza’. Seguendo la visione anti-imperialista intrinseca della rivoluzione islamica del 1979, anche per le sanzioni e la politica di USA e UK, Teheran ha contrastato il sistema creandone un governo autonomo, avanzando le proprie ambizioni allo sviluppo e creando alleanze che sfidano lo status quo. Alleati fedeli dell’Iran sono Siria, Hezbollah e una manciata di gruppi della resistenza palestinese. Ma oggi, dopo le contro-rivoluzioni della primavera araba e il caos puro che ha creato, altri attori indipendenti si sono scoperti vicini all’asse della Resistenza. Nella regione sono Iraq, Algeria e Oman. Mentre fuori dal Medio Oriente, vediamo Russia, Cina e altri Paesi non allineati, intervenire sfidando l’ordine neo-coloniale.

L’asse neo-coloniale sbatte sul muro della primavera araba
Oggi, i regimi neo-coloniali semplicemente non possono vincere. Non hanno due componenti essenziali per mantenere l’egemonia: economia e obiettivi comuni. Da nessuna parte ciò è più chiaro che in Medio Oriente, dove numerose iniziative e coalizioni annaspano fin dall’inizio. Una volta che Muammar Gheddafi è stato rovesciato in Libia, tutte le parti si sono disperse e il Paese è in frantumi. In Egitto, la lotta per il potere ha contrapposto sunniti a sunniti, evidenziando il crescente scisma tra i due patroni del due Gulf Cooperation Council (GCC), Arabia Saudita e Qatar. In Siria, l’alleanza dei pesi massimi Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Francia, Stati Uniti e Regno Unito non riesce ad inscenare un coerente piano per il cambio di regime o anche gestirlo. Nel vuoto creato da tali piani concorrenti, gli estremisti di al-Qaida, altamente organizzati, sono intervenuti creando ulteriori divergenze tra i vecchi alleati. Gli egemoni occidentali, i colonizzati e i vecchi imperialisti, sono sempre più stanchi, allarmati e alla ricerca di una via d’uscita dal pantano sempre più pericoloso. Perciò devono trovare un compromesso con lo Stato regionale che ha la dovuta stabilità e potenza militare per combattere l’estremismo regionale, il vecchio avversario Iran. Ma l’Occidente è geograficamente distante dal Medio Oriente, e può reggere tali sconfitte in una certa misura. Per gli egemoni regionali, tuttavia, il ritiro dei loro patroni occidentali è un anatema. Come vediamo, Turchia, Arabia Saudita e Qatar si sono recentemente precipitati a risolvere le loro differenze per continuare a pianificare la rotta regionale nell’assenza occidentale. Tali Stati controrivoluzionari, tuttavia, condividono una visione grandiosa della propria influenza regionale, in definitiva sono desiderosi di raggiungere la supremazia. E la continua ascesa dell’Iran li ha davvero adombrati: la Repubblica islamica sembra divenire più forte con la ‘Primavera araba’, raccogliendo nuovi alleati, regionali e globali, e consolidando progressi. Per l’Arabia Saudita, in particolare, le vittorie continue dell’Iran sono insopportabili. Riyadh, dopo tutto, basa la leadership regionale sulla divisione settaria ed etnica rappresentata da soggetti arabi e sunniti contro “sciiti” e “iraniani”. Ora improvvisamente non solo statunitensi, inglesi e francesi minuettano con gli iraniani, ma il GCC stesso è profondamente diviso sulla questione se ‘dialogare o scontrarsi’ con la Repubblica islamica. Peggio, gli sforzi sauditi nel rovesciare Gheddafi, schiacciare le rivolte in Bahrayn, controllare politicamente lo Yemen, destabilizzare la Siria, dividere l’Iraq e conquistare l’Egitto, sembrano vanificarsi. In ogni caso, devono ancora consolidarsi vantaggi significativi, e ogni pantano minaccia di prorogare confusione e risucchiare sempre più fondi sauditi. Oggi, i sauditi sono circondati dai frutti marci dei loro vari interventi regionali. Hanno subito attentati dagli estremisti ai confini con Iraq e Giordania, molti di costoro beneficiati dai passati finanziamenti sauditi, e ora sono sfidati sul terzo confine, lo Yemen, da una forza determinata a fermare gli interventi sauditi. Oltre a ciò, Siria e Libano sfuggono dalla stretta di Riyadh, il Qatar quasi usurpa il tradizionale ruolo saudita nel Golfo Persico, l’Egitto civetta con Russia e Cina, Pakistan e Turchia continuano il loro ampi rapporti con l’Iran. Nel frattempo, gli iraniani non si preoccupano granché delle ire saudite. L’Iran ha intensificato il proprio ruolo regionale, soprattutto grazie alla controrivoluzione saudita, ed ha cautamente sventato gli attacchi di Riyadh, dove poteva. Ha sostenuto gli alleati, tanto quanto NATO o GCC farebbero in circostanze simili, ma con assai meno aggressività e rispettando alla lettera il diritto internazionale. I sauditi vedono mani iraniane in tutta la regione, ma è una fantasia, al meglio. L’Iran ha semplicemente fatto un passo quando l’opportunità lo permetteva, affrontando le minacce ed utilizzando i canali disponibili per smussare l’avanzata saudita nei vari teatri militari e politici. Anche la valutazione annuale sulla sicurezza della comunità dell’intelligence degli Stati Uniti, foglio che evidenzia periodicamente la “minaccia iraniana”, conclude nel 2015 che la Repubblica islamica dell’Iran ha “intenzione di smorzare il settarismo, essere partner reattivo e ridurre le tensioni con l’Arabia Saudita“. Eppure tutti vediamo, in questi giorni, i media occidentali e arabi urlare al “settarismo sciita, all’espansionismo iraniano e persiano“. Significativamente, la valutazione dell’intelligence statunitense apre la sezione sul “terrorismo” così: “lo slancio degli estremisti sunniti violenti continua e il numero di gruppi armati, membri e santuari degli estremisti sunniti è maggiore che in qualsiasi altro momento della storia“. E i funzionari USA ammettono: molti di tali estremisti sunniti sono aiutai e finanziati da niente altri che gli alleati di Washington, Arabia Saudita, Turchia e Qatar.

Il teatro yemenita, campo di battaglia finale?
Un alto funzionario di uno Stato dell’asse della Resistenza mi dice: “L’errore più grande che i sauditi hanno fatto è attaccare lo Yemen. Non pensavo fossero così stupidi”. La settimana scorsa i sauditi hanno creato un’altra ‘coalizione’ neo-coloniale, questa volta per punire gli yemeniti per aver cacciato il governo di transizione made-in-Riyadh e arrivando nella città di Aden. I principali avversari dei sauditi sono gli huthi, un gruppo di montanari con una base popolare nel nord e in altre parti dello Yemen, creata in dieci anni e sei guerre. I sauditi (e gli USA) identificano gli huthi come ‘sciiti’ e ‘filo-iraniani’ per galvanizzare la propria base regionale. Ma l’Iran ha poco a che fare con gli huthi dal loro emergere quale forza politica yemenita. E WikiLeaks dimostra che i funzionari degli Stati Uniti lo sanno. Un cablo dell’ambasciata USA a Riyadh del 2009 fa notare che l’ex-presidente filo-saudita dello Yemen, Ali Abdullah Salah, fornì “false o esagerate informazioni sull’assistenza iraniana agli huthi per trascinare i sauditi e regionalizzare il conflitto“, e le accuse che l’Iran armasse gli huthi erano false. Un altro cablo segreto chiarisce: “Contrariamente al ROYG (Republic of Yemen Gouvernement) che afferma che l’Iran arma gli huthi, la maggior parte degli analisti politici locali riferisce che gli huthi ottengono le armi dal mercato nero yemenita e anche dagli stessi militari governativi”. Salah fu deposto nel 2011 per la pressione della primavera araba, e con una torsione degna del complesso Medio Oriente, lo scaltro ex-presidente ora sembra sostenere i suoi ex-avversari, gli huthi, contro i vecchi protettori sauditi. Gli huthi aderiscono alla setta zaydita, che si pone tra sunnismo e sciismo, seguita dal 40 per cento degli yemeniti. Salah, che ha combattuto gli huthi in una mezza dozzina di guerre, è un zaydita, prova che i conflitti interni yemeniti sono tutt’altro che settari. In effetti, si potrebbe sostenere che il movimento huthi o Ansarallah, sia una forza centrale della ‘primavera araba’ yemenita. Le sue richieste, dal 2003, sono dopo tutto la fine della discriminazione, diritti economici, politici e religiosi, eliminazione della corruzione, denunciare i mali gemelli di USA e Israele (popolare sentimento arabo post-coloniale) e diventare attori istituzionali. Per garantirsi l’equilibrio favorevole nella primavera araba, l’asse neo-coloniale piazzò un pupazzo a capo della transizione dopo la dipartita di Salah, un presidente non eletto il cui mandato è finito un anno fa. Poi, un paio di mesi fa, gli huthi, presumibilmente con il sostegno di Salah e di decine di migliaia di suoi seguaci, spodestarono i rivali del regime fantoccio e occuparono la capitale yemenita Sana. Quando i sauditi minacciarono rappresaglie, gli huthi avanzarono verso sud… arrivando al fronte bellico contro lo Yemen di oggi,; una battaglia che i sauditi e il loro asse neo-coloniale non possono vincere. I raid aerei da soli non possono cambiare il corso della guerra, ed è improbabile che Riyadh e partner della coalizione possano aspettarsi che truppe a terra abbiano più successo, sempre che li schierino. Gli huthi hanno appreso negli ultimi dieci anni a combattere guerre convenzionali e di guerriglia. Questo relativamente piccolo gruppo di montanari è riuscito, nel 2009, a entrare per 30 km in territorio saudita e ad occupare decine di città saudite. Quando il partner della coalizione, l’Egitto, combatté una guerra nello Yemen, divenne il ‘Vietnam’ di Gamal Abdel Nasser che quasi mandò in bancarotta lo Stato. Anche il Pakistan sunnita, fonte tradizionale di personale per gli eserciti del GCC, sembra diffidare del conflitto. Anch’esso ne combatte uno simile, assieme a huthi, iraniani, siriani e iracheni, contro i violenti estremisti sunniti interni e le loro basi nel vicino Afghanistan. Nessuna somma di denaro saudita spegnerà l’ira dei pakistani, stanchi degli islamisti, se il loro governo s’impegnasse nella guerra yemenita contro gli stessi gruppi (gli huthi) che combattono al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP). E sì, è ironico che gli Stati Uniti ancora diano aiuti e intelligence alla coalizione saudita contro gli huthi che combattono al-Qaida. Ma, come già accennato, non è il vicinato di Washington, che non ha in tale lotta gli stessi obiettivi del suo stretto alleato saudita. Un funzionario dell’asse della Resistenza spiega: “Agli statunitensi va bene qualsiasi risultato: Se gli huthi vincono, li aiuterà a sbarazzarsi di al-Qaida nello Yemen. Se i sauditi vincono, beh, sono sempre alleati degli Stati Uniti. E se entrambe le parti entrano in una lunga guerra, “non è un problema”, riferendosi al sempre presente interesse degli Stati Uniti nel vendere armi. Nonostante un bando globale, gli Stati Uniti hanno venduto ai sauditi 640 milioni di dollari di bombe a grappolo negli ultimi due anni, alcune usate per bombardare lo Yemen in questi giorni. Le bombe a grappolo erano parte di un accordo da 67 miliardi di dollari per vendere armi all’Arabia Saudita, da quando le rivolte arabe iniziarono nel 2011.
Gli iraniani, nel frattempo, non fanno molto tranne insistere, assieme ai russi ed altri, che il bombardamento dello Yemen è criminale e che gli yemeniti devono risolvere i propri problemi con il dialogo. E perché dovrebbero agire? I sauditi si scavano la fossa, in questo momento, e accelerano la fine del piano neo-coloniale in Medio Oriente. “Teheran si rende conto che Riyadh ha dovuto creare una grande coalizione per combattere un gruppo ai margini dell’influenza iraniana, una vittoria di per sé“, dice il gruppo di analisi dei rischi conservatore statunitense Stratfor. La mossa di Riyadh, attaccando lo Yemen, trascina il non-così-più-sprecone regno in un altro pantano militare, e questa volta direttamente, bypassando del tutto gli ascari. Ogni attacco aereo allo Yemen, ed è chiaro dai primi giorni che decine di civili, compresi bambini, sono stati uccisi, rischia di attirare altri aderenti alla causa degli huthi. E ogni giorno in cui gli huthi sono costretti a combattere, AQAP ha l’opportunità di consolidare la presa sul resto del Paese. Il chiaro vincitore del conflitto difficilmente sarà l’Arabia Saudita, ma potrebbe essere al-Qaida, che sicuramente porterà l’asse post-coloniale sui mari strategici circostanti lo Yemen. La Lega araba, su costrizione dell’Arabia Saudita, ha alzato la posta chiedendo che solo la resa totale degli huthi (disarmando e ritirandosi) porrebbe fine agli attacchi aerei. L’ultimatum lascia pochissimo spazio al dialogo, e mostra un disprezzo sconvolgente per i normali obiettivi militari, che cercano di lasciare aperta una ‘finestra’ per i negoziati. Può darsi che i sauditi, che hanno rapidamente perso influenza e controllo in Siria, Iraq, Libano, Oman e altri Stati negli ultimi anni, abbiano deciso di gettarsi a capofitto sullo Yemen. O è solo una postura per darsi forza e rafforzare un ego livido.
Ma il conflitto si riequilibrerà da sé, come in Siria e in Iraq, trascinando altri elementi imprevisti. Con i conflitti che infuriano in Medio Oriente e invadendone i confini, l’asse post-coloniale è costretto a posizionarsi, mettendo in campo ciò di cui gli avversari sono privi: obiettivi comuni ed efficacia. Forse per la prima volta nel moderno Medio Oriente vediamo tale efficienza interna. Parlo in particolare dell’Iran e dei suoi alleati, regionali ed esterni, che non possono ignorare le minacce poste dal conflitto, più di quanto l’occidente possa ignorare il genio jihadista che lo minaccia da migliaia di chilometri di distanza. Quindi l’asse post-coloniale avanza nella regione proteggendosi, ricordando le lezioni apprese e seguendo precisi obiettivi comuni. I neo-coloniali sbatteranno sul muro yemenita, proprio come in Siria, Iraq e altrove. I loro obiettivi dispersivi faranno sì che accada. La preoccupazione principale, infilandosi nella tempesta yemenita, è se l’impero decadente impazzisse all’undicesima ora lanciandosi in una guerra diretta contro il suo vero avversario, l’asse post-coloniale. I sauditi sono un vero e proprio jolly, come lo sono gli israeliani, e possono provare ad accendere tale miccia. Quando la minaccia è cruciale, tutto è permesso. Sì, una guerra regionale è una possibilità per lo Yemen quanto lo era per la Siria. Ma la battaglia ai confini immediati dell’Arabia Saudita, il ground zero dell’estremismo armato e degli elementi più violentemente settari ed etnocentrici della banda anti-Resistenza, promette ulteriori e decisivi cambiamenti geopolitici in Medio Oriente. Dallo Yemen, come da qualsiasi scontro tra i due blocchi mondiali, una nuova realtà regionale emergerà: “I dolori del parto di un nuovo Medio Oriente” come gli statunitensi direbbero. E lo Yemen può ancora diventare il prossimo Stato arabo ad entrare nell’ordine post-coloniale.

CBDiAODVEAEcaKHCopyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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