Il Generale Sulaymani proclama la fine dello Stato islamico

FNA 21 novembre 2017Il Comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), General-Maggiore Qasim Sulaymani, in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL su Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico negli Stati regionali, e dichiarava che governi ed eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Sayad Hasan Nasrallah avevano sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere governi e nazioni summenzionati, è apprezzabile“, aggiungeva sottolineando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense (SIIL) e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “dominio dello SIIL“, concludeva il generale. Il Generale Qasim Sulaymani a settembre osservò che il gruppo terroristico SIIL era alla fine e che sarebbe sparito entro 3 mesi. “Tra meno di tre mesi dichiareremo la fine dello SIIL e della sua presenza su questo pianeta, e celebreremo la vittoria in Iran e nella regione“, dichiarò durante una cerimonia nella provincia di Gilan. “Assesteremo i nostri colpi in modo deciso e incessante al corpo canceroso creato da Stati Uniti e Israele“, aggiunse.
Uno dei motivi per cui l’Iran si è impegnato ad aiutare le nazioni siriana e irachena era che il problema dello SIIL non poteva essere risolto con la diplomazia nei due Paesi, affermava. “Mentre lo SIIL sosteneva che uccidere gli sciiti è imperativo, non c’era altra scelta che la Jihad (guerra santa)“, osservava il Generale Sulaymani, aggiungendo: “Il nemico era pronto a prosciugare l’Islam, a distruggere l’indipendenza dei musulmani e ad occupare gli Stati islamici“. “Oggi, la fiducia nell’Iran e nella sua forza non ha precedenti e altre nazioni e governi hanno molta fiducia nell’Iran perché è riuscito a salvare varie nazioni e alcun altro Paese può competere con l’Iran su ciò“. Il comandante aggiungeva che molti credevano che la guerra contro lo SIIL sarebbe divenuta una guerra tra sciiti e sunniti mentre oggi si assiste al sangue dei giovani sciiti versato per difendere l’onore del popolo sunnita. “Questa è una verità innegabile, se i giovani sciiti di Iran e Afghanistan non si fossero affrettati a difendere gli indifesi di Aleppo in Siria, avrebbero potuto essere massacrati dallo ISIL. Oggi l’unità, la solidarietà e l’amicizia esistenti tra sciiti e sunniti sono più forti che mai“, osservava il Generale Sulaymani.

La leadership degli Stati Uniti spezzata dalla presenza del Generale Sulaymani nel centro operativo di al-Buqamal
FNA, 21 novembre 2017

Un canale televisivo arabo affermava che il Comandante della Forza al-Quds dell’Iran, Generale Qasim Sulaymani, prendeva il comando della liberazione dell’ultima roccaforte dello SIIL, al-Buqamal, dopo che gli Stati Uniti avevano organizzato un complotto sofisticato per costringere l’Esercito arabo siriano a cedere la regione. “La dichiarazione della liberazione di al-Buqamal e il rapido ritiro (delle forze dell’Esercito arabo siriano) dalla città crearono una nuova e grande minaccia dagli statunitensi, che tentarono d’indebolire l’Esercito arabo siriano e gli alleati nella battaglia per la città“, riferiva al-Mayadin dopo che l’Esercito arabo siriano riprendeva al-Buqamal. Citava un comandante ad al-Buqamal affermare al momento della caduta che “quando dichiarammo la liberazione di al-Buqamal, eravamo ancora nella stazione T2 ma fummo costretti a dichiararne la liberazione per impedire che le loro Forze democratiche siriane (SDF – appoggiate dagli Stati Uniti) entrassero nella città”. “Oggi ci eravamo avvicinati ad al-Buqamal da tre lati: gli statunitensi cercavano d’impedire i voli aerei sulla regione e ci stavano indebolendo ad al-Buqamal, ma eravamo determinati a liberarla completamente“, aggiungeva.
Al-Mayadin affermava che le osservazioni del comandante mostrano perché il controllo del centro operativo venisse affidato al Generale Sulaymani, spiegando che il fronte della Resistenza cercava di sventare le trame degli USA per avere la leadership nella regione. Oggi, il Generale Sulaymani in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL in Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico SIIL negli Stati regionali, e affermava che i governi e gli eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Seyed Hassan Nasrallah, hanno sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere i governi e le nazioni summenzionati è apprezzabile“, aggiungeva, osservando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “controllo dello SIIL“, concludeva il Generale Sulaymani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Siria e Russia chiedono agli USA di andarsene

Ziad Fadil Syrian Perspective 16 novembre 2017Con lo SIIL alle corde, il suo capo Abu Baqr al-Baghdadi probabilmente eliminato da un attacco dell’Aeronautica siriana a giugno ad al-Mayadin, e i piani per frantumare la Siria frantumati, il governo di Damasco e il Cremlino hanno inviato chiaramente detto agli Stati Uniti di andarsene dalla Siria, o altrimenti. Ci sono circa 4000 truppe statunitensi in missione di combattimento a sostegno delle milizie curde (con alcuni siriaci/assiri) che dichiarano di combattere lo SIIL. È il piano statunitense di rimanere in Siria a tempo indeterminato per coordinare la lotta alle guerriglie sostenute dall’Iran in appoggio all’Esercito arabo siriano. Questo per far contenti i sionisti nella Palestina occupata e a New York City/DC. Non c’è altra ragione plausibile per tale violazione della sovranità di un altro Paese. Ci si aspetta che gli Stati Uniti sostengano che la loro presenza in Siria sia per autodifesa. Aspettatevi che la bambola dell’anno Nikki “Rhandawa” Haley tiri fuori lo stesso argomento di fronte alla brutale verità della presenza neo-colonialista degli Stati Uniti in Siria. E cosa diranno gli inglesi? Oh, sospetto che si schierino con lo Stato di diritto, visto che tutti gli Stati membri, ad eccezione dell’entità dell’apartheid sionista, prenderanno la stessa posizione. Dopo tutto, gli inglesi hanno perso pazienza e foglie di fico nel loro assalto criminale al governo di uno Stato aderente all’ONU. Se gli Stati Uniti decidono di rimanere nonostante le richieste siriane, l’unica opzione rimasta a Damasco, dopo che il Dottor al-Jafari avrà indicato Haley, è attaccare le forze statunitensi con le milizie filo-iraniane come Hezbollah. Oltre a scavare un altro pozzo nero per le truppe statunitensi, potrebbe anche comportare l’intervento sionista in aiuto dell’alleato yankee nel momento del bisogno; dopotutto, il primo ministro sionista Mileikowski (detto Netanyahu) ha promesso di continuare ad attaccare la Siria per impedire all’Iran di avere una base presso le alture del Golan. Mileikowski, che affronta diverse indagini per corruzione e concussione, ha bisogno di qualcosa per distogliere l’attenzione; e quale modo migliore che portare l’Apocalisse? No, miei lettori, ci stiamo dirigendo verso un disastro di trumpiana grandezza. E se, come fanfanoreggia Trump, è intenzionato a trasformare la Corea democratica in un parcheggio per le Hyundai, sarà molto peggio per il popolo statunitense. E (sbadiglio), se Trump decide di rigettare l’accordo nucleare dell’Iran, allora saremo in piena catastrofe. E tutto questo per gli scarafaggi sionisti.
Russia e Cina si fregano le mani contente, perché ciò preannuncia la loro inesorabile ascesa ai vertici del potere globale. Sanno che gli Stati Uniti non possono combattere una guerra su 3 fronti. Uno scenario del genere produrrà un colpo di Stato a Washington (dimenticate l’impeachment) e si tradurrà nella dissoluzione degli Stati Uniti d’America. Sarà la riedizione di “Sette giorni a maggio”. A meno che il pubblico statunitense non s’interessi e i soldati statunitensi comincino a tornare in sacchi di plastica in numero tale da umiliare la guerra in Vietnam. Di particolare interesse è il nuovo atteggiamento della Turchia nei confronti degli Stati Uniti. Non ci vuole un genio per capire che l’esercito turco si prepara ad aggredire le cosiddette SDF non appena capirà di poterlo fare senza uccidere soldati statunitensi. Ma deve camminare con cautela in questo campo minato diplomatico. L’invasione della Siria è esattamente questo e le ripercussioni internazionali potrebbero essere piuttosto nette. A meno che non riceva assicurazioni da Russia e Cina all’ONU, sarà molto cauto. Questo è un capitolo che va letto con sincero interesse.
Damasco: I terroristi nel Ghuta orientale leggono gli eventi in modo diverso. Ritengono che gli Stati Uniti si ritirino da Siria e Giordania. La debacle ad al-Tanaf è la prova che gli Stati Uniti non hanno il fegato di continuare. Ciò che i ratti non capiscono è che gli Stati Uniti non sono mai stati interessati a dargli potere, erano interessati solo a spodestare il Dottor Assad in modo da impedire che il gasdotto raggiungesse il litorale siriano, il che porterebbe al brusco declino dell’influenza statunitense in Europa. Se gli statunitensi sono nel nord-est della Siria, è solo perché vogliono bloccare l’estensione dell’oleodotto, non incoraggiare i ratti terroristi o l’opposizione dorata, mollati da Washington. E così, vedendo l’evidente, i ratti nel Ghuta orientale sferravano un feroce attacco alla base dell’amministrazione degli autoveicoli dell’Esercito arabo siriano ad Harasta. Il gruppo che si fa chiamare Ahrar al-Sham, aveva attaccato usando tunnel scavati abilmente per sorprendere i difensori. Quello che accadde invece fu la reazione dell’Esercito arabo siriano, improvvisa e ancora più feroce, respingendo l’attacco ed eliminando 36 ratti. L’Aeronautica Militare russa decollava subito per bombardare i tremebondi avvoltoi terroristici.
Hama: Il principale cecchino di “carri armati” del gruppo terroristico che si fa chiamare Jaysh al-Iza, veniva liquidato a nord di Hama. Si diceva che fosse il re dei sistemi missilistici TOW progettati per distruggere blindati e carri armati. Bene, il Sarab-1 sviluppato dalla Siria ha messo fine alla sua “gloriosa” carriera quando il capitano di un carro armato dotato del Sarab aveva “fatto cadere” il proiettile in arrivo. Dato che il terrorista era seduto in una trincea e osservava gli eventi, divenne un bersaglio facile per l’artigliere del T-72 spazzando via la bestiaccia. Come si chiamava il terrorista? Hamud Ahmad al-Hamud.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le operazioni ad al-Buqamal

L’8 novembre, l’Esercito arabo siriano accerchiava al-Buqamal, a sud-est di Dair al-Zur, e quindi poche ore dopo, Esercito arabo siriano, Hezbollah e milizie irachene liberavano al-Buqamal, l’ultima roccaforte dello SIIL in Siria, a pochi chilometri dal confine con l’Iraq.
Il 9 novembre, le forze siriane liberavano la base aerea al-Hamadan e al-Suqriyah, a nord-ovest di al-Buqamal, liberava i villaggi al-Huri e al-Suih, ad ovest di al-Buqamal, e liberavano il campo petrolifero Aqash, a sud di al-Buqamal.
Il 12 novembre, le forze dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco di un gruppo dello SIIL sul quartiere centrale di al-Buqamal. Aerei e artiglieria siriani bombardavano le posizioni de SIIL a nord di al-Buqamal, causando gravi perdite ai terroristi, tra cui l’eliminazione di diversi capi islamisti nelle aree occupate. Quando l’Esercito arabo siriano liberava al-Buqamal, veniva accertata la cooperazione diretta tra coalizione degli Stati Uniti e terroristi dello SIIL, quando numerosi gruppo armati islamisti fuggirono da al-Buqamal per il Wadi al-Sabha al confine tra Siria e Iraq. Il comando del raggruppamento russo in Siria inviò due richieste al quartier generale della coalizione degli Stati Uniti per effettuare un’operazione per eliminare i convogli dello SIIL sulla sponda orientale dell’Eufrate. Gli statunitensi si rifiutarono di attaccare i terroristi perché “si erano arresi volontariamente” in conformità alla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Tuttavia, gli statunitensi non risposero alla domanda posta dai russi sul perché i terroristi lasciassero la Siria a bordo di mezzi da combattimento e con armamenti pesanti, per raggrupparsi nei territori controllati dalla coalizione statunitense da cui prepararsi ad attaccare l’EAS presso al-Buqamal. Inoltre, per evitare che i terroristi venissero attaccati dai velivoli russi e siriani, gli aerei statunitensi cercarono d’interferire con le operazioni delle forze aeree russa e siriana. Velivoli statunitensi entrarono per 15 chilometri nello spazio aereo siriano sulla zona di al-Buqamal per impedirle. L’offensiva dell’EAS su al-Buqamal aveva sconvolto i piani statunitensi per imporre il controllo degli Stati Uniti sulla riva orientale dell’Eufrate, mentre i terroristi dello SIIL avrebbero agito col supporto di Stati Uniti e SDF. Furono trovate prove ad al-Buqamal che indicavano che terroristi si erano travestiti anche da miliziani delle SDF. Gli Stati Uniti coprivano i gruppi armati dello SIIL per permettergli di riprendersi, rischierarsi ed intervenire di nuovo su ordine degli statunitensi. Tra l’altro, la BBC rivelava l’esistenza di un accordo segreto tra lo Stato islamico (SIIL) e le forze democratiche siriane (SDF) e Stati Uniti all’inizio dell’ottobre 2017. “La BBC ha scoperto i dettagli di un accordo segreto che ha permesso a centinaia di terroristi e loro famiglie di fuggire da Raqqa, sotto lo sguardo della coalizione anglo-statunitense e delle forze curde che controllavano la città. L’accordo per lasciare che i terroristi sfuggissero da Raqqa, capitale del loro califfato, fu organizzato da funzionari locali, dopo quattro mesi di combattimenti che avevano devastato e spopolato la città“. Circa 3750 terroristi avevano potuto lasciare Raqqa.
Intanto, il 13 novembre, le unità siriane liberavano l’area di Tal Qufran, a sud-ovest di Zabyan, avanzando per 30 chilometri a sud di al-Mayadin. La SAAF bombardava le difese dello SIIL presso al-Buqamal, eliminando numerosi terroristi, inclusi diversi capi che avevano guidato la rioccupazione del quartiere centrale di al-Buqamal, tra cui Hazam al-Barqash, membro della shura dello SIIL, Hani al-Thalji, Abu Manzar Shishani e Abu Muhamad Safi. Il confine tra al-Buqamal e al-Tanaf veniva liberato dalle forze governative irachene e siriane, dopo che le forze irachene liberavano Aqlah Suab e la base al-Qamunat, e le unità siriane le mazrah Wadi al-Suab e Fiz al-Baj.

Gli USA in ritirata mentre le forze filo-russe avanzano in Medio Oriente

Finian Cunningham SCF 06.11.2017È stata una settimana intensa per il Medio Oriente. Le forze filo-russe sono avanzate ulteriormente sconfiggendo i fantocci sponsorizzati dagli Stati Uniti in Siria, con una terribile dimostrazione di potenza a lungo raggio aeronavale contro i terroristi nei pressi di Dayr al-Zur. Questo mentre il Presidente Vladimir Putin veniva accolto nella capitale iraniana dall’Ayatollah Khamenei, per una riunione che chiariva nettamente la nuova realtà dell’autorità geopolitica regionale. Pochi giorni dopo, il premier libanese Sad Hariri, sostenuto dai sauditi, si “dimetteva” a sorpresa, senza esserlo per chi segue gli eventi. Hariri fece un discorso scioccante dalla capitale saudita Riyadh, accusando l’Iran e l’alleato libanese Hezbollah di “destabilizzare” il suo Paese e persino di volerlo assassinare. L’Iran denunciava l’arcano di Hariri come “messinscena” ed attuazione del programma deciso da Washington ed alleati regionali, Arabia Saudita ed Israele, volto a colpire Iran ed Hezbollah. Il presidente del Libano Michel Aoun, che ha rapporti abbastanza buoni con Iran ed Hezbollah, non era contento dell’addio del primo ministro alla tv dalla capitale saudita. Aoun riferiva, piuttosto, che si aspettava che Hariri ritornasse in Libano per spiegare le dimissioni mentre soggiornava in un Paese straniero. Il presidente libanese aveva anche respinto le dichiarazioni sull’interferenza iraniana negli affari interni del suo Paese. Nel frattempo, contemporaneamente, i governanti sauditi lanciavano la retata contro i rivali nel regno con la scusa di un'”azione contro la corruzione”. Decine di principi sauditi, così come ministri attuali ed ex, arrestati o licenziati per consolidare ulteriormente il potere di re Salman e suo figlio, il principe ereditario Muhamad bin Salman. Le notizie sui media occidentali tendevano a rappresentare colpevoli gli accusati, suggerendo una pulizia anticorruzione. Mentre la realtà è che il regime saudita concentra il potere autocratico sbarazzandosi dei rivali interni presunti. La mossa renderà i Saud ancora più insicuri nel detenere il potere assoluto. Tali incantesimi per spaventare criminali e nemici vari, ci dicono che la fine è vicina. Un po’ come smuovere le sedie a sdraio mentre il Titanic cola a picco. È un’opera disperata, ma inutile ad evitare l’inevitabile. Una realtà inevitabile è che la Siria è stata salvata dall’asse degli USA e dal suo piano criminale per rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. La guerra di sei anni per il cambio di regime è stata sconfitta, soprattutto dall’intervento di Russia, Iran e Hezbollah a sostegno dello Stato siriano.
Quando Putin visitava Teheran, la scorsa settimana, era ovvio dall’interazione con l’Ayatollah Ali Khamenei che Russia-Iran sono la nuova forza dominante in Medio Oriente. L’asse guidato dagli Stati Uniti e con l’ordine di affermarvi il dominio col conflitto settario e il caos è decisamente in declino. La Siria rappresenta una grave sconfitta dell’asse guidato dagli Stati Uniti e, al contrario, una monumentale vendetta di Russia, Iran e Hezbollah che stabilizzaa una regione strategicamente importante. L’ex-premier libanese Sad Hariri ovviamente può gettare disperatamente i dadi al casinò dell’ultima chance. Ma non è sua l’iniziativa. Il patetico Hariri, dalla nazionalità saudita e libanese, esegue gli ordini dei suoi padroni dell’asse statunitense, accusando Iran ed Hezbollah di presunta discordia e di un complotto per assassinarlo, Hariri cerca con non chalance di gettare il suo Paese in una possibile guerra civile. Sad Hariri, miliardario il cui padre Rafiq fu ucciso con una bomba nel 2005, accende le tensioni settarie in Libano. Il suo Movimento futuro finanziato dall’Arabia Saudita accusa regolarmente Hezbollah di avergli ucciso il padre 12 anni fa. Non è chiaro chi uccise Rafiq Hariri. Hezbollah ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento. L’assassinio di Rafiq Hariri potrebbe essere stata una falsa bandiera di CIA e Mossad per accusare Hezbollah, incitare il settarismo regionale e demonizzare l’Iran. La drammatica, per non dire altro, dimissione di Sad Hariri da primo ministro libanese nel fine settimana, sembra un tentativo di riaccendere le passioni settarie in Libano e rientra nella trama per attuare l’agenda della destabilizzazione guidata dagli Stati Uniti nella regione. Avendo visto distrutto il loro piano nefasto in Siria, Washington e clienti regionali cercano di passare a un altro teatro. Il rifiuto dell’amministrazione Trump, il mese scorso, dell’accordo nucleare internazionale con l’Iran e l’adozione di nuove sanzioni di Washington per la presunta sponsorizzazione del terrorismo iraniano, sono coerenti col tentativo di aprire un nuovo conflitto. Trump vuole anche imporre nuove sanzioni a Hezbollah per presunto terrorismo nei confronti degli Stati Uniti. Dato che Hezbollah fa parte del governo di coalizione del Libano, le sanzioni di Washington vi alimenteranno le tensioni sociali e politiche. Ancora una volta il piccolo Paese mediterraneo è esposto ai pericoli della guerra civile per le ambizioni geopolitiche statunitensi, saudite e israeliane. Le cicatrici della guerra civile del Libano (1975-90) tra le fazioni religiose sono ancora vive. Hariri e i suoi manipolatori statunitensi e sauditi, deliberatamente riaprono quelle ferite. Tutto ciò perché l’asse statunitense non può sopportare la sconfitta storica subita in Siria per mano dell’Esercito arabo siriano, col sostegno di Russia, Iran ed Hezbollah. Tuttavia, il tentativo di spostare il conflitto altrove non è una mossa intelligente come i suoi orchestratori potrebbero pensare. Per cominciare, la regione e il mondo sono assai meglio informati sulla nevrotica agenda settaria e terroristica di Washington ed alleati. I clienti come Sad Hariri sono visti per ciò che sono. Volenterosi burattini che non hanno alcuna preoccupazione per il benessere delle proprie nazioni. Non solo Washington è denunciata come fonte dei conflitti in Medio Oriente, ma i suoi regimi clienti lo sono anche. Ciò spiega perché la Casa dei Saud si affretti a barricarsi contro un possibile dissenso interno. Ha i giorni contati e lo sa.
Naturalmente il pericolo è sempre presente. Ma la Russia ha ancora il diritto di essere orgogliosa di essere stata acclamata a ripristinare stabilità e pace in Medio Oriente. La Russia e i suoi alleati Iran, Libano, Siria e Iraq avanzano forgiando una regione innanzitutto al servizio degli interessi dei popoli, piuttosto che degli interessi di Washington e suoi regimi clienti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Putin e il Medio Oriente

Con la nuova iniziativa per porre fine alla crisi siriana, il presidente russo emerge quale principale regolatore della regione
Abdalbari Atwan, Rai al-Yum 1° novembre 2017Il Presidente Vladimir Putin sorprende regolarmente per i risultati politici, diplomatici e militari in Medio Oriente che ne affermano la qualità della leadership dimostrando di avere una strategia chiara per affrontare i vari problemi della regione, soprattutto la crisi siriana. L’intervento in Siria si è rivelato decisivo garantendo grandi successi sul campo: tregue nel Paese, istituzione di quattro zone di de-escalation e avvio dei colloqui quadro di Astana che hanno riunito i capifazione dell’opposizione armata coi rappresentanti del governo siriano. Putin ha sorpreso con un altro, e non meno importante, sviluppo. Sono stati invitati più di 33 fazioni e gruppi politici e tribali al dialogo nazionale di Sochi sul Mar Nero, per il 18 novembre. L’obiettivo è discutere e concordare a grandi linee la nuova costituzione siriana che deciderà carattere ed identità della Siria futura, consolidandone la convivenza e la partecipazione delle varie componenti confessionali ed etniche del Paese, ponendo le basi di un nuovo sistema politico istituito dalle tanto attese riforme. I tre Paesi interessati, Iran, Turchia e Siria, hanno accettato senza esitazione e approvato questo passo. Ciò significa che le parti più attive ed influenti della crisi siriana hanno adottato la tabella di marcia russa che vogliono abbia successo e sono altresì disposte a rimuovere eventuali ostacoli. La Turchia, per esempio, ha tolto il vecchio veto su qualsiasi coinvolgimento delle unità di protezione dei popoli curdi (YPG), che ha sempre visto come organizzazione ‘terroristica’ che sfida i suoi confini e minaccia la sua sicurezza. Ma non ha espresso alcuna obiezione alle YPG partecipi alla conferenza sulla Siria che mira ad includere i rappresentanti di tutti i gruppi etnici, religiosi e confessionali. La convocazione di questa conferenza, prevista tra tre settimane, dopo il settimo round dei colloqui di Astana, attesta la vittoria militare decisiva sul campo in Siria e l’avvio della fase politica dei colloqui e della riconciliazione nazionale, prerequisito per la stabilità e la ricostruzione.
Le conferenze sotto gli auspici nominali dell’ONU a Ginevra, sponsorizzate dagli Stati Uniti, sono superflue e superate dagli eventi, venendo abbandonate da tutti gli attori pertinenti e soppiantate dalla conferenza di Sochi. In termini strategici, la guerra in Siria è stata vinta dallo Stato col Presidente Bashar al-Assad saldo in carica di cui nessuno più seriamente ne chiede la rimozione, protetto dall’Esercito arabo siriano che ha dimostrato notevole saldezza per sette anni. Questo non sarebbe mai stato possibile senza Putin, il suo acume politico, prontezza ad agire rapidamente in aiuto degli alleati, resistenza quando suoi soldati e comandanti cominciarono ad essere presi di mira e capacità di stabilire forti ed efficaci alleanze politiche e militari, il suo rifiuto a farsi intimidire dagli Stati Uniti e dalle loro armadas. I suoi piani, almeno finora, si sono dimostrati precisi e accurati. Putin merita di diventare il primo regolatore del nuovo Medio Oriente che emerge dalle rovine di quattro decenni di dominio degli USA, agendo consultandosi cogli alleati fidati e di cui si fida. I funzionari dei Paesi limitrofi e di varie parti del mondo si presentano in numero crescente a Damasco per cercare di normalizzare le relazioni col regime. I sette anni di guerra civile lasciano il posto a sicurezza e stabilità in cui lo Stato può, o almeno deve, affrontare le priorità che è stato costretto a mettere da parte: riparare e riformare le strutture e provvedere alle esigenze di base dei cittadini, soprattutto giustizia sociale e partecipazione democratica al governo.Traduzione di Alessandro Lattanzio