Il significato del discorso di Putin sul “terrorismo ucraino”

Rostislav Ishenko, RIA Analytics, 18 febbraio 2017 – Fort Russ2694ce06cf469d54fe24738726df1692Il 16 febbraio, in occasione della riunione annuale del Collegio del Servizio di sicurezza federale russo (FSB), Vladimir Putin attirava particolare attenzione sulla situazione nel sud-est dell’Ucraina. Secondo il Presidente, le autorità ucraine aggravano deliberatamente la situazione nella zona del conflitto nel Donbas, violando gli accordi di Minsk e puntando sulla soluzione militare del problema. Il Capo dello Stato ha anche sottolineato che le autorità di Kiev “parlano apertamente di organizzare sabotaggio, terrorismo e sovversione anche in Russia“.

Un segnale all’occidente
E’ chiaro che l’azione antiterrorismo e di contro-intelligence sia al centro delle operazioni del FSB. Ma è anche chiaro che le dichiarazioni del Presidente, rese pubbliche, sono destinate principalmente al pubblico estero. Dopo tutto, la leadership del FSB può essere istruita in segreto. Inoltre, nessuno dubita che fin dall’inizio della guerra civile in Ucraina, l’FSB abbia seguito i tentativi di portare la guerra nel territorio russo. Dal 2014, la stampa ha periodicamente lanciato informazioni sull’arresto di cittadini ucraini e russi catturati mentre spiavano il territorio della Russia per conto di Kiev, o vi preparavano attentati terroristici. Così, la dichiarazione del presidente è destinata non al pubblico russo, ma estero, ma non ucraino. Se si volesse appellare al governo ucraino, avverrebbe con i canali diplomatici. Questa affermazione non è neanche la minaccia della risposta militare alle provocazioni ucraine. In caso contrario, sarebbe stata fatta al collegio del Consiglio di Sicurezza del Ministero della Difesa. La scelta del luogo e della forma dell’affermazione indica chiaramente che si tratta di un segnale inviato ai nostri partner occidentali. L’FSB può condurre ampie operazioni antiterrorismo. Va notato che le azioni preventive contro i terroristi e i loro capi sono una delle componenti principali dell’azione del FSB, non necessariamente limitate al territorio russo. Certo, le operazioni sul territorio di un altro Stato sono limitate da condizioni rigorose. Affinché le misure antiterrorismo preventive sul territorio straniero siano giustificate dal punto di vista del diritto internazionale, lo Stato in questione deve essere in guerra o aver subito un attacco non provocato. C’è ancora un altro scenario sancito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: la perdita da parte di un governo del controllo sul territorio da cui provengono le attività terroristiche. Questo scenario non è rilevante in questo caso tuttavia, dato che la comunità internazionale non considera il governo di Kiev incapace di controllare la situazione sul territorio dell’Ucraina. Eppure finora Kiev ha attuato ogni genere di provocazioni contro la Russia, anche sanguinose (in Crimea) come le iniziative di singoli rifiutandosi di riconoscerne l’appartenenza alle proprie agenzie di sicurezza. La reazione della Russia, tuttavia, si limitava alle proteste diplomatiche, documentando le provocazioni e raccogliendo le prove del coinvolgimento del primo direttorato dell’intelligence (GUR), del SBU e dello Stato Maggiore dell’Ucraina, presentandole alle organizzazioni internazionali.

Terrorismo di Stato
A quanto pare, la massa delle prove raccolte è decisiva e un secondo aspetto, il diritto internazionale, viene ora attivato. La dichiarazione del Presidente Putin era preceduta da una relazione del Comitato investigativo della Federazione Russa che ha raccolto prove necessarie e sufficienti a condannare le autorità ucraine per gli attacchi terroristici nelle zone residenziali nel Donbas usando missili balistici Tochka-U. Tali azioni sono state classificate dal Comitato investigativo come uso di armi di distruzione di massa (ADM) contro la popolazione civile. La dichiarazione di Putin si basa sulla conclusione logica della relazione della Commissione d’inchiesta. L’uso di ADM contro la popolazione civile va qualificata non solo crimine di guerra, ma terrorismo di Stato. Così anche le operazioni sovversive e terroristiche contro uno Stato in situazione di pace. Esattamente di ciò Vladimir Putin accusa le autorità ucraine. Negli ultimi anni le autorità statali che hanno sancito azioni qualificate come terrorismo di Stato, sono state riconosciute dalla comunità internazionale come “illegittime”. L’applicazione di tale etichetta a Husayn, Gheddafi e Assad suggerisce che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non sia necessaria, bastano a supportarla fatti (anche infondati) e dichiarazioni dello Stato che si considera vittima. I precedenti stabiliti dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni permettono l’uso di tutte le misure contro i “regimi illegittimi”, anche operazioni militari, speciali, da ricognizione e in sostegno dichiarato ai governi alternativi ribelli in guerra civile contro il regime. Nell’applicare qualsiasi di queste misure, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarebbe auspicabile, ma non necessaria. Come gli avvenimenti in Jugoslavia, Iraq, Libia e Siria hanno dimostrato, è facile andare oltre le disposizioni della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o semplicemente farne a meno.

Il diritto di reagire
La Russia si è sempre impegnata nel rispetto rigoroso delle norme e procedure stabilite dal diritto internazionale. Pertanto, non vi può essere alcun dubbio sulla serietà dell’affermazione dal Presidente Putin, che non l’avrebbe fatta senza prove inoppugnabili e la consapevolezza dell’impossibilità di fermare il governo ucraino in qualsiasi altro modo. In altre parole, la Russia è pronta a fornire alla comunità internazionale le prove delle criminali attività sovversive delle autorità di Kiev. Naturalmente, sappiamo che anche la prova più inoppugnabile non ne garantisce l’accettazione dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove ognuno ha i propri interessi e tutti i membri permanenti hanno potere di veto. La situazione con il Boeing malese, il cui colpevole la commissione d’inchiesta internazionale non ha identificato non avendo esaminato le informazioni fornite dalla Russia, è la migliore prova dell’attuale politica dei doppi standard. Tuttavia, vi è un punto interessante. Le attività terroristiche sanzionate dalle autorità di uno Stato contro un altro (ad esempio, il terrorismo di Stato) non sono semplicemente un atto di aggressione non provocata, ma un attacco armato. L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite consente allo Stato aggredito il diritto all’autodifesa individuale o collettiva, il cui contenuto va deciso dallo Stato stesso, obbligato ad almeno “immediatamente informare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulle misure adottate e ad interromperle non appena il Consiglio adotta le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”. In tale scenario, il sistema delle Nazioni Unite è dalla parte della Russia. Mosca ha potere di veto, e senza il suo consenso il Consiglio non può adottare una decisione vincolante e, quindi, non può “adottare misure in modo indipendente”. Così Putin segnala ai nostri “partner” occidentali che se non danno una calmata alle autorità di Kiev, allora la Russia è pronta ad adottare misure che, pur unilaterali, sono pienamente coerenti con il diritto internazionale, nello spirito e lettera della Carta delle Nazioni Unite. E come ciliegina sulla torta, Putin tiene all’oscuro su quali misure saranno adottate (asimmetriche). Dopo tutto, il FSB non riferisce i suoi piani al dipartimento di Stato.vladimir-putin-4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cocaina della Chiquita e gli squadroni della morte sionisti

Dean Henderson Left Hook 24/08/2014
(Tratto dal capitolo 11: Big Oil e i suoi banchieri)7ba526fad4fbfbdbeaaa8454d08bf6b1Nel 1954 il direttore della CIA Allen Dulles salvò la BP lanciando l’Operazione Ajax contro il legittimo Mohamed Mossadegh in Iran. Nello stesso anno Dulles soccorse l’United Fruit Company in Guatemala dove fu eletto il presidente nazionalista Jacobo Arbenz con un promettente prgramma di riforma agraria. Quando Arbenz mirò ad espropriare 550000 acri di piantagioni di banane dell’United Fruit, Dulles si rivolse al suo vecchio datore di lavoro Sullivan&Cromwell per pianificarne il rovesciamento. Sullivan era l’avvocato della BP e consulente legale della J. Henry Schroeder Bank, la banca di Amburgo dei Warburg che finanziò Adolf Hitler. [1] Il re del petrolio di Dallas, Clint Murchison, comprò due cartiere in Honduras nel 1954 dal compare di golf di Bush Walt Mischer. Entrambi avevano legami con la famiglia mafiosa dei Marcello a New Orleans. L’assassino di Kennedy e idraulico del Watergate Howard Hunt, con l’aiuto del dittatore nicaraguense Somoza, addestrò una milizia in Honduras per attaccare Arbenz. Frank Wisner, vicedirettore operativo della CIA, supervisionò l’operazione.
chiquita-gun-logo L’United Fruit fu creata da Joseph Macheca, il boss mafioso di New Orleans precedessore di Marcello. Macheca era il grande mago del Ku Klux Klan della città. Lui e il socio Charles Matrenga erano protetti dal fondatore della mafia italiana e 33° Grado Gran Maestro della massoneria di rito scozzese Giuseppe Mazzini. La parola “mafia” è un acronimo per “Mazzini autorizza furti, incendi e avvelenamenti”. Mazzini rispondeva direttamente al primo ministro massone inglese Benjamin Disraeli. Inviò Macheca e Matrenga a New Orleans per avviare l’United Fruit. August Belmont, agente della famiglia Rothschild negli Stati Uniti, lavorò con Macheca per corrompere i politici della Louisiana. [2] L’onnipresenza della United Fruit in America Centrale originò la frase “repubbliche delle banane”. Cambiò nome in United Brands (UB) ed acquisì le banane Chiquita, la carne John Morrell e i ristoranti A&W. La DEA stimò che il 20% della cocaina che arrivò negli Stati Uniti negli anni ’70 arrivasse a bordo delle navi dell’UB nel porto di Baltimora. Le sue piantagioni coprivano quasi la metà di Guatemala, Honduras e Nicaragua. Chevron Texaco possedeva tutte le pompe di benzina della regione. Nel 1991, la relazione annuale del gigante petrolifero vantava il possesso del 26% delle stazioni di servizio nei Caraibi. La famiglia Bush possiede gran parte dei terreni sulla costa caraibica di Panama. Secondo un funzionario della DEA di Dallas, nel 1991 il CEO di Texaco era il boss della cocaina della città che utilizzava le piattaforme petrolifere off-shore per importare la cocaina colombiana. La Chevron Texaco aveva aperto un “impianto di miscelazione” a Shanghai, Cina. L’UB è per il 45,4% posseduta dal magnate finanziario di Cincinnati Carl Lindner, amico intimo di George Bush Sr. e uno dei suoi maggiori finanziatori. Bush passava le vacanze al Key Largo Ocean Reef Club di Lindner, che ospita una pista utilizzata dal trafficante di armi della CIA Jack Devoe e come area di arrivo della cocaina. Quando il presidente Reagan creò la Commissione presidenziale per l’America centrale nel 1983, il gruppo guidato da Henry Kissinger s’incontrò all’Ocean Reef Club. Nel 1988 lo Stato della Florida denunciò l’Ocean Reef secondo lo statuto contro il crimine RICO. Una voce sui diari di Oliver North parla di una borsa dell’UB a John Singlaub, compare del maggiore Andy Messing. [3]
bilde-5Lindner possedeva la Penn Central prima che la banca scomparisse in uno scandalo. Walt Mischer vendette la Marathon Manufacturing a Lindner, il cui conglomerato American Insurance Financial controllava numerose aziende di trasporti che presumibilmente trasportavano la cocaina dell’UB, come Rapid-American Corporation e Reliance Corporation. Lindner possedeva una quota dell’8% della Gulf&Western Corporation, nel cui CdA sedeva il segretario di Stato di Carter Cyrus Vance. Gulf&Western è leader nella raffinazione dello zucchero grezzo, un processo identico a quello per trasformare l’oppio in eroina. Lindner vendette la Lincoln S&L a Charles Keating, che concluse accordi commerciali con il rappresentante dei Rothschild e della BCCI di Ginevra Alfred Hartman. The Arizona Republic riferì che gli aerei aziendali di Keating, insieme a quelli della Resorts International, sono spesso usati dal senatore dell’Arizona John McCain. McCain sposò Cindy Hensley, figlia del magnate dell’alcol James Hensley, socio del mafioso dell’Arizona Kemper Marley. Partner di Lindner nell’UB era il boss di Detroit Max Fischer, messo nel CdA dell’UB da Donald Gant della Goldman Sachs. Altro membro del consiglio dell’UB era il negoziatore sul Canale di Panama di Carter Sol Linowitz che, insieme a Cyrus Vance, era nel CdA della Pan Am. La sede centrale dell’UB era nell’edificio Pan Am di New York. Max Fischer possedeva Airborne Freight assieme alla famiglia Jacobs di Buffalo, la cui Sportsystems possiede venti ippodromi negli Stati Uniti e in Canada, gestisce le concessioni alimentari per quaranta ippodromi, dieci cinodromi, ventiquattro stadi della Major League Baseball e il Boston Garden. Jacobs ha una squadra di hockey, la Boston Bruins, la compagnia di spedizione Alaska-Seattle, quindici concessioni aeroportuali, lo stadio della Florida Jai Alai e, più interessante, concessioni per i servizi alimentari per le piattaforme petrolifere nel Golfo del Messico. La Letheby&Christopher di Jacobs provvede a tutti gli eventi in cui partecipa la Nobiltà Nera europea. Il conglomerato Emprise di Jacobs nacque a Buffalo nel 1916 come partner della giustamente denominata US Pure Drug Company della famiglia Bronfman. La sede di Max Fischer, nel centro di Detroit, è di proprietà dei Bronfman. Buffalo e Detroit sono al confine USA-Canada, conveniente per il contrabbando di eroina finanziato dalla HSBC, da Vancouver alla costa orientale degli Stati Uniti. HSBC ha una forte presenza in entrambe le città. Quando l’inchiesta del giornalista dell’Arizona Republic Don Bolles costrinse Kemper Marley a dimettersi dalla Commissione di Stato sulle corse, Bolles fu assassinato. Una delle ultime parole da lui pronunciate fu “Emprise“. I Bronfman controllano Eagle Star Insurance insieme a enormi banche canadesi e inglesi che supportano il traffico di droga dal triangolo d’argento. Possiedono DuPont, Seagrams (nata per contrabbandare whisky durante il proibizionismo), Vivendi, Jockey Club di Toronto e (fino alla scomparsa) il Montreal Expos Baseball Club. [4] Il nome Bronfman in yiddish significa “uomo del whisky”. Questi sionisti convinti partecipano agli imbrogli di Mossad e MI6. Airborne Freight di Fischer e Jacobs possiede Midwest Express, che ha un contratto in esclusiva con la Federal Reserve per spedire gli assegni annullati, un’operazione che gode dell’immunità dell’US Customs. Il vicepresidente esecutivo della Chase Manhattan James Carey era nel CdA di Airborne Freight. Max Fischer possiede i centri commerciali di Detroit, Fruehauf Autotrasporti e Marathon Oil. Era solito lavorare con la più grande banca mercantile inglese, l’Hambros, dove lavorava il colonnello del SOE e assassino di Kennedy Louis Mortimer Bloomfield. Fischer consegnò i fondi di Meyer Lansky e del contrabbando di petrolio ai terroristi dell’Haganah che sequestrarono la terra palestinese per creare Israele. Nel 1957 fu premiato dai Rothschild per i suoi sforzi quando la famiglia divise Paz Oil e Chemical Paz, che detengono il monopolio dell’industria petrolifera israeliana. Fischer, come Bloomfield, è un membro dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, la società segreta che risponde alla regina Elisabetta II. Bloomfield è presidente del servizio di ambulanza della Croce Rossa, ramo dell’intelligence della monarchia inglese. [5]…

Louis Mortimer Bloomfield e David Ben Gurion

Louis Mortimer Bloomfield e David Ben Gurion

Il genocidio guatemalteco
La CIA rovesciò Jacobo Arbenz e lo sostituì con il dittatore Castillo Armas, il primo di una serie di brutali governi militari legati all’UB e al suo sindacato della cocaina. I generali governarono il Guatemala per 33 anni inquietanti, mentre i lealisti di Arbenz combatterono la guerra di guerriglia contro le varie giunte dalle province confinanti l’Altiplano Messicano. I ranghi dell’UNRG erano formati da indiani Qechua, Ketchikel e Mam che costituiscono la maggioranza della popolazione del Guatemala. Per contrastare i ribelli, la CIA collaborò con Mossad israeliano e consiglieri di Taiwan per creare “villaggi modello”, secondo i villaggi strategici impiegati nella guerra del Vietnam. Parte del programma fu Fagioli in cambio di fucili, del presidente guatemalteco Efrain Rios Montt con cui, però, gli abitanti dei villaggi dell’altopiano ricevettero cibo dall’USAID in contenitori recanti bandiere e slogan pro-USA. In cambio, gli abitanti del villaggio dovevano prendere le armi contro i ribelli del Guatemala. L’USAID finanziò la costruzione di strade nelle aree controllate dai ribelli nella provincia di Alta Verapaz, consentendo all’esercito guatemalteco di raggiungere i villaggi più remoti dove interrogarono, torturarono e uccisero più di 100000 indiani guatemaltechi che si rifiutarono di partecipare alla contro-insurrezione della CIA, negli anni ’80 e ’90. I militari del Guatemala crearono gli squadroni della morte di destra che gestivano il traffico di cocaina colombiana, utilizzando le zone di trasformazione ed esportazione delle multinazionali statunitensi come Chiquita.
b340d20ace5466fc2d729093beb57d2f Il 14 settembre 1996 la polizia guatemalteca catturò il capo del più grande dei narco-squadroni della morte, Alfredo Moreno Molina. Quando Moreno iniziò a parlare, l’oligarchia guatemalteca, che detiene il 85% della terra coltivabile del Paese, cominciò a tremare. Tra le coorti di Moreno c’erano il presidente Efrain Rios Montt che sosteneva di essere un cristiano evangelico, gli ex-candidati a presidente della Repubblica Alfonso Portilla e Zury Rios e decine di membri del Congresso del Frente Repubblicano Guatemalteco di destra. All’inizio del 1997 i ribelli dell’UNRG firmarono l’accordo di pace con il governo, e il periodico del Guatemala Ameroteca pubblicò una serie di articoli implicanti la CIA nelle attività degli squadroni della morte e del traffico di droga di Moreno. La rete di Moreno includeva il vice-ministro della Difesa, capitani della Marina, l’ispettore generale della Guardia de Haciendas, l’ispettore generale della polizia nazionale, agenti della Guardia e della Polizia, il capo della polizia motorizzata, il direttore generale delle dogane e molti generali, colonnelli, funzionari doganali e capi della polizia. [6] Gli stessi squadroni della morte guidarono la valanga di rapimenti che sommerse il Guatemala nella metà degli anni ’90. I tre generali che guidavano la rete dei sequestri erano Luis Ortega, Manuel Callejas e Edgar Godoy. La rete era così potente e comprendeva così tanti ufficiali guatemaltechi che non sarebbe mai stata denunciata se i ribelli dell’UNRG non avessero vuotato il sacco durante i colloqui di pace. Le indagini furono lente, avendo come procuratore generale l’oligarca Hector Perez, che bloccò i lavori. [7]
CIA e Mossad guidarono gli squadroni della morte, i massacri e l’addestramento dei militari guatemaltechi nel più raffinato terrorismo. Reclutarono mercenari nel bar Europa del sergente dell’US Army Barry Sadler, a Città del Guatemala, un covo di spie dove commando inglesi e israeliani si mescolavano a mercenari argentini e cileni e ai capi degli squadroni della morte guatemaltechi. Prostituzione e gioco d’azzardo erano all’ordine del giorno. Il genocidio in Guatemala ebbe l’attenzione dei media solo quando cittadini statunitensi furono vittime degli squadroni della morte. Nel marzo 1995, il senatore Robert Torricelli (D-NJ) annunciò che un albergatore statunitense che viveva in Guatemala, Michael Devine, fu ucciso da uno squadrone della morte di destra diretto da un colonnello guatemalteco a libro paga della CIA. Devine aprì un ostello a Poptun, nel Guatemala orientale. Nel 1990 la moglie aprendo la porta trovò un sacchetto contenente la testa del marito. Julio Roberto Alpirez, l’agente della CIA che ordinò l’omicidio brutale di Devine, ordinò anche l’omicidio di Efrain Bamaca, un comandante delle UNRG. La moglie di Bamaca, l’avvocatessa statunitense Jennifer Harbury, organizzò scioperi della fame a Washington e Città del Guatemala per protestare contro l’assenza di cooperazione dei governi nelle indagini sulla morte del marito. La CIA seppe dell’omicidio subito, ma non disse nulla ad Harbury. Si unì allo sciopero della fame Suor Diana Ortiz, delle Orsoline del New Mexico, che fu ripetutamente violentata e torturata con mozziconi di sigaretta da uno squadrone della morte in Guatemala, nel 1989. Ortiz disse che la persona che sovrintese al suo calvario era un uomo di nome Alejandro che pensava fosse statunitense. Torricelli fece le accuse dopo che un membro dello staff della NSA gli inviò una nota che indicava che NSC ed esercito degli Stati Uniti erano direttamente coinvolti negli omicidi Devine e Bamaca, avendo dei consiglieri nell’unità d’elite segreta G-2 dell’esercito guatemalteco. Lo studioso guatemalteco Alan Nairn dice che la CIA collaborò con il G-2, la cui missione principale era eliminare l’opposizione politica con gli squadroni della morte. Dopo la notizia della morte di Devine, il Congresso tagliò gli aiuti militari al Guatemala, ma la CIA mantenne segretamente un bilancio annuale di 5 milioni di dollari per le operazioni guatemalteche. Il colonnello dell’esercito Julio Alpirez ricevette 44000 dollari dalla CIA, anche se si sapeva che aveva fatto uccidere Devine. [8] Torricelli disse che il popolo statunitense avrebbe sentito cose sui propri servizi segreti che l’avrebbero fatto inorridire. Anche il senatore Arlen Spector, lacchè della Commissione Warren, fu costretto ad ammettere che la CIA aveva omesso informazioni nelle indagini di Torricelli. Il presidente Clinton era così sconvolto dalle rivelazioni che inviò agenti dell’FBI all’NSA per indagare sulle accuse di Torricelli. L’NSA distrusse i documenti sul Guatemala. Fu la prima volta nella storia degli Stati Uniti che un presidente ricorse all’FBI per indagare sull’NSA. Nel giugno 1996, l’Intelligence Oversight Board del Senato pubblicò un documento di 53 pagine secondo cui: “Alcuni agenti della CIA furono credibilmente accusati di aver ordinato, pianificato e partecipato a gravi violazioni dei diritti umani, come omicidi, esecuzioni extragiudiziali, torture o rapimenti… la CIA era a conoscenza di molte delle accuse“. Torricelli fu successivamente oggetto di uno scandalo politico fasullo che lo costrinse ad abbandonare la corsa del 2002 per la rielezione.

Rios Montt

Rios Montt

La repubblica delle banane dell’Honduras
ambassadornegroponte101404La CIA collaborò con l’United Brands (UB) nell’America Centrale. Nel 1932, quando i contadini salvadoregni si ribellarono contro le condizioni di lavoro deprimenti nelle piantagioni di banane dell’UB, l’azienda supportò la strage di 300000 persone ricordata come La Matanza. Nel 1947 l’UB sponsorizzò il golpe della CIA che portò l’amico di Robert Vesco, Jose “Pepe” Figueres, al potere in Costa Rica. Nel 1954 la CIA tentò di rovesciare il sempre più nazionalista Figueres. L’UB sostenne Somoza in Nicaragua, che contribuì ad organizzare il colpo di Stato contro Arbenz. Il trafficante di armi dell’Haganah Yehuda Arazi divenne ambasciatore d’Israele in Nicaragua su raccomandazione dell’UB. [9] L’agente dell’UB Francisco Urcyo tentò di condurre un governo ad interim mentre i sandinisti entravano a Managua. Ma alcun governo centro-americano fu più influenzato dall’UB dell’Honduras, un Paese che esemplifica davvero il termine “repubblica delle banane”. Nel 1975, il presidente dell’UB Eli Black morì cadendo dalla finestra dell’ufficio al quarantaquattresimo piano dell’edifico della Pan Am, a New York. Un’indagine della SEC in seguito rivelò che l’UB praticamente dirigeva l’Honduras corrompendo pubblici ufficiali e sistemando le elezioni. Nel 1978 il generale Policarpo Paz, capo delle Forze armate honduregne, guidò il colpo di Stato sostenuto da Tegucigalpa dal capo della polizia Amilcar Zelaya. Entrambi accusati dalla stampa honduregna di traffico di droga e corruzione che coinvolgevano l’United Brands. Paz Garcia era il co-proprietario di un ranch vicino a Tegucigalpa, assieme al boss mafioso honduregno Ramon Matta Ballesteros. Il capo dell’Interpol honduregna Juan Barahona fu accusato di calunnia quando accusò i generali honduregni di connessioni con la mafia di Ballesteros, che fece dell’Honduras una via di transito della cocaina colombiana. [10] Ballesteros consegnò le armi ai contras per conto della CIA. Più tardi fu ucciso da Raphael Quintero per proteggere la rete del narcotraffico Sicilia-Falcon in Messico.
Nel 1979, Vernon Walters organizzò i contras somozisti a Tegucigalpa. Gli Stati Uniti costruirono basi militari supplementari in Honduras e la CIA lanciò, attrezzò e addestrò il Battaglione 316 dell’esercito honduregno, uno squadrone della morte scatenato contro gli honduregni che protestavano contro la presenza militare degli Stati Uniti nel loro Paese. Il comandante delle forze armate honduregne, generale Gustavo Alvarez, guidò la campagna terroristica del Battaglione 316. Oltre 10000 honduregni furono uccisi negli anni ’80. Altre migliaia scomparvero e furono torturati. Le vittime venivano interrogate nelle basi militari statunitensi. Agenti della CIA aiutarono il Battaglione 316 nei rapimenti. Ines Murillo testimoniò che un agente della CIA era presente quando veniva torturata con scosse elettriche e acqua. Alvarez era uno stretto amico del capo stazione CIA in Honduras Donald Winters e dell’ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras John Negroponte. Alvarez è il padrino della figlia adottiva di Winters. Nel 1983 il presidente Reagan premiò Alvarez con la Medal of Honor. [11] Nel novembre 2002 Negroponte fu ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, dove fece pressioni sul Consiglio di Sicurezza, senza successo, per far passare una risoluzione di adesione all’invasione statunitense dell’Iraq. Il 21 aprile 2005 Negroponte giurò da primo direttore della National Intelligence degli Stati Uniti. L’ambasciata degli Stati Uniti a Tegucigalpa si trova nello stesso edificio dell’Intercontinental Hotel della famiglia Murchsion occupato dalla CIA. L’United Brands cambiò nome in Chiquita Brands International. Nel marzo 2002, l’eterno-onesto padrone della Chiquita, Carl Lindner, invitò i suoi azionisti a farsi un giro quando dichiarò fallimento.

Al centro, il generale Gustavo Adolfo Alvarez Martinez

Al centro, il generale Gustavo Adolfo Alvarez Martinez

[1] Il Quarto Reich dei ricchi. Des Griffin. Emissary Publications. Pasadena, CA. 1978. p.97
[2] Dope Inc: Il libro che ha fatto impazzire Kissinger. Executive Intelligence Review. Washington DC. 1992. p.504
[3] Mafia, CIA e George Bush: la storia occulta del peggior disastro finanziario degli Stati Uniti. Pete Brewton. SPI Books. New York. 1992
[4] Executive Intelligence Review. p.516
[5] Ibid. p.339
[6] Chronica. Città del Guatemala. 9-20-96. p.19-24
[7] El Siglio News. Città del Guatemala. 3-4-97. p.7
[8] Con amici come questi. David Van Biema. Tempo. 8-7-95. p.29
[9] Executive Intelligence Review. p.504
[10] Il grido del popolo: la lotta della Chiesa cattolica per la giustizia in America Latina. Penny Lernoux. Penguin Books. New York. 1985. p.117
[11] Le atrocità del Battaglione 316. Il Sole. # 5. Tegucigalpa. Febbraio 1996.8dcb2-govdrugdealing_cia_cocaine_import_agencyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rete del Grande Fratello George Soros va a pezzi

Gilbert Mercier, News Junkie Post, 05/02/2017

L’attacco all’ordine esecutivo ‘divieto di viaggio’ di Donald Trump fa parte di una campagna di disinformazione al centro dei quali c’è la rete creata da George Soros.8270586486_b06b7553d8_h-e1486071016688L’alleanza blasfema: Soros e principi e sceicchi della British Petroleum
La campagna di disinformazione sul cosiddetto divieto ai musulmani dell’amministrazione Trump è stata orchestrata negli Stati Uniti, Canada ed Europa occidentale dalla maggior parte dei media mainstream e degli organi d’informazione di pseudo-sinistra e pseudo-indipendenti, dalle principali piattaforme social media del mondo, nonché dai motori di ricerca. Ciò che l’amministrazione Trump ha fatto con l’emissione dell’ordine esecutivo per limitare i visti ai cittadini di Paesi specifici non è una misura razzista, ma invece una misura di sicurezza per impedire attacchi terroristici finanziati da una cabala globalista ancora molto attiva e guidata dal burattinaio George Soros, dai suoi innumerevoli soci in politica, finanza e media, così come dalla famiglia reale dell’Arabia Saudita. Questa incredibilmente potente rete globale, che alcuni chiamano governo-ombra del Nuovo Ordine Mondiale, si disfa completamente. Forse è giunto il momento di trascinare la gigantesca idra globalista sulla riva e guardarla morire, cotta dai raggi del sole.

Il fallimento dell’infoguerra globalista: il presidente Trump conquista cuori e menti dei Paesi musulmani
L’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump apparentemente ha già dato i suoi frutti, non solo probabilmente sventando un attacco terroristico contro lo stadio che ospita il Super Bowl, il maggiore evento sportivo negli Stati Uniti. Alcuni giorni prima, Rashid Muhammad, un capo dello SIIL, fu arrestato al John F. Kennedy di New York. Speriamo che un interrogatorio approfondito dellFBI e forse altre agenzie, portino ai nomi dei suoi collaboratori all’estero, e soprattutto delle persone che hanno ordinato e finanziato possibili attentati. Nel complesso, è un buon lavoro della polizia vecchio stile, e non di qualche tendenza anti-musulmana dell’amministrazione Trump. I musulmani di tutto il mondo sono pienamente consapevoli che l’amministrazione Obama non è mai stata loro amica.

L’asse amorale: Soros, i governanti dell’Arabia Saudita e la rete sionista
La maggioranza del pubblico nei Paesi musulmani non si beve l’idea che il Presidente Donald Trump sia anti-islamico, e l’opinione pubblica degli Stati Uniti sta rapidamente recuperando terreno sulla stessa nozione. La maggior parte dei musulmani del mondo già conosce ciò che chiamai un paio di anni fa alleanza saudita-sionista. L’Islam è una religione di pace a meno che, ovviamente, non segua i precetti wahabiti o salafiti della sharia. Queste due forme di fondamentalismo islamico sono state generosamente sponsorizzate da Arabia Saudita e Qatar, e diffuse nel mondo, anche nei Paesi laici dell’Europa occidentale. Ciò è avvenuto con la costruzione di grandi moschee e l’assunzione di imam per predicare, indottrinare e spesso arruolare cittadini europei di origine nordafricana, turca o pakistana. Giovani con scarse prospettive di lavoro in Francia, Regno Unito, Belgio, Germania, Bosnia, Kosovo e altrove sono stati i primi obiettivi dei jihadisti. Pochi di loro sono in realtà motivati a combattere la cosiddetta guerra santa in nome di Allah. Ciò che sono invece è una forza mercenaria: una legione straniera agguerrita e ben addestrata che diffonde caos a vantaggio dei principi e sceicchi sauditi e qatarioti. Ciò con il sostegno e la partecipazione attiva di tutte le amministrazioni degli Stati Uniti dal 1980, o ciò che chiamo i 36 anni dell’era criminale Bush-Clinton, ovviamente compreso il clintoniano straordinario, l’ex-presidente Barack Hussein Obama.

Il premio Nobel per la Pace Obama ha ordinato il lancio di 26172 bombe nel 2016
Mentre la pseudo-sinistra occidentale, che opera principalmente da propagandista dell’agenda globalista, dipinge il Presidente Trump come un razzista anti-musulmano che aspira ad essere Adolf Hitler, cosa assolutamente insensata, dato che i fatti raccontano una storia diversa; in un articolo pubblicato dal Consiglio on Foreign Relations, Micah Zenko espone i bombardamenti dell’amministrazione Obama in sette Paesi musulmani, nel 2016. In totale, le forze armate statunitensi hanno sganciato 26172 bombe in sette Paesi. La lista va menzionata al completo: in Siria sono state sganciate 12192 bombe; in Iraq 12095; in Afghanistan 1337; in Libia 496; in Yemen 35; in Somalia 14 e in Pakistan 3. Queste sono le bombe utilizzate dai militari degli Stati Uniti con vari vettori, tra cui i droni, l’arma preferita del premio Nobel per la Pace. Non credo che gli afflitti liberali possano ancora chiamare il loro beniamino Obama amico dei musulmani e della pace, e offendere Trump.

Soros: il ragno a capo della ragnatela orwelliana
George Soros, attraverso la sua Open Society Foundation, una rete di oltre 100 uffici in numerosi Paesi, tra cui l’Afghanistan, ha le mani nelle pseudo-spontanee proteste anti-Trump, non solo negli Stati Uniti ma nel mondo. Soros ha operato per decenni come un gigantesco ragno fissato dall’aspirazione tossica ad essere il Messia. Il suo portfolio include le attività politiche in molti Paesi e in organizzazioni globaliste come Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. L’ex-presidente francese Nicolas Sarkozy è stato un importante agente di Soros; lo stesso il presidente Francois Hollande, nonché la direttrice generale del FMI Christine Lagarde. L’attuale primo ministro del Canada, Justin Trudeau, ha abbracciato, a nome di Soros, le proteste anti-Trump e pseudo pro-musulmane. La rete globalista di Soros e soci è ancora viva, ma è in via di demolizione dopo la sconfitta di una delle pedine di Soros nelle elezioni degli Stati Uniti. Naturalmente, chi aspirava a diventare l’imperatrice della ragnatela del Grande Fratello orwelliano di Soros è l’unica e sola Hillary Clinton.

Le attività di Soros e la pseudo-sinistra
Il problema di Soros, per soci e relativi media e ONG, è che si sta svenando, e il suo impero globale crolla come un castello di sabbia. Democracy now! di Amy Goodman è stato a lungo un media di Soros, lo stesso i suoi abituali ospiti di pseudo-sinistra, come Noam Chomsky, Chris Hedges, Naomi Klein, Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Cornel West. Democracy Now! non è certo il solo. La lista dei media e delle ONG di Soros è così lunga che è difficile completarla. Degni di menzione, ma senza alcun particolare ordine d’importanza, sono NPR News, BBC News, The Guardian, Le Monde e Huffington Post. Quelli con una patina d’indipendenza di sinistra sono più difficili da individuare con certezza: esempi sono Alternet, CEPR e Truthout. Iniziarono abbastanza bene, ma cambiarono linea editoriale quando Soros li finanziò con le sue fondazioni o ne assunse alcuni. Soros ha anche investito molto nei gruppi per i diritti umani come American Civil Liberties Union, Amnesty International e Human Rights Watch. Petizioni per processare il Presidente Trump circolano nel mondo grazie a Change.org: un’altra organizzazione controllata da Soros. Change.org, insieme a Cause.com, Answer coalition e MoveOn.org, coordina le false proteste delle donne e contro il presunto divieto islamico. Answer coalition è così scollegata dalla realtà che appaio sulla sua mailing list! Come la maggior parte delle petizioni, quelle delle organizzazioni finanziate da Soros sono operazioni di phishing, il cui scopo principale è raccogliere nomi e indirizzi. Per gente come Soros e i suoi amici sauditi, che hanno finanziato le rivoluzioni fasulle in Libia, Siria e Ucraina, e ideato lo SIIL, è abbastanza banale progettare marce delle donne nel mondo, assumere gli ex-membri di gang per innervare Black Live Matter, e accordarsi con alcuni azionisti chiave della società di social media e dei motori di ricerca per fare del “divieto ai musulmani” un argomento di tendenza. E’ un peccato, ma come si dice, nell’impero del minimo comune denominatore secondo la direttiva del Ministero della Verità, il denaro parla ed ha il megafono. Senza, George Soros e i suoi soci non controllerebbero l’informazione occidentale, come fanno quasi ogni giorno da decenni.

Il momento della giustizia e il colpo di grazia all’idra globalista
Riguardo i capi del sindacato Bush-Clinton: a giudicare dal linguaggio del corpo, al giuramento del Presidente Trump, sembra che siano pienamente consapevoli che avevano la mano perdente. Sembravano essere a un funerale, e forse la loro unica ragione per esserci era che non potevano rifiutarsi. In una particolare foto dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton e dell’ex-presidente Barack Obama, seduto di fronte a lei, le espressioni facciali sono tristi, ma ciò che ho notato fu la posizione insolita dei loro agenti di sicurezza dei servizi segreti. Tipicamente, gli agenti guardano dietro, di fronte e ai lati di coloro che proteggono, e non direttamente loro. Sarebbe una sorta di arresti domiciliari? A mio parere, la possibilità di un colpo di Stato, morbido o violento, contro l’amministrazione Trump è ridicola. Purtroppo per i fantocci di George Soros, il popolo statunitense, cioè la maggioranza che ha eletto Trump e lo sostiene, bada più ai diritti del Secondo Emendamento che al prossimo cappuccino.Donald Trump Is Sworn In As 45th President Of The United StatesTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria di Trump: un altro colpo all’imperialismo

CPGB-ML

In seguito alla Brexit di giugno, le elezioni presidenziali degli Stati Uniti hanno già gravi ripercussioni per la borghesia imperialista, non solo negli Stati Uniti, ma nel mondo. Meentre caos e disunione e panico di diffondono, i lavoratori dovrebbero organizzarsi per sfruttare la crescente crisi nel campo nemico.gettyimages-621870038-h_2016Il 9 novembre 2016, Donald Trump è stato dichiarato vincitore nella corsa presidenziale degli Stati Uniti. La vittoria di Trump ha stordito la classe dirigente degli Stati Uniti, come del resto le classi dirigenti dell’imperialismo. Gli ideologi dell’imperialismo, tra cui coloro che passano di sinistra nei centri dell’imperialismo, ne sono divenuti isterici, indicando il risultato come la vittoria di pregiudizio, paura, ignoranza, odio e dispetto; una vittoria del ‘nazionalismo’ sull”internazionalità’, e attribuendo il trionfo di Trump a razzismo, misoginia e islamofobia.

Le vittime della globalizzazione
Indubbiamente questi fattori, in particolare la posizione contro l’immigrazione, hanno contribuito al successo di Trump, ma di gran lunga il fattore più importante della sua vittoria è aver sapientemente sfruttato il malcontento di vaste aree della classe operaia, che infine subivano ciò che viene eufemisticamente chiamata globalizzazione, la massiccia esportazione di capitali dei Paesi imperialisti, portando a decimazione dei posti di lavoro, stagnazione dei salari e calo del tenore di vita. Proprio come nel referendum inglese sull’adesione all’UE, così alle presidenziali negli Stati Uniti, vasti strati della classe operaia impoveriti hanno espresso il loro verdetto su coloro che percepiscono causa della propria miseria. Anche alcuni giornalisti borghesi impegnati corpo e anima col sistema di produzione capitalistico, che considerano eterno, e che considerano il ‘libero commercio’ la ‘linfa vitale dell’umanità’, sono stati costretti ad ammettere che il sistema non da lavoro a molti. Will Hutton, scrivendo su The Observer, ha detto ciò su questo punto: “Sia il settore manifatturiero della Gran Bretagna che degli Stati Uniti hanno subito batoste sproporzionate (conseguenti all’esportazione dei capitali). Quest’anno, gli elettori della classe operaia di USA e Gran Bretagna nelle roccaforti industriali in decomposizione hanno espresso il loro verdetto. Niente più trasferimenti di impianti all’estero. Niente più chiusure per importazioni a basso costo. Niente altre vendita di grandi aziende agli stranieri. Niente più stagnazione dei salari. Niente più immigrazione. Può essere che ci siano posti di lavoro e grandi prospettive in abbondanza nei fiorenti settori tecnologici e dei servizi nelle grandi città spinte dal commercio globale, ma non importa. Sono un male e nessuno ha preso misure decisive per aiutarli. I voti per Trump e la Brexit segnano la fine di un’epoca e la nuova epoca buia di chiusura, protezionismo e nazionalismo“. (Il commercio è la linfa vitale dell’umanità. Le porte chiuse portano a menti chiuse, 13 novembre 2016)
Così come fu con gli elettori della classe operaia nel South Yorkshire e West Midlands nel voto per la Brexit, così è stato con gli elettori in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin nelle elezioni degli Stati Uniti. Rispondendo al malcontento tra i perdenti della globalizzazione, Donald Trump ha promesso di ritirarsi dal NAFTA (l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico) che, ha affermato, ha distrutto i posti di lavoro statunitensi. Ha promesso di mettere fine immediata ai negoziati sugli accordi commerciali transatlantico e trans-pacifico TPP e TTIP. Ha promesso d’imporre drastiche tariffe, del 45 per cento, sulle importazioni cinesi, che rappresentano la metà del deficit commerciale degli Stati Uniti, ignorando il fatto che tali tariffe violerebbero le regole del WTO e che la Cina può adottare ritorsioni. Ha anche promesso d’imporre dazi del 35 per cento sulle importazioni messicane negli Stati Uniti. Inoltre, ha promesso di costruire un muro al confine USA-Messico per evitare che i messicani entrino negli Stati Uniti, così come di deportare 11 milioni di lavoratori migranti “illegali”. Il primo giorno in carica ha detto che avrebbe dichiarato la Cina manipolatore di valuta. Alcune di queste proposte non hanno senso economico, e l’amministrazione Trump è probabile che arrivi a violarle, piuttosto che a rispettarle. Ciò che conta nell’elezione sono le vittime statunitensi della globalizzazione che ritenegono che Trump parli a loro nome e, pertanto, ripongano fiducia nelle sue promesse elettorali. Alcune delle promesse sono più realizzabili, soprattutto negli accordi commerciali. “La globalizzazione guidata dagli USA“, ha dichiarato Martin Wolf sul Financial Times, “è già fragile. Trump probabilmente la sotterrerà. Dopo la vittoria, la Trans-Pacific Partnership sembra morta“, aggiungendo che “potrebbe lasciare un’apertura all’alternativa di Pechino: il partenariato regionale globale economico (RCEP)… La proposta di partenariato transatlantico di scambio ed investimenti era moribonda ed ora è morta“. I costi delle promesse di Trump d’imporre tariffe sull’importazione “per scoraggiare le imprese dal licenziare i propri lavoratori per trasferirsi in altri Paesi e rispedirne i prodotti negli Stati Uniti esentasse” si rivelerebbero proibitivi per il commercio e la credibilità del sistema commerciale degli Stati Uniti, ha detto Wolf, concludendo minacciosamente: “non ci s’inganni: il trionfo di Trump potrebbe destabilizzare l’economia statunitense e mondiale“. (Le conseguenze economiche di Trump, 11 novembre 2016)

Relazioni USA-Russia
Se i circoli imperialisti sono profondamente preoccupati dalla posizione di Trump sul commercio, sono positivamente in apoplessia per la sua posizione sulle relazioni USA-Russia in generale e le sue opinioni su Vladimir Putin, il presidente russo, in particolare. Durante la campagna elettorale, Trump ha elogiato Putin e ha espresso il desiderio di avere buone relazioni con la Russia in modo da evitare conflitti tra i due Paesi militarmente più potenti del mondo. In riferimento al ruolo russo in Siria, ha osservato che, dato che la Russia combatte i terroristi jihadisti in Siria, così come iraniani e governo del Presidente Assad, gli Stati Uniti dovrebbero unirvisi. Lungi dall’essere pazzo o immorale, come i mercenari folli pagati dall’imperialismo lo ritraggono, le dichiarazioni di Trump in questo senso sono altamente morali, contribuendo a combattere i terroristi jihadisti scatenati dall’imperialismo contro il popolo siriano. Nei discorsi pre-elettorali, Trump chiariva che gli USA non avevano nulla da guadagnare andando da un Paese all’altro alla ricerca del cambio di regime. Queste dichiarazioni gli hanno attirato condanne al vetriolo da politici e ideologici della dirigenza imperialista su entrambi i lati dell’Atlantico. Qui c’è un esempio della rabbia impotente con cui i suoi critici l’hanno attaccato. Scrivendo sul Financial Times, un certo intelligente ma stupido Gideon Rachman ha capovolto i fatti esprimendo la sua ira così: “allearsi con i macellai di Aleppo comporterebbe un’amoralità che fa ribrezzo a molti in America e in Europa“. (Trump, Putin e l’arte della transazione, 15 novembre 2016). E non sono altri che soggetti come Rachman ad essere colpevoli di un monumentale cinismo alleandosi con i veri macellai di Aleppo, cioè i vili jihadisti scatenati dall’imperialismo statunitense, inglese e francese e dai loro servi in Medio Oriente, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. E così alleati presentano uno spettacolo davvero rivoltante per tutta l’umanità progressista, come la maggioranza dei popoli di America ed Europa. In risposta a una domanda su qualche giornalista ucciso in Russia, Trump ha risposto dicendo: “anche il nostro Paese ne uccide molti”. Se questo tipo di verità netta fa infuriare i Rachman di questo mondo, tanto meglio.

Mettere in discussione la NATO
Durante la campagna elettorale, Trump ha anche messo in dubbio il valore e l’utilità della NATO, dicendo che è il prodotto di un’altra epoca, passata, aggiungendo che gli USA non sono in dovere di proteggere scrocconi non disposti ad investire nella propria difesa. La posizione di Trump su commercio e difesa ha causato grande costernazione, per usare un eufemismo, tra gli apologeti dell’imperialismo. “Trump è contento di presiedere“, ha scritto, di nuovo capovolgendo i fatti, Philip Stephens, un altro intelligente e stupido giornalista mercenario, “la dissoluzione del sistema di alleanze degli Stati Uniti, lasciando l’Europa vulnerabile al revanscismo di Putin e l’Asia dell’est alle ambizioni di una Cina assertiva“. (L’America può sopravvivere a Trump, non così l’occidente, Financial Times, 11 novembre 2016) Con Trump presidente degli Stati Uniti, ha detto: “l’internazionalismo cooperativo sarà sostituito dal nazionalismo competitivo“. In altre parole, il nostro giornalista mercenario lamenta la possibilità di sostituire l’egemonia statunitense imperialista e un blocco imperialista coeso dal ritorno della sovranità statale e, in una parola, del multipolarismo. Inutile dire che Stephens non sente la necessità di fornire alcuna giustificazione per le sue affermazioni su ‘revanscismo’ di Putin o ‘ambizioni di una Cina assertiva’.

Mercenario al servizio dell’imperialismo
In un articolo scritto il giorno dopo il risultato elettorale negli Stati Uniti, il beato Gideon Rachman ne fece un’analisi che, pur penetrante, va decifrata, spogliata degli eufemismi e illustrata al pubblico per la difesa fervente del campo imperialista unito dall’egemonia degli Stati Uniti. Per questo motivo è utile notare alcuni dettagli dell’articolo, anche se il lettore può trovarlo fastidioso. Rachman iniziava l’articolo dicendo che l’elezione di Trump a 45.mo presidente degli Stati Uniti avviene 27 anni dopo la caduta del muro di Berlino, “un momento di trionfo per la leadership degli Stati Uniti” che, ha detto, “inaugurò un periodo di ottimismo e di espansione delle idee liberali e democratiche nel mondo“. Quel periodo, ha aggiunto, “è stato definitivamente chiuso dalla vittoria di Trump“. Nel linguaggio dei comuni mortali, la caduta del muro di Berlino, seguito dal crollo delle democrazie popolari dell’Europa centro-orientale e della fu grande e gloriosa Unione Sovietica, fu una grande tragedia storica per i popoli di quelle terre, come pure per l’umanità, e sicuramente diede grandi opportunità all’imperialismo degli USA imponendo la propria egemonia completa e indulgendo in aggressioni sfrenate, praticando cambi di regime in Paese dopo Paese, uccidendo milioni di persone inermi e distruggendo interi Stati.
Può, per favore, il nostro giornalista cinico e mercenario, con il suo portafoglio farcito dalle briciole del bottino imperialista, definire gli sviluppi in Europa orientale “un periodo di ottimismo e di espansione delle idee liberali e democratiche nel mondo“, ma la sua opinione sordida non è condivisa dalle vittime di tali sviluppi o dalle masse di persone comuni e decenti del mondo, anche in Europa e in America. Forse Rachman dovrebbe visitare Iraq, Afghanistan, Libia e Siria per chiedere ai loro popoli, che hanno ricevuto queste idee sulla punta dei missili da crociera e altra merce mortale, cose ne pensano di queste norme ‘liberali’ e ‘democratiche’. Non possiamo essere sicuri al momento se la vittoria di Trump segni la fine di questo incubo lungo 27 anni, possiamo solo sperarlo. Se Trump segue la propria retorica elettorale mettendo in discussione la NATO e ripristinando le buone relazioni con la Russia, queste misure certamente saranno un passo nella giusta direzione e porteranno un po’ di tregua alle vittime a lungo sofferenti per tali idee. La vittoria di Trump, ha detto Rachman, è “un profondo colpo al prestigio della democrazia degli Stati Uniti, e quindi alla causa della democrazia mondiale, che gli USA hanno sostenuto dal 1945“. La verità è esattamente opposta. In nome di ‘democrazia’, ‘Stato di diritto’, ‘diritti umani’ e ‘liberalismo’, gli Stati Uniti hanno agito dalla fine della seconda guerra mondiale da boia delle aspirazioni e dei movimenti democratici e rivoluzionari negli altri Paesi. Perseguendo guerre di rapina e il genocidio contro i popoli coreano, vietnamita, cambogiano e laotiano, causando la morte di 9 milioni di persone. Bombardarono in queste guerre quanto nella seconda guerra mondiale. Combatterono una guerra chimica avvelenando vaste aree di questi Paesi con defolianti letali, dai cui risultati continuano a soffrire ancora oggi. Poi ci sono i tentativi già citati dell’imperialismo di diffondere la democrazia in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria, per non parlare della Palestina, dove diffonde la democrazia attraverso i tirapiedi sionisti. Alla luce di questi fatti, non si può non ammirare l’audace sfacciataggine menzognera di Rachman. La politica di Trump, secondo Rachman, “minaccia di sfasciare l’ordine liberale (leggi l’egemonia imperialista degli Stati Uniti)” guidato dagli Stati Uniti, sfidandone in particolare i due pilastri: “il supporto a un sistema commerciale internazionale aperto” e l'”impegno nelle alleanze a guida USA, base della sicurezza globale“. Rachman, come il resto della sua gente, è inorridito al pensiero di Trump che mette in discussione gli impegni alla sicurezza degli Stati Uniti con gli alleati della NATO, il Giappone e la Corea del Sud, a meno che non si sprema di più per la loro ‘difesa’.
Ancora più terrificante è lo spettacolo di Trump che esprime “ammirazione aperta” per l’orco della propaganda imperialista, il Presidente russo Vladimir Putin, che consentirà di accrescere i timori che gli Stati Uniti non si oppongano alla “rinnovata aggressione russa in Ucraina o Europa orientale“. Affermando ciò senza uno straccio di prova sull’aggressione russa, per non parlare della “rinnovata” aggressione russa. Questo è allarmismo, propaganda nera e bugie sfacciate tipico del ministro della propaganda nazista Goebbels, secondo cui semplici affermazioni e loro ripetizione costante trasformano le menzogne in fatti. Per quanto riguarda l’Asia-Pacifico, Rachman ha detto che gli alleati asiatici degli Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, sono allarmati al pensiero che la politica “America First” di Trump possa far “accettare la sfera d’influenza cinese in Asia orientale“, ovviamente essendo del parere che questa parte del Pacifico sia il cortile dell’imperialismo statunitense quanto le acque della California, e che l’imperialismo degli USA abbia il diritto divino di dominare l’Asia dell’est escludendo dei Paesi, in particolare la Cina, che sono situati in quella parte del mondo. Rachman concludeva il suo articolo con una nota triste e pessimista, dicendo che l’ufficio della presidenza degli Stati Uniti, “un tempo occupata da giganti… è stata arraffata da un droghiere superficiale“, che ha promesso di fare grande l’America di nuovo, ma “la sua ascesa alla presidenza è in realtà segno di decadenza e declino nazionale“. (Trump e i pericoli dell’America First, Financial Times, 10 febbraio 2016). Alla fine, come un gattino cieco (per usare la terminologia di Lenin), Rachman ha accidentalmente detto la verità. Senza dubbio, gli USA sono in avanzati declino e decadenza. E sarebbe sempre così se Hillary Clinton avesse arraffato la presidenza. (Vedasi VI Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, 1918, capitolo 4)
Il declino degli USA è un duro colpo alle loro ambizioni egemoniche globali. Questa prospettiva può renderne tristi i lacchè, ma è occasione di gioia per l’umanità progressista. Con Trump, a condizione che rispetti le promesse elettorali, questo declino può semplicemente avvenire con meno guerre di aggressione per cambi di regime. Nessuno, tranne gli ammiratori folli degli Stati Uniti legatisi al carro da guerra dell’alleanza neo-nazista NATO, se ne pentirebbe.pic_nrd_20160328_williamsonIl declino degli Stati Uniti
Il declino degli Stati Uniti ha poco a che fare con Donald Trump. Il sistema globale di ispirazione e concezione statunitense è decaduto da tempo. La crisi economica peggiore mai avuta di sovrapproduzione, con conseguente crollo del 2008 e il quasi-crollo dell’edificio finanziario imperialista, la stagnazione dei redditi, l’austerità imposta alla classe operaia per salvare i baroni-ladroni del capitale finanziario, la crescente disuguaglianza e il disincanto sul libero commercio, sono veramente un bene seppellendo il cosiddetto senso economico liberale. Ciò che è vero è che la demolizione dei pilastri politici del vecchio ordine, che Trump ha promesso, se effettuata, accelererà il declino degli Stati Uniti, di nuovo non una cosa negativa per l’umanità. Di fronte a questa prospettiva, e ansimando per la rapida scomparsa del vecchio ordine militare e dell’egemonia economica degli Stati Uniti, i difensori reazionari di tale ordine vedono solo pericoli e con grande perplessità si chiedono: “Quanto dell’Europa libera può sopravvivere al ritiro dell’ombrello della sicurezza degli Stati Uniti? Alla Russia sarà consentito ripristinare l’influenza sugli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale e centrale?… Chi manterrà la pace nei mar cinese meridionale e orientale?” Con Trump che occupa la Casa Bianca, affermano: “L’occidente ha perso il suo guardiano, e la democrazia il suo campione“. (L’America può sopravvivere a questo. Non l’occidente, di Philip Stephens, Financial Times, 11 novembre 2016)

Perché Hillary Clinton ha perso
Dichiarando che mancanza di esperienza, di carattere, intemperanza e ignoranza di Trump non lo rendono adatto alla presidenza degli Stati Uniti, i veterani della dirigenza e dello status quo ne attribuiscono la vittoria a razzismo, pregiudizio, odio e paura. Non riescono a capire come Hillary Clinton, sostenuta dal potente complesso militare-industriale, da Wall Street e da tutta la stampa e i media elettronici, non sia riuscita a sconfiggere Trump. Il meglio che possono pensare è attribuirne la sconfitta alla decisione di James Comey, capo dell’FBI, d’indagare Hillary sui suoi messaggi di posta elettronica, o alla presunta interferenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti attraverso pirateria e fughe. In tal modo, questa nobiltà rifiuta ostinatamente di vedere l’elefante nella stanza: cioè l’alienazione e la disillusione di ampie fasce dell’elettorato verso la realtà e lo status quo, e l’abilità con cui Trump ne ha sfruttato il disincanto. Indubbiamente, razza e colore hanno giocato una parte nella sua vittoria. Il fattore di gran lunga più grande, tuttavia, è stato il disagio economico sentito da coloro che subiscono la globalizzazione, assieme all’impopolarità delle guerre infinite all’estero, che costano agli statunitensi comuni caro, per sangue e finanze, ma portano favolosi profitti ai giganti della finanza e dell’industria degli armamenti degli Stati Uniti. Aggiungendo a ciò le caratteristiche personali della candidata democratica, la totale mancanza di carisma; la sua storia di bugiarda congenita e criminale di guerra, responsabile di distruzione e perdite di vite umane monumentali nelle guerre estere; i suoi piani di scontro con la Russia; i suoi oscuri traffici con la Fondazione Clinton, i collegamenti con corrotti e terroristi e il suo autocompiacimento. Anche se fosse stata la gara tra i due candidati più impopolari nella storia delle elezioni presidenziali statunitensi, Clinton era personalmente molto più diffidata e invisa al popolo di Donald Trump. Non fu di molto aiutata dal partito, presieduta da capi screditati e disonesti, e per dirla con Thomas Frank, i democratici sono divenuti “da partito di Decatur (una malconcia cittadina dell’Illinois) a party a Martha Vineyard (residenza estiva delle élite)”. (Repubblicani e democratici hanno perso i colletti blu negli USA. Gli ultimi hanno da dire la loro, ora, The Observer, 6 novembre 2016)
Era così sicuro della vittoria Hillary Clinton, perché il PD sembrava dare per scontata la propria base elettorale. Non solo la maggioranza degli elettori bianchi (il 69 per cento degli elettori degli Stati Uniti) votava per Trump, ma gli elettori afroamericani e latini non hanno portato a Clinton i numeri dati ad Obama nelle ultime due elezioni. (Una vittoria della rabbia e della paura, The Observer, 13 novembre 2016). L’élite del PD ha fatto ricorso ad ogni bassezza per privare Bernie Sanders (il solo ad avere volontà e capacità di sfruttare il malcontento dei lavoratori bianchi poveri secondo un punto di vista progressivo) della nomina del partito. La maggior parte dei sondaggi mostra che, se fosse stato il candidato democratico, Bernie Sanders avrebbe vinto facilmente contro Trump. Alla fine, circa il 37 per cento dei membri del sindacato e il 41 per cento delle famiglie dei sindacalisti hanno votato per Trump, tra cui numerosi sostenitori di Bernie. La leadership corrotta della AFL-CIO (Federazione Americana del Lavoro e Congresso delle Organizzazioni Industriali, la grande federazione dei sindacati degli Stati Uniti), così come la NAACP (Associazione nazionale per l’avanzamento dei popoli colorati) e la maggioranza dei membri del Congressional Black Caucus, furono usati da Hillary Clinton per bloccare e imbrogliare Bernie Sanders. Così strettamente era manipolato e controllato dall’élite di partito l’intero processo, che alla convention democratica i dirigenti sindacali non furono autorizzati a parlare di ‘classe operaia’ o a citare il contenzioso su uno qualsiasi dei grandi accordi commerciali (TPP, TTIP o NAFTA). Contro lo slogan di Trump di “prosciugare la palude” di Washington, liberandola da clientelismo politico e corruzione, la risposta dei vertici del PD fu affermare che “l’America è ancora grande” e “tutto va bene”; slogan compiaciuti che hanno nauseato e disgustato la maggioranza degli elettori. Oltre alla classe operaia, vi sono 30 milioni di piccole imprese negli Stati Uniti,che impiegano più della metà della popolazione attiva e costituiscono il 99,7 per cento di tutte le imprese, generando il 33 per cento delle esportazioni. All’altra estremità della scala, ci sono 18500 imprese con più di 500 dipendenti ciascuna. Gli interessi delle piccole imprese divergono da quelle delle grandi imprese, e hanno numeri e risorse per significative sfide politiche alle fasce tradizionali dei partiti politici. Costituiscono un grande segmento dei sostenitori di Trump, dato che i loro interessi non coincidono con quelli dei capitalisti monopolistici. Né beneficiano nella stessa misura dalla globalizzazione, sostenuta dai dirigenti dei partiti Repubblicano e Democratico, Wall Street e complesso militare-industriale. Non è un caso che tutto l’establishment ha sostenuto la candidatura di Hillary Clinton, una guerrafondaia, per non dire criminale di guerra, e fervente sostenitrice di TPP e TTIP (fino all’opposizione tardiva e timida per ragioni di opportunità elettorale). Non per niente Clinton ha ricevuto dai banchieri di Wall Street 78milioni di dollari di donazioni per la campagna, mentre Trump ne ebbe poco meno di 1 milione dalla stessa fonte.16177772Riscrivere la storia
Nel tentativo di sminuire Trump e il suo successo elettorale, e di ritrarlo semplicemente come la vittoria di razzismo e intolleranza, i suoi detrattori ideologici ricorrono alla riscrittura della storia, nella speranza che i loro lettori siano abbastanza ignoranti da non notarlo. Ad esempio, dopo aver annunciato la vittoria presidenziale di Trump come “fine dell’occidente e scomparsa della democrazia liberale”, l’autore di un articolo di fondo in The Observer continuava: “Il trumpismo ha preso d’assalto la città splendente sulla collina, tradito i padri fondatori che erano per la dignità umana e i diritti universali e ora presagisce un’America isolazionista ad immagine di Trump. Un faro di discriminazione e cattiveria” (op cit, 13 novembre 2016). Niente del genere! Qualunque siano le dichiarazioni e la retorica dei padri fondatori, certamente non si distinsero per dignità umana e diritti universali; ognuno di loro, tra cui Thomas Jefferson e Benjamin Franklin (il più radicale) credevano nella e praticavano la schiavitù, possedendo di decine, e in alcuni casi centinaia, di schiavi neri. La prima costituzione degli USA descriveva i neri come solo per tre quarti esseri umani; la repubblica nordamericana nata dalla guerra d’indipendenza non gli concesse alcun diritto. Ci sono voluti altri novant’anni e una guerra civile, che divorò quasi il 10 per cento della popolazione nordamericana, affinché gli schiavi fossero emancipati. Anche allora, subito dopo, i benefici dell’abolizione furono tutti tolti da una legislazione restrittiva in diversi Stati; e ci sono voluti altri novant’anni e un potente movimento per i diritti civili negli anni ’60 per spazzare via tali leggi. Anche oggi, gli afro-americani, insieme ai pochi nativi americani che sono riusciti a sopravvivere a massacri ed olocausti, continuano ad essere le maggiori vittime di questo “faro di discriminazione e cattiveria”, vale a dire, la repubblica americana; questo leader del ‘mondo libero’ e custode della ‘democrazia’. E’ un insulto all’intelligenza dei suoi lettori che il caporedattore dell’Observer osasse fare una tale affermazione oltraggiosa. Trump non è l’inventore di cattiveria e discriminazione, odio razziale e dispetto; questi sono ingredienti essenziali del corpo politico statunitense. A intervalli regolari ci fu isteria anti-immigrati negli Stati Uniti ad ogni ondata immigratoria, contro gli italiani, gli irlandesi e gli ebrei. Quello che Trump ha fatto è identificare la frattura tra i donatori del Partito Repubblicano, che beneficiano della globalizzazione, e la sua truppa, che se ne sente vittima. Poi si mise con questi ultimi attaccando il liberoscambismo e l’interventismo militare. Di conseguenza, si è assicurato il 70 per cento del voto dei bianchi della classe operaia; soverchiando l’ex-candidato repubblicano Mitt Romney tra gli elettori neri ed ispanici; e ha perso tra le donne bianche con istruzione universitaria solo per poco. Coloro che fino ad oggi hanno gestito il partito repubblicano hanno dato ad Obama l’autorità per negoziare nuovi accordi commerciali, ora defunti. Con l’elezione di Trump, le contraddizioni nel partito repubblicano sono ormai venute alla ribalta; resta da vedere se i sostenitori di Trump o i capi repubblicani avranno il sopravvento.

Piattaforma economica
La piattaforma economica di Trump è un guazzbuglio. Le sue proposte sulla tassazione personale porterebbero solo benefici modesti agli elettori a medio reddito, i cui interessi pretende di rappresentare, e grandi guadagni ai più ricchi. Con imposte minori alle società, la sua amministrazione spera di attirare aziende rimpatriando una cifra stimata di 1-3 trilioni nascosti all’estero. La sua proposta per 1 trilione di investimenti infrastrutturali, assieme a una politica di bilancio più flessibile, stimolerebbe l’economia degli Stati Uniti, riparando strade, ponti, gallerie, aeroporti, scuole e ospedali, cosa a cui i repubblicani al Congresso si sono con veemenza opposti, finora. Resta da vedere se saprà superare questo ostacolo. I piani di spesa di Trump e i tagli fiscali non finanziati aggiungerebbero altri 5 trilioni al deficit federale degli Stati Uniti entro il 2026, secondo il Comitato per un bilancio federale responsabile. Per di più, i suoi piani sono suscettibili di dimostrarsi inflazionistici, aumentando i costi dei finanziamenti, che a sua volta potrebbero obbligare la FED ad alzare i tassi d’interesse e porre le basi per una crescita più lenta. La cosa più controversa della piattaforma economica di Trump è la minaccia fiscale del 45 per cento di tariffe alle importazioni cinesi negli Stati Uniti. La Cina ha un surplus commerciale con gli Stati Uniti da 400 miliardi di dollari l’anno, e le riserve cinesi in valuta estera attualmente sono 3,1 trilioni di dollari, in gran parte investiti nel mercato del Tesoro degli Stati Uniti. Vi è quindi la possibilità di misure di ritorsione devastanti. La Cina potrebbe sbarazzarsi delle partecipazioni del Tesoro degli Stati Uniti, avviando una catena di eventi, con conseguente calo precipitoso del valore del dollaro USA, portando all’aumento dei tassi d’interesse degli Stati Uniti per proteggere il dollaro, e a una probabile recessione negli Stati Uniti. Tale catena di eventi sicuramente destabilizzerà il mercato obbligazionario infliggendo gravi danni all’economia globale. Gli statunitensi prendono prestiti dai più poveri cinesi con scarsi tassi d’interesse per acquistare i beni che i cinesi producono in grandi quantità. Questi vantaggi sono stati decisi a costo del lavoro negli Stati Uniti, ma ciò, tuttavia, è nella natura dell’imperialismo, le cui caratteristiche principali sono esportazione di capitali, creazione di strutture produttive all’estero, interesse nella massimizzazione dei profitti. Qualunque sia la retorica, anche Trump non potrà farvi molto. Inutile dire che anche la Cina subirà perdite enormi nelle attività denominate in dollari, se i due Paesi saranno trascinati in azioni di ritorsione. Davanti alle conseguenze economiche disastrose imponendo tariffe ai beni cinesi, violando le norme dell’OMC, Trump dovrebbe fare un passo indietro dal precipizio.

La critica di Burleigh all’élite liberal
E’ interessante notare che, mentre una combinazione di neocon e ‘liberal’ di sinistra negli Stati Uniti, compresi gli inguaribilmente contro-rivoluzionari trotzkisti, è frastornata al punto di provare dolore per la vittoria di Trump, sentendo il “tonfo dello stivale fascista nell’ascesa di Trump“, Michael Burleigh, autore e storico, ha rimesso la questione nella misura della sobrietà e dell’onestà, dicendo che la vittoria di Trump va vista come la grande fuga di USA e occidente. Scrivendo sul Mail on Sunday, sosteneva con effetti devastanti per chi è distrutto dal dolore per il successo elettorale di Trump: “Si dice che molti di destra non siano felici della presidenza Trump. Questi neocon normalmente non badano al tonfo degli stivali, preferibilmente sulla faccia degli arabi, credendo che il falco Clinton avrebbe continuato il loro bellicismo evangelico. Basti guardare come è andata a finire. Dall’11 settembre gli Stati Uniti hanno agito come un ‘globocop’ in Medio Oriente, Nord Africa e Afghanistan. Il risultato è la morte di milioni di persone, l’ascesa dello Stato islamico, gli Stati falliti, la diffusione del terrorismo e una marea di profughi che destabilizza l’Europa“. Continuava: “Questo caos ha aggravato gli effetti della ‘digitalizzazione’ e ‘globalizzazione’ sulla gente comune che lavora e non ha un posto di lavoro sicuro. Computer, robot industriali e outsourcing hanno distrutto molti mezzi di sussistenza“. Queste sono le ragioni, secondo Burleigh, per cui “l’isteria liberale su Trump è fuori luogo. Con la promessa d’intervenire militarmente solo quando gli interessi nazionali sono in gioco, potrebbe essere proprio il presidente giusto per i nostri tempi. Il risultato potrebbe essere un nuovo ordine mondiale multipolare“. “L’epoca“, dice, “è cambiata e la politica internazionale deve cambiare con essa“. In seguito ha detto che Russia, Cina, India e Iran vogliono che siano ascoltati; e che la loro voce sia ascoltata per rimodellare le istituzioni globali che i vincitori della seconda guerra mondiale imposero nel 1945. La “pretesa statunitense di difendere mondo occidentale e Pacifico è sempre più odiata dal pubblico statunitense… A differenza di Hillary Clinton, che si sarebbe scontrata con Vladimir Putin sin dall’inizio, Trump dice di volere migliori relazioni con la Russia. E’ giusto che i russi aiutino gli Stati Uniti (e non solo) a distruggere lo SI. Con consiglieri intelligenti si potrebbe scoprire che un Iran relativamente occidentalizzato è un alleato migliore dei sauditi, che hanno passato gli ultimi quarant’anni a diffondere l’estremismo islamico. Ma tutto questo“, concludeva, “avrà un costo. Dovremo accettare il fatto che non possiamo più esportare le nostre idee… nel resto del mondo (non solo idee ma l’imposizione dell’egemonia imperialista a mano armata!)”
Ciò che Burleigh sostiene, in sostanza, è il corso non-imperialista delle potenze imperialiste. Questo non accadrà. Comunque, desiderio e difesa di un mondo senza il brigantaggio e l’egemonia imperialista, anche se non espresso in termini così chiari, sono lodevoli, in quanto il documento proviene da un ambito inaspettato, svergognando i sostenitori dei valori di pseudo-sinistra, ‘democratici’ o liberali che, con la vittoria di Trump, si affliggono prenotando camere speciali con consulenti, cuccioli e peluche per alleviare il dolore. (La grande fuga da globocop, 13 novembre 2016)

La crisi imperialista si approfondisce
Dopo la Brexit di giugno, la vittoria di Trump è un altro duro colpo al sistema imperialista e al cosiddetto ordine liberale. In quanto tale, va accolta con entusiasmo dal proletariato rivoluzionario e dall’umanità progressista.c23m3n8ucae67i5Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le ragioni delle affermazioni sulla “pirateria russa”

Tony Cartalucci, LD, 19 gennaio 201615895205Nonostante il grande sforzo volto recentemente a rafforzare la credibilità della “comunità d’intelligence statunitense” dopo la valutazione sulla presunta “pirateria russa”, va ricordato che tale “comunità” ha volutamente e malvagiamente fabbricato una miriade di bugie sulle cosiddette armi di distruzione di massa in Iraq, portando ad una guerra che ha distrutto più di un milione di vite, tra cui oltre 4000 soldati statunitensi. Una comunità responsabile delle bugie autocertificate non ha credibilità. Né i media che ripetono tali bugie senza criticarne le fondamenta e le rozze logiche che le sottendono. Ultimamente, le prove presentate da tale comunità e partner nei media occidentali sulla presunta “pirateria russa” delle elezioni negli USA del 2016, sono così scadenti e bizzarre che appellarsi alle autorità è essenziale per spacciarle al pubblico globale.

Cosa s’intende per “pirateria russa?”
Il tono sinistro di “pirateria russa” suggerisce che Mosca abbia sovvertito le elezioni del 2016 negli Stati Uniti usando l’informatica. I titoli di media occidentali come CNN, “Gli USA accusano la Russia d’interferire nelle elezioni del 2016“, istigano l’isteria affermando: “L’amministrazione Obama ha detto di aver “fiducia” nella Russia responsabile della pirateria di e-mail sulle imminenti elezioni statunitensi, nel tentativo d’interferirvi. L’annuncio indicava per la prima volta che il governo degli Stati Uniti ufficialmente accusava la Russia di pirateria del sistema politico degli Stati Uniti. All’inizio della settimana, i due Paesi interruppero i colloqui formali sul cessate il fuoco in Siria. “Crediamo che, in base a portata e sensibilità di questi sforzi, solo i vertici della Russia possano averle autorizzate”, affermavano dipartimento di Sicurezza Nazionale e ufficio del direttore della National Intelligence, in una dichiarazione congiunta”. Le dichiarazioni sulla Russia “che piratava i sistemi politici degli Stati Uniti” richiama l’immagine di hacker al Cremlino che usano sofisticate armi informatiche per violare le macchine del voto, seggi e database per alterare i risultati elettorali. In realtà, nulla del genere è accaduto, e non secondo le dichiarazioni russe, ma secondo i rapporti ufficiali della “comunità d’intelligence statunitense” sul caso.

La prova reale, secondo il governo degli Stati Uniti
In realtà, la “pirateria” delle e-mail rese pubbliche, i messaggi di posta elettronica diffusi dal  (DNC), compresi quelli tra la candidata presidenziale ed ex-segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton e il suo responsabile della campagna John Podesta. Le e-mail furono poi consegnate a Wikileaks prima di essere rese pubbliche. Alcun seggio elettorale fu “piratato”, alcun database compromesso e alcuna influenza esercitata sulle elezioni, al di là dell’influenza che la verità sulle comunicazioni interne del DNC ha avuto sul pubblico statunitense. La natura delle fughe sulla posta elettronica comporta una tecnica nota come “spear phishing”, una tecnica con cui un hacker si rivolge ad individui specifici spacciandosi via e-mail da organo governativo o compagnia, chiedendo all’individuo preso di mira di compilare username e password. Lo “spear phishing” è forse la tattica più elementare che si possa immaginare, ed è più vicina all’ingegneria sociale e all’inganno (conning) che alla pirateria via computer. Proprio “La relazione congiunta d’analisi del governo degli Stati Uniti” (PDF), basato sulle “analisi di Department of Homeland Security (DHS) e Federal Bureau of Investigation (FBI)“, avrebbe rivelato proprio questo. Con sintesi prolissa, il rapporto ammette: “Nella primavera del 2016, APT28 compromise lo stesso partito, sempre via spearphishing. Questa volta, l’email di spearphishing spinse i destinatari a cambiare password attraverso un dominio webmail falso ospitato dall’infrastruttura operativa di APT28. Utilizzando le credenziali raccolte, APT28 poté accedere e rubare il contenuto, probabilmente portando all’esfiltrazione di informazioni su più membri di alto livello del gruppo. Il governo degli Stati Uniti ritenne che l’informazione fu trapelata alla stampa e divulgata”. In parole semplici, gli individui presi di mira furono avvicinati via e-mail, chiedendogli username e password, che volontariamente consegnarono. Il rapporto d’analisi congiunto tenta di usare un sofisticato gergo tecnico, nella speranza che i lettori credano che l’operazione richieda competenze sofisticate. Tuttavia, gli attacchi non sarebbero potuto essere più elementari. Gli esperti di IT, da Wikileaks di Julian Assange allo show di Vin Armani, hanno spiegato in modo approfondito quanto elementare sia stato piratare la posta elettronica, convenendo che un adolescente senza risorse, oltre alla connessione Internet, conoscenze elementari e desiderio di violare le e-mail del DNC, avrebbe potuto effettuare tali attacchi. Altri rapporti del governo degli Stati Uniti, tra cui quello legato al titolo del New York Times,Il contesto della valutazione delle attività e intenzioni russe nelle ultime elezioni negli Stati Uniti: il processo analitico e l’attribuzione del cyber-incidente” (PDF), l’ammetterebbe, concentrandosi non sui dettagli tecnici del vero “pirataggio” delle e-mail, ma piuttosto collegando l’operazione alla Russia esclusivamente sulla base di come da ciò la Russia ne avrebbe tratto beneficio.

Se la Russia è abbastanza avanzata da “piratare” le elezioni negli USA, lo è abbastanza per sapere che è inutile
L’elementare “pirateria” delle e-mail richiedeva sponsorizzazioni, e la Russia sarebbe stata disposta ad accettarne i rischi politici, economici e militari connessi, sponsorizzando tale operazione? La risposta è probabilmente no. In realtà, a prescindere da chi ci sia alla Casa Bianca, la politica estera statunitense è dettata principalmente da interessi delle imprese e finanze, non eletti da nessuno. Ciò spiega il motivo per cui gli Stati Uniti hanno agito a tradimento e in modo sovversivo verso la Russia per decenni, a prescindere dalle presidenze e perfino da intere ere politiche degli Stati Uniti. Banche e aziende energetiche e della difesa hanno visto la Russia come concorrente dalla seconda guerra mondiale, un concorrente da minare, sopraffare, comprare o comunque isolare ed eliminare. Le elezioni favorevoli al presidente eletto Donald Trump sull’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton faranno poca o nessuna differenza in tale lotta pluridecennale tra Oriente e occidente. La comprensione di ciò, tuttavia, spiega il motivo per cui gli Stati Uniti sfruttano le e-mail del DNC compromesse per accusare la Russia. È l’ennesima occasione per giustificare ulteriori tentativi di circondare, contenere, e in ultima analisi, rovesciare l’ordine politico, finanziario, militare ed industriale della Russia, eliminando un notevole ostacolo a Wall Street e alle ambizioni di Washington sull’egemonia globale. Senza poter citare “il sequestro delle elezioni” e altre presunte minacce di Mosca all’occidente, l’enorme spesa per l’espansione militare, in particolare degli Stati Uniti in Europa orientale, sarebbe imperdonabile.internet_hate_machine_joshua_goldbergTony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora