Le sanzioni statunitensi sono sintomatiche di un impero fallito

James Oneill New Eastern Outlook 5.08.2017

Il 26 luglio 2017 il Congresso degli USA approvava in via straordinaria un disegno di legge che prevede nuove sanzioni contro Corea democratica, Russia e Iran. Il passaggio di tale legge e il tipo di sostegno nel Congresso degli Stati Uniti sono istruttivi per vari aspetti. Il primo punto è che le fazioni statunitensi, precisamente le istituzioni statunitensi, sono disposte a perseguire politiche indipendentemente dall’assenza di basi evidenti; in contrasto con gli interessi dei supposti amici ed alleati e completamente prive di qualsiasi conoscenza o riferimento alle realtà storiche. Il risultato delle ultime sanzioni è creare una situazione singolarmente pericolosa che potrebbe facilmente portare a una guerra nucleare. Contrariamente alle credenze bizzarre di certi politici statunitensi, non ci sarebbero vincitori con tale risultato. Questi punti possono essere illustrati riguardo le sanzioni all’Iran. Per anni la retorica degli Stati Uniti e dell’alleato Israele era che l’Iran era “sul punto di sviluppare una bomba nucleare”. Per più di un decennio, il governo israeliano diceva che l’Iran era “a solo pochi mesi” da tale sviluppo. Che le date siano passate senza incidenti, non impediva la ripetizione di ciò che era una manifesta falsità. Il primo ministro israeliano Netanyahu apparve all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, presentando un disegno che rappresentava la presunta “minaccia imminente”. I media occidentali omisero di menzionare che Israele è la sola potenza nucleare del Medio Oriente; non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, e si rifiuta di consentire l’ispezione dell’AIEA delle proprie strutture nucleari. Non solo non vi era alcuna prova che l’Iran abbia o volesse sviluppare armi nucleari, fu opinione unanime delle 17 agenzie d’intelligence statunitensi in due occasioni che l’Iran non avesse un programma per armi nucleari. Per risolvere la prospettiva della costante propaganda antiiraniana che istiga all’attacco di Stati Uniti e alleati all’Iran, il governo russo fu determinante nel raggiungere l’accordo del 2015 che impediva che l’inesistente programma di armi nucleari giustificasse la guerra. L’esempio dell’Iraq illustra come demonizzazione costante, minacce di sanzioni e false accuse su armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, possano rapidamente portare alla devastazione totale di una nazione in precedenza prospera. Le lezioni da trarre da Iraq, Libia e Siria sono decisamente ignorate dai media occidentali che attualmente rullano i tamburi di guerra contro la Corea democratica, ancora una volta ignorando storia, logica e realtà militari.
Il piano d’azione comune globale (JCPOA) negoziato nel 2015 e concordato dai partecipanti, compresi gli Stati Uniti, forniva lo strumento con cui si rende praticamente impossibile all’Iran divenire una potenza nucleare. I meccanismi per garantirne la conformità comprendevano ispezioni regolari dell’AIEA e relazioni semestrali che attestano la conformità dell’Iran. Queste relazioni sono inviate al Congresso degli Stati Uniti. Per gli statunitensi e i loro alleati, tuttavia, non basta. Sebbene il JCPOA li privi del casus belli immediato per la guerra, la retorica anti-iraniana continua senza sosta. Un esempio della falsa propaganda è l’affermazione che l’Iran sostenga i gruppi sciiti intenti a promuovere terrorismo e destabilizzazione in Medio Oriente e altrove. Tale affermazione non ha alcuna attinenza coi fatti. La Fondazione Carnegie USA, ad esempio, in un rapporto intitolato “L’aiuto dell’Iran in Yemen” criticava la rappresentazione dell’Iran come sostenitore dei “ribelli sciiti” contro le forze del presidente Hadi. La realtà è che Hadi fu eletto in un’elezione dove era l’unico candidato e che l’opposizione popolare fece fuggire in Arabia Saudita. Gli huthi, la principale opposizione ad Hadi, sono zaiditi, teologicamente del ramo sunnita dell’Islam piuttosto che sciita. La guerra brutale in corso nello Yemen è guidata dai sunniti sauditi, sostenuta da Regno Unito, Stati Uniti e dalla grave presenza di mercenari, anche australiani, su cui il governo australiano tace. La realtà ha più a che fare con la posizione strategica dello Yemen, che si affaccia sullo stretto tra Mar Rosso e Mar Arabico e gli enormi giacimenti di petrolio ambiti dai sauditi, piuttosto che a un qualsiasi presunto sostegno iraniano. Anche Gibuti, sullo stretto dello Yemen, ha attirato l’interesse strategico statunitense e cinese, senza essere devastato dalla guerra. L’Iran offre sostegno politico e morale a Hamas in Palestina, ai musulmani nel Kashmir e ai rohingya in Myanmar, tutti sunniti. La caratteristica che hanno in comune è che sono repressi e soggetti a politiche genocide di altri gruppi politici e religiosi.
L’amministrazione Trump dimostra la verità dell’osservazione del Presidente Putin sulla precedente amministrazione Obama, secondo cui “non sono capaci di un accordo”. Trump ha detto al Wall Street Journal: “se fosse per me avrei trovato (gli iraniani) non conformi 180 giorni fa” (quando giurò). Secondo un articolo del Journal of Foreign Policy, Trump riprese il mantra all’ufficio ovale accusando i suoi consiglieri in politica estera (Tillerson, Mattis e McMaster) di non aver trovato modo per affermare che l’Iran violi le disposizioni del JCPOA. Il New York Times diffuse una storia simile. Infatti, gli Stati Uniti violano il JCPOA, sia nella lettera che nello spirito, e anche la risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che approvò l’accordo. L’articolo 29 del JCPOA impegna gli Stati Uniti ad astenersi da qualsiasi politica intesa a incidere sulla normalizzazione delle relazioni commerciali e economiche con l’Iran. Le ultime sanzioni e la retorica bellicosa che le accompagna sono manifestamente non conformi all’articolo 29. Tra le tante falsità contro l’Iran c’è l’affermazione che i test missilistici dell’Iran violino il JCPOA. Non c’è nulla nell’accordo che impedisca all’Iran di sviluppare l’autodifesa, tra cui l’uso di tecnologie antiaeree e antimissili. Un diritto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Iran ha adottato il sistema antimissile S300 della Russia nel 2016, in virtù del diritto all’autodifesa. Date le quotidiane minaccia all’Iran; i due ultimi incidenti dei “colpi di avvertimento” sparati a navi iraniane da navi militari statunitensi che operavano presso le acque territoriali dell’Iran; e la storia sulle azioni statunitensi nei Paesi confinanti, le misure di autodifesa sono una prudenza. L’osservanza dell’Iran dei termini del JCPOA ha consentito d’intervenire in un’altra area probabilmente più importante delle misure di autodifesa militare. L’Iran ha compiuto rapidi progressi nel rafforzare i legami economici con Cina, India e Russia. Sono stati firmati memorandum d’intesa per 40 miliardi di dollari con la Russia e società russe. La società Gazprom ha firmato un accordo da miliardi di dollari per sviluppare il giacimento Farzad B. Gazprom sviluppa anche i campi petroliferi Azar e Ghanguleh nella provincia del Luristan dove si stimano 3,5 miliardi di barili di riserve di petrolio. L’Iran ha anche 7 miliardi di dollari in riserve di gas naturale. I 200 miliardi di dollari necessari per sviluppare tali riserve verranno da Russia, Cina e altre fonti non occidentali. L’Iran annunciava che darà la preferenza ad infrastrutture e ad altre iniziative di sviluppo alle nazioni che l’hanno sostenuto negli anni delle sanzioni e delle altre forme di guerra. La Cina, che attualmente costruisce un collegamento ferroviario ad alta velocità tra Mashad e Teheran (per collegarsi con altre linee dell’Est asiatico), vede l’Iran quale fattore chiave nella grande Belt and Road Initiative (BRI) che trasforma il quadro economico e geopolitico eurasiatico. L’Iran è anche attore chiave nel corridoio dei trasporti Sud – Nord che collega l’India attraverso Iran e Azerbaigian alla Russia, trasportando merci ad una frazione del costo e del tempo delle rotte convenzionali esistenti e vulnerabili alle interferenze della Marina statunitense. Significativamente importante è anche l’associazione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con l’adesione a pieno titolo probabilmente nel 2018. La SCO è una componente centrale del BRI con legami sempre più stretti con l’Unione economica euroasiatica (EEU). La Russia è il denominatore comune di BRICS, SCO, UEE, SCO e NSTC. I Paesi di questi quattro gruppi, così come altre nazioni (ora più di 60) che hanno aderito al BRI, sempre più negoziano altri accordi non denominati in dollari. I giorni del dominio del dollaro USA sono chiaramente contati.
Questa combinazione di grandi cambiamenti economici e geopolitici nell’equilibrio di potere, allontanandosi dal dominio statunitense degli ultimi sette decenni, è la chiave per capire perché gli statunitensi reagiscono in modo disperato, pericoloso ed irrazionale. È la classica sindrome della fine dell’impero. Si spera che gli adulti costringano gli Stati Uniti ad evitare la via che porterebbe alla fine dell’umanità.James O’Neill, avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Israele pagherà caro la strategia del caos degli Stati Uniti

PressTV 13 luglio 2017Dalla sfortunata nascita d’Israele in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per evitare a Tel Aviv il diretto coinvolgimento nei conflitti che scatena nella regione. Il piano di pace Israele/Palestina non è mai stato volto ad offrire pace ai palestinesi, ma a privarli della loro forza, della capacità di combattere militarmente Israele. Ma tale stratagemma non ha funzionato in Libano, dove Hezbollah sconfisse militarmente Israele nel 2006. Ma i cambiamenti che si verificano in Medio Oriente garantiranno la sicurezza d’Israele? Il “caos costruttivo” auspicato ai tempi dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton in Medio Oriente e che doveva mettere i Paesi della regione l’uno contro l’altro, ha davvero rafforzato la sicurezza del regime israeliano? Se sei anni di guerra totale contro Damasco lasciano, come desiderano gli Stati Uniti, una Siria in rovina, è una vera vittoria per Israele?
1. La guerra in Siria ha aiutato la nascita di “forze paramilitari” che in alcuni casi saranno il nucleo dell'”esercito regolare” nei rispettivi Paesi. Questa prospettiva è ciò che più terrorizza il regime d’Israele che alimenta il militarismo ma nega ad ogni Stato il diritto di difendersi.
2. Ma non è tutto: le guerre sponsorizzate da Washington in Medio Oriente infine trasferiscono ai “corpi paramilitari” altra tecnologia missilistica di qualsiasi gittata: media, non balistica e persino balistica. Queste decine di migliaia di combattenti, specializzati nelle battaglie asimmetriche, ora potranno impiegare questi sistemi.
3. Peggio ancora, si assiste alla nascita di una nuova generazione di comandanti, finanche specializzati in battaglie asimmetriche e in grado di comandare truppe in qualsiasi scontro militare futuro.
4. Facilitando il traffico dei terroristi, facendo di tutto per armarli ed equipaggiarli per combattere in Siria l’esercito e la popolazione, gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio meccanismo per alimentare lo SIIL con migliaia di terroristi provenienti da Asia centrale e orientale, Turchia, Arabia Saudita ed Europa. Altri Paesi potrebbero seguire l’esempio, questa volta contro Israele.
5. Tale meccanismo viene ricordato in uno dei recenti discorsi del Segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah, secondo cui permetterà “qualsiasi confronto militare con Israele in futuro” da parte di un esercito di decine di migliaia di “resistenti” palestinesi, iracheni, siriani e yemeniti.
6. Il “caos controllato” degli statunitensi ha certamente scosso le fondamenta di diversi Stati della regione, ma resta il fatto che questi Stati ora sono tutt’altro che facile preda del Pentagono. Le forze paramilitari sono nate sulle rovine di Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen e sono pronte a dare battaglia a Washington, dove domina la riluttanza ormai palpabile ad “occupare” intere regioni dei Paesi aggrediti. Non sembra più il 2003, quando le truppe statunitensi sbarcarono in Iraq per “liberarlo” e restarci!
7. Nei 14 anni passati dall’invasione dell’Iraq, 6 dall’inizio della guerra in Siria, 3 dall’assalto allo Yemen, e la battaglia di Mosul è durata quasi un anno, il Medio Oriente assiste alla nascita di “forze” dalla grande efficienza in combattimento. Sono le forze che hanno sconfitto lo SIIL e che non esiteranno quando arriverà il momento di affrontarne i “mentori statunitensi ed israeliani”. Questi veterani affrontato gli statunitensi ai confini siriano-iracheni da non più di due mesi, quando avanzavano nel deserto della Siria da al-Tanf ai confini con l’Iraq. I caccia statunitensi li bombardarono, ma continuarono l’avanzata, come se nulla fosse accaduto. Fanno parte delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq, delle Forze popolari siriane, del movimento yemenita Ansarullah o libanese Hezbollah, guerrieri che condividono una cosa: la ferma convinzione che la sopravvivenza delle popolazioni del Medio Oriente passi dalla resistenza all’aggressione delle grandi potenze.
In questo contesto, la prossima guerra che Israele vorrà lanciare contro Hezbollah sarà diversa, Israele è ben consapevole della superiorità dell’Asse della Resistenza nei combattimenti a terra, una superiorità che prevarrà nei prossimi scontri e non saranno le relazioni privilegiate di Tel Aviv con Mosca che impediranno alla resistenza di reagire a qualsiasi offensiva israeliana. Il Medio Oriente nel 2017 non è più quello degli anni ’70 o del 2006. Qualsiasi desiderio di colpire gli Stati della regione produrrà una risposta. E’ tempo quindi che gli Stati Uniti rivisitino la loro strategia in Medio Oriente o rischiano di vedere questa strategia portare all’attacco “inevitabile” su Israele.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran alza la posta in Siria: qual è il messaggio?

Salman Rafi Sheikh, NEO, 12/07/2017

Dopo che gli Stati Uniti abbattevano in Siria un secondo drone iraniano e un aviogetto siriano nelle ultime settimane, l’Iran rispondeva con l’attacco missilistico sul centro di comando dello SIIL nella provincia siriana di Dayr al-Zur. L’attacco avveniva nel momento in cui l’Iran era vittima di attentati dello SIIL a Teheran. Mentre gli attentati dimostravano che lo SIIL non è ancora finito, sottolinea anche il motivo del profondo coinvolgimento dell’Iran nel conflitto siriano: l’Iran non è venuto a salvare il regime siriano da una guerra per procura saudita/wahhabita, ma da una guerra che certamente raggiungerebbe alla fine l’Iran, proprio come oggi, seppure in modo meno devastante che in Siria, provocando anche qui caos. Ciò può spiegare perché, ad esempio, l’Iran abbia speso miliardi di dollari (da 6 a 15) ogni anno, nonostante la cattiva salute economica dovuta alle sanzioni degli statunitensi. Quindi la profonda motivazione dell’Iran nel maggiore coinvolgimento militare è dovuto al fatto che se a SIIL e altri jihadisti non viene impedito di prevalere, l’Iran sarebbe il prossimo dopo la Siria. L’Iran, pertanto, è chiaramente pronto ad affrontare i piani regionali sauditi e statunitensi. In questo contesto, l’attacco missilistico ha ampiamente dimostrato non solo la misura che può adottare, ma anche chi può colpire nella regione. Lo SIIL è lungi dall’essere l’unica forza ed entità che i missili iraniani possono spazzar via. Ciò è abbastanza evidente dal messaggio ufficiale del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Iran, Generale Muhammad Hossein Bagheri, che disse la mattina successiva l’attacco: “L’Iran è tra le grandi potenze del mondo nel campo missilistico. Essi (Stati Uniti e loro alleati) non hanno la capacità d’impegnarsi in un conflitto con noi attualmente e, naturalmente, non intendiamo scontrarci con loro, ma siamo sempre rivali in diversi campi, compreso quello missilistico“. Il Generale Ramazan Sharif della Guardia dichiarava alla televisione, in un’intervista: “Sauditi e statunitensi sono i primi destinatari di questo messaggio. Ovviamente e chiaramente, alcuni Paesi reazionari della regione, in particolare l’Arabia Saudita, avevano annunciato di cercare di creare insicurezza in Iran“. Il Generale Yahya Rahim Safavi, consigliere militare del leader supremo Ali Khamenei, aveva espressamente tirato in causa Washington dicendo che “se gli Stati Uniti decidono di avviare una qualsiasi guerra contro l’Iran, tutte le loro basi militari della regione capiranno di essere insicure“. Chiaramente, l’attacco missilistico è una risposta ai senatori statunitensi che avevano approvato un disegno di legge per ulteriori sanzioni contro l’Iran per il suo programma missilistico. È anche una risposta netta alla dichiarazione malaccorta del segretario di Stato Rex Tillerson, secondo cui la politica dell’amministrazione Trump verso l’Iran comprende il “cambio di regime”. Anche se ciò non è altro che un piano interventista, dimostra anche che l’accordo nucleare USA-Iran è già privo di valore e non dissuade gli Stati Uniti dal trascinare l’Iran in un conflitto militare. Ciò è evidente da come Rex Tillerson ha scelto di definire l’ultima vendita di armi tra Stati Uniti e Arabia Saudita ciò che consentirà a quest’ultima di affrontare “l’influenza malvagia iraniana”. Di conseguenza, l’escalation dei conflitti in Siria e d’intorni.
Per cominciare, la leadership iraniana sembra aver concluso che la stretta strategica esercitata negli ultimi 3-4 anni, da quando i negoziati sulla questione nucleare cominciarono, sia stata fraintesa dalla squadra di Trump. Khamenei aveva accusato in modo corrosivo la politica statunitense. Per Teheran, la squadra di Trump, priva d’esperienza nella diplomazia internazionale, potrebbe credere che la moderazione dell’Iran degli ultimi anni sia segno di debolezza o irresolutezza politica della leadership riformista del Presidente Hassan Rouhani. Certamente, Teheran si aspetta che la sua politica del pugno di ferro illustrata dall’attacco dia la sveglia all’amministrazione Trump. Ciò trova eco nelle parole dell’influente segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezayee, ex-comandante dell’IRGC: “Dopo quattro anni in carica, Tillerson arriverà a capire l’Iran“. Come si dice, l’azione parla più chiaro delle parole. La scelta dell’Iran di usare i missili e la precisione con cui hanno colpito l’obiettivo sono un chiaro avvertimento. Secondo tutti i resoconti, i missili hanno colpito l’obiettivo con precisione devastante. In parole povere, l’Iran ha fatto capire agli Stati Uniti che le loro 45000 truppe dispiegate nelle basi in Iraq (5165), Quwayt (15000), Bahrayn (7000), Qatar (10000), EAU (5000) e Oman (200), sono estremamente vulnerabili ai suoi missili a raggio medio di ultima generazione Zulfiqar e ai missili da crociera Qasim. L’azione iraniana aveva il sostegno degli alleati. Mentre l’abbattimento dell’aviogetto siriano da parte degli Stati Uniti ha suscitato aspre critiche da Mosca, indicando l’intenzione di quest’ultima di appoggiare il regime siriano da attacchi molteplici; l’Iran ha ulteriormente rafforzato la crescente cooperazione con la Cina. Perciò, in un momento in cui Stati Uniti e Arabia Saudita intensificano gli sforzi per isolare l’Iran, la Cina raddoppia il sostegno all’alleato regionale. Cacciatorpediniere cinesi e iraniani effettuano manovre militari congiunte da est dello Stretto di Hormuz e nel Mare d’Oman, citate negli articoli dell’agenzia della repubblica islamica.
L’azione militare iraniana in Siria, pertanto, non avveniva nel vuoto regionale, cosa che l’amministrazione statunitense perde di vista complicando la guerra al terrorismo; una guerra che gli Stati Uniti pretendono di combattere, ma che non combattono per aiutare (leggasi: complicità statunitense con il terrorismo) le forze che effettivamente combattono la guerra contro SIIL e altri gruppi “taqfiri”. L’attacco iraniano, a questo proposito, confuta nettamente le affermazioni occidentali/saudite che l’Iran promuova il terrorismo nella regione. Al contrario, dice molto sulla decisione dell’Iran di combattere il terrorismo con tutti i mezzi, mezzi certamente migliorati grazie alla diretta presenza sul terreno per lanciare gli attacchi missilistici.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari nazionali ed esteri del Pakistan, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele preoccupato dall’Iran che avanza in Siria e Libano

Sputnik 12 luglio 2017Secondo Intelligence online, l’Iran ha costruito una fabbrica di missili in Libano a 50 metri di profondità e fortificata contro i raid aerei israeliani. Secondo l’articolo, la fabbrica comprenderebbe due strutture. La prima situata ad Harmal, nell’est della valle della Biqa, che produce i missili superficie-superficie Fateh-110 dalla gittata di 300 chilometri. Questo missile può trasportare una testata di 400 kg. L’altro impianto sarebbe situato sulle coste libanesi, tra Tiro e Sidone. Produrrebbe componenti per missili da consegnare ad altri impianti. Questi impianti in Libano preoccupano Israele. Il quotidiano israeliano ha pubblicato un articolo citando il ministro della Pubblica Istruzione Naftali Bennett. Il ministro ha detto che Israele programma un attacco preventivo, perché lo considera una minaccia. Sputnik ne ha discusso con Emad Abshenass, analista politico iraniano e direttore del quotidiano Iran Press. Abshenass notava che all’inizio dell’anno, il Ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan aveva detto che il Libano ha pieno diritto di costruire una fabbrica di missili per la difesa. Secondo Abshenass: “Da Stato sovrano, il Libano può farlo e nessuno ha il diritto di interferirvi, neanche Israele. Il Libano ha costruito una fabbrica di missili per la difesa da minacce estere, come raid israeliani o attentati dello SIIL”. Abshenass dichiarava che la minaccia d’Israele di attaccare le fabbriche di missili in Libano è propaganda, perché l’esercito israeliano non può distruggerle: “Inoltre, se gli israeliani decidono di farlo, dovranno affrontare la dura reazione del Libano. A sua volta, da principale alleato di Hezbollah, l’Iran ne sarebbe coinvolto e aiuterebbe l’esercito libanese. Ma penso che sia poco probabile che gli israeliani lo facciano”.
Altro motivo di preoccupazione per gli israeliani, l’Iran progetta la costruzione di una strada per trasportare armi a Damasco dai siti di produzione libanesi. Naftali Bennett ha sottolineato che Israele non permetterà all’Iran di realizzare un piano del genere. Abshenass osservava che in effetti tale strada è stata costruita da tempo, giocando un ruolo importante nel mantenere la presenza di Teheran in Siria. Secondo l’esperto: “Il coinvolgimento attivo dell’Iran in Siria e Iraq ha notevolmente aiutato l’Esercito arabo siriano a combattere lo SIIL. In realtà, con il suo contributo, l’Iran ha sventato il piano di Stati Uniti ed Israele volto a frammentare Siria e Iraq. Perciò Israele cerca una scusa per giustificare le aggressioni sul territorio siriano“.

Enorme incendio nel maggiore deposito di munizioni israeliano
HispanTV  9 luglio 2017

Un vasto incendio scoppiava in un’importante base militare dell’esercito israeliano, minacciando grandi quantità di armi immagazzinatevi. I media israeliani riferivano che l’incendio era esploso il 9 luglio pomeriggio in un deposito di munizioni delle Forze Armate d’Israele (IDF) a Nahal Soreq, nel centro dei territori palestinesi occupati. “Diversi gruppi di vigili del fuoco e 6 velivoli sono stati inviati nella zona, ma non sono ancora riusciti a controllare l’incendio“, secondo il portavoce del dipartimento dei vigili del fuoco israeliani Yoram Levy. La base, che si trova tra la città occupata di al-Quds (Gerusalemme) e Tel Aviv, è considerata un importante deposito di munizioni dell’esercito israeliano, responsabile dell’acquisto, raccolta, stoccaggio, assemblaggio e fornitura di armi, dai semplici proiettili ai missili. Secondo Levy, l’incendio era iniziato in un boschetto all’interno della base militare. Finora alcuna informazione su eventuali danni a persone o cause dell’incendio. “Diversi gruppi di vigili del fuoco e circa 6 velivoli antincendio sono stati inviati nella zona, ma non sono ancora riusciti a controllare il fuoco”, riferiva il portavoce dei vigili del fuoco israeliani Yoram Levy.
L’incidente avveniva 20 giorni dopo l’esplosione presso i locali delle Israel Military Industries (IMI) che causò un grande incendio nella fabbrica bellica israeliana nella città di Ramat Hasharon, a nord dei territori palestinesi occupati. Nel giugno 2015, due soldati del regime israeliano rimasero gravemente feriti in un incendio presso la base aerea di Ramon, nel sud dei territori palestinesi occupati.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

F-35: in una nazione in declino, la corruzione domina i cieli

I nipoti dei contribuenti statunitensi vedranno cos’è l’F-35 e ne pagheranno il conto
William Wojcik Russia Insider 24 giugno 2017Il corpo dei marines statunitense ha nuovamente sospeso i voli del cocco tecnologico, il Joint Strike Fighter Lockheed F-35B, almeno dall’Air Station Yuma in Arizona dove l’aria è asciutta, la birra è fredda e i capi posso nascondersi dai giornalisti che ancora non hanno letto il Riot Act. Dopo 400 miliardi di dollari (un capitale) di costi del programma che, difatti, risale ai primi anni ’90, si potrebbe pensare che i fondi prestati possano giustificare un progetto operativo completo. Non importa che infrastrutture, ponti e scuole in rovina e, naturalmente, salute precaria saranno ereditati dalle future generazioni; guardate che notizie possono sentire sul fichissimo aereo da guerra. Questa volta i problemi del “software” hanno messo a terra i velivoli mentre stanchi tecnici e scienziati tentano di decifrare ciò che succede a computer di bordo, collegamenti dati, e pulsanti, leve e lucine lampeggianti. Ma le cose all’inizio non erano così complicate. Infatti, un aereo militare a decollo e atterraggio verticale (VTOL) già volava; solo che non era statunitense, era lo Jak-141 del Jakovlev Design Bureau.
Diamo il dovuto. Fu l’alto comando tedesco negli anni formidabili della seconda guerra mondiale che propose un velivolo VTOL. Ma il programma balistico V2 era in pieno svolgimento. L’ex-Unione Sovietica intraprese la missione nel 1975 con il meno veloce Jak-38 “jump jet”. Ma mentre si sviluppò, campanelli e fischietti suonarono sui fondamenti (suona familiare?) L’aereo apparve disfunzionale anche se impressionante, ma richiedeva altri computer e un motore ridondante. E la serie di suoni generati dai computer avvertiva il pilota che si trattava più di distrazione che altro. Questi orpelli costosi si adattarono solo al materiale russo. Fino a qualche anno fa, i progettisti russi ancora usavano ciò che chiamiamo strumenti a vapore (strumenti tecnologicamente datati ma sempre affidabili). Lo Jak-141 appariva, funzionava e volava come il mucchio “tecnologico” dell’ingegneria statunitense ora visibile come F-35, solo senza tutta l’alta tecnologia e apparentemente questi fastidiosi fastidi. E’ una coincidenza? No, fu pianificato; mentre l’Unione Sovietica crollava, il progetto Jak-141 fu bloccato. Nel 1991, Lockheed Martin collaborò con la Jakovlev e nacque lo X-35. Il denaro fluiva allegramente, almeno come banconote, con cui i team progettisti russi appresero la follia della legge di Keynes. La legge sui rendimenti decrescenti si adatta a ciò che è oggi il programma F-35. Ora, su software, programma di manutenzione aggiornato, continua integrazione di componenti e linee di rifornimenti, l’F-35 ha subito un’altra battuta d’arresto, almeno quando sarà a bordo delle portaerei, quando Marina e marines statunitensi lo schiereranno. Sembra che i motori siano troppo caldi per le piastre delle piattaforme. Mentre a terra, degradano il calcestruzzo. Dovrebbero mollare mentre vanno avanti? Forse, ma è ormai troppo tardi. Mentre i senatori statunitensi vogliono che le componenti attese siano prodotte nei loro Stati, garantendo “posti di lavoro”, sempre più persone si affidano al crescente numero di bustarelle per il governo. E se sempre più flussi di denaro scorrono dalle case degli statunitensi, istruzione, strade, acqua pulita e fondamenta di una società sana, diventano rapidamente assiomi di un’epoca passata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora