La Cina testa armi che raggiungeranno gli USA in 14 minuti

ZerohedgeUna galleria del vento ipersonica segreta, soprannominata “Hyper Dragon“, aiuta gli esperti a rivelare molti fatti che gli statunitensi ignorano“, secondo un ricercatore cinese in un documentario… Stephen Chen del South China Morning Post riferisce che la Cina sta costruendo la galleria del vento più veloce del mondo per simulare il volo ipersonico fino a velocità di 12 chilometri al secondo. Il velivolo ipersonico che vola a questa velocità dalla Cina potrebbe raggiungere le coste occidentali degli Stati Uniti in meno di 14 minuti. Zhao Wei, scienziato che lavora al programma, ha detto che i ricercatori mirano ad attivare la struttura entro il 2020 per soddisfare la pressante richiesta del programma di sviluppo di armi ipersoniche della Cina. “Potenzierà l’applicazione ingegneristica della tecnologia ipersonica, principalmente nei settori militari, replicando l’ambiente dei voli ipersonici estremi, in modo che i problemi possano essere scoperti e risolti subito“, affermava Zhao, Vicedirettore del Laboratorio di Stato per la Gasdinamica ad Alta Temperatura presso l’Accademia delle Scienze di Pechino. I test ridurranno in modo significativo il rischio di fallimento quando inizieranno i voli di prova dell’aeromobile ipersonico. La galleria del vento più potente al mondo attualmente è la struttura LENX-X di Buffalo, nello stato di New York, che opera a velocità massima di 10 chilometri al secondo, 30 volte la velocità del suono. Velivoli ipersonici sono definiti i velivoli che volano a Mach 5, cinque volte la velocità del suono o più.
L’esercito statunitense ha testato l’HTV-2, un velivolo senza pilota da Mach 20 nel 2011, ma il volo ipersonico durò pochi minuti prima che il velivolo si schiantasse nell’Oceano Pacifico. A marzo, la Cina ha condotto sette voli di prova riusciti dell’aliante ipersonico WU-14, noto anche come DF-ZF, alla velocità tra Mach 5 e Mach 10. Altri Paesi, come Russia, India e Australia, hanno anche testato dei primi prototipi di velivoli che potrebbero essere utilizzati per armare missili, anche con testate nucleari. “Cina e Stati Uniti hanno iniziato la corsa ipersonica“, affermava Wu Dafang, professore presso la Scuola di Scienza ed Ingegneria Aeronautica della Beihang University di Pechino, che ha ricevuto il premio tecnologico nazionale per l’invenzione di un nuovo scudo termico utilizzato dai velivoli ipersonici nel 2013. Wu ha lavorato allo sviluppo dei missili da crociera ipersonici, un velivolo orbitale, droni ad alta velocità e altre possibili armi per l’Esercito di Liberazione Popolare. Ha detto che vi sono numerosi tunnel del vento ipersonici nella Cina continentale che contribuiscono all’alto tasso di successo nei test delle armi ipersoniche. La nuova galleria del vento sarà “una delle più potenti e avanzate strutture di collaudo per velivoli ipersonici nel mondo“, affermava Wu, che non è interessato al programma. “Questa è sicuramente una buona notizia. Non vedo l’ora che sia completata“, aggiungeva.
Nel nuovo tunnel ci sarà una camera di prova per modelli di aerei relativamente grandi dall’apertura alare di quasi tre metri. Per generare un flusso d’aria dalla velocità estremamente elevata, i ricercatori faranno detonare diverse valvole contenenti una miscela di ossigeno, idrogeno ed azoto per creare una serie di esplosioni che producano un gigawatt di potenza in una frazione di secondo, secondo Zhao. Cioè più della metà della potenza della centrale nucleare di Daya Bay nel Guangdong. Le onde d’urto, incanalate nella camera di prova attraverso un tunnel metallico, avvolgeranno il prototipo del veicolo e aumenteranno la temperatura della cellula a 8000 gradi Kelvin, o 7727 gradi Celsius, secondo Zhao. Quasi il 50% più caldo della superficie del Sole. Il velivolo ipersonico deve quindi essere coperto di materiali speciali con sistemi di raffreddamento estremamente efficienti nella cellula per dissipare il calore, altrimenti potrebbe facilmente deviare dalla rotta o disintegrarsi durante il volo a lunga distanza. Il nuovo tunnel sarà utilizzato anche per testare lo scramjet, un nuovo tipo di motore a reazione progettato specificamente per i voli ipersonici. I motori a reazione tradizionali non possono gestire flussi d’aria a tali velocità. Secondo Zhao, la costruzione della nuova struttura sarà guidata dallo stesso team che ha costruito il JF12, uno shock tunnel a denotazione iperveloce di Pechino, in grado di replicare le condizioni di volo a velocità che vanno da Mach 5 a Mach 9 e ad altitudini tra 20 e 50 chilometri. Jiang Zonglin, capo sviluppatore del JF12, ha vinto l’annuale Ground Test Award rilasciato dall’American Institute of Aeronautics and Astronautics lo scorso anno, per l’avanzamento di “modernissime strutture di test per l’ipersonicità su larga scala“. Il progetto del JF12 di Jiang “non utilizza parti mobili e genera test dalla durata maggiore e un flusso di energia più elevato rispetto ai tunnel tradizionali“, secondo l’istituto statunitense. Secondo i resoconti dei media il tunnel JF12 funziona a piena capacità con un nuovo test ogni due giorni dal completamento nel 2012, poiché il ritmo dello sviluppo delle armi ipersoniche è aumentato significativamente negli ultimi anni.
In un articolo pubblicato sulla rivista National Science Review il mese scorso, Jiang scriveva che l’impatto dei voli ipersonici sulla società potrebbe essere “rivoluzionario”. “Con pratici aeroplani ipersonici sarà possibile un volo di due ore verso qualsiasi parte del mondo”, mentre il costo dei viaggi nello spazio potrebbe essere ridotto del 99% con la tecnologia riutilizzabile dei velivoli spaziali. “Il volo ipersonico è, e nel prossimo futuro sarà, l’avanguardia della sicurezza nazionale, trasporto civile e accesso allo spazio“, aggiungeva. La velocità di fuga, o velocità minima necessaria per lasciare la Terra, è di 11 chilometri al secondo. Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Turchia non otterrà tecnologia dall’accordo sugli S-400

Ankara dice che dopo l’accordo avrà ancora bisogno dell’aiuto europeo per costruire missili
Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 14 novembre 2017

La Turchia non ha ottenuto l’accordo che sperava sui sistemi di difesa aerea S-400 della Russia. So ricordi che quando nel 2013 iniziò a cercare un’arma del genere, la Turchia era molto interessata al Patriot statunitense e all’Aster franco-italiano, ma desiderava trasferimenti di tecnologia per creare dei veri lanciamissili. Fu questa insistenza sui trasferimenti di tecnologia che stracciò gli accordi spingendo la Turchia ad annunciare a sorpresa di aver optato per un’azienda cinese, presumibilmente disposta a condividere la tecnologia. Sembra che non fosse proprio così, perché anche quest’accordo abortì nel 2015. Coi rapporti russo-turchi in disgelo dopo il tentato colpo di Stato ad Ankara nel luglio 2016, i turchi rapidamente iniziarono a discutere un accordo per l’acquisto di missili e tecnologia antiaerea russi, anche se avevano teso un’imboscata e abbattuto un aviogetto militare russo sul confine siriano-turco solo un anno prima, nel novembre 2015. Tuttavia, i russi coerentemente affermarono che sarebbero stati felici di vendere i missili, ma il trasferimento di tecnologia non è realistico. Ciononostante, le parti confermassero all’inizio dell’anno che c’era l’accordo per l’esportazione di S-400, non era esattamente chiaro di che tipo fosse. Presumibilmente due delle quattro batterie S-400 verranno assemblate in Turchia, il che poteva significare che l’operazione comporterebbe trasferimento di tecnologia. I turchi hanno ora chiarito che non è così. Il ministro della Difesa turco affermava che l’acquisto dei missili russi S-400 è “completo”, ma che la Turchia discute un “ulteriore” accordo col consorzio italo-francese EUROSAM per aiutarla a sviluppare il proprio sistema di difesa missilistica. Chiaramente, se anche dopo l’accordo con la Russia la Turchia avrà ancora bisogno di trasferimenti tecnologici da Italia e Francia, significa che non otterrà granché o nulla dai russi.
Il mese scorso il portale russo Gazeta.ru affermò che i sistemi S-400 saranno venduti alla Turchia senza codici di controllo, in modo che il software amico-nemico non possa essere modificato dai turchi. Un’altra cosa, avendo ottenuto molto meno di quanto sperato da Mosca, la Turchia chiaramente controlla se i franco-italiani faranno un’offerta migliore. Qualcosa di simile a ciò che i turchi chiesero nel 2013. Se è così, il trasferimento dell’S-400 potrebbe anche non esserci. Nonostante le assicurazioni dei ministri turchi non è assolutamente possibile che ci siano accordi con russi ed europei. Non c’è modo che gli europei, che hanno già rifiutato di trasferire tecnologia prima che Ankara firmasse l’accordo dell’S-400, aiutino la Turchia a sviluppare missili propri dopo il conferimento dei turchi alla Russia di 2,5 miliardi di dollari per la vendita diretta di armi, questo è l’ultima cosa che devono chiedersi. Se ciò dovesse accadere sul serio, si potrebbe parlare di magistrale finta turca usando Mosca per ottenere quelle concessioni dalla NATO che non potevano ottenere prima. Anche i russi non ne saranno troppo preoccupati, visto che i turchi hanno già dato un acconto. D’altra parte, se EUROSAM non rientra resterà il sospetto che i turchi si siano impegnati a un rigido accordo russo sugli S-400 che inizialmente avevano concepito solo come bluff.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina non abbandonerà la Corea democratica

PressTV, 9 novembre 2017

La Cina non sembra pronta ad abbandonare la Corea democratica, Paese su cui le pressioni sembrano non avere alcun effetto. Secondo il quotidiano Rai al-Yum, la perseveranza e il potere dei leader dell’Asse della Resistenza è paragonabile a quella del leader nordcoreano; Trump non ha interesse a continuare ad esercitare pressioni su Pyongyang. Nel tour asiatico, il presidente statunitense incontra gli omologhi dell’Asia orientale, tra cui leader della Corea del Sud e del Giappone. Questo viaggio è in gran parte segnato dal dossier nordcoreano; piccolo Paese che ne spaventa molti.

La Corea democratica non si arrende
Trump continua a minacciare e a spingere la Cina a fare pressione su Pyongyang per porre fine alle sue attività balistiche e nucleari. Ma la Cina non sembra pronta ad abbandonare questo Paese, che a sua volta non mollerà. Le accuse di Trump alla “Grande Dittatura” della Corea democratica sono sempre più incoraggianti e rafforzano il leader nordcoreano nelle sue decisioni.

Trump minaccia la Corea democratica
Nella visita in Corea del Sud, Trump ha sostenuto di essere accompagnato da tre portaerei e da sottomarini atomici nelle acque regionali della Corea. Ha espresso ottimismo sull’avvio di negoziati con Pyongyang. Trump ha aggiunto che è a favore della pace, ma ha anche avvertito il leader nordcoreano: “Non sottovalutarci e non provarci, il governo degli Stati Uniti è cambiato“.

Vendere la pelle dell’orso prima di ucciderlo è come si potrebbe descrivere l’approccio di Trump
Infatti, il presidente statunitense minaccia la Corea democratica da sei mesi, mentre durante questo periodo fa proposte per piegare Pyongyang, senza alcun risultato. La Corea democratica sfida gli Stati Uniti completando con successo diversi test missilistici. Ha lanciato con successo un missile balistico intercontinentale in grado di trasportare una grande testata nucleare. C’è pericolo per gli USA? Trump cerca di provocare Giappone e Corea del Sud, immergendoli nella corsa agli armamenti. Una trappola in cui sono già caduti Arabia Saudita e Paesi del Golfo Persico. Anche se Trump compie un tour asiatico, tiene d’occhio il Medio Oriente. Lo sa: a differenza di Iran, Hezbollah, Siria e Iraq, la Corea democratica non costituisce una minaccia per Israele. Ecco perché è contento di minacciarla, mentre nel caso del Medio Oriente cerca di formare una nuova coalizione per avviare la guerra in Libano, nello Yemen e persino in Iran. Una guerra che sarebbe finanziata dai Paesi del Golfo Persico. Trump ha ragione quando dice che è diverso dai suoi predecessori. È molto meno serio e più limitato degli ultimi presidenti statunitensi. L’Asse della Resistenza non è quello di 20 anni fa. Ha grandi eserciti, come le forze iraniane, turche, siriane e irachene. I leader di questi governi non sono pronti ad arrendersi proprio come Kim Jong-un.
L’articolo di Rai al-Yum termina l’analisi con queste parole: “Proponiamo a Trump di non sfidare l’Asse della Resistenza e Pyongyang e a non seguire i consigli del genero e di Netanyahu. Se continua la sua politica attuale, subirà conseguenze catastrofiche: da cui Stati Uniti ed alleati non saranno risparmiati“. Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump non imparerà mai a non giocare a scacchi contro i persiani

Tom Luongo 30 ottobre 2017In tutte le discussioni sulla geopolitica, ogni volta che qualcuno fa apparire l’Iran come un gruppo di selvaggi, spappagallando le idee dei neocon, gli ricordo che sono persiani. E i persiani inventarono gli scacchi. Confondere l’Iran col mondo arabo, SIIL, al-Qaida, ecc., non solo è da ignoranti ma anche pericoloso. Perché facendo così, si sottovaluta il nemico. E questo, amici miei, è sempre il primo passo verso la sconfitta. Donald Trump farebbe meglio a capirlo subito o la sua amministrazione sarà contrassegnata da un errore in politica estera dopo l’altro, finché ci ritroveremo in un altro situazione alla Saigon, molto probabilmente in Afghanistan. Lo scorso weekend l’Iran faceva sapere che gli Stati Uniti gli si erano avvicinati per un incontro segreto tra Trump e il Presidente Hassan Rouhani, il giorno dopo che Trump fece uno dei discorsi più asinini nella storia delle Nazioni Unite. E Rouhani rifiutò decisamente. E la scorsa settimana, il segretario di Stato Rex Tillerson chiese all’Iraq di cacciare la Guardia Rivoluzionaria dell’Iran, ora che è stata vinta la guerra allo SIIL. L’Iraq ha detto a Rex senza messi termini di attaccarsi. Qualcuno ha notato quanto poco sia stato detto sulla Turchia che acquista sistemi di difesa missilistica S-400 dalla Russia? Oh, certo, questo fine settimana un generale della NATO ha fatto un po’ di casino, ma qui si tratta di un importante alleato della NATO che acquista sistemi di difesa missilistica russi all’avanguardia, e non c’è stata alcuna rappresaglia da Washington che abbia spinto la Turchia a cambiare idea.

Il nocciolo dell’accordo
La forma dei negoziati internazionali in stile estremi “bastone e carota” di Trump non ha funzionato, ancora una volta, contro chi non sia già nostro servo, come l’Arabia Saudita. Non ha prodotto risultati da considerarsi una vittoria sul campo di battaglia geopolitico. E c’è un motivo. Trump gioca a poker mentre i suoi avversari a scacchi. Il bluff negli scacchi è fondamentalmente diverso da quello nel poker. Perciò Trump non può prevalere su Putin in Russia, Xi in Cina o Rouhani in Iran. Vedono le sue mosse a un miglio di distanza, subito decidendo cosa fare dopo, o altro. Il discorso di Trump all’ONU è stato un chiaro richiamo all’avvio di una politica monetaria aggressiva, pur con una retorica bellica diplomatica e militare. Il culmine del triplice attacco è monetario. L’Iran non ne ha paura. A differenza del 2012 ha vari alleati ad aiutarla in caso di ulteriore isolamento economico: Russia e Cina. Ma ha anche un sorprendente nuovo alleato, l’Unione europea, in cattive condizioni economiche e che saluta nuovi affari con l’Iran, in particolare il partenariato per riportare l’esportazione di petrolio e gas dell’Iran ai livelli pre-sanzione. Russia e Cina sono meglio preparate a sostenere l’Iran nella resistenza al bullismo di Trump. Entrambe le economie sono assai meno dollarizzate rispetto al 2012. Tante banche russe sono state sanzionate dagli Stati Uniti, quindi non gli costerà niente fare affari con l’Iran. La Cina semplicemente ignorerà le sanzioni, ora che si è tolta i guanti. Mentre Trump sfida l’Iran, la Cina tenta discretamente di dominare l’Arabia Saudita offrendosi di acquistare la partecipazione nella Saudi Aramco, di cui propone un’OPA da quasi due anni. Il Qatar, altro nuovo alleato dell’Iran, ha appena detto al mondo ciò che sapevamo già, che Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita e Qatar (e anche Israele) hanno cospirato per distruggere la Siria armando i wahabiti, uccidendo e cacciando milioni di siriani poi usati come pedine nella cinica politica europea di distruzione della propria cultura. La Russia ha detto no. L’Iran ha detto no. La Cina ha detto no. E ora Trump pensa di usare l’accordo nucleare come carta di contrattazione per riportare le cose allo stato precedente?

Scacco matto di Rouhani
Ammettendo il rifiuto ad incontrare Trump, l’Iran ha detto al mondo che non ha paura degli USA Col crollo del piano B in Siria e Iraq, creando un grande Kurdistan, lo SIIL in rotta dappertutto e la Russia che gestisce la diplomazia allo stesso tempo, perché Rouhani dovrebbe incontrare qualcuno che ha ingannato tutti su ciò che succedeva in Siria. Tutto ciò riguarda pedoni e cavalieri posizionati per la vittoria. Vincere esporrà la doppiezza degli Stati Uniti sui negoziati politici in Siria per assicurarsi la dipartita delle truppe statunitensi dalla regione. In cambio, l’Iran sarà disposto a rinunciare al programma sui missili balistici. Probabilmente, una volta che le truppe statunitensi saranno sparite, la Guardia rivoluzionaria uscirà dalla Siria e la Russia controllerà Hezbollah e/o Hamas. Questo è ciò che vuole l’alleanza Russia-Cina-Iran. Ed ora può farlo. Il discorso di Trump all’ONU era così unilaterale da assicurarsi che l’Iran ne respingesse le proposte. Certo, so che Trump non va presso sulla parola, e lo sa anche Rouhani. Ma questo non significa che va presa la chiamata di Trump quando il telefono squilla. Sempre più il discorso all’ONU sembra essere un atto di totale disperazione, scritto dall’ala israeliana del partito repubblicano per costringere Trump a una posizione politica che avrebbe dovuto sostenere, o gli avrebbe perdere ciò che rimane della credibilità statunitense in Medio Oriente. E l’Iran l’ha visto per ciò che era. Ora, si avvia alla vittoria. Scacco e matto.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump vuole ‘respingere’ l’Iran

Mahdi Darius Nazemroaya SCF 25.10.2017Il piano di Washington per il cambio di regime a Damasco è fallito. Sebbene non sia andata come Stati Uniti ed Israele desiderano, si può dire utilizzando il linguaggio geopolitico dei pianificatori e strateghi israeliani e statunitensi che la Siria ha “respinto”. Ciò non significa che la Siria rimarrà ferma in questo stato. In Iraq, il governo federale è uscito vittorioso respingendo il cosiddetto “Stato islamico” e richiedendo il ritiro delle forze statunitensi. Nel Levante, i palestinesi sono riusciti a formare un governo di unità nazionale che cambierà l’equazione dei colloqui tra palestinesi e Israele, mentre Hezbollah e partner politici in Libano sono più forti che mai. Mentre nello Yemen, Ansarallah ha respinto i sauditi. Stati Uniti e loro alleati sul quadro geopolitico sono stati “respinti” di continuo. In tale contesto, Washington ora punta alla profondità strategica di Siria, Iraq, Libano, Yemen e palestinesi, la Repubblica islamica dell’Iran.

Benvenuti nella nuova architettura della sicurezza del Medio Oriente: l’Iran “disteso”
Ogni azione ha una reazione. I tentativi statunitensi ed israeliani di “respingere” la Siria hanno provocato l'”estensione” dell’Iran sul Medio Oriente. Le forze iraniane sono ora posizionate dall’Iraq e Siria alle coste del Mar Mediterraneo. Aggravando le cose, le forze iraniane si sono unite alle forze russe, altro rivale statunitense che ha “respinto” geopoliticamente. Le forze iraniane hanno collaborato ampiamente con le forze irachene contro il cosiddetto “Stato islamico”, che molti funzionari iracheni, iraniani e russi accusano essere sostenuto dagli Stati Uniti. Operano dal confine Iran-Iraq al confine Iraq-Siria. Iran, Russia, Siria ed Iraq hanno addirittura creato un centro per le operazioni militari, d’intelligence ed antiterrorismo a Baghdad; ecco perché da Baghdad un generale russo informò il governo degli Stati Uniti, con un avviso scritto alla loro ambasciata in Iraq, che la Federazione russa interveniva in Siria il 30 settembre 2015. La Turchia ha anche cambiato posizione in favore dell’Iran. Ankara e Teheran hanno sostenuto il Qatar contro l’Arabia Saudita. La posizione turca sulla Siria è cambiata coordinandosi con Iran e Russia per stabilire zone di de-escalation in Siria e coordinare i colloqui di Astana in Kazakistan tra governo siriano e opposizione. Inoltre, i governi e le forze armate di Iraq, Iran e Turchia si sono coordinati per impedire che il governo regionale del Kurdistan, nell’Iraq settentrionale, o Kurdistan iracheno, si separasse dall’Iraq. Perciò il capo di Stato Maggiore iraniano Generale Mohammad Baqeri e il capo di Stato Maggiore Generale delle Forze armate turche, generale Hulusi Akar, il 15 agosto s’incontravano ad Ankara, ed vi fu una visita di ricambio a Teheran dal generale Akar il 2 ottobre 2017. In Libano, un cambiamento si è avuto col mutare dell’equilibrio del potere politico a Bayrut. Un indicatore fu quando l’alleato degli iraniani Michel Aoun divenne presidente del Libano il 31 ottobre 2016. In Libano, dove anche le potenze straniere sedevano al tavolo delle discussioni sulla formazione dei governi e della presidenza, la decisione della presidenza Aoun faceva tacitamente dedurre qualcosa sulla crescente influenza degli iraniani in Libano a spese dell’influenza statunitense e saudita. La volontà politica di Bayrut di rafforzare rapporti su sicurezza e militari con Siria e Iran coagula il Libano nel quadro della sicurezza iraniano per il Medio Oriente. In parte, questo va visto nelle operazioni di sicurezza e belliche delle forze armate libanesi coordinate con l’Esercito arabo siriano ed Hezbollah. A tal proposito, Israele ha anche annunciato che non farà alcuna distinzione tra Hezbollah e militari libanesi nei futuri attacchi sul Libano. Stati Uniti e Israele sono preoccupati dall'”estensione” dell’Iran in Iraq e Levante. Le forze iraniane si sono collegate alla rete delle milizie locali incentrandosi sulle strutture delle forze armate e di sicurezza dell’Iraq e della Siria. Discorso e relazioni sull’Iran che costruisce installazioni militari al fianco dei partner russi nella base aerea di Humaymim in Siria, si rafforzano. Il Maggior-Generale Mohammad Baqeri veniva citato anche dal quotidiano Shargh, nel novembre 2016, affermare che le Forze Armate iraniane devono stabilire basi navali in Siria e Yemen. Il Maggior-Generale Baqeri visitò la Siria il 17 ottobre 2017, dove con discrezione visitò la frontiera vicino Aleppo ed ebbe colloqui col Presidente siriano Bashar Al-Assad e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito arabo siriano Generale Ali Ayub. Da Damasco, i militari iraniani inviavano ad Israele il messaggio che l’Iran gli avrebbe impedito di bombardare i siriani dato che Teheran e Damasco iniziano una nuova fase della cooperazione militare. Israele rispose minacciando di agire per impedire all’Iran di stabilire basi militari permanenti in Siria. Tel Aviv ha cercato di spingere la Russia ad impedire all’Iran di avere una presenza militare permanente in Siria, al centro dei colloqui tra governo israeliano e Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu durante la sua prima visita in Israele, il 15 ottobre 2017. Inoltre, Israele non potrà più giustificare il blocco della Striscia di Gaza, dato che Hamas ha accettato di formare un governo di unità nazionale con l’Autorità palestinese attraverso la mediazione dell’Egitto. Stati Uniti ed Israele sono allarmati dalla creazione della nuova architettura della sicurezza in Medio Oriente, incentrata sull’Iran e collegata agli interessi russi. È a causa di ciò e dell'”estensione” dell’Iran che il governo degli Stati Uniti pensa apertamente di dichiarare la Guardia rivoluzionaria iraniana organizzazione terroristica. Nel rinnovato sforzo per “respingere” l’Iran, il governo degli Stati Uniti ha chiesto l’accesso ai siti militari iraniani e afferma che le prove de i missili balistici iraniani violano la risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Il tentativo statunitense di “respingere” l’Iran al podio delle Nazioni Unite
Ecco perché Nimrata “Nikki” Haley, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, ha detto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che le crisi in Medio Oriente riguardano l’Iran. L’ambasciatrice e la sua controparte israeliana all’ONU, l’ambasciatore Danny Danon, hanno persino dedicato l’intera sessione del 18 ottobre 2017 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che doveva riguardare la revisione del conflitto israelo-palestinese, al Piano di azione globale complessivo (JCPOA). Molti diplomatici criticarono Stati Uniti e Israele per aver ignorato la decisione dei palestinesi di formare un governo di unione, utilizzando il forum per attaccare l’Iran e promuovere l’agenda di Washington contro Teheran. Tra loro vi era Vasilij Nebenzia, ambasciatore russo alle Nazioni Unite. “La Russia è apertamente preoccupata dalle delegazioni israeliane e statunitensi che non hanno neppure pronunciato la parola “Palestina””, commentò l’ambasciatore Nebenzia all’agenzia TASS. “Questo è allarmante e triste perché non vediamo alcun progresso sulla questione israelo-palestinese e inoltre non ne sentiamo nemmeno dei riferimenti“, dicendo altro sulle azioni di Stati Uniti ed Israele alle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione in Palestina fece seguito all’annuncio del 13 ottobre 2017 della Casa Bianca che il governo degli Stati Uniti si rifiutava di ratificare il JCPOA. Anche se ogni firmatario del JCPOA, Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), Commissione europea, vari rami del governo USA, segretario di Stato USA Rex Tillerson e segretario alla Difesa USA James Mattis hanno pubblicamente detto che l’Iran non ha violato il JCPOA, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump Sr. Si rifiuta di ratificarlo dicendo che gli Stati Uniti ne sarebbero usciti. Nonostante il JCPOA sia un trattato internazionale che gli Stati Uniti non possono cambiare unilateralmente, Trump apriva unilateralmente la porta del Congresso statunitense a nuove pretese e sanzioni all’Iran. C’è un’alleanza contro l’Iran tra Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. La strategia dell’amministrazione Trump, che coinvolge Israele e Arabia Saudita, inizia a svilupparsi. Israele ed Arabia Saudita hanno salutato apertamente la decisione di Trump di non ratificare il JCPOA e di seguirne la leadership internazionalmente. Israele ha persino seguito gli Stati Uniti ritirandosi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO). Gli Stati Uniti avevano già smesso di pagarne le quote nel 2011, perché l’UNESCO e Stati membri hanno deciso di concedere l’adesione alla Palestina. Nonostante le proteste statunitense e israeliana, alcun altro lasciava l’UNESCO.

L’arte del compromesso: l'”approccio completo” del presidente Donald Trump contro l’Iran
Giudicando l’Iran dai limiti ristretti dell’accordo nucleare, non si valuta la vera natura della minaccia“, dichiarava l’ambasciatrice Haley al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 18 ottobre 2017. “L’Iran va giudicato in totalità per il suo comportamento aggressivo, destabilizzante e illecito“, aggiungeva. La parola chiave su cui concentrarsi è “totalità”, perché rappresenta ciò che gli Stati Uniti realmente vogliono dall’Iran. Le false preoccupazioni del governo degli Stati Uniti sulla natura pacifica del programma nucleare iraniano sono state sempre un pretesto per giustificare l’antagonismo statunitense e far sì che Teheran agisse nell’interesse degli Stati Uniti. In altre parole, gli Stati Uniti vogliono che l’Iran smetta di sfidare i loro tentativi di controllare Medio Oriente ed Asia Centrale. Questo è ciò che Washington ha sempre desiderato e convenientemente mascherato dietro le preoccupazioni sul programma nucleare iraniano. Ciò che fa Donald Trump è pretendere che gli iraniani seguano la sceneggiatura statunitense in Medio Oriente e Asia centrale collaborando sugli obiettivi della loro politica estera. A tal proposito, gli Stati Uniti chiedono che l’Iran smetta di aiutare i legittimi governi di Siria e Iraq, di sostenere i movimenti di resistenza libanesi e palestinesi contro l’occupazione israeliana, smetta di sostenere lo Yemen contro l’aggressione saudita e rinunci al diritto alla difesa coi missili balistici. Questo è ciò che l’amministrazione Trump chiama “approccio globale”. Ora gli Stati Uniti vogliono mettere sul tavolo quasi tutto, se non tutto. Grandi accordi o meno, invece di trattare i diversi dossier distintamente, gli Stati Uniti vogliono affrontarli tutti in una sola volta “in modo completo” e nella “totalità”. Vogliono parlare di Afghanistan, Golfo Persico, Iraq, Siria, Libano, Palestina, Yemen, energia, commercio e politica militare iraniane. L’Iran ha sconfitto Washington, Tel Aviv e Riyadh su diversi fronti e Washington sa che non può sopportare la crescente influenza regionale iraniana. Ecco perché Trump cerca di riscrivere il JPOA con modifiche o integrazioni che includano le questioni regionali che “respingano” l’influenza iraniana.Traduzione di Alessandro Lattanzio