Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF

MiG Alley: Come la guerra aerea sulla Corea divenne un bagno di sangue per l’occidente
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 23 marzo 2017In quella che fu probabilmente la più grande battaglia aerea di tutti i tempi, il 23 ottobre 1951 un gruppo di 200 aerei statunitensi si scontrò con una forza di MiG sovietici stimata meno della metà. Nella prima di questa serie in due parti sulla guerra aerea sulla Corea, RBTH esamina le conseguenze di questo epico scontro.
La nebbia di guerra porta ad ogni sorta di rivendicazioni e contro rivendicazioni. Nel momento in cui gli storici militari possono mettere le mani sui documenti declassificati di tutte le parti coinvolte, si ha un quadro più realistico di ciò che veramente accadde. La guerra di Corea del 1950-53 fu unica perché la maggior parte dei combattimenti aerei avvenne tra piloti sovietici e statunitensi piuttosto che tra coreani. Il conflitto fu notevole anche per le pretese assurde che le forze armate statunitensi presentarono durante e dopo il conflitto. Nelle pubblicazioni occidentali degli anni ’60 gli statunitensi affermarono che il rapporto tra MiG e caccia statunitensi abbattuti fu di 1:14. Vale a dire, per ogni aviogetto occidentale perso in combattimento, i nemici ne avrebbero persi 14. Nei successivi due decenni, quando l’isteria di guerra appassì, il rapporto fu rivisto a 1:10, ma mai al di sotto di 1:8. Quando i russi declassificarono i loro archivi, dopo la fine della guerra fredda, e i piloti ex-sovietici poterono liberamente presentare la loro versione della storia, la storia occidentale non poté più reggere. L’ex-pilota da caccia Sergej Kramarenko scrive nel suo libro “Combattimenti aerei sul fronte orientale e la Corea“, che secondo i ricercatori (occidentali) più realistici “il rapporto tra aviogetti da caccia abbattuti delle forze aeree sovietica e statunitense fu quasi 1:1“. Ma anche questa nuova parità accettata da autori e storici militari occidentali non è vicina alla verità. In realtà, la guerra aerea sulla Corea fu un bagno di sangue per le forze aeree occidentali. È una storia ben nascosta per ovvie ragioni, orgoglio, prestigio e tradizionale resistenza occidentale ad ammettere che i sovietici vinsero. Con ampio margine.

I sovietici arrivano in Corea
Il leader sovietico Josif Stalin non aveva intenzione di entrare nella guerra di Corea. La Seconda guerra mondiale era un ricordo troppo recente e Mosca non voleva un conflitto con l’occidente che avrebbe portato ad un’altra guerra mondiale. Quindi inizialmente fu solo la Cina che militarmente sostenne i nordcoreani. Ma mentre gli eserciti occidentali, nominalmente sotto il comando dell’ONU, minacciarono di occupare tutta la penisola e vedendo qualità e carenza dei piloti cinesi, Stalin decise d’inviarvi la propria forza aerea. Tuttavia, per occultare il coinvolgimento di Mosca, Stalin impose determinate limitazioni ai piloti sovietici. Uno, avrebbero volato con le insegne dell’Esercito di liberazione del popolo cinese o dell’esercito nordcoreano. Secondo, in volo, i piloti avrebbero comunicato solo in mandarino o coreano; il russo era vietato. E infine i piloti sovietici non avrebbero in alcun caso avvicinato il 38° parallelo (il confine tra le due Coree) o le coste. Ciò per impedirne la cattura da parte degli statunitensi. L’ultima limitazione fu paralizzante, i piloti sovietici non dovevano inseguire gli aerei nemici. Poiché gli aeromobili sono più vulnerabili mentre fuggono (perché hanno esaurito munizioni e carburante o hanno problemi tecnici), ciò significò che ai piloti sovietici furono negati abbattimenti facili. Centinaia di caccia occidentali riuscirono a fuggire nella Corea del Sud perché i sovietici rientravano mentre si avvicinavano alle coste o al confine. Nonostante tali limitazioni, l’URSS vinse. Secondo Kramarenko, durante i 32 mesi in cui le forze sovietiche erano in Corea, abbatterono 1250 aerei nemici. “Di questi, l’artiglieria del Corpo Antiaereo sovietico ne abbatté 153 e i piloti gli altri 1097“, scrive. In confronto, i sovietici persero 319 MiG e Lavochkin La-11. Kramarenko aggiunge: “Siamo certi che i piloti del corpo abbatterono molti più aerei nemici di quei 1097, ma molti caddero in mare o si schiantarono durante l’atterraggio in Corea del Sud. Molti furono così danneggiati da dover essere rottamati, perché sarebbe stato impossibile ripararli“.

Preludio al Martedì Nero
La guerra di Corea produsse alcuni dei combattimenti più affascinanti visti nella storia della guerra aerea. Molto accadde sulla “MiG Alley“, il nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica, dove il fiume Yalu sfocia sul Mar Giallo. Fu teatro di numerosi combattimenti e delle prime grandi battaglie aeree tra aviogetti MiG-15 e F-86 Sabre. La svolta nella guerra si ebbe nell’ottobre 1951. La ricognizione aerea statunitense rilevò la costruzione di 18 aeroporti nella Corea democratica. Il più grande era a Naamsi, con piste di cemento capaci di reggere aeromobili a reazione. Jurij Sutjagin e Igor Sejdov spiegano nel libro esaustivo “MiG Menace Over Korea” le implicazioni del programma di espansione delle piste. “I nuovi aeroporti, situati in profondità nel territorio nordcoreano, consentivano il trasferimento dei nuovi MiG-15, ampliandone l’area delle operazioni compromettendo quelle delle forze ONU. Qui, la cosiddetta MiG Alley si estese al 38.mo parallelo e poté esporre le forze terrestri delle Nazioni Unite ad attacchi aerei continui”. Il 23 ottobre 1951, conosciuto oggi come Martedì Nero, le forze aeree occidentali riunirono un’armata di 200 caccia (F-86 Sabre, F-84, F-80 e Gloster Meteor IV) e due dozzine di bombardieri B-29 Superfortress (lo stesso tipo che sganciò le bombe atomiche sul Giappone). Il profilo di missione di questo attacco concentrato era interrompere il flusso di rifornimenti alle forze coreane e cinesi e distruggere le basi di Naamsi e Taechon nella Corea democratica. Per contrastare tale minaccia i sovietici organizzarono due divisioni di aerei da caccia. La 303.ma, composta da cinquantasei MiG-15, costituì il primo scaglione e fu assegnata all’attacco del gruppo dei bombardieri nemici. La 324.ma Divisione aveva venticinque MiG-15 e compose il secondo scaglione, che doveva puntellare i combattimenti e coprire l’uscita della 303.ma dalla battaglia.

Putin e Kramarenko

Addosso ai grossi
Concentramento e disciplina furono fondamentali per affrontare con successo la minaccia dei bombardieri. La strategia sovietica fu ignorare i caccia di scorta e andare dritti contro i Superfortress più lenti. Mentre i MiG volavano contro i Superfortress, videro un gruppo di lenti Meteor inglesi. Alcuni piloti sovietici furono tentati da questi obiettivi entusiasmanti, ma il comandante Nikolaj Volkov disse: “Andiamo addosso ai grossi“. Come balene circondate da orche fameliche, i MiG spezzarono le formazioni dei B-29. Alcuni piloti sovietici attaccarono verticalmente dal basso i bombardieri statunitensi, vedendo che i B-29 gli esplodevano davanti. Fu quasi un tiro al tacchino, visto che l’equipaggio, da 12 a 13 uomini, dei bombardieri colpiti si lanciavano uno per uno. I sovietici rivendicarono la distruzione di dieci B-29, la più alta percentuale di bombardieri statunitensi mai persi in una grande missione, mentre persero un MiG. Tuttavia, Kramarenko dice che alcuni piloti sostennero che venti B-29 furono abbattuti nella settimana del 22-27 ottobre. Inoltre l’USAF perse quattro caccia F-84 di scorta. Gli statunitensi ammisero tre bombardieri abbattuti, mentre altri cinque B-29 e un F-84 furono gravemente danneggiati e successivamente rottamati. “Anche così, queste perdite furono piuttosto dolorose per il comando statunitense“, scrivono Sutjagin e Sejdov. Il comandante Lev Shukin ricorda il Martedì Nero: “Cercavano d’intimorirci. Pensavano forse che avremmo avuto paura del loro numero e saremmo fuggiti, ma invece gli andammo contro“. Chiaramente, i piloti sovietici interiorizzarono ciò che Sergej Dolgushin, asso con 24 vittorie nella Seconda guerra mondiale, dichiarò esser un prerequisito del pilota da caccia di successo: “amore per la caccia, grande desiderio di essere il cane alfa“. I sovietici soprannominavano “Baracche volanti” i B-29 per come bruciavano facilmente e bene. L’ex-pilota statunitense Tenente-Colonnello Earl McGill riassunse la battaglia in ‘Black Tuesday Over Namsi: B-29s vs MiGs‘: “Per percentuale, il Martedì Nero fu la peggiore perdita in qualsiasi grande missione di bombardamento in una qualsiasi delle guerre in cui gli Stati Uniti furono mai impegnati, e la battaglia seguente, nella parte di cielo chiamata MiG Alley, continua ad essere forse la più grande battaglia aerea di tutti i tempi“.

Impatto sul morale statunitense
La battaglia aerea del Martedì Nero cambiò per sempre la condotta dell’USAF nei bombardamenti strategici. I B-29 non furono più impiegati di giorno nella MiG Alley. Città e villaggi nordcoreani non furono più bombardati e colpiti da napalm dagli statunitensi. Migliaia di civili uscirono dalla linea di mira. Ma soprattutto, coraggio e competenze del distaccamento sovietico in Corea impedirono un’altra guerra mondiale. Kramarenko spiega: “Il B-29 era un bombardiere strategico, in altre parole, un vettore per le bombe atomiche. Nella terza guerra mondiale, sull’orlo di cui eravamo, questi bombardieri avrebbero dovuto colpire le città dell’Unione Sovietica con bombe nucleari. Ora si sa che questi aerei enormi erano indifesi contro gli aviogetti da caccia essendone molto inferiori per velocità e armamento“. Chiaramente, alcuno dei B-29 poteva volare oltre 100 km nella vastità dell’Unione Sovietica e rimanere indenne. “Si può affermare con sicurezza che gli aerei sovietici che combatterono in Corea, causando così tanti danni all’aviazione del nemico, misero a dura prova la minaccia della guerra mondiale nucleare“, spiega Kramarenko. Pochi giorni dopo il Martedì Nero, McGill era seduto quale co-pilota di un B-29, sull’asfalto della base aerea di Okinawa, in attesa dell’ordine di decollo che avrebbe mandato il suo bombardiere nella MiG Alley. Invece delle solite battute di pre-volo, l’equipaggio si sedette in silenzio e stupore, perché sentiva di tornare “verso la nostra certa distruzione”, quando giunse la notizia che la missione era stata annullata. McGill spiega la sensazione nell’aeromobile: “Quei minuti prima del decollo m’insegnarono il significato della paura, che non avevo mai sperimentato finora, nemmeno ora che la vita è più breve“.

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 27 aprile 2017La superiorità dell’eccellente MiG-15 fu uno dei fattori chiave che fece prevalere i piloti sovietici nella guerra aerea sulla Corea. Nel settembre 1950, l’US Air Force (USAF) effettuò il massiccio bombardamento della città nordcoreana di Sinuiju. Il raid fu condotto da 80 bombardieri B-29 causando il peggiore massacro dal bombardamento atomico statunitense di Nagasaki. Tutta la città, di bambù e legno, bruciò fino alle fondamenta. Più di 30000 civili inermi bruciarono vivi. Impossibilitati ad impedire tali incursioni delle forze aeree di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, i nordcoreani si appellarono a Mosca. I sovietici inviarono i loro ultimi MiG-15 pilotati da veterani della seconda guerra mondiale. Il risultato fu drammatico. Nella prima battaglia aerea tra aerei sovietici e statunitensi sulla Corea, il 1° novembre 1950, i sovietici abbatterono 2 Mustang, senza subire perdite. “Il dominio statunitense sui cieli coreani era giunto al termine“, scrive l’ex-pilota Sergej Kramarenko nel suo libro, “Combattimenti aerei sul fronte orientale e sulla Corea“. Sui cieli della Corea, gli assi sovietici si scontrarono con gli avversari occidentali nei primi combattenti tra caccia dell’era del jet. Nelle battaglie aeree mortali sulla penisola, i piloti sovietici sconfissero ripetutamente le più grandi formazioni di caccia nemici e abbatterono decine di bombardieri. Nella prima di questa serie di due parti avevamo esaminato alcune battaglie aeree chiave che cambiarono la forma del combattimento aereo e costrinsero l’occidente sulla difensiva. In questa sezione conclusiva esamineremo le ragioni del dominio russo sulle più grandi forze aeree occidentali.

MiG-15: l’aviogetto che scosse l’occidente
Il MiG-15 fu il fattore chiave del dominio sovietico. Il velivolo aveva una tangenza superiore a quella degli aerei occidentali come l’F-86 Sabre, per cui i piloti sovietici potevano facilmente sfuggirgli salendo a oltre 50000 piedi, sapendo che il nemico non poteva inseguirli. Inoltre, il MiG aveva accelerazione e velocità maggiori, 1005 km/h rispetto a 972 km/h. Il rateo di salita dei MiG di 9200 piedi al minuto era superiore ai 7200 piedi al minuto dell’F-86. Un fattore cruciale della guerra aerea era la differenza nell’armamento. I MiG erano armati di cannoni in grado di colpire un bersaglio a una distanza di 1000 metri, mentre le mitragliatrici dei B-29 statunitensi arrivavano a 400 metri. Kramarenko spiega: “Si scoprì che tra i 1000 e i 400 metri i nostri aerei avrebbero sparato e distrutto i bombardieri mentre erano ancora fuori dalla loro gittata. Fu il più grave errore di calcolo del comando statunitense, un errore dei loro progettisti e produttori di aeromobili. Essenzialmente, i bombardieri enormi e costosi erano indifesi verso i cannoni dei nostri MiG”. I proiettili esplosivi del MiG-15 creavano fori di circa un metro quadrato sugli aerei nemici. Pochi di tali aerei volarono nuovamente anche se i loro piloti miracolosamente riuscirono a salvare l’aereo colpito. D’altra parte, i MiG-15 dal rivestimento più spesso potevano incassare molto e rientrare. Il tenente-generale Charles “Chick” Cleveland dichiarò ad Air&Space Magazine: “Devi ricordare che il piccolo MiG-15 in Corea riuscì a fare ciò che tutti i Focke-Wulf e Messerschmitt della seconda guerra mondiale non poterono mai fare, scacciare la forza bombardieri degli Stati Uniti dai propri cieli“.Piloti temprati dalla Seconda guerra mondiale
La maggior parte dei piloti da caccia sovietici che parteciparono alla guerra di Corea erano assi della Seconda Guerra Mondiale, finita solo sei anni prima. Così anche i piloti anglo-statunitensi. I piloti dei tre Paesi avevano combattuto contro la Luftwaffe tedesca, altamente addestrata, ma c’era una differenza. Le battaglie aeree che accompagnarono l’avanzata sovietica verso Berlino furono spietate. L’Aeronautica sovietica affrontò piloti sempre più disperati, piloti della Luftwaffe soverchiati ma ancora mortali che difendevano la patria. I piloti sovietici, quindi, avevano un’esperienza di combattimento maggiore e migliori abilità rispetto agli avversari occidentali. Per esempio, la prima grande unità aeronautica sovietica inviata in Corea, la 324.ma IAD, era una divisione di intercettatori della difesa aerea comandata dal Colonnello Ivan Kozhedub, che con 62 vittorie fu il primo asso alleato della seconda guerra mondiale.

Tattiche migliori
I sovietici avevano anche migliori tattiche con cui sconfissero le forze aeree occidentali. Ad esempio, le grandi formazioni di MiG restavano in attesa sul lato cinese del confine. Quando i velivoli occidentali entravano nella MiG Alley, nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica e luogo di numerosi combattimenti, i MiG salivano ad alta quota per attaccare. Se i MiG erano in difficoltà, fuggivano sul confine in Cina. Gli squadroni di MiG-15 sovietici operavano in grandi gruppi, ma la formazione di base era il gruppo di sei velivoli, suddiviso in tre coppie composte da un leader e un gregario. La prima coppia di MiG-15 attaccava i Sabre nemici. La seconda coppia proteggeva la prima coppia. La terza coppia rimaneva al di sopra, sostenendo le due altre coppie quando necessario. Questa coppia aveva più libertà e poteva anche attaccare obiettivi di opportunità, come solitari Sabre dispersi. Il coinvolgimento sovietico nella guerra ebbe effetti salutari sul morale nordcoreano e cinese. Quando i sovietici iniziarono ad addestrare i piloti cinesi al combattimento volando sui MiG-15, scoprirono che i tirocinanti non erano in forma e potevano a malapena scendere dall’aereo dopo una sortita. Ciò era dovuto principalmente alla loro dieta, tre tazze di riso e una di minestra di cavolo al giorno. Dopo diverse settimane di dieta secondo standard russi, i piloti cinesi potevano sopportare i rigori del combattimento aereo. Allo stesso modo, i nordcoreani iniziarono a compiere miracoli volando, abbattendo diversi aerei statunitensi, che prima erano soliti evitare.

Reclami e contestazioni
Nonostante i dati sovietici e cinesi classificati siano disponibili, l’US Air Force continua a spacciare la storia di 1:7/8/9 abbattimenti, sebbene siano scesi dalla rivendicazione originale di 1:14, diffusa fino agli anni ’90. Si prendano le battaglie aeree del 12 aprile 1951 in cui gli statunitensi persero 25 bombardieri strategici e circa 100 piloti. Fu chiamato il “Giorno Nero” e una settimana di lutto fu dichiarata dall’USAF. Eppure gli statunitensi affermarono di aver abbattuto 11 MiG quel giorno. “In realtà“, dice Kramrenko, “tutti i nostri caccia rientrarono e solo tre o quattro MiG erano forati dal tiro delle mitragliatrici. Questo perché gli statunitensi contavamo gli aerei nemici abbattuti secondo le foto della fotomiragliatrice. Suppongo che i piloti statunitensi abbiano contato gli stessi abbattimenti non meno di due o tre volte. Gli statunitensi, dunque, “abbatterono” più MiG di quanti ce n’erano in Corea“. I sovietici avevano un sistema più sicuro di registrazione degli abbattimenti. I piloti dovevano fornire chiare e distinte foto da fotomitragliatrice e farsele confermare da un gruppo di ricerca che doveva riportare i resti del velivolo nemico abbattuto. Questo presentava dei problemi. Molti aerei statunitensi, colpiti e che rientravano in mare dove precipitavano, non furono considerati vittorie. A volte aerei nemici che cadevano in luoghi inaccessibili come foreste e gole, non venivano recuperati perché non si riusciva a trovarli. Questi aerei abbattuti non furono mai registrati come tali. In realtà i sovietici batterono le forze aeree occidentali. Prendiamo i dati del settembre 1951. Secondo i documenti dello Stato Maggiore del 64.mo Corpo Aerei da Caccia delle Forze Aeree Sovietiche, i piloti delle due divisioni sovietiche avevano abbattuto 92 aerei nemici perdendo solo 5 aerei e due piloti. Tuttavia, secondo i dati statunitensi, nello stesso periodo le loro perdite ammontarono a 6 aerei. Ma secondo la ricerca post-guerra fredda di studiosi russi e stranieri, il numero delle perdite occidentali nel settembre 1951 fu di 21 aeromobili nei combattimenti contro i MiG. Inoltre almeno altri 8 caccia furono così gravemente danneggiati che non volarono mai più. Quindi, anche prendendo questi dati estremamente prudenti, il rapporto tra le due parti nelle battaglie di settembre fu di 4:1 a favore dei piloti sovietici. Tuttavia, gli autori, storici ed analisti occidentali si rifiutano di rivedere i numeri esasperati dell’USAF. Una controversia simile coinvolse gli australiani, che inviarono il loro 77° Squadron di Gloster Meteor in Corea del Sud. In un freddo giorno di dicembre, durante un pattugliamento, i sovietici guidati da Kramarenko incontrarono 20 di questi velivoli costruiti dagli inglesi. Fu il giorno nero per gli australiani, mentre i MiG spezzarono la formazione dei Gloster. In pochi secondi vi fu una dozzina d’incendi al suolo: erano i resti di tali aerei sfortunati. Vi fu un solo sopravvissuto che fuggì da questo inferno per tornare a casa. I sovietici videro il pilota australiano in fuga, che sembrava rassegnato al destino e che si rifiutò di combattere. “Ebbi pietà”, scrive Kramarenko. “Il Gloster cessò di essere il nemico e decisi di lasciarlo andare in pace. Lasciatelo andare al suo aerodromo a raccontare del destino dei suoi compagni che volevano cancellare una città coreana, e i cui aerei bruciano sulle strade vicino questa città e la sua stazione ferroviaria!” Kramarenko aggiunge: “Sono ancora perplesso del perché gli statunitensi avessero permesso a queste bande di contadini di combattere su aerei obsoleti senza coprirli coi Sabre”. Malgrado tale massacro, gli australiani credettero di aver abbattuto un MiG in questo scontro, perdendo solo tre aerei. I sovietici non incontrarono mai più i Gloster sui cieli della Corea. In realtà, gli australiani furono esclusi dal fronte dagli statunitensi.

Gli errori di Mosca
Il rapporto di abbattimenti nella guerra di Corea sarebbe stato ancora più a favore dei MiG, ma per la decisione sconsiderata di Josif Stalin, si fecero ruotare intere unità di combattimento. Stalin, che non capiva il potere aereo, inizialmente non permise ai MiG-15 di partecipare ai combattimenti aerei sulla Corea. Risultato dell’ordine di Stalin, gli assi sovietici della Seconda Guerra Mondiale, che abbatterono molti velivoli nel 1951, furono sostituiti da giovani piloti con poca o nessuna esperienza in combattimento. Questo permise all’USAF demoralizzata di tornare in gioco e gli statunitensi abbatterono decine di aerei sovietici. Un altro fattore fu la G-suit, che permise ai piloti statunitensi di volare senza sottoporre il corpo alle forze estreme a cui i piloti sono esposti nei combattimenti. L’Aeronautica sovietica ne era sprovvista e di conseguenza molti piloti sovietici dovettero smettere di volare per settimane o mesi prima di riprendersi dallo stress. La parità fu ripristinata ancora una volta quando l’originale partito degli eroi sovietici della seconda guerra mondiale tornò in Corea, ma con la morte di Stalin nel 1953 la guerra terminava. Poiché non fu una battaglia per la patria, nessuno dei piloti sovietici voleva essere l’ultimo a morire, e pertanto non ci furono più epiche battaglie aeree sui cieli della Corea.Rakesh Krishnan Simha è un giornalista e analista di affari esteri della Nuova Zelanda, dal particolare interesse per la difesa e la storia militare. È membro del consiglio di amministrazione di Modern Diplomacy, portale per gli affari esteri d’Europa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando la Flotta dello Zar salvò gli USA

Spedizioni americane: la bandiera di Sant’Andrea a New York
Lemur59

La prima spedizione
Sul “Kronstadt Herald” del 1863-1864, un giornalista di New York dettagliò, giorno dopo giorno, i lettori della visita ufficiale della flotta russa negli Stati Uniti. Nella storia passò come la spedizione americana. L’idea nacque all’inizio del 1863 in relazione alla situazione internazionale estremamente tesa che si era sviluppata in quel periodo. Per il terzo anno negli Stati Uniti c’era la guerra civile. Gran Bretagna e Francia erano con i sudisti e, nel tentativo di distruggere l’integrità statale degli Stati Uniti, preparavano l’intervento armato. La Russia sosteneva il governo di Abraham Lincoln e si oppose i piani di Londra e Parigi. “Per noi non esistono né il Nord né il Sud, ma un’Unione Federale la cui distruzione osserviamo con rammarico“, scrisse il vicecancelliere A.M. Gorchakov. “Riconosciamo negli Stati Uniti solo il governo di Washington”. Nell’unità e nella potenza degli Stati Uniti, la Russia vide un contrappeso a Gran Bretagna e Francia, perseguendo una politica ostile verso di esse: entrambe preservavano la pace di Parigi del 1856, umiliante e dolorosa per la Russia, che chiuse la guerra di Crimea. Il rapporto tra Russia e Gran Bretagna e Francia nei primi anni ’60 si deteriorò notevolmente a causa della cosiddetta questione polacca (durante quegli anni il Regno di Polonia era spazzato dall’onda del movimento di liberazione nazionale, creando una situazione rivoluzionaria a cui il governo degli zar rispose con misure dure. Gran Bretagna e Francia, perseguendo i propri interessi, presero pubblicamente la posizione di difensori del popolo polacco. I tentativi della diplomazia russa d’indebolire la tensione negoziando non portarono a risultati. La minaccia di una nuova guerra si avvicinava alla Russia. Poi si pose la domanda di come utilizzare la flotta, in modo che in caso di ostilità non venisse intrappolata nelle acque interne. Dopo tutto, l’esperienza triste della Guerra di Crimea era ancora vivida. L’Ammiraglio A.A. Popov, per esempio, scrisse: “L’ultima guerra ha confermato… che la più falsa… di tutte le idee per salvare la flotta è la necessità di nasconderla: le navi militari vengono salvate nel mare, nelle battaglie“. La stessa visione fu adottata da molti leader della flotta russa. Così il ministero della Marino ebbe l’idea di un rapido ritiro degli squadroni russi negli oceani prima dello scoppio delle ostilità. Si suppose che si sarebbero basati nei porti degli Stati Uniti, avendo ricevuto il consenso di Washington. L’operazione doveva perseguire tre obiettivi: in primo luogo, creare una minaccia al traffico commerciale di Inghilterra e Francia e quindi esercitare pressioni sui negoziati diplomatici ancora in corso; In secondo luogo, dimostrare il sostegno al governo di Lincoln nella lotta contro gli Stati ribelli dei sud; In terzo luogo, in caso di scoppio delle ostilità, colpire il punto più vulnerabile dell’Inghilterra, le comunicazioni marittime.
Furono formate due squadre: dell’Atlantico e del Pacifico, che compresero tre fregate nello squadrone dell’Atlantico (che ebbe assegnato il ruolo principale): Aleksandr Nevskij (capitano di vascello A. N. Andreev), Peresvet (capitano di fregata N. V. Kapitov) e Osljabja (capitano di fregata I. I. Butakov), due corvette: Varjag (capitano di corvetta O. K. Kremer) e Vitjaz (capitano di corvetta R. A. Lund) e il clipper Almaz (capitano di corvetta P. A. Zeljonij). Il comandante dello squadrone era il Contrammiraglio Stepan Stepanovich Lesovskij, marinaio esperto e istruito appena tornato da un viaggio d’affari in America, dove studiò l’architettura navale blindata degli Stati Uniti per un anno e mezzo. Possedeva un fluente inglese, francese, tedesco, spagnolo e conosceva bene la situazione in America. Lo squadrone del Pacifico era comandato dal Contrammiraglio Andrej Aleksandrovich Popov, futuro organizzatore e costruttore della flotta corazzata nazionale. Lo squadrone era basato nel Primoroe, appena controllato dai russi. Comprendeva quattro corvette: Kalevala (capitano di corvetta Karpelan), Bogatyr (tenente di vascello P. A. Chebyshev), Rynda (capitano di corvetta G. P. Sfursa-Zhirkevich) e Novik (Capitano di corvetta K. G. Skryplev) e due clipper: Abrek (capitano di vascello K. P. Pilkin) e Gajdamak (capitano di corvetta A. A. Peshurov). La preparazione dell’operazione fu condotta nel segreto totale. Anche i comandanti delle navi seppero degli scopi reali della spedizione solo alla vigilia della partenza da Kronstadt. Il 14 luglio 1863 fu approvato “Istruzione del Ministero Navale al Contrammiraglio S. S. Lesovskij”, che ordinava “di seguire le coste degli Stati Uniti del Nord America senza entrare… in qualsiasi porto prima dell’arrivo… ed ancorarsi a New York“. Le istruzioni indicavano che, in caso di guerra, lo squadrone agisse con tutti i mezzi possibili, infliggendo i maggiori danni al traffico nemico. Mentre precisava la situazione politica mondiale, dando raccomandazioni concrete sull’interazione con l’Ammiraglio Popov, l’istruzione tuttavia dava a Lesovskij piena libertà d’azione. Riassunse: “in ogni caso, quando lo riconosce… necessario, non sia timido con queste istruzioni e agisca a sua discrezione“.
Meno di un mese dopo l’approvazione del piano operativo, lo squadrone atlantico era pronta a salpare. La mattina del 18 luglio, tutte le navi, ad eccezione della fregata Osljabja, che era nel Mar Mediterraneo, partirono per New York lasciando Kronstadt. Nel viaggio del primo squadrone russo partirono solo navi a vapore, lasciando le navi a vela. L’Ammiraglio Lesovskij aveva fretta. Non potevano salpare che navi “sotto vapore”. Per ricostituire le riserve di carburante, le navi dovevano lasciare il Baltico con due trasporti partiti in anticipo. Per la prima volta nella storia della flotta russa, il rifornimento delle navi da guerra fu effettuato in viaggio. Il 25 luglio, in piena disponibilità al combattimento, la squadriglia arrivò nel Mare del Nord. La cosa principale da seguire era ora non incontrare le forze anglo-francesi. Pertanto, si decise di recarsi sull’Atlantico non con la solita rotta attraverso la Manica, ma a nord delle isole britanniche. I piano di Lesovskij furono decisivi. “Se lo squadrone incontrasse navi straniere“, scrisse nelle istruzioni ai comandanti, “suggerisco di rientrare alle acque del Baltico o concedere battaglia per onorare la nostra bandiera, allora l’ammiraglio avrebbe aderito alla battaglia“. Fortunatamente, tali misure estreme non dovettero essere prese. Il viaggio sull’oceano fu difficile. I venti di tempesta lasciarono posto a calma piatta con nebbie densi e piogge incessanti. Il carbone salvato, si navigò. La difficoltà della navigazione congiunta delle navi fu aggravata anche dalla differenza della loro velocità. Infine, l’Ammiraglio Lesovskij decise che ogni nave seguisse un propria rotta.

Fregata Aleksandr Nevskij

Il 13 settembre, nella rada di New York ancorò l’Aleksandr Nevskij sotto la bandiera del comandante, e la Peresvet. La fregata Osljabja era già arrivata. Il giorno successivo Varjag e Vitjaz gounseero. Il clipper Almaz, finito in una bonaccia, arrivò il 29 settembre. Il 1° ottobre lo squadrone di Popov giunse a San Francisco. Per coordinare le azioni tra i comandanti, fu immediatamente stabilita la comunicazione operativa con corrieri e telegrammi crittografati. Bisogna dire che l’apparizione simultanea di due squadroni russi nei porti degli Stati Uniti produsse esattamente su Inghilterra e Francia l’effetto che il governo russo voleva. L’operazione delle “nostre forze navali in Nord America“, scrisse il vicecancelliere Gorchakov, “in senso politico, ha avuto successo, ma l’esecuzione è eccellente“. L’ambasciatore russo riferì da Washington a San Pietroburgo che l’arrivo degli squadroni russi fu percepito dagli statunitensi come dimostrazione del sostegno al governo di Lincoln. Ad esempio, il quotidiano New York Herald descrisse la presenza dell’Ammiraglio Lesovskij e dei suoi ufficiali per le strade della città: “Piene di gente, le strade su cui si dirigeva la processione erano circondate da folle in piedi in lunghe fila. Le case erano decorate con bandiere… le persone felici d’incontrare la processione”. I giornali titolavano: “La Russia e gli Stati Uniti sono fratelli”, “La nuova unione è saldata”, “Dimostrazione popolare entusiasta…” Quasi ogni giorno le navi russe furono visitate da delegazioni di città e Stati, per esprimere rispetto e gratitudine alla Russia per la benevolenza e il sostegno agli Stati Uniti, “specialmente con le vere difficoltà infelici in cui si trova la nazione americana“. Il futuro grande compositore, e in quei giorni imbarcato sul clipper Almaz, N. A. Rimskij-Korsakov, scrisse: “Il nostro squadrone è stato ricevuto in modo amichevole, anche all’estremo. Con abito militare sulla spiaggia e non puoi non passare inosservato: non guardi, e sei guardato, accostato (anche dalle signore) con un’espressione di rispetto per i russi e il piacere che siano a New York“. La popolarità dei marinai russi era così grande che interessò anche la moda femminile. Come scrissero i giornali, per le donne alla moda di New York era imperativo avere doppi bottoni sul cappotto, coccarde, ancorette da cadetti, e cordoncini; questi ultimi un dettaglio sulla spalla del vestito. Tuttavia, non solo banchetti, visite e sfilate occuparono i nostri marinai. Mostrando coraggio e “dedizione veramente russa”, aiutarono ripetutamente la popolazione a spegnere gli incendi, così frequenti all’epoca. I comuni di Annapolis e San Francisco hanno espresso sincera ammirazione e riconoscenza a questo comandante. Un gruppo di ufficiali dello squadrone atlantico, guidato dal comandante dell’Osljabja, capitano di vascello I. I. Butakov, fratello del famoso Ammiraglio G. I. Butakov, visitò l’Armata del Potomac. Gli ufficiali russi incontrarono entusiasmo tra le truppe nordiste: quando le posizioni furono lasciare, “ogni reggimento salutò, inchinando le bandiere“. In una situazione estremamente difficile fu lo squadrone dell’Ammiraglio Popov. I nordisti infatti non avevano una flotta nel Pacifico, e gli abitanti di San Francisco erano costantemente minacciati dall’attacco dei sudisti, i corsari che compivano le piraterie in mare. L’unica cosa su cui residenti di San Francisco potevano contare era l’intervento dello squadrone russo, che usufruiva della loro ospitalità. I corsari sudisti, di regola, venivano preparati in Inghilterra, e una di queste navi, l’Alabama, navigava verso San Francisco, quando lo squadrone del Pacifico si riuniva. E accade a una delle navi di Popov, il clipper Abrek dall’aspetto molto simile all’Alabama, che all’apparire al largo fu preso per una nave corsara. Una cannoniera aprì il fuoco sul clipper che entrava nella rada. Le fortezze costiere furono leste a seguirne l’esempio. Il capitano dell’Abrek, capitano di corvetta K. P. Pilkin, si rese conto che i tiri dalla cannoniera erano innocui, ma il tiro dai forti poteva risultare fatale. Senza esitazione, affiancò il clipper alla nave e suonò l’allarme e, avvicinandosi convocò i marinai sul ponte. Nel momento in cui la cannoniera capì l’errore, il clipper russo fu salutato al grido di “hurray!”. Essendo una persona risoluta, l’Ammiraglio Popov prese la decisione inequivocabile di mettere San Francisco sotto la sua protezione. Lo squadrone cominciò a prepararsi per le operazioni militari contro i corsaro sudisti. Tuttavia, San Pietroburgo avvertì: “Le azioni dei corsari in alto mare… non ci riguardano, anche se attaccano i forti, il dovere di sua Eccellenza è osservare una rigida neutralità“. Il comandante dello squadrone ebbe il diritto di usare le armi solo in un unico caso, se i corsari, superando le fortificazioni, avrebbero minacciato la città stessa. “In questo caso“, si sottolineò a Popov, “avete il diritto, solo in nome della filantropia e non della politica, di usare la vostra influenza per impedire del male“. Fortunatamente, tutto andò bene. Mentre le navi russe, in piena operatività, erano nel porto, non un solo corsaro sudista osò avvicinarsi alla città. Il Presidente Lincoln invitò Lesovskij a visitare Washington e altri porti della costa atlantica. Il comandante dello squadrone dell’Atlantico, nonostante il tempo estremamente sfavorevole, ordinò il trasferimento a Washington. Tuttavia, prima di lasciare New York, l’ammiraglio ritenne necessario rispondere alla “cortesia e ospitalità ampia dai cittadini… al nostro squadrone“. Si offrì di sottoscrivere le istituzioni caritative di New York. Questa proposta fu accettata con grande piacere. Nella sua lettera al sindaco di New York, Lesovskij scrisse: “Prima di lasciare New York, Vi chiedo, signore, di ricevere per conto degli ufficiali dello squadrone l’espressione di sincera gratitudine affidatomi per i vostri amichevoli sentimenti con i cui i nostri concittadini sono stati accettati. Vi chiedo di accettare l’allegata somma di 4760 dollari raccolti dalle collette volontarie degli ufficiali del nostro squadrone, per proporveli per acquistare carburante per le famiglie povere“. La risposta del sindaco fu immediata. “Ho avuto l’onore di ricevere la Sua lettera… con un investimento di 4760 dollari donati dai Vostri ufficiali di squadrone… Per questo generoso atto di carità, chiedo l’autorizzazione a trasmettere a Voi e ai vostri compagni ufficiali la sincera gratitudine della città. Posso assicurarvi… che i cittadini di New York esprimo li stesso sentimento per la vostra disposizione amichevole… Il loro desiderio eterno era, con l’avvento del Suo squadrone… di rafforzare i legami di amicizia tra Russia e Stati Uniti“.

Clipper Abrek

Il 21 novembre 1863 la fregata Osljabja, sotto la bandiera del comandante, le corvette Varjag e Vitjaz, e il clipper Almaz, si ancorarono sul fiume Potomac alla periferia di Washington, nella città di Alexandria. Le navi erano ben visibili dalla cupola del Campidoglio. Purtroppo, a causa della malattia, Lincoln non poté visitare le nostre navi, e l’Ammiraglio Lesovskij ritardò la partenza dello squadrone. Il 7 dicembre, appena la salute del presidente migliorò, l’ambasciatore russo presentò al presidente e consorte l’Ammiraglio Lesovskij e gli ufficiali dello squadrone. I marinai russi visitarono Washington, ospiti del Congresso. Il segretario di Stato, il ministro delle Marina Welles e altre figure pubbliche degli Stati Uniti visitarono le navi. Per quasi sei mesi le navi russe fuono nelle acque statunitensi. Su invito del presidente, visitarono molti porti su entrambe le coste degli Stati Uniti. Delusi agli inizi del 1864, la situazione politica consentì al governo russo di permettere agli Ammiragli Lesovskij e Popov d’inviare alcune navi dalla flotta russa ad esplorare le regioni meridionali ed equatoriali degli oceani. Di nuovo, dopo pochi mesi, a New York e a San Francisco, le navi cominciarono a prepararsi per il ritorno in patria…

Clipper Almaz

Visita di ricambio
Nel 1865 la guerra civile tra Stati settentrionali e meridionali stava terminando. Nei circoli governativi di Washington sempre più si cominciò a parlare di visita di ricambio in Russia. Aspettavano solo la conclusione delle elezioni presidenziali. Il 4 aprile 1865 Lincoln divenne nuovamente il capo della Casa Bianca. Tuttavia, passarono solo pochi giorni. e un colpo al Teatro Ford di Washington immerse gli USA nel lutto. Ancora una volta fu rinviata la visita. Il 16 aprile 1866 a San Pietroburgo, sull’argine della Neva, vi fu un attentato ad Alessandro II. Per fortuna lo zar sopravvisse. Gli statunitensi, ancora impressionati dalla morte del loro amato presidente, decisero che era il momento della visita di ricandio. Il modo migliore per esprimere la gratitudine della Russia per il sostegno negli anni difficili della guerra civile e congratularsi con l’imperatore “sul miracoloso salvataggio dalla morte”, fu difficile da trovare. Il 4 maggio 1866, i leader del Partito Repubblicano dominante pubblicarono una dichiarazione al Congresso affermando che “le persone che ci hanno dato i loro sentimenti più caldi al momento del nostro pericolo mortale, dovrebbero ricevere più che una congratulazione all’imperatore“. La Camera dei Rappresentanti e il Senato furono invitati ad adottare una speciale risoluzione comune con un appello al capo dello Stato russo e inviare in Russia un distaccamento di navi da guerra con un ambasciatore straordinario a bordo. Il decreto fu adottato e firmato dal presidente A. Johnson. Come ambasciatore straordinario degli Stati Uniti, il Congresso nominò un segretario di Stato aggiunto per il ministero della Marina, membro del gabinetto di Washington Gustav Fox, ex-ufficiale della Marina, il 45enne Fox era un noto politico attivo nell’amministrazione Lincoln. Durante la guerra civile, fu uno dei prominenti organizzatori e leader della flotta nordista. Il Congresso approvò la proposta di Fox di visitare la Russia su un monitor. Si credeva che la nave fondamentalmente nuova che per prima apparve durante la guerra nella marina nordista, rappresenterebbe al meglio le forze navali degli Stati Uniti. Non ultima in tale ruolo, ovviamente, era la voglia di dimostrare al mondo l’efficienza marina dei monitor. Dopo tutto, alcuno di essi aveva mai attraversato l’oceano, e poche persone in Europa credevano nella possibilità di tale miracolo. I monitor furono percepiti principalmente come navi fluviali, progettate per combattere contro le batterie costiere del nemico. Il comando della flotta statunitense voleva testarlo, ma “possono essere costruiti in modo che possano essere un’arma potente anche nelle battaglie in alto mare?” Per la visita fu scelto uno dei monitor più recenti, il “Miantanamoh“, una corazzata dallo scafo relativamente basso sulla linea di galleggiamento e dal fondo piatto. Per assicurare il viaggio attraverso l’oceano, furono assegnate due fregate a vapore, “Augusta” e “Ashulot“. Alla fine di maggio tutte le navi del piccolo distaccamento si concentrarono nella baia di St. John sull’isola di Terranova. Il punto di partenza non fu scelto a caso: da qui iniziava la rotta più breve per l’Europa, per l’Irlanda.
Il 5 giugno Fox arrivò a St. John. Lo stesso giorno, le navi salparono. Con il tempo, i marinai statunitensi furono fortunati. Secondo il giornale di bordo del “Miantanamoh“, per tutto il passaggio un vento da nord-ovest soffiò, e l’oceano era poco mosso. La maggior parte del viaggio, il “Miantonamoh” fu rifornito dall'”Augusta“, che conservava il carbone. Onde di un metro e mezzo inondavano il ponte basso del monitor. Il ponte superiore era instabile e il rollio della nave in acque profonde non fu mai permesso di conoscerlo. Ogni pomeriggio, dopo aver determinato la posizione della nave, un foglio di coordinate veniva inserito in una bottiglia e gettata in mare, chissà quale sarebbe stato il domani nell’oceano. La fine recente, durante una tempesta a Capo Hatteras, della prima nave di questo tipo, preoccupava ancora. Inutile dire che le persone che attraversavano l’oceano sulla “Miantonamoh” non erano timide… il viaggiò durò 11 giorni. Il 16 giugno, dopo aver superato 1765 miglia, il distaccamento di Fox raggiunse le coste dell’Irlanda. Le navi entrarono nel porto di Cork e ancorarono. A proposito, tre bottiglie gettate dalla “Miantanamoh” raggiunsero l’Europa. Dopo diversi mesi alla deriva, furono presi sulle coste della Normandia e consegnati alle autorità statunitensi, secondo un’antica tradizione marittima.
Fu uno strano spettacolo per gli europei il monitor. “questa è una nave senza precedenti, come una grande zattera, su cui torreggiano due torri e un tubo“. Non è un caso che l’ammiraglio inglese che incontrò la squadriglia chiese a Fox: “Ha davvero attraversato l’Atlantico con questa cosa? Dubito molto di poterlo fare“. Ma pochi giorni dopo, la “cosa”, che ricordava una chiatta, navigò ancora e per per la Russia vi furono due soste, a Cherbourg e Copenhagen. La maggior parte del viaggio la “Miantanamoh” fu sola. Fu accompagnava solo dalla fregata “Augusta“. Dopo aver attraversato l’oceano, l’Ashulot fu inviata nel Mediterraneo. Nel Baltico incontrarono frequenti nebbie. Ogni tanto dovevano rallentare o addirittura andare alla deriva. Infine, il 3 agosto il distaccamento arrivò a Helsingfors. Le voci del colera dilagante a San Pietroburgo erano allarmanti. Fortunatamente erano esagerate e il 5 agosto le navi statunitensi salparono da Helsingfors. C’era un’ultima sosta sul Golfo di Finlandia. All’uscita dal porto, la squadra di Fox fu incontrata da uno squadrone russo. Dopo lo scambio di fuochi di salva, “le navi russe fiancheggiarono su due colonne la nave e il monitor statunitensi, in mezzo… Così, la squadra navigò per Kronstadt e, in condizioni favorevoli, arrivò il 6 agosto“. Quella giornata fu immortala da una magnifica foto della rada di Kronstadt. Nel porto, una folla di persone; molte barche e yacht e sullo sfondo lo squadrone russo; di fronte, lentamente arrivava la “Miantanamoh“, accolta da colpi di cannone dei forti e dall’inno nazionale statunitense. Non appena le navi sono ancorarono, l’inviato del Congresso a nome dell’imperatore fu accolto dal Contrammiraglio S. S. Lesovskij, di cui marinai statunitensi ricordavano la visita a New York nel 1863-1864. Lo stesso giorno, Fox e il suo entourage arrivarono a San Pietroburgo; furono collocate nell’Hotel de France, sulla Bolshaja Morskaja, non lontano dall’arco dello Stato Maggiore.
L’8 agosto l’ambasciata straordinaria fu accolta da Alessandro II, al Palazzo Peterhof, dove si recarono in treno. Alla stazione salirono sulle carrozze per la corte. Nonostante la rigorosa etichetta diplomatica, l’accoglienza avvenne in un’atmosfera eccezionalmente amichevole. “Numerosi legami, che legano il grande impero a oriente e la grande repubblica a occidente”, diceva il messaggio del Congresso letto da Fox “si sono moltiplicati e consolidati nuovamente grazie al sostegno che il governo russo ha reso agli Stati Uniti durante i difficili anni della loro lotta interna“. Lo zar parlò delle relazioni tradizionalmente amichevoli tra Russia e USA. Concluse il discorso con la certezza che non avrebbe mai dimenticato l’accoglienza amichevole che gli Stati Uniti diedero ai suoi squadroni. Desiderando ringraziare i marinai statunitensi, l’imperatore annunciò che tutti, senza eccezione, ufficiali e marinai della squadra, erano ospiti del governo russo. Subito dopo un telegramma fu inviato a Washington, dove Fox riferì al governo del compimento della missione affidatagli; fu il primo telegramma inviato dalla Russia all’America sul nuovo cavo transatlantico. Mentre nel palazzo ci fu la ricezione ufficiale, gli ufficiali statunitensi, accompagnati dall’Ammiraglio Lesovskij, esaminarono i palazzi e i parchi di Peterhof. Nel parco più vicino incontrarono l’eroe della difesa di Sebastopoli E.I. Totleben. “Gli ufficiali salutarono il famoso ingegnere con rispetto e entusiasmo… gridando” Hurray” per tre volte, confondendosi con il rumore incessante delle fontane del Peterhof“. Sull’isola della zarina, agli ospiti fu mostrata una quercia coltivata da una ghianda prelevata dalla quercia “che avvolgeva la tomba di Washington”. La visita dell’imperatore non durò a lungo. Il giorno successivo, Alessandro II, accompagnato dall’erede e dai granduchi, visitò le navi statunitensi. La “Miantanamoh” lo salutò coi cannoni sulle torrette. Fu la prima volta e in contrasto con le regole vigenti, perché nella Marina statunitense, i cannoni di questo calibro erano “destinati esclusivamente alle operazioni militari“.
Così iniziò la prima visita ufficiale della flotta statunitense in Russia. Da cui visitarono la capitale. Tuttavia, prima di tutto, naturalmente, Kronstadt con le sue forte fortificazioni, banchine, osservatorio marino, la più ricca biblioteca marina, i cui onorevoli lettori erano tutti ufficiali statunitensi. Durante l’ispezione dell’arsenale, gli ospiti furono “stupiti dalla moltitudine di bandiere militari prelevate ai nemico testimoniando le attività della flotta russa in mare”. Pietroburgo stupì gli statunitensi con il suo splendore, così come continue cene e ricchi pranzi. Ad esempio, una cena tenuta nel “giardino lussuosamente illuminato” di una delle dimore dell’isola di Kamenij, dove era presente “l’intera alta società di Pietroburg“, costò all’ospite più di 40 mila rubli… Il 23 agosto, si invito della società di Mosca, l’ambasciata partì per Mosca, a bordo di vagoni speciali, “drappeggiati con bandiere americane e fiori“… La Regina Madre incontrò gli ospiti con una banda musicale. Sulla piazza della stazione affollata, risuona l’inno nazionale “Glory, Columbia“. Il sindaco, i membri del governo e numerosi rappresentanti di varie società accolsero l’ambasciata. Gli ospiti furono inviati nel residence preparatogli. Inaspettatamente, ritrovarono delle loro foto. Tuttavia, la sorpresa crebbe ancora quando videro i loro ritratti ad olio, perché non so erano presentati a nessuno! Il segreto fu rivelato dai proprietari: le foto sono state ritirate a San Pietroburgo da una fotocamera nascosta, due giorni prima di partire per Mosca. I ritratti furono dipinti da esse. Lo stesso giorno, l’ambasciata fece una visita ufficiale al governatore generale di Mosca, V. A. Dolgorukov. Brindando alla salute degli ospiti, disse: “L’accoglienza che avviene tra la nostra flotta, parla del rispetto che i cittadini degli Stati Uniti godono nel nostro Paese. Credetemi, incontrerete la stessa accoglienza a Mosca, nostra antica capitale“. Il quinto giorno l’ambasciata partì per Nizhnij Novgorod. Agli statunitensi volevano mostrare la famosa fiera, che durava esattamente due mesi, quando la popolazione della città aumentava di 6-8 volte, da 40 a 300mila persone. Il giro d’affari superava i 100 milioni di rubli. Più di sei mila tonnellate di merce venivano vendute. Il mercanti, in onore dell’arrivo dell’ambasciata, organizzò una cena. “La sala da pranzo era decorata con fiori, verdi, bandiere nazionali e ritratti del sovrano, di Washington, Lincoln e Johnson. Circa centocinquanta persone si sedettero al tavolo, fra i quali erano presenti tutte le nazionalità: russi, persiani, tatari, armeni, commercianti del Caucaso e della Siberia lontana“. Ciononostante, la commissione fu molto dispiaciuta che, a causa del culmine della fiera, la classe mercantile non poteva accettare i cari ospiti con il lustro dovuto.
Il 1° settembre l’ambasciata risalì il Kostroma. “Non appena il signor Fox salì nel terrapieno, uno dei contadini si tolse la casacca e si prostrò. Fox cercò di evitarlo. Tuttavia, nello stesso momento, come per magia, fino alla fine del terrapieno fu immediatamente coperto da soprabiti. La folla osservò silenziosamente ciò che accadde dopo. Quando Fox decise finalmente di accettare i vestiti, la folla lo salutò con gioia con un forte “hurray”!” Dopo aver incontrato Kostroma e controllando il monumento a Ivan Susanin, l’ambasciata continuò il viaggio lungo il Volga. Negli ultimi giorni del soggiorno nella capitale, gli statunitensi cenarono in un club “aristocratico” cosiddetto “inglese”. Il Cancelliere A.M. Gorchakov: “Mi rallegro… che menti pratiche, aliene a qualsiasi pregiudizio, possano giudicarci imparzialmente. Potrebbero apprezzare… la più grande gloria e orgoglio della nostra patria, e le persone che ne costituiscono il potere!“. Esprimendo la speranza che buone relazioni tra i due popoli esistano per sempre, Gorchakov notò l’apprezzamento particolarmente di questa relazione, perché “non rappresenta una minaccia o pericolo per nessuno… Dio ha dato tali condizioni a entrambi i Paesi perché possano essere contenti della loro grande vita interna“. Lo stesso giorno, il testo completo del discorso di Gorchakov fu trasmesso via telegrafo negli Stati Uniti. È interessante che l’invio di questo telegramma costasse al corrispondente del New York Herald 7000 dollari. Il 15 settembre 1866, gli statunitensi salparono dal Golfo di Finlandia…

Monitor Miantonomoh

La “seconda” spedizione americana
“Seconda spedizione americana” indica l’incursione di squadre russe nei porti degli Stati Uniti nel 1876 durante il deterioramento delle relazioni con la Gran Bretagna a causa del sostegno della Russia alla rivolta anti-turca in Bulgaria. In quel momento, nel Mar Mediterraneo, vi era lo squadrone del Contrammiraglio I. I. Butakov, con la fregata corazzata Petropavlovsk, la fregata Svetlana, le corvette Askold e Bogatyr, il clipper Krejser e due schooner. Per evitarne in caso di guerra la distruzione da parte delle superiori forze della flotta inglese, le navi russe (ad eccezione dell’inaffidabile Petropavlovsk) furono inviate nei porti atlantici degli Stati Uniti da cui, dopo aver interrotto i rapporti con l’Inghilterra, iniziare le operazioni. Nel novembre, le navi russe lasciarono i porti d’Italia. La corvetta Bogatyr giunse a Charleston il 27 dicembre; la nave dell’Ammiraglio Butakov, la fregata Svetlana, sotto il comando del Granduca Aleksej Aleksandrovich, giunse nella rada di Hampton il 31 dicembre; la corvetta Askold giunse a Charleston il 12 gennaio 1877; il clipper Krejser arrivò a New York il 4 febbraio. Nel marzo 1877 l’intero squadrone di Butakov fu concentrata a New York. Contemporaneamente, le navi dello squadrone dell’Oceano Pacifico e la flottiglia siberiana, sotto il comando del Contrammiraglio O. P. Puzino, ebbero l’ordine di recarsi a San Francisco. Nell’ottobre 1876 si ritirarono dai porti cinesi e giapponesi e il 25 dicembre 1876 lo squadrone della corvetta Bajan, dei clipper Vsadnjk e Abrek, degli schooner Vostok, Tungus ed Ermak, giunse a San Francisco, più tardi seguito dalla cannoniera Gornostaj e dal trasporto Japonetz.
Secondo il piano elaborato dall’Ammiraglio Puzino, in caso di guerra il suo squadrone doveva attaccare Vancouver per “causare danni agli stabilimenti nemici e distruggere le navi militari e mercantili presenti”, e poi recarsi in Australia e incrociare verso occidente (le corvette), e oriente (i clipper), bombardando i depositi sulle coste settentrionale della Nuova Guinea, le Isole Salomone e le Isole Marshall. Il 30 aprile, dopo essersi allentata la tensione nei rapporti russo-inglesi, gli squadroni russi ricevettero l’ordini di lasciare i porti degli Stati Uniti e ritornare al servizio di routine.

Fregata Svetlana

La “terza” spedizione americana
“Terza spedizione americana” fu chiamata l’organizzazione di un squadrone di navi russe in crociera negli Stati Uniti dopo la fine della guerra russo-turca del 1877-1878, e le pretese del Regno Unito di revisionarne i risultati. Poiché la flotta russa non disponeva di un numero sufficiente di navi idonee per la crociera, fu deciso di acquistare navi mercantili negli Stati Uniti e utilizzarle come incrociatori ausiliari. Furono stanziati tre milioni di dollari, sufficienti per comprare tre o quattro navi. L’acquisto delle navi e l’organizzazione della crociera furono affidati al capitano di corvetta L. L. Semechkin. Il 27 marzo 1878, fu deciso di affidare immediatamente la spedizione al comando del capitano di corvetta K. K. Grippenberg, recatosi negli Stati Uniti sulla nave tedesca Zimbria. Il 17 aprile, il Zimbria entrò nel piccolo porto di South West Harbor, Maine. Il 26 aprile, a New York, arrivò Semichkin, che acquistò tre navi a vapore (California, Columbus e Saratoga). Furono aggiornate come incrociatori a Philadelphia nel cantiere navale Crump. Il 29 maggio 1878 ebbero il nome Evropa, Azija e Afrika, divenendo navi da guerra di prima linea. A settembre, il Zimbria giunse a Filadelfia con le squadre dei marinai russi. A dicembre, Evropa, Azija e Afrika alzarono la Croce di Sant’Andrea. Dato che la minaccia di guerra con l’Inghilterra era finita, gli incrociatori salparono da Philadelphia per l’Europa a fine dicembre 1878.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina costringe gli USA a porre fine alla “guerra delle parole”

Alexander Mercouris, The Duran 16/08/2017

Come previsto diplomazia e avvertimenti dei cinesi hanno costretto Washington e Pyongyang a fermare la “guerra delle parole” che accelerava la crisi nel Pacifico settentrionale. Quattro giorni prima, dopo l’avvertimento della Cina agli Stati Uniti che avrebbe difeso la Corea democratica se l’avessero attaccata e cercato di cambiarne regime, e dopo la chiamata del Presidente Xi Jinping al presidente degli Stati Uniti Trump, dicendogli si smetterla, scrissi che pensavo che la diplomazia cinese avrebbe avuto successo e che la guerra verbale tra Stati Uniti e Corea democratica sarebbe finita. “Quando si ha che fare con la Corea democratica e un leader orgoglioso, inesperto e volubile come Donald Trump, non è mai facile essere sicuri, ma la mia ipotesi è che la diplomazia cinese negli ultimi due giorni sia stata efficace e che il grosso della crisi sia finita. In caso affermativo mi aspetto che lo scontro verbale tra Washington e Pyongyang inspiegabilmente e misteriosamente esploso negli ultimi giorni, si affievolisca”. Nello stesso articolo osservai che il presidente degli Stati Uniti Trump non era sicuramente l’unico capo straniero che i cinesi avrebbero contattato nel corso della crisi. I cinesi senza dubbio avranno parlato anche con i nordcoreani, probabilmente coi sudcoreani, e naturalmente erano a stretto contatto con l’alleato russo. Oggi è chiaro che la diplomazia cinese ha effettivamente avuto successo. Kim Jong-un ha mollato il piano provocatorio di lanciare missili Hwasong-12 presso Guam (dove gli Stati Uniti hanno una grande base aeronavale) e Donald Trump si congratulava con Kim Jong-un per aver preso una “saggia e ben motivata decisione”. Sebbene i cinesi abbiano ottenuto ciò che volevano, la fine della fastidiosa guerra verbale tra Washington e Pyongyang delle ultime due settimane, sarebbe sbagliato dire che Washington e Pyongyang abbiano ceduto. Ciò significherebbe che i due governi si minacciassero sul serio, cosa di cui dubito fortemente. Sono sicuro che non c’è mai stata la minima intenzione degli Stati Uniti di attaccare la Corea democratica o che Kim Jong-un e leadership nordcoreana volessero la dimostrazione missilistica assai provocatoria e inutile su Guam di cui si parlava. L’esercito statunitense s’è opposto con assoluta nettezza all’attacco militare alla Corea democratica, e nessun presidente statunitense, certamente non uno dalla posizione politica debole come Donald Trump, andrà mai andato contro l’esercito statunitense su cose del genere. Il modello coerente del comportamento militare statunitense è che, sebbene le forze armate statunitensi eseguano senza esitazione l’ordine presidenziale di attaccare un avversario debole giudicato incapace di combattere (esempio la Jugoslavia nel 1999, i taliban nel 2001, l’Iraq nel 2003 e la Libia nel 2011) si sforza sempre di evitare un nemico che possa rispondere e causare seri danni ai militari statunitensi. Perciò l’esercito statunitense si è sempre opposto a un confronto con l’esercito russo in Siria, nonostante la superiorità militare statunitense rispetto alle forze russe nella zona. Contro la Corea democratica, armata di armi nucleari e missili balistici che possono raggiungere il territorio degli USA e sostenuta pubblicamente dalla Cina, non ci fu mai la minima possibilità di un attacco statunitense. Per la Corea democratica, la proposta di lanciare missili Hwasong-12 verso Guam ha sempre avuto un aspetto melodrammatico. Dubito che ci abbiano mai pensato seriamente.
Se non si può affermare che nessuno dei due abbia ceduto, gli Stati Uniti sembrano comunque i perdenti della vicenda. Come rilevava il quotidiano cinese Global Times, gli Stati Uniti sono sempre in svantaggio quando ingaggiano con la Corea democratica una guerra verbale. “Gli Stati Uniti di solito non possono vincere in queste guerre verbali, dato che Pyongyang sceglie la forma che preferisce e ciò che Washington dice non può essere sentito dalla società nordcoreana. Ma l’opinione statunitense presta grande attenzione a tutto ciò che dice la Corea democratica”. L’amministrazione Trump ha comunque scelto d’ingaggiare la Corea democratica in tale guerra. Il risultato è stato rafforzare il sostegno della Cina alla Corea democratica, offrendole ciò che appare la garanzia pubblica della sua sicurezza, mentre sconvolge gli alleati statunitensi come la Corea del Sud sempre più preoccupata da intenzioni e azioni degli Stati Uniti; e la Germania che sulla questione coreana va contro gli Stati Uniti affiancando Cina e Russia. Peggio ancora, Kim Jong-un, secondo il presidente Trump, esce da tale confronto in questa lunga crisi, apparendo “saggio e ben motivato”. Difficilmente un risultato che piacerà a Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica nucleare degli USA è il problema

Finian Cunningham SCF 13.08.2017Le minacce del presidente Donald Trump e del Pentagono di “distruggere il popolo nordcoreano”, dette con fervida freddezza, dimostrano che la classe dirigente statunitense non è inconsapevole di commettere il crimine supremo di genocidio di civili inermi. Le minacce alla Corea democratica, nella stessa settimana in cui il mondo celebrava il 72° anniversario del bombardamento atomico statunitense delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nel 1945, uccidendo oltre 200000 persone, sono profondamente connesse. Comprenderlo è essenziale per avere una soluzione pacifica della crisi attuale ed evitare una guerra catastrofica. Parlando dal suo golf club privato di New Jersey, Trump spiegava che la potenza che gli Stati Uniti avrebbero scatenato contro la Corea democratica sarebbe “qualcosa che il mondo non ha mai visto prima”. Tale arroganza nel compiere una simile devastazione dimostra la mentalità genocida dei governanti statunitensi. Le parole di Trump furono ripetute dal capo del Pentagono James Mattis che avvertiva il popolo nord-coreano di un’imminente “distruzione”. Una qualsiasi equivalenza tra Stato comunista nordcoreano e governanti statunitensi è assurda. I grandi arsenali nucleari sproporzionati sono un problema, per iniziare. Anche la differenza nella postura geografica: le forze statunitensi in Corea del Sud sono al confine con la Corea democratica, e non viceversa. Anche la retorica: Kim Jong-un può usarla trasformando gli Stati Uniti “in cenere”, ma la politica nordcoreana è sempre nel contesto dell’autodifesa e della risposta a ciò che vede come aggressione statunitense. La retorica di Washington, d’altra parte, è offensiva, e da decenni. “Avere tutte le opzioni sul tavolo” è il codice del diritto esplicito di lanciare un attacco preventivo, anche usando armi nucleari. Non solo la mentalità genocida dei governanti statunitensi è coerente con l’orribile crimine contro il Giappone di 72 anni fa e con la geopolitica. Il vero motivo per cui Washington sganciò le bombe atomiche il 6 e il 9 agosto 1945 era impedire la caduta del Giappone e della penisola coreana per mano dell’Unione Sovietica che avanzava. Gli statunitensi già pensavano alla divisione globale del dopoguerra ed erano decisi ad impedire al comunismo di trarre vantaggio territoriale dalla sconfitta del nazismo e del fascismo giapponese. Come Martin Hart-Landsberg racconta nel suo superbo libro di storia coreana, lo scopo del primo bombardamento nucleare statunitense del Giappone era terrorizzare la regione e fermare l’avanzata delle forze sovietiche nel Pacifico. Soprattutto impedire la totale liberazione della Corea tramite l’alleanza delle guerriglie della resistenza comunista coreana che combattevano per rovesciare l’occupazione coloniale giapponese. Dal genocidio nucleare in Giappone sorse l’inevitabile divisione della Corea con un Nord comunista e un sud filo-occidentale, ricostruito da quisling usciti dall’occupazione imperiale giapponese (1910-45). Sebbene la politica democratica progressista abbia acquisito forza e potere governativo nella Corea del Sud negli ultimi due decenni, lo Stato sudcoreano fu segnato nei primi quattro decenni del dopoguerra da un’eredità politica colonialista giapponese, autoritaria, fascista e ovviamente filo-statunitense.
Durante la guerra di Corea (1950-53), l’esercito statunitense che sostenne il Sud contemplò l’uso di armi nucleari contro il Nord comunista e l’alleato cinese. I bombardieri nucleari statunitensi sorvolarono il territorio settentrionale per deliberati atti di terrorismo. Le persone furono costrette a vivere in grotte perché gli statunitensi avevano distrutto ogni città con le armi convenzionali, uccidendo due milioni di civili. Quando le forze statunitensi oggi fanno volare bombardieri nucleari B-1 sulla penisola coreana, come hanno fatto questa settimana proprio mentre Trump rilasciava la sua diatriba su “fuoco e furia”, il popolo della Corea democratica ha tutte le ragioni di temere l’Armageddon dai cieli. Se lo ricorda e fin dalla fine della guerra ha dovuto vivere nell’ombra del genocidio statunitense. Gli statunitensi si rifiutarono di firmare il trattato di pace alla fine della guerra coreana nel 1953. Tecnicamente, quindi, gli Stati Uniti sono ancora in guerra nella penisola. La presenza perenne di forze militari statunitensi in Corea del Sud e le manovre di guerra multiple condotte ogni anno, ricordano chiaramente al Nord che le ostilità potrebbero riprendere in qualsiasi momento. Mettiamo ciò in una prospettiva adeguata, invece di farsi avvelenare dalla distorsione dei media occidentali. La Corea democratica è uno Stato chiuso soprattutto perché ha subito l’assedio illegale delle forze statunitensi per 64 anni. Ciò che il pubblico occidentale sa della Corea democratica è una caricatura della propaganda statunitense che mira a demonizzare il nemico. Ma da ciò che possiamo dire dai frammenti d’informazione, il popolo è soddisfatto del proprio sistema politico. Allora perché non li lasciamo vivere in pace? Dopo tutto, la Corea democratica non ha attaccato nessuno dei vicini, né interferisce nella regione. Tutto ciò che vuole è il diritto di esistere in modo pacifico e non sotto la continua minaccia dell’annientamento nucleare dagli Stati Uniti. Quindi, dedica gran parte delle risorse nazionali al programma di armi nucleari.
Lawrence Wilkerson, che lavorò nel dipartimento di Stato degli Stati Uniti durante la presidenza GW Bush, ammette candidamente che i negoziati con la Corea democratica non sono mai stati onorati da Washington. Wilkerson lavorò con i nordcoreani sul precedente accordo nucleare del 2000, in cui Pyongyang s’impegnò ad abbandonare il programma di armi nucleari in cambio degli aiuti occidentali per sviluppare l’energia atomica civile. Ma, dice, l’amministrazione Bush rinunciò all’accordo, definendo la Corea democratica “asse del male”. Ragionevolmente, Pyongyang riprese a costruire le difese nucleari. Quando il Presidente Trump questa settimana ha disprezzato “i fallimenti” delle precedenti amministrazioni Clinton, Bush e Obama nel trattare con la Corea democratica, mentiva o ignorava, più probabilmente quest’ultima. Il “fallimento” della politica statunitense in Corea è impedire alla diplomazia di avere successo. Questo perché la geopolitica statunitense è fondamentalmente basata sulle ambizioni di dominio egemonico, non solo in Asia-Pacifico ma in ogni altra regione del mondo. È parte essenziale del capitalismo statunitense. Tale dominio è sostenuto dall’aggressione militare statunitense, e in particolare dal diritto di fare la guerra a chiunque sfidi l’ordine globale statunitense, anche usando per primi le armi nucleari sui civili. L’ex-ministro degli Esteri inglese Malcolm Rifkind, in un articolo per il forum di Valdai in Russia, affermava: “Non esiste una soluzione semplice per questa crisi”. Perché gli intelligenti russi si sentono obbligati ad ascoltare uno come Rifkind è un mistero. In ogni caso, Rifkind sbaglia. Può sembrare che non ci sia una soluzione semplice per gente dalla mentalità di Rifkind, imbevuta di propaganda imperialista USA e che senza dubbio considera la Corea democratica “il problema”. (Proprio come costoro considerano Iran, Russia, Venezuela, Siria, Cuba e così via dei problemi). Ma in realtà c’è una soluzione diretta e precisa al conflitto continuo in Corea. Cioè, gli Stati Uniti ritirino i loro militari e le continue minacce d’aggressione alla Corea democratica. Gli Stati Uniti devono sedersi con la Corea democratica e le altre nazioni della regione, tra cui Cina e Russia e discutere da pari sui requisiti per una convivenza pacifica. Per cominciare, gli Stati Uniti dovrebbero essere obbligati a firmare un trattato di pace con la Corea democratica e dichiarare apertamente il rifiuto dell’uso della violenza a scopi politici. Una soluzione a portata di mano. Richiede semplicemente che gli Stati Uniti cominciano a rispettare il diritto internazionale e a rinunciare alla loro prerogativa genocida di distruggere altri popoli. Le maggiori potenze della regione, Russia e Cina, devono insistere su questo requisito fondamentale. Devono affermare chiaramente che i colloqui con tutti dovrebbero essere convocati immediatamente e che tutte le parti devono impegnarsi a un accordo pacifico. Senza eccezioni e scuse.
Ciò che è in ultima analisi problematico, e il mondo lo vedrà, è che gli Stati Uniti come li conosciamo col loro sistema dirigente, non potranno e non possono rispettare questa semplice soluzione. Perché sono intrinsecamente un aggressivo regime canaglia che “eccezionalmente” s’arroga il “diritto” di minacciare l’annientamento del resto del mondo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Ucraina fornisce i motori per i missili nordcoreani

Zerohedge 15 agosto 2017Quando il dipartimento di Stato USA sostenne le forze nazionaliste ucraine nel colpo di Stato mortale contro il presidente filo-russo Viktor Janukovich, nel 2014, l’esito doveva essere una nazione alleata indiscussa degli USA e minaccia persistente, distrazione e avversaria non-NATO della confinante Russia. Al contrario, sembra che l’Ucraina, secondo il NYT, sia dietro il successo del programma missilistico della Corea democratica. In particolare, con un articolo sconvolgente, il NYT sostiene che la Corea democratica acquista potenti motori a razzo da una fabbrica ucraina, citando “un’analisi di esperti e valutazioni classificate delle agenzie d’intelligence statunitensi“. Lo studi risolverebbe il mistero di come la Corea democratica abbia iniziato ad avere successi all’improvviso dopo una serie di fallimenti, alcuni dei quali forse causati dal sabotaggio statunitense nelle catene di rifornimento e con cyberattacchi sui lanci. Dopo tali fallimenti, il Nord cambiò progetti e fornitori, negli ultimi due anni, secondo un nuovo studio di Michael Elleman, esperto missilistico presso l’Istituto internazionale degli studi strategici. Secondo l’articolo, gli analisti che hanno studiato le fotoe di Kim Jong-un che controlla i nuovi motori a razzo, si è concluso che derivano dai piani di quelli che facevano volare la flotta missilistica dell’Unione Sovietica. “I motori sono così potenti che un solo missile potrebbe scagliare dieci testate termonucleari in un altro continente“. Dato che i presunti motori sono collegati ad alcuni siti ex-sovietici, gli investigatori ed esperti del governo concentravano le indagini su una fabbrica di missili di Dneprpetrovsk, in Ucraina, vicino al territorio in cui la Russia combatte una guerra a bassa intensità per dividere l’Ucraina. Durante la guerra fredda, la fabbrica produsse i missili più mortali dell’arsenale sovietico, compreso il gigantesco SS-18. Rimase uno dei principali produttori di missili anche dopo che l’Ucraina ebbe l’indipendenza. Tuttavia, dopo il colpo di Stato contro il presidente filo-russo Viktor Janukovich, la fabbrica statale Juzhmash vive tempi difficili. I russi hanno annullato gli aggiornamenti della loro flotta. “La fabbrica è sottoutilizzata, inondata da fatture non pagate e da morale basso. Gli esperti ritengono che sia la fonte più probabile dei motori che a luglio hanno spinto 2 ICBM, i primi a suggerire che la Corea democratica ha la portata, se non necessariamente precisione o tecnologia della testata, per minacciare le città statunitensi“. In altre parole, l’ultimo “alleato” nell’Europa orientale degli USA è responsabile di ciò che rapidamente emerge quale minaccia nucleare su più di metà degli Stati Uniti continentali. “È probabile che questi motori provenissero dall’Ucraina, probabilmente illegalmente“, aveva detto Elleman al NYT in un’intervista. “La grande domanda è quanti sono e se gli ucraini li aiutano adesso. Sono molto preoccupato”. Concludendo aggiungeva la constatazione degli inquirenti delle Nazioni Unite che la Corea democratica provò sei anni prima a rubare i segreti missilistici del complesso ucraino. Due nordcoreani furono arrestati e un rapporto delle Nazioni Unite disse che le informazioni che cercavano riguardavano “sistemi missilistici avanzati, motori a propellente liquido, sistemi spaziali e di approvvigionamento di combustibili per missili“. Gli investigatori credono ora che, tra il caos post-rivoluzionario ucraino, Pyongyang ci abbia provato ancora. Considerando che l’Ucraina è un alleato degli USA, si chieda a John McCain, e forse una telefonata all’attuale presidente, l’oligarca Poroshenko, basterebbe?
Certo, la fabbrica non ammetterà mai questa affermazione stupefacente: il mese scorso Juzhmash negò che il complesso lottasse per sopravvivere e vendesse la propria tecnologia all’estero, in particolare la Cina. Il suo sito web dice che l’azienda non ha e non parteciperà al “trasferimento di tecnologie potenzialmente pericolose fuori dall’Ucraina“. Peggiorando le cose agli “alleati” ucraini, gli investigatori statunitensi non credono alla smentita, anche se dicono che non vi è alcuna prova che il governo di Poroshenko, che ha recentemente visitato la Casa Bianca, sapesse o controllasse cosa succedeva nel complesso. L’ovvia implicazione è che, se vera, l’Ucraina lavora da anni con la Corea democratica, anche sotto l’amministrazione Obama, lo stesso presidente che diede via libero al colpo di Stato in Ucraina, suggerendo che l’attuale crisi sia esplicita conseguenza delle politiche estere di Obama. Ecco perché si leggono i seguenti passi divertenti sul NYT: “Come i motori di progettazione russa RD-250 siano arrivati nella Corea democratica è ancora un mistero“. Inoltre, Elleman dichiarava che i potenti motori finiti nella Corea democratica, malgrado le sanzioni delle Nazioni Unite, suggeriscono il fallimento totale delle informazioni di molte nazioni che controllano Pyongyang. Fallimento o forse complicità dell’intelligence statunitense in ciò che l’Ucraina farebbe di nascosto. Il NYT scrive che “non è chiaro chi sia responsabile della vendita dei missili e dei progetti, e i funzionari dell’intelligence hanno diverse teorie. Ma Elleman avanza un caso circostanziale, implicando il deterioramento del complesso e gli ingegneri disoccupati. “Li capisco”, affermava Elleman che visitò la fabbrica un decennio prima, mentre lavorava ai programmi federali per frenare la minaccia delle armi. “Non vogliono fare del male”.” Si può solo immaginare come Elleman li avrebbe “capiti” se la fabbrica fosse stata russa o cinese. Descrivendo la lunga storia del contrabbando di tecnologia missilistica nella Corea democratica, soprattutto dall’ex-URSS, il NYT scrive che alla fine il Nord si è rivolto a una fonte alternativa per i segreti del motore, l’impianto Juzhmash in Ucraina, nonché all’ufficio di progettazione Juzhnoe. I motori erano sostanzialmente più facili da copiare, perché non furono progettati per i sottomarini, ma per i complessi missilistici terrestri più grandi. Questo semplificò il lavoro. “Economicamente, l’impianto e l’ufficio di progettazione hanno affrontato nuovi problemi quando la Russia nel 2014 si annetté la Crimea. Le relazioni tra le due nazioni si sono irrigidite e Mosca ritirò i piani per permettere alla Juzhmash di creare nuove versioni del missile SS-18. Nel luglio 2014, una relazione del Carnegie Endowment avvertì che tale turbamento economico potrebbe far perdere agli esperti di missili ed atomici ucraini “il lavoro concedendo le loro competenze cruciali a regimi-canaglia e proliferatori“. Aveva ragione: i primi indizi che un motore ucraino era caduto nelle mani della Corea democratica si ebbe a settembre, quando Kim diresse un test a terra del nuovo motore a razzo che gli analisti definirono il più grande e più potente finora. Norbert Brügge, analista tedesco, riferì che le foto della vampa del motore rivelava forti somiglianze con l’RD-250 della Juzhmash. “L’allarme scattò dopo il secondo test a terra del nuovo motore, a marzo, e l’attivazione a maggio su un nuovo missile a media gittata, l’Hwasong-12, permettendo al Nord nuovi record di gittata. L’alta traiettoria, se ridotta, si traduce in circa 2800 miglia, abbastanza per arrivare sulla base militare statunitense di Guam. Il primo giugno, Elleman emise una nota apprensiva, sostenendo che il potente motore chiaramente era di “un produttore diverso degli altri motori visti finora”. Elleman dichiarava che la diversificazione del Nord con una nuova linea di motori missilistici era importante perché sconvolse le ipotesi occidentali sulla capacità missilistica della nazione: “Potremmo avere sorprese”. Questo è esattamente ciò che è successo. Il primo dei due test di luglio del nuovo missile, l’Hwasong-14, era sufficiente a minacciare l’Alaska, sorprendendo l’intelligence. Il secondo arrivò abbastanza lontano da raggiungere le coste occidentali, e forse Denver e Chicago”.
Se l’articolo del NYT è esatto, forse è giunto il momento di rivalutare la logica del sostegno statunitense all’Ucraina: due settimane prima WSJ riferiva che funzionari del Pentagono e del dipartimento di Stato elaboravano piani per colpire la Russia, soprattutto inviando all’Ucraina missili anticarro e altre armi, cercando l’approvazione della Casa Bianca in un momento in cui i legami tra Mosca e Washington sono pessimi quanto durante l’amministrazione Obama. Alla luce delle notizie che l’Ucraina sia responsabile della creazione della maggiore minaccia nucleare agli Stati Uniti, forse non sarebbe una cattiva idea “ritardare” o anche eliminare tale sostegno mortale all’Ucraina, anche se significa una sfuriata dai neo-con come John McCain. Infine, alla luce di quanto detto, forse è giunto il momento di riprendere l’articolo del marzo 2015: “Rivelati i legami profondi della Clinton Foundation con l’oligarchia ucraina“, basato su un articolo del WSJ, che mostrava che più di ogni altra nazione, i donatori ucraini erano i più generosi, in particolare la fondazione Victor Pinchuk: “Tra il 2009 e il 2013, anche quando Clinton era segretaria di Stato, la Clinton Foundation ricevette almeno 8,6 milioni di dollari dalla Fondazione Victor Pinchuk di Kiev, Ucraina, creata da Pinchuk e la cui fortuna nasce da una società di produzione di tubi. Fu per due termini parlamentare ucraino e propose legami più stretti tra Ucraina ed Europa Unione“. Secondo il WSJ: “Nel 2008, Pinchuk impegnò per cinque anni 29 milioni di dollari per l’Iniziativa Globale dei Clinton, un’ala della fondazione che coordina i progetti di beneficenza e finanziamenti, ma non gestisce il denaro. L’impegno era finanziare un programma per formare i futuri capi ucraini “per modernizzare l’Ucraina”, secondo la Clinton Foundation. Diversi alunni sono membri attuali del parlamento ucraino. La fondazione Pinchuk dichiarò che le sue donazioni avrebbero contribuito a rendere l’Ucraina “un Paese vincente, libero e moderno basato sui valori europei”, affermando che se Pinchuk faceva lobby presso il dipartimento di Stato per l’Ucraina”, ciò non può essere visto che come buona cosa“.

Victor Pinchuk, Leonid Kuchma, Bill Clinton, Olena Pinchuk

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora