Le lodi di Putin a Kim Jong-un sono un messaggio per Trump

M.K. Bhadrakumar, Asia Times 14 gennaio 2018Se lo statista A continua a chiamare lo statista B “ragazzo intelligente”, ma quest’ultimo, invece di ricambiare, procede ad elogiare lo statista C, noto nemico dello statista A come “politico scaltro e maturo”, il messaggio dovrebbe essere abbastanza ovvio. Quando il Presidente Vladimir Putin ha elogiato l’omologo nordcoreano Kim Jong Un, che il presidente Donald Trump deride come “Little Rocket Man” dal “piccolo bottone”, è allo stesso tempo simbolico e significativo per i legami USA-Russia.
Durante un incontro con i principali redattori russi al Cremlino, Putin ha detto: “Penso che Kim Jong Un abbia ovviamente vinto questo round. Ha raggiunto l’obiettivo strategico. Ha testate nucleari, e ora anche missili dalla gittata globale di 13000 chilometri, raggiungendo quasi ogni parte del globo, almeno nel territorio del potenziale avversario. E ora vuole chiarire, placare o calmare la situazione. È un politico scaltro e maturo. Tuttavia, dovremmo essere realistici e… agire con estrema attenzione. Se vogliamo raggiungere il difficile obiettivo di denuclearizzare la penisola coreana, dovremmo farlo attraverso il dialogo e i colloqui… possiamo realizzare questa missione se tutte le parti, anche i nordcoreani, si convinceranno che la loro sicurezza può essere garantita anche senza armi nucleari“. In poche parole, Putin si congratulava con Kim per aver guidato Trump lungo il sentiero del giardino, concentrandosi sull’unica determinazione a raggiungere l’obiettivo centrale della “distruzione reciprocamente assicurata” (MAD) nei confronti degli Stati Uniti. Kim ora ha le sue testate nucleari e i suoi vettori. D’ora in poi, la denuclearizzazione della Corea democrazia sarà possibile solo se Stati Uniti e Corea democratica “si convincono che la loro sicurezza può essere garantita anche senza armi nucleari“. Putin indicava che piccoli Paesi con un acuto senso di vulnerabilità ricorrono alla via nucleare come risposta asimmetrica alle minacce. L’avvertimento arrivava alla vigilia della seria decisione di Trump di mantenere gli Stati Uniti nell’accordo nucleare iraniano, rinunciando a una serie di sanzioni fino al 12 maggio.
Le somiglianze sono sorprendenti. In entrambi i casi, non c’è davvero alcuna opzione militare per gli Stati Uniti, tranne quelle che rischiano l’enorme distruzione di propri beni e vite umane. La capacità dell’Iran di contrastare l’aggressione statunitense non è inferiore a quella della Corea democratica. Entrambi si sono sentiti in dovere di intraprendere la strada verso la padronanza nucleare alla luce della minaccia esistenziale che gli Stati Uniti pongono. Il nazionalismo si è trasformato in anti-americanismo e nessuna demonizzazione può nascondere questa verità sgradevole. I rischi statunitensi sono marginalizzati. Putin ha sottolineato che Mosca vede il tentativo occidentale di “distruggere” i rapporti della Russia con Iran e Turchia, aggiungendo che “mostreremo solidarietà agli uni e agli altri“. Le sue osservazioni volano sui quattro mesi di conto alla rovescia di Trump sull’Iran. Ancora una volta, la Russia si posiziona per agire se i colloqui tra le due Coree ingraneranno, estendendo la linea ferroviaria Trans-Siberiana attraverso la Corea democratica fino alla Corea del Sud e anche costruendo oleodotti e gasdotti che colleghino Siberia ed Estremo Oriente russo con i mercati coreani. Su un piano più ampio, Putin senza dubbio aveva in mente gli attuali colloqui russo-statunitensi sul nuovo START (Trattato di riduzione delle armi strategiche). In effetti, menzionava i colloqui come addendum alle osservazioni commendevoli sulla sfida strategica di Kim agli Stati Uniti. Washington insiste sul fatto che si riserva il diritto di convertire unilateralmente alcuni suoi vettori (aerei e sottomarini) e silos, mentre Mosca sostiene che il trattato concede in particolare alla Russia la prerogativa di verificare tali conversioni e di accertarsi che non implichino una “potenziale rottura”. In altre parole, silos, aerei e sottomarini non sono adatti al lancio di armi nucleari.
In superficie, l’encomio di Putin all’intelligenza di Kim nel prevalere sugli Stati Uniti è una constatazione di fatto, ma è anche un messaggio più ampio per le élite statunitensi. Putin citava efficacemente gli esempi di Corea democratica e Iran (e Turchia) per segnalare la realtà geopolitica in cui gli Stati Uniti saranno neutralizzati nel tentativo (come previsto dalla Strategia di sicurezza nazionale di Trump del 2017) di modificare l’equilibrio strategico globale a proprio favore. L’ampia spinta del messaggio di Putin è che è ora per le élite statunitensi rendersi conto che non è intelligente cercare la “sicurezza assoluta” nel sistema internazionale emergente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Cento anni fa: i bolscevichi presero il potere, ma come lo mantennero?

Michal Jabara Carley SCF 12.01.2018Il 25 ottobre/7 novembre 1917, i bolscevichi presero il potere a Pietrogrado dal cosiddetto governo provvisorio. Fu una cosa relativamente facile perché il governo provvisorio godeva di poco o alcun sostegno popolare e rappresentava sostanzialmente gli interessi delle ex-élite urbane e rurali zariste. Si oppose all’avanzata della rivoluzione dall’abdicazione dello zar Nicola II all’inizio dell’anno, e cercò di mantenere la Russia nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, in particolare Francia, Gran Bretagna, Italia e i ritardatari Stati Uniti, entrati in guerra nell’aprile del 1917. L’idea era di re-imporre la disciplina militare ai soldati, portarli fuori da Pietrogrado e riportarli al fronte dove potevano essere separati dalle tendenze rivoluzionarie. Fu un’epoca in cui le élite trincerate non potevano danneggiare l’ondata rivoluzionaria. Le secolari richieste delle masse contadine e proletarie, aggravate dallo spargimento di sangue della Grande Guerra, crearono le giuste circostanze per la rivoluzione. I bolscevichi si misero alla testa del movimento popolare, mobilitandone la notevole energia attraverso i soviet (o consigli) dei deputati dei soldati, degli operai e infine dei contadini per prendere il potere in Russia. Naturalmente fu una cosa prendere il potere e un’altra tenerselo stretta. I bolscevichi avevano molti nemici. Tra i cosiddetti partiti rivoluzionari, solo i socialisti rivoluzionari di sinistra (SR) li sostenevano e con loro entrarono in un governo di coalizione nel dicembre 1917. Altri gruppi marginali appoggiavano il nuovo governo sovietico, ma gli SR e la maggior parte dei menscevichi alleati col partito Cadetto, che rappresentava le vecchie élite, si opposero ai bolscevichi e in effetti all’autorità dei soviet.
I bolscevichi non erano uniti nel prendere il potere o nel tentativo di governare da soli attraverso i soviet. Il leader bolscevico V. I. Lenin accusò certi suoi compagni di “crumiraggio” e di perdere la calma. I deboli di cuore potevano naturalmente schierare molti argomenti per la loro mancanza di audacia. Gruppi di ufficiali dell’esercito e cadetti cercarono di rovesciare l’autorità sovietica, sostenuti da sottufficiali e menscevichi che odiavano i bolscevichi con la stessa intensità delle vecchie élite zariste. Nel dicembre 1917 tutto era nel caos. I soldati fecero baldoria nella capitale, facendo irruzione nelle cantine delle élite. Fucilieri e pompieri lettoni furono chiamati per fermare il saccheggio ed inondare le cantine. Mentre i compagni erano ubriachi, chi avrebbe difeso la rivoluzione? Era pieno inverno e le città dovevano essere rifornite di cibo e carbone per il riscaldamento. Gli operai che sostenevano i bolscevichi dovevano essere impiegati quando l’economia falliva e le fabbriche chiudevano. Le famiglie dovevano essere alimentate. Le frontiere della Russia si estendevano ben oltre Pietrogrado e Mosca. I nemici cercavano ovunque di rovesciare l’autorità sovietica. I bolscevichi dovevano organizzare nuove forze per difendere la rivoluzione nei lontani confini del Paese. Quanto audace fu il pensiero di Lenin di poter superare il caos. Le élite in un primo momento ridevano della temerarietà dei bolscevichi, pensando di non poter mantenere il potere per più di qualche giorno o settimana. La resistenza armata cominciò subito e fu battuta in sanguinose schermaglie vicino a Pietrogrado e Mosca. Queste prime vittorie cancellarono i sorrisi dai volti delle classi privilegiate. Oltre ad occuparsi dei nemici interni, c’era la guerra con la Germania imperiale e i suoi alleati, i cui eserciti si avvicinavano a Pietrogrado. Né le potenze dell’Intesa, alleate della Russia nella Grande Guerra, potevano essere ignorate. Videro la rivoluzione e la presa del potere bolscevica come catastrofe abissale. I cosiddetti alleati furono sconvolti dal crollo degli eserciti russi e dalla conseguente minaccia agli interessi economici alleati in Russia. Le missioni militari inglese e francese erano ben informate e ritenevano che l’esercito russo non potesse combattere oltre l’inverno, indipendentemente da chi governasse a Pietrogrado. Furono avanzate delle idee a Parigi e a Londra su “una pace alle spalle della Russia” smembrando il Paese come la Cina, e dividendolo in grandi sfere d’interesse. In effetti, la Russia doveva cessare di esistere come Stato unito e indipendente. Questi piani d’emergenza furono sviluppati prima della presa del potere dei bolscevichi, quando gli alleati speravano che i soviet sarebbero stati dispersi e i bolscevichi impiccati.
Lenin non si faceva illusioni sulle potenze imperialiste occidentali, ma sembrava non avergli prestato troppa attenzione nei calcoli per la presa del potere ed istituire il governo sovietico. Per prima cosa fece la prima. La sua maggiore preoccupazione era neutralizzare o sconfiggere i nemici interni e porre fine alla guerra con la Germania e i suoi alleati. I bolscevichi non avevano scelta. I soldati al fronte smobilitavano di propria iniziativa abbandonando le trincee. Lenin stesso aveva parlato di “guerra rivoluzionaria” contro l’invasore tedesco, ma ciò era possibile solo se vi fossero stati eserciti disposti a combattere. “Fate una passeggiata“, disse ai compagni, “ascoltate ciò che dicono i soldati nelle strade“. Tuttavia, i suoi compagni bolscevichi erano molto indipendenti e molti non erano disposti ad accettare una pace svantaggiosa imposta dalla Germania imperiale. Il 7/20 novembre il governo sovietico ordinò al comandante delle forze russe, generale N. N. Dukhonin, di cercare un armistizio con l’alto comando tedesco. Non volendo conformarsi, il Generale Dukhonin ignorò gli ordini sovietici. Lenin lo licenziò immediatamente. Nominò il veterano bolscevico N. V. Krylenko nuovo comandante in capo e lo mandò al fronte. Il 13/26 novembre Krylenko inviò delegati attraverso la terra di nessuno, preceduti da un trombettiere e una grande bandiera bianca. S’incontrarono con un ufficiale tedesco che li condusse attraverso linee tedesche. Mentre questi eventi si svolgevano, gli ambasciatori alleati a Pietrogrado discutevano su come controllare i bolscevichi. Una idea era inviare 8-10000 truppe alleate a Pietrogrado per proteggere i cittadini alleati e sostenere qualsiasi governo che potesse cacciare i bolscevichi. Ciò metteva il carro davanti ai buoi. La proposta fu bollata come irrealistica. Il 9/22 novembre il nuovo presidente del consiglio francese George Clemenceau, inviò istruzioni al generale Henri Albert Niessel, capo della missione militare francese, per informare Dukhonin che la Francia si rifiutava di riconoscere il nuovo governo sovietico e contava sull’alto comando russo per rigettare i “criminali negoziati di pace” e mantenere l’esercito russo in campo contro il nemico comune. Clemenceau, la tigre, effettivamente incoraggiava Dukhonin a sollevare l’esercito contro i bolscevichi. Poiché molti, se non la maggior parte, dei soldati russi appoggiavano il piano bolscevico per porre fine alla guerra, il piano francese fu una provocazione inutile probabilmente più pericolosa per Dukhonin che per i bolscevichi. La reazione bolscevica fu prevedibile. Accusando l’Intesa d’intromettersi negli affari interni sovietici, il minimo che si potesse dire, L. D. Trotzkij, Commissario per gli Affari Esteri, rispose pubblicando i cosiddetti “Trattati segreti” dell’Intesa che dividevano i territori nemici dopo la guerra. “Vedete”, dichiarò Lenin ai soldati alleati, “siete solo carne da cannone che combatte per il saccheggio delle élite imperialiste occidentali“. L’idea di Lenin era mobilitare l’opinione pubblica europea contro la guerra e fare propaganda tra i militanti occidentali che volevano fare la propria Rivoluzione d’Ottobre. Come chiarì Trotzkij, il governo sovietico desiderava una pace generale, non separata, così i soldati in Europa potevano volgere le baionette contro le élite borghesi. In un incontro a Parigi all’inizio di dicembre, le potenze dell’Intesa non potevano essere d’accordo su una risposta collettiva all’appello di Trotzkij all’armistizio su tutti i fronti. Una volta che qualcuno iniziò a parlare di pace, osservò il ministro degli Esteri italiano, i soldati francesi e italiani si sarebbero rifiutati di riprendere le armi. Il primo ministro David Lloyd George temeva che “la mota si sarebbe accumulata” contro il prosieguo della guerra. I bolscevichi contavano proprio su quello. Non era un calcolo irrealistico: persino i capi alleati temevano l’opposizione popolare alla guerra. Un armistizio generale era quindi fuori questione. Gli alleati accettarono di smettere di rifornire la Russia e di avviare generosi finanziamenti per la “propaganda alleata” sperando che un governo russo accettabile sostituisse i soviet. Nel frattempo, il generale Dukhonin rimase in contatto con le ambasciate alleate a Pietrogrado e continuò a creare problemi al fronte. Liberò il famigerato generale L. G. Kornilov e altri alti ufficiali fuggiti a sud. Loro intenzione era organizzare la resistenza armata contro il governo sovietico. Tuttavia, Dukhonin non li raggiunse: il 20 novembre/3 dicembre fu pestato a morte da soldati arrabbiati.
I capi alleati non erano sciocchi e non avevano intenzione di cadere nella trappola che Lenin e Trotzkij gli avevano teso. I bolscevichi avrebbero dovuto negoziare da soli coi tedeschi. Trotzkij ne trasse la conclusione logica che il governo sovietico aveva bisogno di opzioni e potenziali alleati. Se l’armistizio non reggeva, i bolscevichi avrebbero dovuto combattere e avrebbero avuto bisogno di aiuto. L’unico aiuto disponibile era dalle potenze alleate. Il generale francese a Pietrogrado Niessel traesse le stesse conclusioni e quindi autorizzò uno dei suoi ufficiali, il capitano Jacques Sadoul, a tenersi in contatto coi bolscevichi. Ogni giorno Sadoul parlava con Lenin, Trotzkij e vari altri leader bolscevichi. Ebbe lunghe discussioni con Trotzkij che sollevò la questione dell’aiuto francese nell’organizzare un nuovo esercito (2/15 dicembre). Sadoul voleva perseguire questa opzione ed esortò i superiori ad avere una mente aperta. Kornilov, SR, menscevichi e così via, erano “stelle spente” (étoiles éteintes). I loro tentativi di organizzarsi contro i bolscevichi erano “ancora embrionali”. Tutti erano d’accordo sulla necessità di una pace immediata, ma “l’aristocrazia e la borghesia” erano inclini alla capitolazione che non i bolscevichi. Anche Lenin aveva opzioni aperte, se era disposto ad incontrare regolarmente un ufficiale francese. Il capitano Sadoul non poteva parlare direttamente al governo di Parigi, figuriamoci a Londra o Washington. Clemenceau non avrebbe comunque ascoltato perché aveva liquidato i bolscevichi come “agenti tedeschi”. A Washington, il presidente Woodrow Wilson e il suo segretario di Stato, Robert Lansing, furono oltraggiati dalla presa del potere bolscevico e dal suo tentativo di rovesciare il giusto ordine delle classi (come Lansing disse). Mentre Sadoul parlava di cooperazione con Trotzkij, altri ufficiali francesi e inglesi raccomandavano il sostegno finanziario alla resistenza anti-bolscevica nella Russia meridionale, in particolare in Ucraina e Don. Alla fine di novembre fu approvato un primo credito di 50000 franchi, poi un milione di rubli, per il generale Niessel. Una settimana più tardi, erano tre milioni di franchi e prima che l’inchiostro fosse asciutto sull’autorizzazione, furono approvati crediti illimitati per la missione militare francese che operava da Jassy in Romania, nella parte del Paese non occupata dalle forze tedesche. L’assegno in bianco era per l’azione in Ucraina e nel Don, dove si organizzava la resistenza armata contro i bolscevichi. Gli inglesi fecero lo stesso. La politica anglo-francese consisteva nel lanciare pacchetti di banconote ai quattro venti e sperare che suscitassero resistenza ai bolscevichi. Ci furono rapporti più sobri, e non solo dal capitano Sadoul, secondo cui gli alleati non dovevano contare su generali russi e “nazionalisti” ucraini per combattere qualcuno. Ma Clemenceau si rifiutò di ascoltare. L’idea francese era “sostenere gli elementi della resistenza all’usurpazione bolscevica“. Questo era l’obiettivo principale, rovesciare “i Bolsh”. A fine dicembre, inglesi e francesi concordarono “sfere d’azione” nella Russia meridionale che corrispondevano al piano dei loro investimenti prebellici. Fu un ulteriore passo avanti rispetto a quello che fatto per dividere la Russia in grandi sfere d’interesse. Quando Sadoul si guardò intorno, vide colleghi guidati da una “furia cieca” contro i bolscevichi. Secondo loro, l’Intesa doveva affrontare due nemici, Germania e bolscevichi, ma i colleghi di Sadoul “detestavano e temevano i secondi più della prima“. Preferivano lasciare che la Germania schiacciasse i sovietici piuttosto che aiutarli a difendere la Russia, perché avrebbe lascito il partito dei bolscevichi al potere. Meglio tagliare il naso per dispetto al viso.
Questa politique du pire funzionò? C’erano abbastanza scettici a Parigi e Londra per tenere la porta aperta alle idee di Sadoul. A metà dicembre il governo inglese decise di evitare una “rottura aperta” con i bolscevichi e di perseguire una politica simile a quella che il capitano Sadoul proponeva. “Non portiamoli nel campo tedesco” era l’idea generale. Il primo ministro Lloyd George fu particolarmente ricettivo anche quando gli agenti inglesi operavano in Ucraina per sostenere i “nazionalisti”. Il ministro inglese a Jassy inviò 30000 sterline, non pochi a quei tempi, a un agente a Kiev. L’assistenza alle forze nel sud doveva essere diretta contro i tedeschi, non contro i bolscevichi. La mano sinistra alleata sapeva cosa faceva la mano destra? Certo. Chiunque sapesse qualcosa, sapeva che le nuove forze che gli alleati finanziavano avrebbero combattuto i bolscevichi, non i tedeschi. In Russia c’era rammarico e la politica del caos poteva essere il modo migliore per contrastarlo. Le idee di Sadoul ebbero una possibilità in tali circostanze? I bolscevichi sarebbero stati disposti a lavorare con gli imperialisti anglo-francesi? A fine dicembre 1917 era troppo presto per dirlo, ma nei primi mesi del nuovo anno questa domanda sarebbe stata affrontata ai vertici dei governi dell’Intesa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

UE e USA si dividono mentre Washington si gioca la carta curda

Ziad Fadil Syrian Perspective 8/1/2018Dimenticate la decisione di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. In ogni caso non ha senso ed è “irrilevante” perché si tratta solo di un’altra città della Siria con una storia di morte. L’unica ragione di tali clamore e clangore è il Santuario Nobile Islamico e i vari siti cristiani che hanno tutti qualcosa a che fare con la crescita e la sofferenza di Gesù. Questo è tutto. Per gli ebrei non dovrebbe avere alcun significato perché la loro vera Gerusalemme è nella provincia di Asir dello Yemen, come dimostrato dal professor Qamal Salibi nel suo monumentale libro: “La Bibbia è arrivata dall’Arabia”. Inoltre, non dovrebbe avere senso perché l’ebreo medio in Palestina non ha alcun DNA correlato. Ciò che è più importante è che gli Stati Uniti pensano a creare uno Stato curdo in Siria, sfidando l’assoluta ostilità della Turchia all’idea. E, come il governo siriano ha ripetutamente notato, tale azione violerebbe il diritto internazionale. Finora, gli europei sono stati più scrupolosi nell’aderirvi, come dimostra la quasi unanime condanna del riconoscimento di Trump di Gerusalemme capitale dello Stato colonizzatore sionista. Anche se la Gran Bretagna fosse in combutta con gli Stati Uniti nel tentativo di creare uno Stato curdo, il rifiuto di deviare dalle posizioni tradizionali dell’Europa nel trattare il conflitto arabo-sionista sembrerebbe smentirlo. Vedo una seria frattura tra Europa e Stati Uniti grazie a Trump. Col nuovo anno è possibile sentire l’attrito di Vladimir Putin che si sfrega febbrilmente le mani a Mosca. Trump siglerà il destino degli Stati Uniti con l’Europa. Ha già ostracizzato il Pakistan per aver preso denaro statunitense senza restituire nulla. Ha anche deciso di rimanere in Afghanistan anche se la guerra entra nel 17° anno senza una fine in vista e i taliban che dilagano su altri territori catturati. Con Gran Bretagna e Francia che non vogliono condividere il suo ottimismo alla Pollyanna sulla longevità del governo di Kabul, ci si può aspettare che con l’ascesa di Jeremy Corbin nel Regno Unito, gli inglesi abbandonino la nave che affonda e tornino all’Old Blighty. I francesi faranno lo stesso.
In tutto questo, sono patetici i curdi che firmano il proprio sterminio. La Turchia non accetterà alcun loro Stato in Siria o Iraq e i turchi sanno di avere un alleato nel Dr. Assad. Gli iracheni sono altrettanto ansiosi, poiché la costruzione di uno Stato curdo in Siria quasi certamente guadagnerà terreno nel nord dell’Iraq. L’Iran, naturalmente, col grande interesse ad estendere il gasdotto al litorale siriano, farà tutto il necessario per rigettare le speranze statunitensi. Ciò significa che i curdi dovrebbero prepararsi al meglio a una guerra totale contro gli eserciti di Siria, Iraq, Turchia ed Iran. Non c’è modo di uscirne, anche se gli Stati Uniti decidessero di combattere fino all’ultimo curdo per attuarlo. Questo piano è dei sionisti. Se ricordate l’analisi del Dott. Bashar Jafari che menzionai in diversi saggi, capirete immediatamente perché Netanyahu è dedito a uno Stato curdo. Come spiega il Dott. Jafari, il sionismo deve balcanizzare il Vicino Oriente in staterelli, ognuno con un particolare nucleo religioso o etnico, per giustificare l’apartheid che il sionismo pratica contro i palestinesi. Solo con l’esistenza di uno Stato maronita, uno druso, uno alawita, uno sunnita, uno ebraico e uno curdo, gli ebrei in Palestina possono giustificare la struttura perversa della loro nazione-ghetto di Varsavia. I curdi giocano proprio su tale follia e il loro destino sarà peggiore di quello degli scià Khwarezmiani.
Chris mi dice che ci sono migliaia di marines nell’enclave curda che chiameremo “Rojava”, nonostante il fatto ormai noto che i curdi abbiano poco a che fare con la Siria. Gli Stati Uniti li prendono in giro con la bugia che i marines siano lì per proteggerne i confini. Certamente, questo è ridicolo e tipico della stupidità immortale degli imbecilli di Washington DC. È un nuovo piano promosso dalla CIA per compensare le disastrose conseguenze del sostegno ai terroristi ossessionati dall’espulsione del governo centrale siriano. Come ho già scritto, ci sono ancora i resti della squadra della CIA che si rifiuta di accettare il crollo del priprio piano in Siria, portando al reindirizzamento per bloccare il gasdotto iraniano. Ciò significa che il Dottor Assad non è mai stato il vero bersaglio: era solo secondario nel piano. Lui e il suo governo dovevano essere rimossi solo perché permettevano le macchinazioni di Teheran. Ora, la CIA non è interessata alla durata del mandato del Dott. Assad, questo è ovvio; invece punta allo Stato curdo che ci si aspetta di riconoscere una volta stabiliti tutti gli attributi statuali. Allora, e solo allora, Nikki Haley, WOG dell’anno, potrà presentare all’UNSC il fatto compiuto aspettandosi che i membri la mandino giù. Non lo faranno e lei tornerà a minacciare e ad atteggiarsi. Nel frattempo, Turchia, Siria, Iraq e Iran faranno tutto il possibile per sabotare tale miserabile stratagemma. Ora, affinché il piano funzioni, è necessaria una preparazione militare. Se e quando l’Iraq alla fine dirà agli Stati Uniti di andarsene coi loro aerei; e i turchi diranno a Washington di fare i bagagli e lasciare Incirlik, gli Stati Uniti saranno costretti a manovrare militarmente per proteggere il Rojava. Tuttavia, se avete seguito le notizie, gli Stati Uniti hanno costruito basi aeree nell’area obiettivo e tutto in previsione del rancore che si scaricherà sul piano statunitense per ridisegnare il Medio Oriente. Oh, che rete intricata si tesse quando si ci esercita ad ingannare.
Il piano di Trump sarà un flop alla grande, se notate che le basi statunitensi nell’area curda in via di sviluppo sono facilmente a tiro dell’artiglieria siriana. È anche dell’artiglieria di tutti gli altri. Se si considera il vasto arsenale missilistico della Siria, progettato per distruggere le basi aeree sioniste nella Palestina occupata, diventa ancora più facile capire come tale piano fallirà miseramente. Sembra che gli Stati Uniti stiano accelerando l’arrivo delle truppe in Siria perché, beh, sono statunitensi dopotutto e non verrebbero assalite per timore che gli aggressori debbano subire l’ira scatenata degli impareggiabili militari statunitensi. Che noia. Gli Stati Uniti non hanno vinto una guerra da quando la Russia gli permise la vittoria nella Seconda guerra mondiale contro la Germania (ad eccezione dei trionfi sulle repubbliche delle banane Panama e Grenada). Che si tratti di Vietnam, Iraq o Afghanistan, la storia degli Stati Uniti è triste. Questa avventura siriana non la migliorerà. Anzi! Convincerà tutti che gli Stati Uniti sono una tigre di carta impotente quanto l’Arabia Saudita. Nessun riposo per i malvagi. Non appena la Siria sconfiggerà i ratti terroristi, gli Stati Uniti punteranno a un altro cattivo di Damasco da combattere. Ma, come Chris mi ha scritto spesso: la battaglia per la Siria non va vista come una sorta di baraccone frivolo, piuttosto, va al centro dei piani statunitensi-sionisti-massonici per il Medio Oriente. Fa parte del futuro immediato degli USA nei rapporti con l’Europa. Come Chris opinava, il piano per rubare petrolio delle alture del Golan; distruggere il fiorente potere dell’Iran; asservire gli iracheni; rafforzare ulteriormente regimi regressivi regionali è parte integrante dell’egemonismo sionista il cui fetore porta direttamente alle camere ornate dei Rothschild e Rockefeller. Tale piano non sparirà presto perché è stato steso per dare la linfa vitale dei popoli arabi alle orde sioniste che infettano la terra di Palestina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mappare l’inferno in Terra

76 Paesi sono coinvolti nella guerra al terrorismo di Washington
Tom Engelhardt, 4 gennaio 2018Lasciò l’Air Force Two alle spalle e, senza preavviso, “avvolto nella segretezza“, volò su un aereo da trasporto C-17 senza contrassegni nella base aerea di Bagram, la più grande guarnigione statunitense in Afghanistan. Tutte le notizie della sua visita furono sottoposte ad embargo fino a un’ora prima della partenza. Più di 16 anni dopo l’invasione per “liberare” l’Afghanistan, era lì a presentare ancora una volta buone notizie al crescente contingente di truppe statunitensi. Davanti a una bandiera degli USA di 13 metri, rivolto a 500 soldati, il vicepresidente Mike Pence li elogiava quale “maggiore forza del mondo per il bene“, si vantava degli attacchi aerei statunitensi “drammaticamente aumentati“, giurando che il loro Paese era “qui per rimanere” ed insistendo sul fatto che “la vittoria è più vicina che mai“. Come notò un osservatore, tuttavia, la risposta del suo pubblico fu “sommessa“. (“Diversi soldati erano con le braccia incrociate o con le mani incrociate dietro la schiena e ascoltavano, ma senza applaudire“). Pensate a ciò come ultimo episodio di una fiaba geopolitica capovolta, una storia piuttosto cupa, alla Grimm, che potrebbe iniziare: c’era una volta, nell’ottobre 2001 per la precisione, quando Washington lanciò la sua guerra al terrore. C’era allora un solo Paese preso di mira, quello in cui, poco più di un decennio prima, gli Stati Uniti avevano messo fine a una lunga guerra per procura contro l’Unione Sovietica durante la quale avevano finanziato, armato e appoggiato gruppi di estremisti fondamentalisti islamici, tra cui un giovane ricco saudita di nome Usama bin Ladin. Nel 2001, sulla scia di quella guerra, che contribuì a far implodere l’Unione Sovietica, l’Afghanistan era in gran parte (ma non completamente) governato dai taliban. C’era anche Usama bin Ladin con una coorte relativamente modesta. All’inizio del 2002 fuggì in Pakistan, lasciando molti suoi camerati morti e la sua organizzazione, al-Qaida, in disordine. I taliban, sconfitti, supplicarono il permesso di cedere le armi e tornare nei loro villaggi, un processo abortito che Anand Gopal descrisse vividamente nel suo libro No Good Men Among the Living. Sembrava tutto finito, ma si tifavano e, naturalmente, si pianificavano exploit maggiori in tutta la regione. I massimi funzionari nell’amministrazione del presidente George W. Bush e del vicepresidente Dick Cheney erano dei sognatori geopolitici di prim’ordine che non avrebbero potuto avere idee più espansive su come estendere tale successo, come indicò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld pochi giorni dopo gli attacchi dell’11 settembre, su gruppi terroristici o ribelli in più di 60 Paesi. Era un punto che il presidente Bush avrebbe rilanciato nove mesi dopo con un discorso trionfalista a West Point. In quel momento, la lotta che avevano rapidamente, anche se immodestamente, soprannominata guerra globale al terrore, era ancora affare di un solo Paese. Tuttavia, erano già completati i preparativi per estenderla nei modi più radicali e devastanti di quanto si sarebbe mai immaginato con l’invasione e l’occupazione dell’Iraq di Sadam Husayn e il dominio delle terre petrolifere del pianeta che sicuramente sarebbe seguito. (In un commento che colse il momento, Newsweek citò un ufficiale inglese “vicino alla squadra di Bush”: “Tutti vogliono andare a Baghdad, i veri uomini vogliono andare a Teheran“). Così tanti anni dopo, forse, non sorprenderà, perché probabilmente non avrebbe sorpreso le centinaia di migliaia di manifestanti che si presentarono nelle strade delle città statunitensi all’inizio del 2003 per opporsi all’invasione dell’Iraq, che sia una di quelle storie a cui si applica il detto “stai attento a ciò che desideri”.Vedere la guerra
Ed è una storia che non è ancora finita. Non a breve. Da quando iniziò all’era Trump, la guerra più lunga della storia statunitense, quella in Afghanistan, continua ancora. Le truppe USA aumentano; gli attacchi aerei aumentano; i taliban controllano parti significative del Paese; il gruppo terroristico dello Stato islamico si diffonde sempre più con successo nelle regioni orientali e, secondo l’ultimo rapporto del Pentagono, “ci sono più di 20 gruppi terroristici o ribelli in Afghanistan e Pakistan“. Pensate: 20 gruppi. In altre parole, tanti anni dopo, la guerra al terrore va vista come un’esercitazione continua nelle tabelline per la moltiplicazione, e non solo in Afghanistan. Più di un decennio e mezzo dopo che un presidente statunitense indicò 60 e più Paesi come possibili obiettivi, grazie al lavoro inestimabile di un singolo gruppo dedicato, il progetto Costs of War dell’Istituto per gli affari internazionali e pubblici Watson della Brown University, finalmente si ha un quadro della reale portata della guerra al terrore, e aver dovuto aspettare così tanto dovrebbe dirci qualcosa sulla natura di tale era di guerra permanente. The Costs of War Project ha prodotto non solo una mappa della guerra al terrore 2015-2017, ma la prima mappa del genere di sempre. Da una visione sbalorditiva delle guerre antiterrorismo di Washington in tutto il mondo: loro diffusione, schieramento di forze statunitensi, missioni in espansione per addestrare forze controterrorismo straniere, basi statunitensi che le rendono possibili, attacchi droni e altri aerei essenziali per essi e le truppe statunitensi che li aiutano a combatterle. (I gruppi terroristici, naturalmente, sono cambiati e si sono ampliati in modo vertiginoso nell’ambito dello stesso processo). Uno sguardo alla mappa dice che la guerra al terrore, un insieme sempre più complesso di conflitti intrecciati, è ora un fenomeno straordinariamente globale. Si estende dalle Filippine (con un proprio gruppo SIIL che ha appena combattuto una campagna durata quasi cinque mesi che ha devastato Marawi, una città di 300000 abitanti) passando da Asia meridionale, Asia centrale, Medio Oriente, Nord Africa e nell’Africa occidentale dove, solo di recente, quattro berretti verdi sono morti in un’imboscata in Niger. Non meno sorprendente è il numero di Paesi che la guerra al terrore di Washington ha toccato in qualche modo. Una volta, ovviamente, ce n’era solo uno (o, se volete includere gli Stati Uniti, due). Ora, il progetto Costs of War identifica non meno di 76 Paesi, il 39% del pianeta, coinvolti in tale conflitto globale. Ciò significa posti come Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen, Somalia e Libia dove attacchi di droni o altri aerei degli USA sono la norma e le truppe statunitensi (spesso le forze speciali ) sono direttamente o indirettamente impegnate in combattimento. Significa anche Paesi in cui i consulenti statunitensi addestrano militari locali o addirittura milizie nelle tattiche di controterrorismo nelle basi cruciali per tale insieme di conflitti in espansione. Come la mappa chiarisce, tali categorie spesso si sovrappongono. Chi potrebbe meravigliarsi del fatto che una simile “guerra” sia alimentata dai dollari dei contribuenti statunitensi a un ritmo tale da far vacillare l’immaginazione in un Paese le cui infrastrutture si stanno ormai visibilmente sgretolando? In uno studio pubblicato a novembre, il progetto Costs of War stimava che il costo della guerra al terrore (con alcune spese future incluse) avesse già raggiunto gli astronomici 5,6 trilioni di dollari. Solo di recente, tuttavia, il presidente Trump, intensificando quei conflitti, twittava una cifra ancor più sbalorditiva: “Dopo aver speso stupidamente 7 trilioni in Medio Oriente, è ora di iniziare a ricostruire il nostro Paese!” (Anche questa cifra sembra provenire in qualche modo dalla stima di Costs of War su “i futuri pagamenti degli interessi sul prestito per le guerre che aggiungeranno probabilmente più di 7,9 trilioni di dollari al debito nazionale” entro la metà del secolo). Non poteva esserci commento più raro da parte di un politico statunitense, poiché in questi anni le valutazioni dei costi monetari e umani della guerra sono state in gran parte lasciate a piccoli gruppi di studiosi e attivisti. La guerra al terrore si è, infatti, diffusa nel modo che la mappa di oggi presenta, e quasi senza alcun dibattito serio in questo Paese sui suoi costi e risultati. Se il documento prodotto dal progetto Costs of War è, in realtà, una mappa infernale, è anche credo la prima mappa completa mai prodotta di questa guerra. Pensateci per un momento. Negli ultimi 16 anni, noi, popolo statunitense, finanziando tale complesso insieme di conflitti per un ammontare di trilioni di dollari, non abbiamo avuto una sola mappa della guerra che Washington combatte. Non una. Sì, alcune parti di quei conflitti che si trasformano e si ampliano appaiono da qualche parte nei notiziari, regolarmente anche se raramente (tranne quando ci sono attacchi terroristici “solitari” negli Stati Uniti o Europa occidentale) nei titoli dei giornali. In tutti questi anni, tuttavia, nessun statunitense ha potuto avere l’immagine di questo strano, perenne conflitto la cui fine non è per nulla in vista. Parte di ciò può essere spiegata dalla natura della “guerra”. Non ci sono fronti, non ci sono eserciti che avanzano su Berlino, nessuna armata che si abbatte sulla patria giapponese. Non c’è, come in Corea nei primi anni Cinquanta, nemmeno un parallelo da attraversare o una controffensiva. In questa guerra non ci sono ritirate, ovvio, e dopo l’ingresso trionfale a Baghdad nel 2003, anche poche avanzate. Era difficile persino mapparne le componenti e quando viene fatto, come una mappa dei territori controllati dai taliban in Afghanistan del New York Times, il quadro resta complesso e d’impatto limitato. In generale, tuttavia, noi, il popolo, siamo stati smobilitati in quasi tutti i modi immaginabili in questi anni, anche quando si trattava semplicemente di seguire l’infinita serie di guerre e conflitti che vanno sotto la rubrica guerra al terrore.Mappatura 2018 ed oltre
Lasciatemi ripetere questo mantra: una volta, quasi diciassette anni fa, ce n’era uno; ora, il conteggio è 76 ed aumenta. Nel frattempo, grandi città sono state ridotte in macerie; decine di milioni di esseri umani sono profughi; milioni di rifugiati continuano a varcare i confini, sconvolgendo sempre più terre; i gruppi terroristici sono diventati simboli in parti significative del pianeta; e il nostro mondo statunitense continua ad essere militarizzato. Questo va pensato come tipo completamente nuovo di guerra globale perpetua. Quindi date un’occhiata ancora alla mappa. Cliccateci e ingranditela per vederla in modalità schermo intero. È importante cercare d’immaginare ciò che accade visivamente, dato che affrontiamo un nuovo disastro, una militarizzazione planetaria mai vista prima. Non importa i “successi” nella guerra di Washington, che vanno dall’invasione dell’Afghanistan nel 2001 alla presa di Baghdad nel 2003 alla recente distruzione del “califfato” dello Stato islamico in Siria e Iraq (o della maggior parte comunque, dato che qui gli aerei statunitensi ancora sganciano bombe e sparano missili in alcune parti della Siria), i conflitti sembrano solo cambiare e ripetersi. Siamo in un’era in cui l’esercito statunitense è all’avanguardia, spesso l’unico vantaggio, di ciò che si chiamava “politica estera” statunitense, e il dipartimento di Stato viene radicalmente ridimensionato. Le forze per operazioni speciali statunitensi furono dispiegate in 149 Paesi solo nel 2017 e gli Stati Uniti hanno così tante truppe su così tante basi in così tanti posti sulla Terra che il Pentagono non può nemmeno spiegare dove si trovassero 44000 di loro. Potrebbe, infatti, non esserci modo di mappare veramente tutto questo, sebbene l’illustrazione del Progetto Costs of War sia un trionfo di ciò che può essere visto. Guardando al futuro, preghiamo per una cosa: che la gente di quel progetto abbia molta resistenza, dato che è un fatto che, negli anni di Trump (e forse anche oltre), il costo della guerra aumenterà. Il primo bilancio del Pentagono dell’era Trump, approvato con unanimità bipartisan dal Congresso e firmato dal presidente, è di uno strabiliante 700 miliardi di dollari. Nel frattempo, i vertici militari e il presidente, mentre intensificano i conflitti dal Niger allo Yemen, dalla Somalia all’Afghanistan, sembrano eternamente alla ricerca di altre guerre da lanciare. Indicando Russia, Cina, Iran e Corea democratica, per esempio, il comandante del Corpo dei Marines generale Robert Neller recentemente dichiarava alle truppe statunitensi in Norvegia di aspettarsi una “lotta bigotta” in futuro, aggiungendo: “Spero di sbagliarmi, ma c’è”. A dicembre, il consigliere per la sicurezza nazionale, tenente-generale HR McMaster, suggerì anche che la possibilità di una guerra (presumibilmente di natura nucleare) con la Corea democratica di Kim Jong-un fosse “crescente ad ogni giorno“. Nel frattempo, in un’amministrazione piena di iranofobi, il presidente Trump sembra prepararsi a stracciare l’accordo nucleare iraniano, probabilmente già questo mese. In altre parole, nel 2018 e oltre, le mappe di molti tizi creativi potrebbero essere necessarie semplicemente per iniziare a cogliere le ultime guerre statunitensi. Si consideri, ad esempio, un recente articolo del New York Times secondo cui circa 2000 dipendenti del Department of Homeland Security sono già “dispiegati in oltre 70 Paesi in tutto il mondo”, soprattutto per impedire attacchi terroristici. E così si va nel ventunesimo secolo.
Quindi, benvenuti nel 2018, un altro anno di guerra infinita, e mentre siamo in argomento, un piccolo avvertimento ai nostri capi: dati gli ultimi 16 anni, fate attenzione a ciò che desiderate.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Putin contro mafia e borghesie capitaliste

Bruno Adrie, Mondialisation, 5 gennaio 2018

Nell’ultimo numero di Hérodote (166/167), Jean-Robert Raviot (professore di civiltà russa contemporanea presso l’Università Paris-Nanterre) spiega come Vladimir Putin ha preso il potere e per quale scopo. Convinto che la Russia affrontasse a un nemico interno, pronto, come il famoso miliardario Khodorkovskij arrestato nel 2003, a scendere a compromessi col nemico per proprio profitto, il Presidente Putin si circondò di una guardia pretoriana, di “un piccolo gruppo di una quindicina di uomini” combinando condotta tradizionale dello Stato col controllo dei settori chiave dell’economia. Tra questi uomini ci sono Dmitrij Medvedev, legato a Gazprom, Igor Sechin, “oggi a capo di Rosneft” e Sergej Chemezov, “che dal 2007 è a capo della società statale Rostekh (alta tecnologia civile e militare)“. Questa Guardia Pretoriana, una “rete non istituzionalizzata”, costituisce lo “scudo” che protegge e garantisce la sopravvivenza a lungo termine dello Stato attraverso l’istituzione di una democrazia sovrana, non liberale e non competitiva, cioè non porosa alle influenze mercantili occidentali. Uno Stato-fortezza insomma, che regge grazie alla coesione del gruppo alla guida. Questi uomini sono tutti nati negli anni ’50 e hanno corsi correlati e che, in attesa di passare la mano alla squadra della nuova generazione animata dalle stesse convinzioni, riceveva nel 2016 la guardia nazionale, la cui direzione è affidata a uno di loro, Viktor Zolotov, direttamente controllata dal Cremlino. Quindi, vediamo che per far fronte all’assalto delle classi liberali tentate dai cosiddetti valori occidentali e dal profitto che potrebbero attingere, rendendo la Russia un satellite di Wall Street, Vladimir Putin e i suoi pretoriani hanno creato un cesarismo elettivo, una specie di regime bifronte (come Giano) che consente a uno Stato conservatore di permanere nel contesto ipocrita ed eminentemente aggressivo della globalizzazione.
C’è chi ammira la figura romantica di un padre della patria e baluardo putiniano contro il saccheggio senza confini del neoliberismo. Personalmente, e senza idealizzarlo, ammiro lo stratega Putin che sacrifica la vita per salvare non un Paese ma una civiltà, una civiltà che, secondo Oswald Spengler, avrà un futuro luminoso quando l’occidente non sarà nient’altro che un campo di rovine, sfinito e svuotato dalla cricca di spazzini della mafia che oggi detengono tutti i diritti, distruggono i nostri Stati e ci precipitano in tutte le discariche della Decadenza.
Chi in occidente urla all’autoritarismo di Putin farebbe bene a guardare come operano le nostre democrazie parlamentari, che sono democratiche solo di nome e le cui mura servono solo a nascondere lassismo e tradimento a cui si abbandonano i parlamentari comprati dal Moloch dell”affairismo. La sovrana ed inflessibile democrazia di Putin avrà almeno il merito di essere d’ostacolo alla cosiddetta corrente neoliberale che trascina con le sue onde di sangue profitti criminali strappati al mondo dalle nostre mafie e borghesie capitaliste.Traduzione di Alessandro Lattanzio