L’Arabia Saudita compie un passo verso la disintegrazione

Alessandro Lattanzio, 22/6/2017

Muhamad bin Salman tra businessmen della ‘new economy’ degli USA

Il 21 giugno, il presidente turco Erdogan condannava ufficialmente l’idea della “Grande Albania” mentre inviava mezzi e rinforzi dell’esercito turco nel nord della Siria, mentre il parlamento tedesco votava il ritiro delle forze tedesche dalla base aerea turca di Incirlik, la principale base della NATO in Turchia. Ciò a seguito del deteriorarsi delle relazioni tra Germania e Turchia, dell’allontanamento di Erdogan dall’Unione europea e dei contrasti tra Ankara e Washington sulla questione curda e il ruolo dei curdi in Siria. Inoltre, il neopresidente francese Emmanuel Macron dichiarava che non esiste un ‘legittimo successore’ al Presidente Assad e che la priorità sia combattere il terrorismo islamista con l’aiuto della Russia; “La nuova prospettiva che ho su questo argomento è che non affermo che la dipartita di Bashar al-Assad sia una precondizione, perché nessuno mi ha mostrato un legittimo successore… Le mie linee sono chiare: in primo luogo, lotta completa contro tutti i gruppi terroristici. Sono i nostri nemici… abbiamo bisogno della cooperazione di tutti, specialmente della Russia, per eliminarli”. Un cambiamento significativo della posizione della Francia rispetto ai presidenti Sarkozy e Hollande. “Il riconoscimento di Macron che il cambio di regime in Siria è fuori dall’ordine del giorno non è altro che il riconoscimento dell’evidenza. Con la ‘Siria utile’, le ricche coste della Siria dove la maggior parte della popolazione siriana vive, sotto il controllo del Presidente Assad, con l’Esercito arabo siriano che avanza rapidamente nella Siria orientale e la Russia che ha istituito un potente sistema di difesa aerea, non c’è possibilità che il Presidente Assad sia rovesciato”. E infine il Viceministro degli Esteri russo Oleg Syromolotov dichiarava che “Secondo il Ministero della Difesa russo, è altamente probabile che il capo dello SIIL al-Baghdadi sia stato eliminato dalle forze aerospaziali russe quando colpirono un centro di comando dei terroristi alla periferia sud di Raqqa, verso la fine di maggio. L’informazione è ora verificata da vari canali“. La Russia inviava in Siria 21 pezzi d’artiglieria M30, sistemi lanciarazzi multipli TOS-1 e BM-30 Smerch, e 50 missili tattici Tochka-U. Inoltre, la Russia riposizionava i sistemi di difesa aerea in Siria, per permetterne la massima copertura possibile nello spazio aereo della Siria. Inoltre, gli aerei da combattimento russo aumentavano le operazioni d’intercettazione dei caccia statunitensi, in particolare nelle zone operative degli aerei siriani. Le unità dell’Esercito arabo siriano bombardavano le posizioni del SIIL a Tabarat al-Dibah, ad est di Hama, eliminando numerosi terroristi. Intanto, in Arabia Saudita, re Salman nominava il figlio, Muhamad bin Salman, principe ereditario al posto del principe Muhamad bin Nayaf, che supervisionava le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita. Muhamad bin Salman ha trascinato l’Arabia Saudita nella guerra allo Yemen, causando 14000 morti, e nel conflitto con il Qatar, dove perde il sostegno degli Stati Uniti. Ma Muhamad bin Salman, che aveva guidato i negoziati sulla riduzione della produzione dell’OPEC, appare circondato da una cricca di principi aggressivi che oggi puntano a guidare l’Arabia Saudita ed è responsabile della riduzione delle sovvenzioni energetiche e della proposta di privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco, e soprattutto dell’attacco terroristico dello SIIL a Teheran, il 7 giugno 2017, che ha acuito le tensioni tra Arabia Saudita ed Iran. Il Generale Mohammad Ali Jafari, del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, aveva dichiarato, “Abbiamo intelligence precise che dimostrano che, purtroppo, l’Arabia Saudita, oltre a sostenere i terroristi, gli ha chiesto di condurre operazioni in Iran”. Mentre il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, indicava l’Arabia Saudita affermando che l’attentato di Teheran aveva i segni di un “piano distruttivo internazionale”. Muhamad bin Salman controlla difesa, petrolio e politica economica del regno saudita, e aveva organizzato il viaggio di Trump a Riyadh. La promozione del principe è stata approvata da 31 dei 34 membri del Consiglio di reggenza del regno. Il principe Muhamad bin Nayaf veniva anche sostituito, da ministro degli Interni, da Saud bin Nayaf e dal vice Ahmad bin Muhamad al-Salim. Ad aprile, il re saudita aveva nominato due altri figli, il principe Salman bin Abdulaziz e il principe Qalid bin Salman, ministro per gli Affari Energetici e ambasciatore negli Stati Uniti. Già nel dicembre 2015, fu affermato che Salman bin Abdulaziz, l’ultimo dei figli del primo re saudita, Abdulziz al-Saud, sarà sostituito dalla nuova generazione di reali sauditi. Salman aveva nominato il nipote, Muhamad bin Nayaf, principe della corona dopo averne fatto dimettere il fratello, Muqrin bin Abdulaziz, nel 2015. Nel frattempo Muhamad bin Salman concentra nelle proprie mani sempre più potere: nel Ministero della Difesa, nel Consiglio di Economia e Sviluppo e nell’Aramco, ed è il responsabile dell’aggressione allo Yemen, del sostegno saudita ai terroristi in Siria e Iraq, del sostegno alla dittatura wahhabita in Bahrayn e del confronto con Qatar e Iran.
In tale situazione, il 22 giugno sarebbero atterrati in Arabia Saudita 18 aerei da combattimento F-16I, F-15CD e F-16CD, 2 Gulfstream per la guerra elettronica e 2 aerocisterne C-130 israeliani, quale deterrenza contro un possibile golpe contro Muhamad bin Salman. Infatti, una petizione firmata da principi sauditi veniva pubblicata dopo la nomina a principe ereditario di Muhamad bin Salman. La petizione, che protesta contro re Salman per la decisione di sostituire bin Nayaf, è firmata dal principe Muqrin bin Abdulaziz e da altri 21 capi sauditi. I principi che si oppongono a bin Salman dichiarano che egli vuole diventare re de facto con tale nomina, e che ciò distruggerebbe la famiglia reale saudita. Inoltre, “Washington ha chiesto altri soldi per difendere il regime saudita e Riyadh ha recentemente versato 200 miliardi agli Stati Uniti per comprarne il sostegno nella guerra allo Yemen“, secondo l’analista yemenita Salah al-Qarshi. “Si tratta di parte dell’enorme quantità di denaro che l’Arabia Saudita versa al Tesoro degli Stati Uniti per proteggere la corona“. Secondo al-Qarshi, l’ex-capo dei servizi segreti sauditi Turqi al-Faysal aveva rivelato che il suo Paese aveva acquistato i poco redditizi buoni del Tesoro USA per aiutare l’economia degli Stati Uniti. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, affermava che “che il principe Muhamad bin Salman è solo a un passo dal divenire re“, attendendo solo il via libera dal governo degli Stati Uniti. Sempre secondo Atwan, anche il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhamad bin Zayad al-Nahyan, potrebbe inscenare un colpo di Stato negli Emirati Arabi Uniti per diventarne il re. Secondo l’insider saudita Mujtahid, il re saudita Salman bin Abdulaziz dovrebbe presto ritirarsi e fare accedere al trono Muhamad bin Salman, ma non prima di averne informato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.Fonti:
Análisis Militares
FNA
FNA
FNA
FNA
The Duran
The Duran
The Duran
Zerohedge

I petrodollari in difficoltà mentre i sauditi liquidano le riserve valutarie

SRSrocco, 16 giugno 2017Il sistema dei petrodollari degli Stati Uniti è in gravi difficoltà mentre il più grande produttore di petrolio del Medio Oriente continua a soffrire perché il basso prezzo del petrolio ne devasta la base finanziaria. L’Arabia Saudita, fattore chiave del sistema dei petrodollari, continua a liquidare le proprie riserve valutarie, poiché il prezzo del petrolio non copre i costi della produzione e del finanziamento del bilancio nazionale. Il sistema dei petrodollari fu avviato nei primi anni ’70, dopo che Nixon abbandonò il gold standard, scambiando il petrolio saudita coi dollari USA. L’accordo affermava che i sauditi avrebbero scambiato solo in dollari USA il loro petrolio per reinvestirne le eccedenze nei buoni del tesoro USA. Ciò permise all’impero statunitense di persistere per altri 46 anni, in quanto possedeva la carta di credito energetico, e tale carta funzionò sicuramente. Secondo le statistiche più recenti, il totale cumulato del deficit commerciale degli USA dal 1971 è di circa 10,5 trilioni di dollari. Ora, considerando la quantità di importazioni di petrolio dal 1971, ho calcolato che quasi la metà di quei 10,5 trilioni di dollari di deficit è per il petrolio. Quindi, un’enorme carta di credito energetica. Indipendentemente da ciò… il sistema del petrodollaro funziona quando un Paese esportatore di petrolio ha un “surplus” da reinvestire nei buoni degli Stati Uniti. E questo è esattamente ciò che l’Arabia Saudita fece fino al 2014, quando fu costretta a liquidare le riserve in valuta estera (per lo più buoni del tesoro USA) quando il prezzo del petrolio scese sotto i 100 dollari:Quindi, mentre il prezzo del petrolio ha continuato a diminuire dalla metà 2014 alla fine del 2016, l’Arabia Saudita vendete il 27% delle proprie riserve valutarie. Tuttavia, quando il prezzo del petrolio si è ripreso alla fine del 2016 e nel 2017, non bastò a limitare la continua vendita di riserve valutarie saudite. Nel 2017 il Regno ha liquidato altri 36 miliardi di dollari di riserve valutarie:Secondo Zerohedge, in Economisti turbati dall’ imprevisto assalto nelle riserve di valuta estera saudita: “La stabilizzazione dei prezzi del petrolio sui 50-60 dollari avrebbe dovuto avere un particolare impatto sulle finanze saudite: si prevedeva che fermasse l’esaurimento delle riserve dell’Arabia Saudita. Tuttavia, secondo gli ultimi dati della banca centrale saudita e dell’autorità monetaria saudita, ciò non è accaduto e le attività estere nette sono inesplicabilmente cadute sotto i 500 miliardi di dollari ad aprile, per la prima volta dal 2011, anche dopo aver contabilizzato 9 miliardi di dollari raccolti dalla prima vendita internazionale di buoni islamici del regno… Qualunque sia la ragione, una cosa appare chiara: se l’Arabia Saudita non può sopprimere le perdite della riserva con il petrolio nella zona critica dei 50-60 dollari, qualsiasi ulteriore diminuzione del prezzo del petrolio avrà conseguenze terribili sulle finanze del governo saudita. Infatti, secondo Sushant Gupta della Wood Mackenzie, nonostante l’estensione della riduzione della produzione di petrolio dell’OPEC, il mercato non potrà assorbire la crescita della produzione di scisto e tornare ai volumi produttivi dell’OPEC, dopo la riduzione, fino alla seconda metà del 2018. In particolare, l’azienda di consulenza petrolifera avverte che, a causa della debolezza stagionale nel primo trimestre della domanda globale di petrolio, il mercato si ammorbidirà proprio quando i tagli scadranno nel marzo 2018”.
I sauditi hanno due gravi problemi:
1. Poiché hanno ridotto la produzione petrolifera con l’accordo OPEC, le aziende di scisto statunitensi aumentano la produzione perché possono produrre petrolio spostando le perdite sugli investitori “Brain Dead” che cercano rendimenti superiori. Ciò distrugge la capacità dell’OPEC di scaricare le scorte petrolifere globali, per cui il prezzo del petrolio continua a diminuire. Ciò significa che i sauditi dovranno liquidare ancora più riserve valutarie, se in futuro i prezzi del petrolio saranno bassi. Risciacqua e ripeti.
2. I sauditi prevedono un’asta pubblica iniziale del 5% nel 2018, su una stima di 2 trilioni di dollari di riserve di petrolio, e sperano di ottenerne 200 miliardi. Tuttavia, gli analisti della Wood Mackenzie stimano che il valore delle riserve sia di 400 miliardi di dollari, non di 2 trilioni. Ciò è dovuto a costi, royalties e imposta sul reddito dell’85% per sostenere il governo saudita e i 15000 membri della famiglia reale saudita. Così, Wood Mackenzie non crede che ci rimarrà molto dei dividendi.
Detto ciò, dubito molto che i sauditi abbiano i 266 miliardi di barili di riserve petrolifere dichiarate nella nuova revisione statistica BP 2016. L’Arabia Saudita produce circa 4,5 miliardi di barili di petrolio all’anno. Così, le loro riserve dovrebbero durare quasi 60 anni. Ora… perché l’Arabia Saudita vende una percentuale delle proprie riserve petrolifere se avrà altri 60 anni di produzione di petrolio futura? Qualcosa puzza. È preoccupata dai prezzi del petrolio più bassi, o forse non avrebbe tutte le riserve che afferma? In entrambi i casi… è abbastanza interessante che l’Arabia Saudita continui a liquidare le riserve valutarie ad aprile, anche se il prezzo del petrolio era superiore ai 53 dollari in quel mese. Credo che il regno dei Saud sia in gravi difficoltà. Ecco perché cerca di vendere una OPA per aumentare i fondi necessari. Se l’Arabia Saudita continua a liquidare altre riserve valutarie, vi saranno gravi problemi per il sistema dei petrodollari. Ancora… senza fondi “surplus”, i sauditi non possono acquistare i buoni del tesoro degli Stati Uniti. In realtà, negli ultimi tre anni, l’Arabia Saudita ne ha venduti molti (in riserve in valuta estera) per integrare le carenze dei ricavi petroliferi. Se il prezzo del petrolio continua a diminuire, e credo che sarà così, Arabia Saudita e sistema dei petrodollari avranno altri problemi. Il crollo del sistema dei petrodollari significherebbe la fine della supremazia del dollaro statunitense e con essa, la fine dell’intervento sul mercato dell’oro.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso la dissoluzione del globalismo atlantista

Alessandro Lattanzio, 1/6/2017Il blocco atlantista-globalista si disintegra sprofondando nel caos. Da un lato la cancelliera tedesca Angela Merkel, a capo delle residue forze atlantiste-globaliste (vecchio sogno dei circoli rhodesiani, imperialisti e socialcolonialisti anglofoni), in rotta con Trump e la Brexit, veniva aspramente rimproverata dalla stessa bibbia del globalismo, il Financial Times, “E’ facile dare la colpa al presidente Trump per questo stato di cose. Ma anche la Merkel si è comportata in modo irresponsabile con una dichiarazione che rischia di allargare la pericolosa spaccatura nell’alleanza atlantica con una frattura permanente… Se il governo della Merkel persegue i negoziati sulla Brexit con l’attuale spirito conflittuale, chiedendo al Regno Unito di sborsare cifre enormi, anche prima di discutere di un accordo commerciale, rischia di creare una profezia che si autoavvera e un antagonismo duraturo con Gran Bretagna e Stati Uniti...” Non va escluso che l’accanimento di Berlino verso Londra sia il riflesso di una rivalsa che cova in Germania fin dalla conferenza di pace di Versailles del 1919, quando Francia e Regno Unito imposero alla Germania di pagare una cifra spropositata per risarcire le potenze rivali per le perdite subite durante la Prima Guerra Mondiale (la cui responsabilità, tra l’altro, veniva interamente imputata a Berlino). Dall’altra parte si assiste al consolidamento di una rinata “anglosfera”, il globalismo incentrato sulla vecchia partnership speciale tra Washington e Londra e priva della palla al piede dell’utopia burocratica dell'”europeismo” bancariocratico e pure massone. E’ in tale scontro emergente tra le due fazioni imperialiste atlantiste che andrebbe inquadrato l’incontro tra il presidente francese Macron e il Presidente Putin (e si noti bene, a Versailles), celebrata dalla stessa macchina mediatica che getta fango sulla Russia, mentre la macchina mediatica tedesca minaccia Londra e Washington proponendo, tramite l’editorialista dello Spiegel Henrik Müller, un appello al partenariato strategico UE-Cina contro Trump scrivendo, “che gli Stati Uniti non sono più un partner affidabile… Le altre due grandi economie, Stati Uniti e Cina, cercano nuovi partner per risolvere i problemi internazionali. Le aree più significative per un’intensa cooperazione europea-cinese sono politica globale, commercio e cambiamento del clima. Gli Stati Uniti, da potenza guida dell’occidente, sostenevano le istituzioni economiche globali del dopoguerra come Fondo Monetario Internazionale Banca Mondiale, Organizzazione mondiale del commercio. Ora è necessario per Europa e Cina colmare congiuntamente il vuoto normativo generale“.
La stampa francese celebrava Macron e il suo vertice con il Presidente Putin al mero scopo di sollevare l’immagine di un presidente francese insignificante, in vista del vuoto nell’Unione Europea che si apre e che rischia di essere colmato solo da Berlino, aumentando le possibilità di frattura non solo verso l’anglosfera, ma anche verso l’Europa Balcanica-Danubiana e del Gruppo di Vishegrad, poco disposta a farsi schiacciare, come nel caso della Grecia, solo per compiacere istituzioni e politiche tedesche camuffate da “europee”. Quindi, l’arroganza verso il Presidente Putin mostrata dall’edipico Macron è volta anche a far calzare zeppe più alte al piccolo ‘Bobobankster‘ francese fabbricato dai mass media bancariocratici e dai circoli tardoimperialistici e massonici di Parigi. Tali zeppe dovrebbero permettere a Parigi di affrontare nell’arena europeista la cancelliera tedesca, il cui Paese ha ora mano libera nel dirigere la barca della cosiddetta “integrazione europea”. “Macron ha chiaramente sfidato Putin: o seguite le nostre regole, perché abbiamo le redini dopo la sconfitta della Clinton, o non vi riconosceremo dei nostri”. Anche se poi le “redini” in realtà le tiene Berlino. Ma nell’incontro di Versailles, Macron era costretto comunque, nonostante la spacconeria da bimbominkia, a riconoscere che in Siria, “l’obiettivo finale è la lotta al terrorismo, sradicare i gruppi terroristici, in particolare lo SIIL. Ho indicato la nostra linea rossa in modo molto chiaro: l’uso di armi chimiche da parte di chiunque sarà oggetto di ritorsioni e risposte immediati“. Chiaro riconoscimento che l’attacco di Qan Shayqun era una montatura dei terroristi. Il Presidente Putin a sua volta osservava, riguardo la lotta al terrorismo, “La Francia, naturalmente, contribuisce alla lotta al terrorismo in Siria nell’ambito della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Non sappiamo quanto sia indipendente la Francia quando si tratta di questioni operative, perché vi sono accordi tra alleati di cui siamo consapevoli”. Sull’Ucraina parlava invece solo il Presidente Putin, indicando che per Kiev si tratta di una questione interna e che solo essa è responsabile delle violazioni dell’accordo di Minsk, senza che il Bobobankster pigolasse nulla in contrario.
Non è che nell’“anglosfera” sia tutto rose e fiori, comunque; nel Regno Unito i liberaldemocratici si sono alleati ai conservatori chiedendo in cambio, tra l’altro, un’inchiesta sui finanziamenti ai terroristi locali. Tuttavia, tale indagine viene occultata dalla prima ministra Theresa May, visto che implica l’Arabia Saudita, grosso partner politico-economico di Londra. Anche dopo l’attentato di Manchester, May cercava di nascondere i gravi risultati dell’indagine. May, come Trump, Merkel e Centiloni, inseguono i petrodollari delle monarchie wahhabite, e quindi tollerano e supportano il terrorismo salafita, la cui matrice è il wahhabismo la cui diffusione viene finanziata da Riyad e Doha. Tim Farron, attuale capo dei liberaldemocratici, affermava: “Se i conservatori cercano davvero di fermare il terrorismo sulle nostre coste, devono finirla con questo stallo e riaprire l’inchiesta sui finanziamenti esteri all’estremismo nel Regno Unito“, denunciando May di voler insabbiare l’inchiesta. “Tale approccio a breve termine deve cambiare. È fondamentale che queste idee estreme e rigide siano affrontare e chi le finanzia sia denunciato pubblicamente”. L’unità di analisi dell’estremismo dell’Home Office aveva trasmesso a Downing Street le indagini sui finanziamenti esteri ai gruppi estremisti nel Regno Unito, ma il portavoce per gli affari esteri dei liberalemocratici Tom Brake dichiarava: “Come segretario degli interni al momento, il suo dipartimento era uno dei relatori del rapporto. Diciotto mesi dopo, e dopo due terribili attentati ai cittadini inglesi, tale rapporto rimane ancora incompleto e inedito“. Ciò perché le tracce del finanziamento al terrorismo portano all’Arabia Saudita. Questioni simili riguardano l’Europa, come ad esempio in Germania, Francia e Italia.
La sconfitta inflitta dall’Asse della Resistenza alle forze islamo-atlantiste (Gladio-B), si ripercuote nei Paesi finanziatori del terrorismo islamo-atlantista, La TV saudita al-Arabiya criticava il Qatar per i suoi rapporti con Azmy Bishara, membro della Knesset israeliana e consigliere della famiglia regnante qatariota degli al-Thani. Un fatto noto da anni, ma sempre nascosto dai media wahhabiti come al-Jazeera e gli altri media della sovversione islamista della “primavera araba”. Al-Arabiya accusava anche Arabi al-Jadid, quotidiano e TV qatarioti con sede a Londra, e Huffington Post, di avere rapporti con la Fratellanza mussulmana e di supportare il terrorismo islamista, sebbene anche al-Arabiya stessa supporti il salafsmo in Siria, Iraq e Yemen. Ciò riflette la frattura nel Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo, acceleratasi dopo la visita del presidente degli Stati Uniti Trump a Riyadh, dove il Qatar usciva ancor più emarginato. E nel mentre gli USA devono abbandonare Siria e Iraq anche per l’aggravarsi della situazione in Afghanistan. Il segretario alla Difesa degli USA James Mattis volava in Afghanistan, preda di una serie di gravi sconfitte, non ultimo l’attentato presso l’ambasciata tedesca di Kabul che causava 80 morti il 31 maggio. In precedenza oltre 200 soldati del 209.esimo Reggimento dell’esercito afghano erano stati uccisi nella provincia di Balkh, la peggiore sconfitta delle forze di sicurezza afghane dal 2001. Il presidente afghano Ashraf Ghani aveva fatto dimettere il ministro della Difesa Abdullah Habibi e il Capo di Stato Maggiore Qadam Shah Shahim. Nella riunione congiunta a Kabul con il generale John Nicholson, comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, Mattis dichiarava di essere “sotto l’illusione” delle varie minacce che rendono fragile la sicurezza del Paese. In precedenza anche il consigliere della sicurezza nazionale di Trump, McMaster, aveva visitato Kabul, nel primo viaggio del genere dal 2009. I generali Nicholson e Joseph J. Votel, a capo del CentCom, chiedevano l’invio di altre forze statunitensi e della NATO in Afghanistan, per rafforzare le 8500 truppe statunitensi presenti. Ciò dovrebbe mettere a tacere per sempre gli isterismi continui sulle inesistenti “incursioni” di forze anglo-statunitensi-norvegesi in Siria. Si tratta di incursioni di poche decine di elementi delle forze speciali occidentali, che di certo non possono invadere mezza Siria come vaneggiano finti media pro-siriani o pro-russi, come i siti statunitensi al-Masdar e South Front, così generosi nel riportare la propaganda dei curdi filo-statunitensi e delle organizzazioni terroristiche. Inoltre, il generale Nicholson accusava la Russia di rifornire i taliban, ma al solo scopo di nascondere l’inefficienza delle forze statunitensi.Ad illustrazione del sempre più grande divario tra egemonia statunitense in disgregazione e multipolarità in ascesa, se nella Kabul occupata dalla NATO morivano decine di persone in un attentato, in Kenya veniva inaugura la rete ferroviaria Standard Gauge Railway (SGR) costruita dalla Cina. La SGR, lunga 480 km, dal porto di Mombasa alla capitale del Kenya Nairobi, è costata un investimento di 3,8 miliardi di dollari e costituisce il maggiore progetto infrastrutturale del Kenya, essendo cruciale per la modernizzazione della nazione africana. Il progetto SGR ha creato più di 46000 posti di lavoro ed ha permesso di qualificarne altri 45000, acquisendo le competenze tecniche necessarie per mantenere la linea. Il progetto SGR dovrebbe apportare l’1,5% di crescita del PIL del Kenya, secondo il suo governo.

Il Presidente del Kenya Uhuru Kenyatta con diplomatici e manager cinesi sul superponte sul Tsavo, Kenya, 26 maggio 2015

Fonti:
Algerie Patriotique
Chroniques du Grand Jeu
Dedefensa
Covert Geopolitics
Modern Tokyo Times
Russie Politics
The Duran
Washington Times

G7: la nuova configurazione geopolitica

Russie Politics 29 maggio 2017Il vertice del G7 avutosi in Sicilia ha formalizzato il nuovo paradigma geopolitico, mettendo gli Stati in secondo piano rispetto ai clan ideologici. Trump, presidente degli Stati Uniti, affrontava gli ex-alleati, in realtà membri del clan globalista.

La fine dello Stato come centro strategico
Paesi europei, Giappone e Canada si sono trovati di fronte all’improvvisa nuova realtà geopolitica. Abituati a un’alleanza stabile dalla fine della Seconda guerra mondiale guidata dagli Stati Uniti, che proteggevano “il mondo libero” da tutti i pericoli e i nemici, la ritirata volontaria di Trump, presidente del Paese che indicava la via, li lascia orfani e sperduti, come illustrato dall’interessante articolo de Le Monde. Non solo non c’è accordo sul clima, ma Trump è nettamente contrario alla legalizzazione dell’immigrazione, cioè alla fine delle frontiere per motivi presuntamente umanitari. Gli accordi commerciali transnazionali sono sottoposti a data da destinarsi, rimane la lotta al terrorismo. Trump è andato al G7 come si va in guerra. I capi del “mondo libero” non ci sono più abituati. Da parte europea, l’incomprensione è totale. La stampa parla di pessima preparazione della squadra degli Stati Uniti, di fallimento diplomatico, e i politici tedeschi ritengono che sia stato un vertice inutile il cui costo sarebbe stato meglio speso in altri campi, umanitari ovviamente. Il mondo libero ha perso il capo, gli Stati Uniti, è necessaria un’alternativa. La cancelliera tedesca ha fatto una dichiarazione interessante: “Il tempo in cui potevamo fare pieno affidamento sugli altri è finito. L’ho appreso negli ultimi giorni”, aveva detto Merkel a una riunione a Monaco di Baviera, nel sud della Germania. “Naturalmente, dobbiamo rimanere amici di Stati Uniti e Regno Unito, da buoni vicini, ove possibile, così come con la Russia. Ma dobbiamo sapere se combattere, da europei, per il nostro futuro e il nostro destino”, aveva detto”. Così l’UE deve colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, ponendo molti problemi, anche tecnici: l’Unione europea non è uno Stato, non ha poteri né legittimità popolare. Soprattutto s’è impantanata in una crisi esistenziale. La supererà in modo autoritario? C’è la forte possibilità dimostrata dal rafforzamento della propaganda e da una radicalizzazione che non consente più l’opposizione alle cosiddette idee “europee”. Tuttavia, la valutazione di Trump del G7 e del vertice NATO è diametralmente opposta, se si crede alle sue dichiarazioni su twitter:Come spiegare tale cambiamento? Una formulazione esatta è data da un articolo del Washington Post: “Merkel e Macron hanno promesso di collaborare per avanzare ulteriormente l’agenda pro-globalizzazione a cui si oppone Trump. Il G7 attendeva il presidente degli Stati Uniti, il Paese guida del globalismo, ritrovandosi presidente questo individuo divenuto il leader del movimento anti-globalista, del movimento sovranista”. L’opposizione non proviene da questi Paesi, ma da loro forze ideologiche. Negli Stati Uniti, il presidente convive politicamente con le forze globaliste che prima dell’elezione di Trump avevano tutti i poteri: istituzionali, mediatici, economici, giudiziari. L’elezione di Trump è una breccia in questo governo totalitario: le istituzioni provengono dal potere globalistico. Perciò ricompare Obama che si pone da guida spirituale del globalismo. Non da presidente degli Stati Uniti, ma da rappresentante di una forza politica che utilizza gli strumenti dello Stato (giustizia, parlamento, ecc.) e sociali (media, società civile) per difendere i propri interessi. Non ci sono interessi nazionali, solo interessi di un clan ideologico. Lo stato non è che uno strumento tra gli altri, utilizzato nella lotta per il potere. Il movimento globalista è troppo sfuggente, ha bisogno di un volto e un corpo dopo aver perso gli Stati Uniti e il loro presidente. Merkel si pone da capo di fatto, dopo che Obama aveva lasciato la carica. Macron, dopo la visita di presentazione in Germania, prende il posto del delfino. Un duo “europeo” volto ad incarnare il globalismo. Si comprende meglio l’affermazione di Merkel sulla necessità di rivedere i rapporti con le altre potenze, come Cina e Russia. Se un accordo può esserci nel preservare gli interessi dei globalisti, è il momento di voltare pagina. I Paesi europei potranno compiere tale grande passo, mentre la macchina della propaganda è lanciata contro quei Paesi? E’ dubbio, la revisione delle relazioni con Russia e Cina sarebbe d’ostacolo alla rivoluzione europea. Se Macron e Merkel, lanciati dal globalismo riescono a ricompattare l’UE tenendo conto delle nuove realtà geopolitiche, prendendo formalmente l’iniziativa di questo movimento, significherebbe la fine degli Stati europei e, in qualche modo, dell’Europa. E’ il peggiore shock e la maggiore sfida geopolitica dalla Seconda guerra mondiale, ed in tale contesto il presidente russo visita la Francia, incontrando Macron, nuovo capo regionale della globalizzazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Cina baseranno il commercio sull’oro

Il commercio in valute locali è già iniziato, ponendo le basi per le transazioni in oro dei BRICS
Paul Kaiser, Russia Insider 28 marzo 2017

Gli ultimi progressi compiuti nel razionalizzare gli scambi in valute locali hanno avvicinato Mosca e Pechino alla creazione di un’architettura finanziaria che potrebbe facilitare le transazioni in oro. Come riportato, Mosca e Pechino hanno compiuto un altro passo verso la de-dollarizzazione con l’apertura di una banca di compensazione in yuan in Russia. All’inizio di marzo, la Banca centrale della Russia apriva la prima filiale estera a Pechino, per consentire una migliore comunicazione tra le autorità finanziarie russe e cinesi. Secondo un articolo di Sputnik, i progressi compiuti nel promuovere gli scambi bilaterali in yuan sono il primo passo verso un piano ambizioso, svolgere le transazioni sulla base dell’oro: “Il centro del cambio rientra nelle misure che Banca popolare cinese e Banca centrale russa guardano per approfondire la cooperazione… Una misura in esame è l’organizzazione congiunta del commercio in oro. Negli ultimi anni Cina e Russia sono stati gli acquirenti più attivi nel mondo del metallo prezioso. Visitando la Cina lo scorso anno, il Vicedirettore della Banca centrale russa Sergej Shvetsov affermò che i due Paesi vogliono facilitare le mutue transazioni in oro”. La possibilità del commercio in oro viene discussa dai funzionari russi nell’ultimo anno. Nell’aprile scorso, il primo Vicegovernatore della Banca centrale russa Sergej Shvetsov disse alla TASS: “I Paesi BRICS sono grandi economie dalle grandi riserve di oro e un volume impressionante di produzione e consumo del metallo prezioso. In Cina, il commercio dell’oro si svolge a Shanghai, in Russia a Mosca. La nostra idea è creare un collegamento tra le due città per incrementare gli scambi tra i due mercati”. I piani futuri per le transazioni tra Mosca e Pechino in oro certamente spiegano perché i due Paesi ne sono i principali produttori e acquirenti. La creazione del “mercato dell’oro” dei BRICS sarebbe un ottimo modo di aggirare il dollaro, dato che come “valuta” verrebbe facilmente riciclata negli scambi con gli altri Paesi membri. E se i negoziati in oro non si avranno nell’immediato, i BRICS già puntano alla creazione di una “nuova architettura finanziaria” che “affronti il dominio del dollaro USA sulla finanza globale”: “Le iniziative dei Paesi aderenti ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) per impostare una nuova architettura finanziaria all’ottavo vertice tenutosi nell’ottobre 2016 in India, sono ultimamente sotto i riflettori. Per affrontare i condizionamenti ai prestiti tipici del Fondo monetario internazionale (FMI) e il dominio del dollaro degli Stati Uniti sulla finanza globale, si prevede che le nuove istituzioni create dai BRIC provvederanno al necessario cambiamento dell’architettura finanziaria mondiale. Queste istituzioni sono la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), il Fondo di riserva per gli imprevisti (CRF) dei BRICS e l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB)”.
Come un esperto finanziario ha notato: “Negli ultimi anni, i Paesi BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, hanno adottato piccoli passi per ridurre il primato del dollaro nel commercio internazionale. La Cina guida questi sforzi, negli ultimi anni. Recentemente mi sono imbattuto in questo titolo del South China Morning Post: “Mosca e Pechino uniscono le forze per bypassare il dollaro nel mercato monetario mondiale”, illustrando come Russia e Cina collaborino da anni per rafforzare i legami economici. L’ultimo segno di questa cooperazione si è avuto il 16 marzo, quando la Banca centrale della Russia apriva il primo ufficio estero a Pechino. L’informazione locale lo definì “piccolo passo avanti nel forgiare l’alleanza Pechino-Mosca per bypassare il dollaro nel sistema monetario globale”. Il commercio in yuan è solo il primo passo. Ci sono assai più grandi progetti in cantiere.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora