Perché la Russia è il fornitore di armi dell’India

I documenti declassificati dalla CIA rivelano il motivo per cui la Russia continua ad essere il fornitore di armi più affidabile dell’India
Rakesh Krishnan Simha, RBTH 8 febbraio 2017191251i46-0La Central Intelligence Agency (CIA) ha spesso preso numerose cantonate nelle valutazioni sull’India. Ma in questa particolare occasione fece centro. In un rapporto recentemente declassificato, l’agenzia dello spionaggio degli Stati Uniti sostiene che l’India preferisce le armi russe perché Mosca è affidabile in caso di rifornimenti. Nel rapporto del novembre 1984, La potenza aerea indiana: modernizzazione e supremazia regionale, la CIA osserva che “l’affidabilità di Mosca come fornitore e il finanziamento agevolato di tecnologie avanzate” fanno della Russia un “apprezzabile concorrente dei Paesi occidentali“. Anche se il rapporto ha 32 anni, gran parte di ciò che dice continua ad essere rilevante. L’India ha una forte dipendenza dalla Russia su aerei e relative attrezzature, spiega il rapporto. “Alti funzionari governativi indiani hanno dichiarato pubblicamente l’opinione che Mosca sia un fornitore di armi più affidabile dell’occidente perché l’Unione Sovietica è sempre stata con New Delhi al contrario dei Paesi occidentali, nelle ostilità dell’India con i vicini. Inoltre, robustezza e relativa semplicità delle armi sovietiche le raccomandano presso la forza aerea indiana. “Inoltre, Mosca vende moderni aeromobili dotati di sistemi avanzati con credito agevolato, piccoli acconti, tassi di interesse bassi e lunghi periodi di rimborso, fornendo il materiale in tempi relativamente brevi...” Inoltre, notava l’agenzia, i russi mostravano maggiore disponibilità a fornire licenze e assistenza tecnica per la produzione di aerei moderni in India, come MiG-27 e MiG-29.

La diversificazione
Il rapporto mostra che gli sforzi dell’India per diversificare l’acquisizione di armi risalgono ai primi anni ’80, con la Prima ministra Indira Gandhi sensibile alle accuse dei capi dell’opposizione e degli osservatori occidentali, secondo cui con il suo governo l’India era diventata un “agente sovietico”. “Credeva che la stretta identificazione con Mosca limitasse le opzioni in politica estera del suo governo, indebolendo la leadership di New Delhi tra gli Stati non allineati, e lasciando le forze armate dipendenti da una sola fonte di approvvigionamento. Crediamo che fosse anche disposta a sfruttare la concorrenza Est-Ovest a beneficio dell’India“. La CIA riteneva che il figlio, e successore, di Indira avrebbe fatto uscire l’India dall’abbraccio dell’orso. “Per via della formazione tecnocratica, il nuovo Primo ministro indiano Rajiv Gandhi sarebbe incline a dare maggior peso alla tecnica piuttosto che alla politica nella scelta dei nuovi sistemi d’arma. Ciò può portarlo a favorire l’acquisto di equipaggiamenti occidentali più della madre. Tuttavia l’acquisto di aerei occidentali rischia di restare secondario rispetto da quelli dell’URSS, a nostro giudizio, anche intensificando gli sforzi per la vendita dei fornitori occidentali“. Tuttavia, c’erano limiti alla capacità di Rajiv di diversificare e ridurre la dipendenza dalle armi russe. “Mosca è saldamente primo fornitore di armi di Nuova Delhi, e l’India non può permettersi la spesa e un processo che richiede tempo per passare ai sistemi occidentali. Le informazioni indicano anche che molti funzionari indiani non credono di poter dipendere molto dal sostegno militare occidentale“.

Fulcrum russo vs Falcon statunitense
La CIA dà credito quando è dovuto. Sul MiG-29 (nome in codice NATO Fulcrum), l’agenzia lo descrive come “uno dei più capaci caccia da superiorità aerea operativi” nelle forze russe. “Crediamo che la decisione di acquistare il caccia piuttosto che assemblare il Mirage-2000, alternativa considerata da Nuova Delhi, rifletta la maggiore disponibilità di Mosca ad esportare un aereo avanzato e attrezzato per contrastare i crescenti sforzi nelle vendite dei produttori di armi dell’Europa occidentale“. “Riteniamo che i MiG-29, velivoli ognitempo con missili a guida radar a medio raggio, siano aerei superiori agli F-16 del Pakistan… anche se i velivoli sono paragonabili per prestazioni aerodinamiche“. L’India fu il primo cliente internazionale del MiG-29, con l’Indian Air Force (IAF) che ordinò più di 50 MiG-29 negli anni ’80, mentre l’aereo era ancora in fase di sviluppo. L’IAF attualmente possiede oltre 90 Fulcrum, tra cui 45 MiG-29K imbarcati sulle portaerei. L’IAF impiegò i MiG-29 estesamente nella guerra di Kargil, in Kashmir, nel 1999, per scortare i caccia MiG-21, MiG-27 e soprattutto Mirage-2000 che attaccavano obiettivi pakistani con bombe a guida laser. 2 MiG-29 del 47.mo Squadrone (Arcieri Neri) dell’IAF agganciarono i missili su 2 F-16 della Pakistan Air Force (PAF) che pattugliavano il confine per evitare eventuali incursioni aeree indiane, ma non l’ingaggiarono perché non ci fu la dichiarazione di guerra. I MiG-29 indiani erano armati con missili aria-aria oltre-l’orizzonte, mentre gli F-16 pakistani no.mig29k346La potenza pakistana
Gli statunitensi hanno una cattiva opinione dei militari pakistani. “Crediamo che i pakistani non possano né avere una difesa aerea efficace dei loro obiettivi militari e industriali contro un attacco aereo indiano concertato da contrattacco aereo, né seriamente minacciare la maggior parte degli obiettivi strategici dell’India. Riteniamo che i pakistani siano ostacolati da comando e controllo carenti, assenza di una rete di difesa aerea integrata, scarso numero di sistemi missilistici di difesa aera e addestramento inadeguato“.

Opportunità perdute
Il rapporto esamina anche la capacità dell’India di neutralizzare la potenza nucleare del Pakistan. Anche se la CIA sosteneva che l’India negli anni ’80 poteva effettuare un attacco aereo preventivo che infliggesse “gravi danni agli impianti cruciali del Pakistan“, come l’impianto per l’arricchimento di Kahuta e quello di ritrattamento PINSTECH, vicino Islamabad, fu un’occasione mancata che non ritornerà. “L’IAF probabilmente potrebbe sopraffare le difese aeree del Pakistan su Kahuta e PINSTECH e distruggere o danneggiare sufficientemente le strutture da impedire ad Islamabad di produrre armi nucleari per diversi anni. Tale attacco avrebbe probabilmente ritardato lo sviluppo del Pakistan nella produzione di materiale fissile; danneggiandone seriamente gli impianti nucleari di ricerca e le infrastrutture necessarie per fabbricare, assemblare e testare componenti di armi nucleari; e forse ucciderne il personale tecnico. Non crediamo, tuttavia, che i bombardamenti aerei, da soli, garantissero la distruzione del materiale fissile che il Pakistan avrebbe accumulato. Sorpresa e velocità saranno importanti nell’attacco preventivo indiano. Per aumentare la probabilità di sorpresa, gli aerei indiani probabilmente sarebbero decollati direttamente dagli aeroporti al confine con il Pakistan. A causa delle brevi distanze tra le strutture nucleari del Pakistan e gli aeroporti indiani, un tempo di volo di circa 30 minuti e lo scarso sistema di comando del Pakistan, riteniamo che Islamabad non avrebbe sventato l’attacco aereo indiano. Se i pakistani prestassero attenzione alla possibilità di un attacco, tuttavia, l’India probabilmente subirebbe gravi perdite“. Tuttavia, a differenza degli israeliani che distrussero la centrale nucleare irachena di Osirak nel 1981, la leadership politica indiana del periodo era troppo legata a vaghi ideali morali piuttosto che a una fredda realpolitik. Nonostante il ministro degli Esteri israeliano Moshe Dayan facesse una visita segreta in India nel 1977, proponendo di attaccare congiuntamente Kahuta, il Primo ministro indiano Morarji Desai respinse l’idea.

Lezioni per India e Russia
Eccetto rare occasioni in cui la Russia ha flirtato con il Pakistan, vi è un’eccellente sinergia tra India e Russia da decenni. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, le politiche erratiche dell’ex-presidente russo Boris Eltsin e dei suoi consiglieri filo-americani Egor Gajdar e Andrej Kozirev incoraggiarono gli Stati Uniti ad erodere l’influenza russa in India. Kozyrev, ministro degli Esteri russo nel 1990-1996, dichiarò che Mosca non avrebbe prestato particolare importanza a Nuova Delhi trattando India e Pakistan alla pari. Kozyrev e il suo team costrinsero l’India a guardare a occidente per le armi. Poi il Primo ministro PV Narasimha Rao non ebbe altra scelta che diversificare i rapporti della sicurezza indiana. L’affidabilità di Mosca rimase solida, prima e dopo gli anni di Eltsin. La Russia è l’unico Paese che ha fornito all’India sottomarini a propulsione nucleare, una nuova portaerei, missili supersonici e motori a razzo criogenici, assieme ad altre armi ad alta tecnologia. Ciò non fu dimenticato nel South Block mentre migliorava le relazioni con l’occidente. Al contrario, i russi dovrebbero procedere con cautela nella vendita di armi ai Paesi confinanti con l’India. Infatti, anche la minore vendita di armi al Pakistan è vista con estremo sospetto dagli indiani. Il rapporto della CIA chiariva abbastanza la posizione dell’India. “Nuova Delhi ha osservato pubblicamente e in via diplomatica di ritenere le vendite militari degli USA a Islamabad come la peggiore minaccia alla sicurezza indiana e alla stabilità regionale. I funzionari indiani accusano pubblicamente il rapporto militare tra Stati Uniti e Pakistan sfidare il predominio politico e militare di Nuova Delhi nell’Asia meridionale e invitare ad inasprire la concorrenza tra superpotenze nell’Oceano indiano“. Mosca non deve dimenticare che Nuova Delhi è ancora il suo primo cliente militare. Deve, quindi, evitare di commettere gli errori strategici commessi dagli statunitensi durante la guerra fredda.404853Rakesh Krishnan Simha è un giornalista e analista politico residente in Nuova Zelanda.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di Putin in Ungheria: ci sarà un fronte anti-Soros?

Ruslan Ostashko, 3 febbraio 2017 – Fort Russ4017860La visita di Vladimir Putin a Budapest smuove media europei e ucraini. Prima di tutto, ognuno è offeso dal fatto che il presidente russo sia tranquillamente sbarcato in un Paese appartenente a UE e NATO, trovando comprensione e supporto completi. In secondo luogo, la Russia potrebbe offrire ai Paesi dell’UE condizioni per una cooperazione molto vantaggiose che potrebbero superare tutti i discorsi sulla solidarietà europea contro la Russia. Come sempre, viene improvvisamente riscoperto che le ricchezze dovute alla collaborazione con la Russia trionfano sul male. Inoltre, il Primo ministro ungherese Viktor Orban sabota la “giovane democrazia ucraina” affermando che il transito del gas dall’Ucraina non è affidabile, e che l’Ungheria supporta la diversificazione delle fonti. Tradotto dal linguaggio diplomatico ungherese, semplicemente suona così: “Ucraina e Naftogaz sono fuori, sosteniamo Nord Stream 2 attraverso cui Putin ha promesso di fornirci il gas”. Ora l’Ucraina ha la sfortuna di perdere ancora un altro Paese europeo a sostegno di Nord stream 2. In questo contesto, la risoluzione presentata alla Verkhovna Rada per ridurre i diritti delle minoranze russa e ungherese in Ucraina sembra di grande attualità. Farà ulteriormente infuriare Budapest, che per tradizione protegge ferocemente i diritti delle minoranze ungheresi negli altri Paesi. Qui è necessario dire qualcosa sul premier ungherese il cui comportamento ha così sconvolto i media europei e ucraini, per non parlare di Angela Merkel. Viktor Orban è un “Poroshenko al contrario”. Per esempio, invece di servire Fondo monetario internazionale, Commissione europea, Hillary Clinton e George Soros, li ha sempre affrontati in modo aspro uscendone sempre vincitore. Il primo ministro ungherese non è Che Guevara, e conosce perfettamente i limiti, ma ha comunque semplicemente scacciato la delegazione del FMI da Budapest e chiuso le fondazioni di Soros, nonostante l’Ungheria sia sempre stata considerata fondamentalmente proprietà di tale miliardario statunitense. Fu anche sempre ai ferri corti con Hillary Clinton per divergenze ideologiche, e non esitò ad ignorare la Commissione europea quando avanzava pretese dall’Ungheria, che sempre l’ignorava al massimo quando si trattava di assegnare fondi europei per il Paese. Nonostante il comportamento chiassoso e i diversi tentativi di organizzare rivoluzioni colorate in Ungheria, Orban è da molti anni al potere, e l’Ungheria rimane nell’UE; esempio di come proteggere correttamente gli interessi nazionali. Forse il successo degli ungheresi è legato al fatto che l’Ungheria ha un’élite nazionalista e non un’oligarchia cleptocratica come l’Ucraina. Purtroppo, l’Ungheria difficilmente pone il veto sull’estensione delle sanzioni UE contro la Russia. Il prezzo sarebbe troppo costoso, e Orban è prima di tutto un pragmatico. I 6,5 miliardi di dollari che l’Ungheria perde ogni anno per le sanzioni sono meno di quanto l’Ungheria si priverebbe dall’Unione Europea. Tuttavia, in primo luogo l’Ungheria potrebbe sostenere alcuni pesi massimi europei sulla questione, ad esempio se dei nuovi governi francesi o italiani si opponessero al rinnovo delle sanzioni. Ma l’Ungheria ha uno scopo leggermente diverso.
Con l’esempio della cooperazione tra Ungheria e Russia, con la costruzione di una centrale nucleare ultramoderna, si distruggono i miti sulla Russia. In primo luogo, sarà chiaro che cooperarvi è vantaggioso. In secondo luogo, la Russia non è un distributore di benzina con un’economia “a pezzi”, ma un esportatore di alta tecnologia a prezzi accessibili. In terzo luogo, con la Russia si può collaborare anche in una sfera complessa come l’energia nucleare. Questo è veramente vantaggioso, ma ovviamente non interessa i clintoniani ottusi pagati da Soros nell’eurocommissione, ma funziona meravigliosamente presso le élite imprenditoriali europee e quei politici per cui gli interessi dei loro Paesi sono più importanti dell’ideologia di Victoria Nuland. E, infine, con l’ascesa di Donald Trump al potere vi è l’opportunità, per coloro che vogliono e devono urgentemente e radicalmente riformare l’Unione europea, d’iniziare finalmente a lavorare per i cittadini comunitari, non per il pugno di oligarchi sovranazionali di cui parlava Vladimir Putin a Valdaj. I politici europei coltivati nei laboratori della CIA e del dipartimento di Stato chiedono ora che l’Europa solidarizzi di fronte alla minaccia del “putinismo” e del “trumpismo”, che potrebbe distruggere l’Unione europea. Il caso dell’Ungheria dimostra che non ci sarà tale “solidarietà”. Putin e Trump mineranno la burocrazia europea dall’esterno, mentre gente come Orban, Beppe Grillo, Marine Le Pen e Geert Wilders dall’interno, fin quando sarà completamente distrutta. Ho detto spesso che ogni impero che comprenda l’Ucraina alla fine sparisce. Questa volta, l’Unione europea crollerà anche se all’Ucraina, che lo voleva sul serio, ma non è stato permesso entrare. La storia ha un buon senso dell’umorismo.rtr4pz6jTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina cambia la geopolitica del Medio Oriente

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 22/1/2017

oborDa alcuna parte l’amministrazione Obama ha fatto più danni agli Stati Uniti che in Medio Oriente, lasciando un grande vuoto da colmare, in gran parte da Cina, attore silenzioso, e Russia, il cui prode esercito tiene gli Stati Uniti a bada. Potrebbe essere questa la fine dell’egemonia incontrastata di cui gli Stati Uniti godevano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale? Mentre la Russia contrasta efficacemente gli Stati Uniti militarmente, la ‘Fascia e Via’ (OBOR) della Cina, che si distende nel Medio Oriente verso l’Europa, emerge quale fattore che trasformerà l’attuale panorama geopolitico del Medio Oriente. In alcun luogo ciò è più evidente che in Israele partner sempre più importante della Cina. Con Israele che acquisisce una posizione centrale per la Cina in Medio Oriente, i rapporti con Israele di altri Paesi, in particolare quelli che cercano di attingere dai piani economici della Cina, potrebbero mutare in modo molto significativo. Con l’emergere della Cina a principale motore geo-economico, la rivalità politica verrebbe sostituita dalla necessità del partenariato economico. Questo già avviene lasciando un’impronta. Un esempio molto evidente è l’enfasi sulla soluzione dei due Stati nella questione palestinese. Indipendentemente dal fatto che le relazioni d’Israele con numerosi Stati regionali rimangano piuttosto ostili, per la Cina Israele è politicamente ed economicamente il luogo più stabile e va integrato nella sua cintura economica. Quindi, ecco il coinvolgimento della Cina nei conflitti regionali e loro risoluzione. Negli ultimi anni la Cina ha cercato di entrare nel conflitto israelo-palestinese, agendo da mediatore nei colloqui di pace e commentando senza molto entusiasmo i mutamenti del confronto. “La Cina accoglie e sostiene tutti gli sforzi favorevoli ad allentare le tensioni tra Israele e Palestina e la realizzazione in tempi rapidi della soluzione dei due Stati”, affermava il Ministro degli Esteri della Cina Wang Yi alla conferenza ministeriale sull’iniziativa di pace in Medio Oriente, tenutasi l’anno scorso a Parigi. Allo stesso modo, mentre l’Iran occupa la posizione geografica chiave nell’OBOR della Cina che si estende in Asia occidentale, i cinesi, per trarre il massimo vantaggio, vorrebbero far entrare nel progetto Ashdod e Eilat, i due porti strategici d’Israele. Se la Cina guarda al Mar Rosso per le sue rotte marittime (SLOC), Eilat, unico porto d’Israele sul Mar Rosso, potrebbe rientrarvi immediatamente. Se è così, la domanda è: la Cina potrà dirigere senza problemi l’OBOR senza neutralizzare efficacemente la rivalità Israele-Iran? Non vi sarebbe altro modo per la Cina d’attuare il proprio piano operativo e garantirlo dai conflitti regionali.
Ciò che può e molto probabilmente potrà consentire alla Cina di raggiungere questo obiettivo non è altro che il denaro che versa in quei Paesi. Le esercitazioni navali congiunte condotte nel Mediterraneo da Cina ed Egitto danno nuova luce su come la Cina trasformi le dinamiche regionali. Ciò che probabilmente avverrà, sarà l’ulteriore rafforzamento dei legami militari tra Cina ed Egitto. Senza dimenticare i 45 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Egitto, per la nuova capitale dell’Egitto, pianificata ultimamente. La Cina ha anche piani per l’Iran. L’accordo commerciale da 600 miliardi di dollari tra Cina e Iran guarda al futuro. E’ interessante vedere come la Cina integra questi Paesi, individualmente, nell’OBOR, segnando il primo passo verso la collaborazione regionale tra i rivali di un tempo. Secondo questo contesto, la questione se alla Palestina si possa ancora permettere di non riconoscere Israele diventa importante. Mentre Israele esiste ed esisterà anche senza il riconoscimento dalla Palestina, la Palestina potrebbe restare esclusa dal boom economico che la Cina potrebbe portare nella regione se continua a mantenere la posizione tradizionale nei confronti d’Israele. Israele non sarà turbato da tali preoccupazioni, perché non è solo nella posizione migliore, molto più sviluppata e stabile, ma è anche un centro industriale e tecnico regionale. In altre parole, è abbastanza attraente per la Cina e ha già ricevuto notevole attenzione.
Il ‘fattore Cina’, senza dubbio, può obbligare gli Stati a cercare soluzioni pacifiche. La Cina può riunire la regione, e non vorrebbe, o addirittura permetterebbe, che l’Iran ingaggia una qualsiasi disavventura contro Israele. Inoltre, farebbe in modo di evitare qualsiasi aggressione israeliana all’Iran. Motivata dai propri interessi economici, la Cina cerca di fare in modo che la rotta commerciale meridionale dell’OBOR, che collega queste potenze regionali, diventi operativa e centro di gravità per i tutti i rivali. Anche se può sembrare idealistico aspettarsi che le rivalità scompaiano di colpo, difficilmente si può contestare che la Cina si prepari a un impegno maggiore nella regione. Questo impegno non può essere redditizio per tutti i Paesi, a meno che i conflitti regionali non siano risolti. Sarà interessante vedere quali misure la Cina presenterà per la risoluzione dei conflitti in Medio Oriente. Risoluzione dei conflitti e mitigazione delle rivalità saranno importanti per il successo del progetto OBOR stesso.one-belt-one-road-obor-china-projectsSalman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I cinesi rivendicano lo Stretto di Miyako

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/01/2017china-liaoning-2016-1-bIl 25 dicembre la portaerei cinese Liaoning attraversava lo Stretto di Miyako dal Mar Cinese Orientale all’Oceano Pacifico, accompagnata da altre cinque navi di superficie della Marina cinese. Lo stretto separa l’isola omonima da Okinawa, l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu, che è nota appartenere al Giappone. Questo stretto ampio oltre 200 km è ufficialmente indicato come acque internazionali disponibili al traffico di tutti i Paesi del mondo e il Giappone non può interferirvi. Tuttavia, pur essendo ordinario dal punto di vista del diritto internazionale, questo evento ha provocato crescente interesse non solo in Giappone ma anche negli Stati Uniti. Ciò avviene dopo che, negli ultimi anni, la Marina cinese ha utilizzato lo Stretto Miyako come passaggio verso il Pacifico occidentale, per svolgere “esercitazioni di routine”. Questo recente passaggio dello stretto ha generato particolare interesse a causa del fatto che, per la prima volta, il gruppo di navi da guerra comprendeva l’unica portaerei cinese “restaurata” dalla ex (e non finita) sovietica “Varjag“, a disposizione dell’Ucraina dopo il crollo dell’URSS. Venduta alla Cina alla fine degli anni ’90, per un certo periodo è stata modernizzata e alla fine del 2012 entrava nella Marina nazionale. L’armamento principale della portaerei è un gruppo di 24 caccia J-15, assai simili al russo Su-33. L’Alto Comando della Marina cinese dichiarava che lo scopo principale del viaggio della “Liaoning” era acquisire esperienza per sviluppare e operare un nuovo ed estremamente complesso sistema di combattimento. Questa esperienza viene impiegata per la progettazione di una nuova classe di portaerei, una delle quali è già in costruzione. La Cina valuta l’incomparabilità delle potenzialità operative della sua unica portaerei con le 11 moderne portaerei nucleari degli Stati Uniti. Senza parlare dell’assenza d’esperienza della Cina nell’uso dei gruppi di attacco di portaerei, esperienza che l’US Navy possiede di certo. Tuttavia, la “Liaoning” viene usata per “mostrare bandiera” nel Mar Cinese Meridionale, forse la zona più calda del confronto con i principali avversari geopolitici, Stati Uniti e Giappone. Questa volta, il Mar Cinese Meridionale è diventato meta finale del passaggio del gruppo della portaerei cinese. Dopo aver superato lo Stretto di Miyako, il gruppo ha circumnavigato Taiwan da est entrando nel Mar Cinese Meridionale attraverso lo Stretto Bashi che separa l’isola dall’arcipelago filippino.
7302_01 Di particolare importanza, da notare, è che due settimane prima, un gruppo di due bombardieri e due aerei da ricognizione (fino allo Stretto di Miyako accompagnati da due caccia della Marina cinese Su-30) aveva compiuto lo stesso “giro” su Taiwan (via aerea). Due caccia F-15 giapponesi provenienti da Okinawa simulavano l’intercettazione del gruppo cinese. Va notato che lo sviluppo del sorvolo dei velivoli militari cinesi sullo spazio aereo dello stretto di Miyako è durato per diversi anni. Tuttavia, l’11 dicembre 2016, l’Aeronautica giapponese per la prima volta simulò l’intercettazione di aerei cinesi al di fuori dello spazio aereo nazionale, motivo delle accuse tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi. Luogo e data delle recenti azioni della Cina sullo Stretto di Miyako danno la certezza che fossero motivate politicamente, e dirette come avviso al tre capitali: Washington, Taipei e Tokyo. Questi “messaggi” sono lungimiranti, così come gli attuali aspetti strategici e tattici. Nell’ambito di una strategia a lungo termine, Pechino ha ancora una volta chiarito che non tollererà la vecchia intenzione degli Stati Uniti di limitare la zona d’influenza militare cinese sulla cosiddetta “prima catena di isole”, comprendete le Ryukyu, Taiwan e gli arcipelaghi filippino e indonesiano. Inoltre, con lo sviluppo di una propria flotta portaerei, la Marina cinese sarà ancora più attiva nel Pacifico, entrandovi attraverso gli stretti della “prima linea di isole”. Sulla politica di “routine”, è impossibile non notare come la Cina abbia adottato queste azioni nel momento in cui Washington era occupata a contemplare ulteriormente la politica estera nella regione Asia-Pacifico nel complesso, in particolare verso il principale rivale nella regione. Nel riferire questi sviluppi, un illustratore di Global Times ancora una volta mostrava lo stato esatto in cui i due principali attori mondiali si trovano ora. Guardandosi negli occhi e giocando le carte “ai loro ordini”, le lanciano sul tavolo da gioco, una per una. Il neopresidente degli Stati Uniti ha fatto la sua mossa con una conversazione telefonica con il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, le cui attività dal marzo 2016 nell'”isola ribelle” causano fastidio notevole a Pechino. A sua volta, la circumnavigazione in volo e via mare di Taiwan di navi da guerra e bombardieri nucleari cinesi è il “lancio” in risposta di Pechino, inviando il messaggio: “Questa è roba mia”. A Taipei invia un segnale sulla possibilità del “completo isolamento diplomatico”, se Tsai Ing-wen continua ad aggravare la situazione sulla scena internazionale. Dopo questi sviluppi, spetta al presidente di Taiwan visitare alcuni Paesi del Centro America, prima degli Stati Uniti. Un esempio di “rilancio” di Pechino è la recente rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan da parte del piccolo Stato africano di Sao Tome e Principe. Infine, la maggiore attenzione dei militari cinesi sullo Stretto di Miyako è più o meno diretta a Tokyo. Ciò è abbastanza comprensibile, dato che negli ultimi anni il Giappone ha giocato un ruolo sempre più influente nei processi politici regionali e globali, il che significa che il fattore scatenante di questa tendenza è la percezione che la Cina oggi ha della principale minaccia ai suoi interessi nazionali.
A giudicare dall’incidente nei cieli dello stretto, il Giappone intende sfruttare altri atti del confronto militare (sulle Senkaku/Diaoyu e zone del Mar Cinese Meridionale) per valorizzare il ruolo dello strumento militare nelle relazioni con la Cina. Nel frattempo, Pechino ha solo cautamente accettato il nuovo progetto di bilancio per la difesa giapponese del 2017, in particolare i piani per il dispiegamento a Okinawa di missili “terra-terra” dalla gittata di 300 km entro il 2023, che (nel caso di aggravamento della situazione) bloccherebbero l’accesso allo Stretto di Miyako. Il Giappone è pronto ad essere considerato il terzo importante giocatore sul significativo tavolo delle azioni politiche regionali. Tutto va bene, purché tale fiasco si dispieghi nel gioco delle carte in cui, come mossa, i cinesi dovevano inviare loro navi e aerei nello stretto di Miyako. Ciò che conta è che i principali attori non gettino via improvvisamente le carte, impugnando le pistole.flightmapVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le relazioni Russia-Iran raggiungono nuove vette

Dmitrij Bokarev, NEO 02/01/2017

Novak e Zanganeh

Novak e Zanganeh

E’ risaputo che Federazione Russa e Repubblica islamica dell’Iran sono tra i membri più influenti del mercato degli idrocarburi globale. Da una cooperazione tra giganti ci si può aspettare un notevole impatto sull’economia mondiale, mentre si aprono grandi opportunità per i due Paesi. L’Iran ha circa il 18% delle riserve mondiali di petrolio e il 9% di gas. Durante il periodo delle sanzioni internazionali imposte all’Iran per il programma nucleare, il livello di produzione ed esportazione di petrolio quasi dimezzò. Ora però, dopo l’abolizione della maggior parte delle sanzioni, il Paese sta rapidamente recuperando terreno. Va ricordato che il 30 novembre 2016, a Vienna vi fu la riunione dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC), la cui risoluzione concordata permette all’Iran di essere l’unico Paese a ricevere il via libera per aumentare la produzione di petrolio. L’Iran l’ha ottenuto ponendo i danni economici sofferti sotto il regime di sanzioni come principale punto di discussione. Affinché l’Iran ripristini rapidamente l’industria petrolifera del periodo d’oro, affinché questo gigante petrolifero ritrovi il suo posto nel mercato internazionale, ha bisogno dell’aiuto dei partner stranieri. L’industria petrolifera iraniana ha bisogno di investimenti esteri. Perciò, la leadership del Paese attua una serie di misure per rendere l’industria petrolifera e gasifera più attraente per le imprese estere. Nell’estate 2016, una nuova forma di contratto petrolifero con società straniere venne approvata in Iran. Secondo il nuovo contratto, le imprese straniere potranno esplorare, estrarre e processare energia. Le autorità iraniane sperano che le nuove opportunità permettano agli investitori esteri di fornire al Paese un grande flusso di necessari investimenti esteri, innescando il ritorno sul mercato iraniano di tutte le aziende costrette a cessare le attività nel Paese dopo l’imposizione delle sanzioni. Secondo gli esperti, per ripristinare le industrie petrolifere colpite dalle sanzioni, l’Iran ha bisogno di investimenti per 200 miliardi di dollari. Un’altra innovazione è la possibilità di stabilire joint-venture tra l’Iranian National Oil Company e società estere. Molte aziende provenienti da Asia e occidente hanno già espresso interesse sulla cooperazione. In questa luce, è stato siglato un accordo per 4,8 miliardi di dollari, nel novembre 2016, tra l’Iran e la società francese Total, che faciliterà lo sviluppo di South Parnaso, il più grande giacimento dell’Iran. Alla fine del 2016, il diffuso interesse per l’accesso al petrolio e al gas iraniani già portava a 50 le società estere che avevano presentato domande per partecipare alla gara secondo le disposizioni del nuovo contratto, da concludere nel febbraio 2017. D’altra parte, l’Iran ha un rapporto speciale con i Paesi che l’hanno sostenuto durante le sanzioni, in primo luogo Cina e Russia. Anche nel periodo più difficile, nonostante le pressioni occidentali, la Cina ha continuato ad acquistare grandi volumi di petrolio iraniano, mentre la Russia aiuta l’Iran a sviluppare il nucleare civile.
Russia e Iran hanno interesse a cooperare nel settore del petrolio e del gas, e ciò è noto da tempo. Fino alla fine del 2016, le società russe Gazprom, Gazprom Neft, Zarubezhneft, Lukoil e Tatneft espressero il desiderio d’iniziare a cooperare con l’Iran. Va ricordato che aziende come Gazprom Neft, Lukoil e Tatneft hanno già lavorato in Iran prima che la pressione delle sanzioni s’intensificasse, pochi anni prima. Oggi, la zona economica speciale dell’Iran, Lavan, con la sua moltitudine di raffinerie, esprime il notevole interesse delle imprese della Russia. Il 12 dicembre 2016, Russia e Iran firmavano un memorandum di cooperazione nel settore petrolifero ed energetico, a Teheran. Entrambi i Paesi s’impegnavamo a ricerca e sviluppo congiunti dei giacimenti (anche in mare aperto), nella fornitura di prodotti e nella produzione di attrezzature per l’industria petrolifera. Il documento stabilisce inoltre le condizioni delle operazioni di cambio. Alla firma del documento parteciparono il Viceministro dell’Energia russo Kirill Molodtsov e l’omologo iraniano Amir Hossein Zamani-Nia. Dopo la firma, quest’ultimo espresse la speranza di un ulteriore sviluppo nel prossimo futuro delle relazioni russo-iraniane che, a suo parere, hanno un grande potenziale. Il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh, in seguito fece una dichiarazione in cui espresse aspettativa per un grande contributo degli specialisti russi nello studio dei giacimenti iraniani, ed espresse anche ammirazione per la ragionevolezza della Russia sul mercato petrolifero. Il giorno dopo, il 13 dicembre, la Commissione intergovernativa si riunì sulla cooperazione economica tra Russia e Iran, con la partecipazione del Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak e del Ministro delle Comunicazioni iraniano Mahmud Vaezi. Fu discussa l’espansione della cooperazione tra Russia e Iran nell’industria, agricoltura, energia, istruzione ed esplorazione dello spazio. Lo stesso giorno, i media riferirono sulla conclusione di un accordo tra la società russa Gazprom Neft e la National Iranian Oil Company per lo sviluppo congiunto dei giacimenti iraniani di Changule e Cheshmehush. Dopo di che B. Zanganeh espresse sostegno alle attività delle società russe sul mercato del suo Paese. A sua volta, Aleksandr Novak osservò che l’Iran è un buon vicino e un partner importante per la Russia. Lo stesso giorno, 13 dicembre, Teheran organizzato il Business Forum Russia-Iran.
Questi sviluppi dimostrano chiaramente che Russia e Iran sviluppano una collaborazione stretta e vantaggiosa. Allo stesso tempo, entrambi i Paesi hanno grandi prospettive di futuri sviluppi. A dispetto di ciò che le due potenze hanno già raggiunto, gran parte della cooperazione russo-iraniana potrà raggiungere vette senza precedenti nella storia. In questa luce, dal dicembre 2015 i due Paesi sono pronti ad avviare negoziati sulla zona di libero scambio (FTA) tra Iran ed Unione economica eurasiatica, che la Russia guida. Tuttavia, anche senza zona di libero scambio, nel solo 2016 il fatturato commerciale russo-iraniano era già aumentato di quasi l’80%. Il 30 novembre 2016, il Consiglio della Commissione economica eurasiatica convocò una sessione in cui i rappresentanti di tutti gli Stati aderenti approvavano l’avvio dei negoziati del Consiglio Supremo Economico Eurasiatico previsto dal 26 dicembre 2016. Tale forte crescita della cooperazione economica sarà inevitabilmente seguita dalla cooperazione politica e strategica. Russia e Iran hanno a lungo collaborato nella lotta al terrorismo in Medio Oriente. A questo proposito, discussioni sono già in corso sulle prospettive dell’adesione dell’Iran alla CSTO. Indubbiamente, unendo le forze, Russia e Iran avranno un grande impatto sulla politica globale.

Novak e

Novak e Vaezi

Dmitrij Bokarev, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora