Le lodi di Putin a Kim Jong-un sono un messaggio per Trump

M.K. Bhadrakumar, Asia Times 14 gennaio 2018Se lo statista A continua a chiamare lo statista B “ragazzo intelligente”, ma quest’ultimo, invece di ricambiare, procede ad elogiare lo statista C, noto nemico dello statista A come “politico scaltro e maturo”, il messaggio dovrebbe essere abbastanza ovvio. Quando il Presidente Vladimir Putin ha elogiato l’omologo nordcoreano Kim Jong Un, che il presidente Donald Trump deride come “Little Rocket Man” dal “piccolo bottone”, è allo stesso tempo simbolico e significativo per i legami USA-Russia.
Durante un incontro con i principali redattori russi al Cremlino, Putin ha detto: “Penso che Kim Jong Un abbia ovviamente vinto questo round. Ha raggiunto l’obiettivo strategico. Ha testate nucleari, e ora anche missili dalla gittata globale di 13000 chilometri, raggiungendo quasi ogni parte del globo, almeno nel territorio del potenziale avversario. E ora vuole chiarire, placare o calmare la situazione. È un politico scaltro e maturo. Tuttavia, dovremmo essere realistici e… agire con estrema attenzione. Se vogliamo raggiungere il difficile obiettivo di denuclearizzare la penisola coreana, dovremmo farlo attraverso il dialogo e i colloqui… possiamo realizzare questa missione se tutte le parti, anche i nordcoreani, si convinceranno che la loro sicurezza può essere garantita anche senza armi nucleari“. In poche parole, Putin si congratulava con Kim per aver guidato Trump lungo il sentiero del giardino, concentrandosi sull’unica determinazione a raggiungere l’obiettivo centrale della “distruzione reciprocamente assicurata” (MAD) nei confronti degli Stati Uniti. Kim ora ha le sue testate nucleari e i suoi vettori. D’ora in poi, la denuclearizzazione della Corea democrazia sarà possibile solo se Stati Uniti e Corea democratica “si convincono che la loro sicurezza può essere garantita anche senza armi nucleari“. Putin indicava che piccoli Paesi con un acuto senso di vulnerabilità ricorrono alla via nucleare come risposta asimmetrica alle minacce. L’avvertimento arrivava alla vigilia della seria decisione di Trump di mantenere gli Stati Uniti nell’accordo nucleare iraniano, rinunciando a una serie di sanzioni fino al 12 maggio.
Le somiglianze sono sorprendenti. In entrambi i casi, non c’è davvero alcuna opzione militare per gli Stati Uniti, tranne quelle che rischiano l’enorme distruzione di propri beni e vite umane. La capacità dell’Iran di contrastare l’aggressione statunitense non è inferiore a quella della Corea democratica. Entrambi si sono sentiti in dovere di intraprendere la strada verso la padronanza nucleare alla luce della minaccia esistenziale che gli Stati Uniti pongono. Il nazionalismo si è trasformato in anti-americanismo e nessuna demonizzazione può nascondere questa verità sgradevole. I rischi statunitensi sono marginalizzati. Putin ha sottolineato che Mosca vede il tentativo occidentale di “distruggere” i rapporti della Russia con Iran e Turchia, aggiungendo che “mostreremo solidarietà agli uni e agli altri“. Le sue osservazioni volano sui quattro mesi di conto alla rovescia di Trump sull’Iran. Ancora una volta, la Russia si posiziona per agire se i colloqui tra le due Coree ingraneranno, estendendo la linea ferroviaria Trans-Siberiana attraverso la Corea democratica fino alla Corea del Sud e anche costruendo oleodotti e gasdotti che colleghino Siberia ed Estremo Oriente russo con i mercati coreani. Su un piano più ampio, Putin senza dubbio aveva in mente gli attuali colloqui russo-statunitensi sul nuovo START (Trattato di riduzione delle armi strategiche). In effetti, menzionava i colloqui come addendum alle osservazioni commendevoli sulla sfida strategica di Kim agli Stati Uniti. Washington insiste sul fatto che si riserva il diritto di convertire unilateralmente alcuni suoi vettori (aerei e sottomarini) e silos, mentre Mosca sostiene che il trattato concede in particolare alla Russia la prerogativa di verificare tali conversioni e di accertarsi che non implichino una “potenziale rottura”. In altre parole, silos, aerei e sottomarini non sono adatti al lancio di armi nucleari.
In superficie, l’encomio di Putin all’intelligenza di Kim nel prevalere sugli Stati Uniti è una constatazione di fatto, ma è anche un messaggio più ampio per le élite statunitensi. Putin citava efficacemente gli esempi di Corea democratica e Iran (e Turchia) per segnalare la realtà geopolitica in cui gli Stati Uniti saranno neutralizzati nel tentativo (come previsto dalla Strategia di sicurezza nazionale di Trump del 2017) di modificare l’equilibrio strategico globale a proprio favore. L’ampia spinta del messaggio di Putin è che è ora per le élite statunitensi rendersi conto che non è intelligente cercare la “sicurezza assoluta” nel sistema internazionale emergente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Cosa significano gli attacchi di Donald Trump al Pakistan?

Vladimir Terehov, New Eastern Outlook 15.01.2018Pubblicato il 1° gennaio 2018, il tweet di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, sull’errore di fornire al Pakistan aiuti finanziari (oltre 33 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni), premiato con “nient’altro che menzogne e inganni“, è un importante notizia nella politica mondiale del nuovo anno appena arrivato. Parlando il giorno dopo ai giornalisti, la rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’ONU, Nikki Haley, chiariva che il presidente considerava la possibilità di porre fine all’assistenza finanziaria al Pakistan, che fornisce “rifugio sicuro ai terroristi” cacciati dagli statunitensi in Afghanistan. Per spiegazioni sul significato della dichiarazione di Donald Trump, l’ambasciatore statunitense ad Islamabad fu convocato al ministero degli Esteri del Pakistan. Il capo del dipartimento della politica estera del Pakistan, Khawaja Asif, affermava che Washington cerca d’incolpare il suo Paese per il fallimento della propria politica in Afghanistan. Sottolineando la partecipazione attiva del Pakistan alla lotta al terrorismo, ricordava che durante la guerra in Afghanistan, gli statunitensi effettuarono oltre 5700 attacchi dalle basi situate nel territorio pakistano. In generale, Donald Trump e Nikki Haley non hanno detto nulla di nuovo o di utile. Ricordiamo che, grosso modo, lo stesso fu detto sempre da Donald Trump il 21 agosto 2017, quando (dopo un silenzio prolungato) affrontò per la prima volta in maniera eccezionalmente puntuale e dolorosa le prospettive dei militari USA nell’avventura di 16 anni in Afghanistan. S’ipotizza che l’attuale accusa al Pakistan sia semplicemente la realizzazione delle minacce esplicite di Nikki Haley ai Paesi che il 18 e il 21 dicembre 2017 (rispettivamente, nel Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite), votarono per la risoluzione che nega il riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele. Sembra, tuttavia, che la vera ragione del malcontento USA nei confronti del Pakistan sia molto più seria. È probabile che sia la risposta a un evento estremamente significativo, avvenuto il 26 dicembre a Pechino, dove si svolse il “Primo Dialogo dei Ministri degli Esteri di RPC, Pakistan e Afghanistan”. Nel comunicato stampa congiunto dell’occasione, alcuni punti sono di rilievo:
– i rappresentanti del Pakistan e dell’Afghanistan si congratulano con i cinesi “per la positiva conclusione del XIX Congresso del PCC e sostengono pienamente la proposta del Presidente Xi Jinping” di visione del futuro di tutta l’umanità;
– si esprime disponibilità ad approfondire la cooperazione trilaterale, anche nel quadro del progetto “Nuova Via della Seta”, nella lotta al terrorismo e nella sicurezza;
– si afferma che il processo di pace in Afghanistan, “sostenuto a livello regionale e internazionale“, va condotto con la partecipazione di tutte le parti, inclusi i taliban, ma va “guidato” dall’Afghanistan stesso;
– il secondo incontro nella stessa composizione si terrà a Kabul “nel 2018”.
Il documento non contiene accenni al ruolo apparentemente negativo del Pakistan nel conflitto afghano. Non menziona la presenza militare da 16 anni in Afghanistan della principale potenza mondiale che vi ha sepolto enormi risorse finanziarie e sostenuto alti costi politici. Pertanto, la leadership statunitense ha tutte le ragioni d’essere sconvolta. Tanto più che Washington prevedeva di tenere entro la fine dello scorso anno una sua riunione tripartita sul problema afghano, nel formato “USA-Afghanistan-India”. Tuttavia, qualcosa è andato storto e il principale oppositore geopolitico degli Stati Uniti ha chiaramente rubato l’iniziativa del processo di risoluzione pacifica del conflitto afghano. A giudicare dai contenuti del documento citato, gli autori assegnano ad India e Stati Uniti un ruolo abbastanza indiretto, parlando della necessità di mantenere il processo a “livelli regionale e internazionale“. I partecipanti all’incontro di Pechino fu designato principale iniziatore e “leader” (ancora una volta poniamo l’accento su questo punto eccezionalmente importante) “l’Afghanistan stesso“. Va notata, tuttavia, l’osservazione del 27 dicembre a una conferenza stampa del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, secondo cui l’istituzione del “dialogo cino-pakistano-afghano” non è inteso a sostituire altre piattaforme internazionali dedite a questo problema. Aggiungiamo che ciò è semplicemente impossibile. Stati Uniti ed India non sono Stati che accetterebbero il ruolo ausiliario di certe forze “regionali e internazionali” nel processo di risoluzione del conflitto afghano. Va anche ricordato che il Pakistan vede in modo esplicito l’Afghanistan come retrovia strategica (“cortile”) nel confronto con l’India. Cosa con cui quest’ultima non sarà mai d’accordo, va aggiunto.
La posizione delle forze filoindiane è piuttosto forte nell’élite afgana, mentre le relazioni pakistano-afghane affrontano gravi problemi (incluse la ragione di cui sopra), accumulatisi negli anni. Tali problemi difficilmente possono essere risolti con un solo evento a livello ministeriale. Nel frattempo, Washington, che negli ultimi anni ha espresso chiara preferenza a sviluppare relazioni con l’India (il tweet di D. Trump è stato definito dal giornale Indian Expresssweet music“), non vuole rompere completamente i legami col Pakistan e non ha intenzione di cederlo ‘senza combattere’ alla piena influenza della RPC. Ciò in particolare è evidenziato dalla visita a Islamabad del segretario alla Difesa USA James Mattis tre giorni dopo lo scandaloso tweet di Donald Trump. Tuttavia, l’osservazione del vicedirettore della CNN Michael Kugelman su questa visita (“Congratulazioni, segretario Mattis. Sei diventato l’ultimo funzionario degli Stati Uniti a fare da vocalist a un disco irrimediabilmente rotto”), a quanto pare, riflette adeguatamente lo stato dei rapporti Stati Uniti-Pakistan. Sembra che il treno pakistano lasci gli Stati Uniti acquisendo notevole velocità e non sarà facile per Washington salire sull’ultimo vagone. Un articolo del quotidiano cinese Global Times intitolato opportunamente “Trump tweet draws China, Pakistan closer“, elenca le componenti principali della cooperazione Cina-Pakistan in rapido sviluppo. Tutto sommato, va affermata la cosa principale: i giochi sul controllo del territorio dell’Afghanistan, durati almeno due secoli con vari protagonisti, continueranno dopo il “Dialogo” di Pechino. Gli ultimi attacchi anti-Pakistan degli Stati Uniti, chiaramente provocati dal suddetto evento, ne sono una testimonianza.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

‘Little Rocket Man’ vince il round

Patrick J. Buchanan, The American Conservative 12 gennaio 2018Dopo un anno in cui ha testato bomba all’idrogeno ed ICBM, minacciato di distruggere gli Stati Uniti e definito il presidente Trump “presuntuoso”, Kim Jong Un, su grazioso invito del presidente della Corea del Sud, invierà una squadra di pattinaggio alle “Olimpiadi della pace”. Un anno impressionante per Little Rocket Man. La crisi nucleare più grave da quando Nikita Khrusciov pose i missili a Cuba sembra essersi calmata. Notizie gradite, anche se lo scontro con Pyongyang è stato probabilmente solo rinviato. Tuttavia, ci è data l’opportunità di rivalutare il trattato dei 65 anni di guerra fredda che ci obbliga ad andare in guerra se il Nord attacca Seoul, che oggi ci ha portato sull’orlo della guerra. Il 2017 ha dimostrato che dobbiamo rivalutarlo; il potenziale costo nel portare avanti il nostro impegno cresce esponenzialmente. Due decenni prima, una guerra nella penisola coreana, data la massiccia artiglieria a settentrione della DMZ, avrebbe significato migliaia di morti per gli Stati Uniti. Oggi, col crescente arsenale nucleare di Pyongyang, le città statunitensi potrebbero subire attacchi tipo Hiroshima, se scoppiasse la guerra. Quale vitale interesse degli Stati Uniti c’è nella penisola coreana da giustificare l’accettazione perpetua di tale rischio per la nostra patria? Ci viene detto che la diplomazia di Kim è volta a dividere la Corea del Sud dagli statunitensi. E questo è innegabilmente vero. Il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, è in primo luogo responsabile verso il suo popolo, che per metà si trova nella gittata dell’artiglieria sulla DMZ. In una nuova guerra coreana, il suo Paese ne soffrirebbe di più. E benché apprezzi sicuramente l’impegno degli Stati Uniti nel combattere il Nord per conto del suo Paese, quale polizza assicurativa, Moon non vuole una seconda guerra coreana, e non vuole che il presidente Trump decida che ci sia. Comprensibilmente, vuole mette prima la Corea del Sud. Eppure, giustamente attribuisce a Trump il merito di portare i nordcoreani ai negoziati: “Do al presidente Trump l’enorme merito ad aver avanzato i colloqui inter-coreani, e vorrei ringraziarlo di questo”. Ma di nuovo, quali sono gli interessi statunitensi per cui dovremmo far correre il rischio di attacchi nucleari a decine di migliaia di truppe statunitensi in Corea e nelle basi in Asia, e persino alle nostre grandi città, in una guerra che altrimenti sarebbe limitata alla penisola coreana? La Cina confina con il Nord, ma non è vincolata a un trattato per combattere per conto del Nord. Anche la Russia confina con la Corea democratica e, come la Cina, fu indispensabile a salvare il Nord nella guerra del 1950-53. Ma la Russia non è impegnata da alcun trattato a combattere per il Nord. Perché, allora, gli statunitensi sono obbligati ad essere tra i primi a morire in una seconda guerra di Corea? Perché la difesa del Sud, con 40 volte l’economia e il doppio della popolazione del Nord, è un nostro dovere eterno?
L’impulso di Kim al deterrente nucleare è dettato da paura e calcolo. Il timore è che gli statunitensi che lo detestano facciano a lui, suoi regime e Paese, ciò che fecero a Sadam Husayn. Il calcolo è che ciò che gli statunitensi temono di più, l’unica cosa che li scoraggia, sono le armi nucleari. Una volta che la Russia sovietica e la Cina comunista acquisirono le armi nucleari, gli statunitensi non le attaccarono mai. Se riesce a puntare armi nucleari sulle truppe USA in Corea, le basi USA in Giappone, e le città degli Stati Uniti, ragiona Kim, gli statunitensi non gli lanceranno la guerra. Gli eventi recenti non gli hanno dato ragione? L’Iran non ha armi nucleari e certi statunitensi chiedono quotidianamente il “cambio di regime” a Teheran. Ma poiché Kim ha armi nucleari, gli statunitensi sembrano più ansiosi di colloquiare. La sua politica vince. Ciò che dice il suo arsenale nucleare è: come voi statunitensi avete messo a rischio di annientamento il mio regime e il mio Paese, metterò a rischio le vostre città. Se subiamo il vostro “fuoco e furia” nucleare, anche milioni di statunitensi lo subiranno. Il mondo intero guarda come finirà ciò. Per l’American Imperium, il nostro sistema di alleanze si regge su una promessa credibile: se attacchi qualcuno dei nostri alleati, sei in guerra con gli Stati Uniti. Dal Baltico al Mar Nero al Golfo Persico, dal Mar Cinese Meridionale alla Corea e al Giappone, costi e rischi legati al mantenimento dell’Imperium crescono. Con tutte queste promesse, garantendo la guerra per conto di altre nazioni, ci finiremo inevitabilmente. E questa generazione di statunitensi, ignari di ciò che i suoi nonni dovettero fare, si chiederà, come ha fatto in Iraq e Afghanistan: che ci facciamo dall’altra parte del mondo? “America First” è più di uno slogan.L’ultimo libro di Patrick J. Buchanan è Nixon’s White House Wars: The Battles That Made and Broke President and Divided America Forever.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Avvio dei colloqui in Corea – Potenza della diplomazia

SCF 12.01.2018Evitando l’orlo della guerra, per fortuna, i due Stati coreani procedevano questa settimana a tenere colloqui di pace, la prima volta che i due avversari avevano negoziati formali in quasi due anni. L’assenza di colloqui, al contrario, ha visto aumentare le tensioni soprattutto nell’ultimo anno, al punto che una guerra rischiava di scoppiare. Russia e Cina da parecchi mesi deploravano seriamente tale vuoto nella diplomazia. Mosca e Pechino hanno costantemente invitato tutte le parti a dialogare per risolvere il conflitto, basandosi sui principi dell’impegno nei mezzi pacifici, rispetto reciproco e senza precondizioni a qualsiasi dialogo. Un altro fattore chiave dell’avvio ai colloqui è stato il congelamento delle attività militari. Ancora una volta, tale sospensione delle azioni militari fu sollecitata da Russia e Cina. Quando la Corea del Sud ha prevalso sull’alleato statunitense nel posticipare le esercitazioni militari all’inizio di quest’anno, Pyongyang ricambiava rapidamente avviando il dialogo con una delegazione di Seoul nel villaggio di pace di Panmunjom, vicino la DMZ. Il Nord ha sempre protestato contro le manovre militari guidate dagli Stati Uniti nella penisola coreana, equiparandole ad un atto di guerra, impedendo così qualsiasi apertura. Finora, la Corea democratica si è astenuta dal condurre test nucleari o missilistici. L’anno scorso, una serie di test creò tensioni nella regione e nel mondo. L’amministrazione Trump aveva ripetutamente minacciato l’attacco preventivo sulla Corea democratica, accusandola d’intimidirne gli alleati nella regione. La Corea democratica, a sua volta, affermava che le forze statunitensi erano una minaccia alla sicurezza. Anche la retorica infuocata tra Trump e Kim Jong-un accumulava il circolo vizioso delle tensioni. I progressi fatti nei colloqui di questa settimana sono stati impressionanti. Inizialmente, l’incontro si svolse per discutere della partecipazione della Corea democratica alle Olimpiadi invernali che si terranno in Corea del Sud il prossimo mese. Il Nord ha debitamente accettato l’invito a parteciparvi, attenuando così i timori sulla sicurezza dei Giochi. Inoltre, inaspettatamente, le due parti decidevano quindi di tenere discussioni militari bilaterali per esplorare i modi per comporre l’antagonismo sulla penisola. Uno sviluppo molto incoraggiante che va consolidato con futuri colloqui. Significativamente, gli Stati Uniti si univano a Cina e Russia nel raccomandare l’iniziativa coreana. Il presidente Trump sosteneva l’omologo della Corea del Sud Moon Jae-in nell’impegno col Nord. Trump ha anche detto di esser pronto a un dialogo faccia a faccia con Kim Jong-un, “se le condizioni saranno quelle giuste”.
Kim Jong-un ha il merito di aver esteso un ramo d’ulivo alla Corea del Sud nel discorso di Capodanno. Anche Moon Jae-in, merita credito per aver ricambiato e concesso la sospensione delle esercitazioni militari. Il presidente Trump ha sorprendentemente tenuto il consiglio prudente di astenersi da osservazioni sconsiderate permettendo alle due Coree d’impegnarsi senza polemiche. Questo è esattamente il tipo di diplomazia che Russia e Cina sostengono. I progressi compiuti questa settimana, e si spera nel prossimo futuro, mostrano che la diplomazia può funzionare. L’alternativa sono tensioni, incomprensioni e conflitti catastrofici. Prudentemente, tuttavia, molti commenti dei media statunitensi hanno espresso un cinico punto di vista secondo cui la Corea democratica cerca di spingere un cuneo tra Washington e Corea del Sud, o che Pyongyang semplicemente gioca col tempo per sviluppare ulteriormente le armi nucleari. Tale cinismo è deplorevole e controproducente. Si corre il rischio di mettere a repentaglio l’impegno pacifico spingendo Washington ad intromettersi nei colloqui facendo richieste inaccettabili alla Corea democratica. Una di tali richieste è l’insistenza che la Corea democratica debba porre fine al programma nucleare quale condizione per il dialogo. Pyongyang ha categoricamente affermato che non rinuncerà unilateralmente al programma nucleare. Quindi, se Washington persegue tale corso emettendo ultimatum e trattando la Corea democratica come “Stato canaglia”, la via diplomatica diverrà un vicolo cieco. Washington deve mostrare modestia e saggezza nell’adempiere alle proprie responsabilità nel lungo conflitto coreano. Come l’ex-presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter consigliava, Washington deve firmare un trattato di pace formale con la Corea democratica segnando la fine della guerra di Corea (1950-53). La Corea democratica deve avere garanzie sulla sicurezza.
Se i colloqui ripresi questa settimana saranno sviluppati con buona volontà, rispetto reciproco e impegno per la pace, allora c’è motivo di ottimismo. In effetti, la diplomazia può funzionare. Questa è la lezione chiave di questa settimana. Ora diamo una possibilità alla pace.

Si sono tenuti colloqui inter-coreani di alto livello
KCNA 

I colloqui inter-coreani di alto livello si sono tenuti il 9 gennaio nella “casa della pace” nella parte sud di Panmunjom, tra grandi aspettative e interessi di tutti i connazionali e i cittadini nazionali ed esteri. Presenti erano una delegazione del nord guidata da Ri Son Gwon, presidente del Comitato per la Riunificazione pacifica del Paese della Corea del Nord, e una delegazione del sud col ministro dell’Unificazione Jo Myong Gyun come capo delegazione. Nei colloqui, le autorità del nord e del sud hanno discusso le questioni principali relative al successo delle XXIII Olimpiadi invernali nella Corea del Sud e al miglioramento delle relazioni inter-coreane, e adottato il seguente comunicato stampa congiunto.

Comunicato stampa congiunto di colloqui inter-coreani di alto livello
I colloqui inter-coreani di alto livello si sono tenuti a Panmunjom il 9 gennaio. Durante i colloqui, entrambe le parti hanno discusso sinceramente della partecipazione di una delegazione del nord alle XXIII Olimpiadi e Paralimpiadi invernali e al miglioramento delle relazioni inter-coreane in conformità col desiderio e le aspettative di tutti i coreani e hanno convenuto quanto segue:
Il nord e il sud hanno concordato di cooperare attivamente per garantire che le XXI Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali nella zona sud siano tenute con successo, fornendo l’occasione per migliorare il prestigio della nazione. A questo proposito il nord ha accettato di inviare una delegazione del Comitato olimpico nazionale, squadre sportive, un gruppo di allievi, una compagnia d’arte, un gruppo di dimostrazione del Taekwon-do e un corpo stampa insieme a una delegazione di alto livello alle Olimpiadi, e il sud ha accettato di fornire i supporto necessario. Le parti hanno concordato di aprire colloqui a livello operativo sull’invio dal Nord di una rappresentanza di preparazione e partecipazione ai Giochi olimpici invernali, e concordavano la definizione del programma di scambio dei documenti in futuro. Nord e sud hanno concordato sforzi concertati per allentare le tensioni militari, creare un ambiente pacifico nella penisola coreana e promuovere la riconciliazione e l’unità nazionale. Hanno condiviso il punto di vista che l’attuale tensione militare va risolta e perciò deciso di avere colloqui tra le autorità militari. Hanno deciso di promuovere la riconciliazione e l’unità nazionale rinvigorendo contatti e viaggi, e scambio e cooperazione in vari campi.
Nord e sud hanno accettato di rispettare le dichiarazioni e di risolvere tutti i problemi nelle relazioni intercoreane attraverso dialogo e negoziati sul principio della nostra stessa nazione. Perciò, entrambe le parti hanno convenuto di avere colloqui su ogni campo, insieme a colloqui ad alto livello tra nord e sud volti a migliorare le relazioni inter-coreane.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perno della Cina verso i mercati mondiali, perno di Washington verso le guerre mondiali…

Prof. James Petras, Global Research 11 gennaio 2018
Quest’articolo del Professor James Petras, pubblicato per la prima volta nell’agosto 2016, mette in primo piano il conflitto tra Stati Uniti e Cina.La Cina e gli Stati Uniti si muovono in direzioni opposte: Pechino sta rapidamente diventando il centro degli investimenti esteri nelle industrie ad alta tecnologia, tra cui robotica, energia nucleare e macchinari avanzati con la collaborazione di centri di eccellenza tecnologica, come la Germania. Al contrario, Washington persegue un perno militare predatore nelle regioni meno produttive con la collaborazione degli alleati più barbari, come l’Arabia Saudita. La Cina avanza verso la superiorità economica globale prendendo a prestito e innovando i metodi di produzione più avanzati, mentre gli Stati Uniti degradano e sviliscono i passati immensi risultati produttivi per promuovere guerre di distruzione. La crescente importanza della Cina è il risultato di un processo cumulativo avanzato in modo sistematico, combinando crescita graduale della produttività e dell’innovazione con salti improvvisi nella tecnologia all’avanguardia.

Le fasi di crescita e successo della Cina
La Cina è passata da Paese fortemente dipendente dagli investimenti stranieri nelle industrie per le esportazioni, ad economia basata su investimenti congiunti pubblico-privati per le esportazioni ad alto valore. La crescita iniziale della Cina era basata su manodopera a basso costo, tasse basse e poche regolamentazioni sul capitale multinazionale. Il capitale straniero e i miliardari locali stimolarono la crescita, sulla base di alti tassi di profitto. Man mano che l’economia cresceva, l’economia cinese passava ad aumentare le competenze tecnologiche e richiedeva maggiore “contenuto locale” per i manufatti. All’inizio del nuovo millennio, la Cina sviluppava industrie di fascia alta, basate su brevetti e competenze ingegneristiche locali, canalizzando un’alta percentuale di investimenti in infrastrutture civili, trasporti ed istruzione. I massicci programmi di apprendistato hanno creato una forza lavoro qualificata che aumenta la capacità produttiva. Le massicce iscrizioni alle università di scienze, matematica, informatica ed ingegneria hanno fornito un grande afflusso di innovatori di fascia alta, molti dei quali avevano acquisito esperienza nella tecnologia avanzata dai concorrenti esteri. La strategia della Cina si è basata su prestito, apprendimento, aggiornamento e competizione con le economie più avanzate d’Europa e Stati Uniti. Alla fine dell’ultimo decennio del XX secolo, la Cina poteva lanciarsi oltremare. Il processo di accumulazione le forniva le risorse finanziarie per acquisire imprese dinamiche all’estero. La Cina non era più confinata agli investimenti nei minerali e nell’agricoltura nei Paesi del Terzo Mondo. La Cina cerca di conquistare settori tecnologici di fascia alta nelle economie avanzate. Nel secondo decennio del 21° secolo, gli investitori cinesi passavano in Germania, il gigante industriale più avanzato d’Europa. Nei primi 6 mesi del 2016 gli investitori cinesi acquisirono 37 società tedesche, rispetto alle 39 nel 2015. Gli investimenti totali della Cina in Germania per il 2016 potrebbero raddoppiare ad oltre 22 miliardi di dollari. Nel 2016, la Cina acquistò la KOKA, la più innovativa società di ingegneria della Germania. La strategia della Cina è avere la superiorità nella futura industria digitale. La Cina passa rapidamente all’automatizzare delle industrie, con piani per raddoppiare la densità dei robot rispetto agli Stati Uniti entro il 2020. Scienziati cinesi e austriaci hanno lanciato con successo il primo sistema di comunicazione satellitare via quantum, che secondo quanto riferito è “a prova di hackeraggio”, garantendo la sicurezza delle comunicazioni della Cina. Mentre gli investimenti globali della Cina continuano a dominare i mercati mondiali, Stati Uniti, Regno Unito ed Australia hanno cercato d’imporre barriere agli investimenti. Affidandosi a false “minacce alla sicurezza”, la prima ministra inglese Theresa May bloccava una centrale nucleare dall’investimento miliardario cinese (Hinckley Point C). Il pretesto era la pretesa spuria che la Cina avrebbe usato la sua quota per “ricattare sull’energia, minacciando di spegnere la luce in caso di crisi internazionali”. Il Comitato per gli investimenti esteri statunitense bloccava diversi investimenti cinesi in settori ad alta tecnologia. Nell’agosto 2016, l’Australia bloccò l’acquisto per 8 miliardi di dollari della partecipazione di controllo nella maggiore rete elettrica australiana per dei pretesti sulla “sicurezza nazionale”. Gli imperi anglo-statunitense e tedesco sono sulla difensiva. Non sempre possono competere economicamente con la Cina, anche nel difendere le proprie industrie innovative. In gran parte questo è il risultato delle loro politiche fallimentari. L’élite economica occidentale sempre più si affida alla speculazione a breve termine nelle finanza, immobiliare e assicurazioni, trascurando la base industriale. Guidata dagli Stati Uniti, la suo dipendenza dalle conquiste militari (costruzione militaristica dell’impero) assorbe le risorse pubbliche, mentre la Cina ha diretto le proprie risorse verso tecnologie innovative ed avanzate.
Per contrastare il progresso economico della Cina, il regime di Obama attuava una politica di costruzione di mura economiche in patria, restrizioni commerciali all’estero e scontro militare nel Mar Meridionale della Cina, rotta commerciale strategica della Cina. I funzionari degli Stati Uniti aumentavano le restrizioni sugli investimenti cinesi nelle imprese statunitensi ad alta tecnologia, tra cui un investimento da 3,8 miliardi di dollari per Western Digital e Philips, che tentavano di vendere le proprie attività nell’illuminazione. Gli Stati Uniti hanno bloccato “l’acquisizione da parte di Chen China, con 44 miliardi di dollari, del gruppo chimico svizzero “Syngenta”. I funzionari degli Stati Uniti fanno tutto il possibile per fermare gli accordi innovativi da miliardi di dollari che vedono la Cina partner strategico. Accompagnando il muro interno, gli Stati Uniti mobilitano il blocco oltreoceano della Cina attraverso la Trans-Pacific-Partnership, che propone di escludere Pechino dalla partecipazione alla “zona di libero scambio” con una dozzina di membri di Nord America, America Latina e Asia. Tuttavia, non una sola nazione membro del TPP ha ridotto il commercio con la Cina. Al contrario, aumentano i legami con la Cina, un commento eloquente sull’abilità di Obama nel ‘fare perno’. Mentre il “muro economico interno” ha avuto alcuni impatti negativi su particolari investitori cinesi, Washington non è riuscita ad intaccare le esportazioni cinesi verso i mercati statunitensi. L’incapacità di Washington di bloccare il commercio cinese è stato ancora più dannosa allo sforzo di Washington di circondare la Cina in Asia e America Latina, Oceania e Asia. Australia, Nuova Zelanda, Perù, Cile, Taiwan, Cambogia e Corea del Sud dipendono molto più dai mercati cinesi che dagli Stati Uniti per sopravvivere e crescere. Mentre la Germania, di fronte alla crescita dinamica della Cina, ha scelto di “collaborare” e condividere investimenti produttivi su vasta scala, Washington ha scelto di formare alleanze militari per affrontarla. La belluina alleanza militare degli Stati Uniti con il Giappone non ha intimidito la Cina. Piuttosto ha declassato le loro economie interne ed influenza economica in Asia. Inoltre, il “perno militare” di Washington ha approfondito e ampliato i legami strategici della Cina con le fonti energetiche e la tecnologia militare della Russia. Mentre gli Stati Uniti spendono centinaia di miliardi in alleanze militari coi regimi clientelari baltici arretrati e gli Stati parassitari mediorientali (Arabia Saudita, Israele), la Cina accumula competenze strategiche dai legami economici con la Germania, risorse dalla Russia e quote di mercato tra i “partner” di Washington in Asia e America Latina. Non c’è dubbio che la Cina, seguendo la via tecnologica e produttiva della Germania, vincerà sull’isolazionismo economico e la strategia militarista globale statunitensi. Se gli Stati Uniti non sono riusciti a imparare dalla strategia economica riuscita della Cina, lo stesso fallimento può spiegare la fine dei regimi progressisti in America Latina.Il successo della Cina e il ritiro latino-americano
Dopo oltre un decennio di crescita e stabilità, i regimi progressisti dell’America Latina si sono ritirati. Perché la Cina ha continuato a seguire la via della stabilità e della crescita mentre i partner latinoamericani si sono ritirati e hanno subito sconfitte? Brasile, Argentina, Venezuela, Uruguay, Paraguay, Bolivia ed Ecuador, per oltre un decennio hanno avuto una storia di successo del centrosinistra dell’America Latina. Le loro economie aumentavano, la spesa sociale aumentava, la povertà e la disoccupazione si riducevano e il reddito dei lavoratori cresceva. Successivamente, le loro economie andarono in crisi, il malcontento sociale crebbe e caddero i regimi di centro-sinistra.
A differenza della Cina, i regimi di centro-sinistra latino-americani non diversificarono le loro economie: rimasero fortemente dipendenti dal boom delle materie prime per la crescita e la stabilità. Le élite latinoamericane presero in prestito e dipendevano dagli investimenti e dal capitale finanziario esteri, mentre la Cina si è impegnata in investimenti pubblici nell’industria, nelle infrastrutture, nella tecnologia e nell’istruzione. I progressisti latino-americani si unirono al capitalismo straniero e agli speculatori locali nella speculazione e nei consumi immobiliari non produttivi, mentre la Cina investiva in industrie innovative in patria e all’estero. Mentre la Cina consolidava il dominio politico, i progressisti latinoamericani “alleati” con gli avversari strategici nazionali e stranieri delle multinazionali, per “condividere il potere”, che di fatto erano pronti ad estromettere i loro alleati “di sinistra”. Quando l’economia basata sulle materie prime crollò, così fecero i legami politici con i soci d’élite. Al contrario, le industrie cinesi beneficiarono dei bassi prezzi globali delle materie prime, mentre la sinistra dell’America Latina ne soffriva. Di fronte all’ampia corruzione, la Cina lanciò una grande campagna epurando oltre 200000 funzionari. In America Latina, la sinistra ignorò i funzionari corrotti, permettendo all’opposizione di sfruttare gli scandali per cacciare i funzionari di centro-sinistra. Mentre l’America Latina importava macchine e componenti dall’occidente; la Cina acquistava le società occidentali per produrre macchine e tecnologia, che quindi adottò per i miglioramenti tecnologici cinesi. La Cina superò con successo la crisi, sconfisse gli avversari e procedette ad espandere il consumo locale e a stabilizzare il governo.
Il centro-sinistra latino-americano subiva sconfitte politiche in Brasile, Argentina e Paraguay, perse le elezioni in Venezuela e Bolivia e si ritirava in Uruguay.

Conclusione
Il modello economico politico cinese ha superato l’occidente imperialista e l’America latina di sinistra. Mentre gli Stati Uniti hanno speso miliardi in Medio Oriente nelle guerre per conto d’Israele, la Cina ha investito somme simili in Germania per tecnologie avanzate, robotica e innovazioni digitali. Mentre il “perno dell’Asia” del presidente Obama e della segretaria di Stato Hillary Clinton fu in gran parte una dispendiosa strategia militare per accerchiare e intimidire la Cina, il “perno dei mercati” di Pechino ne ha migliorato la competitività economica. Di conseguenza, nell’ultimo decennio, il tasso di crescita della Cina è tre volte superiore quello degli Stati Uniti; e nel prossimo decennio la Cina raddoppierà gli Stati Uniti nel “robotizzare” l’economia produttiva. Il perno verso l’Asia degli USA, con la loro forte dipendenza dalle minacce militari e dalle intimidazioni, è costato miliardi di dollari in mercati e investimenti perduti. Il “perno della Cina verso la tecnologia avanzata” dimostra che il futuro sta in Asia e non in occidente. L’esperienza della Cina offre lezioni ai futuri governi di sinistra latinoamericani. Innanzitutto, la Cina sottolinea la necessità di una crescita economica equilibrata, al di là dei benefici a breve termine derivanti dal boom delle materie prime e dalle strategie consumistiche. In secondo luogo, la Cina dimostra l’importanza dell’istruzione tecnica professionale e dei lavoratori per l’innovazione tecnologica, al di là della scuola del business e dell’educazione “speculativa” non produttiva, così pesantemente enfatizzate negli Stati Uniti. In terzo luogo, la Cina bilancia la spesa sociale con investimenti nelle attività produttive principali; competitività e servizi sociali sono combinati. Crescita e stabilità sociale della Cina, l’impegno per l’apprendimento e a superare le economie avanzate hanno importanti limiti, specialmente nelle aree dell’uguaglianza sociale e del potere popolare. Qui la Cina può imparare dall’esperienza della sinistra dell’America Latina. I progressi sociali del Presidente venezuelano Chavez sono degni di studio ed emulazione; i movimenti popolari in Bolivia, Ecuador e Argentina, che hanno espulso i neo-liberali dal potere, potrebbero intensificare gli sforzi in Cina per superare il nesso business-saccheggio e fuga di capitali. La Cina, nonostante i limiti socio-politici ed economici, ha resistito alle pressioni militari statunitensi e le ha persino ‘rovesciate’ avanzando in occidente.
In ultima analisi, il modello di crescita e stabilità della Cina offre certamente un approccio di gran lunga superiore alla recente debacle della sinistra latinoamericana e al caos politico derivante dalla ricerca di Washington della supremazia militare globale.Traduzione di Alessandro Lattanzio