Cos’era veramente in gioco nelle elezioni francesi?

Gearóid Ó Colmáin 6 maggio 2017Forse sono le elezioni presidenziali più importanti della storia del dopoguerra francese, ma quali sono le questioni sostanziali ignorate dalla stampa aziendale? Uno degli episodi più divertenti delle presidenziali francese era Jean-Luc Mélenchon, capo di Francia Indomita, leggere una lettera degli operai in sciopero della Guyana francese che affermavano di non poter più far fronte all’immigrazione in massa da Suriname e Brasile, con gli immigrati accovacciati in città e villaggi e una delinquenza fuori controllo. Jean-Luc Mélenchon favorisce i confini aperti. Cherchez l’erreur!
Il Fronte Nazionale (FN) ha ottenuto il voto massimo nella storia del partito nei territori d’oltremare. La Guyana francese, dove la mancanza di servizi sociali, istruzione e l’immigrazione di massa hanno provocato danni alla popolazione locale, ha votato in modo notevole per Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali. Le Pen è andata bene anche a Mayotte dove la popolazione nativa ha subito gravi conseguenze sociali dall’immigrazione di massa. Nelle elezioni, si sceglieva tra un candidato che rappresenta il capitalismo finanziario nella forma più perversa, Emmanuel Macron, e il nazionalismo basato sull’alleanza tra piccola borghesia e classe operaia di Marine Le Pen. Molti dei miei critici sui social media senza dubbio mi chiamano “fascista” e “razzista” per aver eliminato le bugie dell’oligarchia su Le Pen. Come il geografo francese Christophe Guilluy ha accuratamente sottolineato, “antifascismo” e “anti-razzismo” sono ora le armi ideologiche della borghesia, utilizzate per mantenere il dominio di classe . Gli “anti-razzisti” di ultra-sinistra sono gli utili idioti della borghesia. Il razzismo ha una base puramente economica e materiale. È solo rimuovendola che le razze possono “tollerarsi” e cooperare sulla base dell’uguaglianza. Una parte significativa della classe operaia francese non ha interesse nell'”antifascismo” piccolo borghese. Ha letto il programma del Fronte Nazionale e vi ha visto i propri interessi di classe. Marine Le Pen aveva battuto il concorrente al primo turno Macron arrivando alla Whirlpool di Amiens prima del rivale. Le Pen è stata accolta calorosamente dagli operai, promettendo di non permettere che l’impianto venga trasferito in Polonia. Macron, d’altra parte, è stato scacciato dalla fabbrica. Non era venuto a vedere i lavoratori ma piuttosto a consultarsi con i collaborazionisti della Confederazione del Lavoro (CGT), il cui compito era dire ai lavoratori di votarlo, votare per il proprio suicidio. CGT e Partito comunista francese (PCF) invitavano i lavoratori a votare per il banchiere dei Rothschild Macron. Dall’adozione del revisionismo sovietico negli anni Cinquanta con Maurice Thorez, il PCF è divenuto un partito socialdemocratico e adesso anche di destra. Previdi qualche tempo fa che il traditore trotskista Jean-Luc Mélenchon avrebbe sostenuto Macron, dicendo ai suoi seguaci di non votare Le Pen, quindi di sostenere Macron. Nonostante le politiche sociali di Mélenchon e Le Pen siano praticamente le stesse.

Nazionalisti di sinistra e alter-globalisti
Poiché al secondo turno, il 15 per cento o più dei voti al candidato Jean-Luc Mélenchon votava per Le Pen, è importante capire somiglianze e differenze tra i nazionalisti ed alter-mondialisti o alter-globalisti. Non c’è motivo di parlare delle politiche di Emmanuel Macron., non avendone. La grande differenza tra Marine Le Pen e Mélenchon è che la prima vuole porre fine al dominio monetario coloniale francese sull’Africa abbandonando il franco CFA, consentendo così lo sviluppo economico africano, mentre l'”anti-razzista” Mélenchon preferisce infliggergli un’enorme dose di bombardamenti umanitari sotto il mandato delle Nazioni Unite e forse alcune scatole di magliette di Che Guevara usate. Stéphan N’Goran, leader ivoriano della Nouvelle Entente Francophone (NEF), sosteneva il Fronte Nazionale, ritenendone le politiche più favorevoli alla liberazione nazionale africana. Mélenchon supporta anche il matrimonio gay e l’insegnamento della pseudoscienza LGBT ai bambini, a cui si oppone il Fronte Nazionale. Anche qui la posizione del Fronte Nazionale sulla sessualità è molto più vicina al marxismo classico rispetto alla decadenza bohemistica borghese promossa dai melechonisti. Un’altra grande differenza tra Mélenchon e Le Pen è che Le Pen sembra almeno pensare seriamente di lasciare euro ed Unione europea. Mélenchon non sembra neanche serio. Mélenchon dice che vuole lasciare la NATO, ma l’articolo 42 del Trattato dell’Unione europea dice che tutte le nazioni dell’UE devono essere nella NATO. La politica gollista di Le Pen, ritirarsi dalle strutture comandate dalla NATO, è possibile e costituirebbe un passo importante verso la liberazione della Francia, anche se in forma limitata, dall’egemonia statunitense. Le Pen e Mélenchon differiscono anche sulla politica energetica. Le Pen supporta l’industria nucleare della Francia, mentre Mélenchon vuole abbandonarla. Studi recenti a Chernobyl e Fukushima hanno dimostrato che la natura può tollerare livelli di radiazioni molto più alti senza quegli effetti dannosi precedentemente pensati. Wade Allison, professore emerito di fisica nucleare dell’Università di Oxford, sostiene che gli esseri umani possono probabilmente assorbire 1000 volte l’attuale livello di sicurezza raccomandato di radiazioni. Il suo libro Reason and Radiation: La scienza nella cultura della paura, è d’obbligo per chi è interessato all’energia pulita, sicura, efficace e economica. La difesa audace di Le Pen delle centrali nucleari francesi e la sua opposizione alla loro privatizzazione è un’altra ragione per cui è più moderna e progressista del trotskoide. L’ottanta per cento dell’elettricità francese proviene dal nucleare. A mio avviso, Le Pen rappresentava l’avversario più netto degli OGM e della Monsanto nell’Unione europea. Mantenere l’Europa libera da OGM e dominio della Monsanto è di fondamentale importanza. Il Fronte Nazionale propone di utilizzare i miliardi di Euro dei contributi dell’UE per investire nelle piccole coltivazioni familiari. Il problema della sicurezza e della qualità alimentare è qualcosa che i francesi, forse più di qualsiasi altra nazione, prendono molto seriamente; cibo e vino francesi sono i migliori del mondo. Il Fronte Nazionale è l’unico partito che ha forti politiche per rilanciare e proteggere l’agricoltura francese. È per questo che Marine Le Pen è stata accolta calorosamente al Salone dell’Agricoltura Francese, mentre Emmanuel Macron è stato accolto dalle uova!

La “rivoluzione” di Macron
La differenza tra Le Pen e Macron è, per molti aspetti, quella tra scienza e superstizione. Macron è un mago che lavora per un gruppo di trafficanti. Si esibisce sul palco gridando e sbattendo, ipnotizzando i seguaci con trucchi e incantesimi. Eppure non molti frequentano i suoi raduni. Un reportage televisivo critico di Macron pubblicato su YouTube mostra come i media nascondessero le sale vuote dei suoi raduni. Molti comunisti in Francia mi hanno detto in privato di sostenere Marine Le Pen, ma non gliel’ho mai sentito dire in pubblico. C’è una stigma terrificante associata al Front National. Dopo tutto, Jean-Marie Le Pen ha sostenuto Pinochet, Franco e ogni tipo di squadrone della morte durante la guerra fredda. Era un colonialista fanatico che si oppose alla liberazione algerina. Era certamente un capo di destra che si paragonò a Ronald Reagan. Il fondatore comunista della rete Voltaire, Alain Benajam, mi ha detto di recente che i Comunardi di Parigi del 1871 erano nazionalisti piccolo-borghesi, non rivoluzionari proletari. L’ideologia nazionalista piccolo-borghese della Comune di Parigi fu spiegata dallo storico di sinistra Henri Guillemin, che citò come autorità sulla questione nient’altri che il compagno Stalin. Nei primi anni ’90 Jean-Marie Le Pen si rese conto che la cospirazione massonica che aveva sempre percepito nel “comunismo” o per essere più precisi, nel socialimperialismo sovietico e nel trotskismo, era divenuta l’ideologia della globalizzazione selvaggia e del “nuovo ordine mondiale”. Da allora il Fronte Nazionale si spostò a sinistra, avvicinandosi laddove il Partito Comunista francese revisionista se ne andava; non assunse la lotta di classe come slogan elettorale, ma piuttosto il “popolo” contro il Nuovo Ordine Mondiale. Anche se è chiamato partito di destra dai nemici, il Fronte Nazionale afferma di essere “né di sinistra né di destra”. La corretta descrizione del Fronte Nazionale oggi è partito nazionalista di sinistra. Il Fronte Nazionale è l’unica organizzazione dalla caduta dell’URSS ad occupare la linea del PCF sull’immigrazione: una politica della classe dirigente per sabotare e ridurre i salari. L’immigrazione, affermò Jean-Marie Le Pen, era uno strumento del capitale contro il lavoro. Infatti, Le Pen ammise che fu usato per indebolire le prospettive della rivoluzione comunista in Francia. Molti lavoratori, abbandonati dal PCF borghese, cominciarono ad ascoltare la linea populista del FN, mentre tutti gli altri partiti si spostarono ulteriormente verso destra. L'”estrema destra” in Francia era l’unico partito di massa dalle posizioni tradizionali di sinistra sugli interessi chiave della classe operaia. È sempre più chiaro che Jean-Marie Le Pen non sbagliò sull’analisi della sinistra trotskista e maoista del 1968. Erano, come sottolineò il filosofo Clouscard, l’avanguardia del capitalismo finanziario. L’intellettuale francese Alain Soral ha avuto una grande influenza nel spingere il Fronte Nazionale a sinistra. Soral è un marxista clouscardiano e un ex-membro del PCF che comprende le contraddizioni primarie e secondarie della lotta di classe. Molti comunisti hanno malignato su Soral per aver sostenuto l’FN, ma ha fatto molto di più per educare la classe operaia francese con i suoi libri e video, che tutti i suoi critici.
Quindi, cosa possiamo aspettarci da Marine Le Pen? Come dissi di Trump, “molto poco, quasi niente”. È dubbio se eletta, e sarebbe una sorpresa, lasci l’UE. Poteva ottenere alcune importanti concessioni sul controllo delle frontiere e la politica monetaria. Poteva sostenere l’industria francese perché la sua base in gran parte sono lavoratori. Poteva tentare di lasciare l’asse Atlantico e gravitare verso l’Eurasia ed doveva anche offrire all’Africa un accordo migliore se l’imperialismo francese dovesse competere con la Cina. Certamente si sarebbe scontrata con l’impero di Soros, i mass media e l’oclocrazia di sinistra. Se sinceramente patriottica, la Francia poteva sopravvivere alla tempesta imminente. Ma è in guerra civile, in un modo o nell’altro. Le Pen non è così vicina alla lobby ebraica in Francia quanto Trump negli USA. Non fu invitata alla cena annuale del Consiglio dei Rappresentanti delle Istituzioni Ebraiche in Francia (CRIF) l’equivalente francese del Comitato Americano degli Affari Pubblici israeliani (AIPAC). Piuttosto, come Putin in Russia, Le Pen è riuscita a dividere gli ebrei francesi, con alcuni che la sostengono. Ma gran parte del sostegno degli ebrei sionisti è per l’opposizione di Le Pen all”islamizzazione della Francia. Molti ebrei sionisti temono che gli immigrati musulmani non conoscano o non si preoccupino dell’olocausto e critichino lo Stato ebraico, mentre la maggioranza del sionismo mondiale supporta l’immigrazione di massa dei musulmani in Europa come forma d’ingegneria della migrazione coercitiva che farebbe crollare le nazioni europee, secondo gli obiettivi geopolitici degli USA in Europa. Ma è chiaro che Marine Le Pen si oppone all’ideologia wahhabita esportata in Europa dall’Arabia Saudita, piuttosto che all’Islam in sé, con la possibilità che la politica estera verso i Paesi islamici sia simile a quella dell’Ungheria di Viktor Orban. Ad esempio, l’Ungheria ha eccellenti relazioni con l’Iran. Tuttavia, è difficile che le relazioni francesi con il regime saudita siano rotte per via dei grandi contratti su armamenti e commerciali firmati negli ultimi anni. Non c’è dubbio che concentrarsi sull’Islam ignorando l’ebraismo e il sionismo sia una pessima politica, ma Nicolas Dupont-Aignan, leader del partito France Debout e sostenitore di Marine Le Pen, è un noto critico d’Israele. C’era la possibilità di tornare ad una politica francese indipendente in Medio Oriente. Dupont-Aignan disse ai media francesi dopo l’attacco fasullo delle armi chimiche in Siria che non credeva che Assad ne fosse responsabile. Dupont-Aignan fu uno dei pochi deputati che si oppose alla guerra in Libia nel 2011. Doveva essere il Primo ministro di Le Pen.
La posta elettronica di Wikileaks sulla squadra di Emmanuel Macron potrebbe rivelare molta corruzione, ma può anche servire ad avvertire il Cremlino. Un tweet di Wikileaks afferma che molti file hanno metadati cirillici. Questi documenti confusi con documenti autentici, verificati da fonti affidabili, basterebbero ad incolpare il Cremlino di aver tentato di influenzare le elezioni e servire da pretesto per chiudere i media russi, sempre più influenti in Francia. I giornalisti di France Inter e Le Monde mi hanno accusato di essere un agente del Cremlino. Se l’intelligence russa ne venisse accusata, notiziari e giornalisti che collaborano con Mosca potrebbero essere criminalizzati. Sotto la dittatura di Macron tutto è possibile. I media francesi sono stati avvertiti dal governo di non parlare della fuga. La stampa israeliana accusa Putin. Secondo l’ex funzionario della CIA Robert Steele, WikiLeaks ha collegamenti con il servizio d’intelligence israeliano Mossad. Non possiamo verificare tale affermazione né spiegare completamente cosa potrebbe significare. La matrice delle informazioni è infinitamente complessa e sempre sfuggente.

Tempo per prendere posto
Molti sinistri e comunisti in Francia hanno optato per l’astensione al secondo turno, giudicandolo magico. Per certi aspetti hanno ragione. Ma c’è anche il pericolo di mancare un’occasione storica per raggiungere il disperato proletariato francese, sia nella ‘Metropole’ che nei territori d’oltremare. Abbiamo due candidati che pretendono di non essere né di sinistra né di destra. Macron è un protetto dell’economista ed oligarchia Jacques Attali. Nel suo libro “Urgence Francaise” Attali dice che la Francia ha sempre bisogno di una rivoluzione per salvaguardarsi dalla distruzione. Il libro di Emmanuel Macron è intitolato “Rivoluzione”. Attali scrive: “L’episodio finirà indubbiamente con la nomina dello Stato di un uomo o una donna a cui sarà assegnato il compito di attuare le riforme che i partiti democratici non hanno avuto il coraggio di fare, anche a prezzo di limitare le libertà personali“; p. 144. Nell’ultimo dibattito con Macron, Le Pen non riescì ad impressionare. Le sue gesticolazioni selvagge ed emotive l’hanno resa una patetica avversaria plausibile. Ora sembra che il banchiere di Rothschild sia il prossimo presidente francese. Macron è la “rivoluzione” bonapartista della globalizzazione che deve uccidere ciò che è rimasto della Francia, schiavizzarne il popolo mentre ne distrugge cultura, lingua, storia ed economia. Inchioderà una grande civiltà e uno dei più antichi Stati nazionali del mondo sulla croce dell’imperialismo atlantista e sionista. L’analisi dialettica dell’imperialismo nella sua forma attuale dimostra che la contraddizione primaria è oggi tra globalizzazione e Stato-nazione, tra borghesia compradora e borghesia nazionale. La contraddizione secondaria è tra borghesia nazionale e proletariato. La vittoria di Trump negli Stati Uniti ha indebolito e diviso l’imperialismo statunitense. Comunque, come previdi, non è granché, quasi niente. Una vittoria di Le Pen avrebbe dato sempre poco. Ma due “pochissimi” costituirebbero molto, e due “quasi” sono qualcosa. Ecco perché speravo nella vittoria di Le Pen.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Gli intellettuali di sinistra vogliono dirottare le proteste operaie in Francia

Gearóid Ó Colmáin, AHTribune 25 maggio 2016

L’ondata di scioperi in tutta la Francia mostra che la militanza della classe lavoratrice rimane forte. Ma il movimento operaio deve rompere con la collaborazione di classe e la socialdemocrazia, se vuole avere successo nel promuovere la causa dei poveri.Tete-manif28avril-LyonIn tutta la Francia scioperi e manifestazioni sono in corso. La gente protesta contro il tentativo del governo francese di riformare le leggi sul lavoro che renderebbe più facile assumere e licenziare. Le leggi sul lavoro francesi sono sempre state viste come ostacolo al progresso dalla classe dominante per via della modesta protezione assicurata ai lavoratori. Dal fronte popolare del 1936 e in particolare dal Consiglio Nazionale della Resistenza formato dopo la liberazione nel 1945, l’operaio francese ha tratto significativi progressi. Questi ‘acquis sociaux’ o conquiste sociali vengono ora brutalmente ritirati da una potente oligarchia che spinge al ribasso il costo del lavoro e aumenta i profitti dei capitalisti. Uno dei motivi per cui la società francese ha compiuto tale netto progresso economico e sociale dopo la seconda guerra mondiale era la forte presenza del Partito comunista francese (PCF). Il PCF ha giocato un ruolo chiave nel resistere e rovesciare l’occupazione nazista. Alla fine della guerra era il più grande e potente partito in Francia. I comunisti ebbero una notevole influenza sulle politiche del Consiglio Nazionale della Resistenza e nell’alleanza con i gollisti crearono una forte economia guidata dall’industria statale, istruzione gratuita, assistenza sanitaria universale e modesti miglioramenti nel tenore di vita. Tuttavia, i comunisti francesi non attuarono mai una strategia rivoluzionaria per prendere il potere e imporre la dittatura del proletariato. L’Internazionale comunista non aveva mai approvato la nomina di Maurice Thorez a Segretario generale del partito comunista negli anni ’30, giudicando correttamente che non aveva afferrato la concezione marxista dello Stato. La morte dei grandi comunisti francesi Henri Barbusse e Fernand Grenier prima e durante la guerra ne mise in crisi le prospettive di effettiva direzione rivoluzionaria. Discorsi e scritti di Thorez rivelano che era più vicino a Rousseau che a Marx; il comunista francese era più di un umanista piccolo-borghese che un leninista rivoluzionario. Il Presidente De Gaulle avrebbe osservato che non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione comunista in Francia finché Thorez era a capo del PCF, ed aveva ragione. Già nel 1947, Thorez disse alla rivista Time che i comunisti francesi erano alla ricerca della ”terza via” al socialismo, una forma di collaborazione di classe che avrebbe miracolosamente portato all’eliminazione della classe; tale assurdità opportunistica pervase tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Albania) che affermavano di costruire il socialismo, preferendo usare il termine ‘democrazia popolare’ al posto di dittatura del proletariato. Nella Repubblica democratica tedesca, per esempio, il saggio consiglio di Mosca di non tentare la costruzione socialista finché il Paese non si fosse riunificato venne ignorato da Walter Ulbricht, capo del Partito di Unità Socialista. I sovietici avevano capito che un tentativo di costruire il socialismo nell’altamente agraria e sottosviluppata Germania orientale, avrebbe avvantaggiato la zona occidentale occupata dagli Stati Uniti; gli Stati Uniti avrebbero indotto i contadini della Germania orientale a fuggire nella zona più industrializzata, le cui industrie furono volutamente risparmiate dai bombardamenti alleati. Di conseguenza, Eric Honecker ammise nel 1972 che il Paese non era ancora socialista. I tedeschi orientali intrapresero al ‘terza via’, creando una socialdemocrazia piccolo-borghese in cui i partiti democratici e liberal-cristiani sedevano a fianco del Partito di Unità Socialista al Volkskamer (parlamento).
Negli scioperi a Marsiglia e in Francia nel 1947, il Paese fu a un punto morto. I lavoratori francesi furono sorpresi dalle condizioni dell’austerità imposta dal governo De Gaulle durante la ricostruzione della Francia. A causa dell’atteggiamento sulla ‘terza via’ piccolo-borghese della leadership del PCF, non vi era alcuna strategia rivoluzionaria per prendere il potere ed espropriare gli espropriatori. Gaston Defferre, sindaco socialista di Marsiglia, collaborò con la CIA per spezzare lo sciopero importando lavoratori stranieri e riabilitando la narcomafia locale contro i sindacati organizzati dai comunisti. Una grande opportunità fu persa. Nel 1968 in Francia scoppiarono di nuovo importanti scioperi e manifestazioni contro le cattive condizioni di lavoro e dei salari. Vi erano due aspetti chiave da considerare per comprendere le rivolte di Parigi nel 1968. Uno riguarda la geopolitica e l’altra la lotta di classe degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti volevano chiaramente cacciare De Gaulle e avvicinare la Francia alla NATO e all’economia neo-liberale. Dall’altra parte, la militanza della classe lavoratrice minacciava di rovesciare l’ordine borghese. Scioperi di massa diedero vantaggi significativi alla classe operaia francese, riuscendo a ottenere un aumento del salario minimo. Questi progressi furono presto vanificati, tuttavia, con l’inflazione dopo il 1968. Inoltre, i capi delle proteste degli studenti, in particolare Daniel Cohn-Bendit, erano sul libro paga della CIA. Cohn-Bendit continuò la carriera illustre nell’UE una volta sabotata la rivolta popolare in nome dell’imperialismo, non l’unico crimine di cui il politico francese fu accusato. Vi furono numerose accuse di molestie a bambini. La rivolta del 1968 fu l’inizio della fine per la prospettiva di un cambiamento rivoluzionario in Francia. La maggior parte dei capi della sinistra, in età avanzata, divennero chiassosi sostenitori dell’imperialismo degli Stati Uniti e del sionismo; Bernard-Henri Lévy, André Glucksman, Alain Krivine, Bernard Kouchner, Daniel Bensaïd, Henri Weber, Pierre Lambert. Tiennoch Grumbach, Marc Kravetz e molti altri divennero i sostenitori più fanatici del capitalismo e dell’imperialismo degli Stati Uniti. Con De Gaulle scomparso, l’embargo sulle armi ad Israele, imposto nel 1967, venne prontamente sollevato dal presidente Pompidou e nel 1973 fu approvata la legge Rothschild che privava lo Stato francese del diritto di stampare moneta. Il risultato fu il crollo dello standard di vita e l’esplosione del debito nazionale, con 1400 miliardi di euro solo sugli interessi da pagare, soprattutto, a banchieri privati stranieri.
L’ibridismo della rivolta del 1968 è una lezione attuale. Mentre i lavoratori francesi intraprendono azioni concrete, occupando raffinerie di petrolio, centrali nucleari e fermando i mezzi pubblici, il regime di Hollande affronta la prospettiva di una rivolta popolare incontrollabile. Non sorprende quindi che gli oligarchi responsabili della primavera araba assolutamente reazionaria e controrivoluzionaria promuovano ‘nuit debout’. L’élite dominante ha capito da tempo come manipolare la piccola borghesia, che Lenin descrisse come classe oscillante, utilizzata nel mondo dal capitalismo finanziario come un ariete contro ciò che resta dello stato sociale. Gli intellettuali di sinistra di ‘Nuit debout’ cercano di controllare il movimento dei lavoratori. A ciò si deve resistere con pugno di ferro! Alcun slogan è più specioso di ‘repubbliche sociali’ e ‘un altro mondo è possibile!’ E’ tempo per i lavoratori francesi di controllare le aziende pubbliche e private. Il movimento operaio deve capire la connessione tra fasulla guerra al terrore, guerre infinite e oppressione di classe. Gli attentati terroristici che richiedono più militarizzazione e sospensione delle libertà civili saranno utilizzati dallo Stato per schiacciare la solidarietà di classe dei lavoratori, incitando al razzismo e alla xenofobia. L’emigrazione coercitiva ingegnerizzata, con cui gli oligarchi come George Soros finanziano la sostituzione dei lavoratori europei con i migranti, sarà usata anche per schiacciare l’unità della classe operaia. Pertanto, la prima tappa dell’emancipazione sociale richiede l’affermazione della sovranità nazionale, la fine degli slogan dell’ultra-sinistra infantile su ‘senza confini’, che ha sempre significato ‘capitalismo senza frontiere’. Se questo movimento è guidato dai lavoratori, allora la rivoluzione nazionale può diventare socialista, diffondendosi in Europa e nel mondo.manifestation-CGT1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli 'sbufalatori' nazipiddini, una torma di troll assoldati dal PD, quando non veri e propri gerarchetti del PD, vi diranno che la foto è fasulla. I realtà spiega bene cos'è la politica socio-economica del PD, il partito che da da mangiare agli 'sbufalatori' di professione, ligi e lesti quando si tratta di ripulire faccia e culo di gente come Clinton, Obama, Renzi e accoliti. Ma quando si tratta si smentire la propaganda e le menzogne spacciate dai governi occidentali, dalle ONG di regime o dai fogli come repubblica e fattoquotidiano, gli 'sbufalatori' nazipiddini stanno zitti e scompaiono regolarmente nel pozzo nero da cui provengono.

Gli ‘sbufalatori’ nazipiddini, una torma di troll assoldati dal PD, quando non veri e propri gerarchetti piddini, vi diranno che la foto è fasulla. In realtà spiega bene cos’è la politica socio-economica del PD, il partito che da da mangiare agli ‘sbufalatori’ di professione, ligi e lesti quando si tratta di ripulire faccia e culo di gente come Clinton, Obama, Renzi e accoliti. Ma quando si tratta di smentire la propaganda e le menzogne spacciate dai governi occidentali, dalle ONG di regime o dai fogli come repubblica e fattoquotidiano, gli ‘sbufalatori’ nazipiddini stanno zitti e scompaiono regolarmente nel pozzo nero da cui provengono.

Israele si affida ai neo-nazisti per bloccare il riconoscimento della Palestina in Europa

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 08/12/2014

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David Rotem

Il voto parlamentare che in Europa riconosce la sovranità dello Stato di Palestina viene contrastato dalla singolare coalizione tra sionisti e neo-nazisti. Se l’alleanza appare strana, sionisti e neo-nazisti condividono diversi interessi, tra cui l’opposizione agli immigrati musulmani in Europa. Forse nessuno rappresenta meglio l’alleanza sionista-nazista del deputato del Riksdag (parlamento) svedese Kent Ekeroth dei Democratici di Svezia. Ekeroth non solo è un compare dei diversi partner globali dei Democratici di Svezia, tra cui il Ku Klux Klan e il suo ex-capo David Duke, ma è anche ebreo. Ironia della sorte, la forte opposizione di Ekeroth all’immigrazione in Svezia è segnata dal fatto che sua madre, ebrea kazaka, emigrò in Svezia. Ekeroth disprezza il ministro per l’urbanismo svedese, di origine turca, Mehmet Kaplan della coalizione del Partito Verde, perché partecipò alla flottiglia di aiuti della Mavi Marmara a Gaza, militarmente attaccata da Israele in acque internazionali nel 2010 con numerosi morti. Ekeroth è il portavoce dell’opposizione dei Democratici di Svezia, al Riksdag, alla decisione del governo svedese di riconoscere la Palestina. Il partito di Ekeroth s’è unito all’opposizione moderata-conservatrice svedese al riconoscimento della Palestina. Il fondatore dei Democratici di Svezia, Gustaf Ekstrom, era un ufficiale delle Waffen SS ed ex-capo del partito nazista svedese. L’ex-presidente dei Democratici di Svezia Anders Klarström, è un attivista del partito del Reich Nordico. Anche se ai Democratici di Svezia è vietato l’uso di uniformi naziste dal 1995, il partito resta un’organizzazione xenofoba di estrema destra. C’è anche una spaccatura politica tra i deputati dei Democratici di Svezia al Parlamento europeo ed Ekeroth al Riksdag. A settembre, due deputati democratici di Svezia, Kristina Winberg e Peter Lundgren, hanno votato contro l’accordo di associazione UE-Ucraina promossa dai principali sionisti ucraini, come il primo ministro Arsenij Jatsenjuk e Igor Kolomojskij, governatore del Dnipropetrovsk Oblast.
Dopo il tentativo del partito di far fallire l’iniziativa sullo Stato palestinese al Riksdag, Ekeroth si è unito a molti altri parlamentari di destra nel sostegno ad Israele. Attraverso il meccanismo del Caucus degli Alleati d’Israele, dell’Israel Allies Foundation, il regime nazionalista ebraico sempre più fascista d’Israele cerca d’anticipare altre mosse parlamentari simili nel riconoscere la Palestina. La decisione svedese di riconoscere la Palestina è stata seguita dai voti alla Camera dei Comuni inglese, del Senato irlandese, del Congresso dei deputati spagnolo e dell’Assemblea nazionale francese, che hanno votato in modo deciso di riconoscere la sovranità dello Stato palestinese, e il parlamento belga dovrebbe seguire con un riconoscimento formale della Palestina. Anche se il partito conservatore inglese s’è ufficialmente astenuto sulla risoluzione palestinese alla Camera dei Comuni, il tory David Burrowes, membro di Commons’ Conservative Christian Fellowship e Conservative Friends of Israel, ha condannato il voto assieme ad Ekeroth, in Israele, dov e i parlamentari sono stati accolti calorosamente dal deputato di Yisrael Beitenu alla Knesset, David Rotem, che fa dichiarazioni razziste su palestinesi e africani. Rotem chiama gli africani “bongo bongo”. La sua presidenza dell’Israel Allies Caucus indica la natura xenofoba del gruppo e perché inviti importanti politici neo-nazisti europei in Israele. Alla Camera dei rappresentanti del Congresso, il razzista Israel Allies Caucus è presieduto dai congressisti Eliot Engel (democratico di New York), Brad Sherman (democratico della California), Doug Lamborn (repubblicano del Colorado) e Trent Franks (repubblicano dell’Arizona). Lamborn una volta usò il termine “bimbi abbronzati” in un programma radiofonico e fu condannato per la sfumatura razzista.
-TthxAki_400x400 L’opposizione al parlamento olandese al riconoscimento dello Stato palestinese è guidato dall’amico d’Israele Bastiaan Belder del Partito riformato calvinista (SGP) di destra. Il partito, dichiaratamente cristiano-sionista, si oppone al suffragio femminile e vieta i deputati donne. Non ha mai candidato donne. Il SGP e un partito alleato, l’Unione cristiana, guidano gli sforzi nel parlamento olandese per eliminare i contributi olandesi all’Agenzia delle Nazioni Unite in soccorso ai profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), con l’accusa di finanziare “terroristi”. I membri del SGP sono sospettati da varie agenzie d’intelligence di contrabbandare tecnologia e materiali nucleari olandesi in Israele da decenni. Dopo l’incidente del 1992 del volo El Al 1862, dopo il decollo dall’aeroporto internazionale di Schiphol, alti livelli di radiazioni furono rilevati nel sito dello schianto del Boeing 747, il quartiere di South Bijlmer di Amsterdam. I sionisti calvinisti, che sostengono il programma sulle armi nucleari d’Israele, si opposero alle indagini delle autorità olandesi sul materiale a bordo dell’aereo. Il governo israeliano, che notoriamente mente su questioni d’intelligence, sostenne che l’aereo trasportava semplicemente profumi, frutta e materiale informatico non specificato. Belder e il suo partito si sono uniti all’opposizione alla Palestina con lo xenofobo Partito della Libertà di Geert Wilders, noto razzista gradito agli israeliani. L’ex-ministra degli Esteri olandese Maxime Verhagen, dell’Appello democratico-cristiano di destra, è un altra antipalestinese ed esaltata amica d’Israele e del sionismo.
L’opposizione al voto dell’Assemblea nazionale francese alla Palestina proviene soprattutto dalla neo-gollista Unione per un Movimento Popolare (UMP), anche se nove deputati hanno rotto con il caucus votando per la Palestina. L’ex-presidente Nicolas Sarkozy, di origine ungherese-ebraica e pretendente alla presidenza nel 2017, s’è opposto al voto sulla Palestina. Meyer Habib, noto deputato sionista all’Assemblea nazionale dell’Unione dei Democratici ed Indipendenti, e amico intimo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha tacciato di “antisemitismo” e “sostegno al terrorismo” il voto dei deputati socialisti, comunisti e verdi a sostegno della legge sulla Palestina. Habib, naturalmente, non si pronunciava sul fatto che 4 dei 30 deputati dell’UDI si sono ammutinati votando per la Palestina e altri 4 si sono astenuti. Ma c’era una buona notizia per Israele dall’estrema destra dell’Assemblea. Marion Marechal-Le Pen, la nipote del fondatore del Front National Jean-Marie Le Pen, s’è astenuta sulla risoluzione sulla Palestina indicando un Front National che si avvicina a posizioni ancor più filo-israeliane nel fervore anti-islamico e anti-arabo. Dopo il successo palestinese nei parlamenti di Svezia, Regno Unito, Irlanda, Francia, Spagna e Portogallo, la battaglia degli ambulanti dell’influenza israeliana passa a Copenhagen e al Folketing danese. A differenza della Svezia, dove la ministra degli Esteri socialdemocratica Margot Wallstrom ha sostenuto il voto sulla Palestina e il riconoscimento della Svezia dello Stato palestinese, il suo omologo danese, Martin Lidegaard del Partito social-liberale danese, ha detto che la tempistica del voto al Folketing è “scorretta”. La proposta di riconoscimento al Folketing della Palestina è presentata da Partito Socialista Popolare, Alleanza rosso-verde e dalla Comunità Inuit di Groenlandia. A luglio, la prima ministra socialdemocratica danese Helle Thorning-Schmidt, nuora dell’ex-capo del Partito Laburista inglese Neil Kinnoch, ha rifiutato di unirsi ai suoi colleghi socialdemocratici scandinavi Jonas Gahr Store e Stefan Lofven della Svezia (ora primo ministro), Antti Rinne della Finlandia e Arni Pall Arnason dell’Islanda, nel condannare l’aggressione d’Israele a Gaza. Il Partito socialdemocratico danese è da tempo penetrato da agenti d’influenza israeliani.
Il voto sul riconoscimento palestinese proposto nel parlamento sloveno è contrastato dall’infiltrato da George Soros Partito Democratico Sloveno (SDS), assai pro-Israele. L’opposizione di sinistra, Lista Unita (ZL), sostiene il voto a dispetto del ministro degli Esteri Karl Erjavec che ha una posizione simile all’omologo danese sul “cattivo tempismo” del voto. Si prevede che i futuri voti parlamentari europei, tra cui quello al parlamento europeo, saranno oggetto di manovra di “annacquamento”, come in Spagna. La risoluzione del parlamento spagnolo, approvata da 319 contro 2 contrari e 1 astensione, chiede il riconoscimento dello Stato palestinese. non-necessariamente contiguo, e solo dopo un accordo israelo-palestinese. Il neo-fascista Partito Popolare spagnolo costringeva il Partito socialista operaio all’opposizione ad ingoiare una “pillola velenosa”.
Visti i vari voti nei parlamenti d’Europa, Israele ora può contare sui suoi amici fascisti e neonazisti per abbattere le future mosse parlamentari a sostegno della Palestina.

Kent Ekeroth alla Knesset

Kent Ekeroth alla Knesset (secondo da sinistra)

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il popolo siriano ha parlato

Thierry Meyssan Voltairenet 5 giugno 2014

L’elezione presidenziale siriana ha sorpreso i siriani e i loro alleati e nemici. Il voto, su cui tutti sono d’accordo essere genuino, ha mobilitato il 73,42% degli elettori, nonostante l’incapacità di alcune persone di recarsi alle urne per l’occupazione di parte del Paese dai mercenari stranieri. Bashar al-Assad ha raccolto l’88,7% dei voti ed è stato confermato per sette anni.

0603-Syria-Election-bashar-asma-assadPer diversi mesi, i restanti 11 membri del Gruppo di Londra (già noto come “Amici della Siria” quando erano 114) hanno denunciato le elezioni presidenziali siriane, il 3 giugno, come una “farsa”.  Secondo loro, da un lato sarebbe stato ridicolo tenere elezioni in un Paese afflitto dalla “guerra civile”, dall’altra parte, il presidente uscente Bashar al-Assad è un tiranno che utilizza massicciamente torture e bombarda il suo popolo, ed è quindi illegittimo. Secondo questi 11 Stati, l’unica via d’uscita dalla guerra, che ha già fatto “almeno 160000 morti tra i siriani”, sarebbe cedere il passo ad un “ente di transizione” designato non dai siriani, ma da loro. I grandi media dei membri di NATO e GCC erano quindi tenuti ad ignorare questa “non-elezione”, seguendo il segretario di Stato John Kerry. Tuttavia, quando il voto anticipato dei siriani all’estero ha suscitato manifestazioni di massa in Libano e Giordania, era ovvio che quasi tutti i siriani avrebbero votato. Pertanto, i media mainstream in extremis inviarono le troupe a seguire l’evento. Fino a quel momento veniva generalmente accettato, tranne che da Rete Voltaire, che i siriani in esilio fossero oppositori della Repubblica e che avevano lasciato il Paese per sfuggire alla “repressione politica”. Il voto a Beirut e Amman ha dimostrato che in realtà la stragrande maggioranza di loro è fuggita dalle esazioni dei mercenari stranieri che attaccano il loro Paese. Altrettanto sorpreso dell’ambasciatore siriano in Libano, il ministro degli Interni libanese ha denunciato la presenza sul suo territorio di presunti rifugiati siriani sostenitori del governo, rifiutandosi di considerare l’aggressione al loro Paese e la distruzione delle loro case per mano di oltre 250000 mercenari in 3 anni.
La repubblica siriana s’è sforzata di seguire scrupolosamente gli standard democratici occidentali. Il Parlamento ha adottato una nuova legge elettorale che riconosce ai candidati il diritto di apparire in televisione e sui giornali, e la scorta per garantirne la sicurezza in periodo di guerra. Il Paese, che ha abbandonato il sistema a partito unico adottando il multipartitismo con la costituzione del 26 febbraio 2012, ha avuto due anni per creare diversi partiti e conoscere il dibattito pubblico. La repubblica siriana, che accetta la presenza di giornalisti occidentali dal novembre 2011, ha avuto due anni e mezzo per poter incontrare le loro esigenze professionali. Ha gradualmente stabilito buoni contatti con molti di essi, soprattutto dopo la Conferenza di Ginevra 2. Sono stati accreditati oltre 360 media stranieri, con piena libertà di movimento in tutto il Paese, nonostante la guerra.

Argomenti politici
Secondo il Gruppo di Londra, sarebbe stato impossibile tenere le elezioni in un situazione di guerra. Dimenticano che recentemente gli stessi Stati hanno salutato le elezioni presidenziali in Afghanistan e Ucraina. In Afghanistan, il 5 aprile si svolse il primo turno delle elezioni presidenziali sotto il controllo delle truppe NATO. Un elettore su tre ha lasciato il Paese, ma poteva votare all’estero. Secondo gli Stati membri del gruppo di Londra, necessitava il 50% dei voti per essere eletti al primo turno (ce ne sarà un secondo il 14 giugno). In tale caso, dato il tasso di astensione del 67%, il presidente sarebbe eletto dal 16,5% dell’elettorato. In Ucraina, i golpisti di Kiev annunciavano una affluenza alle urne, il 25 maggio, del 60%, non contando gli elettori della Crimea, anche se dicono che questa regione sia ancora parte del loro Paese. Il presidente  Poroshenko ha raccolto il 54% dei voti espressi. Tuttavia, se tale voto si confronta a tutti gli elettori su tutto il territorio rivendicato, ha avuto il sostegno del 27% di loro. Non bisogna sorprendersi della debole pretesa del Gruppo di Londra: nelle ultime elezioni del Parlamento europeo (25 maggio), il tasso di partecipazione è stato eccezionalmente basso (solo il 13% nella Repubblica Ceca). Tale elezione senza popolo viene comunque considerata “democratica” (sic).

Il ruolo bellicoso della stampa atlantista nel 2011-2012
La guerra contro la Siria è iniziata nel 2011 come guerra di quarta generazione. Cioè la NATO era intenta a rovesciare il governo, scoraggiando il popolo a difendersi piuttosto che provocare una guerra convenzionale. I principali media internazionali (al-Arabiya, al-Jazeera, BBC, CNN, France24, Sky), coordinati dall’alleanza dovevano illudere i siriani e il mondo affermando che il loro Paese fosse scosso da una “rivoluzione”, e che il loro governo sarebbe stato inevitabilmente rovesciato. La guerra doveva culminare nei primi mesi del 2012 sostituendo con false reti TV le vere reti TV siriane, e annunciando la scomparsa del Presidente al-Assad e l’istituzione di un “governo di transizione”. Tuttavia l’operazione fu sventata e fallì. Russia e Stati Uniti conclusero nel giugno 2012 un accordo che prevedeva la pace in Siria e la suddivisione della regione. Tuttavia, Francia, Israele e opposizione democratica nell’amministrazione Obama (Hillary Clinton, David Petraeus, James Stavridis) rilanciarono la guerra sotto altra forma. Fu questo il momento di attaccare il Paese con forze non statali, sull’esempio dei capitani di ventura del Rinascimento e più recentemente dei Contras in Nicaragua. Durante questo secondo periodo, la stampa atlantista e del Golfo continuò a descrivere una rivoluzione immaginaria contro una dittatura crudele, mentre l’opinione pubblica in Siria si raccoglieva intorno al governo. Così quando la campagna presidenziale siriana è cominciata, i media diedero narrazioni completamente diverse della situazione, a seconda fossero dei Paesi NATO e GCC o meno. Quindi come i media atlantisti hanno gestito questa elezione?

La strategia denigratoria dei media atlantisti nel 2014
Nei giorni precedenti hanno usato diversi argomenti per screditare il processo elettorale.
• “Il risultato è noto in anticipo”, martellavano. Infatti, non vi era alcun dubbio che il presidente uscente, Bashar al-Assad, sarebbe stato eletto al terzo mandato di 7 anni. Questa affermazione lascia supporre che le elezioni non sarebbero genuine. Tuttavia, se gli europei sono disposti a confrontare ciò che è comparabile, la situazione in Siria ricorda l’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il 26 agosto 1944 il presidente del governo provvisorio della Repubblica francese (GPRF), istituito ad Algeri pochi giorni prima dell’invasione della Normandia, Generale Charles De Gaulle, salì sugli Champs-Elysees scortato da una folla immensa. Non ci fu nessuna elezione allora. La legittimità di De Gaulle era indiscutibile perché fu il primo politico a negare la collaborazione nel 1940 e ad entrare immediatamente nella Resistenza. I francesi lo salutarono come l’uomo che seppe opporsi al destino e guidarli alla vittoria. Allo stesso modo, i siriani vedono Assad l’uomo che s’è opposto alla colonizzazione del Paese guidandoli alla vittoria.
• “Gli altri due candidati sono semplici tirapiedi” continuano i media atlantisti, il che implica che il Paese è rimasto ai tempi del partito unico e che questa elezione sia una messinscena. Tuttavia, caratteristica propria del multipartitismo è poter votare il candidato che si sceglie. In molte elezioni, gli elettori non s’identificano con alcun candidato, possono quindi astenersi se ritengono che il sistema sia imperfetto o votare scheda bianca, se vogliono sostenere le istituzioni ma nessun candidato, o votare per un candidato marginale per relativizzare il voto del candidato principale (il cosiddetto “voto di protesta”). Pertanto, anche prima di considerare il voto dei candidati, la cosa più importante è la partecipazione. Nella Siria in guerra una parte del territorio è attualmente occupata da almeno 90000 mercenari stranieri, e nonostante il richiamo della Coalizione nazionale siriana al boicottaggio, il 73,42% degli elettori s’è recato al voto. Per confronto, è superiore alla Francia in tutte le elezioni per il Parlamento europeo (dal 1979), in tutte le elezioni legislative (dal 1986), ma inferiore alle elezioni presidenziali (80,34%). La differenza, naturalmente, è che la Francia non è in guerra.
• “Il Paese è in gran parte distrutto e i bombardamenti continuano”, riferisce la stampa atlantista.  L’elezione sarebbe quindi un epifenomeno, la realtà quotidiana è pervasa dalla guerra. Inoltre AFP assicurava che il governo controllasse il 40% del Paese che ospita il 60% della popolazione. La partecipazione è stata superiore al 60%, così in primo luogo si nota che tali cifre dell’AFP sono immaginarie. Le regioni controllate dall’Esercito arabo siriano sono molto più ampie da quando ha liberato le coste. I mercenari sono ancora presenti al confine turco e in alcune sacche sparse. Così, la provincia di Damasco è di 18000 kmq, di cui solo 75 kmq occupata dai Contras, ma AFP sostiene che l’intera provincia sia nelle mani dei “rivoluzionari”. Inoltre, in alcune aree, l’Esercito arabo siriana è assente, ma i funzionari statali sono sempre presenti. È il caso delle aree curde che garantiscono da sé la sicurezza pur riconoscendo la Repubblica. Infine, la maggior parte del territorio è un deserto inabitabile che ognuno pretende di controllare. Tuttavia, quando i Contras l’attraversano, vengono liquidati dall’Aeronautica siriana. Mostrare le immagini di Homs devastata non significa che il governo “bombarda il suo popolo”. Anche in questo caso, se prendiamo l’esempio della seconda guerra mondiale, queste immagini sono paragonabili a Stalingrado mentre i metodi dei Contras sono gli stessi dei nazisti: quello delle “linee dei ratti”. Per non essere eliminati uscendo per strada, i cecchini stranieri scavano passaggi da una casa all’altra attraverso le pareti laterali. Infine, bombardando le postazioni nemiche, può essere che l’Esercito arabo siriano bombardi i civili come fecero gli Alleati quando bombardarono Lisieux, Vire, Le Havre, Tilly, Villers-Bocage, Saint-Lô, Caen, ecc., durante lo sbarco in Normandia. Tuttavia, se si discute il modo seguito dagli alleati, a nessuno viene l’idea di accusarli di aver deliberatamente ucciso 20000 francesi.

Le conseguenze del voto
Sorprendendo tutti, l’affluenza è stata massiccia ovunque fosse possibile votare, anche nelle zone curde, mentre la stampa atlantista chiede ai curdi di boicottarle. Dobbiamo dunque concludere:
• Le accuse di dittatura e torture sono immaginarie. In nessuno Stato al mondo abbiamo visto la gente votare per il dittatore che li opprime. Il partito nazista tedesco non ha mai avuto più del 43,9% dei voti (marzo 1933) ed immediatamente eliminò le elezioni multipartitiche. I Siriani certamente sanno meglio ciò che accade a casa che non i siriani della Coalizione Nazionale, molti dei quali vivono all’estero da almeno 20 anni. Non credono più alle favole statunitensi dull’avvio degli eventi (i bambini torturati dalla polizia a Dara) e non ha mai creduto alle favole attuali (10000 persone torturate e morte di fame nelle prigioni del “regime”).
• La Coalizione Nazionale siriana non rappresenta il popolo siriano. La coalizione, un organismo creato dai servizi francesi e ora controllata da Arabia Saudita, dopo esserla stata dal Qatar, fu riconosciuta “unico rappresentante del popolo siriano” dal Gruppo di Londra. Nonostante il boicottaggio, l’astensione è stata solo il 26,58% degli elettori registrati, corrispondenti agli elettori impediti dal votare dall’occupazione di una parte del territorio da parte dei Contras. Non è inoltre chiaro come un’istanza che utilizza la bandiera verde-bianco-nera a tre stelle, la bandiera della colonizzazione francese tra le due guerre, possa essere sostenuta dal popolo siriano.
• I collaborazionisti delle potenze coloniali sono screditati. Durante i dibattiti televisivi, membri della Coalizione hanno spiegato l’assenza di un leader capace di competere con Bashar al-Assad, la cui lunga dittatura soffoca il Paese. Ora, come abbiamo visto, non c’è dittatura in Siria oggi. Se paragoniamo alla Seconda Guerra Mondiale, l’assenza di un rivale di Charles De Gaulle nel 1944, non significa che avesse imposto una dittatura, ma che i politici francesi erano screditati per aver collaborato con i nazisti. Ecco perché nessuno di coloro che ha partecipato alla Coalizione Nazionale può sperare di svolgere un ruolo politico nel futuro del Paese.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La repressione politica in Ucraina: Giro di vite sulla rivolte contro il regime neo-nazista

Oriental Review, 11 aprile 2014 – Global Research

1237910Il volano delle repressioni politiche in Ucraina gira in questi giorni. In netto contrasto con l’approccio liberale del Presidente Janukovich verso “Euromajdan”, l’amministrazione provvisoria di Kiev non ha esitato il giro di vite sulla rivolta popolare contro il “regime neo-nazista”, crescente nell’oriente e nel sud dell’Ucraina. Oggi, solo a Kharkov almeno 70 attivisti sono stati arrestati durante la cosiddetta “operazione antiterrorismo”. Secondo fonti, mercenari stranieri presumibilmente del contraente privato militare degli Stati Uniti, Greystone Ltd, parteciparono all’operazione insieme con la Guardia Nazionale (composta soprattutto da combattenti  ultranazionalisti di Fazione Destra), e alcune unità del ministero degli Interni. George Orwell al riguardo coniò la frase “la guerra è pace”, per descrivere il pensiero di gruppo della sua futura società totalitaria immaginaria. Non avrebbe problemi a riconoscere la propaganda mostrata nel recente rovesciamento del governo ucraino, durante cui “manifestanti pacifici” erano impegnati a uccidere, bruciare e saccheggiare… continuando a farlo tutt’ora. Ma il colpo non è ancora finito, prendere il potere è una cosa, ma altro è tenerselo. E ora vediamo affiorare le inevitabili difficoltà: poco più di un mese fa il governo ad interim a Kiev ha perso la Crimea e affronta la tenace resistenza nel sud e est dell’Ucraina. Il nuovo governo è giunto sulla scena brandendo slogan come: “proteste pacifiche”, “lotta per la democrazia” e “libertà di parola”, ma subito attuò le purghe contro l’opposizione, imponendo il controllo totale su televisione, radio e stampa, usando la repressione politica per imbavagliare le proteste civili in Ucraina meridionale e orientale.
Le manifeste repressioni fisiche su ogni segno di dissenso iniziarono alle prime ore del colpo di Stato: il 20 febbraio la maggioranza pro-Majdan nella Suprema (Verkhovnaja) Rada (parlamento ucraino) aggredirono i deputati comunisti e del Partito delle Regioni. Molti furono privati delle loro tessere elettorali, poi usate da altri per avere le “dovute” tessere elettorali. Poi l’aggressione al canale televisivo Inter, visto in tutto il Paese e secondo più seguito. Uomini armati irrompono in studio nel bel mezzo di una trasmissione in diretta. Il giornalista Mustafa Nayyem (uno degli organizzatori del Euromaidan) aveva già annunciato l’intenzione del nuovo governo… di nazionalizzare il canale. Come ricorderete, la stazione televisiva attualmente appartiene all’oligarca Dmitrij Firtash arrestato a Vienna su richiesta dell’FBI. Non a caso, naturalmente, poche settimane prima Mustafa Nayyem e i suoi complici di Hromadske (Publica) TV (TV via Internet lanciata con denaro statunitense quasi in contemporanea con l’avvio delle proteste Euromajdan) seguiva l’approccio opposto, “privatizzare” le frequenze della Prima rete TV nazionale (di proprietà dello Stato). Il Consiglio Nazionale per la Radio e la Televisione (dopo diverse mezze misure fallite) finalmente decise di vietare completamente tutti i principali telegiornali russi in Ucraina. E tutte le trasmissioni televisive delle aziende di proprietà di Igor Kolomojskij, Victor Pinchuk, Rinat Akhmetov e Dmitrij Firtash improvvisamente iniziarono a lavorare all’unisono come una ben oliata macchina propagandistica centralizzata.
Nell’ultimo mese ci sono state decine di attacchi (fisici e informatici) alle redazioni dei media dell’opposizione. Il 27 febbraio, la cosiddetta Autodifesa popolare ha sequestrato l’ufficio dell’agenzia di stampa  Golos.ua, e forti pressioni viene furono fatte sul canale TV nazionale ucraino Gamma, che lavora a stretto contatto con l’agenzia. Ben presto vi fu un raid nel giornale Kommunist, pubblicazione ufficiale del Partito Comunista dell’Ucraina. Il sito del CPU è anche spesso aggredito. A Vinnitsa, la forza venne usata sfacciatamente per occupare la stazione televisiva locale, che lavora con i comunisti ucraini. I giornalisti pro-Majdan riferiscono tali informazioni con malcelata gioia. Un assalto avvenne anche contro la pubblicazione on-line ucraina Krivda, che  parodia i media filo-Majdan, inchiodando la strumentalità delle loro pubblicazioni. Anche il loro sito è attualmente bloccato. Un gruppo di giornalisti del sito web ucraino Pravda, guidato dal noto analista politico Vladimir Kornilov, è stato costretto a scegliere tra lasciare il Paese o cessare la pubblicazione dei loro articoli. Furono minacciati di rappresaglie feroci e morte. L’ultimo numero pubblicato dall’ultimo rappresentante dei media dell’opposizione accessibile nel Paese, il rispettato e molto leggibile settimanale 2000, è apparso il 14 marzo. La pubblicazione è stata interrotta facendo pressione sul tipografo, Stampa d’Ucraina, dove la carta viene formattata nel consueto formato. La tipografia, finanziata dallo Stato, ha unilateralmente cambiato le condizioni per la stampa del giornale, mettendo la pubblicazione in una situazione impossibile. Naturalmente c’è il noto esempio della visita di diversi membri del partito nazionalista Svoboda negli uffici della Prima TV nazionale. Il pestaggio di Aleksandr Panteleimonov, ripreso in video, e costretto a scrivere una lettera di dimissioni dopo essere stato sottoposto a minacce e violenze. Mentre i media occidentali si torcono le mani sulle presunte “violazioni dei diritti umani in Crimea“, gli osservatori internazionali sono apparentemente troppo occupati per interessarsi a ciò che accade in Ucraina. Per i curiosi, vi sono alcuni fatti che rappresentano solo la “punta dell’iceberg” della repressione politica in Ucraina.
Il 22 febbraio il primo segretario del Comitato di Lvov del Partito Comunista di Ucraina, Rostislav Vasilko, è stato falsamente accusato di “aver sparato a Majdan” venendo sottoposto a brutali torture. Secondo testimoni oculari, gli inserirono aghi sotto le unghie, il suo polmone destro perforato, tre costole, il naso e altre ossa facciali rotte, e minacciato di sterminio della famiglia. È attualmente in  cura in Russia. Il 23 febbraio, Aleksandr Pataman, capo della Milizia popolare antifascista di Zaporozhe, è stato rapito. Il 24 febbraio, sei membri della Corte Costituzionale dell’Ucraina si sono volontariamente licenziati dalla Rada Suprema “per aver violato il giuramento“. Alcuni di loro sono stati oggetto di minacce e coercizione fisica. Tre giorni dopo, i giudici espulsi hanno fatto appello alle istituzioni internazionali per i diritti umani. Il 28 febbraio, il vicegovernatore della regione di Dnepropetrovsk, Boris Filatov, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook come gestire correttamente i membri del movimento pro-russo che non sono soddisfatti del governo centrale di Kiev: “dargli tutte le sporche promesse, garanzie, o concessioni che vogliono. E… impiccarli tutti dopo“. Il 5 marzo, Andrej Purgin, uno dei leader dell’organizzazione filo-russa della Repubblica di Donetsk, è stato catturato e trascinato in una destinazione sconosciuta. Gli amici dell’uomo rapito sostengono che avesse ricevuto una visita il giorno precedente, durante cui fu avvertito, “se resta a casa oggi, sua moglie sarà vedova“, ma poiché gli altri lo stavano aspettando, si recò in piazza comunque. Il destino di Andrej è oggi ignoto. Il 6 marzo, Vladimir Rogov, leader dell’organizzazione civica ucraina, la Guardia slava, è stato rapito. Ora è al sicuro, ma è stato costretto a lasciare la regione di Zaporozhe e l’Ucraina. Il 6 marzo, Pavel Gubarev, “governatore popolare” e leader degli attivisti filo-russi, è stato arrestato a Donetsk. Dopo essere stato rapito venne duramente picchiato, sia da Donetsk a Kiev, che nel centro di detenzione del servizio di sicurezza ucraino (SBU). Pavel cadde in un coma a metà marzo ed attualmente rimane nell’ospedale della prigione. A causa dei timori che la sua condizione possa essere resa pubblica, non è stato consentito l’accesso all’avvocato. Sua moglie Ekaterina e tre bambini sono stati costretti a lasciare l’Ucraina dopo l’arresto del marito. Il “governatore del popolo” della regione di Lugansk e leader della Guardia di Lugansk, Aleksandr Kharitonov, è stato arrestato ed è detenuto in una struttura della SBU dal 14 marzo. Il 17 marzo, il leader di Alternativa Popolare, Anton Davidchenko, è stato arrestato dalla SBU a Odessa, ed è attualmente detenuto in una prigione della SBU a Kiev. Il 17 marzo, un gruppo di membri di estrema destra del cosiddetto “Tribunale del Popolo” di Vinnitsa ha sfacciatamente chiesto che Tatjana Antonets, il medico capo dell’ospedale pediatrico regionale, si dimetta volontariamente perché non aveva abbandonato il Partito delle Regioni né condannato “i crimini del precedente governo“. I radicali hanno affermato che se non avesse obbedito, il medico ne sarà ritenuto responsabile “in conformità con le leggi draconiane dei tempi rivoluzionari“. Dopo diverse minacce, il 17 marzo, la vettura appartenente al leader del Fronte sud-est, Artjom Timchenko, è stata incendiata. Il pubblico ministero della regione di Zaporozhe, Aleksandr Shatskij, appena nominato da Kiev, ha definito l’accaduto esempio di “auto-immolazione”. Il 19 marzo, circa 300 uomini armati di Vinnitsa, guidati da attivisti di Fazione Destra, sequestravano una distilleria appartenente alla società Nemiroff. Il 20 marzo un gruppo di attivisti di Fazione Destra ha aggredito alcuni studenti ungheresi di Miskolc in gita in Transcarpazia. Estremisti armati irruppero nella riunione del consiglio civico ungherese, nella città di Berehove in Transcarpazia e picchiato i partecipanti. Due anni fa, i nazionalisti ucraini profanarono il monumento sul Verecke pass eretto per commemorare il passaggio delle truppe ungheresi attraverso i Carpazi. Vi scrissero “Morte agli ungheresi” e “Questa è Ucraina”. Il 20 marzo quattro giornalisti russi di Russia-1 TV furono arrestati a Donetsk. I documenti dei russi furono sequestrati e poi portati al checkpoint Vasilevka, dove furono trattenuti per diverse ore senza alcuna spiegazione, prima di essere espulsi dall’Ucraina. Il 20 marzo, il servizio di sicurezza ucraino tentò di sciogliere l’organizzazione civica Guardia di Lugansk che sostiene di porre l’Ucraina sotto l’autorità di un governo federale e di fare del russo una lingua di Stato. Tre attivisti furono arrestati e gli uffici dell’organizzazione e gli appartamenti dei suoi membri perquisiti. Uno dei leader dell’ala giovanile, Anastasija Pjaterikova, pubblicò un appello pubblico sui social network sostenendo che l’SBU, insieme a un deputato della Verkhovna Rada (un capo del Partito Radicale di estrema destra di Oleg Ljashko), organizzò la caccia ai membri della Guardia di Lugansk, perseguitandone gli attivisti e i famigliari. Il 20 marzo i rappresentanti del cosiddetto movimento AutoMajdan tentarono di estorcere carburante, denaro e altro al direttore di uno dei rami della società russa Lukoil-Ucraina, per “alimentare le esigenze della rivoluzione.” Il 20 marzo una folla di Kiev, indossando maschere e armata di armi da fuoco e coltelli, fece irruzione nell’edificio statale della Commissione Architettura e per l’ispezione edile. Occupando gli uffici al settimo e undicesimo piano, finsero di essere membri di una “commissione anti-corruzione” per cercare di confiscare cartelle contenenti documenti d’archivio. Il 21 marzo una casa nella regione di Kiev è stata bruciata perché apparteneva a Viktor Medvedchuck, leader del movimento Scelta ucraina. Il 23 marzo gli attivisti di Euromajdan a Kiev tentarono di occupare l’edificio di Rossotrudnichestvo, agenzia russa che promuove i legami con i russi all’estero, e l’auto di uno dei suoi dipendenti venne rubata. Tale prodezza era volta a confiscare l’ufficio e ad usarlo come sede dell’auto-difesa del popolo di Majdan. Il 23 marzo, un gruppo di membri armati di mitra di Fazione Destra assaltò il concerto a Rovno nell’ambito del festival rock locale, brandendo armi e disperdendo i partecipanti. Il 23 marzo a Zaporozhe, alcune decine di militanti, noti come Autodifesa di Maidan, attaccarono i partecipanti al Melitopol-Zaporozhe Friendship Road Rally con bastoni, pietre e sbarre di ferro. Persone furono picchiate e auto danneggiate. Il 24 marzo, membri del servizio di confine dell’Ucraina, ancora una volta proibivano agli equipaggi dell’Aeroflot di lasciare gli aerei negli aeroporti ucraini. Nessuna spiegazione fu data. Tale discriminazione da parte delle guardie di frontiera ucraine, verificatosi più volte nel mese scorso negli aeroporti di Kiev, Donetsk e Kharkov in violazione delle norme internazionali, costituisce un pericolo per il traffico aereo civile. Nei giorni scorsi, le guardie di frontiera ucraine hanno forzatamente respinto numerosi passeggeri di aerei russi. 43 casi sono stati segnalati dalla sola Aeroflot. In 32 casi, Aeroflot fu costretta a rimpatriare i passeggeri a proprie spese, avendo i biglietti di sola andata. Dalla metà di marzo, presso la sezione Kharkov del confine russo-ucraino, le guardie di frontiera ucraine impedirono ai cittadini russi di entrare in Ucraina, respingendone ogni giorno 120-130. Il 26 marzo i sostenitori di Fazione Destra di Dnepropetrovsk, Donetsk e Kharkov aggredirono chiunque si trovasse per strade indossando l’onorato nastro di St. Giorgio (simbolo della vittoria sovietica sul nazismo). Il 26 marzo nella regione di Kirovograd, rappresentanti del “Consiglio del popolo” locale e membri del partito Svoboda attaccarono il medico capo dell’Uljanovsk Central District Hospital, Aleksandr Tkalenko, cercando di picchiarlo nel suo ufficio. Il solo “peccato” del dottore è la sua appartenenza politica (fu membro del Partito delle Regioni e venne nominato alla sua attuale posizione dall’amministrazione Janukovich). Il 26 marzo, l’ex sindaco di Mirgorod (nella regione di Poltava) e presidente del consiglio comunale, Vasilok Tretetskij, moriva in ospedale dopo essere stato picchiato da aggressori il 16 marzo. Il 26 marzo, attivisti del movimento sociale Avtodozor, insieme a un centinaio di militanti di Autodifesa di Majdan, picchettarono gli uffici delle banche russe sulla via Kreshatik di Kiev (VTB, Alfa, Sberbank e Prominvest), chiedendo che venissero chiusi e tutte le loro divisioni ucraine nazionalizzate. L’edificio di Sberbank fu sequestrato e saccheggiato. Il 1° aprile, il servizio di sicurezza ucraino perquisì gli appartamenti degli attivisti filo-russi a Odessa. In particolare, perlustrarono l’appartamento di Aleksej Albu, deputato del consiglio regionale di Odessa. “Il gruppo del SBU arrivò a casa mia alle 08:00, irruppe e perquisì, aveva un’ingiunzione del tribunale. Gli stessi agenti di sicurezza dichiararono di cercare le liste di attivisti dalla nostra organizzazione e anche armi. Tuttavia, alla fine furono costretti a firmare una dichiarazione attestante che nulla d’illegale era stato trovato nell’appartamento“. Aleksej afferma di essere stato convocato dai servizi speciali ucraini per una “conversazione”.
10003543Le minacce ai sacerdoti ortodossi russi è anche un fatto ben noto nell’Ucraina di oggi. Il caso del Rev. Aleksandr Shirokov, perseguitato dall’illegale partito nazista di Ucraina, è divenuto pubblico grazie alla speciale dichiarazione del Ministero degli Esteri russo. Un gran numero di altri casi, meno pubblicizzati, di pressione sui sacerdoti filo-russi per mano dei radicali e delle amministrazioni locali leali alle autorità provvisorie di Kiev, continua. Dato il clima, l’intellighenzia filo-russa in Ucraina continua a emigrare in Russia (anche in Crimea). Secondo gli ultimi dati, più di 30000 persone sono state costrette a fuggire dal Paese, occupato dai nazionalisti. Possiamo solo immaginare l’origine dei rapporti delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, dato che documentano soltanto le “violazioni” inesistenti commesse da un lato, i russi, ignorando completamente l’anarchia eclatante così diffusa oggi in Ucraina.
In ogni caso, è chiaro che se tali circostanze permangono, le elezioni presidenziali ucraine non potranno tenersi, se non ci sarà qualcosa di simile alla normalità il 25 maggio, e nessun risultato delle urne, con tale crisi, sarà riconosciuto dalla Russia, il Paese su cui la maggioranza dei cittadini dell’Ucraina conta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora