Quando a Praga successe un ’48

Luca Baldelli

La storiografia “blasonata” ci ha sempre raccontato che a Praga, nel ’48, i comunisti, barbari e spietati, attuarono un colpo di Stato, schiacciando sotto il loro tallone un popolo pacifico e mite, restio ad ogni “totalitarismo” (parola magica vuota, come se il capitalismo fosse “parzialismo” e non visione totalizzante dei rapporti umani e sociali!) Andò veramente così? Vediamo la storia come fu e non come piacerebbe a qualcuno che fosse andata. Occupata per sei anni dai nazisti, per colpa anche e soprattutto delle cosiddette “democrazie borghesi”, in primis della Gran Bretagna, fautrice con Chamberlain dell’appeasement con Hitler, la Cecoslovacchia giacque per lungo tempo sotto un tallone questa volta reale, fatto di saccheggi, violenze, stermini, in ossequio ad un’ideologia di morte e terrore. Il Partito Comunista Cecoslovacco, guidato da Klement Gottwald, si pose alla testa della Resistenza e liberò il Paese con il fraterno aiuto dell’Armata Rossa. In seguito, esso fu alla base della formazione del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi nella primavera del 1945: una compagine unitaria che, con un programma schiettamente progressista e democratico, avviò profonde riforme volte alla ricostruzione e, assieme, alla trasformazione sociale del Paese. Il governo cecoslovacco in esilio a Londra, guidato da Edvard Benes, a differenza di quello polacco e jugoslavo, cooperò all’inizio con lealtà e spirito costruttivo con il Fronte.
Il 10 maggio 1945 si insediò a Praga il governo del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi, presieduto dal socialdemocratico Zdenek Fierlinger. Già questo fatto, di per sé, prova quanto i comunisti fossero poco inclini a monopolizzare il potere, pensando prima di tutto al bene della Nazione, con lungimiranza e onestà, pur potendo optare certamente per soluzioni di forza. Nel governo di Fierlinger erano rappresentate tutte le forze sane e progressive del Paese, in proporzione alla consistenza numerica dei loro adepti e sostenitori: comunisti, socialdemocratici, socialnazionalisti, populisti e democratici. L’esecutivo si distinse subito per impulso riformista e sano decisionismo: il 19 maggio 1945 fu decisa la statalizzazione delle attività economiche di tedeschi, ungheresi e collaborazionisti. Il settore statale venne così ad inglobare imprese fondamentali per il riavvio dell’economia e lo sviluppo sociale della Nazione. L’estrazione del carbon fossile, ad esempio, che nel maggio del 1945 ammontava a sole 239000 tonnellate, nel dicembre dello stesso anno salì a 1081000 tonnellate. Tutti i principali indici economici marciarono compattamente al rialzo, con abbattimento della disoccupazione e del tasso di povertà. In questo quadro, il Partito Comunista Cecoslovacco, forza cardine della coalizione, vide ingrossarsi le proprie fila: dai 30000 iscritti del maggio 1945, passò a 712000 in agosto. Le truppe statunitensi, presenti nel Paese dal 17 maggio 1945 (a riprova ulteriore di quanto Stalin poco desiderasse sfere di influenza monopolizzate dall’URSS!), anziché cooperare lealmente con le forze democratiche nell’eliminazione di ogni residuo fascista e nazista, protessero elementi reazionari e criminali infiltrati nel Partito Populista e, ancora di più, nel Partito Democratico ispirato alla predicazione del clero fascista capitanato da Hlinka e Tiso. Questi elementi, in virtù dell’eccessivo liberalismo imperante nel Paese, erano scampati alla giustizia e ora minacciavano frontalmente la democrazia, anche con armi e appoggi logistici stranieri. Mentre l’URSS concedeva crediti a condizioni agevolate, contribuendo potentemente alla ripresa dell’economia cecoslovacca anche a prezzo di qualche sacrificio interno (l’URSS era stata messa a ferro e fuoco dai nazisti, non aveva concluso certo la guerra coi forzieri pieni come gli USA!), gli Stati Uniti orchestravano sabotaggi, istigavano elementi reazionari e antisociali, agevolavano la fuga di criminali patentati attraverso salvacondotti creati all’uopo. La disinformazione veniva sparsa a piene mani per danneggiare l’immagine della Cecoslovacchia: si parlava di declino laddove c’era solo rinascita, di penuria dove pian piano si faceva strada l’abbondanza, di pulizie etniche di tedeschi dove ad essere espulsi erano solo personaggi compromessi con il nazifascismo e collaborazionisti, mentre migliaia e migliaia di cittadini tedeschi onesti e laboriosi si rimboccavano le maniche per ricostruire il Paese, accanto ai loro fratelli Cechi e Slovacchi.
Il Partito Comunista e le forze autenticamente democratiche ed antifasciste, però, non si fecero intimidire, anche se nei ranghi dei Partiti e dei movimenti si erano infiltrate quinte colonne attive ed operanti: il Fronte Nazionale marciò compatto sulla via della costruzione di una nuova Cecoslovacchia, chiese ed ottenne il ritiro delle truppe statunitensi e sovietiche. I sovietici rispettarono la richiesta e adempirono ai loro doveri con sincera convinzione, mentre gli statunitensi la dovettero subire e lavorarono da subito a disseminare il Paese di spie e provocatori. Intanto, il Paese ed il suo governo andavano avanti: provvedimenti di importanza storica colpirono i latifondisti e la grande proprietà terriera in mano alla Chiesa e ai ceti parassitari, mentre altre deliberazioni condussero alla nazionalizzazione delle grandi imprese strategiche, delle banche e delle compagnie private di assicurazione. A tutti gli ex-proprietari e possidenti, tranne che a collaborazionisti tedeschi e ungheresi, vennero corrisposti equi indennizzi, anche oltre il dovuto, visto che molti di loro per decenni avevano evaso il fisco in massa e truffato lo Stato imponendo patti leonini con la forza del denaro. Il Sindacato appoggiò attivamente tali misure ed il Partito Comunista chiamò il Paese alla mobilitazione per difenderle e dar pieno compimento, sotto il controllo popolare, a quanto scritto nei dettati legislativi, ben sapendo che attorno ad essi si stavano esercitando gli “azzeccagarbugli” degli interessi colpiti.
Il 1946 si aprì con una Nazione in piena rinascita economica, un PC sempre più radicato e potente, a Congresso per decidere i futuri orientamenti, la preparazione delle elezioni per l’Assemblea costituente. Queste si tennero nel mese di maggio e i loro risultati premiarono il PC, che raccolse il 38% dei consensi. Questa percentuale, unita al 12% dei socialdemocratici, fece sì che il fronte delle sinistre ottenesse 151 seggi su 300, ovvero la maggioranza assoluta. Rispettosi ancora una volta della dignità e del peso delle altre forze politiche, preoccupati di non aprire varchi alla reazione, indebolendo la democrazia, i comunisti accettarono la Presidenza del Consiglio, che andò al leader del Partito Klement Gottwald, vecchio quadro operaio e indomito combattente antinazista, mentre, per quanto concerne la Presidenza della Repubblica, pur ricevendo offerte in tal senso, appoggiarono Edvard Benes, uomo delle lobbies anglofile e massoniche ma, in quel momento, il più equilibrato che vi fosse sul fronte moderato. Il compagno Gottwald costituì un governo ampiamente unitario, con soli 9 ministri del Partito Comunista. Viene da sorridere pensando ai deliri degli storici borghesi e filo-imperialisti che ancora oggi parlano di “monopolio comunista del potere” e di “volontà egemonica del PC”.
Nel Paese, intanto, si moltiplicavano le minacce provenienti dal fronte conservatore, reazionario e filofascista, abilmente diretto e strumentalizzato dagli USA, dal Vaticano e dalla reazione internazionale. Anche nei Partiti di governo vi erano forti correnti antipopolari e di destra, ma da una parte erano contenute e bilanciate dalla presenza, all’interno di essi, di vaste aree progressiste, aperte alla collaborazione col PC, dall’altra lo stesso PC era intenzionato a procedere in avanti con estrema cautela, il che, naturalmente, non voleva dire senza risolutezza in ordine ad obiettivi e traguardi ben fissati nel programma di Partito e di coalizione. Nuovi provvedimenti governativi, largamente appoggiati in seno al popolo fissarono in 150 e 250 ha i limiti di proprietà rispettivamente per i terreni agrari e per quelli con diversa destinazione d’uso. Un’imposta fortemente progressiva sui milionari colpì in maniera ancor più decisa i cespiti e gli interessi dei ricchi. Grazie a tali misure si riuscì a fronteggiare al meglio l’emergenza alimentare del 1947, dovuta a fenomeni siccitosi devastanti, coinvolgenti tutto l’arco carpatico e subcarpatico. Tutti i cittadini ebbero pane, latte, carne e burro garantiti, anche se in quantità ovviamente non pantagrueliche, mediante misure di razionamento e razionalizzazione della rete commerciale. Nessuno dovette fare la fame, come invece avveniva, negli stessi anni, in Europa occidentale, ma le bande reazionarie, con il sangue agli occhi per questi successi e per le adesioni sempre più forti che i comunisti suscitavano grazie alla loro politica, cominciarono ad intensificare le azioni ostili facendo leva sulle inevitabili difficoltà del momento: attacchi armati contro comunisti ed esponenti di sinistra e sindacali, accaparramento di viveri, distruzione di infrastrutture, diffusione di notizie false per intimidire e seminare sfiducia tra la gente; il copione dell’eversione anticomunista si ripeté anche in Cecoslovacchia, con i circoli imperialisti pronti a trarne profitto per rovesciare il governo del Paese. Con singolare, diabolico tempismo, questi circoli tentarono di stringere attorno al Paese il cappio del “Piano Marshall”, presentandosi col volto caritatevole falso ed ipocrita di chi prima accende la miccia e poi pretende di vestire gli abiti del pompiere. I comunisti e tutte le forze progressiste del Paese non caddero nel tranello! Non vi fu, come sostengono ancora oggi gli pseudostorici che vanno per la maggiore. alcun veto o diktat di Stalin in ordine alle decisioni cecoslovacche sull’adesione al “Piano Marshall”. Stalin era rispettosissimo dell’indipendenza e sovranità della Cecoslovacchia e, semmai, se proprio si vuole fare la ponderazione degli interessi col bilancino del giudizio storico, avrebbe visto di buon occhio un soccorso economico occidentale che avesse, per così dire, coperto la parte che l’URSS, uscita dalla guerra con necessità di ricostruzione enormi, non sarebbe riuscita a mettere in campo. Furono i comunisti cecoslovacchi che, studiate attentamente la proposta, si accorsero che il “Piano Marshall” non era una versione avanzata e perfezionata del Piano UNNRA che anche l’URSS aveva concorso ad attuare, una sorta di keynesismo sovranazionale gestito in forma concordata tra i principali vincitori del secondo conflitto mondiale a beneficio dei Paesi d’Europa, ma un semplice strumento in mano alle multinazionali statunitensi e ai loro protettori politici per colonizzare economicamente l’Europa, distruggendo ogni forma di sovranità. Dinanzi a questo scenario, i comunisti cecoslovacchi dissero no, e lo disse, conseguentemente, dal momento che aveva occhi e bocca per giudicare, e nessuno poteva legittimamente impedirglielo, anche Stalin. O forse si vuol sostenere che Truman poteva dire la sua su tutto, ipotecando il futuro e la sovranità dei Paesi europei, mentre Stalin non doveva esprimere pareri e orientamenti su niente, nemmeno per Paesi interessati da rilevanti trattati commerciali con l’URSS?
Il rifiuto del tranello del “Piano Marshall”, la sempre più forte influenza del PC, il superamento delle difficoltà alimentari del 1947, anche con misure decise appoggiate dalla stragrande maggioranza della popolazione quali la statalizzazione del commercio all’ingrosso, furono tutti fattori che costrinsero alle corde l’opposizione reazionaria ed eversiva del clero e dei ceti borghesi e latifondisti spodestati, con conseguenti spinte eversive sempre più rabbiose e disperate. La ciliegina sulla torta, però, fu la decisione dell’URSS sulle esportazioni di derrate alimentari a beneficio della Cecoslovacchia. Klement Gottwald, preoccupato di assicurare al popolo tutto il nutrimento necessario dopo la siccità, quando ormai la battaglia contro la penuria del ’47 era quasi del tutto vinta, rivolse un appello all’Unione Sovietica per consolidare i successi assicurandosi 150000 tonnellate di granaglie. Questa era l’entità della richiesta. L’URSS, sul finire del 1947, aveva ormai vinto anch’essa la battaglia contro le privazioni dei primi due anni postbellici e abolito il razionamento dei generi alimentari dieci anni prima della ricca Gran Bretagna, uscita dal conflitto con molte meno distruzioni. Un miracolo che solo il socialismo poté compiere. Tracciato un bilancio accurato dei fabbisogni, delle spese di trasporto e della rete infrastrutturale e logistica necessaria, l’URSS annunciò che la Cecoslovacchia avrebbe avuto ben 200000 tonnellate di grano, in luogo delle 150000 richieste. Il popolo andò in un visibilio che non è possibile descrivere; l’immagine dell’URSS guadagnò in forza, stima e ammirazione presso i Cecoslovacchi, al punto che anche illustri conservatori sposarono le posizioni filosovietiche. I crediti agevolati, le materie prime, i macchinari, il grano, dimostravano che il sistema sovietico era in grado, a due anni dalla fine del conflitto, pur tra mille difficoltà, di onorare promesse e impegni verso il popolo cecoslovacco andando anche oltre il pattuito. Intanto, sul piano interno, in Cecoslovacchia la produzione era raddoppiata dal 1945 e tornata al 98% del livello prebellico, ma con una ben diversa, incomparabilmente più equa ripartizione della ricchezza e del prodotto sociale tra tutti i cittadini. In questo quadro, le forze reazionarie, approfittando anche di un Benes sempre più tentennante, tentarono l’ultima, disperata spallata al potere democratico e popolare, contando sull’appoggio del nunzio vaticano e dell’ambasciatore statunitense. Il 12 febbraio 1948, tre mesi dopo che Gottwald con puntualità e determinazione aveva denunciato l’inasprirsi del complotto reazionario ed imperialista ai danni del Paese, davanti al CC del Partito Comunista, la Commissione agraria dell’Assemblea costituente si rifiutò di discutere il progetto di legge di una nuova riforma agraria ancor più radicale delle precedenti, che avevano lasciato scoperti settori importanti dei lavoratori agricoli. In tutto il Paese si levò un moto di sdegno contro tale ostruzionismo, con comitati di agitazione operai e contadini ovunque mobilitati e una grande conferenza tenutasi a Praga il 16 febbraio. Strumentalizzando la tensione esistente nel Paese, e di concerto con le bande reazionarie pronte al golpe, si dimisero dal Governo del compagno Gottwald i Ministri reazionari appartenenti ai partiti socialnazionale, democratico e populista, boicottando la riunione del 17 febbraio. In quelle forze politiche, però, non tutti la pensavano allo stesso modo ed erano intenzionati ad assecondare le trame eversive: infatti, molti elementi ribadirono la fedeltà al governo democratico e progressista del Fronte Nazionale e stigmatizzarono la violazione dei patti e degli impegni assunti da parte dei ministri dimissionari. Intanto nel Paese, rispondendo all’appello del Partito Comunista diffuso in ogni modo da migliaia di attivisti, attraverso radio, stampa e assemblee, milioni di persone si mobilitarono per difendere il governo e le istituzioni democratiche; la Milizia operaia fu particolarmente energica nell’impedire ai sabotatori e agli eversori di portare a termine i loro loschi piani: nel rispetto delle leggi esistenti, e al contempo con decisione, essi furono messi in condizione di non nuocere. Tutto il Paese si era stretto attorno a Gottwald, al Partito Comunista, agli elementi progressisti decisi a fondare sulle colonne della giustizia una nuova Cecoslovacchia operaia e democratica. In piazza vi furono anche democratici, populisti e socialnazionali che non si riconobbero nei piani dei loro dirigenti acquistati e manovrati dalla reazione internazionale.
Il 25 febbraio 1948, il Presidente della Repubblica Benes fu costretto ad accettare le dimissioni dei ministri reazionari e un grandioso comizio salutò la vittoria popolare contro i golpisti in Piazza San Venceslao. Centinaia di migliaia di persone si pigiarono per ascoltare il compagno Gottwald. La reazione interna ed internazionale era battuta, sgominata, annichilita. Nonostante i mutati rapporti di forza, nonostante la prova di energia e vigore di tutto un popolo accorso a difendere le istituzioni della democrazia popolare, i comunisti non si imbaldanzirono né trascesero a comportamenti e azioni esagerati. Essi mantennero sempre sangue freddo, misura, equilibrio e vollero ancora formare, sotto la loro guida, un governo unitario con tutte le forze progressiste fedeli al programma originario del Fronte Nazionale. Chi parla di golpe comunista, dunque, cade nel ridicolo e si squalifica davanti al tribunale della storia non solo come studioso, ma anche come opinionista. Si è molto favoleggiato e si favoleggia sulla tragica scomparsa del Ministro degli Esteri Masaryk, di orientamento socialdemocratico, trovato morto nel cortile di Palazzo Cernin a Praga il 10 marzo 1948: i centri della disinformazione anticomunista ed antisovietica, in special modo quelli legati alla massoneria, alla quale Masaryk aderiva, hanno sempre cercato di far passare la tesi dell’eliminazione fisica da parte dei comunisti. Essa, però, naufraga sotto tonnellate di prove contrarie e tutte le persone più vicine al ministro, con convinzione e non perché costrette da alcuno, han sempre parlato, anche dopo il 1989, di suicidio, l’unica causa possibile e plausibile che si evince da decine e decine di rilievi ed esami. Ad ogni modo, anche quell’evento fu strumentalizzato e utilizzato cinicamente dai crociati della Guerra fredda. Ad ogni buon conto, il 21 marzo 1948, l’Assemblea costituente varò una nuova legge agraria che limitava la proprietà fondiaria a 50 ettari, unificava l’imposta a carico dei terreni, stabiliva regole certe, semplici e incontrovertibili per un credito agricolo al servizio della piccola impresa (riconosciuta e tutelata) e delle cooperative. Il 28 aprile, si passò alla nazionalizzazione delle imprese con più di 50 dipendenti e, per alcuni settori, alla nazionalizzazione tout court. Venne introdotto pure il monopolio sul commercio estero e il 9 maggio 1948 vide la luce la nuova Costituzione, boicottata dai vecchi arnesi della reazione e ora pronta per essere sancita ed attuata in tutti i suoi punti, da quelli principali ai corollari esplicativi. La Carta suprema proclamava la scelta socialista del Paese. Il 30 maggio del 1948, le elezioni videro la vittoria del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi con l’89% dei voti. Nel Fronte non vi erano solo i comunisti, ma tutti i democratici che intendevano contribuire alla rinascita e allo sviluppo del Paese sulla via maestra del socialismo. L’opposizione fu sempre tutelata e il pluripartitismo riconosciuto; se qualche partito e partitello non riuscì a formare liste, fu perché si era completamente screditato agli occhi della popolazione, non per veti che non ci furono mai e che sarebbero stati del tutto inutili e anzi controproducenti, visto il larghissimo consenso del quale godevano le forze unite del Fronte. Nel mese di giugno, Benes si dimise da Presidente della Repubblica: le sirene anglo-statunitensi–massoniche avevano cantato più forte di quelle progressiste e realmente liberali che pure avevano gorgheggiato nel suo animo; egli fu sostituito dal compagno Gottwald, mentre alla carica di Presidente del Consiglio andò il celebre, amatissimo sindacalista Antonin Zapotocky, protagonista centrale delle giornate della primavera 1948. L’estate del ’48 vide l’unificazione tra comunisti e socialdemocratici: la classe operaia usciva più forte, unita e determinata dalle dure prove sostenute, pronta a raccogliere i frutti di un benessere e di una stabilità crescenti che avrebbero fatto della Cecoslovacchia uno dei Paesi più ricchi e progrediti di tutta Europa.

Riferimenti bibliografici e sitografici:
“Storia universale” dell’Accademia delle scienze dell’URSS, vol. 11 (Teti, 1978)
Klement Gottwald: “La Cecoslovacchia verso il socialismo” (Rinascita, 1952)

I leader seguiti dai “Cinque Occhi”, muoiono all’improvviso

Wayne Madsen, Strategic Culture, 18.07.2017

Baldwin Lonsdale

I piccoli Stati-isola del Pacifico possono essere orgogliosi dell’indipendenza, ma rimangono sotto l’efficace controllo delle potenze neocoloniali dominanti nella regione, vale a dire Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Questi Stati, da Palau nel Pacifico occidentale a Tonga nel Pacifico del sud, sono asserviti al dominio in politica estera, al voto alle Nazioni Unite, sulle rotte internazionali delle compagnie aeree, sulle telecomunicazioni e le finanze. Inoltre, i piccoli Stati insulari affrontano la prospettiva di divenire prime vittime dell’aumento del livello del mare per il cambiamento climatico. Alcuni residenti dell’isola già fuggono dai loro atolli e arcipelaghi e chiedono lo status di “rifugiati ambientali”, una categoria dell’immigrazione che poche nazioni riconoscono. Normalmente, la morte improvvisa per attacco cardiaco a giugno del presidente di 67 anni delle Vanuatu, il sacerdote anglicano e capo tradizionale Baldwin Lonsdale delle isole Banks, non avrebbe sollevato il minimo sospetto. Tuttavia, considerato con altre morti improvvise di leader del Pacifico negli ultimi decenni, la morte di Lonsdale solleva dubbi. Per molti isolani del Pacifico, la morte di Lonsdale è un déjà vu. Sebbene il potere politico attuale a Vanuatu sia del primo ministro, nel 2015 Lonsdale negò il perdono a 14 parlamentari di destra condannati per corruzione. Il portavoce del parlamento, Marcellino Pipite, perdonò se stesso e altri 13 deputati. Lonsdale rientrando da una visita statale a Samoa annullò subito il perdono, sostenendo che nessuno era al di sopra della legge. Pipite fu ministro degli Esteri del governo conservatore del primo ministro Serge Vohor. Nel 2004, Vohor creò segretamente rapporti diplomatici con Taiwan, anche se la Repubblica popolare cinese aveva l’ambasciata nel capoluogo di Vanuatu di Port Vila. La decisione di Vohor di riconoscere Taiwan fu successivamente annullata dal consiglio dei ministri. Nel forgiare i legami con Taiwan, Vohor si affermò da eroe per certi interessi di destra e contrari allo Stato. Nel 2015, Vohor si ritrovò nuovamente ministro degli Esteri, ma fu poi condannato per corruzione insieme agli altri politici il cui perdono fu negato da Lonsdale.
Lonsdale si era già guadagnata l’inimicizia dei più grandi inquinatori mondiali dopo che denunciò Coal India, il commerciante di prodotti anglo-svizzeri Glencore Xstrata e l’azienda petrolifera anglo-olandese Shell quali maggiori creatori di gas serra e quindi del rapido cambiamento climatico, devastante per le isole del Pacifico. Nel 2010, il primo ministro Edward Natapei fu rovesciato da un voto di sfiducia, mentre a Città del Messico partecipava a una conferenza sul cambiamento climatico. Natapei è morto a 61 anni dopo una “lunga malattia”, chiaramente sorprendente per Lonsdale, scosso dalla morte dell’amico e alleato politico. Lonsdale era il secondo sacerdote anglicano a divenire leader delle Vanuatu. Il primo fu padre Walter Lini, fondatore di Vanuatu e primo Primo ministro della nazione. Quando Lini divenne primo ministro di Vanuatu nel 1980, affrontò immediatamente una ribellione secessionistica nelle isole francofone di Espiritu Santo e Tanna. La ribellione fu finanziata da un oscuro gruppo “libertario” statunitense chiamato Fondazione Phoenix, una società di Carson City, Nevada, diretta da un investitore immobiliare di nome Michael Oliver che sperava di creare la “Repubblica di Vemerana”, un’utopia libertaria senza tassa, e che fu già coinvolto in un tentativo degli isolani bianchi di Abaco, delle Bahamas, di separarsi dal governo centrale di Nassau. Lini chiamò una forza militare di 200 soldati provenienti dalla Papua Nuova Guinea, che mise fine alla rivolta in ciò che divenne noto come la “guerra del cocco”. Alcuni dei secessionisti ebbero più di un rapporto di passaggio con l’Agenzia centrale d’intelligence e il servizio di intelligence francese, il Servizio di documentazione estera e di controspionaggio (SDECE). Lini irritò Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda stabilendo rapporti diplomatici con Vietnam, Cuba e Libia e firmando un accordo sulla pesca con l’Unione Sovietica. Lui e il suo partito politico, il Vanuaaku Pati, aderivano al concetto di socialismo melanesiano ispirato ai leader socialisti pan-africani Kwame Nkrumah del Ghana e Julius Nyerere della Tanzania. Lini rifiutò l’ambasciata statunitense a Port Vila. Infastidì anche la Francia sostenendo il movimento d’indipendenza della Nuova Caledonia, un atto che persuase la Francia a sostenere segretamete la ribellione di Espiritu Santo. Il potere politico di Lini cominciò a diminuire dopo aver subito un infarto nel 1987 durante una visita a Washington, DC. Lini subì l’ictus mentre pensava di frequentare la National Prayer Breakfast di Washington, sponsorizzata dalla Fondazione Fellowship, un gruppo di affaristi ricchi e influenti politici. La storia della Fellowship o “Famiglia”, come è meglio nota, suggerisce che il gruppo abbia una lunga storia di legami con la CIA. Lini non partecipò mai alla colazione di preghiera o all’incontro programmato con il presidente Ronald Reagan, irritato dalle differenze di Lini su Libia, Cuba e Unione Sovietica. Il conseguente malessere di Lini, che gli causò la paralisi del lato destro, lo portarono a perdere il potere a Vanuatu, e alla sconfitta col voto di sfiducia del 1991, portandolo alle dimissioni. Lini morì a 57 anni nel 1999. Durante la carriera politica, Lini fu sempre sorvegliato dai “Cinque Occhi” tramite l’intercettazione effettuata dal centro dell’Agenzia nazionale per la sicurezza nazionale degli USA di Waihopai, Nuova Zelanda, denominato IRONSAND. IRONSAND intercettava regolarmente le comunicazioni dei leader delle isole del Pacifico. Ad opporsi ai deputati di Vanuatu condannati per corruzione nel 2015 vi erano Lonsdale e Ham Lini, ex-primo ministro e il fratello di Walter Lini.
La morte di Lonsdale richiamà l’attenzione sul continuo coinvolgimento delle potenze occidentali negli affari di Vanuatu. Molti dei deputati condannati per corruzione hanno collegamenti con il movimento antistatale Na-Griamel, guidato da Jimmy Stevens, capo mezzo-tongano e mezzo-scozzese della malaugurata “Repubblica Vemerana” e del Partito libertario statunitense, entrambi responsabili della rivolta secessionistica del 1980 a Espiritu Santo e Tanna. Uno dei capi della Fondazione Phoenix era il dottor John Hospers, candidato libertario del 1972 a presidente degli Stati Uniti, che fece anche parte del consiglio della “Vemerana Development Corporation”, una probabile facciata della CIA responsabile del tentativo di popolare la “New Hawai” di Vanuatu con 4000 veterani statunitensi. Uno dei congiurati di Vemerana era Mitchell Livingstone “WerBell”, un trafficante di armi della CIA della Georgia coinvolto in una prima spedizione illegale di armi al “Movimento d’Indipendenza di Abaco” nelle Bahamas. La sindrome della morte improvvisa dei politici non si limita a Vanuatu. Molti isolani del Pacifico sospettano della morte misteriosa del presidente di Nauru, Bernard Dowiyogo. Il presidente morì nell’ospedale George Washington a Washington DC, il 10 marzo 2003, mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti. Dowiyogo, ex-presidente della repubblica, era ridiventato presidente dopo che il presidente Rene Harris aveva firmato un controverso accordo con il governo di John Howard dell’Australia per creare un centro della “Pacific Solution” di Howard, il programma per ospitare i rifugiati mediorientali e asiatici a Nauru e Manus, Papua Nuova Guinea, in cambio di denaro. Dowiyogo, 57 anni, ebbe l’infarto dopo aver firmato un conteso (e segreto) accordo con i funzionari dell’amministrazione George W. Bush su vendita di passaporti di Nauru, finanza off-shore e sostegno alla cosiddetta “guerra al terrore” di Bush. Dowiyogo morì dopo undici ore di chirurgia al cuore, mentre era ancora sul tavolo operatorio. I media sociali riferirono che Dowiyogo morì di complicazioni da diabete. Il corpo di Dowiyogo fu restituito al governo di Naurua dall’aviazione statunitense. Il funerale di Dowiyogo a Nauru fu rinviato a causa di “ritardi” inspiegabili incontrati nel riportare il corpo del presidente da Washington. La morte sospetta di Dowiyogo non fu la prima né l’ultima dei leader delle isole del Pacifico.
Il primo presidente delle Palau, Haruo Remeliik, fu ucciso nel 1985. Il suo successore, Lazarus Salii, si sarebbe suicidato nel 1988. Entrambi i presidenti morirono dopo aver affermato di opporsi all’accordo di libera associazione con gli Stati Uniti che permetteva alle navi da guerra nucleari statunitensi di accedere ai porti delle Palau. Nel 1990 Ricardo Bordallo, ex-governatore di Guam, che favorì i diritti di Chamorro sul dominio militare degli Stati Uniti dell’isola, fu trovato morto per ferita da arma da fuoco alla testa, mentre era avvolto nella bandiera di Guam. La morte fu attribuita a suicidio. Come Remeliik e Salii, Dowiyogo fu un netto avversario dei pattugliamenti di navi nucleari statunitensi nella regione, così come dei test nucleari francesi nella Polinesia francese. Poche settimane dopo la morte di Dowiyogo, il successore a presidente delle Nauru, Derog Gioura, 71 anni, alleato politico di Dowiyogo, ebbe un attacco di cuore e fu portato in un ospedale australiano. Più tardi i rapporti dichiararono che Gioura aveva subito un infarto. Poche settimane dopo, Gioura si disse sorpreso di sapere che l’amministrazione Bush aveva sostenuto che sei sospetti “terroristi”, tra cui due membri di al-Qaida, arrestati nel Sud-Est asiatico, avevano passaporti delle Nauru. Il 20 marzo 2008, Christina Dowiyogo, la vedova del presidente Dowiyogo e più longeva prima signora delle Nauru, sarebbe “morta di notte” a 60 anni, senza ulteriori dettagli. Madame Dowiyogo era col marito quando morì a Washington.
Nel 1996, Amata Kabua, il primo presidente dal termine di cinque delle Isole Marshall, morì dopo essere stato affetto da nausea e dolori al torace al Queen’s Hospital di Honolulu. Kabua, 68 anni, irritò gli Stati Uniti per le rivendicazioni giuridiche e legali avanzate dai residenti dell’atollo di Kwajalein deportati dall’atollo di Bikini per permettere agli Stati Uniti di testare le bombe atomiche e all’idrogeno nelle loro isole ancestrali. L’obituario di Kabua affermò che era morto dopo una “lunga malattia” anche se si lamentò delle sue condizioni solo un mese prima della morte nelle Hawaii. Persino i capi surrogati dei “sostenitori” degli USA nel Pacifico non sono immuni da morte improvvisa, dopo aver affrontato Washington. Il primo ministro del partito laburista della Nuova Zelanda, Norman Kirk, fu un netto critico degli Stati Uniti su tutto, dalle navi nucleari nel Pacifico alla guerra in Vietnam al coinvolgimento di Washington nel colpo di Stato del 1973 in Cile. Nel 1974, Kirk, 51 anni, morì improvvisamente dopo aver subito un infarto. Più tardi, il presidente del partito laburista Bob Harvey invocò una commissione reale per indagare se Kirk fosse stato assassinato dalla CIA con un “veleno di contatto”. Data la morte del presidente Lonsdale, tali commissioni investigative dovrebbero essere create anche a Vanuatu, Nauru, Palau, isole Marshall e Guam (Guahan).

Il premier neozelandese Norman Kirk con il premier australiano Gough Whitlam

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Matteo stai Bonino (ma non sereno)

L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaida, al-Nusra, Hamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC News riferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Boleslaw Piasecki: un cattolico contro la piovra vaticana e imperialista nella Polonia popolare

Luca BaldelliLa crociata vaticana contro i Paesi socialisti, supportata materialmente dall’imperialismo anglostatunitense, ha sempre mirato a diffamare l’ideale marxista-leninista come principale bussola di trasformazione sociale per l’umanità, degradandolo a bieco materialismo senz’anima. Non solo: questa “pugna spiritualis” degna di miglior causa, che di spirituale e di teologico aveva veramente poco, ha sempre teso a nascondere, infangare e distorcere il ruolo costruttivo di milioni di cristiani, cattolici e non, nella costruzione della nuova società, mondata dalla lordura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Abbiamo avuto modo di esaminare il caso emblematico dell’abate cecoslovacco Josef Plojhar; questa volta, invece, ci sposteremo un po’ più a nord, in Polonia, Paese cattolicissimo, con un’atmosfera bigotta e codina diffusa, percepibile sin dalle pietre delle strade. Qui, lo schema disinformante e inquisitorio della crociata vaticana contro il socialismo e i suoi “compagni di strada”, riscontrabile in ogni angolo dell’est europeo, fu replicato fedelmente e anzi reso più pesante ed invasivo. Oggi, tutti coloro i quali pensano al cattolicesimo polacco vanno con la mente alla bianca veste di Wojtyla o ai baffi biondo-arancio di Lech Walesa. A pochi, pochissimi, balenerà davanti l’immagine di Boleslaw Piasecki. Un nome, questo, misterioso, enigmatico, ostico persino nella fonetica. Un personaggio senz’altro scomodo, Piasecki, ovvero non accomodante, né addomesticabile, né tanto meno collocabile nel Pantheon ipocrita, onnicomprensivo e per ciò stesso nullacomprensivo, della religiosità new-age, irenica e all’acqua di rose, che tanto va di moda in quest’epoca di valori forti banditi e di pensieri deboli resi forti dal potere. I fautori dello scontro cieco ed incondizionato fra diverse concezioni dell’uomo e del mondo, hanno tutto l’interesse a far credere che il comunismo abbia perseguitato sistematicamente i cristiani, fino quasi a cacciarli nelle catacombe; Piasecki rappresenta, come Plojhar, l’esempio incarnato di quanto tutto ciò sia falso e di come, invece, le masse cristiane e cattoliche dell’est-europeo abbiano, nella loro stragrande maggioranza, collaborato in maniera leale e fruttuosa con il potere popolare.
Nato nel 1915 a Lodz, in una famiglia di funzionari pubblici (il padre era dottore agronomo), Boleslaw Piasecki frequentò il Ginnasio “Jan Zamoyski” di Varsavia, laureandosi poi in Giurisprudenza presso l’Ateneo della Capitale polacca, nel 1935. Influenzato dalle idee nazionaliste e sovraniste, Piasecki, sempre nel 1935, fondò il ”Movimento nazional-radicale Falanga”, noto anche semplicemente come “Falanga” (“Falange”). Su tale formazione politica, il giudizio di vari storici è stato estremamente negativo: hanno assimilato la “Falanga” sic et simpliciter al fascismo, senza cogliere le contraddizioni, la dialettica interna a quel movimento fra conservatori tradizionalisti, nazional-rivoluzionari ed elementi filo-fascisti e filo-nazisti. Di certo, in questo caleidoscopio, Piasecki rappresentò sempre la tendenza nazional-rivoluzionaria, radicale, fautrice di profonde riforme sociali all’insegna del corporativismo integrale, ma senza sposare la visione geopolitica del fascismo né tantomeno la dottrina razziale del nazionalsocialismo. L’ala filo-nazista della “Falanga”, capitanata da Kazimierz Halaburda, fu sempre emarginata e, in gran parte, finì per staccarsi dal movimento. Piasecki, in particolare, cattolico di ferro, combatté con energia ogni infiltrazione dello NSDAP (il Partito Nazionalsocialista di Hitler) nella “Falange”, individuando ed espellendo agenti che, muniti di cospicue somme di denaro e di dettagliati piani di provocazione, intendevano spingere il movimento sul binario morto della sudditanza al III Reich, le cui mire territoriali, fondate sul progetto del “Mein Kampf”, erano per forza di cose incompatibili con le volontà di ogni nazionalista polacco. Esse, infatti, prevedevano per la Polonia un ruolo di colonia, di serbatoio di materie prime e forza lavoro nel quadro del Nuovo Ordine Europeo o al massimo un patto leonino tra Stati sovrani in cui sovrano era solo quello più forte, che sceglieva il più debole come comprimario per un’aggressione all’URSS che ricompattasse attorno alla Germania tutto l’asse anticomunista mondiale, segnato dalle ovvie rivalità inter-imperialistiche. Piasecki, sempre attento e vigile contro provocazioni e snaturamenti di quella che riteneva essere una genuina concezione nazionalistica, radicata nella storia e nella tradizione della Polonia, condusse una critica serrata alle stridenti disuguaglianze sociali, allo strapotere della finanza e delle banche, ai ceti parassitari, auspicando un nuovo assetto più giusto, con un’equa redistribuzione delle ricchezze, la difesa della classe operaia e contadina, la valorizzazione della piccola impresa. Nell’inquadrare questi punti, la “Falange” di Piasecki, come ogni movimento populista di destra della Polonia degli anni ’30 faceva, questo sì, professione di antisemitismo, identificando negli ebrei la causa principale delle disgrazie del Paese. L’antisemitismo di Piasecki, però, era di schietta matrice cattolico– tradizionalista e aveva radici economico-sociali; mai sfociò nell’odio biologico dei nazisti per la stirpe ebraica. Naturalmente, non puntualizziamo ciò a mò di attenuante, ma come doverosa spiegazione, come distinguo che in sede storiografica non ci si può dispensare dal mettere in evidenza, pena la non comprensione di fatti, eventi, scelte. Precisato tale aspetto, basta dare un’occhiata alla biografia di Boleslaw Piasecki per constatare la sua intransigente opposizione al nazismo: soldato nel ’39, al momento dell’invasione tedesca, combatté con coraggio e fino alla fine, a differenza di tanti altri militari legati al governo borghese-conservatore di Skladowski, vassallo della Gran Bretagna, i quali concorsero a provocare il crollo della Nazione per poi darsela a gambe in Romania con ministri e alti dignitari, lasciando il popolo alla mercé della croce uncinata. Arrestato dalla GESTAPO e imprigionato fino all’aprile del 1940, Piasecki venne poi scarcerato e, da uomo libero, ricominciò a tessere le fila di una Resistenza nazionalista ai nazisti occupanti. I tempi erano duri e non agevolavano certo sottigliezze e distinguo; Stalin e l’URSS appoggiavano attivamente i partigiani di osservanza socialcomunista e progressista, gli unici che saldavano alla lotta di liberazione il necessario obiettivo di trasformazione sociale del Paese. In quest’ottica, sia la Resistenza filo-inglese che quella nazionalista di Piasecki, che nel frattempo aveva dato vita ad una “Confederazione nazionale” per distinguersi dagli altri due fronti di opposizione all’occupazione nazista, non potevano che essere viste come focolai di diversione, divisione e anche d’intelligenza col nemico da chi, pochi chilometri più a est, di quel nemico aveva sperimentato sulla propria pelle i peggiori crimini.
Nel 1944, la Resistenza di impronta socialcomunista fondò il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (PKWN, la sigla polacca), più noto come Comitato di Lublino, nel quale vi erano anche indipendenti, democratici, liberali decisi non solo a liberare il Paese dai nazisti, ma anche ad edificare una nuova Polonia realmente indipendente, libera, sovrana, non succube di inglesi, tedeschi e chicchessia. In questo quadro, i settori nazional-radicali che facevano capo a Piasecki e ad altri, non potevano non entrare nel mirino: il loro rifiuto di appoggiare la Resistenza del Comitato di Lublino fu interpretato come un imperdonabile tradimento e come un fare il gioco del nemico più bestiale e feroce mai apparso sulla scena politico-militare. Non poteva andare diversamente del resto: l’URSS sapeva che solo con la compattezza di tutti i combattenti si sarebbe potuto cacciare al più presto l’invasore e che ogni azione in senso contrario era lesiva, controproducente, scriteriata (quando non era indice di collusione col nazismo). Le pallottole sparate dagli uomini della “Confederazione Nazionale” contro i partigiani e l’Armata Rossa furono la goccia (di piombo) che fece traboccare il vaso: Piasecki, assieme ad altri, venne catturato e imprigionato a Lublino nel novembre del 1944 dalle forze filosovietiche e dall’NKVD. A prendersi l’incarico di seguire i settori nazionalisti fu delegato Ivan Serov, generale sovietico, distintosi tanto nell’Armata Rossa quanto nell’NKVD, uomo di indefettibile fermezza, ma anche di raro tatto e di profonda sensibilità umana, che solo una pubblicistica ed una storiografia bugiarde e faziose come quelle anticomuniste potevano trasformare in un individuo spietato e crudele. Serov aveva una naturale propensione a cogliere i lati positivi anche dove i più vedevano solo il deserto dei tartari. Con pazienza e volontà di capire le dinamiche storiche della società polacca, ponendo al contempo le premesse per un futuro stabile e duraturo di pace e reciproca comprensione, Serov, con l’appoggio di Stalin, del VK(b)P e del Governo sovietico, cominciò a stabilire una linea di dialogo e confronto con la Resistenza nazionalista, compresi gli uomini incarcerati per azioni condotte contro l’Armata Rossa e la Resistenza coordinata da Lublino. Serov seppe vincere l’ostilità e l’opposizione di chi, preso da comprensibile spirito di vendetta, all’interno dell’NKVD in particolare, intendeva procedere per le vie brevi, mettendo tutti i nazionalisti polacchi nello stesso calderone. Piasecki, non certo sotto tortura o sotto costrizione, come hanno insinuato i soliti storici pregiudizialmente ostili al socialismo e all’URSS, anche con l’ausilio di documenti fasulli, iniziò un cammino di avvicinamento al socialismo, mentre i sovietici, dal canto loro, maturarono, in questo scambio, una visione più completa e meno schematica della realtà polacca. Si resero conto che non c’erano solo i fanatici sciovinisti che deliravano attorno ai progetti di una Grande Polonia estesa da Berlino al Mar Nero, né soltanto i vecchi arnesi del filo-tedesco Pilsudski, ma tutta una schiera di social-nazionalisti che, gettati alle ortiche i preconcetti verso il marxismo-leninismo, intendevano integrarsi nel nuovo ordine socialista, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione e rafforzato, in mezzo a mille tremende difficoltà, dall’aiuto fraterno dell’Unione Sovietica. Piasecki riceveva regolarmente giornali, riviste e ascoltava la radio: aveva quindi perfetta contezza di tutti i provvedimenti progressisti e innovatori varati dal nuovo governo popolare, nel quale i comunisti erano centrali. Non viveva certo, il fondatore della “Falanga”, in un isolamento paragonabile, anche solo lontanamente, a quello vigente nei lager nazisti. La prova incontrovertibile di ciò è la lettera, inviata da Piasecki a Serov, nella quale il militante nazionalista polacco, in prigione, si dichiarò favorevole alle riforme sociali introdotte dal nuovo potere supportato dai sovietici; in particolare, Piasecki riconobbe che, per la prima volta, si stava procedendo in direzione di una vera riforma agraria, da tempo chiesta dai nazional-rivoluzionari, mentre la nazionalizzazione dei settori economici strategici fu vista come un passo necessario per la creazione di una nuova Polonia realmente indipendente. Allo stesso modo, Piasecki ripercorse nella missiva le tappe del suo indefesso impegno anti-nazista. Un ruolo forte dei cattolici polacchi era imprescindibile, sostenne Piasecki, anche per il futuro socialista della Nazione. Nel luglio del 1945, valutato attentamente il caso suo e di altri (non si facevano sconti a nessuno, né si abusava di alcun principio del diritto, dove comandavano le forze social-comuniste), Piasecki fu liberato e subito si dette da fare per fondare un gruppo di cattolici aperti alla collaborazione con il movimento operaio e comunista. Una resa incondizionata, dettata solo dal ricatto e dalla paura? Nemmeno per sogno!
Piasecki, già nella lettera a Serov, non era arretrato di un millimetro dai propri principi e dalle proprie convinzioni: la sua fede non era in discussione, né poteva esserlo la sua identità di cristiano-sociale, compagno di strada dei comunisti nella costruzione di una società più giusta, ma non appiattito sulle posizioni del marxismo-leninismo. I comunisti polacchi e sovietici non pretesero mai questo, convinti come erano che solo la più ampia coesione delle forze di ispirazione popolare potesse garantire la necessaria opera di ricostruzione sociale, civile, economica e l’approdo a lidi più avanzati di giustizia, libertà ed emancipazione delle classi subalterne. Dal novembre del 1945 partì l’avventura del settimanale cattolico-sociale “Dzis i Jutro” (“Oggi e domani”), nato da un’idea di Piasecki e subito battezzato da successo. Il nuovo organo di stampa irritò in misura parossistica le gerarchie vaticane e quelle ecclesiastiche polacche più reazionarie e legate a Roma: era la prova provata che il nuovo governo popolare di Varsavia, guidato dai socialcomunisti, non solo non proibiva la religione, ma addirittura patrocinava pubblicazioni di carattere religioso. Come si sarebbe potuta continuare a sostenere l’impostura dei regimi dell’ateismo imposto? Come si sarebbero potuti dividere, ora, proletari aventi i medesimi interessi di classe sulla base della religione, anche in quell’occidente nel quale l’avanzata dei comunisti pareva irresistibile? Basta dare un’occhiata ai nomi dei collaboratori di “Oggi e domani” per vedervi personaggi autorevolissimi del pensiero cristiano–sociale polacco, uomini e donne che conosceranno sorti diverse, ma tutti accomunati da schiena diritta e saldezza di principi: Jan Dobraczynski, Konstantin Lubienski, Hanna Malewska, Wojciech Zukrowski. Nel n° 1 della rivista, pubblicato il 25/11/1945, Boleslaw Piasecki dimostrò ulteriormente quanto la sua adesione alla nuova democrazia popolare fosse convinta e poggiasse sull’onestà intellettuale, non sulla convenienza; anziché rinnegare il passato in blocco, egli scrisse: “Sarebbe una sciagura sostenere che il diritto di accesso alla nuova realtà polacca si debba pagare a prezzo del rinnegamento della tradizione, di tanti eroici compagni caduti nella lotta armata o ancora vivi. Sarebbe una sciagura, questa, poiché solo le persone ipocrite accetterebbero a questo prezzo la convivenza con la nuova realtà”. Il potere popolare, dal canto suo, mai pretese, lo ribadiamo, alcuna abiura o autodafè con tanto di sceneggiata barocca, nemmeno rispetto ai contenuti e ai principi della “Falange” nella loro totalità: alcuni punti programmatici del nazionalismo degli anni ’30, specie riguardo all’assetto economico-sociale, erano compatibili con il programma social-comunista, summa di vero patriottismo. In ordine all’antisemitismo, invece, così come rispetto ai sogni di una “Grande Polonia” che equivalevano a dichiarazioni di guerra, non si poteva certo transigere alcunché, e non solo perché i vertici del Partito dei Lavoratori Polacchi (poi Partito Operaio Unificato Polacco) vedevano la massiccia presenza di ebrei (fatto storico inoppugnabile), ma perché la nuova Polonia popolare non poteva tollerare in alcun modo, e sotto nessuna forma, ideologie improntate all’odio etnico, religioso, razziale, né di matrice antisemita, né di matrice sionista.
Boleslaw Bierut, Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, con la sua linea anti–dogmatica ed unitaria, mirante alla massima compattezza del blocco sociale nel processo di trasformazione socialista del Paese, riuscì ad aggregare tutte le forze vive e dinamiche della Nazione, in un felice pluralismo ignorato e anzi rovesciato nel suo opposto dalle menzogne della storiografia avversa. Ciò gli consentì anche di emarginare elementi settari, cripto–trotskisti e frazionisti che, con la loro visione dogmatica, schematica e avulsa dalla realtà concreta, avrebbero mandato gambe all’aria il processo di costruzione della nuova società, in un contesto dominato fino a poco tempo prima dalla borghesia e dai vecchi ceti aristocratici anacronistici e reazionari. Gli interessi di questi ceti erano stati colpiti, ma l’onda lunga delle loro reazioni e degli intrighi tessuti all’ombra del Vaticano e degli USA si faceva ancora sentire e, con azioni sconsiderate, troppo timide o troppo ardite, si sarebbe trasformata in un ciclone devastante. La saggezza del vertice del Partito Operaio Unificato, il suo indirizzo unitario, democratico e patriottico, nel quadro più ampio del Fronte di Unità Nazionale, evitarono al Paese frizioni e tensioni deleterie. In questo clima propizio per ogni libera espressione e confessione orientate a costruire e non a demolire, Piasecki incastonò, nel 1947, un’altra pietra miliare della sua azione politico–culturale: l’Associazione “PAX”. Questa, accanto al movimento dei “Sacerdoti patriottici”, leali verso il governo a maggioranza social–comunista, propugnò una politica di alleanza stabile e duratura fra le masse popolari cattoliche e la democrazia popolare orientata alla fondazione del socialismo. Un salto di qualità inequivocabile: la fondazione di “PAX”, con il concorso di decine di migliaia di operai, contadini, intellettuali, artigiani, sacerdoti, stette a significare che la corrente social–cristiana non si accontentava più di organi di stampa, iniziative, convegni, ma mirava ad organizzarsi in forma eminentemente politica per difendere i principi nei quali credeva in maniera strutturata, contro l’assalto del Vaticano e dei settori reazionari. Non v’era, infatti, angolo delle Polonia nel quale gli agenti del Papa e degli USA, opportunamente addestrati e foraggiati, non lavorassero come il tarlo per disgregare, sabotare, attizzare odi e ostilità, facendo leva su una religione usata come scudo, nella maniera più strumentale possibile. I vecchi ceti rovesciati dal trono sognavano ancora la riscossa e per far questo pagavano banditi e terroristi per incendiare aziende agricole, minare la produzione nelle fabbriche, intimorire i rappresentanti del potere costituito. Sopra tutti, come supervisori, i servizi segreti occidentali e gli emissari del Vaticano, tutti con agganci di vecchia data nel microcosmo reazionario polacco. L’“Operazione Splinter Factor”, lanciata dai servizi segreti statunitensi nell’est europeo, con l’appoggio logistico e operativo di tutti i servizi imperialisti e dei circoli antisovietici, disseminò l’area d’oltre cortina e segnatamente la Polonia di trame eversive, azioni terroristiche, sabotaggi che solo il largo consenso e l’appoggio entusiastico del quale godevano i governi a maggioranza social–comunista poterono affrontare e sconfiggere. Migliaia di terroristi, muniti di armi modernissime e radioriceventi, furono catturati sui monti e in vari centri urbani. Molti di essi si fecero scudo con il clero reazionario, che li proteggeva attivamente offrendo nascondigli e rifugi in Chiese ed immobili di proprietà della Chiesa; i preti legati agli eversori, ogni volta che veniva compiuta un’operazione di polizia in immobili ecclesiastici per stanare i banditi, gridavano all’oltraggio dei “senza Dio” per mascherare il loro ruolo losco e alimentare il mito cinico e falso della persecuzione a loro danno. L’associazione “PAX “, in questo quadro, partecipò attivamente allo smascheramento dei nemici interni ed esterni, con l’azione concreta, con la parola e con gli scritti. I seguaci di Piasecki, stretti attorno alla loro guida, dettero eccelsa prova di patriottismo e riscattarono, agli occhi delle autorità, il nome del cattolicesimo polacco, infangato dai crociati della guerra fredda. Questa posizione coraggiosa, ferma e leale attirò per tutti gli anni ’50 su “PAX” l’odio e le calunnie, l’ostracismo e la persecuzione della parte più retriva del clero: essa, naufragati miseramente i progetti di restaurazione dell’ancien regime, e colpiti nelle vive carni i suoi interessi materiali, cercò in ogni modo, con l’aiuto del Vaticano, di mettere i bastoni tra le ruote ai tantissimi parroci, sacerdoti, vescovi che non volevano seguire la via suicida e criminale della lotta contro il socialismo. Fu solo grazie alla solidarietà ed alla protezione offerta dal governo degli “atei trinariciuti” se questi uomini di Chiesa, liberi ed onesti, ebbero garantita la loro libertà d’azione e, spesso, la loro incolumità fisica. Stefan Wyszynsky, Primate polacco, legatissimo al Vaticano, cercò di mantenere fino ad un certo punto il necessario equilibrio: nemico delle spinte più reazionarie e destroidi, sapeva bene che il governo popolare aveva riconosciuto la piena libertà alla Chiesa e la sua giurisdizione su alcuni beni fondamentali, nulla pretendendo se non la lealtà del clero alle leggi, ma, nello stesso tempo, era pressato in maniera veemente da Papa Pio XII affinché promuovesse uno scontro radicale con il potere popolare. Preso tra due fuochi, Wyszynsky si buttò nelle braccia della reazione interna ed internazionale e dovette esser condannato all’isolamento, vittima non certo del potere popolare ma di chi, in quella situazione, lo aveva messo contro la sua stessa volontà: USA e Vaticano. Bierut e i vertici del Partito Operaio Unificato Polacco compresero il dramma dell’uomo Wyszynsky e cercarono sempre di lenire la sua condizione di internato, preso in consegna in primis da istituti religiosi. La lotta contro i nemici del popolo aveva le sue insuperabili necessità, ma mai ci si dimenticava di rispettare l’uomo, la sua storia e la sua condizione legata al contesto generale, con un’etica che nei Paesi capitalisti nemmeno si poteva sognare. “PAX”, e Piasecki in modo particolare, insorsero contro le ingerenze vaticane ed imperialiste, anche e soprattutto in questo caso, mantenendo dritta la barra dell’appoggio alla democrazia popolare e contribuendo in maniera sempre più costruttiva all’unità della Nazione: l’Associazione poté dispiegare quest’azione anche grazie al fatto che controllava vari canali mediatici, dai settimanali “Aurora” (“Zorza”) e “Direzioni” (“Kierunki”), fino al quotidiano “La parola universale” (“Slowo Powszechne”), passando per la florida casa editrice (“Istituto editoriale PAX”). Accanto a ciò, l’accresciuto peso politico fu decisivo per rafforzare la compagine cattolico-sociale: nel Parlamento (“Sejm”, o Dieta ), gli uomini di “PAX”, attivi anche nel “Movimento patriottico di rinascita nazionale”, erano ben rappresentati all’interno del “Fronte di Unità Nazionale”, come indipendenti o aderenti ad altre formazioni politiche. La balla del monopartitismo vigente ad est, ripetuta ossessivamente da tutta la propaganda anticomunista, a dispetto dell’evidenza della realtà, nella storia della Polonia era particolarmente ridicola: nel “Sejm”, infatti, fino al 1989, accanto ai deputati del Partito Operaio Unificato Polacco vi furono sempre i cattolici aderenti a “PAX”, presenti come indipendenti, aderenti al Partito Popolare Unito e al Partito Democratico.
Piasecki, amato dal popolo e stimato dai vertici politici, cominciò però ad essere insidiato, nella sua posizione, a partire dal XX Congresso del PCUS: si formò un inedito asse revisionista-reazionario che, con la morte di Bierut (sulla quale ci sarebbe molto da indagare…), mirò a riportare le lancette della storia indietro, affratellando, in maniera del tutto strumentale, i kruscioviani di stretta osservanza ed il clero conservatore e maccartista. Più la società si disgregava, più subentrava all’unità il contrasto, più questi settori guadagnavano punti; in particolare, il solco tra cattolici e comunisti andava allargato fino al parossismo. Come non vedere in tutto questo le premesse per la nascita, anni e anni dopo, del cosiddetto “Sindacato libero “ Solidarnosc? Piasecki ricevette sempre più attacchi, strali e dovette subire, di quando in quando, umiliazioni assurde, come la censura delle notizie che lo riguardavano sui giornali a maggior tiratura, censura oltremodo ridicola visto il raggio d’azione capillare degli attivisti di “PAX” e la diffusione, altrettanto capillare, delle riviste legate all’Associazione. Non erano gli “stalinisti” tanto deprecati a censurare, ma i nuovi “liberali” saliti al vertice del Partito Operaio Unificato Polacco e solo l’equilibrio e la saggezza di Gomulka, nuovo Segretario del Partito dopo la morte di Bierut, riuscirono a frenare le spinte più estreme, senza però rendere inoffensiva la fazione kruscioviana, protetta a livello internazionale fino al 1964. Il fatto curioso è che la vecchia guardia del Partito, di osservanza “staliniana”, subì le stesse azioni ostili di “PAX”, nella Polonia del dopo ’56; un destino comune, quello degli uomini di Bierut e dei seguaci di Piasecki, che nessuno ha voluto mai indagare fino in fondo. Ad ogni buon conto, visto il carattere coeso e la vitalità di “PAX”, dal 1955-56 la fazione comunista polacca più legata al revisionismo kruscioviano, assieme a settori degli apparati spionistici interni e del KGB sovietico orientati nello stesso senso, iniziò a sferrare alcuni colpi bassi all’associazione di Piasecki: si cominciò con una fronda interna, alla quale seguì una scissione, protagonista della quale fu (guarda caso!) un uomo destinato a ricoprire un ruolo importante in “Solidarnosc”: Tadeusz Mazowiecki. Non solo: nel 1957, uno dei sette figli di Piasecki, Bohdan, nato dal matrimonio con l’eroina Halina Kopec, caduta nella rivolta di Varsavia del 1944, venne rapito ed ucciso in circostanze oscure, mai del tutto chiarite anche per l’azione degli organi investigativi, i quali, controllati dal Viceministro degli Interni, il liberale kruscioviano Antoni Alster, favorirono la fuga in Israele di diversi sospettati e la latitanza sospetta di altri. La vecchia fazione “stalinista” del Ministero degli Interni, solidale con Piasecki, tentò in ogni modo di far luce, ma la sua azione fu paralizzata dai protettori politici operanti in alto loco. Solo negli anni ’60, infatti, un uomo tutto di un pezzo come Mieczyslaw Moczar riuscì a farsi strada contro le lobbies kruscioviane e sioniste e a diventare Ministro degli Interni, ma era ormai tardi per far piena luce sul caso di Bohdan Piasecki… Qualsiasi fosse lo scenario dietro al fatto criminoso in questione, è chiaro che esso fu diretto a bloccare l’azione politica del Presidente di “PAX”, ma le manovre in tal senso fallirono per il coraggio intellettuale e fisico del personaggio, oltre che per l’appoggio incondizionato che milioni di uomini e donne, di ogni orientamento, continuarono a manifestargli. Piasecki, infatti, restò a capo di “PAX” fino all’anno della sua morte, il 1979, fu ininterrottamente deputato al Sejm dal 1965 al 1979 e ricoprì anche la carica di membro del potete Consiglio di Stato.
Ai funerali di Piasecki presero parte tutte le più alte cariche dello Stato, assieme a migliaia di cittadini comuni ed alle delegazioni dei partiti popolari cristiani del campo socialista. La messa fu significativamente celebrata da Stefan Wyszynsky, a riprova della grandezza del personaggio deceduto e della vicinanza del vecchio Primate e Cardinale, il quale, naturalmente portato al dialogo con il movimento operaio e comunista, negli anni ’50 non se l’era tuttavia sentita di sposare le posizioni di “PAX”. Con la morte di Piasecki ripresero quota i settori clerico–reazionari, i quali ebbero buon gioco ad attuare diversioni e a sobillare il popolo nel quadro di una crisi economica pesantissima che, nata nel mondo capitalista e a causa del capitalismo, contagiò ben presto la Polonia, Paese che con il mondo capitalista aveva avviato rapporti economici intensi e duraturi, anche oltre i livelli di prudenza raccomandabili. Questa, però, è un’altra storia, che non mancheremo di raccontare…Riferimenti:
Purtroppo, la congiura imperialista del silenzio su “PAX” e su Boleslaw Piasecki non aiuta a reperire opere per capire meglio la storia e i contorni di “PAX”. Per chi avesse voglia di spaziare tra più fonti, non solo apologetiche e non solo italiane, ma anche critiche e in lingua straniera, suggeriamo i seguenti riferimenti:
Boleslaw Piasecki:
Zagadnienia istotne” (“Questioni fondamentali”, Varsavia, 1954)
Patriotyzm polski”, (“Patriottismo polacco”, 2 voll., Varsavia 1958/60)
Kierunki 1945-1960”, (“Direzioni 1945-1960”, Varsavia 1971)
Mysli” (“Pensieri”, Varsavia 1983)

Per un panorama sintetico ma indicativo sulla sovversione atlantico–vaticana in Polonia:
William Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti d’America” (Fazi, 2003)
Victor Marchetti – John D. Marks, “CIA – culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975)