E’ iniziata: Majdan negli USA

Ruslan Ostashko, 23 gennaio 2017 – Fort Russ5827592b1500002600b0c8d8Quando avanzai la tesi nell’infosfera russa che gli Stati Uniti si trasformano in una grande Ucraina, in un primo momento molti pensarono che fosse uno scherzo divertente. Ma ciò che accade a Washington e altre città, negli USA e in Europa, in questi giorni dimostra che non si tratta di uno scherzo, ma della dura realtà in cui viviamo. Se con attenzione e in modo imparziale guardiamo come abilmente l’amministrazione Trump viene scossa, sarà facile vedere che le tecniche utilizzate sono le stesse usate sulle piazze di Kiev, Cairo, Hong Kong e Mosca. Se ci addentriamo ulteriormente nei dettagli, diremmo con certezza che una maidan statunitense viene preparata, non sono solo con gli stessi schemi delle sanguinarie rivoluzioni colorate in altri Paesi, ma con gli stessi mandanti. Abbattiamolo.
Un’ondata di proteste contro il neopresidente Donald Trump sommerge le città statunitensi. Le manifestazioni sono presumibilmente svolte a sostegno dei diritti delle donne, ma media e manifestanti statunitensi dicono chiaramente che protestano contro la nuova amministrazione. Secondo varie stime, il numero di manifestanti in questa “azione delle donne” a Washington ammontava a 200000 persone, ma gli organizzatori hanno detto che un “milione di donne marciava su Washington”. “La marcia del milione”… non ricorda qualcosa? È lo stesso slogan con cui i liberali russi organizzavano le loro marce. E le somiglianze non finiscono qui. L’istigatore dei ribelli creativi al raduno era interpretato da Madonna che, tra l’altro, non ha mai adempiuto alla promessa di soddisfare oralmente tutti coloro che hanno votato Clinton. In Russia e Ucraina, la parte “dei capipopolo” fu interpretata dalle rock star Shevcuk e Vakharchuk. Le manifestazioni a sostegno della “marcia del milione” statunitense hanno avuto luogo in molte città europee, ricordando le manifestazioni a sostegno di Majdan e Bolotnaja. Le prime finestre rotte e i primi poliziotti picchiati sono già apparsi, mentre arrestavano diverse decine di coloro che la stampa anti-Trump s’è affrettata a chiamare prigionieri politici, manifestanti pacifici e bambini inermi. Mentre la polizia statunitense ha riportato che mazze da baseball e pali di legno appuntiti branditi nelle proteste sono stati confiscati a questi “bambini inermi”. Anche questo non ricorda qualcosa? Letteralmente ogni dettaglio, dalla difesa mediatica dei “manifestanti innocenti” alle mazze da baseball, sono elementi visti nelle tre maidan. E ora qualche parola sull’aspetto più importante, i soldi. Un ex-giornalista di Wall Street Journal ha condotto un’inchiesta sulle ONG identificate come organizzatori e “partner chiave” della “marcia del milione”. Tra queste ONG vi erano 56 organizzazioni ufficialmente finanziate dalle agenzie di George Soros. Sono informazioni pubbliche. E ora provate a immaginare cosa succede dietro le quinte.
Per ora la nuova amministrazione regge bene. In realtà, c’erano piani per sabotare il giuramento, ma i sostenitori di Trump organizzarono un’operazione coperta per filmare le “botteghe degli attivisti” che preparavano massicce rivolte a Washington, per poi far trapelare queste informazioni su internet qualche giorno prima del giuramento. Ciò non poteva non interessare le autorità competenti. I piani dei cosiddetti “antifascisti” prevedevano il blocco della metropolitana della capitale e la creazione di ingorghi. In uno dei video su una delle “botteghe” dei manifestanti, si sentiva l’organizzatore dire “un colpo alla gola funziona”. Come i giornalisti pro-Trump hanno segnalato, questa fuga di informazioni e la scoperta dei piani hanno costretto i mercenari clintoniani a ridimensionare notevolmente i loro piani sovversivi. Le proteste poi si sono rivelate piuttosto letargiche. Ma va chiarito che la prossima volta potrebbe andare diversamente. Ora, è chiaro che gli organizzatori della maidan statunitense sono pronti ad assediare Trump e assaltarne l’amministrazione finché non sarà completamente distrutta. Cercano la causa scatenante per trasformare le proteste in qualcosa di massiccio, una grave accusa che consenta a moltissime persone di scendere in piazza. Per ora hanno cercato di usare il tema Trump “odia le donne”, ma non ha funzionato. Sono sicuro che ci saranno altri tentativi di organizzare le proteste di afro-americani e immigrati messicani e poi di unirle. Il finale inevitabile sarebbe l’accusa di tradimento e agente del Cremlino di Trump, come avvenne per abbattere Janukovich.
Non discutiamo: è un buon piano. Ma c’è un “ma”. Trump non è Janukovich e, in caso di emergenza, potrebbe richiamare i suoi sostenitori a Washington, che sarebbero più che felici di sostenerlo con le armi, nel caso che le forze di sicurezza improvvisamente si rifiutassero di obbedire all’ordine di disperdere le maidan statunitensi. In questo caso, il sangue, molto sangue, inonderebbe le strade statunitensi e le conseguenze sarebbero imprevedibili. Sarebbe un male per il mondo, maidan in un Paese con armi nucleari minaccerebbe l’intero pianeta. L’unica possibilità di evitare la “maidanizzazione” degli Stati Uniti sono Trump e la sua amministrazione che rapidamente e con precisione inizino a privare gli organizzatori della rivoluzione colorata statunitense delle risorse finanziarie. I prossimi mesi mostreranno se la nuova amministrazione ha abbastanza forza e coraggio per un passo del genere.Donald Trump protestTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dalle notizie ‘false’ all’intelligence ‘falsa’

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 13/12/2016hillary-clinton-concession-speech1Mai nella storia Central Intelligence Agency e surrogati hanno così palesemente e audacemente interferito nelle elezioni degli Stati Uniti. I media degli Stati Uniti, in poche ore, passavano dalle “notizie false” su innocue pizzerie legate alla pedofilia all’“intelligence falsa” sulla presunta operazione di cyber-spionaggio della Russia volta ad eleggere il Presidente Donald Trump. La CIA faceva sapere al Washington Post, il cui proprietario ha un contratto di 600 milioni di dollari con essa per fornirle cloud computing, i risultati di un rapporto segreto sulla presunta “sistemazione” russa delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, favorendo Trump su Hillary Clinton. La corrotta Clinton è stata sconfitta da Trump non per dei nefasti cyber-segugi di Mosca, ma perché si era dimenticata di come gli accordi di libero scambio del marito e di Barack Obama hanno distrutto la vitalità economica degli USA, in particolare negli Stati della “cintura arrugginita” del Midwest. Invece di parlare di posti di lavoro ed economia, la campagna di Clinton si concentrava su questioni banali come servizi igienici per trans-genere e l’ex-Miss Venezuela che in un’inglese maccheronico diceva di come fosse stata insultata per il peso da Trump. Clinton s’è ridotta ad apparire in pubblico vestita di viola, sembrando una bambina di “Barney” il dinosauro. La “mise viola” di Clinton è una proiezione della “rivoluzione viola” ribalta elezione di George Soros. Mentre i manifestanti pagati da Soros vandalizzano il Paese, la mancata presidentessa si lamenta pateticamente delle “notizie false”. Ma quando si tratta dell’“intelligence falsa” della CIA su Russia ed elezioni negli Stati Uniti, gli ardenti sostenitori della Clinton chiedono che i risultati siano respinti e che il presidente Obama resti in carica fino a nuova elezione. Naturalmente, niente di ciò è costituzionale. E i clintonisti avrebbero un’altra soluzione per calmate le sicure proteste negli Stati che hanno votato per Trump e i suoi sostenitori: Obama deve dichiarare la legge marziale e sospendere la Costituzione degli Stati Uniti. L’intelligence della CIA sul coinvolgimento della Russia nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti è così scadente che il Federal Bureau of Investigation (FBI), in risposta alle domande dei congressisti informati sul rapporto della CIA, testimoniava alla commissione Servizi Segreti della Camera, che l’affermazione della CIA sulla Russia è “confusa e ambigua”. L’FBI non ha appoggiato le conclusioni della CIA, affermando che mancavano di “fatti e prove tangibili”. Anche il presidente repubblicano del Comitato Servizi Segreti della Camera, Devin Nunes della California, ha detto al Washington Post che, per quanto lo riguarda, le conclusioni della CIA sulla Russia sono prive “di prove chiare”, aggiungendo: “Vi sono molte insinuazioni, molti indizi, e null’altro”. Ma le osservazioni di Nunes ed FBI non hanno impedito a CIA, marionette democratiche ed esperti sui media di lamentarsi delle elezioni “truccate” e della necessità di un’“altra” elezione. Non vi sono disposizioni costituzionali che lo permettano. Obama, che sostiene di essere un costituzionalista, non aiuta ordinando alla comunità dell’intelligence di intraprendere un’ampia indagine sul presunto coinvolgimento della Russia nelle elezioni degli Stati Uniti. Chi non vede l’ora di sabotare la nomina di Trump del CEO di Exxon Rex Tillerson a Segretario di Stato è la “coppia neocon” dei senatori John McCain e Lindsey Graham. Tale versione politica di “Ken e Barbie” vuole trasformare l’audizione di conferma di Tillerson al Senato in uno show russofobo. McCain, continuando a mostrare i tipici segni della demenza, ha dichiarato che la Russia ha condotto una forma di “guerra” contro gli Stati Uniti durante la campagna elettorale. Costui pensò che nominare la governatrice dell’Alaska Sarah Palin suo vice, nelle presidenziali del 2008, fosse una saggia mossa politica.
product_thumbnail-phpÈ indicativo che Obama, ordinando un’indagine sull’ingerenza straniera nelle elezioni, contribuisca a fornire munizioni alla CIA nel tentativo di annullarle. Le azioni di Obama avvenviano la stessa settimana in cui il dittatore dello Gambia, Yahya Jammeh, dopo aver subito la sconfitta per la rielezione, invertiva rotta e l’annullava, e il presidente del Ghana John Mahama si opponeva ad ammettere la sconfitta elettorale. Obama, amico di entrambi, si comporta più da dittatorello africano che da presidente degli Stati Uniti, accreditando ufficialmente la frottola della cospirazione elettorale della Russia. La squadra di transizione di Trump ha respinto le accuse della CIA e il fatuo rapporto affermando che sono “gli stessi che disero che Sadam Husayn aveva le armi di distruzione di massa”. Fu il direttore della CIA George Tenet che disse a George W. Bush e Dick Cheney, all’indomani dell’11 settembre, un “caso di dagli all’anatra”, che Sadam Husayn avesse armi di distruzione di massa. La richiesta fu usata come prova dagli Stati Uniti per giustificare l’invasione e l’occupazione dell’Iraq. Ora, sempre la CIA e sempre gli stessi screditati funzionari della CIA, cercano di convincere il popolo statunitense che la Russia ha “scelto” Trump presidente degli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale, non era la Russia ma la CIA che cercava d’influenzare il popolo statunitense. Ad agosto, dopo la nomina di Trump a candidato presidenziale, l’ex-direttore della CIA Michael Morrel disse che “Donald J. Trump non solo non è qualificato alla carica, ma costituirebbe anche una minaccia alla sicurezza nazionale”. Morrel avviò la campagna della CIA per collegare Trump alla Russia dicendo alla CBS News che, “noi potremmo dire che Putin abbia reclutato Trump come agente inconsapevole della Federazione russa”. Con “noi”, Morrel indicava la CIA. Le osservazioni, da sole, dimostrano una CIA che non esitava a schierarsi nelle elezioni degli Stati Uniti. L’intero meme sulla Russia che interferiva nelle elezioni presidenziali è un falso. Sui giornali si dovrebbe leggere: “la CIA ha interferito nelle elezioni presidenziali, sostenendo Clinton contro Trump”. L’ex-agente CIA e direttore della National Security Agency, Michael Hayden, l’architetto del programma incostituzionale di intercettazioni della NSA, disse che Trump “di fatto sbagliava” nel respingere la relazione della CIA sulla presunta pirateria della Russia delle e-mail del Comitato Nazionale Democratico, prima delle elezioni. Cinque giorni prima dell’elezione, Hayden scrisse un editoriale per il Washington Post della CIA, in cui sosteneva che Trump era un “Polezni Durak”, o “utile idiota” del Presidente Vladimir Putin. Tali commenti dei capi dell’intelligence, attivi o in pensione, non hanno precedenti. L’ex-operativo clandestino della CIA Robert Baer ha detto alla CNN di favorire una nuova elezione, anche se non vi è alcuna disposizione costituzionale su ciò. Baer disse, “mi sembra che i russi abbiano interferito nelle nostre elezioni… avendo lavorato nella CIA, se fossimo stati colti ad interferire nelle elezioni europee, asiatiche o in qualsiasi parte del mondo, quei Paesi avrebbero richiesto nuove elezioni, e ogni democrazia l’avrebbe fatto”. Qui Baer altera la storia per soddisfare se stesso e i suoi amici democratici. La CIA ha ripetutamente interferito nelle elezioni in Europa e in Asia, nonché in America Latina, Africa, Oceania, e non ci furono “rifacimenti”, ma molti colpi di Stato ideati dai tizi di Langley. Baer proseguiva, “non so come funzioni costituzionalmente, non sono un avvocato ma sono profondamente turbato dal fatto che i russi abbiano interferito, e mi piacerebbe vederne le prove… Se le prove ci sono, non vedo altro modo che votare di nuovo, da cittadino americano”. E’ dubbio che Baer facesse tali commenti senza aver avuto il via libera dal direttore della CIA, il filosaudita John Brennan. Brennan ha trascorso così tanto tempo, come capo stazione della CIA a Riyadh, a baciare le vesti dei reali sauditi, che ha perso ogni concezione di ciò che una repubblica federale costituzionale sia. Fu Brennan che impose a Obama il licenziamento del consigliere per la sicurezza nazionale designato da Trump, Tenente-Generale Michael Flynn, capo della Defense Intelligence Agency. Flynn concluse che furono Brennan e Obama che autorizzarono la creazione dello Stato islamico per rovesciare il governo siriano. La CIA non ha imparato nulla dal suo coinvolgimento palese nell’assassinio del presidente John F. Kennedy, nella caduta del presidente Richard Nixon con lo scandalo Watergatem nel coprire nel 1980 la “sorpresa di ottobre” che impedì la rielezione del presidente Jimmy Carter, e negli anni ’80 nello scandalo “Iran-contra” che quasi dimise il presidente Ronald Reagan tramite impeachment, sostituendolo con l’ex-direttore della CIA, il Vicepresidente George HW Bush.
La CIA è il cattivo effettivo nelle elezioni presidenziali del 2016, proprio come lo fu in ogni grande scandalo nazionale ed estero degli Stati Uniti dal 1947. Il problema con la CIA è che negli ultimi 70 anni ha influenzato quasi ogni aspetto della politica statunitense, sociale, religiosa, mediatica ed educativa. Come descritto nel libro appena pubblicato dal presente autore, “The Almost Classified Guide to CIA Proprietaries, Front Companies & Contractors”, la CIA ha impresso il suo marchio insidioso in ogni aspetto della società statunitense, tra cui i media, telecomandati dalla CIA con “notizie false” ed “intelligence falsa” di cui è vittima il popolo statunitense. La prima azione del Presidente Trump come comandante in capo dovrebbe essere la totale manomissione della CIA con l’obiettivo di fare ciò che il presidente Kennedy promise di fare con i “bastardi” che gestivano l’agenzia: farli in mille pezzi e disperderli al vento. La CIA era criminale nei primi anni ’60 e continua ad esserlo oggi. Trump dovrebbe licenziare tutti i bastardi il 20 gennaio 2017.

John Brennan

John Brennan

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ‘Battaglia di Berlino’ sarà l’ultima del globalismo

Wayne Madsen  Foundation Strategic Culture 02/12/2016angela-merkel-martin-schulz-1-770x561Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha smesso di lavorare a Strasburgo e punta a una carica più alta a Berlino. Schulz, che nel 2003 fu paragonato dal Primo ministro italiano Silvio Berlusconi a una guardia di campo di concentramento nazista, sembra pronto a prendere il timone del partito socialdemocratico (SPD) per impedire alla Germania di entrare nei ranghi della nazioni anti-Unione europea. Schulz, intuendo che Angela Merkel, capo dell’Unione Democratica Cristiana (CDU) e cancelliera eurofila della Germania, in difficoltà mentre annuncia l’intenzione di concorrere al quarto mandato nel 2017, cerca di prendere finalmente da Sigmar Gabriel le redini della SPD, partner della coalizione della Merkel. Per il momento, Schulz sarà felice di divenire ministro degli Esteri al posto di Walter Steinmeier del SPD, che ha deciso di divenire presidente della Germania. Schulz torna a Berlino politicamente ferito. Il Parlamento dell’UE respinge Schulz dal terzo mandato come suo presidente. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, campione spesso alticcio di un’Europa federale e dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, minacciava di dimettersi se Schulz veniva respinto dall’assemblea di Strasburgo. Schulz, sconfitto, decideva di continuare la lotta per l’Europa unita al Bundestag tedesco e nella “grande coalizione” della Merkel tra CDU e SPD. Tuttavia, il tiepido sostenitore della coalizione della Merkel, il Primo ministro bavarese Horst Seehofer, avanzava l’intenzione di sfidare la Merkel a cancelliere. Seehofer è un feroce critico della politica dei migranti della Merkel, che ha aperto i confini della Germania a oltre un milione di rifugiati musulmani principalmente dalle zone di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan e Africa. Merkel, Schulz e Gabriel continuano a sostenere la politica migratoria della porta aperta, anche da elettori. Seehofer ha realizzato un’alleanza anti-migrazione con i leader dei Paesi alpini limitrofi, in particolare l’Austria. Il candidato presidenziale del Partito della Libertà (OVP) austriaco Norbert Hofer, che si oppone a UE e politica migratoria della Merkel, ha recentemente espresso le sue idee sulla Merkel nel corso di un dibattito con l’avversario pro-UE dei Verdi. Hofer ha detto che Merkel “ha inflitto danni considerevoli all’Europa aprendo i confini ai rifugiati e, di conseguenza, centinaia di migliaia di profughi, tra cui terroristi, sono passati dall’Austria”. Seehofer ha più in comune con il Partito Liberale austriaco di Hofer e il suo leader Heinz-Christian Strache, che la presunta alleata Merkel. L’unica cosa che continua a legare Seehofer alla campionessa delle frontiere aperte Merkel è l’avanzata della controparte tedesca dell’OVP, Alternativa per la Germania (AfD). L’anti-migranti AfD ha sottratto il supporto a CDU-CSU in Germania, con la notevole eccezione della Baviera. L’AfD ha vinto seggi in dieci assemblee statali ed ha il 15 per cento nei sondaggi di opinione. Questo “matrimonio di convenienza” tra Seehofer e Merkel volgerebbe al termine mentre il Primo ministro della Baviera vede l’opportunità di sfidare Merkel per la leadership della CDU-CSU, alla guida di una coalizione conservatrice anti-migranti che sfida l’euro-fanatico Schulz sul palcoscenico nazionale.
TV duel of Schulz, Juncker for EU electionsI rapporti tra gli “alleati” CDU e CSU si ruppero nel 1976, quando il capo della CSU Franz-Josef Strauss recise l’alleanza del partito bavarese con la CDU di Helmut Kohl. Seehofer sa che ha più forza politica di Merkel poiché nei sondaggi i sostenitori dell’AfD indicano che il leader bavarese è più popolare della leader dell’AfD Frauke Petry. La CSU di Seehofer ha, quindi, adottato la dura politica sulla migrazione dell’AfD per corteggiarne i sostenitori. La retorica di Seehofer sui migranti corrisponde a quella dell’AfD. Nel gennaio 2016, Seehofer disse al congresso della CSU che tre milioni di migranti in Germania creeranno un “Paese diverso”, aggiungendo che “la gente non vuole che la Germania o la Baviera diventino un Paese diverso”. Con la CSU e l’AfD Seehofer può estromettere Merkel dalla leadership dell’Unione CDU-CSU. Non solo Seehofer crea un’alleanza operativa con il Partito della Libertà austriaco, ma ha anche raggiunto l’anti-migranti Primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban. Seehofer si recò a Budapest a marzo per sostenere l’opposizione di Orban al piano dell’UE di Juncker, Schulz e Merkel per ridistribuire i migranti tra i 28 Stati membri dell’UE, oltre ai quattro membri del trattato di libero scambio di Schengen (Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda) sulla base del sistema delle quote. Seehofer ha anche stretti legami con l’anti-UE e anti-migranti Partito del Popolo svizzero (SVP), arrivato al 29,5 per cento nelle elezioni del 2015 per la camera del Parlamento svizzero. Seehofer ha raggiunto anche il neo-Presidente degli USA Donald Trump, che ha definito la politica dei migranti della Merkel un “disastro” che ha solo aumentato la criminalità in Germania. Seehofer ha invitato Trump in Baviera, nella possibilità che il primo viaggio all’estero di Trump presidente sia per la conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera nel febbraio 2017. Ciò che preoccupa di più globalisti e atlantisti è un’Europa dominata da leader nazionalisti in Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Austria, Svizzera, Ungheria e altri Paesi, che cooperi con Trump a Washington e il Presidente Vladimir Putin a Mosca per districare l’Europa da UE, confini aperti, NATO e politica globalista. Quando Seehofer visitò Mosca l’anno scorso incontrando Putin, l’SPD fu aspramente critico verso la politica estera parallela di Seehofer. Un funzionario dell’SPD tuonò, “La politica estera è fatta a Berlino, non a Monaco di Baviera”. La CSU e Seehofer hanno rifiutato tale premessa. La Baviera, dalla lunga storia d’indipendenza da Berlino, vede il governo della CSU creare stretti legami con i partiti affini alpini, tra cui l’UDC in Svizzera, OVP in Austria e il piccolo partito irredentista del Sud Tirolo SVP nel nord Italia. Seehofer ha portato il minuscolo Liechtenstein nell’alleanza alpina. Nel viaggio del 2015 a Monaco, per visitare Seehofer, il primo ministro del Liechtenstein Adrian Hasler affermò “Vorremmo continuare a coltivare l’ottimo clima con la “Baviera libera” in senso positivo. Sono quindi lieto di vedere la continuazione dei buoni rapporti tra Baviera e Liechtenstein”. Seehofer ha anche più in comune con l’anti-migranti presidente socialdemocratico della Repubblica Ceca Milos Zeman e l’alleato partito comunista ceco, che con i partner dell’SPD tedesca. Seehofer può anche contare sul sostegno anti-migranti dei Quattro di Visegrad (V4); Polonia, Slovacchia, Ungheria e Cechia. L’austriaco Hofer vede anche una causa comune tra Austria e V4 sui temi dei migranti e l’UE.
schulzSeehofer coincide su Trump con la leader del Fronte Nazionale e candidata presidenziale francese Marine Le Pen, che definisce l’elezione di Trump “rivoluzione politica”. Le Pen e altri leader nazionalisti europei vedono nascere la “rivoluzione” nel giugno 2016 con il “sì” a sorpresa per la Brexit, con il Regno Unito che lascia l’UE, seguita dalla vittoria a sorpresa di Trump nelle elezioni presidenziali degli USA e la previsione della vittoria della Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno. Le Pen ha promesso di tenere il referendum per la “Frexit” sull’adesione francese all’UE. Con i sogni euro-atlantisti dei globalisti in frantumi Seehofer vede, ovviamente, la possibilità di prendere il timone della Germania da una Merkel sempre più impopolare e guidare la Germania verso l’“atterraggio morbido” sulla scia della dissoluzione dell’UE. Il primo compito di Seehofer a capo della Germania sarebbe scartare con cura l’euro e reintrodurre il marco in una forma che possa essere utilizzata anche da Austria, Benelux e Stati dell’Europa orientale che scelgano di optare per un comune sistema monetario a guida tedesca. Se Seehofer assumesse il cancellierato della Germania dalla screditata Merkel, ci sarà la battaglia finale contro la globalizzazione e l’UE nelle sale del potere a Berlino. Tale battaglia vedrà Seehofer e i suoi alleati anti-immigrati e anti-UE contro le forze guidate dal “kapò” Schulz. Una lotta politica che deciderà non solo il futuro dell’Europa, ma del mondo intero.

Seehofer e Orban

Seehofer e Orban

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Foundation Strategic Culture.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin da Monaco a Valdaj

Jacques Sapir, Russeurope, 13 novembre 2016

Il lungo discorso di Putin alla conferenza del Forum Valdai a Krasnaja Poljana, a fine ottobre, riecheggia la famosa dichiarazione alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007. All’epoca si volle vedere in quelle affermazioni non si sa quali echi da guerra fredda. In realtà, il discorso di Putin era concentrato sui principi comuni che le grandi potenze devono rispettare se vogliono cooperare. Ora il Presidente della Russia ha sempre, e in modo molto consistente, difeso la stessa posizione. Ne ha dato ulteriore prova nell’ultimo Forum di Valdaj [1].daa3d39305db41a38b96c65853cf5f8cIl contenuto del discorso di Monaco nel 2007
Il discorso del Presidente Vladimir Putin a Monaco di Baviera di febbraio 2007 fu un momento importante nelle relazioni internazionali. Va ancora analizzato con precisione [2], perché Putin è il leader politico che ha sicuramente impartito le lezioni più consistenti si ciò che accadde tra il 1991 e il 2005, vale a dire l’aborto del “secolo americano”, annunciato dopo il crollo dell’Unione Sovietica [3]. Si deduce l’importanza dei principi per l’organizzazione delle relazioni, secondo l’uguaglianza tra le nazioni. E’ un ritorno alle basi della politica di “Westfalia” che dominò le relazioni internazionali dal XVIII secolo. Questo ritorno si basava sull’osservazione della radicale differenza di valori esistenti in ogni Paese. Senza una base morale ed etica che rimuova la politica dalle relazioni internazionali, esse saranno gestite solo dal principio fondamentale del diritto internazionale, ossia la regola dell’unanimità e del rispetto della sovranità nazionale. Oppure, e questo è ciò che osserva e deplora il presidente russo, gli Stati Uniti tendono a trasformare il loro diritto in quello internazionale alternativo. S’è visto tale processo con le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro le istituzioni finanziarie (in particolare la Société Générale), semplicemente colpevoli di usare il dollaro in operazioni contrarie alle decisioni del governo di Stati Uniti d’America. Va ricordato che si trattava dell’embargo contro Iran e Cuba, e che tali istituzioni finanziarie non erano né statunitensi né coinvolgevano nelle operazioni filiali di quelle statunitensi. Ma oggi, anche in assenza di conseguenze dannose per una società statunitense, la FCPA s’è vista espandere in modo significativo l’applicazione a qualsiasi società ed individuo nel mondo, per via di un tenuo legame col territorio degli Stati Uniti, come una e-mail o una telefonata [4]. Con le sanzioni, gli Stati Uniti ampliano il proprio diritto nazionale a diritto internazionale. È quindi necessario leggere attentamente questo testo, che da una definizione precisa della visione russa delle relazioni internazionali. Due punti importanti emergono nel riconoscimento del fallimento del mondo unipolare e nella condanna del tentativo di sottoporre il diritto internazionale a quello anglo-statunitense: “Credo che il modello unipolare non solo sia inaccettabile per il mondo contemporaneo, ma anche del tutto impossibile. Non solo perché con un unico leader, il mondo contemporaneo (voglio sottolineare: contemporaneo) sarà privo di risorse militari-politiche ed economiche. Ma, e questo è ancora più importante, tale modello è inefficiente perché in alcun caso può essere base morale ed etica della civiltà moderna [5]“. Questo passaggio dimostra che la posizione russa articola due elementi distinti ma collegati. Il primo è il dubbio sulla capacità di un Paese (gli Stati Uniti, chiaramente menzionati) a raccogliere i mezzi per esercitare efficacemente la propria egemonia. È un argomento realistico. Anche la nazione più potente e più ricca da sola non può garantire la stabilità del mondo. Il piano degli Stati Uniti ne supera le forze. Ma c’è un secondo argomento, non meno importante e che si trova nello Stato di diritto. Non c’è un diritto su cui basare l’unipolarità. Nel libro del 2002, Evgenij Primakov non disse altro [6]. Questo non significa che i vari Paesi non possano identificare interessi comuni, o addirittura valori comuni. Il discorso di Putin non è “relativistico”, rileva semplicemente che questi valori (la “base morale ed etica”) non possono essere la base dell’unipolarità perché l’esercizio del potere, politico o economico, può definirsi in termini di valore, ma anche d’interesse. Il secondo punto segue il discorso e si esprime nel seguente paragrafo: “Assistiamo al disprezzo sempre più grave dei principi fondamentali del diritto internazionale. Inoltre, certi standard e, in effetti, quasi tutto il sistema di diritto di un solo Stato, naturalmente gli Stati Uniti, traboccano dai confini nazionali in tutti i campi dell’economia, politica e umanitario, imponendosi sugli altri Stati [7]“. Senza una base morale ed etica per rimuovere la politica dalle relazioni internazionali, vale a dire la contrapposizione amico/nemico, esse possono essere gestite solo dal principio fondamentale del diritto internazionale, ossia dal consenso unanime e dal rispetto della sovranità nazionale [8].
Nel discorso al Forum Valdai 2016, Putin ha ribadito le osservazioni su diritto e prassi degli Stati Uniti. Ma allarga la prospettiva e lo situa apertamente nel quadro strategico, “Se le potenze di oggi trovano un principio o standard a loro favorevole, costringono tutti a rispettarlo. Domani, se quelle stesse norme le ostacolano, saranno pronte a gettarle nella spazzatura, a dichiararle obsolete, e a decidere o a tentare d’imporre nuove regole. Così abbiamo visto la decisione di lanciare attacchi aerei nel centro dell’Europa, contro Belgrado, e poi contro l’Iraq e la Libia. Le operazioni in Afghanistan iniziarono senza la corrispondente decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Con il desiderio di cambiare l’equilibrio strategico in loro favore, questi Paesi hanno spezzato il quadro giuridico internazionale che vieta la diffusione di nuovi sistemi di difesa missilistica” [9]. Passa quindi al problema generale che viene ben identificato (la manipolazione delle norme) richiamandosi a situazioni specifiche. Questo gli permette di tracciare le lamentele della Russia nei confronti dei partner occidentali. Se il contenuto politico è lo stesso, il tono è decisamente cambiato tra il 2007 e il 2016. In realtà, Putin è un sostenitore della globalizzazione, ma realista, sapendo del bisogno di regole stabili, se ci si vuole sviluppare. Dice in un passaggio che, in realtà, anticipava la prima citazione: “Ma alcuni Paesi si considerano vincitori della guerra fredda, non si vedono semplicemente così, ma dicono apertamente di accontentarsi di trasformare l’ordine politico ed economico globale secondo i propri interessi. Nella loro euforia, hanno fondamentalmente abbandonato l’idea del dialogo e della sostanziale parità con gli altri attori della vita internazionale, hanno scelto non di migliorare o creare istituzioni universali, ma cercato invece di diffondere nel mondo le proprie organizzazioni, norme e regole. Hanno scelto la strada della globalizzazione e della sicurezza per i propri interessi, per alcuni ma non per tutti. Ma tale posizione non era accettabile per tutti” [10]. Infatti, Putin implica che, intossicati dal successo o dall’apparenza del successo, alcuni Paesi (e qui essenzialmente gli Stati Uniti) abbandonano il principio della parità, essenziale i principi del diritto internazionale. Questa è l’idea della globalizzazione come progetto politico di certuni, opponendosi alla globalizzazione vantaggiosa per tutti. Se possiamo condividere la considerazione, e si è scritto che la globalizzazione è un progetto politico degli Stati Uniti [11], tuttavia si può avere riserve sulla progettazione di una globalizzazione “vantaggiosa per tutti”. In altre parole, se possiamo condividere la valutazione di Putin sugli sviluppi nel contesto globale, si può anche mettere in dubbio la realtà di tale “globalizzazione per tutti”, che oppone alla situazione attuale. Infatti, se i Paesi estranei agli Stati Uniti hanno beneficiato della globalizzazione, è stato perché non rispettano le regole decise dagli Stati Uniti. Il fatto che i Paesi asiatici dalla maggiore crescita abbiano sistematicamente violato le regole della globalizzazione, decise e codificate da Banca Mondiale e FMI, viene sottolineata da Dani Rodrik [12]. In realtà, un’altra via stava emergendo, ma nel 1944, alla fine della guerra [13], fu cassata dal rifiuto degli Stati Uniti di ratificare il trattato dell’Avana. La Conferenza dell’Avana, tenutasi dal 21 novembre 1947 al 24 marzo 1948 [14], consentì la stesura di un testo che decise regole comuni per tutti i Paesi, secondo la logica della crescita e della lotta alla sottoccupazione. Così la presenza di misure protezionistiche veniva accettata e addirittura consolidata nel testo, promuovendo lo sviluppo delle industrie emergenti [15]. La Carta dell’Avana obbligava i membri a non avere posizioni predatorie autorizzando misure di salvaguardia negli altri Paesi e definendo un processo che portasse a standard di lavoro equi. La regole sul commercio, furono chiaramente determinate dagli obiettivi sociali ed economici interni. L’articolo 13 riconosce il diritto degli Stati membri di utilizzare le sovvenzioni pubbliche nei settori industriali ed agricoli, nonché misure protezionistiche. Di deve tornare a questo episodio, oggi in parte dimenticato, per capire che ci possono essere regole diverse da quelle della concorrenza, deus ex machina del commercio mondiale. Difendere questi principi implica difendere la sovranità degli Stati tanto contro la volontà di predominio di uno di essi, quanto contro quella delle grandi imprese private multinazionali.

Vladimir Putin e la sovranità
Sulla difesa della sovranità delle nazioni, Vladimir Putin vi arriva evocando il ruolo insormontabile delle Nazioni Unite. Dice a questo proposito: “Oggi, le Nazioni Unite continuano a rimanere un’organizzazione unica in termini di rappresentatività e universalità, un luogo unico per un dialogo equo. Le sue regole universali sono necessarie per integrare il maggior numero possibile di Paesi nello sviluppo economico e umanitario, garantendone la responsabilità politica e lavorando a coordinarne le azioni, preservandone sovranità e modelli di sviluppo. Non vi è dubbio che la sovranità sia il concetto centrale di tutto il sistema delle relazioni internazionali. Il suo rispetto e consolidamento contribuiranno a garantire pace e stabilità a livello nazionale e internazionale” [16]. Il riconoscimento del principio di sovranità è infatti un prerequisito per la creazione di un ordine internazionale equilibrato. Aveva anche ribadito, più avanti: “Spero davvero che sarà così, che il mondo diventi davvero più multipolare e che le opinioni di tutte le parti interessate della comunità internazionale siano considerate. Se un Paese è grande o piccolo, dovrebbe universalmente accettare le regole comuni che garantiscono sovranità e interessi del popolo” [17]. Ma questo principio di sovranità entra in contraddizione con la visione dominante della globalizzazione che sembra implicare regole emesse da organismi sovranazionali. L’esistenza di tali norme è infatti in contrasto con il principio di sovranità, che può certamente essere delegato ma che non può mai essere venduto. Pertanto, riferendoci al bilancio piuttosto cupo che Putin traccia della globalizzazione, riteniamo che la consideri avviata su una via sbagliata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ma aveva anche detto nel suo discorso: “le tensioni causate dai cambiamenti nella distribuzione dell’influenza economica e politica continuano a crescere. La diffidenza reciproca crea un fardello che riduce la nostra capacità di trovare risposte efficaci alle reali minacce e sfide che il mondo deve affrontare oggi. In sostanza, tutto il piano della globalizzazione è in crisi, e in Europa, come ben sappiamo, sentiamo voci che dicono ora come il multiculturalismo sia fallito. Penso che questa situazione sia per molti versi il risultato di scelte sbagliate, affrettate e, in una certa misura, di élite troppo sicure in certi Paesi, da un quarto di secolo. All’epoca, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, c’era la possibilità non solo di accelerare il processo della globalizzazione, ma anche di darle una diversa qualità e renderla più armoniosa e sostenibile” [18]. Anche in questo caso, possiamo certamente condividere gran parte dell’asserzione. Ma questa osservazione viene presa senza alcuna analisi della situazione internazionale, in particolare del contesto ideologico. Per dirla in altre parole, manca al discorso di Vladimir Putin una critica dell’ideologia neoliberale in quanto dominata dalle sfere intellettuali ed economiche del mondo occidentale, nel periodo che descrive. Ora Vladimir Putin è pronto o può rompere con l’ideologia neoliberista? Non che sia un dogmatico. Al contrario, Putin ha dato provato molte volte di essere prima di tutto un pragmatico. Non un uomo senza principi, ma un uomo che non lascia che l’ideologia, una rappresentazione della realtà, scarti le necessità pragmatiche della sua posizione. Ma tale pragmatismo l’ha portato a trattare con i sostenitori del neoliberismo, che cercano di aprire l’economia russa ai flussi di capitale. C’è un limite nel riflesso innegabile in Putin che gli impedisce di completare la sua giusta critica della globalizzazione e dell’ideologia delle élite al potere nei Paesi occidentali.

Putin e la crisi delle democrazie occidentali
Poiché, e questo è senza dubbio la vera novità del discorso al Forum Valdai 2016, Vladimir Putin critica una regola fondamentale della politica dei Paesi occidentali, una critica che ad oggi, dopo l’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti, era preveggente. Cosa dice? Iniziava effettivamente facendo un bilancio sul funzionamento, o più precisamente, sulla disfunzione politica nei Paesi occidentali, “Sì, formalmente i Paesi moderni hanno tutti gli attributi della democrazia: elezioni, libertà di espressione, accesso alle informazioni, libertà di espressione. Ma anche nelle democrazie più avanzate la maggioranza dei cittadini non ha una reale influenza sul processo politico e alcuna influenza diretta ed effettiva sul potere. La gente sente un divario sempre crescente tra gli interessi propri e la visione che l’élite hanno sull’unica strada che ritengono corretta, la traiettoria che l’élite sceglie. Ne consegue che referendum ed elezioni sorprendono sempre più le autorità. Le persone non votano affatto come i media ufficiali e rispettabili consigliano, né come consigliano i grandi partiti. I movimenti pubblici, da tempo considerati troppo di sinistra o di destra, s’impongono al centro della scena mettendo da parte i pesi massimi. In un primo momento questi risultati problematici furono dichiarati subito anomalie o colpi di fortuna. Ma quando sono diventati più frequenti, s’iniziò a dire che la società non comprendeva più i vertice del potere, che non era matura abbastanza per poter valutare il lavoro delle autorità per il bene pubblico. Oppure costoro divenivano isterici parlando di conseguenze della propaganda straniera, di solito russa” [19]. Le descrizioni dei processi politici nei Paesi europei, con la molteplice negazione della democrazia che s’è vista (come nel caso del risultato del referendum sul Trattato costituzionale europeo del 2015) sono impeccabili. Inoltre, l’analisi dei meccanismi dell’autismo delle élite e delle loro frange mediatiche, questo nuovo tradimento dei chierici, è particolarmente vera [20] E’ questo recinto autistico ha impedito alle élite di vedere la Brexit nel Regno Unito o l’elezione di Donald Trump, e dopo il risultato del voto democratico, ha condotto parte di tali élite a cercare di mettere in discussione questi risultati. Oggi siamo in presenza di un nuovo cortocircuito, come scrisse nel 2005 Frédéric Lordon [21]. In quel libro denunciò più volte la chiusura autistica dal 2012, e quindi non sorprende vedere uno dei grandi leader mondiali arrivare alla stessa conclusione. Ma la cosa più interessante è l’analisi che Putin fa delle cause di questa situazione. Questa analisi non è nuova, ma è probabilmente la prima volta che viene espressa da un funzionario del rango di Vladimir Putin. Continua quindi: “Sembra che le élite non vedano l’ampliamento della stratificazione sociale e dell’erosione della classe media, mentre attua ideologie che ritengo distruttive per l’identità culturale e nazionale. E in alcuni casi, in certi Paesi, sovvertono gli interessi nazionali e rinunciano alla sovranità in cambio del favore del sovrano. Ciò pone la questione: chi è in realtà emarginato dalla società? La classe in ascesa dell’oligarchia sovranazionale e la burocrazia, che spesso non viene eletta né controllata dalla società, o la maggioranza dei cittadini, che vogliono cose semplici, stabilità, libero sviluppo del proprio Paese, prospettive di vita per sé e i propri figli, conservazione dell’identità culturale e, infine, sicurezza per sé e i propri cari” [22]. Qui il legame tra erosione della classe media (certamente il concetto di “classe media” è un concetto “morbido”), e più in generale delle classi popolari superiori, oggi vittime dell’instabilità economica e dell’insicurezza sia materiale che economico-culturale, e la volontà delle élite di monetizzare la loro posizione di potere con il “sovrano” internazionale. Questo descrive l’opposizione tra ciò che può essere considerata “élite globalizzata” (essenzialmente della finanza e dei media) e la “sovranità”, descrivendo l’opposizione della plebe ai ceti semiborghesi, di cui già parlai in un libro del 2006 [23]. Scrissi all’epoca, parlando della vittoria del ‘no’ nel referendum del 2005: “Il ‘no’ ha superato il 60% nel Nord industriale, nelle regioni industriali della Loira e del Centro e, infine, nelle regioni industriali indebolite del sud. Se aggiungiamo a queste regioni quelle dove il “no” ha superato il 55%, si traccia la mappa del lavoro della Francia. Al contrario, gli strati sociali connessi ai servizi globalizzati, comunicazione e finanza, hanno votato “sì”. I risultati dei sobborghi centro-occidentali parigini e di Parigi sono chiari a questo proposito. Osiamo quindi avanzare una formula: la vittoria del ‘no’ è quella della plebe contro i bobos (bohemien borghesi)” [24]. E’ questa borghesia, che si dice bohème (da qui la categoria dei “bobos”) non ha che valori oscillanti che, per via delle proprie ideologia e politica, si rivelano profondamente distruttivi. Il tecnocrate finanziario abbraccia sotto i riflettori dei media il sessantottino riciclato. Tra questi sostenitori del “sì” vi erano Pascal Lamy, direttore dell’OMC, dopo essere stato nella Commissione europea un sostenitore della globalizzazione, e Daniel Cohn-Bendit; una differenza che può essere dovuta a un capello (o sua assenza…)
Si constata che il discorso di Vladimir Putin dà un quadro importante e interessante del mondo visto dal Presidente della Russia. Naturalmente, questo testo è importante anche da ciò che non vi troviamo, un’articolata critica del neoliberismo e altro. Ma questo discorso è certamente un’analisi articolata dei mali nei Paesi occidentali e della gran parte del mondo. Questo discorso non è ottimista, ma Putin chiaramente approva la massima che Luigi XIV propose al Gran Delfino: “Attenzione alla speranza: la speranza è una cattiva guida“. Questo discorso coerente, e soprattutto la sua coerenza temporale, sono importanti. Ecco perché non possiamo che invitare tutti coloro che vogliono comprendere il mondo di oggi per trasformarlo, a leggerlo e capirlo.w1dnkpaitvw0zoifamwoap4hzg98mi6nNote
[1] Sputnik e Valdaj Club
[2] Vedasi la dichiarazione del presidente russo alla conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco di Baviera il 10 febbraio 2007, il testo è stato tradotto su La Lettre Sentinel n° 43, marzo 2007.
[3] Sapir J., Il nuovo XXI secolo, Parigi, Le Seuil, 2009.
[4] Smith CF, e Brittany D. Parling, “L’imperialismo americano: l’esperienza di un praticante con l’applicazione extraterritoriale della FCPA“, University of Chicago Lefale Forum 237, p. 239 (2012); 15 USC && 78dd-1, 78dd-3.
[5] Vedasi La Lettre Sentinel, n° 43-44, gennaio-febbraio 2007, p. 25.
[6] E. Primakov, Mir Posle 11 Sentjabrja, op. cit., p. 138-151.
[7] La Lettre Sentinel, n° 43-44, gennaio-febbraio 2007, p. 25.
[8] Sapir J., Il nuovo XXI secolo, Parigi, Le Seuil, 2009.
[9] Traduzione dalla trascrizione inglese: “If the powers that be today find some standard or norm to their advantage, they force everyone else to comply. But if tomorrow these same standards get in their way, they are swift to throw them in the bin, declare them obsolete, and set or try to set new rules. Thus, we saw the decisions to launch airstrikes in the centre of Europe, against Belgrade, and then came Iraq, and then Libya. The operations in Afghanistan also started without the corresponding decision from the United Nations Security Council. In their desire to shift the strategic balance in their favour these countries broke apart the international legal framework that prohibited deployment of new missile defence systema“.
[10] “But some countries that saw themselves as victors in the Cold War, not just saw themselves this way but said it openly, took the course of simply reshaping the global political and economic order to fit their own interests. In their euphoria, they essentially abandoned substantive and equal dialogue with other actors in international life, chose not to improve or create universal institutions, and attempted instead to bring the entire world under the spread of their own organisations, norms and rules. They chose the road of globalisation and security for their own beloved selves, for the select few, and not for all. But far from everyone was ready to agree with this.”
[11] Sapir J., De-globalizzazione, Parigi, Le Seuil, 2011.
[12] D. Rodrik, “Cosa produce il successo economico?“, in R. French-Davis, La crescita economica con equità: Sfide per l’America Latina, Londra, Palgrave Macmillan, 2007. Vedi anche deòlo stesso autore, “Dopo il neoliberalismo, cosa?“, Project Syndicate, 2002.
[13] H.-J. Chang, Cattivi samaritani: Il Mito del libero scambio e la Storia segreta del capitalismo, New York, Random House, 2007.
[14] Graz J. C., L’origine del WTO: la Carta dell’Avana 1941-1950, Droz, Ginevra, 1999, p 367
[15] Avana
[16] “Today it is the United Nations that continues to remain an agency that is unparalleled in representativeness and universality, a unique venue for equitable dialogue. Its universal rules are necessary for including as many countries as possible in economic and humanitarian integration, guaranteeing their political responsibility and working to coordinate their actions while also preserving their sovereignty and development models. We have no doubt that sovereignty is the central notion of the entire system of international relations. Respect for it and its consolidation will help underwrite peace and stability both at the national and international levels“.
[17] “I certainly hope that this will be the case, that the world really will become more multipolar, and that the views of all actors in the international community will be taken into account. No matter whether a country is big or small, there should be universally accepted common rules that guarantee sovereignty and peoples’ interests“.
[18] “The tensions engendered by shifts in distribution of economic and political influence continue to grow. Mutual distrust creates a burden that narrows our possibilities for finding effective responses to the real threats and challenges facing the world today. Essentially, the entire globalisation project is in crisis today and in Europe, as we know well, we hear voices now saying that multiculturalism has failed. I think this situation is in many respects the result of mistaken, hasty and to some extent over-confident choices made by some countries’ elites a quarter-of-a-century ago. Back then, in the late 1980s-early 1990s, there was a chance not just to accelerate the globalisation process but also to give it a different quality and make it more harmonious and sustainable in nature“.
[19] “Yes, formally speaking, modern countries have all the attributes of democracy: Elections, freedom of speech, access to information, freedom of expression. But even in the most advanced democracies the majority of citizens have no real influence on the political process and no direct and real influence on power. People sense an ever-growing gap between their interests and the elite’s vision of the only correct course, a course the elite itself chooses. The result is that referendums and elections increasingly often create surprises for the authorities. People do not at all vote as the official and respectable media outlets advised them to, nor as the mainstream parties advised them to. Public movements that only recently were too far left or too far right are taking centre stage and pushing the political heavyweights aside. At first, these inconvenient results were hastily declared anomaly or chance. But when they became more frequent, people started saying that society does not understand those at the summit of power and has not yet matured sufficiently to be able to assess the authorities’ labour for the public good. Or they sink into hysteria and declare it the result of foreign, usually Russian, propaganda“.
[20] Benda J., Il tradimento dei chierici, rist., Paris, Grasset, coll. “Les Cahiers rouges”, 1990.
[21] F. Lordon, “La processione dei fulminanti” e “Un “cri de douleur” de Serge July, par le Collectif Les mots sont importants”, 1° giugno 2005  (accessibile dal sito Acrimed).
[22] “It seems as if the elites do not see the deepening stratification in society and the erosion of the middle class, while at the same time, they implant ideological ideas that, in my opinion, are destructive to cultural and national identity. And in certain cases, in some countries they subvert national interests and renounce sovereignty in exchange for the favour of the suzerain. This begs the question: who is actually the fringe? The expanding class of the supranational oligarchy and bureaucracy, which is in fact often not elected and not controlled by society, or the majority of citizens, who want simple and plain things – stability, free development of their countries, prospects for their lives and the lives of their children, preserving their cultural identity, and, finally, basic security for themselves and their loved ones.”
[23] Sapir J., La fine dell’euroliberalismo, Paris, Seuil, 2006.
[24] Sapir J., La fine dell’euroliberalismo, op.cit.3a5782d277d9a8532af1955c32d8cf82Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Clinton e Soros lanciano la rivoluzione viola negli USA

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 11/11/2016hillary-7591La sconfitta della candidata presidenziale democratica Hillary Rodham Clinton non “passava tranquillamente in quella buona nottata”. La mattina dopo la sorprendente e inaspettata sconfitta per mano del parvenu repubblicano Donald Trump, Clinton e marito, l’ex-presidente Bill Clinton, entravano nella sala da ballo art-deco dell’hotel New Yorker nel cuore di Manhattan in abiti viola. La stampa subito notò il colore e chiese cosa rappresentasse. Il portavoce dei Clinton sostenne che rappresentasse l’incontro tra l’“America blu” dei democratici e l’“America rossa” dei repubblicani, unendosi nel viola. Tale dichiarazione era un mero stratagemma, noto ai cittadini dei Paesi oggetto in passato delle vili operazioni politiche del magnate degli hedge fund George Soros. I Clinton, che hanno ricevuto milioni di dollari in contributi elettorali e donazioni per la Clinton Foundation da Soros, in realtà avviavano la “rivoluzione viola” di Soros negli USA. La rivoluzione viola si opporrà agli sforzi dell’amministrazione Trump per respingere le politiche globaliste dei Clinton e dell’imminente ex-presidente Barack Obama. La rivoluzione viola cercherà inoltre di abbreviare l’amministrazione Trump con manifestazioni di piazza sorosiane e disagi politici. È dubbio che gli assistenti del presidente Trump lo consiglino dall’indagare sul diversivo dei server di posta elettronica privati di Clinton ed altre questioni relative alle attività della Fondazione Clinton, soprattutto quando la nazione deve affrontare tante altre questioni urgenti, tra cui posti di lavoro, immigrazione e assistenza sanitaria. Tuttavia, il presidente Jason Chaffetz dell’House Oversight and Government Reform Committee, ha detto che continuerà le udienze al Congresso, controllato dai repubblicani, su Hillary Clinton, Fondazione Clinton e l’assistente Huma Abedin. Il presidente Trump non deve lasciarsi distrarre da tali tentativi. Chaffetz non è un sostenitore di Trump. Globalisti ed interventisti statunitensi già avanzano il mantra opposto dai tanti “esperti” di sicurezza nazionale e militari di regime alla candidatura di Trump, Trump “deve” chiamarli ad unirsi all’amministrazione, perché non ci sono abbastanza “esperti” nella cerchia dei consulenti di Trump. Gli screditati neo-conservatori alla Casa Bianca di George W. Bush, come il co-cospiratore della guerra in Iraq Stephen Hadley, vengono menzionati come qualcuno a cui Trump dovrebbe chiedere di entrare nel suo Consiglio per la Sicurezza Nazionale o altre posizioni di rilievo. Il segretario di Stato di George HW Bush, James Baker, fiero lealista di Bush, viene anche indicato come membro della squadra alla Casa Bianca di Trump. Non c’è assolutamente alcuna ragione per Trump di chiedere il parere di fossili repubblicani come Baker, Hadley, Rice e Powell, il folle ex-ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite John Bolton, ed altri. Vi sono molti sostenitori di Trump dalla ricca esperienza nella sicurezza estera e nazionale, anche di origine africana, haitiana, ispanica e araba, senza essere neocon, che occuperebbero le posizioni ai vertici e intermedi dell’amministrazione Trump. Trump deve distanziarsi da neocon improvvisi benevolenti, avventurieri, militaristi ed interventisti, impedendogli d’infestarne l’amministrazione. Se Clinton avesse vinto, su un articolo sulla nuova amministrazione si sarebbe letto: “Sulla base del militarismo e dell’avventurismo estero da segretaria di Stato e del due volte presidente, il marito Bill Clinton, il mondo vedrà maggiore aggressività militare statunitense su vari fronti nel mondo. La presidentessa Hillary Clinton non nasconde il desiderio di confrontarsi con la Russia militarmente, diplomaticamente ed economicamente in Medio Oriente, alle porte della Russia in Europa orientale, e anche nella Federazione russa. Clinton ha rispolverato la politica del ‘contenimento’, da tempo screditata, introdotta dal professor George F. Kennan all’indomani della seconda guerra mondiale. L’amministrazione Clinton probabilmente promuoverà i neo-guerrieri freddi più feroci dell’amministrazione Obama, tra cui l’assistente segretaria di Stato per gli affari europei ed euroasiatici Victoria Nuland, favorita personale di Clinton”.
Il Presidente Trump non può permettersi che chi è nella stessa rete di Nuland, Hadley, Bolton ed altri, entri nella sua amministrazione, metastatizzandola come una forma aggressiva di cancro. Costoro non porterebbero avanti la politica di Trump, ma continuerebbero a danneggiare le relazioni degli USA con Russia, Cina, Iran, Cuba e altre nazioni. Non solo Trump avrebbe a che fare con i neocon repubblicani, che cercano di bacarne l’amministrazione, ma anche con il tentativo di Soros d’interrompere la sua presidenza con la rivoluzione viola. Prima che Trump sia nominato 45° presidente degli Stati Uniti, le operazioni politiche finanziate da Soros si attivavano per sabotarlo durante il periodo terminale di Obama e in seguito. La rapidità della rivoluzione viola ricorda la velocità con cui i manifestanti invasero le strade di Kiev, capitale ucraina, nelle due rivoluzioni arancioni sponsorizzate da Soros nel 2004 e, dieci anni dopo, nel 2014. Mentre i Clinton adottavano il viola a New York, manifestazioni di piazza violente, coordinate da Moveon.org e “Black Live Matter” finanziati da Soros, scoppiavano a New York, Los Angeles, Chicago, Oakland, Nashville, Cleveland, Washington, Austin, Seattle, Philadelphia, Richmond, St. Paul, Kansas City, Omaha, San Francisco e altre 200 città degli Stati Uniti. Il gruppo “Pussy Riot” finanziato da Soros pubblicava su YouTube un video anti-Trump dal titolo “Make America Great Again”. Il video è divenuto “virale” su Internet, ed è pieno di atti profani e violenti, ritraendo una distopica presidenza Trump. Seguendo la sceneggiatura dello scribacchio di George Soros, Gene Sharp, il membro delle Pussy Riot Nadya Tolokonnikova invocava gli statunitensi anti-Trump a trasformare la rabbia in arte, musica e arte visiva. L’uso dei graffiti politici è una tattica popolare di Sharp. Le proteste di strada, musica e arte anti-Trump sono la prima fase della rivoluzione viola di Soros negli USA.
Il presidente Trump affronta un duplice attacco dai nemici. Uno guidato dai burocrati neo-con, tra cui l’ex-direttore della National Security Agency e della CIA Michael Hayden, l’ex-segretario alla Sicurezza Nazionale Michael Chertoff, e i fedelissimi della famiglia Bush, cerca di decidere le nomine di Trump alle cariche per sicurezza nazionale, intelligence, politica estera e difesa dell’amministrazione. Tali neo-guerrieri freddi cercano di convincere Trump a mantenere l’aggressività di Obama verso Russia, Cina, Iran, Venezuela, Cuba e altri Paesi. Il secondo fronte contro Trump sono i gruppi politici e mediatici finanziati da Soros. Tale seconda linea di attacco attua la guerra di propaganda anti-Trump utilizzando centinaia di giornali, siti web ed emittenti, cercando di minare la fiducia del pubblico verso l’amministrazione Trump fin da subito. Uno degli annunci politici di Trump, poco prima dell’elezione, dichiarava che George Soros, la presidentessa della Federal Reserve Janet Yellen e l’amministratore delegato della Goldman Sachs Lloyd Blankfein, fanno parte di “una struttura di potere globale responsabile delle decisioni economiche che hanno derubato la nostra classe operaia, spogliato il nostro Paese della ricchezza, mettendola nelle tasche di un pugno di grandi aziende ed enti politici”. Soros e i suoi servi avevano immediatamente e ridicolmente attaccato l’annuncio come “antisemita”. Il presidente Trump dovrà stare in guardia contro coloro che la sua campagna ha denunciato e i loro colleghi. Il figlio di Soros, Alexander, ha invitato la figlia di Trump, Ivanka, e il marito Jared Kushner, a sconfessare pubblicamente Trump. Le tattiche di Soros non solo cercano di dividere le nazioni, ma anche le famiglie. Trump deve guardarsi dalle macchinazioni, attuali e future, di George Soros, tra cui la rivoluzione viola.2016-11-10t160706z_1_lynxmpeca9116_rtroptp_3_usa-election-protestsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora