Ragioni geopolitiche del sostegno russo al Venezuela

Mision Verdad 5 maggio 2018Il 4 maggio il Ministero degli Esteri russo dichiarava di respingere le intenzioni degli Stati Uniti di boicottare le elezioni in Venezuela. “Washington non solo non abbandona la politica del violento cambio di potere, ma aumenta anche la pressione su Caracas usando meccanismi unilaterali restrittivi, semplicemente cercando d’isolare il Venezuela“. E sottolineava che le sanzioni finanziarie unilaterali applicate da Washington contro la nazione caraibica cercano “di provocare una crisi debitoria e di conseguenza peggiorare la situazione socio-economica“, un obiettivo persino riconosciuto dal dipartimento di Stato quando affermò a gennaio che le sanzioni cercavano d’indurre il collasso economico totale del Paese. La portavoce Maríja Zakharova notava che la Federazione Russa riconosce e sostiene le istituzioni giuridiche come piattaforme politiche per risolvere i conflitti tra lo Stato venezuelano e le forze d’opposizione. “Siamo lieti che i vicini latino-americani del Venezuela, nonostante la forte pressione, osservino la soluzione del problema esclusivamente dal campo giuridico attraverso l’ampio dialogo nazionale. Scegliere in modo indipendente le forme di democrazia, in conformità con le procedure costituzionali senza pressione estera, è diritto di ogni Stato“, sottolineava la funzionaria. La dichiarazione va posta nella dimensione geopolitica, nel contesto globale in cui l’egemonia statunitense è minata da sconfitte militari e finanziarie nel tentativo di destabilizzare il Medio Oriente (casi Siria e Iran), l’Asia (Cina) e il fronte latinoamericano, dove il Venezuela era l’obiettivo prioritario. L’equilibrio ne ha screditato le procedure politiche e militari. Il finanziamento delle rivoluzioni colorate e le imponenti sanzioni economiche sono schemi che non passano inosservati al gigante eurasiatico, al momento dell’annuncio delle elezioni del 20 maggio.

Le elezioni presidenziali venezuelane avranno conseguenze di ampia portata nell’attuale scenario geopolitico
Regolarmente osserviamo scenari simili in altri Paesi, vengono create le premesse per manifestare il malcontento popolare, persone vengono spinte a ribellarsi alle autorità, con prevedibili conseguenze negative e possibilmente catastrofiche“, affermava la diplomatica. Un’allerta che, se paragonata a quella d’inizio 2017 sui tentativi dell’opposizione, coordinati con Washington, di realizzare una rivoluzione colorata in Venezuela, che materializzatasi (al culmine del fallimento), illuminò i veri obiettivi del boicottaggio dei settori ultra-anti-Chavez. Nello specifico, queste voci raggruppate attorno a Primero Justicia e Volunted Popular sono allineate alle lobby israeliane ed aziendali rappresentate al Congresso degli Stati Uniti da Marco Rubio, e nell’OAS da Luis Almagro, architetti delle sanzioni contro il Venezuela, dell’embargo petrolifero a breve termine e della spinta all’intervento militare contro il Venezuela, travestito da “umanitario”. La Russia, rafforzando lo sforzo per stabilizzare i conflitti regionali nei territori che circondano l’area d’integrazione eurasiatica, comprende l’importanza di sostenere il Venezuela, elemento che rafforza la crescente influenza multipolare. Il sostegno in tal senso si confronta tempestivamente all’affronto della dittatura aziendale statunitense prima e dopo le elezioni presidenziali del 20 maggio.
La relazione strategica di queste due nazioni, con chiari obiettivi geopolitici di cooperazione economica e commerciale, per esempio, avanza proposte coraggiose come l’uso delle criptovalute (Petro e Criptorublo) per evitare le sanzioni, alterando la supremazia del dollaro. Le decisioni sovrane nazionali di questo tipo allarmavano i padroni del sistema finanziario mondiale, avviando azioni destabilizzanti che inibiscono i processi politici indipendenti e la creazione di un’architettura finanziaria alternativa al petrodollaro. In tale contesto, si comprende la necessità di aggravare l’aggressione agli attori dell’emergere di nuove potenze e di relazioni alternative a quelle imposte dall’egemonia statunitense, ancor più se provengono dall’America Latina, considerata ancora proprio cortile dove smantellare gli Stati che ne sfidano l’influenza, scavalcando istituzioni e regole nel rivendicare totalmente la Dottrina Monroe. Sviluppo ed esito delle elezioni presidenziali in Venezuela non solo decideranno il destino nazionale, ma avranno conseguenze di ampia portata sul quadro geopolitico in cui gli Stati Uniti lottano per non vedere la propria influenza internazionale erosa totalmente. La Russia lo sa ed anche il candidato della Patria.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La fine dell’impero del dollaro

Wim Dierckxsens e Walter Formento, Kontra Info, 25/4/2018L’impero del dollaro volge al termine. Il dollaro sta per compiere una ritirata notevole. Nel 1944-1945 il dollaro-oro fu imposto dopo che gli Stati Uniti (USA) furono tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ed imposero la propria moneta al Regno Unito, sostituendo la sterlina come valuta di riferimento mondiale. All’inizio degli anni settanta la crisi del dollaro-oro (che si trascinava dal 1967) pose fine al dollaro basato sull’oro; tuttavia, l’accordo ottenuto dall’ex-segretario di Stato Henry Kissinger e dalla Casa dei Saud permise la nascita del cosiddetto petrodollaro. Il petrodollaro era la moneta che esprimeva gli interessi delle multinazionali statunitensi già inglobanti Europa e Giappone. In realtà, il petrodollaro non è la valuta nazionale del capitale industriale statunitense, perché le multinazionali statunitensi dominavano produzione, commercio mondiale e consumo globale del petrolio. Per tale ragione poterono concordare e imporre la nuova valuta di riferimento mondiale, il petrodollaro, strumento d’estorsione che costringe tutti i Paesi a scambiare produzione e lavoro reali con una moneta creata dal mero debito e senza base. Oggi sempre più Paesi vedono il predominio del dollaro come ostacolo alla sovranità e al buon sviluppo nell’economia globale, mostrandone l’attuale crisi d’egemonia. Nel recente passato, Paesi relativamente piccoli come Iraq e Libia furono invasi quando cercarono di negoziare petrolio al di fuori del perimetro del dollaro, e oggi c’è la minaccia d’invadere il Venezuela perché ha deciso di negoziare il petrolio al di fuori del campo del dollaro. È necessario sapere che in questa congiuntura i Paesi BRICS multipolari, con la Cina in testa, asse dalla maggiore crescita economica degli ultimi anni, hanno seriamente pensato di lanciare il petroyuan-oro come valuta di riferimento mondiale. Con l’ascesa di questo rivale, abbastanza forte su diversi piani, per la prima volta dal 1944 sarà possibile parlare correttamente di imminente fine del dollaro come valuta dominante, poiché ha già perso l’egemonia. Il petroyuan-oro è un piano valutario mondiale che non si basa solo sulla più importante materia prima, il petrolio, ma anche sull’oro, cosa che gli Stati Uniti non possono più fare. Il suo vantaggio è nell’essere il piano monetario delle economie più dinamiche e maggiori produttrici e compratrici di oro, formando riserve d’oro gigantesche per sostenere lo yuan, che da solo non potrebbe avanzare ed imporsi.
Il 26 marzo 2018, dopo aver posticipato più volte, la Cina finalmente decise di lanciare sull’International Energy Exchange lo schema di scambio petroyuan-oro, producendo un cambiamento fondamentale del sistema monetario internazionale. Tutti gli esportatori di petrolio verso la Cina dovranno accettare la valuta cinese, lo yuan, in cambio del petrolio. Come incentivo, vi è l’offerta cinese di convertire lo yuan in oro. Inoltre, la borsa di Hong Kong emetterà contratti a termine in yuan, nel commercio del petrolio, anche convertibili in oro. Gli esportatori di petrolio potranno persino ritirare tali certificati d’oro al di fuori della Cina, cioè il petrolio potrà essere pagato anche presso le cosiddette “Bullion Banks” di Londra. Con l’introduzione del petroyuán, si ha la maggiore sfida diretta al dollaro, finora valuta dominante mondiale nei contratti petroliferi. La strategia multipolare della Cina non sarà attaccare frontalmente il sistema del petrodollaro, ma indebolirlo progressivamente per fare sì che yuan ed altre valute come euro, yen, ecc. diventino essenziali come il dollaro, cioè costruire il mondo multipolare delle valute. Esistono accordi tra Banca centrale cinese (PBoC) e Banca centrale dell’Unione europea (BCE) per consentire scambi diretti tra yuan ed euro, firmando accordi per consentire a entrambe le valute di rafforzarsi reciprocamente ed incoraggiare la compenetrazione dei sistemi finanziari di entrambe le regioni. Quanto sopra è il chiaro segnale che l’Unione Europea mantiene la porta aperta all’integrazione nel mondo multipolare. Non solo c’è la minaccia esterna al dollaro, il peggiore pericolo, a nostro avviso, risiede negli stessi Stati Uniti. Il capitale finanziario globalista fa di tutto per far crollare il mercato azionario e attribuirlo alle “forze del mercato”, utilizzando i propri conglomerati mediatici in tale golpe del potere morbido della manipolazione. Il globalismo finanziario può portare a una crisi economica finanziaria mai vista dal 1930. La crisi della grande bolla dai tempi di Alan Greenspan, che assunse la presidenza della Federal Reserve (Fed) nel 1987 e la lasciò a febbraio 2006, crisi che oggi si tenta di attribuire, con tutti i mezzi, alla “cattiva” amministrazione del governo Trump.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti, vero rappresentante politico del capitale finanziario globalizzato, vi troverebbe il momento opportuno per imporre l’impeachment del presidente Trump. Così il globalismo finanziario potrebbe non solo attaccare Trump e i funzionari che esprimono l’interesse del continentalismo finanziario USA e dei capitali nazionali emarginati dai globalisti, ma prenderebbe il controllo del governo degli Stati Uniti, imponendo la valuta globale della Banca di Basilea, la banca delle banche centrali del mondo, sotto il pieno controllo del capitale finanziario globalizzato, specificatamente sotto l’egemonia dell’impero dei Rothschild.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Chi ci perde dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina

Mision Verdad, 27 marzo 2018Il 22 marzo, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, firmava un memorandum “sulla lotta contro l’aggressione economica della Cina” con cui impone nuove tasse sui prodotti importati dal Paese asiatico e compie un altro passo verso la guerra commerciale contro concorrenti e fornitori. Alcuni analisti dicono che la decisione è un altro esempio di debolezza degli Stati Uniti, una nazione che ha promosso la globalizzazione, ma ora “si oppone, a causa dell’invecchiamento della propria industria“. Si tratta di dazi annuali di 60 miliardi di dollari sui prodotti cinesi che riafferma la tendenza del presidente e magnate a mescolare interessi economici e di sicurezza per fare pressione sulla Cina. La misura cerca di raccogliere fondi per compensare i precedenti tagli alle tasse interne, Trump ha anche promesso di recuperare posti di lavoro e ridurre il peggiore deficit commerciale in sette anni, circa 566 miliardi di dollari. Proprio il gap commerciale più grande è con la Cina: 375 mila 100 milioni di dollari, con un incremento annuo dell’8,1%.

Da dove viene il gap?
La posizione vantaggiosa della Cina nei confronti degli Stati Uniti, in particolare in settori come acciaio ed alluminio, è dovuta ai livelli di sovrapproduzione cinese. Nel 2000, il contributo della produzione di acciaio cinese al totale mondiale non arrivava a un terzo, nel 2016 era il 51%. Quando tutti i grandi Paesi hanno ridotto la produzione di acciaio, la Cina l’ha raddoppiata dall’inizio del secolo. Quasi lo stesso accade con l’alluminio: gli Stati Uniti erano un produttore importante fino al 2005, ma oggi la Cina produce metà dell’alluminio mondiale. Analizzando meglio, si può vedere che, nell’esportazione, gli Stati Uniti sono cresciuti di poco più di sei volte, mentre la Cina di oltre 70 volte.

The Spectator Index @spectatorindex
Exports to the world
1986
US: $211 billion
China: $27 billion

2016
US: $1330 billion
China: $1980 billion

Inoltre, la crescita del debito pubblico degli Stati Uniti ha superato il 100% del prodotto interno lordo (PIL), divenendo il quarto Paese con la più alta percentuale di debito sul PIL.

The Spectator Index@spectatorindex
US government debt.
1998: $5.5 trillion
2008: $10 trillion
2018: $21 trillion

US government debt as share of GDP.
1998: 60%
2008: 67%
2018: 107%

La Cina è il primo detentore del debito USA perché vende a credito più di quanto acquisti, e anche perché compra titoli di Stato a basso rischio nella turbolenta danza tra agenzie di rating e banche salvate. Nell’economia globale, il dollaro ha molto più potere d’acquisto dello yuan. Ciò rende i prodotti statunitensi più costosi all’estero dei prodotti cinesi. Pertanto, i prezzi dei prodotti fabbricati in Cina sono molto più competitivi di quelli degli Stati Uniti.

Reazioni degli Stati Uniti
La misure protezionistiche prese da Trump, nell’architettura economica che la corporatocrazia statunitense ha subordinato al libero mercato, possono ulteriormente minare le dinamiche interne degli Stati Uniti. Personaggi come il suo ex-consigliere economico Gary Cohn, Orrin Hatch, il capo repubblicano della Commissione finanze del Senato e il presidente della Camera Paul Ryan, hanno espresso insoddisfazione e distacco da tali misure. Mentre Richard Trumka, presidente del centro sindacale AFL-CIO che raggruppa oltre 12 milioni di lavoratori nel settore pubblico e privato degli Stati Uniti, ha detto che l’annuncio dei dazi su acciaio e alluminio è un “passo positivo” per proteggere i posti di lavoro negli Stati Uniti, John Heisdorffer, presidente della American Soybean Association (ASA), ha ribadito “grande preoccupazione” per la possibile rappresaglia della Cina contro la soia statunitense, poiché è il più grande acquirente e consuma quasi un terzo della produzione dal valore di 14 miliardi di dollari all’anno. I mercati azionari di tutto il mondo sono caduti giovedì e venerdì, riflettendo le preoccupazioni degli investitori sul peggioramento del commercio sino-statunitense. Tuttavia, Trumka ha detto che “le leggi della globalizzazione sono state scritte contro i lavoratori, è il mito che hanno tentato di perpetuare, la scusa è l’economia, non si può fare nulla, ma l’economia non è altro che un serie di regole, scritte dagli uomini e donne che scegliamo, che indicano i vincitori e i perdenti”, aggiungendo che “ora Wall Street è inquieta perché era abituata a farla franca, non gli interessano i posti di lavoro in Messico o negli Stati Uniti, si preoccupa solo dei prezzi delle azioni, e questo (i dazi) influisce sulle sue azioni, francamente, ha già tratto abbastanza profitti, un record continui per tre anni”, aggiungeva. La senatrice democratica Heidi Heitkamp indicava l’economia del suo stato, North Dakota, dicendo che “ha bisogno di una guerra commerciale tanto quanto una mucca ha bisogno di un hamburger. Il 50% delle esportazioni del Nord Dakota verso l’Unione europea (UE) sono prodotti agricoli e macchinari per l’edilizia e il 60% delle nostre esportazioni in Cina sono prodotti agricoli“.Prime reazioni dalla Cina
La Cina prima studia le sovvenzioni commerciali che gli Stati Uniti applicano ai proprio prodotti agricoli come risposta, come affermato da vari attori nel paese nordamericano. In risposta al memorandum, l’ambasciata cinese negli Stati Uniti affermava che “è una tipica azione protezionistica commerciale unilaterale, la Cina è molto delusa e fortemente contraria da tale azione“, aggiungendo. “le azioni intraprese dagli Stati Uniti sono controproducenti: danneggeranno direttamente gli interessi di consumatori, imprese e mercati finanziari negli Stati Uniti. Inoltre mettono in pericolo l’ordine commerciale internazionale e la stabilità economica globale“. Si ritiene che la Cina ricorra alla cooperazione per disinnescare il conflitto, aumentando il commercio tra i due Paesi, ad esempio espandendo la propria apertura nei servizi, produzione e prodotti base mentre gli Stati Uniti potrebbero allentare i controlli su esportazioni di prodotti high-tech e alto valore aggiunto in Cina. Ciò che sembra una guerra commerciale finisce per essere un tentativo di intimidire la Cina e il resto del mondo per far sì che tutti rafforzino gli Stati Uniti, concedendogli risorse economiche e opportunità di sviluppo, mentre la Cina abbandona la via per essere un altro centro del capitale e della tecnologia. I media cinesi sostengono che lo statunitense medio, nella sua brama di consumo, non vuole la guerra commerciale con la Cina; Se dovesse intensificare e danneggiarne l’economia, Trump la pagherebbe alle urne. Il Vicedirettore del Dipartimento Informazioni del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Hua Chunying, affermava che il suo Paese “combatterà fino alla fine” in ogni guerra commerciale ed esortava gli Stati Uniti a prendere decisioni caute, aggiungendo che il Paese nordamericano ha importato grandi quantità di prodotti a basso costo e ad alta intensità di manodopera dalla Cina, che hanno ridotto significativamente i costi ai consumatori statunitensi, aumentatone le eccedenze, migliorandone il benessere e aiutando gli Stati Uniti a rallentare l’inflazione.

Chi vince e chi perde?
Il surplus commerciale della Cina nel campo dell’elettronica e delle apparecchiature elettriche contrasta col notevole deficit commerciale in prodotti agricoli, attrezzature e servizi. Le importazioni cinesi di prodotti agricoli, cuoio e aerei rappresentano una parte importante delle esportazioni statunitensi. Pertanto, questi settori potrebbero risentirne se il colosso asiatico volesse imporre sanzioni commerciali agli Stati Uniti. Una guerra commerciale minerebbe direttamente gli interessi di consumatori (il motore dell’economia globale), imprese e mercato finanziario statunitensi. Hua ha descritto il brusco calo delle azioni statunitensi di giovedì come “voto di sfiducia da parte del mercato finanziario verso politiche e movimenti scorretti degli Stati Uniti“. Si sostiene che la Cina non sarà la principale vittima di tali misure, ma gli stretti alleati degli Stati Uniti, maggiore importatore di acciaio al mondo con 20 milioni di tonnellate all’anno per 24 miliardi di dollari. Il principale fornitore è il Canada, col 17% del totale, seguito da Corea del Sud e Brasile. Trump ha promesso che farà eccezioni con alleati come Argentina, Canada e Messico, tentando così di mantenere il controllo diretto e il supporto incondizionato dei suoi alleati. La Cina è solo l’undicesimo esportatore di acciaio negli Stati Uniti. Importanti fornitori come Giappone, Germania e Taiwan saranno inoltre danneggiati dalle misure annunciate. La Cina spera di ridurre significativamente gli ostacoli all’accesso al mercato, facilitare gli investimenti e incoraggiare l’ingresso di capitali esteri in più regioni, la strategia della cooperazione attuata dalla sua diplomazia le consentiranno di diversificare i mercati. Mentre gli Stati Uniti combattono mezzo mondo, compresi i più stretti alleati, la Cina scommette su maggiori scambi liberi e più globalizzazione senza programmi bellici. In questo senso, il progresso delle relazioni con l’Europa permetterà d’isolare gli Stati Uniti mentre persiste tale visione unica ed esclusiva. È così che la Cina gestisce già circa 20 linee ferroviarie dirette con città europee come Londra, Madrid, Rotterdam o Varsavia attraverso la tratta Cina-Madrid, che esiste da più di un anno ed è il servizio ferroviario più lungo del mondo, che sarà ottimizzato dalle compagnie russe a un costo di 242 miliardi di dollari. Anni fa, gli Stati Uniti cessarono di essere la superpotenza che contribuiva al 50% dei beni prodotti nel mondo, dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi assistiamo al crollo di una nazione indebitata e divisa, attraversata da complessi conflitti sociali e che non è un punto di riferimento economico e politico per i Paesi occidentali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La svolta globale della Cina: Yuan-oro e avvertimenti

King World News, 26 marzo 2018

Nell’ultima settimana di marzo, uno dei maggiori gestori di fondi al mondo dichiarava a King World News che la Cina ha appena compiuto una svolta globale che porterà a 20000 dollari l’oro e a un sistema monetario e uno yuan basati sull’oro. C’è anche un terribile avvertimento.La Cina compie una svolta globale
Dr. Stephen Leeb: “Oh, ironia. Il presidente Trump potrebbe essere quello che risolve i problemi commerciali degli USA. Ma non coi dazi o il forte riarmo dei nostri partner commerciali… Piuttosto arriverà dalla Cina che accelera la transizione a una nuova valuta di riserva, probabilmente un paniere di valute basate sull’oro, creando un sistema monetario centrato sull’oro. La Cina ha gettato accuratamente le basi per avere i mezzi per definire la nuova valuta di riserva che influenzerà l’Oriente, se non il mondo”. E con la Cina non solo maggiore trader del mondo ma anche possessore di un esercito in grado di proteggere i partner commerciali orientali, le sue capacità sono indubbie.

La Cina ora commercia il petrolio con lo Yuan-oro
Segnatevi la data: oggi è iniziato il commercio del nuovo benchmark del petrolio orientale di Shanghai. I fornitori di petrolio possono ora coprire i loro yuan in futures basati sull’oro, la cui compensazione sarà in oro. In effetti, il petrolio ora viene commercializzato in yuan-oro. Il segnale che la Cina vuole accelerare il commercio in yuan e oro ben oltre il petrolio, è apparso in un articolo sul South China Post di fine febbraio. L’articolo citava Cheung Tak-hay, presidente della Borsa dell’oro di Hong Kong, dire: “La Borsa dell’oro di Hong Kong è in trattative con Singapore, Myanmar e Dubai per stabilire un corridoio merci in oro per promuovere prodotti denominati in yuan nell’ambito dell’Iniziativa Cintura e Via della Cina. Il corridoio delle merci d’oro… potrebbe collegare il deposito doganale proposto a Qianhai con utenti e commercianti di metalli preziosi nei Paesi della Fascia e Via“.

Deposito d’oro da 1500 tonnellate nella zona di libero scambio
Qianhai fa parte della zona di libero scambio di Shenzhen e Hong Kong. Il deposito doganale, secondo l’articolo, potrà immagazzinare 1500 tonnellate di oro. I servizi di regolamento di custodia e fisico inizierà probabilmente nei prossimi mesi. La posizione di Trump sulla politica commerciale spinge la Cina ad estenderne il commercio ben oltre il petrolio. Finora queste cifre equivalgono alla soppressione dei dazi in nome della “sicurezza nazionale” (che ironia). L’affermazione è che economia ed esercito statunitensi non possono essere sicuri se il Paese non produce abbastanza acciaio. E così il presidente Trump annunciava dazi che colpiranno alleati affidabili mentre avrà impatto assai minore sulla Cina, le cui pratiche commerciali Trump ha ripetutamente lamentato. I dazi furono quindi modificati esentando Canada e Messico, almeno per ora, ma si applicano ancora a molti altri alleati degli Stati Uniti.

Il vero pericolo
Ma il vero pericolo deriverà da una guerra commerciale totale. Il Presidente della PBoC Zhou ha spesso notato il rovescio della medaglia quando una nazione sovrana ha la valuta di riserva mondiale. O la valuta è sopravvalutata, portando il Paese a grandi deficit commerciali. Oppure (se il Paese emittente cerca di evitarlo limitando l’offerta della propria valuta), la crescita mondiale ne risentirà. Non fraintendetemi: non sostengo che la Cina e altri partner commerciali giochino in modo equo. Dico che l’unico modo in cui gli Stati Uniti possono sfidare il deficit commerciale è con un forte rallentamento della crescita mondiale o rinunciando al ruolo del dollaro come valuta di riserva. Il dollaro è nettamente sopravvalutato e rimarrà tale fin quando sarà la valuta di riserva mondiale. Vedo la Cina alla ricerca urgente del modo per evitare il collasso economico che potrebbe comportare una guerra commerciale. Noi siamo le nostre peggiori minacce alla nostra sicurezza nazionale, non solo rischiando una guerra commerciale che infliggerebbe danni ingenti all’economia mondiale, ma anche a causa delle nostre specifiche vulnerabilità, soprattutto e sorprendentemente nell’arena militare. Ignoranza ed autocompiacimento degli USA su questo sono mozzafiato.

La Cina potrebbe piegare gli Stati Uniti
L’adagio rilevante è che se vivi in una casa di vetro, non lanciare pietre. Qualsiasi pena commerciale imponiamo alla Cina, senza dubbio causando qualche sofferenza, non paralizzerà l’economia cinese. Ma se la Cina rispondesse nello stesso modo, piegherebbe gli Stati Uniti. Il motivo: mentre Trump si concentra su acciaio e alluminio, la Cina insieme ad altri Paesi controlla le risorse, in particolare i metalli delle terre rare, di gran lunga più vitali per le nostre forze armate e sicurezza. Ogni anno l’US Geological Survey (USGS), l’agenzia incaricata di fornire dati e analisi sulle risorse naturali e i pericoli, pubblica un annuario che dettaglia riserve mondiali, risorse e produzione di materie prime e minerali. Negli ultimi due decenni i rapporti sono sempre più lugubri. Una volta largamente autonomi per risorse, gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti da altri Paesi, alcuni dei quali, come la Cina, potrebbero facilmente divenire dei nemici. Nessuno può obiettare che non sia intelligente, o vantaggioso per la sicurezza nazionale, dipendere dai nemici sulle risorse cruciali.Il generale dell’aeronautica Robert Latiff avverte
Ho parlato di terre rare prima. In effetti il mio libro del 2011 “Red Alert” era in parte un avviso agli USA sul pericolo derivante dalla nostra crescente inaccessibilità a questi metalli. Nei sette anni passati da allora, non abbiamo fatto nulla per far fronte ai nostri dubbi. Nel suo libro del 2017 “Future War“, il generale dell’aeronautica militare Robert Latiff ha scritto: “L’elettronica di consumo sempre più piccola e capace… dipende in modo cruciale dai metalli delle terre rare… Più preoccupante dal punto di vista degli armamenti, i metalli delle terre rare si trovano su tutti gli aerei ad alte prestazioni, missili ed elettronica avanzata“. Forse più spaventoso in vista delle recenti valutazioni militari è il suo commento: “I magneti delle terre rare consentono il controllo del tiro dei missili altamente manovrabili e ad altissima velocità“.

Missili ipersonici cinesi
La Cina sviluppa missili ipersonici che volano cinque o più volte la velocità del suono e sono estremamente difficili da rilevare o neutralizzare. Possono, senza testata nucleare, affondare una portaerei. Un rapporto della National Academy of Sciences, commissionato dall’US Air Force nel 2016, osservava che quando si tratta di tali tecnologie: “L’assenza in questo Paese di un chiaro percorso all’acquisizione… è in netto contrasto col ritmo febbrile della ricerca nei potenziali avversari… I loro investimenti sono significativi… e le loro realizzazioni in alcuni casi sorprendenti“. A cui si può aggiungere che senza terre rare, “un chiaro percorso di acquisizione” non esiste. Il fatto che il rapporto sia stato scritto nel 2016 e che nei due anni successivi non sia cambiato nulla, è più che sufficiente a tenermi sveglio la notte. Più recentemente due importanti gruppi di riflessione, RAND Corporation e International Institute for Strategic Studies (IISS), hanno pubblicato relazioni di ampio respiro sulla difesa degli Stati Uniti. Il rapporto RAND affermava che le forze statunitensi “non riescono a tenere il passo con le forze modernizzatrici delle grandi potenze avversarie” e “sono mal posizionate per affrontare le sfide chiave in Europa ed Asia orientale“.

La Cina ha già raggiunto il suo obiettivo
Il rapporto IISS fa commenti simili. Ad esempio, afferma: “Gli sviluppi dei nuovi armamenti in Cina e l’ampio progresso tecnologico nella difesa sono volti a favorire la transizione dal “recupero” con l’occidente a divenire innovatore nella difesa globale: in alcune aree della tecnologia della difesa, la Cina ha già raggiunto i suoi obiettivi“. A cui posso aggiungere le valutazioni su ciò che si può vedere, non da ciò che la Cina potrebbe nascondere, che sarebbe enorme. Non asserisco che una qualsiasi mancanza nella nostra supremazia militare sia dovuta unicamente all’assenza di rifornimenti di terre rare, cobalto e altri prodotti essenziali che la Cina controlla virtualmente attraverso possesso naturale e/o capacità di ricostituzione. Ma dovrebbe essere ovvio che è stupido, e contro i nostri interessi nella sicurezza nazionale, fare qualsiasi cosa che rischi di limitarci l’accesso a questi materiali chiave. In altre parole, una guerra commerciale minaccia non solo l’economia mondiale ma anche la nostra capacità di difenderci e di produrre beni consumo di alta qualità. La posizione meno invidiabile in cui ci troviamo non iniziò con Trump, Obama o Bush. Piuttosto, risale a quando Nixon ci tolse il gold standard nel 1971 e alla politica miope che scaturì da tale infame decisione. Siamo mezzo secolo dopo a sperare che una nuova versione del sistema monetario centrato sull’oro possa salvarci.

Oro a 20000 dollari
Ciò spingerà l’oro molto in alto. E se la Cina in qualche modo non ci riesce, probabilmente significherà gravi disordini geopolitici, nel qual caso, l’oro, ancora una volta, è ciò che vorreste possedere. L’oro si prepara a un balzo per forza e durata impressionanti. Eric, il prezzo dell’oro sarà di almeno 20000 dollari e probabilmente di più, e i lettori di KWN non dovrebbero più rimanerne fuori: è troppo tardi perché il tempo sta per scadere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La debolezza degli Stati Uniti verso il Venezuela

Rubén Castillo, Mision Verdad 12 marzo 2018Il 15 febbraio, l’ammiraglio della Marina degli Stati Uniti, attuale capo del Comando Sud, Kurt W. Tidd, presentò un rapporto alla 115.ma riunione del Comitato dei Servizi Armati del Senato. Lì indicò la perdita d’influenza statunitense su America Latina e Caraibi per via dei concorrenti diretti nella regione, riflettendo assenza di idee (e di budget), ed enunciando come il Comando Sud debba affrontare questa perdita di controllo politico- militare sulla regione.
Qual è la situazione attuale del Comando Sud del Pentagono? Tra i pilastri su cui si basano le politiche statunitensi vi sono la forza militare e il posizionamento strategico, sia tramite la collaborazione tra forze armate statunitensi e dei Paesi alleati, che con “aiuti umanitari” dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID), e basi militari e centri di addestramento militare congiunti, come la famosa Scuola delle Americhe. In America Latina, il Pentagono definisce “difesa preventiva” l’approccio militare e geostrategico volto non solo a proteggere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti da “minacce” come “terrorismo” e “reti criminali transnazionali”, ma anche porsi da primo attore nel plasmare il destino militare e politico della regione. Tale obiettivo secondo Tidd è minacciato nella regione e nel mondo dall’avanzata di Cina, Russia e Iran nei campi militare, economico e ideologico. In questo contesto, l’alto comando militare statunitense è sconcertato dall’emergere di questi attori geopolitici che modificano la situazione a loro favore, in modo da sventare qualsiasi azione intrapresa secondo i manuali militari su cui si è formato. Tra le strategie che disarticolano in parte il potere economico degli Stati Uniti come forma di coercizione, vi sono gli investimenti della Cina sul futuro dell’America Latina, per quasi 750 miliardi di dollari. A ciò si aggiungono le forniture militari della Russia ai Paesi aggrediti da Washington nella regione, un fattore che presagisce l’imminente indebolimento militare della potenza statunitense in America Latina. Nel caso del Venezuela, l’ampiezza di queste alleanze si riflette nella strategia d’interdizione quasi assoluta dello spazio aereo grazie all’alleanza strategica con Mosca.

Il rapporto di Tidd e il caso del Venezuela
Il rapporto presentato dal capo del Comando Sud fa notare ai senatori che la regressione regionale della potenza statunitense continua. Tidd sostiene che la carenza di risorse insieme all’inserimento di Cina e Russia come concorrenti strategici, gli ha “legato le mani” nell’affrontare le sfide che la regione richiede. Da questa prospettiva sul Venezuela, affrontando difficoltà per la scarsa disponibilità di finanziamenti, atomizzazione dei loro alleati interni e la politica di difesa integrale assunta dalle FANB negli ultimi dieci anni, per Washington è difficile recuperare questo spazio nel prossimo futuro. Allo stesso modo, l’intervento militare è fuori da ogni contesto, oltre ciò che Tidd integra nell’ala ultraradicale dello spettro politico statunitense, che vede la soluzione con una grande incursione nel territorio venezuelano. Per il momento e come espresso nel rapporto presentato da Tidd, il Pentagono seguirà il manuale dell’assedio che dal 2015 è applicato col decreto Obama che definisce il Venezuela una “minaccia”: il quadro giurisdizionale con cui intensificare le sanzioni contro i dirigenti civili-militari del governo venezuelano e le aggressioni economiche, peggiorando il blocco finanziario. Tutto indica che l’unico piano concreto continua ad essere la promozione da parte della comunità internazionale dell'”aiuto umanitario” su larga scala, in cui uffici come USAID si assumano la maggior parte dei finanziamenti, gestiti in collaborazione cogli alleati degli Stati Uniti nella regione. Tuttavia, lo stesso Tidd continua ad avere dubbi su come realizzare tale obiettivo, chiaro sintomo di debolezza.

Rivelazioni di fondo e profonde debolezze

L’attuale situazione del Comando Sud, rivelata nel rapporto al Senato, dimostra la mancata integrazione del potere esecutivo nei confronti del Venezuela, principalmente del dipartimento di Stato, incaricato dell’esecuzione delle linee della Casa Bianca nella sfera politica, e del dipartimento del Tesoro, intento alle pressioni finanziarie. Il coordinamento inesistente tra tali dipartimenti, varie agenzie dedite alla politica estera e Pentagono, secondo Tidd, crea le condizioni per cui Paesi concorrenti e contrari ai loro interessi ne indeboliscano l’egemonia nella regione. In conclusione, il rapporto mostra come i maggiori requisiti di bilancio dell’amministrazione Trump rivelino lo stato attuale del Comando Sud e le preoccupazioni dei comandanti militari statunitensi per la perdita d’influenza e capacità di attuare il cambio di regime in Venezuela. Un esempio è il rapporto presentato al Senato dal Comandante in Capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, generale Joseph Votel, a fine febbraio, in cui ribadiva, ancora una volta, i problemi strutturali dei comandi militari statunitensi e l’assenza di idee per affrontare le nuove sfide geostrategiche e geopolitiche, e le divergenze tra interessi finanziari e politici interni, condizionando sensibilmente il finanziamento della sicurezza della potenza nordamericana. Per quanto Hollywood lotti per mantenerne l’immagine da invincibile, la potenza militare statunitense sembra dirigersi verso un lungo crepuscolo.Traduzione di Alessandro Lattanzio