Trump rischia grosso su Gerusalemme

Frontier Insights 7 dicembre 2017Il presidente Trump annunciava che intende trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme entro sei mesi, oltre a dichiarare l’audace riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Tale atto inaudito è stato ampiamente denunciato dalla maggior parte dei capi di Stato, ad eccezione ovviamente del governo israeliano. Attualmente, quasi tutti i Paesi con relazioni diplomatiche con Israele hanno la missione a Tel Aviv. Trump ha appena fatto una grande scommessa per risolvere il lungo conflitto tra Israele e Palestina. Ma già da come le cose si svolgono, le speranze di una soluzione sono lontane.

Breve riassunto del conflitto arabo-israeliano
Questo è un conflitto molto lungo, teso e complicato, quindi il riassunto non si garantisce in alcun modo adeguato, non potendo coprire tutto, poiché probabilmente richiederebbe un intero libro. In breve, l’ultimo grande cambiamento che emerge quale riferimento della maggior parte dei tentativi di accordi di pace, è la guerra dei 6 giorni del 1967, quando Israele sconfisse gli arabi. Israele finì col prendere il Sinai dall’Egitto, Gerusalemme Est e Cisgiordania dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Da allora, il Sinai fu restituito all’Egitto con l’accordo di pace nel 1979, mentre le alture del Golan e la Cisgiordania (nota anche come Giudea e Samaria in Israele), sono rimaste sotto occupazione israeliana. La maggior parte dei tentativi di risoluzione del conflitto arabo-israeliano da allora faceva frequenti riferimenti ai confini precedenti al 1967, quando la composizione politica di Israele e Palestina era molto più vicina al piano di partizione originale dell’ONU del 1947, Risoluzione 181. Il motivo per cui ciò non è esatto è che il piano di partizione originale cambiò dopo la guerra del 1948, quando gli arabi dichiararono guerra ad Israele il giorno dopo aver dichiarato l’indipendenza. Israele vinse la guerra e occupò più terra di quella in origine lasciata dall’ONU.

Problemi chiave
Diritto al ritorno
I palestinesi espulsi e/o fuggiti da Israele durante la guerra del 1948, che all’epoca erano oltre 700000, si stabilirono in grandi campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Oggi sono 4-5 milioni. Il diritto al ritorno è una richiesta che sancisce il diritto ai rifugiati di tornare in Israele. Israele si oppone fermamente a ciò per ovvi motivi; ne cambierebbe i dati demografici in favore degli arabi.

Status di Gerusalemme
Entrambe le parti rivendicano Gerusalemme come capitale, con Gerusalemme Ovest conosciuta come la metà israeliana, e Gerusalemme Est conosciuta come la metà araba. L’ONU dichiarò Gerusalemme città internazionale, per la sua importanza sia per gli israeliani che per gli arabi, così come per cristiani, ebrei e musulmani. La Chiesa ortodossa russa orientale, il Vaticano e il musulmano Waqf possiedono le proprietà storiche di Gerusalemme e sovrintendono vari monumenti sacri, consolidando così la nozione di status internazionale.

Sicurezza
Con la divisione dell’Autorità Palestinese tra Hamas a Gaza e Fatah a Ramallah (Cisgiordania), Fatah riconobbe il diritto d’Israele ad esistere all’inizio degli anni ’90, prima degli accordi di pace di Oslo del 1993. Tuttavia, Fatah non riconosce il diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico. Hamas non riconosce il diritto d’Israele di esistere in alcuna forma, mentre Israele lo esige. Perciò, Gaza subisce un intenso blocco aereo, marittimo e terrestre da Israele, mentre la Cisgiordania ha libertà di movimento molto limitata, con limitate forze di sicurezza palestinesi autorizzate a controllare una zona interna alla zona esterna dei checkpoint della sicurezza israeliana. Israele insiste su un’autorità palestinese smilitarizzata in qualsiasi accordo. L’AP probabilmente insisterà su una più ampia forza di polizia e di confine, ma qualsiasi cosa al di là di ciò sarà considerata grave minaccia per Israele. Israele ha costruito il famigerato muro di cemento, la “barriera di sicurezza”, attorno ai territori palestinesi, impedendo gli attacchi suicidi dell’Intifada, ma divenendo anche simbolo di oppressione. La peggiore minaccia che ora affronta sono gli attacchi coi razzi dall’estero e quelli dei lupi solitari all’interno. I palestinesi non hanno praticamente forze di sicurezza e sono vulnerabili alle IDF.

Confini e insediamenti
Questo è un importante punto critico perché il governo israeliano attivamente persegue un cambio demografico a proprio favore costruendo insediamenti ebraici illegali in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e sfrattando i palestinesi a Gerusalemme e Cisgiordania. Molti lo vedono come un modo per pregiudicare i territori palestinesi. Le IDF sono note fare nulla contro i coloni illegali che molestano i palestinesi. L’espansione degli insediamenti è l’opportunismo israeliano verso un’Autorità palestinese disunita. La costruzione della “barriera di sicurezza” portava Israele ad assorbire circa il 10% delle terre palestinesi in Cisgiordania. Quindi, la richiesta dell’Autorità Palestinese dei confini di prima del ’67 rimane un argomento molto controverso. Questi sono i problemi principali. Ora si analizzano le azioni di Trump in tale contesto.Gli Stati Uniti in veste di mediatori sono permanentemente danneggiati
Trump ha una posizione fin troppo filoisraeliana screditando gli USA come mediatori del conflitto. Ridurrà ancor più il prestigio degli Stati Uniti nel mondo arabo, in particolare nel contesto degli ultimi due decenni d’imperialismo statunitense in Medio Oriente, causando incessanti massacri attraverso cambi di regime, ingerenza palese nella guerra tra sunniti e sciiti, così come ierrorismo sponsorizzato da Stati. Francamente, la mediazione degli Stati Uniti non può più essere presa sul serio. Adottare un approccio non sfumato e riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele senza menzionarne l’importanza per palestinesi e musulmani, è sbagliato. Tale posizione è grossolanamente incompatibile con la soluzione dei 2 Stati. Si ha solo la soluzione di uno Stato: quello ebraico. Trump ha fatto una mossa estrema anche per gli standard statunitensi, dove alcuna precedente amministrazione degli Stati Uniti osò fare una simile dichiarazione. I politici europei hanno condannato tale mossa. Quindi lo status di Gerusalemme come questione chiave del conflitto arabo-israeliano è ormai danneggiato da tale posizione nettamente filo-israeliana. Jared Kushner chiaramente lavora per l’agenda sionista e Trump ne è un burattino.

L’escatologia di fondo
Credo che le basi di tale dichiarazione siano state poste tempo fa dai neocon filo-sionisti. Le loro guerre e destabilizzazione del mondo musulmano hanno contribuito a indebolirlo con lotte intestine, guerre ed odio, permettendo ai sionisti di promuovere la loro agenda mentre il mondo islamico rimane diviso. La politica estera degli Stati Uniti è guidata da un’alleanza tra sionisti cristiani di destra ed sionisti ebrei, rappresentati da cittadini statunitensi-israeliani che operano negli USA per promuovere il programma israeliano. Tale alleanza di convenienza mira a schiacciare l’opposizione musulmana in Israele, dato che gli evangelici credono che Israele debba essere solo uno Stato ebraico, pre-condizione per la seconda venuta di Cristo. Gli ebrei d’altra parte, in ultima analisi, mirano a ricostruire il loro terzo tempio, che necessariamente significa distruggere le moschee di al-Aqsa e della Cupola della Roccia, entrambe molto sacre per l’Islam. Questa è una resa dei conti religiosa di proporzioni potenzialmente apocalittiche. Purtroppo, auto-avverantesi e delirante. Il fattore religioso è il fine a Gerusalemme. Escatologia significa fine dei tempi, segno distintivo di tutte le religioni abramitiche convergenti su Israele.

Il fattore russo
La Russia potrebbe rispondere bilanciando la situazione aprendo l’ambasciata a Gerusalemme Est, dando così speranza alla causa palestinese. A ciò potrebbe seguire la corsa di varie nazioni ad aprire le missioni diplomatiche a Gerusalemme Ovest od Est, legittimando la città come internazionalmente importante. Sarebbe una mossa rischiosa per Putin, ma comunque possibile. Aiuterebbe Trump a salvare la faccia, calmando una situazione potenzialmente esplosiva. La volontà del contrappeso russo sarà seguita nel mondo arabo, specialmente dopo la decisa dimostrazione di forza in Siria.

Potenziale scissione con alleati arabi
Dopo la guerra del 1973, gli Stati arabi si unirono per mettere in ginocchio l’occidente con un devastante embargo petrolifero. Fu la risposta al sostegno occidentale ad Israele nella guerra e una dimostrazione così profonda di potere che diede vita all’accordo sul petrodollaro, con cui gli USA sterilizzarono l’arma petrolifera araba fatturandone la vendita in dollari USA in cambio di garanzie per la sicurezza agli Stati arabi. Così, la mossa di Trump rischia di alienare gli alleati arabi, in particolare gli Stati fantoccio nel Golfo, già visti come troppo vicini a Israele e USA dal loro popolo. Questo potrebbe imbarazzarli seriamente, venendo visti come filo-sionisti e costringendoli a prendere le distanze da Stati Uniti e Israele. Trump potrebbe benissimo finire per unire il mondo musulmano con tale mossa e contro USA ed Israele, perdendo altri alleati e annullando decenni di complotti di CIA-Mossad volti esattamente al contrario, seminare discordia nel mondo musulmano. Non va dimenticato che potrebbe anche spingere l’Arabia Saudita, se abbastanza irritata, a rinunciare al petrodollaro per il petroyuan e scartare qualsiasi possibilità di quotare Aramco sulla borsa di New York. Qui appare un possibile sospetto; Jared Kushner avrebbe convinto l’ingenuo Muhamad bin Salman ad impegnarsi nella faida familiare per indebolire i sauditi poco prima dell’annuncio di Gerusalemme? Non si sa a questo punto, ma è possibile che l’alleanza evangelico-sionista si sia posizionata per distruggerli, per così dire, in Israele. Ma ciò potrebbe tremendamente ritorcerglisi contro, essendoci già in programma proteste di massa. Vladimir Putin osserverà da vicino come ciò influirà sulla posizione degli USA nel mondo musulmano, e potrebbe cogliere l’opportunità d’intervenire in soccorso laddove gli USA hanno fallito, ancora una volta. Il fatto che questo accada poco prima di Natale dimostra che la mossa ha intenti evangelico-sionisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Mueller indica la potenza straniera “collusa” con Trump: Israele

Wayne Madsen SCF 04.12.2017Nell’accusa al gran giurì federale del consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, tenente-generale Michael Flynn, il consigliere speciale del dipartimento di Giustizia Robert Mueller indica chiaramente la potenza straniera collusa con la squadra di transizione presidenziale di Trump prima del giuramento del 20 gennaio 2017. La potenza straniera non era la Russia, la Cina o il Regno Unito, ma Israele. Subito dopo che Mueller annunciava che Flynn accettava di dichiararsi colpevole della sola accusa di falso a un agente del Federal Bureau of Investigation, l’autorevole squadra di propaganda israeliana, penetrata in ogni redazione di New York e Washington DC, entrava in azione. L’accusa a Flynn, che enuncia una delle sue due false dichiarazioni all’FBI, presenta una falsa dichiarazione di Flynn: “Il 22 dicembre 2016, Flynn non chiese all’ambasciatore russo di ritardare il voto o impedire una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni“. Kushner e il suo principale controllore, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, sepperp dell’intenzione dell’amministrazione uscente Obama di astenersi su una risoluzione egiziana, la 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sottoposta al Consiglio il 21 dicembre 2016, per condannare la decisione d’Israele d’espandersi in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nello specifico, la risoluzione chiedeva che “Israele cessasse immediatamente e completamente tutte le attività d’insediamento nel territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est“. L’astensione degli USA sulla 2334 rompeva col precedente degli Stati Uniti di porre il veto a qualunque risoluzione anti-israeliana nel Consiglio di sicurezza. Israele usò la considerevole influenza sulla squadra di Trump per sabotare la risoluzione delle Nazioni Unite, il cui voto era prevista il 23 dicembre 2016. L’accusa a Flynn afferma che chiese, su ordine di Kushner, all’ambasciatore russo a Washington di ritardare o comunque bloccare la risoluzione egiziana. L’accusa dichiara: “Intorno al 22 dicembre 2016, un membro del team di transizione presidenziale disse a Flynn di contattare funzionari di governi stranieri, inclusa la Russia, per sapere come ogni governo vedesse la risoluzione e l’influenzasse per ritardare il voto o non votare la risoluzione“. La dichiarazione sui reati di Flynn recita: “Durante il colloquio del 24 gennaio con l’FBI, Flyn rese ulteriori dichiarazioni false sulle chiamate fatte alla Russia e molti altri Paesi sulla risoluzione presentata dall’Egitto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 dicembre 2016“. L’accusa a Flynn afferma inoltre che aveva falsamente affermato di aver solo chiesto le posizioni dei Paesi sul voto, e che non chiese d’intraprendere azioni specifiche sulla risoluzione. Flynn affermò anche falsamente che l’ambasciatore russo non gli descrisse la risposta della Russia alla richiesta”. Flynn mentì in tutti e tre i casi. L’ambasciatore russo Sergej Kisljak respinse la richiesta di Flynn d’interferire col voto delle Nazioni Unite. L’episodio, lungi dal mostrare la “collusione” tra la squadra di Trump e la Russia, dimostra che la Russia non aderiva alle pretese di Trump, Kushner, Flynn o chiunque altro, inclusa l’ambasciatrice nominata alle Nazioni Unite Nikki Haley, che cercò di convincere l’ambasciatrice in carica Samantha Power a far decadere il voto del Consiglio di sicurezza. Secondo la rivista Foreign Policy, Flynn fece una tremenda pressione per affondare la risoluzione delle Nazioni Unite, riferendo: “Il team di transizione di Trump contattò il dipartimento di Stato con una richiesta urgente: avere numero di cellulare, e-mail e altri contatti degli ambasciatori e ministri degli Esteri dei 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza“. Trump convinse il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ad ordinare alla delegazione ONU di ritardare il voto. L’Egitto poi ritirò il sostegno alla 2334. Tuttavia, quattro membri del Consiglio di sicurezza, Malaysia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela, vi si opposero e portarono la risoluzione al voto del Consiglio. Passò e fu promulgata con l’astensione statunitense. È certo che l’amministrazione Obama cercasse l’aiuto dell’alleata militare e d’intelligence Nuova Zelanda, nel sostenere Malesia, Senegal e Venezuela contro la furiosa opposizione di retroguardia d’Israele e della squadra di transizione di Trump. Trump e Kushner decisero, poco prima dell’accusa a Flynn, di manifestare fedeltà ad Israele annunciando che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto Gerusalemme sua capitale trasferendovi l’ambasciata. Tali azioni, lungi dal mostrare la “collusione” con una potenza straniera, accusa una lealtà conflittuale, per lo meno.
Non è noto chi nel team di transizione di Trump abbia molestato, tramite cellulare ed e-mail, ambasciatori e ministri degli Esteri di Russia, Egitto, Nuova Zelanda, Malesia, Senegal, Venezuela, Cina, Francia, Gran Bretagna, Angola, Giappone, Spagna, Ucraina e Uruguay, ma gli affari di Kushner e Trump hanno interessi finanziari significativi in Angola (miniere di diamanti), Cina (immobiliari ed abbigliamenti di Ivanka Trump), Gran Bretagna (corsi di golf di Trump) e Ucraina (partner commerciale di Kushner e Trump). Dopo che Netanyahu dichiarò al ministro degli Esteri della Nuova Zelanda Murray McCully che il suo sostegno alla risoluzione equivaleva a una dichiarazione di guerra, la Nuova Zelanda ritirò il suo sostegno. Kushner, secondo chi lo conosce, sarebbe stato più che capace di unirsi a Netanyahu nel minacciare diplomatici e governi rappresentati alle Nazioni Unite. Con un impeto di rabbia, Netanyahu richiamò gli ambasciatori israeliani in Senegal e Nuova Zelanda, cancellò i programmi di assistenza al Senegal e tolse l’accredito al ministro degli Esteri senegalese Mankeur Ndiaye per una visita programmata in Israele. In Israele chiamò gli ambasciatori di Stati Uniti ed altri dieci Paesi che votarono a favore della 2443 per rimproverarli verbalmente. Fu anche cancellata una visita programmata in Israele del primo ministro ucraino Volodymyr Grojsman, ebreo. Israele bloccò anche i visti di lavoro per i dipendenti di cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite attive nella West Bank ed espulse il portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi della Palestina e del Vicino Oriente (UNRWA). La collusione israeliana con la squadra di transizione presidenziale di Trump va oltre Trump, Kushner e Flynn, e viola il Logan Act del 1799, legge arcana che proibisce ai cittadini statunitensi di avere una propria politica estera. Convincendo Trump, Kushner e Flynn che Obama fosse dietro la risoluzione 2443, Israele cooptò la squadra di transizione di Trump. Il Logan Act è irrilevante quando Trump, Kushner, Flynn e altri hanno commesso un tradimento virtuale contro il proprio Paese per promuovere gli obiettivi politici di Israele. Non c’è mai stato un processo riuscito col Logan Act e probabilmente non ce ne sarà mai. Tuttavia, chi aveva accesso ad informazioni classificate, Trump, Kushner, Flynn, Haley e altri che contemporaneamente prendevano ordini da Israele sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, potrebbe essere ritenuto colpevole di violazione della legge sullo spionaggio. Il “pianto greco” dei sostenitori d’Israele nei media e al Congresso degli Stati Uniti ha promosso il Logan Act per minimizzare il danno causato dalla collusione tra l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon, Netanyahu, Kushner, Flynn, Trump e Haley per sabotare la risoluzione. Se il Logan Act avesse avuto qualche efficacia, sarebbe stato usato da tempo per incriminare George Soros, Sheldon Adelson, Haim Saban, Paul Singer e altri miliardari filo-israeliani che rappresentano gli interessi di altre nazioni e s’impegnano in proprie politiche estere. L’aspetto più falso del cosiddetto “Russiagate” è che lo scandalo politico che coinvolge Trump, Kushner, Flynn, l’ex-direttore elettorale di Trump Paul Manafort, i consiglieri Steve Bannon e Stephen Miller e altri, difficilmente coinvolge il governo russo. Invece, gli oligarchi europeorientali-israeliani, insieme alle loro migliaia di società off shore in luoghi lontani come le Isole Vergini inglesi, l’Isola di Jersey, le Isole Marshall e le Seychelles, insieme a ben piazzati agenti d’influenza statunitense filo-Israele, sono in prima fila nello scandalo che ora minaccia di far cadere l’amministrazione Trump. È praticamente impossibile per i media aziendali statunitensi convincersi che il titolo appropriato per lo scandalo Trump sia “Israelgate” e non “Russiagate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

F-22, caccia LGTBQ

Note su Afghanistan, Stealth e Droghe
Dedefensa, 26 novembre 2017Il Pentagono, ripreso in particolare dalla sua cinghia di trasmissione preferita Washington Post, presentava con enfasi, autocompiacimento e in dettaglio un’operazione aerea svolta in Afghanistan contro dei laboratori della droga, che non possono essere descritti come decentemente “clandestini”, producendo droga dai papaveri che “sbocciano” abbondantemente nel Paese. Questo tipo di operazione è stata presentata come inedita, inaugurando il nuovo impegno statunitense nel Paese imposto dai militari al presidente Trump (l’ennesima ondata, con altre truppe, secondo uno schema standard). In un certo senso, l'”era Trump” in questa guerra inizia, dopo aver divorato due presidenze facendone la “guerra” più lunga nella storia degli Stati Uniti (16 anni) e senza alcun termine al momento, a meno di un sussulto di buon senso ai vertici degli Stati Uniti, o quantomeno nella “DC-la-pazza”, tanto per dire… Questa operazione è stata presentata nel modo detto, con grande clamore e ricchezza di dettagli, perché è principalmente un’operazione di marketing per “vendere la guerra”, cioè provare ancora una volta a “vendere” una guerra invendibile quanto interminabile. Ma l’espressione “vendere la guerra” ha diversi significati, diversi “elementi del linguaggio” come dicono i comunicatori, la cui preoccupazione è naturalmente produrre una narrativa dalla migliore rendita possibile, secondo le leggi del mercato. La cosa più comprensiva è che in tale caos d’incultura e indifferenza verso una realtà in ogni modo polverizzata, si ritrovano gli elementi necessari per avere alcune verità fattuali. La prima di esse riguarda l’operazione di marketing stessa, così come le caratteristiche assai peculiari dell’operazione “militare”. Prima di tutto una dimostrazione, come al Paris Air Show ogni due anni, diretta da “DC-la-folle” al coraggioso pubblico statunitense: dimostrare che questa guerra ha una giustificazione, uno scopo, un obiettivo intelligente, che gli statunitensi riescono dove vogliono, che questa guerra “invendibile” ed “interminabile” merita attenzione ed applausi. È passato molto tempo da quando il grado zero del buon senso politico e dell’intelligenza militare è stato superato. Senza paura del gelo, lavora sottozero, e forse l’Afghanistan permetterà di raggiungere lo zero assoluto prima del collasso totale. Sarà quasi la performance che imbalsamerà la postmodernità, dal ritardo notevole nell’inversione che favorisce come fine ultimo dell’entropia. (Ecco, ora conosciamo lo scopo di questa “guerra”). Concentriamoci sui diversi “elementi del linguaggio” summenzionati.

L’F-22, protagonista nei cieli afgani
Il carattere peculiare dell’operazione così presentata (citando Zerohedge e WaPo) è primo l’impiego di tale tipo di aereo, dato che il comandante generale USA in Afghanistan (Nicholson), incontrava la stampa per esaltare il ruolo centrale del caccia furtivo F-22 Raptor quale fulcro dell’operazione. L’F-22 fu “accompagnato” (questo è il termine usato) da B-52 dell’USAF e Super Tucano afgani (aerei controguerriglia), termini strani, come se l’enorme B-52 e il piccolo e leggero Super Tucano avessero scortato l’F-22, il personaggio che dovrebbe essere “invisibile” (tecnologia furtiva), ma immediatamente individuato distinguendone la “scorta”. Ma, si sa, i taliban non hanno difesa aerea, quindi l’F-22 non rischiava nulla, ma perché diavolo in questo momento essere “invisibili”? La domanda non è questa. Ma perché diavolo usare tale aereo prezioso col rischio di perderlo per errore, colpito da un uccello in una presa d’aria, mentre usarlo costa svariate decine di migliaia di dollari all’ora? La domanda non è neanche questa. I riferimenti citati dicono: “Il dipartimento della Difesa ha dichiarato di aver schierato caccia furtivi F-22 Raptor per bombardare impianti di produzione di stupefacenti nel sud dell’Afghanistan, prendendo di mira le fonti del reddito dei taliban. L’operazione aerea è iniziata domenica e proseguita lunedì. Gli F-22 erano accompagnati da bombardieri B-52 e da A-29 Super Tucano afghani per ulteriore supporto nell’espandere la geografia dell’attacco… Nicholson aveva detto che l’F-22, “è stato usato per la sua capacità di usare munizioni di precisione, in questo caso una bomba da 114 kg dal diametro ridotto che causa danni collaterali minimi”, nel momento in cui la morte di civili negli attacchi aerei statunitensi viene pesantemente esaminata. All’inizio del mese, i raid aerei statunitensi nella regione uccisero “almeno 13 civili” durante un bombardamento. “Questo obiettivo era anche un impianto di produzione di narcotici dei taliban a Musa Qala. Quindi, voglio attirare la vostra attenzione, quando guarderete questo attacco, vedrete che all’interno del compound vi sono diverse strutture, e ne distruggiamo solo due, lasciando intatta la terza, per evitare danni collaterali”, affermava Nicholson“.

F-22, caccia LGTBQ
L’inimitabile racconto ci dice che solo l’F-22 può sganciare questa bomba di 114 chili (una piuma) che uccide solo i cattivi contadini-chimici-taliban, destinata a decorare tale aereo inutile quanto calamitosamente costoso e dall’impiego estremamente delicato e frammentario a rischio di guasti fatali, ma dalla virtù sublime: l’F-22 è un caccia umanitario! Uccide solo i malvagi con queste bombe a forma di piuma e straordinariamente precise, quindi tutto ciò che è stato fatto per produrne un pizzico (189 anziché 750) è ampiamente giustificato. (Aggiungiamo l’osservazione tangente che il mancato utilizzo del JSF/F-35 in questa missione appare doverosamente sospetto. Era ideale per dimostrare che l’F-35 esiste e può sganciare bombe. Che vola facendo shhuuuttt ed è umanitario allo stesso tempo… Questa circostanza deve suggerirci che l’F-35 è ancora più delicato del previsto e che non si può coinvolgerlo in un missione di guerra senza correre rischi, evitando di arrischiare un incidente catastrofico, come sanno senza dubbio gli israeliani). Si tratta quindi di continuare a cercare di giustificare la politica di acquisto di sistemi complicati, catastrofici e rovinosi, ma postmoderni. Si tratta quindi di “venderli” all’ideologia dominante, quella dei progressisti nella società, facendolo diventare un caccia umanitario che spara senza uccidere i migranti gentili e futuri per l’Europa. L’F-22 è entrato nel circolo delle virtù e riappare nel dominio sacro LGTBQ.

Dottrina Trump o Counterpopulation Policy
“Sedici anni dopo che l’amministrazione Bush iniziò le operazioni militari in Afghanistan, il presidente Trump lanciava la sua campagna militare usando caccia furtivi ad alta tecnologia per bombardare laboratori della droga nel Paese. L’impegno del Pentagono per la cosiddetta missione per “costruire la nazione” in Medio Oriente si è ora estesa su tre presidenze, diventando così la guerra più longeva nella storia degli Stati Uniti. Da quando gli Stati Uniti occuparono il Paese nei primi anni 2000, la produzione di oppio è esplosa. Il presidente afgano Ashraf Ghani ha affermato che senza la droga la guerra in Afghanistan “sarebbe finita da tempo”. (Secondo Zerohedge). Il 2017 è un anno molto, molto importante in questo senso, intendiamo dal punto di vista della produzione del papavero. Nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, erano circa 60000 gli ettari di terra destinati alla produzione del papavero. Nel 2001 ci fu un notevole crollo: 8000 ettari, seguito dal ritorno al livello degli anni ’90. Negli ultimi 5-6 anni, l’aumento è stato esponenziale e nel 2017 si raggiunge il record assoluto di 328000 ettari, secondo un osservatore permanente dell’ONU. Non si può solo dire, come il presidente afgano, che senza la droga la guerra “sarebbe finita da tempo”, ma si potrebbe aggiungere come ipotesi non arrischiata che con la guerra, la droga ha avuto un successo senza precedenti. Il già citato generale Nicholson affermava che questa operazione “rappresenta il primo uso significativo delle nuove autorizzazioni legali concesse dall’amministrazione Trump” alle forze armate per attaccare le entrate dei taliban. Infatti, calcolano gli strateghi, la droga fornisce ai taliban gran parte del reddito, mentre in origine, e soprattutto prima dell’intervento degli Stati Uniti nel 2001, erano contrari a questa coltura che consideravano non conforme al dogma islamico. Con lo sviluppo della guerra, cambiarono atteggiamento e divennero sempre più interessati all’economia della droga, che gli fornisce notevoli finanziamenti. “All’inizio (di questo cambio di politica), chiedevano principalmente tasse agli agricoltori, ma gradualmente il reclutamento di taliban tra i coltivatori di oppio è cresciuto al punto che gli insorti hanno deciso di sospendere le operazioni durante la stagione delle piogge e la raccolta del papavero“. La nuova strategia, una sorta di “dottrina Trump”, implica quindi l’attacco diretto alle coltivazioni di papavero e conseguente traffico di droga. Lo stesso presidente afgano, fedele alle istruzioni, considera tale dottrina vincente e coltiva, invece del papavero, un buon ottimismo sulle prospettive di vittoria. Per quanto riguarda il bilancio, si noterà che i primi attacchi, di domenica e lunedì, hanno provocato la distruzione di 10 laboratori di produzione della droga “clandestini”, mentre le stime delle Nazioni Unite indicano il numero di tali strutture in 400-500; se ne traggano le conclusioni volute.

Il teatro della guerra alla droga?
La domanda sotto forma d’interpretazione alternativa su questo attacco così come sul marketing che lo circonda è sapere se la guerra in Afghanistan continui sulla sua allegra strada sanguinaria e inutile, o si tratta di ciò che viene chiamata “svolta”. Optiamo invece per il secondo termine dell’alternativa, sotto forma d’ipotesi prudente e esplorativa, ovviamente riferendosi principalmente agli attori del caso; senza cui, ovviamente, non avremmo dato tanta importanza a tale evento. L’articolo a cui si fa riferimento qui, ovviamente, dà un ruolo alla lotta alla droga degli Stati Uniti in Afghanistan dal 2001, o piuttosto all’assenza di una seria lotta alla droga in questa guerra, mentre si è d’accordo sul fatto che l’attacco al narcotraffico è l’unico modo per vincere. Iniziamo a capire cosa c’è in ballo con queste citazioni: “Il governo degli Stati Uniti ha perseguito varie strategie antidroga durante i 16 anni di guerra in Afghanistan, ma non ha ostacolato la costante ripresa della coltivazione del papavero da oppio e del traffico di droga dalla caduta dei taliban nel 2001.. questi sforzi degli Stati Uniti non coinvolgono direttamente l’esercito. Nei primi anni post-taliban, il Pentagono si concentrò esclusivamente sul perseguimento degli insorti di al-Qaida e taliban e si astenne esplicitamente dal dirigere in tutto o in parte gli sforzi per limitare il traffico di droga. In alcuni casi, fu a causa dell’alleanza coi signori della guerra o uomini forti regionali coinvolti nella droga. Successivamente, con la ripresa della produzione e commercio della droga, gli Stati Uniti lanciarono diversi ambiziosi programmi per contrastarli. Una fu la campagna di sostituzione delle colture incoraggiando e pagando gli agricoltori per coltivare mandorle, albicocche, verdure e zafferano al posto del papavero. Un’altra pagava i contadini per distruggere i campi di papaveri e finanziare campagne d’intercettazione in cui le forze di sicurezza afgane bruciavano campi coltivati. Questi sforzi furono completamente ostacolati da una combinazione di fattori, tra cui l’enorme appeal dei profitti della droga, la tradizione ormai consolidata della coltivazione del papavero da parte dei piccoli agricoltori, il coinvolgimento di potenti nel commercio, ostilità locale al proibizionismo e robustezza delle piante di papavero che possono prosperare in condizioni difficili”.

La CIA e la “guerra totale”
Ciò che viene trascurato in questa breve panoramica delle cause del non intervento delle forze statunitensi in Afghanistan, ovviamente, non ha nulla a che fare con la quasi essenza dell’evento papavero nel conflitto infinito in Afghanistan. L’attore principale della crisi della droga in Afghanistan è ovviamente, come in tutte le aree in cui la droga viene prodotta in massa, la CIA. Dagli anni ’80 del direttore Bill Casey, vicino a Reagan e temibile finanziere di Wall Street con tutti i possibili collegamenti col crimine organizzato, la droga in Afghanistan è una delle attività molto importanti dei rami operativi della CIA, e anche del processo di privatizzazione e finanziamento dell’agenzia. In un certo senso, è un modello noto che risale alle origini (i predecessori della CIA, poi la CIA stessa che agiva per conto dell’United Fruit in Sud America, o dei petrolieri in Medio Oriente, ecc). È comunque originale nel senso che l’azione della CIA non è più indiretta ma diretta, nella droga, che costituisce dagli anni ’80 in maniera massiccia una delle sue principali risorse finanziarie “clandestine”. Si ritrova già uno schizzo di archetipo in tale tipo d’intervento, di “metodologia” dell’illegalità totale e destrutturante, al di fuori di qualsiasi struttura principale, nazionale o di altro tipo, nell’azione della CIA nel “Triangolo d “Oro” durante la guerra del Vietnam, in cui le droghe da cui provenivano giocarono un ruolo importante nel collasso morale e psicologico delle forze statunitensi. Come si sa, la CIA ha una propria visione della sicurezza nazionale e degli interessi statunitensi. Dagli anni ’80, quindi, c’è l’istituzionalizzazione del metodo con la privatizzazione e il finanziamento che interessano tutte le aree degli Stati Uniti, compresa la sicurezza nazionale, e in particolare della CIA; il tutto operativo in Afghanistan, Messico, Medio Oriente, fino agli ultimi tre anni col petrolio dello SIIL, ecc. (Peter Dale Scott ha studiato approfonditamente e meticolosamente tale aspetto del potere degli Stati Uniti e ciò che ha soprannominato Stato Profondo).Una nuova forma di “guerra totale”
In tali condizioni, è comprensibile che si possa immaginare l’ipotesi che la guerra in Afghanistan si evolva infine in una nuova forma di “guerra totale”. L’intervento militare contro i laboratori clandestini può essere considerato in due modi:
• Una dimostrazione discontinua, per far credere che il Pentagono inizi davvero la guerra alla droga.
• Lanciare una vera guerra alla droga per avere un “pareggio” o, in ogni caso, non richiedere un impegno significativo delle forze armate statunitensi e consentirne il ritiro. Questo alla fine libererebbe le importantissime risorse, finanziarie, materiali e umane, che il Pentagono dedica in tale conflitto infinito.
La prima ipotesi non ci attrae: nessuno chiede all’esercito di giustificare nulla. Al contrario, nelle ultime notizie dalle fonti meglio informate, i generali (Mattis, McMaster, Kelly) sono “in carica” a Washington. Hanno quindi i poteri ma anche le responsabilità dei poteri. Cominciano a misurare non la difficoltà di avere più soldi per il Pentagono (annegano nei miliardi, che sono più inutili e persino controproducenti incoraggiando la negligenza) ma la difficoltà di mantenere operativa la macchina da guerra al mero livello di potenza che tale macchina pretende di avere. Le cause sono numerose e strutturali, budgetarie, gestionali, sociali, corruttive… La macchina, propagandata, ha crepe dappertutto e l’esempio della 7.ma Flotta (Asia-Pacifico) della Marina degli Stati Uniti, a tal proposito, è la più ovvia ed illustrativa: la flotta più lontana dal centro, la flotta della vera proiezione di potenza, non riesce più a controllare la propria potenza. È in tale logica che si può pensare il Pentagono giocarsi l’ultima carta in Afghanistan per liberarsi del conflitto: attaccare il “dominio sacro” della droga per provare almeno ad indebolire i taliban abbastanza da lasciare la situazione nelle mani degli afghani “regolari” (pur mantenendo alcune basi strategiche, ovviamente). Questa è un’iniziativa difficile, poiché molti potenti del denaro, i “signori della guerra”, e in particolare la CIA stessa, vedranno le loro posizioni minacciate e reagiranno direttamente o indirettamente. Non sarà sorprendente vedere la CIA qui menzionata; non è la prima volta che “affronta” il Pentagono, e nel clima attuale, della diluizione del potere nella “DC-la-folle” e la fortissima privatizzazione dell’Agenzia con collegamenti esistenti da decenni con la criminalità organizzata, è ancora più concepibile, ovviamente. Ci fermeremo qui alla descrizione dell’aspetto operativo senza soffermarci su ipotesi sull’esito probabile o improbabile, sulla notevole incertezza che il Pentagono è capace di raggiungere sui suoi scopi. Soprattutto, siamo interessati a osservare quanto i conflitti nati nel contesto della cosiddetta “Guerra al Terrore” aumentano d’intensità senza le necessarie garanzie di legittimità, che non sfociano in grandi conflitti convenzionali classici ma in conflitti multiformi e sempre più caotici. La logica della “guerra ibrida” inaugurata in Siria e Ucraina è sovvertita e spinta, nella forma invertita, nell’interferenza distruttiva al mero livello operativo, coi problemi sociali e sociali che diventano i veri fattori operativi della battaglia. Da questo punto di vista, con l’Afghanistan integra direttamente nell’equazione operativa il fattore droga, siamo in presenza di un vero “modello” degenerato, laddove l’insieme petrolio+SIIL (il petrolio siriano che passava attraverso la Turchia) schiacciato dai russi, fu il primo test operativo. Il modello è così completo, i mezzi così sofisticati nella loro inadeguatezza che si può parlare di “guerra totale” invertita che declina verso un processo di completa degenerazione. Solo le forze convenzionali regolari, di qualsiasi importanza purché supportate da legittimi poteri politici, principi sovrani che si riferiscono ai fattori nazionali direttamente coinvolti, possono imporre la propria legge impedendo di diffondere tale degenerazione patologica del modello del guerriero tardo-postmoderno. I siriani ci riuscirono con l’aiuto degli iraniani e di Hezbollah, e poi con l’aiuto decisivo e strutturante dei russi, nonostante una situazione iniziale catastrofica. Gli americanisti affrontano anche questo aspetto della belligeranza postmoderna, ma a differenza dei russi, perdono. Impegnati arbitrariamente e illegalmente, sono singolarmente privi di legittimità, senza alcun principio sovrano su cui basarsi, ed è difficile vedere come potrebbero avere successo nella loro impresa. Almeno permettono di vedere tutto ciò che tale era tardo-postmoderna può vomitare come produzione invertita, almeno accelerando il processo generale di autodistruzione. Grazie al caccia LGBTQ F-22, promettono che ciò avverrà limitando i danni collaterali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina non abbandonerà la Corea democratica

PressTV, 9 novembre 2017

La Cina non sembra pronta ad abbandonare la Corea democratica, Paese su cui le pressioni sembrano non avere alcun effetto. Secondo il quotidiano Rai al-Yum, la perseveranza e il potere dei leader dell’Asse della Resistenza è paragonabile a quella del leader nordcoreano; Trump non ha interesse a continuare ad esercitare pressioni su Pyongyang. Nel tour asiatico, il presidente statunitense incontra gli omologhi dell’Asia orientale, tra cui leader della Corea del Sud e del Giappone. Questo viaggio è in gran parte segnato dal dossier nordcoreano; piccolo Paese che ne spaventa molti.

La Corea democratica non si arrende
Trump continua a minacciare e a spingere la Cina a fare pressione su Pyongyang per porre fine alle sue attività balistiche e nucleari. Ma la Cina non sembra pronta ad abbandonare questo Paese, che a sua volta non mollerà. Le accuse di Trump alla “Grande Dittatura” della Corea democratica sono sempre più incoraggianti e rafforzano il leader nordcoreano nelle sue decisioni.

Trump minaccia la Corea democratica
Nella visita in Corea del Sud, Trump ha sostenuto di essere accompagnato da tre portaerei e da sottomarini atomici nelle acque regionali della Corea. Ha espresso ottimismo sull’avvio di negoziati con Pyongyang. Trump ha aggiunto che è a favore della pace, ma ha anche avvertito il leader nordcoreano: “Non sottovalutarci e non provarci, il governo degli Stati Uniti è cambiato“.

Vendere la pelle dell’orso prima di ucciderlo è come si potrebbe descrivere l’approccio di Trump
Infatti, il presidente statunitense minaccia la Corea democratica da sei mesi, mentre durante questo periodo fa proposte per piegare Pyongyang, senza alcun risultato. La Corea democratica sfida gli Stati Uniti completando con successo diversi test missilistici. Ha lanciato con successo un missile balistico intercontinentale in grado di trasportare una grande testata nucleare. C’è pericolo per gli USA? Trump cerca di provocare Giappone e Corea del Sud, immergendoli nella corsa agli armamenti. Una trappola in cui sono già caduti Arabia Saudita e Paesi del Golfo Persico. Anche se Trump compie un tour asiatico, tiene d’occhio il Medio Oriente. Lo sa: a differenza di Iran, Hezbollah, Siria e Iraq, la Corea democratica non costituisce una minaccia per Israele. Ecco perché è contento di minacciarla, mentre nel caso del Medio Oriente cerca di formare una nuova coalizione per avviare la guerra in Libano, nello Yemen e persino in Iran. Una guerra che sarebbe finanziata dai Paesi del Golfo Persico. Trump ha ragione quando dice che è diverso dai suoi predecessori. È molto meno serio e più limitato degli ultimi presidenti statunitensi. L’Asse della Resistenza non è quello di 20 anni fa. Ha grandi eserciti, come le forze iraniane, turche, siriane e irachene. I leader di questi governi non sono pronti ad arrendersi proprio come Kim Jong-un.
L’articolo di Rai al-Yum termina l’analisi con queste parole: “Proponiamo a Trump di non sfidare l’Asse della Resistenza e Pyongyang e a non seguire i consigli del genero e di Netanyahu. Se continua la sua politica attuale, subirà conseguenze catastrofiche: da cui Stati Uniti ed alleati non saranno risparmiati“. Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’illusione nordcoreana di Trump

Jonathan Marshall, Consortium News 14 ottobre 2017

Lindsay Graham

Il presidente Trump dice in media cinque bugie al giorno. È anche famoso perciò che il repubblicano Michael Gerson definisce “quasi ignoranza completa di politica e storia“. Quindi avrebbe tentato, sbagliando, di scoraggiare un’altra affermazione affascinante che Trump fece su Fox News qualche giorno prima. Sbagliando perché, se Trump crede veramente a ciò dice, indicherebbe la seria volontà di avviare un bagno di sangue con la Corea democratica che farebbe milioni di morti. Dà nuova credibilità al recente avvertimento del senatore Bob Corker che Trump potrebbe mettere gli Stati Uniti “sulla strada della III guerra mondiale“. In un’intervista a Sean Hannity dell’11 ottobre, Trump si vantava che gli intercettori antimissili balistici statunitensi permettono, almeno per ora, una difesa affidabile contro il lancio dei pochi missili nucleari della Corea democratica. “Abbiamo missili che possono colpire un missile in volo nel 97 per cento dei casi, e se ne mandiamo due, sarà abbattuto“, affermava Trump. Nell’assegnre a Trump il rating delle menzogne massimo di “Quattro Pinocchi”, l’autore del Washington Post Glenn Kessler definiva il presidente “totalmente sballato”, ma ammise che l’affermazione di Trump non era farina del suo sacco. Alcuni anni fa, il direttore del programma del Pentagono da 40 miliardi di dollari, chiamato “Ground-Based Midcourse Defense” (GMD), assicurò il Congresso che “la probabilità sarà ben alta, negli anni ’90, del sistema GMD nell’intercettare un missile che non oggi”. Con lo stesso spirito, il capo dell’agenzia della difesa missilistica del Pentagono si vantava, a maggio, che i suoi missili antimissili potrebbero “sventare qualsiasi minaccia” che la Corea democratica “possa lanciarci… entro il 2020“. Il GMD è attualmente costituito da 36 missili intercettori basati a Fort Greely, Alaska, e nella Vandenberg Air Force Base in California. Con altro in progettazione, rappresenta una grossa mucca per le aziende come Boeing e Raytheon, ma non ha mai dimostrato di funzionare.

‘Fiducia esagerata’
L’ex-repubblicano del Massachusetts John Tierney, che ha guidato una sottocommissione che seguiva il programma GMD, recentemente si lamentava che “alle audizioni, i funzionari del Pentagono esageravano ripetutamente la fiducia nel programma, sottovalutano i limiti tecnici e respingendo le preoccupazioni di fisici e altri esperti. Tale falso senso di sicurezza persiste oggi“. Secondo Kingston Reif, esperto dell’Associazione sul Controllo degli Armamenti, “il record del sistema è 10 su 18, e questi test sono avvenuti in condizioni fabbricate e controllate, il che significa che il realismo dei test è limitato“. “Il sistema fu testato solo una volta contro un obiettivo simile a un ICBM“, aggiunse Reif. “Venti dei 32 intercettatori dispiegati in Alaska sono armati con un vecchio veicolo cinetico che ha sempre fallito i test dal 2008. Il sistema non è mai stato testato contro le “contromisure complesse” che la Corea democratica potrebbe sviluppare per ingannare le difese statunitensi“. Un altro esperto, Joseph Cirincione, dice: “Abbiamo tante possibilità d’intercettare un missile nordcoreano quanto il presidente di fare buca al primo colpo“. Il valutatore degli armamenti del Pentagono ha recentemente avvertito che il GMD al meglio “ha capacità limitata nella difesa della patria statunitense” e l’Ufficio per la responsabilità governativa, lo scorso anno riferì che l’ottimistica performance dell’agenzia della difesa missilistica non è mai stata dimostrata. In un rapporto di quest’anno, il GAO afferma che il sistema del Pentagono “non prevede probabilmente la robusta difesa promessa”.

I pericoli della fiduccia esagerata
Quali sono le conseguenze per il presidente Trump nel credere alle infondate affermazioni del Pentagono sulla capacità della difesa missilistica degli Stati Uniti? Forse potrebbe essere tentato di lanciare un attacco preventivo sulla Corea democratica, opzione militare molto discussa, confidando che la patria statunitense sia protetta contro la rappresaglia. Potrebbe anche essere tentato di lanciare tale attacco prima, piuttosto che dopo, che la Corea democratica possa costruire la propria flotta di missili nucleari capaci di violare le presunte capacità del GMD. Come già detto, i consiglieri di Trump, come il senatore Lindsey Graham, l’hanno sollecitato per mesi a scatenare l’attacco totale prima che la Corea democratica sviluppi capacità missilistiche nucleari. Secondo Graham, le conseguenze “sarebbero terribili ma la guerra sarà là, non qui. Sarebbe un male per la penisola coreana, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud. Sarebbe la fine della Corea democratica. Ma non colpirebbe gli USA e l’unico modo con cui potrebbe mai colpire gli USA è con un missile“. Molti concorrenti di Trump sembrano essere d’accordo con la premessa di Graham, anziché riconoscere che l’arsenale nucleare degli USA basta a dissuadere l’attacco nordcoreano. Il consigliere della sicurezza nazionale HR McMaster dichiarava questa estate che “non possiamo più permetterci di procrastinare” mentre la Corea democratica sviluppa le sue forze nucleari, sostenendo che “la teoria della deterrenza classica” non funzionerà con un governo così brutale. Il capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly, aveva detto: “Penso di parlare per conto dell’amministrazione, che la Corea democratica non può semplicemente poter raggiungere gli Stati Uniti“. Trump stesso dichiarò nel suo discorso alle Nazioni Unite di settembre: “È giunto il momento per la Corea democratica rendersi conto che la denuclearizzazione è il suo unico futuro accettabile“. In seguito, indicò che il segretario di Stato Rex Tillerson “perdeva tempo cercando di negoziare con il piccolo Rocket Man“. Come osserva Daniel Larson, analista della politica estera conservatrice, “il pericolo è che Trump definisca inaccettabile tutto tranne la denuclearizzazione nordcoreana e ciò implica che gli Stati Uniti non ne tollerino il possesso di armi nucleari. Ciò suggerisce che Trump contempli una guerra preventiva illegale che degenererebbe probabilmente in uno scambio nucleare che farebbe milioni di morti almeno. Questa è la trappola che la retorica irresponsabile di Trump tende agli Stati Uniti“. Le bugie di Trump sul sistema di difesa missilistica aumentano tale rischio. Come osservava l’esperto Tom Collina a settembre, “Se il presidente Trump crede di poter fermare un attacco missilistico, è più probabile che provochi un conflitto. È così che le nazioni finiscono nelle guerre non volute. Possiamo solo immaginare la conversazione in cui il segretario alla Difesa Jim Mattis tenta di spiegare al presidente Trump perché non può dipendere dal sistema antimissile da 40 miliardi di dollari: “Se ce l’ho, perché non posso usarlo?” Mattis ha il dovere di spiegare a Trump che il Pentagono sostiene quel sistema con l’intento avere altri stanziamenti dal Congresso, non per altro. Ha inoltre il dovere di ricordargli che le conseguenze della guerra con la Corea democratica sarebbero, come una volta affermò, “incredibilmente tragiche”.”

La possibilità della deterrenza
Mattis dovrebbe anche sottolineare che una guerra preventiva sarebbe inutile quanto distruttiva. Nelle riunioni della leadership, Kim Jong Un aveva descritto il piccolo ma crescente arsenale nucleare non come forza offensiva, ma come “potente deterrente che salva con saldezza pace e sicurezza nella penisola coreana e nell’Asia nordorientale” contro le “continue minacce nucleari” di Washington. In un altro scenario, Kim aggiunse: “Il nostro obiettivo è l’equilibrio di potere reale con gli Stati Uniti e impedire ai governi statunitensi osare parlare di opzione militare“. Gli esperti dell’intelligence statunitense credono che Kim indichi di voler acquisire armi nucleari per deterrenza, non per la guerra. “Svegliarsi una mattina e decidere di nuclearizzare” Los Angeles non è cosa che Kim Jong Un vuole, commentavano gli analisti della Corea della CIA. “Vuole governare per molto e morire in pace nel proprio letto“. Così, anche se Trump crede al Pentagono sulle capacità della difesa missilistica, non ha motivo di lanciare una guerra catastrofica per bloccare il programma missilistico nucleare della Corea democratica. Ma per il nostro bene, qualcuno deve far sapere a Trump che non può contare su una patria statunitense indenne se decidesse per la guerra contro un avversario nucleare.Traduzione di Alessandro Lattanzio