Gli USA non riescono a separare l’India dai BRICS

Ekaterina Blinova, Sputnik 06/08/2016

Nonostante la recente operazione simpatia degli Stati Uniti verso l’India, New Delhi ha resistito alla tentazione rimanendo impegnata all’ideale di multipolarità dei BRICS. L’India mantiene relazioni vantaggiose con la Cina, a prescindere dagli “scossoni” nel rapporto, secondo l’analista geostrategico Matthew Maavak. Dopo la visita del segretario della Difesa statunitense Ashton Carter in India, nell’aprile 2016, alcuni dubitarvano che New Delhi valutasse un passaggio all’occidente.putin-and-modiL’offensiva del fascino di Washington
Alcuni esperti si riferiscono ai negoziati USA-India sul Memorandum d’Intesa sullo Scambio Logistico (LEMOA) e alla decisione del Paese d’incrementare la collaborazione bilaterale nella tecnologia per la difesa quali segni della deriva dell’India dai non allineati verso Washington e NATO. LEMOA in realtà è una versione dell’accordo di supporto logistico (LSA) che riguarda il supporto logistico e i servizi tra i militari statunitensi e le forze armate di altri Paesi. “La visita del segretario alla Difesa degli Stati Uniti Ashton Carter in India, la scorsa settimana, era storica, nel senso che l’India non allineata si avvicinava agli USA firmando il memorandum d’intesa sullo scambio logistico” secondo il dott. Dalbir Ahlawat, esperto della sicurezza australiana, in un articolo di aprile per The Interpreter. Da parte sua, Rupakjyoti Borah di The Diplomat scrisse a maggio che “la decisione ‘di principio’ dell’India e degli Stati Uniti” di firmare il LEMOA “è un grande atto di fede“. “Sono finiti i giorni in cui i mandarini della politica estera di New Delhi mercanteggiavano con Washington DC, ritenendo che gli interessi dell’India fossero meglio rispettati restando vicini a Paesi come la Russia e sposando non allineamento e unità del terzo mondo“, pretendeva il giornalista.

La conferenza dei dissidenti cinesi in India
Allo stesso tempo, l’Hindustan Times riferiva che una conferenza dal titolo “Rafforzare la nostra alleanza per fare avanzare il sogno popolare: libertà, giustizia, uguaglianza e pace” organizzata da un gruppo dissidente cino-statunitense si svolgeva a Dharamsala, in India, con non meno di otto dissidenti cinesi presenti all’evento del 28 aprile. L’incidente fu interpretato da alcuni media come l’ennesimo segno del cambio dell’India verso la Cina e i partner dei BRICS. Tuttavia, dipende da come esattamente si collegano i puntini. “In realtà, la supposta inclinazione di New Delhi è una percezione di molto sbagliata. Se l’India si ‘raccorda’ con gli Stati Uniti, perché Mosca e Delhi continuano collaborazioni militari sensibili da tempo pianificate riguardanti trasferimenti di una tecnologia che la Russia non offre ad alcuna altra nazione? Come la Cina; ad esempio il programma Sukhoj PAK-FA/FGFA del caccia stealth di 5.ta generazione, il programma congiunto del missile da crociera ipersonico Brahmos e la preferenza dell’India per l’aereo russo Il-78MD-90A rispetto all’Airbus A-330 per il velivolo multiruolo da trasporto e aerocisterna (MRTT) da 2 miliardi di dollari, tra molti altri esempi“, osserva presso Sputnik Mathew Maavak, analista geostrategico e dottorando in Previsioni della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). Sorprendentemente, il Ministro della Difesa indiano Manohar Parikkar, ad aprile dichiarava categoricamente che il LEMOA si applica soltanto ai rifornimenti di carburante e cibo e non allo stazionamento di militari degli Stati Uniti in India. D’altra parte, “lo svolgimento in India della riunione a Dharamsala di aprile sarebbe stata una reazione al rifiuto della Cina alle Nazioni Unite di bandire i capi terroristi pakistani dei Jaysh-e-Mohammad (JEM) e Jama-ud-Dawah“, ha spiegato Maavak. “Ricordate che l’India alla fine negò il visto a diversi dissidenti cinesi, tra cui il capo uiguro dissidente Dolkun Isa, il manifestante di Piazza Tiananmen residente a New York Lu Jinghua e l’attivista di Hong Kong Wong Ray“, ha detto l’analista a Sputnik. “Fu solo un breve urto retorico nella piena relazione India-Cina“, sottolineava Maavak. L’analista strategico ha sottolineato che chiunque abbia seguito la dinamica India-Cina per decenni avrebbe saputo che le nazioni ricorrono a retorica irascibile di volta in volta, per poi tornare alla normalità. Infatti, il recente incidente nel distretto di confine di Chamoli, nell’Uttarakhand, dove truppe cinesi entrarono in territorio indiano, venne subito minimizzato dal Ministro della Difesa Parrikar quale “trasgressione” piuttosto che “incursione”.

L’India continua ad impegnarsi nel concetto di mondo multipolare
Non ci sono motivi per sospettare fratture tra India e partner dei BRICS. L’India continua a sostenere il concetto di mondo multipolare. “L’India sostiene la multipolarità fin da quando co-fondò il Movimento dei Non Allineati (NAM) nel 1961. L’India rimane l’unico membro fondatore del NAM che promuove attivamente il concetto di mondo multipolare. Non ci sono prove che suggeriscano il contrario“, sottolineava Maavak. Quando si tratta del tanto discusso progetto Nuova Via della Seta della Cina (‘Una Fascia, Una Strada’) l’atteggiamento dell’India è generalmente positivo, sottolineava l’analista. “Penso che sia generalmente positiva. Xi Jinping è stato il primo leader di una grande potenza a visitare l’India nel 2014 dopo che il governo di Narendra Modi fu eletto. Ma l’India può contribuire al progetto Fascia e Strada? Sì, ma in modo più limitato. Ciò comporterà il rilancio della ‘Via delle spezie’ nel vicino estero, costituendo il segmento dell’Oceano indiano della vecchia Via della Seta. In caso contrario, l’India ha più pressanti sfide infrastrutturali da superare in patria, e gli investimenti cinesi sono ancora corteggiati e accolti, nonostante le speculazioni sui media esteri del contrario“, ha detto a Sputnik. Il polverone intorno al potenziale scontro sino-indiano di una parte della stampa occidentale e asiatica, potrebbe essere spiegato dai recenti sforzi degli Stati Uniti d’inasprire le tensioni nel sud-est asiatico nel tentativo di contenere la Cina.Vladimir Putin, Narendra ModiNew Delhi e la sentenza dell’Aia sul Mar Cinese Meridionale
La sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le rivendicazioni di proprietà della Cina sul Mar Cinese Meridionale. è un’altra mossa volta ad intrappolare Pechino. È interessante notare che, dopo la sentenza, Japan Times chiedeva a New Delhi “di sottolineare le credenziali di potenza globale responsabile” e mostrare sostegno alla decisione dell’Aja. L’organo di stampa osservava che l’India aveva rilasciato una dichiarazione al momento della sentenza senza nominare la Cina, invitando tutte le parti interessate a “risolvere le controversie con mezzi pacifici senza minacciare o usare la forza ed esercitare l’autocontrollo nelle attività che potrebbero complicare o degenerare le controversie su pace e stabilità“. L’affermazione di New Delhi è particolarmente importante alla luce del comunicato congiunto dei Ministri degli Esteri di India, Cina e Russia del 18 aprile. Il comunicato chiedeva di risolvere le dispute territoriali attraverso negoziati tra le parti interessate ed evitando d'”internazionalizzare” le dispute. “Russia, India e Cina sono impegnate a mantenere l’ordine giuridico nei mari e negli oceani secondo i principi del diritto internazionale, riflettendo in particolare nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Tutte le controversie relative dovrebbero essere affrontate tramite negoziati ed accordi tra le parti interessate. A questo proposito, i ministri hanno chiesto il pieno rispetto di tutte le disposizioni dell’UNCLOS, così come della Dichiarazione sulla condotta delle parti nel Mar cinese meridionale (DOC) e delle Linee guida per l’attuazione del DOC“, dichiarava il comunicato. Commentando la questione, Maavak ha sottolineato che per quanto riguarda la controversia sul Mar Cinese Meridionale, New Delhi agirà nello spirito del comunicato. “L’India, come la Cina, si considera una civiltà. Sarebbe visto vergognoso ricorrere all’arbitrato internazionale sui propri confini“, osservava. Sembra che Washington non sia ancora riuscita a inserire un cuneo tra l’India e la Cina. Anche se New Delhi ha i propri interessi nel Mar Cinese Meridionale, non aiuta gli Stati Uniti a pattugliare la regione. “Il governo (indiano) prende tutte le misure per garantire la sicurezza marittima. Tuttavia, attualmente, tali misure non includono il pattugliamento congiunto con Marine straniere, compresa degli Stati Uniti. Alcun colloquio ha avuto luogo con gli Stati Uniti su qualsiasi pattugliamento navale congiunto“, ha detto il Ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar in una dichiarazione ufficiale del 26 luglio.

India e ASEAN si preoccupano delle esercitazioni sino-russe nel Mar Cinese Meridionale?
Che dire delle prossime esercitazioni militari sino-russe nella regione ? L’India o altri attori dell’ASEAN le considerano una sfida alla sicurezza marittima? “Nessuno nell’ASEAN presta molta attenzione alle esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, così come non presta molta attenzione a molte altre esercitazioni, abbastanza normalo in questa regione e altrove. Gli asiatici, in generale, prestano molta più attenzione ad investimenti e accordi commerciali“, osservava Maavak. “Perché qualsiasi entità, fatta eccezione ai selvaggiamente speculativi media occidentali, si farebbe indebitamente perturbare dalle esercitazioni russo-cinesi? La Cina era offesa o turbata quando tre, non una, esercitazioni militari russo-indiane venivano annunciate da Sputnik il 28 aprile? Erano le esercitazioni Indra-Neva-2016, AviaIndra-2016 e Indra-2016“, ha detto l’analista a Sputnik. Indipendentemente dagli sforzi di Washington per attrarre l’India nella sua duplice politica, New Delhi evita le trappole dell’occidente e continua ad impegnarsi verso i concetti di sovranità, non allineamento e sicurezza regionale.i3RsSiIHjFq0Mathew Maavak è un dottorando in Previsione della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). È collaboratore della CCTV cinese su questioni geostrategiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Grande Eurasia, il senso di San Pietroburgo e Baku

Rostislav Ishenko, 10 agosto 2016, Fort Russpresident_diner1_080816E’ difficile sopravvalutare l’importanza dell’incontro di Vladimir Putin con Recep Tayyip Erdogan, a San Pietroburgo. Tuttavia, dal mio punto di vista, la visita del Presidente russo a Baku e i colloqui con i Presidenti azero Ilham Aliev e iraniano Hassan Rouhani, e gli aspetti simbolici e pratici di essi, non sono da meno, anzi, sono molto più importanti. Cominciamo dal fatto che la Russia attualmente mantiene con l’Iran più di un buon rapporto; i Paesi sono alleati militari in Siria. L’Iran ha fornito alle VKS russe una rotta sul proprio territorio per l’Iraq. Ed è estremamente importante non solo in termini di supporto aereo, ma anche per la necessità di organizzare i rifornimenti per le truppe russe in Siria. La più importante rotta attraverso gli stretti era minacciata dal recente forte deterioramento delle relazioni con la Turchia. Data l’instabilità complessiva del Medio Oriente, la presenza di una rotta alternativa aumenta notevolmente la stabilità sulla Siria. Il presidente russo poteva facilmente incontrare l’omologo iraniano a Teheran senza volare a Baku. Ma se i due leader sono attivamente coinvolti nella politica globale, era necessario incontrarsi a Baku, ce n’erano i motivi.

Rivali tradizionali
Vi ricordo che l’Azerbaijan è tradizionalmente rivolto alla Turchia, non meno importante vecchio rivale dell’Iran nella lotta per influenza sul Medio Oriente, Caucaso compreso. Anche prima della nascita dei moderni Turchia e Iran, parti e Roma, Bisanzio e sassanidi concorrevano con vari successi. Pertanto, all’inizio del conflitto per il Nagorno-Karabakh, l’Iran, bilanciando l’influenza di Ankara nella regione, fece molto per sostenere Erevan. Anche ora il confine con l’Iran è un importante corridoio per spezzare il blocco dell’Armenia, e nel regno di Saakashvili in Georgia era l’unica via affidabile per il mondo. Va ricordato che più della metà del territorio storico dell’Azerbaigian è sotto la sovranità dell’Iran, cosa non favorevole alla creazione di relazioni tra Teheran e Baku. In generale, il complesso groviglio di interessi nel conflitto nella regione, dal Caucaso a Suez, fino a poco prima sembrava inestricabile. E’ anche facile capire che, alla vigilia di un incontro cruciale con Erdogan, il presidente russo lanciasse colloqui esattamente nella direzione opposta, non perché Aliev e Rouhani non era possibile incontrarli un paio di giorni prima o una settimana dopo, ma per via del fatto che questa riunione e la sua tempistica erano estremamente importanti: decide le posizioni nell’incontro a San Pietroburgo e il suo contesto globale.

Le posizioni di Mosca e Teheran allineate
Inizialmente era chiaro che per Erdogan, per cui la Russia è rimasta praticamente l’unico alleato possibile, l’incontro di San Pietroburgo riguardasse l’aiuto per stabilizzare il regime turco, e tale stabilizzazione sarà difficile. I turchi sanno che la fine dell’influenza statunitense e riorientamento su Mosca sono in realtà un vantaggio. Ankara sa anche che per la Russia, la minaccia della destabilizzazione o addirittura della disintegrazione della Turchia è significativa. Pertanto, anche con una posizione negoziale debole, gli argomenti per uno scambio importante ci sono.

Cosa significa l’incontro di Baku per Erdogan?
Prima della riunione, Rouhani aveva detto che Russia e Iran aiuteranno la Turchia nella stabilizzazione interna e nella lotta al terrorismo, anche in Siria. Questa frase dimostra al presidente turco che le posizioni di Mosca e Teheran, su tutte le questioni d’interesse per Ankara, sono allineate. Se la Turchia pensava di giocare l’uno contro l’altro, cercando di negoziare con ciascuno individualmente e strappare per sé il miglior accordo, sbagliava. Inoltre, la riunione a Baku dimostra che la leadership azera tiene conto anche della variazione del rapporto di forze in Medio Oriente in generale, e nel Caucaso in particolare, a favore di Russia e Iran. Ilham Aliev, ovviamente, non cederà la promessa di mantenere stretti rapporti con la Turchia (partner tradizionale ed alleato strategico dell’Azerbaigian). Molto probabilmente, ha anche cercato di aiutare Erdogan, sondandolo in vista dei colloqui con Putin, facendogli comprendere appieno le posizioni russe e iraniane, controllandone forza e consistenza. Tuttavia, Ilham Hejdar oglu Aliev è uno dei politici più realisti dello spazio post-sovietico. Capisce che l’alleanza con la Turchia non può più rispondere pienamente agli interessi dell’Azerbaigian. E’ necessario avere il sostegno dei nuovi attori dominanti nella regione. Pertanto, obiettivo di Aliev a Baku era in realtà l’ingresso dell’Azerbaigian nel progetto russo-iraniano, e non tanto da mediatore nei negoziati con la Turchia (Erdogan decide tutto direttamente), ma come partner.

La posizione degli Stati Uniti sarà indebolita
Qual è la posizione dell’Azerbaigian verso l’alleanza regionale russo-iraniana, che non è estranea agli interessi turchi, se non geopolitici? Né più né meno che l’indebolimento della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente. L’esistenza anche di un’unione informale tra Russia, Turchia, Iran ed Azerbaigian chiude (per l’attuale generazione di politici, per sempre) la questione del corridoio energetico dal Caspio all’Europa come alternativa ai rifornimenti di “Gazprom” e “Rosneft“. Ora, se ci sono e se ci saranno, lo saranno solo nel quadro del progetto congiunto (russo-iraniano-azero-turco) in cui vengono presi in considerazione gli interessi di tutte le parti interessate. Finisce la possibilità per gli Stati Uniti di bloccare i rifornimenti russi alla Siria. Ma a Mosca non basta aprire un collo di bottiglia, ma tutto lo spazio dai Balcani al Mar Caspio. Ciò fa dei progetti dei corridoi dal Mar Glaciale Artico all’Oceano Indiano una realtà. A sud il nuovo ramo (iraniano) della Via della Seta comincia a divenire realtà, cioè il potenziale collegamento interno diversificato della Grande Eurasia (da Lisbona a Kuala Lumpur), che sarà sempre più difficile da tagliare. Anche in Medio Oriente, il recente predominio assoluto degli Stati Uniti si riduce a tentativi di mantenere il controllo sulle monarchie arabe del Golfo, o almeno evitare che siano irrimediabilmente spazzate via, imponendo semplicemente a tali Stati del Golfo la politica degli Stati Uniti di scontro con l’Iran. Naturalmente, i negoziati di Baku e San Pietroburgo sono solo l’inizio di relazioni a lungo termine, designando vettore e dinamica del processo. Ma nel mondo di oggi, i cambiamenti si verificano quasi istantaneamente. Nel 2008, in Ossezia del Sud, la Russia difese il Caucaso del Nord dai tentativi di ‘somalizzazione’ della NATO, mantenendo la credibilità nella regione. Nel 2014, la Russia bloccò il tentativo degli Stati Uniti d’invadere la Crimea, e Kiev avviava il processo di autodistruzione (anche per gli standard occidentali). Nel 2015, la Russia difese la Siria dai teppisti islamisti filo-USA che quasi sempre sprofondano la regione nel caos. Il 2016 non è ancora finito, ma si parla di come Russia ed alleati si preparano a ristabilire l’ordine in Medio Oriente.azerbaijani_russian_iranian_presidents_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nippon Kaigi: il culto occulto che vuole dirigere il Giappone

Jake Adelstein, Fascinant JaponAbe_i_OkabeLa Nippon Kaigi è un piccolo movimento cultista che comprende alcune delle persone più potenti del Paese che mirano a ripristinare la “gloria” del Giappone imperiale di prima la seconda guerra mondiale. Nella terra del Sol Levante, un culto scintoista conservatore fondato nel 1970, che vede tra i suoi membri il Primo ministro giapponese Shinzo Abe e molti altri del suo gabinetto, è stato finalmente portato alla ribalta. Il gruppo si chiama Nippon Kaigi (Conferenza del Giappone) ed è guidato da Tadae Takubo, ex-giornalista divenuto analista politico. Ha solo 38000 membri, ma da club esclusivo, o setta, esercita un’enorme influenza politica. In generale, lo Shintoismo è una religione politeista nativa e animistica del Giappone. Lo shintoismo di Stato, nel frattempo, fu imposto prima e durante la Seconda guerra mondiale, elevando l’imperatore allo status divino e insistendo sul fatto che i giapponesi erano una razza divina, la Yamato, e le altre razze ben inteso da considerare inferiori. La Nippon Kaigi fu fondata nel 1970 da un gruppo progressista shintoita noto come Seicho No Ie. Nel 1974, una sezione uscì dal gruppo fondendosi con il Nippon o Mamoru Kai, un’organizzazione per la rinascita del patriottismo che sosteneva lo shintosimo di Stato e il ritorno al culto imperiale. Il gruppo attuale fu ufficialmente costituito nel maggio 1997, quando Nippon o Mamoru Kai e un gruppo d’intellettuali di destra unirono le forze. Gli obiettivi del culto sono l’abolizione della costituzione pacifista del Giappone, la fine della parità di genere, l’espulsione degli stranieri, la cancellazione delle fastidiose leggi sui “diritti umani” e il ritorno del Giappone alla gloria imperiale. Con le elezioni parlamentari del Giappone del 10 luglio, il culto ha ora la possibilità di dominare completamente la politica giapponese. Se la coalizione di governo vince abbastanza seggi, si apre la via alla modifica della Costituzione del Giappone, sacra e inviolabile dal 1947. In effetti, per il Giappone, queste elezioni saranno una sorta di Brexit: se il Paese prosegue come democrazia o letteralmente torna indietro, al periodo Meiji, quando l’imperatore regnava e la libertà di espressione era subordinata agli interessi dello Stato. L’influenza della Nippon Kaigi può essere difficile da comprendere per uno straniero, ma immaginate se “il futuro presidente del mondo” Donald Trump appartenesse a un gruppo della destra evangelica, chiamiamola “Conferenza degli Stati Uniti”, che auspica il ritorno alla monarchia, l’espulsione degli immigrati, la revoca del parità di diritti alle donne, le restrizioni alla libertà di espressione e la maggior parte dei politici nominati appartenga allo stesso gruppo. Sembra incredibile… In ogni caso, preoccuperebbe molta gente. Questo è l’equivalente di ciò che è già accaduto in Giappone con il Primo ministro Shinzo Abe e il suo gabinetto.
1025775685 Abe è un politico di terza generazione essendo il nipote di Nobusuke Kishi, il ministro delle Munizioni giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu imprigionato da sospetto criminale di guerra di classe A nel 1945 (ma non fu mai processato dal tribunale di Tokyo), prima di diventare primo ministro nel 1950. Abe è un vero nazionalista e revisionista, fu anche Primo ministro nel 2006-2007 prima di dimettersi bruscamente. I suoi legami con l’organizzazione Nippon Kaigi risalgono agli anni ’90. Come gli altri membri del culto imperiale, Abe ha detto che la revisione della Costituzione è il suo obiettivo principale. In un’intervista alla Nikkei Asian Review del febbraio 2014 Abe disse: “Il mio partito, il Partito LiberalDemocratico (LDP), sostiene il cambio della nostra costituzione sin dagli inizi, quasi 60 anni fa“. Così ora Abe e il suo partito, come le fazioni estremiste, sono sulla buona strada per raggiungere tale obiettivo. Il Parlamento giapponese, noto anche come Dieta, è costituito da una Camera superiore e una inferiore. La sezione 96 della Costituzione stabilisce che modifiche possono essere apportate alla Costituzione se approvate dalla maggioranza qualificata dei due terzi di entrambe le camere della dieta o con la maggioranza semplice in un referendum. Allo stato attuale, l’LDP e i suoi partner della coalizione hanno solo una maggioranza dei due terzi nella camera bassa e una semplice nella alta. Sperano di avere la maggioranza dei due terzi della Camera alta, dopo le elezioni di luglio. L’Asahi Shimbun e la stampa indipendente giapponese hanno chiamato la campagna di quest’anno “elezioni dagli scopi occulti”. I media locali hanno riferito che l’LDP e i suoi partner politici avevano indicato ai candidati di evitare di menzionare la revisione costituzionale nei loro discorsi. La posizione ufficiale della coalizione di governo è parlare solo di un argomento: l’abenomics. Ma l’abenomics cos’è?
L’abenomics è la politica economica che il Primo Ministro Abe promise di attuare nel 2012. Si basa sulle “tre frecce” dello stimolo fiscale, dell’allentamento monetario e delle riforme strutturali. Doveva rivitalizzare la stagnante economia giapponese. La terza “freccia” non fu scoccata, ma il 20 giugno il Fondo Monetario Internazionale ha sostanzialmente detto che l’abenomics è un fallimento suggerendo al Giappone di aumentare i salari. Il partito al potere si è concentrato nei discorsi su economia e speranza che infine l’abenomics cammini, mentre i partiti di opposizione, riuniti dal Partito democratico del Giappone (DPJ), presentavano un unico candidato in zone del Giappone dove avevano buone possibilità di vincere, sottolineando l’importanza di bloccare la revisione costituzionale. Il leader del DPJ, Katsuya Okada, avvertiva, “sotto l’amministrazione Abe i diritti fondamentali come libertà di espressione e diritto al libero accesso alle informazioni (riguardo il governo) sono minacciati… il pacifismo sancito dalla costituzione sarà distrutto“. La pressione interna all’LDP per rimuovere qualsiasi menzione alla revisione costituzionale è comprensibile, dice Koichi Nakano, professore ed esperto di politica giapponese della Sophia University.L’abenomics è semplicemente un modo per presentare il nazionalismo di Abe come qualcosa di attraente per farlo mantenere al potere“, ha detto Nakano, osservando che l’opinione pubblica si oppone in gran parte alla revisione della Costituzione. “Dal 2012, Abe usa la stessa tattica delle due precedenti elezioni, insistendo che il voto riguarda solo l’economia e, una volta che le elezioni sono passate, attua il vero piano. L’ha fatto con l’adozione delle leggi sui segreti di Stato, e poi con le leggi sulla sicurezza nel 2015 dopo le elezioni anticipate nel dicembre 2014, che avevano suscitato una forte opposizione. Segue probabilmente il consiglio del viceprimo ministro che aveva già notato che l’LDP dovrebbe imparare dai nazisti su come cambiare agevolmente la Costituzione“. La costituzione proposta dall’LDP, fortemente influenzata dai membri della Nippon Kaigi, secondo le indagini della Asahi Shimbun e altri media, abolisce l’articolo 9 che vieta al Giappone di ricorrere alla guerra come mezzo per risolvere i conflitti internazionali. Inoltre limita fortemente la libertà di espressione e toglie il diritto di parlare su questioni “contrarie al pubblico interesse”. Possiamo ovviamente dare per scontato che sarà il governo a decidere ciò che è “interesse pubblico”. Verrebbero anche eliminate le parole “diritti fondamentali” dalle sezioni chiave della Costituzione, secondo gli esperti costituzionali. L’LDP ha sostenuto che la revisione è necessaria per un Giappone moderno che deve affrontare la minaccia della Cina e liberarsi “dal regime del dopoguerra“.

Katsuya Okada

Katsuya Okada

nippon-kaigi-no-kenkyuL’ideologia del Primo Ministro Abe e del suo gabinetto era poco seguita dai media ufficiali giapponesi fino a maggio. Tutto è cambiato con la pubblicazione a sorpresa del best seller Nippon Kaigi No Kenkyu (Indagine sulla Conferenza del Giappone) del giornalista Tamotsu Sugano, il 30 aprile. L’esperto costituzionale Setsu Kobayashi, che è anche ex-membro della Nippon Kaigi, ha detto che il gruppo “ha difficoltà ad accettare la realtà che il Giappone abbia perso la guerra” e che vuole ripristinare la costituzione Meiji, osservando che alcuni membri sono discendenti di persone responsabili della guerra. Kobayashi è stato così attaccato dai suoi ex-soci, che a maggio ha fondato il nuovo partito Kokumin-Ikari no Koe (Voce arrabbiata dei cittadini), per promuovere e proteggere i diritti costituzionali. Nonostante il numero limitato di membri della Nippon Kaigi, la metà del gabinetto Abe appartiene all’Associazione Nazionale Legislatori Amici della Nippon Kaigi, un ramo del gruppo politico. Il Primo ministro Abe ne è il Consigliere speciale. L’ex ministro della Difesa, Yuriko Koike, che concorre alla carica di governatore di Tokyo, è un altro membro di spicco. Il Sankei Shinbun e altri hanno riferito che la Nippon Kaigi fece pressioni, il 28 aprile, sull’editore Fusosha per impedire la pubblicazione del libro. La lettera di protesta fu sorprendentemente inviata al direttore non dal presidente Tadae Takubo, ma dal segretario generale del gruppo Yuzo Kabushima. Kabushima è un adoratore dell’imperatore ed era un membro chiave del movimento studentesco Seicho No Ie. Sugano dice nel suo libro che Kabushima è la persona che realmente guida l’organizzazione. Nonostante il tono minaccioso della lettera, l’editore non sospese la pubblicazione. La prima edizione del libro ebbe solo 8000 copie. Ora è alla quarta edizione con oltre 126000 copie vendute. Cinque altri libri sono stati pubblicati in relazione e riviste appaiono con in prima pagina storie sull’argomento. Improvvisamente, la Nippon Kaigi è divenuta molto visibile.
Sugano è sorpreso e sollevato che la Nippon Kaigi e la sua influenza sulla politica nazionale, infine, ricevano attenzione. Lui stesso è un conservatore, laureato in scienze politiche all’Università del Texas. Mentre viveva in Texas, notò come il movimento cristiano evangelico costruisse la propria influenza politica vedendovi un parallelo nei metodi della Nippon Kaigi. Sugano era ancora un “Salaryman” quando seppe dell’esistenza della Nippon Kaigi. Nel 2008 Sugano ricorda il cambio di atmosfera per le strade. “I nerd cominciavano a parlare“, ha detto. Le proteste di gruppi come lo Zaitokukai e l’odio contro gli stranieri divenne più evidente, vidi l’escalation delle loro attività ogni giorno. Trovavo tale inondazione di odio preoccupante e m’infiltrai nelle loro proteste e a documentarle. Per capire la motivazione di membri e sostenitori spulciai le pubblicazioni conservatrici cui spesso facevano riferimento nei commenti on-line. Gli autori di tali pubblicazioni m’incuriosivano. Molti erano esperti del campo, giornalisti, accademici, ma scrivevano di argomenti estranei alle loro competenze. Poi mi resi conto che tutti sembravano aderire alla stessa organizzazione. Ciò mi fece scoprire il meraviglioso mondo della revisionista Nippon Kaigi. Sottolineò che la Nippon Kaigi utilizza i Neto Uyo (estremisti di destra che trolleggiano in rete chi scrive negativamente del Giappone), intellettuali, politici e altri sostenitori sui media mainstream per influenzare notevolmente politica ed opinione pubblica. Una diretta conseguenza fu il restauro da parte del governo giapponese del calendario imperiale vietato dalle forze di occupazione degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. E’ il 2016 in occidente, ma nel calendario imperiale, che si basa sull’imperatore regnante, è l’anno 28 dell’era Heisei. Il sistema è così complicato che molti giornalisti in Giappone si portano sempre con sé una tabella di corrispondenza tra i due calendari. Sugano attribuisce alla Nippon Kaigi anche alla resurrezione politica del Primo ministro Shinzo Abe, la cui carriera politica era considerata finita dopo le brusche dimissioni da premier nel 2007. Ritiene inoltre che uno dei loro obiettivi sia cambiare radicalmente le parti della Costituzione che definiscono matrimonio e diritti delle donne, per “fare del Giappone un Paese gradito a vecchi scontrosi, come loro“.

Tadae Takubo

Tadae Takubo

The Daily Beast ha contattato Nippon Kaigi via e-mail, fax e telefono e ha chiesto chiarimenti su quanto è stato scritto sul gruppo e le loro obiezioni al libro di Sugano, ma non ha ricevuto risposta.
Mentre molti libri e articoli pubblicati di recente danno l’immagine di un’organizzazione machiavellica che ha aggirato la legge per evitare di essere classificata gruppo politico, Sugano crede che siano per lo più reazionari senza una chiara idea di cosa fare una volta raggiunti i loro obiettivi. “Hanno lavorato costantemente e discretamente con politici locali e lobby politiche per opporsi a cose come la parità di genere, il riconoscimento dei crimini di guerra e delle donne di conforto (schiave sessuali durante la Seconda Guerra Mondiale), le donne che usano il loro nome da nubile dopo il matrimonio, ecc. Sono anti-questo e anti-quello ma non hanno alcuna visione“. Altri ricercatori hanno notato le posizioni del gruppo contro la parità di genere, ma sottolineano che il Primo ministro Abe sembra essere sincero sul tema della promozione delle donne sul posto di lavoro e che il gruppo ha anche donne deputate nei suoi ranghi. Sugano non ne è sorpreso. “Il Primo ministro Abe parla molto di Womenomics (affermare il ruolo della donna nel mondo degli affari), ma è blabla. È come un razzista del Texas che dice: “Ho un amico nero, quindi non sono razzista”. Il fatto che ci siano delle donne in politica sostenute dal gruppo rientra nella stessa logica. Ci sono sempre minoranze nella minoranza che considerano la discriminazione accettabile“. Il professor Jeff Kingston, storico del Giappone moderno, ha osservato che sebbene Abe abbia detto tutte le cose che deve dire, di nascosto ha ridotto la percentuale di donne nelle posizioni dirigenti dal 30 al 15%, e in pratica le sue scarne azioni sono solo “un cenno alla realtà patriarcale che dimostra come la Womenomics di Abe sia una farsa“. Sugano insiste dicendo che le “realtà patriarcale” del Giappone è una delle ragioni dell’autocensura dei media sotto l’amministrazione Abe e il motivo per cui hanno a lungo evitato di fare riferimento alla Nippon Kaigi. Sostiene che i media tradizionali giapponesi sono gestiti da vecchi misogini le cui opinioni si allineano alle idee sessiste della Nippon Kaigi, ed essendo d’accordo con i loro principi, non hanno alcun motivo per fare luce sull’organizzazione reazionaria. “Non è autocensura. È omertà“, ha detto. L’atteggiamento sprezzante della Nippon Kaigi contro donne e bambini spiega anche l’ovvia opposizione alla Convenzione internazionale dei diritti dei bambini delle Nazioni Unite (CRC). Hideaki Kase, membro di spicco della Nippon Kaigi e prolifico scrittore revisionista, è anche il presidente dell’associazione per le punizioni corporali del Giappone, che sostiene che picchiare “giudiziosamente” i bambini sia un modo per educarli e renderli forti. Se si chiede il motivo per cui le elezioni del 10 luglio erano importanti, Sugano dice che “LDP, Abe e Nippon Kaigi hanno lo stesso scopo. Ciò mi fa terribilmente temere che non siano mai stati più vicini a realizzare i loro sogni: modificare la Costituzione per portare il Paese sotto una società feudale militarista in cui le donne, i bambini, i giovani e gli stranieri, tra cui i giapponesi di origine coreana, non abbiano diritti. Ne avranno uno solo: di tenere chiusa la bocca“.japan-1(Dopo le elezioni del 10 luglio 2016, Shinzo Abe e i suoi alleati hanno la maggioranza dei due terzi nella Camera bassa e nella Camera alta per modificare la Costituzione giapponese).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Brexit spezza l’asse franco-tedesco

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation 28/07/2016ADAMS20160721-large_trans++uQQdgZTh0ln6MqH4Nw1VP2ymwfxgHQuryvrYAjO8QpYBerlino e Parigi sono da tempo visti quali principali fautori dell’Unione europea. Quando la Gran Bretagna votò l’uscita dal blocco dei 28 membri, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande rafforzarono il loro ruolo di leadership indicando l’allineamento all’“Europa unita” e a difendere il concetto di base dell’UE. Tuttavia, tale ricompattamento delle due prime nazioni dell’UE è soggetta alla debilitante competizione degli interessi nazionali, che tendono a divergere minando l’unità tanto annunciata tra Berlino e Parigi. Ciò che si attende dalla Brexit è l’aumento delle tensioni tra Germania e Francia che potrebbe comportare un’ulteriore frattura nell’UE. Già una divergenza notevole di posizioni è emersa. Quando la nuova prima ministra conservatrice inglese Theresa May ha intrapreso la prima visita all’estero avrebbe dovuto incontrare la cancelliera Merkel a Berlino, e il giorno dopo il presidente Hollande al Palazzo dell’Eliseo, a Parigi. May ha dovuto aspettare fino a sera del secondo giorno per essere ricevuta da Hollande, che lo stesso giorno si era recato in visita ufficiale nella Repubblica d’Irlanda. La strana assenza di Hollande sembrava un affronto sornione alla leader inglese. Più sostanziale è il contrasto di posizioni tedesche e francesi sulla Brexit. La premier inglese aveva annunciato che non ci sarebbe stato l’avvio formale dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea fino all’inizio del prossimo anno. La Gran Bretagna, ha detto May, doveva formulare condizioni economiche adeguate con l’UE prima di firmare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona del 2007, innescando così il processo di uscita. Su questa uscita ritardata dall’UE della Gran Bretagna, la cancelliera tedesca sembrava essere d’accordo con l’omologa inglese. Merkel disse che capiva l’importanza per la Gran Bretagna di sistemare le questioni economiche. Al contrario, Hollande avrebbe adottato un atteggiamento molto più irritato, chiedendo che “al più presto possibile” la Gran Bretagna lasci l’UE. Mentre il presidente francese è apparso ammorbidirsi incontrando May, continuava comunque ad esprimere la frustrazione del suo governo con la Gran Bretagna. Parlando a fianco della leader inglese, Hollande ha detto che la Gran Bretagna non può continuare ad avvalersi del mercato unico pur imponendo restrizioni alla libertà di movimento.
La posizione diversa tra Berlino e Parigi verso la Brexit era evidente subito dopo il risultato del referendum inglese. I francesi puntano di più a por termine bruscamente all’adesione della Gran Bretagna all’UE che non i tedeschi. La divergenza tradisce gli interessi nazionali tra Germania e Francia. Per la Germania, il problema è l’economia. La Gran Bretagna in questi ultimi anni è emersa come partner commerciale globale chiave per le esportazioni tedesche. Il mercato inglese dei prodotti tedeschi è quasi il doppio di quello della Francia. Il surplus commerciale annuale della Germania con la Gran Bretagna avrebbe raggiunto circa 48 miliardi di euro, il 25 per cento del surplus totale commerciale della Germania con il resto del mondo. Data l’importanza strategica della crescita economica trainata dalle esportazioni, per il governo tedesco, la Gran Bretagna rappresenta quindi un partner vitale e non va maltrattata. Non stupisce quindi che Merkel mostri comprensione verso la contrattazione di Londra sul piano economico. La cancelliera sa che un rapporto irritato con la Gran Bretagna potrebbe affliggere le esportazioni con tariffe commerciali punitive. E si sa che la Gran Bretagna è ben consapevole della forza contrattuale verso gli interessi di Berlino. Ciò fu accennato dal ministro degli Esteri inglese Boris Johnson quando commentò a New York che la dipendenza economica significa che è “chiaramente nell’interesse dei nostri amici (dell’Unione) continuare un buon rapporto”.
JS95409696 Anche per la Francia, la Gran Bretagna è, ovviamente, un importante partner commerciale. Nelle classifiche mondiali, sono in quinta posizione per esportazioni ed importazioni. Mentre per Germania e Gran Bretagna tali posizioni sulle mutue esportazioni ed importazioni sono seconda e terza. Cioè, per Germania e Gran Bretagna l’economia domina, come riportava il Wall Street Journal. Ciò che sembra più urgente per la Francia è la ripercussione politica della Brexit. il governo nominalmente socialista di Hollande affronterà impegnative elezioni presidenziali e parlamentari all’inizio del prossimo anno. Ciò che interessa ai socialisti in carica e ai rivali di centro-destra di Nicolas Sarkozy è l’ascesa del Fronte Nazionale guidato da Marine Le Pen. Il partito di Le Pen è nettamente anti-UE e si batteva per la Brexit per colpire il “totalitarismo” di Bruxelles. Come il Financial Times riferì poco dopo il referendum inglese: “il partito anti-euro ed anti-immigrazione francese ha sempre attirato la quota maggiore di voti al primo turno delle elezioni locali ed europee negli ultimi due anni. La leader Marine Le Pen, che potrebbe passare al secondo turno delle elezioni presidenziali del prossimo anno, ha già avviato la campagna per invocare un referendum sull’adesione francese, se vincesse”. Ciò che teme la dirigenza francese è il “contagio” della Brexit infervorarsi nei prossimi mesi fino alle elezioni nazionali. Tale è il malcontento popolare verso l’establishment politico, non solo in Francia ma in tutta l’UE, per l’austerità economica, i problemi dell’immigrazione, il terrorismo, le sanzioni inutili e le tensioni con la Russia, e il servilismo verso la politica estera di Washington, che il Fronte Nazionale di Le Pen ha una buona probabilità di ricevere un voto di protesta enorme. Tanto più che la debacle della Brexit porta acqua al mulino di Le Pen, così come ad altri partiti anti-europei in ascesa nei Paesi Bassi, Italia, Danimarca e Germania. Con il Fronte Nazionale francese che ottiene notevoli guadagni elettorali negli ultimi anni, l’ultima cosa che le autorità di Parigi vogliono vedere è Le Pen ricavare ulteriore impulso dalla Brexit. Se la Gran Bretagna esce dall’UE facendo dispute sui termini del divorzio, il pericolo è che ciò rafforzi la piattaforma politica anti-UE di Le Pen e incoraggi gli elettori francesi a seguire il Fronte Nazionale.
Nel frattempo, in Germania, il partito anti-UE Alternative fur Deutschland (AFD) ancora non costituisce una minaccia elettorale seria per la CDU di Merkel e i partner della coalizione, i socialdemocratici. La prima preoccupazione della Germania è concedere alla Gran Bretagna un pacchetto economico tale da mantenere forte l’economia basata sull’export. Ma così la posizione morbida di Berlino verso Londra irriterà Parigi, dove una Brexit ritardata e favorevole sarà vista come una spinta elettorale del Fronte Nazionale. Così la Brexit spinge Berlino e Parigi in due direzioni opposte che inevitabilmente affliggeranno le relazioni tra i due pilastri dell’UE. La turboeconomia guidata dalle esportazioni della Germania e la sua austerità fiscale furono la fonte di recriminazioni tra Berlino e Parigi e altri Stati dell’Europa meridionale. Berlino è accusata di egoismo e di perseguire spietatamente i propri interessi economici nazionali a danno dell’interesse collettivo dell’UE. Ad esempio, la Germania fu chiamata a stimolare l’importazione dalle deboli economie europee, concedendo il sostegno di cui hanno molto bisogno. D’altra parte, Berlino vede Parigi come trasgressore cronico del deficit commerciale e di bilancio. Le posizioni contrastanti sulla Brexit di sicuro accentueranno tali vecchie tensioni tra Berlino e Parigi. Ciò illustra il limite della presunta unità europea. Mentre i sostenitori dell’Unione europea come Merkel e Hollande invocano “solidarietà e forza collettiva”, appare ovvio che quando si punta sul serio, ogni Stato membro persegua i propri interessi nazionali, anche a scapito degli altri membri.7e6780f16ba44109bddf351ac4f58796-593x443La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia, Iran, Cina puntano al multipolarismo, unica salvezza del mondo

Vladimir Golstein, FARS 17 luglio 2016XiPutinObamaRussia, Iran e Cina ritengono che il mondo multipolare sia l’unica condizione per lo sviluppo futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Hanno visto più e più volte come i dettami unilaterali degli Stati Uniti invece di risolvere i problemi, li aggravino, secondo il Professor Vladimir Golstein. Vladimir Golstein è nato a Mosca, ma si recò negli Stati Uniti nel 1979, dove studiò alla Columbia e a Yale. È professore di letteratura e cinema russi presso la Brown University. Il Professor Golstein ha scritto articoli sulle opere di molti autori russi del XIX e XX secolo. Autore dei Racconti dell’eroismo di Lermontov del 1998, Golstein ha ampiamente scritto su politica estera di Russia e Stati Uniti. In un’intervista esclusiva a Khamenei.ir, il Professor Vladimir Golstein interviene su politiche imperialiste degli Stati Uniti, crisi ucraina e siriana, Turchia, Brexit e possibili conseguenze per il mondo.
Quanto segue è il testo integrale dell’intervista:

D: Cosa c’è sotto l’ipocrisia nel dividere i terroristi in buoni e cattivi per l’alleanza USA-NATO?
R: C’è una nota frase che avrebbe detto un diplomatico del dipartimento di Stato: “E’ un deficiente, ma è il nostro deficiente”. Tale approccio del “deficiente” in politica estera continua a dominare nel mondo, e nell’alleanza USA-NATO in particolare. Così sono arrivati a presentare i neonazisti ucraini che hanno orchestrato la presa del potere a Kiev da “combattenti della nuova Ucraina democratica” o “coraggiosi resistenti all’aggressione di Putin”, mentre contemporaneamente chiamano le anime coraggiose dell’Ucraina orientale che resistono al colpo di Stato ucraino e ai suoi obiettivi volti a riorientare nettamente la politica interna ed estera ucraina, “separatisti, terroristi o esercito di Putin”. Una volta chiaro il modello che descrive coloro promossi dai giochetti meschini del dipartimento di Stato come “combattenti per la libertà”, e coloro che vi resistono come “terroristi” o “scagnozzi del tiranno”, è molto facile vedervi l’ipocrisia della politica estera di USA/NATO. Ciò che vi è sotto è la mera lotta per il dominio del mondo, il mero desiderio di affermare il proprio potere, demonizzando i Paesi che vi resistono. Mentre i politici occidentali e i loro mass media godono temporaneamente del successo nel tradurre i propri obiettivi politici o economici nel dominio mondiale, con linguaggio facilmente comprensibile spacciato al pubblico, è sempre più evidente a sempre più persone come i Paesi occidentali non siano interessati a promuovere la democrazia, ma piuttosto regimi che li aiutino a mantenere il predominio economico e politico.

D: La politica estera interventista degli USA finirà al più presto?
A: Ho il sospetto che finirà una volta che incontrerà la forte resistenza del mondo unificato. Finora, gli Stati Uniti hanno avuto successo nel presentare i Paesi che resistono come canaglie, Paesi delegittimati che possono e devono essere bombardati. E finora hanno incontrato scarsa resistenza, ovviamente accrescendone arroganza e incoscienza. Credo che sia dovere dei Paesi BRICS insieme ad altri potenti attori in altre regioni, far capire agli Stati Uniti che alcun Paese sa tutta le verità, che le controversie vanno affrontate coi negoziati, che il bullismo su altri Paesi per sottometterli è destinato a produrre risultati molto negativi nel lungo periodo. Come sappiamo, “il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente”. Queste sagge parole di Lord Acton dovrebbero essere scritte su ogni edificio di Washington, dato che è chiaro che il potere assoluto che gode dal crollo dell’Unione Sovietica è stato molto dannoso sia per gli Stati Uniti che per il resto del mondo. Quello che trovo incoraggiante è che gli elettori trovano la politica interventista di Hillary Clinton sempre meno attraente. In altre parole, i savi negli Stati Uniti sono sempre più consapevoli che saranno se non la prima, la seconda vittima di tali interventi e prepotenze idioti.

D: Come possono Russia, Iran, Cina e altre grandi potenze indipendenti fermare il bellicismo degli USA nel mondo?
R: Questi Paesi potrebbero avere varie differenze e contese, ma sanno che il mondo multipolare è l’unica condizione per lo sviluppo futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Hanno visto ripetutamente come i dettami unilaterali degli USA, invece di risolvere i problemi, li aggravino. Così è, ovviamente, nel loro interesse unirsi sul tema della multipolarità e insistere, attraverso varie istituzioni o anche nuove alleanze militari, per premere sugli Stati Uniti affinché il loro solito modo d’agire non sia accettato e che gli costerà caro continuare nel loro unilateralismo.

D: Come l’Asse della Resistenza ha sventato il complotto degli Stati Uniti nel sud-ovest asiatico?
A: Sono sicuro che un potente strumento di resistenza agli Stati Uniti si delinei nel mondo attraverso l’economia. Il “soft power” cinese non va sottovalutato. E’ importante per l'”Asse della Resistenza” contrastare il dominio degli Stati Uniti non solo sul campo militare ma, ancor più in campo economico, politico e intellettuale. Se gli Stati Uniti vogliono persistere con il denaro e le bombe, attraendo il peggio del genere umano, come paura o avidità, l’Asse della Resistenza dovrebbe fare appello al meglio: spirito di collaborazione, creatività, accettazione delle differenze, cameratismo umano.

D: Cosa ha spinto il premier turco a scusarsi, infine, per l’abbattimento dell’aviogetto russo? È sicuro dire che la situazione muta a sfavore dei terroristi e dei loro sostenitori?
R: Il premier turco Erdogan ha capito che con la sua ipocrisia autoritaria s’è creato troppi nemici nel proprio Paese e nel mondo. A un certo punto, emblematico anche per gli Stati Uniti, i suoi successi economici gli diedero un’aura di invincibilità, cominciando a sfidare i suoi immediati vicini (Siria e Russia), così come Paesi lontani come Germania o addirittura gli Stati Uniti d’America per il sostegno ai curdi siriani. Alla fine ha capito, tuttavia, che non poteva fare molto se il resto del mondo lo guarda con ostilità e sospetto, e che l’unico motivo per cui è tollerato è la posizione geografica strategica del suo Paese. Di conseguenza, quando i costi economici e politici sono divenuti chiari, è corso a ristabilire buoni rapporti con i vicini e rivali tradizionali, come Israele e Russia. A quanto pare, sarebbe anche coinvolto nelle trattative con il governo siriano e sarebbe disposto a por termine al sostegno ai vari combattenti che sfidano il regime siriano. Spero che persegua una decisione pragmatica, e non permetta all’asse USA/NATO di sabotare questi passi dovuti per raggiungere pace e prosperità nella regione. Ciò non significa che la lotta al terrorismo è a una svolta. I terroristi continueranno a svolgere un ruolo importante in varie guerre per procura; sono strumenti essenziali per tali guerre. Non vi è alcuna indicazione che l’Arabia Saudita sia pronta a fermare il supporto ai vari gruppi terroristici sunniti. In realtà, sembra all’offensiva, in risposta immediata ai tentativi turchi di restaurare la diplomazia nella regione. L’attacco terroristico all’aeroporto di Istanbul è stato un chiaro messaggio dai terroristi che ancora godono di ampio sostegno in tanti Paesi che trovano il conflitto regionale vantaggioso.

D: Quale sarebbe il possibile effetto della Brexit sulla crisi in Siria?
R: La Brexit avrà un grande effetto nel mondo, non solo in Siria. Il messaggio della Brexit è chiaro: le popolazioni sono sempre più stanche delle incompetenti élite che guidano, o piuttosto rovinano, l’economia e le relazioni con altri Paesi in loro nome. Non vedono alcun beneficio dal modo con cui Stati Uniti, NATO e UE guidano il mondo. Di conseguenza, entriamo nell’era dello scetticismo, l’epoca in cui le vecchie storie non fanno più presa, è l’epoca in cui i governi dovranno spiegare e giustificare il loro coinvolgimento nelle guerre all’estero. L’era degli interventi all’estero, o almeno l’epoca in cui tali interventi non venivano discussi, sembra finita. Senza il sostegno finanziario e militare ai diversi gruppi terroristici che costantemente affrontano il governo del Presidente Assad, è chiaro che il Presidente riaffermerà il proprio potere, ponendo fine alla guerra civile che lacera il Paese. Il popolo siriano dovrà trovare una soluzione politica alle differenze, piuttosto che farsi usare da vari padrini geopolitici di tutto il mondo.С_Председателем_КНР_Ху_Цзиньтао_«Сковородино_–_Дацин».Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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