Il 15 marzo la trumponomic potrebbe disintegrarsi

Gefira

Non ci sarà abrogazione e sostituzione dell’Obamacure. Né alcun taglio delle tasse. Né stimolo per le infrastrutture. Ci sarà solo un gigantesco bagno di sangue fiscale sul tetto del debito“. (1) Queste sono le parole di David Stockman, ex-direttore del budget della Casa Bianca di Reagan, che insiste sul fatto che un bagno di sangue nel mercato è imminente, mentre la vacanza sull’ascesa del debito finirà il 15 marzo 2017. “Ci sarà la sospensione del governo“, ha detto Stockman alla CNBC. “E’ del tutto inaspettato, imprevisto a Wall Street, e spaventerà tutti“. (2) Il 15 marzo è anche il giorno della riunione del Federal Open Market Committee, durante cui si prevede di rialzare i tassi; le elezioni olandesi saranno lo stesso giorno. Sarà l’inizio della grande crisi finanziaria? L’ultima sospensione del limite del debito fu decisa nell’ottobre 2015. Sei anni fa, nell’estate 2011, dopo l’accordo sul tetto del debito raggiunto da Obama, l’agenzia di rating Standard&Poor declassò i titoli di Stato degli Stati Uniti da AAA a AA+. (3)
Secondo Stockman, vi è la grande opportunità che presidente e Congresso raggiungano un accordo sul debito a 20 trilioni di dollari (106% del PIL). Quindi “il Tesoro avrà circa 200 miliardi di dollari in contanti. Bruciamo contanti al ritmo di 75 miliardi di dollari al mese. Entro l’estate, il contante sarà finito. Allora saremo nella madre di tutte le crisi sul tetto del debito. Tutto si fermerà. Credo che avremo la sospensione del governo“. (4) Ovviamente, questo significherebbe alcun stimolo, ma tagli fiscali. Con i tassi d’interesse più elevati del previsto, gli Stati Uniti si ritroveranno con una politica monetaria restrittiva e una fiscale restrittiva: la peggiore combinazione possibile per uccidere l’economia. La decisione della FED arriverebbe (come sempre) troppo tardi e causerà la prossima crisi, che sfocerebbe nella recessione negli Stati Uniti. La Trumponomic finirà prima ancora d’iniziare, a meno che il Congresso annunci l’eterna vacanza sul limite del debito.Riferimenti
1, 4. Stockman: Dopo il 15 marzo tutto si fermerebbe, Zerohedge 27/02/2017 .
2. Wall Street travisa Trump, e un bagno di sangue sul mercato è imminente: Stockman, CNBC 05/03/2017.
3. Ricordate il tetto del debito? Eccolo di nuovo, CNBC 2017/02/17 .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran e il mondo nuovo multipolare

James O’Neill New Eastern Outlook 28/02/2017Nell’ultima campagna presidenziale, il candidato repubblicano Donald Trump fece varie affermazioni suggerendo un cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti, promettendo, tra l’altro, non più tentativi di cambio di regime, una lotta efficace contro l’organizzazione terroristica SIIL e migliori relazioni con la Russia. Belle parole ma, come si dice, “non ascoltare quello che dico, guarda ciò che faccio“. Quello che fanno è sostanzialmente invariato almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. L’obiettivo geopolitico centrale è mantenere lo status degli Stati Uniti di unica superpotenza mondiale. Non lo sono almeno nell’ultimo decennio, ma ciò non ha impedito agli USA di agire in modo tale da far credere che sia ancora così. Le sfide a tale status unipolare non sono tollerate. Paesi cadono in disgrazia o meno in base alla loro conformità alle pretese statunitensi. Ciò è assai chiaramente dimostrato nel caso dell’Iran. L’esperienza dell’Iran con il concetto di democrazia occidentale si ebbe con il governo quasi-secolare di Mohammad Mossadegh. Nel 1952 Mossadegh nazionalizzò la compagnia petrolifera anglo-statunitense (la BP) in modo che i benefici della sua notevole ricchezza fossero raccolti dal popolo iraniano. Ciò fu intollerabile per statunitensi ed inglesi, quest’ultimi controllavano il petrolio iraniano dal 1913. Un colpo di Stato organizzato da MI6 e CIA rovesciò il governo Mossadeq restaurando il regime brutale della dinastia Pahlavi. La democrazia non fu più presa in considerazione, un punto da ricordare sempre quando si sente la propaganda occidentale su USA e Regno Unito dalla missione di portare la democrazia nel mondo. Nei seguenti 25 anni, l’Iran ebbe un buon rapporto con gli Stati Uniti, conclusosi bruscamente con la rivoluzione islamica del 1979. Da allora l’Iran è oggetto di sanzioni che ne paralizzano importanti settori economici. Fu oggetto di attentati, soprattutto dei Mujahidin e-Khalq (MeK), organizzazione terroristica non considerata tale dagli Stati Uniti. Nel 1980, quando sanzioni e altre misure non piegarono l’Iran agli USA, fu attaccato dall’Iraq e la conseguente guerra di otto anni costò un milione di vite. Gli iracheni furono armati e sostenuti dagli Stati Uniti. Misura dell’incostanza e dell’opportunismo del sostegno statunitense fu che due anni dopo la fine della guerra, l’Iraq venne attaccato dagli Stati Uniti, essendo stato attirato nella disavventura del Quwayt.
Altre continuità appaiono nelle dichiarazioni pubbliche dei funzionari della nuova amministrazione Trump. Il segretario della Difesa James Mattis, il temporaneo consigliere della sicurezza nazionale Michael Flynn e Trump hanno tutti ripetuto la solita accusa statunitense che l’Iran sia “il maggiore sponsor del terrorismo” nel mondo. Mettendo da parte l’ironia di tali dichiarazioni da funzionari dello Stato che ha attaccato più Paesi e ucciso più persone negli ultimi 70 anni di tutte le altre nazioni del mondo messe insieme, è un’accusa che, come ha sottolineato Gareth Porter, fu mossa contro l’Iran dall’amministrazione Clinton. Nel 1995 Clinton impose un ulteriore vasta serie di sanzioni all’Iran. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 2002, il presidente George Bush nominò l’Iran nell’ambito dell'”asse del male” (insieme a Iraq e Corea democratica). Certe cose non cambiano mai. Anche in questo caso, citando Porter, l’accusa contro l’Iran non aveva basi se non il continuo principio della politica estera statunitense. Nel 2007 l’allora vicepresidente Richard Cheney voleva attaccare l’Iran e ne fu dissuaso solo dal segretario alla Difesa Gates e dal Joint Chiefs of Staff, non per principio, ma per i rischi che avrebbe posto alla presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Nell’ultima campagna presidenziale, la candidata democratica Hillary Clinton minacciò di attaccare l’Iran, se eletta, un’azione che avrebbe sicuramente scatenato una grande guerra. La sua belligeranza promise più stretti rapporti degli USA con Israele e Arabia Saudita, di quanto abbia fatto qualsiasi denuncia legittima verso la Repubblica islamica.
A gennaio Trump usò la scusa dei test di missilistici iraniani per imporre ulteriori sanzioni all’Iran. L’ha fatto con la palese falsa affermazione che i test violassero il Piano congiunto d’azione globale (JCPOA) stipulato il 14 luglio 2015. Tale piano fu negoziato su iniziativa della Russia per scongiurare ciò che sembrava un probabile attacco all’Iran per il presunto programma di armi nucleari. La risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza approvò all’unanimità il JCPOA. Trump denunciò l'”accordo” come “stupido” e minacciò d’ignorarlo. E’ improbabile che Trump abbia mai letto la risoluzione di 108 pagine, tanto meno capito le disposizioni dettagliate che non vietano i test missilistici dell’Iran. Anche se l’avesse fatto non avrebbe avuto importanza, perché un’altra continuità della politica estera statunitense è ignorare semplicemente il diritto internazionale quando si capisce che non è nell’interesse della sicurezza nazionale. Nonostante sanzioni e altri ostacoli, l’Iran ha comunque migliorato significativamente vari indicatori sociali dalla rivoluzione del 1979. L’aspettativa di vita è aumentata da 55 anni a 71 anni; i tassi di mortalità infantile sono diminuiti del 70%; il congedo di maternità retribuito supera gli standard dell’OIL; e il 60% degli studenti universitari sono donne libere di studiare qualsiasi materia. Su tutti i principali indicatori sociali, la condizione delle donne supera notevolmente quella di tutti gli altri Paesi della regione. Si può prevedere che questa tendenza continui con grande dispiacere dei peggiori nemici regionali dell’Iran, Israele e Arabia Saudita. Anche se Trump ha imposto unilateralmente ulteriori sanzioni all’Iran, è improbabile abbiano lo stesso impatto dei precedenti tentativi di minare la Repubblica islamica, per un motivo molto significativo. L’Iran ha ora due potentissimi amici, Russia e Cina, che per vari motivi vedono l’Iran componente essenziale del progetto infrastrutturale più grande del mondo, la Fascia e Via cinese (OBOR). Entrambe le nazioni sono anche acutamente consapevoli dei pericoli dell’estremismo islamico ai confini. L’Iran, contrariamente alla propaganda occidentale, è visto in contrappeso alla natura sunnita delle violenze che sconvolgono il Medio Oriente. Uno sguardo alla mappa mostra la posizione strategica dell’Iran. Fulcro logico dei grandi progetti di sviluppo eurasiatico, componente centrale dell’OBOR. Uno dei collegamenti ferroviari ad alta velocità dalla Cina all’Europa transiterà per l’Iran. Un’ulteriore linea ferroviaria ad alta velocità collegherà l’Iran al corridoio economico Cina-Pakistan che termina a Gwadar, sul Golfo Persico. Un altro sviluppo è il Corridoio dei Trasporti Internazionale Nord-Sud (INSTC) di 5600 chilometri, da Mumbai in India via Iran e Azerbaijan fino alla Russia. Prove furono condotte nel 2014. INSTC a sua volta si collega alla componente marittima dell’OBOR e all’accordo di Ashgabat firmato da India, Iran, Kazakhstan, Oman, Turkestan e Uzbekistan nel 2015. L’obiettivo dell’accordo è facilitare gli scambi commerciali tra Asia centrale e Stati del Golfo Persico. OBOR si sviluppa intorno a numerose strutture commerciali e finanziare, uno dei più importanti è la Shanghai Cooperation Organisation (SCO), la cui composizione si estende dalla Cina all’Asia centrale fino alla Russia. L’Iran è un membro associato della SCO e la sua piena adesione è fortemente sostenuta dalla Russia. La Russia è anche l’elemento chiave dell’Unione economica eurasiatica (EEU). L’Armenia, altro aderente dell’UEE ha recentemente dichiarato sostegno all’accordo di libero scambio tra Iran e UEE. Il 21 febbraio 2017, il primo vicepremier russo Igor Shuvalov visitava l’Iran per discutere di un simile accordo di libero scambio. Alcuno di questi sviluppi è gradito a Washington che monta una contro-strategia, l’obiettivo principale è rompere la sempre più forte relazione tra Russia e Cina, usando l’Iran come una pedina nella manovra geopolitica.
I resoconti sugli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti sono soprattutto voci dall’amministrazione Trump (molto contraddittorie) sulla normalizzazione delle relazioni con la Russia. Non c’è nulla di sottile o altruistico in tali mosse. Le osservazioni di Trump riflettono probabilmente il consiglio di Henry Kissinger che vede il riavvicinamento degli USA con la Russia come cuneo contro la Cina. Dalla Russia ci si aspetterebbe che sacrifichi i rapporti con l’Iran in cambio di concessioni ai confini europei, in particolare in Ucraina. Il Presidente russo Putin è troppo astuto per cedere a tali lusinghe. Anche se i media occidentali in gran parte l’ignorarono al momento, Putin spiegò la sua idea di un mondo molto diverso nel discorso alla conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2007. Putin indicò la natura “perniciosa” del mondo unipolare. Tale sistema in ultima analisi, si distrugge dall’interno. Putin disse che il “modello unipolare non solo è inaccettabile, ma è anche impossibile nel mondo di oggi“. Il modello “è viziato perché alla base non ci sono, né possono esserci i fondamenti morali della civiltà moderna. Oggi”, disse, “assistiamo all’iperuso incontrollato della forza, della forza militare, nelle relazioni internazionali, forza che spinge il mondo nell’abisso dei conflitti permanenti. Assistiamo”, continuò, “a un maggiore disprezzo dei principi fondamentali del diritto internazionale… Uno Stato, in primo luogo gli Stati Uniti, hanno oltrepassato i propri confini nazionali in ogni modo. Ciò è visibile nelle politiche economiche, culturali ed educative che impone alle altre nazioni. Bene, a chi piace?” Le osservazioni premonitrici di Putin furono ignorate dagli occidentali. Se l’avessero ascoltato, le osservazioni del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alla stessa conferenza, dieci anni dopo, nel febbraio 2017, non li avrebbero scioccati. Lavrov chiede un “ordine post-occidentale”, come il governo russo percepisce il futuro. Il discorso di Lavrov ha confermato che la Russia non è interessata a tornare sulla via filo-occidentale perseguita da Boris Eltsin nei disastrosi anni ’90. Dice all’occidente, in effetti, che se pensa di poter usare la Russia per “contenere” la Cina o imporre un cuneo tra questi due grandi poli del nuovo mondo multipolare, allora non ha fatto attenzione. Lo stesso vale per le speranze occidentali di utilizzare le concessioni alla Russia (nella misura in cui ci si può fidare) per imporre un cuneo tra Russia e Iran. Lungi dall’indulgere su ciò che Putin ha descritto come “personali pazzie” sulla Russia che attacca la NATO o altri, la Russia ha priorità più importanti, come aiutare e tutelare gli interessi sovrani degli amici, come l’intervento su richiesta del governo siriano. Un’altra manifestazione di questo nuovo orientamento è lo sviluppo di commercio, comunicazioni e legami nella difesa con l’Iran. Ciò ha incluso l’invio del sistema anti-missile S-300 all’Iran e l’eventuale potenziamento dell’Aeronautica iraniana con caccia Sukhoj Su-35. Un possibile ritorno delle forze russe sulla base aerea di Hamdan in Iran, viene anche discusso. Ancora più importante, come già osservato, la Russia aderisce con la Cina alla vincente strategia del Presidente Xi per lo sviluppo pacifico dell’Eurasia, che trasformerebbe la struttura geopolitica mondiale. Ironia della sorte, il geografo inglese Sir Halford Mackinder per primo espresse questa grande visione, nel 1904, ma sono i cinesi, in collaborazione con i partner della SCO e delle strutture finanziarie alleate, che avverano la visione di Mackinder.
Sarebbe ingenuo pensare che gli statunitensi accettino pacificamente la loro detronizzazione da unica potenza egemone del mondo. Senza dubbio s’impegneranno in ciò che Andrew Korybko descrive “guerre ibridi”, e ci si può aspettare che l’Iran ne sia l’obiettivo primario precisamente per le ragioni che ne fanno componente chiave dell’OBOR e relativi sviluppi. La SCO ha già una contro-strategia con la sua struttura regionale antiterrorismo, una forza di reazione rapida progettata per contrastare le minacce poste dalle strategie della guerra ibrida degli USA come terrorismo, rivoluzioni colorate e guerra economica per il cambio di regime. L’eliminazione progressiva del dollaro come mezzo principale del commercio internazionale, già a buon punto con BRICS, SCO e OBOR, fornirà ulteriori meccanismi di difesa, integrando le strategie militari attuare. Il mondo va creandosi intorno al triangolo Cina-Iran-Russia, offrendo una prospettiva molto diversa dalla guerra perpetua imposta dall’ordine mondiale anglo-statunitense. Il futuro del mondo dipende da questo successo.James O’Neill, legale australiano, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il 50% dell’oro delle banche centrali occidentali è scomparso

Egon Von Greyerz Goldbroker 20 febbraio 201720_CHF_Vreneli_1897Recentemente si sono avute informazioni che rendono il mercato dell’oro sovrano ancora più opaco. Le banche centrali e la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) fanno tutto il possibile per non rivelare nulla delle loro transazioni in oro. Tutte le transazioni sono segrete, e alcuna banca centrale ha mai fatto controllare le proprie riserve d’oro fisico. L’ultima revisione degli Stati Uniti risale ai giorni di Eisenhower, negli anni ’50. Ron Paul ha chiesto un controllo, senza successo. Trump farà una verifica? Questa sarebbe l’intenzione, ma quando scoprirà che manca gran parte delle 8000 tonnellate di oro degli Stati Uniti, resterà in silenzio. Negli ultimi anni, pressioni sono state fatte in Francia e Germania per effettuare controlli, ma senza concludere nulla. Alcun Paese vuole rivelare che non ha più oro.

Ci vogliono cinque anni alla Germania per rimpatriare 647 tonnellate d’oro
La Germania ha recentemente affermato di essere completamente trasparente sul suo oro, ma cosa ha rivelato al mondo? Nel 2013, la Germania annunciò il piano per rimpatriare 674 tonnellate di oro da Stati Uniti e Francia. Il primo anno ne recuperò solo 37 ed annunciò che avrebbe avuto il resto nel 2020. Ora dicono che il piano di rimpatrio sia accelerato. Delle 3381 tonnellate della Germania, il 51%, o 1713 tonnellate, tornerà in Germania entro la fine del 2017. Poco più del 49% dell’oro tedesco rimarrà all’estero: 1236 tonnellate ancora a New York e 432 tonnellate a Londra. Ci si chiede il motivo per cui ci vogliono cinque anni per rimpatriare 674 tonnellate di oro. I funzionari della Bundesbank hanno spiegato che si tratta di un complicato esercizio logistico. La Bundesbank avrebbe incontrato gravi problemi per trasporto, assicurazione, sicurezza, ecc. Ma prendendo la Svizzera ad esempio, importa ed esporta più di 2000 tonnellate di oro all’anno, escludendo i trasferimenti tra banche e casse private. Lo stesso in Paesi come Regno Unito, Cina, India e Stati Uniti. Quindi in tutto il mondo, migliaia di tonnellate di oro viaggiano senza alcun problema logistico. C’è da chiedersi perché i tedeschi, di solito dall’efficienza formidabile, abbiano problemi a rimpatriare 674 tonnellate nell’arco di cinque anni…
La ragione, naturalmente, è che l’oro non è disponibile perché prestato o venduto. Ciò è confermato dai rapporti sui lingotti pervenuti che non sono quelli originali. Ma la grande domanda ora è se esistono le 1668 tonnellate che dovrebbero trovarsi negli Stati Uniti e in Francia. Se esistono, perché non rimpatriarle immediatamente in Germania? In origine, l’oro fu depositato all’estero per la guerra fredda. Ma sarebbe stato difficile spiegare perché l’oro nel Regno Unito e in Francia impedisse la guerra fredda. Oggi non c’è la guerra fredda, quindi non è più un motivo valido. Sappiamo perché l’oro è trattenuto a New York e a Londra, perché è lì che la maggior parte delle transazioni in oro avviene. Ma le principali banche centrali, come la Bundesbank, non hanno bisogno di muovere l’oro se lo prestano. Tutti coloro che interagiscono con le banche centrali credono che siano affidabili. Non sono d’accordo. Le banche centrali detengono debito tossico che non sarà mai ripagato e, di conseguenza, non sono sicure.

Le Bullion Bank ipotecano più volte lo stesso oro
Allora, perché l’oro non è in Germania? Inizialmente fu utilizzato per prestiti e scambi. Prima, quando l’oro veniva prestato, rimaneva a Londra e New York, e passava da una banca all’altra. Ma ora le cose sono molto diverse, perché gli acquirenti sono soprattutto Cina, India e Russia. Questi Paesi non sono interessati all’oro cartaceo: vogliono i lingotti fisici. Il risultato di ciò è che quando una banca centrale presta oro a una bullion bank, questa lo vende alla Cina che riceve l’oro fisico. Tutte ciò che le banche centrali hanno è la cambiale emessa dalla bullion bank. Quando la banca centrale vuole recuperare il proprio oro, non sarà disponibile e la bullion bank dovrà prenderlo in prestito da qualcun altro, come ad esempio un cliente. Così le bullion bank ipotecano più volte lo stesso metallo. Perciò gli investitori non dovrebbero mai conservare il proprio oro in una banca. Le banche centrali non solo prestano l’oro al mercato, ma lo vendono anche in segreto. Ufficialmente, il totale delle riserve auree delle banche centrali è di 33000 tonnellate. Di queste, le banche centrali occidentali detengono circa 23000 tonnellate, comprese le riserve del FMI. Ma nessuno sa veramente quanto oro ci sia in occidente.

Il 50% dell’oro tedesco sarebbe in Cina?
Prendiamo l’esempio della Germania che, alla fine del 2017, avrà ufficialmente il 50% del suo oro, 1668 tonnellate, all’estero. Se questo oro è stato ceduto in prestito e poi venduto alla Cina, queste 1668 tonnellate sono definitamente uscite dall’occidente. Ma vengono ancora contabilizzate come oro dalle banche centrali occidentali. Tutto ciò che la Germania ha sono ricevute di carta che non potrà mai mutare in oro fisico. È certamente così per tutto l’oro delle banche centrali occidentali. Come la Germania, fino al 50% dell’oro delle banche centrali occidentali è probabilmente stato prestato, cioè 12000 tonnellate. La maggior parte delle 12000 tonnellate è stata acquistata dai Paesi della Via della Seta, come indicato di seguito. Questo lascia le banche centrali occidentali con una potenziale ricevuta cartacea da 500 o 1000 miliardi di dollari. Non vedranno mai più l’oro.

3000 tonnellate di oro vanno verso ad est ogni anno
Se diamo uno sguardo agli acquisti di oro provenienti dai Paesi della Via della Seta (India, Turchia, Russia e Cina), troviamo che dal 2009 hanno acquistato quasi 20000 tonnellate. Quasi 3000 tonnellate di oro all’anno, una quantità superiore alla produzione annua registrata in questi anni. Quattro Paesi hanno quindi assorbito la produzione annuale di oro degli ultimi sette anni. Inoltre, vi sono stati importanti acquisti da altri Paesi, nonché investitori. Non sorprende che gran parte della fornitura provenga segretamente dalle attività delle banche centrali. Circa 4500 tonnellate di oro vengono raffinate ogni anno. 3000 tonnellate dalla produzione mineraria e 1500 tonnellate dal riciclaggio. Dal 2011, quando l’oro raggiunse il picco di 1920 dollari, sembrava che ci fosse poco interesse e domanda di oro fisico, soprattutto giudicando dal declino del prezzo. Ma non è sicuramente così. Negli ultimi sei anni, 4000-4500 tonnellate di oro sono state raffinate ogni anno, e sono state assorbite dal mercato. Non ci sono riserve d’oro, da alcuna parte. Il calo dei prezzi, dal suo picco di 1920 dollari nel 2011 ai 1050 nel dicembre 2015, non ha nulla a che fare con il calo della domanda fisica. Come la maggior parte degli investitori sa, il prezzo dell’oro non è deciso dal mercato fisico, ma molto più dal mercato cartaceo. La manipolazione dei prezzi avviene nel mercato cartaceo. Ho detto più volte che il mercato dell’oro cartaceo, per come esiste oggi, non sopravviverebbe per molto. Quando i titolari dell’oro cartaceo capiranno che non c’è l’oro fisico per risolvere le loro richieste cartacee, allora il prezzo dell’oro salirà, non di centinaia di dollari, ma di migliaia di dollari, e assai rapidamente. Fino ad allora, gli investitori continueranno a comprare oro di carta e oro ETF. Alcuni di questi ETF si basano sull’oro, ma il problema è che gli ETF fanno parte del sistema finanziario, ed è impossibile sapere quante volte lo stesso oro sia stato usato o registrato. L’oro acquistato per preservarne il valore non dovrebbe essere detenuto dal sistema bancario. Oggi ci sono 2670 tonnellate di oro, o 106 miliardi di dollari, in ETF. Mentre aumentano i timori nel sistema finanziario, gran parte degli ETF in oro passerà ai privati e alle casseforti. Alcune aziende, come la nostra, che operano al di fuori del sistema bancario, possono offrire oro fisico allo stesso prezzo degli ETF, con proprietà diretta dei singoli lingotti, assicurati, permettendo una liquidità immediata.

Svizzera, snodo strategico per l’oro
E’ essenziale conservare l’oro in una giurisdizione stabile. Si temeva che la Svizzera non fosse più sicura dopo l’attacco delle autorità statunitensi contro UBS per dei conti non dichiarati da clienti statunitensi. Molti credevano che l’oro conservato in Svizzera sarebbe stato trasferito a Singapore. Abbiamo casseforti in entrambi i posti, ma non abbiamo visto migrazioni dalla Svizzera a Singapore o altrove. Molti investitori sono preoccupati dal rischio di confisca in diversi Paesi. Personalmente credo che detenere oro sia ormai così diffuso che la confisca non sia fattibile. E’ molto più facile tassare le attività come l’oro che confiscarlo. Le tasse dovrebbero aumentare in modo significativo nei prossimi anni, in particolare per i ricchi. La pianificazione fiscale è diventata importante quanto la pianificazione degli investimenti. E’ indispensabile conservare l’oro in un Paese che per tradizione lo detenga. Gli svizzeri risparmiano da tempo nell’oro. Alcuni comprano ogni mese una moneta d’oro da 20 franchi, il ‘Vreneli’. Un altro fattore compreso da pochi è l’importanza strategica dei raffinatori d’oro svizzeri. La Svizzera raffina più oro di qualsiasi Paese del mondo, circa i due terzi della produzione annua. L’oro è anche importante per le esportazioni svizzere. Nel 2016, le esportazioni di oro erano il 29% delle esportazioni, per un totale di 86 miliardi di CHF (86 miliardi di dollari). Per questa semplice ragione, la Svizzera non ucciderà la gallina dalle uova d’oro. Non riesco a immaginare la confisca di oro in Svizzera. Al contrario, invece penso che la Svizzera diventerà uno snodo ancora più importante di quanto lo sia oggi, sia per la conservazione che il commercio. Oltre al caveau delle banche (dove non si deposita il proprio oro), ci sono diverse casseforti private dalle notevoli dimensioni in Svizzera. Ci sono anche grandi depositi nelle Alpi. Alcuni sono ancora molto segreti e non vengono rivelati. Infine, i metalli preziosi sono appena entrati in un’importante fase di ascesa del mercato. Mentre la carta moneta continua a perdere valore, oro e argento inizieranno presto a riflettere i rischi dell’economia globale e del sistema finanziario.

Il deficit commerciale cronico degli Stati Uniti porterà al crollo del dollaro
Se guardiamo al dollaro statunitense, il deficit commerciale cronico da 41 anni basta ad azzerarlo. Una volta che perderà lo status di valuta di riserva, nulla lo salverà. Perciò è essenziale mutare le riserve in dollari in oro e argento.

La carenza di oro e argento provocherà la compressione dei prezzi
La stretta sull’offerta dei metalli preziosi in combinazione con l’implosione del mercato cartaceo porterà a un notevole aumento dei prezzi, nei prossimi anni. Siamo in un momento in cui gli investitori possono ancora comprare oro fisico e argento a prezzi estremamente ragionevoli. Mentre una grave carenza è attesa, ciò sarà impossibile. L’oro fisico e l’argento sono l’assicurazione migliore per proteggere le ricchezze contro i molteplici rischi globali. L’investitore deve garantirne un deposito sicuro e non deve toccarlo, a prescindere dai movimenti dei prezzi. Un giorno, molti anni dopo, l’investitore sarà sorpreso dalla crescita esponenziale del valore dei metalli preziosi nelle monete a corso forzoso.silk-road-gold-demand

Fonte originale: Cervino GoldSwitzerland
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Knickerbocker, anticomunista amico dell’evidenza

Luca Baldelli

08-0158L’anticomunismo e, in misura ancor maggiore, l’antisovietismo, sono due patologie particolarmente gravi in quanto negano non tanto i principi, i valori e i riferimenti (ognuno ha, legittimamente, in base al pensiero che professa, i propri!), bensì anche e soprattutto l’evidenza smaccata, quella che solo l’asino col paraocchi può non vedere e non notare. Accade così di leggere tutta una teoria di opere stereotipate, stucchevoli, trasudanti infima propaganda da ogni rigo, nelle quali l’URSS viene descritta, in diverse epoche e differenti passaggi della sua storia come un universo invariabilmente connotato da miseria, oppressione, sfruttamento, arretratezza. Si sa: gli araldi dell’antisovietismo, per poter maldestramente mascherare la triste realtà del sistema capitalista a loro caro, quello che li ha sempre cullati e foraggiati senza soluzione di continuità, han sempre dovuto dipingere il socialismo con colori tetri e fosche tinte, trasferendo su di esso le tonalità proprie del sistema capitalistico borghese, addossando all’URSS e ai Paesi socialisti i difetti, le storture, le bestialità che si incontrano, regolarmente e strutturalmente, nelle Nazioni dove al potere stava e sta la borghesia, con i suoi monopoli e oligopoli, col suo sistema di sfruttamento, speculazione, svalorizzazione e sprezzo della dignità umana. Così, sul fronte anticomunista ed antisovietico incontriamo pamphlets orrendamente faziosi, a volte apertamente ridicoli, raffiguranti trinariciuti mostri pronti a balzare sulla povera ed indifesa Europa, cosacchi ansiosi solo di bagnarsi gli stivali nella fontana Piazza San Pietro a Roma, contadini affamati e sfruttati, operai allo stremo delle forze, costretti a lavorare per lo “Stato padrone” (i servi non ce la fanno a concepire un mondo senza il “padrone”, debbono sempre evocarlo!). In questo orizzonte tragicomico di falsità, bugie acclarate, manipolazioni rocambolesche, patacche spacciate per documenti autentici ed indiscutibili, testimonianze attinte da personaggi inesistenti, si distingue un anticomunista di ferro: Mr. Hubert Renfro Knickerbocker, giornalista del “New York Evening Post” di New York, nato nel 1898 e prematuramente deceduto nel 1949, a causa di una sciagura aerea nei cieli di Bombay. Figlio di un reverendo, Knickerbocker vide la luce a Yoakum, nel Texas, studiò psichiatria presso la Columbia University e, successivamente, iniziò a coltivare la passione per il giornalismo d’inchiesta e per i reportages, scrivendo pezzi di valore per il sopramenzionato “New York Evening Post” e per il “Philadelphia Public Ledger”. Il sacro furore per il giornalismo, corroborato da talento nell’individuazione dei temi e nella prosa scorrevole, “currenti calamo”, varrà a Knickerbocker il Premio Pulitzer nel 1931. Alla base della decisione della giuria, incaricata di stabilire i vincitori del prestigioso riconoscimento, stava una serie di articoli di Knickerbocker sul Piano quinquennale sovietico.
Il giornalista fu infatti testimone, obiettivo e disincantato, di quella gigantesca opera di modernizzazione, ingegneria sociale ed economica, trasformazione di un contesto arretrato e dipendente dall’estero in un panorama all’avanguardia nel mondo, chiamato “Primo Piano Quinquennale”. Dal 1928 al 1932, l’URSS vide dispiegarsi energie umane, intellettuali e materiali, mai mobilitatesi in forma cosciente e partecipe per tutto l’arco della storia dell’umanità: basti pensare che, nel quinquennio preso in considerazione, la produzione di energia elettrica crebbe di 7 volte rispetto al 1913, con 10 nuove grandi centrali di potenza superiore a 100000 kW, mentre, nello stesso periodo, l’URSS passò dal 6° al 2° posto nel mondo per la produzione di ghisa e di acciaio fusi, ponendosi al 1° posto in Europa per le stesse voci. La disoccupazione sparì e la classe operaia crebbe da 11600000 unità a 22900000. Un cammino compiuto dai Paesi capitalisti in 100 anni! La stampa fascista europea e quella filo–fascista statunitense, basti pensare ai giornali in mano al magnate William Randolph Hearst fervente ammiratore di Mussolini e Hitler, cercava in ogni modo di diffamare l’URSS con la diffusione di notizie false e calunniose, inventando con l’ausilio di testimonianze false e veline disinformanti preparate nei laboratori dei servizi segreti imperialisti, storie di carestie e di crisi irreversibili nel Paese dei Soviet. Bisognava, ad ogni costo e in ogni modo, distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal disastro dell’economia capitalista entrata, essa sì, in una tremenda crisi a partire dal 1929; bisognava, prima di tutto, impedire che milioni di uomini e donne sfruttati dal grande capitale aprissero gli occhi sulla nuova, prospera e feconda realtà sovietica, sul nuovo orizzonte socialista che, con energia e potenza inauditi, stava additando al mondo l’alba di un mondo diverso, senza sfruttamento, senza parassiti, senza guerre. Un mondo verso il quale, tra l’altro, cominciavano ad emigrare diversi proletari europei ed americani, messi completamente sul lastrico dalla chiusura di aziende e siti produttivi.
H.R. Knickerbocker, pur anticomunista per formazione e credo, come abbiamo accennato, si pose sempre al di sopra della bassa propaganda anticomunista ed antisovietica: egli, pur mantenendo intatti i suoi giudizi di valore e le sue idee circa il marxismo–leninismo, descrisse con obiettività e completezza la realtà della gigantesca trasformazione in atto nelle terre dell’ex-Impero russo, trasmettendoci, attraverso le pagine dei suoi articoli e delle sue opere, l’immagine di un poderoso progresso e di un impetuoso sviluppo. Il tutto con una professionalità, un acume e una preveggenza che non poterono lasciare insensibili ed indifferenti settori significativi del giornalismo e dell’editoria anche nell’Italia fascista, lanciata nella sua crociata contro il sempre asserito “pericolo bolscevico”: tra il 1931 ed il 1932, infatti, in ben quattro edizioni, Valentino Bompiani pubblicò, nella collana “Libri scelti”, la traduzione dell’opera di H.R. Knickerbocker “The Soviet Five Year Plan and Its Effect on World Trends”, sotto il titolo “Il Piano quinquennale sovietico”. Il lavoro del sapiente giornalista era destinato a compiere il giro del mondo e già precedentemente era stato diffuso in tedesco, svedese, danese. In esso Knickerbocker, con dovizia di dati e riferimenti, aveva raccontato il suo viaggio nella terra dei Soviet, mettendo in luce come lì si stesse compiendo, con chiaroscuri e molteplici difficoltà ma complessivamente con innegabile successo, il più grande esperimento di radicale trasformazione sociale mai tentato prima, volto a costruire l’uomo nuovo e a gettare alle ortiche, per sempre, il modello capitalista segnato da profonde, ricorrenti crisi derivanti dal proliferare dell’anarchia produttiva. “La differenza veramente importante fra il capitalismo di Stato sovietico ed il capitalismo privato, nota Knickerbocker nell’introduzione all’opera, sta nell’elemento della preorganizzazione, che è uno dei principi base della economia marxista. Nel mondo del capitalismo privato la concorrenza sfrenata porta inevitabilmente, secondo Marx, a periodi di sovraproduzione, di disoccupazione e di crisi del genere di quella attraverso a cui passa ora il mondo. Il prevenire la sovraproduzione è il vantaggio fondamentale che si è voluto attribuire in teoria ad una economia preorganizzata (…). L’ormai famoso Piano Quinquennale è il più ambizioso tentativo che sia mai stato fatto di mettere in pratica il principio della preorganizzazione. E’ il tentativo di divisare in anticipo, per cinque anni, il corso di vita di un’intera nazione di 150 milioni di anime”.
51zzjthqssl Dinanzi a queste riflessioni, messe nero su bianco da un lucido anticomunista, suscitano davvero ironia e rabbia i deliri pseudo–utopistici di trotskisti e “comunisti libertari”, alla perenne ricerca del pelo dell’uovo nel “socialismo reale”, in continua tenzone con la realtà dei rapporti sociali e di produzione per affermare, dando la scalata a tutti gli specchi del mondo, un improbabile modello di socialismo tanto simile, nella sua ubicazione spazio-temporale, nel suo stesso ubi consistam, all’Araba fenice del Metastasio. Un modello sempre al di là del raggiungibile, sistematicamente accompagnato da un’azione politica completamente impotente nel raggiungimento del seppur minimo obiettivo marxista–leninista, ma regolarmente esigente e ipercritica verso le realizzazioni concrete delle esperienze del socialismo reale avanzato. Knickerbocker, nella sua introduzione, individua con lucidità i timori ed anzi il terrore della borghesia capitalista, consapevole, a differenza dei trotskisti, dei traguardi raggiunti via via dalla pianificazione quinquennale, rispetto ai quali i piani moquettati delle direzioni aziendali e i salotti buoni trapunti di cuoio e velluti delle ville dei magnati, ricevevano a ritmo serrato aggiornamenti statistici riservati su base quasi quotidiana: “Mentre la stampa borghese dell’Europa, scrive il brillante giornalista. continua ad annunziare, a beneficio dei comunisti locali, che il Piano Quinquennale è un insuccesso, gli uomini d’affari, e specialmente i maggiori industriali e banchieri, sono individualmente convinti del suo probabile successo. Essi, certo, temono la concorrenza delle esportazioni sovietiche di materie prime, specialmente di legname, di grano e di petrolio, e temono la probabile concorrenza, fra alcuni anni, dei prodotti industriali, che probabilmente usciranno dalla gigantesca macchina economica che si sta ora costruendo laggiù”.
Knickerbocker vede con chiarezza nell’URSS un Paese permanentemente mobilitato per superare la storica arretratezza ereditata da secoli di dominio aristocratico, con poche isole, pur in alcuni casi importanti ed avanzate, di sviluppo capitalistico–borghese: “Mosca, Nizhnij Novgorod, Cheljabinsk, Ufa, Samara, Stalingrado, Gigant, Verblud, Rostov, Baku, Tiblisi, Chjaturi, Batum, Jalta, Sebastopoli, Dnieprostroj, Stalino e il bacino del Don, tutti questi sono salienti nella guerra per l’industrializzazione che tiene oggi la Russia in uno stato febbrile. In tutte queste città, in grado diverso, ma sempre impressionante, io ho trovato una atmosfera di lotta, una nazione in armi che vive figuratamente, ma effettivamente, sotto la legge marziale e a razioni come in uno Stato assediato”. A parte il parossismo, l’iperbole della raffigurazione di un terra simile quasi all’antica Sparta (la realtà era molto più ridente e complessa, si pensi alle gioiose iniziative della gioventù comunista in tutto il Paese), Knickerbocker coglie però un dato fondamentale: la forza, l’efficacia della mobilitazione di tutto un popolo oltre i confini etnico–repubblicani, nella scalata al cielo verso le mete dell’uguaglianza, del benessere, dell’autentica libertà. Accanto a questo, crollano palesemente, nella narrazione, alcuni luoghi comuni e mistificazioni di certa stampa: in particolare, l’insistente ritornello per il quale, in URSS, solo pochissime città erano visitabili dagli stranieri. Knickerbocker gira il Paese in lungo e in largo e non deve fronteggiare ostacoli, inciampi, barriere burocratiche oltre a quelle normali, pienamente legittime, che ogni Stato degno di questo nome deve necessariamente annoverare nei propri ordinamenti. L’URSS gli si presenta come un libro aperto, in cui nessuno ha alcunché da nascondere e in cui anzi dominano la fierezza e l’entusiasmo proprio nel mostrare i successi, le conquiste ottenute e anche le inevitabili difficoltà, i ritardi, le carenze. Il giornalista percepisce il clima di sobrietà e austerità regnante, ma nega che nel Paese vi sia la fame o, peggio, la carestia che i disinformatori professionali tentano di accreditare per deviare l’attenzione dalla vera carestia, quella che negli USA sta facendo morire di fame milioni di persone, lavoratori e piccoli borghesi (ci vorrà uno studio del 2008 compiuto da uno storico e demografo russo, Boris Borisov, per scoperchiare questa fetida pentola…): “La mia prima esperienza, entrando nella Russia sovietica, non si può dire tipica di un paese in cui la mancanza di cibo forma il principale argomento di conversazione. Io mi rallegravo dentro di me per essere passato attraverso la dogana con un sacco contenente 50 chili di carne tedesca in scatola, quando ricevetti un invito a pranzo. Il mio primo pasto sul suolo russo fu singolare. Sul menù figuravano: caviali della migliore qualità, varie specie di pesce di fiume affumicato (di quello che soleva trarre in passato a Mosca i ghiottoni di tutto il mondo), una saporosa zuppa di crema, dei pasticci ripieni di carne affettata, polli novelli, fagiani, un uccello raro, chiamato tsesarka, che somigliava a un piccione, formaggio, cocomeri, pere, lamponi e altre frutta”. Il tutto cucinato, si badi bene, dallo stesso chef che, a suo tempo, aveva preparato pranzi e cene per il Granduca Nicola, alla faccia di asserite epurazioni “selvagge” nell’entourage imperiale, cavalli di battaglia, questi, di certa propaganda menzognera quanto grottesca.
Knickerbocker viaggiava sì in un vagone speciale, ospite di un ingegnere statunitense esperto in progetti idroelettrici e benvoluto da Stalin ma, anche quando tenta di dare, come si suol dire, un colpo al cerchio e uno alla botte, ci mostra come anche nei vagoni–ristorante affollati dal popolo il vitto non sia poi da buttare per un Paese in regime di austerità: qui infatti la colazione consiste di “due uova, un piccolo provino di burro, del zwieback (fette biscottate, ndr) e del tè”. Un menù dinanzi al quale un operaio italiano, francese o statunitense, che avesse avuto la ventura di viaggiare in un convoglio in terza classe, avrebbe senz’altro strabuzzato gli occhi dalla meraviglia! Nella capitale, Mosca, l’abbondanza di cibo e l’assenza di qualsivoglia penuria è palese: “C’è abbondanza di pane. Per le vie di Mosca passano carri carichi di pane. I ragazzi corrono a casa con la razione del giorno, chini sotto il peso di 3 o 4 pani voluminosi. Il pane ha più importanza per l’Europa che per l’America. Per la Russia poi ha più importanza che per l’Europa occidentale (…). Col Piano Quinquennale la Russia aspira ad arrivare alla classe della carne. Sarà una salita difficile perché per il Piano Quinquennale la Russia è discesa sulla scala dietetica di parecchi pioli dalla posizione che occupava tre anni fa”. L’anticomunismo di Knickerbocker lo spinge a tirare conclusioni affrettate, in questo caso, ma pretendere una trattazione all’unisono esaltante o entusiastica della realtà sovietica sarebbe troppo, vista la considerevole obiettività della quale il giornalista dà comunque prova nei passaggi decisivi. Non criticheremo quindi il suo racconto per non aver considerato, ad esempio, delle pingui mense dei contadini ricchi e in parte medi, i quali macellavano in massa animali utili al lavoro e se li mangiavano in quantità industriali, come mai era avvenuto prima nella storia del contado russo, a spese di contadini poveri e di una consistente parte di quelli medi e soprattutto a spese (fino al 1933/34) della classe operaia urbana, quantunque soccorsa da mense a prezzi assai convenienti, prima inesistenti. Lo stesso Knickerbocker ammette che, nonostante il deficitario approvvigionamento in latte, grassi, uova, carne (la situazione in realtà è più rosea, come vedremo) “si può avere, in Mosca, regolarmente, lo zucchero”. Se le patate sono “limitate” (in realtà, il consumo di questo alimento in URSS era tra i più alti al mondo), il giornalista nota che “c’è abbondanza di caviale”, ovvero è largamente diffuso e a buon mercato quello che, in occidente a quel tempo, è rara avis, preziosità disponibile soltanto per i palati dei ricconi. La tessera di un lavoratore manuale poi dimostra come anche di grassi non vi sia assolutamente scarsità: infatti, accanto a 1 kg di pane al giorno (in Italia il consumo medio era di molto inferiore), 0,5 kg di maccheroni, 2 kg di cereali e 10 uova al mese, gli sono garantiti 300 grammi di burro su base mensile, farina tre volte al mese in discreta quantità, 300 grammi di carne per tre volte ogni 10 giorni. In più, nei magazzini sono disponibili, senza razionamento, cavoli, cetrioli, cipolle, pomodori, fave e altro ancora e, per integrare il paniere acquistato con o senza tessera presso i magazzini statali e cooperativi, vi sono ovunque i mercati kolkhosiani nei quali i prezzi sono determinati dal libero gioco della domanda e dell’offerta. Tra i mercati liberi, spiccano il Sukharevskij perennemente affollato e lo Smolenskij. Non è però tutto; i lavoratori sovietici coltivano una passione che, per i loro colleghi del mondo capitalista può abitare solo nel mondo dei sogni; vanno in massa al ristorante. “Tutti i restaurants di Mosca sono di proprietà del Governo o cooperativi. Se uno non ha abbastanza da mangiare a casa può mangiare al restaurant”.
five-year1Ad Azbest, città industriale in crescita continua, vera e propria creatura del Piano Quinquennale, il benessere marcia spedito assieme al progresso industriale, tecnologico, delle condizioni di lavoro: “quando i lavoratori ritornano a casa, dopo il loro turno di sette ore, trovano un alloggio decente negli edifici costruiti per loro e che si distendono in forma di ventaglio dal lago nel centro della città. Ogni famiglia ha almeno una camera. (…) Sulle prime gli operai dovevano fare il viaggio fino a Sverdlovsk (70 km a sud–ovest, ndr) per farsi visitare da un medico. Ora invece c’è un ospedale con 120 letti, un policlinico con 60 letti ed un certo numero di medici. Il loro ‘Istituto di Cultura’ è stato di recente completato al costo di 1200000 rubli. In Azbest non ci sono, naturalmente, preoccupazioni per il combustibile; ce n’è abbastanza per gli inverni di un secolo, sebbene in Mosca il freddo sia tale da agghiacciare”. L’avventura di Azbest è emblematica dello sviluppo del Primo Piano Quinquennale: fiorita con il lavoro ed il sacrificio di migliaia di persone da un piccolo centro di nemmeno 8000 abitanti, la città arriverà a comprendere, nel 1939, ben 30000 abitanti, sempre meglio riforniti di alimentari, alloggiati e approvvigionati con servizi costantemente potenziati e rinnovati. In quel 1930/31 che vede la visita di Knickerbocker, il tenore di vita è già abbastanza elevato, nel suo seguire il passo dell’imponente processo di accumulazione e investimento per la creazione di nuove industrie ed infrastrutture: “Noi visitammo la cooperativa. Si vendevano, riferisce il giornalista, scarpe, stivali e soprascarpe di gomma, abiti e soprabiti, utensili domestici. Carne di manzo, agnello, montone e porco era in vendita (…). La produzione, paragonata a quella che si aveva antecedentemente, è raddoppiata: paragonata con quella del Piano è indietro del nove per cento ma, tutto sommato, il Piano Quinquennale sembra che abbia in Azbest un eccellente inizio”. La penuria notata dal giornalista, in alcuni passaggi, presso i mercati privati, ovvero presso i canali commerciali utilizzati dai contadini per vendere le loro eccedenze, dipendeva proprio da quanto è contenuto nel brano sopra riportato: il costante rafforzamento del commercio socialista (statale e cooperativo), sempre più presente, assortito e con volume d’affari crescente. Al crescere dell’incidenza di quest’ultima forma di vendita alla popolazione, calava, inevitabilmente, il peso specifico dei mercati kolkhosiani e consimili. Il poderoso sviluppo della collettivizzazione agricola, condotto lungo i binari della mobilitazione dal basso dei contadini poveri e medi, su basi volontarie e non coattive (salvo pochi episodi di deviazioni, prontamente sconfessati e corretti dal Partito e dal Governo, si pensi all’articolo di Stalin dal titolo “Vertigine dei successi”, pubblicato nella “Pravda” del 2 marzo 1930), era il primo elemento che garantiva una produzione di derrate sempre più considerevole, da parte dei kolkhos e dei sovkhoz, con conseguente rifornimento dei canali del commercio socialista in misura crescente.
Knickerbocker esamina e descrive, in maniera vivace e pittoresca, anche lo sviluppo del trasporto ferroviario ed il vertiginoso aumento dei suoi utenti, conseguenze naturali del ritmo accelerato di crescita economica impresso al Paese dalla pianificazione: “Immaginate Times Square alle 5 del pomeriggio, ed ognuna delle diecine di migliaia di persone che vi si affollano con una pentola per il tè o con altro simile oggetto legato dietro le spalle ed avrete una idea della sala d’aspetto ferroviaria di Sverdlovsk. Essa poco mancò che costasse la vita ad un corrispondente americano (…). La massa addormentata si risveglia, si contorce e si eccita. Ecco che cinquecento uomini, donne e ragazzi balzano in piedi e prendendo su i loro materassi, i loro cuscini, i loro sacchi, le loro corde e tutti gli altri oggetti più vari dei quali si carica ogni viaggiatore russo, si preparano a dare l’assalto al treno. (…) Nessuno che non vi sia stato può avere una idea della densità del movimento sulle odierne ferrovie russe. (…) Ottenere i biglietti è una occupazione che porta via una settimana”. In un contesto simile, con pochi paragoni possibili con il resto del mondo, come stupirsi di incidenti, disservizi, aritmie nel servizio? Tuttavia, nonostante questi inconvenienti, puntualmente riferiti senza alcuna censura dalla stampa e dagli organi di governo sovietici, nonché riportati fedelmente da Knickerbocker nella sua opera, “è un fatto che durante l’anno (1930, ndr) le ferrovie sovietiche hanno caricato in media 9500 vagoni al giorno in più che non nel 1928–1929, ossia 3500000 vagoni in più all’anno. Il sistema ferroviario non è peggiorato: malgrado i suoi difetti è anzi migliorato in confronto degli anni passati, ma si è dimostrato inadeguato per le necessità del Piano Quinquennale”. I limiti, le deficienze, le carenze strutturali della rete ferroviaria verranno efficacemente affrontati, colmati e risolti negli anni a venire, con un insieme di misure improntate alla valorizzazione del patrimonio esistente, a più tempestive e complete manutenzioni, a investimenti mirati alla modernizzazione delle infrastrutture, alla lotta contro fenomeni persistenti di sabotaggio e diversione. Questi provvedimenti, attuati sotto l’egida ferma e autorevole di Kaganovic, condurranno ad un eccezionale miglioramento qualitativo del trasporto ferroviario sovietico, innalzandolo ai più alti livelli mondiali fin dal 1935. Potente, nel suo plastico realismo, la descrizione dell’imponente cantiere di Magnitogorsk, dove gli operai stanno per costruire la più imponente impresa del Piano Quinquennale: il kombinat metallurgico noto con la sigla MMK, destinato a diventare il più grande dell’URSS e uno dei maggiori a livello planetario. “L’investimento, da parte del governo, sottolinea Knickerbocker, di 800 milioni di rubli nella costruzione dell’acciaieria, ne fa l’impresa più formidabile del Piano, quattro volte maggiore, in realtà, di quella che era fin qui la più grande impresa del Piano, cioè la stazione idroelettrica ‘Dnieprestroj’”. Il giornalista paragona la realtà nascente di Magnitogorsk a quella di Gary, famoso centro statunitense dello Stato dell’Indiana caratterizzato dalla presenza di un’imponente acciaieria costruita, sottolinea Knickerbocker, in ben 12 anni, con una produzione di 3400000 t su base annua. Egli rileva poi come, nella Capitale, in tanti sottovalutino il progetto e i progressi conseguiti a Magnitogorsk: “In Mosca quelli che pretendono di sapere ogni cosa riguardo al Piano dicono che una visita a Magnitogorsk non è interessante. Aggiungono che il progetto esiste solo sulla carta. Noi siamo invece passati attraverso uno dei baraccamenti che ospitano 35000 persone. Sobbalzando su delle strade che mettevano a dura prova le molle della Ford dell’agente della compagnia, noi passiamo davanti a moltissime tende e baracche. Si vedevano delle luci (…)”. Vi erano dei detrattori pronti a sminuire certe imprese e a diffondere, attorno ad esse, l’ombra della sfiducia? Oppure si trattava di riservatezza e prudenza per non esporre troppo il processo di costruzione del socialismo, in alcuni suoi gangli strategici, ad occhi indiscreti e maliziosi, scoprendo carte che era bene non venissero messe in tavola in quel momento? Non lo sappiamo, ma negli anni a venire saranno scoperti e puniti diversi sabotatori, propagatori di notizie false e autori di atti criminali volti a minare il potenziale produttivo e a compromettere la realizzazione degli obiettivi della pianificazione.
1st5yrplanKnickerbocker, ad ogni buon conto, passa sopra tutti gli ostacoli e, anche in questo caso, va a vedere di persona come stanno le cose, tocca con mano la realtà, non se la fa raccontare in base a stereotipi e a notizie di terza mano. Egli incontra anche gli ingegneri ed i tecnici statunitensi, presenti a Magnitogorsk per prestare assistenza e scambiare esperienze con i loro omologhi sovietici, nel processo di costruzione del giaantesco kombinat: “Grandi aperture nel suolo, foreste di impalcature, mucchi di rotaie ferroviarie, qua e là muri in mattoni si vedevano nei punti dove devono sorgere gli alti forni, le acciaierie, una centrale elettrica, una fabbrica di prodotti chimici, destinati a fare di Magnitogorsk la capitale dell’acciaio del mondo rosso. Gli ingegneri della Compagnia A.G. McKee di Cleveland dicono che è letteralmente il più grande accampamento per costruzioni che sia mai sorto”. Da queste righe emerge chiaramente come l’URSS, lungi dall’essere il Paese isolato, chiuso ad ogni influenza esterna, morbosamente geloso dei suoi confini e della sua “riservatezza”, nei termini in cui lo descriveva e continua ancor oggi a descriverlo la propaganda imperialista, era in realtà una terra ospitale, pronta a confrontarsi con il mondo economico e politico esterno, pienamente disponibile a fornire il suo contributo in programmi di cooperazione su un piede di parità con tutte le Nazioni, specie quelle più avanzate dal punto di vista dello sviluppo di determinate tecnologie produttive. Mai l’URSS chiuse le sue porte a tecnici, ingegneri, imprenditori ben intenzionati a collaborare per la suprema causa dello sviluppo economico, per l’implementazione dei rapporti bilaterali sul piano della cultura, del turismo, del commercio, per il rafforzamento della cooperazione scientifica. Rappresentanti commerciali e tecnici della Ford e di altre importantissime aziende del panorama industriale occidentale furono presenti in terra sovietica per tutta la prima metà degli anni ’30. Le frontiere venivano piuttosto serrate, con barriere sacrosantamente impenetrabili, dinanzi a terroristi, spie, sabotatori, denigratori, seminatori di zizzania ideologica e politica. Per tutto ciò non possiamo biasimare, bensì lodare i dirigenti sovietici, specie quelli degli anni ’30-’40. Ritornando alla realtà in prodigiosa trasformazione a Magnitogorsk, vediamo come Knickerbocker compia alcune illuminanti considerazioni sui ritmi di lavoro, sul regime delle retribuzioni degli operai, sull’andamento dei prezzi dei generi di consumo: “l’attività costruttrice. scrive il giornalista. è stata sorprendente durante i pochi mesi che sono passati dal luglio 1930, quando i lavori sono cominciati. La prima opera ad essere completata ha raggiunto il record della velocità. In poco più di quattro mesi il fiume Ural ha visto costruire una diga, lunga tre quarti di miglio e contenente 40000 metri cubi di cemento armato: 1500 operai, lavorando in tre turni di otto ore l’uno, per 24 ore al giorno, stimolati dal sistema di cottimo, dai premi e da tutte le arti della propaganda, hanno costruito questa diga così rapidamente e così bene come non avrebbe potuto essere costruita in alcuna altra parte del mondo. Tale è l’opinione di Jack Clark, l’ingegnere americano che soprasiedette ai lavori(…) Il salario medio degli operai impiegati nella diga di Magnitogorsk, secondo l’ingegnere sovietico in carica, è di 5 rubli al giorno, ma egli disse che la eccezionale laboriosità di alcuni di essi ha permesso loro di guadagnare perfino 12 rubli al giorno (…). La carne si vendeva a 160 copechi il chilo (1,60 rubli, ndr), il burro, che a Mosca costa 20 rubli al chilo, qui ne costava 8. Le uova due rubli per decina. Grande quantità di koumis, il latte fermentato di cavalla, che è una specialità kirghisa, si poteva avere in fiaschi, o in bicchieri o in tazze”. Un’agiatezza tale da far invidia a qualsiasi lavoratore occidentale, nel periodo preso in considerazione! C’è da rilevare poi che Knickerbocker non potette assistere, negli anni a venire, al gigantesco progresso che si registrò a Magnitogorsk relativamente allo sviluppo dell’edilizia abitativa: alla fine degli anni ’30, in quel centro nevralgico dell’apparato produttivo sovietico, non era rimasta più nemmeno una baracca, in quanto tutti gli operai e gli impiegati avevano ricevuto assieme alle loro famiglie, al pari di altre figure professionali, alloggi salubri e confortevoli, in nuovi quartieri dalle vie ampie e squadrate. Tuttavia, le stesse baracche viste da Knickerbocker, e da lui descritte in alcuni passaggi, erano infinitamente più confortevoli e funzionali di quelle ben note ai minatori e agli operai italiani emigrati nel BENELUX: tutte costruite in legno di pino, con parti in cemento, esse erano ottimamente isolate dagli agenti atmosferici esterni ed il loro livello di pulizia era sempre ottimo, sovente impeccabile.
Per quanto concerne la città di Stalingrado, anch’essa trincea fondamentale nella lotta per il compimento del Primo Piano Quinquennale, Knickerbocker vi rileva segnali inequivocabili di benessere e sviluppo: “I salari degli operai russi e delle operaie a Stalingrado vanno da 2 a 5 rubli al giorno (…) e i meccanici esperti guadagnano fino a 10 rubli al giorno.(…) 22000 operai lavorano alla costruzione della fabbrica e degli alloggi, 7000 alla produzione di trattrici. Essi vivono in condizioni che sarebbero considerate lussuose in Mosca. 7000 sono alloggiati in nuovi caseggiati divisi per appartamenti, di cui ce ne sono 100. Ogni caseggiato contiene 40 appartamenti di 3 camere l’uno. Gli altri (gli addetti alla costruzione di impianti industriali ed edifici abitativi, ndr) vivono in baracche. Mangiano meglio che non in qualsiasi ristorante russo, per i russi, in Mosca. Ho visitato uno dei ‘stolovajas’ (trattorie tipiche russe, ndr). Il suo menù, cotto abbastanza bene, servito con sufficiente pulizia, consisteva di una zuppa di maccheroni per 25 kopechi, di manzo per 50, di pesce e pomidoro per 25, di caffè per 15, di maccheroni al latte per 25, di cervello per 50, di polpette di manzo in cavoli per 50, di dolce per 45, di tè per 5 kopechi”. Niente male davvero, per un ristorante popolare utilizzato principalmente come mensa dagli operai! Quale operaio americano, nello stesso periodo, poteva gustare, a prezzi accessibili, simili leccornie? Nelle mense delle fabbriche occidentali, nonché nelle osterie e trattorie accessibili al ceto proletario, non si andava oltre una minestra e qualche aringa!
7282e08563042269789287a480e56517Knickerbocker non sorvola certo sull’esistenza del “lavoro forzato”, sul quale tante speculazioni sono state imbastite dai falsari della storiografia borghese, ma ancora una volta nel suo racconto risaltano obiettività e rispetto dei fatti reali. Egli, infatti, riporta letteralmente le parole di Ivan Jakovlevich Bergis, Presidente della “Compagnia Volga–Caspiana”, uno dei più fiorenti trust attivi nel taglio, nella lavorazione e nel trasporto di legname: “Nella industria del legname (…) i kulak sono impiegati solo nel tagliare e trasportare gli alberi. E’ vero che sono usati nelle segherie a Sverdlovsk, nella regione degli Urali, ma non crediate che si tratti di lavoro non pagato come si fa coi prigionieri (…). La nostra legge è chiara. Chi non lavora non mangia, e i kulak non vogliono lavorare. Così ora noi insegniamo loro a lavorare”. Sull’incidenza complessiva del “lavoro forzato” Knickerbocker, in poche battute, fa strame di tutte le grottesche speculazioni anticomuniste che vanno per la maggiore ancora oggi, tendenti ad accreditare un universo sovietico simile all’Egitto del tempo dei Faraoni, con masse di schiavi orrendamente oppressi, giacenti sotto al giogo di un pugno di tiranni: “Quanto al lavoro dei prigionieri di cui ha fatto cenno il presidente, non ce n’è molto che salti agli occhi di chi viaggia attraverso quelle regioni dell’Unione dei Soviet che si possono visitare. In tutto il mio viaggio io ho notato un solo gruppo di prigionieri, una banda di uomini sul genere di quelli che si vedono frequentemente nel Texas o in altri Stati del Sud che impiegano ancora oggidì i prigionieri per i lavori stradali. Questa banda l’ho vista in Cheljabinsk e ritornava da una zona dove aveva lavorato a gettare le fondamenta di case per operai”. Sulle accuse all’URSS di praticare il dumping, ovvero forme di esportazione aggressive ed agguerrite, tutte condotte sulla base della rincorsa al prezzo più basso, tale da mettere in difficoltà i produttori delle stesse tipologie di merci e prodotti esportate nei loro rispettivi Paesi, Knickerbocker non giunge a conclusioni nitide e precise, supportate da dati inequivocabili, ma di certo non si accoda al baccano propagandistico, agli strali e agli anatemi lanciati, con insistente martellamento, dalle centrali della propaganda capitalistico–borghese. Con particolare riferimento all’antracite, materia prima presente in posizione preminente nelle accuse rivolte all’URSS, egli evidenzia alcuni fatti: “I fatti sono che nel 1928 l’Unione dei Soviet vendette in America 113000 tonn. di antracite; nei primi sette mesi del 1930, 129332 tonnellate. Nel 1928 la produzione totale dell’antracite d’America fu di tonn. 74552312 e non molto meno nel 1929. Le vendite sovietiche ammontarono a meno che a una settecentesima parte della totale produzione americana dell’anno scorso. Se l’esportazione di antracite sovietica in America raddoppierà nel 1930, allora, questa percentuale ammonterebbe a una trecentocinquantesima parte”. Del resto, solo una propaganda bugiarda e mistificatrice poteva incolpare di concorrenza sleale un Paese le cui esportazioni erano regolate, come quelle di ogni altra Nazione, da accordi e parametri messi neri su bianco al momento della sottoscrizione delle intese e dei trattati commerciali: nel caso in cui, per assurdo, vi fosse stato un minimo fondamento di verità nelle accuse, sarebbe bastato che gli USA e l’Europa avessero chiuso i loro confini alle esportazioni sovietiche ed elevato dazi, per risolvere il problema nella maniera più logica ed efficace! Invece, il mondo capitalista, in crisi nera, desiderava le materie prime ed i prodotti sovietici, disponibili ad ottimo prezzo sul mercato, riservandosi però, allo stesso tempo, con l’atteggiamento schizofrenico e irriconoscente suo tipico, la licenza di lanciare attacchi contro l’URSS per una concorrenza sleale che era, invece, puro e semplice rispetto di termini stabiliti consensualmente in forma pattizia.
Nel tirare le somme circa i successi e gli insuccessi del Piano Quinquennale, Knickerbocker enuncia un giudizio assolutamente limpido, privo di ambiguità e fumosità: “Quando si consideri il pro ed il contro del Piano Quinquennale alla fine del secondo anno, si vede che l’attivo sorpassa il passivo, di tanto da far rettificare il giudizio che sulle prime se ne poteva dare considerando solo l’aspetto della popolazione”. Le cifre riportate dal giornalista, sono di per se stesse eloquenti: “L’industria primaria è aumentata del 37,7%, l’industria degli articoli di consumo è aumentata solo dell’11,1%. La produzione totale fu doppia che nel 1913. Nessun ramo dell’industria mancò di aumentare la sua produzione ed anche l’industria del carbone, che è tra le più criticate, ha avuto un aumento del 17,6%. Grave, in rubli carta, fu il fatto che i costi di produzione invece di diminuire dell’11,8%, come voleva il Piano, furono ridotti solo del 7,1%, mentre la produttività del lavoro aumentò solamente del 13% contro il 25,2 propostosi dal Piano. La qualità delle produzione è assai povera, poiché in alcune industrie vi è una percentuale del 30% di scarto. Tuttavia l’aumento annuale nella produzione quantitativa è così grande che una larga percentuale della produzione totale si può anche scartare per la cattiva qualità e resterebbe sempre un volume di produzione quale la Russia non ha mai raggiunto prima”. Al netto di certe considerazioni, dettate dalla scarsa capacità di distinguere tra obiettivi eccessivamente ottimistici della pianificazione, riveduti e corretti in corso d’opera, e risultati concreti prodigiosamente conseguiti tenuto conto di condizioni interne ed internazionali sommamente difficoltose, Knickerbocker ci consegna un panorama di eccezionale sviluppo, di progresso imponente, reale, percepibile ad un primo sguardo. Egli, giornalista borghese ed anticomunista, per formazione convinto delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo, si bagna i piedi nell’acqua dell’umiltà e, con caparbia volontà di comprendere, oltre le cortine fumogene dei cliches, indaga la realtà della pianificazione economica sovietica, ricavandone spunti di eccezionale valore, cogliendo il gigantesco, pionieristico sforzo di superamento di un contesto di secolare arretratezza compiuto con volontarismo unito alla più rigorosa programmazione, alla più certosina ricognizione delle forze disponibili, alla più esigente razionalità economica e sapienza tecnico–organizzativa. I risultati finali del Primo Piano Quinquennale vedranno un Paese interamente trasformato, pronto ad affrontare l’onda d’urto dell’imperialismo bellicista nazifascista, avendo consolidato ed ampliato la propria base industriale, agricola, tecnica e scientifica. Knickerbocker non aveva preso lucciole per lanterne… Questo suo approccio scientifico, oggettivo, disincantato e spassionato, gli fa indubbiamente onore, specie nel momento in cui rende ancora più evidenti la faziosità, la bugia elevata a sistema, la capziosità inconcludente nelle analisi, tipiche della pubblicistica capitalistico–borghese, imperialista ed anticomunista, nel suo eterno quanto vano tentativo di deprezzare, infangare, distruggere, le conquiste storiche del socialismo reale, della più gloriosa esperienza sociale, politica e civile che ha sollevato dalla miseria e dallo sfruttamento milioni di uomini e donne in URSS, nell’Est europeo tutto, rendendo possibile, al contempo, la liberazione dal giogo colonialista e imperialista di vaste masse in Africa, Asia, America Latina.rm_43_2653Riferimenti:
H.R. Knickerbocker, “Il piano quinquennale sovietico”, (Bompiani, 1931 e 1932).
Ludo Martens, “Stalin, un altro punto di vista”, (Zambon Editore, 2005).

Chi uccide gli ambasciatori?

Gli omicidi della CIA sono un nuovo attacco alla Russia
Alessandro Lattanzio, 27/2/20178134156-3x2-940x627Nel novembre 2015 veniva rinvenuto nella sua stanza d’albergo il fondatore di RussiaToday ed ex-consigliere speciale del Presidente Putin Mikhail Lesin, ucciso per trauma cranico contundente.

Il 20 dicembre, a Mosca veniva rinvenuto il cadavere del diplomatico russo Pjotr Polshikov, poche ore dopo l’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia, Andrej Karlov, per mano di un sicario di Gladio, Mevlut Mert Altintas. Accanto al cadavere di Polshikov furono trovati due bossoli vuoti di pistola, scoperti sotto il lavandino in bagno. Polshikov aveva lavorato nell’ambasciata russa in Bolivia.pay-russian-diplomat-found-dead-in-moscow-3-petr-polshikov-east2west-newsIIl 25 dicembre, scompariva sul Mar Nero un aereo di linea Tupolev Tu-154 con a bordo 92 passeggeri, tra cui più di 60 membri del Coro dell’Armata Rossa. Il Tupolev era scomparso sul Mar Nero poco dopo il rifornimento di carburante nell’aeroporto di Sochi. Il velivolo volava verso la base militare russa di Humaymim, vicino Lataqia, per partecipare alle festività con le truppe russe schierate in Siria. A bordo era presente anche la nota attivista umanitaria Elizaveta Glinka. Secondo una teoria, l’incidente era dovuto a dei corpi estranei penetrati in un motore.

Il 26 dicembre, veniva trovato morto nella sua auto, a Mosca, Oleg Erovinkin, capo dello staff del presidente della Rosneft Igor Sechin. Oleg Erovinkin sarebbe morto per un infarto.

Ai primi di gennaio 2016 veniva trovato morto nel bagno di casa l’ambasciatore russo in Grecia Andrej Malanin, deceduto per cause ignote, e lo stesso mese moriva l’ambasciatore della Russia in India Aleksandr Kadakin, morto improvvisamente per infarto. Kadakin aveva supervisionato per molti anni i rapporti tra India e Russia.

Il 13 gennaio, veniva trovato morto, nella propria abitazione, il giornalista tedesco Udo Ulfkotte; le autorità tedesche evitavano una qualsiasi autopsia e ne cremavano subito il corpo. Nel 2014 Ulfkotte confessò di aver lavorato per la CIA e l’intelligence della NATO. Inoltre, secondo Ulfkotte, tutti i grandi media occidentali non sono altro che un ramo dei servizi segreti statunitensi. Il suo ultimo libro, Criminali senza limiti, ricostruisce i reati commessi dai migranti in Germania e la censura dei media tedeschi su tali crimini.23-24_udo-ulfkotte_megvasarolt-ujsagirok_sajtotajekoztato-jm-1Il 13 febbraio 2017, nell’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur veniva ucciso Kim Jong Nam, figlio di Kim Jong Il e fratello del leader nordcoreano Kim Jong Un. Furono accusati due donne e due uomini, ma a diffondere subito tale versione fu il canale televisivo via cavo Chosun (del quotidiano di propaganda sudcoreano Chosun Ilbo, notoriamente collegato all’intelligence statunitense). Si tratta della nota tecnica d’inquinamento per coprire la fuga dei veri assassini. Infatti, “Le dichiarazioni audaci fatte da spie e giornalisti della Corea del Sud, che hanno descritto i dettagli dell’assassinio prima che si avessero altre informazioni necessarie, vanno interpretate come un’indicazione del coinvolgimento di Seoul…

Il 20 febbraio, Vitalij Ivanovic Churkin, rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite dal 2006, moriva improvvisamente a New York per attacco cardiaco, dopo esser stato trasportato al Columbia Presbyterian Hospital. Moriva il giorno prima del 65.mo compleanno.vitaly-churkinQuesta scia di morte è una tecnica già vista, rivista, e controrivista; quindi oramai a Mosca non dovrebbero aver più dubbi su chi siano assassini e mandanti.  Non potendo vincere le guerre, se non a Hollywood, dove anche i documentari sono pornografia imperialista e i premi Oscar e Nobel null’altro che la tariffa della prostituzione di un intero sistema, i sicari atlantisti si dedicano a ciò in cui eccellono, l’omicidio. Non per una strategia precisa, che non c’è, ma per pura vendetta; perchè per i vertici degli USA, i loro ‘tecnocrati’ e la massa sociale su cui si basano, si deve vincere sempre e comunque, e se non nella realtà almeno nell’immaginario autoindotto, uccidendo un singolo o un simbolo e pretendendo con ciò di aver ottenuto una vittoria autentica sul piano militare, politico o economico. Un impero alienante non può avere che capi e responsabili alienati.

In questa intervista, Ulfkotte evocava la possibilità che l’uccidessero.

Fonti:
Zerohedge
The Duran
RussiaToday
RussiaToday
NEO
Mirror
Libero
Haaretz