Quando la Flotta dello Zar salvò gli USA

Spedizioni americane: la bandiera di Sant’Andrea a New York
Lemur59

La prima spedizione
Sul “Kronstadt Herald” del 1863-1864, un giornalista di New York dettagliò, giorno dopo giorno, i lettori della visita ufficiale della flotta russa negli Stati Uniti. Nella storia passò come la spedizione americana. L’idea nacque all’inizio del 1863 in relazione alla situazione internazionale estremamente tesa che si era sviluppata in quel periodo. Per il terzo anno negli Stati Uniti c’era la guerra civile. Gran Bretagna e Francia erano con i sudisti e, nel tentativo di distruggere l’integrità statale degli Stati Uniti, preparavano l’intervento armato. La Russia sosteneva il governo di Abraham Lincoln e si oppose i piani di Londra e Parigi. “Per noi non esistono né il Nord né il Sud, ma un’Unione Federale la cui distruzione osserviamo con rammarico“, scrisse il vicecancelliere A.M. Gorchakov. “Riconosciamo negli Stati Uniti solo il governo di Washington”. Nell’unità e nella potenza degli Stati Uniti, la Russia vide un contrappeso a Gran Bretagna e Francia, perseguendo una politica ostile verso di esse: entrambe preservavano la pace di Parigi del 1856, umiliante e dolorosa per la Russia, che chiuse la guerra di Crimea. Il rapporto tra Russia e Gran Bretagna e Francia nei primi anni ’60 si deteriorò notevolmente a causa della cosiddetta questione polacca (durante quegli anni il Regno di Polonia era spazzato dall’onda del movimento di liberazione nazionale, creando una situazione rivoluzionaria a cui il governo degli zar rispose con misure dure. Gran Bretagna e Francia, perseguendo i propri interessi, presero pubblicamente la posizione di difensori del popolo polacco. I tentativi della diplomazia russa d’indebolire la tensione negoziando non portarono a risultati. La minaccia di una nuova guerra si avvicinava alla Russia. Poi si pose la domanda di come utilizzare la flotta, in modo che in caso di ostilità non venisse intrappolata nelle acque interne. Dopo tutto, l’esperienza triste della Guerra di Crimea era ancora vivida. L’Ammiraglio A.A. Popov, per esempio, scrisse: “L’ultima guerra ha confermato… che la più falsa… di tutte le idee per salvare la flotta è la necessità di nasconderla: le navi militari vengono salvate nel mare, nelle battaglie“. La stessa visione fu adottata da molti leader della flotta russa. Così il ministero della Marino ebbe l’idea di un rapido ritiro degli squadroni russi negli oceani prima dello scoppio delle ostilità. Si suppose che si sarebbero basati nei porti degli Stati Uniti, avendo ricevuto il consenso di Washington. L’operazione doveva perseguire tre obiettivi: in primo luogo, creare una minaccia al traffico commerciale di Inghilterra e Francia e quindi esercitare pressioni sui negoziati diplomatici ancora in corso; In secondo luogo, dimostrare il sostegno al governo di Lincoln nella lotta contro gli Stati ribelli dei sud; In terzo luogo, in caso di scoppio delle ostilità, colpire il punto più vulnerabile dell’Inghilterra, le comunicazioni marittime.
Furono formate due squadre: dell’Atlantico e del Pacifico, che compresero tre fregate nello squadrone dell’Atlantico (che ebbe assegnato il ruolo principale): Aleksandr Nevskij (capitano di vascello A. N. Andreev), Peresvet (capitano di fregata N. V. Kapitov) e Osljabja (capitano di fregata I. I. Butakov), due corvette: Varjag (capitano di corvetta O. K. Kremer) e Vitjaz (capitano di corvetta R. A. Lund) e il clipper Almaz (capitano di corvetta P. A. Zeljonij). Il comandante dello squadrone era il Contrammiraglio Stepan Stepanovich Lesovskij, marinaio esperto e istruito appena tornato da un viaggio d’affari in America, dove studiò l’architettura navale blindata degli Stati Uniti per un anno e mezzo. Possedeva un fluente inglese, francese, tedesco, spagnolo e conosceva bene la situazione in America. Lo squadrone del Pacifico era comandato dal Contrammiraglio Andrej Aleksandrovich Popov, futuro organizzatore e costruttore della flotta corazzata nazionale. Lo squadrone era basato nel Primoroe, appena controllato dai russi. Comprendeva quattro corvette: Kalevala (capitano di corvetta Karpelan), Bogatyr (tenente di vascello P. A. Chebyshev), Rynda (capitano di corvetta G. P. Sfursa-Zhirkevich) e Novik (Capitano di corvetta K. G. Skryplev) e due clipper: Abrek (capitano di vascello K. P. Pilkin) e Gajdamak (capitano di corvetta A. A. Peshurov). La preparazione dell’operazione fu condotta nel segreto totale. Anche i comandanti delle navi seppero degli scopi reali della spedizione solo alla vigilia della partenza da Kronstadt. Il 14 luglio 1863 fu approvato “Istruzione del Ministero Navale al Contrammiraglio S. S. Lesovskij”, che ordinava “di seguire le coste degli Stati Uniti del Nord America senza entrare… in qualsiasi porto prima dell’arrivo… ed ancorarsi a New York“. Le istruzioni indicavano che, in caso di guerra, lo squadrone agisse con tutti i mezzi possibili, infliggendo i maggiori danni al traffico nemico. Mentre precisava la situazione politica mondiale, dando raccomandazioni concrete sull’interazione con l’Ammiraglio Popov, l’istruzione tuttavia dava a Lesovskij piena libertà d’azione. Riassunse: “in ogni caso, quando lo riconosce… necessario, non sia timido con queste istruzioni e agisca a sua discrezione“.
Meno di un mese dopo l’approvazione del piano operativo, lo squadrone atlantico era pronta a salpare. La mattina del 18 luglio, tutte le navi, ad eccezione della fregata Osljabja, che era nel Mar Mediterraneo, partirono per New York lasciando Kronstadt. Nel viaggio del primo squadrone russo partirono solo navi a vapore, lasciando le navi a vela. L’Ammiraglio Lesovskij aveva fretta. Non potevano salpare che navi “sotto vapore”. Per ricostituire le riserve di carburante, le navi dovevano lasciare il Baltico con due trasporti partiti in anticipo. Per la prima volta nella storia della flotta russa, il rifornimento delle navi da guerra fu effettuato in viaggio. Il 25 luglio, in piena disponibilità al combattimento, la squadriglia arrivò nel Mare del Nord. La cosa principale da seguire era ora non incontrare le forze anglo-francesi. Pertanto, si decise di recarsi sull’Atlantico non con la solita rotta attraverso la Manica, ma a nord delle isole britanniche. I piano di Lesovskij furono decisivi. “Se lo squadrone incontrasse navi straniere“, scrisse nelle istruzioni ai comandanti, “suggerisco di rientrare alle acque del Baltico o concedere battaglia per onorare la nostra bandiera, allora l’ammiraglio avrebbe aderito alla battaglia“. Fortunatamente, tali misure estreme non dovettero essere prese. Il viaggio sull’oceano fu difficile. I venti di tempesta lasciarono posto a calma piatta con nebbie densi e piogge incessanti. Il carbone salvato, si navigò. La difficoltà della navigazione congiunta delle navi fu aggravata anche dalla differenza della loro velocità. Infine, l’Ammiraglio Lesovskij decise che ogni nave seguisse un propria rotta.

Fregata Aleksandr Nevskij

Il 13 settembre, nella rada di New York ancorò l’Aleksandr Nevskij sotto la bandiera del comandante, e la Peresvet. La fregata Osljabja era già arrivata. Il giorno successivo Varjag e Vitjaz gounseero. Il clipper Almaz, finito in una bonaccia, arrivò il 29 settembre. Il 1° ottobre lo squadrone di Popov giunse a San Francisco. Per coordinare le azioni tra i comandanti, fu immediatamente stabilita la comunicazione operativa con corrieri e telegrammi crittografati. Bisogna dire che l’apparizione simultanea di due squadroni russi nei porti degli Stati Uniti produsse esattamente su Inghilterra e Francia l’effetto che il governo russo voleva. L’operazione delle “nostre forze navali in Nord America“, scrisse il vicecancelliere Gorchakov, “in senso politico, ha avuto successo, ma l’esecuzione è eccellente“. L’ambasciatore russo riferì da Washington a San Pietroburgo che l’arrivo degli squadroni russi fu percepito dagli statunitensi come dimostrazione del sostegno al governo di Lincoln. Ad esempio, il quotidiano New York Herald descrisse la presenza dell’Ammiraglio Lesovskij e dei suoi ufficiali per le strade della città: “Piene di gente, le strade su cui si dirigeva la processione erano circondate da folle in piedi in lunghe fila. Le case erano decorate con bandiere… le persone felici d’incontrare la processione”. I giornali titolavano: “La Russia e gli Stati Uniti sono fratelli”, “La nuova unione è saldata”, “Dimostrazione popolare entusiasta…” Quasi ogni giorno le navi russe furono visitate da delegazioni di città e Stati, per esprimere rispetto e gratitudine alla Russia per la benevolenza e il sostegno agli Stati Uniti, “specialmente con le vere difficoltà infelici in cui si trova la nazione americana“. Il futuro grande compositore, e in quei giorni imbarcato sul clipper Almaz, N. A. Rimskij-Korsakov, scrisse: “Il nostro squadrone è stato ricevuto in modo amichevole, anche all’estremo. Con abito militare sulla spiaggia e non puoi non passare inosservato: non guardi, e sei guardato, accostato (anche dalle signore) con un’espressione di rispetto per i russi e il piacere che siano a New York“. La popolarità dei marinai russi era così grande che interessò anche la moda femminile. Come scrissero i giornali, per le donne alla moda di New York era imperativo avere doppi bottoni sul cappotto, coccarde, ancorette da cadetti, e cordoncini; questi ultimi un dettaglio sulla spalla del vestito. Tuttavia, non solo banchetti, visite e sfilate occuparono i nostri marinai. Mostrando coraggio e “dedizione veramente russa”, aiutarono ripetutamente la popolazione a spegnere gli incendi, così frequenti all’epoca. I comuni di Annapolis e San Francisco hanno espresso sincera ammirazione e riconoscenza a questo comandante. Un gruppo di ufficiali dello squadrone atlantico, guidato dal comandante dell’Osljabja, capitano di vascello I. I. Butakov, fratello del famoso Ammiraglio G. I. Butakov, visitò l’Armata del Potomac. Gli ufficiali russi incontrarono entusiasmo tra le truppe nordiste: quando le posizioni furono lasciare, “ogni reggimento salutò, inchinando le bandiere“. In una situazione estremamente difficile fu lo squadrone dell’Ammiraglio Popov. I nordisti infatti non avevano una flotta nel Pacifico, e gli abitanti di San Francisco erano costantemente minacciati dall’attacco dei sudisti, i corsari che compivano le piraterie in mare. L’unica cosa su cui residenti di San Francisco potevano contare era l’intervento dello squadrone russo, che usufruiva della loro ospitalità. I corsari sudisti, di regola, venivano preparati in Inghilterra, e una di queste navi, l’Alabama, navigava verso San Francisco, quando lo squadrone del Pacifico si riuniva. E accade a una delle navi di Popov, il clipper Abrek dall’aspetto molto simile all’Alabama, che all’apparire al largo fu preso per una nave corsara. Una cannoniera aprì il fuoco sul clipper che entrava nella rada. Le fortezze costiere furono leste a seguirne l’esempio. Il capitano dell’Abrek, capitano di corvetta K. P. Pilkin, si rese conto che i tiri dalla cannoniera erano innocui, ma il tiro dai forti poteva risultare fatale. Senza esitazione, affiancò il clipper alla nave e suonò l’allarme e, avvicinandosi convocò i marinai sul ponte. Nel momento in cui la cannoniera capì l’errore, il clipper russo fu salutato al grido di “hurray!”. Essendo una persona risoluta, l’Ammiraglio Popov prese la decisione inequivocabile di mettere San Francisco sotto la sua protezione. Lo squadrone cominciò a prepararsi per le operazioni militari contro i corsaro sudisti. Tuttavia, San Pietroburgo avvertì: “Le azioni dei corsari in alto mare… non ci riguardano, anche se attaccano i forti, il dovere di sua Eccellenza è osservare una rigida neutralità“. Il comandante dello squadrone ebbe il diritto di usare le armi solo in un unico caso, se i corsari, superando le fortificazioni, avrebbero minacciato la città stessa. “In questo caso“, si sottolineò a Popov, “avete il diritto, solo in nome della filantropia e non della politica, di usare la vostra influenza per impedire del male“. Fortunatamente, tutto andò bene. Mentre le navi russe, in piena operatività, erano nel porto, non un solo corsaro sudista osò avvicinarsi alla città. Il Presidente Lincoln invitò Lesovskij a visitare Washington e altri porti della costa atlantica. Il comandante dello squadrone dell’Atlantico, nonostante il tempo estremamente sfavorevole, ordinò il trasferimento a Washington. Tuttavia, prima di lasciare New York, l’ammiraglio ritenne necessario rispondere alla “cortesia e ospitalità ampia dai cittadini… al nostro squadrone“. Si offrì di sottoscrivere le istituzioni caritative di New York. Questa proposta fu accettata con grande piacere. Nella sua lettera al sindaco di New York, Lesovskij scrisse: “Prima di lasciare New York, Vi chiedo, signore, di ricevere per conto degli ufficiali dello squadrone l’espressione di sincera gratitudine affidatomi per i vostri amichevoli sentimenti con i cui i nostri concittadini sono stati accettati. Vi chiedo di accettare l’allegata somma di 4760 dollari raccolti dalle collette volontarie degli ufficiali del nostro squadrone, per proporveli per acquistare carburante per le famiglie povere“. La risposta del sindaco fu immediata. “Ho avuto l’onore di ricevere la Sua lettera… con un investimento di 4760 dollari donati dai Vostri ufficiali di squadrone… Per questo generoso atto di carità, chiedo l’autorizzazione a trasmettere a Voi e ai vostri compagni ufficiali la sincera gratitudine della città. Posso assicurarvi… che i cittadini di New York esprimo li stesso sentimento per la vostra disposizione amichevole… Il loro desiderio eterno era, con l’avvento del Suo squadrone… di rafforzare i legami di amicizia tra Russia e Stati Uniti“.

Clipper Abrek

Il 21 novembre 1863 la fregata Osljabja, sotto la bandiera del comandante, le corvette Varjag e Vitjaz, e il clipper Almaz, si ancorarono sul fiume Potomac alla periferia di Washington, nella città di Alexandria. Le navi erano ben visibili dalla cupola del Campidoglio. Purtroppo, a causa della malattia, Lincoln non poté visitare le nostre navi, e l’Ammiraglio Lesovskij ritardò la partenza dello squadrone. Il 7 dicembre, appena la salute del presidente migliorò, l’ambasciatore russo presentò al presidente e consorte l’Ammiraglio Lesovskij e gli ufficiali dello squadrone. I marinai russi visitarono Washington, ospiti del Congresso. Il segretario di Stato, il ministro delle Marina Welles e altre figure pubbliche degli Stati Uniti visitarono le navi. Per quasi sei mesi le navi russe fuono nelle acque statunitensi. Su invito del presidente, visitarono molti porti su entrambe le coste degli Stati Uniti. Delusi agli inizi del 1864, la situazione politica consentì al governo russo di permettere agli Ammiragli Lesovskij e Popov d’inviare alcune navi dalla flotta russa ad esplorare le regioni meridionali ed equatoriali degli oceani. Di nuovo, dopo pochi mesi, a New York e a San Francisco, le navi cominciarono a prepararsi per il ritorno in patria…

Clipper Almaz

Visita di ricambio
Nel 1865 la guerra civile tra Stati settentrionali e meridionali stava terminando. Nei circoli governativi di Washington sempre più si cominciò a parlare di visita di ricambio in Russia. Aspettavano solo la conclusione delle elezioni presidenziali. Il 4 aprile 1865 Lincoln divenne nuovamente il capo della Casa Bianca. Tuttavia, passarono solo pochi giorni. e un colpo al Teatro Ford di Washington immerse gli USA nel lutto. Ancora una volta fu rinviata la visita. Il 16 aprile 1866 a San Pietroburgo, sull’argine della Neva, vi fu un attentato ad Alessandro II. Per fortuna lo zar sopravvisse. Gli statunitensi, ancora impressionati dalla morte del loro amato presidente, decisero che era il momento della visita di ricandio. Il modo migliore per esprimere la gratitudine della Russia per il sostegno negli anni difficili della guerra civile e congratularsi con l’imperatore “sul miracoloso salvataggio dalla morte”, fu difficile da trovare. Il 4 maggio 1866, i leader del Partito Repubblicano dominante pubblicarono una dichiarazione al Congresso affermando che “le persone che ci hanno dato i loro sentimenti più caldi al momento del nostro pericolo mortale, dovrebbero ricevere più che una congratulazione all’imperatore“. La Camera dei Rappresentanti e il Senato furono invitati ad adottare una speciale risoluzione comune con un appello al capo dello Stato russo e inviare in Russia un distaccamento di navi da guerra con un ambasciatore straordinario a bordo. Il decreto fu adottato e firmato dal presidente A. Johnson. Come ambasciatore straordinario degli Stati Uniti, il Congresso nominò un segretario di Stato aggiunto per il ministero della Marina, membro del gabinetto di Washington Gustav Fox, ex-ufficiale della Marina, il 45enne Fox era un noto politico attivo nell’amministrazione Lincoln. Durante la guerra civile, fu uno dei prominenti organizzatori e leader della flotta nordista. Il Congresso approvò la proposta di Fox di visitare la Russia su un monitor. Si credeva che la nave fondamentalmente nuova che per prima apparve durante la guerra nella marina nordista, rappresenterebbe al meglio le forze navali degli Stati Uniti. Non ultima in tale ruolo, ovviamente, era la voglia di dimostrare al mondo l’efficienza marina dei monitor. Dopo tutto, alcuno di essi aveva mai attraversato l’oceano, e poche persone in Europa credevano nella possibilità di tale miracolo. I monitor furono percepiti principalmente come navi fluviali, progettate per combattere contro le batterie costiere del nemico. Il comando della flotta statunitense voleva testarlo, ma “possono essere costruiti in modo che possano essere un’arma potente anche nelle battaglie in alto mare?” Per la visita fu scelto uno dei monitor più recenti, il “Miantanamoh“, una corazzata dallo scafo relativamente basso sulla linea di galleggiamento e dal fondo piatto. Per assicurare il viaggio attraverso l’oceano, furono assegnate due fregate a vapore, “Augusta” e “Ashulot“. Alla fine di maggio tutte le navi del piccolo distaccamento si concentrarono nella baia di St. John sull’isola di Terranova. Il punto di partenza non fu scelto a caso: da qui iniziava la rotta più breve per l’Europa, per l’Irlanda.
Il 5 giugno Fox arrivò a St. John. Lo stesso giorno, le navi salparono. Con il tempo, i marinai statunitensi furono fortunati. Secondo il giornale di bordo del “Miantanamoh“, per tutto il passaggio un vento da nord-ovest soffiò, e l’oceano era poco mosso. La maggior parte del viaggio, il “Miantonamoh” fu rifornito dall'”Augusta“, che conservava il carbone. Onde di un metro e mezzo inondavano il ponte basso del monitor. Il ponte superiore era instabile e il rollio della nave in acque profonde non fu mai permesso di conoscerlo. Ogni pomeriggio, dopo aver determinato la posizione della nave, un foglio di coordinate veniva inserito in una bottiglia e gettata in mare, chissà quale sarebbe stato il domani nell’oceano. La fine recente, durante una tempesta a Capo Hatteras, della prima nave di questo tipo, preoccupava ancora. Inutile dire che le persone che attraversavano l’oceano sulla “Miantonamoh” non erano timide… il viaggiò durò 11 giorni. Il 16 giugno, dopo aver superato 1765 miglia, il distaccamento di Fox raggiunse le coste dell’Irlanda. Le navi entrarono nel porto di Cork e ancorarono. A proposito, tre bottiglie gettate dalla “Miantanamoh” raggiunsero l’Europa. Dopo diversi mesi alla deriva, furono presi sulle coste della Normandia e consegnati alle autorità statunitensi, secondo un’antica tradizione marittima.
Fu uno strano spettacolo per gli europei il monitor. “questa è una nave senza precedenti, come una grande zattera, su cui torreggiano due torri e un tubo“. Non è un caso che l’ammiraglio inglese che incontrò la squadriglia chiese a Fox: “Ha davvero attraversato l’Atlantico con questa cosa? Dubito molto di poterlo fare“. Ma pochi giorni dopo, la “cosa”, che ricordava una chiatta, navigò ancora e per per la Russia vi furono due soste, a Cherbourg e Copenhagen. La maggior parte del viaggio la “Miantanamoh” fu sola. Fu accompagnava solo dalla fregata “Augusta“. Dopo aver attraversato l’oceano, l’Ashulot fu inviata nel Mediterraneo. Nel Baltico incontrarono frequenti nebbie. Ogni tanto dovevano rallentare o addirittura andare alla deriva. Infine, il 3 agosto il distaccamento arrivò a Helsingfors. Le voci del colera dilagante a San Pietroburgo erano allarmanti. Fortunatamente erano esagerate e il 5 agosto le navi statunitensi salparono da Helsingfors. C’era un’ultima sosta sul Golfo di Finlandia. All’uscita dal porto, la squadra di Fox fu incontrata da uno squadrone russo. Dopo lo scambio di fuochi di salva, “le navi russe fiancheggiarono su due colonne la nave e il monitor statunitensi, in mezzo… Così, la squadra navigò per Kronstadt e, in condizioni favorevoli, arrivò il 6 agosto“. Quella giornata fu immortala da una magnifica foto della rada di Kronstadt. Nel porto, una folla di persone; molte barche e yacht e sullo sfondo lo squadrone russo; di fronte, lentamente arrivava la “Miantanamoh“, accolta da colpi di cannone dei forti e dall’inno nazionale statunitense. Non appena le navi sono ancorarono, l’inviato del Congresso a nome dell’imperatore fu accolto dal Contrammiraglio S. S. Lesovskij, di cui marinai statunitensi ricordavano la visita a New York nel 1863-1864. Lo stesso giorno, Fox e il suo entourage arrivarono a San Pietroburgo; furono collocate nell’Hotel de France, sulla Bolshaja Morskaja, non lontano dall’arco dello Stato Maggiore.
L’8 agosto l’ambasciata straordinaria fu accolta da Alessandro II, al Palazzo Peterhof, dove si recarono in treno. Alla stazione salirono sulle carrozze per la corte. Nonostante la rigorosa etichetta diplomatica, l’accoglienza avvenne in un’atmosfera eccezionalmente amichevole. “Numerosi legami, che legano il grande impero a oriente e la grande repubblica a occidente”, diceva il messaggio del Congresso letto da Fox “si sono moltiplicati e consolidati nuovamente grazie al sostegno che il governo russo ha reso agli Stati Uniti durante i difficili anni della loro lotta interna“. Lo zar parlò delle relazioni tradizionalmente amichevoli tra Russia e USA. Concluse il discorso con la certezza che non avrebbe mai dimenticato l’accoglienza amichevole che gli Stati Uniti diedero ai suoi squadroni. Desiderando ringraziare i marinai statunitensi, l’imperatore annunciò che tutti, senza eccezione, ufficiali e marinai della squadra, erano ospiti del governo russo. Subito dopo un telegramma fu inviato a Washington, dove Fox riferì al governo del compimento della missione affidatagli; fu il primo telegramma inviato dalla Russia all’America sul nuovo cavo transatlantico. Mentre nel palazzo ci fu la ricezione ufficiale, gli ufficiali statunitensi, accompagnati dall’Ammiraglio Lesovskij, esaminarono i palazzi e i parchi di Peterhof. Nel parco più vicino incontrarono l’eroe della difesa di Sebastopoli E.I. Totleben. “Gli ufficiali salutarono il famoso ingegnere con rispetto e entusiasmo… gridando” Hurray” per tre volte, confondendosi con il rumore incessante delle fontane del Peterhof“. Sull’isola della zarina, agli ospiti fu mostrata una quercia coltivata da una ghianda prelevata dalla quercia “che avvolgeva la tomba di Washington”. La visita dell’imperatore non durò a lungo. Il giorno successivo, Alessandro II, accompagnato dall’erede e dai granduchi, visitò le navi statunitensi. La “Miantanamoh” lo salutò coi cannoni sulle torrette. Fu la prima volta e in contrasto con le regole vigenti, perché nella Marina statunitense, i cannoni di questo calibro erano “destinati esclusivamente alle operazioni militari“.
Così iniziò la prima visita ufficiale della flotta statunitense in Russia. Da cui visitarono la capitale. Tuttavia, prima di tutto, naturalmente, Kronstadt con le sue forte fortificazioni, banchine, osservatorio marino, la più ricca biblioteca marina, i cui onorevoli lettori erano tutti ufficiali statunitensi. Durante l’ispezione dell’arsenale, gli ospiti furono “stupiti dalla moltitudine di bandiere militari prelevate ai nemico testimoniando le attività della flotta russa in mare”. Pietroburgo stupì gli statunitensi con il suo splendore, così come continue cene e ricchi pranzi. Ad esempio, una cena tenuta nel “giardino lussuosamente illuminato” di una delle dimore dell’isola di Kamenij, dove era presente “l’intera alta società di Pietroburg“, costò all’ospite più di 40 mila rubli… Il 23 agosto, si invito della società di Mosca, l’ambasciata partì per Mosca, a bordo di vagoni speciali, “drappeggiati con bandiere americane e fiori“… La Regina Madre incontrò gli ospiti con una banda musicale. Sulla piazza della stazione affollata, risuona l’inno nazionale “Glory, Columbia“. Il sindaco, i membri del governo e numerosi rappresentanti di varie società accolsero l’ambasciata. Gli ospiti furono inviati nel residence preparatogli. Inaspettatamente, ritrovarono delle loro foto. Tuttavia, la sorpresa crebbe ancora quando videro i loro ritratti ad olio, perché non so erano presentati a nessuno! Il segreto fu rivelato dai proprietari: le foto sono state ritirate a San Pietroburgo da una fotocamera nascosta, due giorni prima di partire per Mosca. I ritratti furono dipinti da esse. Lo stesso giorno, l’ambasciata fece una visita ufficiale al governatore generale di Mosca, V. A. Dolgorukov. Brindando alla salute degli ospiti, disse: “L’accoglienza che avviene tra la nostra flotta, parla del rispetto che i cittadini degli Stati Uniti godono nel nostro Paese. Credetemi, incontrerete la stessa accoglienza a Mosca, nostra antica capitale“. Il quinto giorno l’ambasciata partì per Nizhnij Novgorod. Agli statunitensi volevano mostrare la famosa fiera, che durava esattamente due mesi, quando la popolazione della città aumentava di 6-8 volte, da 40 a 300mila persone. Il giro d’affari superava i 100 milioni di rubli. Più di sei mila tonnellate di merce venivano vendute. Il mercanti, in onore dell’arrivo dell’ambasciata, organizzò una cena. “La sala da pranzo era decorata con fiori, verdi, bandiere nazionali e ritratti del sovrano, di Washington, Lincoln e Johnson. Circa centocinquanta persone si sedettero al tavolo, fra i quali erano presenti tutte le nazionalità: russi, persiani, tatari, armeni, commercianti del Caucaso e della Siberia lontana“. Ciononostante, la commissione fu molto dispiaciuta che, a causa del culmine della fiera, la classe mercantile non poteva accettare i cari ospiti con il lustro dovuto.
Il 1° settembre l’ambasciata risalì il Kostroma. “Non appena il signor Fox salì nel terrapieno, uno dei contadini si tolse la casacca e si prostrò. Fox cercò di evitarlo. Tuttavia, nello stesso momento, come per magia, fino alla fine del terrapieno fu immediatamente coperto da soprabiti. La folla osservò silenziosamente ciò che accadde dopo. Quando Fox decise finalmente di accettare i vestiti, la folla lo salutò con gioia con un forte “hurray”!” Dopo aver incontrato Kostroma e controllando il monumento a Ivan Susanin, l’ambasciata continuò il viaggio lungo il Volga. Negli ultimi giorni del soggiorno nella capitale, gli statunitensi cenarono in un club “aristocratico” cosiddetto “inglese”. Il Cancelliere A.M. Gorchakov: “Mi rallegro… che menti pratiche, aliene a qualsiasi pregiudizio, possano giudicarci imparzialmente. Potrebbero apprezzare… la più grande gloria e orgoglio della nostra patria, e le persone che ne costituiscono il potere!“. Esprimendo la speranza che buone relazioni tra i due popoli esistano per sempre, Gorchakov notò l’apprezzamento particolarmente di questa relazione, perché “non rappresenta una minaccia o pericolo per nessuno… Dio ha dato tali condizioni a entrambi i Paesi perché possano essere contenti della loro grande vita interna“. Lo stesso giorno, il testo completo del discorso di Gorchakov fu trasmesso via telegrafo negli Stati Uniti. È interessante che l’invio di questo telegramma costasse al corrispondente del New York Herald 7000 dollari. Il 15 settembre 1866, gli statunitensi salparono dal Golfo di Finlandia…

Monitor Miantonomoh

La “seconda” spedizione americana
“Seconda spedizione americana” indica l’incursione di squadre russe nei porti degli Stati Uniti nel 1876 durante il deterioramento delle relazioni con la Gran Bretagna a causa del sostegno della Russia alla rivolta anti-turca in Bulgaria. In quel momento, nel Mar Mediterraneo, vi era lo squadrone del Contrammiraglio I. I. Butakov, con la fregata corazzata Petropavlovsk, la fregata Svetlana, le corvette Askold e Bogatyr, il clipper Krejser e due schooner. Per evitarne in caso di guerra la distruzione da parte delle superiori forze della flotta inglese, le navi russe (ad eccezione dell’inaffidabile Petropavlovsk) furono inviate nei porti atlantici degli Stati Uniti da cui, dopo aver interrotto i rapporti con l’Inghilterra, iniziare le operazioni. Nel novembre, le navi russe lasciarono i porti d’Italia. La corvetta Bogatyr giunse a Charleston il 27 dicembre; la nave dell’Ammiraglio Butakov, la fregata Svetlana, sotto il comando del Granduca Aleksej Aleksandrovich, giunse nella rada di Hampton il 31 dicembre; la corvetta Askold giunse a Charleston il 12 gennaio 1877; il clipper Krejser arrivò a New York il 4 febbraio. Nel marzo 1877 l’intero squadrone di Butakov fu concentrata a New York. Contemporaneamente, le navi dello squadrone dell’Oceano Pacifico e la flottiglia siberiana, sotto il comando del Contrammiraglio O. P. Puzino, ebbero l’ordine di recarsi a San Francisco. Nell’ottobre 1876 si ritirarono dai porti cinesi e giapponesi e il 25 dicembre 1876 lo squadrone della corvetta Bajan, dei clipper Vsadnjk e Abrek, degli schooner Vostok, Tungus ed Ermak, giunse a San Francisco, più tardi seguito dalla cannoniera Gornostaj e dal trasporto Japonetz.
Secondo il piano elaborato dall’Ammiraglio Puzino, in caso di guerra il suo squadrone doveva attaccare Vancouver per “causare danni agli stabilimenti nemici e distruggere le navi militari e mercantili presenti”, e poi recarsi in Australia e incrociare verso occidente (le corvette), e oriente (i clipper), bombardando i depositi sulle coste settentrionale della Nuova Guinea, le Isole Salomone e le Isole Marshall. Il 30 aprile, dopo essersi allentata la tensione nei rapporti russo-inglesi, gli squadroni russi ricevettero l’ordini di lasciare i porti degli Stati Uniti e ritornare al servizio di routine.

Fregata Svetlana

La “terza” spedizione americana
“Terza spedizione americana” fu chiamata l’organizzazione di un squadrone di navi russe in crociera negli Stati Uniti dopo la fine della guerra russo-turca del 1877-1878, e le pretese del Regno Unito di revisionarne i risultati. Poiché la flotta russa non disponeva di un numero sufficiente di navi idonee per la crociera, fu deciso di acquistare navi mercantili negli Stati Uniti e utilizzarle come incrociatori ausiliari. Furono stanziati tre milioni di dollari, sufficienti per comprare tre o quattro navi. L’acquisto delle navi e l’organizzazione della crociera furono affidati al capitano di corvetta L. L. Semechkin. Il 27 marzo 1878, fu deciso di affidare immediatamente la spedizione al comando del capitano di corvetta K. K. Grippenberg, recatosi negli Stati Uniti sulla nave tedesca Zimbria. Il 17 aprile, il Zimbria entrò nel piccolo porto di South West Harbor, Maine. Il 26 aprile, a New York, arrivò Semichkin, che acquistò tre navi a vapore (California, Columbus e Saratoga). Furono aggiornate come incrociatori a Philadelphia nel cantiere navale Crump. Il 29 maggio 1878 ebbero il nome Evropa, Azija e Afrika, divenendo navi da guerra di prima linea. A settembre, il Zimbria giunse a Filadelfia con le squadre dei marinai russi. A dicembre, Evropa, Azija e Afrika alzarono la Croce di Sant’Andrea. Dato che la minaccia di guerra con l’Inghilterra era finita, gli incrociatori salparono da Philadelphia per l’Europa a fine dicembre 1878.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sanzioni statunitensi sono sintomatiche di un impero fallito

James Oneill New Eastern Outlook 5.08.2017

Il 26 luglio 2017 il Congresso degli USA approvava in via straordinaria un disegno di legge che prevede nuove sanzioni contro Corea democratica, Russia e Iran. Il passaggio di tale legge e il tipo di sostegno nel Congresso degli Stati Uniti sono istruttivi per vari aspetti. Il primo punto è che le fazioni statunitensi, precisamente le istituzioni statunitensi, sono disposte a perseguire politiche indipendentemente dall’assenza di basi evidenti; in contrasto con gli interessi dei supposti amici ed alleati e completamente prive di qualsiasi conoscenza o riferimento alle realtà storiche. Il risultato delle ultime sanzioni è creare una situazione singolarmente pericolosa che potrebbe facilmente portare a una guerra nucleare. Contrariamente alle credenze bizzarre di certi politici statunitensi, non ci sarebbero vincitori con tale risultato. Questi punti possono essere illustrati riguardo le sanzioni all’Iran. Per anni la retorica degli Stati Uniti e dell’alleato Israele era che l’Iran era “sul punto di sviluppare una bomba nucleare”. Per più di un decennio, il governo israeliano diceva che l’Iran era “a solo pochi mesi” da tale sviluppo. Che le date siano passate senza incidenti, non impediva la ripetizione di ciò che era una manifesta falsità. Il primo ministro israeliano Netanyahu apparve all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, presentando un disegno che rappresentava la presunta “minaccia imminente”. I media occidentali omisero di menzionare che Israele è la sola potenza nucleare del Medio Oriente; non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, e si rifiuta di consentire l’ispezione dell’AIEA delle proprie strutture nucleari. Non solo non vi era alcuna prova che l’Iran abbia o volesse sviluppare armi nucleari, fu opinione unanime delle 17 agenzie d’intelligence statunitensi in due occasioni che l’Iran non avesse un programma per armi nucleari. Per risolvere la prospettiva della costante propaganda antiiraniana che istiga all’attacco di Stati Uniti e alleati all’Iran, il governo russo fu determinante nel raggiungere l’accordo del 2015 che impediva che l’inesistente programma di armi nucleari giustificasse la guerra. L’esempio dell’Iraq illustra come demonizzazione costante, minacce di sanzioni e false accuse su armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, possano rapidamente portare alla devastazione totale di una nazione in precedenza prospera. Le lezioni da trarre da Iraq, Libia e Siria sono decisamente ignorate dai media occidentali che attualmente rullano i tamburi di guerra contro la Corea democratica, ancora una volta ignorando storia, logica e realtà militari.
Il piano d’azione comune globale (JCPOA) negoziato nel 2015 e concordato dai partecipanti, compresi gli Stati Uniti, forniva lo strumento con cui si rende praticamente impossibile all’Iran divenire una potenza nucleare. I meccanismi per garantirne la conformità comprendevano ispezioni regolari dell’AIEA e relazioni semestrali che attestano la conformità dell’Iran. Queste relazioni sono inviate al Congresso degli Stati Uniti. Per gli statunitensi e i loro alleati, tuttavia, non basta. Sebbene il JCPOA li privi del casus belli immediato per la guerra, la retorica anti-iraniana continua senza sosta. Un esempio della falsa propaganda è l’affermazione che l’Iran sostenga i gruppi sciiti intenti a promuovere terrorismo e destabilizzazione in Medio Oriente e altrove. Tale affermazione non ha alcuna attinenza coi fatti. La Fondazione Carnegie USA, ad esempio, in un rapporto intitolato “L’aiuto dell’Iran in Yemen” criticava la rappresentazione dell’Iran come sostenitore dei “ribelli sciiti” contro le forze del presidente Hadi. La realtà è che Hadi fu eletto in un’elezione dove era l’unico candidato e che l’opposizione popolare fece fuggire in Arabia Saudita. Gli huthi, la principale opposizione ad Hadi, sono zaiditi, teologicamente del ramo sunnita dell’Islam piuttosto che sciita. La guerra brutale in corso nello Yemen è guidata dai sunniti sauditi, sostenuta da Regno Unito, Stati Uniti e dalla grave presenza di mercenari, anche australiani, su cui il governo australiano tace. La realtà ha più a che fare con la posizione strategica dello Yemen, che si affaccia sullo stretto tra Mar Rosso e Mar Arabico e gli enormi giacimenti di petrolio ambiti dai sauditi, piuttosto che a un qualsiasi presunto sostegno iraniano. Anche Gibuti, sullo stretto dello Yemen, ha attirato l’interesse strategico statunitense e cinese, senza essere devastato dalla guerra. L’Iran offre sostegno politico e morale a Hamas in Palestina, ai musulmani nel Kashmir e ai rohingya in Myanmar, tutti sunniti. La caratteristica che hanno in comune è che sono repressi e soggetti a politiche genocide di altri gruppi politici e religiosi.
L’amministrazione Trump dimostra la verità dell’osservazione del Presidente Putin sulla precedente amministrazione Obama, secondo cui “non sono capaci di un accordo”. Trump ha detto al Wall Street Journal: “se fosse per me avrei trovato (gli iraniani) non conformi 180 giorni fa” (quando giurò). Secondo un articolo del Journal of Foreign Policy, Trump riprese il mantra all’ufficio ovale accusando i suoi consiglieri in politica estera (Tillerson, Mattis e McMaster) di non aver trovato modo per affermare che l’Iran violi le disposizioni del JCPOA. Il New York Times diffuse una storia simile. Infatti, gli Stati Uniti violano il JCPOA, sia nella lettera che nello spirito, e anche la risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che approvò l’accordo. L’articolo 29 del JCPOA impegna gli Stati Uniti ad astenersi da qualsiasi politica intesa a incidere sulla normalizzazione delle relazioni commerciali e economiche con l’Iran. Le ultime sanzioni e la retorica bellicosa che le accompagna sono manifestamente non conformi all’articolo 29. Tra le tante falsità contro l’Iran c’è l’affermazione che i test missilistici dell’Iran violino il JCPOA. Non c’è nulla nell’accordo che impedisca all’Iran di sviluppare l’autodifesa, tra cui l’uso di tecnologie antiaeree e antimissili. Un diritto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Iran ha adottato il sistema antimissile S300 della Russia nel 2016, in virtù del diritto all’autodifesa. Date le quotidiane minaccia all’Iran; i due ultimi incidenti dei “colpi di avvertimento” sparati a navi iraniane da navi militari statunitensi che operavano presso le acque territoriali dell’Iran; e la storia sulle azioni statunitensi nei Paesi confinanti, le misure di autodifesa sono una prudenza. L’osservanza dell’Iran dei termini del JCPOA ha consentito d’intervenire in un’altra area probabilmente più importante delle misure di autodifesa militare. L’Iran ha compiuto rapidi progressi nel rafforzare i legami economici con Cina, India e Russia. Sono stati firmati memorandum d’intesa per 40 miliardi di dollari con la Russia e società russe. La società Gazprom ha firmato un accordo da miliardi di dollari per sviluppare il giacimento Farzad B. Gazprom sviluppa anche i campi petroliferi Azar e Ghanguleh nella provincia del Luristan dove si stimano 3,5 miliardi di barili di riserve di petrolio. L’Iran ha anche 7 miliardi di dollari in riserve di gas naturale. I 200 miliardi di dollari necessari per sviluppare tali riserve verranno da Russia, Cina e altre fonti non occidentali. L’Iran annunciava che darà la preferenza ad infrastrutture e ad altre iniziative di sviluppo alle nazioni che l’hanno sostenuto negli anni delle sanzioni e delle altre forme di guerra. La Cina, che attualmente costruisce un collegamento ferroviario ad alta velocità tra Mashad e Teheran (per collegarsi con altre linee dell’Est asiatico), vede l’Iran quale fattore chiave nella grande Belt and Road Initiative (BRI) che trasforma il quadro economico e geopolitico eurasiatico. L’Iran è anche attore chiave nel corridoio dei trasporti Sud – Nord che collega l’India attraverso Iran e Azerbaigian alla Russia, trasportando merci ad una frazione del costo e del tempo delle rotte convenzionali esistenti e vulnerabili alle interferenze della Marina statunitense. Significativamente importante è anche l’associazione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con l’adesione a pieno titolo probabilmente nel 2018. La SCO è una componente centrale del BRI con legami sempre più stretti con l’Unione economica euroasiatica (EEU). La Russia è il denominatore comune di BRICS, SCO, UEE, SCO e NSTC. I Paesi di questi quattro gruppi, così come altre nazioni (ora più di 60) che hanno aderito al BRI, sempre più negoziano altri accordi non denominati in dollari. I giorni del dominio del dollaro USA sono chiaramente contati.
Questa combinazione di grandi cambiamenti economici e geopolitici nell’equilibrio di potere, allontanandosi dal dominio statunitense degli ultimi sette decenni, è la chiave per capire perché gli statunitensi reagiscono in modo disperato, pericoloso ed irrazionale. È la classica sindrome della fine dell’impero. Si spera che gli adulti costringano gli Stati Uniti ad evitare la via che porterebbe alla fine dell’umanità.James O’Neill, avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sul “Corridoio di sviluppo Asia-Africa”

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 4.08.2017

Con i recenti collocazioni e slogan sui diversi progetti economici internazionali, a fine maggio si aggiunse il nuovo “Corridoio di sviluppo dell’Asia-Africa”, AAGR. L’aspetto di questo progetto fu predeterminato dalla dichiarazione congiunta dei primi ministri di Giappone ed India, l’11 novembre 2016, che riassunse la visita di Shinzo Abe a Delhi su invito di Narendra Modi. Il quarto comma del documento afferma, tra l’altro, che “la migliore connettività tra Asia e Africa, realizzando una libera e aperta regione Indo-Pacifica, è vitale per la prosperità dell’intera regione“. A tal fine, si prevedeva di stabilire uno “stretto coordinamento, sia bilaterale che con altri partner”. Sei mesi dopo, alcune considerazioni relative al progetto AAGR furono discusse a margine della riunione annuale (52.ma) della Banca africana di sviluppo, svoltasi a fine maggio (cosa notevole) nella città indiana di Ahmedabad, sulle coste occidentali del Paese. Più di 3000 delegati provenienti dai 54 Paesi africani parteciparono al forum dell’ADB. Uno degli eventi chiave a margine del forum fu l’incontro tra esperti e funzionari tripartiti (giapponesi-indiani-africani), in particolare i ministri delle finanze di India e Giappone, nonché la leadership dell’ADB. Una dichiarazione sul sito della banca afferma che durante questi incontri, funzionari di India e Giappone, nonché imprenditori privati di entrambi i Paesi discussero della cooperazione bilaterale con l’obiettivo di creare le condizioni più appropriate per lo sviluppo economico dell’Africa. I commenti sull’AAGR sono piuttosto inutili, dato che il progetto sembra non abbia ancora superato l'”accordo di intenti”. Per noi è interessante come nuovo elemento, molto importante, del gioco politico globale in cui le maggiori potenze asiatiche, quali Cina, India e Giappone, abbiano sempre più influenza. Uno degli strumenti utilizzati dagli attori è l’avvio di progetti d’integrazione, con l’apparente scopo politico di attrarre nell’orbita dei propri interessi il massimo numero di “altri” Paesi in Asia, Africa, America Latina e persino Europa.
Su NEO, la motivazione di Cina, India e Giappone nel concentrarsi sui Paesi non solo del proprio continente ma anche dell’Africa, è stata discussa più volte. Inoltre, vi è la tendenza alla formazione del tandem Giappone-India, sempre più coordinato contro la Cina. Ciò fu dimostrato, in particolare, dall’ultima riunione dei premier giapponese ed indiano. Nel gioco geopolitico di oggi, è una delle tendenze più allarmanti. Tuttavia, la sua presenza è indubbia e il peggio che qualsiasi osservatore del Pacifico può fare è ignorare le realtà negative associate a tale tendenza. Tuttavia, non vanno persi di vista i risultati positivi (scarsi), ad esempio nelle relazioni cino-giapponesi. Il confronto con la Cina del tandem giapponese-indiano è indubbiamente uno dei motivi principali del progetto AAGR. Questo fatto è ben chiaro a Pechino, dove l’Africa è da tempo considerata una delle aree principali per la diffusione della propria influenza. Tuttavia, il quotidiano cinese Global Times esprime la speranza che l’AAGR possa diventare un complemento, piuttosto che un concorrente, al progetto della rinascita della “Grande Via della Seta”, in cui l’Africa è considerata importante partner. Ancora una volta, va notato che, per entrambi gli avversari regionali della RPC, l’adesione alla Grande Via della Seta (o l’accordo con il progetto AAGR) potrebbe essere molto vantaggiosa. In particolare, sarebbe molto più facile per l’India realizzare i propri progetti di costruzione di diversi corridoi di trasporto e industriali pronti ad attraversare il Paese da nord a sud e da ovest ad est. India e Giappone, continua il Global Times, troverà molto più facile operare in Africa in collaborazione e non in concorrenza con la Cina, che da tempo è leader negli scambi ed investimenti nel continente. Il volume dei soli beni commerciali sino-africano si avvicina ai 200 miliardi di dollari, tre volte quello dell’India, il secondo maggiore in questo indicatore.
Un recente studio di McKinsey&Company, nota società di consulenza, esamina in dettaglio tutti gli aspetti della politica di sviluppo della Cina sul continente africano. I principali progetti cinesi (già attuati e pianificati), il volume degli investimenti finanziari e altri aspetti della cooperazione tra Cina e Africa, sono davvero impressionanti. Vi sono oltre 10000 aziende cinesi che attualmente operano nel continente, con l’aiuto di cui circa il 30% dei prodotti africani sono fabbricati. L’attività cinese è presente nel 90% delle aziende private africane. Entro il 2025 il volume del commercio bilaterale potrebbe raggiungere i 440 miliardi di dollari. Né India né Giappone possono vantare nulla di simile. Pertanto, l’appello della RPC alla cooperazione, piuttosto che alla concorrenza, in Africa ai primi due dovrebbe sembrare molto attraente. Tuttavia, come è stato notato su NEO più volte, vi sono serie sfide politiche alla cooperazione reciprocamente vantaggiosa del tandem giapponese-indiano con la Cina. E, come dimostrato recentemente, hanno solo esacerbato le relazioni sino-indiane. È quindi difficile prevedere una risposta positiva alla proposta di Pechino a Tokyo e Nuova Delhi di allineare il progetto AAGR alla Via della Seta.Vladimir Terekhov, esperto di questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’economia della Russia accelera

I BRICS superano le aspettative dell’economista che ne coniò l’acronimo
Xinhua,15/08/2017

I risultati economici delle cinque maggiori economie emergenti del mondo, conosciute come i “BRICS”, superano le aspettative di Jim O’Neill, l’economista che coniò l’acronimo. L’ex-capo economista della Goldman Sachs coniò l’acronimo “BRIC” nel 2001 per descrivere Brasile, Russia, India e Cina, le cui economie, secondo le sue stime, sarebbero emerse nel ventunesimo secolo svolgendo un ruolo di primo piano nel mondo degli affari. Il Sud Africa in seguito entrò nel gruppo, rinominato “BRICS”. “Sedici anni dopo, la quota dei Paesi BRICS del PIL mondiale è molto più alta di quanto avevo immaginato“, afferma O’Neill in un’intervista a Xinhua. Nell’articolo intitolato “Il miglior sviluppo delle economie globali dei BRIC” del 2001, O’Neill ritenne che i Paesi BRIC avrebbero avuto un valore economico complessivo di circa 11600 miliardi di dollari oggi. Tuttavia, il valore attuale è pari a 16600 miliardi. Gli anni 2000 furono un periodo nel quale il gruppo superò le stime di O’Neill, attirando l’attenzione del mondo. Per il Fondo monetario internazionale (FMI), tra il 2001 e il 2011 il tasso di crescita medio annuo dei Paesi BRICS fu: 3,8% per il Brasile, 4,8% per la Russia, 7,8% per India, 10,7% per la Cina e 3,7% per il Sud Africa. Questo progresso tuttavia fu rallentato nel successivo decennio, nel periodo in cui l’economia mondiale si riprendeva dalla grave crisi finanziaria e con alcuni Paesi, come la Cina, entrati in una nuova fase di sviluppo. O’Neill, tuttavia, ha respinto le accuse di certi esperti che credono che i Paesi BRICS siano in declino. Non è ragionevole considerare un rallentamento della crescita delle economie combinate, ritiene O’Neill. L’economia cinese ha continuato ad espandersi nel primo semestre di quest’anno, con una crescita del PIL del 6,9%, circa 38200 miliardi di yuan (5600 miliardi di dollari), secondo il National Bureau of Statistics della Cina. Inoltre, Russia e Brasile hanno subito flessioni negli ultimi anni, ma l’economia brasiliana è salita di nuovo nel primo trimestre del 2017 dopo un calo prolungato, mentre la Russia ha registrato un tasso di crescita del 2,5% annuo nel secondo trimestre. “Il fatto che la crescita sia rallentata è insignificante, dato che i risultati sono già migliori di quelli che previdi 16 anni fa, principalmente in Cina, ma anche in India, nonostante i problemi di Brasile e Russia. […] E’ ridicolo dire che la crescita non è così importante semplicemente perché sono cresciuti di meno”, ha detto. Inoltre, O’Neill guarda anche ad altri Paesi che potrebbero sorprendere il mondo nei prossimi decenni. “Direi che nei prossimi 50 anni, forse quattro Paesi potrebbero diventare importanti quanto Russia o Brasile (economicamente)“, affermava O’Neill. “Certamente Indonesia, probabilmente Messico e Turchia e, cosa meravigliosa, forse la Nigeria. Ma vedremo. Il fatto che abbiano la capacità di diventarlo non significa che accadrà“, ha detto. “I Paesi BRICS hanno già detto di essere aperti a nuovi membri. Ma non credo che accadrà nel prossimo futuro, finché uno dei quattro Paesi non sarà chiaramente diventato molto più importante (economicamente)“, ha detto. La città di Xiamen nella Cina sud-orientale ospiterà presto il 9° vertice dei Paesi BRICS.L’economia della Russia accelera
Maggiore crescita della produzione in controtendenza a un’inflazione in rapida espansione e a un risparmio più elevato
Russia Feed  15/08/2017

Rosstat, l’agenzia statistica statale russa, forniva cifre ufficiali a conferma di ciò che è già noto; l’economia russa è accelerata notevolmente nel secondo trimestre, crescendo ad un tasso annuo del 2,5% nel periodo aprile-giugno, contro lo 0,5% del periodo gennaio-marzo. Inoltre, la banca centrale normalmente assai prudente prevede un’inflazione negativa o deflazione (cioè i prezzi in calo) per agosto. Questo è probabile in quanto la produzione alimentare in Russia continua a crescere, con la vendemmia che si prevede maggiore di quanto stimato e una produzione totale alimentare in Russia che dovrebbe superare il totale dell’anno scorso, nonostante la primavera e l’inizio dell’estate freddi. La produzione alimentare più alta nei mesi estivi, tradizionalmente, si traduce nel calo dei prezzi alimentari, trascinando in basso l’inflazione globale, e sembra che ciò sarà ancora il modello di quest’anno. La crescita del PIL in Russia tende ad essere più elevata nella seconda metà dell’anno che nella prima, anche se questo non è un modello fisso. Tuttavia, con l’inflazione che continua a scendere e la produzione alimentare a salire, probabilmente sarà così quest’anno. Se sarà così, la possibilità che la produzione dell’economia russa quest’anno ripiani completamente le perdite subite dalla recessione, sarà adempiuta presto. Dato che il recupero è guidato da investimento e produzione, come hanno sempre voluto le autorità russe, ci vorrà altro tempo prima che il tenore di vita russa torni completamente al livello pre-recessione, anche se sembra accada molto prima di quanto previsto (anche delle stesse autorità russe).
Indipendentemente dal punto di vista economico, l’economia crescerà costantemente fino alle elezioni presidenziali del prossimo anno, con la popolazione sempre più consapevole di ciò. Se si suppone che la politica economica russa, come la politica economica in occidente, sia guidata da preoccupazioni politiche, cosa che non credo affatto, allora le autorità russe hanno raggiunto l’obiettivo di creare le condizioni per l’ottimismo economico prima delle elezioni. L’osservazione spesso fatta sui tassi di crescita russi di quest’anno è che a la crescita del 2-3% in Russia rimane inspiegabile per gli standard mondiali. Ciò tuttavia trascura il punto chiave che la priorità per le autorità russe non è il tasso di crescita complessivo ma una bassa inflazione, mantenendola sotto il tasso annuo del 4%. Il risultato è che ora la Russia ha tassi d’interesse reali di circa il 5%, in contrasto con le economie occidentali che generalmente crescono poco meno del tasso di crescita trimestrale corrente della Russia, ma dove i tassi di interesse reali sono nulli o addirittura sotto zero. Il risultato è che la crescita in Russia è in controtendenza con l’aumento del risparmio, di cui ora vi sono i primi segnali netti, mentre in occidente, a fronte dell’aumento del debito garantito si gonfiano i prezzi dei beni (principalmente terra e azioni). Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il risparmio maggiore si ha solitamente quando le imprese e soprattutto i consumatori devono pagare il debito, generalmente causando una recessione basata su tagli a investimenti e domanda. La Russia, al contrario, attraverso le azioni deliberate del governo, gradualmente diventa un’economia, come quella della Germania e dell’Estremo Oriente, in cui investimenti e domanda sono finanziati non dal debito garantito contro l’inflazione dei titoli, ma dai risparmi accumulati in ciò che diventa un ambiente dalla bassa inflazione. Inoltre, gli alti tassi d’interesse reali, impedendo ai prezzi di beni come terra e azioni di aumentare troppo rapidamente, spingono gli investimenti da questi settori a settori come produzione e agricoltura che il governo vede più produttivi.
Ciò ha storicamente guidato i Paesi che seguono il modello degli investimenti maggiori in quei settori dell’economia, innanzitutto la produzione, ma anche l’agricoltura in Russia, che comportano una maggiore produzione, proprio ciò che inizia a vedersi ora in Russia.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e Ambiente

Grandangolo sulla Cina: la questione dei quadri tecnici e dei manager, il nodo dell’ambiente. Oltre le bugie dei media
Luca Baldelli
Lo sviluppo della Cina moderna e contemporanea è uno dei capitoli più prodigiosi della civiltà contemporanea e del socialismo in un Paese che, dal 1949 ad oggi, è passato da nemmeno 500 milioni di abitanti a 1400000000. Un Paese che, formato in gran parte da contadini, legati ad arcaici sistemi produttivi e vecchi rapporti feudali di sfruttamento, ha saputo elevarsi, grazie alla guida salda e intrepida di Mao e dei suoi successori, dalla preistoria alla più piena modernità e avanguardia scientifica e tecnologica. Il tutto, in un arco di tempo di soli 70 anni, periodo nel quale i Paesi occidentali, a cavallo tra l’800 e il ‘900, hanno solo saputo perpetuare il potere capitalistico–borghese con lo sfruttamento della classe lavoratrice e appena qualche conquista fatta cadere dal tavolo della borghesia come le briciola della mensa del ricco Epulone. Sulla dinamica dello sviluppo cinese le campane più svariate hanno intonato le nenie più stantie, tanto che risulta oggi necessario, per il militante marxista–leninista, acquisire notizie e dati di primaria importanza per poter scrollare anche il proprio giudizio dalla polvere del decadentismo borghese, comunque camuffato, del disfattismo e delle facili stroncature improntate ad un’ortodossia apparente e, comunque, degna di miglior causa. Da più parti si sostiene che la Cina odierna nulla avrebbe a che spartire con quella edificata da Mao, tutta volontarismo, mobilitazione permanente delle masse, critica serrata al burocratismo come distorsione da eliminare. In particolare, si asserisce l’esistenza di un’eccessiva predominanza dell’economia privata, della proprietà privata dei mezzi di produzione, con conseguenze letali anche per la gestione delle risorse naturali nel loro complesso. Vediamo come stanno le cose convinti, come siamo, che la verità “vera” non stia né dalla parte dei detrattori né da quella degli apologeti.
In primis, occorre comprendere con nettezza e adamantina onestà intellettuale come si è evoluto il Partito Comunista Cinese, eroica avanguardia combattente forgiata dalla lotta contro i “signori della guerra”, i tiranni, i feudatari, i proconsoli degli imperialisti presenti e predominanti nella vecchia Cina: questo enorme serbatoio di uomini, intelligenze, capacità, arditismo è passato da 1200000 militanti (tanti ne contava nel 1945) a 89000000 nel 2016. Esso è quindi diventato, con tutte le potenzialità e tutti i rischi del caso, un Partito di massa negli anni dell’edificazione del socialismo. Il dato, però, non ci parla solo di una crescita puramente e freddamente numerica, compulsabile e rendicontabile nell’ambito della più fredda ragioneria burocratica: no, esso vive e pulsa nell’evoluzione storico–economica della società cinese, della sua trasformazione, nel mutare dei rapporti di classe e di produzione, nell’affinamento continuo, pervicace e sistematico, della formazione di una classe dirigente all’altezza delle sfide poste da un mondo sempre più complesso, multiforme, ridisegnato nella sfere di influenza e nelle aree economiche e geopolitiche sensibili dalle dinamiche e dai rivolgimenti degli ultimi trent’anni. Passiamo dunque ai raggi x quella grande avanguardia che è il Partito Comunista Cinese: 88760000 militanti nel 2016, un planisfero organigrammatico costellato di sezioni e di “cellule” in ogni articolazione economica, politica e sociale dell’immenso Stato cinese. Dal punto di vista della stratigrafia sociale, nel novero sono compresi: 26000000 di agricoltori, pastori e pescatori; 7200000 operai; 12500000 tecnici, professionisti e dirigenti. Come si può vedere, il vecchio PC interamente operaio e contadino del periodo maoista pare essere tramontato definitivamente dall’orizzonte politico e storico. Quello che sarebbe un tremendo pericolo e una iattura per tutta la classe operaia mondiale è, però, null’altro che una conclusione troppo affrettata: infatti, grazie al socialismo, in Cina è cresciuto a livelli esponenziali il benessere delle masse popolari e, come premessa fondamentale e imprescindibile di questo cammino in avanti, è cresciuto il livello di istruzione generale, con conseguente mutamento della stratificazione sociale. I tecnici, i dirigenti, gli specialisti sono cresciuti tanto nel numero assoluto quanto nel peso specifico, ovvero nella loro percentuale rispetto al resto della società, rispetto al ventaglio complessivo di professioni e lavori esistenti nel quadro della Cina socialista. Questo è, ad un tempo, un successo e un rischio: un successo, in quanto ci parla di un Paese proiettato ben oltre la ciotola al giorno di riso garantita a tutti (con abbondanza di contorni, sia detto per inciso) dal potere comunista dei primi anni, un pericolo in quanto lascia presagire o sottendere pericoli di imborghesimento dei quadri e di formazione di una nuova classe privilegiata, garantita nel proprio benessere da reviviscenze di rapporti sociali improntati a sfruttamento ed estrazione di plusvalore dal lavoro operaio. Invero, nel 2001 Jiang Zemin, Segretario del PCC, spinse eccessivamente l’acceleratore nel suo discorso per l’80° anniversario della fondazione del Partito, presentando la “teoria della tre rappresentatività” la quale, oltre a valorizzare il ruolo di tecnici, scienziati ed esperti nel quadro militante, apriva la strada anche ad imprenditori privati e magnati dell’industria, sorti nel clima di prosperità creato dal socialismo. A tal proposito, occorre dire che, se il crollo del Comecon e del campo socialista tradizionalmente inteso (per quanto viziato e depotenziato dal revisionismo del post ’56), ha reso necessaria una proiezione della Cina in campo internazionale, sui mercati, pena un isolamento insostenibile dinanzi ad un unipolarismo statunitense tradottosi in semimonopolio delle risorse naturali strategiche per lo sviluppo industriale e civile, è anche vero che l’eccessivo peso assunto dai ceti capitalistico–mercantili cresciuti all’ombra delle riforme di Deng ha significato e significa un rischio di involuzione in senso antisocialista dell’ordinamento cinese e, dunque, un colpo mortale per l’umanità progressista, amante della pace e rivoluzionaria. Pertanto, mentre è stato indubbiamente giusto valorizzare i quadri tecnico–scientifici in seno al Partito, eccessivamente azzardato è stato l’altro passo, ossia quello di garantire agli imprenditori privati (altra cosa dai tecnici e dai quadri dirigenziali) uno spazio significativo in senso alle articolazioni del Partito e dello Stato. A questo punto, la domanda è un’altra: ha il PCC gli anticorpi necessari per correggere questa distorsione e riportare l’asse della politica attorno alle classi lavoratrici senza infingimenti e senza surrettizie espropriazioni di una necessaria ed insostituibile egemonia? E’ il PCC in grado di marcare le opportune e anzi soteriche differenze tra il magnate, il tycoon rosso cresciuto all’ombra dell’ottimismo economicista, il più delle volte desideroso di sostituirsi alla classe dirigente con i suoi pari, ed il piccolo imprenditore legato strettamente agli interessi della classe operaia? La posizione sostenuta con forza dal Presidente cinese Hu Jintao pare, su questo fronte, rassicurare, anche se non ha scosso con la dovuta radicalità, per il momento, gli assetti generali del Paese. Il Presidente ha più volte messo in guardia contro un’eccessiva espansione della sfera privata dell’economia ed ha, saggiamente, invitato alla più forte vigilanza contro la minaccia di rinascita di una nuova classe borghese restauratrice. In un Paese in cui il PIL è ancora in stragrande maggioranza generato dal settore pubblico, esso non è un abbaiare alla luna, ma un impedire che la situazione si capovolga nell’assuefazione della popolazione, con il passaggio dell’area privata imprenditoriale da complemento del rafforzamento di un socialismo minacciato dall’unipolarismo imperialista statunitense, a sistema sociale sostitutivo di quello attuale, nato dal pensiero di Mao e dalla lotta cosciente di milioni di sfruttati. Questo richiamo ha sortito significative inversioni di rotta, che hanno il segno, inequivocabilmente, di una strenua difesa e di un rilancio delle conquiste del socialismo: rafforzamento della sanità gratuita e universale nelle campagne, estensione massiccia delle tutele e dei diritti nella sfera economica privata, protezione e bardatura, con l’ acciaio più temprato, delle prerogative e dell’egemonia del settore pubblico negli ambiti strategici dell’economia. Tutto ciò ha avuto un riflesso, poderoso e assai tangibile, anche nelle dinamiche interne al Partito Comunista Cinese: infatti, al XVIII Congresso, tenutosi nel novembre 2012, il 30% dei delegati è stato espresso e inviato dalle sezioni comuniste di villaggio, mentre la rappresentanza operaia è aumentata del 300% rispetto al precedente appuntamento congressuale. Intanto, nel settore privato i comitati di base del PCC sono passati dai 100000 del 2001 ai 300000 del 2011, coprendo tutte le 210000 grandi aziende private del Paese e reclutando più di 3500000 membri del Partito. Questi dati mostrano che l’anima proletaria e “profonda” della Cina non solo non è morta in seno alla società, ove essa è ancora egemone, ma è ancora in grado di riorientare e correggere gli orientamenti di un Partito che ha traghettato un Paese dal feudalesimo al socialismo in un brevissimo arco di tempo, liberando energie creative inestimabili e slanci forieri di sviluppi inarrestabili.
L’altro punto di vista che ci piace inquadrare è la questione del modello di sviluppo. Da più parti si sente affermare che la Cina sarebbe attanagliata da un modello inquinante, distruttivo, aggressivo, all’insegna della più cinica e noncurante dilapidazione delle risorse naturali. Le cose stanno così? Prima di entrare nel vivo della risposta, una considerazione di carattere generale si impone. Certamente, i problemi posti dal Protocollo di Kyoto, strumentali nel modo in cui essi vengono gestiti, rappresentano comunque un nodo ineludibile per qualsiasi strategia di crescita e sviluppo delle forze produttive. Un’economia fondata sullo spreco di risorse non rinnovabili e sempre più scarse, in nome del profitto o in nome di un fideismo sviluppista senza base e senza anima, non solo non è e non sarà mai sostenibile (quali che siano le valutazioni sulla scientificità o meno delle tesi riguardanti il riscaldamento atmosferico, certamente intrise di parzialità retoriche e di secondi fini), ma fin da ora minaccia di far scomparire letteralmente la razza umana dal Pianeta non tra secoli, ma al massimo tra qualche decennio. Si provi soltanto a pensare cosa comporterebbe la proprietà di un’auto per ogni cinese e… le conclusioni non tarderanno ad arrivare! A questo problema, è qui il nocciolo della questione, come risponde la classe dirigente della Cina socialista, col suo carico di responsabilità tutte, inevitabilmente, su vastissima scala? L’approccio del PCC pare essere di due tipi: difesa dei principi sanciti a Kyoto, impegno su scala globale per la creazione di un’economia sostenibile, anche con il supporto di imprese straniere (senza che mai venga meno la centralità progettuale e attuativa cinese) e, accanto a questo, fermo rifiuto delle coniugazione di questo tema secondo i modi e i tempi del morente capitalismo globale, fallito in ogni suo obiettivo e in ogni sua speranza di autoperpetuarsi all’infinito, forte di una inesistente ineluttabilità che neppure il più ingenuo dei positivisti potrebbe oggi formulare a cuor leggero. Il PCC e il vertice dello Stato cinese, in sintesi, vogliono un nuovo assetto economico internazionale sostenibile ed eco–compatibile e lo vuole più di ogni altro, consapevole che da una rincorsa infinita allo sviluppo tradizionale alla Cina verrebbero solo guai sul piano interno e tensioni sul piano internazionale, con guerre per l’accaparramento delle sempre più scarse risorse disponibili di qui a qualche anno o, massimo, decennio. Assieme a ciò, la Cina socialista e popolare rifiuta in blocco, in maniera sacrosanta, ogni “contagio” degli untori dell’economia di speculazione, quella che ha distrutto l’assetto economico internazionale minandone l’anima, sostituendo alla produzione di beni e servizi la disperata maieutica del denaro virtuale, fluttuante, metastatizzato e metastatizzantesi in carcinomi monetari slegati da ogni riferimento all’economia reale, nonché da ogni legittima e salutare sovranità nazionale vincolante e prescrittiva. Una sostenibilità vera, quella invocata e perseguita dalla Cina popolare, ben radicata nell’economia concreta e rifuggente da quella di carta come dalla peste. Una sostenibilità che non è l’appello ipocrita, meschino e vile alla “virtuosità” da parte di un’America del Nord che fino ad oggi ha devastato il Pianeta e oggi, dinanzi ad un avversario temibile e agguerrito, gioca al francescanesimo prospettando agli altri l’austerità per poi recarsi tutti i giorni a colazione, pranzo e cena da Pietro di Bernardone.
Mentre alle nostre latitudini di discute interminabilmente di raccolta differenziata e di pannicelli caldi, in Cina si marcia speditamente verso un nuovo modello di sviluppo: già nel 2007 il Paese otteneva il 7% della sua produzione energetica totale da fonti rinnovabili (solare, eolico ecc..). Nel 2015, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono aumentati del 17%, posizionando la Cina al primo posto nel mondo (100 GW di potenza installata), con particolare riguardo al fotovoltaico (quasi 50 GW, + 15,2% rispetto al 2014; gli USA vengono solo al 4° posto, con circa 25 GW). Il 50% degli impianti eolici realizzati nel mondo sono presenti in Cina: quasi 150 GW, con un + 30,8% rispetto al 2014, mentre gli USA vengono al secondo posto, con circa 70/80 GW (+8,6% rispetto al 2014). Solo nel 2009, le città cinesi hanno acquistato 13000 veicoli elettrici, in previsione dell’allargamento del mercato privato delle automobili a 287000000 di esemplari nel 2030, fatto questo che dovrà per forza di cose essere improntato a sostenibilità, pena l’esaurimento delle risorse mondiali di petrolio in tempi rapidi.
La disinformazione ci presenta il “milione di morti ogni anno per inquinamento” in Cina, registrati da un rapporto dell’OMS del 2016. Ebbene, ad onta della necessaria scientificità e del rigore richiesto come requisito minimo in questi studi, l’OMS, che pure ha sempre brillato per autonomia e indipendenza di giudizio, stavolta ha preso un enorme granchio: infatti, quel rapporto appare palesemente distorto e manipolato nelle cifre, forse anche per colpa di criteri di registrazione delle cause di morte che, scrupolosissimi in Cina, lo sono molto meno negli USA (dove la sanità fa acqua da tutte le parti, anche nella rilevazione di certi dati) e in Europa (continente nel quale il welfare, pur robusto e figlio di una rispettabilissima tradizione socialdemocratica, è oggi sotto attacco e depotenziato). Infatti, mentre in quel rapporto il numero dei morti per cause legate all’inquinamento è fissato, per la Cina, a 1000000, quello degli USA, della Germania e dell’Italia è astutamente (o inopinatamente ) sottostimato: si parla, rispettivamente, per queste Nazioni capitaliste, di 40000, 26000 e 21000 decessi. Soltanto 40.000 morti negli USA, che dell’inquinamento sono stati storicamente, e sono ancora oggi, i principali responsabili! La prova del “taroccamento” (o quantomeno dell’assoluta imperizia nella raccolta dei dati da parte degli Stati nazionali, segnatamente quelli occidentali, desiderosi di evitare reprimende e sanzioni) appare evidente nel momento in cui si raffrontano i dati OMS con quelli di tutta una serie di autorevolissimi studi: l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) nel 2012 registrava 84400 decessi prematuri in Italia e non si vede come essi, cinque anni dopo, possano essere diminuiti di quattro volte! Per quanto concerne gli USA, i ricercatori del celeberrimo storico MIT (Massachusetts Institute of Technology), in un loro studio del 2013 parlavano di ben 200000 morti annui per cause legate all’inquinamento ambientale. In tutti gli studi sino ad ora svolti e consultabili, invece, il dato cinese è sempre lo stesso: 1000000 di morti o poco più, a testimoniare quanto i dati di Pechino siano precisi e trasparenti, tanto che nessuno ha potuto “correggerli”. Non si tratta certo di assolvere la Cina per il suo ruolo (comunque reale) nell’inquinamento globale, sarebbe una posizione in malafede e pure ridicola; il problema è, invece, quello di riportare l’asse della discussione sul giusto binario: i decessi in rapporto alla popolazione (e in proporzione alla potenza dell’apparato produttivo complessivo) sono pressappoco della stessa entità in Cina, negli USA, in Italia, anzi, forse la Cina, col suo miliardo e passa di abitanti e il suo gigantesco apparato industriale, in un parallelismo logico–critico, esce dall’esame meglio di tutti gli altri Paesi. La differenza fondamentale è che, mentre nei Paesi occidentali la recessione gioca un ruolo di “regolatore naturale” anche dei livelli delle emissioni in atmosfera e del consumo di risorse non rinnovabili (Paesi che producono sempre meno inquinano, ovviamente, sempre meno), nel caso della Cina abbiamo un Paese che, in piena, vorticosa espansione, ogni anno segna un punto in più al suo attivo nella lotta alle emissioni nocive, al consumo di suolo, allo spreco delle risorse idriche. Non è la stessa cosa, anche se l’obiettivo a tendere deve essere, per tutti, un modello di sviluppo pienamente sostenibile, rispetto al quale si è ancora ovunque lontani, quale che sia la Nazione considerata e quale che sia il sistema economico in essa adottato. Ciò detto, mentre i giornali ci bombardano selvaggiamente con immagini di città cinesi immerse nello smog, brulicanti di gente con mascherine, scafandri e altri sistemi di “protezione”, nessun telegiornale e nessun giornale o rivista ad alta tiratura ci mostrano i 175 milioni di ettari di superficie boschiva (18,4% del territorio nazionale cinese) e i 52400000 ettari riforestati, in essi compresi, che fanno della Cina la terza Nazione al mondo per copertura boschiva e la prima per superficie riforestata. Nessun mezzo di comunicazione “di grido” ci parla mai dei 51 miliardi di alberi piantati ininterrottamente dal 1979 al 2009, né dei 3,5 miliardi di yuan stanziati nel solo 2008 per riforestare, entro il 2020, altri 2000000 di kmq (6 volte l’estensione dell’Italia!!!). E della eco–città avveniristica di Tianjin, sorta su una discarica bonificata e con utilizzo completo di tecnologie di raccolta, riciclo e riutilizzo dei materiali, chi ha parlato mai nelle nostre tv? E’ forse stata fatta qualche menzione, poi, ad altri casi analoghi in via di realizzazione, quali le Città di Dongtan e Caofeidian, nella seconda delle quali il ruolo dell’Italia è basilare? Nemmeno il più laconico servizio televisivo si è preoccupato di mostrarci gli impianti geotermici della SINOPEC, il gruppo petrolchimico cinese con azioni per il 75% in mano al governo (prenda nota chi parla di “liberismo” imperante sotto l’ombra della Porta Celeste). Queste infrastrutture, presenti in ben 16 province, consentono di scaldare la bellezza di 40000000 di mq di case e fabbriche, evitando emissioni per 3000000 di t di CO2 (una quantità più o meno analoga all’inquinamento prodotto dal traffico romano in 10 mesi e da quello milanese in 30). Nessun cenno poi a meraviglie naturali e risorse tenacemente salvaguardate quali il Lago di Hangzhou, più precisamente chiamato “Lago dell’Ovest”, esteso per 5,6 kmq e inserito nel World Heritage (Patrimonio mondiale dell’umanità). Avete visto qualche servizio giornalistico o televisivo sul Parco solare galleggiante della Provincia dello Hanui, un gigante di 40 MW realizzato dalla SUNGROW, colosso cinese fondato nel 1997? Infine, chi si è preoccupato di presentare in modo adeguato la nuova Legge sulle emissioni inquinanti che entrerà in vigore in Cina nel 2018? Si tratta di un provvedimento d’avanguardia, messo a punto dopo molteplici consultazioni e assemblee in tutto il Paese, dopo che tutta la popolazione ha, direttamente o indirettamente, inviato alle autorità osservazioni, proposte, idee innovative per migliorare e incanalare il Paese sui binari dello sviluppo sostenibile. Secondo le nuove disposizioni, per ogni 0,95 kg di ossido di azoto o di anidride solforosa rilasciata, le fonti di inquinamento pagheranno fino a 12 yuan; le miniere verranno tassate con 15 yuan per ogni tonnellata di cascami e di materiali tossici o metalli pesanti (dannosi soprattutto per le acque); le centrali a carbone e gli impianti industriali a carbone saranno soggetti ad una tassa di 25 yuan per ogni tonnellata di cenere prodotta. Anche l’inquinamento acustico rientrerà tra i parametri soggetti a tassazione mirata: una scelta, questa, d’avanguardia, innovativa e coraggiosa. Naturalmente, i corifei del sistema capitalista, i russofobi e sinofobi in servizio permanente hanno giudicato debole questa legge (quando essa supera per efficacia e completezza quella di ogni altro Paese occidentale), usando argomentazioni false e intellettualmente disoneste: si è asserito che la misura non colpisce l’inquinamento delle auto, quando le autorità cinesi, generando reazioni scomposte proprio nel Paese dei moralisti ipocriti (gli USA), hanno accresciuto massicciamente le imposte sui veicoli di importazione più inquinanti, al punto che una jeep modello Wrangler costa in Cina 30000 dollari più che negli USA (71.000 dollari contro 40.000 circa). Si è poi affermato che la legge non colpisce le scorie nucleari, quando ogni mente sana, capace di intendere e di volere, si rende conto benissimo che il problema delle scorie nucleari non è quello della loro tassazione ma, semmai, quello della loro esistenza e che quindi occorre non produrne, smantellando il nucleare, o produrne meno. La coltre del silenzio più mafioso ha poi celato un dato di fatto: il nucleare, in questi anni, ha prodotto appena il 3% circa dell’energia elettrica cinese (il 20% viene dalle rinnovabili), mentre il dato corrispondente per gli USA è del 20% circa. Chi deve tassare le scorie o limitarle di più? I meccanismi della propaganda imperialista e sinofoba sono diabolici e onnipervasivi e, se non si sottopone al vaglio critico ogni dato e informazione, si cade sistematicamente nella tagliola della disinformazione: l’umanità deve continuare a pensare che la Cina viva costantemente immersa in una nuvola di smog ovunque, nel grigiore e nella rarefazione di aria fresca e pulita. Così sarà più facile dar credito alle sparate di un Trump che, per continuare a spingere gli USA sulla pista dell’inquinamento e della non negoziabilità di un modello di sviluppo distruttivo, energivoro e capace di annichilire il Pianeta in pochi lustri, ha bisogno di additare altri attori dell’economia mondiale come causa di tutte le sciagure, salvando multinazionali ed oligopoli a stelle e strisce che, invece, portano il peso delle principali responsabilità. Eppure, un altro capitolo della statistica scientifica internazionale si incarica di dar torto a questo mito: nel 2004, gli USA, con nemmeno 300 milioni di abitanti, emettevano CO2 in atmosfera per 6049435000 t annue, mentre la Cina, con Taiwan inclusa (oltre 1 miliardo di abitanti), si posizionava al secondo posto con 5010170000 t annue. Il Rapporto 2013 “Trends in Global CO2 Emissions”, redatto dal Joint Research Centre (JRC) dell’Agenzia ambientale dei Paesi Bassi e della Commissione Europe, se da un lato certifica il sorpasso della Cina, con il 29% delle emissioni contro il 16% degli USA, dall’altro ci mostra chiaramente come le emissioni procapite di CO2 siano, negli USA, il doppio di quelle cinesi e, analizzato il contesto, possiamo renderci conto perfettamente di come gli Stati Uniti abbiano ridotto il loro impatto sull’ambiente non con la mitica “green economy”, nuova, illusoria frontiera di una sinistra radical chic che inventa slogan per non ridiscutere radicalmente il modello di sviluppo, ma in virtù di una recessione pesantissima, occultata dai grandi annuari statistici, che ha squassato il Paese dal 2008 portando al potere Donald Trump: solo secondo i dati ufficiali, gli USA hanno scontato, nel 2009, un calo della produzione industriale pari al 14,5%, mentre la Cina, in quell’anno, ha fatto registrare, per la stessa voce, più o meno un 20% (quando è in crisi, la Cina popolare cresce complessivamente del 6%, tasso raggiungibile in 6 anni e oltre dai nostri dinosauri capitalisti). Inoltre, se nel 1991 gli USA buttavano sul mercato il 22% dei prodotti industriali del mondo e la Cina seguiva a distanza di cento ruote con un umilissimo 2,5%, nel 2010 la situazione si è capovolta: gli USA oggi sono sotto il 20%, mentre la Cina è arrivata al 15%, tallonando gli yankees. Tenendo conto di questo quadro generale, si vede meglio come le prediche e i vanti statunitensi sulla riduzione delle emissioni inquinanti poggino, in realtà, su una situazione di crisi le cui inevitabili e logiche conseguenze vengono, furbescamente, spacciate per virtuosità derivanti da lungimiranti opzioni.
Tutto ciò ci deve suggerire sempre di verificare notizie e dati e di inquadrarli nei contesti generali nei quali essi sono inseriti, senza con ciò diventare, per converso, cantori acritici e apologetici di un “paradiso terrestre” che non c’è e non ci potrà forse mai essere, anche raggiungendo il massimo grado di somiglianza ad esso nelle strutture sociali e negli stili di vita. La questione è di dare a Cesare ciò che è di Cesare e alla Cina ciò che è della Cina, valutando nella sua complessità, nella sua capacità di trasformazione e di revisione un Paese col quale tutti sono e saranno ancor più obbligati a fare i conti. Un Paese che ci prepara sorprese ed opportunità, lontano da schemi e da facili profezie.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Mao Tse Tung: “Opere complete” in 25 volumi, Edizioni Rapporti Sociali
Opere di Deng Xiaoping
Jiang Zemin, “Selected Works”, Foreign Languages Press, Pechino 2013
David L. Shambaugh: “China’s Communist Party” (University of California Press, 2008)
Yiuchung Wong: “From Deng Xiaoping to Jiang Zemin” (University Press of America, 2005)
Lance L.P. Gore: “The Chinese Communist Party and China’s Capitalist Revolution” (Routledge, 2011). Fonte di parte, eccessivamente prona alla tesi dell’esistenza di un sistema perlopiù capitalista in Cina, ma utile e dettagliato sotto il profilo argomentativo e statistico.
Xinhua
Limes, n° 1/2017: “Cina–USA, la sfida”.
Rapporto OMS su emissioni inquinanti e situazione generale dell’inquinamento planetario
Lifegate
Profilo del colosso energetico cinese SUNGROW
Greenstyle
Greenbiz
LaStampa
Qualenergia
Sulle nuove disposizioni legislative per l’ambiente
Crisi Globale