Matteo stai Bonino (ma non sereno)

L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaida, al-Nusra, Hamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC News riferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Boleslaw Piasecki: un cattolico contro la piovra vaticana e imperialista nella Polonia popolare

Luca BaldelliLa crociata vaticana contro i Paesi socialisti, supportata materialmente dall’imperialismo anglostatunitense, ha sempre mirato a diffamare l’ideale marxista-leninista come principale bussola di trasformazione sociale per l’umanità, degradandolo a bieco materialismo senz’anima. Non solo: questa “pugna spiritualis” degna di miglior causa, che di spirituale e di teologico aveva veramente poco, ha sempre teso a nascondere, infangare e distorcere il ruolo costruttivo di milioni di cristiani, cattolici e non, nella costruzione della nuova società, mondata dalla lordura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Abbiamo avuto modo di esaminare il caso emblematico dell’abate cecoslovacco Josef Plojhar; questa volta, invece, ci sposteremo un po’ più a nord, in Polonia, Paese cattolicissimo, con un’atmosfera bigotta e codina diffusa, percepibile sin dalle pietre delle strade. Qui, lo schema disinformante e inquisitorio della crociata vaticana contro il socialismo e i suoi “compagni di strada”, riscontrabile in ogni angolo dell’est europeo, fu replicato fedelmente e anzi reso più pesante ed invasivo. Oggi, tutti coloro i quali pensano al cattolicesimo polacco vanno con la mente alla bianca veste di Wojtyla o ai baffi biondo-arancio di Lech Walesa. A pochi, pochissimi, balenerà davanti l’immagine di Boleslaw Piasecki. Un nome, questo, misterioso, enigmatico, ostico persino nella fonetica. Un personaggio senz’altro scomodo, Piasecki, ovvero non accomodante, né addomesticabile, né tanto meno collocabile nel Pantheon ipocrita, onnicomprensivo e per ciò stesso nullacomprensivo, della religiosità new-age, irenica e all’acqua di rose, che tanto va di moda in quest’epoca di valori forti banditi e di pensieri deboli resi forti dal potere. I fautori dello scontro cieco ed incondizionato fra diverse concezioni dell’uomo e del mondo, hanno tutto l’interesse a far credere che il comunismo abbia perseguitato sistematicamente i cristiani, fino quasi a cacciarli nelle catacombe; Piasecki rappresenta, come Plojhar, l’esempio incarnato di quanto tutto ciò sia falso e di come, invece, le masse cristiane e cattoliche dell’est-europeo abbiano, nella loro stragrande maggioranza, collaborato in maniera leale e fruttuosa con il potere popolare.
Nato nel 1915 a Lodz, in una famiglia di funzionari pubblici (il padre era dottore agronomo), Boleslaw Piasecki frequentò il Ginnasio “Jan Zamoyski” di Varsavia, laureandosi poi in Giurisprudenza presso l’Ateneo della Capitale polacca, nel 1935. Influenzato dalle idee nazionaliste e sovraniste, Piasecki, sempre nel 1935, fondò il ”Movimento nazional-radicale Falanga”, noto anche semplicemente come “Falanga” (“Falange”). Su tale formazione politica, il giudizio di vari storici è stato estremamente negativo: hanno assimilato la “Falanga” sic et simpliciter al fascismo, senza cogliere le contraddizioni, la dialettica interna a quel movimento fra conservatori tradizionalisti, nazional-rivoluzionari ed elementi filo-fascisti e filo-nazisti. Di certo, in questo caleidoscopio, Piasecki rappresentò sempre la tendenza nazional-rivoluzionaria, radicale, fautrice di profonde riforme sociali all’insegna del corporativismo integrale, ma senza sposare la visione geopolitica del fascismo né tantomeno la dottrina razziale del nazionalsocialismo. L’ala filo-nazista della “Falanga”, capitanata da Kazimierz Halaburda, fu sempre emarginata e, in gran parte, finì per staccarsi dal movimento. Piasecki, in particolare, cattolico di ferro, combatté con energia ogni infiltrazione dello NSDAP (il Partito Nazionalsocialista di Hitler) nella “Falange”, individuando ed espellendo agenti che, muniti di cospicue somme di denaro e di dettagliati piani di provocazione, intendevano spingere il movimento sul binario morto della sudditanza al III Reich, le cui mire territoriali, fondate sul progetto del “Mein Kampf”, erano per forza di cose incompatibili con le volontà di ogni nazionalista polacco. Esse, infatti, prevedevano per la Polonia un ruolo di colonia, di serbatoio di materie prime e forza lavoro nel quadro del Nuovo Ordine Europeo o al massimo un patto leonino tra Stati sovrani in cui sovrano era solo quello più forte, che sceglieva il più debole come comprimario per un’aggressione all’URSS che ricompattasse attorno alla Germania tutto l’asse anticomunista mondiale, segnato dalle ovvie rivalità inter-imperialistiche. Piasecki, sempre attento e vigile contro provocazioni e snaturamenti di quella che riteneva essere una genuina concezione nazionalistica, radicata nella storia e nella tradizione della Polonia, condusse una critica serrata alle stridenti disuguaglianze sociali, allo strapotere della finanza e delle banche, ai ceti parassitari, auspicando un nuovo assetto più giusto, con un’equa redistribuzione delle ricchezze, la difesa della classe operaia e contadina, la valorizzazione della piccola impresa. Nell’inquadrare questi punti, la “Falange” di Piasecki, come ogni movimento populista di destra della Polonia degli anni ’30 faceva, questo sì, professione di antisemitismo, identificando negli ebrei la causa principale delle disgrazie del Paese. L’antisemitismo di Piasecki, però, era di schietta matrice cattolico– tradizionalista e aveva radici economico-sociali; mai sfociò nell’odio biologico dei nazisti per la stirpe ebraica. Naturalmente, non puntualizziamo ciò a mò di attenuante, ma come doverosa spiegazione, come distinguo che in sede storiografica non ci si può dispensare dal mettere in evidenza, pena la non comprensione di fatti, eventi, scelte. Precisato tale aspetto, basta dare un’occhiata alla biografia di Boleslaw Piasecki per constatare la sua intransigente opposizione al nazismo: soldato nel ’39, al momento dell’invasione tedesca, combatté con coraggio e fino alla fine, a differenza di tanti altri militari legati al governo borghese-conservatore di Skladowski, vassallo della Gran Bretagna, i quali concorsero a provocare il crollo della Nazione per poi darsela a gambe in Romania con ministri e alti dignitari, lasciando il popolo alla mercé della croce uncinata. Arrestato dalla GESTAPO e imprigionato fino all’aprile del 1940, Piasecki venne poi scarcerato e, da uomo libero, ricominciò a tessere le fila di una Resistenza nazionalista ai nazisti occupanti. I tempi erano duri e non agevolavano certo sottigliezze e distinguo; Stalin e l’URSS appoggiavano attivamente i partigiani di osservanza socialcomunista e progressista, gli unici che saldavano alla lotta di liberazione il necessario obiettivo di trasformazione sociale del Paese. In quest’ottica, sia la Resistenza filo-inglese che quella nazionalista di Piasecki, che nel frattempo aveva dato vita ad una “Confederazione nazionale” per distinguersi dagli altri due fronti di opposizione all’occupazione nazista, non potevano che essere viste come focolai di diversione, divisione e anche d’intelligenza col nemico da chi, pochi chilometri più a est, di quel nemico aveva sperimentato sulla propria pelle i peggiori crimini.
Nel 1944, la Resistenza di impronta socialcomunista fondò il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (PKWN, la sigla polacca), più noto come Comitato di Lublino, nel quale vi erano anche indipendenti, democratici, liberali decisi non solo a liberare il Paese dai nazisti, ma anche ad edificare una nuova Polonia realmente indipendente, libera, sovrana, non succube di inglesi, tedeschi e chicchessia. In questo quadro, i settori nazional-radicali che facevano capo a Piasecki e ad altri, non potevano non entrare nel mirino: il loro rifiuto di appoggiare la Resistenza del Comitato di Lublino fu interpretato come un imperdonabile tradimento e come un fare il gioco del nemico più bestiale e feroce mai apparso sulla scena politico-militare. Non poteva andare diversamente del resto: l’URSS sapeva che solo con la compattezza di tutti i combattenti si sarebbe potuto cacciare al più presto l’invasore e che ogni azione in senso contrario era lesiva, controproducente, scriteriata (quando non era indice di collusione col nazismo). Le pallottole sparate dagli uomini della “Confederazione Nazionale” contro i partigiani e l’Armata Rossa furono la goccia (di piombo) che fece traboccare il vaso: Piasecki, assieme ad altri, venne catturato e imprigionato a Lublino nel novembre del 1944 dalle forze filosovietiche e dall’NKVD. A prendersi l’incarico di seguire i settori nazionalisti fu delegato Ivan Serov, generale sovietico, distintosi tanto nell’Armata Rossa quanto nell’NKVD, uomo di indefettibile fermezza, ma anche di raro tatto e di profonda sensibilità umana, che solo una pubblicistica ed una storiografia bugiarde e faziose come quelle anticomuniste potevano trasformare in un individuo spietato e crudele. Serov aveva una naturale propensione a cogliere i lati positivi anche dove i più vedevano solo il deserto dei tartari. Con pazienza e volontà di capire le dinamiche storiche della società polacca, ponendo al contempo le premesse per un futuro stabile e duraturo di pace e reciproca comprensione, Serov, con l’appoggio di Stalin, del VK(b)P e del Governo sovietico, cominciò a stabilire una linea di dialogo e confronto con la Resistenza nazionalista, compresi gli uomini incarcerati per azioni condotte contro l’Armata Rossa e la Resistenza coordinata da Lublino. Serov seppe vincere l’ostilità e l’opposizione di chi, preso da comprensibile spirito di vendetta, all’interno dell’NKVD in particolare, intendeva procedere per le vie brevi, mettendo tutti i nazionalisti polacchi nello stesso calderone. Piasecki, non certo sotto tortura o sotto costrizione, come hanno insinuato i soliti storici pregiudizialmente ostili al socialismo e all’URSS, anche con l’ausilio di documenti fasulli, iniziò un cammino di avvicinamento al socialismo, mentre i sovietici, dal canto loro, maturarono, in questo scambio, una visione più completa e meno schematica della realtà polacca. Si resero conto che non c’erano solo i fanatici sciovinisti che deliravano attorno ai progetti di una Grande Polonia estesa da Berlino al Mar Nero, né soltanto i vecchi arnesi del filo-tedesco Pilsudski, ma tutta una schiera di social-nazionalisti che, gettati alle ortiche i preconcetti verso il marxismo-leninismo, intendevano integrarsi nel nuovo ordine socialista, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione e rafforzato, in mezzo a mille tremende difficoltà, dall’aiuto fraterno dell’Unione Sovietica. Piasecki riceveva regolarmente giornali, riviste e ascoltava la radio: aveva quindi perfetta contezza di tutti i provvedimenti progressisti e innovatori varati dal nuovo governo popolare, nel quale i comunisti erano centrali. Non viveva certo, il fondatore della “Falanga”, in un isolamento paragonabile, anche solo lontanamente, a quello vigente nei lager nazisti. La prova incontrovertibile di ciò è la lettera, inviata da Piasecki a Serov, nella quale il militante nazionalista polacco, in prigione, si dichiarò favorevole alle riforme sociali introdotte dal nuovo potere supportato dai sovietici; in particolare, Piasecki riconobbe che, per la prima volta, si stava procedendo in direzione di una vera riforma agraria, da tempo chiesta dai nazional-rivoluzionari, mentre la nazionalizzazione dei settori economici strategici fu vista come un passo necessario per la creazione di una nuova Polonia realmente indipendente. Allo stesso modo, Piasecki ripercorse nella missiva le tappe del suo indefesso impegno anti-nazista. Un ruolo forte dei cattolici polacchi era imprescindibile, sostenne Piasecki, anche per il futuro socialista della Nazione. Nel luglio del 1945, valutato attentamente il caso suo e di altri (non si facevano sconti a nessuno, né si abusava di alcun principio del diritto, dove comandavano le forze social-comuniste), Piasecki fu liberato e subito si dette da fare per fondare un gruppo di cattolici aperti alla collaborazione con il movimento operaio e comunista. Una resa incondizionata, dettata solo dal ricatto e dalla paura? Nemmeno per sogno!
Piasecki, già nella lettera a Serov, non era arretrato di un millimetro dai propri principi e dalle proprie convinzioni: la sua fede non era in discussione, né poteva esserlo la sua identità di cristiano-sociale, compagno di strada dei comunisti nella costruzione di una società più giusta, ma non appiattito sulle posizioni del marxismo-leninismo. I comunisti polacchi e sovietici non pretesero mai questo, convinti come erano che solo la più ampia coesione delle forze di ispirazione popolare potesse garantire la necessaria opera di ricostruzione sociale, civile, economica e l’approdo a lidi più avanzati di giustizia, libertà ed emancipazione delle classi subalterne. Dal novembre del 1945 partì l’avventura del settimanale cattolico-sociale “Dzis i Jutro” (“Oggi e domani”), nato da un’idea di Piasecki e subito battezzato da successo. Il nuovo organo di stampa irritò in misura parossistica le gerarchie vaticane e quelle ecclesiastiche polacche più reazionarie e legate a Roma: era la prova provata che il nuovo governo popolare di Varsavia, guidato dai socialcomunisti, non solo non proibiva la religione, ma addirittura patrocinava pubblicazioni di carattere religioso. Come si sarebbe potuta continuare a sostenere l’impostura dei regimi dell’ateismo imposto? Come si sarebbero potuti dividere, ora, proletari aventi i medesimi interessi di classe sulla base della religione, anche in quell’occidente nel quale l’avanzata dei comunisti pareva irresistibile? Basta dare un’occhiata ai nomi dei collaboratori di “Oggi e domani” per vedervi personaggi autorevolissimi del pensiero cristiano–sociale polacco, uomini e donne che conosceranno sorti diverse, ma tutti accomunati da schiena diritta e saldezza di principi: Jan Dobraczynski, Konstantin Lubienski, Hanna Malewska, Wojciech Zukrowski. Nel n° 1 della rivista, pubblicato il 25/11/1945, Boleslaw Piasecki dimostrò ulteriormente quanto la sua adesione alla nuova democrazia popolare fosse convinta e poggiasse sull’onestà intellettuale, non sulla convenienza; anziché rinnegare il passato in blocco, egli scrisse: “Sarebbe una sciagura sostenere che il diritto di accesso alla nuova realtà polacca si debba pagare a prezzo del rinnegamento della tradizione, di tanti eroici compagni caduti nella lotta armata o ancora vivi. Sarebbe una sciagura, questa, poiché solo le persone ipocrite accetterebbero a questo prezzo la convivenza con la nuova realtà”. Il potere popolare, dal canto suo, mai pretese, lo ribadiamo, alcuna abiura o autodafè con tanto di sceneggiata barocca, nemmeno rispetto ai contenuti e ai principi della “Falange” nella loro totalità: alcuni punti programmatici del nazionalismo degli anni ’30, specie riguardo all’assetto economico-sociale, erano compatibili con il programma social-comunista, summa di vero patriottismo. In ordine all’antisemitismo, invece, così come rispetto ai sogni di una “Grande Polonia” che equivalevano a dichiarazioni di guerra, non si poteva certo transigere alcunché, e non solo perché i vertici del Partito dei Lavoratori Polacchi (poi Partito Operaio Unificato Polacco) vedevano la massiccia presenza di ebrei (fatto storico inoppugnabile), ma perché la nuova Polonia popolare non poteva tollerare in alcun modo, e sotto nessuna forma, ideologie improntate all’odio etnico, religioso, razziale, né di matrice antisemita, né di matrice sionista.
Boleslaw Bierut, Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, con la sua linea anti–dogmatica ed unitaria, mirante alla massima compattezza del blocco sociale nel processo di trasformazione socialista del Paese, riuscì ad aggregare tutte le forze vive e dinamiche della Nazione, in un felice pluralismo ignorato e anzi rovesciato nel suo opposto dalle menzogne della storiografia avversa. Ciò gli consentì anche di emarginare elementi settari, cripto–trotskisti e frazionisti che, con la loro visione dogmatica, schematica e avulsa dalla realtà concreta, avrebbero mandato gambe all’aria il processo di costruzione della nuova società, in un contesto dominato fino a poco tempo prima dalla borghesia e dai vecchi ceti aristocratici anacronistici e reazionari. Gli interessi di questi ceti erano stati colpiti, ma l’onda lunga delle loro reazioni e degli intrighi tessuti all’ombra del Vaticano e degli USA si faceva ancora sentire e, con azioni sconsiderate, troppo timide o troppo ardite, si sarebbe trasformata in un ciclone devastante. La saggezza del vertice del Partito Operaio Unificato, il suo indirizzo unitario, democratico e patriottico, nel quadro più ampio del Fronte di Unità Nazionale, evitarono al Paese frizioni e tensioni deleterie. In questo clima propizio per ogni libera espressione e confessione orientate a costruire e non a demolire, Piasecki incastonò, nel 1947, un’altra pietra miliare della sua azione politico–culturale: l’Associazione “PAX”. Questa, accanto al movimento dei “Sacerdoti patriottici”, leali verso il governo a maggioranza social–comunista, propugnò una politica di alleanza stabile e duratura fra le masse popolari cattoliche e la democrazia popolare orientata alla fondazione del socialismo. Un salto di qualità inequivocabile: la fondazione di “PAX”, con il concorso di decine di migliaia di operai, contadini, intellettuali, artigiani, sacerdoti, stette a significare che la corrente social–cristiana non si accontentava più di organi di stampa, iniziative, convegni, ma mirava ad organizzarsi in forma eminentemente politica per difendere i principi nei quali credeva in maniera strutturata, contro l’assalto del Vaticano e dei settori reazionari. Non v’era, infatti, angolo delle Polonia nel quale gli agenti del Papa e degli USA, opportunamente addestrati e foraggiati, non lavorassero come il tarlo per disgregare, sabotare, attizzare odi e ostilità, facendo leva su una religione usata come scudo, nella maniera più strumentale possibile. I vecchi ceti rovesciati dal trono sognavano ancora la riscossa e per far questo pagavano banditi e terroristi per incendiare aziende agricole, minare la produzione nelle fabbriche, intimorire i rappresentanti del potere costituito. Sopra tutti, come supervisori, i servizi segreti occidentali e gli emissari del Vaticano, tutti con agganci di vecchia data nel microcosmo reazionario polacco. L’“Operazione Splinter Factor”, lanciata dai servizi segreti statunitensi nell’est europeo, con l’appoggio logistico e operativo di tutti i servizi imperialisti e dei circoli antisovietici, disseminò l’area d’oltre cortina e segnatamente la Polonia di trame eversive, azioni terroristiche, sabotaggi che solo il largo consenso e l’appoggio entusiastico del quale godevano i governi a maggioranza social–comunista poterono affrontare e sconfiggere. Migliaia di terroristi, muniti di armi modernissime e radioriceventi, furono catturati sui monti e in vari centri urbani. Molti di essi si fecero scudo con il clero reazionario, che li proteggeva attivamente offrendo nascondigli e rifugi in Chiese ed immobili di proprietà della Chiesa; i preti legati agli eversori, ogni volta che veniva compiuta un’operazione di polizia in immobili ecclesiastici per stanare i banditi, gridavano all’oltraggio dei “senza Dio” per mascherare il loro ruolo losco e alimentare il mito cinico e falso della persecuzione a loro danno. L’associazione “PAX “, in questo quadro, partecipò attivamente allo smascheramento dei nemici interni ed esterni, con l’azione concreta, con la parola e con gli scritti. I seguaci di Piasecki, stretti attorno alla loro guida, dettero eccelsa prova di patriottismo e riscattarono, agli occhi delle autorità, il nome del cattolicesimo polacco, infangato dai crociati della guerra fredda. Questa posizione coraggiosa, ferma e leale attirò per tutti gli anni ’50 su “PAX” l’odio e le calunnie, l’ostracismo e la persecuzione della parte più retriva del clero: essa, naufragati miseramente i progetti di restaurazione dell’ancien regime, e colpiti nelle vive carni i suoi interessi materiali, cercò in ogni modo, con l’aiuto del Vaticano, di mettere i bastoni tra le ruote ai tantissimi parroci, sacerdoti, vescovi che non volevano seguire la via suicida e criminale della lotta contro il socialismo. Fu solo grazie alla solidarietà ed alla protezione offerta dal governo degli “atei trinariciuti” se questi uomini di Chiesa, liberi ed onesti, ebbero garantita la loro libertà d’azione e, spesso, la loro incolumità fisica. Stefan Wyszynsky, Primate polacco, legatissimo al Vaticano, cercò di mantenere fino ad un certo punto il necessario equilibrio: nemico delle spinte più reazionarie e destroidi, sapeva bene che il governo popolare aveva riconosciuto la piena libertà alla Chiesa e la sua giurisdizione su alcuni beni fondamentali, nulla pretendendo se non la lealtà del clero alle leggi, ma, nello stesso tempo, era pressato in maniera veemente da Papa Pio XII affinché promuovesse uno scontro radicale con il potere popolare. Preso tra due fuochi, Wyszynsky si buttò nelle braccia della reazione interna ed internazionale e dovette esser condannato all’isolamento, vittima non certo del potere popolare ma di chi, in quella situazione, lo aveva messo contro la sua stessa volontà: USA e Vaticano. Bierut e i vertici del Partito Operaio Unificato Polacco compresero il dramma dell’uomo Wyszynsky e cercarono sempre di lenire la sua condizione di internato, preso in consegna in primis da istituti religiosi. La lotta contro i nemici del popolo aveva le sue insuperabili necessità, ma mai ci si dimenticava di rispettare l’uomo, la sua storia e la sua condizione legata al contesto generale, con un’etica che nei Paesi capitalisti nemmeno si poteva sognare. “PAX”, e Piasecki in modo particolare, insorsero contro le ingerenze vaticane ed imperialiste, anche e soprattutto in questo caso, mantenendo dritta la barra dell’appoggio alla democrazia popolare e contribuendo in maniera sempre più costruttiva all’unità della Nazione: l’Associazione poté dispiegare quest’azione anche grazie al fatto che controllava vari canali mediatici, dai settimanali “Aurora” (“Zorza”) e “Direzioni” (“Kierunki”), fino al quotidiano “La parola universale” (“Slowo Powszechne”), passando per la florida casa editrice (“Istituto editoriale PAX”). Accanto a ciò, l’accresciuto peso politico fu decisivo per rafforzare la compagine cattolico-sociale: nel Parlamento (“Sejm”, o Dieta ), gli uomini di “PAX”, attivi anche nel “Movimento patriottico di rinascita nazionale”, erano ben rappresentati all’interno del “Fronte di Unità Nazionale”, come indipendenti o aderenti ad altre formazioni politiche. La balla del monopartitismo vigente ad est, ripetuta ossessivamente da tutta la propaganda anticomunista, a dispetto dell’evidenza della realtà, nella storia della Polonia era particolarmente ridicola: nel “Sejm”, infatti, fino al 1989, accanto ai deputati del Partito Operaio Unificato Polacco vi furono sempre i cattolici aderenti a “PAX”, presenti come indipendenti, aderenti al Partito Popolare Unito e al Partito Democratico.
Piasecki, amato dal popolo e stimato dai vertici politici, cominciò però ad essere insidiato, nella sua posizione, a partire dal XX Congresso del PCUS: si formò un inedito asse revisionista-reazionario che, con la morte di Bierut (sulla quale ci sarebbe molto da indagare…), mirò a riportare le lancette della storia indietro, affratellando, in maniera del tutto strumentale, i kruscioviani di stretta osservanza ed il clero conservatore e maccartista. Più la società si disgregava, più subentrava all’unità il contrasto, più questi settori guadagnavano punti; in particolare, il solco tra cattolici e comunisti andava allargato fino al parossismo. Come non vedere in tutto questo le premesse per la nascita, anni e anni dopo, del cosiddetto “Sindacato libero “ Solidarnosc? Piasecki ricevette sempre più attacchi, strali e dovette subire, di quando in quando, umiliazioni assurde, come la censura delle notizie che lo riguardavano sui giornali a maggior tiratura, censura oltremodo ridicola visto il raggio d’azione capillare degli attivisti di “PAX” e la diffusione, altrettanto capillare, delle riviste legate all’Associazione. Non erano gli “stalinisti” tanto deprecati a censurare, ma i nuovi “liberali” saliti al vertice del Partito Operaio Unificato Polacco e solo l’equilibrio e la saggezza di Gomulka, nuovo Segretario del Partito dopo la morte di Bierut, riuscirono a frenare le spinte più estreme, senza però rendere inoffensiva la fazione kruscioviana, protetta a livello internazionale fino al 1964. Il fatto curioso è che la vecchia guardia del Partito, di osservanza “staliniana”, subì le stesse azioni ostili di “PAX”, nella Polonia del dopo ’56; un destino comune, quello degli uomini di Bierut e dei seguaci di Piasecki, che nessuno ha voluto mai indagare fino in fondo. Ad ogni buon conto, visto il carattere coeso e la vitalità di “PAX”, dal 1955-56 la fazione comunista polacca più legata al revisionismo kruscioviano, assieme a settori degli apparati spionistici interni e del KGB sovietico orientati nello stesso senso, iniziò a sferrare alcuni colpi bassi all’associazione di Piasecki: si cominciò con una fronda interna, alla quale seguì una scissione, protagonista della quale fu (guarda caso!) un uomo destinato a ricoprire un ruolo importante in “Solidarnosc”: Tadeusz Mazowiecki. Non solo: nel 1957, uno dei sette figli di Piasecki, Bohdan, nato dal matrimonio con l’eroina Halina Kopec, caduta nella rivolta di Varsavia del 1944, venne rapito ed ucciso in circostanze oscure, mai del tutto chiarite anche per l’azione degli organi investigativi, i quali, controllati dal Viceministro degli Interni, il liberale kruscioviano Antoni Alster, favorirono la fuga in Israele di diversi sospettati e la latitanza sospetta di altri. La vecchia fazione “stalinista” del Ministero degli Interni, solidale con Piasecki, tentò in ogni modo di far luce, ma la sua azione fu paralizzata dai protettori politici operanti in alto loco. Solo negli anni ’60, infatti, un uomo tutto di un pezzo come Mieczyslaw Moczar riuscì a farsi strada contro le lobbies kruscioviane e sioniste e a diventare Ministro degli Interni, ma era ormai tardi per far piena luce sul caso di Bohdan Piasecki… Qualsiasi fosse lo scenario dietro al fatto criminoso in questione, è chiaro che esso fu diretto a bloccare l’azione politica del Presidente di “PAX”, ma le manovre in tal senso fallirono per il coraggio intellettuale e fisico del personaggio, oltre che per l’appoggio incondizionato che milioni di uomini e donne, di ogni orientamento, continuarono a manifestargli. Piasecki, infatti, restò a capo di “PAX” fino all’anno della sua morte, il 1979, fu ininterrottamente deputato al Sejm dal 1965 al 1979 e ricoprì anche la carica di membro del potete Consiglio di Stato.
Ai funerali di Piasecki presero parte tutte le più alte cariche dello Stato, assieme a migliaia di cittadini comuni ed alle delegazioni dei partiti popolari cristiani del campo socialista. La messa fu significativamente celebrata da Stefan Wyszynsky, a riprova della grandezza del personaggio deceduto e della vicinanza del vecchio Primate e Cardinale, il quale, naturalmente portato al dialogo con il movimento operaio e comunista, negli anni ’50 non se l’era tuttavia sentita di sposare le posizioni di “PAX”. Con la morte di Piasecki ripresero quota i settori clerico–reazionari, i quali ebbero buon gioco ad attuare diversioni e a sobillare il popolo nel quadro di una crisi economica pesantissima che, nata nel mondo capitalista e a causa del capitalismo, contagiò ben presto la Polonia, Paese che con il mondo capitalista aveva avviato rapporti economici intensi e duraturi, anche oltre i livelli di prudenza raccomandabili. Questa, però, è un’altra storia, che non mancheremo di raccontare…Riferimenti:
Purtroppo, la congiura imperialista del silenzio su “PAX” e su Boleslaw Piasecki non aiuta a reperire opere per capire meglio la storia e i contorni di “PAX”. Per chi avesse voglia di spaziare tra più fonti, non solo apologetiche e non solo italiane, ma anche critiche e in lingua straniera, suggeriamo i seguenti riferimenti:
Boleslaw Piasecki:
Zagadnienia istotne” (“Questioni fondamentali”, Varsavia, 1954)
Patriotyzm polski”, (“Patriottismo polacco”, 2 voll., Varsavia 1958/60)
Kierunki 1945-1960”, (“Direzioni 1945-1960”, Varsavia 1971)
Mysli” (“Pensieri”, Varsavia 1983)

Per un panorama sintetico ma indicativo sulla sovversione atlantico–vaticana in Polonia:
William Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti d’America” (Fazi, 2003)
Victor Marchetti – John D. Marks, “CIA – culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975)

L’abate Plojahr: l’uomo che unì crocefisso, falce e martello

Luca Baldelli

La storia non è solo il fluire tempestoso, rocambolesco e a volte rodomontesco di eventi, figure e fatti che modellano il terreno delle umane sorti dal quale traggono origine; la storia non è solo la dinamica incessante, eppur tormentata e reversibile, dello sviluppo delle forze sociali e produttive; la storia non è solo e soltanto il filtro attraverso il quale si fa strada, catalizzato dal ribollire tumultuoso della lotta di classe, il cammino ascendente delle classi subalterne. La storia è, anche, impietosamente e dialetticamente, a confermare la giustezza e l’aderenza al reale della weltanschauung marxista, il magazzino delle sane abitudini dismesse, dei luminosi principi abbandonati perché non più “alla moda” e, ancor più, delle figure gettate nel pozzo dell’oblio perché scomode, per l’esempio ancor prima che per il pensiero o per gli scritti. Una di queste figure dimenticate è, senza dubbio, l’abate cecoslovacco Josef Plojhar (1902–1981). Nativo di Ceske Budejovice, animatore del Partito Popolare Cecoslovacco, d’ispirazione cristiano-sociale, ne difese sempre l’ancoraggio democratico e progressista, contro le tendenze e le infiltrazioni conservatrici, reazionarie e anche fasciste, volte a farne un Partito fantoccio anticomunista, dipendente dai circuiti imperialisti tedeschi e anglostatunitensi. Nella visione di Plojhar e di altri (si pensi al grande Antonin Pospishil, storico attivista dei lavoratori cattolici cecoslovacchi), il Partito Popolare doveva difendere la propria autonomia di pensiero e di azione e, contemporaneamente, appoggiare attivamente le lotte sociali della classe lavoratrice e l’azione politica del Partito Comunista, caposaldo a garanzia della trasformazione sociale in senso progressista. Tale linea, nonostante tranelli, complotti, ingerenze imperialiste e borghesi negli anni dal 1945 al 1948, uscì vincitrice dai Congressi e dal confronto interno e garantì al Partito Popolare Cecoslovacco un ruolo centrale nelle dinamiche sociali e politiche del dopoguerra, nel quadro della costruzione di un’avanzata democrazia popolare, sostenuta dal fraterno aiuto internazionalista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
I reazionari, sconfitti sul campo nonostante le massicce trasfusioni di dollari e l’appoggio costante del Vaticano, impegnato in prima linea a sabotare ogni politica riformista, anche la più cauta, cominciarono a vomitare bile addosso a Plojhar e ai suoi sostenitori più in vista. Vennero dipinti (e vengono dipinti ancora, dalla stampa borghese) come teste di legno del Partito Comunista, atteggiamento perfettamente prevedibile da parte di chi intendeva fare del Partito Popolare Cecoslovacco la testa di legno collettiva dell’imperialismo, dell’eversione anticomunista ed antisovietica. Una storia già vista, anche e soprattutto in Italia, Paese nel quale gli ex-fascisti, entrati in massa nella DC dopo il 25 aprile, etichettavano sistematicamente come “comunisti mascherati” i cattolici popolari più schietti, avanzati e radicati nelle masse lavoratrici, fautori di una strutturale collaborazione con le sinistre per realizzare i principi ed il programma dei Murri, dei Miglioli e di altri araldi del cattolicesimo sociale più autentico.
Josef Plojhar, rappresentante in Cecoslovacchia di questo filone, aveva tra i suoi riferimenti principali la “Rerum Novarum”, enciclica del 15 maggio 1891 con la quale Papa Leone XIII aveva coraggiosamente marcato un netto discrimine tra il liberalismo borghese, secolarista, pervaso di mistica della proprietà e della produzione e la visione cristiana dell’economia e della società, fondata sulla giustizia distributiva, sul lavoro in funzione dei bisogni umani e non viceversa, sulla valenza sociale della proprietà, svincolata da ogni culto idolatrico. Plojhar, però, intendeva andare oltre: se nella “Rerum Novarum” il socialismo era qualificato come “falso rimedio”, nocivo e distorto, ai mali del capitalismo selvaggio, per l’Abate era invece, nel dopoguerra più che mai, il naturale alleato della battaglia dei cristiano-sociali per la liberazione del ceto operaio e contadino dallo sfruttamento dei ricchi. Non solo: Plojhar era stato un antifascista combattente, imprigionato dalla Gestapo fin dal 1939 nei lager di Buchenwald e Dachau, dai quali verrà liberato solo nel 1945. Questo passato così recente e pesante, lo aveva segnato in profondità e lo aveva reso particolarmente vigile e attento contro ogni forma di tolleranza verso elementi fascisti e reazionari. Eletto all’Assemblea costituente nel 1946, Plojhar si distinse subito per acume e spirito battagliero; nel 1948, senza alcun timore, si oppose (era già Ministro della Sanità) al colpo di Stato ordito dalla destra che, appoggiata dai circoli imperialisti, intendeva instaurare una dittatura oligarchica e fascista, mettendo fuori legge il Partito comunista (sempre più forte e radicato) e tutte le forze progressiste del panorama politico cecoslovacco. La milizia operaia, mobilitata dal Presidente del PC e Primo Ministro Klement Gottwald, presidiò ogni angolo del Paese, con attività intensa soprattutto a Praga, epicentro del complotto, facendo fallire i piani eversivi di restaurazione. Assieme ad essa, scesero in piazza anche tantissimi liberali, socialdemocratici, repubblicani e cattolici-popolari, decisi ad impedire l’avvento di un regime borghese e reazionario. Le arringhe e le invettive di Plojhar, particolarmente veementi, gli fecero subire, in modo particolare in occidente, ma anche tra gli elementi conservatori e filofascisti operanti in clandestinità in Cecoslovacchia, attacchi virulenti ed incessanti. Nessuna infamia gli venne (e gli viene ancora oggi) risparmiata: membro clandestino del PCC (“ponorkou”, ovvero sottomarino, con una colorita definizione allora in voga); donnaiolo impenitente; uomo intrigante e libidinoso. Il tutto con l’ausilio di documenti falsi, di patacche prefabbricate nei laboratori nazisti e angloamericani. Queste vigliaccate, mirate ad insozzare una delle più adamantine figure della scena politica cecoslovacca, non minarono però il morale e lo spirito del sacerdote, sempre più osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche, quelle stesse gerarchie che avevano mostrato acquiescenza o aperta complicità con Hitler e con le sue belve assetate di sangue, che si erano esibite in saluti romani e benedizioni di armi, che avevano voltato la faccia davanti a massacri inenarrabili, ma che ora, con il socialismo vittorioso e in piena espansione, improvvisamente promuovevano azioni di disobbedienza civile, tiravano fuori morali, disquisizioni etiche sciorinate con la stessa disinvoltura con la quale avevano avallato operazioni banditesche e genocide durante la guerra, alla faccia del sempre echeggiante “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Soprattutto, alle gerarchie ecclesiastiche non andava giù che, in Cecoslovacchia, i loro latifondi, le loro proprietà eccedenti il giusto ed il normale, venissero espropriate a vantaggio dei ceti subalterni, quelli che non avevano mai avuto nemmeno un fazzoletto di terra dove piantare una cipolla per la zuppa. Nella concezione cristiana e caritatevole di questa gente, la morte per fame di migliaia e migliaia di contadini, la malnutrizione di milioni di essi, lo sfruttamento feroce della classe operaia da parte di un pugno di privilegiati, non avevano nessuna importanza, anzi erano tutti elementi cinicamente contabilizzati come fatti necessari per poter spargere a piene mani la retorica pietista e consolatoria. Bisognava far cadere dall’alto le briciole nelle mani dei poveri! Guai a rimuovere le cause della loro povertà! E guai se qualche sacerdote, come Plojhar, mandava in frantumi questo piano, offrendo l’esempio vivo, concreto e lampante di un’altra concezione del messaggio di Cristo!
L’Abate, comunque, continuava a mostrarsi refrattario e indifferente, con impassibile coraggio (il coraggio dei puri e dei forti!) a qualsivoglia pressione dall’alto! Non stette a sentire neppure l’arcivescovo di Praga Beran, a suo tempo imprigionato dai nazisti, ma ferocemente anticomunista e antisovietico, il quale gli intimava di non prendere più parte ad alcuna attività politica. Presto arrivò la scomunica, quella scomunica che investiva i comunisti e i loro alleati e sodali e che mai era stata comminata a chi aveva bruciato nei forni milioni di uomini, donne e bambini! Plojhar si gettò ancora più a capofitto nell’impegno, convinto com’era che l’opera di apostolato passasse anche per l’impegno del cristiano in politica. Questo atteggiamento fu premiato dai cecoslovacchi, che avevano ancora impresso sulle carni il marchio vivo dell’oppressione nazista e vedevano nel socialismo e nei suoi “compagni di strada” la garanzia più sicura contro il ritorno della peste nera, rinfocolata e attizzata dal militarismo e dall’imperialismo occidentale. L’Abate fu quindi entusiasticamente rieletto in Parlamento nel 1948 nelle file del Partito Popolare e il successo fu replicato nel 1954. Plojhar si era messo in luce, intanto, come Ministro della Sanità, per il suo impegno costante, indefesso ed efficace per la creazione di un sistema efficiente di cura e prevenzione, a partire dalle fabbriche e dai villaggi agricoli, sistema che consentirà alla Cecoslovacchia di vantare indici migliori di quelli di tanti Paesi avanzati dell’Europa occidentale, nei quali l’influsso della concezione socialdemocratica dello Stato sociale aveva segnato in profondità lo sviluppo delle infrastrutture socio-sanitarie. Tanta fu la capacità dimostrata da Plojhar in qualità di Ministro della Sanità, che lo stesso fu chiamato a ricoprire tale carica ininterrottamente, fino al 1968. Parallelamente al lavoro nella compagine ministeriale, il sacerdote amico del popolo, a riprova di quanto fosse tutto fuorché lo zerbino dei comunisti o di chicchessia, fu decisivo nell’impedire che i termini dei negoziati tra governo comunista e Chiesa cattolica fossero troppo svantaggiosi e penalizzanti per la seconda (per reazione alle malefatte storiche del clero, beninteso!) e, pur partecipando alla redazione degli atti per la rimozione del vicario capitolare di Praga, soggetto reazionario e ostile a qualsiasi approccio leale verso il governo a guida comunista, mise anche in guardia contro i rischi e la vacillante legittimità giuridica di quegli atti (che infatti vennero impugnati, per la gioia dei trotskisti infiltrati nel PC e smascherati a tappe progressive dal 1949 al 1954, i quali ci avevano messo lo zampino). Allo stesso modo, l’impronta di Plojhar fu fondamentale nella creazione e promozione di tutta una serie di gruppi, sodalizi, movimenti, cattolico-progressisti, propugnanti l’incontro con il movimento operaio e comunista: parliamo del Movimento Patriottico dei Sacerdoti (del quale fu Presidente dal 1948), del Comitato Nazionale del Clero Cattolico, del Movimento Pacifista del Clero Cattolico, centrale quest’ultimo nelle mobilitazioni contro l’arma atomica imperialista e per la difesa di una pace fondata sulla più completa giustizia sociale nel mondo. Il coraggioso sacerdote fu pure decorato con l’Ordine di Klement Gottwald nel 1955 e nel 1962 e, come riconoscimento per la sua profondità dottrinaria e per le sua ampie conoscenze, ricevette il Dottorato onorario di Teologia a Litomerice, presso la Facoltà di Teologia dedicata ai Santi Cirillo e Metodio (1950). Quest’ultimo “blasone” era la chiara testimonianza della stima della quale il sacerdote godeva presso il clero di estrazione popolare e piccolo-borghese, quello più vicino alle esigenze dei lavoratori e più consapevole del proprio ruolo nella società socialista. Grazie a questa parte del clero, le persecuzioni vaticane contro Plojhar, incoraggiate dall’arcivescovo Beran fino al momento del suo arresto nel 1951, restarono di fatto lettera morta.
Proprio sulla questione del rilascio di Beran, Plojhar marcò ancora una volta la sua autorevolezza e indipendenza dal Partito Comunista, del quale era buon alleato ma mai e poi mai servo: nel 1956, mentre nelle fila del PCC, dopo il XX Congresso del PCUS, era tutto un profluvio di irenismi e di autocritiche, di mani tese e di intenti “liberali”, anche verso il clero reazionario che non aveva mai mollato la presa, Plojhar, contrastando il volere espresso dai vertici del Partito Comunista Cecoslovacco, asserì che sarebbe stato dannoso, irresponsabile e suicida rilasciare l’arcivescovo Josef Beran, processato e imprigionato anni prima per il continuo lavorio contro lo Stato e le riforme progressiste del governo a guida comunista. Ad animare Plojhar non era certo uno spirito di vendetta al quale era estraneo, ma semplicemente la constatazione di un dato di fatto: Beran, che pure, lo ribadiamo per amore di verità, a suo tempo aveva sposato la causa antinazista, non si era minimamente ricreduto e non manifestava alcuna intenzione di comportarsi da cittadino e da religioso leale e rispettoso dell’ordinamento socialista, sancito nelle leggi dello Stato cecoslovacco. Pertanto, ogni atto di clemenza nei suoi riguardi non veniva interpretato come un atto di buona volontà, dal quale far discendere un diverso atteggiamento verso le autorità, ma come segno di un cedimento del quale approfittare per tornare a tessere la trama dell’anticomunismo e dell’antisovietismo.
Il nuovo corso varato dopo il 1956 da Antonin Novotny, Segretario del PCC dal 1952 e Presidente della Repubblica dal 1957, vide Plojhar, sempre amato dal popolo, restare in sella, ma in posizione più marginale dal punto di vista politico. Se da una parte proseguiva il suo accorato impegno da Ministro della Sanità, dall’altra il suo carisma, fonte di diffuse invidie, cominciò a mostrare la corda, disprezzato com’era da tutta una schiera di arrivisti senza scrupoli, trotskisti mascherati e rinnegati di vario tipo, i quali andranno a costituire l’ossatura del gruppo dubcekiano, gruppo che pianificherà e cercherà di attuare, sotto gli slogan sul “socialismo dal volto umano”, lo smantellamento del socialismo tout court e la trasformazione della Cecoslovacchia in una piazzaforte nevralgica per l’imperialismo ed il sionismo. Per l’Abate che aveva contribuito ad edificare, con la forza della sua intelligenza ed il coraggio delle sue azioni, la democrazia popolare, si apriva un periodo drammatico, di sfiducia, depressione, rabbia verso uno stato di cose percepito sempre più come ingiusto. Vi fu, negli anni ’60, chi tentò di infamarlo ulteriormente, per una sua presunta propensione per l’alcool, debolezza assolutamente inesistente in Plojhar: nativo di Ceske Budejovice, come ogni buon figlio della sua terra, il sacerdote amava la birra ed il vino, ma non era un beone incallito (visse 79 anni, età irraggiungibile da un alcoolista) né sono da ritenersi veritieri i racconti di certi storici legati a lobbies catto-conservatrici foraggiate da USA, Germania e Vaticano, che vedono come protagonista un Plojhar impegnato in sfide all’ultima vodka con i russi. La calunnia è un venticello, recita un antico adagio; in Cecoslovacchia, negli anni ’60, essa soffiava addosso a Plojhar con la devastante forza di un uragano. L’Abate, questo sì, fu sempre amico sincero e convinto dell’URSS: cristiano intransigente, egli vide sempre, nel primo Stato con gli operai e i contadini al potere, un bastione insostituibile per chiunque intendesse edificare una società più giusta, equa e avanzata, liberata dallo sfruttamento e dalla tirannia dei ricchi. Non fu per caso, quindi, che dal 1952 al 1970 presiedette l'”Unione per l’Amicizia Cecoslovacco–Sovietica”. Profondo conoscitore, altresì, della lingua tedesca, suo raffinato e forbito cultore, Plojhar fu poi spesso presente nei ranghi delle delegazioni cecoslovacche in visita nella DDR e dette un contributo fondamentale alla tessitura di un’alleanza tra il Partito Popolare Cecoslovacco e le formazioni cristiano-democratiche attive nel panorama est-europeo, segnatamente quelle polacche e tedesco-orientali. Questa azione positiva e costruttiva, parallelamente all’impegno internazionalista dei Partiti Comunisti, risulterà preziosa per la promozione di una reciproca comprensione fra popoli storicamente divisi da rivalità e odi rinfocolati dall’aristocrazia e dalla borghesia.
Dopo la sconfitta del tentativo di golpe di Dubcek, che per tempo aveva allontanato Plojhar da ogni posizione di potere (e chissà come sarebbe finita qualora avesse vinto con l’appoggio delle potenze imperialiste!), il sacerdote venne chiamato ancora a dare il suo contributo al consolidamento del socialismo in Cecoslovacchia. La nuova guida del Paese, Gustav Husak, figura saggia ed equilibrata, tenne in debito conto lo spessore di Plojhar, il quale, libero ormai dalle minacce delle squadracce trockiste, revisioniste e reazionarie, venne rieletto deputato nel 1976 e nel 1981, per la gioia di un popolo che lo aveva sempre amato e mai lo aveva dimenticato, anche nei momenti più duri e difficili. Nel novembre 1981, Josef Plojhar passò a miglior vita per un malore sopraggiunto in una sede assai cara al sacerdote: l’ambasciata sovietica, emblema di un Paese da lui amato e rispettato. Si era recato in quel luogo per partecipare ai festeggiamenti per la Rivoluzione d’Ottobre, evento storico di capitale importanza nel quale egli vedeva la riscossa degli ultimi, quegli ultimi innalzati nel Vangelo a sale della Terra e motore della storia.

Un brutto colpo per la Difesa

Jacques Sapir, Russeurope 13 luglio 2017La questione del bilancio della Difesa potrebbe essere, nelle prossime settimane, il pomo della discordia in Francia, ma anche tra Francia e Germania. Due fatti forniscono indizi su ciò che accade. Il 12 luglio, alla Commissione della Difesa dell’Assemblea nazionale, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Pierre De Villiers, ha minacciato di dimettersi se il ministero delle Finanze persisteva nel desiderio di ridurre il bilancio della Difesa di 850 milioni di euro [1]. Il 13 luglio, si teneva un consiglio dei ministri franco-tedesco in gran parte dedicato ai problemi della difesa. La coincidenza dei due eventi indica che vi sono questioni serie, ma anche un serio dibattito sul tema nelle alte sfere del potere. Riprendendo il problema di bilancio che ha provocato le ire, giustificate va aggiunto, del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il bilancio della difesa era di 40,8 miliardi di euro, ma date pensioni e indennità, i saldi di spesa per effettivi e mezzi ammontano a 32,6 miliardi. Tale cifra non basta a mantenere forze armate nello stato corrente. Lo testimoniano i gravi problemi di manutenzione dei mezzi più efficienti, aerei ed elicotteri, nonché i ritardi nella sostituzione dei mezzi obsoleti o semplicemente superati dalle attuali minacce. Si aggiungano le operazioni all’estero, le famose “OPEX”, che ingoiano sempre più soldi destinati ai mezzi. In una nota pubblicata a fine 2016, stimai al 2,44% del PIL, o 48-50 miliardi di euro, le spese per mantenere il nostro status militare [2]. Il Generale Trinquand, ex-capo della missione militare alle Nazioni Unite e alla NATO che contribuì alla stesura del programma per la Difesa di Emmanuel Macron, ne aveva parlato su “Le cronache di Jacques Sapir” di Radio Sputnik dedicate al ritorno del “servizio nazionale” [3]. Ci disse fuori onda, a Laurent Henninger (altro ospite) e a me, che il Presidente si era impegnato ad accreditare alla Difesa, escluse le pensioni, 50 miliardi subito. Non ho motivo di non credere al Generale Trinquand, che a tale proposito sembrava logico, mostrando in apparenza che Emmanuel Macron avesse ben compreso la dimensione dei problemi sul bilancio della Difesa. Ma ciò che emerge dall’audizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Pierre De Villiers, è che era assai arrabbiato dall’annuncio di nuovi tagli al suo bilancio annunciati dal ministro Darmanin. Per anni i governi di Nicolas Sarkozy e François Hollande giocarono sugli effetti degli annunci e i rispettivi budget “insinceri”. Qui, la misura è colmao. Ma proprio quando tale piccolo dramma si svolgeva, purtroppo francese, all’Eliseo vi era il Consiglio dei Ministri franco-tedesco, in gran parte dedicato alla Difesa. Supponiamo che nell’occasione Emmanuel Macron abbia cercato di far assumere le responsabilità alla Germania, o a contribuire direttamente alle operazioni a sud del Sahel, o al loro finanziamento a spese del bilancio. La Germania aveva accettato l’istituzione di una difesa europea embrionale, ma ne limita drasticamente il bilancio. E’ molto probabile che la cancelliera Merkel abbia dato risposte meramente dilatorie. Non vuole legarsi le mani su ciò e sa, forse a differenza del suo interlocutore, che ne va della sovranità del suo Paese. Ma Merkel, e io sarò l’ultimo a biasimarla, ha un’altissima idea della sovranità della Germania. E’ deplorevole che Emmanuel Macron non abbia un’altissima idea della sovranità della Francia. Non solo c’è poco da aspettarsi dalla questione sul bilancio, ma più in generale la Germania preferisce giocare la carta della deterrenza nucleare degli Stati Uniti, che affidarsi al deterrente “esteso” della Francia. Ciò significa che qui non dovremmo aspettarci nulla.
La tragedia è che i nuovi tagli al bilancio, gli ennesimi, interesseranno l’osso, data la scarsità di ciccia negli ultimi mesi. Ciò che è in gioco oggi, e questo spiega rabbia e “sproloquio” del Generale De Villiers, sono futuro della difesa e credibilità degli impegni del governo in proposito. Si teme che il governo segua la via più semplice e si rifugi sotto dichiarazioni altisonanti per attuare una politica le cui conseguenze potrebbero essere tragiche. In tal modo, si comporterebbe come i predecessori, e seppellirebbe, per chi ha ancora dei dubbi, l’idea che si possa fare politica in modo diverso…[1] Les Echos
[2] Vedi J. Sapir, “Una difesa al ribasso non è una difesa“, 21/12/2016
[3] Sputnik

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora