Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993

La ri-globalizzazione preannuncia un emergente Nuovo Ordine Mondiale

He Yafei, The BRICS Post 9 gennaio 2017

PrintIl dibattito mondiale sulla globalizzazione è stato rovesciato dal “fenomeno Trump” e dal suo dilagare in Europa e altrove. I due campi della “de-globalizzazione” contro la “riglobalizzazione” sono contrapposti in un tiro alla fune senza un chiaro vincitore. Dal punto di vista storico, la globalizzazione e, del resto, la storia del mondo non è stata lineare nel progredire. Ci sono stati alti e bassi così come colpi di scena. Con decenni di rapida crescita della globalizzazione, il mondo ha raccolto benefici senza precedenti, ma abbiamo visto anche il crescente divario tra ricchi e poveri e maggiore divisione tra capitale e lavoro come previsto da Karl Marx. Quindi, la conclusione dovrebbe essere che la globalizzazione continuerà ma con paradigma o narrativa diversi, inaugurando così la nuova era della “riglobalizzazione” in cui la Cina è chiamata a svolgere un fondamentale ruolo di leadership. Il Presidente cinese Xi Jinping sarà al Davos World Economic Forum a gennaio 2017, indicando ancora una volta che la Cina attribuisce grande importanza a “una nuova globalizzazione e alla governance globale”, anche se oggi la globalizzazione è disgregata e ha urgente bisogno di cambiamenti. L’ordine mondiale emergente è stato plasmato dai meandri della globalizzazione attuale. Anche se quali misure antiglobalizzazione prenderà il Presidente Trump e cosa accadrà nella politica europea nei prossimi anni sono per lo più nel campo delle incognite, vi sono alcune tendenze che senza dubbio continueranno. Una tendenza è che dopo la crisi finanziaria del 2008 il neoliberismo è in rapida ritirata a livello globale. Un’altra è il fatto che, nonostante il rallentamento economico globale, la crescita economica e il modello della Cina si sono dimostrati di grande rilevanza nella governance economica globale, con il suo sistema politico resiliente e i forti accordi istituzionali. Il contrasto tra collasso del neoliberismo occidentale e nuovo modello di sviluppo tanto adottato e praticato dalla Cina non va ignorato. Sono certo che avrà un posto di rilievo nell’imminente riunione annuale di Davos. Negli ultimi dieci anni, la Cina ha adottato un approccio proattivo nel creare realtà comuni globali, dalla Shanghai Cooperation Organization alla Asian Bank Infrastructure Investment (AIIB), dal nuovo accordo di libero scambio RCEP, quasi concluso, all'”Iniziativa Fascia e Via” che promuove il nuovo pensiero dello sviluppo comune nella governance globale.
Tra la crescente incertezza causata dal mutamento politico-economico nei principali Paesi avanzati come Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Francia, la Cina si distingue come ancora di stabilità e continuità nella governance globale e per impegno internazionale nell’affrontare sfide globali come il cambiamento climatico. La maggiore incertezza è senza dubbio la politica economica e monetaria presentata da Trump. Protezionismo commerciale, riduzione delle tasse, aumento degli investimenti nelle infrastrutture per mille miliardi di dollari e mantenimento dei rialzi dei tassi della FED sono già sul tavolo. Questo mix di politiche avrà un impatto sul commercio e l’economia globali. La questione è quanto e per quanto tempo le economie del mondo sono praticamente interdipendenti nella produzione globale e nei flussi finanziari. Qualsiasi interruzione del sistema attuale potrebbe essere costoso per molti Paesi, in particolare per le piccole economie o le economie dalle singole materie prime. Naturalmente non si tratta solo di Cina e Stati Uniti. Si tratta del mutevole panorama politico ed economico del mondo in cui viviamo, del “riequilibrio” o “convergenza” tra le nazioni sviluppate e in via di sviluppo su una scala mai vista dalla rivoluzione industriale di qualche secolo fa. In altre parole, la governance globale subisce un processo storico da “governo occidentale” a “co-governo tra Oriente e occidente”. Riusciremo a plasmare un nuovo ordine mondiale emergente più equo, più giusto e dalla migliore architettura della governance globale per la comunità delle nazioni, un ente di fatto di comune interesse con relazioni reciprocamente vantaggiose. Questa è una grande sfida per tutti. Sarà tragico se un Paese o dei Paesi dirottati da politica interna, economia o geo-politica siano d”ostacolo piuttosto che motori della “riglobalizzazione”. Non c’è tempo da perdere, quando la nuova era è già all’orizzonte e un mondo in rapida evoluzione richiede certamente un incontro tra menti ed azioni concertate nella governance globale di tutti i membri della comunità internazionale, per lavorare alla “riglobalizzazione”.
Ultimo ma non meno importante, riglobalizzazione non significa buttare via l’attuale sistema di governance globale. La Cina ha più volte espresso la ferma posizione nel salvaguardare e rafforzare il sistema di governance esistente. Ciò che va fatto dopo attenta e ampia consultazione tra le nazioni è quali riforme dovremmo contemplare e adottare per migliorare un sistema dalle imperfezioni evidenti. Il populismo in ascesa negli Stati Uniti e in Europa non è qualcosa che accade di punto in bianco che va ignorato. E’ il risultato del rafforzarsi dal divario persistente dei redditi e delle ricchezze, dell’ampliamento del divario tra guadagni del capitale e del lavoro, parlando in termini generali. Il populismo è solo un’etichetta. La causa principale che alimenta la rabbia populista contro le élite negli Stati Uniti e certi Paesi europei è ormai chiara. Se tale angoscia non può diffondersi, qualsiasi discorso su un nuovo ordine mondiale sarebbe inutile. Il successo della Cina in continua crescita e i suoi enormi sforzi per ridurre e eliminare la povertà sarebbero un buon esempio per le altre nazioni.9822c04a-8871-4484-9beb-2c13d069bb5b_w640_r1_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guy Verhofstadt ammette che l’Europa è in crisi, tra terrorismo e rivolte di migranti

Teheran (FNA), 9 gennaio 2017Verhofstadt, President of the Group of the Alliance of Liberals and Democrats for Europe, addresses the European Parliament during a debate on the situation in Ukraine in StrasbourgL’ex-primo ministro del Belgio e leader del gruppo Liberali e Democratici al Parlamento europeo ha ammesso che “l’Europa è in crisi”. Guy Verhofstadt ha fatto tali osservazioni alcuni giorni dopo aver annunciato la candidatura alla presidenza del parlamento dell’UE, promettendo che non ci sarà un “superstato europeo”, informa RIA Novosti. Guy Verhofstadt ha da tempo l’ambizione di assumere uno dei ruoli principali dell’Unione Europea, la Presidenza del Parlamento europeo. La sua candidatura è significativa in quanto arriva in un momento di grave crisi nell’Unione europea, con immigrazione e terrorismo che dominano l’agenda. “L’Europa è in crisi. Dalle nostre difficoltà economiche persistenti e dalla crisi dei rifugiati ai molteplici attentati terroristici sul suolo europeo. L’Europa reagisce sempre troppo poco e troppo tardi“, dice Verhofstadt nel suo programma. “Niente equivoci, l’Unione del futuro non sarà un superstato europeo, difatti l’opposto di un’unione più efficace e integrata, che saprà meglio proteggere la nostra cara diversità europea in lingue, culture, tradizioni, stili di vita“.
Verhofstadt concorre alla presidenza nel tentativo di rompere la lunga intesa tra i due maggiori gruppi politici, il partito popolare europeo (PPE) e i Socialisti e Democratici (S&D) che formano la “grande coalizione” dal 2004, quando decisero di collaborare al Parlamento in cambio della condivisione della presidenza. Il presidente iniziale del parlamento attuale, avviatosi nel 2014, fu il membro degli S&D Martin Schulz, il cui ruolo passerebbe al PPE. Tuttavia, il presidente del gruppo S&D, Gianni Pittella, si è proposto alla presidenza, minacciando il collasso della “grande coalizione”. Il PPE, il 13 dicembre, votava un altro italiano, l’ex-commissario europeo e uno dei 14 vicepresidenti del Parlamento Antonio Tajani, alla presidenza, che sarà votata il 17 gennaio. “Sono convinto che il continuo gioco tra i due grandi gruppi non sia nell’interesse del Parlamento né dell’Unione. Questo è il momento per un candidato dalla comprovata capacità di condurre una vasta coalizione e che possa unire le forze europeiste in questa casa, mettendo prima l’interesse dei cittadini europei“, ha detto Verhofstadt. “Dobbiamo rompere con la solita ‘grande coalizione’ che ha governato il Parlamento per troppo tempo e invece diventare i principali decisori politici europei. I cittadini si aspettano soluzioni reali da noi. Ciò significa, tra le altre cose, considerevoli polizia di frontiera e guardia costiera, antiterrorismo europeo e rinnovati investimenti nella nostra economia“, ha detto.
Verhofstadt è il negoziatore del Parlamento europeo sul Brexit e per molti commentatori dovrà farsi da parte in caso diventi presidente del Parlamento.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sei licenziato! Donald Trump dimette i diplomatici di Obama

Adam Garrie, The Duran 7/1/2017trumpDonald Trump licenzia unilateralmente tutti gli ambasciatori di Obama. Questo gli permetterà di creare un nuovo gruppo di diplomatici nominato per il loro talento e per quanto hanno donato ai democratici.
L”operazione di sabotaggio’ di Obama è appena fallita. I rapporti provenienti da Washington dicono che Donald Trump ha detto unilateralmente a tutti gli ambasciatori di Obama ‘sei licenziato’. Ciò avviene dopo l’espulsione di Obama dei diplomatici russi con le famiglie appena prima di Natale. Il New York Times aveva riferito di un cablo del dipartimento di Stato inviato a tutti gli ambasciatori del 23 dicembre, per informarli di lasciare i loro incarichi entro il 20 gennaio “senza eccezioni”. Trump usò twitter per esprimere costernazione sulla campagna d’odio di Obama contro la Russia nelle sue ultime settimane al potere. Licenziando i diplomatici nominati da Obama, Trump simbolicamente e materialmente prende il sopravvento sulla politica estera dei democratici. La mossa ha però implicazioni che vanno oltre la guerra psicologica tra l’anatra zoppa Obama e il neopresidente. Trump aveva a lungo deriso Obama per aver premiato con importanti posizioni diplomatiche chi aveva dato contributi finanziari considerevoli alla sua campagna elettorale. Notoriamente, Trump derise Obama per aver nominato Caroline Kennedy ambasciatrice degli Stati Uniti in Giappone, perché ‘si annoiava’. Mentre i media mainstream criticano Donald Trump per essere un padre affettuoso, la realtà è che Obama faceva clientelismo politico, molto più di quanto abbia mai fatto Trump negli affari. L’idea di potersi comprare la carica di ambasciatore nell’epoca di terrorismo, relazioni tese tra superpotenze e incertezza economica, è peggio di un errore, è un crimine.
Sono ottimista sul fatto che, come nella nomina dell’ambasciatore in Cina, Trump continuerà a nominare ambasciatori secondo il talento piuttosto che la noia.05-trump-press-conference-w710-h473-2xIl Presidente Donald Trump cerca un rapporto positivo con la Federazione russa
Chika Mori e Lee Jay Walker, MTT, 7 gennaio 2017

Il neo-presidente degli Stati Uniti Donald Trump ancora una volta ha ribadito la necessità di avere un rapporto positivo con la Federazione russa. Naturalmente, alcuni elementi destabilizzanti sia nel Partito Democratico che Repubblicano cercheranno di ostacolarlo. Tuttavia, si spera che Trump favorisca un rapporto cordiale con il Presidente Vladimir Putin della Federazione Russa. Infatti, se USA e Federazione Russa si riprenderanno dagli scontri geopolitici, allora sicuramente il resto del mondo ne trarrà vantaggio. Dopo tutto, la recente politica destabilizzante di USA e certi alleati in Europa e Golfo ha creato innumerevoli vuoti, vuoti che si ampliano con la morte di Stati-nazione a sua volta permettendo agli islamisti e altre forze negative, come migrazione di massa e sfruttamento delle risorse naturali, di diffondere miseria, povertà, terrorismo, tirannia e altre distruzioni. Trump ha detto, “Avere un buon rapporto con la Russia è un bene, non una cosa negativa. Solo gli “stupidi” e gli sciocchi potrebbero pensare che sia un male!” Inoltre dichiarava che “abbiamo abbastanza problemi nel mondo, senza aggiungerne altri“. Trump continuava, “Entrambi i Paesi dovranno, forse, collaborare per risolvere alcuni dei tanti problemi e problematiche gravi e pressanti del mondo“.
Si spera che USA e Federazione Russa possono concentrarsi sulle numerose preoccupazioni geopolitiche che affrontano. Allo stesso modo, i rispettivi punti di forza possono aumentare le relazioni tra le altre nazioni in cui vi siano tensioni. In altre parole, dimensioni singole, realtà sovrapposte e approcci multi-laterali possono evolvere verso una maggiore stabilità internazionale. In un articolo di Modern Tokyo Times, abbiamo detto: “Speriamo che Trump ripristini le relazioni positive con la Federazione russa, perché è nell’interesse internazionale di entrambe queste nazioni ricostruire un rapporto positivo. In altre parole, che le sinistre osservazioni politiche del presidente Obama, la retorica infinita della NATO sulla Federazione Russa e la paura di ciò che Hillary Clinton avrebbe fatto, si spera, siano cancellate dal disgelo. Se sarà così, le divisioni su Ucraina e Siria e altre aree saranno discusse con una visione più ampia basata sul dialogo autentico“.15875421Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le relazioni Russia-Iran raggiungono nuove vette

Dmitrij Bokarev, NEO 02/01/2017

Novak e Zanganeh

Novak e Zanganeh

E’ risaputo che Federazione Russa e Repubblica islamica dell’Iran sono tra i membri più influenti del mercato degli idrocarburi globale. Da una cooperazione tra giganti ci si può aspettare un notevole impatto sull’economia mondiale, mentre si aprono grandi opportunità per i due Paesi. L’Iran ha circa il 18% delle riserve mondiali di petrolio e il 9% di gas. Durante il periodo delle sanzioni internazionali imposte all’Iran per il programma nucleare, il livello di produzione ed esportazione di petrolio quasi dimezzò. Ora però, dopo l’abolizione della maggior parte delle sanzioni, il Paese sta rapidamente recuperando terreno. Va ricordato che il 30 novembre 2016, a Vienna vi fu la riunione dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC), la cui risoluzione concordata permette all’Iran di essere l’unico Paese a ricevere il via libera per aumentare la produzione di petrolio. L’Iran l’ha ottenuto ponendo i danni economici sofferti sotto il regime di sanzioni come principale punto di discussione. Affinché l’Iran ripristini rapidamente l’industria petrolifera del periodo d’oro, affinché questo gigante petrolifero ritrovi il suo posto nel mercato internazionale, ha bisogno dell’aiuto dei partner stranieri. L’industria petrolifera iraniana ha bisogno di investimenti esteri. Perciò, la leadership del Paese attua una serie di misure per rendere l’industria petrolifera e gasifera più attraente per le imprese estere. Nell’estate 2016, una nuova forma di contratto petrolifero con società straniere venne approvata in Iran. Secondo il nuovo contratto, le imprese straniere potranno esplorare, estrarre e processare energia. Le autorità iraniane sperano che le nuove opportunità permettano agli investitori esteri di fornire al Paese un grande flusso di necessari investimenti esteri, innescando il ritorno sul mercato iraniano di tutte le aziende costrette a cessare le attività nel Paese dopo l’imposizione delle sanzioni. Secondo gli esperti, per ripristinare le industrie petrolifere colpite dalle sanzioni, l’Iran ha bisogno di investimenti per 200 miliardi di dollari. Un’altra innovazione è la possibilità di stabilire joint-venture tra l’Iranian National Oil Company e società estere. Molte aziende provenienti da Asia e occidente hanno già espresso interesse sulla cooperazione. In questa luce, è stato siglato un accordo per 4,8 miliardi di dollari, nel novembre 2016, tra l’Iran e la società francese Total, che faciliterà lo sviluppo di South Parnaso, il più grande giacimento dell’Iran. Alla fine del 2016, il diffuso interesse per l’accesso al petrolio e al gas iraniani già portava a 50 le società estere che avevano presentato domande per partecipare alla gara secondo le disposizioni del nuovo contratto, da concludere nel febbraio 2017. D’altra parte, l’Iran ha un rapporto speciale con i Paesi che l’hanno sostenuto durante le sanzioni, in primo luogo Cina e Russia. Anche nel periodo più difficile, nonostante le pressioni occidentali, la Cina ha continuato ad acquistare grandi volumi di petrolio iraniano, mentre la Russia aiuta l’Iran a sviluppare il nucleare civile.
Russia e Iran hanno interesse a cooperare nel settore del petrolio e del gas, e ciò è noto da tempo. Fino alla fine del 2016, le società russe Gazprom, Gazprom Neft, Zarubezhneft, Lukoil e Tatneft espressero il desiderio d’iniziare a cooperare con l’Iran. Va ricordato che aziende come Gazprom Neft, Lukoil e Tatneft hanno già lavorato in Iran prima che la pressione delle sanzioni s’intensificasse, pochi anni prima. Oggi, la zona economica speciale dell’Iran, Lavan, con la sua moltitudine di raffinerie, esprime il notevole interesse delle imprese della Russia. Il 12 dicembre 2016, Russia e Iran firmavano un memorandum di cooperazione nel settore petrolifero ed energetico, a Teheran. Entrambi i Paesi s’impegnavamo a ricerca e sviluppo congiunti dei giacimenti (anche in mare aperto), nella fornitura di prodotti e nella produzione di attrezzature per l’industria petrolifera. Il documento stabilisce inoltre le condizioni delle operazioni di cambio. Alla firma del documento parteciparono il Viceministro dell’Energia russo Kirill Molodtsov e l’omologo iraniano Amir Hossein Zamani-Nia. Dopo la firma, quest’ultimo espresse la speranza di un ulteriore sviluppo nel prossimo futuro delle relazioni russo-iraniane che, a suo parere, hanno un grande potenziale. Il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh, in seguito fece una dichiarazione in cui espresse aspettativa per un grande contributo degli specialisti russi nello studio dei giacimenti iraniani, ed espresse anche ammirazione per la ragionevolezza della Russia sul mercato petrolifero. Il giorno dopo, il 13 dicembre, la Commissione intergovernativa si riunì sulla cooperazione economica tra Russia e Iran, con la partecipazione del Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak e del Ministro delle Comunicazioni iraniano Mahmud Vaezi. Fu discussa l’espansione della cooperazione tra Russia e Iran nell’industria, agricoltura, energia, istruzione ed esplorazione dello spazio. Lo stesso giorno, i media riferirono sulla conclusione di un accordo tra la società russa Gazprom Neft e la National Iranian Oil Company per lo sviluppo congiunto dei giacimenti iraniani di Changule e Cheshmehush. Dopo di che B. Zanganeh espresse sostegno alle attività delle società russe sul mercato del suo Paese. A sua volta, Aleksandr Novak osservò che l’Iran è un buon vicino e un partner importante per la Russia. Lo stesso giorno, 13 dicembre, Teheran organizzato il Business Forum Russia-Iran.
Questi sviluppi dimostrano chiaramente che Russia e Iran sviluppano una collaborazione stretta e vantaggiosa. Allo stesso tempo, entrambi i Paesi hanno grandi prospettive di futuri sviluppi. A dispetto di ciò che le due potenze hanno già raggiunto, gran parte della cooperazione russo-iraniana potrà raggiungere vette senza precedenti nella storia. In questa luce, dal dicembre 2015 i due Paesi sono pronti ad avviare negoziati sulla zona di libero scambio (FTA) tra Iran ed Unione economica eurasiatica, che la Russia guida. Tuttavia, anche senza zona di libero scambio, nel solo 2016 il fatturato commerciale russo-iraniano era già aumentato di quasi l’80%. Il 30 novembre 2016, il Consiglio della Commissione economica eurasiatica convocò una sessione in cui i rappresentanti di tutti gli Stati aderenti approvavano l’avvio dei negoziati del Consiglio Supremo Economico Eurasiatico previsto dal 26 dicembre 2016. Tale forte crescita della cooperazione economica sarà inevitabilmente seguita dalla cooperazione politica e strategica. Russia e Iran hanno a lungo collaborato nella lotta al terrorismo in Medio Oriente. A questo proposito, discussioni sono già in corso sulle prospettive dell’adesione dell’Iran alla CSTO. Indubbiamente, unendo le forze, Russia e Iran avranno un grande impatto sulla politica globale.

Novak e

Novak e Vaezi

Dmitrij Bokarev, analista politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora