La guerra delle petrovalute

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental Review 22 marzo 2015Us Dollar Versus China YuanLa segretaria di Stato Hillary Clinton, nel 2007 chiese all’ex-primo ministro australiano Kevin Rudd “come imporsi ai propri banchieri?”, preoccupata per i crescenti potere e presa della Cina sulle finanze USA, e secondo Wikileaks Rudd disse a Clinton di usare la forza come ultima risorsa. I cinesi si fidano degli USA? Da superpotenze, sono diffidenti. Per gli USA è sempre stata questione di affari, non di amicizia o interesse altrui, ma dei propri. Ciò è comprensibile. Sull’arroganza statunitense, una volta lessi da qualche parte che tale arroganza era piovuta dall’eroe greco di qualche tragedia classica. Entriamo in una nuova epoca, quella della guerra valutaria che metterà alla prova la forza dell’economia statunitense e del dollaro contro la forza dell’economia cinese e dello yuan. La corda nel tiro alla fune sarà il greggio. L’egemonia economica statunitense è contestata dalla Cina e di conseguenza è naturale che gli Stati Uniti cerchino di mantenere la loro posizione geopolitica e finanziaria globale. Tra tali giganti, il sistema finanziario globale potrebbe essere completamente ridefinito con una guerra devastante in Medio Oriente. Qualche anno fa lessi il libro “Petrodollar Warfare” di William Clark, pubblicato nel 2005, quando l’euro era una moneta in crescita e lo yuan un sogno lontano. Clark scrisse che la logica dell’intervento (in Iraq) non era solo il controllo dei giacimenti petroliferi, ma anche dei mezzi con cui il petrolio viene scambiato sui mercati mondiali. Sadam fu deposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati arabi (che avevano i dollari come valuta di riserva) perché si rifiutava di vendere petrolio in dollari USA. La stessa sorte fu inflitta alla Libia di Gheddafi. Ora l’Iran è nel mirino degli USA non perché svilupperebbe la bomba nucleare che la CIA nega, ma perché vende il petrolio in diverse valute nella sua borsa sull’isola di Kish. La Cina compra petrolio nei mercati internazionali da Paesi che accettano lo yuan. Secondo l’US Energy Information Agency (EIA), la Cina nel 2013 è diventata la seconda importatrice di petrolio con 6,2 milioni di barili/giorno (MMBOPD), leggermente dietro gli Stati Uniti a 6,6 MMBOPD. Sempre per l’EIA, la Cina diverrà il maggiore importatore di petrolio nel 2014-15. Non solo, ma la produzione di petrolio della Cina tramite l’acquisizione di azioni all’estero è aumentata dai pochi 150000 barili al giorno del 2005 ai 2,7 MMBOPD nel 2013. La Cina importa il 52% del petrolio greggio dal Medio Oriente (10% dall’Iran e 20% dall’Arabia Saudita), mentre al contrario gli Stati Uniti hanno ridotto le proprie importazioni dall’Arabia Saudita al 16%, mentre le importazioni dal Canada sono in costante aumento. Nel 2010 la produzione di petrolio degli Stati Uniti era 9,7 MMBOPD e il consumo del 19,2 MMBOPD. Tale equilibrio è cambiato nel 2014, la produzione di petrolio è aumentata a 13,4 MMBOPD grazie allo scisto, mentre il consumo è diminuito a 18,7 MMBOPD grazie all’energia alternativa e all’efficienza dei carburanti. Le importazioni nette, quindi, sono ulteriormente diminuite nel 2014 di 1,3 MMBOPD (fonte: EIA)
Da oltre 40 anni il dollaro degli Stati Uniti ha goduto della posizione di rendita di valuta di riserva globale. Nel 1971, il presidente Richard Nixon ordinò la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti in oro per via dell’inflazione causata dalla guerra del Vietnam, dal deficit commerciale e dall’aumento del prezzo del petrolio che svalutò il dollaro rispetto al prezzo dell’oro stabilito a Bretton Woods, che legava indirettamente tutte le altre valute (tra cui la sterlina inglese) al gold standard, con cui le banche centrali commerciavano l’oro sulla base del rapporto di 35 dollari USA per oncia. Subito dopo, Nixon negoziò con l’Arabia Saudita affinché i prezzi del petrolio, in futuro, fossero denominati in dollari USA scollegando l’oro del gold standard dallo standard dell’oro nero, in cambio di armi e protezione. Tutti i tredici Paesi OPEC, tra cui l’Iran, adottarono la vendita del petrolio in dollari USA. Ciò permise agli Stati Uniti di esportare gran parte della propria inflazione. Nel gennaio 2015, la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) ha pubblicato un documento intitolato Credito globale in dollari: collegamenti tra politica monetaria e di leva indicando “che dalla crisi finanziaria globale (del 2008), banche e investitori obbligazionari hanno aumentato la circolazione creditizia in dollari statunitensi, presso mutuatari non bancari al di fuori degli Stati Uniti, da 6000 miliardi di dollari a 9 trilioni (erano 2000 miliardi dollari nel 2001). Tale incremento dovuto al quantitative easing (QE) della Federal Reserve Bank ha implicazioni sulla comprensione della liquidità globale e la trasmissione della politica monetaria“. Il rapporto analizza l’entità impressionante e sconvolgente del debito globale in dollari USA. Nel linguaggio profano il debito è il risultato diretto della stampa di dollari statunitensi dal 2008. Secondo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) lo yuan cinese è diventato una delle primi cinque valute di pagamento del mondo, nel novembre 2014, superando il dollaro canadese e il dollaro australiano. I pagamenti globali in yuan sono aumentati del 20,3 per cento nel dicembre 2014. CIPS (China International Payments System) avvicinerà lo yuan alle altre principali valute mondiali come dollaro statunitense, yen, sterlina ed euro. E’ possibile che in pochi anni lo yuan condivida la stessa posizione con il dollaro quale petrovaluta e che il prezzo del petrolio sarà sia in yuan che in dollari. Ciò causerà una massiccia migrazione di dollari negli Stati Uniti da Paesi e investitori stranieri con conseguente iperinflazione. Dopo aver spiegato l’impatto dello yuan in pochi anni e la dipendenza del debito globale a causa delle politiche di QE degli Stati Uniti, rivolgiamo la nostra attenzione al nuovo CIPS che sarà lanciato entro la fine del 2015 in alternativa a SWIFT, collegando oltre 9000 istituzioni finanziarie in 200 Paesi, agevolando le transazioni valutarie globali. Secondo Reuters del 9 marzo 2015 “il lancio di CIPS eliminerà uno dei maggiori ostacoli all’internazionalizzazione dello yuan e dovrebbe aumentare notevolmente l’uso globale della valuta cinese, tagliando costi e tempi delle transazioni“. Secondo Reuter “CIPS diverrà la superstrada dello yuan”.
In questi scenari, i 40 anni di matrimonio di convenienza politica ed economica tra Arabia Saudita e Stati Uniti probabilmente cambieranno. L’Iran potrebbe emergere come superpotenza regionale in Medio Oriente e stretto alleato dei cinesi e russi nella Shanghai Cooperation Organization (SCO). Una nuova OPEC con le testate nucleari, come suggerito dal professor David Wall sul Journal of International Affair di Matthew Brummer, Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione. Ciò potrebbe portare alla 3.za guerra mondiale, che la storia potrebbe chiamare “La guerra delle petrovalute”?Chine-Russie-OrGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane e internazionali ed ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, ed ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La resurrezione del South Stream: Russia e Pipeline Trans-Balcani

Andrew Korybko e Umberto Pascali, Global Research, 21 marzo 2015w645Israel Shamir, importante autore israeliano ed ospite in studio
Umberto Pascali, eminente giornalista italiano specializzato in questioni balcaniche
Slobodan Tomic, giornalista macedone e ospite in studio

Korybko: La Russia inizia la costruzione di un gasdotto trans-macedone che potrebbe resuscitare il progetto South Stream. La capacità prevista del gasdotto attualmente non è abbastanza grande per sostituire il South Stream, ma la sua costruzione potrebbe gettare le basi del successore. Questo perché la Russia aveva già annunciato l’eliminazione del transito del gas attraverso l’Ucraina, quando Turkish Stream sarà attivo tra pochi anni, esortando gli Stati balcanici a concordare rapidamente una via alternativa per ricevere il gas russo da cui dipendono. Il presidente ungherese ha discusso possibili finanziamenti, per un oleodotto balcanico alternativo, con Erdogan nel corso di una visita in Turchia, e il ministro degli Esteri macedone era ad Ankara anch’egli. Gli ultimi articoli indicano il primo ministro greco Alexis Tsipras spinto ad anticipare di un mese la visita a Mosca, con la possibilità che la rotta dell’oleodotto balcanico venga discussa al suo arrivo in Russia l’8 aprile. Con la Bulgaria esclusa, appare sempre più probabile che un nuovo South Stream possa risorgere attraversando Grecia e Macedonia, con l’ultimo annuncio sulla base geografica del nuovo gasdotto.
Strokan: Penso che gli sviluppi cui si riferisca dimostrino che l’Europa ha davvero bisogno del gas russo, e quando lo scorso dicembre la Russia fu costretta ad annullare il progetto South Stream, ci fu una notevole delusione in quei Paesi europei che si aspettavano di ricevere il gas russo. Quindi la domanda è cosa dopo? Ci sono voluti alla Russia solo 3 mesi per presentare questo progetto completamente nuovo, che può effettivamente riavviare un’idea molto pratica ed utile.

Korybko: vorrei ricordare a tutti che il Presidente Putin ne aveva per primo suggerito l’idea a metà dicembre. Ora, con ulteriori informazioni vorrei dare il benvenuto ai nostri ospiti in studio, al signor Shamir, autore di primo piano in Israele, nel nostro programma.
Shamir: Ciò che dobbiamo ricordare in tutto ciò, cosa anche estremamente divertente, è vedere come tali strutture moderne, qauli i gasdotti, effettivamente ricostruiscano l’antico mosaico dei vecchi imperi, perché Macedonia, Grecia, Ungheria, tutto ciò che era parte dell’impero ottomano, e prima ancora dell’impero bizantino, erano così strettamente e tradizionalmente collegati a quello russo. Mentre l’occidente è riuscito ad occupare i Balcani dopo la seconda guerra mondiale, o in realtà nella prima metà del 20° secolo, occupando i Balcani, ora come si vede, questa parte del mondo viene ripresa di nuovo dall’alleanza tra Turchia e Russia. Possiamo vedervi, in modo assai interessante, una sorta di riproduzione dei vecchi giochi tra i tre grandi imperi, sull’esempio del Trono di Spade, che dovrebbe essere molto divertente per voi. Ma oltre a ciò, ovviamente, la Turchia è l’elemento più stabile di tutti questi luoghi, qualcosa su cui poter davvero sperare di contare. La Grecia sarà la prossima, ma è anche robusta. Arrivando alla Macedonia e agli altri Paesi dei Balcani, vediamo che da quando si staccarono dall’impero ottomano oltre 150 anni fa, da allora, hanno completamente perso le radici e furono emarginati. Anche l’Ungheria è in una situazione di debolezza. Quindi direi che costruire dalla Turchia sia un ottimo passo per il presidente russo.

Korybko: Israel, la ringrazio molto per la sua comprensione. Ora passiamo a Umberto Pascali, eminente giornalista italiano specialista in questioni balcaniche. Signor Pascali, in qualità di esperto nei Balcani, può dirci quanto sarebbe importante il gasdotto russo per la regione.
Pascali: Il gasdotto Balkan Stream sarà estremamente importante, infatti, dal punto di vista economico e anche dal punto di vista politico, storico e strategico. Ciò creerebbe una stretta collaborazione economica nell’area che va dalla Turchia all’Austria fino alla Germania. È sempre stata una zona sotto il controllo di forze esterne, un’area destabilizzata continuamente, basti ricordare la Prima Guerra Mondiale. Ora, un gasdotto che porta energia, un fiume dello sviluppo, dalla Russia attraverso la Turchia, prima di tutto fermerà la balcanizzazione, la strategia del divide et impera prima applicata dall’impero inglese e poi da quello statunitense, creando cooperazione economica stabilirà la pace, ma non solo. Stabilirà anche l’indipendenza e la difesa della sovranità del territorio, creerà il primo esempio concreto di reale collaborazione eurasiatica. L’energia russa che arriva in Europa attraverso questa grande area, sarà un esempio probabilmente, per il resto dell’Europa.

Korybko: Sì, questo sarebbe molto importante per le ragioni appena indicate. Quindi, ricordando ciò, gli USA faranno qualcosa per sabotare questo progetto, come con il South Stream?
Pascali: Sì, ad esempio c’è un tentativo di colpo di Stato in Macedonia, e la pressione su molti altri Paesi da parte delle forze anglo-statunitensi. Prima di tutto, il ragazzo prodigio della politica estera statunitense George Soros, che ha finanziato tutte le rivoluzioni colorate nella regione, e poi il dipartimento di Stato degli USA, con Melia, vice di Victoria Nuland, che ha difeso il tentato colpo di Stato in Macedonia che avete descritto. Thomas Melia, vice di Nuland, ha detto che non vede alcun problema nel fatto che il capo dell’opposizione riceva registrazioni illegali da un’agenzia d’intelligence straniera, da tutti identificata nella CIA e nelle agenzie statunitensi, contro il governo eletto della Macedonia. Così il governo macedone, per fortuna, ne è uscito assai rafforzato e ha detto che non accetterà che forze estere distruggano il Paese. In questo momento, la popolazione si mobilita a fianco del Primo Ministro Nikola Gruevski, la cui ‘colpa’ è non aver accettato le sanzioni contro la Russia e sostenere il gasdotto, quindi a questo punto, siamo nel pieno di questo scontro, e spero che tutti, a Oriente ed occidente, sostengano questa lotta contro la destabilizzazione della Macedonia.

Korybko: Sì, c’è sicuramente un grande braccio di ferro qui. Quindi voglio porvi un’ultima domanda, signor Pascali, quali sono le probabilità che il progetto Balkan Stream abbia successo, considerando l’opposizione ad esso, ma anche guardando al solido supporto che riceve.
Pascali: Esattamente. C’è ora una sorta di battaglia di Stalingrado energetica perché le forze che finora hanno controllato il flusso d’energia da occidente non hanno intenzione di permettere, dal loro punto di vista, che ci sia una fonte energetica indipendente controllata da Paesi sovrani della regione. Dall’altro lato, vi è notevole prudenza nella popolazione, non solo in Macedonia, ma in Grecia, Ungheria, Serbia, Repubblica Ceca e anche Austria. Così siamo qui, nel pieno di tale scontro che potrebbe davvero portarci alla fine del mondo unipolare sul piano concreto, economico e politico. Quindi penso che a questo punto tutti dovrebbero sostenere il Paese leader, il piccolo Paese che guida questa lotta per l’indipendenza per un mondo multipolare e democratico, la Repubblica di Macedonia del Primo ministro Gruevski.

Korybko: Signor Umberto Pascali, grazie mille, ma purtroppo questo è tutto il tempo che abbiamo a disposizione, ma voglio ringraziarla calorosamente di nuovo per le vostre comprensione ed osservazioni. Sono sicuro che il nostro pubblico ha appreso molto sulla regione e la drammatica battaglia in corso per essa. Grazie mille. Ora abbiamo l’onore di essere raggiunti da un famoso e popolare giornalista macedone e ospite del programma di punta della TV Voce del Popolo, il signor Slobodan Tomic. Slobodan, conosciamo la massiccia destabilizzazione della Macedonia inscenata da Zoran Zaev, e mi chiedo se può collegarsi ai piani per il Balkan Stream?
Tomic: Grazie, Andrew, assolutamente, hai ragione, sono assolutamente d’accordo con te. Prima di tutto lasciatemi dire una cosa, per favore. La Macedonia è assai amica con tutti i Paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti, dato che abbiamo già accordi di cooperazione tecnica. Ciò significa che la Macedonia è amica di Washington, Mosca e tutto il mondo. Tra l’altro, tutti in Macedonia sanno che Zoran Zaev e il suo sponsor occulto Crvenkovsky ricevono ordini da una potente intelligence straniera, quella degli USA. Zaev è un burattino e l’intelligence statunitense ne tira le fila. Avevano cercato invano per anni di provocare la rivoluzione colorata contro il governo di Nikola Gruevski, ma fu solo dopo che i presidenti di Russia Vladimir Putin e Turchia Erdogan annunciarono, il 1 ° dicembre, che il South Stream sarebbe stato sostituito da un nuovo gasdotto, il Balkan Stream, che Zaev ricevette l’ordine di diventare un kamikaze per destabilizzare la Macedonia ad ogni costo, anche se ciò significava rendere pubblico il suo tradimento e provocare i macedoni. Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per sabotare South Stream e ci sono riusciti. Avevano due obiettivi secondo molti analisti. Il primo era impedire alla Russia d’esportare in modo indipendente energia, e il secondo strangolare la rotta energetica per i Balcani e tutti gli altri Paesi europei. Perciò si verificò il colpo di Stato a Kiev. L’obiettivo finale è evitare una collaborazione pacifica e mutualmente vantaggiosa tra Russia, Cina e Europa dalla.

Korybko: Grazie per questa intuizione, è molto stimolante. La mia prossima domanda, signor Tomic, è cosa ne pensano i macedoni di tutto questo, non solo della destabilizzazione di Zaev, ma anche del Balkan Stream? Che tipo di vantaggi fanno pensano di poter ottenere da tutto ciò?
Tomic: Il popolo macedone sostiene Balkan Stream ed è grato al Primo ministro Gruevski per il coraggio nel resistere ad anni di pressioni e ricatti da parte di forze straniere, che non vogliono una Macedonia libera, democratica e prospera. George Soros e i suoi sorosiani usano una quantità enorme di denaro per finanziare la destabilizzazione. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ci ha teso molte trappole, ma abbiamo resistito. Questo è il motivo per cui la cosiddetta ‘comunità internazionale’ non riuscirà mai a rovesciare il governo democratico della Macedonia. Avresti dovuto vedere l’incredibile massiccio supporto che Nikola Gruevski ha ricevuto con la grande manifestazione di domenica scorsa! I burattinai di Zaev hanno subito un brusco risveglio alla realtà, la Macedonia non è l’Ucraina, non saremo destabilizzati. In realtà, come ha detto Gruevski tra applausi scroscianti, i macedoni sono uniti. Non ci sarà una rivoluzione colorata o la guerra civile. Il supporto a Balkan Stream è entusiastico.

Korybko: Questo è molto incoraggiante. Purtroppo, signor Tomic, abbiamo solo un minuto per l’ultima domanda, quindi vorrei chiedervi come Balkan Stream stabilizzerà la regione e come può ‘non-balcanizzare’, se si vuole, ciò che è in precedenza era una regione frammentata, ed eventualmente unirla?
Tomic: Prima di tutto, grazie per questa domanda. Sento che Balkan Stream sarà assai potente, non solo per la Macedonia, ma per tutta la regione, ma prima di tutto vorrei sottolineare un punto molto importante, i macedoni hanno viva riconoscenza per la Russia e ne apprezzano il coraggio nella lotta contro vecchie e nuove minacce. Volevo parlare di un fatto importante, il mio programma televisivo, la Voce del Popolo, il primo dicembre scorso trasmise la proposta dall’analista Umberto Pascali secondo cui Macedonia e Grecia dovevano chiedere al Presidente Vladimir Putin una mediazione onesta nel risolvere i problemi tra i due Paesi. Ho ricevuto molti messaggi di sostegno alla proposta. Penso che i macedoni abbiano crescente fiducia sul ruolo positivo che la Russia potrebbe svolgere nei Balcani. Posso testimoniare che i macedoni erano entusiasti, lo scorso 18 dicembre, quando il Presidente Putin dichiarò ufficialmente, e cito, che il gasdotto raggiungerà la Macedonia dalla Grecia, proseguendo per la Serbia e Baumgarter in Austria. Mentre le grandi potenze occidentali hanno cercato d’isolare la Macedonia da Mosca, il Presidente Putin ci diceva che non siamo isolati, ma necessari, e grazie al Primo ministro Gruevski, un Paese cruciale nei Balcani e per lo sviluppo europeo. I Balcani ora possono scegliere di collaborare al proprio sviluppo. Libertà, patriottismo e prosperità economica vanno di pari passo. Spero davvero che il Presidente Putin possa iniziare una vera mediazione tra Macedonia e Grecia. Questo è il principale vantaggio del Balkan Stream per noi, e spero di aver risposto alla tua domanda, Andrew. E’ stato un piacere raggiungervi nel vostro programma questa mattina.

Korybko: Grazie mille, Slobodan. E’ stato un onore avervi qui, l’apprezziamo davvero. Vi auguro un meraviglioso giorno.
Tomic: Anche a te.

macedonia-mapCopyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Di quanti eserciti ha bisogno l’Europa?

Rostislav Ishenko, presidente del Centro di Analisi dei Sistemi e Previsioni, Kultura 21 marzo 2015 – The Saker438053Sullo sfondo della decisione del FMI di prestare all’Ucraina 17,5 miliardi in quattro anni (un altro trucco per ricevere fondi, dato che il piano di salvataggio precedente, concordato nel 2014, non fu completato) il discorso sulla creazione di forze armate europee è andato perso. Invano, il tema principale è che forse siamo sulla soglia di una nuova configurazione militare capace, in futuro, di modificare la mappa geopolitica del Vecchio Mondo. Il primo tentativo fu intrapreso nel 1948 con l’istituzione dell’Unione Europea Occidentale (UEO). Tuttavia, un anno più tardi, dopo la formazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), l’UEO divenne una struttura burocratica puramente formale, una struttura per scansafatiche e cancellata solo nel 2011. Durante tale periodo, l’esistenza dell’UEO era nota solo agli specialisti. Tuttavia, ciò non significa che l’idea di un esercito europeo sia stata sepolta. Da tempo si considera la possibilità di creare una struttura simile a quella dell’esercito inglese del Reno, dimenticata a metà degli anni ’90. Dal 1989 al 1999 vi fu anche la brigata franco-tedesca che avrebbe dovuto sostituire quest’ultimo creando le forze armate europee. Tutti questi tentativi sono falliti senza produrre nulla, perché “l’esercito unico europeo” in realtà esisteva già ed è, infatti, l’unione delle forze armate della NATO. Tale esercito ha coperto l’Europa dall’unico nemico possibile di cui avesse veramente paura (URSS e poi Russia), e fu equipaggiato dalle forze armate degli Stati Uniti. Dall’inizio degli anni ’80, anche i più potenti eserciti europei nazionali erano adatti solo alle operazioni coloniali. Il massimo che la prima potenza militare europea, il Regno Unito, potesse permettersi fu la guerra locale con l’Argentina, combattuta solo sul mare a 20000 miglia dalle coste della Gran Bretagna. Le forze inglesi non sono adatte a un grande conflitto, e anche in una guerra in cui hanno vantaggio numerico e tecnologico, rischiano di perdere. Verso la metà degli anni ’90 gli eserciti dei Paesi europei membri della NATO costruirono le loro dottrine militari sul principio della specializzazione, concentrandosi sulla risoluzione di un compito particolare. Inoltre, tali eserciti furono aggregati, come legamenti ed aggiunte, all’ossatura delle unità delle forze armate USA in Europa, seguendone le imprese nella proiezione militare. Risultato di tale approccio, gli Stati europei risparmiarono molto per le forze armate, ma gli eserciti cessarono di essere organismi operativi singoli. Va detto che ciò andava bene agli europei. La loro dottrina militare non include operazioni di combattimento contro altri membri della NATO. I Paesi di confine, e che furono anche Stati cuscinetto con la Russia, erano difesi dalle forze armate degli Stati Uniti. Gli altri Paesi vicini erano inferiori in termini tecnico-militari, Stati in cui la guerra sarebbe simile alla spedizione di Lord Kitchener, le cui mitragliatrici abbatterono l’armata del temerario Mahdi (l’esercito di centomila sudanesi di Abdullah al-Tashi) nella battaglia di Omdurman del 2 settembre 1898. E così l’Europa si sentiva al sicuro, senza spendere molto per proteggersi, sempre riuscendo a dimostrare agli statunitensi “partecipazione allo sforzo comune”.
Ma perché l’Europa ha bisogno di un proprio esercito ora? Sembra perché le contraddizioni tra Unione europea e Stati Uniti sulla crisi ucraina si siano ampliate troppo. La prima pillola da ingoiare fu l’iniziativa di Hollande e Merkel per negoziare con Putin a Mosca, e poi persuadere Poroshenko a stipulare la pace di Minsk, in contrasto con la posizione chiaramente indicata da Washington. Poi la stessa Merkel bloccò l’invio di armi statunitensi all’Ucraina, esprimendosi pubblicamente contro la linea degli USA. La stampa europea, (almeno quella controllata dagli Stati Uniti) ha impiegato un mese per mutare posizione, illustrando tale frattura sul conflitto ucraino. Ora l’Europa vede i nazisti dei gruppi armati governativi ucraini, la corruzione delle autorità di Kiev e l’intelligence tedesca improvvisamente “cede” ai media notizie su 50000 vittime nei combattimenti nel Donbas (l’ONU ne riconosce non più di 6000). Ci sono molti esempi passati, tutti distinti. E ora c’è il nuovo “esercito europeo”. Certo, è solo un’idea, ma sei mesi prima nulla di tutto ciò sarebbe stato detto. Al contrario, c’erano appelli a rafforzare la solidarietà transatlantica e l’idea di un esercito europeo mina tale solidarietà, mentre le forze armate europee possono essere create solo al posto della NATO. Ciò significa che gli attori rimarranno gli stessi, ma escludendo gli USA. Ora l’Europa è in crisi, in parte a causa della cieca accettazione della politica degli Stati Uniti. Non ci sono soldi per l’esercito, ma è necessario per sopravvivere. In realtà, un esercito europeo efficiente potrebbe sostituire le forze armate della NATO solo se il posto degli Stati Uniti in questo schema (anche se non ufficialmente) venisse preso dalla Russia. Nulla cambia, se non che l’Europa non sarà difesa dagli USA contro la Russia, ma dalla Russia contro gli USA. Gli sviluppi politici mondiali dimostrano che la protezione contro Washington garantisce meglio la sopravvivenza dell’UE. Non è sicuro che sarà creato un esercito europeo. Ma “A” è già stato detto (l’opportunità politico-militare della presenza statunitense in Europa è messa in discussione). Gli eventi ora accelerano, ed osservando e attendendo si può solo supporre l’arrivo di “B”.

Selection_081Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Piano B dell’Europa: gli “alleati” mollano Obama aderendo alla Bank of Infrastrutture della Cina

Tyler Durden Global Research, 17 marzo 2015aiib2Sembra che il mare della de-dollarizzazione abbia raggiunto le coste dell’Europa. Con Australia e Regno Unito che già aderiscono all’AIIB della Cina, FT riporta che Francia, Germania e Italia sono d’accordo nell’aderire alla banca di sviluppo, il ‘perno in Asia’ appare essere il Piano B dell’Europa. Come Greg Sheridan ha già osservato, “la saga della Banca della Cina è quasi un caso da manuale del fallimento della politica estera di Obama“, ma come conclude FT, le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta per l’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori. Come nota Forbes, ciò lascia ad Obama 3 opzioni scomode…
Come riporta FT, “Francia, Germania e Italia hanno accettato di seguire l’esempio della Gran Bretagna partecipando alla banca di sviluppo internazionale della Cina, secondo i funzionari europei, colpendo gli sforzi degli Stati Uniti per tenere i principali Paesi occidentali fuori dalla nuova istituzione. La decisione dei tre governi europei viene dopo che la Gran Bretagna annunciava che avrebbe raggiunto l’Infrastructure Asian Investment Bank da 50 miliardi, potenziale rivale della Banca Mondiale di Washington. … Le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta dell’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori, aumentando gli standard sui prestiti. L’AIIB, ufficialmente inaugurato dal presidente cinese Xi Jinping lo scorso anno, è un elemento dell’ampia spinta cinese nel creare nuove istituzioni finanziarie ed economiche per aumentarne l’influenza internazionale. E’ diventato tema centrale nella crescente contesa tra Cina e Stati Uniti su chi definirà le regole economiche e commerciali in Asia nei prossimi decenni”.
Questo segue Australia e Regno Unito… “L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico, sottoposto a pressione da Washington affinché rimanesse fuori dalla nuova banca, ha detto che ora ci ripenserà su tale posizione. Quando la Gran Bretagna ha annunciato la decisione di aderire all’AIIB, l’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che rientrava nella tendenza alla “continua sistemazione” di Londra verso la Cina. I funzionari inglesi furono relativamente trattenuti nel criticare la Cina sulla gestione delle proteste pro-democrazia a Hong Kong, l’anno scorso. La Gran Bretagna ha cercato di acquisire il “vantaggio del promotore” firmando con la nascente banca cinese prima degli altri membri del G7. La Gran Bretagna spera di affermarsi come meta numero uno degli investimenti cinesi e i funzionari inglesi non se pentono”.
Il che, come spiega Forbes, “lascia ad Obama tre opzioni…
1) Continuare a premere sugli alleati per non aderire all’AIIB, finché non ne controlleranno la governance;
2) Partecipare all’AIIB;
3) Eliminare il problema.
L’opzione uno è chiaramente una proposta perdente. Non ha senso spendere capitale politico per convincere attori regionali ed altri a non aderire alla banca. È un problema di piccola portata che fa apparire gli Stati Uniti deboli in un momento in cui la loro influenza nella regione è comunque molto forte. Opzione due, io, come praticamente ogni altro analista sulla Cina al di fuori del governo degli USA, ritiene da ottobre che gli Stati Uniti debbano aderire all’AIIB. Ci sono diversi motivi per cui sarebbe una buona idea. Consentirebbe agli Stati Uniti di sedervi dove potrebbe essere una forza positiva per una migliore governance e un critico interno, se le cose andassero male. Inoltre, contribuirebbe a garantirsi che le imprese statunitensi abbiano un accesso equo alle offerte che scaturiranno dal finanziamento degli investimenti dell’AIIB. Aderirvi ora difficilmente ne salverebbe la faccia, ma gli Stati Uniti potrebbero riconoscere pubblicamente la necessità del finanziamento in Asia che l’AIIB può fornire, avviandosi rapidamente a cooperare con Australia, Corea del Sud e Giappone per elaborare i principi di una comune adesione.
Opzione tre, gli Stati Uniti si allontanerebbero dall’AIIB evitando di premere sugli altri Paesi che potrebbero risentire dall’adesione degli Stati Uniti e lasciare che l’AIIB cresca o cada per propri meriti. Risorse e infrastrutture cinesi incontrano notevoli difficoltà in un certo numero di Paesi, tra cui Zambia, Myanmar, Vietnam, Brasile e Sri Lanka. Se l’AIIB non va meglio delle banche di sviluppo della Cina, sarà una macchia non solo per Pechino, ma anche per tutti gli altri Paesi che vi partecipano. Se non sarà come Banca Mondiale e Banca asiatica di sviluppo, allora sarà una gradita aggiunta al finanziamento del Mondo in via di sviluppo. Gli Stati Uniti non devono aderire ad ogni organizzazione regionale in Asia-Pacifico; non sono nella Shanghai Cooperation Organization, per esempio, e sono solo osservatori alla Conferenza su Interazioni e misure di fiducia in Asia. Possono evitare l’AIIB o assumervi lo status di osservatore. La priorità di Washington dovrebbe essere la promozione di ideali e istituzioni propri con il perno o il riequilibrio, anziché bloccare le iniziative cinesi, se non assolutamente necessario. (Non confondiamo lo sforzo della Cina di sviluppare l’AIIB con la spinta ad attuare l’Air Defense Identification Zone, per esempio). L’opposizione all’Infrastructure Investment Asiatic Bank è diventata una macina al collo di Washington. È tempo di togliersela, in un modo o nell’altro”.
La de-dollarizzazione continua… Come ha recentemente concluso Simon Black, ora possiamo vedere le parole divenire fatti… “‘Gli alleati’ potrebbero essere fin troppo educati nel dire in faccia agli Stati Uniti, “Guardate, avete 18100 miliardi dollari di debito ufficiale, 42000 miliardi di dollari di passività non finanziate, e siete dei cazzoni. Vi molliamo. Così, invece si persegue l’approccio del “non sa chi sono io”. Ma a chi interessa è abbastanza evidente dove tale tendenza porta. Non passerà molto tempo prima che le altre nazioni occidentali saltino sul carro anti-dollaro con i fatti e non solo a parole”.
In fondo non si tratta di teoria o ipotesi. Ogni brandello di prova oggettiva suggerisce che il dominio del dollaro volge al termine.

1420608736Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Anche l’Europa fa perno, sulla Cina

MK Bhadrakumar Indian Punchline 16 marzo 20156a00d83452a77469e2017c35221aea970b-800wiLa decisione della Gran Bretagna di chiedere l’ammissione all’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB) da membro fondatore apparentemente ha sorpreso Washington. Il portavoce del dipartimento di Stato ha ammesso che non vi fu “virtualmente alcuna consultazione con gli Stati Uniti” e che si tratta di “una decisione sovrana del Regno Unito“. Nelle prossime settimane sarà ancora più difficile per gli Stati Uniti riconciliarsi con l’Australia che segue le orme della Gran Bretagna, da quando il presidente Barack Obama era personalmente intervenuto presso il primo ministro Tony Abbott lo scorso ottobre, affinché non facesse una cosa del genere. Corea del Sud e Francia aderiranno all’AIIB. (The Guardian) La Gran Bretagna sostiene che la decisione è stata presa nell'”interesse nazionale” e per motivi puramente economici. Ma di certo la Gran Bretagna non può che essere consapevole che l’AIIB sia un pugnale volto al cuore del sistema di Bretton Woods. Peggio la Cina mira praticamente per entrare nel sistema di Bretton Woods da divinità dominante. Come chiarisce un commento di Xinhua, “Divenendo la seconda economia del mondo, la Cina sostiene e opera per la revisione dell’attuale sistema internazionale… La Cina non ha intenzione di sconvolgere il quadro, ma piuttosto di contribuire a definire un quadro mondiale più diversificato… la Cina si augura di vedere la propria valuta nel paniere FMI secondo il peso che lo yuan ora esercita sul commercio internazionale di beni e servizi. La Cina accoglie la cooperazione da ogni angolo del mondo pur di raggiungere una prosperità condivisa e di comune interesse, ma andrà avanti comunque quando riterrà di essere nel giusto“.
I Paesi europei capiscono che l’AIIB è òa base essenziale per la strategia della Via della Seta della Cina (noto come iniziativa “Cintura e Via”). L’ex-primo ministro francese Dominique de Villepin ha scritto sul quotidiano economico francese Les Echos che la Via della Seta della Cina offre a Francia e altri Paesi europei l’opportunità di sfruttare accordi redditizi nei trasporti e dei servizi urbani. “E’ un compito che dovrebbe mobilitare l’Unione europea e i suoi Stati membri, ma anche autorità locali, camere di commercio ed imprese, per non parlare di università e centri di studio“, suggeriva de Villepin. Le menti europee non riescono a capire la geopolitica? Naturalmente, la capiscono perfettamente. Citando de Villepin, in termini diplomatici la Via della Seta è “una visione politica che apre la via ai Paesi europei al rinnovato dialogo con i partner del continente asiatico, che potrebbe contribuire a trovare, per esempio, programmi flessibili tra Europa e Russia, in particolare trovando i fondi necessari per la stabilizzazione dell’Ucraina. Il rapporto tra Oriente e occidente deve ancora avviarsi“. Anche la Russia ha colto l’importanza strategica della Via della Seta della Cina. Mosca ha elaborato la strategia decennale per la Shanghai Cooperation Organization che sarà ripresa al prossimo vertice di luglio ad Ufa che, secondo l’attuale segretario generale SCO (diplomatico russo, tra l’altro), “proclamerà una partecipazione più profonda e ampia della SCO negli affari mondiali“, riunendo le strategie economiche nazionali dei Paesi della SCO con il programma della Via della Seta della Cina. A dire il vero, gli alleati europei degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania ritrovano la propria strada per la Cina (e la Russia). Il volume commerciale della Gran Bretagna con la Cina ha toccato i 70 miliardi dollari e gli investimenti cinesi nei passati 3 anni hanno superato l’intero importo investito fino a quel momento. Come de Villepin ha reso eloquente nel suo articolo, ossessionati dalla volatilità dei mercati finanziari e dai problemi economici, e sfidati nella sicurezza, la Francia e i partner europei devono unirsi agli sforzi della Cina per ricostruire la Via della Seta. De Villepin ha riconosciuto che la strategia della Via della Seta in Cina avviene per interesse della Cina, offrendo “un quadro flessibile per far fronte alle grandi sfide del Paese” tra cui globalizzazione dell’economia nazionale della potenza asiatica e rafforzamento del ruolo globale della sua moneta nel commercio mondiale e, a livello nazionale, per riequilibrare lo sviluppo delle province e i consumi delle famiglie. Ciò nonostante, l’Europa non vede ciò in termini a somma zero, in quanto il nuovo approccio allo sviluppo economico e la spinta diplomatica proposta “riempie il vuoto” tra Asia ed Europa creando un collegamento tra infrastrutture, industriali, finanziarie e di comunicazione delle nazioni. “E’ una visione economica che si adatta alla pianificazione cinese della cooperazione economica internazionale. In un mondo finanziario volatile e instabile è necessario adottare il giusto approccio ai progetti a lungo termine utilizzando i nuovi strumenti multilaterali“, ha scritto de Villepin. La Germania vede le cose allo stesso modo di Gran Bretagna e Francia. La cancelliera Angela Merkel ha detto ieri all’inaugurazione della Fiera di Hannover che l’economia tedesca vede la Cina non solo come il maggiore partner commerciale al di fuori dell’Europa, ma anche come partner per lo sviluppo di tecnologie complesse. La Cina è il Paese partner ufficiale del CeBIT 2015. Merkel ha accolto con favore le imprese cinesi giunte al CeBIT 2015, dicendo che incarnano l’innovazione e il ruolo della Cina come partner della fiera è essenziale nella cooperazione per l’innovazione tra Cina e Germania. L’amministrazione Obama ha mancato il punto. Com’è potuto accadere che un presidente intellettuale si sia sperduto in Mesopotamia in una guerra infinita e in Eurasia a caccia di obiettivi che non influenzano direttamente gli interessi vitali degli Stati Uniti, mentre una tale riconfigurazione epocale del dramma asiatico si svolge proprio sotto il suo naso? Pechino ha capovolto la strategia del ‘perno’ degli Stati Uniti per contenerla non solo in termini intellettuali, ma anche in termini politici e diplomatici. Pechino prevede di svelare il piano di attuazione della ‘Cintura e Via’ al Forum Boao 2015 di fine mese. Fonti di Pechino hanno detto a Xinhua che sono stati individuati “centinaia” di progetti infrastrutturali.map-china-rail-mos_112414052931Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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