Putin va a Cairo mentre Trump si lega le mani

M. K. Bhadrakumar Indian Punchline 9 dicembre 2017

L’autogol degli Stati Uniti a Gerusalemme apre alla Russia l’opportunità per rafforzare la reputazione di attore creativo e positivo nella politica mediorientale. A quattro giorni dall’annuncio del presidente Trump su Gerusalemme, il Presidente Vladimir Putin avvia “visite di lavoro” non programmate in Egitto e Turchia. Il Ministero degli Esteri russo rilasciava una lunga dichiarazione criticando la decisione degli Stati Uniti su Gerusalemme e affermando che, “Riteniamo che una soluzione equa e duratura al protratto conflitto israelo-palestinese si basi sul diritto internazionale, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dell’Assemblea Generale che prevedono la definizione di tutti gli aspetti dello status dei territori palestinesi, inclusa la delicatissima questione di Gerusalemme, attraverso colloqui diretti israelo-palestinesi. La nuova posizione degli Stati Uniti su Gerusalemme può ulteriormente complicare le relazioni israelo-palestinesi e la situazione nella regione… La Russia vede Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato palestinese e Gerusalemme Ovest dello Stato d’Israele”. La Russia si posiziona appropriatamente nel mondo arabo. Ma la questione di Gerusalemme non è ciò che porta Putin a Cairo. Il sito del Cremlino segnalava la necessità di “dare stabilità e sicurezza in Medio Oriente e Nord Africa”. Il che significa Libia, Sinai e Siria e anche Yemen, in quest’ordine forse.
Il punto è che il “dossier libico” è stato riaperto. Lo Stato islamico passa in Libia dopo la schiacciante sconfitta in Iraq e Siria. Russia ed Egitto avvertono l’imperativo di mobilitarsi rapidamente e affrontare i gruppi estremisti in Libia, appoggiando il comandante dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar, insediato a Bengasi e che (giustamente) vedono come baluardo all’estremismo in Libia. Il vuoto di potere in Libia e la crescente insicurezza nell’Egitto occidentale minacciano la stabilità dell’Egitto e il prestigio del Presidente Sisi. D’altra parte, il coinvolgimento egiziano in Libia influisce sugli equilibri di potere in Medio Oriente. È interessante notare che anche le monarchie del Golfo sono coinvolte nella crisi libica.
Qui arriva Trump. Il primo ministro libico Fayaz al-Saraj visitava la Casa Bianca il 1° dicembre e con Trump discusse l'”opportunità di future collaborazioni” sottolineando “l’impegno costante degli USA per sconfiggere SIIL e altri terroristi jihadisti in Libia”, e a “collaborare per la stabilità e l’unità libiche“. Parallelamente il presidente francese Emmanuel Macron ospitava Saraj a Parigi. (Saraj ha la solida reputazione di “Ashraf Ghani” del Maghreb, politico imposto dalle potenze occidentali). Tenere la Russia fuori dalla Libia è la chiave della strategia occidentale (come in Afghanistan). Ma anche Russia ed Egitto hanno interessi specifici. La Libia era un alleato sovietico e ha una posizione strategica del Mediterraneo di fronte al fianco meridionale della NATO. Per l’Egitto, l’instabilità in Libia si riversa nella penisola del Sinai, come già accade. L’ambizione di Sisi sarà creare una sorta di protettorato egiziano in Cirenaica contro i gruppi estremisti. Senza dubbio, con 1200 chilometri di frontiera condivisa con la Libia, le preoccupazioni per la sicurezza dell’Egitto sono legittime. L’Egitto è anche un importatore netto di energia. Haftar controlla la cosiddetta mezzaluna petrolifera in Libia e il colosso petrolifero russo Rosneft è tornato in Libia. Chiaramente, la piattaforma energetica permette una cooperazione potenzialmente lucrosa tra Russia, Haftar ed Egitto, sebbene sia secondaria rispetto alle dimensioni militare e della sicurezza. Mosca per prima si rivolge all’ONU su questioni chiave coinvolgendo anche il governo Saraj a Tripoli, suggerendo che Mosca soprattutto agirebbe da intermediario tra i partner rivali della Libia, Saraj e Haftar, ed infine manovrare per compensare le perdite finanziarie subite nel 2011 col cambio di regime, stimate ad oltre 10 miliardi in contratti ferroviari, edili, energetici e per armamenti. Ma l’occidente farà attenzione che Putin, come in Siria, non lo sconfigga anche in Libia. La situazione libica ha sue caratteristiche specifiche ma la rivalità tra grandi potenze accelera. Washington potrebbe apparire in una posizione migliore in Libia, dato che gli alleati della NATO vi sono interessati. Ma tutte le scommesse finiscono quando Putin entra in scena. Per un efficace ruolo della Russia nella sfera militare e della sicurezza per stabilizzare la Libia, Mosca ha bisogno di un partner regionale. Putin ha un ottimo rapporto con Sisi. Washington seguirà da vicino i loro colloqui a Cairo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Russia ed Egitto si accordano sul mutuo uso di spazio e basi aeree

Andrej Akulov SCF 04.12.2017Il Ministro della Difesa russo Sergej Shoigu visitava Cairo il 27 novembre. Offrendo le condoglianze per il massacro nella moschea nel Sinai del 24 novembre, che uccise oltre 300 persone, Shojgu sottolineava la necessità di rafforzare la cooperazione nella lotta al terrorismo. Secondo lui, i legami militari tra i due Paesi sono ai massimi livelli in quanto l’Egitto ha piazzato nuovi ordini per armi russe. Il 30 novembre fu riferito che il governo russo aveva approvato un progetto di accordo con l’Egitto che consenta ai due Paesi di utilizzare lo spazio aereo e le basi aeree altrui. Il progetto di accordo fu definito con un decreto firmato dal Primo ministro Dmitrij Medvedev il 28 novembre, incaricando il Ministero della Difesa russo dei negoziati coi funzionari egiziani e di firmare il documento una volta che le parti si saranno accordate. L’accesso agli aeroporti egiziani consentirà agli aerei militari russi di rifornirsi durante il viaggio verso la Siria. L’accordo riguarda un polo logistico supplementare, che aiuterà gli aerei russi ad agire liberamente nel teatro siriano, quando necessario. Quando sarà in vigore, l’accordo faciliterà molto l’addestramento del personale dell’Aeronautica egiziana. Il documento non comprende aerei picchetti radar e da trasporto militari che trasportino merci pericolose. L’accordo è valido cinque anni e potrà essere esteso. Il New York Times scrive che l’accordo rappresenta un “apparente affronto all’amministrazione Trump“, poiché è “l’ultima estensione della potenza russa in Medio Oriente, in questo caso cooperando con uno dei più stretti alleati arabi di Washington“. Secondo la fonte, se attuato, l’accordo proposto approfondirà la presenza militare della Russia nella regione a livelli ineguagliati dal 1973. In termini pratici, la presenza di aviogetti russi in Egitto solleverà preoccupazioni sulla sicurezza operativa del personale militare statunitense e richiederà il coordinamento cogli aerei militari statunitensi nello stesso spazio aereo. Il New York Times citava analisti che sostengono che la presunta volontà di Cairo di consentire alla forza aerea russa di accedere alle basi aeree egiziane dimostra la riduzione dell’influenza degli Stati Uniti nella regione. “Il potere aborre il vuoto e quando gli Stati Uniti si ritirano non possiamo avere l’impressione che il mondo si fermi aspettandoci“, diceva Matthew Spence, ex-vicesegretario alla Difesa per la politica mediorientale dell’amministrazione Obama. Ad agosto, Cairo criticava gli Stati Uniti per la decisione di ritirare 195 milioni di dollari di aiuti militari e di tagliare 96 milioni di dollari di altri aiuti, in risposta alle presunte violazioni dei diritti umani di Cairo.
L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il quindicesimo del mondo. L’anno scorso, la popolazione del Paese raggiunse i 92 milioni. Un anno prima, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermò pubblicamente sostegno alle forze del Presidente siriano Bashar al-Assad avvicinando l’Egitto alla Russia. L’eventualità che i militari egiziani partecipino all’iniziativa sulle zone sicure (ridimensionate) in Siria è all’ordine del giorno. Il coinvolgimento dell’Egitto farebbe sicuramente scalpore sul piano internazionale. Negli ultimi mesi, Mosca e Cairo hanno firmato diversi contratti per aerei da caccia MiG-29, elicotteri Ka-52 e altre armi mentre le vendite di armi della Russia ai Paesi del Medio Oriente hanno raggiunto livelli record. I due partner hanno firmato diversi accordi per il rinnovamento delle fabbriche di produzione militare egiziane. È stato firmato un protocollo per garantire all’Egitto l’accesso a GLONASS, il sistema di posizionamento satellitare globale russo. Le esercitazioni tattiche congiunte russo-egiziane Defenders of Friends 2017 si svolsero a settembre 2017 nella regione di Krasnodar, nella Federazione Russa, la prima esercitazione aeroportata sul suolo russo sarà regolare in futuro. Ottenere diritti nelle basi in Egitto permetterà alla Russia di proiettare potenza in molte parti della regione, tra cui Mar Rosso, Corno d’Africa e Mediterraneo. La presenza militare sarà legittimata. La Russia potrà partecipare alla missione di mantenimento della pace in Libia nel caso lo si decidesse. La Libia è un’area promettente della cooperazione. Mosca ha un ruolo speciale. Russia ed Egitto possono contribuire congiuntamente a portare stabilità nel Paese lacerato dalla guerra. I loro interessi coincidono in linea di massima aprendo la strada a politiche e azioni coordinate. Gli oppositori in Libia chiedono alla Russia d’intervenire come mediatrice. I libici ricordano bene l’intervento della NATO del 2011 e non si fidano dell’occidente, specialmente data l’incapacità di ottenere risultati positivi in Siria. Molti Paesi arabi si rivolgono alla cooperazione militare con la Russia a seguito del successo in Siria. Il presidente sudanese Omar al-Bashir visitava la Russia per chiedere protezione dagli Stati Uniti. La possibilità di costruire una base navale russa in Sudan è un problema preso in considerazione. La Russia ha relazioni speciali con Iran, Turchia, Egitto, Iraq, Giordania, Israele e Stati del Golfo. L’Arabia Saudita è l’alleato dell’Egitto e finanzia l’acquisto di armi russe. Ad ottobre, il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud visitò Mosca, la prima visita in assoluto in Russia di un re saudita. Fu firmato un memorandum d’intesa sull’acquisto di sistemi di difesa aerea S-400 dalla Russia segnando un cambio dell’Arabia Saudita, che finora acquistava armi da Stati Uniti e Gran Bretagna. I Paesi non cercano la rivalsa su molte questioni internazionali, ma capiscono quanto sia importante cooperare e scambiare opinioni. Con le sanzioni occidentali in vigore, Mosca progredisce nell’influenzare ed accedere ai nuovi mercati per armi, beni ed energia russi. Ha buone relazioni con tutti i Paesi della regione. Non c’è uno Stato nella regione in conflitto con Mosca. Alcun altro Paese ha tale vantaggio. Mosca non prende parte al conflitto tra sunniti e sciiti, il che la rende adatta al ruolo di mediatrice tra Stati del Golfo sostenuti dall’Egitto e Iran.
La Russia rinata si afferma in Medio Oriente come uno dei principali attori internazionali. Il progetto di accordo con l’Egitto è un esempio convincente del suo peso crescente nella regione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La disgregazione dell’impero USA: una lettura

Alessandro Lattanzio, 29/8/2017Il 23 agosto, Washington riduceva di centinaia di milioni di dollari gli aiuti all’Egitto, ricorrendo alla scusa delle condizioni dei diritti umani a Cairo, ma in realtà per punire l’Egitto non solo per essersi rivolto all’aiuto economico-tecnologico e diplomatico di Russia e Cina, ma per aver sostanzialmente distrutto il piano del cosiddetto “Grande Medio Oriente”, concepito dai neocon e attuato dalla sinistra social-imperialista espressa da Obama e dall’europeismo occidentale. Infatti, quando nel 2013 i militari egiziani deposero il regime islamo-atlantista di Muhamad Mursi, i piani per attaccare direttamente l’Asse della Resistenza, ovvero Libano, Siria, Iraq e Iran, andarono in frantumi, essendo l’Egitto, Paese con una popolazione di 90 milioni di abitanti, visto come serbatoio inesauribile di carne da cannone taqfirita al servizio delle mire imperialiste e nocolonialiste della NATO e relative appendici petromonarchiche del Golfo Persico. Il piano d’aggressione all’Eurasia prevedeva la creazione di una piattaforma regionale islamista, in Medio Oriente, in cui radunare le varie forze taqfirite, oscurantiste, retrive e reazionarie, che in cambio dell’ascarismo geopolitico verso l’atlantismo, avrebbero ottenuto il totale dominio delle società mediorientali. Non a caso, l’apparato terroristico-mediatico atlantista (Hollywood, circo mediatico, università e professoroni, ONG e servizi segreti), preparò per anni il terreno ideologico-culturale per celebrare e far accettare in occidente l’ascesa dei regimi oscurantisti e sanguinari promessi dalla fratellanza mussulmana e dalle sue appendici terroristico-stragiste (Gladio-B): al-Qaida, salafismo armato, emirato islamico, sufismo turco-iracheno, ecc.
I militari nasseriani e la borghesia nazionalista egiziani (disprezzati dal ‘trotskismo accademico anglosassone’, null’altro che escrezione radicale del social-imperialismo londinese), compresero i piani malvagi e devastanti delle centrali imperialiste occidentali e dei loro manutengoli islamistico-idrofobici: la distruzione delle società arabe, devastazione della regione e guerra permanente con le potenze eurasiatiche che, esse sole, possono recuperare il Medio Oriente da una situazione di imminente disastro economico-politico che si preannunciava di durata indefinibile. Va ringraziato il governo di al-Sisi, e il ‘golpe’ popolare-patriottico del nasserismo egiziano, se l’immane disastro geopolitico-regionale, che pareva inevitabile con l’avanzata al potere dell’integralismo belluino e ottuso asservito all’imperialismo e affiancato dal sinistrismo occidentale, è stato sventato. Da qui la rabbia delle centrali terroristico-propagandistiche occidentale verso l’Egitto, che punta le sue carte sull’alleanza con la Russia, la Cina e l’Iran; utilizzando di tutto a tale scopo: dallo spionaggio pecoreccio e provocatorio di volenterosi sovversivi occidentali in Egitto, alla disinformazione e propaganda delle centrali mediatiche atlantiste, fino al terrorismo islamo-atlantista alimentato e finanziato dal complesso spionistico occidentale (che comprende i servizi segreti e le loro emanazioni pubbliche, le cosiddette ‘ONG’).
L’ultima fase del rancore occidentale verso Cairo si è avuta con Washington che taglia 96 milioni di dollari di aiuti e ritarda altri 195 milioni di dollari in fondi militari per l’Egitto. Il dipartimento di Stato degli USA dichiarava che la decisione è dovuta alla “mancanza di progressi nei diritti umani e al passaggio di una nuova legge che disciplina il lavoro delle organizzazioni non governative, considerata volta a limitarne le attività e che al-Sisi ratificò a maggio”. Ecco, l’impossibilità di sovvertire l’Egitto scatena le ire dell’imperialismo “democratico” e “filantropofago” di Washington, che ricorre all’unico mezzo di cui dispone, le sanzioni, che nel mondo globalizzato di oggi, dopo la Jugoslavia del 1999 e l’Iraq del 2003, non funzionano più, perché non convincono più nessuno. Sarà difficile, per Washington, che qualche altro Paese metta ai comandi un altro Gorbaciov. Gorbaciov è un personaggio passato alla Storia come simbolo dell’autodistruzione e del tradimento, sostituendo nell’immaginario dei popoli la figura di Vidkun Quisling. Checché ne dicano i suoi corifei, che appestano lo spettro della militanza antimperialista occidentale, Gorbaciov è oramai un mero cadavere ideologico; un killer e traditore non più utile ai suoi padroni, perché riconosciuto appunto tale a livello planetario. Perciò, il suo modus operandi, pur riproposto più volte, fa sempre cilecca, perché riconoscibilissimo negli scopi: l’autodistruzione delle nazioni e dei popoli che l’adottano. E’ bastata una volta per capirlo.
Da qui, l’esigenza dell’occidente di ricorrere a metodi più rozzi e brutali, come il terrorismo settario, sanguinario e ottuso che tanto successo raccolse in Afghanistan (più nell’immaginario del pubblico occidentale, che nella realtà afghana). La filiazione del terrorismo strategico islamo-occidentale è stata prolifica e, in pratica, l’unica arma efficiente dell’imperialismo del XXI secolo. Dalla Jugoslavia nel 1992 a Siria-Iraq nel 2014-2015. Di fatti, ricollegandosi al discorso egiziano, non è un caso che, una volta saltato il regime islamista dell’agente della CIA Muhamad Mursi (cittadino statunitense, avendo lavorato presso la NASA, ente che assume solo cittadini degli USA), pochi mesi dopo comparisse a Mosul e in Iraq lo Stato islamico (emirato islamico). Chiaramente il piano di riserva, nel caso fallisse la trasformazione dell’Egitto in caserma del taqfirismo globale al servizio della NATO e d’Israele. L’appoggio saudita al golpe popolare-patriottico di al-Sisi era dovuto al legittimo timore di Riyadh di finire nel mirino dell’imperialismo statunitense, una volta eliminati l’ostacolo siriano-iraniano e messe in difficoltà Russia e Cina; in quella situazione, cosa avrebbe impedito a Londra e Washington di saltare al collo dei sauditi? E di accaparrarsi le ingenti riserve di petrolio della penisola araba? Il Ministero degli Esteri dell’Egitto, alla punizione inflitta da Washington a Cairo, risponde dichiarando, “L’Egitto considera questo passo un errore di valutazione della natura delle relazioni strategiche che legano i due Paesi da decenni, e ciò può avere ripercussioni negative“. E il 28 agosto, Cairo si dichiarava favorevole a risolvere la crisi siriana attraverso negoziati e a sostenere il processo di pace di Ginevra; il Ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry dichiarava, “L’Egitto promuove l’idea che la soluzione militare sia impossibile per riportare la stabilità alla regione. Ciò può accadere solo attraverso dialogo, negoziati, processo politico… Per la Siria, la partecipazione dell’Egitto è legata al sostegno e al consolidamento dell’opposizione nazionale siriana, alla continuazione del dialogo attraverso tutti i canali, incoraggiando tutte le parti, incluso il governo siriano, a tenere colloqui sotto gli auspici delle Nazioni Unite e ad aderire al processo di Ginevra. La Siria va preservata, la sua integrità territoriale è importante, le sue istituzioni vanno mantenute nella responsabilità dei servizi alla popolazione, per ripristinare la Siria a beneficio del popolo, far rientrare i residenti fuoriusciti e combattere le organizzazioni terroristiche”. Il ministro concludeva affermando che gli stessi principi dovranno riguardare la soluzione della crisi in Libia.
Ma gli Stati Uniti non entrano in conflitto solo con l’Egitto; l’ambasciatrice del Pakistan alle Nazioni Unite, Maleeha Lodhi, dichiarava che gli Stati Uniti non sono equilibrati nell’approcciarsi verso l’Asia meridionale, “Negli ultimi anni, in Pakistan abbiamo capito che gli Stati Uniti non sono equilibrati nell’approccio verso l’Asia meridionale e, di conseguenza, abbiamo perso qualcosa nei rapporti“. Lodhi affermava anche che gli Stati Uniti devono perseguire la “pace negoziata in Afghanistan“, dopo 16 anni di guerra che hanno dimostrato che perpetuare il conflitto non è un’opzione futura, “Dobbiamo trovare una pace negoziata in Afghanistan, con il consenso delle Nazioni Unite e della comunità internazionale. So che gli Stati Uniti hanno dichiarato il proprio sostegno a questo obiettivo, in passato, ma questo non potrebbe bastare; essi devono agire per raggiungere e realizzare questo obiettivo“. Infine, il Pakistan decide di rivedere i rapporti con gli Stati Uniti dopo l’annuncio del presidente Trump di eliminare gli aiuti militari al Pakistan perché, “Washington è stufa di Islamabad“. Il dipartimento della Difesa degli USA aveva già bloccato ogni sostegno a Islamabad tramite il Fondo di sostegno della coalizione, che finanziava le operazioni antiterrorismo del Pakistan, mentre il segretario alla Difesa Mattis affermava di non poter provare che il Pakistan combatta a sufficienza il terrorismo. Infine, Trump accusava il Pakistan di custodire gli “agenti del caos” concedendo santuari ai taliban e ai gruppi islamisti, facendo prolungare la guerra in Afghanistan. “Il Pakistan ha anche dato riparo alle stesse organizzazioni che cercano ogni giorno di uccidere la nostra gente. Gli versiamo miliardi e miliardi di dollari, mentre ospitano i terroristi che combattiamo. Ma ciò dovrà cambiare e cambierà immediatamente. Nessun partenariato può sopravvivere a un Paese che ospita terroristi che attaccano membri e funzionari degli Stati Uniti“, dichiarava Trump. Il governo pakistano rispose dicendo che sono gli Stati Uniti a non voler eliminare i santuari del terrorismo in Afghanistan. L’amministrazione Trump in sostanza afferma che i taliban sono sostenuti dalle agenzie militari e d’intelligence del Pakistan, prospettando l’idea che gli Stati Uniti designino il Pakistan quale Stato sponsor del terrorismo; un modo per giustificare l’incapacità dell’US Army di sconfiggere i taliban e di por fine al conflitto in Afghanistan.
Il Pakistan, davanti alle mosse di Washington, si prepara a vietare le visite del personale diplomatico statunitense senza una preventiva autorizzazione ed approvazione dal governo di Islambad. Infatti, il Pakistan rinviava la visita dell’assistente del segretario di Stato Tillerson, e decideva di rivedere la politica verso gli Stati Uniti. Rex Tillerson aveva minacciato i pakistani, “Abbiamo una certa leva in termini di aiuti e sul loro status di partner non-NATO; tutto questo può essere messo in discussione“. Sebbene ufficialmente il Pakistan beneficiasse di aiuti e tecnologie militari statunitensi, quest’anno gli Stati Uniti rifiutavano 350 milioni di dollari in finanziamenti militari, col pretesto che il Pakistan non farebbe abbastanza per combattere il terrorismo. Tillerson dichiarava che “Il presidente è stato chiaro nel dire che attaccheremo i terroristi ovunque siano. Abbiamo messo persone ad osservare chi offre rifugio ai terroristi, e gli avvertiamo che affronteremo chi fornisce un santuario e gli chiederemo di smetterla“. Per risposta, il Ministro degli Esteri del Pakistan, Khawaja Muhammad Asif, il 28 agosto si recava in Cina, dopo aver annunciato la cancellazione della prevista visita negli Stati Uniti.
In realtà, anche qui gli Stati Uniti sono allarmati dall’approccio del Pakistan verso Cina e Russia sulla questione della stabilizzazione dell’Afghanistan, “il Pakistan si è rivolto alla Russia negli ultimi mesi e le chiede di essere la principale forza stabilizzatrice per una possibile pacificazione dell’Afghanistan. Gli Stati Uniti ne sono allarmati, ed anche se i rapporti Pakistan-Russia erano storicamente tesi, si sono rilassati. I pakistani hanno ora deciso che la Russia, e non gli Stati Uniti, sono la migliore speranza di avere un attore internazionale che porti al tavolo delle trattative e possibilmente riunisca un governo di unità nazionale in Afghanistan, unico modo per far finire questa guerra. Il Pentagono non vuole por fine alla guerra. È soddisfatto dello stallo. È una vacca da mungere per il Pentagono e i contraenti degli USA. Washington non vuole che la Russia s’intrometta in Afghanistan“. Non va dimenticato, infine, che il Pakistan ha appena aderito all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, guidata da Cina e Russia, un colpo devastante per gli interessi statunitensi in Asia.
Infine, neanche i curdi danno soddisfazione a Washington; secondo il notiziario al-Hadath, un grande convoglio militare dell’Esercito arabo siriano e della Polizia Militare russa arrivava a Tal Rifat, città a nord di Aleppo, su richiesta delle Forze Democratiche siriane (SDF), per impedire che le forze turche avanzino nella regione, dato che Ankara aveva inviato rinforzi presso la vicina Azaz.Fonti:
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
Times of Islamabad
The Duran
PressTV
FARS

Il Presidente al-Sisi inaugura la più grande base militare del Medio Oriente

Egypt DailynewsIl Presidente Abdalfatah al-Sisi ha inaugurato il 22 luglio la più grande base militare del Medio Oriente, presso la città di Alessandria. Il presidente ha alzato la bandiera delle Forze Armate sulla nuova base di al-Hamam, ad ovest di Alessandria. La base militare prende il nome dal primo presidente Muhamad Naguib, che orchestrò la rivoluzione del 1952 che pose fine alla monarchia in Egitto. La nuova base militare è la più grande della regione Medio Oriente-Africa del Nord, secondo l’agenzia ufficiale MENA. La cerimonia d’inaugurazione ha visto i principali funzionari dell’Egitto, nonché principi e ambasciatori arabi. La delegazione araba comprendeva il principe di Abu Dhabi Muhamad bin Zayad al-Nuhayan, il consigliere del re saudita principe Qalid al-Faysal e il principe ereditario del Bahrayn Salman bin Hamad bin Isa al-Qalifa.
Da quando Sisi entrò in carica nel 2014, lavora alla ricostruzione delle forze armate, concludendo numerose trattative con Stati Uniti, Francia, Russia e altri Paesi. L’Egitto affronta minacce alla sicurezza che richiedono risorse diversificate e migliori preparativi per l’esercito, dichiarava Samir Qatas, presidente del Forum per gli studi strategici e di sicurezza del Medio Oriente. Qatas affermava anche vi sono sfide ai confini con Libia, Sinai e Sudan. Anche il mantenimento della sicurezza nello stretto di Bab al-Mandab, minacciato dalle tensioni in Yemen, è essenziale per la sicurezza del nuovo e vecchio Canale di Suez, oltre alla necessità di assicurare le nuove scoperte di giacimenti di gas nel Mar Mediterraneo. “L’Egitto dovrà essere pronto anche ad entrare in guerra a sostegno degli “alleati del Golfo, che costituiscono la linea difensive dell’Egitto“, aggiungeva l’esperto di strategia.

Il Presidente al-Sisi inaugura la base militare Muhamad Naguib ad ovest di Alessandria
Egypt Dailynews

Il Presidente Abdalfatah al-Sisi ha inaugurato la base militare Muhamad Naguib, situata nell’area di al-Hamam, ad ovest di Alessandria, dove si terrà la prima laurea dei cadetti, secondo il sito al-Ahram Arabic. La base, secondo quanto riferito, è la più grande del Medio Oriente, costruita sulla base della città militare realizzata nel 1993, disponendo di 1155 edifici costruiti e ristrutturati negli ultimi due anni. La base militare sarà anche il comando di alcune forze dell’unità militare del Nord, che dovrebbero aumentare l’efficienza nel proteggere l’ovest di Alessandria, la costa settentrionale, dove è attualmente in costruzione la centrale nucleare di al-Daba, i giacimenti petroliferi e la nuova città di al-Alamein, tra gli altri. La base sarà utilizzata anche per le esercitazioni militari con gli eserciti di altri Paesi. La base prende il nome da Muhamad Naguib, primo leader della rivoluzione egiziana del 1952 e primo Presidente della Repubblica d’Egitto dopo l’istituzione del 18 giugno 1953. Insieme a Gamal Abdal Nasser, Naguib guidò il movimento degli ufficiali liberi che pose fine alla dinastia di Muhamad Ali che governò Egitto e Sudan dal 1805 al 1952. Si prevede che la base abbia un museo commemorativo di Naguib, una moschea per 2000 persone, campi sportivi e piscine. La base è anche costituita da un’unità di produzione per essere autosufficiente, con 379 feddan di alberi da frutto e 1600 di piante stagionali e verdure.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia ed Egitto promuovono una cooperazione multiforme

Peter Korzun SCF 04.06.2017I Ministri degli Esteri e della Difesa russi visitavano l’Egitto il 29 maggio incontrando gli omologhi egiziani nel quadro dei colloqui 2+2. Sono stati accolti dal Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi, che ha sottolineato che i rapporti multiformi tra i due Paesi hanno raggiunto un livello strategico. Il formato 2+2 è utilizzato da Mosca nel dialogo con i partner più attendibili affrontando simultaneamente problemi relativi a politica estera, difesa e sicurezza. Russia e Stati Uniti avevano regolari trattative nel formato 2+2 fin quando i rapporti si sono raffreddati sull’Ucraina nel 2014. Mosca e Cairo si riuniscono nel 2+2 dal 2013. La Russia considera l’Egitto “partner strategico più importante della Russia in Nordafrica e Medio Oriente”, come il Ministro della Difesa Sergej Shojgu ha detto al Colonello-Generale Sadqi Subhy. L’estensione dell’accordo di partenariato strategico di 10 anni concluso nel 2009 era tra le questioni considerate. Le vendite di armi sono una grande componente del rapporto. Le parti hanno discusso i dettagli del contratto per fornire all’Egitto 46 elicotteri Ka-52K Alligator. Nel 2015 l’Egitto firmò accordi sugli armamenti con la Russia per 5 miliardi di dollari inclusi 50 aerei di combattimento MiG-29M, sistemi di difesa aerea Buk-M2E e Antej-2500 ed elicotteri Ka-52K per le nuove navi d’assalto classe Mistral dell’Egitto acquistate in Francia. I due Paesi hanno firmato diversi accordi per il rinnovo delle fabbriche di produzione militare in Egitto. Fu firmato un protocollo per concedere all’Egitto l’accesso al GLONASS, il sistema russo di posizionamento satellitare globale. Lo scorso ottobre, l’Egitto ospitava unità paracadutiste russe per l’esercitazione congiunta Protectors of Friendship-2016. Era la prima volta che i paracadutisti russi con veicoli da combattimento furono aerolanciati sul deserto arabo. L’agenda economica dei colloqui comprendeva la costruzione della prima centrale nucleare dell’Egitto ad al-Daba, la creazione di una zona industriale russa e della zona di libero scambio tra Egitto e Unione economica eurasiatica. Il rapporti d’affari tra Russia e Egitto raggiungevano i 3,5 miliardi di dollari nel 2016. Le parti fecero progressi discutendo sul ripristino dei collegamenti aerei diretti sospesi dall’attentato del 2015 contro un aereo di linea A321 con turisti russi a bordo. La Russia era una fonte vitale turistica per le località ricreative dell’Egitto sul Mar Rosso, fornendo un flusso affidabile di entrate. La lotta al terrorismo ha dominato i colloqui tre giorni dopo l’attacco ai cristiani copti in Egitto. Le parti dichiaravano di volere uno sforzo internazionale senza escludere chiunque utilizzi la minaccia terroristica per perseguire obiettivi geopolitici. Evidentemente si alludeva ai programmi di USA e Arabia Saudita per formare la NATO araba per contrastare l’Iran. Cairo ha contattato l’ex-presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh e i suoi alleati Huthi che l’Arabia Saudita combatte dal marzo 2015, ed ha aperto canali diplomatici con Hezbollah libanese che combatte al fianco della Siria contro i gruppi terroristici sostenuti da Riaydh. Era all’ordine del giorno la possibilità che le truppe egiziane partecipino all’iniziativa delle zone di sicurezza (de-escalation) in Siria. Ci sono molti dettagli da discutere e il concetto è tutt’altro che in fase di realizzazione, ma il coinvolgimento dell’Egitto è di primaria importanza. La sua partecipazione, senza dubbio, aumenterà la posizione internazionale del Paese.
L’Egitto è una nazione prevalentemente sunnita. Il suo appoggio alla coalizione sostenuta dalla Russia in Siria è di fondamentale importanza. Invalidando l’interpretazione settaria del conflitto siriano. Secondo Lavrov, “saremmo felici di vedere i nostri amici egiziani unirsi a questi sforzi”. Entrambi i Paesi seguono la situazione nel Paese in guerra. L’anno scorso l’Egitto sostenne la risoluzione della Russia sulla Siria. L’Egitto non aderisce alla coalizione anti-iraniana guidata dai sauditi. È anche importante che la Libia fosse menzionata come argomento all’ordine del giorno. Non se ne parlava molto ma logicamente la questione sensibile veniva toccata a porte chiuse. Mosca ha un ruolo speciale in Libia. Russia ed Egitto possono contribuire congiuntamente a stabilizzare quel Paese. I loro interessi coincidono aprendo la via a politiche e azioni coordinate. A fine maggio, l’Aeronautica egiziana attaccava le basi dei terroristi vicino Derna in Libia, dove si crede che i responsabili del massacro di cristiani egiziani fossero stati addestrati. L’Egitto deve vincere la guerra contro le forze islamiste nel Sinai. L’elicottero Ka-52 è un’arma formidabile per colpire i terroristi che operano in tale terreno. I rifornimenti ai terroristi provengono dalla Libia. Questo è un grosso problema per l’Egitto e la Russia può fare molto per aiutarlo con armi ed esperienza. Ipoteticamente, la Marina Militare russa può colpire i terroristi dal mare se richiesto dal governo egiziano.
La Russia ha intensi contatti con molti Stati del Medio Oriente. Dopo la visita a Cairo, i funzionari partecipavano all’incontro tra il Presidente Putin e il principe saudita Muhamad bin Salman a Mosca. Il 2 giugno, Sergej Lavrov incontrava il primo ministro del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani, al margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo. San Pietroburgo ha ospitato anche il 2° incontro del Comitato Energetico Iran-Russia, il 3 giugno. Vi sono molti interessi comuni tra Mosca e gli Stati della regione, ma l’Egitto è un partner di particolare importanza. È il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il quindicesimo del mondo. L’anno scorso la popolazione del Paese ha raggiunto i 92 milioni. Implementando una politica indipendente da potenza regionale senza essere troppo filo-USA o filo-saudita avendo i propri interessi nazionali da proteggere. La cooperazione con la Russia consente di controbilanciare l’influenza statunitense e saudita e diversificare i partner in politica estera. Mosca e Cairo hanno molte cose ad unirli, e negli sforzi per gestire la crisi in Siria e in Libia darebbe un grande contributo alla lotta internazionale al terrorismo portando il rapporto a vertici inediti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora