L’Egitto fornisce aerei ed elicotteri all’aeronautica libica?

L’aeronautica libico, riattiva i vecchi cacciabombardieri Su-22?
Spioenkop 9 febbraio 20151399251_10202479309847721_1706540111_oUn servizio del notiziario al-Shuruq sulle attività della base aerea al-Watiya dell’aeronautica libica (LAF), conferma la reintroduzione degli Su-22 nell’arsenale libico, voce apparsa all’inizio di dicembre 2014. La Forze armate libiche (LNA) e la LAF sono schierate quasi all’unanimità con il generale Qalifa Belqasim Haftar, che fa parte del governo riconosciuto internazionalmente oggi basato a Tobruq. Haftar cerca di eliminare le organizzazioni islamiste in Libia con l’operazione Dignità. Si oppone ad Alba di Libia che combatte per il parlamento non riconosciuto che attualmente controlla Bengasi e Tripoli, insieme a varie altre fazioni islamiste, Ansar al-Sharia e persino Stato islamico. Una questione complicata per non dire altro. Alba di Libia, che può essere considerata il più serio avversario di Qalifa Belqasim Haftar e delle sue forze, avrebbe una propria forza aerea. Almeno 4 Soko G-2 Galeb sono attualmente presenti a Misurata e 1-2 MiG-23 sarebbero operativi a Mitiga, ma avrebbero lasciato la base aerea da qualche tempo. Alba di Libia ha anche affermato di avere 1 MiG-23 operativo a Misurata e, anche se la base non ospitava alcun aeromobile, ed anche affermato di lavorare su un MiG-25. Non è noto se il MiG-23 operativo sia in realtà uno degli esemplari di Mitiga. Inoltre, Alba di Libia controlla anche l’aeroporto internazionale di Tripoli (IAP) e la base aerea di Benina. L’annientamento quasi totale della Libyan Air Force con i bombardamenti della NATO e la pesante usura negli ultimi anni, hanno depotenziato l’aeronautica libica al livello più basso di sempre. Tuttavia continuano ad operare diversi MiG-23ML e MiG-23UB, 3 MiG-21MF donati dall’Egitto, molti MiG-21bis e L-39 e numerosi elicotteri. Tra questi sono numerosi i Mi-8, almeno 3 dei quali donati dall’Egitto, e molti Mi-25 e Mi-35, alcuni di questi ultimi originariamente acquisiti dal Sudan. La LAF avrebbe anche acquisito 4 Su-27 dalla Russia, ma tale voce è rigettata come disinformazione. La mancanza di sufficienti strutture per i velivoli operativi, che sono già esigue in Libia, ha costretto la LAF a cercare altre soluzioni per acquisire aerei ed elicotteri per sostenere l’esercito nazionale libico dall’aria. Sebbene l’Egitto ha donato 3 MiG-21 e 3 Mi-8, non bastano e non possono coprire l’intera Libia.
Le LNA combattono contro Alba Libia, Ansar al-Sharia e Stato islamico su più fronti. Le battaglie più pesanti hanno avuto luogo a Bengasi, dove combatte Alba di Libia per il controllo della città. Le LNA sono anche pronta a riprendere Tripoli, dove la prossima offensiva si avrà sicuramente presto. La base aerea al-Watiya, nota anche come al-Watya o al-Zintan, rimane l’unica base aerea in Libia dell’aeronautica vicina a Tripoli ed è quindi di vitale importanza per qualsiasi offensiva volta a riconquistare la capitale. La stessa al-Watiya fu riconquistata dall’Esercito nazionale libico il 9 agosto 2014. La base aerea fu originariamente costruita dai francesi e ospitava parte della flotta di Mirage della Libia prima del loro ritiro per mancanza di ricambi, causata dall’embargo. Al-Watiya era anche sede di una squadriglia di Su-22MK e parte della flotta di Su-22M3. Tutti i Su-22M3 della Libia furono distrutti dai bombardamenti della NATO durante la guerra civile libica, che travolse anche la base aerea al-Watiya. Due hangar corazzati (HAS) che ospitavano i Su-22M3 così come diversi depositi di munizioni furono colpiti. I Su-22MK libici, conservati in alcuni dei restanti 43 HAS vennero smantellati molto prima della rivolta, e quindi ne sono usciti illesi non essendo obiettivi della NATO. Un solo aereo operativo è attualmente di stanza ad al-Watiya, 1 MiG-23UB già impiegato contro depositi di munizioni e altri obiettivi presso Tripoli. Il MiG-23UB è del tutto insufficiente a supportare nel modo adeguato l’Esercito nazionale libico in qualsiasi futura offensiva su Tripoli. Sebbene il MiG-23UB sia una variante d’addestramento biposto, può essere armato con lanciarazzi UB-16 e UB-32 per razzi S-5 da 57mm e vari tipi di bombe, trasportate sui quattro piloni del MiG-23UB.237imageGli altri velivoli disponibili in numero sufficiente ad al-Watiya sono i 10-12 Su-22 radiati almeno vent’anni fa, alcuno dei quali in condizioni di volare. Ma con la revisione degli aeromobili più vecchi c’è la possibilità per la LAF di recuperare parte della potenza di fuoco persa negli anni, per questi vecchi Su-22 è il momento. La Libia avrebbe ricevuto 2 squadroni di Su-22 e ancora più Su-22M2 alla fine degli anni ’70 e ai primi anni ’80, alcuni dei quali inviati nel Golfo della Sirte contro gli F-14 Tomcat statunitensi nel 1981. Un colloquio con il colonnello Muhammad Abdulhamid al-Satni ha rivelato i piani della LAF per i Su-22: ”Abbiamo… aerei Su-22 quasi non-funzionanti, ma grazie al personale militare, tutti libici e nessuno straniero, abbiamo cercato di mettere in servizio 1 o 2 dei 10-12 aeromobili. Questo è il primo che siamo riusciti a riparare e sarà schierato entro dieci giorni per la battaglia per liberare Tripoli”. 1-2 Su-22 sono quindi presumibilmente operativi, probabilmente cannibalizzando gli altri Su-22. Ma mentre il colonnello dice che il Su-22 operativo è quello dietro di lui, l’aeromobile appare coperto da uno spesso strato di polvere ed ha ancora i contrassegni verdi della Jamahiriya su fusoliera e coda, creando una certa confusione circa la loro presunta revisione. Questo però non significa che la LAF non lavori per avere 1 o 2 esemplari operativi, correlandosi alla situazione della sicurezza, invece. Le attività della TV al-Shuruq erano strettamente controllate dal personale LAF, in quanto è vietato scattare foto nella base aerea, per non rivelare la posizione esatta del prezioso velivolo nella base. Anche se potrebbe sembrare esagerato con 43 HAS in cui nasconderlo, Alba di Libia è pronta a distruggere il MiG-23UB ed ha anche cercato di trovarne l’esatta posizione inviando un UAV Schiebel Camcopter S-100 su al-Watiya, successivamente abbattuto dal personale della base aerea. Pertanto, la revisione reale del Su-22 è probabile, ed è posizionato altrove nella base aerea, con i 2 Su-22 nel video quali esemplari usati per nascondere la reale posizione del presunto Su-22 operativo.
Contrariamente a MiG-21 e MiG-23, che sono dei caccia, i Su-22 sono veri cacciabombardieri, dotati di sei piloni invece dei quattro su MiG-21 e MiG-23, potendo trasportare ordigni a maggiore distanza. Mettere in servizio questi Su-22 sicuramente si dimostrerà una grande sfida, anche per i meccanici esperti della LAF. Tuttavia, se ci riescono il velivolo sarà di grande valore nell’attacco imminente per riconquistare Tripoli. Solo il tempo dirà se gli sforzi degli ingegneri siano vani o siano necessari a far pendere la bilancia a favore delle LNA.
Un ringraziamento speciale ad ACIG e Hasan Hasani.

Men talk near MiG fighter aircraft parked on the runway at TammahintL’Egitto fornisce aerei ed elicotteri all’aeronautica libica?
Spioenkop 13 novembre 2014

MiG fighter aircraft is seen parked on the runway at TammahintMolto è stato detto sul coinvolgimento dell’Egitto nel conflitto tra l’Esercito nazionale libico e diverse fazioni islamiste, e qualsiasi cosa, da piccole forniture di armi ai raid aerei su depositi di armi, viene menzionata. L’estensione dell’assistenza dell’Egitto alla Libia viene ora finalmente rivelata da una serie di foto che mostrano aeromobili dell’aeronautica egiziana in servizio nell’aeronautica libica. La paura della rivolta islamista libica verso l’Egitto ha già causato grande preoccupazione nel governo egiziano. Fornire armi pesanti ai militari libici, quasi tutti fedeli al generale Qalifa Belqasim Haftar, aumenta le possibilità di sconfiggere la rivolta, di grande importanza per il governo egiziano di Abdalfatah al-Sisi. L’aeronautica libica fu praticamente annientata dai bombardamenti della NATO durante la guerra civile libica. Gli attacchi aerei videro tutti i Su-22 e Su-24 libici distrutti, lasciando solo pochi obsoleti Mirage F1, L-39, MiG-21 e MiG-23 in servizio, con un disperato bisogno di una revisione. Mentre la LAF è stata successivamente rafforzata con 2 elicotteri d’attacco Mi-35 dal Sudan, uno si schiantò lasciando solo l’altro in servizio. Ulteriori perdite hanno lasciato solo un paio di MiG-21, di MiG-23 e un paio di elicotteri operativi, non abbastanza per fornire copertura aerea sufficiente all’Esercito nazionale libico. Ora sembra che la LAF sia stata aiutata dall’Egitto recuperando parte della potenza di fuoco perduta. 6 velivoli ex-EAF, 3 MiG-21MF e 3 Mi-8, sono stati recentemente avvistati presso la LAF. I 3 MiG-21MF, numeri 18, 26 e 27 furono avvistati all’inizio di novembre. Mentre la Libia già utilizzava solo 1 MiG-21bis, questi hanno una mimetizzazione mai vista sugli aeromobili libici, gli aerei dovevano provenire dall’estero. La mimetizzazione è esattamente la stessa vista sulla maggior parte dei MiG-21 dell’Egitto, non lasciando alcun dubbio sull’origine dei 3 MiG-21. L’Egitto ha una grande flotta di MiG-21, che dovrebbe smantellare nei prossimi anni. La loro vendita a prezzi bassi o anche donati alla Libia ha perfettamente senso, data la posizione dell’Egitto sul conflitto in Libia.
L’altro materiale ex-egiziano ora gestito dalla LAF sono i Mi-8. Mentre la Libia già impiega decine di Mi-8/17, non ha mai acquisito alcun esemplare armato. Una foto scattata il 27 ottobre 2014 mostra un Mi-8 con lanciarazzi UB-16 e sfoggiare la stessa verniciatura vista sui Mi-8 egiziani. La somiglianza con il Mi-8 attualmente usati dall’Egitto è illustrato dall’immagine qui sotto.

10424323Egyptian_Mi-8Sebbene la Libia non abbia mai avuto Mi-8 armati, l’elicottero ha la stessa colorazione dei Mi-8 egiziani, ed appartiene a un lotto vecchio, oggi raramente venduto per l’esportazione, assicurando che tale elicottero è stato fornito alla Libia dall’Egitto. Le uniche differenze nelle due foto è l’assenza dell’argano e la rimozione della blindatura dalla cabina di pilotaggio; il punto vuoto ora illustra la scritta Raad (Tuono). Avendo la LAF impiegato per decenni MiG-21 e Mi-8/17, molti piloti e tecnici sono disponibili per mantenerli operativi. La mossa è sicuramente un investimento intelligente dell’Egitto per garantirsi la propria sicurezza. Bisogna ancora vedere se l’Egitto continuerà a consegnare armi pesanti alla Libia. Se sarà così, potrebbe aiutare i militari libici a prevalere sulle fazioni islamiste.

1568253_-_mainUn ringraziamento speciale a ACIG.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin e l’intermediario del Medio Oriente

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 17 febbraio 2015

La visita del presidente russo in Egitto indica che entrambi i Paesi desiderano ristabilire i legami dell’era Nasser. La partnership tra i due ha la possibilità di trasformare qualitativamente la regione, con la ‘Jugoslavia araba’ che promuove gli interessi russi a scapito delle due potenze principali della regione, Stati Uniti ed Arabia Saudita. Su grande scala, ciò significa che l’Egitto è divenuto il terzo trampolino di lancio della proiezione della politica estera russa in Medio Oriente, con tutti gli effetti collaterali multipolari risultanti sulla regione già dominata dall’unipolarismo.

050bdcae7292023eb239ffd3c6fc76fdf2871e6fLe preoccupazione di Washington
Al-Sisi gioca un ruolo molto strategico nel bilanciare le relazioni tra Washington e Mosca, con l’obiettivo che legami più stretti con quest’ultima comportino un accordo migliore con la prima. Il mondo è senza dubbio in preda ad una ‘nuova guerra fredda’, solo che ora invece di essere tra capitalismo e comunismo, è tra unipolarità e multipolarità. Gli Stati Uniti erano abituati a controllare Cairo con Mubaraq, ma dopo aver tradito il vecchio alleato per guidare un’inevitabile transizione della leadership, finirono sul lato sbagliato della storia quando il loro uomo dei Fratelli musulmani fu rovesciato da al-Sisi. Comprensibilmente, l’attuale presidente non si fa illusioni sulla natura infida degli Stati Uniti, ma sa anche che non è saggio (né possibile) rompere completamente i legami con il Paese, soprattutto quando è patrocinato dagli Stati del Golfo filo-USA. In queste condizioni e nel dispiegarsi della ‘nuova guerra fredda’, al-Sisi cerca un rapporto più pragmatico ed equilibrato con tutti i principali attori regionali e globali, sperando che questa politica possa portare maggiori dividendi al suo Paese. Ciò rende l’Egitto uno dei tanti Paesi cardine attualmente impegnati in politiche multipolari, affiancandosi a Vietnam, India e Turchia, per esempio. Detto questo, non importa quanto le politiche di al-Sisi siano giuste ed equilibrate, gli Stati Uniti saranno sempre preoccupati da un Egitto che ‘si allontana’ dalla loro orbita, come qualsiasi movimento verso il mondo multipolare sia una sconfitta relativa per quello unipolare. Lo scopo di tale articolata politica egiziana è accrescere l’importanza del Paese negli affari regionali e riportarlo alla precedente leadership, in gran parte abbandonata subito dopo la morte di Nasser con l”alleanza’ da sottomesso con Stati Uniti e Israele. Un forte Egitto al sicuro dal dominio statunitense, che non può essere completamente controllato da Washington, a sua volta diventa una ‘mina vagante’ regionale che potrebbe ostacolare la ‘gestione’ regionale degli USA. L’aquila egiziana che allarga le ali multipolari si rende conto che la piena dipendenza da un mecenate la pone in una posizione di estrema vulnerabilità, da ciò la delicata ricalibrazione politica del Paese verso regni del Golfo e Russia e una presa di distanza dagli Stati Uniti. Sul vettore eurasiatico, Mosca ha interesse nel vedere un forte e multipolare Egitto ristabilire ordine e stabilità al Medio Oriente, agendo da cuscinetto contro i piani unipolari (direttamente o meno), spiegando la confluenza attuale degli interessi strategici dei due Stati. Verso il Golfo, l’Egitto è nella posizione unica di avvicinare Arabia Saudita e Russia, aiutandole a risolvere le crisi in Siria e del petrolio che hanno messo in ginocchio le relazioni bilaterali, e in caso di successo, sarebbe l’ennesima sconfitta strategica della politica statunitense in Medio Oriente.

La risoluzione delle controversie della Russia con i sauditi
Mentre si è finora parlato di strategia e teoria, è il momento di esaminare di come al-Sisi possa agire da vero intermediario nel Medio Oriente. Arabia Saudita e Russia hanno posizioni assolutamente divergenti sulla crisi siriana e la guerra dei prezzi del petrolio, e l’unico Paese in grado di contribuire a colmare il divario è l’Egitto, corteggiato da entrambi nell’ultimo anno e mezzo. Diamo uno sguardo in dettaglio:

La guerra in Siria
Russia sostiene il governo popolare e democratico del Presidente Bashar Assad, mentre l’Arabia saudita sostiene rabbiosamente un cambio di regime a tutti i costi (compreso uno terroristico). L’Egitto, pur essendo il destinatario di miliardi di dollari dal Golfo, in realtà si oppone alla “politica saudita, soprattutto perché al-Sisi si oppone al terrorismo (come anche al Qatar che sponsorizza i Fratelli musulmani, per non parlare del SIIL). Le sue opinioni indipendenti non costituiscono una minaccia per i sauditi, dato che non supporta alcuna azione militare contro i loro interessi (come ad esempio l’invio di armi all’Esercito arabo siriano), ecco perché non l’hanno rinnegato e tagliato i cordoni della borsa. Non solo, ma l’Egitto riemerge come Stato chiave negli affari regionali, e non è probabile che i sauditi compromettano le loro relazioni semplicemente per la posizione di al-Sisi sulla Siria, con o senza invio di armi al governo. Anche se avessero voluto, l’unica vera leva che potrebbero usare è sostenere i gruppi terroristici in Egitto, ma al-Sisi li sta spazzando via da quando è salito al potere, mitigando l’impatto globale di tale opzione destabilizzante. Naturalmente, i sauditi e i loro fantocci del Golfo potrebbero smettere di finanziare il Paese, ma poi al-Sisi si avvicinerebbe ancor più a Russia e Paesi BRICS (proprio come la Grecia ha minacciato di fare se l’UE l’escludesse), nel tentativo di sostituire gli investimenti perduti, che rappresenterebbero una grave perdita strategica per Riyadh, permettendo a Cairo di praticare una politica indipendente verso la Siria. In tale posizione, i sauditi sono costretti ad acconsentire alle recenti mosse di al-Sisi nel consolidare l”opposizione’ siriana. Mentre in superficie tale mossa sembra sostenere la strategia saudita, in realtà, qualcosa di molto diverso prende forma, effettivamente sabotandola e spianando la via alla pace in Siria. Russia ed Egitto sono infatti impegnati in una diplomazia complementare riunendo le fazioni dell”opposizione’ siriana con l’intenzione di diminuirne il controllo occidentale e del Golfo e di facilitare soluzioni ragionevoli con Damasco. Mosca assembla un’opposizione non-terrorista (NTAGO) nel suo Dialogo Inter-siriano, mentre Cairo raccoglie tutti gli altri. Putin e al-Sisi hanno affermato la loro opposizione comune al terrorismo e la volontà di risolvere pacificamente la crisi siriana, quindi è chiaro che entrambi i Paesi coordinano le loro politiche su tali temi scottanti. Detto questo, l’Egitto può quindi agire da ponte tra i delegati dell’Arabia Saudita (se non direttamente cooptandoli il più possibile) e il governo legittimo di Damasco, mentre la Russia lo fa con la NTAGO. Potrebbero forse anche andare oltre, se entrambe le fazioni dell’opposizione si consolidassero tramite la diplomazia di Mosca e Cairo, trovando il modo d’unificarsi in un’entità che sarebbe più flessibile (e ragionevole) verso il raggiungimento della soluzione pacifica alla crisi del Paese. Più sarà maggiore iò successo dell’Egitto nel diluire il controllo saudita sui suoi ascari, filtrando gli elementi radicali e moderando i restanti rappresentanti, più è probabile che tale scenario si avveri, anche se è certamente assai difficile raggiungerlo e ancora ci vorrà molto tempo. Tuttavia, se al-Sisi otterrà ciò, farà risaltare il ruolo del suo Paese in Medio Oriente, affermandone l’indipendenza multipolare dall’Arabia Saudita, e continuando a interagire con tutti i principali attori regionali, sulla base di un maggior rispetto.

La guerra petrolifera
A differenza della guerra in Siria, dove l’Egitto ha alcune carte diplomatiche da giocare, sulla guerra del petrolio, Cairo non ha vantaggi. Invece, la sua posizione nella risoluzione della guerra in Siria (a danno dell’Arabia Saudita) è sufficiente per attrarre l’attenzione di Riyadh, che a sua volta può decidersi a parlare con la Russia a porte chiuse. Perciò, l’Arabia Saudita deve avere una motivazione, che attualmente manca. Ancora una volta, qui è laddove il nuovo atteggiamento siriano dell’Egitto può entrare, dato che s’ingrana perfettamente con ciò che la Russia fa (all’opposto dell’approccio dell’Arabia Saudita) e potrebbe quindi essere ragione sufficiente per ravvicinare le due parti. Se i diplomatici russi e sauditi iniziassero a discutere sulle loro controversie sui metodi scelti per la risoluzione del conflitto in Siria, i russi prenderanno l’iniziativa anche sulla questione del petrolio. Sebbene sia improbabile che l’Arabia Saudita modifichi il corso del confronto energetico intrapreso, sarebbe sempre meglio avere modo di dialogare (per quanto vago e forse prematuro) piuttosto che non averne del tutto l’opportunità, esattamente il vuoto che l’Egitto potrebbe riempire in tale situazione. Va detto che la questione siriana è solo un mezzo per avvicinare Russia e Arabia Saudita discutendo della guerra petrolifera, senza dedurre in alcun modo che la Russia possa mai sacrificare la Siria per i prezzi dell’energia (come il New York Times ha falsamente asserito). Non solo la Russia ha categoricamente negato che ciò possa mai accadere, ma sarebbe del tutto controproducente per l’azione multipolare della Russia in Medio Oriente negli ultimi dieci anni, per non parlare del tradimento del suo solo alleato. Non importa che la corrotta dirigenza politica saudita (che non ha limiti morali, etici, o di principio) possa ancora pensare che tale accordo sia possibile, decidendo di parlare direttamente alla Russia usando l’Egitto per trasmettere i suoi desideri. Questo è esattamente lo scenario che la Russia vuole, cioè che la sua posizione sulla Siria (indefettibile e solida) sia l”esca’ per raggiungere i sauditi usando l’Egitto come mezzo. Non importa che tali colloqui probabilmente non comportino alcun progresso, invece, i punti chiave sono che la Russia stabilisce un dialogo indiretto con i sauditi, usando l’Egitto. L’importanza di Cairo per Riyadh sarà pertanto ancora più elevata, con i (falliti) colloqui segreti russo-sauditi utili più ai propri interessi che a quelli degli altri due attori. Ma in un’altra direzione, tutto ha un senso, dato che la ‘ricompensa’ dell’Egitto che collabora con la Russia sulla Siria (nonostante la comunanza di interessi) sarebbe la Russia che trova un modo per rendere l’Egitto indipendente dall’Arabia Saudita, e allo stesso tempo, anche più importante. Sarebbe una situazione vantaggiosa per le relazioni russo-egiziane, approfondendone la partnership strategica emergente. Si ricordi, proiezione di potenza e influenza in questo caso funziona solo in una direzione, quella della Russia contro l’Arabia Saudita verso l’Egitto, in quanto non è affatto prevedibile che l’Arabia Saudita possa utilizzare l’Egitto per fare pressioni sulla Russia. Tale realtà sottolinea la natura complementare dei legami russo-egiziani nel perseguire l’ordine multipolare in Medio Oriente.

Il trampolino per invertire la ‘primavera araba’
Le relazioni in espansione tra Russia ed Egitto, ne faranno il terzo trampolino d’influenza regionale di Mosca, insieme a Siria e Iran; tutti attori intenti a invertire il caos provocato dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’. Mentre il ruolo di Siria e Iran nel determinare questa visione regionale condivisa è stata postulata in un precedente articolo, questa parte sarà specificamente dedicata alla tessera dell’Egitto nel grande puzzle. Russia ed Egitto hanno firmato numerosi accordi bilaterali durante la visita di Putin, tra cui, soprattutto, l’accordo di libero scambio con l’Unione Eurasiatica e i piani della Russia per la costruzione di una centrale nucleare. Il carattere strategico di questi accordi è d’importanza fondamentale, in quanto simboleggiano rapporti assai profondi e forte attività diplomatica prima del vertice che ha contribuito a portare tali grandi accordi a buon fine. Pertanto, si possono considerare i legami russo-egiziani avanzare costantemente, lontano da occhi indiscreti, domandandosi quali siano attualmente i veri rapporti politici. Si può ipotizzare che questi probabilmente riguardino la Siria (come detto), e forse anche la nuova guerra al terrorismo di al-Sisi contro il SIIL in Libia, essendo improbabile che gli attacchi siano una reazione emotiva del momento. La cosa più probabile è che l’Egitto contemplava tali mosse da qualche tempo (già sospettato di aver effettuato attacchi coperti l’anno scorso), e che al-Sisi abbia notificato a Putin le sue mosse durante la visita di quest’ultimo. Dopo tutto, capire che ci siano relazioni russo-egiziane più profonde di quanto le parti rendono pubblico, ed esaminando le loro dichiarazioni congiunte antiterrorismo, è logico concludere che tale interazione ci sia. Se è così, allora dimostrerebbe il livello profondo di fiducia che le parti hanno rispettivamente, favorendone la cooperazione in Siria. Inoltre, Putin sostiene le campagne antiterrorismo coordinate con lo Stato ospitante e con il governo ufficiale libico, che aveva chiesto sostegno internazionale in passato. La guerra legale di al-Sisi al SIIL è in netto contrasto con quella illegale che Stati Uniti e soci conducono in Siria contro la volontà e senza il coordinamento di Damasco. La Russia sostiene pertanto un Egitto abbastanza sicuro da far valere i propri interessi sulla sicurezza al di fuori dei confini (e in modo legale), facendone un attore multipolare più forte e capace di una leadership regionale, adempiendo agli interessi strategici anche del partner nel ristabilire l’ordine nel caotico Medio Oriente post-primavera araba.

Conclusioni
I legami russo-egiziani sono sul punto di tornare ai livelli dell’era Nasser, stretti e coordinati anche se la differenza principale è che Cairo cerca di emulare questo modello contemporaneamente con altri attori del mondo multipolare. Anche così, ciò simboleggia un terremoto geopolitico in Medio Oriente, dato che la nazione araba più popolosa ed ex-leader regionale ancora una volta avanza tracciando un corso indipendente dagli interessi gli Stati Uniti. Vi sono ancora molti altri passi complicati e contorti da effettuare prima di raggiungere questo ambizioso obiettivo, ma è indiscutibile che l’Egitto del Presidente al-Sisi sia intento a ripristinare orgoglio perduto e ruolo regionale del Paese, e che la Russia ne aiuta attivamente la rinascita geopolitica. Ciò presenta enormi opportunità per la Russia nell’inaugurare la transizione al multipolarismo globale, e l’Egitto è il partner giusto per realizzare questa visione in Medio Oriente.

41d53685274fd40204cbAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli huthi hanno preso il potere nello Yemen

Viktor Titov New Eastern Outlook” 20/02/2015Supporters of the Shi'ite Houthi attend hold a poster of the group's leader Abdul-Malik al-Houthi during an anti-government rally in SanaaCon fiducia gli huthi continuano a rafforzare le loro posizioni in Yemen. Il 6 febbraio hanno adottato una dichiarazione costituzionale, che rafforza politicamente il loro potere stabilito per mezzo della forza. Secondo Paesi occidentali e del GCC, questi passi hanno interrotto il dialogo politico con gli altri partiti, in procinto di completarsi. Chiaramente, ciò era pianificato da tempo, gli insorti semplicemente attendevano il momento giusto. Le principali organizzazioni politiche in Yemen, GPC e movimento Islah, hanno respinto la dichiarazione, ma hanno espresso la volontà di proseguire i contatti per raggiungere la riconciliazione nazionale. Tuttavia, gli huthi sono disposti a condurre il dialogo solo su tale base. In queste condizioni, l’occidente ha spinto le Nazioni Unite e il suo rappresentante Jamal Benomar, a fare pressione sugli huthi, accusandoli d’interrompere il processo di negoziazione con l’adozione della dichiarazione costituzionale, sciogliendo il parlamento e controllando le istituzioni statali. Tuttavia, in risposta, il capo dei ribelli Abdulmaliq Huthi ha emesso un messaggio in cui esorta i governi stranieri “a considerare agli interessi dello Yemen, e ad accogliere la dichiarazione come “storica e unico passo giusto“, allo stesso tempo ha minacciato vari Paesi di “perdere” le relazioni con lo Yemen. A conferma delle sue parole, si è messo al lavoro. Il 7 febbraio, il Consiglio rivoluzionario huthi ha adottato un decreto per formare il Comitato Supremo per la sicurezza, con a capo l’ex-segretario della Difesa Mahmoud al-Subayhi, e costituito da militari e ministro degli Interni. Il secondo decreto ha nominato due ministri (dimissionari) capi temporanei dei loro ministeri. Con ciò viene sollevata la questione del riconoscimento delle nuove autorità, tanto più che gli huthi hanno promesso di creare un consiglio presidenziale e un governo. Il 10 febbraio, una nuova dichiarazione di Abdulmaliq Huthi attaccava duramente le azioni di “forze esterne e interne” per il malcontento per la proclamazione della dichiarazione costituzionale. Secondo lui, tali “forze” cercano di distruggere l’economia dello Yemen. Ha anche criticato un certo numero di ambasciate straniere, che diffondono appelli a lasciare Sana, anche se la situazione nella capitale, in termini di sicurezza, è migliorata in modo significativo. Ovviamente intendeva statunitensi, inglesi e sauditi. Dopo di che, senza preavviso formale, l’11 febbraio le ambasciate di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Italia, Arabia Saudita, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti hanno chiuso a Sana. Così occidente e Paesi del CCG apertamente isolano politicamente ed economicamente lo Yemen, con l’obiettivo di minare il governo degli huthi a Sana. Tuttavia, tale politica ha immediatamente causato l’effetto opposto, portando ad un indurimento delle posizioni degli huthi e alla sostanziale degradazione della situazione.
Successivamente, Turchia e Giappone hanno deciso di chiudere le loro missioni diplomatiche. Occidente e CCG all’unanimità insistono sul fatto che la loro fede nel successo dei negoziati, sotto gli auspici del consigliere speciale del Segretario Generale per le Nazioni Unite, Jamal Benomar, tra le forze politiche yemenite per raggiungere la riconciliazione nazionale, è completamente persa. Anche se i negoziati sono ripresi, sono al di fuori del quadro della dichiarazione costituzionale, inoltre, essendo diventati gli unici governanti a Sana, gli huthi controllano la sicurezza nella capitale yemenita. Di conseguenza, i Paesi occidentali e del GCC hanno deciso di recidere i legami con gli huthi, attuando una linea per minare la stabilità dello Yemen, creandogli problemi e isolandolo. E’ ovvio che dietro tutto questo vi sia Washington, che praticamente ha ordinato agli alleati occidentali e arabi di seguirla. E in silenzio seguono, come in Ucraina. E’ possibile che gli statunitensi abbiano deciso la chiusura dell’ambasciata su pressione della maggioranza repubblicana al Congresso, dove c’è la totale paura del ripetersi dell’incidente in Libia, con l’assassinio dell’ambasciatore degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze per l’immagine di Washington, che non potrebbe rispondervi adeguatamente. Dopo aver distrutto la Libia, gli Stati Uniti persero la possibilità di influenzare la situazione. La stessa cosa in Yemen: dopo aver organizzato la rivoluzione colorata, Washington vi ha semplicemente perso influenza. Molti definiscono l’attuale situazione in Yemen vuoto di potere, anche se non è così. Gli huthi controllano le province centrali e settentrionali del Paese. Solo il meridione non obbedisce alle istruzioni, ma allo stesso tempo non s’immischia nel conflitto. Non è impossibile che gli huthi, attraverso contatti con le province meridionali e la sotterranea presa del potere, possano sottomettere l’intero Paese. Tanto più che alle spalle hanno un Paese potente: l’Iran. E i Paesi del CCG, primo fra tutti l’Arabia Saudita, vicino più prossimo dello Yemen, non possono influenzare la situazione. Se cercassero d’intervenire, è probabile che le truppe huthi e loro sostenitori, tra cui gli sciiti nelle province limitrofe saudite, semplicemente passerebbero il confine. E Riyadh non ne ha bisogno, visto che il re è appena morto e il nuovo re praticamente inscena un colpo di Stato eliminando figure chiave della cerchia dell’ex-monarca. Le apparenze indicano che ci vorranno 2-3 mesi per capire la situazione nello Yemen e se gli huthi avranno la vittoria totale. In questo momento, almeno, sono al potere e con fiducia vanno avanti. Non è escluso che presto creeranno un consiglio presidenziale e un nuovo governo. Gli Stati Uniti subirebbero un’altra sconfitta nella regione.yemen_mapViktor Titov, Ph.D, è un commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto svela il bluff occidentale sulla guerra fasulla al SIIL

Dan Glazebrook, RussiaToday, 19 febbraio 2015

libia_mappaL’occidente strombazza il SIIL quale ultima minaccia alla civiltà, sostenendo l’impegno totale alla sua sconfitta e l’avanzata del gruppo in Siria e Iraq come pretesto per allargare il proprio impegno militare in Medio Oriente. Eppure, verso la Libia, che sembra seguire lo stesso percorso della Siria delle milizie antigovernative “moderate”, sostenute dall’occidente, che aprono la via al SIIL, Gran Bretagna e Stati Uniti sembrano riluttanti a confrontarvisi, subito raffreddando la richiesta del presidente egiziano al-Sisi di una coalizione internazionale per fermarne l’avanzata. Con tale suggerimento, prevedibilmente respinto, Sisi evidenzia la doppiezza occidentale sul SIIL e la vera natura della politica della NATO in Libia.
Il 29 agosto 2011, due mesi prima che le ultime vestigia dello Stato libico venissero distrutte e il suo leader assassinato, fui intervistato da Russia Today sul futuro del Paese. Dissi: “C’è un gran parlare di ciò che accadrà (in Libia dopo la cacciata di Gheddafi), ci sarà la sharia o una democrazia liberale? Quello che dobbiamo capire è che ciò che sostituirà lo Stato libico non sarà alcuna di tali cose, ciò che sostituirà lo Stato libico sarà ciò che ha sostituito lo Stato in Iraq e in Afghanistan, un governo disfunzionale, assenza totale di sicurezza, guerra di bande e guerra civile. Non è un errore dalla NATO, essa preferirebbe vedere Stati falliti piuttosto che Stati potenti e indipendenti capaci di sfidarne l’egemonia. E coloro che lottano per il CNT, lottano per la NATO, devono capire che questa è la visione della NATO del loro Paese“. Gli amici, al momento mi dissero che apparivo troppo pessimista e cinico. Risposi che speravo in Dio che avessero ragione, ma la mia esperienza di in un decennio, dopo i risultati delle guerre di aggressione del mio Paese (la Gran Bretagna) in posti come Kosovo, Afghanistan e Iraq, da tempo ignorati dai media mainstream, mi portava a credere il contrario. Certo, non ero il solo a porre tali avvertimenti. Il 6 marzo 2011, alcune settimane prima che la NATO iniziasse sette mesi di bombardamenti, Gheddafi rilasciò un’intervista profetica al quotidiano francese Le Monde du Dimanche, dichiarando: “Voglio farmi capire: se minacciano (la Libia), se si cerca di destabilizzare (la Libia), ci sarà il caos, bin Ladin, le fazioni armate. Questo è ciò che accadrà. Avrete l’immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia, e non ci sarà più nessuno a fermarli. Bin Ladin s’installerà in Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e Pakistan. Avrete bin Ladin a portata di mano”. In particolare avvertiva che Derna, città che aveva già fornito numerosi attentatori suicidi in Iraq, sarebbe diventata un “emirato islamico” sul Mediterraneo. Gli avvertimenti di Gheddafi furono derisi dai media occidentali (anche se molti esperti d’intelligence sostennero le sue affermazioni), e pochi in Europa avevano mai sentito parlare di Derna, fino al novembre 2014, cioè quando il SIIL ne annunciò l’occupazione, la prima di tre città libiche ora sotto il suo controllo. L’ultima conquista, Sirte, città natale di Gheddafi, fu annunciata su YouTube con la decapitazione di 21 cristiani copti catturati a dicembre. Si ritiene fossero lavoratori immigrati da una delle zone più povere dell’Egitto.
Sirte era stata una roccaforte governativa durante assalto della NATO nel 2011, e una delle ultime città a cadere, grazie alla resistenza feroce e ad assenza di sostegno ai “ribelli”. Fu sottoposta a un assedio massiccio e divenne teatro di alcuni dei peggiori crimini di guerra della NATO e dei suoi alleati sul campo. Ora che la gente di Sirte è costretta a vivere, e morire, sotto l’ultima incarnazione degli eroici combattenti per la libertà della NATO, appare sempre più chiaro il motivo per cui li combatterono duramente, eppure anche tale massacro è stato eclissato dai quasi 600 soldati dell’Armata Nazionale libica uccisi dal SIIL e dai suoi alleati nella battaglia per Bengasi, negli ultimi tre anni. Questo è lo stato delle cose in Libia dovute alla NATO, sovvertendo il Paese da stabile e prospero Stato pan-africano, attore di primo piano nell’Unione africana e spina nel fianco di Stati Uniti e Regno Unito nei loro tentativi di ristabilirvi il dominio. Non solo la Libia subisce il vuoto di potere derivante dalla distruzione da parte della NATO dell’apparato statale libico, ma l’intera regione è trascinata nel vortice. Come Brendan O’Neill ha dettagliato, gli orrori quotidiani perpetrati in Mali, Nigeria e ora Camerun sono il risultato diretto dell’aggressione della NATO, mentre gli squadroni della morte nel Sahel-Sahara sono liberi di creare campi di addestramento e raccogliere armi nella gigantesca zona d’illegalità che la NATO ha imposto in Libia. Risultato? Gli Stati africani che nel 2010 avanzavano economicamente, beneficiando degli investimenti cinesi su infrastrutture e produzione, allontanandosi da secoli di dipendenza coloniale e neocoloniale dalle predatrici istituzioni finanziarie occidentali, affrontano gravi nuove minacce terroristiche da gruppi come Boko Haram, dotati di nuove armi e strutture per gentile concessione dell’umanitarismo della NATO. Algeria ed Egitto, ancora governati dagli stessi movimenti indipendentisti che rovesciarono il colonialismo europeo, vedono i loro confini destabilizzati, ponendo le basi per attacchi debilitanti pianificati ed eseguiti dalla nuova miliziocrazia libica della NATO. Questo è il contesto in cui l’Egitto avvia la reazione regionale contro la strategia di destabilizzazione della NATO. Lo scorso anno, in particolare, gli egiziani videro il loro vicino occidentale degradare rapidamente lungo la via dell’occupazione del SIIL, come in Siria. In Siria, una guerra civile tra l’insurrezione filo-occidentale e un governo laico democratico ha visto le forze antigovernative rapidamente cadere sotto il dominio del SIIL, i presunti “moderati” filo-occidentali dell’Esercito libero siriano si univano al SIIL (impressionati dal suoi valore militare, armi avanzate e massicci finanziamenti) o sconfitti da esso. In Libia, lo stesso modello si svolge rapidamente. L’ultima fase del disastro libico è iniziata lo scorso giugno, quando le milizie che dominavano il parlamento precedente (che si fanno chiamare coalizione ‘Alba di Libia’) persero le elezioni, ne rifiutarono i risultati incendiando aeroporti e depositi di petrolio nel Paese, avviando così la guerra civile tra esse e il nuovo parlamento. Entrambi i parlamenti hanno la fedeltà di varie fazioni armate, e hanno istituito propri governi rivali, ognuno controllando diverse parti del Paese. Ma da Derna, lo scorso novembre, le aree occupate da Alba di Libia iniziavano a cadere in mano al SIIL. La caduta di Sirte, terza città da esso occupata, e non sarà l’ultima. Tale è il ruolo sempre svolto dai fantocci dell’occidente in tutta la regione, aprire la strada e gettare le basi dell’affermarsi del SIIL. L’intervento del presidente egiziano Sisi, con gli attacchi aerei su obiettivi del SIIL in Libia, si propone di invertire tale corso, prima che raggiunga proporzioni iracheno-siriane.
al_qaeda_libya Il governo di Tobruq, riconosciuto internazionalmente, nominato dalla Camera dei Rappresentanti eletta la scorsa estate, ha accolto con favore l’intervento egiziano. Non solo, spera che l’aiuti ad impedire l’avanzata del SIIL ed anche a cementare il sostegno egiziano nella guerra civile contro ‘Alba di Libia’. In effetti, l’Egitto potrebbe, con qualche ragione, sostenere che vincere la guerra contro il SIIL richieda un governo libico unitario impegnato allo scopo, e che il rifiuto di Alba di Libia di riconoscere il parlamento eletto, per non parlare dell’atteggiamento ‘ambiguo’ verso il SIIL, sia il grosso ostacolo al conseguimento di tale risultato. Ciò significa che l’intervento egiziano fa naufragare l’iniziativa dei colloqui di pace ‘dialogo in Libia’ delle Nazioni Unite? Non necessariamente, infatti potrebbe avere l’effetto opposto. Le prime due tornate di colloqui sono state boicottate dal Congresso Generale Nazionale (il parlamento di Alba di Libia), con la certezza che avrebbe continuato a ricevere armi e finanziamenti dai partner della NATO Qatar e Turchia, mentre il governo di Tobruq subisce l’embargo internazionale delle armi. Come l’inviato del Regno Unito al dialogo in Libia Jonathan Powell ha osservato, la “conditio sine qua non per la pace” è una “situazione di stallo reciprocamente dannosa”. Riequilibrando la guerra civile, il sostegno militare egiziano al governo di Tobruq può mostrare al GNC che prendere sul serio i colloqui sarà nel suo interesse più che continuare la lotta. L’appello di Sisi al sostegno militare dell’occidente al suo intervento è stato effettivamente respinto, molto probabilmente aspettava che lo fosse. La dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna e alleati ha raffreddato l’idea, e non c’è da stupirsene; non hanno posto la Libia al centro della loro strategia di destabilizzazione regionale per poi cercare di stabilizzarla proprio quando comincia a dare risultati. Tuttavia, costringendoli a uscire con tale dichiarazione, Sisi ha denunciato il bluff dell’occidente. Stati Uniti e Gran Bretagna pretendono di essere impegnati a distruggere il SIIL, formazione prodotta dalla rivolta che hanno sponsorizzato in Siria negli ultimi quattro anni, e Sisi gli chiede di supportarlo. Si sono rifiutati e alla fine, la risoluzione egiziana al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha fatto menzione all’intervento militare di altri potenze, limitandosi a chiedere la fine dell’unilaterale embargo internazionale delle armi che impedisce l’armamento del governo eletto, ma ciò non sembra scoraggiare i partner regionali della NATO, che armano apertamente le milizie di ‘Alba di Libia’. Sisi ha di fatto costretto l’occidente a smascherarsi: il rifiuto della sua proposta di sostenere l’intervento chiarisce a tutti la duplice natura del loro presunto impegno a distruggere il SIIL. Vi sono, tuttavia, profonde divisioni sul tema in Europa. La Francia amplia la presenza militare nella regione del Sahel-Sahara, con 3000 truppe in Ciad, Niger, Burkina Faso e Mali, aprendo una nuova base al confine tra Libia e Niger, lo scorso ottobre e, probabilmente, accoglierà il pretesto per estendere le operazioni dal suo protettorato storico al sud della Libia. L’Italia, allo stesso modo, è sempre tesa riguardo la destabilizzazione che ha contribuito a scatenare, avendo non solo danneggiato un partner commerciale di valore, ma con sempre più centinaia di migliaia di profughi in fuga da orrore e miseria che la NATO ha scatenato nella regione. Però non sono propense ad agire senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza, che probabilmente sarà bloccato da Stati Uniti e Gran Bretagna, sempre più felici di vedere Paesi come l’Egitto, alleato della Russia, e la Nigeria, finanziata dalla Cina, indeboliti e bloccati dal terrorismo. La azioni di Sisi, si spera, non solo evidenzieranno l’acquiescenza dell’occidente agli orrori che ha creato, ma anche spianeranno la via a una risposta efficace contro di essi.

Libyan-rebel-fighters-pre-015Dan Glazebrook è scritto e politico ed autore di “Dividi e distruggi: la strategia imperiale occidentale nell’epoca della crisi“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sfide e prospettive della cooperazione tra Egitto e Russia

Viktor Titov New Eastrern Outlook 09/02/2015
20150209210501563afpIl 9-10 febbraio, il presidente russo Vladimir Putin si recherà in visita ufficiale in Egitto. Numerosi colloqui sono già stati programmati per considerare la prospettiva di un ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali nelle sfere politica, economica, umanitarie e militare. Il presidente della Russia discuterà la situazione in Medio Oriente e Nord Africa, in particolare in Iraq, Siria, Libia e il problema della sistemazione israelo-palestinese, con il suo omologo egiziano Abdalfatah al-Sisi. Va notato che la visita si svolge in un momento in cui i Paesi si trovano ad affrontare un numero sempre maggiore di sfide: la Russia cerca di superare gli effetti delle sanzioni economiche illegali imposte dall’occidente per la situazione in Ucraina, mentre l’Egitto si sforza di combattere in una situazione politica sempre più aggravata. Così l’esito dei negoziati avrà un effetto di vasta portata per i due Paesi, sia politico che economico. E’ degno di nota che Stati Uniti ed Arabia Saudita abbiano voluto impedire il rafforzamento del partenariato russo-egiziano, dato il ruolo cruciale che l’Egitto svolge in Medio Oriente, anche nonostante il notevole indebolimento delle sue posizioni dopo la rivoluzione “colorata” del gennaio 2011. Gli attacchi terroristici nella provincia egiziana di Sinai del Nord, il 29 gennaio, sono costati la vita di 30 persone lasciando oltre 100 feriti. Un gruppo di terroristi dal nome Ansar al-Bayt Maqdis, strettamente collegato allo Stato islamico, ha la responsabilità dell’ondata di terrore che recentemente spazza l’Egitto, tra cui recenti attacchi e numerosi atti di sabotaggio. In cima a tutto, l’ideologo dei Fratelli musulmani Yusuf al-Qaradawi ha indirizzato agli islamisti una serie di istigazioni. Residente in Qatar da quando c’è un mandato di cattura in Egitto per una serie di accuse di tradimento, estremismo e legami con organizzazioni terroristiche avanzate dal governo egiziano. E’ un peccato che, nonostante i notevoli sforzi delle autorità locali per porre fine alla crescita del radicalismo nel Paese, non siano riuscitieancora ad avere successo. E’ chiaro che con una dura crisi economica e l’assenza di reali miglioramenti nel tenore di vita della popolazione, il governo dell’Egitto abbia intrapreso una missione rischiosa promuovendo sentimenti anti-islamisti. Dopo tutto, se il comando militare non riconsidera l’atteggiamento nei confronti dei sostenitori dell’Islam moderato in Egitto, offrendo un modo per coinvolgerli legittimamente nella vita politica del Paese, la situazione dei movimenti clandestini islamisti può aggravarsi seriamente, e l’instabilità permanente, che affligge il nord della Penisola del Sinai, si diffonderà nel Paese. In precedenza, dopo il rovesciamento del presidente islamista Muhammad Mursi nel 2013, a causa dei torbidi politici indotti dagli Stati Uniti presso i loro satelliti arabi, pur sostenendo gli islamisti fino a un certo punto per poi schierarsi con i loro avversari, il governo di Cairo ha deciso di volgere lo sguardo verso Mosca. Così, il 26 luglio 2013, i manifestanti che sostenevano il Generale Abdelfatah al-Sisi scesero in strada con i ritratti del Presidente Vladimir Putin, e poi i politici egiziani invitarono ufficialmente il capo dello Stato russo. Quindi una nuova fase nelle relazioni bilaterali tra Federazione Russa ed Egitto è iniziata.
Nel novembre 2013 il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov insieme al ministro della Difesa Sergej Shojgu, giunse a Cairo. Negli stessi giorni l’incrociatore russo Varjag era ormeggiato nel porto di Alessandria, la prima nave da guerra russa negli ultimi 21 anni. Tuttavia, entrambe le parti hanno proceduto a sviluppare le relazioni bilaterali con cautela. Mosca e Cairo ripetono più volte che la Russia non cerca di sostituire gli Stati Uniti in Egitto. Appare abbastanza evidente che l’influenza statunitense nel Paese non è minacciata in alcun modo. Basti dire che il Generale al-Sisi, come la maggior parte dei suoi colleghi, s’è istruito negli Stati Uniti, mentre la maggior parte delle armi che l’Egitto possiede oggi provengono dagli Stati Uniti. Ma quali sono gli obiettivi della Russia in Egitto? Secondo gli analisti, sono la definizione di una posizione comune su una lunga serie di argomenti, tra cui crisi siriana, promozione della cooperazione economica bilaterale, con particolare accento sulle importazioni di cereali e turismo, e cooperazione militare, che si tratti di consegna di armi russe, partecipare ai programmi di addestramento degli ufficiali egiziani o possibile istituzione di una base navale russa sulle coste mediterranee. Il 12 agosto 2014, il presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi visitava la Russia, come sua prima visita ufficiale all’estero in questa veste. Il presidente egiziano ha ricevuto un insolitamente caldo benvenuto a Mosca, che i leader arabi non vedevano dai tempi di Gamal Abdel Nasser, quando le relazioni bilaterali tra Unione Sovietica ed Egitto erano al culmine. Anche il Patriarca della Chiesa ortodossa russa, Sua Santità Kirill, accolse l’ospite con un discorso di benvenuto. La visita di Abdalfatah al-Sisi a Mosca aveva lo scopo di rafforzare il partenariato strategico tra Mosca e Cairo, quando l’influenza russa in Medio Oriente cresce e i sentimenti filo-USA calano di molto. L’affermazione si dimostra vera con il fatto che il presidente egiziano si recò in Arabia Saudita, alla vigilia del suo viaggio a Mosca. A Riyadh al-Sisi discusse con il re saudita Abdullah, mettendo particolare accento sulla necessità urgente di combattere il terrorismo. La marcia vittoriosa degli islamisti radicali in Iraq, il loro rafforzamento in Siria e i tentativi per destabilizzare il Libano non solo mettono in pericolo gli Stati del Golfo, ma minacciano tutto il mondo arabo. Non c’è da stupirsi che il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi sia diventato il simbolo della lotta all’Islam radicale, dopo aver rimosso dal potere l’ex-presidente Muhammad Mursi e vietato l’organizzazione radicale islamista dei Fratelli musulmani in Egitto. La chiave del cambiamento è stata la vittoria diplomatica della Russia in Siria, quando riuscì ad impedirne l’imminente invasione e salvare il Paese dalla distruzione totale. I governanti dei Paesi arabi hanno visto un forte attore politico sulla scena internazionale, in grado di difendere i propri interessi e i propri alleati, rifiutando di fare marcia indietro su una situazione difficile.
Sulla cooperazione militare bilaterale, l’elenco delle armi che la Russia può inviare in Egitto è lungo: una versione migliorata del caccia-bombardiere MiG-29, sistemi antiaerei, elicotteri da combattimento, missili a lungo e corto raggio e anticarro. Ma Mosca è disposta ad inviare le armi a condizione che l’Egitto possa pagarsele. E qui l’Arabia Saudita entra in gioco, disposta a fornire un generoso sostegno al regime egiziano. Questo Paese è pronto a fornire 2 miliardi di dollari a Cairo, necessari per il successo commerciale delle armi tra Cairo e Mosca. Egitto e Russia hanno deciso di tenere esercitazioni navali congiunte una o due volte l’anno e di cooperare nella lotta al terrorismo. Gli egiziani hanno offerto alla Russia di poter costruire una fabbrica di armi in Egitto, che potrebbe venderle a Paesi terzi. Quando Vladimir Putin sarà a Cairo, l’Egitto preparerà una serie di accordi dal valore complessivo di 3 miliardi di dollari, secondo cui MiG-29M/M2, sistemi di difesa aerea di diversi tipi, Mi-35, sistemi antinave, munizioni varie e armi leggere saranno inviati in Egitto. Le cosa vanno bene nella cooperazione economica. Nel marzo 2014 il Ministero dello Sviluppo Economico russo inviava una missione di aziende russe interessate a progetti comuni nel commercio e negli investimenti. La delegazione comprendeva rappresentanti delle 10 principali società russe. La delegazione russa ebbe incontri con i leader di sei ministeri dell’Egitto, così come con le principali aziende egiziane che potevano diventare potenziali partner. Il ministro dell’Industria, del Commercio e delle Piccole industrie egiziano Hatim Salah sostenne la proposta della missione russa di aumentare il volume del commercio bilaterale a 10 miliardi di dollari entro il 2020 (ora pari a 3,5 miliardi). Cairo ha invitato le organizzazioni russe a una più ampia partecipazione nella realizzazione di progetti infrastrutturali, per lo sviluppo del distretto industriale della zona occidentale del Canale di Suez, così come nella costruzione di nuove linee metropolitane nella capitale egiziana. Inoltre, entrambi i Paesi dovranno prestare particolare attenzione alla promozione dei progetti presentati dagli imprenditori russi nel loro viaggio d’affari in Egitto: promozione e certificazione in Egitto dell’aviogetto russo MC-21 che sarà costruito dalla società Irkut, partecipazione della società Russian Power Machines per modernizzare e migliorare la produzione di energia dell’Egitto; la consegna di attrezzature per l’edilizia (gru) Nameks e la prospettiva di costruirle in Egitto; la partecipazione di Gazprom Neft nelle aggiudicazioni ed acquisizioni di attività nell’industria petrolifera, la creazione di un centro di spedizione nazionale in Egitto e la conseguente produzione di vari dispositivi (tecnologie di navigazione russe); l’invio di attrezzature per costruzioni stradali della società Concern Tractor Plants.
Naturalmente, vi sono le difficoltà dovute alle sanzioni occidentali contro la Russia, in particolare nel settore del turismo. Il numero di turisti russi nell’ultimo anno è sceso della metà, e i russi rappresentavano il 50% dei turisti in Egitto. Il turismo egiziano può ancora essere salvato dal passaggio all’uso di monete nazionali. Il leader egiziano ha ordinato al governo di valutare tale opzione, con cui l’Egitto importerà beni dalla Russia pagandoli in lire egiziane, mentre i russi acquisteranno biglietti per il Mar Rosso in rubli. Quindi la visita di Putin in Egitto mira a divenire leva dell’ulteriore cooperazione complessiva tra Russia e Egitto, e perno del ritorno in Medio Oriente della Russia quale prima attrice.

41d5363aa841c515076bViktor Titov, Ph.D è un commentatore politico sul Medio Oriente, per la rivista online “New Eastrern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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