L’Egitto rafforza la sicurezza nazionale

South Front, 30/03/2016

XQT95938L’Egitto rafforza i servizi speciali e di sicurezza per contrastare le azioni distruttive dei gruppi terroristici eterodiretti, in particolare nella penisola del Sinai e la resistenza dei Fratelli musulmani clandestini. L’incapacità di sconfiggere il terrorismo in altre regioni di mostra che i servizi speciali egiziani non possono ancora contrastare la minaccia. Perciò Cairo compie passi per aumentarne l’efficienza. Il Dipartimento di Ricerca Tecnica (TRD) della Direzione Generale dell’Intelligence (GID), svolge un ruolo importante nella sicurezza dell’Egitto. TRD è responsabile del monitoraggio delle conversazioni telefoniche, di internet, della video-sorveglianza di città e confini. Inoltre, TRD monitorerebbe le comunicazioni di quasi tutti i vertici civili e militari egiziani. Gli esperti ritengono che Muhamad Anwar Sadat, terzo presidente d’Egitto, decise di monitorare e controllare l’opposizione nel Paese. Il monitoraggio delle ONG e dei media finanziati dall’estero rimane principale compito del TRD. In altre parole, è l’analogo egiziano della National Security Agency degli USA.
Il TRD viene descritto come ufficio del GID e tuttavia appare indipendente, con propri bilancio ed operazioni. In effetti, il TRD è supervisionato direttamente dal Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi. Il direttore del TRD è il ‘Dr Layla’, persona ignota anche ai dirigenti del TRD. La società tedesca-finlandese Nokia Siemens Networks (NSN) e la società di tecnologia della sorveglianza italiana Hacking Team sono i principali rifornitori tecnologici del TRD. Ciò che è noto dai documenti trapelati è che il TRD avrebbe acquisto dalla NSN un sistema d’intercettazione, un centro di monitoraggio e una rete X25, tecnologie che consentono l’accesso a Internet via dial-up. Le prime due tecnologie permettono una sorveglianza massiccia al TRD. In totale, NSN fa fornito al TRD 25 diverse tecnologie. Un’altra società collegata con il TRD è la società della Siemens German Telecommunication Industries (EGTI). La sua specializzazione è il monitoraggio della rete dei cellulari. Hacking Team ha fornito al TRD attrezzature e programmi del Remote Control System (RCS). Questo sistema costa circa 1 milione di euro e permette al TRD di accedere a server e reti di giornalisti e partiti in Egitto e altri Paesi. Ora, TRD stipula contratti con l’A6 Consultancy and Solve IT tramite il GNSE Group affiliato all’azienda egiziana Mansur Group. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza delle informazioni e delle telecomunicazioni governative. Separatamente, il TRD negozia un contratto da 2,4 milioni di euro con Hacking Team per acquistare diversi sistemi di hacking e sicurezza informatica. Risultato del contratto, la TRD dovrebbe avere accesso a comunicazioni elettroniche attraverso dispositivi Apple.
Considerando tutte le informazioni disponibili, appare chiaro che l’Egitto compie sforzi significativi per sviluppare l’infrastruttura d’intelligence che dovrebbe permettere al governo d’impedire attentati e sconfiggere il terrorismo nella regione. Se questi problemi saranno risolti, le autorità egiziane probabilmente utilizzeranno l’infrastruttura contro avversari interni ed esteri. Ciò è particolarmente evidente con la chiara volontà dell’Egitto di espandere l’influenza in Medio Oriente.Mideast-Egypt_Horo-19-635x357Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra petro-islamista saudita allo Yemen

Nafeez Ahmed Middle East Eye 10 febbraio 2016

Un cablo segreto e una funzionaria del governo olanese confermano che la guerra dell’Arabia Saudita allo Yemen è anche motivata da un ambizioso fantastico gasdotto sostenuto dagli Stati UnitiMideast YemenQuasi 3000 civili sono stati uccisi e un milione sono sfollati sotto il bombardamento dell’Aeronautica reale saudita dello Yemen, sostenuto da Stati Uniti e Gran Bretagna. Oltre 14 milioni di yemeniti affrontano l’insicurezza alimentare, un balzo del 12 per cento dal giugno 2015. Di questi, tre milioni sono bambini malnutriti. E in tutto il Paese, si stima che 20 milioni di persone non possano accedere ad acqua potabile sicura. La forza aerea saudita ha sistematicamente bombardato infrastrutture civili dello Yemen in flagrante violazione del diritto internazionale umanitario. Un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite al Consiglio di sicurezza, trapelato a gennaio, rileva che i sauditi “effettuano attacchi aerei contro civili ed obiettivi civili… compresi campi per sfollati e rifugiati; raduni civili, compresi matrimoni; veicoli civili, anche autobus; aree residenziali; strutture mediche; scuole; moschee; mercati, fabbriche e depositi alimentari ed altre infrastrutture civili essenziali, come ad esempio l’aeroporto di Sana, il porto di Hudayda e strade nazionali“. Le bombe a grappolo di fabbricazione statunitense vengono sganciate nelle zone residenziali, un atto che perfino il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon tiepidamente ammette “rappresenta un crimine di guerra”. In altre parole, l’Arabia Saudita è uno Stato canaglia. Ma non ci s’inganni. Questo regno è il nostro Stato canaglia. I governi di Stati Uniti e Gran Bretagna che forniscono all’Arabia Saudita le armi che scatena sui civili yemeniti, fanno finta di non essere coinvolti nella guerra, di non essere responsabili dei crimini di guerra del nostro alleato Stato canaglia. Un portavoce del Ministero della Difesa inglese ha insistito che militari inglesi semplicemente consigliano “migliori tecniche di puntamento… il personale militare del Regno Unito non è direttamente coinvolto nelle operazioni della coalizione saudita“. Ma sono parole ambigue, data la recente rivelazione del ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr secondo cui ufficiali inglesi e statunitensi lavorano “nel centro di comando e controllo per attacchi aerei sauditi sullo Yemen“. Presumibilmente i contribuenti non li pagano per starsene in giro a bere il tè tutto il giorno. No, li paghiamo per supervisionare la guerra aerea. Secondo il ministro degli Esteri saudita: “Abbiamo ufficiali inglesi, statunitensi e di altri Paesi nel nostro centro di comando e controllo. Conoscono l’elenco dei bersagli e sanno cosa facciamo e ciò che non facciamo”. Gli ufficiali di Stati Uniti e Regno Unito “sanno interpretare la campagna aerea, e siamo soddisfatti dalle loro garanzie“. Nell’aprile 2015, gli ufficiali statunitensi erano molto più sinceri su questo accordo. Il vicesegretario di Stato degli USA Anthony J. Blinken aveva detto in conferenza stampa a Riyadh che gli Stati Uniti avevano aumentato la condivisione delle informazioni con i sauditi tramite una “cellula di pianificazione e coordinamento congiunta” sulla selezione dei bersagli. In ogni caso, i capi civili del mondo libero hanno dato un’occhiata ai crimini di guerra sistematici dei militari sauditi nello Yemen, e pare che approvino.

Guerra settaria?
Gli obiettivi della coalizione saudita sono oscuri. E’ ampiamente noto che la guerra abbia ampie dinamiche geopolitiche e settarie. I sauditi temono che l’avanzata degli huthi indichi la crescente influenza dell’Iran nello Yemen. Con l’Iran attivo in Siria, Iraq e Libano, l’Arabia Saudita vede la rivolta degli huthi come altra componente dell’accerchiamento strategico da parte delle forze filo-iraniane. Ciò è aggravato dall’accordo nucleare dell’Iran sostenuto dagli USA, aprendo la via all’integrazione dell’Iran nei mercati globali, l’apertura della sua industria del petrolio e del gas e al consolidamento a potenza regionale. Ma questa narrazione non è tutto. Mentre i contatti dell’Iran con gli huthi sono fuori discussione, prima della campagna aerea saudita gli huthi acquisirono la maggior parte delle armi da due fonti: il mercato nero e l’ex-presidente Ali Abdullah Salah. I funzionari dei servizi segreti degli Stati Uniti confermano che l’Iran aveva avvertito esplicitamente gli huthi di non attaccare la capitale dello Yemen lo scorso anno. “Resta la nostra valutazione che l’Iran non eserciti il controllo sugli huthi nello Yemen“, aveva detto Bernadette Meehan, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca. Secondo l’ex-inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Jamal Benomar, gli attacchi aerei sauditi fecero fallire un accordo di pace imminente che avrebbe portato alla condivisione del potere tra 12 gruppi politici e tribali rivali. “Quando tale campagna iniziò, una cosa significativa passò inosservata, gli yemeniti erano vicini a un accordo che avrebbe istituito la condivisione del potere tra tutte le parti, compresi gli huthi“, aveva detto Benomar al Wall Street Journal. Non era dovuto all’Iran. I sauditi, e a quanto pare Stati Uniti e Regno Unito, non volevano una transizione a una parvenza di Yemen democratico. In effetti, gli Stati Uniti erano esplicitamente contrari alla democratizzazione della regione del Golfo, decisi a ‘stabilizzare’ il flusso di petrolio dal Golfo ai mercati globali. Nel marzo 2015, il militare degli Stati Uniti e consulente della NATO Anthony Cordesman, del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington, spiegò che: “Lo Yemen è di grande importanza strategica per gli Stati Uniti, così come la stabilità dell’Arabia Saudita e degli Stati arabi del Golfo. Con tutto il parlare dell”indipendenza’ energetica degli Stati Uniti, la realtà rimane molto diversa. L’aumento di petrolio e combustibili alternativi al di fuori del Golfo non ne ha cambiato la vitale importanza strategica per l’economia globale e degli Stati Uniti… lo Yemen non corrisponde all’importanza strategica del Golfo, ma è ancora di grande importanza strategica per la stabilità di Arabia Saudita e penisola arabica“. In altre parole, la guerra nello Yemen è volta a proteggere il principale Stato canaglia del Golfo filo-occidente, per far fluire il petrolio. Cordesman continua osservando: “Il territorio e le isole dello Yemen giocano un ruolo cruciale nella sicurezza di un altro collo di bottiglia globale, nell’estremo sud-est del Mar Rosso chiamato Bab al-Mandab o ‘porta delle lacrime’“. Bab al-Mandab è “lo stretto tra il Corno d’Africa e il Medio Oriente, ed è un collegamento strategico tra Mar Mediterraneo e Oceano Indiano, da cui passa la maggior parte delle esportazioni dal Golfo Persico che transitano dal Canale di Suez e dall’oleodotto Suez-Mediterraneo (SUMED). L’eventuale presenza ostile aeronavale nello Yemen potrebbe minacciare l’intero traffico attraverso il Canale di Suez“, aggiunge Cordesman, “così come il flusso quotidiano di petrolio e prodotti petroliferi che l’USEIA (US Energy Information Administration) stima aumentato da 2,9 MMB/d (milioni di barili al giorno) nel 2009 a 3,8 MMB/d nel 2013“.

Il sogno del gasdotto nello Yemen
Ma c’è un parallelo obiettivo qui, riconosciuto in privato dai funzionari occidentali ma non discusso in pubblico: lo Yemen ha un potenziale ancora non sfruttato quale via alternativa per il transito di petrolio e gas per l’esportazione saudita, bypassando Iran e Stretto di Hormuz. La realtà delle ambizioni del regno in questo senso sono messe a nudo in un cablo segreto del 2008 del dipartimento di Stato, ottenuto da Wikileaks, dall’ambasciata degli Stati Uniti nello Yemen al segretario di Stato: “Un diplomatico inglese nello Yemen ha detto all’addetto politico (funzionario politico dell’ambasciata degli Stati Uniti) che l’Arabia Saudita aveva interesse a costruire un oleodotto, interamente di proprietà, gestito e protetto da essa, attraverso l’Hadramaut per il porto di Aden, bypassando così il Golfo Arabo/Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. Salah s’è sempre opposto a tale piano. Il diplomatico ha sostenuto che l’Arabia Saudita, attraverso il sostegno alla leadership militare yemenita, si compra la fedeltà di sceicchi e altro supporto. Posizionandosi per garantirsi che, col giusto prezzo, abbia i diritti su questo gasdotto dal successore di Salah“. Infatti, il governatorato orientale dello Yemen dell’Hadramaut curiosamente non viene bombardato dai sauditi. La provincia dello Yemen, la più grande, possiede la maggior parte delle risorse di petrolio e gas dello Yemen. “L’interesse primario del regno nel governatorato è l’eventuale costruzione di un oleodotto. Tale conduttura era da tempo un sogno del governo dell’Arabia Saudita“, osserva Michael Horton, analista dello Yemen presso la Fondazione Jamestown. “Una pipeline attraverso l’Hadramaut darebbe ad Arabia Saudita ed alleati del Golfo accesso diretto al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano; permettendogli di bypassare lo stretto di Hormuz, un collo di bottiglia strategico che potrebbe essere, almeno temporaneamente, bloccato dall’Iran in un conflitto futuro. La prospettiva di assicurarsi una rotta per un futuro gasdotto attraverso l’Hadramaut probabilmente traccia l’ampia strategia a lungo termine dell’Arabia Saudita nello Yemen”.

Nascondere la questione del gasdotto
Arabpipeline I funzionari occidentali sono desiderosi di evitare di far conoscere la geopolitica energetica dietro l’escalation del conflitto. L’anno scorso, l’analisi di tali problemi fu pubblicata su un blog personale, il 2 giugno 2015, da Joke Buringa, alto consigliere per la sicurezza e lo stato di diritto nello Yemen del Ministero degli Esteri dei Paesi Bassi. “La paura di un blocco iraniano dello Stretto Hormuz, e i risultati possibilmente disastrosi per l’economia globale, esiste da anni“, aveva scritto nell’articolo dal titolo “Divide et impera: Arabia Saudita, petrolio e Yemen“. “Gli Stati Uniti fanno pressioni sul Golfo per sviluppare alternative. Nel 2007 Arabia Saudita, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen lanciarono congiuntamente il progetto Trans-Arabia Oil Pipeline. Nuovi gasdotti dovevano essere costruiti dai sauditi da Ras Tanurah sul Golfo Persico e dagli Emirati Arabi Uniti, al Golfo di Oman (uno nell’emirato di Fujairah e due ad Oman) e il Golfo di Aden (due linee nello Yemen)“. Nel 2012, il collegamento tra Abu Dhabi e Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, divenne operativo. Nel frattempo, Iran e Oman firmavano il proprio accordo su una pipeline. “La sfiducia sulle intenzioni dell’Oman aumentò l’attrattiva dell’opzione dell’Hadramaut nello Yemen, un vecchio desiderio dell’Arabia Saudita“, scriveva Buringa. Il presidente Salah, tuttavia, era un grosso ostacolo alle ambizioni saudite. Secondo Buringa, “si oppose alla costruzione di un gasdotto sotto controllo saudita sul territorio yemenita. Per molti anni i sauditi investirono nei capi tribali nella speranza di attuare questo progetto col successore di Salah. Le rivolte popolari dei 2011 che chiedevano la democrazia sconvolsero questi piani“. Buringa è l’unico alto funzionario occidentale ad aver riconosciuto la questione pubblicamente. Ma quando l’ho contattata per chiedere un colloquio il 1 febbraio, quattro giorni dopo ricevetti una risposta da Roel van der Meij, portavoce per gli affari aziendali del ministero degli Esteri del governo olandese: “la signora Joke Buringa mi ha chiesto di informarLa che non è disponibile per l’intervista“. Il blog di Buringa, disponibile su http://www.jokeburinga.com, nel frattempo veniva completamente rimosso. Una versione archiviata del suo articolo sulla geopolitica energetica della guerra saudita nello Yemen è disponibile presso Wayback Machine. Chiesi a Buringa e van der Meij perché il blog era stato completamente cancellato e così in fretta, dopo aver inviato la mia richiesta per un’intervista, e se era stata costretta a farlo su pressione del governo per proteggere i rapporti olandesi con l’Arabia Saudita. In una email, Buringa negò che fosse stata costretta dal ministero degli Esteri olandese ad eliminare il blog: “Mi dispiace deluderla, ma non ero sotto pressione del ministero. Il layout del blog mi preoccupava fin dall’inizio e avevo intenzione di cambiarlo da mesi… La sua domanda mi ha ricordato che volevo cambiarlo e ripensavo a ciò che volevo farne. Non si leggerà più“. Tuttavia, il portavoce per gli affari societari del governo olandese, van der Meij, non rispose alle molte richieste via e-mail e telefoniche di commentare la rimozione del blog. Molte aziende olandesi sono attive nel regno con investimenti congiunti, tra cui il gigante petrolifero anglo-olandese Shell. Grazie alla posizione dei Paesi Bassi quale ingresso per l’Europa, due multinazionali saudite, l’impresa petrolifera nazionale Aramco e il gigante petrolchimico SABIC, hanno il loro quartier generale europeo a L’Aia e a Sittard, nei Paesi Bassi. Le esportazioni olandesi verso l’Arabia Saudita sono aumentate notevolmente negli ultimi anni, del 25 per cento tra il 2006 e il 2010. Nel 2013, l’Arabia Saudita esportò quasi 34 miliardi di euro di combustibili minerali nei Paesi Bassi, ed importò poco più di 8 miliardi di euro di macchine e mezzi di trasporto, 4,8 miliardi di euro di prodotti chimici e 3,7 miliardi di euro di prodotti alimentari e animali.

L’alleanza saudita con al-Qaida
Tra i primi beneficiari della strategia saudita nello Yemen è al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP), lo stesso gruppo responsabile del massacro del Charlie Hebdo a Parigi. “Il governatorato dell’Hadramaut è una delle poche aree in cui la coalizione saudita non ha effettuato alcun attacco aereo“, osservava Buringa. “Porto e aeroporto internazionale di al-Muqala sono in condizioni ottime e sotto il controllo di al-Qaida. Inoltre, l’Arabia Saudita fornisce armi ad al-Qaida, (che) amplia la sfera d’influenza“. L’alleanza saudita con i terroristi di al-Qaida nello Yemen emerse lo scorso giugno, quando il governo filo-saudita di “transizione” di Abdrabu Manour Hadi inviò un rappresentante a Ginevra quale delegato ufficiale per i colloqui delle Nazioni Unite. Si scoprì che il rappresentante era nientemeno che Abdulwahab Humayqani, identificato come “terrorista specificatamente definito globale” nel 2013 dal Tesoro degli Stati Uniti, per reclutamento e finanziamento dell’AQAP. Humayqani era anche presumibilmente dietro l’attentato di al-Qaida che uccise sette persone in una base della Guardia Repubblicana yemenita nel 2012. Altri analisti concordano. Come Michael Horton commenta sul Terrorism Monitor della Jamestown Foundation: “AQAP può anche beneficiare del fatto che potrebbe essere considerato un agente utile dall’Arabia Saudita nella guerra contro gli huthi. Arabia Saudita ed alleati armano varie milizie nel sud dello Yemen. E’ quasi certo che parte, se non molto, dei finanziamenti e materiali finiranno nell’AQAP e molto probabilmente allo Stato islamico“. Mentre strombazza la guerra allo SIIL in Iraq e Siria, l’occidente spiana la strada alla rinascita di al-Qaida e SIIL nello Yemen. “L’Arabia Saudita non vuole un forte Paese democratico oltre il confine di 1500 km che separa i due Paesi (Arabia Saudita e Yemen)“, aveva osservato la funzionaria del ministero degli Esteri Joke Buringa nell’articolo ormai censurato. Né, a quanto pare, Stati Uniti e Regno Unito, aggiungendo: “Quelle condutture a Muqala probabilmente arriveranno, infine“. Probabilmente non sarà così, ma ci saranno ancora conseguenze.ME_YMN0110Nafeez Ahmed dottorato e giornalista investigativo, studioso di sicurezza internazionale e autore di successo che segue ciò che chiama ‘crisi di civiltà’. Vincitore del Project Censored Award per il miglior giornalismo investigativo per il suo articolo sul Guardian sull’intersezione globale tra ecologia, energia e crisi economiche con la geopolitica e i conflitti regionali. Ha anche scritto per The Independent, Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quarzo, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique, New Internationalist. Il suo lavoro su cause e operazioni segrete legate al terrorismo internazionale ufficialmente contribuiscono alla Commissione 9/11 e le indagini del 7/7 Coroner’s Inquest.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran nel contesto del conflitto siriano

Katehon

L’Iran è un Paese asiatico, confinante con Iraq e Turchia a ovest, con Turkmenistan, Azerbaigian e Armenia a nord, con Afghanistan e Pakistan ad est.2711051. Storia delle relazioni
Nella guerra in Siria, l’Iran è un rigoroso sostenitore del regime di Bashar al-Assad. La cooperazione siriana e iraniana va avanti da oltre un quarto di secolo. Nonostante trasformazioni politiche in entrambi i Paesi e la situazione mutevole che li circonda, i rapporti tra Damasco e Teheran sono sempre più forti e più stretti. La base della cooperazione siriano-iraniana sono gli interessi regionali comuni e la similarità delle posizioni su questioni chiave del Medio Oriente. Iran e Siria si avvicinarono negli anni ’80, essendo entrambi ostili all’Iraq di Sadam Husayn, e la posizione dura contro Stati Uniti e politica d’Israele ha contribuito a mantenere l’alleanza.

2. I gruppi religiosi
L’Iran è il leader riconosciuto del mondo sciita. Circa l’89% della popolazione aderisce a questo ramo dell’Islam; i sunniti sono circa il 9%, di altre religioni il 2%. Allo stesso tempo, l’Iran sostiene e protegge gli sciiti di Bahrayn, Quwayt, Yemen, Turchia e Arabia Saudita, Paesi in cui gli sciiti sono minoranza. Con il sostegno della comunità sciita, l’Iran può influenzare politica ed economia dei Paesi arabi. Gli avversari sunniti non ne sono contenti. Ad esempio, in Arabia Saudita gli sciiti vivono nelle cosiddette regioni “petrolifere”, e la loro presenza è considerata una minaccia al benessere economico del Paese.

3. Geopolitica
Gli interessi dell’Iran in Siria sono comprensibili. Il Paese ha bisogno di un accesso diretto al Mediterraneo, avendo grandi prospettive geopolitiche. L’Iran ha stabilito i collegamenti con il vicino Iraq. Hezbollah e la posizione stabile della comunità sciita forniscono una forte posizione in Libano. L’unico punto debole è la Siria divenuta focolaio del conflitto armato. La Siria è uno dei pochi Paesi dall’ideologia anti-USA e anti-saudita nel mondo arabo. Se il regime di Bashar al-Assad perde il potere, la posizione dell’Iran ne soffrirà. Essendo l’Iran il principale avversario ideologico, militare, economico e politico dell’Arabia Saudita, lo è anche di Washington in Medio Oriente. Hassan Rouhani, Presidente iraniano: “L’interferenza di certi Paesi negli affari interni di altri e l'”approccio strumentale” a violenza e terrorismo sono i due problemi principali che sfidano la regione e il mondo. I Paesi più potenti ed influenti della regione non dovrebbero imporre il loro parere sugli Stati regionali e intromettersi nei loro affari interni“.

4. Geo-economia
Produzione petrolifera dell’Iran
Le riserve petrolifere sono pari a circa 50 miliardi di tonnellate, il 4,6% delle riserve mondiali di petrolio, i costi di produzione pari a 5,7 dollari al barile, e la produzione a 5 milioni di barili al giorno. Oltre a rafforzare l’influenza politica nella regione, l’Iran partecipa al conflitto siriano per i propri interessi economici. Il Paese vuole tornare sul mercato mondiale del petrolio da attore chiave. Mentre i Paesi occidentali tolgono le sanzioni, l’Iran vuole rifornire di “oro nero” l’Europa e costruire un gasdotto attraverso Iraq e Siria. Mentre Bashar al-Assad è ancora alla guida del Paese e del governo fedele all’Iran, questo progetto è realistico. Nel caso della sua caduta, le prospettive sul petrolio possono essere dimenticate. Bijan Namdar Zanganeh, Ministro del Petrolio iraniano: “L’Iran è deciso ad aumentare con certezza la produzione da 500 mila barili al giorno subito dopo la rimozione delle sanzioni, e nel giro di pochi mesi salire a 1 milione di barili al giorno. Aumenteremo la produzione ad ogni costo, non abbiamo scelta perché se l’Iran non lo fa, perderà la sua quota di mercato“.

5. Posizione sulla Siria
L’Iran aiuta seriamente il governo di Bashar al-Assad in Siria, e dà un aiuto significativo alla vittoria sullo Stato islamico. Secondo informazioni ufficiali, l’esercito iraniano non è schierato nella regione. Vi sono solo consiglieri militari iraniani. Damasco usa gli aiuti militari, tecnici, le informazioni e la consulenza di Teheran. Aladin Bujerdi, a capo della Commissione per la Politica Estera e la Sicurezza Nazionale del Majlis: “In linea con la nostra strategia antiterrorismo, aiutiamo con armi e consiglieri la Siria. L’aiuto è fornito su richiesta di Bashar al-Assad. Qualsiasi altra richiesta sarà considerata e discussa“.
Hezbollah è composto da mille soldati e cinquemila riservisti: dieci battaglioni motorizzati e sei battaglioni di fanteria. Il mediatore degli interessi iraniani è Hezbollah libanese, il “Partito di Dio”. Gli esperti ritengono che sia tra le forze militari e politiche più organizzate, disciplinate ed efficaci del Medio Oriente. Oggi Hezbollah è attivo in Siria, a sostegno del governo di Bashar al-Assad. Con il sostegno dell’Iran, Hezbollah è diventato un esercito ben attrezzato e dai migliori combattenti. Secondo i media libanesi, durante la guerra in Siria, sono caduti circa duemila soldati di Hezbollah. Hassan Nasrallah, Segretario Generale dell’organizzazione sciita libanese Hezbollah: “La Siria è un centro di resistenza in Medio Oriente. Noi siamo a fianco dell’Esercito arabo siriano, gli diamo sostegno militare e morale e vinceremo! Perché non siamo guidati dal denaro, il nostro esercito non è mercenario come quello saudita. Moriamo per la verità, l’idea e la nostra terra“.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica è dotato di 300 aerei, 470 carri armati, 366 pezzi d’artiglieria, 6 sommergibili, 20 motosiluranti e circa 500mila effettivi. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica partecipò alla creazione di Hezbollah. È una formazione militare e politica d’élite iraniana creata oltre 30 anni fa, per aiutare l’esercito a difendere indipendenza, integrità territoriale e sistema repubblicano islamico dell’Iran. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, così come Hezbollah, è attivamente presente nella guerra a fianco di Bashar al-Assad. Tuttavia, non è ufficialmente considerata una presenza militare iraniana in Siria. Muhamad Ali Jafari, il comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica: “Teheran e Damasco hanno una relazione strategica. La Repubblica Islamica dell’Iran è vicina al popolo e al governo siriani. L’esercito dei Guardiani aveva una sola unità, in precedenza, ora siamo una vera potenza. E la nostra missione principale è aiutare i popoli oppressi”.
Così l’Iran, come 30 anni fa, è un alleato chiave della Siria sul piano militare. Fornendo aiuto, l’Iran segue le sue idee geopolitiche e geo-economiche, e non vi rinuncerà. Il rovesciamento di Bashar al-Assad e l’impatto dei principali avversari, i sauditi, può essere disastroso per l’Iran. Perciò il Paese è pronto a utilizzare tutte le forze, anche militari, per avere una posizione adeguata nella regione.

Syria's President Bashar al-Assad (R) meets Iranian Parliament Speaker Ali Larijani in Damascus December 21, 2014, in this picture released by Syria's national news agency SANA. REUTERS/SANA/Handout via Reuters (SYRIA - Tags: CIVIL UNREST POLITICS CONFLICT) ATTENTION EDITORS - THIS PICTURE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. REUTERS IS UNABLE TO INDEPENDENTLY VERIFY THE AUTHENTICITY, CONTENT, LOCATION OR DATE OF THIS IMAGE. FOR EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS. THIS PICTURE IS DISTRIBUTED EXACTLY AS RECEIVED BY REUTERS, AS A SERVICE TO CLIENTS

Il Presidente Bashar al-Assad e il Portavoce del Parlamento iraniano Ali Larijani

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo saudita nel conflitto in Siria

Aleksandr Kuznetsov, Strategic Culture Foundation, 23/02/ 2016

RFI_Yemen-AS_620_0_risultatoIl Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha avvertito l’Arabia Saudita il 16 febbraio a non dispiegare truppe in Siria. “Coloro che operano in Siria, senza l’autorizazione del governo sovrano della Siria violano il diritto internazionale”, ha detto in una conferenza stampa al Parlamento europeo di Bruxelles. La capacità dell’Arabia Saudita di effettuare un’offensiva militare in Siria è discutibile. Fino all’intervento nello Yemen, l’esercito saudita prese parte ad un solo grande conflitto. Le forze armate saudite si unirono alla coalizione degli Stati Uniti per liberare il Quwayt dall’Iraq (operazioni Desert Shield e Desert Storm nel 1990-1991). Poco dopo l’occupazione del Quwayt nella Guerra del Golfo, il principe saudita Bandar bin Sultan fu scelto come comandante delle forze arabe e condivise formalmente una posizione di pari responsabilità con il Generale Norman Schwarzkopf dell’US Army, comandante delle forze della coalizione che cacciarono le truppe irachene. Il comandante saudita si occupò principalmente di concludere costosi ordini di armamenti per 4 miliardi di dollari. Fu dimesso da ministro della Difesa da re Fahd che ordinò un’indagine sulle sue dubbie attività La seconda operazione su larga scala è l’invasione dello Yemen lanciata nel marzo 2015. Dove le vittime civili sono 2500. L’infrastruttura economica del Paese è devastata. L’avanzata abbastanza modesta. Lo scorso luglio, i miliziani filo-sauditi occupavano Aden, la capitale dello Yemen del sud. La coalizione saudita non riuscì a prendere Taiz, dove la popolazione locale era ostile agli huthi. Se i sauditi avessero conosciuto meglio la storia della regione, non avrebbero deciso così facilmente d’invadere lo Yemen, tenendo conto delle sconfitte militari subite da Portogallo nel XVI secolo, Turchia nel XVII e XIX secolo e Gran Bretagna nel XX secolo. L’avvio di un’operazione saudita in Siria è destinata a fare la stessa fine dello Yemen. Alcuna esperienza in combattimento e assenza di strategia militare sono solo metà del problema. Le grandi guerre richiedono grandi fondi. Il regno attraversa momenti difficili, con i prezzi del petrolio che scendono. Con l’avvio della primavera araba nel 2011, Re Abdullah bin Abdulaziz al-Saud lanciò un programma sociale da 72 miliardi di dollari comprendente pensioni, alloggi a buon prezzo, 90 mila nuovi posti di lavoro (prevalentemente statali e nelle agenzie della sicurezza) e lo sviluppo delle aree arretrate del Paese. Voleva tenersi leale la popolazione ed impedire proteste antigovernative. La dipendenza dai proventi del petrolio è confermata dal deficit di bilancio del 2016 pari a 87 miliardi di dollari. I programmi sociali sono in pericolo ora, così come l’aiuto ai Paesi arabi satelliti per unirli nello sforzo di contrastare l’Iran. Secondo dati informali, gli aiuti esteri a supporto degli “amici” ammontano a 30 miliardi, inclusi prestiti a condizioni favorevoli al governo militare dell’Egitto, crediti al Pakistan, sussidi alle monarchie di Bahrayn e Giordania per mantenere al potere questi governi fragili, denaro per corrompere sceicchi tribali yemeniti e aiuti ai terroristi in Siria e Iraq. È vero, il regno vanta riserve significative (660 miliardi di dollari). Al ritmo attuale, le riserve si esauriranno in 8-10 anni. Cosa succederà allora?
Incapace di reggersi in piedi da sola, a dicembre Riyadh annunciava la formazione di una coalizione antiterrorismo di 34 Stati. Il termine “antiterrorismo” è piuttosto fuorviante. Tale fragile alleanza non è stata creata per combattere al-Qaida e Stato islamico. L’iniziativa è contro l’Iran, il principale avversario geopolitico dell’Arabia Saudita. Inoltre, Riyadh non riesce a trovare altri partner militarmente efficienti. Quando la guerra nello Yemen è iniziata, Pakistan ed Egitto si sono rifiutati di parteciparvi. Il Pakistan affronta troppi problemi interni, soprattutto nell’irrequieto Nord-Ovest. Inoltre, Islamabad non vuole rovinare i rapporti con l’Iran. L’Egitto è occupato a combattere i terroristi nel Sinai e la diffusione della loro influenza in Libia. Le monarchie di Giordania e Marocco non hanno rifiutato di prendere parte alla coalizione, ma vogliono aiuti finanziari mostrando poco interesse a mandare i sudditi quale carne da cannone in Siria. Le potenzialità militari di Paesi piuttosto singolari nella lista degli alleati, come Sudan, Somalia e Isole Comore, sono troppo insignificanti per essere menzionate. L’operazione militare annunciata in Siria sembra un bluff. È vero, Riyadh ha grande influenza sull’opposizione armata in Siria. Il regno ha amici e alleati tra i gruppi che compongono il campo antigovernativo: dal relativamente moderato fronte dei rivoluzionari a Jabhat al-Nusra (nonostante quest’ultimo sia definito organizzazione terroristica e ai sauditi sia vietato aderirvi). Senza il sostegno dell’Arabia Sauditai Jabhat al-Nusra non avrebbe occupato Idlib lo scorso maggio. Allo stesso tempo, l’avanzata dell’esercito regolare siriano ha notevolmente indebolito l’opposizione armata. I terroristi subiscono una sconfitta dopo l’altra. Nessuno dell’opposizione parla più di avanzate. La missione è aggrapparsi ancor più. Le sconfitte militari indeboliscono la posizione dell’opposizione nei negoziati. Date le circostanze, non c’è altro che la minaccia d’intervento militare diretto. Il tempo mostrerà se funziona. DESERT SHIELDTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Arabia Saudita contro Iran: la placca tettonica petrolifera di Qatif

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 4 febbraio 2016

E’ consuetudine nella stampa occidentale avere un’aria da studiosi e spiegare la rivalità tra Arabia Saudita e Iran su base religiosa (sunniti contro sciiti) o etnica (arabi contro persiani). Eppure la storia contraddice tali interpretazioni, mentre uno sguardo sulla mappa del petrolio chiarisce tale conflitto.iran-linesL’escalation tra Arabia Saudita (prima potenza mondiale petrolifera, 27,7 milioni di persone, 80% sunniti e 20% sciiti concentrati nella Provincia Orientale di Qatif) e Iran (81,1 milioni persone in grande maggioranza sciiti indo-europei e potenza gasifera mondiale) è il risultato della rivalità geopolitica più che di un conflitto etnico o religioso, senza offesa per coloro che si attengono al prisma israelo-anglosassone che deforma balcanizzando. Quando Reza Shah Pahlevi regnava, l’Arabia Saudita era il grande alleato dell’Iran, dominato dagli Stati Uniti. L’attuale escalation è un riflesso della divisione globale, incluso lancio del “Grande Medio Oriente” e rivalità sul potere nel mondo islamico e nell’OPEC. La divisione geo-strategica tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altra, è lo sfondo della trappola demografica ordita da Zbigniew Brzezinski/Stratfor con la loro “carta islamica” [1] volta a destabilizzante profondamente il blocco RIC (Russia, India, Cina). La Russia ha un 20% di sunniti tartari; e l’India, potenza nucleare, è la prima potenza islamica del mondo, con un 20% di musulmani; e la Cina, a sua volta ha 10 milioni di uiguri e mongoli sunniti, parte della popolazione turca della provincia autonoma di Xinjiang, altamente strategica perché ricca di gas e uranio. L’ex-primo ministro Ariel Sharon aveva tracciato sul Medio Oriente una linea orizzontale dal Marocco al Kashmir (le proteste contro l’Arabia Saudita hanno raggiunto questi estremi) e una verticale dal Caucaso, ventre della Russia, al corno d’Africa. L’Organizzazione della cooperazione islamica (57 Stati membri) ha 600 milioni di abitanti, o il 22% della razza umana, per l’80% sunniti, un universo tutt’altro che omogeneo di scuole legali d’interpretazione del Corano, assai diverse, e quasi per il 20% sciita, divisi dalla presenza di molteplici sette (alawita in Siria, huthi/zaiditi nello Yemen, aleviti in Turchia, ismaeliti in India, ecc). Vi sono diverse minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan, Paesi destabilizzati dal grande gioco geostrategico degli Stati Uniti contro il RIC. In Iraq gli sciiti sono la maggioranza (85%), come in Bahrayn (85%); e in Libano sono il 50% e le minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan sono grandi. Infine, circa 400 milioni di sciiti sono divisi tra un centinaio di Paesi, ma l’80% è concentrato in Iran (81,8 milioni), India (45,4 milioni), Pakistan (42,5 milioni), Iraq (24,5 milioni) e Turchia (20 milioni).
Al di là della rivalità per la leadership religiosa del mondo musulmano tra Iran e Arabia Saudita, e la questione della custodia dei luoghi santi di Mecca e Medina, Riyadh ha perso due stretti alleati tra i sunniti: Sadam Husayn, che governava l’Iraq dalla maggioranza sciita (situazione di equilibrio in Siria, dove Assad proviene dal 15% alawita della popolazione rispetto all’80% sunnita) e Hosni Mubaraq in Egitto, spazzato via dall’artificiale “primavera araba” istigata da Stati Uniti e Regno Unito; allo stesso tempo l’Iran ha esteso l’influenza in Libano con Hezbollah, e Siria con gli alawiti in guerra contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Nello Yemen, l’Arabia Saudita conduce la guerra contro gli huthi; nel Bahrayn, Riyadh è intervenuta militarmente per sedare la rivolta della maggioranza sciita [2]. L’escalation ha raggiunto il culmine con la strage di pellegrini iraniani alla Mecca, un semplice incidente, secondo Riyadh, omicidio intenzionale di 500 persone per l’Iran, tra cui l’ex-ambasciatore in Libano [3].
Oltre ai piani per la balcanizzazione di Iran e Arabia Saudita annunciati dal Pentagono [4] e New York Times [5], vanno notate tre tracce altamente radioattive:
– le riserve in valuta estera delle sei petromonarchie arabe del Golfo Persico: questi Paesi hanno in programma di lanciare la moneta unica del Golfo [6];
– la parità del rial saudita con il dollaro [7];
– e il petrolio di Qatif.
Arabia Saudita e Iran non hanno interesse a un’ulteriore escalation, mentre Riyadh vuole consolidare la successione di re Salman, l’Iran è con il fiato sospeso in attesa della revoca imminente delle sanzioni, recuperando 150 miliardi di dollari sequestrati da Washington in cambio della disattivazione del programma nucleare. Ricordiamo che l’Iran dispone di 109 miliardi di dollari di riserve, di fronte ai 650 miliardi dell’Arabia Saudita. L’esecuzione di 47 persone, di cui 43 terroristi jihadisti sunniti sostenitori di al-Qaida che volevano rovesciare la casa reale dei Saud, più 4 sciiti, tra cui lo sceicco Nimr al-Nimr di Qatif, venerato dai giovani e che minacciò la secessione, e altri tre chierici, ha innescato la furia dello sciismo universale, quando Hezbollah ha accusato gli Stati Uniti di essere dietro le decapitazioni. Stratfor, il centro israelo-texano noto quale oscura emanazione della CIA, dice che la controversia su al-Nimr imperversa da anni [ 8 ] In effetti, fu arrestato nel luglio 2012 per incitamento dei militanti sciiti nella regione petrolifera, la provincia orientale, durante la “primavera araba”, quando Riyadh era già intervenuta in Bahrayn, il piccolo confinante a maggioranza sciita, per rafforzare i sunniti della penisola arabica. Come nella guerra Iran/Iraq volta ad esaurire Sadam Husayn e la rivoluzione islamica sciita di Khomeini, quando gli Stati Uniti vendettero armi a entrambi per indebolirli. Ancora una volta Washington cerca d’attuare il programma d’indebolimento, questa volta di Arabia Saudita ed Iran? Ambrose Evans-Pritchard, feroce critico della casa reale inglese ritiene che la collisione tra i due Paesi sia pericolosamente vicina al cuore del mercato mondiale del petrolio. Dice che la minoranza sciita colpita, il 15% della popolazione saudita secondo lui, “risiede nei giganteschi giacimenti petroliferi sauditi, in particolare nella città di Qatif” [9]. Cita Ali al-Ahmad, direttore dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington secondo cui Qatif è il centro nevralgico dell’industria del petrolio saudita, la grande stazione centrale in cui 12 oleodotti riforniscono gli enormi terminal petroliferi di Ras Tanura e Dharan, molto vulnerabili in caso di attacco a sorpresa. Evans-Pritchard insiste che la maggior parte dei 10,3 milioni di barili prodotti giornalmente dall’Arabia Saudita, sorvegliati da 30000 guardie, attraversi il cuore dello sciismo in subbuglio; un’interruzione di pochi giorni può causare un picco del petrolio, raggiungendo i 200 dollari o più al barile, alimentando la crisi economica globale. Questa è la manna geopolitica sognata dagli speculatori di hedge fund di Wall Street e City di Londra…
Si dovrebbero seguire con il microscopio elettronico le posizioni turche (la sola potenza sunnita della NATO) e del Pakistan (la maggiore potenza militare musulmana), che finora hanno assunto un atteggiamento neutrale e cauto, soprattutto per i recenti legami con Russia e Cina e la repulsione per i Fratelli musulmani (incoraggiati da Turchia e Qatar), e non certo dall’amore per l’Iran.oil-and-gas-infrastructue-persian-gulf--large-Note
[1] “Otra trampa de Brzezinski y Stratfor contra Rusia: “guerra demográfica” con Turquía“, Alfredo Jalife Rhame, La Jordana, 3 gennaio 2016.
[2] “Why the King’s Sunni Supporters are Moving Abroad“, Justin Gengler, Foreign Affairs, 6 gennaio 2016.
[3] “L’Arabie saoudite a bien enlevé des collaborateurs de l’ayatollah Khamenei“, Réseau Voltaire, 13 novembre 2015.
[4] “We’re going to take out 7 countries in 5 years : Iraq, Syria, Lebanon, Libya, Somalia, Sudan & Iran”, Videointervista con il Generale Wesley Clark, Democracy Now, 2 marzo 2007.
[5] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 settembre 2013.
[6] “Hacia el nuevo orden geofinanciero: yuan chino entra al FMI y Rusia prepara su “rublo-oro”“, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 13 gennaio 2015.
[7] “Saudi riyal in danger as oil war escalates”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 28 dicembre 2015.
[8] “The Saudi-Iranian Spat Is Emblematic of the Region’s Power Struggle”, Stratfor, 4 gennaio 2016.
[9] “Saudi showdown with Iran nears danger point for world oil markets”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 4 gennaio 2016.

Alfredo Jalife-Rahme Professore di Scienze politiche e sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico (UNAM). Pubblica cronache di politica internazionale sul quotidiano La Jornada. Ultima opera: La Cina irrompe in America Latina: Drago o panda? (Orfila, 2012).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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