Hama 1982: i Fratelli Musulmani in Siria

La banda dei Fratelli Musulmani in Siria: Una storia di criminalità e collaborazione con i colonizzatori
Munir Ayham
1 – La nascita dell’organizzazione avvenne nel 1936
Il capo dell’organizzazione aveva rapporti con i servizi segreti inglesi, si chiamava Hassan al-Banna, l’istruttore di Mustafa al-Sibai in Egitto. Quando Mustafa tornò a Damasco, incontrò l’organizzatore dal nome di “giovane Maometto”, Mustafa al-Sibai, che aveva costituito l’organizzazione dal nome “Fratelli Musulmani”. L’organizzazione tenne numerose conferenze e nella terza conferenza tenutasi a Damasco, si decise di creare il comando centrale a Aleppo, perché era più vicina alla Turchia; la fratellanza musulmana considera il dominio ottomano una continuazione del califfato islamico. Mustafa Sibai, il primo osservatore dei fratelli musulmani, ne emerse come il fondatore. Un altro, Marwan Hadid che aveva studiato a Cairo negli anni cinquanta, tornò in Siria come Imam della moschea ed iniziò a diffondere “Il pensiero della mia colpa” dal pulpito della sua moschea. Nel 1973 Marwan Hadid contattò i criminali Hosny Abo e Mohammad Tamim al-Shaqfa e concordarono la costituzione di una sezione armata della fratellanza musulmana nominandola “i combattenti dell’avanguardia” autori dei crimini più indicibili in Siria, tra cui i massacri di Azbaqiah e della scuola di artiglieria. Il criminale Marwan Hadid aveva collaborato con molte bande ad Hama e contattò religiosi musulmani e associazioni islamiche in provincia, chiedendoli di emettere fatwa per la jihad contro il regime e la condanna a morte di chi si opponeva alle sue idee.
Nel 1976 il successore di Marwan Hadid fu Abd al-Satar, che nella sua prima operazione uccise il Maggiore Muhammad Gharra ad Hama. A Damasco altri criminali, Irfan Madani, Jamal Amari, Ayman Sharbatji, Basam Faraon, Abdulnasser Abasi e Riad Humul formarono un ramo dell’organizzazione dei fratelli musulmani, questa banda distribuiva volantini firmati come Partito comunista, in modo da ingannare le autorità; due settimane dopo fu assassinato il Dottor Mohammad Fadil dai criminali Amar Marqa e Faisal Ganama, poi fu assassinato il Dottor Ibrahim Naamah dai criminali Hisham Jumbaz e Ayman Sharbatji. Nell’organizzazione in Siria fu eletto Ali al-Byanuni, supervisore generale che, come ufficiale nelle istituzioni, era l’informatore dell’organizzazione. Ad Hassan Haluf fu assegnato il compito di arruolare i vari infiltrati nelle istituzioni, per operazioni criminali nelle province.
Ad Homs furono assegnati Abdel-Qadir Zahran e Ismail Jada
Ad Idlib furono assegnati Ahmad Salah Hasnawi e Said Qais
Ad Aleppo fu assegnato Hassan Agil
A Jisir al-Shughur fu assegnato Ali al-Jabi
A Lataqia furono assegnati Ahmad Nisana e Burhan Julaq
A Damasco, l’organizzazione prese di mira i circoli religiosi nelle moschee per reclutare i giovani. Uno dei luoghi più importanti per il reclutamento fu la moschea nella zona di Muhajirin e un’altra nella zona di Midan. I nomi dei funzionari dell’organizzazione a Damasco erano:
Jamil al-Jamil a Qafar Susah
Ali al-Sidawi a Duma
Muhammad al-Sfar a Quswah
Muhammad al-Qatib a Dara
Ahmad Az al-Din a Madaya
Shahdan al-Ammar e al-Din al-Bazilti nella zona di Ruqun al-Din.
Questi personaggi attirarono i giovani e li reclutarono nei combattenti dell’avanguardia. Questi giovani furono istruiti nelle tecniche per nascondere armi da fuoco e nello smontare e rimontare l’arma, nel pedinamento di personaggi politici e dei palazzi istituzionali, facendo ogni sorta di pressione psicologica in modo che fossero implicati nel loro gruppo, comunque. Un modo crudele di addestrarli consisteva nell’uccidere persone innocenti come gli spazzini che uscivano all’alba per pulire le strade.

2 – La banda di criminali dei fratelli musulmani
L’organizzazione segreta avviò le operazioni terroristiche in Siria, sotto forma di attentati, uccisioni, esplosioni, omicidi di figure governative, leader politici e religiosi, membri del partito, oltre ad una serie di brillanti professionisti, medici, ingegneri e funzionari. Le vittime più importanti furono i martiri:
1 – il colonnello Ali Haidar governatore di Hama assassinato nell’ottobre 1976
2 – il dottor Muhammad Fadil presidente dell’università di Damasco assassinato nel febbraio 1977
3 – Il comandante della brigata missilistica Abdul-Qarim Razuq che l’occidente considerava uno dei migliori al mondo nella tecnica missilistica, assassinato nel giugno 1977
4 – il professore Ali bin Abdul al-Ali dell’università di Aleppo, assassinato nel novembre 1977
5 – il direttore generale dei medici dentisti Dottor Ibrahim Naamah ucciso nel marzo 1978
6 – il colonnello Ahmad Qalil direttore della polizia nel ministero dell’interno, assassinato nell’agosto 1978
7 – Adel Mayina, procuratore della suprema corte per la sicurezza assassinato nell’aprile 1979
8 – il Dottor Shahadah Qalil specialista mondiale di neuro-chirurgia oltre ad essere medico privato del defunto presidente siriano Hafiz al-Assad, assassinato nell’agosto 1979.
Gli atti più eclatanti si verificarono ad Aleppo dal 16 giugno al luglio 1979, quando fu assassinato un grande numero di allievi ufficiali della scuola d’artiglieria di Aleppo, in seguito noto come massacro della scuola ufficiali, comandata dal criminale Ibrahim Yusif, complice dell’organizzazione dei Fratelli mussulmani, che fece riunire gli studenti nella sala da pranzo e che separò secondo la loro appartenenza religiosa, per poi dare l’ordine ad elementi dei fratelli musulmani di aprire il fuoco con fucili mitragliatori e granate, provocando 83 caduti, senza risparmiare dei tecnici russi, anche loro uccisi, inoltre ci fu il ferimento di dieci esperti in una serie di attentati nel gennaio 1980.
Agli inizi del 1980 il team dei Fratelli musulmani inviò dei cecchini per uccidere membri del governo e del partito, Abdul Aziz al-Adi della sezione di Hama fu ucciso brutalmente con sua moglie e i suoi figli, e il corpo gettato in strada; invece sopravvisse ad un attacco un membro del partito che si chiamava Ahmad al-Assad, dopo che fu gettata una bomba a casa sua, e nel giugno 1980 i terroristi della Fratellanza musulmana tesero un agguato al consigliere esecutivo della provincia di Aleppo, Ali Baghdadi, e ammazzarono uno dei suoi fratelli, invece l’altro fratello fu ferito allo stomaco. Ad Aleppo tra il 1979 e il 1981, i terroristi dei Fratelli musulmani uccisero 300 persone tra membri del governo e del partito, professionisti e una dozzina di religiosi musulmani che si opponeva ai loro crimini, il più importante martire fu l’imam Muhammad al-Shami, massacrato nella sua moschea di Sulaimania di Aleppo, il 2 febbraio 1980, inoltre il presidente siriano Hafiz al-Assad sopravvisse ad un attentato dei Fratelli musulmani che lanciarono due bombe e spararono mentre il presidente era in attesa di un diplomatico africano, presso la porta del Palazzo degli ospiti, il presidente Hafiz al-Assad si accorse di una delle bombe e la calciò allontanando il pericolo, mentre l’altra fu vista da una delle guardie la guardia del corpo, il martire Qalid al-Husain, che gettò il presidente a terra e fece uno scudo con il suo corpo per proteggerlo.

3 – Massacro della scuola di artiglieria di Aleppo
Alle prime ore dell’alba di domenica 17 giugno 1979, il generale Hiqmat al-Shihabi contattò il Capo di stato maggiore dell’esercito Hafiz al-Assad che era presente in quel momento a Baghdad e lo informò del massacro accaduto nella scuola di artiglieria di Aleppo per mano della banda dei Fratelli musulmani, alcune ore prima le truppe dei servizi segreti militari siriani erano entrati nella scuola di artiglieria dove trovarono i corpi dei martiri degli allievi ufficiali, nella sala del simposio piena di cadaveri, sangue e resti umani ovunque e dei molti allievi ufficiali feriti; le parole scritte sulla lavagna macchiata di sangue dagli attentatori: la Fratellanza musulmana, i combattenti dell’avanguardia firmarono il massacro. Nel cortile della scuola i servizi segreti militari trovarono un allievo ufficiale ferito, era fuggito dalla sala del seminario e aveva incontrato l’ufficiale in servizio chiedendo aiuto, dicendo: signore non vede cosa hanno fatto questi criminali, ma questi era traditore e complice della banda, il capitano Ibrahim Yusif che ordinò al commando degli attentatori di sparargli ferendolo gravemente. Riguardo la pianificazione dell’atroce massacro contro gli allievi ufficiali, alle 18.30 del sabato 1979 il capitano traditore Ibrahim Yusif aveva lasciato la scuola di artiglieria con un’auto guidata dal sergente, criminale anche lui, il traditore Abdul Rashid Husain, recandosi lì vicino dove li attendeva il commando dei criminali fratelli mussulmani, i più importanti dell’organizzazione di Aleppo, il capo egiziano Hosni Abo e il suo vice Adnan Aqla, Zuhair Qaluta, Ramiz Issa e Ayman al-Qatib. Diede loro uniformi con diversi gradi e si sparpagliarono attorno l’edificio del seminario, dicendogli di attendere il suo segnale dopo di che il traditore Ibrahim Yusif fece raccogliere tutti gli allievi ufficiali con il pretesto di una riunione con il direttore del collegio per dargli alcune istruzioni, erano 300 allievi ufficiali riuniti nella sala e una volta entrati il criminale Ibrahim Yusif, accompagnato da Hosni Abo e Adnan Aqla, lesse alcuni nomi e gli chiese di lasciare la sala, ma questi erano i criminali infiltrati Yahia Qamil al-Najar e Mani Mahmud al-Qalaf, che erano d’accordo con il criminale Ibrahim Yusif e tornarono a prendere posizione fuori dal seminario per l’esecuzione del delitto, che fu respinta dagli allievi ufficiali, i martiri Muhsan Amir e Muhammad al-Dawiya, anche loro usciti dal seminario. Dopo l’ordine dello sporco crimine, Ibrahim Yusif con alcuni ufficiali in ostaggio che dovevano essere in contatto con la dirigenza… andarono verso il quartiere generale della guardia accompagnati dai criminali Mustafa Qasar, Mahir Attar, Adel Dalal e uccisero la prima recluta Hosib Manuqian e quando vide il suo collega insanguinato la seconda recluta, che si chiamava Abdul Aziz Qalif, con il suo fucile tentò di sparare ma era scarico, perché il criminale Ibrahim Yousif aveva ordinato di non caricare i fucili prima delle otto, quando videro che prese in mano l’arma, lo uccisero subito.
Verso le otto, il criminale Ibrahim Yusif diede ordine ai criminali che avevano circondato l’edificio di aprire il fuoco intensamente e di lanciare granate da tutte le direzioni sugli allievi ufficiali, ne morirono 34 all’istante e altri morirono dissanguati, l’eroe martire capitano Ahmad Zuhairi prese in mano una bomba lanciata dai criminali, per proteggere i suoi colleghi e corse fuori dalla sala facendo da scudo con il suo corpo; un altro capitano, che si chiamava Sulaiman Rashid Ismail Amar, aveva affrontato la morte attaccando un aggressore che gli sparò in testa, nel frattempo molti feriti riuscirono a scappare dal seminario, i criminali cercarono di inseguirli, ma alcuni sopravvissero al massacro. Dopo l’operazione, i terroristi della fratellanza mussulmana uscirono dalla scuola accompagnati dal traditore Ibrahim Yusif con l’auto guidata dal traditore Abdul Rashid Husain, che tornò come se nulla fosse accaduto.
I militari dell’intilligence Abdul-Rashid al-Husain, Mani Qalaf e Yahya Najar furono consegnati immediatamente al tribunale su testimonianza degli ufficiali sopravvissuti. I criminali furono portati nel campo della scuola di artiglieria e condannati a morte. Nel novembre 1979 la sicurezza militare arrestò il criminale Hosny Abo, coapo del gruppo armato di Aleppo, e dopo essere stato processato fu anch’egli condannato a morte e giustiziato. Il 3 giugno 1980 le forze di sicurezza scovarono il criminale Ibrahim Yusif nel suo nascondiglio ad Aleppo, e dopo averlo circondato fu ucciso dopo un feroce scontro e si dice che il suo corpo fu trasferito nella scuola di artiglieria passando davanti le classi degli allievi ufficiali che sputarono sul cadavere e cercarono di farlo a pezzi. Nel 1982 le forza di sicurezza arrestò il criminale Hadnan Aqla e lo consegnarono alla corte di sicurezza dello Stato.
Dopo il massacro il popolo siriano manifestò in massa ad Aleppo, Homs, Idlib, Damasco Lataqia, Hasaqah, Dair al-Zur e altre località, chiedendo la cattura dell’intera banda.

4 – Il massacro dell’Azbaqiah
Il 29 novembre del 1981 la banda dei fratelli musulmani di Yasin bin Muhammad Sarij fece esplodere un’autobomba nel quartiere di Damasco di al-Azbaqiah, un’auto Honda caricata con 300kg di tritolo (TNT), uccidendo oltre 175 persone. Alcuni nomi dei martiri individuati dai resti dei corpi: Muhammad Iqsan al-Musaian, Umar Faruq al-Zubi, Burhan Shams al-Din, Qasim bin MUhammad Rustam, Id Maqario Qira, Zahi Lutfi al-Samin, Muhammad bin al-Abidin, Dia al-Laham. E alcuni nomi dei feriti: Muhammad Ziad Biram, Muhammad Nur, Muhammad Shahadah, Nasir Fashetqi, Muhammad Ahmad Sadiq, Antun Tahtuh, Abdul Nadir Qatib, Musa Mahmud, Marwan al-Salah, Mahmud Hamidi, Muhammad Dudi, Uzzo Shah al-Bustani, Najah Salim al-Hulu, Rana Ayub, Nada al-Sadiq, Ratibah al-Hajah, Ismail Abdo Abbud, Nazir Abdalla Hazim, Mustafa Najar, Ali Saqaf, Riad Bilal, Maliq Shahadah, Ahmad Qarim, Adnan Muhammad Tahan, Ahmad Awad, Muhammad Zaqaria Sharif, Mutanios Jabur Isbar, Yasin Sharara, Umaya Usman e altri. Questo attentato fu il più devastante della storia siriana. La maggior parte delle vittime erano civili, quest’esplosione avvenne nell’ora di punta delle 11,20 del mattino, e furono danneggiati gravemente anche i palazzi circostanti e parti di corpi volarono dappertutto, i soccorritori impiegarono parecchio tempo per estrarli dalle macerie. Alcuni testimoni oculari dissero di avere visto un autobus che passava in quel momento in via Baghdad, alzarsi da terra a seguito dell’esplosione e disintegrarsi, tutti i 31 passeggeri morirono; i feriti furono trasportati nei vari ospedali della capitale e alcuni furono trasportati con auto private, a seguito dell’esplosione 40 famiglie persero le loro abitazioni.
Racconta un testimone oculare del tragico attentato: ero giovane quando vi furono le esplosioni di Damasco, negli anni ottanta, ci eravamo spostati nella zona di Ruqun al-Din, in una casa in affitto per nostra sicurezza, ma non eravamo tranquilli, perché arrivarono a minacciarci nel nostro appartamento. Un ufficiale dice: non dimenticherò mai e rimarrà nella mia memoria come se l’orologio si fosse fermato il 29 novembre 1981, quando morirono 175 persone, dice l’amico, un ufficiale che era nella zona dell’esplosione e che per prima cosa vide, tra la polvere, un gatto stringere tra i denti una mano umano, e l’ufficiale prese in mano la sua pistola e sparò al gatto. Fino ad oggi non riuscirò a dimenticare quella scena e l’importanza della pace in Siria.
I fratelli musulmani si giustificarono dicendo che i combattenti dell’avanguardia che compirono l’attentato all’Azbaqiah, avevano agito indipendentemente. Una delle rivendicazioni dei Fratelli musulmani fu che non era stato sparato nemmeno un colpo contro Israele, e per questo si sentivano in diritto di terrorizzare la popolazione.

5 – L’inizio degli scontri con i Fratelli musulmani
Hama, la notte del 2-3 febbraio del 1982. Durante un pattugliamento, un’unità dell’esercito in città cadde in un’imboscata e dei cecchini dai tetti uccisero una ventina di soldati, i soldati trovarono il nascondiglio del leader dei terroristi (Muhammad Jawad) meglio conosciuto con il nome di guerra Abu Baqr, aveva nei quartieri densamente popolati una rete di cellule, e dopo una chiamata via radio, arrivarono immediatamente sul posto le forze governative che lo circondarono. Abu Baqr diede l’ordine di effettuare un attacco armato e lanciò un appello alla jihad contro il governo dagli altoparlanti delle moschee e a quel punto, centinaia di terroristi uscirono dai loro nascondigli uccidendo, saccheggiando e attaccando le case dei funzionari e dei leader del partito, forzarono i depositi delle armi nelle caserme della polizia e le rubarono per impadronirsi della città, aggredirono le ragazze paracadutiste che massacrarono mentre dormivano: due assassini erano scesi dai tetti. Un gruppo dei fratelli musulmani circondò l’abitazione del governatore Muhammad Harba chiedendogli di uscire con le mani alzate, ma lui difese se stesso e la famiglia, finché arrivarono le forze di sicurezza. Alla mattinata del 3 febbraio furono ammazzate 70 persone del governo e del partito, e i fratelli musulmani dichiararono l’occupazione della città. Il giorno seguente si riunirono il governatore Muhammad Harba, il segretario del partito Ahmad al-Asad e i membri delle autorità sopravvissuti al massacro della notte, ognuno di loro prese la propria arma presso la sede del partito per difendere la Patria, chiamando le forze del governo a ripulire Hama: dopo tre settimane di violenti combattimenti le forze governative riuscirono a ripulire la città dai fanatici.

6 – I rapporti all’estero
Nel 1980 il presidente Hafiz al-Assad accusò la CIA di incoraggiare e sostenere il terrorismo e il fondamentalismo in Siria; dopo due anni, il 10 febbraio 1982 furono rilasciate le dichiarazioni dal dipartimento di Stato USA e dai fratelli musulmani in Germania ovest (ufficio di Isam al-Atar) che annunciarono di essere i protettori dell’insurrezione terrorista, chiara prova della cooperazione tra la confraternita e gli statunitensi. La prova più significativa ad accusare gli statunitensi furono dei dispositivi elettronici che furono trovati in possesso dei fratelli musulmani, e che non potevano essere stati venduti da terzi senza il consenso e l’approvazione del governo degli stati uniti. I servizi dell’intelligence siriani erano convinti che questi strumenti fossero di produzione statunitensi e che venissero infiltrati in Siria da Israele, Beirut est, Amman e Baghdad. Il presidente siriano accusò gli statunitensi di complicità con i terroristi che negarono ogni interferenza dicendo che per sollevare quelle accuse bisognava avere delle prove concrete; a quel punto il presidente siriano mostrò le apparecchiature con i loro numeri di serie e chiese agli statunitensi d’informarlo a chi avessero fornito le apparecchiature corrispondenti a quei numeri, gli statunitensi rifiutarono di fornire quelle informazioni e infine il presidente siriano evidenziò il fatto che gli statunitensi erano complici dei terroristi.
Durante il funerale di Tito, nel maggio 1980, erano presenti il re giordano Hussein e il presidente siriano Hafiz al-Assad, quest’ultimo in quell’occasione lo accusò decisamente di essere complice dei massacri in Siria. Dopo cinque anni, quando i rapporti tra i due governanti migliorarono, il re giordano ammise la sua colpevolezza, e si seppe in seguito che il regime giordano aveva accolto esponenti dei fratelli musulmani in Siria, tra cui il criminale Ali al-Bayanuni che era riuscito a fuggire in Giordania con la complicità e l’assistenza dei servizi segreti giordani. Molte persone arrestate ammisero il loro tradimento e i loro rapporti con il regime di Saddam, ammisero il loro collegamento con gli ufficiali di Baghdad e il loro coinvolgimento nel contrabbando di armi attraverso il deserto del al-Sham. Erano iniziati i contatti tra il capo dei terroristi (del braccio armato dei fratelli musulmani) e il regime iracheno, dopo la fuga dei criminali Umar al-Wani e Mahdi al-Wani a Baghdad, nel 1979, che furono ricevuti dal regime iracheno con grande entusiasmo e considerarono Umar al-Wani il rappresentante ufficiale dei fratelli musulmani in Iraq. Inoltre Baghdad annunciò la volontà di equipaggiare completamente l’organizzazione, e il governo iracheno inviò 200.000 sterline con 10 mortai e 10 lanciarazzi RPG, con 100 colpi di ogni tipo e grandi quantità di munizioni per fucili russi. Questa consegna avvenne attraverso Dair al-Zur. Il governo iracheno addestrò elementi dell’organizzazione negli anni ’80, per un mese, e promise la piena apertura di un nuovo ciclo ogni primo del mese. I corsi del governo iracheno per i combattenti dei fratelli mussulmani consistevano nell’uso, nel montare e smontare pistole o fucili, oltre a usare granate, mortai, esplosivi, RPG e radio. Fu il comandante dei fratelli musulmani a chiedere al leader iracheno d’insegnare alla sua banda tutte queste cose, oltre a chiedere d’insegnare come usare i carri armati, e la richiesta fu accettata dal regime iracheno.
Il governo siriano sequestrò le armi ottenute dai terroristi della confraternita da parte dei guardiani della milizia dei cedri libanese, collegata direttamente ad Israele (era l’equivalente dell’attuale milizia del Futuro e di Samir Geagea in Libano), inoltre il capo prese ufficio in Egitto, per risolvere il sostegno della banda in Siria, e vale la pena ricordare che l’ufficio della guida è il massimo organo direttivo dell’organizzazione dei fratelli musulmani, e i più importanti capi furono: Rashid al-Gawash in Tunisia, Abdul Fatah abu Ghaddah e Adnan Saad al-Din in Siria, Yusif al-Qaradawi in Qatar, Yasin al-Abdel in Yemen, Faysal Mawlawi e Ibrahim Masri in Libano.Documento interno riservato
Il documento segreto trovato in un covo della fratellanza musulmana riguardo la sicurezza, il regolamento recita che il documento indica che coloro che Dio ha creato capi dei fratelli, avevano la responsabilità delle basi che, una volta aperte, non dovevano comprometterne la sicurezza, e per mantenere la propria sicurezza dovevano fare quanto segue:
– Un fratello è il comandante del gruppo, è il riferimento in tutte le questioni e non è mai permesso scavalcarlo.
– Conoscenza limitata del gruppo, basandosi sul fatto che non si devono conoscere posizione e regole di un’altra base.
– Divieto di portare qualsiasi amico nella base ed essere cauti e prudenti con gli altri.
– Parlare a voce bassa e ridurre gli incontri a uno o due giorni alla settimana.
– Avere estrema cautela quando si lascia la base rientrando nelle proprie abitazioni.
– Chi dona la base, ha la missione di dedicarsi ai servizi pubblici del gruppo.
– Conversare senza nominare il movimento.
– Distruggere tutto ciò che si riferisce all’organizzazione.
– Uscire di casa immediatamente se c’è un rischio, basandosi sul principio dell’arrangiarsi da solo (in arabo si dice Dabir rasaq)
– In caso di un ferito che ostacola il ritiro, deve essere ucciso dai suoi amici, l’auto-esecuzione è permessa con parere consultivo legittimo dell’imam (in arabo si chiama shaiq) Abdul-Aziz bin Baz direttore dell’università islamica di Madina al-Munawara e dell’imam Faysal al-Mawlawi. Un’altra fatwa su un elemento dei fratelli musulmani che si suicida per non cadere in mano ai nemici, per non danneggiare l’organizzazione, viene considerato un martire.
Gli obiettivi più importanti dell’organizzazione devono essere:
– caserme ed aeroporti
– abitazioni dei militari
– fabbriche della difesa
– stazioni delle poste e vie di comunicazione, silos dei cereali
– club e scuole degli ufficiali, il movimento dei convogli militari, specialmente quelli di ufficiali, e l’elenco potrebbe continuare.

Fonti
Al-Assad e il conflitto in medio oriente (Patrik Seale)
Il flagello della patria (Robert Fisk)
Lo specchio della mia vita (Mustafa Tlas)
I Fratelli musulmani e la nascita di un nero sospetto
Memorie di alcuni dei criminali della fratellanza musulmana, i combattenti dell’avanguardia.

A cura di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto avrà l’autosufficienza energetica nel 2018

Tekmor Monitor 16 febbraio 2017

news52495_egasL’Egitto mira a raggiungere l’autosufficienza gasifera nel 2018, dichiara il presidente dell’EGAS Muhamad al-Masry. L’industria privata potrà importare gas per le industrie con nuove norme dal 2018 o, eventualmente, prima. Gran parte del divario tra domanda e offerta sarà colmata quando il giacimento Zuhr inizierà la produzione, alla fine dell’anno. Masry si aspetta anche le esportazioni di gas riprendano da tre impianti di liquefazione, nel 2019, e che la produzione di gas raggiunga i 5,9 miliardi di metri cubi nel 2018-19. In precedenza, l’obiettivo del Ministero del Petrolio per l’autosufficienza gasifera era il 2019, secondo le attese dalle scoperte annunciate nel 2017, aprendo la questione delle FSRU, dato il contratto con la Höegh Gallant, il primo del genere in Egitto, commissionato per cinque anni e con scadenza nel 2020, e il secondo con la BW Gas, da 60 milioni di dollari all’anno e che scadrà lo stesso anno.SAMSUNG CAMERA PICTURES

ENI e BP investiranno ancor di più in Egitto
Tekmor Monitor 15/02/2017

ENI SpA metterà in produzione il giacimento di gas gigante di al-Zuhr, al largo delle coste mediterranea dell’Egitto, entro la fine del 2017 e prevede d’investire 10 miliardi di dollari nel Paese nei prossimi cinque anni, secondo l’amministratore delegato Claudio Descalzi. I piani di produzione per Zuhr sono in programma e l’Egitto sarà il maggiore investimento dell’ENI nel prossimo biennio, aveva detto Descalz in una conferenza al Cairo. BP Plc, che ha acquistato il 10% di Zuhr dall’ENI lo scorso anno, ha investito più in Egitto nel 2016 che in qualsiasi altro Paese e farà lo stesso anche quest’anno, secondo il CEO della società Bob Dudley. “Alcune cose abbastanza buone avvengono qui per BP come per ENI“, aveva detto Dudley. “Nel 2016-17 investiamo più in Egitto che in qualsiasi altro Paese del mondo, quindi ciò è importante per noi e abbiamo fiducia nel governo“. La nazione più popolosa del mondo arabo era un esportatore netto di gas naturale liquefatto fino al 2014, quando in declino della produzione derivante dallo sconvolgimento politico ne fece un importatore netto. L’Egitto acquisterà fino a 108 carichi di GNL quest’anno accumulando un debito di 3,6 miliardi di dollari presso le compagnie energetiche internazionali, tra cui Royal Dutch Shell Plc. L’Egitto prevede di aumentare la produzione di gas del 50% entro la fine del 2018, da 3,8 miliardi di piedi cubi alla fine dello scorso anno, secondo il Ministro del Petrolio Tariq al-Mula. Il governo s’è impegnato a rimborsare gli arretrati dovuti alle compagnie energetiche internazionali ed è ottimista nell’attrarre maggiori investimenti per esplorazione, produzione e distribuzione.

I sondaggi della Shell
Shell inizierà la perforazione del giacimento di gas West Delta Deep Marine fase 9B, nel secondo trimestre di quest’anno, secondo Muhamad al-Masry, presidente dell’ente statale Egyptian Natural Gas Holding Co. Shell sospese le perforazione nella concessione di gas nel delta del Nilo nel marzo scorso, a causa del ritardo dei pagamenti. Un portavoce di Shell si rifiutava di commentare. BP prevede d’iniziare la produzione nel progetto Delta del Nilo occidentale questa primavera, secondo Dudley. Il governo egiziano annuncerà un nuovo bando per licenze d’esplorazione in nove settori nei prossimi sei mesi, ha detto al-Masry, che “potrà” ripagare Shell nel secondo trimestre. Masry aveva detto il 2 febbraio che il Paese inizierà l’esportazione di gas nel 2019. L’Egitto è anche un importatore di petrolio e ha quasi completato l’accordo per importare greggio dall’Iraq, secondo Tariq al-Hadidi, presidente esecutivo dell’ente statale Egyptian General Petroleum Corp. verrà tenuta stabile a 650000 barili al giorno la produzione di greggio e condensati, affermava.egypt_eni-ieoc_blocks-april-2016_eni-logo_tekmorTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il partito Baath, tra il Saladino babilonese e il Bismarck siriano

René Naba, Madaniya 26 settembre 2014sadat-al-assad-kadhafi-in-cairoIl Partito Baath (di rinascita) socialista arabo fu fondato da un gruppo di giovani nazionalisti arabi guidato da Michel Aflaq, Zaqi al-Salahdin e Arsuzi Bitar durante una riunione, il 4-7 aprile 1947, in un caffè di Damasco. 67 anni dopo, la proclamazione del Califfato su porzioni di Iraq e Siria suonava come un colpo al partito Baath mente il fenomeno SIIL ebbe il grande merito di far rompere i codici della guerra asimmetrica precedentemente in vigore, in quanto riusciva con un blitz, una “guerra lampo”, ad ottenere in tre settimane ciò che 40 anni di governo baasista in Iraq e Siria non furono capaci a causa delle guerre tra i burocratici fratelli nemici del Baath, Sadam Husayn e Hafiz al-Assad: unire Mesopotamia ed Eufrate. Sotto la bandiera dello SIIL, insorti sunniti occupavano in tre settimane ampi territori a nord e ad ovest dell’Iraq. Nella tradizione dell’assalto delle brigate leggere, motorizzate ma senza armi pesanti, aerei e droni, aprievano nell’ovest del Paese una via per la Siria cogliendo il posto di frontiera di Buqamal, mentre quello di al-Qaim già lo controllavano grazie a un accordo locale con al-Qaida. Il curioso percorso dei baathisti iracheni, componente dello SIIL, che piuttosto che opporsi facendo fronte comune con i fratelli baathisti siriani, si univano ai loro ex-boia sauditi, sostenitori arabi e musulmani dell’invasione dell’Iraq dagli Stati Uniti, abbandonando al loro destino il governo siriano, già forte sostenitore dei guerriglieri anti-USA in Iraq e quindi oggetto delle ire di Washington con il “Syrian Accountability Act” del 2003. E’ opportunità una retrospettiva sul partito panarabo che ha governato Siria e Iraq tramite i due “mostri sacri” del mondo arabo: Hafiz al-Assad (Siria) e Sadam Husayin (Iraq), dieci anni dopo la caduta di Baghdad. Madaniya sottopone all’attenzione dei lettori questo pezzo del 2008 di René Naba, responsabile del coordinamento editoriale del sito.maxresdefault

Parigi, 4 aprile 2008
_73502134_saddam1Sovrastando i contemporanei, espressione finale della pretesa nazionalista araba in un ambiente sballottato tra opposizione islamica ed occupazione degli Stati Uniti, guidarono il destino dei loro Paesi in implacabili conflitti di legittimità, ma la cui alleanza avrebbe sconvolto il quadro strategico del Medio Oriente. Sono le “Superstar” del mondo arabo, almeno nella versione repubblicana. Entrambi posero le fondamenta del loro potere su quattro pilastri, clan, comunità, partito Baath ed esercito; entrambi si dichiararono devoti militanti del Baath, il partito pan-arabo che professa un’ideologia secolare e socialista. Di estrazione modesta entrambi, tuttavia raggiunsero la vetta del potere quasi contemporaneamente, nel crepuscolo del nasserismo, di cui assunsero la direzione, sostituendone la leadership. Loro unica comunanza. Tutto il resto li separò e la loro faida alimentò i commenti politici nel mondo arabo nell’ultimo quarto del XX secolo, mentre la giunzione dei due Paesi avrebbe garantito continuità territoriale alla regione dal Golfo Persico al Mediterraneo, attraverso il Medio Oriente, con l’effetto di spezzare le pinze formate dall’alleanza tra Israele e Turchia, i perni della potenza militare USA nella regione. Uno, un generale dell’Aeronautica, non smise da quando salì al potere nel 1970 di posare da civile come statista. Il secondo, militante di base, guidò l’evoluzione inversa, scalando, grazie a guerre incessanti in cui gettò il proprio Paese contro i vicini Iran e Quwayt, tutti i livelli della gerarchia militare raggiungendo il grado di Maresciallo. Uno e l’altro cacciarono i rispettivi mentori per avere il potere.
Il militare Assad ebbe per mentore il civile Salah Jadid, capo dell’ala sinistra del partito Baath al governo a Damasco, il civile Sadam ebbe uno sponsor militare, il Generale Ahmad Hasan al-Baqr, il “padre tranquillo” dell’esercito iracheno. Il più anziano Hafiz al-Assad, Presidente della Repubblica araba siriana, impassibile, imperturbabile, governò il suo Paese senza patema d’animo, con pugno di ferro per un quarto di secolo, 30 anni esattamente, utilizzando una rete di collaboratori praticamente inamovibili, in particolare i militari (Generale Mustafa Tlas) e diplomatici (Abdulhalim Qadam), entrambi garanti sunniti del suo regime. Senza vergogna, l’ex-proconsole siriano in Libano, Qadam, fu bandito alla morte del leader Assad per aver aderito al campo del miliardario saudita-libanese Rafiq Hariri.
Il secondo, il cui nome in arabo significa “tiratore”, Sadam Husayn al-Taqriti, prima di essere sloggiato dai suoi mentori statunitensi nel 2003, governò Baghdad per trentatré anni, prima come vicepresidente (1969-1979), e poi come presidente, per effetto di una svolta che gli permise di espellere o eliminare gran parte dei suoi associati dalle posizioni chiave del governo, con la notevole eccezione del suo messaggero internazionale, Tariq Aziz, la faccia cristiana e laica del regime. Questa rabbia purificante non salvò neanche la sua famiglia. Suo cognato Adnan Qayrallah Tulfah, ministro della Difesa, ben rappresentò la storia irachena in quanto una delle più celebri vittime della meteorologia politica. Un misterioso incidente aereo, in una bella giornata d’estate, tuttavia causato da assenza di visibilità, mise bruscamente fine al beniamino in carriera dell’esercito vittorioso nella guerra all’Iran. Suo figlio, Husayn Qamal, figlio d’arte, perì pure di morte violenta, nonostante il suo pentimento per la defezione presso il nemico, dopo la seconda guerra del Golfo (1995). Un esempio.
In balia dei colpi di scena nel conflitto in Libano (1975-1990) e del processo di pace arabo-israeliano, Siria e Iraq divennero l’incarnazione del fronte della fermezza (Damasco) o del rifiuto (Baghdad) alternativamente corteggiati e respinti dall’occidente. Mentre guidavano la lotta in nome dell’arabismo, il tema della mobilitazione assoluta degli arabi nei due decenni dopo l’indipendenza nel 1945, il loro approccio fu radicalmente diverso e, alla prova dei fatti, il loro comportamento diametralmente opposto, come le loro indomabili personalità.131107134037-04-arafat-horizontal-gallery

Prima sequenza (1970-1980): prima prova del potere
hafez_al-assad_1Dalla loro prima prova di potere, la guerra civile giordano-palestinese, la loro traiettoria devierà inesorabilmente. A capo di un Paese, “cuore pulsante dell’arabismo”, i siriani affrontavano Israele, il nemico degli arabi. Principale Paese sul fronte orientale del campo di battaglia anti-israeliano, Assad forgiò il potere identificandosi con la causa palestinese, di cui si voleva portavoce esclusivo. Proveniente da una setta islamica, gli “alawiti”, ruppe l’emarginazione politica delle minoranze etnico-religiose arabe occupando quattro anni prima uno dei poli del potere dell’ortodossia musulmana e araba, Damasco. Hafiz al-Assad si vide come il depositario dei maggiori interessi della nazione araba. Uomo d’ordine, soldato che si applicava ad essere il “garante dell’ordine costituito”, si oppose a ciò che vide come “avventurismo” dei suoi compagni d’armi e dei loro alleati iracheni. Di fronte all’attivismo della sinistra della sua formazione, l’ala civile del partito Baath, Assad condusse il “movimento di rettifica”, il 17 novembre 1970, spodestandone il quartetto responsabile, disse, della sconfitta: il teorico del partito Salah Jadid, il presidente Nuradin Atasi, il ministro degli Esteri Ibrahim Maqus e il loro complice Yusif Zuayan. Per due volte, in Giordania nel 1970 e in Libano nel 1976-1977, si scontrò con Yasir Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, preferendo patteggiare con Husayn di Giordania e il presidente libanese Sulayman Franjah. Ruppe allo stesso tempo con l’avventurismo rivoluzionario dei guerriglieri palestinesi nei due Paesi confinanti della Siria, ad occidente il primo e ad oriente il secondo. Nel 1970, quando i carri armati siriani su ordine della leadership civile del partito Baath furono inviati ad assistere i Fedayin assediati ad Amman durante i combattimenti del “settembre nero”, il ministro della Difesa, Generale Assad, imbrigliò le ali dell’Aeronautica permettendo ai bombardieri giordani di decimare le colonne di carri armati siriani nella pianura di Jarash-Ajlun. Più tardi, in Libano, obbedendo alla stessa logica, neutralizzò in due fasi, nel giro di sette mesi, la coalizione delle forze progressiste palestinesi con la caduta del campo palestinese di Tal Zatar, nell’agosto 1976, e l’assassinio del leader progressista druso Qamal Jumblatt, nel marzo 1977, posando da baluardo dell’equilibrio confessionale islamico-cristiano. Salito al potere sei settimane dopo la morte di Nasser, il 28 settembre 1970, Assad preparò metodicamente la vendetta dell’affronto militare israeliano inflitto tre anni prima, mentre era Ministro della Difesa, quando il suo Paese perse le alture del Golan, nel 1967, durante la terza guerra arabo-israeliana. Cercò la “parità strategica” con Israele tramite l’alleanza militare con l’Unione Sovietica, cercando di unire intorno alla Siria, Giordania, Libano e palestinesi. Il credo palestinese della dottrina baathista ebbe la sua formulazione più completa con l’intervento del capo della diplomazia siriana al vertice di Algeri (7-10 giugno 1988), mentre la guerra iraniano-irachena stava per finire e l’Intifada, la rivolta palestinese in Cisgiordania e Gaza, lanciata sei mesi prima, pose la questione palestinese in prima linea. “La storia parla della “Bilad al-Sham” (la terra di Cam). Dagli Omayadi, questa sfera geografica costituita da Siria, Giordania, Palestina e Libano è un’entità politica di cui Damasco è il cuore pulsante. Questa è la verità storica. Così fu finché l’accordo Sykes-Picot, la peggiore violazione della realtà storica, divise l’intera Bilad al-Sham in vari Stati. L’accordo Sykes-Picot, con spazi comuni d’influenza inglese e francese in Medio Oriente, non può alterare la realtà. Sapendo che la popolazione di questa zona è un unico popolo… E’ naturale che l’interesse con cui la Siria sostiene la causa palestinese sia diversa da quella prestatagli dagli altri Stati arabi”, affermò senza senza mezzi termini Faruq al-Shara ai suoi omologhi arabi, vietando l’approccio unilaterale nella ricerca della pace, mentre il leader palestinese Yasir Arafat si dichiarò per una autonomia della centrale palestinese.
saddam_chiracAvamposto del mondo arabo sul fronte orientale, l’iracheno affrontò l’Iran, avanguardia della rivoluzione sciita, religione minoritaria nel mondo arabo, e suo rivale ereditario. Nato attivista rivoluzionario, Sadam, sunnita, la corrente principale dell’Islam nel mondo arabo, sviluppò una visione unitaria panaraba per ripristinare il prestigio dell’impero mesopotamico e l’autonomia della potenza irachena, volendosi equidistante tra i due blocchi politici intrecciò la doppia alleanza militare ed economica con URSS e Francia. Accusando la gerarchia militare irachena di passività in Giordania, trovò l’argomento per sbarazzarsi dell’ala destra del partito Baath e dei suoi alleati nell’esercito, sospettandoli di collusione con i fratelli d’arme hascemiti. Mentre il contingente iracheno controllava Mafraq, nodo strategico che collega i due ex-membri della “Federazione dei Regni Hashemiti”, tuttavia, attese la fine delle ostilità per regolare i conti, in un Paese scosso da mezza dozzina di colpi di Stato militari in dieci anni (Abdalqarim Qasim, Abdasalam e Abdarahman Arif), tenendo a freno i militari e sottoponendoli al potere civile influenzato dal partito Baath. L’operazione fu effettuata in due fasi: il ministro degli Interni, Generale Salah Mahdi Amash, e il ministro della Difesa, Generale Abdal Ghafar Hardan, furono promossi vicepresidente prima che l’ex-ministro della Difesa perisse in un attentato in Quwayt e l’ex-ministro degli Interni finisse in una sede diplomatica in Europa. A capo di un Paese dai vasti giacimenti di idrocarburi, Sadam si dedicò a vendicare l’insulto inflitto al Paese dalle compagnie petrolifere occidentali, tra cui l’IPC (Iraq Petroleum Company), Stato nello Stato, pacificando il fronte interno con, in rapida successione, la soluzione della questione curda, nel marzo 1971, e soprattutto la soluzione della controversia di confine iraniano-irachena, da lui stesso negoziata con lo Scià di Persia nel 1975 a Algeri, con il patrocinio del Presidente algerino Huari Bumidiyan. A metà del decennio, i due leader baathisti erano allo zenit: il siriano coronato dalla vittoria della guerra di ottobre del 1973, che permise al Paese di recuperare Qunaytra, la capitale delle alture del Golan, mentre l’Iraq ebbe un prestigio amplificato dalla nazionalizzazione della IPC e dalla politicizzazione dell'”arma del petrolio” nella guerra dell’ottobre 1973. Assad e Sadam poi sfuggirono al discredito che colpì altri regimi arabi, “la crisi di legittimità” per le sconfitte militari consecutive inflitte da Israele. Anche se entrambi erano legati al partenariato strategico con l’Unione Sovietica, e con Baghdad rifugio dei radicali nel mondo arabo, incluso il gruppo scissionista di Abu Nidal, fu il siriano, dato che agiva per affermarsi garante dell’ordine costituito, lo stesso che i libanesi progressisti palestinesi accusarono di “tradimento” per il comportamento ostile nei 60 giorni di assedio del campo palestinese di Tal Zatar, che paradossalmente si tenne a distanza dai governi occidentali che sospettava volessero occupare il Libano.
L’iracheno fu promosso partner strategico dai Paesi occidentali, in particolare dalla Francia che forgiò la cooperazione militare e anche e nucleare con lo Stato petrolifero, per l’ambizione di espandere la Francofonia in questa vecchia riserva di caccia inglese. Il significativo passo nella storia della regione, il periodo che va dalla guerra di ottobre (1973) al trattato di pace tra Egitto e Israele di Washington (1979) sconvolse i rapporti strategici regionali, segnati dall’emarginazione diplomatica dell’Unione Sovietica e dalla sponsorizzazione dei soli USA, al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dei primi accordi parziali sul conflitto arabo-israeliano, il ritiro d’Israele dal Sinai egiziano in cambio della neutralizzazione del maggiore Paese arabo, oltre al ritiro dalla città siriana di Qunaytra, capitale del Golan. Camp David appare in retrospettiva la risposta diplomatica degli Stati Uniti alla sconfitta militare in Vietnam nel 1975. Una delle conseguenze dirette di questa ripartizione regionale fu la guerra civile in Libano, punto di frattura regionale per la fragilità della configurazione della struttura socio-confessionale di un Paese dalle molte fedeltà estere. Una guerra che modulò le tribolazioni del processo di pace israelo-egiziano e, successivamente, i colpi di scena militari nel conflitto iracheno-iraniano. Parte del fallimento che portò il presidente siriano ad essere privato del naturale alleato egiziano, compagno nella guerra di ottobre, modulando il suo sostegno ai protagonisti della guerra del Libano in relazione alle alternative strategiche regionali.543888262

Seconda sequenza (1980-1990)
sadam_briefMentre Assad era impantanato nella gestione della crisi libanese, indebolito dalla defezione dell’alleato egiziano, Sadam, con le mani libere e le casse piene, era al culmine della popolarità. Consacrazione suprema, accolse a Baghdad, nel 1978, il primo vertice arabo mai tenuto nel suo Paese, bandendo l’Egitto dalla Lega araba dopo il viaggio del presidente Anwar Sadat a Gerusalemme, nel novembre 1977. L’Iraq divenne il perno del fronte del rifiuto a qualsiasi accordo di pace unilaterale con Israele, naturalmente, nominandosi sostituto dell’Egitto e di voler compensarne il fallimento. Mettendo a tacere le rivalità, i due regimi baathisti conclusero un “patto nazionale”, nell’aprile 1979, dopo il Trattato di Washington. Questo patto rafforzò la cooperazione militare con l’Unione Sovietica, principale fornitore di armi di entrambi i Paesi. Ci vollero sei mesi, tanto il sospetto reciproco era grande. Sfruttando l’argomento dalla scoperta di un complotto anti-iracheno ordito, secondo Baghdad, dalla Siria, Sadam attuò una purga di massa nelle file dei compagni baathisti, aprendosi la via alla massima carica cacciando il Presidente Ahmad Hasan al-Baqr. Colma di machiavellismo, tale purga televisiva fu l’arte consumata dell’ipocrisia politica: all’appello, i supplicanti si alzavano lasciando il Congresso Baath, uscendo tra le lacrime di Sadam. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori, Abdalqalid al-Samarai, leader dell’ala sinistra del Baath, giovane speranza della politica araba, saranno deposti. Fu condannato a morte tra un fiume di lacrime in un macabro spettacolo trasmesso dalla televisione. Spinto dal senso d’invincibilità amplificato dalla ricchezza del petrolio e dai costumi occidentali, Sadam Husayn prese direttamente le redini nel settembre 1979, alla soglia di un decennio che inghiottirà il Medio Oriente, alimentando regolarmente l’incendio della sue guerre dei missili, delle petroliere e infine chimica.
La protesta islamica era al culmine, segnata dalla caduta della monarchia iraniana nel febbraio 1979 e dall’attacco alla Mecca, nell’ottobre dello stesso anno, e il laico si mise in prima linea nella lotta per contenere il proselitismo religioso sciita dagli accenti rivoluzionari; questo baathista sunnita si trasformerà nel protettore delle petromonarchie del Golfo, contro il suo ex-ospite ayatollah Khomeini, profugo per quattordici anni nel santuario sciita di Najaf (a sud di Baghdad) e promosso guida spirituale della Repubblica islamica iraniana dopo 18 mesi passati in Francia, a Neauphle-le-Château (regione di Parigi). La guerra contro l’Iran, avviata il 22 settembre 1980, fu un’opportunità per l’Iraq di costruire uno Stato moderno e una macchina da guerra dalla potenza militare e tecnologiche senza precedenti nel mondo arabo. Ma questo conflitto fu la più lunga guerra convenzionale dopo il Vietnam, distogliendo gradualmente l’Iraq dal Libano nel momento preciso in cui ad Assad fu dato via libera da USA e Israele, con sigillo arabo, formalizzando la presenza militare nel Paese con la Forza di deterrenza araba. Si ebbe quindi una prima inversione di alleanza attuando il principio di prossimità. Secondo il principio che il nemico del mio nemico è mio amico, l’Iraq avvicinò le milizie cristiane libanesi e Yasir Arafat. Simmetricamente, la Siria si alleò apertamente con l’Iran, il nemico dell’Iraq, in nome della solidarietà rivoluzionaria con la duplice preoccupazione di evitare l’apertura di un nuovo fronte sul fianco orientale del mondo arabo ed evitare che il conflitto iraniano-iracheno divenisse una guerra razzista arabo-persiana. In Libano, dissociando le milizie sciite dagli ex-fratelli d’arme palestinesi e cercando di cacciare il capo dell’OLP, assediato a Tripoli (nord del Libano) prima del bando di Damasco, nel 1983, per tradimento. La prima conseguenza di questa rivalità strategica fu l’invasione israeliana del Libano nel 1982, costringendo l’esercito siriano a ritirarsi senza gloria da Beirut, mentre l’esercito iracheno fu inchiodato da un’offensiva iraniana nella battaglia di Khorramshar, nel maggio 1982. La Siria fu poi ostracizzata per l’alleanza con i peggiori nemici del blocco occidentale, il cuore del mondo arabo-islamico, non solo l’Iran, punta di diamante del mondo rivoluzionario islamico, ma anche l’Algeria, rifugio dei rivoluzionari del Terzo Mondo, e della Libia che turbava la diplomazia internazionale, soprattutto in Africa, appannaggio della Francia. Nel Golfo, nel Medio Oriente o in Africa, l’urto fu frontale e lo scontro generale. Mentre le truppe iraniane penetravano le linee irachene nella battaglia di Khorramshahr, la Fratellanza musulmana siriana sostenuta dall’Arabia Saudita attaccò la città di Hama, a nord della Siria, provocando la risposta severa del potere baathista annegandola nel sangue, 10000 morti secondo i dati, 2000 secondo la DIA degli Stati Uniti, considerata un’operazione diversiva dell’invasione israeliana del Libano, che avvenne tre mesi dopo. Allo stesso tempo, all’altra estremità del campo di battaglia, il Ciad, proprio quando i siriani si ritiravano dal confronto con gli israeliani a Beirut, la Francia inflisse una schiacciante sconfitta militare e diplomatica alla Libia, alleata della Siria, sloggiando da N’Djamena il protetto di Gheddafi, il presidente ciadiano Goukouni Weddeye, per sostituirlo con il suo ex-tenente Hissène Habré, carceriere dell’etnologa francese Francoise Claustre, che tenne in ostaggio per mesi. Assad accolse questa sconfitta senza batter ciglio. Basandosi sul forte sostegno del nuovo ed effimero Presidente sovietico Jurij Andropov, cercò senza indugio di ritornare in Libano, opponendosi con forza alla creazione dell’asse Beirut-Cairo-Tel Aviv.
31581In 15 mesi (10 novembre 1982 – 9 febbraio 1984), periodo del governo di Jurij Andropov, il corso della guerra in Libano cambiò. Il trattato di pace israelo-libanese del 1983 fu abrogato prima di essere ratificato, la forza multinazionale occidentale fu cacciata dal Libano un anno dopo, nel 1984, dopo gli attacchi sanguinosi contro le basi francese e statunitense che causarono 300 morti, mentre Beirut ovest, il 6 febbraio 1984, finì sotto il controllo delle milizie filo-siriane. Soddisfazione suprema, il presidente libanese Amin Gemayel, il negoziatore del trattato di pace con Israele, si recherà in visita un mese dopo a Damasco, annunciando nel marzo 1984 la fine del patto con Israele e facendo della Siria il baluardo del blocco arabo in Libano. Responsabile dei piani politici occidentali nei due Paesi confinanti con la Siria, la Francia pagherà doppiamente un prezzo pesante, prima come “co-belligerante” con l’Iraq nel conflitto contro l’Iran e poi come sponsor del doppio salvataggio di Yasir Arafat nel 1982. Prima, nell’assedio di Beirut da parte d’Israele, poi nel 1983, durante l’assedio di Tripoli (nord Libano) da parte dei siriani. Parigi, il cui ambasciatore a Beirut Louis Delamarre fu assassinato nel 1981, a sua volta divenne bersaglio di attentati nel 1986-1987, mentre Tripoli e Bengasi in Libia furono le vendette trasversali occidentali, divenendo bersagli dell’Aeronautica statunitense (aprile 1986), e cittadini occidentali, per rappresaglia del sostegno militare dei loro Paesi all’Iraq nella guerra contro l’Iran, furono presi in ostaggio in Libano. Tra le vittime illustri di questa guerra nell’ombra, tre persone di solito citate senza che questa ipotesi sia mai stata smentita dai francesi: il Generale Remy Audran, responsabile del dossier iracheno presso la direzione generale degli armamenti, George Besse, amministratore delegato di un’industria automobilistica, e soprattutto l’ex-capo dell’industria nucleare francese, Michel Baroin, personalità del mondo massonico e degli affari. Lo sviluppo dell’affare degli ostaggi occidentali fece della Siria il Paese indispensabile nel processo di pace in Medio Oriente. Di transito tra Libano ed entroterra arabo, Damasco divenne il fulcro del traffico diplomatico regionale, percependo dividendi politici dalle transazioni politiche sul caso degli ostaggi occidentali. Di fronte a un Gheddafi aleatorio e a un Khomeini imprecante, Assad era enigmatico ed intrigante. Temuto e rispettato, divenne rispettabile. Gli analisti politici gli diedero la statura di “Bismarck arabo”. Henry Kissinger l’incontrò molte volte durante la guerra dell’ottobre 1973, nel corso dei negoziati per l’accordo di disimpegno siriano-israeliano, lodò l'”estrema intelligenza” di questo “negoziatore molto ostico”. Ma allo stesso tempo, per riequilibrare, l’Iraq, con il massiccio sostegno dell’occidente, operò un capovolgimento del fronte militare anche con bombardamenti chimici, come ad Halabjah, nel Kurdistan iracheno, e forzando l’Iran, al prezzo di otto anni di guerra, a cessare le ostilità.
Alla testa di un esercito presentato come uno dei più potenti del Medio Oriente, ritenendosi il vincitore sull’Iran tre volte più popoloso del suo Paese, Sadam apparve un “moderno Saladino” protettore delle monarchie petrolifere del Golfo, oltre degli interessi dei loro sponsor occidentali. L’uomo che attraverso un suo protetto, il gruppo del radicale palestinese Abu Nidal, eliminò dalla scena diplomatica internazionale i primi fautori del dialogo israelo-palestinese, Said Hamami, Izadin Qalaq e Isam Sartawi, rispettivamente i rappresentanti dell’OLP a Londra, Parigi e presso l’Internazionale socialista; lo stesso che diede il pretesto ad Israele per invadere il Libano nel maggio 1982, dopo l’attentato all’ambasciatore a Londra, beneficiando, curiosamente in tutta questa sequenza, della compiacenza indulgente dei Paesi occidentali e delle monarchie arabe. Indeboliti dalla guerra tra Iraq e Iran e dalla rivolta palestinese, temendo altrimenti un nuovo discredito, i leader arabi cercarono di salvarsi la faccia. Il vertice arabo di Amman nel novembre 1987 mise pressione sui due fratelli nemici affinché si ritrovassero superando le divisioni e reintegrassero l’Egitto nell’ovile arabo. Al culmine del potere, Assad e Sadam, vecchi volponi della politica, si riconobbero ancora una volta, come quando conclusero il loro patto contro Sadat nel 1979, ma senza abbassare la guardia. Incontro occasionale, non riconciliazione; al massimo tregua armata.unnamed

Terza sequenza (1990-2000)
0bb69d6b4b53985a68b760baa7accd57 Ubriaco di gloria per la vittoria sull’Iran, il maresciallo Sadam lanciò il Paese alla conquista del Quwayt, appena due anni dopo la fine della guerra iraniano-irachena. Fu l’inizio del forno che carbonizzò il suo esercito, il suo popolo e, infine, il suo Paese, spazzando via 20 anni di massicci investimenti, infliggendo un tremendo sacrificio umano, circa tre milioni di vite in due decenni di guerra e blocco, indebolendo in modo permanente il mondo arabo, evidenziandone la sottomissione. Il crollo del blocco comunista offrì al Presidente Assad la possibilità di negoziare una svolta filo-statunitense senza intoppi, ma senza rinnegare, a differenza di Sadat, l’amicizia con i sovietici. La seconda guerra del Golfo nel 1990, a cui prenderà parte con un distaccamento simbolico, gli permise di completare il lavoro metodico di 15 anni per inserire nella sfera d’influenza siriana il Libano, facendone terreno di manovra privilegiato contro Israele. Ebbe la gratitudine dalla comunità internazionale per la stabilizzazione del conflitto libanese. Il trattato di amicizia, cooperazione e coordinamento firmato il 22 maggio 1991 tra Beirut e Damasco legò il destino del Libano alla Siria. Preferendo la riposta asimmetrica al confronto diretto, tattico impareggiabile, illustrato da un quasi impeccabile percorso internazionale, Assad si dedico nel 1999 alla fase più delicata del suo governo: i negoziati di pace con Israele con la prospettiva di recuperare il Golan. La malattia, la leucemia e l’aggravarsi del diabete e della malattia al cuore non gli permettono di ripetere i precedenti successi diplomatici compiuti con ciò che Cheysson, ex-ministro degli Esteri francese, definì “diplomazia vessata”, arte consumata del negoziato trattenendo l’interlocutore per molte ore (in media sette) con infinite conversazioni generali prima di affrontare il cuore del problema nella fase finale, quando l’ospite si contorceva per la ritenzione urinaria e aveva fretta di chiudere.
Sadam, che nutriva obiettivi strategici ripristinando l’impero babilonese, commise due errori imperdonabili, fatali: la guerra contro l’Iran, che svuotò il suo tesoro, e l’annessione del Quwayt, subendo una terribile punizione dalla coalizione internazionale di 26 Paesi mobilitati sotto la bandiera degli USA. L’erede di Nabucodonosor credette presuntuosamente nelle sue capacità di manovra contro l’ex-sodale statunitense. Sotto il regime di sovranità limitata, che gli sottrasse l’autorità dal nord curdo e dal sud sciita del Paese, fino al confine con il Quwait, l’Iraq fu ulteriormente sottoposto a un embargo internazionale di dodici anni. Come il suo vicino Iran, il laico baathista iracheno divenne un islamista popolare e il primo verso del Corano adornò la bandiera irachena, riflettendo un feroce istinto di sopravvivenza. Questa bandiera sarà anche l’unico relitto del regime baathista che continua a garrire nell’Iraq sotto l’occupazione statunitense. Attivamente corteggiato dagli interlocutori statunitensi, il Presidente Assad vide nel frattempo alle due estremità del proprio Paese le superpotenze regionali Israele e Turchia, due Stati non arabi legarsi con un patto di cooperazione militare, avvolgendo la Siria in una morsa. Di fronte a pericoli crescenti, i due uomini operarono un riavvicinamento tra i rispettivi Paesi fino a sperimentare una contiguità passiva assieme alla riorganizzazione delle proprie famiglie: entrambi i figli del presidente iracheno, Uday e Qusay, furono associati al potere, prima di perire insieme durante un raid degli USA sull’Iraq settentrionale, nel luglio 2003, togliendo al dittatore la prole maschile. Uno scenario simile si ebbe a Damasco. In nome della lotta alla corruzione che affliggeva il Paese da tre decenni, il fratello minore del presidente, Rifat al-Assad, dopo un lungo esilio in Europa fu dimesso nel febbraio 1998 della vicepresidenza; il secondo fratello, Jamil, fu messo da parte per il proselitismo mercantile-religioso, e il figlio minore del capo di Stato siriano, Bashar, prese il posto del fratello maggiore Basil, morto in un incidente, ascendendo sulla scena politica in vista della successione al capo dello Stato, istituendo la prima dinastia repubblicana del mondo arabo. L’ostinata resistenza mostrata da Assad a ciò che considerava la presa israelo-statunitense nella regione, diede al siriano l’ambito titolo di “ultimo refrattario”, facendone, dubbio onore, da baluardo arabo tra la resa araba al nemico tradizionale, Israele, a capo di un Paese in stato pietoso, però. “Il leone di Damasco” morì il 10 giugno 2000 sconfitto dall’età e dalla malattia, due settimane dopo il ritiro d’Israele dal Libano, un lascito al suo attivo. Ma l’impresa non gli permise, però, di raggiungere l’obiettivo strategico ultimo, recuperare il Golan, sua ambizione silenziosa, senso occulto di tutte le sue azioni. Assad accusò di tradimento Sadat. Non poteva quindi accettare meno del suo rivale egiziano, il recupero di tutto il territorio nazionale, cioè il ritorno ai confini del 4 giugno 1967. Era diventata la sua ossessione al punto d’ipotecare, secondo gli analisti occidentali, la flessibilità, divenendo suo principale scopo diplomatico. La Siria, tuttavia, non assaporò a lungo il successo. Se il disimpegno d’Israele spinse il Libano al rango di cursore diplomatico regionale e spinse i palestinesi a rilanciare, quattro mesi dopo, la lotta armata, l’intifada “al-Aqsa” nel settembre 2000. La pesante tutela siriana sulla sovranità libanese, la predazione della sua economia nazionale, l’imposizione di un controllo morboso, le accuse, giuste o sbagliate, ai servizi baathisti (dell’assassinio dei presidenti del Libano Bashir Gemayel e René Muawad, dell’ex-primo ministro Rafiq Hariri e del leader del partito socialista Qamal Jumblatt), causarono, a loro volta, su istigazione degli Stati Uniti e della Francia, la ritirata dei siriani dal Libano, nell’aprile 2005, dopo un vasto movimento di protesta popolare.
Sadam Husayn al-Taqriti, trattato come un paria dalla comunità internazionale, fu una delle principali vittime collaterali della “guerra per le risorse energetiche”, lanciata sotto la copertura di guerra al terrorismo da George Bush Jr., dopo il raid islamista contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Il rovesciamento della sua statua nella piazza centrale di Baghdad, l’8 aprile 2003, e la sua brutale impiccagione dopo un processo farsa, passeranno alla storia come il culmine della grande operazione per cancellare qualsiasi traccia della cooperazione occulta tra gli statunitensi e il baathista, iniziata con gioia quarant’anni prima con il colpo di Stato contro il Generale Qasim, nel 1961, sostenuto dalla CIA e che si concluse con due spedizioni punitive distruttive lanciate dagli USA contro l’Iraq; la prima guidata da George Bush, ex-capo della Central intelligence degli Stati Uniti; la seconda tredici anni dopo dal figlio George Bush, complice il responsabile della cooperazione strategica tra USA e Iraq, Donald Rumsfeld, ministro della Difesa degli Stati Uniti ed ex-inviato di Bush a Baghdad.
76769All’alba del XX secolo, alla vigilia della dissoluzione dell’impero ottomano, un diplomatico supplicò la creazione di “una Siria che non sia un Paese ristretto territorialmente (…) con un ampio confine comprendente la Palestina… il cui territorio comprendesse i wilayet di Gerusalemme, Bayrut, Damasco, Aleppo, Adana (Turchia), con a oriente la regione mineraria di Qirquq (nord dell’Iraq)”. La proposta non promanava da un dottrinario esacerbato dal nazionalismo arabo, né da un orientalista occidentale sospettato di proselitismo filo-arabo, ma da uno statista molto rispettato per la sua azione in favore della pace, un visionario che temeva gli effetti della balcanizzazione e previde la globalizzazione, Aristide Briand, Primo ministro e ministro degli Esteri francese. Le sue istruzioni sono contenute in una lettera del 2 novembre 1915 a Georges Picot, console di Francia a Bayrut, alla vigilia dei negoziati Sykes-Picot per dividersi il Vicino Oriente in aree d’influenza inglese e francese. La domanda può sembrare sacrilega, ma merita comunque di essere posta: cosa ne valse per la Francia, e forse oggi per gli arabi, mentre l’Iraq decade, la Siria è in apnea, il Libano è martoriato trent’anni di furie e Giordania ed Egitto sono sull’orlo del collasso economico? Come capitali dei primi due imperi arabi, la rivalità tra Damasco e Baghdad risale ai primi giorni dell’Islam. Al tempo degli Omayadi, Damasco fu la capitale del primo impero arabo, prima di essere soppiantata da Baghdad al tempo degli Abbasidi. Damasco e Baghdad infine soccombettero a Costantinopoli, la Sublime Porta dell’Impero Ottomano, e secoli di sottomissione seguirono.
Alle soglie del XXI secolo, la storia vorrebbe ripetersi? L’Iraq subisce il giogo statunitense guidato da un presidente curdo, mentre la Siria è il bersaglio di una nuova manovra coercitiva in conseguenza dell’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005, di cui è stata accusata, costringendola a una ritirata ingloriosa dal Libano, come prima Israele, i palestinesi, la Francia e gli Stati Uniti. La prima potenza planetaria di tutti i tempi, cacciata dal Libano nel 1984, è impantanata questa volta in Iraq, dove si scontra frontalmente con i suoi ex-alleati della lotta antisovietica, esposta a una nuova guerra di usura, stigmatizzata da Abu Ghraib (Iraq) e Guantanamo (Cuba), “gulag contemporaneo”; dal credito diplomatico e militare erosi come la relativa posizione morale, con il saccheggio del museo di Baghdad, le torture nei campi di prigionia, le menzogne sulle armi di distruzione di massa e lo spionaggio ai danni del segretario generale delle Nazioni Unite. Ciò che vale per gli occidentali nella costruzione dei grandi insiemi regionali, dall’autonomia energetica, non vale certamente per gli arabi, almeno in questa fase della storia e almeno nell’ottica occidentale. Questo potrebbe essere uno dei principali insegnamenti di tale sequenza la cui vittima principale fu, al di là dell’interferenza occidentale, il “Rinascimento” (al-Baath) del mondo arabo, grandioso progetto che si trova, dopo il trentennale odio implacabile tra i suoi sostenitori contemporanei, il Saladino babilonese e il Bismarck siriano, in brandelli e in via di estinzione. Dieci anni dopo la caduta dell’Iraq, la Siria è sua volta oggetto della destabilizzazione da parte di un ampio concerto, con gli alleati tradizionali dei Paesi occidentali nel loro ruolo di “utili idioti” della strategia atlantista… il resto è storia.126341727Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo caccia MiG-35

Valentin Vasilescu, Algora 11 febbraio 2017c3lwg86waaasrjwIl 26 gennaio 2017, l’Aeronautica russa cominciava a testare il lotto di pre-produzione del nuovo MiG-35, derivato del MiG-29. Il prototipo del MiG-35 fu fatto volate nel 2007, ora l’aereo è stato completamente modificato e dotato di nuova avionica. I precedenti MiG-29 erano caccia leggeri prodotti dall’Aircraft Corporation MiG (“RAC MiG”, in origine Mikojan-Gurevich Design Bureau), dalle qualità aerodinamiche eccezionali e il più alto rateo di salita di qualsiasi aeromobile multiruolo (330m/s). Il MiG-29 è entrato in servizio nel 1982 e ne furono prodotti 1600. Nel combattimento il MiG-29 è stato superato da F-15 e F-16 per via dell’avionica inferiore. La ragione di ciò è che fino al 2004 la Russia non aveva i fondi necessari per la ricerca di un’avionica migliorata e sostituire quella vecchia. A differenza della RAC MiG, Lockheed preferiva continuare a migliorare l’F-16, soprattutto nell’avionica, invece di progettare un altro aeromobile di 4.ta++ generazione. Dal 1978 ha costruito 4500 aerei nei vari modelli: F-16A/B (Block 1/5/10/15/20), F-16C/D (Block 25/30/32 / 40/42 / 50/52), F-16E e l’ultima versione F (Block 60) con gran parte delle dotazioni dell’F-35 di 5.ta generazione. L’US Air Force dispone di 900 F-16. Per portare le prestazioni del MiG-29 vicine a quelle dell’F-16, l’impianto Sokol della RAC MiG di Nizhnij Novgorod (400 km a est di Mosca) ha creato versioni aggiornate, come il MiG-29M/M2, MiG-29SMT e MIG-29K/KUB. Il MiG-35 è l’ultima versione del MiG-29 e non è inteso come aviogetto intercettore, in quanto inferiore a F-22, F-35 e F-15. Con il MiG-35C, i russi puntano a ridurre il costo di volo di 2,5 volte, aumentandone la capacità di colpire bersagli a terra e difendersi da velivoli di 4++ generazione come F-16C/D, Gripen, Rafale, Typhoon e F-18C/D.

Aggiornamenti
La cabina del MiG-29 è stata ridisegnata. Il MiG-35 ha un EFIS (Electronic Flight Instrument System) con tre LCD a colori MFD (display multifunzione) consentendo di visualizzare i dati di navigazione, nonché situazione tattica, controllo dei motori, carburante ed attrezzature speciali. Inoltre, vi è un HMTDS (Sistema di puntamento su casco) ed un HUD (Head-Up Display) proiettato sul parabrezza. Utilizza un sistema di controllo del volo fly-by-wire a tre canali. Il sistema di comunicazione del MiG-35 include due nuove stazioni radio, una delle quali opera come datalink protetto. Il datalink trasmette e riceve via satellite dati e informazioni ai centri di comando a terra o imbarcati, e a velivoli-radar (AWACS/AEW), trasmettendo al MiG-35 informazioni aggiuntive e affidabili sulla situazione, aumentando la probabilità di adempiere la missione. I due motori TVN RD-33 sono potenziate fino a una spinta di 9000 kg ciascuno. A differenza del MiG-29, i motori del MiG-35 sono dotati di chip (di monitoraggio digitale e sistemi di controllo), ed hanno un consumo specifico basso, non emettono fumo ed hanno una traccia ad infrarossi molto ridotta. I motori TVN RD-33 hanno ugelli vettoriali che gli permettono di virare e cabrare per 15-30 gradi. Questi miglioramenti “hanno consentito al MiG-35 di volare a velocità molto basse, senza limitazioni negli angolo d’attacco, assicurandone il controllo anche a velocità zero e a ‘velocità negativa’ per periodi prolungati”. [1] La spinta vettoriale permette l’esecuzione di manovre brusche con grandi sovraccarichi per evitare missili aria-aria o terra-aria. Inoltre, vi sono serbatoi dorsali (dietro l’abitacolo) e nella giunzione ali-fusoliera. Il carburante interno è stato portato a 950 litri, aumentandone l’autonomia di volo a 2000 km.

Radar Zhuk-AE
La principale risorsa per i dati aerei e terrestri è il radar Zhuk-AE. Un radar AESA (a scansione elettronica attiva) che può individuare bersagli aerei ad una distanza di 160 km e navi di superficie a 300 km. Il radar può tracciare 30 bersagli contemporaneamente e inseguirne 6. I radar del tipo precedente, PESA (a scansione elettronica passiva), avevano un’antenna conica che ruotava di 360 gradi per dirigere le onde radio in un fascio ristretto. Il pannello dell’antenna del radar AESA sul MiG-35 è composto da 1000-2000 moduli ricetrasmettitori (TR) disposti nel naso, sull’ala o la fusoliera, e ognuno funziona in modo indipendente. Il fascio radar è modellato digitalmente entro uno spazio molto ristretto delineato dal computer, che seleziona la potenza della radiazione emessa da ogni modulo TR in pochi milionesimi di secondo. Inoltre, ogni modulo TR può essere programmato per operare solo come trasmettitore o ricevitore, eseguendo funzioni diverse in parallelo. Due computer CIP (Processori integrati comuni) integrano il radar.40Optoelettronica
Il MiG-35 ha un sistema di puntamento/navigazione inerziale che riunisce radio e apparecchiature GPS. L’apparecchiatura di navigazione inerziale BINS-SP2 è prodotta dalla KRET in collaborazione con la SAGEM Defense-France e si basa su tre giroscopi laser e tre accelerometri al quarzo. Questo sistema è collegato al sottosistema per le condizioni di scarsa visibilità e il puntamento delle armi. Gli aerei di 5.ta generazione statunitensi F-22 e F-35 non hanno i sistemi di puntamento e navigazione installati su punti meccanici; il MiG-35 copia la soluzione di 5.ta generazione essendo questi dispositivi integrati nel velivolo. Il sistema di puntamento IRST (ricerca e inseguimento a raggi infrarossi) OLS-35 è montato nel naso ed è usato in combattimento. L’OLS-35 può individuare un aereo dopo aver scoperto un’emissione di calore a 50 km se emessa dall’“emisfero anteriore” e 90 km se emessa dall’“emisfero posteriore”. Il MiG-35 è dotato di un FLIR (sistema di ricerca agli infrarossi) in un pod montato sotto la gondola motore destra dell’aereo. Durante la navigazione notturna visualizza l’immagine del terreno sorvolato, permettendo l’identificazione dei bersagli. Il pod FLIR guida anche le munizioni intelligenti, come per gli aerei militari statunitensi. Il pod FLIR ha un telemetro laser che misura la distanza dal bersaglio (fino a 20-30 km) e un proiettore laser per guidare bombe e missili. Avendo abbandonato i punti meccanici per le apparecchiature optoelettroniche, il MiG-35 ha visto aumentare i piloni da 6 a 9, portando il carico utile massimo da 4800 a 7000 kg.

Equipaggiamento da guerra radio-elettronica
L’apparecchiatura EW (Guerra Elettronica) comprende un ricevitore di allarme radar a banda larga con antenne disposte su superficie alare e fusoliera. Il MiG-35 ha sensori ottici ed ultravioletti MAWS (sistema di allarme approccio missile) montati su fusoliera, coda e ali che segnala al pilota qualsiasi missile aria-aria in avvicinamento. Il sistema EW può anche rilevare il lancio di MANPADS (sistema di difesa aerea portatili) o di un sistema superficie-aria a corto raggio (10 km), o a medio o lungo raggio (30-50 km). Il microprocessore dell’EW stima il tempo di impatto dei missili nemici e controlla le contromisure elettroniche attive e passive. L’apparecchiatura EW è co-prodotta dalla ditta italiana Elettronica (incorporando il dispositivo ELT/568-V2, “disturbatore di auto-protezione per la difesa dai radar di tiro della contraerea“). Il test del MiG-35 sarà completato nel 2018, con il primo lotto di 37 MiG-35 da consegnare ai militari russi nel 2019. L’Aeronautica russa schiera circa 250 MiG-29 e prevede di sostituirli con 170 MiG-35. Il primo ordine straniero per il MiG-35 proviene dall’Egitto, che ha firmato un contratto nel 2015 per acquistare 50 MiG-35 per 2 miliardi di dollari.c3lwgnxwcaaguc_[1] MiG-35 Fulcrum-F Multirole Fighter, Russia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rapidi cambiamenti radicali in Medio Oriente

Peter Korzun, SCF 30/01/2017People walk past a banner with a picture of Russian President Vladimir Putin in central CairoGli scenari geopolitici in Medio Oriente subiscono rapidi cambiamenti con nuovi fattori emergenti sullo scacchiere regionale. La politica estera di Cairo compie una nuova svolta. E’ stato annunciato di recente che l’Egitto riceverà un milione di barili di petrolio al giorno dall’Iraq. L’Arabia Saudita aveva informato l’Egitto che l’invio di prodotti petroliferi attesi secondo l’accordo per aiuti da 23 miliardi veniva sospeso a tempo indeterminato, suggerendo una spaccatura profonda tra i due Paesi. D’ora in poi, l’Egitto avrà il petrolio di cui ha bisogno a un costo inferiore a quello saudita. Il Presidente egiziano al-Sisi ha respinto gli sforzi dei sauditi per rovesciare il regime di Bashar Assad, ed inoltre raggiunge l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah e i suoi alleati Huthi che l’Arabia Saudita combatte dal marzo 2015. Cairo ha aperto i canali diplomatici con il filo-iraniano Hezbollah libanese, che combatte al fianco del Presidente Assad in Siria contro i gruppi ribelli supportati da Riyadh. L’Iraq fornirà all’Egitto 1 milione di barili di petrolio di Bassora ogni mese. L’accordo prevede l’estensione di un oleodotto dall’Iraq all’Egitto attraverso la Giordania. A dicembre, il ministro del petrolio iracheno, Ali al-Luyabi, incontrava i capi delle grandi compagnie petrolifere e gasifere di Cairo, invitandoli a contribuire allo sviluppo industriale del suo Paese. L’Egitto addestra quattro unità dell’esercito iracheno sulla guerra al terrorismo, alla luce del riavvicinamento tra Egitto e asse iracheno-iraniano nella regione. Ed anche dovrebbe inviare truppe in Siria nei prossimi giorni per sostenere il cessate il fuoco proposto da Russia, Iran e Turchia. E’ stato riportato che un’unità dell’esercito egiziano verrebbe schierata in Siria questo mese. Lo scorso ottobre, il capo dell’ufficio della Sicurezza Nazionale siriana Ali Mamluq visitava Cairo incontrando Qalid Fuzy, il capo dell’intelligence generale dell’Egitto. Le parti hanno deciso di coordinarsi politicamente e rafforzare la cooperazione nella “lotta al terrorismo”. L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita. Il suo aperto sostegno alla coalizione della Russia in Siria è una svolta di fondamentale importanza. smentendo l’interpretazione settaria del conflitto in Siria.
Middle East Observer cita Nziv Net, sito vicino all’intelligence israeliana, dire che “l’Egitto ha inviato un gruppo di ufficiali in Siria, per la prima volta da quando i rapporti furono congelati da Mursi”. Lo scorso dicembre, Ibrahim Ishayqir al-Jafari, ministro degli Esteri iracheno, invitava l’Egitto a partecipare a “un piano strategico di lotta al terrorismo” comprendente l’Iran. A settembre, il ministro degli Esteri egiziano Samih Shuqry s’incontrava per la prima volta con l’omologo iraniano Jawad Zarif, durante la visita a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ad ottobre, l’Egitto sosteneva l’azione russa alle Nazioni Unite per un cessate il fuoco in Siria. La mossa fece arrabbiare l’Arabia Saudita che sospese l’invio di petrolio al Cairo. Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermò pubblicamente il suo sostegno alle forze del Presidente siriano Bashar al-Assad. Le relazioni tra Russia ed Egitto crescono. Nel febbraio 2015, l’Egitto firmò un accordo importante per la creazione della zona di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica della Russia. Il progresso nella cooperazione militare è tangibile. Gli accordi per le armi che l’Egitto ha firmato con la Russia ammontano a 5 miliardi di dollari nel 2015, includendo 50 aerei da combattimento MiG-29M, sistemi di difesa aerea a lungo raggio Buk-M2E e Antej-2500 e circa 50 elicotteri Ka-52K per le nuove navi d’assalto anfibio classe Mistral che l’Egitto ha acquistato in Francia. Le navi riceveranno elicotteri ed elettronica originariamente previsti dai russi. I due Paesi hanno firmato diversi accordi per la ristrutturazione degli impianti di produzione militare dell’Egitto. Un protocollo fu firmato per concedere l’accesso dell’Egitto al GLONASS, il sistema di posizionamento satellitare globale russo. A settembre, il ministro della Difesa Sadqy Subhy visitava la Russia per discutere le questioni relative a maggiori rapporti sulla sicurezza a lungo termine. Lo scorso ottobre, i militari svolsero un’esercitazione congiunta.
L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il 14.mo più popoloso del mondo. L’anno scorso, la popolazione del Paese raggiunse i 92 milioni. Il suo cambio politico è ben motivato. Cairo combatte lo Stato islamico nella penisola del Sinai. Gli aspri combattimenti arrivano di rado ai media, ma lo SI è una grave minaccia per l’Egitto, che può colpire l’Egitto anche dalla Libia. La presenza dello SI in Libia avvicina Egitto e Algeria dato che le due grandi nazioni affrontano la stessa minaccia. L’alleanza Iran, Iraq, Russia e Turchia può includere anche l’Algeria. In risposta alla crescente minaccia, Algeri rafforza i legami con Mosca, ed ha recentemente acquistato 14 caccia Su-30MKA e 40 elicotteri d’attacco Mi-28 “Night Hunter” dalla Russia. Lo scorso febbraio, Russia e Algeria tracciarono il percorso per approfondire la cooperazione economica e militare, durante la visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in Algeria. La cooperazione della Russia con Egitto, Algeria e altri Paesi del Medio Oriente e Nord Africa riflette la crescente influenza di Mosca nella regione. Con il processo di Astana che fa progressi, altri attori grandi e influenti come Siria, Iraq, Egitto e Algeria possono aderire alla nascente coalizione tra Russia, Iran e Turchia portando la regione Medio Oriente-Nord Africa (MENA) ad affrontare cambiamenti ampi e radicali.awnali4kixy47cbc6pjeit8k9hx63baaLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora