Un moltiplicatore di forza per la strategia della Russia in Siria

MK Bhadrakumar  Indian Punchline 9 febbraio 2015
2015-02-09T221839Z_449590373_GM1EB2A0C3001_RTRMADP_3_EGYPT-POLITICSAl livello più evidente, l’attuale visita del Presidente russo Vladimir Putin a Cairo afferma che Mosca intende restare un attore attivo sulla scena mondiale. Senza dubbio, mira a rafforzare le tendenze alla ‘multipolarità’ nella politica mediorientale in contrasto alle politiche degli Stati Uniti, sempre più ridotte ad operazioni antincendio. L’Egitto è in fase di transizione; c’è stata una rivoluzione seguita da una contro-rivoluzione, in rapida successione. La trasformazione democratica del Paese è sospesa. L’asse strategico con gli Stati Uniti, ancoraggio della politica estera dell’Egitto per decenni, ha perso centralità e Cairo sonda attivamente le frontiere dell’ordine mondiale multipolare emergente. Non sorprende che la Russia ritenga indispensabile che l’Egitto, che sempre è stato e sempre sarà il Paese chiave della regione, diventi un centro di potere indipendente nel Medio Oriente. Mosca può negare che sia un gioco a somma zero con gli Stati Uniti, ma poi, ogni passo dell’Egitto verso una politica estera indipendente, uscendo dall’ombra del controllo statunitense, favorisce l’influenza regionale della Russia nella Medio Oriente. In altre parole, la priorità della Russia nei legami con l’Egitto e la visita di Putin mirano a cementare le eccellenti equazioni a livello di leadership, apparse evidenti nella visita del Presidente Sisi in Russia lo scorso agosto. La mente altamente concentrata di Putin ricercherà modi e mezzi per rafforzare le relazioni bilaterali. Il commercio è fiorente, con un balzo del 50 per cento l’anno scorso. L’Egitto colma il 40 per cento del fabbisogno di granaglie importando grano russo. L’Egitto è una meta per i turisti russi, 3 milioni di russi hanno visitato località egiziane lo scorso anno. Ma la Russia guarda agli ambiziosi progetti nell’energia (in particolare centrali nucleari), condivisione del sistema satellitare GLONASS (pietra di paragone della partnership strategica) e, naturalmente, ampliamento della cooperazione militare. Putin ha rivelato in un’intervista al quotidiano al-Ahram di oggi, che Mosca e Cairo discutono il nocciolo dell’uso delle rispettive valute nazionali escludendo il dollaro statunitense nei pagamenti, al fine di “ridurre la dipendenza dalle attuali tendenze dei mercati mondiali”. In somma, l’Egitto si avvicina alla cerchia ristretta dei partner strategici di Mosca.
Senza dubbio, al-Sisi trova nella Russia un partner altamente gradevole perché Mosca non predica democrazia, tolleranza religiosa e così via. Putin è, infatti, un sostenitore importante di Sisi, oggi. Ancor più importante, la posizione inequivocabile della Russia su islamismo e terrorismo è estremamente importante per Sisi, che combatte gli islamisti nel Sinai. Putin, nell’intervista, ha distinto in termini chiari l’approccio della Russia da quello degli Stati Uniti, “i fusti sviluppi di oggi in Siria e in Iraq, tra l’altro, rispetto ad intervento pesante e irresponsabile dall’estero negli affari regionali, uso unilaterale della forza, ‘doppi standard’ e distinzione tra terroristi ‘buoni’ e ‘cattivi’.” Putin, inoltre, non ha usato mezzi termini nel criticare il modo con cui gli Stati Uniti combattono lo Stato Islamico (SI). Facendo eco ai dubbi dell’Egitto sulla coalizione degli Stati Uniti contro lo SI, Putin ha osservato che “Purtroppo, dobbiamo constatare che le azioni intraprese oggi, strategia e tattica dei membri della coalizione antiterrorismo, sono sproporzionate rispetto a portata e natura della minaccia. Da soli gli attacchi aerei non bastano ad affrontarlo. Per di più, tali azioni mancano di legittimità non essendo direttamente sanzionate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e, in alcuni casi, prese senza il consenso degli Stati i cui territori sono presi di mira“. Tuttavia, sul fronte diplomatico, la grande svolta strategica che Mosca probabilmente spera dalla visita di Putin, potrebbe consolidare la convergenza sviluppatasi di recente tra Russia e Egitto sul conflitto in Siria. Non dispiace a Mosca che l’Egitto di Sisi abbia voltato le spalle categoricamente all’agenda del ‘cambio di regime’ in Siria. I segnali incipienti indicano la possibilità di Mosca e Cairo di coordinarsi sulla crisi siriana e collaborare, a un certo punto, a creare le condizioni che aprano la via ai negoziati tra il governo siriano e l’opposizione. Le osservazioni di Putin ad al-Ahram suggeriscono che in un futuro prossimo Mosca e Cairo possano collaborare. Putin ha osservato che l’approccio dei due Paesi è già “simile” ed hanno “una visione simile delle prime misure da adottare per risolvere la crisi siriana“, lanciando il dialogo inter-siriano senza precondizioni. Ha espresso apprezzamento per gli sforzi di Sisi ad ospitare le riunioni dell’opposizione siriana a Cairo, di recente, “volte a creare una piattaforma comune che possa essere utilizzata in occasione dei negoziati con il governo siriano“. Putin ha concluso: “Evidentemente, gli sforzi russi e le attività dei partner egiziani s’integrano e sono volti a superare lo stallo sulla soluzione politica della crisi siriana. Dovremo anche contribuire a lanciare il dialogo tra governo siriano ed oppositori politici“. Ha rivelato che “discuterò la questione nella sostanza” con Sisi. La trascrizione dell’intervista è qui.

B9arxivCAAANyr4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto volta le spalle a dollaro e F-16

Philippe Grasset, Dedefensa,10 febbraio 20151018011232Due eventi che riguardano l’Egitto da una parte, e Russia e Francia dall’altra, sono da segnalare e commentare in modo integrato indicando un evento politico di reale importanza. Tale evento non è altro che l’assai convincente realizzazione operativa del passaggio antiamericanista dell’Egitto del Generale al-Sisi. Ripreso l’Egitto dalle mani dei Fratelli musulmani del presidente Mursi, effettuato in condizioni di estrema violenza che avevano mobilitato tutte le organizzazioni e gli strumenti umanitari del blocco BAO, influenzando la politica insinuante ed incerta di Washington nel senso umanitario ed emozionale. Ciò suscitava diverse reazioni, tra cui quelle assai marcatamente antiamericaniste del nuovo governo egiziano. In generale, tuttavia, la tesi preferita dalla critica ideologica dell’americanismo, tanto quanto dai regimi antidemocratici in Medio Oriente, assai spesso critiche manichee quanto l’americanismo, erano che il regime di Sisi recuperava il sistema di Mubaraq, soprattutto con l’allineamento su pressione, influenza e corruzione, all’americanismo e alla sua politica imperialista. Non era la nostra analisi, valutando che nel processo avviato da Sisi vi fosse la dimensione del neo-nasserismo segnato dall’ostilità al dominio degli Stati Uniti. Il miglioramento dei rapporti con la Russia dell’Egitto di Sisi vanno in questa direzione. Interpretiamo i due eventi che presenteremo in questo senso politico fondamentale, a conferma della direzione operativa antiamericanista del regime di Sisi. Usiamo il termine “fondamentale”, perché le due questioni sono interessate, ciascuna nel suo campo e genere di grande importanza, quali eventi strategici realmente fondamentali.
• In primo luogo, nell’ambito della visita di Putin in Egitto, vi è l’annuncio che russi ed egiziani attuano le condizioni per svolgere le reciproche transazioni commerciali e militari, che sono importanti e che dovrebbero aumentare utilizzando le monete nazionali, sebbene usassero finora il dollaro. Si tratta quindi del processo di dedollarizzazione, lanciato dai russi dall’inizio della crisi in Ucraina e della tensione estrema tra Russia e Stati Uniti (blocco BAO). Possiamo vedervi qualcosa altro, ponendo implicitamente e indirettamente l’Egitto a favore della posizione russa nello scontro fondamentale con gli Stati Uniti. E’ evidente che questo atteggiamento egiziano, proprio come l’altro evento della possibile vendita del Rafale all’Egitto, solleverà forti reazioni nel Congresso sui massicci aiuti finanziari degli Stati Uniti all’Egitto (quasi 2 miliardi di dollari l’anno). In tale contesto, l’aiuto verrebbe semplicemente minacciato di cancellazione. Russia Today (RT), del 9 febbraio 2015 : “Russia ed Egitto potrebbero presto escludere il dollaro statunitense e utilizzare le loro monete nazionali per la liquidazione dei conti negli scambi bilaterali, ha detto il presidente russo Vladimir Putin in un’intervista ai media egiziani prima della sua visita nel Paese. La questione dell’abbandono del dollaro nel commercio è “attivamente discussa”, ha detto Putin al quotidiano al-Ahram, prima del viaggio in Egitto. Il presidente russo è stato invitato a un incontro bilaterale con l’omologo egiziano Abdalfatah al-Sisi. “Questa misura aprirà nuove prospettive a commercio e cooperazione degli investimenti tra i nostri Paesi, riducendone la dipendenza dalle attuali tendenze dei mercati mondiali”, ha detto Putin. “Vorrei sottolineare che abbiamo già utilizzato le monete nazionali per il commercio nella CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) e con la Cina. Questa pratica dimostra il proprio valore; siamo pronti ad adottarla anche nelle nostre relazioni con l’Egitto. La questione è discussa in sostanza dalle agenzie competenti di entrambi i Paesi”. L’Egitto è da lungo tempo partner di fiducia della Russia e il rapporto tra i due Paesi è in rapido sviluppo, ha detto il presidente russo. “Il volume del commercio bilaterale è aumentato significativamente negli ultimi anni: nel 2014 è aumentato di quasi la metà rispetto all’anno precedente, pari a più di 4,5 miliardi di dollari”, ha detto invitando al rafforzamento della tendenza”.
• Il secondo evento è la possibile vendita di 24 Rafale francesi (oltre a una fregata FREMM) all’Egitto, attualmente in discussione e in fase di risoluzione apparente. (Con i soliti caveat, il Rafale incontra nell’esportazione molti ostacoli, di solito nelle fasi finali della negoziazione). Gli egiziani e Sisi stesso fecero aperture ai francesi pochi mesi fa, con senso di urgenza. Ieri, su Europe-1/I-Télé, il ministro della Difesa francese Le Drian ha parlato dell’argomento con la massima cautela, ma indirettamente confermava che si era nelle fasi finali della trattativa. (Le Monde, 8 febbraio 2015). “Le discussioni con l’Egitto per la fornitura di aerei da combattimento Rafale sono “abbastanza avanzate, ma non concluse”, ha detto il ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian, l’8 febbraio a Europe-1/I-Télé/Le Monde. La conclusione di un accordo tra Francia ed Egitto per un piano di finanziamento per la vendita di 24 aerei da combattimento Rafale e di una fregata multiruolo FREMM ,sembra molto più vicina. Secondo il quotidiano Les Echos del 6 febbraio, l’accordo varrebbe tra i 3 e i 6 miliardi di euro, in parte garantiti da Parigi“. Naturalmente, non è il destino del Rafale, che sembra finalmente avvicinare diversi mercati d’esportazione, importante per noi nel quadro dei commenti che ci orientano. (Dobbiamo ancora notare che il Rafale non ha finora ricevuto alcun ordine di esportazione per la forte opposizione, con qualsiasi mezzo, degli Stati Uniti, e anche per gli errori francesi e la diluizione della politica d’indipendenza nazionale francese, che garantiva sostegno incondizionato alle esportazioni di armi, nonché discrezione estrema e virtuosa osservata da funzionari e industria francesi, per non apparire concorrenti ideologici degli Stati Uniti. Tuttavia, il Rafale può essere considerato uno dei migliori caccia del mondo, se non il migliore, con gli unici concorrenti nei modelli russi, essendo gli Stati Uniti completamente bloccati dal catastrofico programma JSF, ampiamente promesso ma destinato a un crollo rapido, i cui segni evidenti ed anticipatori preoccupano la massa di acquirenti stranieri di tale aereo).
No, la questione importante, per noi, è il fatto politico. Naturalmente, la stampa del sistema francese allineata fino alla nausea su narrazione e istruzioni del blocco BAO, non ha nemmeno bisogno di essere esplicitamente americanista, menzionando appena la cosa e preferendo ironizzare sulle difficoltà dell’esportazione del Rafale. La cosa importante è ciò che appare essere il desiderio egiziano di smettere di comprare dagli USA riguardo il settore strategico fondamentale degli aerei da combattimento; l’Egitto mostra un punto di vista identitario molto più assertivo della Francia. I francesi hanno venduto i Mirage (M5 e 2000) all’Egitto, ma l’ultimo ordine (Mirage 2000) risale ai primi anni ’80. Da allora, il campo strategico degli aerei da combattimento è stato riservato agli USA (F-16 ), come chiaro segno dell’allineamento di Mubaraq agli Stati Uniti, grazie all’aiuto annuale di 2 miliardi di dollari. L’approccio di Sisi verso il Rafale significava, prima di qualsiasi osservazione sulle qualità del velivolo, che intendeva rompere con gli Stati Uniti su tali armamenti strategici, e quindi si trattava di un atto politico d’importanza strategica. Confermando l’erosione accelerata della posizione egemonica ed imperialista nel mondo, se si considera l’importanza dell’Egitto sul piano strategico, politico e demografico. Aggiungendo che i sauditi, tra i principali sostenitori dell’Egitto che partecipano senza dubbio alla decisione dell’ordine dei Rafale, non appaiono per nulla interessati da tale orientamento, misurando ancora una volta la degradazione della potenza di proiezione dell’influenza statunitense. Qualunque cosa vogliano i francesi, ora assai sensibili a buone relazioni con gli Stati Uniti tenendosi la posizione di primo della classe del blocco BAO, l’ordine (con la fregata FREMM) li renderebbe immediatamente nemici degli USA, vecchia classica posizione dei gollisti. Gli Stati Uniti non l’ignorerebbero, tenendo contro che l’esportazione di armamenti è un settore chiave della loro strategia, accentuando così la diffidenza ostile degli Stati Uniti verso la Francia, già ben avviata a causa del comportamento francese sulla crisi ucraina delle ultime settimane. Comunque, per quanta delizia ricavi dal vassallaggio, la Francia sarà sempre accompagnata dai suoi vecchi demoni, questa terribile diavoleria prodotta dai riflessi delle indipendenza e sovranità nazionali. Povera Francia, che nonostante BHL e i neocon della Rive Gauche, non può sbarazzarsi delle tari indelebili dovute ad indipendenza, identità, sovranità e principio… Vizi connaturati al corpo.

AP_putin1_ml_150210_4x3_992L’Egitto aderirà alla zona di libero scambio eurasiatica guidata dalla Russia
Russia Today 10 febbraio 2015

L’Egitto ha istituito la zona di libero scambio con l’Unione eurasiatica guidata dalla Russia, che comprende Russia, Armenia, Bielorussia e Kazakhstan, il Presidente dell’Egitto al-Sisi l’ha annunciato in una conferenza stampa congiunta con il Presidente russo Vladimir Putin. “Abbiamo raggiunto un accordo per istituire una zona di libero scambio tra l’Egitto e l’Unione economica eurasiatica“, ha detto il Presidente egiziano Abdel al-Sisi. Ci sono stati più di 4,5 miliardi dollari di scambi commerciali tra la Russia e l’Egitto nel 2014, un aumento di oltre l’80 per cento rispetto all’anno precedente, ha detto il Presidente Putin. Ora sarà più facile per i prodotti egiziani raggiungere i mercati di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia, e viceversa. I due Paesi hanno inoltre deciso di creare una zona industriale russa nei pressi del Canale di Suez. Le imprese russe hanno partecipazioni in più di 400 aziende egiziane. Russia ed Egitto collaboreranno su nuovi progetti d’investimento, in particolare nei trasporti, produzione ed energia, petrolio e nucleare. Lukoil, la seconda maggiore compagnia petrolifera russa raffina più del 16 per cento del petrolio proveniente dall’Egitto. La Russia aiuterà l’Egitto a sviluppare centrali nucleari e addestrare personale per creare una nuova industria nucleare nel Paese. L’Egitto vuole anche aumentare le entrate dai turisti russi. Il settore turistico del Paese ha sofferto molto a causa della riduzione della sicurezza dopo la cacciata del presidente Hosni Mubaraq nel 2011, ed attualmente lotta per riconquistare i visitatori stranieri. Nel 2014, più di 3 milioni di russi si recarono in Egitto per turismo, nonostante il peggioramento della situazione economica in Russia.

99991 Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia ed Egitto: le relazioni crescono

Viktor Mikhin New Eastern Outlook 07/02/2015putin-sisiTra l’aumento delle tensioni nel mondo, il crescere della crisi economica globale e l’imposizione di sanzioni ingiuste da parte dell’occidente, è più che mai importante per la Russia rafforzare i legami politici ed economici internazionali con i suoi partner. Uno di tali Paesi che cerca attivamente un partenariato reciprocamente vantaggioso con la Russia è la Repubblica araba d’Egitto, con cui abbiamo una lunga storia di cooperazione in tutti i settori. La visita del presidente russo Vladimir Putin, in programma nel prossimo futuro, sarà in risposta alla visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi in Russia nell’agosto 2014, e senza dubbio darà nuovo impulso al loro sviluppo e rafforzamento. Va detto che negli ultimi tempi Egitto e Russia hanno subito gravi cambiamenti sociali e politici, ma l’atmosfera di fiducia e rispetto reciproci ha sempre svolto un ruolo chiave nel rapporto tra Mosca e Cairo. Attualmente, entrambi i Paesi sono partner in accordi bilaterali e sulla scena internazionale. Ciò non sorprende, se si ricordano i capitoli gloriosi della partnership reciprocamente vantaggiosa quali la diga idroelettrica di Aswan, l’Helwan Iron and Steel Works, fabbrica di alluminio a Nag Hammadi e l’Università russo-egiziana di Cairo e molto altro. Recentemente, Russia ed Egitto hanno ripristinato attivamente le relazioni che furono inavvertitamente danneggiate dalla rivoluzione e dal seguente cambio di regime nel Paese arabo, come ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin. “Stiamo restaurando le nostre relazioni nella massima misura. E lo sviluppo dell’economia accompagna l’intensificazione dei contatti politici, che crescono nonostante i problemi dell’economia globale“, ha osservato il presidente russo. La leadership dell’Egitto ha la stessa opinione, come l’ambasciatore egiziano in Russia Muhammad al-Badri ha recentemente affermato, dicendo che le attuali relazioni russo-egiziane avanzano. “Questo è un passo molto importante per noi, parlando metaforicamente, la fase più difficile del volo di un aeromobile è il decollo. Oggi le nostre relazioni si sviluppano in modo molto armonioso, e sono promettenti”, ha detto l’ambasciatore. “Abbiamo molto lavoro da fare“, ha rilevato al quotidiano egiziano al-Ahram, “Siamo fiduciosi che la prevista visita del presidente russo Vladimir Putin a Cairo, con incontri e colloqui con il collega, il presidente egiziano al-Sisi, discuterà una lunga lista di questioni. Il partenariato economico e commerciale non si limiterà a prendere l’iniziativa, ma può diventare l’elemento determinante”. Il giornale ha inoltre osservato che Russia e Egitto oggi affrontano “lo stesso compito. Dobbiamo respingere l’aggressione culturale e ideologica dell’occidente. Perciò i due Paesi devono sostenersi”. E’ abbastanza chiaro che le ragioni di questo sviluppo positivo si trovano nel fatto che, in primo luogo, abbiamo una solida base su cui costruire le nostre relazioni future. Non siamo estranei tra noi. La seconda ragione è l’emergere di relazioni strette e amichevoli tra i presidenti dei nostri Paesi. Queste relazioni amichevoli sono molto importanti per lo sviluppo della cooperazione tra Russia ed Egitto. E inoltre la non interferenza nei reciproci affari interni è molto importante, così come il rispetto e l’onestà nei rapporti.
Oggi, secondo gli esperti, la Russia ha grandi opportunità d’investimento nell’economia egiziana, dalle infrastrutture all’alta tecnologia. Questa tendenza sarà una priorità assoluta per lo sviluppo delle relazioni bilaterali nel prossimo futuro. La leadership egiziana non solo si sforza di creare un buon ambiente per gli investimenti esteri, ma c’è anche il profondo desiderio di creare buone e strette relazioni commerciali esattamente con il nostro Paese. Oggi siamo in una fase della storia, quando una parte del nostro pianeta è aggressiva, cercando attivamente di bloccarci, per impedirci di rafforzare la nostra sovranità. Quindi vorrei sottolineare che l’Egitto, al contrario, ci invita ad essere attivi partner di lunga data, non solo in politica, ma anche nel mondo degli affari. Forse dobbiamo costruire le basi poste negli anni della cooperazione sovietico-egiziana, con i grandi progetti d’investimento creati con la partecipazione delle associazioni commerciali ed imprese sovietiche. Naturalmente, la diga di Assuan è sempre stata un simbolo della nostra cooperazione e amicizia. E’ comprensibile che il tempo passi e certamente richiederà l’ammodernamento e la creazione di alcune nuove potenzialità. Non solo questo, però. Ci sono anche strutture promettenti nella siderurgia e nei metalli non ferrosi, realizzati in quel periodo. Probabilmente richiederanno miglioramenti e l’introduzione di nuove tecnologie. E naturalmente il fornitore sarà il primo che, per definizione, presenta i vantaggi perché l’aveva costruito. Innanzitutto, c’è il settore dell’energia non solo perché la Russia ha una molto buona e collaudata tecnologia in questo settore, ma anche perché il nostro Paese è stato recentemente sottoposto ad enormi riforme nel settore. E la leadership dell’Egitto ha annunciato che ci saranno riforme analoghe, quindi la cooperazione tecnica politica ed affaristica tra i due Paesi è semplicemente indispensabile. Il commercio dovrebbe essere evidenziato. Naturalmente, la cooperazione qui è già in corso, ma deve continuare ad evolversi. L’obiettivo che i due Paesi hanno deciso su iniziativa di entrambi i presidenti è aumentare gli scambi dagli attuali 3-4 miliardi di dollari a 10 miliardi di dollari all’anno. Si può ricordare che nel 2014 il commercio tra i due Paesi ammontava a 3 miliardi di dollari. Ma secondo il Servizio federale delle dogane della Russia, questo dato sarà più alto: 4,6 miliardi di dollari da gennaio a dicembre. Anche se ciò sarà raggiunto abbastanza rapidamente, richiede un impegno specifico, un lavoro serio di coordinamento tra i governi. L’Egitto recentemente s’è attivamente dimostrato affine alla Russia e disponibile alla cooperazione in diversi ambiti. Russia ed Egitto potrebbero passare ad accordi valutari in rubli, come ha detto al periodico ash-Shuruq il ministro del Turismo egiziano Hisham Zazu. Secondo lui, con l’indebolimento della valuta nazionale russa e per mantenere il flusso turistico dalla Russia, nel febbraio di quest’anno i due Paesi possono iniziare a utilizzare il rublo come moneta nel turismo e nel commercio in generale. Hisham Zazu ha spiegato che al momento si lavora sui meccanismi di pagamento reciproci, consentendo di spezzare la posizione del dollaro USA quale valuta principale. I pagamenti saranno effettuati tramite le banche centrali di Russia ed Egitto. Prima di tutto, il ministro ha osservato, è possibile effettuare pagamenti in rubli per i pacchetti di viaggio e le spese delle aziende turistiche. In futuro, secondo questo schema, i fondi potranno essere utilizzati da Cairo per comprare le merci importate dalla Russia. Dal lato egiziano si prendono tutte le misure possibili per evitare la diminuzione del numero di turisti provenienti dalla Russia per la crisi economica. Circa 3 milioni di russi sono andati in vacanza nella terra delle piramidi nel 2014. Tuttavia, questa immagine generalmente rosea è stata rovinata a dicembre, quando il flusso dei turisti è sceso bruscamente di quasi la metà per il crollo del rublo. Come misura per promuovere il turismo russo in Egitto, la tassa sul visto per i russi è stata annullata per quattro mesi, dal 15 gennaio al 30 aprile. Secondo quanto riferito, i turisti che acquistano pacchetti turistici per le località sul Mar Rosso non dovranno pagare i 25 dollari a persona.
Tuttavia, la questione principale all’ordine del giorno bilaterale per Mosca e Cairo è la cooperazione tecnico-militare. Il cambio di regime in Egitto ha dato origine al rapido sviluppo del Paese. L’anno scorso è stato riferito che Mosca e Cairo hanno firmato contratti per armamenti del valore di 3,5 miliardi di dollari, in particolare per la fornitura di elicotteri, aerei e sistemi di difesa aerea. Cairo ha espresso interesse per nuovi contratti. A novembre i mass media riportavano, riferendosi a fonti militari egiziane, la firma di un accordo per la fornitura all’Egitto di sistemi missilistici antiaerei russi S-300VM, ma poi il Servizio federale per la cooperazione tecnico-militare “non l’ha confermato” e secondo Muhammad al-Badri, la cooperazione militare tra Mosca e Cairo non è limitata al commercio delle armi, ma “comprende addestramento del personale e scambio di informazioni“. E la fornitura di armi avviene regolarmente, senza indugio e senza imporre alcuna condizione di natura politica. Questo tipo di cooperazione militare è molto diverso da quello che gli Stati Uniti cercavano d’imporre all’Egitto. Va ricordato che Washington ha deciso di congelare la cooperazione tecnico-militare con l’Egitto. Il rifiuto degli Stati Uniti di fornire all’esercito egiziano armi può essere dovuto, per esempio, all’idea che non credono che i “fratelli musulmani” abbiano finalmente lasciato l’arena politica egiziana. Gli analisti del dipartimento di Stato e dei servizi speciali prevedono l’intensificarsi degli scontri armati in Egitto, a medio termine, e di conseguenza Washington vuole scommettere su di loro, per costringere l’attuale presidente ad essere più compiacente con gli Stati Uniti in futuro. D’altro canto, Washington sembra aver finalmente abbandonato l’idea di mantenere l’Egitto nel ruolo di principale alleato strategico nella regione. Cioè, Washington non punta più sull’Egitto come suo deterrente principale, e quindi mantenere così l’assistenza militare allo stesso livello non ha senso. Alla vigilia della visita di Putin in Egitto, si può affermare con sicurezza che Russia e Egitto hanno subito grandi cambiamenti sociali e politici, ma l’atmosfera di fiducia e rispetto reciproci ha sempre svolto un ruolo fondamentale nelle relazioni tra Mosca e Cairo. Russia ed Egitto, come è stato dimostrato, oggi sono partner a pari titolo non solo negli accordi bilaterali, ma hanno anche una visione identica o molto simile su molte questioni internazionali. E senza dubbio, la prossima visita del presidente russo nell’amichevole Egitto confermerà questa tesi.

Egypt-SisiVictor Mikhin, corrispondente di RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli islamisti aggrediscono l’Egitto, mentre Washington li ospita

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 30 gennaio 2015generale-egitto-638x320Il governo egiziano deve affrontare molti intrighi interni ed esterni degli ancora potenti Fratelli musulmani. In effetti, gli USA sono ancora disposti ad ascoltare i Fratelli musulmani, nonostante la distruzione di molte chiese cristiane copte e l’assassinio di innocenti da parte dei loro sostenitori. Se le masse non fossero scese in strada e il Generale Abdelfatah al-Sisi non avesse resistito alla tirannia dei Fratelli musulmani, questa nazione sarebbe stata “annichilita”. Inoltre, i cristiani sarebbero diventati dei dhimmi sottoposti a persecuzione continua; la popolazione sciita sarebbe stata perseguitata; le donne segregate; la modernizzazione dimenticata ed economia, magistratura e strutture sociali affrontare la cupa realtà dei Fratelli musulmani. Nonostante questo, nazioni come USA, Qatar e Turchia, a fianco del porto sicuro del Regno Unito, hanno giocato la carta dei Fratelli musulmani. Pertanto, nella stessa settimana in cui molte persone sono state uccise dagli islamisti nel Sinai, gli Stati Uniti ancora una volta ascoltano i Fratelli musulmani a Washington. L’Investigative Project on Terrorism riferisce che una delegazione è stata incontrata nei corridoi del potere a Washington. La fonte afferma: “La delegazione ha cercato aiuto per restaurare l’ex-presidente Muhammad Mursi e i Fratelli musulmani in Egitto. Parlamentari, ministri e giudici dell’era Mursi hanno costituito il Consiglio rivoluzionario egiziano ad Istanbul, in Turchia ad agosto, allo scopo di rovesciare il governo militare egiziano. La sede è a Ginevra, in Svizzera“. I cristiani interessati dal ruolo degli USA negli affari interni dell’Egitto sono ancora una volta allarmati dagli intrighi di Washington. Michael Meunier, riporta Investigative Project on Terrorism, dice: “La Fratellanza era dietro le violenze che hanno travolto l’Egitto dalla caduta di Mursi, ha detto all’IPT Meunier da Cairo. Ha osservato che le chiese copte furono incendiate dai sostenitori della Fratellanza, e la Cattedrale di San Marco di Cairo fu attaccata dagli islamisti durante il mandato di Mursi“. Investigative Project on Terrorism inoltre riferisce: “Meunier ha avuto parole lapidarie per il dipartimento di Stato, affermando che l’incontro con tale delegazione favorisce la percezione che gli Stati Uniti siano dietro l’ascesa al potere della Fratellanza ed acuisce le tensioni tra egiziani e statunitensi“. Nella stessa settimana in cui intrighi dei Fratelli musulmani hanno ancora avuto voce a Washington, l’Egitto è colpito da attacchi terroristici. Tale realtà irrita il popolo egiziano, perché il governo attuale del Presidente al-Sisi ha bisogno di respiro per stabilizzare lo Stato.
La BBC riferisce: “Almeno 26 persone sono state uccise in una serie di attacchi degli islamisti nel nord della penisola egiziana del Sinai… Un’autobomba e mortai hanno colpito obiettivi militari nella capitale del Nord del Sinai, al-Arish, uccidendo numerosi soldati… Altri attacchi hanno avuto luogo nelle vicine città di Shayq Zuwayid e Rafah, al confine con Gaza“. Ansar Bayt al-Maqdis, gruppo taqfirita fedele al SIIL (Stato islamico), ha rivendicato gli attacchi terroristici. Va anche sottolineato che le relazioni del SIIL con la Turchia sono note, perché video mostrano convogli militari turchi entrare nelle aree del SIIL, nel corso degli intrighi contro la Siria, e così via. Pertanto, con Erdogan e il governo della Turchia pro-Fratelli musulmani e crescenti attacchi terroristici dalla scomparsa di Mursi, è chiaro che tutto punta sugli intrighi interni ed esterni contro il governo centrale di al-Sisi. La delegazione, riferisce l’Investigative Project on Terrorism, includeva “Abdul Mawgud Dardary, membro in esilio e parlamentare egiziano dei Fratelli musulmani; e Muhammad Gamal Hashmat, membro in esilio del Consiglio della Shura dei Fratelli Musulmani e parlamentare egiziano“. Il presidente al-Sisi deve continuare a sostenere la tanto necessaria stabilità dell’Egitto, perché molti intrighi interni ed esterni minacciano lo Stato nazionale. Tale realtà indica che le minacce interne dei Fratelli musulmani devono essere bloccate, perché tale movimento si propone di utilizzare il malcontento politico. Pertanto, i leader politici sotto le bandiere del socialismo, liberalismo e altre non devono fare il gioco dei nemici dell’Egitto. In effetti, bisogna solo guardare all’ingerenza dei vari movimenti militanti taqfiri in Libia, Iraq, Siria, Yemen e altre nazioni vicine, per vedere che l’Egitto ha bisogno di stabilità politica ed economica. Se ciò non si materializzasse, l’Egitto continuerà ad essere sottoposto a minacce estere e sovversione interna dei Fratelli musulmani e l’ingenuità di movimenti ben intenzionati creerà solo ulteriore instabilità. Pertanto, l’Egitto non ha bisogno di nazioni come gli USA che danno “ai portavoce dei falsi Fratelli musulmani” un posto per attaccare l’Egitto.

1180706313Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele e il multipolarismo dei TRIC

Andrew Korybko (USA) 27 gennaio 2015Eastern-Mediterranean-gas-fields-630x385Israele è in modo stereotipato pensato come un Paese che interagisce prevalentemente con il mondo unipolare occidentale (ciò rafforzato in parte dall’atteggiamento unipolare del Paese mediorientale), ma tale immagine non è del tutto esatta. Anche se non si nota a causa del blackout dei media sul tema, gli Stati multipolari Turchia, Russia, India e Cina (TRIC) hanno stretti legami con Israele che sfuggono agli inesperti. I TRIC hanno le loro ragioni per aumentare l’interazione con Israele, mentre Russia e Cina possono anche avere un o due assi strategici nella manica.

Le interazioni
Diamo uno sguardo alle interazioni dei TRIC con Israele e che i media mainstream ignorano:

Turchia:
Pur con una dura retorica contro Israele, la Turchia gli è in realtà sorprendentemente vicina in termini energetici e militari. Ospita due oleogasdotti che riforniscono Israele dall’Azerbaijan (40% del fabbisogno d’Israele) e dal Kurdistan iracheno. Essendo l”Ucraina del Medio Oriente’ (con tanto di possibile balcanizzazione), potrebbe facilmente negare il petrolio ad Israele se lo volesse, ma ha scelto di non farlo perché la cosiddetta ‘rivalità’ tra i due è una falsa costruzione a scopo politico, e sarà descritta successivamente. Negli affari militari, i due Paesi coordinano le loro attività di destabilizzazione contro la Siria, e ci sono indicazioni che nel 2013 la Turchia permise ad Israele di utilizzare una sua base per attaccare Lataqia. Tutto ciò implica un alto livello di cooperazione militare, più di quanto pubblicamente ammesso.

Russia:
Le interazioni di Mosca con Israele si concentrano sulla sfera etnico/linguistica ed energetica. Oltre 1000000 di ebrei emigrati dall’Unione Sovietica in Israele dal 1991 ne fa il terzo Paese non-ex-sovietico russofono, con una presenza etnica russa pari al 15% della popolazione. Ciò ha trasformato il tessuto sociale del Paese, e i russi sono riconosciuti il più riuscito gruppo di immigrati mai giunto nel Paese. Sul piano energetico, Gazprom ebbe i diritti esclusivi, nel 2013, per vendere GNL del giacimento gasifero israeliano Tamar, uno dei più grandi del mondo, che avrebbe 238 miliardi di metri cubi di gas.

India:
Lo Stato dell’Asia meridionale ha recentemente rinvigorito le relazioni con Israele (che aveva riavviato considerevolmente dalla fine della guerra fredda), apparentemente per la comune minaccia del terrorismo. I due hanno ora un rapporto strategico da cui deriva un accordo sugli armamenti da mezzo miliardo di dollari, raggiunto lo scorso ottobre, senza dubbio influenzato dal fatto che l’India sia già il maggiore acquirente di armi d’Israele e ospiti la sua seconda più grande delegazione militare (dopo solo gli Stati Uniti). Così, non senza ragione, Netanyahu disse a settembre che “il cielo è il limite” alle relazioni bilaterali. Tuttavia, queste sembrano andare a scapito dei legami storici dell’India con la Palestina, con New Delhi che ne riconsidererebbe il sostegno alle Nazioni Unite nella lotta ultradecennale per uno Stato.

Cina:
Come Netanyahu ha detto, “La Cina è il principale partner commerciale asiatico d’Israele e diverrà forse il principale partner commerciale d’Israele, nel nostro prossimo futuro“. Probabilmente sarà cosi, tanto più che la Cina incorpora Israele nella sua Via della Seta Marittima tramite il progetto ‘Red-Med’, che vede la Cina costruire una ferrovia che collega le coste d’Israele su Mar Rosso e Mediterraneo, presumibilmente in alternativa al Canale di Suez, nel caso ne venisse interrotto il transito. In realtà c’è una componente profondamente strategica in gioco (come per le altre iniziative regionali della Via della Seta della Cina), ma ciò sarà discusso in seguito.

La grande idea
Ognuno di questi attori ha un grande obiettivo in mente, favorito dalle interazioni con Israele:

Turchia:
Ankara sfrutta la sua falsa rivalità con Israele nella speranza di garantirsi punti politici nella ‘piazza araba’. La Turchia vuole ripristinare l’antico retaggio imperiale con la politica del ‘neo-ottomanismo’, che ha elementi politici interni socio-religiosi ed internazionali. In breve, vuole sottoporsi alla pseudo-reinvenzione del proprio ruolo per ridivenire lo Stato preminente nel mondo musulmano (con un’ideologia ‘islamista chic’), ma comprendendo che il vero rapporto con Israele glielo impedirebbe, ovviamente ricorre a metodi chiassosi per cercare di nascondere tale realtà e ‘conquistare cuori e menti” del Medio Oriente. La ragione per cui Israele segue tale stratagemma è perché, proprio come gli Stati Uniti, ci guadagna nell’avere nella Turchia un fattore ‘eterodiretto’ negli affari unipolari nella regione. Ora, però, la situazione è sempre più complessa mentre la Turchia cerca di sottrarsi dalla presa unipolare e tende una mano alla multipolarità. In tali circostanze, la Turchia dovrebbe sfruttare tutti a proprio vantaggio (compresi i suoi storici “partner occidentali), arrivando alla logica conclusione che, a lungo termine, ciò includerà Israele. Anche se non è ancora accaduto (se non del tutto), emerge una situazione in cui se la Turchia sottoponesse sul serio Israele a una pressione e sentisse di poter resistere alle ripercussioni esistenziali del supporto israelo-occidentale al separatismo curdo, allora userebbe la propria influenza nel tentativo di avere una sorta di dividendo politico. Tuttavia, tale scenario è ancora improbabile dato che la Turchia ha maggiore interesse ad essere un via energetica affidabile per i suoi clienti, piuttosto che accettare la scommessa molto rischiosa di essere il rubinetto d’Israele.

Russia:
Gli obiettivi di Mosca sono radicalmente diversi da quelli di Ankara, e non evita d’illustrare appieno il suo rapporto con Israele. Soprattutto dal punto di vista energetico, la Russia vuole usare l’accordo sul GNL di Tamar per posizionarsi quale principale attore gasifero nel Mediterraneo orientale, e l’accordo dovrebbe essere visto come un trampolino di lancio per tale scopo. Si può pensare che essendo partner affidabile per l’LNG del giacimento Tamar, in un futuro possa stipulare un contratto simile per Leviathan, il maggiore giacimento offshore scoperto negli ultimi dieci anni, stimato pari a 620 miliardi di metri cubi. Oltre a portare avanti i propri interessi commercial-energetici, la Russia avrebbe un vantaggio utilizzando le proprie ancore etno-culturali in Israele, espandendo la propria influenza nel Paese e tra i suoi futuri vertici. Di per sé, ciò è solo speculazione, senza molta sostanza, ma se combinata con la strategia di Cina e Russia, ciò inizia a prendere forma. Di conseguenza, successivamente si parlerà del partenariato strategico russo-cinese rispetto Israele, comprendendo perché i dettagli sono qui volutamente vaghi.

India:
La politica Estera del Paese è definita da due preoccupazioni principali, contrastare Cina e Pakistan, alleati strategici. Il partito al governo di Modi BJP perseguirebbe un nazionalismo indù che lo mette in contrasto con i musulmani dell’Asia del Sud e del Pakistan, aumentando le prospettive di un teorico ‘scontro di civiltà’. Tenendo presente la rivalità con il Pakistan, il nazionalismo indù del BJP e l’onnipresente spettro dello ‘scontro di civiltà’, si può capire il motivo per cui l’India abbracci Israele, anche felicemente, a possibile scapito della Palestina. L’India è uno Stato filo-multipolare, ma non ha esitato a collaborare con il mondo unipolare quando ritiene che possa migliorare la propria posizione regionale, assomigliando molto alla Turchia. Questa interpretazione non solo spiega il florido rapporto con Israele (che utilizza per migliorare la sua posizione in Asia del Sud), ma anche la stretta collaborazione con il Giappone nel sud-est asiatico con la sua politica Verso Oriente e la cooperazione nucleare privilegiata e l’approfondita partnership con gli Stati Uniti, dettate da preoccupazioni condivise sul terrorismo, già brevemente accennate, rendondo perfette (se non etiche) le relazioni dell’India con Israele.

Cina:
L’idea alla base della strategia di Pechino è trovare un modo di posizionare Israele nel quadro economico globale. I piani sulla Via della Seta in genere possono essere visti come partenariati multilaterali, supervisionati dai cinesi, nelle regioni strategiche del mondo, ma nel caso di un’adesione a sorpresa d’Israele a tale quadro, sarebbe più che altro bilaterale data l’assenza di qualsiasi altro partner prossimo. La Cina intende utilizzare il corridoio Red-Med per il traffico di prodotti in una direzione, ma anche del gas nell’altra direzione. Le merci cinesi possono entrare nel mercato israeliano in cambio del gas d’Israele (GNL via ferrovia o gasdotti) arrivando in Cina attraverso i porti. Questo semplice concetto, merci cinesi in cambio di gas israeliano, costituisce il punto cruciale delle relazioni e, abbastanza interessante, la realtà del possibile forte ruolo russo (dietro le quinte) che renderebbe tutto ciò multilaterale.

East-Med-pipeline-and-connectionsIl partenariato strategico russo-cinese verso Israele
Spiegate le interazioni di Turchia e India con Israele, è ora opportuno concentrarsi esclusivamente sulle relazioni russo-cino-israeliane, non importa quanto poco disposto a partecipare possa essere Israele in questo accordo trilaterale. Come già spiegato, Israele è percepito avere esclusivamente relazioni bilaterali con la Cina, ma anche Mosca vi svolge un ruolo, che Tel Aviv lo voglia o meno. Mentre in precedenza sembrasse che la Russia fosse ottimista sul piano politico-economico (se non ingenua) nel promuovere i propri interessi, ciò non sarebbe più lontano dalla verità, dato che compie significativi passi avanti strategici sostenendo grandi obiettivi, propri e dei partner cinesi. Diamo uno sguardo a tale approccio in tre fasi, seguito dalle possibili conseguenze:

Potenziale del gasdotto (o sua assenza) per Israele
La prima cosa da capire è che Israele, attraverso i giacimenti gasiferi Leviathan e Tamar, vuole posizionarsi come alternativa al gas russo per l’Europa. Non è concepibile rivaleggiare con la Russia, ma in questo momento d’iper-russofobia economica e politica ideologicamente indottrinata, l’Europa è sicuramente interessata ai rifornimenti israeliani, per quanti miseri (8-12 miliardi di metri cubi rispetto ai 60 miliardi di metri cubi di South Stream). Si prevede la costruzione di un gasdotto Israele-Cipro-Grecia, alimentato dal gigantesco giacimento di gas israeliano Leviathan, coinvolgendo anche un possibile collegamento con la Libia (quarta maggiore riserva di gas in Africa) via Creta, creando un ‘super gasdotto’. Tuttavia, nonostante l’attrattiva geopolitica di tale ‘chimera’, rimarrebbe una fantasia per anni a causa delle difficoltà economiche e di possibili destabilizzazioni territoriali (marittime e a Cipro) che potrebbero affondare il progetto. Anche se il progetto fosse infine costruito (se i prezzi si alzano, l’ideologia dell’UE si riprende, ecc), allora la Russia sarà pronta a giocarsi un asso e a neutralizzare l’intero sforzo richiamando la sua crescente partnership con Grecia e Turchia. Rivolgendosi ad Atene, Mosca ha compiuto un’apertura strategica dicendo che avrebbe ceduto le devastanti contro-sanzioni agricole se la Grecia lasciasse l’Unione europea. Non è importante se sia realistico o fattibile, al momento, ma ciò che è saliente è la Russia che compie una potente mossa verso ciò che appare lo Stato membro più debole dell’Unione europea. Inoltre, la Cina usa il porto greco del Pireo come nodo per la sua Via della Seta dei Balcani, e la Grecia così viene ulteriormente sedotta dal mondo multipolare. Allo stesso tempo, la Russia potrebbe realisticamente usare questa apertura greco-cinese per riprendere il South Stream, implicando un profondo partenariato strategico tra Russia, Grecia e Turchia (queste ultime due collaborano sul gasdotto TANAP, nonostante le differenze storiche).

Intasamento dei gasdotti
Così la Russia gestirebbe il problema con due soluzioni, annullare la componente ‘anti-russa’ del futuro gasdotto israelo-cipriota-greco cooptando la Grecia (con l’aiuto di Cina) o utilizzando lo sviluppo del partenariato strategico russo-turco per sostenere implicitamente le pretese di Ankara su Cipro del Nord, ritardando indefinitamente la costruzione del gasdotto. Vista da una prospettiva opposta, può anche darsi che il partenariato strategico russo-cinese possa svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione dell’ultradecennale questione cipriota tramite i rapporti con Grecia e Turchia, trascinando l’isola dal mondo unipolare a quello multipolare. In ogni caso, tali scenari (che richiederebbero ancora parecchi anni ) ‘intaserebbero i tubi’ spingendo l’Unione europea a riconsiderare i grandi investimenti per superare gli ostacoli politico-giuridico-economici nel creare un altro gasdotto, potenzialmente influenzato dai russi (specialmente se Gazprom a sorpresa avesse influenza sull’omologo greco).

Riaprire i rubinetti
In ogni caso, Israele avrebbe ancora il gas, ma non possibilità realistiche di venderlo direttamente in Europa. Potrebbe ovviamente usare il GNL, ma con la Russia che controlla le esportazioni di Tamar (e Leviathan tra ritardi nelle misure anti-trust e ritiro del principale partner), sarebbe un’auto-goal dell’Unione europea nel tentativo d’acquisire tali risorse (anche se ancora probabile che lo faccia comunque). Le vendite a Paesi mediorientali come Egitto e Giordania sono all’orizzonte e sicuramente anche un vantaggio strategico a lungo termine per Israele, ma imprevisti regionali o grandi proteste nazionali potrebbero affondarle o renderle politicamente impossibili in futuro. Anche se ciò non accadesse, ci potrebbero essere partner più redditizi altrove, in particolare in Asia, e Israele avrebbe ancor gas da vendere. Questo è il punto esatto in cui il partenariato strategico russo-cinese entra in gioco. I due potrebbero coordinarsi al punto di far risorgere South Stream (il che renderebbe il gas israeliano superfluo per l’Europa) e/o bloccare il gasdotto israelo-cipriota-greco (se l’idea non decade da sé), creando così le condizioni in cui gli israeliani dovrebbero guardare a Oriente e non a occidente, per vendere il loro gas. La tratta Red-Med della Via della Seta raggiunge la città di Ashdod, incidentalmente anche il luogo in cui il gas di Tamar passa per essere liquefatto dai russi. Dato che l’infrastruttura è nel porto, è prevedibile che i rifornimenti da Leviathan vi vengano collegati. Ciò apre la possibilità alla Russia di trasformare in GNL il gas di entrambi i giacimenti, prima di spedirli via rotaie dal Mar Rosso alla Cina o altrove nella regione Asia-Pacifico. Non è realistico che il terminale di Gazprom ad Ashdod venga trascurato per costruire un oleodotto nel deserto e un nuovo impianto GNL, israeliano o altrui, sul Mar Rosso, quando c’è l’impianto russo sulle coste mediterranee.

L’effetto della ricaduta
Così, anche se Israele ha previsto questa situazione, si attuerebbero i seguenti (redditizi) tre passi:
1. Israele estrae il gas
2. La Russia lo liquefa
3. La Red-Med lo spedisce dal Mar Rosso alla Cina
Israele svolge il ruolo di fornitore, la Russia è l’intermediario (tecnologicamente necessario) che facilita l’operazione, e la Cina è il cliente. Il rapporto che si sviluppa potrebbe avere una ricaduta politica fornendo al partenariato strategico russo-cinese l’opportunità di tentare il (molto) difficile processo di addomesticamento delle azioni regionali d’Israele (se lo desiderano e non sono distratte dai profitti). Israele si comporterà sempre in modo unipolare, in un modo o nell’altro (non stancandosi di ricordarlo al mondo) in gran parte grazie alla potenza militare e all’arsenale nucleare propri, ma a lungo termine potrebbe essere possibile per Russia e Cina moderarlo tramite la loro influenza. Lo stereotipo è che Stati Uniti ed Israele siano strettissimi alleati, ma Israele può cercare di diversificare le relazioni e collaborare con il ‘nemico multipolare’ per promuovere i propri interessi. Non dovrebbe essere immediatamente respinto che tale cambio possa verificarsi nel tempo, come il perno della Turchia che ha sorpreso molti osservatori, e anche se appare improbabile oggi, potrebbe sembrare una conclusione scontata col senno di poi, proprio come appare ora per la Turchia. Non si sa quali sfide attuali saranno ancora presenti nel futuro (la guerra in Siria può essere risolta, bene o male, mentre l’opposizione dell’Iran sarà una costante regionale in futuro), ma a prescindere, Russia e Cina prevedono di utilizzare i semi dell’influenza che hanno piantato in Israele molto prima di raccoglierne i frutti a beneficio dei loro alleati regionali. Potrebbe non succedere, ma tali sforzi comunque sarebbero un miglioramento rispetto alla situazione attuale, in cui nessuno dei due giganti ha una presenza stabile nel Paese. In realtà, può anche rivelarsi che i futuri leader d’Israele possano essere discendenti di ebrei russi che avrebbero legami personali con la Russia (soprattutto se le radici culturali e linguistiche rimangono intatte), che potrebbero utilizzare a beneficio di entrambe le parti (e tangenzialmente, forse anche degli alleati di Russia e Cina).

515da5b762cc3bc081863ccb65a0080d651dd2b9Andrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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