Stato di paura: come i più micidiali bombardamenti della storia crearono l’attuale crisi in Corea

Ted Nace, Mondialisation, 9 dicembre 2017Mentre il mondo osserva con crescente preoccupazione tensioni e retorica bellicosa tra Stati Uniti e Corea democratica, uno degli aspetti più notevoli della situazione è la mancanza di qualsiasi riconoscimento pubblico del motivo dei timori della Corea democratica, o come l’ha definito l’ambasciatrice dell’ONU Nikki Haley, “stato di paranoia”, cioè l’orribile campagna di bombardamento statunitense durante la Guerra di Corea, dal numero senza precedenti di vittime. Anche se non sapremo mai tutti i fatti, le prove disponibili portano a concludere che i bombardamenti di città e villaggi nella Corea democratica uccisero più civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti nella storia. Lo storico Bruce Cumings descrive la campagna dei bombardamenti come “probabilmente uno dei peggiori episodi di violenza statunitense scatenata contro un altro popolo, ma certamente quella meno nota agli statunitensi”. La campagna, condotta tra il 1950 e il 1953, uccise 2 milioni di nordcoreani secondo il generale Curtis LeMay, capo del comando aereo strategico e organizzatore del bombardamento di Tokyo e di altre città giapponesi. Nel 1984, LeMay disse all’ufficio dell’Aeronautica che il bombardamento della Corea democratica “uccise il 20% della popolazione“. Altre fonti citano un numero leggermente inferiore. Secondo i dati raccolti dai ricercatori del Centre for the Study of Civil War (CSCW) e dall’International Peace Research Institute di Oslo (PRIO), la “migliore stima” dei decessi civili in Corea democratica è 995000, con una stima minima di 645000 e una massima di 1,5 milioni. Sebbene metà delle stime di LeMay, CSCW/PRIO calcola che 995000 morti superassero le vittime civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti, tra cui quella sulle città tedesche durante la seconda guerra mondiale, che fece tra 400000 e 600000 morti, i bombardamenti incendiari e nucleari delle città giapponesi causarono tra 330000 e 900000 morti; i bombardamenti in Indocina tra il 1964 e il 1973 causarono tra 121000 e 361000 morti, durante le operazioni Rolling Thunder, Linebacker e Linebacker II (Vietnam); Menu e Freedom Deal (Cambogia) e Barrel Roll (Laos). Il pesante bilancio dei bombardamenti della Corea democratica è tanto più notevole in quanto la popolazione del Paese era relativamente modesta: solo 9,7 milioni nel 1950. In confronto, c’erano 65 milioni di persone in Germania e 72 milioni in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale. I bombardamenti dell’Aeronautica degli USA sulla Corea democratica impiegarono tattiche sviluppate durante la Seconda guerra mondiale per bombardare Europa e Giappone: esplosivi per distruggere edifici, napalm e altre armi incendiarie per innescare massicci incendi e bombardamenti pesanti per impedire alle squadre antincendio di estinguerli. L’uso di tali tattiche non era evidente. Secondo la politica statunitense all’inizio della guerra di Corea, fu vietato il bombardamento incendiario dei civili. Un anno prima, nel 1949, diversi ammiragli della Marina degli Stati Uniti condannarono tali tattiche al Congresso. Durante la “rivolta degli ammiragli”, la Marina sfidò i colleghi dell’Aeronautica sostenendo che bombare i civili era controproducente dal punto di vista militare e violava gli standard morali internazionali.
Giunte nel momento in cui il tribunale di Norimberga sensibilizzò l’opinione pubblica sui crimini di guerra, le critiche degli ammiragli furono riprese dall’opinione pubblica. Pertanto fu vietato attaccare le popolazioni civili secondo la politica degli Stati Uniti all’inizio della guerra di Corea. Quando il generale George E. Stratemeyer dell’Aeronautica militare chiese il permesso di usare gli stessi metodi di bombardamento, su cinque città nordcoreane, di quelli che “piegarono il Giappone”, il generale Douglas MacArthur respinse la richiesta, invocando la “politica generale”. Cinque mesi dopo l’inizio della guerra, mentre le forze cinesi intervennero a fianco della Corea democratica e le forze delle Nazioni Unite si ritiravano, il generale MacArthur cambiò posizione e accettò la richiesta del generale Stratemeyer, il 3 novembre 1950, di bruciare la città nordcoreana di Kanggye e diverse altre: “Bruciale! Meglio ancora, Strat, brucia e distruggi qualsiasi città o villaggio pensi abbia interesse militare per il nemico”. La stessa sera, il capo di Stato Maggiore di MacArthur disse a Stratemeyer che anche il bombardamento di Sinuiju veniva approvato. Nel diario, Stratemeyer riassume le istruzioni: “Ogni edificio, ogni sito e ogni villaggio della Corea democratica diventa un bersaglio militare e tattico“. Stratemeyer ordinò alla Quinta Forza Aerea e al Comando Bombardieri di distruggere tutti i mezzi di comunicazione e tutti i servizi, le fabbriche, città e villaggi. Sebbene l’Aeronautica fosse diretta nelle comunicazioni interne sulla natura dei bombardamenti, incluse mappe che mostravano l’esatta percentuale incenerita di ogni città, le comunicazioni alla stampa descrissero i bombardamenti come incentrati esclusivamente su “concentramenti di truppe nemiche, depositi, edifici militari e linee di comunicazione“. Gli ordini della Quinta Forza Aerea erano chiari: “Gli aerei della Quinta Forza Aerea distruggeranno tutti gli obiettivi, inclusi gli edifici che possono servire da rifugio“. In meno di tre settimane dal bombardamento di Kanggye, furono incendiate dieci città, tra cui Chosan (85%), Hoeryong (90%), Huichon (75%), Kanggye (75%), Kointong ( 90%), Manpochin (95%), Namsi (90%), Sakchu (75%), Sinuichu (60%) e Uichu (20%). Il 17 novembre 1950, il generale MacArthur disse all’ambasciatore statunitense in Corea John J. Muccio, “Sfortunatamente, questa regione sarà trasformata in un deserto“. Con “questa regione“, MacArthur indicava l’intera area tra “le nostre attuali posizioni e il confine”.
Mentre l’Aeronautica continuava a bruciare le città, seguiva da vicino i livelli di distruzione inflitti:
* Anju – 15%
* Chinnampo (Nampo) – 80%
* Chongju (Chongju) – 60%
* Haeju – 75%
* Hamhung (Hamhung) – 80%
* Hungnam (Hongnam) – 85%
* Hwangju (Contea di Hwangju) – 97%
* Kanggye – 60% (precedentemente stimato al 75%)
* Kunu-ri (Kunu-dong) – 100%
* Kyomipo (Songnim) – 80%
* Musan – 5%
* Najin (Rashin) – 5%
* Pyongyang – 75%
* Sariwon (Sariwon) – 95%
* Sinanju – 100%
* Sinuiju – 50%
* Songjin (Kimchaek) – 50%
* Sunan (Sunan-guyok) – 90%
* Unggi (Contea di Sonbong) – 5%
* Wonsan (Wonsan) – 80%
Nel maggio 1951, una squadra investigativa internazionale dichiarò: “I membri, durante il viaggio, non videro una singola città che non fosse stata distrutta, e c’erano pochissimi villaggi intatti“. Il 25 giugno 1951, il generale O’Donnell, comandante del Comando bombardieri dell’Estremo Oriente, testimoniò in risposta a una domanda del senatore Stennis (“...La Corea democratica è stata praticamente distrutta, no?“) “Oh, sì .. direi che quasi tutto nel nord della penisola coreana è in condizioni terribili. Tutto è distrutto. Non c’è nulla che valga essere nominato… Poco prima dell’arrivo dei cinesi, i nostri aerei erano inchiodati a terra. Non è rimasto nulla da bombardare in Corea“. Nell’agosto 1951, il corrispondente di guerra Tibor Meray dichiarò di aver assistito alla “totale devastazione tra il fiume Yalu e la capitale” e “che non c’erano più città nella Corea democratica“, aggiungendo che “mi sentivo come se viaggiassi sulla luna perché c’era solo devastazione… Ogni città non era altro che un allineamento di camini“.
Diversi fattori si combinarono aumentando la mortalità dei bombardamenti incendiari. Come si apprese durante la seconda guerra mondiale, gli attacchi incendiari potevano devastare le città a velocità incredibile: il bombardamento della Royal Air Force di Wurzburg, in Germania, negli ultimi mesi di guerra impiegò solo 20 minuti per avvolgere la città in una tempesta di fuoco con temperature stimate a 1500-2000° C. La gravità dell’inverno nordcoreano contribuì ai raccapriccianti dati dei bombardamenti. A Pyongyang, la temperatura media di gennaio è -13°. I peggiori bombardamenti si verificarono nel novembre 1950, chi sfuggì alla morte per incendio morì di freddo nei giorni e mesi successivi. I sopravvissuti crearono dei ripari di fortuna in canyon, caverne o cantine abbandonate. Nel maggio 1951, una delegazione della Federazione internazionale delle donne democratiche (WIDF) visitò la città bombardata di Sinuiju: “La stragrande maggioranza delle persone vive in trincee scavate e rinforzate con legno di recupero. Alcuni di tali rifugi hanno tetti di tegole e di legno, recuperati da edifici distrutti. Altri vivono in cantine rimaste intatte dopo il bombardamento e altre ancora in tende di paglia con carpenteria recuperata da edifici distrutti e in capanne di mattoni e macerie senza malta“. A Pyongyang, la delegazione descrisse una famiglia di cinque persone, tra cui un bambino di tre anni e uno di otto mesi, che viveva in uno spazio sotterraneo di due metri quadrati, a cui si poteva accedere solo percorrendo un tunnel di tre metri. Un terzo fattore fu l’uso intensivo del napalm. Sviluppato all’Università di Harvard nel 1942, la sostanza appiccicosa e infiammabile fu usata per la prima volta durante la Seconda guerra mondiale. Diventò un’arma chiave durante la guerra di Corea, quando ne vennero usate 32557 tonnellate; secondo lo storico Bruce Cumings la logica fu la seguente: “Sono selvaggi, il che ci dà il diritto di spalmare napalm sugli inermi“. Molto tempo dopo la guerra, Cumings descrisse l’incontro con un anziano sopravvissuto: “All’angolo di una strada c’era un uomo (penso che fosse un uomo o una donna con le spalle larghe) che aveva una curiosa crosta viola su ogni parte visibile della pelle, spessa sulle sue mani, sottile sulle braccia, coprendosi completamente la testa e il viso. Era calvo, non aveva orecchie o labbra e gli occhi, senza palpebre, erano di un bianco grigiastro, senza pupille… Questa crosta violacea risultò dal contatto col napalm, poi il corpo della vittima, non curata, guarì in un modo o nell’altro“. Durante i colloqui per l’armistizio alla fine dei combattimenti, i comandanti statunitensi non avevano più città da colpire. Per fare pressione sui negoziati, diressero i bombardamenti sulle grandi dighe coreane. Come riportato dal New York Times, le inondazioni causate dalla distruzione di una diga “liberarono” 40 km di valle distruggendo migliaia di ettari di riso appena piantato. All’indomani dei bombardamenti incendiari contro Germania e Giappone durante la Seconda guerra mondiale, un gruppo di ricerca del Pentagono di 1000 membri redasse una valutazione completa nota come “US Strategic Bombing Survey“. L’USSBS pubblicò 208 volumi per l’Europa e 108 per il Giappone e il Pacifico, tra cui il numero di vittime, interviste con sopravvissuti e indagini economiche. Tali rapporti redatti industria per industria furono così dettagliati che la General Motors li usò per avere con successo dal governo degli Stati Uniti 32 milioni di dollari per i danni alle sue fabbriche tedesche.
Dopo la guerra di Corea, non fu fatta alcuna registrazione dei bombardamenti, ad eccezione delle mappe interne per l’Aeronautica che mostravano la distruzione città per città. Queste carte rimasero segrete per venti anni. Quando furono declassificate, di nascosto nel 1973, l’interesse degli Stati Uniti per la Guerra di Corea era svanito da tempo. È solo negli ultimi anni che il quadro completo comincia ad emergere negli studi di storici come Taewoo Kim del Korean Korea Analysis Institute, Conrad Crane dell’Accademia Militare degli Stati Uniti e Su-kyoung Hwang dell’Università della Pennsylvania. Nella Corea democratica, la memoria è perpetuata. Secondo lo storico Bruce Cumings, “Fu la prima cosa che la guida mi disse”. Cumings scrive: “La campagna senza ostacoli dei bombardamenti incendiari al Nord durò tre anni, dando origine a un deserto e a popolo di talpe sopravvissute che imparò ad amare il riparo di caverne, montagne, tunnel e ridotte, un mondo sotterraneo diventato la base per la ricostruzione di un Paese e ricordo per costruire un feroce odio tra la popolazione“. Ancora oggi, la campagna dei bombardamenti incendiari contro città e villaggi della Corea democratica rimane ignota al pubblico e non è riconosciuta nelle discussioni nei media sulla crisi, nonostante l’ovvia importanza per la Corea democratica nel persegue il programma di deterrenza nucleare. Senza conoscere e confrontarsi con questi fatti, non possiamo comprendere i timori al centro degli atteggiamenti e delle azioni della Corea democratica.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Oriental Review 09/03/2011Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà. Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Crisi nordcoreana degli Stati Uniti e responsabilità del Giappone

Prof. Wada Haruki, Global Research 3 dicembre 20171. La crisi nord-coreana degli Stati Uniti si approfondisce
Nel novembre 2017, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump visitava l’Asia orientale. In Giappone, il Paese dove si fermava per primo, giocò a golf col Primo ministro giapponese Abe Shinzo, come se lui e Abe volessero mostrare che la visita non era altro che espressione di pacifica amicizia. parlarono della questione nordcoreana per “moltissimo tempo”. Il contenuto non ne fu divulgato. Nella conferenza stampa finale del summit, dopo che il primo ministro Abe dichiarò che lui e il presidente Trump “erano pienamente d’accordo sulle misure da adottare nell’analisi della situazione della Corea democratica“, disse: “Il Giappone sostiene costantemente la posizione del presidente Trump quando afferma che tutte le opzioni sono sul tavolo. Nei colloqui ho ancora una volta ribadito con forza che Giappone e Stati Uniti sono al 100% insieme“. Qual è l’obiettivo? Abe dichiarava di aver completamente accettato di “aumentare la pressione al massimo sulla Corea democratica con tutti i possibili mezzi” per far sì che abbandoni il programma nucleare. Nella RoK, il presidente Trump ha parlato all’Assemblea nazionale del popolo coreano, senza alcuna riserva o moderazione. In riferimento alla situazione nordcoreana, ha parlato di “Stato carcerario”, “gulag”, “Paese governato da un culto”, “regime brutale”, “Stato canaglia”. Ha avuto il coraggio di dire, “L’orrore della vita in Corea del Nord è così completo che i cittadini pagano tangenti ai funzionari governativi per farsi portare all’estero come schiavi. Preferirebbero essere schiavi che vivere in Corea del Nord“. Concluse che la Corea democratica è “un inferno che nessuno merita“. Chiamò il leader nordcoreano “tiranno” e “dittatore”. Dico al presidente Trump: “Come cittadino puoi accusare e denunciare il leader, il governo o il sistema nordcoreano come vuoi. Ma da presidente degli Stati Uniti, superpotenza militare, non dovrebbe parlare in questo modo. Noi giapponesi ricordiamo quando il presidente Bush, con veemenza, denunciò il regime di Sadam Husayn in TV alla vigilia dell’inizio della sua guerra all’Iraq”. Questo indirizzo di Trump non è solo una richiesta di resa. È peggio. Il presidente dice che desidera dal profondo del cuore che uno Stato così cattivo e immorale vada distrutto e che il suo popolo liberato. Nessun compromesso, nessuna negoziato. Ha detto: “Nonostante i crimini commesso contro Dio e l’uomo, daremo un futuro migliore. Iniziate con sospendere lo sviluppo di missili balistici e la completa, verificabile e totale denuclearizzazione“. Ciò significa che il leader nordcoreano dovrebbe arrendesi e capitolare incondizionatamente al presidente degli Stati Uniti. La crisi nordcoreana degli Stati Uniti si approfondisce. Massimizzare la pressione non porterà la Corea democratica ad arrendersi. Rafforzerà solo la crisi e l’inclinerà verso la fase militare. Osservatori della Corea democratica ed esperti di questa crisi hanno iniziato a parlare delle possibilità del governo USA di adottare misure militari contro la Corea democratica. Nel settembre 2017 un istituto inglese, il Royal United Services Institute, pubblicava un rapporto del vicedirettore generale Malcolm Chalmers, “Preparing for War in Korea“. Chalmers indicava due possibili modi con cui la guerra potrebbe iniziare.
Caso Uno. “La Corea democratica potrebbe colpire per prima se crede che gli Stati Uniti preparino l’attacco a sorpresa“.
Caso Due. “Un attacco degli Stati Uniti potrebbe essere innescato dalla Corea democratica per dimostrare nuove capacità, ad esempio attraverso test di missili arrivano vicino a Guam o California, il che potrebbe scatenare la decisione ‘ora o mai’ di Trump. Gli Stati Uniti potrebbero quindi lanciare un attacco preventivo contro la Corea democratica“.
Chalmers sottolineava che “dati i rischi di un attacco limitato, è probabile che l’attacco statunitense inizi su larga scala e si sviluppi rapidamente nell’attacco completo alle infrastrutture militari della Corea democratica“. Ora non c’è dubbio che affrontiamo il pericolo di una guerra degli Stati Uniti. Come possiamo impedirla? Dobbiamo tornare alle origini della crisi.

2. Le origini della crisi: il sistema di San Francisco
La crisi nord-coreana degli Stati Uniti è il risultato del conflitto Corea democratica-Stati Uniti. Le origini del conflitto si trovano nella guerra di Corea. (1) Nessuno dubita che le forze della Corea democratica abbiano superato il 38° il mattino del 25 giugno 1950. Questa guerra fu il tentativo di Kim Il Sung di unificare il Paese con le armi. La sua operazione fu approvata da Stalin e Mao Zedong, che fornirono armi e materiali militari. Ma il tentativo di Kim fu infine bloccato dalle forze armate statunitensi, chiamate forze delle Nazioni Unite. Successivamente, un altro tentativo di unificazione del Paese fu tentato da Syngman Ri con le forze delle Nazioni Unite. Ma il tentativo di Ri fu bloccato dalle forze comuniste cinesi. Poi la guerra civile coreana tra due stati coreani si trasformò in guerra sino-statunitense in Corea. Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra per assistere la Corea del Sud, il Giappone era occupato da quattro divisioni dell’esercito statunitense sotto il comando del comandante supremo delle forze alleate (SCAP) Douglas McArthur. L’intero Giappone divenne automaticamente una base per le operazioni militari statunitensi in Corea. Durante la guerra, centinaia di bombardieri statunitensi B-29 da Yokota (vicino Tokyo) e Kadena (Okinawa) volarono incessantemente per bombardare eserciti, città, dighe e altre strutture della Corea democratica. Le Ferrovie, la Guardia Costiera e la Croce Rossa del Giappone collaborarono alla guerra degli Stati Uniti. I marinai giapponesi guidarono la 1a Divisione dei Marines nello sbarco ad Inchon, e dragamine della guardia costiera giapponese spianarono la strada alle forze statunitensi per lo sbarco a Wonsan. Il governo giapponese non decise di fornire questo sostegno in conformità a una propria politica. Piuttosto, era obbligato ad obbedire agli ordini dello SCAP incondizionatamente come Paese sconfitto e occupato. Il Giappone fornì basi militari vitali per le forze statunitensi nella guerra in Corea. Nella primavera 1951 fu chiaro che la guerra coreana sarebbe finita in parità. Il 10 luglio 1951 fu aperta a Kaesong la Conferenza dell’Armistizio. I negoziati furono difficili. La guerra continuò, mentre i negoziati per l’armistizio si aprirono. Due mesi dopo, una conferenza di pace col Giappone iniziò il 4 settembre 1951 a San Francisco. Quarantanove nazioni (incluso il Giappone) firmarono il Trattato di pace col Giappone l’8 settembre. Due ore dopo Yoshida e Dulles firmarono il Patto di sicurezza Stati Uniti-Giappone. Qui si formò un nuovo sistema nell’Asia orientale degli Stati Uniti. Possiamo chiamarlo Sistema San Francisco. (2) A rigor di termini, è il sistema della Guerra di Corea. Gli Stati Uniti erano decisi a continuarla per bloccare l’aggressione comunista. Sul lato nemico c’erano Unione Sovietica, Cina rossa, Corea democratica e Vietnam comunista. Dal lato alleato c’erano Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Filippine, Vietnam del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Dato che gli Stati Uniti desideravano avere un Giappone indipendente come partner centrale dall’economia in ripresa, il Giappone fu risparmiato dal pagare le riparazioni. Ciò che era necessario dopo l’indipendenza era
1) il diritto di continuare a schierare le forze statunitensi in Giappone,
2) autorizzazione agli Stati Uniti di utilizzare il Giappone come base per operazioni militari in Estremo Oriente,
3) Permesso del Giappone alle Nazioni Unite di continuare a sostenere le forze ONU in Corea attraverso di esso.
Per confutare le possibili critiche che gli Stati Uniti avessero derogato alla sovranità giapponese, il Giappone fu sempre più incoraggiato ad assumersi la responsabilità della propria difesa. Gli Stati Uniti avrebbero dominato completamente Okinawa come base militare più importante della regione. L’anno successivo alla conclusione del Trattato di pace di San Francisco, il governo Yoshida cambiò la riserva della polizia di sicurezza in Forza di sicurezza nazionale (Hoantai ) e creò la forza di sicurezza marittima. Il 27 luglio 1953 la guerra di Corea terminò in un armistizio vicino al 38° parallelo quasi nello stesso punto in cui la Corea fu divisa nel 1945. La penisola coreana si stabilizzò in stallo tra nemici. L’armistizio interruppe la guerra, ma le ostilità persistettero senza la valvola di sicurezza della distensione della Guerra Fredda. Cina e Corea democratica rimasero fuori dal sistema di San Francisco. In Giappone, dopo la tregua della guerra di Corea, le Forze di autodifesa (terrestri, marittime e aeree) furono create nel 1954. Ma l’articolo 9 della Costituzione non fu rivisto. Il Senato adottato all’unanimità la risoluzione che proibiva alle forze di autodifesa di recarsi all’estero in caso di guerra. Così il Giappone rimase un peculiare “Stato pacifista” sotto l’ombrello della sicurezza statunitense del sistema di San Francisco. Nella penisola coreana, l’armata volontaria cinese e le forze armate statunitensi rimasero, una per difendere la RPDC e l’altra la RoK. Nel 1958 l’esercito cinese si ritirò totalmente dalla Corea democratica e nel 1961 la Corea democratica concluse trattati di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca con Unione Sovietica e Cina. Il trattato con l’Unione Sovietica diede alla Corea democratica l’ombrello nucleare, così che potesse sentirsi sicura di fronte al sistema di San Francisco.
Il sistema di San Francisco permise agli Stati Uniti di condurre la guerra contro i comunisti vietnamiti dal 1965. La RoK raggiunse gli Stati Uniti in questa guerra. Il Giappone appoggiava la RoK col Trattato del 1965 e forni basi, materiali militari e strutture “ReR” (riposo e ricreazione) per le forze armate statunitensi. Nel gennaio 1968, la Corea democratica, cercando di creare un secondo fronte nella penisola coreana, inviò un’unità partigiana ad uccidere il presidente della RoK Park Chung Hi, invano. Mentre questo tentativo avventuroso fallì miseramente, Kim Il Sung abbandonò questa politica l’anno seguente. Il sistema di San Francisco non poteva assicurare agli Stati Uniti nemmeno il pareggio nella guerra del Vietnam. Per evitare di dare l’impressione di una miserabile sconfitta, il governo statunitense trovò una via d’uscita con la Cina. Nixon visitò Pechino nel febbraio 1972 per riconciliare Cina e Stati Uniti. Ciò portò al grande cambiamento al sistema di San Francisco. Negli anni ’70 la posizione internazionale della Cina cambiò drasticamente. La guerra di Corea fu combattuta tra le forze della Cina e della Corea democratica e le forze delle Nazioni Unite. Quest’ultimo campo comprendeva 16 Paesi: Stati Uniti, RoK, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Filippine, Thailandia, Francia, Grecia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Turchia, Etiopia e Colombia. Negli anni ’70 la Cina aprì le relazioni diplomatiche con quindici summenzionati Paesi, ad eccezione della sola RoK. Per la Cina, la guerra sino-statunitense terminò completamente e la guerra coreana finì. La RPDC voleva seguire la via cinese, ma era chiusa. Tredici dei 16 Paesi del campo delle Nazioni Unite aprirono le relazioni diplomatiche con la Corea democratica negli anni ’70 e ’80. Ma Stati Uniti, RoK e la Francia rimasero fuori da questo processo. Tra Sud e Nord ci furono alcuni cambiamenti, ma tra Stati Uniti e Corea democratica noi. Fondamentalmente, il confronto militare continua.3. L’inizio del nuovo conflitto: le due opzioni della Corea del Nord e gli Stati Uniti
Alla fine degli anni ’80 un grande cambiamento nella storia del mondo iniziò con la riconciliazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e le rivoluzioni dell’Europa orientale. Nell’autunno 1989 i governi comunisti di questa regione furono rovesciati. Quindi il governo sovietico cambiò radicalmente sistema politico e politica, e aprì relazioni diplomatiche con la RoK. I presidenti Gorbaciov e Roh Tae-wu s’incontrarono a San Francisco il 4 giugno 1990 per concordare l’apertura delle relazioni diplomatiche. I nordcoreani si sentivano in difficoltà. Il 2 settembre 1990 il ministro degli Esteri sovietico Shevarnadze visitò la Corea democratica per informarla della decisione del suo governo. Il Ministro degli Esteri della RPDC Kim Yong-nam gli lesse un memorandum. “Se l’Unione Sovietica stabilirà “relazioni diplomatiche” con la Corea del Sud, il trattato di alleanza RPDC-URSS sarà nominale. Se è così, siamo obbligati a prendere provvedimenti per procurarci da soli le armi che erano state finora fornite dall’alleanza“. (3) Ciò significava che una volta ritirato l’ombrello nucleare sovietico, la Corea democratica avrebbe dovuto disporre di proprie armi nucleari. Il 24 settembre 1990, una delegazione di partiti di governo ed opposizione giapponesi guidati da Kanemaru Shin e Tanabe Makoto visitò la Corea democratica. Kanemaru, ex-viceprimo ministro, parlò a Pyongyang, offrendo scuse profonde per “il dolore insopportabile e il danno causato dalle azioni del Giappone al popolo coreano“. Kim Il Sung espresse disponibilità ad avviare negoziati per la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. Il 28 settembre è stata firmata una dichiarazione congiunta di tre parti, promettendo negoziati per la normalizzazione. In questa cruciale svolta storica, nella situazione disperata, i leader nordcoreani decisero di adottare due opzioni politiche per ottenere le armi nucleari e normalizzare le relazioni col Giappone. Gli Stati Uniti respinsero con veemenza il programma nucleare e non approvarono la normalizzazione del Giappone nelle relazioni con una Corea democratica con un programma nucleare. Pertanto, nel mondo che cambiava dopo la fine della Guerra Fredda, un nuovo conflitto iniziò tra Corea democratica e Stati Uniti sulla base delle opzioni della Corea democratica. I negoziati per la normalizzazione tra Corea democratica e Giappone, aperti nel gennaio del 1991, continuarono regolarmente fino al maggio 1992, quando si tenne il settimo round dei negoziati, ma nel successivo, l’ottavo del novembre 1992, il rappresentante della Corea democratica dichiarò i negoziati sospesi. La ragione principale della rottura fu che il rappresentante giapponese, su consiglio di Washington, chiese di chiarire i dubbi nucleari quale prerequisito per la normalizzazione. La seconda ragione fu che il rappresentante giapponese insisteva sul fatto che Taguchi Yaeko (Li Eun Hye) fosse vittima di un rapimento dei nordcoreani. Taguchi, o Li, era una donna rapita in Giappone che si dice fosse stata l’insegnante di Kim Hyon Hui, autore dell’attentato alla Korean Airlines del 1987. (4) Il governo degli Stati Uniti era molto sensibile al programma nucleare della Corea democratica a cui impose l’accettazione dell’ispezione dell’AIEA. Nella primavera 1993, i disaccordi tra Stati Uniti e Corea democratica si acutizzarono e nell’estate 1994 i due Paesi giunsero sull’orlo della guerra per il programma nucleare della Corea democratica. Fu la prima crisi bellica tra Stati Uniti e Corea del Nord. Questa crisi fu superata dalla visita dell’ex-presidente Carter e dai suoi colloqui con Kim Il Sung. Nell’ottobre 1994 fu concluso un accordo di congelamento nucleare. La seconda metà degli anni ’90 fu un periodo di difficoltà economica per la Corea democratica e della costruzione dei reattori ad acqua leggera sotto la guida del KEDO. Ma la costruzione non fu conclusa e non è chiaro di chi sia la colpa.
Nel giugno 2000, il presidente della RoK Kim Dae Jung visitò Pyongyang e incontrò Kim Jong Il. E nell’ottobre 2000 il numero due della DPRK, Cho Myong Rok, visitò Washington e incontrò il presidente Clinton. Era un momento di grande speranza, ma non durò a lungo. Alla fine dell’anno George Bush vinse le elezioni presidenziali. Nel settembre 2001 gli attacchi terroristici a New York e Washington cambiarono radicalmente l’atmosfera negli Stati Uniti e all’inizio del 2002 il presidente Bush definì Iraq, Iran e Corea democratica “asse del Male” ed espresso la determinazione a combatterlo. Sebbene il vento cambiasse, il Primo ministro giapponese Koizumi visitò Pyongyang il 17 settembre 2002 ed incontrò il Presidente Kim Jong Il . Questo fu il risultato di negoziati segreti di un anno con un emissario nord-coreano. Kim ammesso e si scuso del rapimento di un gruppo di civili giapponesi. Kim e Koizumi firmarono la Dichiarazione di Pyongyang coll’intenzione di procedere verso la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. In questo documento, il Giappone si scusò per i danni e le sofferenze causate dal dominio coloniale giapponese al popolo coreano e promise cooperazione economica dopo l’instaurazione di relazioni diplomatiche. Inizialmente la diplomazia di Koizumi e le mosse per normalizzare le relazioni con la Corea democratica suscitarono una risposta pubblica positiva in Giappone. Ma i leader del movimento nazionale dei rapiti giapponesi accusarono i diplomatici di non aver verificato le informazioni sui cosiddetti “rapiti morti” e organizzarono una campagna contro l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con la Corea democratica senza una soluzione completa del problema dei rapimenti. Sato Katsumi, presidente di tale movimento, parlò al comitato della dieta il 10 dicembre 2002, dicendo che il regime di Kim Jong Il era un regime militare fascista che va rovesciato il più rapidamente possibile. (5) Il governo degli Stati Uniti, che non fu consultato dal governo Koizumi, intervenne nei negoziati. James A. Kelly, sottosegretario di Stato per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, visitò la Corea democratica ad ottobre e tornò per dire al governo giapponese che la Corea democratica avviava il programma di arricchimento dell’uranio. Ciò comportò forti pressioni sul governo Koizumi per rallentare i negoziati della normalizzazione. I rappresentanti di entrambi i Paesi s’incontrarono solo ad ottobre, ma in quell’occasione non poterono nemmeno decidere quando si sarebbero rincontrati. Nel marzo 2003, il presidente Bush iniziò la guerra all’Iraq. La Corea democratica era terrorizzata. Nell’agosto 2003 a Pechino si aprirono i colloqui a sei sul programma nucleare nordcoreano. Iniziò una discussione difficile. Il 22 maggio 2004 il Primo ministro Koizumi visitò Pyongyang e incontrò ancora una volta Kim Jong Il. Koizumi, lasciando Tokyo, dichiarò di essere deciso a “normalizzare le nostre relazioni anormali, a trasformare le relazioni antagoniste in amichevoli e relazioni ostili in cooperazione“. Le parole di Kim furono registrate dal Ministero degli Esteri giapponese e in parte diffuse da un programma televisivo. (6) Kim Jong Il disse a Koizumi, “Oggi vorrei dirvi, signor Primo Ministro, che è inutile avere armi nucleari. Ma gli statunitensi sono abbastanza arroganti da dire di aver messo sul tavolo le loro armi per un attacco preventivo contro di noi. Questo ci ha piuttosto sconvolti. Nessuno può tacere se minacciato da qualcuno con un bastone. Abbiamo concluso che avere armi nucleari è un bene che assicura il diritto all’esistenza. Se la nostra esistenza è assicurata, le armi nucleari non saranno più necessarie. Gli statunitensi, dimenticando ciò che hanno fatto, chiedono che abbandoniamo le armi nucleari. Non ha senso. Il completo abbandono delle armi nucleari può essere richiesto solo a uno Stato nemico che ha capitolato. Non siamo un popolo che ha capitolato. Gli statunitensi vogliono che ci disarmiamo incondizionatamente, come l’Iraq. Non obbediremo a una simile richiesta. Se gli USA ci attaccheranno con armi nucleari, non dovremmo rimanere fermi, senza fare nulla, perché se lo facessimo, il destino dell’Iraq ci attenderebbe“. D’altra parte, Kim Jong Il espresse disponibilità al dialogo cogli Stati Uniti. Disse a Koizumi, “Vogliamo cantare un duetto cogli statunitensi coi colloqui a sei. Vogliamo cantare canzoni cogli statunitensi finché le nostre voci non diventano rauche. Vi chiediamo, governi dei Paesi circostanti, di fornire l’orchestra. Un buon accompagnamento rende al meglio un duetto“. Queste parole presumibilmente furono trasmesse al governo degli Stati Uniti, ma adottò un atteggiamento severo. Anche questa volta, il governo Koizumi non riuscì ad andare avanti. Nel settembre 2005 si svolse a Pechino la quarta serie dei colloqui a sei. Questo round stilò il documento più impressionante sulla cooperazione. Secondo i suoi termini, la Corea democratica avrebbe abbandonato l’intero programma nucleare. E gli Stati Uniti s’impegnavano a non attaccare la Corea democratica e ad avanzare verso la normalizzazione delle relazioni. Ma l’atmosfera promettente svanì immediatamente, quando il Tesoro degli Stati Uniti impose sanzioni alla RDPC per presunto riciclaggio di denaro e altri reati. L’ultima possibilità fu scacciata. Nell’ottobre 2005 Koizumi nominò Abe Shinzo suo capo segretario di gabinetto, nominandolo difatti successore nel governo e nel partito al governo. Il 5 luglio 2006 la Corea democratica lanciò un missile Taepodong sopra il Giappone. Abe prese l’iniziativa d’imporre severe sanzioni alla Corea democratica. A settembre Abe, ora Presidente del Partito Liberaldemocratico e Primo ministro del Giappone, dichiarò nel suo primo discorso politico alla Dieta del 29 settembre 2006: “Non ci può essere normalizzazione nelle relazioni tra Giappone e Corea democratica a meno che la questione dei rapimenti non sia risolta. Per avanzare misure globali riguardanti la questione dei rapimenti, ho deciso d’istituire il “Quartier generale sul tema del rapimento” presieduto da me stesso… Con la politica del dialogo e della pressione, continuerò a chiedere con forza il ritorno di tutti i rapiti supponendo siano tutti ancora vivi. Riguardo alle questioni nucleari e missilistiche, cercherò una soluzione coi colloqui a sei, garantendo allo stesso tempo stretto coordinamento tra Giappone e Stati Uniti“. Con la formulazione di questo nuovo principio nell’affrontare la questione dei rapimenti, Abe chiuse completamente i negoziati per la normalizzazione con la Corea democratica. Questo passaggio si credeva adattarsi bene alla politica del governo degli Stati Uniti.
Il 9 ottobre 2006 la Corea democratica effettuò il suo primo test nucleare. Il governo Abe impose una seconda serie di sanzioni alla Corea democratica, vietando a qualsiasi nave nordcoreana di entrare nei porti del Giappone e vietando l’importazione di qualsiasi merce nordcoreana. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU condannò il test della Corea democratica nella risoluzione 1718. D’altra parte, l’amministrazione Bush fu scioccata dal test nucleare nordcoreano e cercò d’invitare la Corea democratica a cambiare politica. L’11 ottobre 2008 l’amministrazione Bush tolse la RPDC dalla lista degli Stati terroristi. La RPDC chiuse le strutture di Yongbyong. Ma questo non produsse una vera svolta nelle relazioni. Nel gennaio 2009 il presidente Obama entrò alla Casa Bianca. Il 13 febbraio Hillary Clinton, segretaria di Stato, disse alla Società Asia che gli Stati Uniti si sarebbero mossi per normalizzare le relazioni con la Corea democratica e concludere un trattato di pace, se la Corea democratica abbandonava il programma nucleare in forma completa e verificabile. Questa preparava un lungo capitolo della crisi nordcoreana degli Stati Uniti. Il 25 maggio 2009 la Corea democratica condusse il secondo test nucleare. Il 12 giugno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adottò all’unanimità la risoluzione 1874. Il governo giapponese adottò nuove sanzioni, vietando l’esportazione di merci giapponesi verso la Corea democratica. Il commercio tra i due Paesi fu completamente interrotto. Il 17 dicembre 2011, Kim Jong Il morì. Il successore fu suo figlio Kim Jong Un, 28enne. Senza abilità speciali o risultati speciali, avrebbe dominato questo Paese difficile, sostenuto dal sistema dello Stato di Partito. Nei primi due anni del suo governo, Kim Jong Un rafforzò il potere eliminando due consiglieri nominati dal padre e sostituendo i vecchi leader del partito e dell’esercito con uomini di una generazione più giovane. Cercò di crearsi la reputazione di amato dal popolo costruendo molte strutture come ospedali, parchi ricreativi e una pista da sci. Dopo tale preparazione, lavorò su diplomazia e affari militari, lasciando il compito delle riforme economiche al Primo Ministro e al suo governo. Ma nel 2012-2013 incontrò solo un giapponese e uno statunitense, il cuoco di Kim Jong Il Fujimoto Kenji e l’ex-star dell’NBA Dennis Rodman. Doveva concentrare l’attenzione sul programma nucleare e sui missili balistici. Questo è stato il suo fedele adempimento al testamento del compianto leader Kim Jong Il.4. Inizia la crisi nord-coreana degli Stati Uniti
Quando è iniziata davvero la crisi nordcoreana degli Stati Uniti? Direi con il quarto test nucleari della Corea democratica del 6 gennaio 2016. Il governo nordcoreano annunciò che si trattava di una bomba all’idrogeno. Il 7 febbraio la Corea democratica lanciò il satellite Kangmyongsung-4. Questi eventi scioccarono Stati Uniti, RoK, Giappone e Cina. La RoK decise di chiudere il complesso industriale di Kaesong. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU adottò all’unanimità la risoluzione delle sanzioni del 2 marzo. L’esercitazione militare USA-RoK Key Resolve iniziò il 7 marzo. A marzo, in Corea democratica furono testati continuamente missili a corto raggio e il 23 aprile fu effettuato il testa di un Submarin Launched Ballistic Missile (SLBM). Il 22 giugno la Corea democratica lanciò due missili a medio raggio Musudang e il giorno successivo un missile a lungo raggio Hwasong-10. I test di vari missili sono continuarono a luglio. Il 24 agosto la Corea democratica lanciò un SLBM e il 5 settembre tre missili nella ZEE giapponese. Poi si ebbe il quinto test nucleare il 9 settembre. Il ritmo elevato dei test era sorprendente. Questa tendenza non cambiò nel 2017. Il 12 febbraio la Corea democratica lanciò un missile Pukguksung-2 sul Mar del Giappone. Il 6 marzo, lanciò quattro missili balistici di cui tre caduti nella Zona economica esclusiva giapponese (ZEE). L’agenzia di stampa nordcoreana annunciò che furono lanciati “dal distaccamento di artiglieria che avrebbe attaccato le basi statunitensi in Giappone se si fosse verificata una situazione imprevista“. Il 14 maggio la Corea democratica lanciò un missile Hwasong-12, che dovrebbe volare per 4000 km. Il 4 luglio la Corea democratica testò l’Hwasong-14, il primo ICBM nordcoreano, che dovrebbe volare per 6000-9000 km raggiungendo Alaska, Hawaii e forse Seattle. E il 28 luglio la Corea democratica testò un altro ICBM, che dovrebbe volare per 14000 km, raggiungendo New York. Il governo degli Stati Uniti era seriamente spaventato. Nonostante la presenza della portaerei nucleare statunitense Carl Vinson nei mari dell’Asia orientale da aprile, i progressi della Corea democratica non potevano essere fermati. Ora so arriva alla vera crisi nordcoreana degli Stati Uniti. La crisi di oggi può essere chiaramente vista nel discorso del presidente Trump all’Assemblea nazionale della RoK.

5. Possibilità e responsabilità del Giappone
Come possiamo uscire da questa crisi? Senza dubbio, Stati Uniti e Corea democratica dovrebbero dialogare. Si dice che il governo degli Stati Uniti abbia contatti segreti o negoziati preliminari con la Corea democratica, ma il presidente Trump e il primo ministro Abe rafforzano la pressione nei suoi confronti, chiedendo di abbandonare tutti i programmi nucleari e missilistici in modo completo, verificabile e irreversibile. I funzionari nordcoreani dicono che non sarà possibile negoziare fin quando gli Stati Uniti non riconosceranno il possesso di armi nucleari della Corea democratica. La Cina propone il doppio congelamento dei programmi nucleari e missilistici della Corea democratica e delle esercitazioni militari congiunte annuali USA-RoK. La Corea democratica aveva proposto una simile idea agli Stati Uniti il 9 gennaio 2015. Ma ora non sembra trovare l’idea così attraente. Vuole di più. Vuole un cambiamento positivo dell’atteggiamento degli Stati Uniti. Qui propongo una via giapponese, perché il Giappone normalizzi incondizionatamente le relazioni con la Corea democratica. Ciò implica il riconoscimento incondizionato da parte del governo statunitense della normalizzazione delle relazioni tra Giappone e Corea democratica. Se questo passaggio è complementare alla proposta cinese di doppio congelamento, potrebbe verificarsi un cambiamento reale nella situazione sulla Corea democratica. Pensando concretamente alla normalizzazione delle relazioni Giappone-RPDC, vi è un buon modello. È “l’incondizionata instaurazione di relazioni diplomatiche con Cuba” da parte del presidente Obama. “Obama superò vari ostacoli e è riuscito a normalizzare le relazioni col vicino. Seguendone l’esempio, noi giapponesi possiamo passare all'”instaurazione incondizionata delle relazioni diplomatiche con la Corea democratica“. Ma naturalmente l’astensione della Corea democratica da ogni ulteriore esplosione nucleare per un certo periodo dall’instaurazione di relazioni diplomatiche è una premessa naturale, per non dire precondizione. Il modello di normalizzazione di Obama degli Stati Uniti con Cuba procedette per fasi, in primo luogo, l’apertura delle relazioni diplomatiche e la creazione di ambasciate, in seguito, negoziati reali e progressivo annullamento delle sanzioni economiche. C’è la dichiarazione di Pyongyang tra Giappone e Corea democratica, firmata nel 2002 dal Primo ministro Koizumi e dal Presidente Kim Jong Il. Seguendo il modello di Obama, Giappone e Corea democratica potrebbero rilasciare una dichiarazione congiunta che riafferma la dichiarazione di Pyongyang e stabilisce relazioni diplomatiche, almeno inizialmente lasciando sostanzialmente la situazione attuale. Ciò significa che la Corea democratica continuerà a possedere armi nucleari e mantenere la posizione base sulla questione dei rapimenti, e che il Giappone manterrà le proprie sanzioni nei confronti della Corea democratica e le basi statunitensi nel Giappone continentale e a Okinawa. In tal modo i due Paesi aprirebbero le ambasciate a Pyongyang e Tokyo e avvierebbero immediatamente negoziati. I negoziati procederebbero su tre tavoli.
Il primo dovrebbe essere sulla cooperazione economica. Un passo promesso nella Dichiarazione di Pyongyang come un segno di scuse per i “tremendi danno e sofferenze” causato dal Giappone “al popolo della Corea col dominio coloniale”. Dovrebbe essere elaborato un programma decennale di cooperazione economica, compreso un accordo sull’attuazione del progetto ciascun anno.
Il secondo riguarderebbe i negoziati relativi al programma nucleare e missilistico balistico della Corea democratica. Il Giappone dovrebbe trasmettere alla Corea democratica la grave preoccupazione per le esplosioni nucleari sotterranee della Corea democratica e chiedere di fermarsi. Il Giappone dovrebbe anche chiedere alla Corea democratica d’informare su quando e dove pianifica i test missilistico. Inoltre il Giappone dovrebbe chiedere alla Corea democratica di non attaccare le basi militari statunitensi in Giappone. Quindi la Corea democratica potrebbe dire che le forze statunitensi potrebbero attaccare la Corea democratica dalle basi in Giappone. La Corea democratica potrebbe chiedere al Giappone di ottenere la dichiarazione ufficiale dal governo degli Stati Uniti secondo cui le forze statunitensi non attaccheranno mai la Corea democratica dalle loro basi in Giappone. Tali negoziati sarebbero molto significativi e importanti.
Il terzo sarebbe sui negoziati riguardanti la questione dei rapimenti. Questi negoziati potrebbero iniziare dal punto in cui la Corea democratica disse che otto rapiti, tra cui Yokota Megumi, erano morti. Il Giappone potrebbe sottolineare che le spiegazioni della Corea democratica sulle circostanze della loro morte non siano convincenti e potrebbero richiedere ulteriori spiegazioni e indagini congiunte. La Corea democratica potrebbe nascondere alcuni giapponesi rapiti ancora vivi, ad esempio Taguchi Yaeko, insegnante di Kim Hyon-hui che fece esplodere un aereo KAL nel 1987. Per salvare una vittima, è necessario continuare la trattativa finché possibile, aspettando che la situazione della Corea democratica cambi.
Con l’instaurazione di relazioni diplomatiche con la Corea democratica, il governo giapponese potrebbe adottare misure per le donne comfort della Corea democratica, in seguito all’accordo Giappone-RoK del 2015. Anche il governo giapponese potrebbe rilasciare certificati all’hibakusha in Corea democratica all’esame dell’ambasciata e iniziare a pagarne l’assistenza regolare. Alcune restrizioni riguardanti importazione ed esportazione di merci tra Giappone e RPDC potrebbero essere revocate e le restrizioni relative alle visite di navi e voli charter potrebbero essere lentamente allentate. Scambi culturali e gli aiuti umanitari potrebbero essere immediatamente aperti. I concerti dell”orchestra filarmonica della NHK a Pyongyang e le esposizioni delle sofferenze delle persone colpite dalle bombe atomiche statunitensi a Hiroshima e Nagasaki sono particolarmente raccomandate. Se la proposta cinese e giapponese lungo queste linee sono presentate alla Corea democratica, la crisi nord-coreana degli Stati Uniti potrebbe essere allentata. È responsabilità del Giappone impegnarsi al massimo per impedire la guerra USA-Corea democratica.Questo documento è stato presentato alla conferenza su “Impegno civico e politica statale per la pace nel nord-est asiatico: oltre il sistema di San Francisco”, tenutasi il 1° dicembre 2017 al Perry World House, University of Pennsylvania. Testo inglese dell’autore, leggermente modificato per la rivista Asia-Pacifico.
Wada Haruki è professore emerito dell’Istituto di scienze sociali, Università di Tokyo e specialista su Russia, Corea e Guerra di Corea.

Note
1. Wada Haruki, The Korean War: An International History, Rowman & Littlefield, 2014
2. Ci sono diversi concetti del sistema di San Francisco. La mia idea è stata descritta nell’articolo Haruki Wada, “Eredità storiche e integrazione regionale”, Il sistema di San Francisco e sue eredità, a cura di Kimie Hara, Routledge, 2015, pp. 252-263.
3. Asahi Shimbun, 1 gennaio 1991.
4. Takasaki Soji, Kensho Nittyokosho (rivisitazione dei negoziati Giappone-Corea). Heibonsha, 2004, pp. 42-65.
5. Wada Haruki, Sato Katsumi Kenkyu (studio di Sato Katsumi), Shukan Kinyobi, n. 476, 19 settembre 2003, p. 17.
6. NHK Special, Hiroku Nittyokosho (Una storia segreta: negoziati Giappone-Corea), 8 novembre 2009. Wada Haruki, Kitatyosen Gendaishi (Storia contemporanea della Corea del Nord), Iwanami, 2012, pp. 215-216.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’intesa tra Turchia, Iran e Qatar si beffa della NATO saudita

M.K. Bhadrakumar, Asia Times 28 novembre 2017La politica mediorientale ha appena assistito a due eventi contrastanti. A Riyadh si teneva una riunione dei ministri della Difesa della Coalizione militare antiterroristica (IMCTC). Il giorno precedente, a Teheran, l’accordo “commerciale” trilaterale veniva firmato da Iran, Turchia e Qatar. Lo spettacolo dell’IMCTC ha superato il modesto evento di Teheran per pompa e pubblicità mediatica. Eppure è quest’ultimo che va seguito. La nuova alleanza militare è stata chiamata frettolosamente “NATO araba”, ma non è né araba né un’alleanza. La sua struttura è data dal Pakistan, ma i pachistani sono razzialmente affini agli indiani del nord. La vera Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico si formò su una solida piattaforma geopolitica e ideologica e fornì l’avanguardia della strategia del contenimento occidentale contro l’URSS. Ma la percezione della minaccia dell’IMCTC è dovuta a un fenomeno proteiforme, non statale che muta nel mondo musulmano stesso. L’Arabia Saudita ha storicamente fama di principale incubatore di “terroristi islamici”, ma la sua attuale situazione è quella degli uccelli che ritornano a casa. Un’economia in grave difficoltà, con riserve valutarie che si esauriscono rapidamente; una infida lotta di successione che fa a pezzi la famiglia reale; segni di risentimento nella dirigenza religiosa profondamente conservatrice che tradizionalmente legittima i governanti; tensioni sociali profondamente radicate che producono richieste di “riforma” e apertura; disordini nelle province orientali ricche di petrolio. Il suolo saudita è fertile per gli islamisti. Allo stesso modo, c’è il complicato ambiente estero: emancipazione sciita in Iraq; pantano nello Yemen; sconfitta in Siria; perdita del Libano verso Hezbollah; impennata iraniana “post-sanzione”; volatilità nel mercato petrolifero e riluttanza statunitense a sostenere il regime saudita su qualsiasi sconvolgimento interno. L’Arabia Saudita non affronta la minaccia di aggressioni estere. Quindi, quanto è utile l’IMCTC nell’allontanare un nemico nella stessa Arabia Saudita? Ancora una volta, i Paesi dell’IMCTC entreranno in guerra con l’Iran per ristabilire la preminenza saudita nel Medio Oriente? La maggior parte dei Paesi dell’IMCTC proviene dalle terre lontane di Maghreb, Africa e Asia centrale ed ha relazioni amichevoli con l’Iran. (Persino il Pakistan sembra desideroso di voltare pagina con l’Iran). In poche parole, l’IMCTC è l’ultima manifestazione dell’approccio saudita nel gettare denaro per scacciare un problema. Ma la crisi oggi è esistenziale e l’IMCTC dà un falso senso di sicurezza. Il servizio fotografico a Riyadh richiamava alla mente lo Shah delle festività persiane del 1971 in occasione del 2500esimo anno della fondazione dello Stato imperiale a Persepoli, proprio mentre il nemico bussava alle porte. Al contrario, l’accordo Iran-Turchia-Qatar, firmato a Teheran era un evento di basso profilo, ma la sua sostanza sicuramente influenzerà la sicurezza regionale e internazionale.
L’accordo, firmato da tre oscuri ministri del Commercio che non fanno notizia nei media occidentali, prevede la creazione di un “gruppo di lavoro comune per facilitare il transito delle merci tra i tre Paesi” affrontando “gli ostacoli al traffico di merci da Iran e Turchia al Qatar”. Questo può sembrare un modesto sforzo per snellire la logistica commerciale verso il Qatar, che non può più avvenire via terra attraverso l’Arabia Saudita. Ma è estremamente simbolico, a significare la sfida strategica di Doha verso la leadership regionale saudita, e il sostegno aperto di Ankara e Teheran. L’alleanza di Doha con Teheran era apparentemente la ragione iniziale dell’ira saudita, ma Qatar e Iran ora sfoggiano una vera e propria alleanza, mettendo a repentaglio la coesione del Consiglio di cooperazione del Golfo, poiché anche l’Iran gode di cordiali legami con Oman e Quwayt. Su un piano più ampio, l’approfondimento dei legami tra Russia, Turchia e Iran, nel contesto della comune antipatia per gli Stati Uniti, fornisce già la via d’uscita di Teheran dall’isolamento regionale. E i rapporti dell’Iran con Qatar e Turchia, Paesi sunniti, smaschera la campagna di Riyadh per dare una coloritura settaria alla frattura con Teheran. Fondamentalmente, l’alleanza Turchia-Iran-Qatar ripristina l’equilibrio nel Medio Oriente musulmano sfidando apertamente la leadership dell’Arabia Saudita La vicinanza tra Qatar e Iran ha profonde implicazioni per i mercati energetici globali. Russia, Iran e Qatar rappresentano il 55% delle riserve di gas comprovate nel mondo. I tre Paesi sono protagonisti del forum dei Paesi esportatori di gas. Inoltre, l’Iran “condivide” il giacimento gasifero South Pars (che rappresenta il 27% delle riserve iraniane) col Qatar e, naturalmente, la Russia approfondisce la presenza nel settore energetico iraniano. Il Qatar domina i mercati del GNL dagli anni 2000. Ma la Russia rafforza la produzione di GNL istituendo la struttura di Jamal (che dovrebbe essere pienamente funzionante entro il 2020) e anche l’Iran guarda a un futuro da esportatore di GNL.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è deciso ad espandere la produzione di GNL negli USA ma, di sicuro, il mercato mondiale del GNL è affollato. La quasi alleanza tra Russia, Iran e Qatar può quindi seriamente danneggiare i piani di Trump per le esportazioni di GNL statunitense. Ciò aumenta anche la sensibilità degli Stati Uniti verso le 6500 truppe stanziate in Qatar, che ospita il quartier generale regionale del Comando Centrale degli Stati Uniti presso l’al-Udayd Airbase. Vi sono anche le tempestose relazioni USA-Turchia, ed anche la Turchia ha una base militare in Qatar. Nel frattempo, a settembre veniva inaugurato un nuovo porto gigantesco in Qatar, porta d’accesso dell’Iran, proprio di fronte al canale navigabile, incrementando il commercio, mentre la Coppa del Mondo del 2022 della FIFA si avvicina. L’Iran, inoltre, offre lo spazio aereo per reindirizzare i voli della Qatar Airways verso Europa ed Americhe. L’Iran spera di attirare investimenti del Qatar. Si parla persino di quotare un giorno il debito del governo iraniano, coi buoni del tesoro, sulla Borsa del Qatar. Basti dire che, in termini geopolitici, la nascente alleanza col Qatar da all’Iran una notevole profondità strategica. L’Iran ha una storia di sconfitte inflitte ai sauditi attraverso un mix di intelligenza ed astuzia, proiettato con la diplomazia, e sembra che si stia ripetendo. Fondamentalmente, tuttavia, l’alleanza Turchia-Iran-Qatar ripristina l’equilibrio di forze nel Medio Oriente sfidando apertamente la leadership dell’Arabia Saudita.Traduzione di Alessandro Lattanzio

I BRICS puntano ad impostare il sistema di trading sull’oro

Covert Geopolitics 28 novembre 2017

L’atteso riallineamento globale sta per essere introdotto formalmente. Ciò include il passaggio di almeno il 60% dell’economia globale al gold standard e ad altre valute basate sulle attività. È la prima volta che viene annunciata questa intenzione dal gruppo. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (BRICS) discutono la possibilità d’istituire un proprio sistema commerciale basato sull’oro, secondo il Primo Vicepresidente della Banca centrale russa Sergej Shvetsov. “Il tradizionale sistema (commerciale) basato a Londra e nelle città svizzere è sempre meno rilevante con l’emergere dei nuovi hub commerciali in India, Cina e Sud Africa“, ha detto aggiungendo, “discutiamo la possibilità d’istituire un sistema commerciale sull’oro nei Paesi BRICS e nei contatti bilaterali“. I Paesi BRICS sono grandi economie dalle notevoli riserve d’oro e dall’impressionante volume di produzione e consumo del metallo prezioso, affermava il funzionario, secondo cui il nuovo sistema sarà alla base della creazione di nuovi parametri di riferimento. La Banca di Russia ha già firmato un memorandum sullo sviluppo degli scambi bilaterali in oro con la Cina. Il regolatore prevede di creare un sistema commerciale unico con la Repubblica popolare cinese nel 2018. “Supponiamo che i legami commerciali e di compensazione siano stabiliti. Il punto è che i compratori di oro decideranno sul luogo di acquisto“, affermava Shvetsov, aggiungendo che i collegamenti commerciali consentiranno ai partecipanti al mercato di accordarsi sugli scambi internazionali attraverso la controparte centrale. L’anno scorso, la Banca di Russia e la Banca Popolare della Cina annunciavano piani per creare una piattaforma che unisca il commercio dell’oro dei due maggiori Paesi acquirenti del mondo. Secondo il World Gold Council, la Russia è il più grande acquirente ufficiale di oro e il terzo produttore mondiale, con l’acquisto dalla banca centrale delle miniere nazionali attraverso le banche commerciali. Negli ultimi dieci anni ha più che raddoppiato il ritmo degli acquisti di oro, aggiungendo più di 1250 tonnellate alle riserve auree. Nel secondo trimestre del 2017 rappresentava il 38% di tutto l’oro acquistato da banche centrali.
L’accordo economico Cina-USA da 300 miliardi di dollari siglato durante il tour di Trump in Asia fornirà sicuramente la necessaria mitigazione all’economia statunitense. In linea con ciò, è assai evidente che il lato oscuro è nel panico venendo smascherato. “L’elezione del presidente Trump… viene evocata come risposta. Così tante donne, che hanno avuto una brutta esperienza, ora dicono “Ho avuto una brutta esperienza e ora la persona che ne è responsabile è il Presidente degli Stati Uniti. Adesso parlo!” affermava il capo della minoranza alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti Nancy Pelosi, nell’intervista alla NBC Meet the Press on Sunday commentando le accuse sessuali rivolte a politici e funzionari pubblici statunitensi. Non ci dovrebbe essere alcuna cessione nel premere su tali marci droni geopolitici. Ancora meglio, li infastidiremo ovunque vadano finché non possano fare altro che impiccarsi per la vergogna, se ci sarà ancora qualcuno di loro. Devono pagare per la distruzione inflitta al mondo.Traduzione di Alessandro Lattanzio