Le isole avamposti militari della Cina

Tyler Durden Zerohedge 17/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraMAP_1_Paracel_and_Spratly_island_chains_slideshowLa scorsa settimana, abbiamo notato l’ironia esilarante del presidente Obama secondo cui la Cina “usava grandezza e forza per subordinare gli altri Paesi“. Naturalmente, un quadro perfetto della politica estera USA e quindi la dichiarazione del presidente è effettivamente un atto d’accusa delle azioni di Washington. Le osservazioni di Obama riguardavano le “attività” della Cina nel Mar Cinese Meridionale; le azioni di Pechino nelle acque contestate da Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan. In sostanza, la Cina costruisce isole in cima al rilievo Fiery Cross nell’arcipelago delle Spratly, che secondo alcuni saranno utilizzate per scopi militari. Il NY Times riassume: “La costruzione sul Fiery Cross Reef è parte di un ampio progetto di bonifica cinese che coinvolge decine di draghe in almeno cinque isole nel Mar Cinese Meridionale. La Cina converte piccoli scogli, poco visibili sull’acqua, in isole abbastanza grandi per ospitare materiale e personale militare e strutture ricreative per i lavoratori. Le immagini satellitari delle bonifiche appaino costantemente negli ultimi mesi, dove i Paesi più piccoli con pretese sulle isole della zona hanno espresso preoccupazione per le costruzioni della Cina, mentre gli Stati Uniti intensificano le critiche… La Cina reclama l’80 per cento del Mar Cinese Meridionale, sostenendo che la “linea dei nove trattini“, tracciata sullo specchio d’acqua alla fine degli anni ’40, è conforme al diritto. Nessun altro Paese riconosce la validità della linea e molti temono che le attività di bonifica della Cina rientrano in un piano per creare il fatto compiuto della sovranità cinese. Ora, una serie di immagini satellitari conferma la costruzione di una pista di 3000 metri sulla barriera corallina, suggerendo che la Cina programmi di farvi atterrare aerei militari, come dei caccia, sulle isole bonificate. Qui, le immagini ad alta risoluzione accompagnate da didascalie dell’Asia Maritime Transparency Initiative (ennesima iniziativa di Soros. NdT):

FieryCross1Fotografia satellitare che individua tre cementifici operanti sull’isola.

FieryReef2La Cina ha già costruito oltre 60 edifici semi-permanenti o permanenti.

FieryReef3Almeno 20 strutture sono visibili sul lato meridionale dell’isola (compreso un eliporto).

FieryReef4La Cina costruisce una pista di atterraggio sull’isola, probabilmente abbastanza grande per farvi atterrare quasi qualsiasi aeromobile cinese.

FieryReef5Le immagini scattate l’11 aprile mostrano la pista per più di un terzo completata.

FieryReef6Pechino installa anche impianti portuali a cui possono attraccare navi cisterna militari.

FieryReef7Il rapporto interattivo dell’AMTI completo è disponibile qui.

Ecco altre note del NY Times su ciò che può significare dal punto di vista militare e geopolitico: “La pista, che dovrebbe essere di circa 3000 metri, abbastanza per ospitare aerei da combattimento, è una svolta nella competizione tra Stati Uniti e Cina sul Mar Cinese Meridionale, ha detto Peter Dutton, docente di studi strategici presso il Naval War College di Rhode Island. “E’ un grande passo strategico“, ha detto. “Per controllare il mare è necessario controllare l’aria...” Col tempo, secondo Dutton, la Cina installerà radar e missili che potrebbero intimidire Paesi come le Filippine, alleato degli USA, e il Vietnam, che reclamano le Spratly, dove riforniscono modesti presidi militari. Più in generale, la capacità della Cina di usare il rilievo Fiery Cross come pista per aerei da caccia e sorveglianza espanderà di molto la competizione con gli Stati Uniti nel Mar Cinese meridionale… “Pensiamo che sia assolutamente per gli aerei militari, ma naturalmente, una pista di atterraggio è una pista di atterraggio, vi può atterrare di tutto se è abbastanza lunga”, ha detto James Hardy, redattore per l’Asia-Pacifico del Jane’s Defense Weekly… La questione principale è cos’altro vi atterrerebbe?“. “A meno che non prevedano di trasformarli in resort, cosa improbabile vista anche la dichiarazione del Ministero degli Esteri della scorsa settimana. Poi aerei militari sono gli unici che dovrebbero atterrarvi“. Altro anche dalla Reuters: “Il senatore John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato USA, definisce le mosse cinesi “aggressive” e ha detto che è emersa la necessità, per l’amministrazione Obama, di agire sui piani per spostare altre risorse militari nell’economicamente importante regione asiatica e rafforzare la cooperazione con i Paesi preoccupati dalla Cina. McCain si riferisce a una valutazione dell’intelligence degli Stati Uniti di febbraio secondo cui la modernizzazione militare della Cina è volta a contrastare le forze armate USA, e ha detto che Washington deve lavorare molto per mantenere il vantaggio militare nella regione Asia-Pacifico. Quando una nazione riempie 600 ettari di terreno e vi costruisce piste, e molto probabilmente adotta altre capacità militari in ciò che sono acque internazionali, chiaramente minaccia l’economia mondiale, ieri, oggi e nel prossimo futuro”, ha detto in una conferenza al Congresso. Un portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha detto che le dimensioni di bonifica e costruzioni cinesi alimentano le preoccupazioni regionali sulla Cina che intenderebbe militarizzare i propri avamposti, e sottolineava l’importanza della libertà di navigazione. “Gli Stati Uniti hanno forte interesse nel conservare pace e sicurezza nel Mare cinese meridionale. Non credo che le grandi bonifiche per militarizzare gli avamposti su territori contesi sia coerente con il desiderio di pace e stabilità nella regione“.
Ciò avviene in un momento interessante per le relazioni tra Pechino e Washington. La recente mossa della Cina per evacuare cittadini stranieri dall’assediata città portuale yemenita di Aden segna la prima volta in cui la nascente superpotenza partecipa al soccorso internazionale. La stessa settimana, la televisione di Stato ha indicato che il Paese inizierà la prima missione dei propri sottomarini nucleari entro la fine dell’anno. Nel frattempo, la Banca asiatica degli investimenti infrastrutturali della Cina segna il cambio economico dal dopoguerra, con l’istituzione multilaterale che cercherà di tappare i buchi lasciati dal FMI dominato dagli Stati Uniti e dall’ADB influenzata dal Giappone, mentre posiziona lo yuan per fargli svolgere un ruolo più importante in quello che diventa rapidamente il nuovo ordine economico mondiale caratterizzato dal dominio del renminbi e dal declino dei sistemi tradizionali che hanno sostenuto l’egemonia del dollaro quale petrovaluta mercantile. Se non è chiaro esattamente quanto l’ambiziosa Pechino speri di trasformare le Spratly in avamposto militare, gli sforzi dello sviluppo della Cina evidenziano quanto il Paese non sia timido nel sostenere i propri interessi di fronte alle minacce occidentali.YEMEN-ADEN HARBOR-CHINESE CITIZENS-WITHDRAW
Pechino sciocca gli USA con l’incredibile progresso dell’aeroporto nel Mar Cinese Meridionale
Sputnik, 17/04/2015

Nuovo immagini satellitari mostrano l’estensione della costruzione di isole artificiali cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Fiery Cross Reef potrebbe presto essere una pista militare nell’oceano. E nonostante la presenza militare nella regione, gli Stati Uniti sono in preda al panico.

1021028956Dragando sabbia dal fondo marino, il governo cinese continua la costruzione di isole artificiali in cima alle scogliere sommerse dell’arcipelago delle Spratly. In parte, le isole saranno utilizzate per rafforzare gli interventi di emergenza nella regione. Ma secondo Pechino le isole saranno utilizzate come avamposti della difesa, preoccupando Washington, che lo é di già per la crescente influenza cinese. Le immagini di IHS Jane’s Defense Weekly avute dall’Airbus Difesa e Spazio mostrano quanto sia rapida la crescita dell’isola. Avviata la costruzione solo l’anno scorso, Fiery Crosse Reef è ora sede della prima pista di atterraggio cinese nel Mar Cinese Meridionale. Con 503 metri già pavimentati, la pista potrebbe essere lunga più di 3000 metri, una volta completata, abbastanza da ospitare aerei da trasporto pesanti e aerei da combattimento, secondo il Centro degli studi strategici e internazionali di Washington. La pista dell’Aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese sarebbe lunga da 2700 a 4000 metri. Le immagini satellitari mostrano anche che una seconda pista di atterraggio 3000 metri potrebbe essere in costruzione sul Subu Reef, un’altra isola artificiale dell’arcipelago. Fiery Cross ospiterà anche un grande porto sull’estremità sud-ovest dell’isola. Immagini mostrano una gru galleggiante che consolida dighe con il cemento. Negli Stati Uniti, già preoccupati dalla costruzione dell’isola, l’esistenza di piste rinvigoriscono le paure. “Gli Stati Uniti hanno forte interesse a conservare pace e sicurezza nel Mar Cinese Meridionale“, ha detto un portavoce del dipartimento di Stato secondo la Reuters. “Non crediamo che la grande bonifica con l’intento di militarizzare avamposti su territori contesi sia coerente con il desiderio di pace e stabilità nella regione“. Nonostante tale presunto interesse per la “pace”, l’esercito statunitense ha costantemente aumentato la propria presenza nella regione. A febbraio, l’US Navy ha inviato il suo aereo spia più avanzato, P-8A Poseidon, nelle Filippine per monitorare la regione. Washington ha anche organizzato una serie di esercitazioni con gli alleati nel Mar Cinese Meridionale. All’inizio di aprile, Stati Uniti e Indonesia hanno partecipato alle esercitazioni militari congiunte, mossa vista da alcuni quale avvertimento all’espansione cinese. Un’altra serie di esercitazioni di Stati Uniti e Filippine inizierà la prossima settimana, conosciute come Balikatan, è “volta ad aumentare la nostra capacità di difendere il Paese da aggressioni esterne“, come ha detto alla Reuters il portavoce militare, tenente-colonnello Harold Cabunoc.
Mentre denuncia pubblicamente la costruzione delle isole cinesi come “aggressiva”, il senatore statunitense John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato, ha invitato l’amministrazione Obama ad inviate altre risorse militari nel Pacifico. Parlando a un seminario a Washington, Cui Tiankai, ambasciatore cinese negli Stati Uniti, ha difeso il diritto di Pechino d’installare difese sul proprio territorio dicendo che “sarebbe illusorio che qualcuno possa imporre alla Cina lo status quo unilaterale” o “violare impunemente e ripetutamente la sovranità della Cina“. Ha anche osservato che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, vieta agli Stati Uniti di condurre “ricognizione intensiva e ravvicinata sulla zona economica esclusiva di altri Paesi“. Il Mar Cinese Meridionale è un specchio d’acqua molto contestato attraverso cui 5000 miliardi di dollari di merci passano ogni anno. Mentre la Cina reclama la maggior parte della zona quale proprio territorio, Filippine, Malesia, Vietnam, Taiwan e Brunei vi avanzano propri reclami.

SpratlyMap2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Grecia aderirà all’Unione Eurasiatica?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 16/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraputin_tsipras_rtr_imgPer lo meno il nuovo governo greco si rende conto che deve partecipare asimmetricamente a un gioco di potere mortale sul futuro della nazione. La cosiddetta troika di Commissione UE, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, esige sangue da una rapa quando si tratta della Grecia. Così, dopo aver sbattuto contro un muro di granito appellandosi a facilitare l’austerity per permettere la crescita economica greca ed avviarne la solvibilità, il governo del primo ministro greco Alexis Tsipras guarda ad ogni opzione. L’ultima mossa è guardare ad est, a Mosca e poi a Pechino. La crisi greca, iniziata nell’ottobre 2009 è a un bivio cruciale. Nel 2007-2008, prima che la crisi del debito immobiliare dei sub-prime negli USA scoppiasse, il debito pubblico greco era circa il 100% del PIL, superiore alla media UE, ma non ingestibile. Nel 2014 il debito era salito al 175% del PIL, superiore anche a quello dell’Italia. Il Paese ha dovuto prendere 240 miliardi di euro dalla Troika per evitare il default del debito, un passo che avrebbe portato le banche tedesche e francesi in possesso di titoli greci a un probabile default. All’inizio della crisi greca, le obbligazioni greche erano possedute principalmente dalle banche dell’UE, che trovavano attraenti i tassi di interesse più elevati. Quando la crisi bancaria in Germania e Francia minacciava per il default greco, i governi di UE, FMI e Banca centrale europea assunsero oltre l’80% del debito sovrano greco, salvando le banche private ancora una volta a spese dei contribuenti greci e europei.

Né l’euro né il dollaro funzionano
La Grecia è letteralmente il tallone d’Achille dell’euro e Washington e Wall Street l’hanno colpito con una ferocia che non si vedeva dalla crisi in Asia e del default sovrano della Russia nel 1997-1998. Quando la Grecia implose alla fine del 2009, il dollaro era la moneta principalmente minacciata di abbandono. I cinesi rimproverarono apertamente il governo degli Stati Uniti per aver lasciato i propri deficit e debiti esplodere ben oltre il trilione di dollari all’anno. La risposta di Divisione guerra finanziaria del Tesoro USA, Federal Reserve, Wall Street e agenzie di rating fu lanciare un contrattacco all’euro per “salvare” il dollaro. Ha funzionato e alcuni ingenui politici di Berlino, di certo non Schauble, né Merkel, ebbero l’idea di quanto sia sofisticato l’arsenale bellico valutario di Washington. Lo stavano scoprendo. Le agenzie di rating degli Stati Uniti, guidate da Standard & Poors e Moody, fecero il passo inaudito di declassare il debito pubblico greco di tre gradi in un giorno dell’aprile 2010, mentre i governi europei decisero un piano di salvataggio della Grecia. Tale degradazione a spazzatura significava che i fondi pensione e le compagnie di assicurazione di tutto il mondo furono immediatamente costretti a scaricare i titoli greci per legge, costringendo i tassi d’interesse che la Grecia doveva pagare per i prestiti, se ancora poteva, a livelli inesigibili. La cricca dei detentori di hedge fund di New York, guidati da George Soros, si riunì per coordinare gli attacchi speculativi alla Grecia, peggiorando crisi e costi dei contribuenti greci. Cosa ha fatto la Grecia per avere il nuovo debito? Un’austerity sanguinosa dettata dall’UE guidata dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, le cui richieste di austerità fanno apparire Heinrich Bruening, nel 1931, un angelo della misericordia. La disoccupazione salì a livelli di depressione, al 27% della popolazione, scendendo al 25,7% nel gennaio 2015, salutato da Bruxelles e Berlino come “segno” che la loro austerità funziona! La disoccupazione giovanile raggiunse ben oltre il 60%. Il FMI, come sempre, impose massicci tagli a dipendenti pubblici, servizi sanitari e d’istruzione per “risparmiare”, facendo soltanto declinare le entrate fiscali. Tutto questo dimostra ciò che i tedeschi sanno dolorosamente bene dal 1930, e cioè che l’austerità non ferma la crisi del debito, ma solo la crescita economica reale.
Il partito di sinistra di Tsipras, Syriza, evolutosi dal Partito Comunista di Grecia dal crollo dell’Unione Sovietica, è stato eletto a gennaio da un elettorato disperato e stufo della depressione infinita tipo austerity di Weimar. Il mandato di Tsipras è avere un migliore futuro economico per i greci. L’unica possibilità, a questo punto, è scegliere di uscire dall’euro e forse anche da UE e NATO. Il Telegraph riferiva il 2 aprile, una settimana prima del probabile mancato pagamento del prestito FMI alla Grecia, che essa elaborava piani drastici per nazionalizzare il sistema bancario del Paese e introdurre una moneta parallela per pagare le bollette, a meno che la zona euro si adoperi per disinnescare la crisi latente e ammorbidire le richieste. Fonti vicine a Syriza dissero che il governo è deciso a mantenere i servizi pubblici e pagare le pensioni mentre i fondi quasi si esauriscono. Il Telegraph citava un alto funzionario greco: “Siamo un governo di sinistra. Se dobbiamo scegliere tra il default con il FMI o il default del nostro popolo, è un gioco da ragazzi. Potremmo avviare un silenzioso processo di uscita dal FMI. Ciò causerà furore nei mercati e l’orologio inizierà a girare assai più velocemente“, aveva detto la fonte al Telegraph. Non riuscendo ad ottenere un euro e un autentico sgravio da Schauble e dall’Unione europea, con la prospettiva del default sul rimborso di 458 milioni di euro al FMI o sulle pensioni statali, Tsipras volava a Mosca per incontrare Putin. Nonostante la Grecia abbia ripagato 458 milioni di euro al Fondo monetario internazionale il 9 aprile, la vera domanda è se la Grecia potrà pagare nelle prossime settimane di aprile, ed ulteriori 7,75 miliardi di dollari a maggio e giugno, mentre fatica a pagare impiegati e pensionati.bad_boys_tsipras_putin__marian_kamenskyLa Grecia nodo energetico russo?
L’incontro Putin-Tsipras prepara possibili passi futuri che potrebbero alterare il futuro non solo della Grecia, ma dell’UE. Il Presidente Putin ha annunciato, dopo i suoi colloqui dell’8 aprile, che Tsipras non ha chiesto alla Russia aiuti finanziari. Ciò di cui hanno discusso era potenzialmente molto più significativo per la Grecia. Hanno parlato dei progetti energetici, tra la cui proposta del Turkish Stream di Putin per fornire il gas russo alla Turchia invece che all’UE dopo che Bruxelles, spinta da Washington, ha sabotato il progetto gasifero russo del South Stream. Turkish Stream propone di fornire gas fino al confine greco-turco. Il ministro dell’Energia greco Panagiotis Lafazanis ha detto che Atene supporta il previsto progetto Turkish Stream della Russia, così come l’estensione della rotta alla Grecia. Russia e Turchia hanno firmato un memorandum d’intesa per la costruzione del gasdotto sul Mar Nero, nel dicembre 2014. La Grecia sarebbe poi diventata il centro di distribuzione del gas ai consumatori dell’Europa meridionale, tra cui l’Italia, in alternativa al defunto South Stream. Putin ha sottolineato dopo i colloqui con Tsipras, alla conferenza stampa congiunta a Mosca dell’8 aprile, “Naturalmente, abbiamo discusso le prospettive per realizzare il grande progetto infrastrutturale che chiamiamo Turkish Stream, un progetto chiave per fornite gas russo ai Balcani e forse Italia e Paesi dell’Europa centrale. Il nuovo percorso provvederà ai bisogni energetici degli europei, e potrebbe consentire alla Grecia di diventare uno dei principali centri di distribuzione energetici del continente, contribuendo ad attrarre investimenti significativi per l’economia greca. La Grecia potrebbe anche guadagnare con le tariffe di transito del gas centinaia di milioni di euro l’anno, se aderisse al progetto del gasdotto Turkish Stream“. A sua volta, Tsipras ha detto che Atene è interessata ad attrarre investimenti per la costruzione del gasdotto sul suo territorio, per gestire il gas del Turkish Stream. Secondo i media, Putin e Tsipras si concentreranno anche su eventuali sconti sul gas russo per la Grecia. Inoltre la Russia ha discusso l’investimento in joint venture con il governo greco. I primi progetti da esplorare comprendono una società greco-russa pubblica, investimenti russi sul porto di Salonicco, che le richieste del FMI vogliono privatizzare, e una partecipazione ferroviaria. Dopo i colloqui con il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak e il CEO della compagnia energetica russa Gazprom Aleksej Miller, Lafazanis ha detto che Atene aveva chiesto una riduzione del prezzo del gas naturale russo.

Russia ed Eurasia?
Putin ha chiesto che siano ripristinate le relazioni commerciali tra Russia ed Unione europea, anche della Grecia. Ha detto che avevano discusso “varie forme di cooperazione e grandi progetti energetici. Con questi piani potremmo fornire prestiti di favore per i progetti”, ha detto Putin, aggiungendo che non era questione di aiuti. Uno di questi progetti è il gasdotto denominato “Turkish Stream” per convogliare gas naturale al confine turco-greco in Grecia. Da parte sua Tsipras ha chiarito che il suo governo si oppose ad eventuali nuove sanzioni alla Russia, cosa di cui Washington non è affatto contenta, con gli editoriali multimediali degli Stati Uniti che attaccano la Grecia di essere il mitico cavallo di Troia della Russia e di tornare nell’orbita dell’UE. Rispondendo con il suo umorismo tipicamente buffo, il presidente russo ha detto alla BBC, “Quale mitologia e cavalli di Troia ecc.: la questione sarebbe valida se io ero andassi ad Atene. Noi non costringiamo nessuno a fare nulla“. I recenti sondaggi mostrano che oltre il 63% dei greci è positivo verso una Russia alleata, mentre solo il 23% lo è verso l’UE. I due Paesi, Russia e Grecia, condividono l’ortodossia e storicamente sono vicini. Costas Karamanlis, il primo ministro greco conservatore nel 2004-09 perseguì la “diplomazia dei gasdotti”, vedendo la Grecia come via del petrolio e gas russi per l’Europa. Washington e Bruxelles erano furiose. Karamanlis fu sfiduciato in circostanze sospette un anno dopo aver firmato l’accordo sul gas con il Presidente Putin, poco prima della crisi finanziaria. Dopo aver perso le elezioni nel 2009, si scoprì che l’agenzia di sicurezza della Russia FSB aveva avvertito l’omologo greco EYP di un complotto per assassinare Karamanlis nel 2008, per fermarne l’alleanza energetica con Mosca. Cavalli di Troia, Talloni di Achille e il ricco patrimonio della mitologia greca non risolvono per nulla la crisi della Grecia che, in realtà, è la crisi generale della civiltà europea. Nessuno a Berlino, Parigi o Roma ha il coraggio di affrontare la realtà, e cioè che i Paesi dell’Unione europea stanno morendo. Demograficamente, economicamente e moralmente sono in una spirale agonizzante. O rompono definitivamente con il mondo in bancarotta del dollaro di Washington e la NATO Atlantista, e puntano il proprio destino sull’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia quale nuova regione dalla vitale prosperità economica, insieme alla Cina e ai progetti per la ferrovia ad alta velocità della Nuova Via della Seta in Eurasia, o in quattro o cinque anni al massimo l’UE soffocherà nel proprio debito e nella depressione economica come la Grecia oggi. L’unica altra alternativa oggi, l’opzione dello status quo dei poteri finanziari, fu sperimentata da Germania nazista, Francia di Vichy e Italia di Mussolini negli anni ’30. Non abbiamo bisogno di provarli di nuovo.Balkany-obsudyat-s-Turtsiey-svoe-uchastie-v-Turetskom-potokeF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran distrugge la tenaglia strategica degli USA

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 15/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora40-Iran-Lavrov-RussiaGli accordi di Losanna sul programma nucleare iraniano, naturalmente, avranno un effetto significativo sulla geopolitica del Medio Oriente, ma non necessariamente come certi sponsor statunitensi del processo hanno calcolato. Teheran sembra l’unica a beneficiarne chiaramente, approfittando della vanità del presidente Obama (che cerca di realizzare una sorta di successo di alto profilo della politica estera, al crepuscolo della sua vita professionale), aprendosi una scappatoia dalla tenaglia strategica che l’intrappola. Da un lato, l’economia iraniana era esaurita da anni di sanzioni di Washington, e il calo dei prezzi del petrolio l’ha reso ancora più evidente. Dall’altra, la posizione dell’Iran nella regione era seriamente contestata dall’Arabia Saudita e alleati, che cercano di sopprimere l’attività degli sciiti nello Yemen e altri Paesi del Medio Oriente. Dato il clima, Teheran ha fatto la scelta giusta. E’ già chiaro che, anche se non sarà un compito semplice attuare gli accordi di Losanna, l’Iran è pronto a una lotta assai più aspra contro gli avversari regionali di quanto si aspettassero, mentre si avvia la campagna militare nello Yemen. I leader iraniani, inoltre, non sembrano essere affatto il tipo di persone che sacrificherebbero i loro interessi nazionali per qualche vago beneficio. Il 9 aprile il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che “solo perché le parti hanno raggiunto un accordo preliminare, non vi è alcuna garanzia di un accordo finale sul contenuto o addirittura che i negoziati continueranno”, respingendo categoricamente l’idea di togliere gradualmente le sanzioni, come chiedono i negoziatori occidentali. Ritiene che le sanzioni contro l’Iran devono essere revocate il giorno stesso in cui l’accordo sul programma nucleare iraniano viene firmato. Khamenei ha aggiunto che in base alla sua esperienza, non è “mai stato ottimista sui negoziati con gli Stati Uniti”.
Ora la Casa Bianca è in una posizione difficile. Teheran non rifiuta ogni aspetto significo dell’accordo firmato per limitarne il programma nucleare. Tutto sembra derivare da una questione di formalità legale, ma di un tipo che Barack Obama troverà difficile da superare. Israele e la potente lobby ebraica negli Stati Uniti non usano mezzi termini accusando Obama di tradire un alleato strategico. E il Congresso dominato dai repubblicani non ha intenzione di rendere la vita facile al presidente democratico, alla vigilia delle prossime elezioni. Obama può incrociare le dita affinché i congressisti approvino il futuro accordo che prevede l’abrogazione graduale delle sanzioni contro l’Iran, ma di certo non ha la forza politica per indurli a togliere tutte le sanzioni in una sola volta, anche se gli iraniani non accetteranno niente di meno. Quindi gli Stati Uniti si lamenterebbero per la rottura di un accordo che sembrava a portata di mano; sarebbe un fallimento epico per la diplomazia statunitense, comportando una notevole perdita di prestigio ben oltre il Medio Oriente. Inoltre, sarebbe difficile continuare il blocco economico dell’Iran una volta che ha accettato di rispettare tutti i requisiti posti dalla comunità internazionale. I calcoli di coloro che avevano sperato che la prospettiva della revoca delle sanzioni contro l’Iran portasse a un ulteriore calo dei prezzi del petrolio (assestando un duro colpo alla Russia) non sono state confermate. Molti esperti ritengono che ciò sia uno dei motivi principali del desiderio di Washington di accelerare sull’accordo sul programma nucleare iraniano. Tuttavia, i leader iraniani non sono i tipi che ridurrebbero ulteriormente il prezzo del petrolio svalutando il loro prodotto sul mercato, volenti o nolenti. La produzione di idrocarburi è significativamente più costosa in Iran che nei Paesi arabi del Golfo Persico, e non vi è motivo per gli iraniani di competere con quelle nazioni al ribasso dei prezzi. La politica estera ritiene che una volta che le sanzioni saranno tolte, ulteriori forniture di petrolio iraniano non saranno disponibili fino al 2016, anche presumendo uno scenario favorevole. Mosca e Teheran hanno ben conoscono la necessità di collaborare per far sì che il petrolio abbia prezzi “abbastanza ragionevoli”, compreso un accordo per scambiare beni industriali russi con forniture extra di petrolio iraniano. I saggi persiani non vedono il rabbocco dei serbatoi delle auto occidentali con benzina a buon mercato come loro massima priorità, ma piuttosto si concentrano sullo sblocco di circa 100 miliardi di dollari di beni iraniani detenuti nelle banche occidentali. L’Iran contratta per riavere questi fondi nella seconda metà di quest’anno. Una volta che questi soldi arriveranno sui mercati globali, ci sarà un tuffo valutario ma non dei prezzi delle materie prime. Molti produttori, tra cui la Russia, attendono questo capitale. Perciò i prezzi del petrolio non sono caduti dopo Losanna, ma s’innalzano, e il rublo guadagna terreno. Sergej Lavrov era chiaro quando ha accolto con favore l’imminente eliminazione delle sanzioni contro l’Iran, sostenendo che sia una buona notizia per la Russia. E’ alquanto ingenuo pensare, come molti fanno in Israele ad esempio, che la chiusura del dossier nucleare iraniano cambierà radicalmente gli equilibri di potere in Medio Oriente, eventualmente facendo dell’Iran il maggiore alleato statunitense nella regione. Teheran non è sfuggita a tale tenaglia strategica solo per rinfilarvisi volontariamente. La sottostanti tensioni regionali rimangono. Washington perderà parte della sua credibilità presso le monarchie del Medio Oriente e Israele, ma sarà comunque costretta a costruire una politica regionale che si basi su di essi, e grazie a posizione geopolitica, interessi economici e l’ideologia ufficiale, l’Iran continuerà a vedere gli USA quale minaccia perenne alla propria sicurezza nazionale.
La Russia è il partner più utile all’Iran per risolvere i problemi immediati che deve affrontare. In particolare, data la crescente tensione ai confini, la Repubblica islamica dell’Iran ha urgente bisogno di aggiornare l’arsenale convenzionale, in particolare i sistemi di difesa aerea e antibalistici. Ma i sistemi occidentali non possono competere con le versioni russe, e in ogni caso non saranno disponibili a Teheran per molto tempo. Il secondo problema principale dell’Iran è sviluppare le infrastrutture energetiche e dei trasporti, tra cui l’espansione delle ferrovie. Le società russe sono abbastanza competitive in questi settori. L’espansione dei legami con l’Iran rafforzerebbe la produzione russa. I produttori iraniani di diversi beni, compresi quelli connessi con alla fabbricazione di prodotti finiti, potrebbero essere inclusi nel programma di sostituzione delle importazioni della Russia. Le società russe non sono interessate solo a vendere i loro prodotti ad alta tecnologia all’Iran, ma anche nella produzione congiunta. Il commercio bilaterale russo-iraniano ammonta attualmente a solo circa 1 miliardo di dollari all’anno, ma potrebbe raggiungere i 10 miliardi abbastanza rapidamente, una volta tolte le sanzioni. La cooperazione economica tra Russia e Iran può collegarsi alla partnership commerciale tra Russia e Turchia (di circa 40 miliardi, ma destinata a crescere fino a 100 miliardi di dollari). La chiave per la conservazione di una stretta relazione tra i due Paesi e perfino di volgerla in una solida alleanza è il fatto che Russia e Iran hanno posizioni molto simili o addirittura identiche sulle questioni regionali cruciali per Teheran, come la situazione in Siria, Iraq, Yemen e Afghanistan, e l’opposizione allo “Stato islamico”. L’Iran attualmente non condivide una posizione così prossima con i Paesi occidentali, né Teheran prevede tale affinità in futuro. Inoltre, durante le sanzioni l’Iran ha spinto il proprio commercio estero a est verso India, Cina e Sud-Est asiatico, dove domanda e prezzi delle esportazioni tradizionali iraniane sono più elevati. E’ ragionevole ritenere che l’Iran non abbandonerà questi mercati dopo la fine delle sanzioni, ma invece vi si rafforzerà. L’amara esperienza con l’embargo occidentale ha reso gli iraniani diffidenti. Non è un segreto che molti grandi progetti iraniani con l’India e la Cina sono ancora ostacolati da tali sanzioni. Questi progetti aprono nuove opportunità alla partecipazione russa. Sembra probabile che la fine dell’embargo faciliterà la piena integrazione dell’Iran nella SCO, la cui adesione è un obiettivo strategico di Teheran, perché gli interessi primari dell’Iran sono in linea con le attività dell’organizzazione. Promuovere l’espansione della SCO non è certo parte del programma di Barack Obama, tuttavia è esattamente dove gli eventi sembrano portare.41d4df1be20adb872b21La ripubblicazione è gradita in riferimento alla  rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran e una nuova geopolitica dell’energia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 12/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

engdahl1_bkIl tentato accordo tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare iraniano apre la prospettiva della fine di quasi 36 anni di sanzioni economiche statunitensi all’Iran. Viene accolto da minacce di attacchi militari unilaterali da parte di Israele all’Iran per “impedirgli” di sviluppare la bomba nucleare. Un’alleanza che sembrerebbe inverosimile tra la monarchia saudita ultra-conservatrice e il governo d’Israele, emerge contro l’accordo tra Iran e Stati Uniti. La vera domanda è quale sia il motivo più recondito dell’amministrazione Obama sull’Iran. Qui la geopolitica energetica gioca il ruolo principale, come spesso accade nel Medio Oriente ricco di energia. E la Russia è l’obiettivo. Recentemente ho dialogato con Shervin, esperto di energia iraniano che ho conosciuto due anni fa a Teheran, su questi sviluppi. Voglio condividere alcuni punti salienti della discussione. È uno specialista di energia presso la principale agenzia stampa internazionale dell’Iran, Tasnim News Agency. Il discorso fornisce una visione utile nel pensiero degli intellettuali iraniani su sanzioni degli Stati Uniti, possibile ruolo dell’Iran nel mondo e geopolitica dell’energia.

Tasnim: Qual è la tua opinione sulle sanzioni all’Iran?
WE: Le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran sono illegali secondo le norme del diritto internazionale e un atto di guerra, così come le sanzioni contro la Siria e ora la Russia.

Tasnim: I negoziati con l’Iran hanno raggiunto un accordo definitivo che vedrà le sanzioni economiche dell’occidente all’Iran annullate?
WE: Dobbiamo essere chiari. Le sanzioni sono di Washington e dell’unità di guerra finanziaria del Tesoro USA, in particolare le ultime sanzioni sull’uso del sistema interbancario di compensazione SWIFT per vendere petrolio iraniano, un passo inaudito di Washington che ora viene minacciato contro la Russia. L’UE vorrebbe riaprire il commercio con l’Iran. Finché Washington è controllata dalle banche di Wall Street e dal complesso militare-industriale ci si può aspettare qualche scusa, anche con l’accordo nucleare, per continuare le sanzioni in qualche modo. Guardate Cuba.

Tasnim: Come gli attuali bassi prezzi del petrolio influenzano l’economia degli USA?
WE: Il segretario di Stato degli USA John Kerry incontrò il re saudita in Arabia Saudita lo scorso settembre e propose il crollo dei prezzi del petrolio per fare pressione su Iran e soprattutto Russia di Putin, essendo determinati a distruggere l’unica grande potenza militare che potrebbe minacciare la totale egemonia militare del Pentagono. Se la Russia capitola, e sono convinto che non avverrà, il mondo attuale crollerà, l’Iran sarà isolato e distrutto, la Cina anche e tutte le nuove strutture alternative multipolari che si oppongono al totalitarismo sempre più evidente degli egemoni anglo-statunitensi subiranno una sconfitta devastante. Ironia della sorte, lo shock petrolifero saudita dello scorso anno ha un impatto devastante sulla nuova grande industria petrolifera dello scisto in North Dakota, Texas, California ecc. Credo che tra 3-6 mesi inizieremo a vedere una valanga di fallimenti di compagnie petrolifere per l’oltre miliardo di dollari di prestiti delle compagnie petrolifere o di obbligazioni “spazzatura”. Finora le compagnie petrolifere dello scisto hanno inondato il mercato con il loro petrolio per avere il denaro per evitare l’inadempienza bancaria nella speranza che la crisi finisca presto. I tizi di Big Oil come ExxonMobil, Chevron, BP, Shell possono cavalcare la tempesta essendo ben capitalizzati e globalizzati. Per l’economia in generale degli Stati Uniti, praticamente l’unico punto positivo della crescita di posti di lavoro furono le centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro nell’industria dello scisto nazionale. Ma ormai scompaiono rapidamente. L’amministrazione Obama non è riuscita, ancora una volta, a vedere le gravi conseguenze delle proprie azioni. Si sono sparati ai piedi per la guerra petrolifera contro Putin.

Tasnim: Come le sanzioni economiche all’Iran hanno colpito l’economia degli Stati Uniti?
WE: Le sanzioni del Tesoro USA contro l’Iran non hanno praticamente alcun impatto sull’economia statunitense, rendendole così diaboliche.

Tasnim: Le sanzioni economiche all’Iran sono più vantaggiose per gli USA o l’Iran?
WE: In realtà, e l’ho visto quando ero a Teheran due anni fa, s’avvantaggia molto di più l’Iran. Ciò perché vi costringe ad essere autosufficienti e a non lasciare che la vostra economia, le vostre industrie, la vostra agricoltura siano distrutte dalle importazioni occidentali a basso prezzo come hanno fatto tanti Paesi di Asia, Africa e America del Sud. Costringono l’Iran a sviluppare le proprie meravigliose capacità interne, a controllare il proprio credito e a non divenire un vassallo del sistema del dollaro che va in bancarotta. Gli iraniani sono persone molto istruite, molto intelligenti e molto intraprendenti. Penso che si faccia benissimo a non importare iPhone6 o il tossico soia OGM della Monsanto.

Tasnim: Washington ha fatto scendere il prezzo dai sauditi, per danneggiare la Russia e forse l’Iran?
WE: Sì, naturalmente. Fu una ripetizione di ciò che George Schultz e il vicepresidente Bush Sr. fecero nel 1986 permettendo ai sauditi, allora, d’invadere il mercato e far scendere i prezzi al di sotto dei 10 dollari al barile, in modo da mandare in bancarotta l’Unione Sovietica durante la guerra in Afghanistan contro i mujahidin filo-USA di Usama bin Ladin. Ma la gente del dipartimento di Stato e della CIA di Washington è stata piuttosto stupida stavolta. Non ha calcolato che i sauditi avevano la propria agenda con il petrolio a buon mercato, cioè distruggere la crescente concorrenza del petrolio di scisto degli Stati Uniti. Ora è troppo tardi per Obama e Washington invertire facilmente i prezzi petroliferi. La qualità intellettuale dei burocrati di Washington, anche rispetto a trent’anni fa, è miserabile per memoria storica, cultura, economia e strategia. Si noti che alcuni dei peggiori individui della politica estera degli Stati Uniti, come Brzezinski e Kissinger, sollecitano Obama a non provocare una guerra con la Russia. Sanno almeno qualcosa di storia. I neo-conservatori come Victoria Nuland del dipartimento di Stato o il segretario alla Difesa Ashton Carter o Hillary Clinton, che punta il suo sguardo freddo sulla Casa Bianca, non hanno spessore oltre ad essere malvagi. Pertanto sono pericolosi tanto per la loro nazione che per il mondo.

Tasnim: I sauditi vedono nella richiesta di Washington l’opportunità di espellere il fracking statunitense dal mercato, preservando in tal modo il loro mercato statunitense?
WE: Non si tratta del mercato statunitense dei sauditi. Le esportazioni saudite principalmente vanno in Asia oggi, e piuttosto poco, circa 800000 barili al giorno, negli Stati Uniti, dove il consumo di petrolio giornaliero è circa 19 milioni di barili al giorno, il 4%. E’ il mercato globale che i sauditi sono interessati dominare con la leva dell’OPEC araba: Arabia Saudita, Quwayt, Emirati. Senza Iran, naturalmente per i sauditi, ma il conflitto tra sunniti e sciiti, soprattutto quando Washington ha deliberatamente avviato le rivoluzioni colorate della primavera araba alla fine del 2010, mira a creare totale disordine tra i membri dell’OPEC che una volta cooperavano, per stabilire il controllo militare statunitense diretto su tutto il Medio Oriente. I Paesi OPEC e i loro fondi sovrani, con i loro enormi proventi petroliferi, cominciavano a creare le reti bancarie islamiche indipendenti dall’usura e dalla schiavitù del debito occidentale; Tunisia, Libia, Egitto… continuando, in pochi anni il dollaro sarebbe diventato la moneta senza valore di una repubblica delle banane, proprio come la minaccia che Washington vede oggi nei BRICS e nell’Infrastructure Asian Investment Bank. È utile ricordare i due pilastri dell’egemonia di Washington: controllare il denaro tramite Wall Street e avere il dollaro quale valuta di riserva mondiale; e controllare la potenza militare. Il controllo del denaro iniziò a collassare con la stupida deregulation bancaria quando Alan Greenspan era alla Federal Reserve e la conseguente orgia speculativa chiamata Asset Backed Securitization che portò all’inevitabile crisi finanziaria del 2007-2008. Dopo di che, la “soluzione” militare è divenuta sempre più dominante con il pilastro finanziario troppo debole per supportare la spinta al dominio globale, o come Bush e David Rockefeller lo chiamavano, Nuovo Ordine Mondiale. Potrebbe essere utile sapere che oggi tali oligarchi statunitensi, come li chiamo io, sono terrorizzati come mai in 100 anni dal rischio di poter perdere tutto. Sono disperati. Washington oggi è pieno di gente confusa che si scontra e combatte il mondo. E’ un po’ come gli ultimi anni dell’impero romano, nel IV secolo d.C. Ricordando l’antico detto greco, “chi gli dei vogliono distruggere, prima fanno impazzire”. Oggi Washington ha perso l’egemonia e ospita certi pazzi, mentre Israele è guidato dal gangster Binjamin Netanyahu.

Tasnim: La riduzione del prezzo del petrolio per l’Iran è una minaccia o un’opportunità?
WE: Un’opportunità meravigliosa, per assumere un ruolo guida nel nuovo sistema commerciale internazionale ma solo a prezzi che escludono i dollari. Finché il mondo vende il petrolio in dollari, sostiene l’impero del dollaro e si autodistrugge. Qui Cina, Russia e altri giocano un ruolo cruciale con i prezzi in valuta locale, quindi con la de-dollarizzazione delle proprie economie. Oggi l’unica cosa che puntella il sistema del debito mastodontico in dollari USA sono le vendite di petrolio in dollari, il narcotraffico mondiale in dollari e i militari degli Stati Uniti in tutto il mondo come poliziotti globali. Questo è un sistema piuttosto fragile, a mio avviso.

Tasnim: Quali suggerimenti avete per le autorità economiche?
WE: L’Iran è un Paese meraviglioso con belle persone di buon cuore ed enorme intelligenza e risorse economiche. Se fossi a capo dello Stato iraniano avrei indirizzato il mio governo nel pianificare in tutto l’Iran e in tutte le regioni, se non c’è di già, coinvolgendo i cittadini nel dialogo con i funzionari economici regionali per definire gli obiettivi economici prioritari di ogni regione nei prossimi 5 anni (oltre diventa troppo rigido). Proprio come Charles de Gaulle, che non era certo comunista, fece con la sua “Pianificazione” di Jacques Rueff. Poi i ministri del governo centrale si incontrano e rivedono desideri ed esigenze della popolazione dell’Iran e traccia le priorità da realizzare. Vorrei vietare tutti i vaccini occidentali. Una dieta sana e amorevoli famiglia e comunità sono l’unico modo per avere un sistema immunitario sano. Vorrei vietare gli OGM e la Protezione chimica killer come il Roundup della Monsanto, sempre immanente, anche indirettamente tramite la soia o il mais OGM di Stati Uniti e Argentina. La Cina solo ora comprende l’errore nel permettere che il 60% dei suoi semi di soia sia OGM importato. Farei sviluppare la meravigliosa cultura alimentare dell’Iran naturalmente, con metodi naturali e senza chimica, sovvenzionandola con una politica fiscale positiva e punendo l’industria agroalimentare tipo USA con tasse punitive. Oggi gli oligarchi occidentali hanno un semplice ordine del giorno: il genocidio di tutti i non-anglosassoni dalla pelle scura. Ne ho incontrato molti negli anni nelle conferenze di Davos, Francoforte e molti luoghi. Sono razzisti sanguinari, eugenetisti, gente come Gates con i suoi vaccini uccide i neonati e rende sterili le ragazze. Bill Gates, George Soros, David Rockefeller, Warren Buffett, i DuPont, la famiglia Russell della Yale University, e altri i cui nomi non sono così noti. Sono tutte persone fondamentalmente stupide e ridicole, incapaci di vedere le conseguenze di ogni vita che tolgono dalla totalità dell’umanità. Per uccidere “le bocche inutili” come noi, fanno guerre, diffondono malattie, rendono sempre più malati e paralizzati i nostri bambini con i loro vaccini velenosi, distruggono la sana medicina tradizionale non chimica come quella che esiste ancora in alcune parti di Cina, Iran e Russia, in favore di farmaci e tossine delle aziende farmaceutiche occidentali che, tra l’altro, controllano. Creano organizzazioni terroristiche per diffondere le loro guerre di sterminio come al-Qaida in Libia, Iraq, Yemen e nel mondo arabo, il Cemaat di Fethullah Gülen in Turchia e altrove, il SIIL è una creazione di Stati Uniti e servizi segreti israeliani per distruggere Bashar al- Assad e il legame tra Siria, Iran e Iraq.
Washington ora vuole sedurre Iran per allontanarlo dall’alleata Russia e ridurre le esportazioni di gas russo verso la Turchia e l’Unione europea. A mio avviso il futuro dell’Iran non è divenire un nuovo alleato degli attuali neoconservatori di Washington per qualche biscotto economico occidentale; abbandonando la sua alleanza naturale con l’Eurasia, in particolare con Russia, Cina e i Paesi della Shanghai Cooperation Organization. Le riserve accertate di gas naturale dell’Iran sono stimate da BP in circa 34 miliardi di metri cubi, mentre per la Russia sono 33 miliardi di metri cubi. La cooperazione tra queste due superpotenze del gas naturale è essenziale per costruire l’architettura dell’Eurasia in modo vantaggioso per tutti, anche per la Germania e il resto dell’UE. Questa è un’occasione d’oro per allontanare la geopolitica energetica globale dalle potenze dell’asse Washington-Londra-Riyadh che la controllano dall’accordo iniziale tra il presidente statunitense Roosevelt e il re saudita Ibn Saud del 1943, dando alle transnazionali petrolifere statunitensi di Rockefeller il controllo esclusivo delle vaste ricchezze petrolifere dell’Arabia Saudita.

screenshot 2015-01-20 08.09.56.pngF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Non si parla più di lasciare la Novorossija all’Ucraina

ArgumentiCassad 8 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nel giornale del Generale Kanchukov ho trovato un’intervista all’ex-generale del SVR Reshetnikov, che ora guida il centro di analisi RISR.Post-Soviet spaceNella periferia nord di Mosca, sotto la protezione affidabile delle truppe interne, è nascosto l’istituto, in passato segreto, del Servizio d”intelligence Estera. Le lettere d’oro “Istituto di ricerca strategica russo” ora risaltano sulla facciata. Ma il nome pacifico non confonde i consapevoli, più di duecento dipendenti vi forgiano lo scudo analitico della Patria. Ci sarà una nuova guerra nel sud-est dell’Ucraina? Chi c’è dietro il presidente degli Stati Uniti? Perché così tanti nostri funzionari sono definiti agenti d’influenza? A queste e altre domande di “AN” ha risposto il direttore del RISR, l’ex-Tenente-Generale Leonid Reshetnikov.

Rivali nello stesso campo
Avete una “copertura” seria, il SVR. Perché declassificarvi improvvisamente?
Anzi, eravamo un istituto vicino all’intelligence, per lo più specializzato nell’analisi delle informazioni disponibili sull’estero. Cioè, le informazioni necessarie non solo al servizio d’intelligence, ma anche alle strutture che decidono la politica estera del Paese. Stranamente, non ci sono centri di analisi simili nell’amministrazione del presidente russo. Anche se ci sono molte “istituzioni” con soli direttore, segretaria e moglie del direttore che lavora come analista. La PA aveva grave carenza di specialisti e quindi il servizio d’intelligence ha dovuto condividerli. Oggi il nostro fondatore è il Presidente della Russia, e tutte le richieste governative per la ricerca sono firmate dal capo dell’amministrazione Sergej Ivanov.

Quanto sono richieste le vostre analisi? Perché siamo un Paese di carta: tutti scrivono molto, ma alla fine che influenzano hanno?
A volte vediamo azioni che riecheggiano le nostre analisi. A volte è impressionante quando si avanzano certe idee che poi diventano tendenza nell’opinione pubblica russa. E’ chiaro che molte direttive sono pronte ad essere adottate.

Qualcosa di simile avviene negli Stati Uniti con il centro di analisi Stratfor e il centro di ricerca strategico RAND Corporation. Chi di voi è “più di tendenza”?
Quando, dopo il passaggio alla PA nell’aprile 2009, abbiamo creato il nuovo statuto dell’Istituto, come suggerimento ci dissero di prenderli ad esempio. Allora pensai “se ci finanziate come Stratfor o RAND Corporation sono finanziate, allora batteremo tutte queste società di analisi straniere”. Perché gli analisti russi sono i più forti del mondo. Ancor di più gli specialisti regionali, che hanno cervelli incontaminati e più “freschi”. Posso parlarne con fiducia, ho 33 anni di esperienza di lavoro analitico. Prima al Primo Direttorato del KGB dell’URSS e poi la Servizio d’Intelligence Estero.

ONG, ONG, dove ci portano
E’ noto che RAND Corporation ha sviluppato il piano dell’ATO nel sud-est dell’Ucraina. Il vostro istituto fornisce informazioni sull’Ucraina, in particolare sulla Crimea?
Naturalmente. In linea di principio solo due istituti studiano l’Ucraina: RISR ed Istituto dei Paesi della CSI di Konstantin Zatulin. Fin dall’inizio del nostro lavoro abbiamo scritto documenti analitici sulla crescita del sentimento anti-russo in Ucraina e il rafforzamento del sentimento filo-russo in Crimea. Abbiamo analizzato le azioni delle autorità ucraine. Ma non abbiamo fornito dati allarmisti, tutto è perduto, anzi, abbiamo aumentato l’attenzione al problema. Abbiamo proposto d’intensificare significativamente il lavoro delle organizzazioni non governative (ONG) pro-russe, d’intensificare come ora dice la pressione politica del “soft power”.

Con un ambasciatore come Zurabov non abbiamo nemmeno bisogno di nemici!
Il lavoro di qualsiasi ambasciata e qualsiasi ambasciatore è soggetto ad una serie di limitazioni. Un passo fuori, ed è uno scandalo. Inoltre, c’è un problema enorme con il personale professionale del Paese, non solo nella diplomazia. In qualche modo abbiamo esaurito le scorte, pochissime persone brave, dopo una forte rotazione, rimangono nel servizio governativo. E’ difficile sopravvalutare il ruolo delle ONG. Le rivoluzioni colorate ne sono un chiaro esempio, venendo fomentate in primo luogo dalle organizzazioni non governative statunitensi. Ciò è accaduto anche in Ucraina. Purtroppo, di fatto nessuna attenzione è stata dedicata a creare e sostenere organizzazioni simili agenti a nostro favore. Se funzionassero, allora potremmo sostituire dieci ambasciate e dieci ambasciatori, anche molto intelligenti. Ora la situazione comincia a cambiare, a seguito di un ordine diretto del presidente. Speriamo che i subalterni non vanifichino gli sviluppi.

Se domani ci sarà la guerra
Come pensa che si svilupperanno gli eventi in Novorossija in primavera ed estate? Ci sarà una nuova campagna militare?
Purtroppo, la probabilità è molto alta. Solo un anno fa, l’idea di federalizzare l’Ucraina era praticabile. Ma ora Kiev ha bisogno della guerra, di uno Stato unitario per diversi motivi. Il principale è che il Paese è guidato da persone ideologicamente anti-russe, non semplicemente subordinate a Washington, ma comprate e pagate da quelle forze che si nascondono dietro il governo degli Stati Uniti.

Cosa vuole questo famigerato “governo mondiale”?
E’ più facile dire ciò di cui non ha bisogno: non ha bisogno di un’Ucraina federale, che sarebbe difficile da controllare. Sarebbe impossibile schierarvi le loro basi militari, un nuovo scaglione dell’ABM. Ci sono tali piani. Da Lugansk e Kharkov i missili da crociera tattici possono superare gli Urali, dove si trovano le nostre principali forze di deterrenza nucleare. E possono colpire i missili balistici nei silos e mobili in fase di decollo, con una probabilità del 100%. Attualmente questa zona non è raggiungibile né dalla Polonia, né dalla Turchia, né dal Sud-Est asiatico. Questo è l’obiettivo principale. Così gli Stati Uniti combattono nel Donbas fino all’ultimo ucraino.

Quindi non si tratta dei giacimenti di gas di scisto trovati in questo territorio?
Il loro principale obiettivo strategico è un’Ucraina unita sotto il loro pieno controllo, per combattere la Russia. Il gas di scisto o le terre coltivabili sono solo un piacevole di più. Un vantaggio collaterale. Più il grave attacco al nostro CMI spezzando i collegamenti tra i CMI di Ucraina e Russia. Questo è già stato compiuto.

Ci hanno giocato: il nostro “figlio di puttana” Janukovich è dovuto fuggire con l’aiuto degli Spetsnaz e Washington a collocato i suoi “figli di puttana”?
Dal punto strategico-militare, ovviamente ci hanno spiazzato. La Russia ha “compensato” con la Crimea. C’è “compensazione” con la resistenza dei residenti del sud-est dell’Ucraina. Ma il nemico ha già strappato un ampio territorio che faceva parte dell’Unione Sovietica e dell’impero russo.

Cosa vedremo in Ucraina quest’anno?
Il processo di semi-disgregazione o addirittura la disintegrazione assoluta. Molti restano ancora muti di fronte al nazismo autentico. Ma chi capisce che Ucraina e Russia sono fortemente legate non ha detto ancora l’ultima parola. Non a Odessa, non a Kharkov, non a Zaporozhe e non a Chernigov. Questo silenzio non sarà eterno e il coperchio del calderone sarà inevitabilmente spazzato via.

E come i rapporti tra Novorossija e resto dell’Ucraina si svilupperanno?
Vi è uno scenario poco probabile stile Transnistria. Ma non ci credo, il territorio di RPD e RPL è molto più grande, milioni di persone sono state già risucchiate dalla guerra. Per ora la Russia può ancora convincere i leader delle milizie ad impegnarsi in tregue temporanee. Ma appunto temporanee. Non vi è alcun discussione sul ritorno della Novorossija all’Ucraina. Il popolo del sud-est non vuole essere ucraino.

Quindi, se il nostro Paese è isolato a livello globale a causa della riunificazione con la Crimea, perché non prendiamo tutto il sud-est? Quanta ipocrisia può esservi?
Penso che sia troppo presto per prenderlo, ancora. Sottovalutiamo la consapevolezza del nostro presidente, che sa che ci sono alcuni processi in Europa che non sono chiaramente visibili agli osservatori esterni. Tali processi fanno sperare che potremo proteggere i nostri interessi con metodi e mezzi differenti.

Feb16DoneUn fronte, ma non una linea del fronte
Con il flusso di informazioni sull’Ucraina ci dimentichiamo la crescita esplosiva dell’estremismo religioso in Asia centrale…
Si tratta di una tendenza estremamente pericolosa per il nostro Paese. La situazione in Tagikistan è molto difficile. La situazione in Kirghizistan è instabile. Ma il Turkmenistan potrebbe diventare la direzione del primo colpo, proprio come “AN” ha scritto. In qualche modo lo dimentichiamo, perché Ashkhabad è isolata. Ma questo “palazzo” potrebbe cadere prima. Avrà la forza di resistere? Oppure potremo intervenire in un Paese che resta piuttosto distante da noi? Quindi, tale direzione è difficile. E non solo per le infiltrazioni nella regione dei militanti dello “Stato islamico”. Secondo gli ultimi dati, Stati Uniti e NATO non hanno intenzione di lasciare l’Afghanistan e vi manterranno le loro basi. Dal punto di vista militare, cinque o diecimila soldati che rimangono possono essere portati a 50-100mila in un mese. Questa è una parte del piano generale per circondare e premere sulla Russia, ideato dagli Stati Uniti con l’obiettivo di deporre il Presidente Vladimir Putin e spezzare il Paese. Un profano, ovviamente, non ci crederebbe, ma chi ha accesso a grandi quantità di informazioni, lo sa molto bene.

Quale confine sarà violato?
In primo luogo hanno in programma d’isolarci semplicemente laddove è “facile”. Non importa dove: Kaliningrad, Caucaso del Nord o Estremo Oriente. Questo servirà da detonatore di un processo che può intensificarsi, Non è mera propaganda, ma un’idea reale. Tale pressione da ovest (Ucraina) e sud (Asia centrale) potrà solo crescere. Cercano di penetrare attraverso le porte occidentali, ma sonderanno anche quelle meridionali.

Qual è la direzione strategica più pericolosa per noi?
La direzione meridionale è molto pericolosa. Ma per ora gli Stati cuscinetto, le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, esistono ancora e a occidente la guerra è già alle porte… In effetti, sul nostro territorio. Attualmente non c’è un bagno di sangue tra ucraini e russi ma piuttosto una guerra tra sistemi globali. Alcuni pensano di “essere l’Europa”, altri di essere la Russia. Perché il nostro Paese non è solo un territorio, è una civiltà distinta ed enorme, che ha la propria visione dell’ordine globale del mondo. In primo luogo, ovviamente, questo fu l’impero russo, esempio della civiltà orientale-ortodossa. I bolscevichi lo distrussero, ma crearono una nuova idea di civiltà. Una terza è ormai molto vicina. La vedremo entro 5-6 anni.

Cosa sarà?
Penso che sarà una simbiosi di quelle precedenti. E i nostri “colleghi giurati” lo capiscono perfettamente. Ecco perché è iniziato l’attacco da tutti i lati.

Cioè, la lotta congiunta russo-statunitense contro il terrorismo, in particolare, contro il SIIL, è una finzione?
Naturalmente. Gli USA creano, finanziano e addestrano i terroristi e poi danno l’ordine alla banda: “prendete”. Forse si può sparare a un “cane rabbioso” nella banda, ma gli altri cani saranno ancora più attivi.

Satana guida le danze
Leonid Petrovich, pensa che gli Stati Uniti e i loro presidenti siano solo uno strumento. Chi pensa ne decida la politica?
Ci sono comunità di persone sconosciute al grande pubblico che scelgono non solo i presidenti statunitensi, ma anche decidono le regole del “grande gioco”. In particolare, queste sono le società finanziarie transnazionali. Ma non solo. Attualmente vi è un processo continuo per riformattare il sistema economico e finanziario mondiale. Chiaramente, c’è un tentativo di ripensare l’intera struttura del capitalismo senza rigettarlo. La politica estera è soggetta a rapidi cambiamenti. Gli Stati Uniti improvvisamente hanno abbandonato Israele, il loro principale alleato in Medio Oriente per migliorare le relazioni con l’Iran. Forse perché oggi Teheran è più preziosa e più importante di Tel-Aviv? Perché è vicino alla Russia. Queste forze segrete hanno l’obiettivo di liquidare il nostro Paese come serio attore sulla scena mondiale. Perché la Russia è una civiltà alternativa a tutto l’occidente. Inoltre, vi è la crescita esplosiva del sentimento anti-americano nel mondo. In Ungheria, dove le forze conservatrici sono al potere, e in Grecia dove la sinistra, forza diametralmente opposta, sono effettivamente uniti e “contrari” agli Stati Uniti che s’impongono all’Europa. Ci sono “contrari” anche in Italia, Austria, Francia, e così via. Se la Russia resiste sulla sua terra, processi sfavorevoli alle forze che cercano il dominio globale inizieranno in Europa. E tali forze lo capiscono perfettamente.

Alcuni leader europei già si lamentano che gli Stati Uniti li abbiano costretti alle sanzioni. L’Europa si può liberare dall'”amichevole” abbraccio statunitense?
Mai. Gli USA hanno diverse catene: la zecca della Federal Reserve, la minaccia di rivoluzioni colorate e l’eliminazione fisica dei politici indesiderati.

Esagerate sull’eliminazione fisica?
Niente affatto. La Central Intelligence Agency degli Stati Uniti non è nemmeno un servizio d’intelligence dai compiti tradizionali. Il PGU del KGB o il SVR della RF sono servizi segreti classici: raccolta di informazioni ed informare i vertici del Paese. Nella CIA le caratteristiche tradizionali dell’intelligence sono gli ultimi dei suoi problemi. Gli obiettivi principali sono: eliminazione, anche fisica, dei politici e organizzazione dei colpi di Stato. E lo fanno ora. Dopo la perdita del sottomarino Kursk, il direttore della CIA George Tenet ci visitò. Mi fu chiesto d’incontrarlo all’aeroporto. Tenet era lento ad uscire dal velivolo, ma era aperto, così potei sbirciare dentro il suo Hercules, era un quartier generale volante, centro di calcolo operativo pieno di attrezzature e sistemi di comunicazione in grado di monitorare e rispondere alla situazione in tutto il mondo. La delegazione che l’accompagnava era di venti persone. Quanto a noi, voliamo su voli regolari in squadre di 2-5 persone. Si può sentire la differenza, per così dire.

A proposito, riguardo l’intelligence. Ancora una volta si parla del ripristino del servizio d’intelligence russo unico, unendo SVR e FSB. Che ne pensa?
Sono molto negativo. Se combiniamo i due servizi speciali, intelligence straniera e contro-intelligence, allora avremo una fonte di informazione per i vertici del Paese invece che due. Quindi, la persona che presiede questa “fonte di informazioni” ha il monopolio, e può manipolarle per raggiungere un certo obiettivo. In URSS le manipolazioni informative del KGB erano evidenti anche al capitano Reshetnikov. A un presidente, uno zar o un primo ministro, non importa come si chiama il primo funzionario, è vantaggioso avere diverse fonti d’intelligence indipendenti. Altrimenti diventa ostaggio di un certo leader della struttura o della struttura stessa. È molto pericoloso. Gli autori di questa idea pensano che diverremo più forti dopo l’unificazione. Invece, ci creeremo delle minacce.

Dove sono le trappole?
E ora passiamo dalle teorie del complotto globale ai nostri affari. Come si può passre da funzionario che non sa ciò che fa ad agente d’influenza che sa quello che fa?
Non ci sono così tanti agenti di influenza importanti nel mondo come molti pensano. Adottare o meno gravi decisioni strategiche contro gli interessi del proprio Paese, viene di solito deciso da, per così dire, agenti ideologici. Costoro sono tra i nostri funzionari finiti coll’occupare posizioni ai vertici della nazione, ma la cui anima è in occidente. Non c’è bisogno di arruolarli o comandarli. Per costoro tutto ciò che avviene “là” è la massima realizzazione della civiltà. E qui siamo nella “sporca” Russia. Non legano il futuro dei loro figli, che inviano all’estero, al Paese. E questo è un indicatore serio di conti in banche estere. A tali “compagni” sinceramente non piace la Russia, il cui “sviluppo” controllano.

Ha appena ritratto alcuni dei nostri ministri con estrema precisione. Come passeremo il 2015 con costoro?
Quest’anno, con loro o senza di loro, sarà difficile. Molto probabilmente, neanche il prossimo anno sarà facile. Ma dopo la nuova Russia andrà avanti con fiducia.

2014-ukraine-crisis-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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