Libia, Egitto e altre operazioni nel Mediterraneo

Alessandro Lattanzio, 9/3/2016

Il Generale iraniano Qasim Sulaymani e Ahmad Badradin Hasun, Gran Mufti della Siria

Il Generale iraniano Qasim Sulaymani e Ahmad Badradin Hasun, Gran Mufti della Siria

Secondo Muhamad Sadiq Qarazi, stretto collaboratore dell’ex-presidente iraniano, Kerry avrebbe detto a numerosi ministri arabi che “tutto il mondo arabo è nelle mani di Qasim Sulaymani“. Nell’intervista alla TV iraniana Qarazi ha detto che il ministro degli Esteri dell’Oman, Yusuf bin Alawi, aveva riferito che durante l’incontro tra Kerry e i ministri degli Esteri di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Giordania, avrebbero criticato l’atteggiamento statunitense verso l’Iran. Sadiq Qarazi aveva riferito: “Quando il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayad contestò la controparte statunitense, Kerry afferrò un fazzoletto e rivolto ai ministri arabi disse “Tutto il mondo arabo è nelle mani del Generale Qasim Sulaymani che combatte il terrorismo. L’attacco dell’11 settembre fu condotto da elementi provenienti da Arabia Saudita, Pakistan e altri Paesi arabi, non abbiamo trovato alcun iraniano tra gli attentatori di quell’attacco terroristico“.libya_oil_gas_fields_weo_2005Confusione strategica in Libia
Lo Stato islamico in Libia, presente a Sirte, Sabratha al confine con la Tunisia, e presso Derna dalla seconda metà del 2015, quando lo SI iniziava a tentare di occupare o distruggere le stazioni petrolifere di Mabruq, Dahra, Ghani e Bahi, allo scopo “di danneggiare l’ancora di salvezza economica del Paese per indebolire lo Stato e così i Paesi europei fortemente dipendenti dal petrolio libico”. Lo Stato islamico si diffondeva in Libia, occupando Sirte e assorbendo Ansar al-Sharia, filiale di al-Qaida, controllando 125 km di coste libiche, combattendo a Bengasi e Derna e cercando di occupare Aghedabia, snodo dei collegamenti tra i porti e i giacimenti di gas e petrolio. Lo Stato islamico aveva circa 3000 combattenti in Libia. L’11 dicembre, il primo ministro francese Manuel Valls invocava sforzi internazionali per schiacciare lo SI che si estendeva sul Paese nordafricano, “Siamo in guerra. Abbiamo un nemico che dobbiamo combattere e schiacciare in Siria, Iraq e presto Libia”. A novembre, gli statunitensi avevano bombardato Derna, cercando di uccidere un capo dello SI.
115273-libyan-rebel-fighters-fire-a-grad-rocket-at-the-front-line-west-of-the Il 16 dicembre i parlamenti di Tripoli e Tobruq firmavano un accordo a Sqirat, in Marocco, sponsorizzato da ONU, Qatar, Turchia, Italia, Spagna, Marocco e Tunisia, per la formazione di un governo di unità nazionale, un Consiglio di Presidenza, una Camera dei Rappresentanti ed un Consiglio di Stato. A Roma, il 13 dicembre, si erano incontrati su questo tema i rappresentanti di Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Francia, Germania, Spagna, Algeria, Ciad, Marocco, Niger, Qatar, Tunisia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Ma su 156 parlamentari di Tobruq, solo 90 firmavano l’accordo, mentre dei 136 di Tripoli, espressione della fratellanza musulmana, poco più della metà, 69, l’approvava. I contrari erano appoggiati da Abdalhaqim Belhadj il capo del Gruppo Islamico Combattente Libico, dal Consiglio della Shura dei Mujahidin di Derna, e dalle milizie salafite filo-turche di Misurata; mentre Haftar, capo dell’esercito di Tobruq, definiva i negoziati “una perdita di tempo”, in ciò sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Secondo il cugino del defunto leader libico Muammar Gheddafi, Ahmad al-Dam Gaddafi, enormi quantità di gas Sarin furono sequestrate e inviate a Tripoli dai terroristi dello SI. Al-Dam aveva detto che i terroristi avevano già utilizzato il Sarin in Libia nel 2014, ma “ciò fu trascurato dalla comunità mondiale“. Il 14 dicembre un commando di 20 soldati degli Stati Uniti, in missione segreta in Libia, giungeva nella base aerea di Watiyah, ma si ritirava su pressione dei comandanti locali, avendogli negato il permesso di usare la base aerea. I 20 soldati erano sbarcati “in stato di prontezza al combattimento indossando giubbotti antiproiettile e armi avanzate“. Watiyah è vicina a Sabratha, la base più occidentale dello Stato Islamico in Libia. Nelle settimane precedenti, velivoli da ricognizione francesi e statunitensi avevano sorvolato Sabratha, Sirte, Bengasi e Derna. Una dichiarazione del Pentagono diceva: “Con il concorso di funzionari libici, militari statunitensi si erano recati in Libia il 14 dicembre per impegnarsi nel dialogo con i rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico. Mentre erano in Libia, i membri di una milizia locale hanno chiesto che il personale degli Stati Uniti se ne andasse. Nel tentativo di evitare il conflitto è partito senza incidenti“. Secondo un autore di Foreign Affairs, Joseph Micallef, “La Libia ha sempre un posto di rilievo nei piani d’espansione dello Stato islamico. Le prime tre province straniere dello Stato islamico sono tutte in Libia. Il 13 novembre 2014, Abu Baqr al-Baghdadi annunciava la creazione di tre nuovi wilayat o province dello Stato islamico, in Libia (Wilayat al-Barqah, Wilayat al-Tarabulus e Wilayat al-Fizan). I tre wilayat corrispondevano alle tre regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Nelle ultime settimane vi sono state indicazioni che la città libica di Sirte diverrebbe la nuova capitale dello Stato Islamico se Raqqa dovesse cadere in mano alle forze anti-SIIL“. Nel frattempo, la Francia aveva dispiegato 3500 soldati in una nuova base, a 45 km dal confine meridionale con la Libia. Secondo The Guardian, “funzionari occidentali si attivano per ottenere l’autorizzazione per attacchi aerei sulla Libia nei prossimi giorni, prima che lo Stato islamico catturi l’importante città di Aghedabia, porta di accesso alla ricchezza petrolifera del Paese. Aspri combattimenti infuriano in città, che si trova su un altopiano roccioso che domina i porti petroliferi orientali. La sua cattura darà allo SI il comando del bacino di Sirte, che ospita la maggior parte dei giacimenti petroliferi della Libia. Jet statunitensi, inglesi e francesi sono in stand-by per colpire dalle basi nel Mediterraneo, con droni e aerei da ricognizione già in volo. Forze speciali statunitensi sono nel deserto libico, con un’unità inavvertitamente fotografata nella base aerea occidentale di al-Watiyah, la scorsa settimana. … F-15 statunitensi avevano bombardato una riunione di al-Qaida ad Aghedabia, a luglio, partendo dalle basi in Italia. Tornado e Typhoon della RAF a Cipro, assegnati ai bombardamenti in Siria, possono essere rivolti a sud con rifornimenti in volo dalle aerocisterne. Aerei da ricognizione francesi sorvolano le basi dello SI e forze speciali degli Stati Uniti incrociano nella regione”. Gli Stati Uniti perseguivano gli sforzi per aumentare la presenza militare del Comando Africa (AFRICOM), con migliaia di truppe, la costruzione di basi e di piste aeree, operazioni di raccolta delle informazioni e la formazione di partnership con regimi locali.
Il 6 gennaio, un convoglio di 12 veicoli del SI tentava di occupare Ras Lanuf, venendo respinto dalle Guardie petrolifere, ma un deposito del terminal petrolifero di Sidra veniva distrutto da un’autobomba. Già il 4 gennaio, il SIIL aveva occupato Bin Jawad, 30km a ovest di Sirte, sulla strada dalla roccaforte di Sirte, da cui aveva organizzato gli attacchi ai porti petroliferi Sidra e Ras Lanuf, i più grandi della Libia, capaci di produrre 500000 barili di petrolio al giorno. La Libyan National Oil Company (NOC) aveva chiesto aiuto per affrontare lo Stato islamico, “siamo impotenti e non possiamo fare nulla contro la distruzione deliberata degli impianti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf”. Sirte e 125 km di coste libiche erano controllate dallo SI. L’ONU chiedeva ai parlamenti di Tobruq e Tripoli di accettare l’accordo per condividere il potere, creando un governo di unità nazionale guidato dall’imprenditore Fayaz al-Saraj a Tripoli. Il Daily Mirror riferiva che team dello Special Reconnaissance Regiment delle SAS inglesi operavano in Libia preparando il terreno per l’invio di circa 1000 soldati inglesi, nell’ambito di un’operazione italo-anglo-francese, “Questa coalizione fornirà ampi mezzi di sorveglianza, per le operazioni contro lo Stato islamico che avanza ampiamente in Libia”. Sempre il 7 gennaio, lo Stato islamico compiva un attentato suicida contro un centro di addestramento della polizia di Zlitan, uccidendo 75 persone, il peggiore attentato dall’assassinio di Muammar Gheddafi nel 2011. Il 19 febbraio, 2 cacciabombardieri F-15E del 48.th Fighter Wing dell’US Air Force, decollati da Lakenheath nel Regno Unito, bombardavano la base dello Stato islamico nel quartiere Qasr Talil di Sabratha, uccidendo 49 persone. Il Ministro degli Esteri della Serbia dichiarava che l’attacco aveva ucciso Sladjana Stankovic e Jovica Stepic, impiegati dell’ambasciata serba rapiti l’8 novembre 2015 a Sabratha. “Purtroppo, in conseguenza di questo attacco allo Stato islamico in Libia, i due hanno perso la vita“.
EUCOM Image A gennaio l’Italia s’impegnava a consentire ai droni armati statunitensi di decollare dalla base di Sigonella per intervenire contro lo SI in Libia. Nei 18 mesi precedenti Washington aveva ripetutamente richiesto all’Italia di effettuare operazioni sulla Libia con droni armati da Sigonella. Il governo italiano dichiarava che parteciperà ad operazioni militari in Libia solo su richiesta del governo libico legittimo. Dalla base dell‘US Navy di Sigonella, la Naval Air Station Sigonella, decollavano gli UAV statunitensi Reaper che effettuavano i raid contro lo Stato islamico in Libia. La base di Sigonella ospita la 12.th Special Purpose Marine Air-Ground Task Force dei Marines, il cui compito è addestrare e istruire le forze armate dei Paesi africani partner degli USA nella ‘Guerra al terrore’. Sigonella ospita 2000 militari statunitensi, velivoli da pattugliamento marittimo P-3C Orion, velivoli da trasporto C-130 Hercules, convertiplani V-22 Osprey, 3 UAV Global Hawk e 6 UAV Reaper. Secondo il Military Technical Agreement del 2006, che regolarizza le attività di Sigonella, ogni operazione va autorizzata dalle autorità italiane. I Global Hawk, presenti a Sigonella dal settembre 2010, sono droni da ricognizione strategica a lungo raggio, con un’apertura alare di 40 metri e un peso di 15 tonnellate, che volano alla quota operativa di 18000 m e con autonomia di oltre 24 ore. I Global Hawk sono dotati del radar AN/ZPY-2 MP-RTIP (Multi-Platform Radar Technology Insertion Program), con capacità GMTI (Ground Moving Target Indicator), per inseguire bersagli terrestri, e capacità SAR (Sintetic Aperture Radar), cioè mappare il terreno sorvolato con una risoluzione di 1 metro. Il velivolo può essere equipaggiato per l’intelligence elettronica (COMINT ed ELINT). Il Reaper, di stanza a Sigonella dal 2012, ha un peso massimo al decollo di oltre 4,6 tonnellate, un’apertura alare di 20 metri, ed ha un’autonomia di 14 ore e vola alla quota operativa di 8000 m. Il Reaper può trasportare 1,7 t di armi come missili aria-superficie Hellfire, bombe laserguidate e bombe a guida satellitare. Il velivolo è dotato del radar Lynx, con capacità SAR e GMTI, e di una gondola di puntamento e designazione obbiettivi dotata di videocamera agli infrarossi, TV, telemetro ed illuminatore laser per guidare missili e bombe. Nel frattempo, forze speciali francesi arrivavano nella base aerea di Benina, ad est di Bengasi, per sostenere il generale Qalifa Balqasim Haftar e le operazioni dell’LNA. Un centro operativo comune veniva istituito tra le forze libiche del generale Haftar, sotto il comando del colonnello Salim al-Abdali, ed unità del Commandement des Opérations Spéciales (COS) del 1.er Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine, e agenti della Direction du Renseignement Militaire (DRM), ovvero l’intelligence dello Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, ed unità del Service Action (SA), reparto armato della Direction des Opérations (DO), componente della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE), l’intelligence estera francese dipendente direttamente dal Presidente della Repubblica francese. Al ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, Haftar annunciava il rafforzamento delle operazioni militari e l’occupazione di Aghedabia e del porto di al-Muraysah. L’offensiva di Haftar contro Ansar al-Sharia e Fajir al-Libya era stata possibile con il supporto logistico dell’Egitto, che inviava al generale armi e combattenti zintani trasportati via aerea dal jabal al-Nafusa. Nel Fizan, nel frattempo, operavano le squadre da ricognizione francesi della base avanzata Madama nel Niger, nell’ambito dell’operazione Barkhane. Madama opsita 300 legionari francesi del 2.me REP (Régiment Étranger de Parachutistes), del 3.me RPIMa (Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine), e delle forze speciali del 13.me Régiment de Dragons Parachutistes, supportati da elicotteri, aerei da trasporto e unità di genieri. Dal 2015 l’Aeronautica Militare francese rifornisce le milizie di Zintan nel jabal al-Nafusa.
A Sabratha, il 27 febbraio, le forze della LNA eliminavano 11 terroristi del SIIL. Mentre Ali Ramadan Abuzaquq, ministro degli Esteri del governo islamista di Tripoli, affermava che il suo governo sarebbe stato contento se l’Italia avesse guidato l’intervento in Libia, la Gran Bretagna inviava in Tunisia una squadra di 20 istruttori della 4.ta Brigata di fanteria. Il governo islamista di Tripoli contava sull’appoggio della coalizione Fajir al-Libya e dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata di Salahudin Badi, ex-comandante dell’intelligence militare libica e fratello musulmano.
L’Unione dei Rivoluzionari di Misurata avrebbe avuto a disposizione 40000 effettivi dotati di una cinquantina di carri armati T-55, qualche centinaio di blindati BMP e BTR, lanciarazzi multipli BM-21 Grad, sistemi controcarro, un migliaio di pickup armati con armi antiaeree da 14,5mm e 23mm, cannoni senza rinculo M40 da 106mm e cannoncini antiaerei M55A4B1 da 20mm.
Fajir al-Libiya avrebbe avuto a disposizione 20000 uomini effettivi, mortai, obici, lanciarazzi da 107mm e da 122mm, oltre 1000 pickup armati.
A Tripoli erano attive altre tre milizie: il Consiglio Militare di Tripoli di Abdalhaqim Balhaj, ex-capo del Gruppo Combattente Islamico libico ed agente del Qatar, che avrebbe avuto a disposizione 10000 miliziani che controllavano l’aeroporto Mitiga e l’aeroporto internazionale di Tripoli; la milizia berbera del Congresso Generale Nazionale di Nuri Abusahmain; la LROR (Sala Operativa dei Rivoluzionari della Libia), composta da 2000 miliziani dotati di una cinquantina di blindati Nimr-II e qualche carro armato T-55; la RADA o Forza di Deterrenza Speciale salafita. In Cirenaica era attiva la Brigata Martiri del 17 Febbraio, milizia della Fratellanza musulmana formata da 5000 elementi. Nel Fizan, il governo di Tripoli contava sulle milizie tuareg.
Il governo di Tobruq contava sull’Esercito Nazionale Libico del generale Qalifa Haftar, formato da 30000 effettivi dotati di arri armati T-55, T-62 e T-72, 300 blindati BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 100 Nimr-II, 300 BRDM-2, 200 Humvee e i blindati Puma forniti dall’Italia, una ventina di veicoli M53/59 Praga dotati di cannoni antiaerei da 30mm, il tutto supportato da un’aviazione formata da 8 caccia MiG-21, 4 caccia MiG-23, 2 cacciabombardieri Su-24 e una decina di elicotteri d’attacco Mi-24 e d’assalto Mi-8 schierati nelle basi aeree di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) ed al-Nasir (Tobruq). La Marina militare di Tobruq doveva disporre della motomissilistica Shafaq, della corvetta Tariq Ibn Ziyad e di un dragamine. Principale alleato di Haftar era il Consiglio Militare dei Rivoluzionari di al-Zintan, composto da 23 milizie di Zintan e jabal Nafusa, in Tripolitania, che riunivano 30000 effettivi dorati di centinaia di tecniche, cannoncini antiaerei, mortai, pezzi di artiglieria e lanciarazzi. Inoltre vi erano le 20000 Guardie petrolifere di Ibrahim Jadran che sorvegliano gli impianti petroliferi della Cirenaica. Altri alleati di Tobruq erano le milizie Warfala e Warshafana di Bani Walid e di Sirte, e le milizie tebu del Fizan.
Infine vi erano Ansar al-Sharia, aderente ad al-Qaida nel Maghreb Islamico formata da 5000 elementi, tra Bengasi e Derna, dotati di tecniche, 30 cannoni D30 da 122mm e 50 lanciarazzi BM-21 Grad. Alleata di Ansar al-Sharia era la liwa Umar al-Muqtar composta da circa 250 miliziani guidati da Ziyad Balam, attiva a Derna, Aghedabia e Bengasi. Infine lo Stato islamico che disponeva di basi ad Hun, tra Sirte e Sabha, e di 8000 effettivi dotati di pickup armati.
Il 2 marzo, nello scontro tra Stato Islamico e Fajir al-Libya venivano uccisi 2 tecnici italiani rapiti a Sabratha, Salvatore Failla e Fausto Piano. La vedova di Failla, Rosalba Castro, dichiarava “Salvo mi mandò un messaggio su whatsApp il 20 luglio, appena arrivato in Libia dopo essere stato in Sicilia: ‘Non sono ancora arrivato al cantiere, ti chiamo più tardi’, mi scrisse. Tante volte mi sono interrogata su quello strano spostamento, da Tripoli al campo base, fatto di sera e non di mattina presto come al solito. Io sono convinta che, in tutti questi mesi, mia marito sia rimasto a Sabratha. E lì era, ne sono certa, quando il 19 febbraio i droni americani hanno buttato le bombe”.libya-Kadir-AksoyRidislocamento geopolitico nel Mediterraneo
Mentre si svolgevano i negoziati tra Rosoboronexport (azienda per l’esportazione della Difesa russa) e governo egiziano per dotare di sistemi di comunicazione e controllo le portaelicotteri Mistral vendute all’Egitto, Cairo continuava a rinnovare la geopolitica egiziana. Secondo l’analista egiziano Samir Ayman, il governo del Generale al-Sisi apriva contatti con Hezbollah e l’Iran per sviluppare un coordinamento sulla sicurezza in relazione alla crisi in Siria. “L’obiettivo della visita si concentrava sulla creazione di stretti rapporti tra Egitto ed Hezbollah in linea con gli interessi comuni. Data la potenza ed efficienza nella regione araba e il sostegno al governo siriano contro l’aggressione straniera, il governo egiziano ora tenta di aprire un canale di comunicazione con Hezbollah e Iran“, affermava Samir concludendo che Egitto ed Hezbollah affrontavano il ruolo negativo di Riyadh e Ankara nella crisi in Siria. Questo avveniva nel quadro regionale che vedeva anche il sequestro della nave battente bandiera del Togo Kuki Boy carica di armi destinate al Libano. La nave da carico trasportava 6 container con migliaia di armi, munizioni ed esplosivi, veniva sequestrata dalle autorità greche al largo di Creta, il 28 febbraio, dopo aver salpato dal porto turco di Izmir alla volta del Libano. In due casi precedenti la polizia aveva confiscato fucili Winchester SXP: nel settembre 2015, quando i greci sequestrarono la nave da carico Haddad 1 che ha trasportava 5000 fucili per gli islamisti in Libia, e nel novembre 2015, quando la polizia italiana scovò 800 fucili dello stesso tipo su un autocarro olandese proveniente dalla Turchia. Difatti, i libanesi alcuni mesi prima avevano arrestato un principe saudita che trasportava 2 tonnellate di Captagon sul suo aereo privato. Il Captagon è la droga utilizzata dai terroristi attivi in Siria. I sauditi reagivano ritirando i 3 miliardi di dollari di prestiti promessi ai militari libanesi per acquistare armi dalla Francia. E una settimana prima del sequestro, gli Stati del Golfo Persico avevano avvertito i propri cittadini di lasciare il Libano. L’Arabia Saudita agendo in tal modo, cercava di vendicarsi del Libano che non l’aveva seguita nella condanna di Hezbollah. Sui 3 miliardi di dollari promessi all’esercito libanese, con cui comprare armi francesi, il 5 marzo il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava “Non abbiamo rotto il contratto. Sarà attuato ma il cliente sarà l’esercito saudita. Abbiamo deciso che i 3 miliardi di euro (in equipaggiamenti) non saranno consegnati all’esercito libanese ma saranno reindirizzati all’esercito saudita. Siamo di fronte ad una situazione in cui le decisioni vengono dettate da Hezbollah libanese. Le armi andranno all’Arabia Saudita, e non ad Hezbollah“.
French President Francois Hollande offers condoleances to Saudi King Salman following the death of Saudi King Abdullah in Riyadh La nave da carico del Togo, probabilmente, rientrava in un’operazione saudita-turca per scatenare una nuova guerra civile libanese, possibilmente presso Tripoli, aprendo un nuovo fronte contro l’Asse della Resistenza. Inoltre, l’Arabia Saudita avrebbe cercato di costituire una milizia settaria sunnita in Libano reclutando profughi siriani. Probabilmente una copertura per giustificare la comparsa di forze taqfirite da infiltrare ed attivare agli ordini dei sauditi in Libano. In precedenza, il segretario di Stato degli USA John Kerry, in una testimonianza alla Commissione Affari Esteri, aveva accennato a un “piano B” per la Siria, un’“opzione militare per rendere difficile a Damasco ed alleati continuare l’assalto contro i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti”. Kerry, rispondendo al commento del presidente della Commissione Bob Corker che i russi avevano “realizzato i loro obiettivi” in Siria, sostenne che i russi e il governo siriano avrebbero avuto il controllo di Aleppo ma che, “controllarne il territorio è sempre stato difficile“, e che i russi non potevano impedire all’opposizione di avere le armi necessarie per continuare la guerra, finché Stati Uniti ed alleati li sostengono. E intanto il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr e il capo dell’intelligence saudita Qalid al-Hamidan, compivano una visita segreta in Israele per discutere di azioni congiunte israelo-saudite contro Iran, Siria e Libano, incontrandosi con i funzionari del Mossad e il primo ministro Biniyamin Netanhayu. In precedenza funzionari israeliani avevano visitato la capitale saudita Riyadh. Già nel 2015 si erano svolti cinque incontri israelo-sauditi in India, Italia e Repubblica Ceca.
Concludendo, i 6 Stati (Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti) del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) definivano il movimento di Resistenza libanese Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Ciò perché Hezbollah è al fianco del governo del Presidente Bashar al-Assad contro i terroristi taqfiriti (SIIL, al-Qaida, ecc). L’Algeria si rifiutava di seguire le petromonarchie wahhabite, durante la riunione del 2 marzo 2016 a Tunisi dei ministri degli Interni arabi, dove Libano e Iraq si astenevano dal definire Hezbollah organizzazione terroristica. Il Ministero degli Interni algerino avvertiva che “qualsiasi distorsione della posizione algerina sarà considerata dall’Algeria come azione volta a scatenare dei conflitti regionali”, mentre il portavoce del Ministero degli Esteri Abdalaziz Ben Ali Sharif affermava che qualsiasi decisione su Hezbollah deve venire dai libanesi stessi, “L’Algeria per cui la non interferenza negli affari interni di altri Paesi è uno dei principi guida della politica Estera, vieta qualsiasi interferenza in questa materia e si rifiuta di parlare al posto dei libanesi nel caso che li riguarda in modo esclusivo“. Hezbollah è “un movimento politico e militare parte del paesaggio sociale e politico del Libano e partecipa agli equilibri fragili pazientemente e faticosamente negoziati in quel Paese, nel quadro degli accordi di Taif, a cui aveva partecipato“. E il 7 marzo arrivava la risposta alla dichirazione algerina; lo SIIL attaccava la città di Ben Gardan, in Tunisia, al confine con la Libia, dove 35 terroristi, 7 civili e 11 poliziotti rimanevano uccisi. “Questo è un attacco senza precedenti, pianificato e organizzato. Il suo obiettivo era probabilmente prendere il controllo di questa zona e annunciare un nuovo emirato“, dichiarava il presidente tunisino Baji Qaid al-Sabsi. “L’attacco è stato un tentativo dei terroristi dello SIIL di ritagliarsi una roccaforte al confine“, dichiarava il primo ministro Hasid al-Sid. E le forze armate algerine aumentavano l’allerta a seguito dell’attacco a Ben Gardan. Secondo il quotidiano al-Qabar il presidente algerino Abdalaziz Butafliqa ordinava al comando dell’esercito di adottare misure per garantire la sicurezza dei confini algerini ed eliminare le minacce alla sicurezza nazionale, dopo che i servizi di sicurezza algerini avevano avuto informazioni su possibili attacchi terroristici da Libia e Mali.
Attaque-de-Ben-Guerdane Nel frattempo, i Paesi europei, davanti all’evolversi della situazione in Siria, decidevano di cambiare atteggiamento. Negli ultimi quattro mesi varie delegazioni dei servizi segreti di diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, avrebbero segretamente visitato la Siria, per cercare un rapporto di collaborazione con i servizi di sicurezza e il Ministero degli Interni della Siria nella lotta al terrorismo, ottenendo dati sui terroristi europei presenti in Siria e i terroristi siriani che potrebbero infiltrarsi con i rifugiati in Europa. La delegazione unitaria dei servizi segreti italiani e svedesi, che aveva segretamente visitato Damasco, chiese ai funzionari siriani i fascicoli giudiziari di tutti i cittadini siriani giunti in Italia, Svezia e Norvegia fin dal 2011. Il servizio d’intelligence tedesco invece non aveva mai rotto i rapporti con i servizi segreti siriani e mostrava interesse per il traffico di petrolio dello SIIL. Anche il Canada, primo Paese non europeo, ha voluto instaurare una cooperazione sulla sicurezza con il governo siriano per combattere i terroristi che cercassero di entrare nel territorio canadese camuffati da rifugiati siriani. Il governo siriano dava priorità alla cooperazione con i servizi segreti tedeschi, mentre alle richieste di Italia, Svezia e Canada non dava una risposta. Riguardo la Francia, il Paese europeo più ostile alla Siria, Damasco ha posto chiare condizioni per stabilire una cooperazione. Una delegazione del servizio d’intelligence francese aveva visitato Damasco per migliorare le relazioni sulla sicurezza, ma la risposta della Siria era che tale cooperazione deve avvenire attraverso canali diplomatici presso l’ambasciata francese a Damasco, ancora chiusa, o un’ambasciata che rappresenti gli interessi della Francia in Siria. Così, la Siria chiariva che senza il riconoscimento politico non sarà possibile stabilire alcuna collaborazione. Quindi non era un caso che il 2 marzo, le autorità turche vietassero all’elicottero con a bordo la ministro della Difesa della Germania, Ursula von der Leyen, di atterrare nell’aeroporto di Mitilene sull’isola greca di Lesbo. Von der Leyen aveva intenzione di visitare l’isola il 6 marzo per valutare la situazione dei rifugiati, e poi, tramite l’elicottero della NATO, volare verso la nave tedesca Bonn dispiegata nel Mare Egeo. In precedenza, a un aereo privato fu negato il sorvolo della Repubblica di Turchia con a bordo il Primo Ministro greco Alexis Tsipras, che viaggiava verso l’Iran.tunisie-cinq-terroristes-tues-dans-des-affrontements-pres-de-la-frontiere-libyenne-6283Note
Blog Sicilia
FARS
FARS
Fort Russ
Fort Russ
Global Research
Global Research
Global Research
al-Manar
al-Masdar
Modern Tokyo Times
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Portale Difesa
Portale Difesa
Portale Difesa
Portale Difesa
Portale Difesa
Pravda
Reseau International
South Front
South Front
South Front
South Front
South Front
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Strategic Culture
Strategic Culture
Strategic Culture
The BRICS Post
The Guardian

Il Ministro della Difesa iraniano visita Mosca: un altro passo per rafforzare la cooperazione

Peter Korzun, Strategic Culture Foundation 19/02/2016510654256Il 15-16 febbraio il Ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan era in visita ufficiale a Mosca per incontrare il Presidente Vladimir Putin e l’omologo russo Sergej Shojgu, l’assistente presidenziale Vladimir Kozhin e il Vicepresidente Dmitrij Rogozin. Il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu aveva detto che Mosca e Teheran sono pronte ad intensificare la cooperazione militare. I due Paesi sono anche “pronti a coordinarsi su numerose questioni globali e regionali”, ha aggiunto parlando della crescente crisi in Medio Oriente. L’agenda includeva sicurezza globale, situazione in Siria e Medio Oriente, e problemi specifici collegati alla cooperazione militare tra Mosca e Teheran. Il 23 novembre 2015 Mosca revocava il divieto alla cooperazione nucleare con l’Iran dopo l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il leader iraniano Hassan Rouhani. Iran e Russia, alleati di lunga data della Siria, hanno rafforzato la cooperazione militare e nucleare dopo la firma a luglio dell’accordo storico tra Teheran e potenze mondiali sul programma nucleare iraniano. Un accordo di cooperazione militare tra i due Paesi fu firmato a Teheran nel gennaio 2015. Ora gli ufficiali iraniani dicono che l’Iran è disposto ad acquistare armi russe per 8 miliardi di dollari. Mosca e Teheran sono anche in trattative su una vasta gamma di armi e materiale militare, tra cui i sistemi di difesa costiera Bastion con missili antinave Jakhont, jet da combattimento Jak-130, elicotteri Mi-8/17, sottomarini diesel-elettrici, fregate e carri armati T-90. Le parti hanno deciso che i sistemi di difesa aerea a lungo raggio S-300PMU-2 saranno consegnati all’Iran quest’anno, secondo l’accordo già concluso. Il prezzo di 2 unità di S-300PMU-2 sarà di oltre 1 miliardo di dollari e 80 militari della difesa aerea iraniana si addestreranno per quattro mesi in Russia quest’anno. Secondo Dehghan, Teheran guarda al sistema S-400 per migliorare la propria difesa aerea. L’Iran vuole procurarsi il caccia multiruolo Su-30SM e un accordo dovrebbe essere firmato quest’anno.
I capi della difesa hanno deciso che in futuro la cooperazione militare Russia-Iran sarà volta a programmi congiunti con parte della produzione in Iran. Blindati e sistemi d’arma navali sono tra le priorità. Le parti seguono gli eventi in Siria coordinandosi strettamente. Per esempio, prima della visita l’Iran aveva aperto lo spazio aereo al volo per la Siria di un Tu-214R russo, un aereo da ricognizione di nuova concezione dotato di avanzati sistemi radar e sensori per l’intelligence elettronica e delle trasmissioni. Il velivolo ha seguito la rotta dalla Russia sul Mar Caspio e quindi per la Siria sorvolando il territorio iraniano. La visita ha un significato simbolico, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti disposti ad inviare truppe in Siria nell’ambito della lotta dagli Stati Uniti allo Stato Islamico (SI). Sembra che un qualche schieramento dal Golfo si avrà davvero in Siria. Russia e Iran condividono la visione della minaccia rappresentata da Turchia ed alleati sunniti. Il 4 febbraio il Ministero della Difesa russo forniva le prove della Turchia che si preparava ad invadere la Siria. Un alto ufficiale iraniano avvertiva l’Arabia Saudita, il 14 febbraio, dall’inviare truppe in Siria dopo che il regno aveva schierato aerei da combattimento in Turchia, secondo i media iraniani. “Sicuramente non lasceremo che la situazione in Siria segua ciò che i ribelli vogliono… prenderemo le misure necessarie a tempo debito”, aveva detto il Vicecapo di Stato Maggiore Generale di Brigata Masud Jazayeri alla TV al-Aalam dell’Iran. Alla conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, il premier russo Dmitrij Medvedev aveva detto ai media tedeschi che l’invio di truppe straniere in Siria potrebbe scatenare “un’altra guerra mondiale”. L’avvertimento segue le dichiarazioni sempre più aggressive di Arabia Saudita e Turchia per l’avanzata di Bashar Assad su Aleppo. L’ex-capo del Servizio di Sicurezza Federale russo, Nikolaj Kovaljov, membro del Comitato di sicurezza e lotta alla corruzione della Duma di Stato, avvertiva Turchia e Arabia Saudita dall’inviare truppe in Siria, dicendo che gli aerei da guerra russi attaccherebbero le loro posizioni se entrassero nel Paese devastato dalla guerra. “Se le forze di terra saudite e turche entrano in Siria, non saranno distinguibili dai terroristi e la Russia agirà su richiesta del legittimo governo siriano”.
L’agenda Russia-Iran va molto più lontano sulla collaborazione nella ricerca per risolvere la crisi siriana. La Russia era la forza trainante nela decisione sull’accordo nucleare iraniano. Durante la visita in Iran di novembre, Vladimir Putin aveva detto che i due Paesi dovrebbero intensificare la cooperazione industriale, a cui il governo della Russia è pronto a concedere un prestito di 5 miliardi di dollari. Russia e Iran hanno scelto 35 progetti prioritari per la cooperazione nell’energia, costruzione, terminali marittimi e ferrovie. Dopo tutto l’Iran è la quarta maggiore economia del mondo islamico, un leader economico regionale con grandi giacimenti di petrolio e gas. Nuove prospettive di cooperazione sono state aperte a metà gennaio, quando UE e USA hanno tolto le sanzioni economiche all’Iran dopo che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha verificato la conformità di Teheran all’accordo nucleare. Ovviamente la rivalità tra Iran, Turchia e Arabia Saudita per la leadership in Medio Oriente e mondo islamico s’intensificherà. La crescente cooperazione con la Russia rafforzerà posizione di Teheran. Tra le altre cose, la Russia ha la posizione unica d’intermediaria per la risoluzione della controversia tra Arabia Saudita e Iran. Sarebbe propizio ricordare che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ospitato i capi sauditi e iraniani ad agosto in qualità di mediatore per discutere della crisi siriana. Parlando ad una tavola rotonda presso l’Istituto di studi strategici russo di Mosca, Ali Akbar Velayati, consigliere per la politica estera del leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei, ha detto che “Iran e Russia, Paesi vicini, hanno una lunga storia e relazioni da oltre 500 anni, utili per creare pace, stabilità e tranquillità mondiale e regionale”. Ali Akbar Velayati ha osservato che “oggi vediamo una preziosa cooperazione in Medio Oriente, Asia occidentale e Siria nella lotta al terrorismo”. Mentre Turchia, Arabia Saudita e altri Paesi istigano le tensioni, Russia e Iran collaborano per stabilizzare la situazione e combattere il terrorismo internazionale. I due Paesi costituiscono un polo del mondo multipolare, un contrappeso all’occidente e alle forze estremiste in Medio Oriente. La visita del Ministro della Difesa iraniano in Russia è una pietra miliare delle relazioni tra le due nazioni amiche e unite da obiettivi comuni.Iran-Russia-Defense-Ministers-Hossein-Dehgan-and-Sergei-Shoigu-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran supera l’India nell’acquisizione di tecnologia militare russa

Valentin Vasilescu, Reseau International, 18 febbraio 20161089975Prima di lasciare Mosca il 14 febbraio 2016, il Ministro della Difesa iraniano ha rilasciato un’intervista ad IRIB TV2, in cui ha detto che l’Iran intende avere la licenza per la produzione di nuovi tipi armamenti, menzionando i russi Sukhoj Su-30SM. I Su-30 e Su-35 sono i fiori all’occhiello dell’alta tecnologia russa nel campo dei velivoli multiruolo di 4.ta++ generazione. Il Su-30 è stato prodotto in 700 esemplari per le Aeronautiche di Russia, Algeria, Cina, India, Indonesia, Uganda, Vietnam, Venezuela e Kazakhstan. Hossein Dehghan ha detto che l’Iran vuole produrre su licenza il Su-30 per sostituire la flotta obsoleta di 200 F-5 Tiger II (e copie di produzione locale HESA Saeqeh), F-14A Tomcat, F-4 D Phantom, MiG-29A/B, F-7 (MiG-21 cinese) e Mirage F1. Questo tipo di collaborazione aderisce al programma M-ATF fermato dall’imposizione delle sanzioni economiche, attraverso cui la Russia s’impegna a garantire il trasferimento di tecnologia militare all’Iran. Nell’ambito del programma, l’Iran potrebbe produrre nuovi velivoli di 4.ta++ generazione per affrontare Eurofighter Typhoon, F-15 e F-18 a disposizione di Arabia Saudita, Quwayt e Israele. Dopo la visita a Mosca del Ministro della Difesa iraniano, il quotidiano russo Kommersant ha rivelato che è stato firmato un accordo da 8 miliardi di dollari tra Iran e Russia e che, oltre al Su-30, il contratto prevede anche la fornitura di 12 aerei Jak-130, elicotteri Mi-17, batterie di missili antinave K-300P Bastion-P, sottomarini convenzionali e fregate dotate di missili da crociera Kalibr, e questo mentre i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Bahrayn, Quwayt, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) nemici dell’Iran non hanno sottomarini. Da parte sua, il Generale Heydari Kiyumars, comandante delle truppe corazzate dell’esercito iraniano, ha annunciato che l’Iran è pronto a fare un passo importante per dotarsi di carri armati moderni acquistando molte centinaia di carri armati T-90, e avere anche dalla Russia la licenza per la produzione di questi carri armati. L’Iran ha attualmente 480 carri armati russi T-72M1 e T-72S e 150 carri armati Zulfiqar costruiti in Iran, cioè tecnologia degli anni ’70. In confronto, Arabia Saudita e Quwayt hanno carri armati statunitensi M1 Abrams, Qatar e Turchia carri armati tedeschi Leopard 2A7 e gli Emirati Arabi Uniti i carri armati francesi Leclerc.
Qual è l’interesse della Russia in questa collaborazione? I volontari delle Guardie Rivoluzionarie iraniani in Siria combattono efficacemente a fianco dell’Esercito arabo siriano, dell’Aeronautica russa e delle milizie di Hezbollah contro lo Stato islamico. L’Iran ha permesso il sorvolo del proprio spazio aereo per il dispiegamento degli aerei russi nella base aerea di Humaymim in Siria, dei missili da crociera russi lanciati dal Mar Caspio e dei bombardieri pesanti Tu-160, Tu-22M3 e Tu-95MS. Per la Russia, un Iran ben armato è la garanzia che non sarà attaccato da Israele e monarchie del Golfo subordinate agli interessi degli Stati Uniti, armati a tal fine con gli armamenti più moderni. Un esercito iraniano super-tecnologico limiterà l’influenza statunitense sul Medio Oriente e avvertirà contro l’invasione delle forze armate statunitensi com’è avvenuto in Iraq, e le azioni delle monarchie del Golfo alleate di Washington, come s’è visto in Siria e Yemen, e con la “primavera araba”.
تی-90-1024x576 L’Iran cosa ci guadagna collaborando con la Russia? Negli ultimi dieci anni, l’India è stato il maggiore acquirente di tecnologia militare russa. Quasi il 40% delle esportazioni annuali di armamenti dalla Russia andava in India. L’India produce su licenza carri armati T-90, aerei multiruolo Su-30, il sistema missilistico antinave BrahMos, ecc. La Russia ha consegnato all’India fregate multiruolo, una portaerei dotata di MiG-29K ed elicotteri antisom Ka-31, ecc. Questa collaborazione ha avuto effetti visibili di deterrenza presso gli avversari dell’India, Pakistan e Cina. Sembra che nel 2016 l’India sarà sostituita dall’Iran, dato che tutti questi accordi sono parte della grande cooperazione Russia-Iran per la modernizzazione della Difesa. Il tema della collaborazione è l’invio di equipaggiamenti ad alta tecnologia che consentiranno all’Iran di affrontare tutte le minacce regionali e globali. L’Iran punta all’adesione alla Shanghai Cooperation Organization, proposta da Vladimir Putin nel 2001, con la Russia che si dichiara partner strategico, economico e militare dell’Iran. Negli ultimi dieci anni, l’Iran non ha avuto accesso a tecnologie avanzate, come gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo (Bahrayn, Quwayt, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti). Questi Paesi, molto ricchi, potrebbero acquisire le più recenti tecnologie civili e militari occidentali. Ma il problema è l’incapacità di mantenerle e ripararle, dato che non hanno alcuna capacità produttiva diversa dal settore petrolifero. A differenza dei vicini, l’Iran ha speso una parte enorme del bilancio nell’istruzione e nella ricerca. Gli istituti d’istruzione iraniani hanno creato una classe altamente istruita capace di adottare le più recenti tecnologie. Il risultato naturale di questo investimento è l’Iran crearsi un’industria della difesa, rinnovata dalla Russia e capace di produrre tutto ciò di cui ha bisogno il suo esercito in caso di aggressione. L’Iran non ha soldi per ora, ma con la revoca delle sanzioni economiche usciranno dai conti nelle banche estere 100 miliardi di dollari. I Paesi più industrializzati dell’UE (membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) non sono ancora pronti a fornire la tecnologia più avanzata all’Iran, ma l’affluiscono per acquistare petrolio iraniano e vogliono essere accettati come investitori nell’economia iraniana. E dopo che tali Paesi investiranno centinaia di miliardi di euro in Iran, si opporranno al ritorno delle sanzioni economiche. L’Iran ha una qualificata forza lavoro e capacità produttiva interamente statale, che può adattare e modificare motori, armi, sensori e sistemi di guida, attrezzature automatizzate e molte applicazioni civili. L’Iran potrebbe porre le basi per moderni sistema sanitario, sistema dei trasporti, turismo, industria automobilistica e più in generale, un’economia competitiva che non si baserà solo sulle esportazioni di prodotti petroliferi, ma su prodotti ad alto valore aggiunto. Se le cose vanno come previsto dalla leadership iraniana (un tasso di crescita annuale dell’8-10%), in meno di un decennio l’economia iraniana sarà 8.va o 9.na nel mondo.
L’Iran ha leader politici e militari patriottici che sanno cosa vogliono e faranno tutto il possibile per raggiungere un’elevata prosperità e sicurezza per il popolo iraniano. E nella corsa seminata di molti ostacoli, i leader iraniani scommettono su un cavallo vincente: la Russia. Per il Consiglio di cooperazione del Golfo e Israele, il programma di modernizzazione dell’economia e la creazione di un’industria competitiva iraniane, sono preoccupanti.2065088

La Via della Seta nella nuova guerra fredda
MK Bhadrakumar Indian Punchline 16 febbraio 2016

56c23995c36188dc628b45c4Due giorni dopo che il gruppo internazionale di sostegno alla Siria s’è incontrato a Monaco di Baviera, il Medio Oriente è testimone di un evento straordinario, l’arrivo a Teheran di un treno merci con 32 container dopo un viaggio di oltre 10 mila chilometri, proveniente dalla provincia orientale cinese del Zhejiang. Il viaggio è durato 14 giorni, con una media di 700 chilometri al giorno, attraverso steppe e deserti di Kazakistan e Turkmenistan. E’ difficile dire cosa sia più cruciale per la politica mondiale, il conflitto siriano o il primo treno della Via della Seta in Medio Oriente dalla Cina. In termini immediati, potrebbe benissimo essere il conflitto in Siria e la guerra contro lo Stato Islamico a dominare l’attenzione del mondo, ma da un punto di vista storico, il treno della Via della Seta si distingue quale pietra miliare rispetto alla sconfitta dello Stato islamico. A dire il vero, la Cina ha evitato il coinvolgimento nel conflitto siriano e ha preferito investire su ciò che conta veramente oggi. Può essere che gli Stati Uniti abbiano perso il punto? Si dia un’occhiata al treno della Via della Seta. La Cina ha testato l’efficacia dei trasporti per l’Iran nell’arco di due settimane, 30 giorni meno che via mare, come avviene attualmente tra Shanghai e il porto di Bandar Abbas in Iran. E questo è il primo tentativo di viaggio ferroviario. Pechino punta a potenziare le infrastrutture per rendere la rotta più rapida e meno costosa. Il treno della Via della Seta rientra nell’iniziativa “Cintura e Via” del Presidente Xi Jinping. Oltre a ciò, è una grande pubblicità in Iran della strategia “globale” della Cina della propria tecnologia ferroviaria in rapida avanzata. La Cina costruisce un progetto ferroviario ad alta velocità da 2 miliardi di dollari per collegare Teheran e la città orientale di Mashhad, riducendo il tempo di percorrenza a sole 6 ore e aumentandone la capacità di trasporto a 10 milioni di tonnellate all’anno. (La Cina manterrà la nuova linea ferroviaria per 5 anni dopo il completamento del progetto entro 42 mesi). Il treno della Via della Seta avrà un ruolo significativo nel commercio Cina-Iran, dove i due Paesi sperano di aumentarlo a 600 miliardi nel prossimo decennio, con la cooperazione sull’energia nucleare e sul progetto “Una Via, Una Cintura”.
A dire il vero, il treno della Via della Seta è destinato a correre verso ovest ben oltre Teheran, verso l’Europa, incrementando gli scambi e aprendo nuovi mercati alle imprese cinesi, mentre l’economia nazionale rallenta. Viene in mente un ottimo articolo scritto di recente dall’amico Graham Fuller (ex-alto funzionario della CIA), che lamenta la visione miope degli strateghi e della classe politica degli Stati Uniti sul mondo di domani. Ha scritto nell’articolo intitolato NATO – Strumento mal gestito della leadership statunitense: “La strategia statunitense sembra fondamentalmente bloccata sulla modalità difensiva contro le potenze in ascesa. Tali potenze anzi sfidano le aspirazioni statunitensi a continuare l’egemonia. Ma una posizione difensiva ci priva di visione e spirito; rappresenta un orientamento sostanzialmente negativo, come il re Canuto sulla spiaggia che cerca di fermare la marea invadente. Peggio ancora, il potere militare statunitense e il suo bilancio continuano a salire, sembrando la tipica risposta degli Stati Uniti verso la maggior parte delle sfide estere. Il Pentagono ha messo il dipartimento di Stato fuori dal mercato. La NATO oggi ne simboleggia in particolare l’orientamento miope e sulla difensiva. Così, mentre Washington si concentra sulla costruzione di strutture e basi militari oltremare contro Russia e Cina, queste rapidamente le superano con vari nuovi piani economici, visioni, progetti per nuove infrastrutture continentali e sviluppi istituzionali che si estendono sull’Eurasia. Questi sviluppi sono infatti guidati da Cina e Russia, ma non sono fondamentalmente difensive o militari, ma piuttosto rappresentano la creazione di un nuovo ordine internazionale a cui abbiamo rinunciato, o cui addirittura ci opponiamo. Nel frattempo l’ossessione per la NATO e le alleanze militari quali principali veicoli della politica militare del dopo guerra fredda, è la ragione principale per cui perdiamo in questo nuovo ordine”.
Preveggente! Naturalmente, in termini geopolitici la rotta dal centro commerciale cinese di Yiwu alla capitale iraniana bypassa completamente lo Stretto di Malacca, scorrendo attraverso due Paesi noti per la politica estera indipendente, allontanandosi dal grande gioco, dal pivot degli Stati Uniti in Asia, e da altro.

56c25519c36188d7628b45fb

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giulio Regeni e la psicoguerra contro l’Egitto: Libia, Siria, ‘EuroAsia Interconnector’ e disfatta di Roma

Alessandro Lattanzio, 15/2/2016

Siamo in uno dei fronti più importanti della terza guerra mondiale in atto. Se vince l’Egitto, si afferma un modello. Se vince il Qatar, si va in un’altra direzione. Per questo è urgente, per tutto il popolo libico, sapere da che parte sta l’Europa e soprattutto l’Italia”.

src.adapt.960.high.Egypt_military_sisi.1401126951122Tra gennaio e febbraio, 86 dirigenti, capi settore e responsabili di zona dei servizi segreti italiani (AISE), tra cui i due responsabili della gestione delle crisi siriana e libica, venivano rimossi dai loro incarichi, dopo un servizio di al-Jazeera dell’ottobre 2015, secondo cui l’Italia aveva pagato 11 milioni di dollari al gruppo terroristico Jabhat al-Nusra per rilasciare Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Il caso libico riguardava il rapimento di quattro tecnici italiani dal compound ENI di Melitah, quando l’AISE versò una somma per il riscatto a personaggi che non c’entravano nulla con il rapimento. I quattro tecnici italiani sono ancora prigionieri dei rapitori. Contemporaneamente, altri due ostaggi, austriaco e serbo, rapiti dallo stesso compound dell’ENI, furono liberati dall’azione di Hermann Baumgertener, capo della Argus Security Projects da cui dipendevano i due rapiti, e di Bernd Schmidbauer, ex-capo dei servizi segreti tedeschi di Helmut Kohl. Nel caso siriano, fin dall’inizio del 2013 l’AISE aveva addestrato e istruito ‘migliaia’ di terroristi anti-siriani presso due campi di addestramento, uno in Giordania e l’altro in Turchia, nell’ambito di un’operazione voluta dal Governo Monti, strettamente collegato a Turchia e Qatar. 6 istruttori dell’AISE operarono in ciascun campo, in turni di tre mesi. Ed è in tale quadro che s’inserisce la vicenda di Giulio Regeni, il dottorando del dipartimento di Politica e Studi Internazionali dell’Università di Cambridge, che scriveva per il Manifesto articoli contro il governo del Presidente al-Sisi. Laureatosi all’università di Cambridge, lavorò come ricercatore per un’azienda di servizi geostrategici di Oxford. E nel settembre 2015 iniziò a recarsi a Cairo, ospite dell’American University, per condurre le sue ricerche. Un testimone, Amr Assad, ricorda che Regeni, la sera della scomparsa, volle recarsi a Giza, dove doveva svolgersi una protesta per il quinto anniversario della rivolta di piazza Tahrir. Da quel momento sparisce ed è un cittadino italiano, che Regeni doveva incontrare quella stessa sera, che un ‘paio di ore dopo’ (il mancato appuntamento?) chiamò l’ambasciatore italiano Massari, che conosceva personalmente Regeni. Il corpo di Regeni fu rinvenuto lo stesso giorno in cui la delegazione della ministra per lo Sviluppo economico, Federica Guidi, arrivava a Cairo. La segnalazione del corpo fu fatta con una telefonata da parte di ‘alcuni operai’ mai identificati.
1444386053-12124450-885489614891996-683325511-oIl governo del Presidente al-Sisi è diventato particolarmente antipatico a Roma da quando, a seguito dell’accordo firmato a Sqirat, Marocco, il 17 dicembre 2015, sotto l’egida dell’ONU, per creare un governo di unità nazionale in Libia tra il governo islamista di Tripoli e quello filo-occidentale di Tobruq, il generale Qalifa Haftar, capo delle forze armate libiche, ha espresso opposizione e contrarietà all’accordo patrocinato anche da dipartimento di Stato degli USA, Qatar e appunto Italia. Infatti, il governo di Tobruq, di cui Haftar è il ministro della Difesa, non ha accettato la clausola 8 dell’accordo che prevede il trasferimento dei poteri militari al Consiglio presidenziale, revocandoli ad Haftar. Sebbene a gennaio il premier al-Saraj avesse dichiarato “pieno sostegno” all’Esercito nazionale libico comandato dal generale, “Haftar è al centro dello scontro politico libico al momento“, dichiarava Mattia Toaldo, analista dell’European Council on Foreign Relations di Londra. Il premier libico Fayaz al-Saraj aveva incontrato Haftar dopo il suo rientro da una lunga permanenza in Egitto, dove era stato ricoverato dopo esser stato ferito da un attentato a Bengasi, l’8 aprile 2015. Cairo infatti sostiene il generale libico. Anche una delegazione italiana si era recata a Marj, dove risiede Haftar, ma senza ottenere nulla. Haftar guida la lotta al jihadismo in Libia e rappresenta il governo di Tobruq, sostenuto e armato dall’Egitto. Lo stesso giorno dell’attentato ad Haftar, Ansar al-Sharia, il principale gruppo jihadista a Bengasi, giurava fedeltà allo Stato Islamico. E sempre quello stesso giorno, Italia, Egitto ed Algeria decidevano di “condividere informazioni” e d’“intensificare gli sforzi comuni” nel combattere il terrorismo in Libia, durante il vertice a Roma tra il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, quello egiziano Samah Shuqri, il Ministro per gli Affari Africani e del Maghreb algerino Abdalqadir Masahil, e il presidente del parlamento libico a Tobruq Agila Salah Gwaydar. Secondo Gwaydar, l’Egitto sostiene Tobruq in ogni sua decisione, mentre Masahil aveva sottolineato l’urgenza di pacificare la Libia per affrontare la minaccia alla sicurezza dell’Algeria costituita dal jihadismo islamista. Il vertice terminava con la decisione d’incontrarsi di nuovo, prima o poi, a Cairo. E tutto ciò mentre il capo del governo di Tripoli, l’islamista Qalifa Ghwal, aveva definito Ansar al-Sharia “accettabile”, in quanto contrapposta al generale Haftar, ritenuto il ‘nemico numero uno’ del governo islamista di Tripoli. Secondo il Wall Street Journal, l’Italia è l’unico Paese occidentale ad avere rapporti economici stabili con la Libia, dove l’ENI continua ad estrarre greggio e gas in Libia (300mila barili al giorno), mentre la francese Total, la spagnola Repsol e la statunitense Marathon Oil erano state di fatto espulse. L’ENI comunque opera nelle aree controllare dal governo islamista di Tripoli, dove ha stretto accordi con le milizie islamiste. Da qui si spiega sia l’antipatia per Qalifa Haftar che la condiscendenza verso l’integralismo islamico espresso dal governo italiano, nonché da vari circoli e frange ‘politico-culturali’ italiani (si veda più avanti).
Lo SIIL invece riceve un continuo flusso di terroristi provenienti da Iraq e Siria, permettendogli di attaccare gli impianti petroliferi libici di Ras Lanuf ed Aghedabia, presidiata dalla 21.ma Brigata dell’Esercito nazionale libico (LNA). A Bengasi, di fatti, gli scontri riguardavano LNA e Ansar al-Sharia, braccio armato dei Fratelli mussulmani, ora passati allo Stato islamico.A man holds a picture of General Khalifa Haftar during a demonstration in support of "Operation Dignity" in BenghaziLa spiegazione del contrasto tra Roma e Cairo, vekato dalla vicenda di Giulio Regeni, si può avere dalle osservazioni date da Muhamad Najam, imprenditore di Bengasi e soldato del generale Haftar, al giornalista Aldo Torchiaro, nel settembre 2014: “Stato islamico, cosa sarebbe? Qui in Libia ci sono i Fratelli musulmani. Non saprei rispondere a domande su questo cosiddetto SIIL. Sono i Fratelli mussulmani che devastano la Libia. Sono loro e solo loro i responsabili del caos di questi mesi. Egitto e Qatar sono in guerra aperta. Combattono una guerra su due fronti opposti dell’Islam a suon di bombardamenti. E il terreno di azione di questa guerra è la Libia. L’Egitto bombarda le postazioni di artiglieria dei Fratelli mussulmani, unitisi ai miliziani di Misurata al soldo del Qatar. Il Qatar prova a giocare sull’equivoco, a screditare il Parlamento (di Tobruq) e a far riconoscere un proprio governo fantoccio, fallendo: le Nazioni Unite e il gruppo delle sei nazioni del Nord Africa, all’unanimità riconoscono legittimità solo al Parlamento eletto, quello a Tobruq. Se non ci sarà un accordo per un assetto federale della Libia, la prospettiva è tornare alla Libia del 1949, con l’indipendenza della Cirenaica, che adotterà la moneta egiziana e stabilirà a Bengasi la capitale di uno Stato indipendente, laico e capace di parlare con tutte le cancellerie arabe ed europee, trattando alla pari”. Per Agila Mutaz Taib, manager di una banca, “I Fratelli musulmani sono in lotta contro il Parlamento da quando hanno visto che le elezioni gli erano andate malissimo, ottenendo 26 seggi su oltre 200. Poco più del 10%, forse il 12 o 13%. Ecco cosa sono davvero i Fratelli musulmani. Una minoranza sparuta. Eppure oggi questa setta controlla il management delle compagnie pubbliche, la Banca Centrale Libica e i suoi investimenti nel settore pubblico e privato, la Società Nazionale Petrolifera e le principali compagnie di brokeraggio di gas e idrocarburi. Speriamo nelle Nazioni Unite, Stati Uniti, Francia e Unione Europea, quindi nell’Italia. L’Italia è presidente di turno dell’Unione resizedimg439783.jpgEuropea ed esprime l’alto rappresentante per la politica estera europea. Il problema è che c’è anche la Turchia, in questa partita”. La Turchia, secondo Mutaz Taib, partecipa alla guerra contro l’Egitto, aiutando assieme al Qatar le milizie islamiste di Misurata e dei Fratelli musulmani. “Inutile chiedere dello SIIL, come continuiamo a fare, per default, noi giornalisti italiani. In Libia, tutti mi dicono che questa sigla non esiste”, notava Torchiaro che proseguiva avanzando un’interessante osservazione raccolta a Bengasi, “Esistono il Qatar, la milizia di Misurata e soprattutto i Fratelli Musulmani. “Attenzione, però: sono anche in Europa, dove tentano d’infiltrare istituzioni e giornali, come hanno fatto negli Stati Uniti”. Negli USA? Sì, su questo punto tutte le fonti libiche, da quella anonima a quella più autorevole, confermano che vi sarebbe una squadra di agenti d’influenza libici autorevolmente introdotta ai vertici delle diplomazie occidentali, dalla nostra Farnesina alla Casa Bianca di Washington. Il loro compito sarebbe distorcere l’informazione e distrarre l’opinione pubblica. I loro nomi sono: Arif Alikhan, Mohamad Elibiary, Rashad Hussain, Salam al-Marayati, Imam Mohamed Magid, Eboo Patel”. “Siamo in uno dei fronti più importanti della terza guerra mondiale in atto. Se vince l’Egitto, si afferma un modello. Se vince il Qatar, si va in un’altra direzione. Per questo è urgente, per tutto il popolo libico, sapere da che parte sta l’Europa e soprattutto l’Italia”.SAVX3089-1Secondo il think tank statunitense Stratfor Global Intelligence, la Russia si preparava a un possibile intervento militare diretto in Siria di Turchia e Arabia Saudita, “rafforzando il proprio sistema di difesa aerea per impedire ad altri Paesi di entrare nel conflitto siriano, impiegando da metà gennaio dei velivoli di controllo aereo e primo allarme Berev A-50, rafforzando l’operazione aerea russa nel Paese”, e rafforzando la presenza delle VKS nella base aerea di Humaymim, presso Lataqia, dispiegandovi 4 Sukhoj Su-35S, 4 Sukhoj Su-30SM, 8 Sukhoj Su-34, 11 Sukhoj Su-24M, 10 Sukhoj Su-25SM, 2 Sukhoj Su-25UB, 12 Mil Mi-24 e 3 Mil Mi-171. Inoltre, vi erano stati anche schierati gli avanzati sistemi missilistici terra-aria S-400, Buk e Pantsir-S2 di recente costruzione. Secondo Stratfor la Russia “sventerà gli sforzi bellici degli oppositori di Assad“, mentre Stati Uniti ed alleati erano incapaci di bloccare le “forze lealiste che avanzavano sulle posizioni dei ribelli”, perché tali operazioni sarebbero state seriamente “temperate” dalle attività aeree russe. Secondo notizie non confermate, Arabia Saudita e Turchia avrebbero creato un centro congiunto nella base aerea di Incirlik, in Turchia, dove si sarebbero schierati degli aviogetti sauditi, mentre la Turchia avrebbe bombardato le posizioni delle YPG curde presso Azaz, a nord di Lataqia. Le manovre avrebbero per scopo provocare una reazione di Russia, Iran o Siria sulla cui base permettere alla Turchia di richiedere l’intervento della NATO ai sensi dell’articolo 5 della carta del Patto atlantico. Ryadh e Ankara avrebbero come obiettivo strategico creare uno Stato-fantoccio, il “Sunnistan”, esteso dalla frontiera siriano-irachena alla provincia irachena di Anbar, in Iraq, sfruttando, finché possibile, il corridoio Azaz-Jarabulus al confine tra Turchia e Siria, e anticipando, se mai possibile e con il supporto di NATO e USA, l’avanzata dell’Esercito Arabo Siriano verso Raqqa, la ‘capitale’ dello Stato islamico, in modo da presentare una proposta per “federalizzare” la Siria (e l’Iraq) ai colloqui di pace di Ginevra. “Riyadh ed alleati creerebbero la “legittimità araba e musulmana”, mentre l’UE sosterrebbe tale tentativo grazie al mito, fabbricato dagli USA, che ciò fermerebbe la crisi del flusso di “rifugiati” che travolge e destabilizza l’economia”. Infine, Erdogan vorrebbe intervenire per impedire la liberazione di Aleppo da parte della controffensiva siriano-russa, evento che condannerebbe definitivamente la politica estere neo-ottomana di Ankara. Ma in tale quadro, la Giordania chiariva che “non ha intenzione d’inviare forze di terra in Siria a meno che non siano guidate da statunitensi e inglesi… Le eventuali truppe di terra comprendenti forze giordane devono avere l’approvazione delle Nazioni Unite e un pieno coordinamento con la Russia“.
In effetti, Paesi come Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti ed Israele esprimono la volontà di accettare il ruolo del Cremlino in Siria, sollecitandone legami più stretti, perplesso dal misero fallimento degli Stati Uniti, la cui strategia non ha prodotto che caos in cinque anni. “Molti degli Stati del Medio Oriente dicono: sono passati quattro anni e gli Stati Uniti hanno creato il pasticcio in Siria, e non fanno nulla per cancellarlo“, osserva Faysal Itani, del think tank di Washington Atlantic Counseil, “Ora, finalmente, credono che ci sia un adulto alla guida della Russia“, ha aggiunto. La ragione di questa dichiarazione è il successo delle operazioni russe in Siria in collaborazione con le forze siriane. “Negli ultimi mesi, le forze russe ed alleate hanno ripulito le zone intorno Lataqia e respinto i ribelli verso il confine turco. Inoltre sarebbero vicine a tagliare le ultime linee di rifornimento dei terroristi per Aleppo, sempre dalla Turchia“. Israele, vorrebbe che “la Russia frenasse le operazioni iraniane contro Israele dalla Siria. Consultazioni del governo israeliano con la Russia mirano ad assicurare che le loro forze armate non si scontrino in Siria”, secondo funzionari israeliani. “Israele ha attaccato spesso convogli in Siria che presumibilmente trasportavano armi dell’Iran e le milizie libanesi di Hezbollah nelle operazioni contro Israele“. L’Egitto “supporta qualsiasi sforzo internazionale per sradicare il terrorismo dalla Siria“, afferma il Ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry. “Ciò che comprendiamo dalle discussioni con i russi è che il loro obiettivo primario è l’intervento contro le organizzazioni terroristiche“, aggiungeva. Per gli Emirati Arabi Uniti, è una spinta a un “approccio comune per porre fine alla guerra in Siria e nella lotta allo SIIL. Dobbiamo collaborare e mettere da parte le nostre divergenze regionali“, ha detto il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayad al-Nahyan, dopo l’incontro con il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. E la Giordania ha istituito un centro operativo con la Russia per coordinarsi sulla Siria. E tutto questo mentre Bulgaria, Cipro, greece-cyprus-israel-region1Grecia, Ungheria e Romania firmavano un accordo con Israele per difenderne le posizioni nell’Unione europea. Già il 29 gennaio Cipro, Grecia e Israele avevano firmato un accordo, per costruire un gasdotto per l’UE, che recita “Riteniamo che i progetti di energia trilaterali, come l'”EuroAsia Interconnector”, siano d’importanza strategica in quanto creeranno un rapporto reciprocamente vantaggioso tra i mercati energetici di Israele e Cipro con quelli dell’Europa continentale. Inoltre, esprimiamo il nostro forte sostegno all’esportazione di gas dal Mediterraneo orientale all’Europa continentale. In questo contesto, ribadiamo la nostra disponibilità a esplorare ulteriori progetti quali la “EastMed Pipeline”. Abbiamo deciso di collaborare per promuovere i nostri progetti, migliorando la sicurezza dell’approvvigionamento energetico“. I tre Paesi decidevano l’istituzione di un Comitato ministeriale permanente sull’energia per considerare gli aspetti strategici e pratici della cooperazione energetica. “Siamo convinti del carattere strategico e della necessità della nostra cooperazione trilaterale e continueremo a lavorare per realizzare appieno questo potenziale, a beneficio dei nostri Paesi e popoli, e dell’intera regione. La nostra partnership non è esclusiva e siamo pronti ad accogliere altri attori che pensano di unire i nostri sforzi per promuovere coordinamento e cooperazione, così come pace e stabilità regionale“. Inoltre, si esplorano altre possibili cooperazioni nell’agricoltura, nella lotta antincendio, protezione dell’ambiente, risposta a disastri naturali, scambio di informazioni sulle situazioni di emergenza, esercitazioni di ricerca e soccorso, salute, gestione delle epidemie, progetti scientifici e tecnologici, istruzione, comunicazioni, commercio, trasporto e turismo, sottolineando l’importanza della cooperazione dei Paesi della zona euro-mediterranea. I tre Paesi esprimevano pieno sostegno ai negoziati presso le Nazioni Unite, per “una soluzione equa, globale e praticabile della questione cipriota, basata sul diritto internazionale e le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La soluzione di riunificare l’isola sulla base del rispetto dei principi democratici, dei diritti umani e delle libertà fondamentali di tutti i ciprioti, beneficerebbe non solo il popolo di Cipro, ma contribuirà significativamente alla pace e alla stabilità dell’area, grazie alla politica estera indipendente di Cipro. Alla luce di quanto sopra, abbiamo deciso di rafforzare la nostra cooperazione nel settore (lotta al terrorismo) avviando il dialogo trilaterale delle nostre autorità competenti. Gli sforzi per frenare il flusso di combattenti stranieri, limitarne il sostegno finanziario e militare a gruppi terroristici, e contrastare la propaganda estremista vanno intensificati, e l’incitamento alla violenza va condannato e fermato“.
Nel frattempo, mentre nelle città curde di Diyarbakir, Cizre e altre viene imposto il coprifuoco a 1,3 milioni di persone, con l’assassinio di almeno 200 persone ed oltre 200000 profughi interni, la cancelliera tedesca Merkel volava ad Ankara per garantire a Erodgan 3 miliardi di euro dall’UE per soccorrere i “profughi siriani” in Turchia, ovvero terroristi e kollabò con i relativi famigliari provenienti da tutto il Mondo. Ma l’annuncio più importante di Merkel è che la NATO avrebbe sorvegliato il tratto di mare tra Turchia e Grecia, e senza discuterne con gli altri membri della NATO, ma tale piano d’intervento nel Mar Egeo, si basa sul concetto strategico adottato dall’Alleanza nel 2010, al vertice di Lisbona, includendo la lotta al traffico di esseri umani tra i compiti della NATO, allargandone le attività nel Medio Oriente.2016_02_01_Cyprus-Israel-Greece-pipeline_0Il 12 febbraio il Gruppo internazionale di sostegno alla Siria (ISSG) a Monaco di Baviera annunciava la “cessazione delle ostilità” in Siria, escludendone però Stato islamico e Jabhat al-Nusra. Il documento veniva firmato da 17 Stati, tra cui l’Arabia Saudita a nome dell’“opposizione” siriana. Il comunicato dell’ISSG delineava la formazione di una task force delle Nazioni Unite per la redazione della “modalità” della cessazione delle ostilità. La task force avrebbe deciso quali aree fossero controllate dal terrorismo e, di conseguenza, essere legittimi bersagli degli attacchi aerei, istituendo anche un gruppo di lavoro per assicurarne il pieno rispetto da parte di tutti i gruppi che combattono in Siria. Inoltre, il documento prevedeva l’invio di aiuti immediato e sollecitava il riavvio dei negoziati mediati dalle Nazioni Unite. “Abbiamo preso la decisione comune di contribuire ad alleviare le sofferenze del popolo siriano e speriamo che ciò sia raggiunto. Ciò è particolarmente importante se si considerano certi recenti avvenimenti relativi al problema umanitario in Siria, riguardanti solo i rifugiati e che non avevano nulla a che fare con il destino dell’enorme numero di sfollati interni. Così abbiamo ragione di sperare di aver fatto un lavoro utile e che sia attuato”, dichiarava il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nella conferenza stampa sull’accordo. Il documento forniva anche il quadro per l’espansione del coordinamento tra Stati Uniti e Russia sulle operazioni militari nella Siria, testimoniando il fallimento della politica statunitense in Medio Oriente e del suo approccio anti-russo. Dana Tyrone Rohrabacher, deputato repubblicano degli Stati Uniti presiedente della sottocommissione del Congresso per gli affari esteri con Europa, Eurasia e le minacce emergenti, scriveva l’11 febbraio, “Avremmo dovuto negoziare sul futuro della Siria senza condizionarlo alla caduta di Assad (Mosca ha rifiutato di partecipare alla farsa di una “trattativa” dall’esito già deciso). La Siria con ogni probabilità avrebbe evitato il caos che ora inghiotte gran parte del Paese. La Russia non vi si sarebbe impegnata militarmente, e l’Europa non sarebbe ora annegando dal fiume di rifugiati che non si assimilano e sono pronti ad uccidere…. Non vi è alcuna prova che la Russia, come quando era l’Unione Sovietica, abbai intrapreso una sfrenata espansione globale. Ovviamente, alcune persone molto influenti non possono accettare di lasciarsi alle spalle la guerra fredda, la loro mentalità e le carriere legate ad una ostilità persistente tra Cremlino e Casa Bianca. In particolare, tra gli strateghi dei think tank e i mercanti d’armi”. L’attuale amministrazione degli Stati Uniti ha adottato “politiche petulanti verso la Russia”, che potrebbe essere alleata contro l’islamismo. Secondo “The Guardian”, gli “eventi sul terreno non solo lavorano contro la svolta, ma suscitano sempre più profondi dubbi sulla coerenza degli Stati Uniti e della strategia occidentale. Risolvere la politica degli Stati Uniti in una fase così critica del conflitto potrebbe essere impossibile. Se mai c’è stato un simbolo del fallimento occidentale in Siria, è proprio questo (l’operazione russa)”. Non è il destino della Siria di cui gli Stati Uniti si preoccupano, ma piuttosto il definitivo discredito presso i suoi alleati mediorientali. Stati Uniti e NATO non sono riusciti a cambiare la situazione in cinque anni di supporto al terrorismo in Siria, mentre l’operazione aerea russa in meno di cinque mesi cambia le sorti del conflitto. “Da allora, la Russia da sola ha fatto ciò che Stati Uniti, Europa ed alleati in Medio Oriente non sono riusciti a fare in anni con le immense risorse che avevano a disposizione”. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn hanno dichiarato la disponibilità ad inviare truppe, se gli Stati Uniti sostenessero l’invasione terrestre della Siria. L’Arabia Saudita non si preoccupa delle ragioni che spingono Washington ad evitare un tale operazione; difatti Riyadh affrontare una serie di problemi che gli Stati Uniti non possono risolverle. La Russia ha avuto contatti con la maggior parte degli Stati del Golfo Persico, guadagnando influenza in Medio Oriente mentre la Turchia l’ha persa, con Erdogan che ha messo la sicurezza nazionale del proprio Paese in pericolo. “Nessuno nel mondo arabo è disposto a seguirne l’esempio”.
934738Se “la politica russa in Medio Oriente porta frutti introducendo i cambiamenti necessari e invertendo la tendenza verso la soluzione pacifica del conflitto siriano”, molti in occidente vi vedono una sconfitta colossale. Soprattutto gli ambienti neocoloniali e socialcolonialisti prevalenti a Londra, Parigi, Berlino e Roma, le cui appendici militanti e attivistiche sono varie cosiddette associazioni, le ONG, il mondo accademico e giornalistico acquisito all’ingrosso da petroemirati e agenti turchi, sindacati, partitini, micropartiti e sette ideologiche della fascia ideologica che va dalla sinistra cattolica all’estrema sinistra post-comunista (neo-anarchici, centri sociali, fazioni post-rifondarole, resti del PRC, tutte le sette cosiddette ‘trotskiste’ e altre carabattole), dal 2010 in guerra aperta e dichiarata contro qualsiasi avanzata delle realtà geopolitiche che contrastano e confliggono con l’imperialismo. Dalla campagna mediatica di disinformazione e denigrazione contro l’approccio del Governo Berlusconi verso la Jamahiriya Libica, la sinistra italiana, dal PD fino all’ultimo centro sociale e alla più sperduta setta ‘trotskista’, porto avanti una guerra mediatica e d’influenza pseudo-ideologica contro l’affermarsi delle alternative geopolitiche eurasiatiche; contro un Medio Oriente che si sta sbarazzando dell’influenza statunitense e dei suoi più retrivi alleati (Qatar, Arabia Saudita, ecc.) manifestatasi con la ‘Primavera araba’ e il terrorismo islamista celebrati dall’estrema sinistra italiana, totalmente allineata alle fazioni più estremiste dell’atlantismo (la cosca perdente nei servizi segreti italiani) e le petromonarchie wahhabite che hanno fatto irruzione nell’economia e nei mass media italiani, acquistando all’ingrosso vari agenti d’influenza: accademici, diplomatici, giornalisti, specialisti, politici, sindacalisti, mestieranti dei ‘diritti umani’, preti, ecc. il tutto formando un’asse politico-disinformativo tra estrema sinistra, integralismo wahhabita e servizi segreti attivi nell’aggressione a Libia e Siria, il cui scopo è il già ricordato compito di contrastare l’avanzata delle forze antimperialiste che mettono in difficoltà l’unipolarismo globale degli USA. Altro compito, collaterale, di tali forze settarie ed oscure, è impedire che nell’ambito dell’opinione pubblica italiana si formi e si consolidi un’ampia area favorevole a tali sviluppi, favorevole a tale mutamento geopolitico. Infine, terzo compito di tale area è acquisire il peso di una lobby, in modo da contrastare e ostacolare qualsiasi passo di Roma verso tale direzione, supportandone la subordinazione agli interessi di Washington, Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles. Il tutto nascondendosi dietro fraseologie ‘rivoluzionarie’, slogan sulla sinistra e perfino ridicole petizioni ‘per uscire dalla NATO’. Un circo che è stato impiantato nel 2010, e che si è esibito nel 2011 sul caso della Libia, nel 2012-2015 sul caso della Siria, e nel febbraio 2016 sul caso dell’Egitto. Non si ci faccia ingannare da contorsioni verbali, pseudo-ragionamenti e altre acrobazie da circo, appunto, volte a far dimenticare il sostegno che l’estrema sinistra italiana ha dato ad ogni guerra della NATO dalla Jugoslavia nel 1992 in poi. Oggi, nel 2016, dopo 5 anni di guerra indiretta della NATO contro la Siria, vari capicomici del suddetto circo si scoprono sostenitori del Baath siriano, delle resistenze siriana, irachena e libanese, o perfino, dopo averne magari invocato il rovesciamento, esibire un mefiticamente fasullo sostegno a Putin. Salvo smascherarsi subito, con la canea isterica (e molto rivelatrice) contro Cairo e il governo del Presidente al-Sisi, sul caso Regeni, svelando una non sorprendente convergenza tra sinistra, estrema sinistra, organi atlantisti, NATO, USA, governi wahhabiti, organizzazioni integraliste (come i Fratelli mussulmani) ed organizzazioni terroristiche. Tutto ciò indica che i rapporti occulti tra servizi segreti e associazionismo cattolici ed estrema sinistra sono ancora solidi, come è solida l’alleanza tra le realtà della sinistra italiana con organizzazioni e movimenti dell’integralismo islamico, basi e risorse del terrorismo islamista attivo in Medio Oriente, Nord Africa, Balcani, Ucraina e Caucaso. In sostanza, lo schema di tali operazioni da guerra mediatica e influenza politico-ideologica non cambia: il bersaglio delle critiche ‘dirittumanitariste e democraticiste’ degli agenti d’influenza atlantisti, travisati da ONG, accademici, agenti dei mass media e settari ‘rivoluzionari’, sono sempre i governi nazionalisti, secolari e panarabi (prima Gheddafi, poi Assad, oggi Sisi), e ciò in combutta con i servizi segreti atlantisti (Gladio, Stato islamico, fazioni filo-taqfirite dei servizi segreti) e in solido con il mondo dell’integralismo jihadista e islamista (Arabia Saudita, Qatar, al-Qaida, Fratellanza mussulmana, taqfirismo), per ostacolare la svolta eurasiatica del Medio Oriente (una catastrofe per gli USA e il loro dominio atlantista) e impedire una qualsiasi variazione positiva nella politica estera di Roma.

541508Vedasi anche:
Libia, NATO, Qatar e intervento dell’Egitto
Libia: frattura italianaSoutheastern-Mediterranean-Energy-Developments

Fonti:
AGI
Aska
Corriere
Futuro quotidiano
il Giornale
il Messaggero
la Stampa
Panorama
Balkan EU
Mondialisation
Reseau International
Russia Insider
Sputnik
Sputnik
SCF
VoltaireNet

xinhua_tpbje20150807029_51830420

Washington ancora sottovaluta gli iraniani

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/02/2016saudi-arabia-iranLa politica estera di Washington in questi giorni è dominata da una bizzarra politica sadomasochista, non dissimile dall’argomento della CIA secondo cui la tortura, come il waterboarding, sia un modo legittimo di aver intelligence preziosa sul nemico da combattere. Abu Ghraib e Guantanamo vengono in mente. I guerrafondai capo della CIA John Brennan e Victoria Nuland del dipartimento di Stato, o il neocon Ash (come le ceneri della guerra) Carter al Pentagono, sembrano convinti che per essere una grande nazione in primo luogo si debba essere un “rude poliziotto” che pesta i popoli o le nazioni presi di mira, sanzionandoli fino alla bancarotta. Poi gli si affianca il “poliziotto buono”. I loro stupidi manuali di tortura militari e della CIA gli dicono che funziona ogni volta. L’unico problema è che non è così. Non lo è sicuramente con varie nazioni che resistono al bullesco gioco del poliziotto duro e poliziotto buono di Washington. Quello che l’Iran fa sui prezzi per l’esportazione del petrolio ne è un esempio. Nell’estate 2015 gli Stati Uniti approvavano la revoca delle sanzioni contro l’Iran a determinate condizioni, presumibilmente legate alle garanzie iraniane sul monitoraggio internazionale dell’AIEA sul programma nucleare. Le più brutali sanzioni furono inventate dall’aggressivo Ufficio del terrorismo finanziario del Tesoro degli Stati Uniti nel gennaio 2012, e furono imposte dall’Unione Europea su immensa pressione di Washington. Tra le altre misure imposero l’inaudita esclusione mondiale di tutte le banche iraniane dal sistema interbancario dei pagamenti SWIFT su vendite e commercio del petrolio nei mercati mondiali. SWIFT, Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, ne cancellò la maggior parte delle transazioni finanziarie interbancarie mondiali. Si trova in Belgio ed è di proprietà di banche private, e non dell’UE. Fu la prima espulsione dallo SWIFT in 39 anni. L’espulsione dallo SWIFT fu ideata da David Cohen, sottosegretario del Tesoro su terrorismo e intelligence finanziaria, insieme a Mark Dubowitz, specialista di sanzioni di Washington. Era l’equivalente finanziario di Washington dell’uso dell’arma termonucleare. Inoltre l’UE accettò l’embargo petrolifero contro l’Iran e il congelamento dei beni della banca centrale iraniana all’estero. La moneta iraniana crollò dell’80% rispetto al dollaro. L’inflazione iraniana, in particolare nell’importazione di frumento, esplose e le esportazioni di petrolio verso i principali clienti, tra cui Unione europea, Cina, Giappone, Corea del Sud e India si ridussero della metà.

Ingratitudine?
Il 16 gennaio 2016, in relazione all’accordo di Vienna dell’AIEAS con l’Iran e altre parti sull’arricchimento nucleare del luglio 2015, SWIFT annunciava che riammetteva le banche iraniane, compresa la Banca nazionale, nel sistema dei pagamenti. L’UE dichiarava che alle imprese europee, tra cui le compagnie petrolifere, non era più proibito fare affari con l’Iran. L’amministrazione Obama, tuttavia, non era così generosa. Il Tesoro degli Stati Uniti dichiarava che “l’embargo degli Stati Uniti in generale resterà in vigore anche dopo l’attuazione, per preoccupazioni esterne al programma nucleare iraniano”. La Casa Bianca dichiarava che “le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran per sostegno al terrorismo, violazioni dei diritti umani e attività missilistiche rimarranno in vigore e continueranno ad essere applicate”. Ora Teheran reagiva ad anni di guerra economica degli Stati Uniti invece di abbracciare la nazione che gli ha condotto una continua guerra dal 1979, come il Vietnam ha fatto abbracciando l’economia liberista degli USA, la leadership iraniana ha risposto con una chiara decisione sul tiramolla tra dare agli Stati Uniti una scusa per imporre nuovamente le sanzioni SWIFT e altre, e seguire i propri interessi nazionali. Tali interessi sono l’importante passo della de-dollarizzazione. Non c’è dubbio che alcuni duri di Washington e loro alleati in Arabia Saudita e Tel Aviv la chiamino ingratitudine. Io la chiamo autonomia nel perseguire l’interesse nazionale sovrano dell’Iran.

Petrolio in cambio solo di euro
Ora, in segno di gratitudine per la fine di 37 anni di sanzioni economiche degli USA, il 5 febbraio, secondo un rapporto dell’iraniana PressTV, un funzionario della National Iranian Oil Company annunciava che l’Iran accettava pagamenti solo in euro e non dollari per il proprio petrolio. Il funzionario aggiungeva che tale regola sarà applicata agli accordi recentemente firmati con il gigante energetico francese Total, la spagnola Cepsa e la russa Lukoil. Il funzionario del NIOC ha dichiarato, “Nei nostri accordi citiamo la clausola che gli acquirenti del nostro petrolio debbano pagare in euro, considerando il tasso di cambio nei confronti del dollaro al momento della consegna“. Inoltre NIOC ha chiarito che India e altri grandi acquirenti di petrolio iraniano, al momento del blocco SWIFT, dovranno pagare i debiti miliardari in euro e non dollari. Il funzionario della NIOC ha chiarito che la Banca centrale dell’Iran (CBI) ha deciso di svolgere il commercio estero in euro quando il Paese era ancora sotto sanzioni. Perché questo è un grosso problema, ci si può chiedere? Di per sé non lo è. Ma assieme a mosse simili di altre nazioni dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, per svolgere il commercio energetico bilaterale secondo le valute nazionali, rubli e renminbi, così come la recente decisione della Russia di iniziare il trading dei futures sul petrolio greggio russo al St. Petersburg Mercantile Exchange in rubli e non dollari, e di creare un nuovo prezzo di riferimento con il petrolio degli Urali in rubli, sostituendo il Brent in dollari USA sul cambio ICE di Londra, la mossa iraniana comincia a causare gravi danni a ciò che Henry Kissinger, ai tempi del primo shock dei prezzi del petrolio del 1973-74, denominò “petrodollari”.

Cosa sono i petrodollari, quindi?
12316263511452256913 Come documento profondamente nel mio libro Un secolo di guerra: la politica del petrolio anglo-americana, l’idea dei “petrodollari” risale allo shock petrolifero del 1973. Quell’anno un’oscura rete atlantista di piuttosto influenti banchieri, multinazionali del petrolio e funzionari dei governi di Stati Uniti ed europei, circa 84 individui selezionati, s’incontrò in gran segreto per due giorni di sessioni al Saltsjoebaden Grand Hotel, di proprietà della ricca famiglia svedese dei Wallenberg. Lì, nel maggio 1973, la riunione del Bilderberg discusse del petrolio. Il vertici bancari e i baroni del petrolio anglo-statunitensi, tra cui David Rockefeller della Chase Manhattan Bank; barone Edmond de Rothschild dalla Francia; Robert O. Anderson della compagnia petrolifera ARCO; Lord Greenhill, presidente della British Petroleum; René de Granier Lilliac presidente della Compagnie Française des Pétroles, oggi TOTAL; Sir Eric Roll della SG Warburg, creatore degli eurobond; George Ball di Lehman Brothers; l’industriale tedesco e amico dei Rockefeller Otto Wolff von Amerongen e Birgit Breuel, poi capo della Treuhand tedesca, che spogliò il patrimonio dell’ex-Germania democratica, erano presenti. Così pure l’industriale italiano e stretto collaboratore dei Rockefeller, Gianni Agnelli della FIAT. L’incontro a porte chiuse, su cui fu vietato una qualsiasi copertura della stampa, discusse dell’imminente aumento del 400% del prezzo del petrolio dell’OPEC. Piuttosto che discutere di come tale shock sulla crescita economica mondiale potesse essere evitato con un’attenta diplomazia con Arabia Saudita, Iran e gli altri Stati arabi dell’OPEC, l’incontro si concentrò su cosa ne avrebbero fatto dei soldi! Discussero come “riciclare” l’aumento di quattro volte del prezzo della merce più importante del mondo, il petrolio. I verbali ufficiali e confidenziali della riunione Bilderberg a Saltsjoebaden, che ho letto, discussero del pericolo che a seguito dell’enorme aumento dei prezzi del petrolio OPEC, “l’inadeguato controllo delle risorse finanziarie dei Paesi produttori di petrolio possa disorganizzare completamente e minare il sistema monetario mondiale“. I verbali parlavano di “enormi aumenti delle importazioni dal Medio Oriente. Il costo di queste importazioni aumenterebbe enormemente“. I dati forniti nel corso della discussione a Saltsjoebaden dal consulente petrolifero degli Stati Uniti e relatore Walter Levy, mostravano un aumento dei prezzi del petrolio OPEC previsto a circa il 400 per cento. Questa fu la vera origine di ciò che Kissinger in seguito chiamò il problema del “riciclaggio dei petrodollari”, l’enorme aumento dei dollari dalle vendite di petrolio. La politica di Stati Uniti e Regno Unito, o meglio la politica di Wall Street e City di Londra, era assicurasi che i Paesi dell’OPEC investissero le loro ricchezze petrolifere principalmente nelle banche anglo-statunitensi.

Guerra del Kippur
La Guerra del Kippur dell’ottobre 1973 tra Israele e una coalizione di Stati arabi guidati da Egitto e Siria, prevedibilmente spinse il re saudita Faysal a minacciare l’embargo petrolifero dell’OPEC contro Europa e Stati Uniti per la fornitura ad Israele di armi prima della guerra. Kissinger e Wall Street ci contavano. Allo scoppio della guerra, a metà ottobre 1973, il governo tedesco del cancelliere Willy Brandt disse all’ambasciatore degli USA a Bonn che la Germania era neutrale nel conflitto in Medio Oriente, e quindi non avrebbe permesso agli Stati Uniti di rifornire Israele dalle basi in Germania. Nixon, il 30 ottobre 1973 inviò al cancelliere Brandt una nota di protesta nettamente formulata, probabilmente redatta da Kissinger: “Ci rendiamo conto che gli europei dipendano dal petrolio arabo più di noi, ma non siamo d’accordo che la vulnerabilità diminuisca dissociandovi da noi su una questione di tale importanza… Si noti che questa crisi non è responsabilità dell’Alleanza, e le forniture militari ad Israele sono per scopi che non rientrano nelle responsabilità dell’alleanza. Non credo che possiamo tracciare una linea così netta…” Washington non avrebbe permesso alla Germania di dichiarare la neutralità nel conflitto in Medio Oriente. Ma, in modo significativo, alla Gran Bretagna fu permesso d’indicare chiaramente la sua neutralità, evitando così l’impatto dell’embargo petrolifero arabo. Questo era il mondo del petrolio anglo-statunitense. In un affascinante colloquio personale a Londra nel settembre 2000 con lo sceicco Zaqi Yamani, ministro del Petrolio di Faysal, Yamani mi parlò di una missione a Teheran alla fine del 1973. Fu prima di un’importante riunione a dicembre dell’OPEC. Yamani racconta che re Faysal l’aveva mandato a Teheran per chiedere a Shah Reza Pahlavi perchè l’Iran insisteva su un notevole aumento del prezzo permanente dell’OPEC pari al 400% rispetto ai prezzi di prima della guerra. Yamani mi confessò che lo Shah gli disse: “Mio caro ministro, se il re vuole la risposta a questa domanda, ditegli che dovrebbe andare a Washington e chiedere a Henry Kissinger“. L’8 giugno 1974, il segretario di Stato statunitense Henry Kissinger firmò l’accordo che istituiva una Commissione congiunta USA-Arabia saudita sulla cooperazione economica, il cui mandato ufficiale incluse “la cooperazione nella finanza”. Nel dicembre 1974, nella segretezza assoluta, l’assistente del segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Jack F. Bennett, poi divenuto CEO di Exxon, firmò un accordo a Riyadh con la Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA, la banca centrale saudita). La missione della SAMA era “stabilire un nuovo rapporto con la Federal Reserve Bank di New York con l’operazione di prestito del Tesoro USA. In base a tale disposizione, SAMA acquisterà nuovi titoli del Tesoro con scadenza di almeno un anno“, spiegò Bennett nel febbraio 1975, appunto al segretario di Stato Kissinger. Il governo di Washington era ora libero di avere deficit quasi illimitati, sapendo che i petrodollari sauditi avrebbero comprato il debito degli Stati Uniti. Washington in cambio promise ai principi sauditi la vendita di armi degli Stati Uniti, vincendo su entrambi i lati.
Non meno sorprendente di questo “accordo” USA-sauditi fu la decisione politica esclusiva degli Stati petroliferi dell’OPEC, nel 1975, guidati dall’Arabia Saudita, di accettare solo dollari statunitensi per il loro petrolio, e non marchi tedeschi, nonostante il loro chiaro valore, non gli yen giapponesi, i franchi francesi o svizzeri, ma solo dollari statunitensi. Questa è la vera origine di ciò che si chiama petrodollari. Il petrolio, dopo l’accordo USA-Riyadh del 1975, doveva essere venduto dai produttori dell’OPEC solo in dollari USA. Il risultato fu la drammatica rinascita del dollaro che affondava, un profitto eccezionale per le major petrolifere di Rockefeller e Regno Unito, allora conosciute come le Sette Sorelle, il boom delle banche di Wall Street e City di Londra, gli eurodollari “riciclati” nei petrodollari e la peggiore recessione economica del mondo e degli USA dagli anni ’30. Per i banchieri di Londra e Wall Street l’economia era mera esteriorità. L’accordo petrolio-dollari tra Stati Uniti e Arabia Saudita, che tiene tutt’oggi, fu ignorato da Sadam Husayn che, in occasione di Oil-for-food delle Nazioni Unite, vendette il petrolio iracheno in euro depositati presso la banca francese BNP Paribas. La pratica irachena del “petroeuro” finì bruscamente nel marzo 2003 con l’invasione statunitense dell’Iraq. Da quel momento alcun Paese dell’OPEC ha venduto petrolio in qualsiasi altra valuta. Ora, l’Iran rompe i ranghi, infliggendo un altro duro colpo all’egemonia del dollaro USA al sistema del dollaro quale valuta di riserva mondiale dominante. Dopo tutto non c’è alcuna legge internazionale che imponga ai Paesi di comprare e vendere petrolio solo in dollari, no? La fine di ciò che è diventata la tirannia del sistema del dollaro si avvicina con la decisione dell’Iran di vendere petrolio solo in euro, ora. E’ un mondo davvero affascinante.15496412016_pump-webF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente laureato in politica alla Princeton University ed è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.254 follower