Il Giappone nel Sud-Est asiatico: nuovi sviluppi

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/08/2015abe-nguyen2Gli eventi degli ultimi due mesi confermano la già nota ampia attività giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nel sud est asiatico nel complesso. L’aspirazione a controllare questa regione ebbe un ruolo vitale nelle due guerre mondiali del secolo scorso. Oggi il Mar Cinese Meridionale è la chiave e il collegamento più vulnerabile delle rotte commerciali dal Golfo Persico e per l’Oceano Indiano. Garantirne l’attività diventa una questione di vita o di morte per il Giappone. Ciò è particolarmente aggravata dallo spegnimento di quasi tutte le centrali nucleari giapponesi, con conseguente aumento dal 70% al 90% della dipendenza energetica del Giappone dagli idrocarburi importati. Il 90% viene importato dal Golfo Persico. Tuttavia l’influenza cinese nel Mar Cinese Meridionale e nel Sudest asiatico s’impone quale forza prevalente nella zona, il che ne fa la principale fonte di potenziali sfide agli interessi nazionali del Giappone. La Cina ritiene che circa l’80% della superficie del Mar Cinese del Sud sia parte integrante del suo territorio per ragioni “storiche”. Pertanto, a lungo andare, la collisione sul Mar Cinese orientale intorno le isole Senkaku/Diaoyu si allarga al Mar Cinese Meridionale. Ci sono tutte le ragioni per ritenere che non finirà la crescente rivalità cino-giapponese e che già nei prossimi anni si ripeta nell’Oceano Indiano. Finora il principale strumento del Giappone nell’affrontare le questioni di politica estera resta l’economia, la terza del mondo e, in particolare, una serie di programmi di assistenza economica ai Paesi in via di sviluppo chiamata Aiuto pubblico allo sviluppo (ODA) nell’ambito dell’Organizzazione per la cooperazione economica. I documenti che disciplinano l’assistenza offerta dall’ODA si riferiscono direttamente all’utilizzo per risolvere i problemi su sicurezza ed interessi nazionali del Giappone stesso. E’ importante notare che il programma ODA è attuato dal Ministero degli Esteri del Paese. L’importo dell’aiuto finanziario annuale dell’ODA, negli ultimi anni, ha raggiunto circa 15 miliardi di dollari. Per cui, il Sud-Est asiatico è uno dei principali beneficiari dell’assistenza economica giapponese. Un buon esempio dei risultati è stato l’apertura ad aprile, in Cambogia, di un vitale ponte sul Mekong lungo oltre due chilometri e dal costo di 130 milioni di dollari, tutto a carico dell’ODA giapponese. Il primo ministro cambogiano Hun Sen ha definito il completamento della costruzione del ponte manifestazione della “solida amicizia tra Cambogia e Giappone”. L’abbreviazione ODA fu spesso menzionata al 7° vertice “Giappone e Paesi del Grande Mekong” a Tokyo del 4 luglio del 2015. L’associazione “Grande Mekong” comprende cinque Paesi (Vietnam, Cambogia, Laos, Myanmar e Thailandia) che utilizzano il grande fiume del Sud-Est asiatico oltre a mantenerne la purezza ecologica di fondamentale importanza. La lotta cino-giapponese per influenzare questo gruppo di Paesi (e anche la più ampia associazione ASEAN di cui fanno parte) è sempre più evidente, nonostante le consultazioni bilaterali periodiche per armonizzare gli sforzi nel “Grande Mekong”. Una piattaforma per le consultazioni è il “dialogo politico cino-giapponese nella regione del Mekong”, la cui quinta riunione s’è svolta ai primi di dicembre 2014. Dato che dalla rivalità cino-giapponese ne risulta la crescente concorrenza su quantità e qualità dei vari progetti infrastrutturali (come il già citato ponte in Cambogia), offerti ai cinque Paesi del “Grande Mekong”, questi ultimi cercano di avvantaggiarsene. A fine dicembre 2014, il primo ministro cinese Li Keqiang partecipò attivamente alla preparazione del prossimo vertice degli Stati membri dell’associazione. Durante l’incontro, il primo ministro cinese dichiarò la possibilità di finanziare diversi progetti nei cinque Paesi per 3 miliardi di dollari.
Vietnam's President Truong shakes hands with Japan's PM Abe before their talks in Tokyo Il vertice “Giappone e Paesi del Grande Mekong”, ha portato all’adozione di una nuova strategia nella cooperazione bilaterale per i prossimi tre anni, dichiarando “il pieno successo” della strategia approvata nel 2012, secondo cui il Giappone nel quadro dell’ODA stanziava 6 miliardi di dollari per gli Stati membri dell’associazione. I Paesi del “Grande Mekong” apprezzano il ruolo del Giappone, non solo aiutandoli nello sviluppo economico, ma anche “rafforzando la stabilità” nel Sud-Est asiatico. Nel documento si esprime la speranza che il Giappone continui a cooperare in modo produttivo con i Paesi della regione. Queste speranze si basano particolarmente sull’impegno del Giappone a destinare assistenza finanziaria ai Paesi del “Grande Mekong”. Nei prossimi tre anni, l’ODA sarà pari a circa 6,1 miliardi di dollari. Tra le quattro “pietre angolari” dell’ulteriore sviluppo della cooperazione bilaterale, il punto sul “Coordinamento con i partner interessati” richiama l’attenzione. Tra i partner sono accennati Banca mondiale e soprattutto Banca asiatica di sviluppo controllata da Giappone e Stati Uniti, che cooperano nella regione, nonché il “dialogo politico cino-giapponese nella regione del Mekong”. L’ultimo vertice ha dimostrato ancora una volta il desiderio dei cinque Paesi nell’avere una posizione politicamente neutrale sulla partita tra le due principali potenze asiatiche e a non complicare il processo per “mungere” i principali finanziatori economici e finanziari. In particolare, nei documenti finali la questione dell’aggravarsi della situazione nel Mar Cinese Meridionale per le costruzioni cinesi su alcune delle isole contese è così importante per il “Grande Mekong” che fu lasciato intatto. Tuttavia, la posizione del Vietnam contro la politica della Cina nella regione comincia a distinguersi notevolmente dalla “neutralità totale” dei cinque. Ciò fu particolarmente evidente nel summenzionato vertice di Tokyo, dove nella conferenza stampa congiunta dei primi ministri del Vietnam e del Giappone Shinzo Abe, fu dichiarato che i due Paesi “condividono serie preoccupazioni sui tentativi unilaterali di cambiare lo status quo” nel Mar Cinese Meridionale. Allo stesso tempo, però, non hanno dato motivo diretto di preoccupazioni nippo-vietnamite.
La situazione tra Giappone e Cina nel complesso e nel Sud-Est asiatico in particolare, continuerebbe lungo la strada sbagliata, secondo il ministero della Difesa giapponese che partecipa al processo di protezione degli interessi nazionali. Quest’anno il Giappone ha già condotto due esercitazioni militari congiunte con le Filippine, il più severo avversario regionale della Cina. Con l’adozione dal parlamento giapponese di un nuovo pacchetto di leggi nella difesa, il 16 luglio, solo il rafforzamento della presenza militare del Giappone in Asia Sud-Orientale è prevedibile. Commentando le recenti attività economiche e militari giapponesi in Asia Sud-Orientale, l’editorialista della rivista American Interest conclude non senza ragione che “sono tutti impegnati a contenere la crescente influenza cinese nella regione“.1110_4_2Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, da vittoriosi a megaperdenti

F. William Engdahl New Eastern Outlook 08/08/2015kerry-saudi_wide-7bfca96325d9ca9656ae9c2f4715d6141fbec18e-s900-c85Chi avrebbe pensato che saremmo arrivati a questo? Non certo l’amministrazione Obama e i suoi brillanti think-tank di strateghi geopolitici neoconservatori. La brillante proposta “win-win” di John Kerry dell’11 settembre scorso, durante il suo incontro a Jeddah con il malandato re saudita Abdullah era semplice: replicare il grande successo dell’accordo tra dipartimento di Stato e sauditi del 1986, quando Washington convinse i sauditi a inondare il mercato mondiale con l’eccesso di offerta comprimendo i prezzi del petrolio, una sorta di “shock petrolifero al contrario”. Nel 1986 ebbe successo contribuendo a piegare la vacillante Unione Sovietica fortemente dipendente dai proventi in dollari delle esportazioni di petrolio per mantenere il potere. Così, anche se non fu reso pubblico, Kerry e Abdullah decisero l’11 settembre 2014 che i sauditi avrebbero usato i loro muscoli petroliferi per piegare la Russia di Putin oggi. Sembrava brillante, al momento non c’era dubbio. Il giorno successivo, il 12 settembre 2014, l’appropriatamente nominato Ufficio terrorismo ed intelligence finanziaria del Tesoro USA, guidato dal sottosegretario al Tesoro David S. Cohen, annunciava nuove sanzioni contro i giganti energetici della Russia Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil, Surgutneftgas e Rosneft, vietando alle compagnie petrolifere degli Stati Uniti dal partecipare a joint venture con le società russe su petrolio o gas, in mare o nella regione artica. Poi, proprio mentre il rublo calava rapidamente e grandi aziende russe versavano dollari per i pagamenti di fine anno, il crollo dei prezzi mondiali del petrolio sembrava por fine al regno di Putin. Questo fu chiaramente il pensiero delle anime tormentate degli uomini di Stato a Washington. Victoria Nuland era giubilante, lodando la nuova arma di precisione della guerra finanziaria dell’unità del terrorismo finanziario del Tesoro di David Cohen. Nel luglio 2014, il West Texas Intermediate, prezzo di riferimento negli Stati Uniti del mercato petrolifero domestico, arrivava a 101 dollari al barile. Il profitto del petrolio di scisto era in piena espansione, rendendo gli Stati Uniti importanti attori petroliferi per la prima volta dal 1970. Quando WTI arrivò a 46 dollari all’inizio di gennaio, improvvisamente le cose sembrarono diverse. Washington si rese conto di essersi data la zappa sui piedi, l’industria del petrolio di scisto statunitense era eccessivamente indebitato e cedeva sotto il prezzo del petrolio in calo. Dietro le quinte, vi fu la collusione tra Washington e Wall Street per stabilizzare artificialmente ciò che era l’imminente reazione a catena dei fallimento dovuto al crollo del petrolio di scisto negli Stati Uniti. Di conseguenza i prezzi del petrolio iniziavano una lenta risalita, arrivando a 53 dollari a febbraio. La propaganda di Wall Street e Washington cominciò a parlare di fine della caduta dei prezzi del petrolio. A maggio i prezzi erano saliti a 62 e quasi tutti erano convinti della ripresa del petrolio. Come si sbagliavano.

Sauditi scontenti
Dall’incontro Kerry-Abdullah dell’11 settembre (data curiosa, visto il clima di sospetto sulla famiglia Bush che copre il coinvolgimento dei sauditi sugli eventi dell’11 settembre 2001), i sauditi hanno un nuovo re decrepito, monarca assoluto e Custode delle due Sacre Moschee, re Salman, che sostituisce il deceduto re Abdullah. Tuttavia, il ministro del petrolio è sempre il 79enne Ali al-Naymi, che avrebbe visto un’occasione d’oro nella proposta di Kerry di avere la possibilità di eliminare contemporaneamente anche la crescente sfida sul mercato degli Stati Uniti del petrolio di scisto non convenzionale. Al-Naymi disse ripetutamente che era determinato a eliminare il “disturbo” del petrolio di scisto degli USA al dominio saudita sui mercati mondiali del petrolio. Non solo i sauditi non erano felici dell’intrusione dello scisto degli Stati Uniti nel loro dominio petrolifero, sono ancor più arrabbiati dal recente accordo dell’amministrazione Obama con l’Iran che probabilmente porterà tra diversi mesi all’eliminazione delle sanzioni economiche all’Iran. In realtà i sauditi sono fuori di sé dalla rabbia contro Washington, tanto che hanno ammesso apertamente l’alleanza con l’arcinemico Israele per combattere ciò che vedono come crescente dominio dell’Iran nella regione: in Siria, Libano e Iraq. Ciò ha contribuito alla determinazione di ferro dei sauditi, aiutati dagli stretti alleati del Golfo, a spezzare ulteriormente i prezzi del petrolio fino a quando l’ondata di fallimenti delle aziende del petrolio di scisto, interrotta a gennaio dalle manipolazioni di Washington e Wall Street, metta fine alla concorrenza del petrolio di scisto dagli Stati Uniti. Quel giorno potrebbe arrivare presto, ma con conseguenze non volute per l’intero sistema finanziario mondiale in un momento in cui le conseguenze non possono essere affrontate. Secondo un recente rapporto della banca di Wall Street Morgan Stanley, uno dei principali attori nel mercato del greggio, i produttori di petrolio dell’OPEC, aumentano aggressivamente le forniture di petrolio a un mercato mondiale già saturo, senza alcun suggerimento di una tregua. Nel rapporto, Morgan Stanley osserva con allarme visibile, “l’OPEC ha aggiunto 1,5 milioni di barili/giorno di forniture globali negli ultimi quattro mesi soltanto… il mercato del petrolio attualmente ha 800000 barili/giorno di offerta in eccesso. Ciò suggerisce che l’eccesso di offerta attuale del mercato del petrolio è interamente dovuto all’aumento della produzione dell’OPEC da febbraio”. Il rapporto della banca di Wall Street aggiunge una nota sconcertante: “Prevedevamo che l’OPEC non avrebbe ridotto, ma non avevamo previsto un tale brusco aumento”. In breve, Washington ha perso completamente influenza strategica sull’Arabia Saudita, un regno considerato vassallo di Washington dall’accordo di FDR per darne l’esclusiva alle major petrolifere degli USA nel 1945. La rottura delle comunicazioni tra USA e Arabia Saudita da nuova dimensione all’ultima visita di alto livello a San Pietroburgo, il 18 giugno, di Muhamad bin Salman, viceprincipe ereditario, ministro della Difesa saudita e figlio del re Salman, per incontrare il Presidente Vladimir Putin. L’incontro fu preparato con cura da entrambe le parti, discutendo di accordi commerciali da 10 miliardi di dollari, tra cui la costruzione di reattori nucleari russi nel regno e la fornitura di avanzate attrezzature militari russe ed investimenti sauditi in Russia nel settore agricolo, medico, logistico, vendita al dettaglio e immobiliare. L’Arabia Saudita oggi è il maggior produttore di petrolio al mondo e la Russia il secondo. Un’alleanza russa-saudita a qualunque livello non era di certo prevista dai pianificatori strategici del dipartimento di Stato di Washington…. Oh merda!
Ora che l’OPEC sovraproduce petrolio, i sauditi hanno incrinato lo sforzo traballante degli Stati Uniti per aumentare i prezzi del petrolio. Il calo dei prezzi è stato ulteriormente alimentato dai timori che l’accordo con l’Iran aggiunga altra sovrabbondanza, e che il secondo più grande importatore di petrolio al mondo, la Cina, riduca le importazioni o almeno non le aumenti dato il rallentare dell’economia. La bomba è esplosa sul mercato del petrolio l’ultima settimana di giugno. Il prezzo del petrolio WTI è andato da 60 dollari al barile, livello su cui molti produttori di petrolio di scisto potevano rimanere a galla un po’ di più, a 49 il 29 luglio, con un calo di oltre il 18% in quattro settimane, con tendenza verso il basso. Morgan Stanley ha suonato il campanello d’allarme, affermando che se il trend delle ultime settimane continua, “questa crisi sarà più grave di quella del 1986. Poiché vi è stata una forte flessione nei 15 anni precedenti, la crisi attuale potrebbe essere la peggiore degli ultimi 45 anni. Se accadesse, non ci sarà nulla nella nostra esperienza che possa guidare le prossime fasi di tale ciclo… In realtà, non ci sarebbe un precedente storico analizzabile“.251DCE7000000578-2928222-image-a-20_1422382770842‘October Surprise’
Ottobre è la prossima svolta per decidere, presso le banche degli Stati Uniti, se restringere i prestiti alle aziende del scisto o continuare ad estendere credito (come finora), nella speranza che i prezzi risalgano lentamente. Se, come fortemente accennato, la Federal Reserve aumentasse i tassi d’interesse negli Stati Uniti a settembre, per la prima volta in otto anni della crisi finanziaria globale, quando esplose il mercato immobiliare statunitense nel 2007, i fortemente indebitati produttori di petrolio di scisto degli Stati Uniti affronteranno un disastro immane. Nelle ultime settimane il volume della produzione statunitense di petrolio di scisto era al massimo con i produttori di scisto che disperatamente cercano di massimizzare il flusso di liquidi, ironia della sorte, ponendo le basi della sovrabbondanza di petrolio mondiale, causa della loro scomparsa. La ragione per cui le compagnie petrolifere di scisto statunitensi hanno potuto continuare le attività da novembre scorso e non dichiarare fallimento è la politica del tasso zero della Federal Reserve che porta banche e altri investitori a cercare tassi d’interesse più elevati nel cosiddetto mercato obbligazionario “High Yield“. Negli anni ’80 quando furono creati da Michael Millken e altri truffatori presso la Drexel Burnham Lambert, Wall Street giustamente li chiamò “junk bonds“, perché quando le cose vanno male, come ora per le aziende dello scisto, si trasformavano in spazzatura. Un recente rapporto della banca UBS afferma: “il mercato globale ad alto rendimento è raddoppiato di dimensioni; settori che videro l’emissione più vivace negli ultimi anni, come energia e miniere metallifere, hanno visto il debito triplicarsi o quadruplicarsi”. Supponendo che la più recente flessione dei prezzi del petrolio WTI continui settimana dopo settimana fino ad ottobre, ci potrebbe essere anche panico e corsa a vendere miliardi di dollari di tali obbligazioni spazzatura ad alto rendimento e alto rischio. Come nota un’analista degli investimenti, “quando la folla della vendita al dettaglio, infine, si volge per uscire in massa, i gestori dei fondi si troveranno faccia a faccia con i mercati secondari del credito aziendale senza liquidi, privi di profondità… ciò può innescare l’incendio delle vendite“. Il problema è che questa volta, a differenza del 2008, la Federal Reserve non ha spazio per agire. I tassi d’interesse sono già prossimi allo zero e la FED ha acquistato migliaia di miliardi di dollari di debito bad bank per evitare la reazione a catena del panico bancario statunitense. Una possibilità che non è stata discussa per nulla a Washington sarebbe il Congresso che abroga il disastroso Federal Reserve Act del 1913, che cede il controllo del denaro della nostra nazione a una banda di banchieri privati, per creare una Banca nazionale pubblica di proprietà del governo degli Stati Uniti, che potrebbe emettere credito e vendere debito federale senza per intermediari i corrotti banchieri di Wall Street, come previsto dalla Costituzione. Inoltre, si potrebbero nazionalizzare completamente le sei o sette banche “troppo grandi per fallire” responsabili del disordine finanziario che distrugge le fondamenta degli Stati Uniti e, per estensione, il ruolo del dollaro quale valuta di riserva mondiale della maggior parte del mondo.12660_srcF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Spiegate le bizzarrie di Erdogan

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 6 agosto 2015photo_verybig_165199La Turchia agisce in modo piuttosto irregolare in queste ultime due settimane, lanciando a sorpresa una duplice offensiva in Siria e Iraq, condannando la Russia per la presunta ‘oppressione’ dei tatari di Crimea e sospendendo i negoziati sul Balkan Stream. Tutto ciò è un po’ inaspettato, dopo tutto la Turchia aveva finora evitato l’istigazione degli Stati Uniti a lanciare un attacco contro la Siria; non ha mai avuto seri problemi sulla riunificazione della Crimea e in precedenza aveva accettato Balkan Stream per migliorare la propria influenza geostrategica. Mentre ciascuna delle azioni di Turchia in queste tre circostanze può essere attribuibile a peculiarità situazionali, condividono due elementi inseparabili, la propaganda elettorale di Erdogan prima del probabile voto anticipato e l’atteggiamento verso il gasdotto Balkan Stream sugli sconti sul gas. L’articolo inizia illustrando al lettore la ‘versione ufficiale’ di tali azioni apparentemente erratiche di Erdogan nelle tre situazioni di cui sopra, giungendo poi a un profondo sguardo, più attento su come le due componenti inseparabili spieghino chiaramente la reale motivazione di tali decisioni. Infine, il pezzo valuta il successo delle iniziative di Erdogan riguardo le vere motivazioni, concludendo che mentre potrebbe raccogliere abbastanza voti nazionalisti per una nuova maggioranza parlamentare, goffamente manca nel consolidare la propria posizione contrattuale nei colloqui sul Balkan Stream.

La storia ufficiale
Ecco come la Turchia spiega ufficialmente il suo comportamento negli ultimi tre scandali delle ultime settimane:

La doppia offensiva:
Secondo le autorità turche, l’attentato a Suruç fu opera del SIIL dimostrandosi l’innesco per presunti attacchi di Ankara contro di esso nel nord della Siria. Allo stesso tempo, se si crede alle autorità, i curdi hanno ripreso l’insurrezione contro i turchi senza motivo, per cui oggi Erdogan bombarda anche il nord dell’Iraq. Le casualità hanno così portato la Turchia ha condurre una doppia offensiva contro Siria e Iraq, annunciando un grandioso ritorno alle politiche neo-ottomane che si pensavano messe da parte negli ultimi due mesi.

Critiche sulla Crimea:
In modo scomposto, Erdogan ha recentemente espresso rigetto del ricongiungimento di Crimea alla Russia, parlando al ‘Secondo Congresso Mondiale dei tatari di Crimea’ ad Ankara, su come: “La Turchia non ha e non riconosce l’annessione della Crimea. La nostra priorità nella crisi ucraina sono pace, prosperità e sicurezza per i tatari di Crimea. Facciamo ogni passo per condurre tutte le trattative necessarie per superare le pressioni e le difficoltà che affrontano. Si può essere certi che continueremo nel nostro sostegno“. Ufficialmente per Erdogan, i tartari di Crimea non erano oppressi dai loro ex-amministratori ucraini, negligenti e totalmente incompetenti, ma sono improvvisamente sottoposti a coercizione dalle autorità russe che hanno votato per la riunificazione.

Balcanizzare Balkan Stream:
L’ultima grande ‘irregolarità’ della Turchia è sospendere temporaneamente i colloqui sul Balkan Stream. I media indicano che ciò sia dovuto alla Russia che non sarebbe d’accordo sullo sconto del prezzo che la Turchia propone per le proprie importazioni. Ufficialmente, però, il ministro dell’Energia turco Taner Yildiz ha detto che se ci sono alcune divergenze (Siria, riconoscimento del genocidio armeno, ecc.) la decisione di cooperare su Balkan Stream non ne è colpita, e che la vera ragione della temporanea sospensione è che la Turchia deve ancora formare un governo di coalizione. La Russia ha assecondato tale farsa per il momento, perché si rende conto di quanto sia controproducente respingere tale spiegazione poco plausibile della Turchia, in questo momento, nonostante sia evidente che la controversia vada oltre i prezzi.

La vera storia
La Turchia ha presentato scuse pubbliche variamente convincenti per cercare di spiegare il suo comportamento nei tre casi esaminati, ma ciò non toglie che la verità sia realmente fondata su due importanti considerazioni, elezioni anticipate e posizione sul gasdotto. Viste attraverso questo prisma, le azioni di Erdogan diventano assai meno ‘bizzarre’ e in qualche modo comprensibili su ciò che cerca di raggiungere (anche se in alcun modo giustificano o avallano tali sue decisioni):

La doppia offensiva
Elezioni anticipate:
Come ampiamente spiegato nell’ultimo articolo sull’argomento, una delle principali considerazioni che guidano l’iniziativa militare di Erdogan è attrarre contemporaneamente voti conservatori dal Partito del Movimento Nazionalista e giustificare la soppressione del Partito Democratico del Popolo. L’obiettivo finale di tale piano machiavellico è garantirsi che il suo partito AKP abbia la maggioranza parlamentare, sperando di modificare la costituzione e istituzionalizzare una presidenza forte.

Posizione sul gasdotto:
Anche se non è così significativo come la motivazione elettorale o la trappola anti-curda statunitense in cui è caduto, Erdogan si rende conto che le sue mosse in Siria potrebbero essere utilizzate quale merce di scambio per negoziare un prezzo minimo del gas dalla Russia. Ankara deve ancora impegnarsi pienamente nell’attaccare la Siria con un’offensiva regolare a tutto campo come si è temuto, scegliendo solo di lanciare attacchi aerei e tiri di artiglieria per il momento. Ciò potrebbe non essere esclusivamente ascrivibile ad Erdogan, fermatosi all’ultimo minuto o giocando un certo tipo di partita ‘dura’ con gli Stati Uniti, ma in parte alla speranza di Ankara che la ritardata offensiva sia definitivamente esclusa se Mosca acconsente allo sconto proposto sulle esportazioni di gas alla Turchia. Allo stesso modo, anche se iniziata (come ha minacciato), la Turchia potrebbe ritirarla o ridurla nell’ambito di un più robusto accordo multiplo con la Russia. Dopo tutto, Lavrov e i suoi sono impegnati in un turbinio di spole diplomatiche sull’escalation del conflitto in Siria (che Erdogan stesso ha contribuito a creare con la sua ultima offensiva), con il ministro degli Esteri russo che incontra Kerry a Doha e Kuala Lumpur, e l’inviato speciale russo per il Medio Oriente Mikhail Bogdan che incontra i ministri degli Esteri siriano e iraniano a Teheran. Con Putin suggerire una coalizione regionale anti-SIIL composta da Turchia, Siria, Iraq, Giordania e Arabia Saudita, così come le recenti incursioni di Mosca a Riyadh, sembra che il gigante euroasiatico sia più che disposto a un accordo con la Turchia sul gasdotto per risparmiare la Siria. E’ con tale spirito che Erdogan ha finora rifiutato di decidere sull’ultima avventura militare, nonostante la straordinaria pressione dagli Stati Uniti ad agire subito, e perché sia disposto a riconsiderare qualsiasi futura ampia offensiva se la Russia favorisse l’accordo con qualcosa di più di uno sconto sul prezzo del gas (qualunque cosa possa essere).1011716Critiche sulla Crimea
Elezioni anticipate:
Il concione di Erdogan su tale delicato problema bilaterale è eccessivamente teatrale e indica mancanza di sincerità sulla sua posizione. Davvero sentiva e credeva che il problema sia un tale impedimento alle relazioni con la Russia; e quindi il politico tipicamente chiacchierone avrebbe trattenuto la lingua per oltre un anno e mezzo, finora. E’ più probabile, quindi, che abbia cronometrato il suo ‘annuncio politico’ in raduno pubblico quando sarebbe stato più efficace; ciò ha senso quando si capisce che probabilmente indirà elezioni anticipate per porre fine allo stallo politico che affligge la formazione del suo governo.

Posizione sul gasdotto:
Altrettanto importante in questo caso è la motivazione delle elezioni anticipate, Erdogan scommette sull’uso politico della Crimea per negoziare altri sconti, nel suo stratagemma sul gasdotto contro la Russia. In verità a Mosca non importa quali Paesi riconoscano formalmente la riunificazione con Crimea, perché è un fatto compiuto, ma naturalmente chi lo fa (in silenzio o pubblicamente) riceve certi vantaggi politico-economici. In questo caso, però, la Turchia gioca una posta molto più alta della semplice contrattazione sul riconoscimento di riunificazione della Crimea in cambio di un grosso sconto sul gas. La dichiarazione di Erdogan secondo cui la Turchia “adotta ogni passo per condurre tutte le trattative necessarie per superare pressione e difficoltà (che i tartari della Crimea) affrontano” in Crimea, è un segnale forte che Ankara potrebbe supportare con le sue relazioni etniche le attività terroristiche contro la Russia, proprio come fa con gli uiguri dello Xinjiang contro la Cina. Non è prevedibile che Ankara vada così lontano, ma sembra evocarlo per fare pressione sulla Russia su un accordo sul gas più favorevole, per quanto rischioso e immorale tale ‘tattica negoziale’ sia.

Balcanizzare Balkan Stream
Elezioni anticipate:
Erdogan non riuscirà mai a corteggiare gli elettori del Partito repubblicano popolare, principale oppositore al suo governo (dal 24,95% dei voti l’ultima volta), ma sa che può avere molto più successo verso quelli del Partito del Movimento Nazionalista (16,29% dei voti). Così, il suo comportamento ‘erratico’ sul gasdotto Balkan Stream ha molto più senso, perché sa che ciò sarà accolto molto positivamente dai nazionalisti. Gli altri aspetti potenzialmente favorevoli che Erdogan coltiverebbe prima della elezioni anticipate probabilmente (come la figura di ‘duro verso il terrore’ con la doppia offensiva), potrebbero essere il fattore cui punterebbero alcuni elettori nazionalisti per sostenerne la candidatura. Nel complesso, non bisogna escludere i margini che Erdogan cerca disperatamente di garantirsi affinché il suo partito abbia la maggioranza parlamentare che cerca così febbrilmente, anche infangando la reputazione dell’operato del suo governo comportandosi in modo irresponsabile e poco professionale verso un grande partner strategico.

Posizione sul gasdotto:
Dei tre casi studiati, la decisione di sospendere i negoziati per la costruzione di Balkan Stream è ovviamente quella più direttamente legata a considerazioni sulle pipeline della Turchia. Erdogan è profondamente consapevole della necessità geostrategica che la Russia vede nella costruzione di Balkan Stream, perché sa che qualsiasi interruzione strategica che gli potrebbe evitare attrarrebbe l’immediata attenzione del Cremlino mettendolo in una posizione vantaggiosa nel dettare le proprie pretese a Putin. La Turchia sfrutta così il ruolo di Paese di transito del Balkan Stream al fine di strappare benefici finanziari dalla Russia, sembrando un piano infallibile e redditizio (anche se non etico) finché non si comprende esattamente quanto Ankara abbia sbagliato nella guerra contro i curdi e come tale serio errore di calcolo potrebbe por fine a qualsiasi vantaggiosa posizione negoziale che Erdogan pensava già di avere.

Alcun lieto fine
Con grande costernazione di Erdogan, la storia delle sue elezioni anticipate e del gioco d’azzardo sul gasdotto potrebbe finire malissimo. Da una parte, è sempre più probabile che il suo partito AKP abbia la leggendaria maggioranza parlamentare con le manipolazioni politiche di Erdogan, ma dall’altro, il costo ostacolerebbe la forza negoziale della Turchia sul Balkan Stream. Ciò va in gran parte attribuito all’attacco curdo al gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (BTE), che pur essendone prevista la chiusura questo mese per riparazioni, quindi con impatto trascurabile sulla sicurezza energetica della Turchia (o dei suoi partner a valle), ne indica chiaramente la vulnerabilità al sabotaggio, assieme alle altre linee come il TANAP. Il piano tanto sperato della Turchia di diventare il crocevia energetico dell’Eurasia aveva originariamente quale premessa il presupposto che il sud-est curdo divenisse pacifico e sicuro, ma con Erdogan che trascina la regione in una guerra indefinita, tale grandiosa visione strategica è ora in pericolo di estinzione. Di conseguenza, tale situazione rende Balkan Stream ancora più importante per la Turchia, in quanto l’immunizzerebbe d quella violenza etnico-secessionista che dimostra di poter influenzare negativamente gli altri progetti energetici del Paese. Mentre Erdogan pensava che fosse la Russia ad aver bisogno di Balkan Stream più della Turchia, la necessità strategica si muove costantemente verso un maggiore equilibrio, dato che il degrado della sicurezza nel sud-est del Paese potrebbe mettere in questione la capacità di difendere adeguatamente BTC e TANAP in Turchia. Può darsi benissimo che l’insurrezione curda finisca per diventare una campagna prolungata oltre i 30 anni della precedente, il che significherebbe che, su una prospettiva oggettivamente comparativa, TANAP richieda investimenti sulla sicurezza incontestabilmente più costosi (in termini finanziari e fisici) che non Balkan Stream. Inoltre, c’è maggiore volontà concreta di Russia ed Europa nel continuare la partnership energetica ultradecennale (e potrebbe resistere agli intrighi distruttivi degli Stati Uniti) che non per l’Europa sopportare una possibile destabilizzazione se le sue importazioni di energia azera cadessero vittime del continuo sabotaggio curdo. Tutto ciò schiaffa Erdogan al centro di un dilemma classico, più continua la guerra ai curdi, più in pericolo si trovano i suoi piani di grande via energetica (e quindi più dipenderà dalla creazione di Balkan Stream); mentre qualsiasi mossa per finirla con i curdi (dopo aver generato il nazionalismo che lo supporta) sarebbe assolutamente disastrosa per il partito AKP nelle prossime elezioni anticipate. Data l’ultima ossessione di Erdogan nell’avere la maggioranza parlamentare immaginata, è probabile che continuerà la sua diabolica offensiva anti-curda, ignorandone le conseguenze a lungo termine, dato che la vede come la via più sicura alla divinità politica. La sua visione ristretta l’ha protetto dalle ripercussioni più ampie delle proprie azioni ed ignora che la sua miope strategia elettorale sia distruttiva per gli eterni imperativi geo-energetici della Turchia. Erdogan scommette arrogantemente sui curdi che accetterebbero il cessate il fuoco dopo che le elezioni anticipate concederanno al suo partito la maggioranza parlamentare che desidera ardentemente, ma non pensa che, per allora, potrebbero anche non fermare la lotta senza una sicura grande compensazione politico-economica che, ovviamente, non sarà disposto a fornire. L’intera dinamica lo mette ‘tra due sedie’, come dicono i russi, e tale posizione non invidiabile è incredibilmente del tutto dovuta a lui solo.

Conclusioni
L’ultimo passo di Erdogan su Siria, Crimea e Balkan Stream appare straordinariamente bizzarro per un uomo che alcuni ritengono grande ed esperto stratega geopolitico. A ben guardare, però, è inequivocabile che le tre istanze apparentemente separate siano collegati da due fili, la campagna elettorale anticipata di Erdogan e il suo atteggiamento sul gasdotto nei confronti della Russia. Il presidente turco pensava che avrebbe potuto avere entrambe le cose, assicurare la maggioranza parlamentare al suo partito AKP nelle prossime elezioni anticipate ed avere una posizione negoziale migliore sulle importazioni di gas dalla Russia, ma nella sua folle ricerca del potere politico ha calcolato malissimo le conseguenze sugli interessi energetici del suo Paese (anche a prescindere dalla Russia). La guerra di Erdogan ai curdi pone il rischio reale che l’infrastruttura energetica BTC e TANAP nel sud-est diventi bersaglio dei ribelli, mettendo così in pericolo il grande piano strategico della Turchia per diventare il crocevia energetico dell’Eurasia. Parallelamente, tale minaccia ha corrispondentemente elevato il valore di Balkan Stream per il Paese ad altezze inaudite dato che in realtà è l’unica via energetica sicura ed affidabile nel caso in cui la rivolta curda apra una più robusta e prolungata campagna contro il governo. Insomma, Erdogan potrebbe finalmente avere la maggioranza parlamentare voluta, ma gli enormi costi che comporterebbe all’unità e agli interessi energetici perpetui del Paese potrebbe lasciare molti turchi chiedersi se ne sia valsa la pena.

projet_pipeline_south_stream_et_nabucco_risultatoAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik che attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mar Cinese Meridionale e geopolitica delle Isole

Leonid Savin Strategic Culture Foundation 31/07/2015Johnson-South-reef-China-reclamation-South-China-SeaIl 22 luglio, la stampa cinese riferiva che l’Esercito di Liberazione del popolo cinese conduceva per dieci giorni manovre al largo dell’isola di Hainan nel Mar Cinese Meridionale. L’amministrazione per la sicurezza marittima della Cina affermava che durante le esercitazioni, “alcuna nave può entrare nelle zone marittime designate”. Commentando l’evento, Xu Liping, esperto di questioni del sud-est asiatico presso l’Accademia delle scienze sociali cinese, ha osservato che la Cina esegue le esercitazioni legittimamente nel proprio territorio e che non “hanno niente a che vedere con le tensioni nel Mar Cinese Meridionale… Si tratta di normale esercizio della sovranità. La Cina vuole modernizzare la flotta per assicurarsi la protezione delle proprie isole e rotte”. Poco prima delle manovre il nuovo comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, Ammiraglio Scott Swift, compì un volo di sorveglianza di sette ore sul Mar Cinese Meridionale. Il 20 luglio il Ministero della Difesa cinese espresse contrarietà alle frequenti missioni di sorveglianza degli USA ritenute troppo vicine ai confini della Cina, minando seriamente la fiducia sino-statunitense. Il vecchio dibattito sul possesso delle isole della regione è diventato ancora un tema caldo su numerose pubblicazioni politiche, soprattutto negli Stati Uniti. Perché il soggetto, sensibile per molti Paesi del Sudest asiatico, agita attivamente ancora una volta la situazione, infiammandola soprattutto attraverso la presenza militare di un Paese a migliaia di chilometri di distanza? Gli Stati Uniti effettuavano una serie di esercitazioni navali nella regione nel 2015 e intendono svolgerne molte altre. L’“asse sul Pacifico” di Obama, che ha portato alla riassegnazione nella regione di una parte significativa di Marina, Corpo dei marines e Aeronautica degli Stati Uniti, stanziandola nelle basi dei Paesi alleati di Washington, è anche direttamente collegato alla strategia marittima della Cina e alla creazione di avamposti logistici su scogliere brulle e isolotti rocciosi. Nell’aprile 2015, Pechino completava con successo la costruzione di infrastrutture su un’isola artificiale nelle Spratly, quindi praticamente designava la zona precedentemente inabitabile di sua sovranità. La Cina ha dichiarato il diritto su queste isole con un indirizzo ufficiale al Segretario Generale delle Nazioni Unite, nel maggio del 2009, e le sue intenzioni sono evidenti. Con la sua economia in crescita e l’aumento di energia e materie prime che attraversano lo Stretto di Malacca, Pechino deve creare roccaforti marittime per assicurarsi contro possibili rischi. La strategia del “filo di perle”, indicato anche come l’alternativa marittima della Grande Via della Seta, ha lo scopo di risolvere il problema ripetendo l’esperienza storica di molti altri Paesi, tra cui Gran Bretagna e Stati Uniti. Sulla questione della proprietà delle isole, Pechino insieme ad altri attori regionali si è avvalsa dell’antica legge della Terra Incognita nell’assimilazione di questi territori.
0_90d1c_a4f3a636_orig Sulla barriera Gaven, per esempio, un isola è letteralmente spuntata dall’acqua nell’ultimo anno e mezzo. Moderne infrastrutture che rispondono alle esigenze logistiche di un grande Paese come la Cina sono apparse anche su altre barriere coralline. Tuttavia, è evidente che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di permettere alla Cina di rafforzare le proprie roccaforti e si preparano ad opporvisi con la forza militare. Questo dovrebbe coinvolgere non solo US Navy e US Air Force (secondo la strategia su una possibile guerra contro la Cina chiamata “Battaglia Aero-Navale”), ma anche l’US Army. Nelle linee guida per la strategia dell’esercito degli Stati Uniti in Asia 2030-2040, pubblicata nel 2014 dalla RAND Corporation, si dice che la strategia militare statunitense dovrebbe mirare al contenimento globale della Cina, anche coinvolgendo partner regionali degli USA. Il Pentagono ha tracciato la Southeast Asia Maritime Security Initiative, con cui prevede di spendere 425 milioni di dollari. Washington inoltre incoraggia lo sviluppo delle relazioni bilaterali tra i suoi satelliti in opposizione alla Cina. Un esempio è la dichiarazione comune e una serie di altri documenti firmati tra Filippine e Giappone il 4 giugno 2015, riflettendo non solo l’intenzione di unire le forze di fronte alle nuove sfide, ma anche di aiutare gli Stati Uniti in ogni modo possibile, compreso l’accesso alle loro basi e una sicurezza appropriata. Alcuni esperti ritengono che gli Stati Uniti siano deboli e agiscano in modo reattivo, mentre la Cina usa la finestra di opportunità, presumibilmente comportandosi aggressivamente seguendo una politica espansionista. Chiedono agli Stati Uniti di reclutare Giappone, Indonesia, Australia e India contro la Cina. Anche se non hanno nulla a che fare con le dispute nel Mar Cinese Meridionale, circondano la regione dall’esterno e sono i principali attori in proprio. Il Pentagono aumenta la propria presenza sul territorio di tutti i partner della regione: Singapore, Australia, Corea del Sud, Giappone, Filippine, Indonesia, Taiwan e Guam (c’è anche una base inglese nel Brunei). I fatti dimostrano tuttavia che la Cina è solo un capro espiatorio, un ruolo datogli con l’aiuto dei media occidentali e di tutto il mondo. Secondo una pubblicazione specializzata in relazioni internazionali nella regione Asia-Pacifico, la Cina è ben lungi dall’essere l’unico Paese che ha unilateralmente imposto la sovranità sulle isole Spratly. Il Vietnam ne occupa 21, cinque delle quali sono naturali, e il resto sono scogli o banchi di sabbia. Di questi, 17 hanno status territoriale. Sud Cay fu occupata dalle Filippine nel 1975 che ora ne possiede nove, una delle quali è un rilievo sottomarino. C’erano anche piani per aggiornare la pista di atterraggio sull’isola Thitu. Nel 2014, visto quanto velocemente la Cina erige infrastrutture, le Filippine chiesero una moratoria sulle costruzioni nel Mar Cinese Meridionale. Nel 1983 la Malesia occupò cinque isole e Taiwan una, Itu Aba, investendovi 100 milioni di dollari per ripristinare le infrastrutture del porto e la pista di atterraggio per immettervi forze armate. Il lavoro fu completato nel febbraio 2015. C’è anche Brunei, ma secondo i dati ufficiali, utilizza solo piattaforme per l’estrazione di petrolio e gas sul fondale del Mar Cinese Meridionale.
E’ estremamente significativo che prima del 2014, quando la Cina cominciò a costruire la pista di atterraggio di 3 km sul Fiery Cross Reef, nella parte meridionale delle Spratly, Pechino non avesse alcuna pista di atterraggio sulle isole. La costruzione iniziò nel 2014 anche sul versante meridionale del Johnson South Reef. E così i cinesi ripetono ciò che altri Paesi hanno già fatto, Paesi le cui azioni non suscitano l’indignazione degli Stati Uniti. Per inciso, i cinesi hanno sempre sottolineato che non hanno alcuna intenzione di effettuare alcuna azione aggressiva nel Mar Cinese Meridionale e sperano che Obama non programmi alcuna provocazione. Tuttavia, gli Stati Uniti versano costantemente benzina sul fuoco, non solo con operazioni militari e d’intelligence, ma retoricamente. Così il dipartimento di Stato degli USA, rappresentato dal segretario di Stato e altri rappresentanti, ha più volte affermato che la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale è d’interesse nazionale degli Stati Uniti, una dichiarazione che ricorda dolorosamente quella dell’ex-presidente degli USA Jimmy Carter sul Golfo Persico nel 1980, quando minacciò di usare la forza militare se venivano minacciati gli interessi degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, e con il cinismo tipico dei politici statunitensi, gli Stati Uniti dichiarano che non devono ratificare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare per difendere i propri interessi nazionali nel Mar Cinese Meridionale. Anche se secondo il piano d’azione nella regione, Washington sosterrà eventuali azioni legali contro la Cina nei tribunali arbitrali. Se si tiene conto del fatto che il 60 per cento del traffico commerciale mondiale attraversa la regione, così come i continui tentativi di Washington di promuovere la sua Trans-Pacific Partnership, allora è improbabile che gli Stati Uniti fermino le provocazioni e la Cina non avrà altra scelta che rafforzare la propria sicurezza.Southchina_sea_882_risultatoLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Legge sulle ONG cinese: contrastare soft power e sovversione occidentali

Eric Draitser New Eastern Outlook 25.07.2015W020140504338467884447La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.Xinjiang_mapEric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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