L’USAID mandante dell’assassinio di Berta Caceres

Telesur, Global Research, 30 maggio 2016Berta-caceres-en-vida-5-770x470Due dei cinque sospettati arrestati per l’omicidio di Berta Caceres sono legati alla DESA, la società del progetto della diga che aveva contrastato. La complicità di Washington nelle violazioni dei diritti umani e nella repressione dei movimenti sociali in Honduras è venuta alla ribalta ancora una volta con un’indagine di Counterpunch che rivelava come la società energetica honduregna privata, che ha ucciso l’attivista indigena Berta Caceres che vi si opponeva da tempo, aveva firmato un contratto di finanziamento con l’USAID, pochi mesi prima dell’assassinio.
L’azienda dietro il controverso progetto idroelettrico Agua Zarca nelle terre Lenca, Desarrollos Energeticos SA, meglio nota come DESA, ha firmato un contratto con l’USAID tramite la socia Fintrac, nel dicembre 2015, tre mesi prima dell’omicidio di Caceres a casa il 3 marzo. Secondo la giornalista freelance Gloria Jimenez, i fondi erano destinati a un programma di assistenza agricola dell’USAID nell’Honduras occidentale. Ma il Consiglio Civico popolare e dei movimenti indigeni dell’Honduras di Caceres, o COPINH, che a lungo combatte la diga di Agua Zarca della DESA, che minaccia il fiume sacro Gualcarque e non ha il consenso delle comunità locali, sostiene che nonostante le promesse dell’azienda, DESA prende molto di più di quanto non restituisce. L’accordo Fintrac-DESA è stato firmato da Sergio Rodriguez, impiegato della DESA e sospettato arrestato per l’omicidio Caceres insieme ad altri quattro. In una dichiarazione rilasciata dopo l’arresto, DESA ha confermato che Rodriguez ha lavorato per l’azienda come direttore della divisione questioni sociali e ambientali. DESA non ha confermato alcuna relazione con il sospettato Douglas Bustillo, già identificato come capo della sicurezza della ditta.
In una e-mail a Telesur, DESA ha rifiutato un’intervista, dicendo che non può commentare su casi oggetto d’indagine nei tribunali honduregni. “Inoltre, la nostra azienda opera completamente in linea con la legge e i valori aziendali più severe“, ha aggiunto l’e-mail. I membri della famiglia Caceres ‘hanno sostenuto che DESA e governo honduregno sono in sostanza responsabili dell’omicidio della leader indigena. Nei mesi precedenti l’omicidio, Caceres denunciò decine di minacce di morte, molestie e minacce di violenza sessuale, presumibilmente per mano di agenti statali e privati. Oltre due anni fa, DESA cercò d’accusare Caceres e altri due leader del COPINH per usurpazione di terreni, coercizione e danni, dipingendoli come violenti “anarchici”. I membri del COPINH e i difensori dei diritti umani interpretano il caso come parte di una campagna della DESA per criminalizzare il COPINH ed eliminare l’opposizione al progetto Agua Zarca. COPINH e famigliari di Caceres continuano a chiedere un’indagine indipendente sull’omicidio per identificare coloro che l’hanno ordinato, non solo quelli che l’hanno eseguito. Chiedono anche la cancellazione definitiva di Agua Zarca.
Nella giornata dell’azione internazionale, il 15 giugno le ambasciate honduregne di tutto il mondo dovrebbero riprendere le richieste del COPINH a livello globale. I difensori internazionali dei diritti umani hanno ripetutamente invitato gli Stati Uniti a fermare la repressione in Honduras, il finanziamento a sostegno dei progetti aziendali controversi e i finanziamenti governativi per le corrotte forze di sicurezza honduregne.Berta_Caceres_otu_imgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Eurasia costruita da Cina e Russia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 25/05/2016Moscow-Beijing-Economies1may05aNel 1865, alla fine della guerra civile statunitense, il giornalista di New York Horace Greeley rese popolare l’espressione “Vai ad ovest, ragazzo, e cresci col Paese“. Oggi, 150 anni dopo, mentre l’economia colossale degli Stati Uniti d’America sprofonda nelle obsolescenza, esportazione della produzione, depressione e sconcertante disoccupazione reale, seguiti da molti Paesi dell’Unione europea, la parola d’ordine deve correttamente cambiare. “Vai ad est, ragazzo” e cresci con le economie in espansione dell’Eurasia, in particolare di Russia e Cina. Mentre aerei e navi da guerra della NATO agitano le sciabole presso i territori russi e cinesi, i due giganti dell’Eurasia forgiano rapporti più stretti che mai nella storia. L’alleanza dell’energia ne è al centro.

Sinergie dell’energia
Dal maggio 2014 Cina e Russia hanno deciso un’incredibilmente grande accordo energetico che rende la Cina meno vulnerabile a qualsiasi ricatto sui rifornimenti da NATO o Medio Oriente, e la Russia da qualsiasi ricatto sull’energia da Ucraina o UE. Nel maggio 2014 il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente cinese Xi Jinping firmavano il cosiddetto accordo sul gasdotto russo dell’Est, un contratto da 400 miliardi di dollari di oltre 30 anni che inizierà inviando 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia alla Cina dal 2018. Fu seguito nel novembre 2014 da un accordo sul cosiddetto gasdotto dell’Ovest che collegherà i giacimenti di gas della Siberia occidentale alla Cina del nord-ovest attraverso la zona dell’Altaj e la regione autonoma del Xinjiang. Inoltre decidevano di aggiungervi le possibili seconda e terza sezioni aumentando la capacità agli impressionanti 100 miliardi di metri cubi l’anno. La Via Ovest ha la priorità e sarà terminata in sei anni. Quando i due gasdotti saranno operativi, la Russia fornirà circa il 59% dell’attuale consumo di gas naturale annuale cinese, sostituendo l’UE quale maggiore mercato di esportazione del gas russo. Oggi la Cina consuma 169 miliardi di metri cubi all’anno. Nella stessa riunione di Pechino, i presidenti delle compagnie petrolifere di Stato Rosneft e CNPC firmarono l’accordo per cui CNPC acquista una quota del 10% della controllata di Rosneft Vankorneft che gestisce l’enorme giacimento petrolifero russo Vankor. La Cina riceverà circa 7 miliardi di dollari di petrolio russo da Vankor secondo l’accordo. Poi, il 19 aprile il Primo Viceministro dell’Energia russo Aleksej Teksler aveva detto a RIA Novosti che alcune compagnie petrolifere Statali cinesi discutono l’acquisto del 19,5% della quota di Rosneft che sarà venduta ai privati a fine 2016. Il candidato probabile sarà la Compagnia petrolifera cinese CNPC.

Il progetto Jamal LNG finanziato dalla Cina
Il 3 maggio, il direttore generale del progetto Jamal LNG Export Terminal, nel nord-ovest della Siberia, annunciava ciò che chiaramente dispiace ai guerrieri delle sanzioni di Washington. Il consorzio del progetto LNG russo ha firmato un contratto di finanziamento con la China Exim Bank e la China Development Bank, estendendo un mutuo di 15 anni per il progetto da 9,3 miliardi di euro, circa il 75% dei fondi totali stimati affinché Jamal entri in produzione. A seguito delle sanzioni di Washington che impedivano alle principali società energetiche russe di raccogliere capitali nei mercati occidentali, Jamal sembrava assai improbabile. Come nota il sito della società, “lanciato a fine 2013, Jamal è non solo uno dei più complessi progetti di gas naturale liquefatto mai intrapresi ed è anche uno dei più competitivi… perché vanta vaste riserve di gas naturale nella penisola di Jamal; complesso che si trova al di sopra del circolo polare artico“. Suoi partner sono la russa Novatek, la cinese CNPC, la francese Total (20%) e significativamente il Fondo per la Via della Seta della Cina. OAO Novatek è il maggiore produttore di gas naturale indipendente della Russia, concentrato nella regione autonoma di Jamal-Nenets (YNAO) in Siberia occidentale, la più importante regione gasifera della Russia con circa l’80% della produzione di gas della Russia e il 16% della produzione globale di gas. Ora i cinesi si fanno carico del maggiore onere finanziario per attivare il gigantesco progetto Jamal. E’ anche significativo per il processo di de-dollarizzazione in Russia, Cina, Iran e altri Paesi eurasiatici che i prestiti cinesi siano denominati in euro e non in dollari USA. Appare chiaro che i furiosi neoconservatori di Washington vicini a Victoria Nuland del dipartimento di Stato e al segretario alla Difesa Ash Carter hanno dato il miglior contributo per avvicinare in modo inedito Cina e Russia. Sono riusciti in tale imponente impresa imponendo sanzioni finanziarie ed economiche alla Russia e minacciando le rotte marittime della Cina, favorendo il terrorismo nello Xinjiang ed avanzando l'”Asia Pivot” e il TPP che esclude deliberatamente la Cina. Il risultato è che Russia e Cina forgiano profondi legami economici a lungo termine in Eurasia che alla fine saranno il centro della crescita economica mondiale, mentre la Nuova Via della Seta o progetto Fascia e Via della Cina collega Russia, Cina, Iran e vaste regioni dell’Eurasia con una nuova rete ferroviaria ad alta velocità, collegamenti portuali, energetici ed infrastrutture elettriche. La Russia ha chiaramente deciso di “Andare ad Est, ragazzo”. Sarebbe un paradigma completamente nuovo se anche le nazioni europee si volgessero ad Oriente aprendo vasti nuovi mercati alle loro economie stagnanti, piuttosto che aprire basi per la difesa missilistica degli Stati Uniti che ospitano armi nucleari e stazionare truppe statunitensi ai confini della Russia.a3d982a7fe15bdeb6d365edcacfdf899F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin gioca a scacchi energetici con Netanyahu

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/05/2016Il 21 aprile il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è volato a Mosca per colloqui a porte chiuse con il Presidente russo Vladimir Putin. I media hanno riferito che i colloqui erano sulla situazione in Siria, un tema in cui Mosca ha regolamentato i contatti delicati evitando potenziali scontri militari. Sembra, tuttavia, che i due abbiano discusso di tutt’altro, del coinvolgimento russo nella questione del possibile sviluppo del gigantesco giacimento di gas off-shore Leviathan israeliano, nel Mediterraneo orientale. I due hanno trovato un accordo le cui implicazioni geopolitiche potrebbero essere enormi per Putin e il ruolo strategico della Russia in Medio Oriente, così come per la futura influenza degli Stati Uniti nella regione.
La stampa israeliana ha riportato i colloqui Netanyahu-Putin come “coordinamento tra forze sui cieli del Paese in stato di guerra e il Golan occupato…” Secondo i media statali russi, tuttavia, Netanyahu e Putin hanno discusso il possibile ruolo di Gazprom, primo produttore e venditore di gas naturale del mondo, come possibile parte interessata al giacimento gasifero israeliano Leviathan. Il coinvolgimento della Russia nello sviluppo del giacimento di gas israeliano bloccato ridurrebbe il rischio finanziario per le operazioni sui giacimenti di gas offshore israeliani, aumentandone la sicurezza, dato che gli alleati dei russi come Hezbollah o Iran non oserebbero colpire le loro joint venture. Se le notizie russe sono accurate, potrebbero presagire un nuovo importante passo nella geopolitica energetica di Putin in Medio Oriente, che potrebbe infliggere una grave sconfitta a Washington dall’azione sempre più inetta nel controllare il centro mondiale del petrolio e gas.

L’interesse russo
Molti osservatori esteri potrebbero essere sorpresi dal fatto che Putin dialoghi con Netanyahu, vecchio alleato degli Stati Uniti. Vi sono molti fattori dietro. Uno è la leva del Presidente della Russia data dalla presenza di più di un milione di russi in Israele, tra cui un membro nel governo di Netanyahu. Ancora più importante, dato che l’amministrazione Obama va avanti, con veementi proteste di Netanyahu, nella firma sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono raffreddate, per usare un eufemismo. La situazione viene abilmente sfruttata da Putin e Russia. Washington vuole imporre la riconciliazione politica tra Netanyahu e la Turchia di Erdogan, con un accordo in cui la Turchia diverrebbe un importante acquirente del gas offshore di Israele, con importanti accordi di acquisti da Leviathan. Per Washington ciò ridurrebbe la dipendenza turca, oggi a più del 60%, dalle importazioni di gas russo. In cambio Israele accetterebbe di vendere alla Turchia avanzate attrezzature militari con l’approvazione di Washington. Tuttavia i colloqui bilaterali tra Turchia e Israele sarebbero in stallo per numerose differenze, aprendo una porta alla Russia. Putin ha invitato il presidente israeliano Reuven Rivlin a Mosca il 16 marzo per colloqui, dopo la decisione a sorpresa della Russia di ritirare parte delle sue forze dalla Siria. Significativamente, la visita è stata sanzionata da Netanyahu, che spesso è in contrasto personale con il presidente. Uno scopo era chiaramente porre le basi per l’ultima visita di Netanyahu a Mosca.

Golan, Leviathan, Turchia
Ciò che emerge è un complesso negoziato da realpolitik tra Putin e Netanyahu della massima posta geopolitica per l’intero Medio Oriente e oltre. Gli elementi sembrano ora includere una possibile partnership di Gazprom ed investimenti nello sviluppo e commercializzazione del gas naturale del gigantesco giacimento di gas israeliano in mare aperto Leviathan, comprendente anche una sorta di accordo tra Russia e Israele per garantire la sicurezza d’Israele dagli attacchi delle forze di Hezbollah sostenute da Teheran sulle alture siriane del Golan. E comprenderebbe l’accordo in cui Israele abbandonerebbe la vendita di gas e armi, desiderata da Washington, alla Turchia di Erdogan, accordo che indebolirebbe Gazprom e qualsiasi leva russa sulla Turchia.Noble-Leviathan_FPSO_Gas_Field_MapLeviathan d’Israele
Primo il Leviathan. Alla fine del 2010 Israele annunciava la scoperta di un enorme “super-gigantesco” giacimento di gas off-shore in ciò che dichiara sua zona economica esclusiva (ZEE), situata in quello che i geologi chiamano Levante o bacino levantino. La scoperta è a circa 84 miglia ad ovest del porto di Haifa e a tre miglia di profondità. L’hanno chiamato Leviathan dal biblico mostro marino. Tre compagnie energetiche israeliane, guidate da Delek Energy, in collaborazione con la Noble Energy di Houston, in Texas, annunciavano stime iniziali secondo cui il giacimento conterrebbe 16 miliardi di piedi cubi di gas, la maggiore scoperta in acque profonde al mondo da un decennio. Per la prima volta dalla creazione dello Stato d’Israele nel 1948, il Paese sarebbe autosufficiente ed anche in grado di diventare uno dei maggiori esportatori di gas. Se passiamo avanti di cinque anni fino al presente, l’affermazione d’Israele come uno dei principali attori geopolitici energetici appare assai diversa al mondo. I prezzi di petrolio e gas sono crollati in modo drammatico alla fine del 2014, con pochi segni di serio recupero. La politica interna israeliana ha inoltre bloccato l’approvazione della regolamentazione dello sviluppo del Leviathan. Il 28 marzo, l’Alta Corte israeliana bloccava la proposta del governo Netanyahu di congelare il cambiamento delle regole nell’industria del gas, minacciando di ritardare lo sviluppo dei giacimenti offshore. La corte ha contestato la proposta di clausola di “stabilità” che impedirebbe importanti cambiamenti normativi per 10 anni. La mancanza di un quadro approvato dal governo ha ritardato lo sviluppo di Leviathan. Noble e il partner israeliano Delek Group Ltd. sono i principali contraenti interessati a Leviathan. Poi dalla precedente incursione della Russia nel Leviathan del 2012, vi è il cambiamento dovuto al fatto che Netanyahu e l’amministrazione Obama sono ai ferri corti sull’Iran e numerose altre questioni. Inoltre, il mercato mondiale del petrolio e del gas è in depressione e Israele avrebbe urgente bisogno di significativi investimenti esteri per sviluppare Leviathan. Così oggi la società di Houston, Texas, Noble Energy subisce l’impatto negativo del crollo dei prezzi dell’energia degli ultimi due anni, nel pieno della peggiore depressione dell’industria del petrolio da anni e discute la vendita della partecipazione a diversi progetti internazionali per superare la tempesta. Nell’ottobre 2015, fonti israeliane riferivano che Vladimir Putin aveva riformulato la proposta per la partecipazione di Gazprom allo sviluppo del gas offshore israeliano. Secondo le osservazioni del giornalista israeliano Ehud Yaari, Putin aveva manifestato il rinnovato interesse di Gazprom ad entrare nell’industria del gas israeliana prendendo una quota della joint venture dell’enorme e costoso progetto Leviathan. Yaari, considerato molto ben informato sulla politica mediorientale d’Israele, dichiaravaa inoltre che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si oppose all’accordo del 2012 con Gazprom, ora riconsidera la sua posizione. Nel 2012 Gazprom aveva presentato l’offerta più alta per comprare il 30% di Leviathan. I partner israeliani di Noble Energy nel Leviathan, guidati da Delek Energy, decisero di avere un partner strategico, perché non hanno i mezzi finanziari, il know-how e le connessioni per sfruttare appieno e il più rapidamente possibile le potenzialità del giacimento. Il costo per sviluppare la scoperta di gas, come la costruzione di un impianto di liquefazione del gas naturale (GNL), fu stimato a 10-15 miliardi di dollari. All’epoca c’era una spaccatura tra i proprietari del Leviathan. Il Gruppo Delek del miliardario israeliano Yitzhak Tshuva era entusiasta dell’accordo con Gazprom, dato il suo potere geopolitico e la sua capacità di commercializzazione globale. La statunitense Noble Energy si oppose, molto probabilmente su istigazione di Washington. Gazprom perse. Nell’ottobre 2015, un mese dopo l’inizio dell’intervento militare della Russia in Siria, Yaari disse al quotidiano di Sydney The Australian che Putin aveva recentemente detto a Netanyahu che, in cambio di un accordo sul Leviathan, “Noi assicureremo che non vi sarà alcuna provocazione contro i giacimenti di gas (israeliani) da parte di Hezbollah o Hamas“. Dato il recente ruolo militare della Russia in Siria, era chiaramente una promessa per nulla vuota.

Turchia e Israele
Un altro componente del possibile grande affare per garantire energia e sicurezza tra Russia e Israele comporterebbe un accordo per porre fine ai negoziati sostenuti dagli Stati Uniti con la Turchia di Erdogan a favore degli investimenti di Gazprom su Leviathan e della sicurezza russa a garanzia dei progetti energetici off-shore israeliani. Ai primi di marzo, il vicepresidente statunitense Joe Biden, dalla misteriosa abilità di presentarsi in aree in cui i neo-con di Washington vogliono concessioni o accordi particolari, si presentò a Tel Aviv per un incontro con Netanyahu. Nei colloqui a porte chiuse tra i due, secondo il quotidiano Haaretz, Biden fece pressione su Netanyahu per trovare un accordo con Erdogan che vedrebbe il gas di Leviathan andare in Turchia sostituendo il gas di Gazprom. Biden ha anche spinto per la vendita di armi avanzate israeliane al membro della NATO Turchia. Da allora, colloqui segreti sono in corso tra Israele e Turchia, senza successi tangibili. Il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon parlando a nome della dirigenza militare israeliana, ha detto ai media israeliani più volte, nelle ultime settimane, che le richieste delle IDF, come precondizione per qualsiasi distensione tra Israele e Turchia è che Erdogan chiuda il centro di comando di Hamas in Turchia, che secondo Israele guida le attività terroristiche contro Israele. La Turchia ha rifiutato. La dirigenza militare israeliana preferirebbe mantenere la cooperazione militare con la Russia a qualsiasi accordo con l’imprevedibile Erdogan. Chiaramente non a caso, solo pochi giorni dopo i colloqui tra Netanyahu e Biden, Putin estese l’invito non a Netanyahu direttamente, ma più diplomaticamente al presidente israeliano Rivlin. Rivlin fu invitato a Mosca con il pretesto della cerimonia del 25 ° anniversario della restaurazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Agiva in modo chiaro come discreto passo per preparare gli ultimi colloqui a Mosca tra Putin e Netanyahu riguardanti, tra l’altro, le quote di Gazprom sul Leviathan e il futuro delle alture occupate del Golan, dove una società energetica degli Stati Uniti, dai sospetti stretti collegamenti, Genie Energy, nel cui Advisory Board vi sono Dick Cheney e Lord Rothschild, sostiene di aver scoperto, attraverso la controllata israeliana, una grande nuovo giacimento di petrolio. I recenti sforzi di Netanyahu per ottenere dal presidente degli Stati Uniti Obama l’occupazione permanente israeliana del Golan sarebbero stati vani. Probabilmente Netanyahu aveva in mente nei suoi colloqui con Obama i rapporti sulle grandi scoperte di petrolio della controllata israeliana della statunitense Genie Energy. Nei colloqui di Mosca, il presidente Rivlin ha chiesto a Putin di ristabilire la presenza dell’UNDOF sulle alture del Golan tra Israele e Siria, sottolineando che Israele si preoccupa d’assicurarsi che Hezbollah e altri gruppi filo-iraniani non sfruttino il caos nella Siria devastata dalla guerra e il vuoto di potere sulle alture del Golan per cerare una base vicino al confine per attaccare Israele. I combattimenti recenti hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi. Ciò che è chiaro è che la posta geopolitica è per tutti enorme: Mosca, Tel Aviv, Ankara, Washington, imprese energetiche statunitensi, israeliane e Gazprom. Da tenere sotto controllo…8c868ce5c5cc570d930f6a706700d44c_tx600F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il petroyuan è la grande scommessa di Russia e Cina

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

PetroYuanDopo le sanzioni economiche che Stati Uniti ed Unione Europea hanno imposto alla Russia, Mosca e Pechino tessevano una potente alleanza energetica che ha radicalmente trasformato il mercato mondiale del petrolio. Oltre ad aumentare il commercio di idrocarburi in modo esponenziale, le due potenze orientali hanno deciso di porre fine al dominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero. Il petroyuan è lo strumento di pagamento strategico che promette di facilitare la transizione verso un sistema monetario multipolare, che tenga conto delle diverse valute e rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Invece di umiliare la Russia, la “guerra economica” che Washington e Bruxelles hanno promosso è stata controproducente perché non solo ha contribuito a rafforzare l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino. Ricordiamo che nel maggio 2014, la società russa Gazprom s’impegnò a garantire la fornitura di gas alla Cina per 38 miliardi di metri cubi nei prossimi tre decenni (dal 2018), con la firma di un contratto da 400 miliardi di dollari con la China National Petroleum Corporation (CNPC) (1).
Attualmente entrambe le potenze collaborano a un ambizioso piano strategico che prevede la costruzione di oleodotti e di raffinerie e complessi petrolchimici a gestione congiunta di grandi dimensioni. Senza volerlo, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino ha prodotto profondi cambiamenti nel mercato mondiale del petrolio a favore dell’Oriente, minando drammaticamente l’influenza delle compagnie petrolifere occidentali. Anche l’Arabia Saudita, che fino a poco prima era la principale fornitrice di petrolio del gigante asiatico, è tramortita dalla diplomazia del Cremlino. Mentre dal 2011 le esportazioni di petrolio saudite verso la Cina crescevano al ritmo di 12000 barili al giorno, quelle russe crescevano di 550000 barili al giorno, cioè cinque volte più veloce. Infatti, nel 2015 le aziende russe superarono di quattro volte le loro controparti saudite nella vendita di petrolio alla Cina: Riyadh ha dovuto accontentarsi d’essere il secondo fornitore di greggio di Pechino a maggio, settembre, novembre e dicembre (2). Va notato che anche la quota di mercato dei Paesi europei rispetto alla regione asiatica è diminuita: la Germania, per esempio, è stata soppiantata dalla Cina verso la fine del 2015 quale maggiore acquirente di petrolio russo (3). Così, i grandi investitori che operano nel mercato globale del petrolio difficilmente possono credere come, in pochi mesi, l’attore principale (Cina) sia diventato il cliente preferito del terzo produttore (Russia). Secondo il Vicepresidente della Transneft (la società russa responsabile della realizzazione dei gasdotti nazionali) Sergej Andronov, la Cina è disposta a importare 27 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2016 (4).
L’alleanza energetica russo-cinese si propone di andare avanti. Mosca e Pechino hanno deciso di fare dello scambio petrolifero la via al sistema monetario multipolare, cioè non basato esclusivamente sul dollaro ma che tenga conto di diverse valute e soprattutto rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Le sanzioni economiche imposte da Washington e Bruxelles hanno incoraggiato i russi ad abbandonare le transazioni commerciali e finanziarie in dollari ed euro, in caso contrario sarebbero stati troppo esposti ai sabotaggi nel commercio con i principali partner. Perciò, da metà 2015, il petrolio che la Cina compra dalla Russia è pagato in yuan e non dollari, come confermato dai dirigenti di Gazprom Neft, il ramo petrolifero di Gazprom (5). Questo incoraggia l’uso della “moneta del popolo” (‘RMB’) nel mercato globale del petrolio, consentendo alla Russia di neutralizzare l’offensiva economica lanciata da Stati Uniti ed Unione Europea. Le fondamenta del nuovo ordine finanziario supportato dal petroyuan emergono: la valuta cinese è destinata a diventare il fulcro del commercio in Asia-Pacifico delle grandi potenze petrolifere. Oggi la Russia commercia petrolio con la Cina in yuan, e lo stesso in futuro farà l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) quando la Cina lo chiederà. O il culto dell’Arabia Saudita per il dollaro gli farà perdere uno dei principali clienti? (6)
Altre potenze geoeconomiche già seguono le orme di Russia e Cina, avendo capito che per costruire un sistema monetario più equilibrato, la ‘dollarizzazione’ dell’economia mondiale è una priorità. Non meno importante è che dal crollo del prezzo del petrolio di oltre il 60 per cento (a metà del 2014) le banche cinesi sono un sostegno cruciale per finanziare le infrastrutture energetiche congiunte. Per esempio, per avviare al più presto il gasdotto russo-cinese ‘Forza della Siberia’, Gazprom ha richiesto a Bank of China un prestito quinquennale da 2 miliardi di euro, lo scorso marzo (7). È il più grande credito bilaterale che Gazprom ha contratto con un istituto finanziario finora. Un altro esempio è il prestito che la Cina ha concesso alla Russia poche settimane fa di 12 miliardi di dollari per il progetto Jamal LNG (gas naturale liquefatto) nella regione artica (8). Evidentemente la politica estera della Russia nel settore energetico non subisce alcun isolamento, al contrario, vive uno dei momenti migliori grazie alla Cina. In conclusione, l’ostilità dei capi di Stati Uniti ed Unione Europea verso il governo di Vladimir Putin ha precipitato il rafforzamento dell’alleanza energetica russo-cinese, che a sua volta non fa altro che aumentare la preponderanza orientale sul mercato mondiale del petrolio. La grande scommessa di Mosca e Pechino è il petroyuan, strumento di pagamento dal carattere strategico che avanzerà la sfida per porre fine al predominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero.1Note
1. “Rusia y China firman el histórico contrato multimillonario de suministro de gas“, Russia Today, 21 maggio 2014.
2. “Россия в декабре стала крупнейшим экспортером нефти в Китай“, TASS, 26 aprile 2016.
3. “China Overtakes Germany as Top Russian Oil Consumer“, Sputnik, 11 marzo 2016.
4. “China Confirms Readiness to Import 27Mln Tonnes of Russian Oil in 2016“, Sputnik, 31 marzo 2016.
5. “Gazprom Neft sells oil to China in renminbi rather than dollars“, Jack Farchy, Financial Times, 1 giugno 2015.
6. “Saudi Arabia having ‘a very difficult time selling oil’ as Russia and Iraq compete for trade“, The Independent, 29 marzo 2016.
7. “Gazprom secures €2bn loan from Bank of China“, Jack Farchy, Financial Times, 3 marzo 2016.
8. “Russia’s Yamal LNG gets round sanctions with $12 bln Chinese loan deal“, Reuters, 29 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Arabia Saudita verso la catastrofe, ecco perché

Prof. Vijay Prashad, Global Research, 10 maggio 2016SAUDI-GCC-SUMMITL’Arabia Saudita è in guai seri. Il Gruppo Binladin, la maggiore società di costruzioni del regno, ha licenziato cinquantamila lavoratori stranieri. Hanno ricevuto i visti per andarsene, ma si sono rifiutati. I lavoratori non molleranno prima di essere pagati. Arrabbiato con il datore di lavoro, alcuni lavoratori hanno incendiato sette autobus della società. Le rivolte sono nel destino del regno. Ad aprile, re Salman ha licenziato il ministro dell’Acqua ed Elettricità Abdullah al-Hasin, oggetto di critiche per le tariffe elevate dell’acqua, le nuove regole sullo scavo dei pozzi e i tagli ai sussidi energetici. Il ministero della Ristrutturazione deve far risparmiare al regno 30 miliardi di preziosi dollari per un erario reso esanime dai bassi prezzi del petrolio. L’ottanta per cento dei sauditi vuole che i sussidi su acqua ed elettricità continuino. Non è disposto a lasciare che scompaiano, ritenendoli un diritto. Perché, dicono, un Paese ricco di energia non fornisce energia gratis ai sudditi? Quando re Salman salì al trono l’anno scorso, ereditò un regno in cattive acque. Il tesoro dell’Arabia Saudita si basa sulla vendita del petrolio per oltre il novanta per cento. La popolazione non paga imposte, quindi l’unico modo per raccogliere fondi è la vendita di petrolio. Mentre i prezzi del petrolio sono scesi da 100 dollari al barile a 30, i proventi del regno sono crollati. L’Arabia Saudita ha perso 390 miliardi di profitti petroliferi previsti lo scorso anno. Il deficit di bilancio è di 100 miliardi, molto più di quanto mai avuto prima. Per la prima volta dal 1991, l’Arabia Saudita si volge al mondo della finanza privata per raccogliere 10 miliardi di dollari per un prestito quinquennale. Il Paese, dal grande fondo sovrano, ha bisogno di denaro in prestito per pagare le bollette, dimostrando la propria fragilità. Cosa deve fare un Paese quando si entra in un periodo di crisi? Chiama la società di consulenza McKinsey. Ed è esattamente ciò che l’Arabia Saudita ha fatto. McKinsey ha inviato i suoi analisti nel regno da cui rientravano nel dicembre 2015, con ‘Arabia Saudita senza petrolio: trasformazione di investimenti e produttività’, un rapporto che avrebbe potuto essere scritto senza visitare il Paese, presentando tutti i luoghi comuni del neoliberismo: trasformare l’economia da interventista a liberista, tagliare sussidi e trasferimenti e vendere le attività del governo per finanziare il passaggio. Non c’è accenno all’economia politica peculiare e al contesto culturale dell’Arabia Saudita. La relazione chiede il taglio nel pubblico impiego dell’Arabia Saudita e dei tre milioni di lavoratori stranieri sottopagati. Ma l’intera economia politica dell’Arabia Saudita e la cultura dei sudditi sauditi sono legati all’impiego statale per i sudditi e alla sottomissione per i lavoratori ospiti sottopagati. Modificare tali pilastri mette in discussione la sopravvivenza della monarchia. Invece di Arabia Saudita senza petrolio, McKinsey avrebbe dovuto onestamente dire Arabia Saudita senza monarchia. Cosa produrrebbe il passaggio di McKinsey? “Il passaggio alla produttività“, scrivono tali analisti ansiosi, “potrebbe consentire all’Arabia Saudita di raddoppiare nuovamente il prodotto interno lordo e creare sei milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030“. Il figlio del re, Muhamad bin Salman (MbS), ha preso McKinsey in parola, copiaincollando il rapporto nella sua Visione saudita 2030. La dichiarazione del principe differisce ben poco dalla proposta di McKinsey. Il desiderio del principe ne dimostra la mancanza d’esperienza. È improbabile che abbia letto The Shock Doctrine di Naomi Klein, attacco in piena regola al concetto di passaggio economico. Ancora più improbabilmente avrà letto The Firm di Duff McDonald, eviscerazione dei trucchi di McKinsey. Basare il futuro di un Paese su un rapporto McKinsey sembra avventato. Ma poi il principe ha una sua vena d’incoscienza, guidando la guerra saudita allo Yemen, rivelatasi dannosa per tutti. I colloqui di pace sulla guerra che si tengono in Quwayt sono in stallo. L’Arabia Saudita non ha fatto quasi alcun progresso nello Yemen. L’uomo che ha guidato l’Arabia Saudita nel fallimento umiliante dello Yemen ora sarà responsabile della sua trasformazione economica?
L’Arabia Saudita è una monarchia. Il principe ha il favore del re e il suo talento è valutato dal re e non dal popolo. Dovrà tollerarne gli imbrogli nell’economia così come ha dovuto tollerarne la fallita guerra allo Yemen. Cos’è la Visione saudita 2030 del principe? Nonostante i tentativi di creare una certa stabilità nel mercato del petrolio, non vi è alcuna indicazione che i prezzi del petrolio saranno presto portati ai livelli di sicurezza. Se il petrolio rimane al di sotto dei 50 dollari al barile, l’Arabia Saudita dovrà rivedere il proprio piano economico e ciò significa che dovrà trovare nuovi modi per ottenere dei ricavi. Per passare da un’economia dipendente dal petrolio a un’economia industrial-turistico-finanziaria, occorreranno massicci investimenti. Per assicurarsi gli investimenti, l’Arabia Saudita prevede di vendere una piccola quota della sua compagnia petrolifera ARAMCO di proprietà statale. Il piano è raccogliere almeno 2 trilioni di dollari dalla vendita sua e di altri beni dello Stato. Il denaro rimpinguerà l’impoverito fondo sovrano, che altrimenti potrebbe prosciugarsi nel 2017-2020. Il maggiore fondo sovrano sarà utilizzato per lo sviluppo di nuovi settori industriali come petrolchimica, media produzione e finanza, così come turismo. Gli stranieri saranno autorizzati ad avere una proprietà nel regno e l’attività imprenditoriale sarà incoraggiata dallo Stato. In che modo tutto questo accadrà entro il 2020, data proposta dal principe, o anche entro il 2030, dal nome del piano del principe? L’Arabia Saudita potrà soddisfare rapidamente la popolazione passando dalle entrate petrolifere a lavorare nel contesto di un mercato insicuro? La storia suggerisce un lungo periodo d’insoddisfazione pubblica durante tale enorme transizione. La famiglia reale saudita saprà affrontare rabbia e umiliazione che tale cambiamento evocherà?
Il direttore Medio Oriente e Asia Centrale del Fondo monetario internazionale, Masud Ahmad è sicuro che la transizione andrà bene. In realtà, Ahmad ritiene che il piano McKinsey sia forse un po’ troppo modesto. Ciò che i sauditi devono fare, ha detto Ahmad, è attirare maggiori investimenti privati per sostenete la diversificazione. Da dove arriverà tale investimento privato? Forse dalla Cina, che ha già firmato un grande accordo nucleare (da 2,48 miliardi di dollari) con l’Arabia Saudita. Il regno è il maggiore fornitore di petrolio della Cina. Le cinesi Sinopec, PetroChina e Yunnan Yuntianhua lavorano a stretto contatto con Aramco per costruire raffinerie di petrolio nel regno e sulle coste cinesi. Imprese edili cinesi costruiscono la ferrovia Haramain che collegherà Mecca e Madina. La Cina è il principale partner commerciale dell’Arabia Saudita. Il gruppo Binladin metterà in naftalina alcune gru, ma non significa che non appariranno sull’orizzonte del regno. Le imprese edili cinesi sono pronte a costruire la nuova base infrastrutturale dell’Arabia Saudita. Washington, se presta attenzione, vedrà la deriva della vecchia alleata: o nel caos sociale o nell’orbita cinese. Non c’è altra alternativa.6ee06bc5d102bd35f10fa5e516586c529f99d0d1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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