Morte del dollaro USA? La Cina lancia il Petro-Yuan

RT 26 marzo 2018I tanto attesi futures sul petrolio greggio sostenuti dallo Yuan sono stati lanciati a Shanghai. La Cina è il più grande consumatore di petrolio al mondo, con gli occhi sui benchmark rivali Brent e WTI e sulla valuta statunitense. Il trading dei nuovi contratti futures sul petrolio per settembre iniziava alla Shanghai International Energy Exchange con 440,20 yuan (69,70 dollari USA) al barile, riporta il quotidiano South China Morning Post. Secondo quanto riferito, circa 18540 lotti sono stati venduti e acquistati finora.
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La Cina si prepara a lanciare il petro-yuan prima della fine dell’anno, si profila la fine del predominio del dollaro?
9:55 – 28 ottobre 2017

Il tanto atteso passo ha provocato un’impennata dei prezzi globali del petrolio col Brent Crude salito a 71 dollari al barile per la prima volta dal 2015. Il benchmark statunitense West Texas Intermediate (WTI) ha raggiunto il livello più alto in tre anni con 66,55 dollari al barile, prima di ritirarsi a 65,53. Gli esperti vedono i contratti cinesi dominati in Yuan come storici, mentre i nuovi futures simbolizzano la prima volta in cui investitori stranieri possono accedere a un mercato delle materie prime cinese. Il lancio termina anni di battute d’arresto e ritardi dal primo tentativo del Paese di quotare titoli nel 1993. Allo stesso tempo, il lancio del Petro-Yuan è visto come colpo al dollaro USA indebolitosi negli ultimi mesi. Il dollaro USA è la valuta di regolamento predominante per i contratti futures sul petrolio. Il 26 marzo, il biglietto verde è scivolato al minimo dopo 16 mesi contro lo yen giapponese, ma è rimasto stabile contro un paniere di sei valute.
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Il petrolio sale a massimi pluriennali mentre la Cina lancia petro-yuan
11:04 – 26 marzo 2018

Secondo quanto riferito, le autorità cinesi hanno accelerato il lancio nella crescente importazione di greggio. L’anno scorso, il Paese superò gli Stati Uniti come primo importatore mondiale di petrolio. Pertanto, i contratti potrebbero non solo aiutare a conquistare il controllo sui prezzi dai principali benchmark internazionali, ma anche a promuovere l’uso della valuta cinese nel commercio globale. Il biglietto verde s’indebolirà, non appena le altre nazioni avranno un’alternativa credibile, dice Ann Lee, Professoressa di Economia e Finanza presso la New York University e autrice del libro “Cosa gli Stati Uniti possono imparare dalla Cina“. “È più che un punto di svolta per gli Stati Uniti. Non appena le altre nazioni avranno una reale alternativa credibile al dollaro USA, potranno scaricare i dollari e passare allo Yuan, il che può innescare la crisi del dollaro. Se ciò accade, non solo ci sarà inflazione delle tariffe, ma anche dall’inondazione di dollari“, ha detto Lee.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Cina a un passo dal colpo mortale al dollaro

Brandon Smith, Birch Gold Group 22/03/2018 – ZerohedgeSe lasci aperta la porta scorrevole, potresti lasciar entrare un gatto randagio, un procione o un insetto senza saperlo. Alcuni intrusi sono peggiori di altri. Tutto può essere fastidioso. Ma lascia entrare un ladro, e deruba casa… e basta solo quell’unica volta per cambiarti la vita per sempre. Gli Stati Uniti hanno sostanzialmente lasciato aperta la loro “vetrata scorrevole”, e il 26 marzo la Cina è destinata a diventare l’intruso che potrebbe benissimo infliggere un colpo mortale al dollaro.

La Cina prepara il colpo mortale al dollaro
Il 26 marzo la Cina avvierà finalmente un contratto futures sul petrolio denominato in yuan. Nell’ultimo decennio ci sono state varie “false partenze”, ma questa volta il contratto ha l’approvazione del Consiglio di Stato cinese. Con questa approvazione, il “petroyuan” diventerà reale e la Cina sfiderà il “petrodollaro” sul dominio. Adam Levinson, managing partner e chief investment officer presso il gestore di hedge fund Graticule Asset Management Asia (GAMA), aveva già avvertito lo scorso anno che la Cina lanciando un contratto a termine sul petrolio denominato yuan scioccherà gli investitori che non vi hanno prestato attenzione. Ciò potrebbe essere un colpo mortale a un dollaro USA già indebolito, e l’avanzata dello yuan a valuta mondiale dominante. Ma non è solo una “notizia” del giorno che si sparirà in pochi giorni.

Un avvertimento agli investitori del 2015
Nel 2015, il primo di una serie di attacchi al petrodollaro fu attuato dalla Cina. Gazprom Neft, il terzo produttore di petrolio della Russia, decise di abbandonare il dollaro puntando a yuan ed altre valute asiatiche. L’Iran seguì lo stesso anno, usando lo yuan con una serie di altre valute nel commercio anche del petrolio iraniano. Nello stesso anno la Cina ampliava la sua Via della Seta, mentre lo yuan iniziava a rafforzare il dominio sui mercati europei. Ma il petrodollaro degli Stati Uniti aveva ancora possibilità di combattere nel 2015 perché le importazioni di petrolio della Cina erano dilaganti. Allora, Nick Cunningham di OilPrice scrisse… “Nonostante la maggior parte della crescita della domanda mondiale nel XXI secolo sia stata registrata, negli ultimi mesi le importazioni di petrolio in Cina hanno fatto il giro del mondo. Ad aprile, la Cina ha importato 7,4 milioni di barili al giorno, un livello record abbastanza da farne il maggiore importatore di petrolio al mondo. Ma un mese dopo, le importazioni crollarono a soli 5,5 milioni di barili al giorno”. Da allora questo problema è decollato, segnando l’ascesa della Cina al dominio del petrolio…

Il pendio scivoloso verso il Petroyuan inizia
Il petrodollaro è sostenuto dai buoni del tesoro, quindi può aiutare ad alimentare la spesa in deficit degli Stati Uniti. Lo si elimini e gli Stati Uniti sono nei guai. Sembra che sia giunto il momento…
Un colpo mortale avviato nel 2015 colpiva nel 2017 quando la Cina è diventata il maggiore consumatore al mondo di greggio importato… Ora che la Cina è il principale consumatore mondiale di petrolio, Pechino può esercitare una certa influenza sull’Arabia Saudita per pagare il greggio in yuan. Si sospetta che questo sia ciò che motiva i funzionari cinesi a volere a tutti gli effetti rinegoziare l’accordo commerciale. Così veloce ora, il colpo finale al petrodollaro potrebbe aversi dal 26 marzo. Vi abbiamo accennato nel settembre 2017… Coi principali esportatori di petrolio che finalmente hanno un modo efficace per aggirare il sistema del petrodollaro, l’economia statunitense potrebbe presto entrare in acque assai agitate. Prima di tutto, il valore del dollaro dipende dall’uso come veicolo per il commercio di petrolio. Quando ciò si aggraverà, probabilmente vedremo un declino forte e costante del valore del dollaro. Una volta che i mercati petroliferi saranno scinvolti, lo yuan potrà diventare la valuta mondiale dominante, indebolendo ulteriormente il dollaro.

La caduta del Petrodollaro potrebbe essere vantaggioso per l’oro
Tra tutti i problemi futuri del dollaro, ci sono anche alcune buone notizie. Gli Stati Uniti abbandonarono il gold standard negli anni ’70, ma con l’oro che tornava sui titoli mondiali… potremmo vedere una rinascita. Per la prima volta da quando la nostra nazione ha abbandonato il gold standard, decenni fa, l’oro fisico viene reintrodotto nel sistema monetario globale in modo sostanziale. Questa è una notizia incredibilmente buona per i proprietari di oro. La reintroduzione dell’oro nell’economia globale potrebbe comportarne il notevole aumento dei prezzi. È lecito presumere che gli esportatori siano propensi a scegliere uno strumento finanziario supportato dall’oro su uno creato dal nulla all’improvviso. Poi, potremmo vedere sempre più nazioni saltare sul carro, con conseguente aumento sostanziale dei prezzi dell’oro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA alzano bandiera bianca, invocando colloqui con la Russia sulle nuove armi nucleari

Gilbert Doctorow, Ph.D., US Foreign Policy, 21 marzo 2018Si può dire con certezza che la presentazione di Vladimir Putin dei nuovi sistemi d’arma della Russia nel discorso all’Assemblea federale del 1 marzo ha finalmente suscitato la risposta desiderata dal suoi interlocutori a Washington, DC. Nella presentazione, Putin parlava di avanzati sistemi d’arma strategici dalla tecnologia, affermava, di un decennio davanti a quella di Stati Uniti ed altri antagonisti. Ha dato un colpo diretto al Pentagono, dove i nostri generali sono rimasti interdetti. Ma, come avviene normalmente, quando questi signori hanno bisogno di tempo per schiarirsi le idee, sentimmo solo una prima smentita: che i russi bluffavano, che non avevano niente pronto, che erano solo progetti, e che gli Stati Uniti li hanno già tutti, ma li tenevano in riserva. Naturalmente, non tutta l’élite politica statunitense se l’è bevuta.
L’8 marzo i senatoru Dianne Feinstein (D-California), Bernie Sanders (I-Vermont) e due meno conosciuti di Massachusetts ed Oregon inviavano una lettera aperta all’allora segretario di stato Rex Tillerson, invitandolo ad inviare una delegazione del controllo degli armamenti, per parlare apertamente ai russi “il più presto possibile”. Era un’iniziativa improbabile che anche i loro sostenitori progressisti, per non parlare dei capi democratici, trovavano difficile da credere. I due senatori erano nemici della Russia e promossero attivamente la fiaba della collusione di Trump con la Russia negli ultimi mesi. Sibilavano alla foto di Jeff Sessions, non ancora procuratore generale, che stringeva la mano e sorrideva con l’Ambasciatore russo Kisljak. Ora chiedevano di ravvivare i colloqui sul controllo degli armamenti con… i russi. Questa storia sparì prima della pubblicazione, tranne che in Russia, dove divenne una notizia di primo piano a poche ore dalla pubblicazione della Lettera. Il pubblico statunitense e mondiale non ne sapeva nulla, anche se la lettera era sulle prime pagine dei siti web dei rispettivi coautori del Senato. Il pubblico statunitense e mondiale non sa nulla oggi, due settimane dopo la pubblicazione, a parte i lettori di Consortium News opportunamente informati al momento. Nel frattempo, la macchina della propaganda degli Stati Uniti entrava in marcia, producendo problemi diversivi per attirare l’attenzione del pubblico da ciò che era il tema del discorso di Putin del 1 marzo. E così si p avuta la saturazione delle notizie sull’attentato Skripal col gas nervino, del presunto attacco cibernetico alla rete energetica ed idrica degli Stati Uniti. Entrambe mere storie di “russi”. E leggiamo del riposizionamento delle forze navali statunitensi nel Mediterraneo a portata missilistica da Damasco per un possibile attacco punitivo in risposta a un attacco chimico ai civili da parte del regime di Assad, non ancora accaduto, e solo con l’intento di umiliare i sostenitori di Assad, i russi. Ora, finalmente, dopo negazione e diversivo, la verità emerge. Lo stesso presidente degli Stati Uniti porta un messaggio che, data l’arroganza statunitense, equivale ad alzare bandiera bianca.
Troviamo quanto segue alla prima pagina del New York Times che descrive le osservazioni di Trump sulla telefonata per congratularsi con Vladimir Putin per la vittoria elettorale: “Abbiamo avuto una conversazione molto buona“, ha detto Trump ai giornalisti, “c’incontreremo probabilmente in un futuro non troppo lontano per discutere della corsa agli armamenti, che sfugge al controllo“. Il Financial Times diceva questo sulla prima pagina: “Donald Trump ha dichiarato di voler incontrare il Presidente Vladimir Putin per discutere della corsa agli armamenti che ‘sfugge al controllo’ e altre questioni su cui i Paesi sono ai ferri corti. ‘Essere in corsa agli armamenti non è una gran cosa’, ha detto il presidente degli Stati Uniti, aggiungendo che probabilmente incontrerà la controparte russa in un “futuro non troppo lontano”.” La reintegrazione della parità strategica russa cogli Stati Uniti sembra farsi sentire, anche se si deve essere esperti di lettura tra le righe per notare dalla dichiarazione di Trump la profonda preoccupazione per il nuovo potenziale militare russo. È un assunto sicuro che a breve inizieranno i colloqui coi russi. Ma il pubblico statunitense dovrebbe essere avvisato che loro scopo sarà sicuramente più ampio del cosiddetto reset di Barack Obama, che favoriva i desideri statunitensi, e non russi, nel ridurre il numero di testate. Questo programma più ampio dovrà tener conto delle preoccupazioni della Russia sul sistema antimissile globale degli Stati Uniti. Dovrebbe esserci un accordo, un cambio d’approccio sul controllo degli armamenti non verrà dalla carità degli statunitensi, ma dalla loro paura.
Donald Trump ha alzato la bandiera bianca e ha chiesto negoziati per capriccio? Si è consultato coi suoi consiglieri militari? Non è affatto credibile che questo presidente sia giunto alla conclusione sulla necessità di fermare la corsa agli armamenti da solo o che abbia osato sollevare un argomento così teso senza il sostegno deciso degli specialisti del Pentagono che hanno valutato razionalmente e con competenza la situazione della sicurezza strategica coi russi. Nessuno lo dirà, ma è inevitabile. Mettendo la situazione attuale nel contesto storico: negli ultimi due anni, Stati Uniti e Russia hanno raggiunto un livello di confronto vicino alla crisi missilistica di Cuba. Quella crisi fu risolta con mutua sospensione del posizionamento di missili nucleari ai confini altrui. La reciprocità della soluzione non fu annunciata al pubblico statunitense che decenni dopo, quando il ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia fu pubblico. Questa volta, la reciprocità delle concessioni farà necessariamente parte della presentazione di qualsiasi soluzione raggiunta alla comunità globale. Vladimir Putin non farà la fine di Nikita Krusciov, che ha pagato la sua “concessione” agli statunitensi con un colpo di Stato.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le portaerei degli USA sono rimaste nei porti. Perché?

Jurij Selivanov, Top War, LibertégérieIl livello estremo della retorica conflittuale tra Russia e Stati Uniti non necessariamente rappresentava un fatale confronto militare diretto tra le due superpotenze nucleari. Alla vigilia, lo Stato Maggiore della Federazione Russa ha ripetutamente, in una settimana, avvertito sui preparativi degli Stati Uniti per un attacco alla Siria. “Prendiamo atto della presenza di segnali di preparativi di possibili attacchi“, aveva detto il Generale Sergej Rudskoj, capo del Primo Direttorato Operativo dello Stato maggiore. Secondo lui, nel Mediterraneo orientale, Mar Rosso e Golfo Persico, gli Stati Uniti avevano creato dei gruppi d’attacco con missili da crociera. Questa posizione della leadership militare russa, precedentemente espressa dal Capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov, era senza dubbio basata sulle informazioni operative giunte al comando militare e andava considerata affidabile per una qualsiasi analisi della situazione siriana. Tuttavia, va compreso che le conclusioni insieme ai fatti possono essere abbastanza adeguati a un’ampia serie di possibilità, anche piuttosto distanti tra esse. Da queste posizioni proveremo a considerare l’attuale situazione politico-militare. Valutando l’entità dell’attuale minaccia militare che ne risulta.
Prima di tutto, va notato che le forti dichiarazioni possono essere fatte per prevenire ed evitare possibili azioni scorrette e pericolose da parte del potenziale nemico. Data l’assenza di comunicazioni e comprensione tra i leader politici della Federazione Russa e degli Stati Uniti, la spiegazione è nell’incertezza delle parti sui reali rispettivi piani politico-militari e timori comprensibili sulla minaccia di un’escalation dello scontro militare. E ora esamineremo la situazione militare-strategica nella regione in crisi del Medio Oriente. Se si seguono certe fonti, la situazione è pessima e quasi completamente fuori controllo. “La situazione in Siria continua a deteriorarsi rapidamente. Nei media, tutte le informazioni sullo scontro tra Russia e Stati Uniti non sono ufficialmente prese in considerazione. Mentre tutta l’attenzione si concentra sullo scandalo tra Russia e Gran Bretagna, gli statunitensi, a quanto pare, non rifiutano di colpire la Siria. Washington non si ferma nemmeno all’avvertimento dello Stato Maggiore russo che risponderà bruscamente a un attacco, anche contro le “portaerei” statunitensi. Sulla base dei dati aperti, aerei di Stati Uniti ed alleati si avvicinavano al confine della Siria, in particolare nelle basi aeree di Giordania, Turchia, Cipro e Iraq, e nel Mar Mediterraneo vi è un raggruppamento della Marina degli Stati Uniti. Numerose pubblicazioni occidentali affermano che nelle ultime 24 ore, altri complessi S-400 arrivavano in Siria, i media parlavano di decine di Su-30SM e Su-35, e che nel Mar Mediterraneo vi erano le fregate “Admiral Essen” e “Admiral Grigorovich”, le navi d’assalto anfibio “Orsk” e “Minsk”, il pattugliatore “Pitlivyj”, secondo newsli.ru. In generale, il raggruppamento navale russo nel Mediterraneo era arrivato ad oltre venti unità, tra cui sei sottomarini: si tratta di una presenza inedita della flotta russa in un territorio limitato“. Russia e Stati Uniti schierano con urgenza grandi forze militari in Siria
Proviamo, senza alcun pregiudizio, a valutare un’interpretazione così estremamente allarmistica degli eventi. In primo luogo, va notato che questa informazione su trasferimenti massicci di varie forze militari in Siria non è stata confermata, dopo quattro giorni, da altre fonti. In particolare, la stampa occidentale che monitora i voli militari russi, che vengono regolarmente segnalati (come, per esempio, il recente arrivo di aerei da caccia Su-57 in Siria), era stata zitta sui presunti trasferimenti di “decine di Su-30SM e Su-35”. Inoltre, non è chiaro su base di quale “open data” vi sarebbe stato un massiccio trasferimento di aerei statunitensi ed alleati ai confini della Siria? Mentre le informazioni operative sui movimenti delle truppe statunitensi, anche dell’aeronautica militare, in linea di principio sono chiuse e non disponibili nelle edizioni aperte, anche in occidente, in generale, le suddette “informazioni” apparivano un’esagerazione. Naturalmente, questo non significa che le parti non svolgessero attività per rafforzare le proprie forze nell’area del conflitto. Ad esempio, la Russia aveva recentemente inviato due fregate e un pattugliatore nel Mediterraneo. Non è escluso lo spiegamento di ulteriori sistemi di difesa aerea. Tuttavia, non vi è traccia di trasferimento rapido nella regione di notevoli forze russe. In particolare, il “guardiano” turco, che segue da vicino il movimento delle navi militari russe nello stretto del Mar Nero, non riporta nulla di straordinario. Sebbene, in caso di necessità, un massiccio movimento di truppe e attrezzature avverrebbe non tramite gli aerei da trasporto “Ruslan“, che non possono sostituire il traffico in questa via d’acqua strategicamente importante. Sulle controparti occidentali, ancora una volta, secondo le fonti aperte, tutto indicava un’estrema attività militare, segnalando preparativi su larga scala e sottolineandoli ancora assai diffusi nel contesto di certe decisioni strategiche “definitive e irrevocabili”, secondo le fonti consultate. Nel frattempo, si parlava di una tale concentrazione di forze militari, che in linea di principio era impossibile da nascondere. In questo caso, il livello della loro “esposizione” sui media era zero. Si richiama l’attenzione sul fatto che attualmente né il Mar Mediterraneo né i suoi porti hanno un gruppo di portaerei della Marina Militare statunitense (AUG). Inoltre, al momento, per l’esattezza dal 14 marzo 2018, negli oceani, nelle aree di operatività, secondo il regolare monitoraggio dei movimenti attuato da Stratfor, vi erano solo due AUG, delle portaerei Carl Vinson e Theodore Roosevelt. Di queste, solo la Roosevelt è schierata nel Golfo Persico, da dove i suoi aerei possono in linea di massima raggiungere Damasco. Se, naturalmente, gli S-400 russi glielo permettono. Inoltre, secondo la dottrina navale degli Stati Uniti, una portaerei in generale non può essere considerata forza sufficiente per un’efficace offensiva aerea dal mare.
È vero, la cosiddetta “coalizione statunitense” ha abbastanza forze nelle aeree di combattimento sulle basi terrestri vicino la Siria. Ma anche così, il fatto ovvio è che l’assenza dei gruppi di portaerei statunitensi nella regione indicherebbe, come minimo, la riluttanza del comando militare statunitense a puntare ad attaccare la Siria usando l’aviazione di cui dispone. La ragione di tale restrizione è ovvia. Il dispiegamento di un sistema di difesa aerea forte ed efficace in Siria che difatti ne rende il territorio una “no-fly zone” per gli aerei militari occidentali che, nel caso tentassero un massiccio attacco, subirebbero pesanti perdite. E questo è assolutamente inaccettabile per i capi politici degli Stati Uniti. Primo, perché sono estremamente preoccupati dal prestigio militare statunitense seriamente minato dalle innovazioni strategiche militari russe. Di cui l’occidente, a giudicare da molti segnali, ignorava di sicuro. Altrimenti, perché Trump improvvisamente ed immediatamente dopo l’annuncio di Vladimir Putin, iniziava a promettere finanziamenti straordinari ai militari sul programma per le armi ipersoniche? In realtà, era il riconoscimento dell’arretratezza degli USA in questo settore e della necessità di affrontarla urgentemente. In altre parole, Washington difficilmente in queste condizioni otterrebbe una vittoria militare, questa volta proprio sul campo di battaglia dell’S-400 russo. O finanche ad ottenere una “vittoria di Pirro” al costo di enormi perdite. Questo è il motivo per cui l’aviazione militare statunitense, pianificando l’attacco alla Siria, se attuale, rimarrebbe ai margini o con un ruolo secondario. Ciò significa che il piano degli statunitensi è solo uno, la loro carta vincente tradizionale: un attacco coi missili da crociera Tomahawk lanciati da navi di superficie e sottomarini statunitensi. Cosa di cui parlano, infatti, i ripetuti avvertimenti dello Stato Maggiore russo.
La possibilità di un tale attacco non va totalmente esclusa. Solo perché non sarà il primo in questa guerra. Il caso precedente dei 59 Tomahawk lanciati da due cacciatorpediniere, come sappiamo, si ebbe l’anno scorso. Tuttavia, il senso militare si rivelò molto dubbio, poiché la base aerea siriana attaccata, riprese i voli il giorno successivo. In questo caso, il bombardamento presumibilmente pianificato dagli statunitensi di aree governative a Damasco non avrebbe conseguenze. Come in Jugoslavia quando missili da crociera statunitensi esplosero sugli edifici amministrativi vuoti di Belgrado e nelle caserme dell’esercito, dove tutto il personale e l’equipaggiamento era già stato sgombrato. Inoltre, l’effetto sarà ancora più insignificante, più l’attacco sarà limitato. Nel frattempo, non vi è alcun segno di concentrazione su vasta scala di navi lanciamissili statunitensi in posizioni per un grande attacco con centinaia di missili. In ogni caso, secondo i dati ufficiali del comando della Sesta flotta statunitense operante nel Mar Mediterraneo, confermati da altre fonti pubbliche, attualmente vi sono poche navi da guerra statunitensi: 2-3 cacciatorpediniere (DDG 58 USS Laboon, DDG 71 USS Ross e DDG-64 USS Carney), altre unità da combattimento dello stesso tipo sono schierate nella Quinta Flotta statunitense che opera nel Golfo Persico e Mar Rosso, e potrebbero essere coinvolte in un attacco missilistico. In linea di principio, è simile al piano d’attacco missilistico limitato sul modello di quello contro Shayrat. Tuttavia, anche con compiti così limitati, la probabilità di tale attacco è tutt’altro che assoluta. Prima di tutto, sarebbe assai strano che questo gruppo relativamente piccolo di navi si muova verso operazioni di combattimento attive con una scarsissima copertura aerea sul mare, che nel Mar Mediterraneo è completamente assente. Ad ogni modo, sarebbe la prima volta nella storia che la flotta statunitense attacchi un Paese senza il pieno supporto delle portaerei. E nelle condizioni dell’avvertimento diretto da parte russa di voler distruggere non solo i missili, ma anche i loro vettori, cioè gli stessi cacciatorpediniere! Quindi, analizzando la situazione generale militare-strategica sulla Siria, basandosi esclusivamente su informazioni disponibili open source (che sanno, se non tutto, molto), possiamo affermare quanto segue.
Segnali che indicavano straordinarie dimensione e velocità di un massiccio dispiegamento militare delle principali potenze nella regione del Medio Oriente, corrispondenti ai preparativi a un grande conflitto, non furono osservati. Il quadro generale dell’attività militare russa e statunitense in questa regione rientrava nelle normali attività militari. In tali circostanze, osservate dallo Stato Maggiore russo, dei preparativi militari statunitensi che, se certamente si verificassero nella realtà, sarebbero stati per una “rappresaglia” di dimostrazione modellata sull’attacco alla base aerea di Shayrat, o a un’esibizione totalmente dimostrativa di muscoli militari per la dissuasione psicologica verso gli avversari in Siria. Data la nuova dimensione della situazione relativa alla preparazione della Russia alla rappresaglia, la probabilità dei suddetti due scenari, a mio avviso, andava valutata con un rapporto di 3 a 7 a favore del secondo, della versione puramente dimostrativa. Sull’attuale retorica estremista tra occidente e Russia, va intesa come limitata ai tentativi di certi circoli occidentali di organizzare un’enorme pressione psicologica sulla Russia e sulla sua popolazione il giorno prima dell’elezione presidenziale. Se questa valutazione del contesto degli eventi attuali è corretta, allora in futuro, nei prossimi giorni e settimane, possiamo aspettarci la riduzione dell’intensità del confronto verbale, data la fine della sua rilevanza pratica. In particolare, ciò è indicato dal parziale declino, già avviato, dell’attività occidentale dall’altra parte del mondo per fare pressione pre-elettorale sulla Russia, in parte col cosiddetto “avvelenamento Skrypal”. Già oggi gli organizzatori inglesi di tale provocazione sono ritornati alle posizioni quasi iniziali, con un minimo reale disimpegno della Federazione Russa. Ciò, naturalmente, non significa rovesciamento dell’opposizione storicamente condizionata tra Russia e occidente. Ma allo stesso tempo, ciò potrebbe indicare la riduzione da parte occidentale dell’operazione speciale che raggiungeva la propria conclusione logica, programmata in coincidenza dell’elezione del presidente russo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Alessandro Lattanzio a Parstoday sulla guerra mediatica dell’occidente contro Putin (AUDIO)

TEHERAN (PARSTODAY) Alessandro Lattanzio, saggista e analista delle questioni politiche internazionali, intervistato dalla nostra Redazione. Lattanzio nel corso dell’intervento parla delle politiche ostili di Stati Uniti ed Europa contro il Presidente Vladimir Putin. Per ascoltare la versione integrale dell’intervento di Alessandro Lattanzio potete cliccare qui.