L’isolamento progredisce: grande accordo tra Arabia Saudita e Russia

Dedefensa 21/06/2015Russia's President Putin meets with Saudi Arabia's Prince Mohammed bin SalmanTutto ciò non farà che aggiungersi alla dinamica assai rapida e virtuosa del caos trasformato in iperdisordine mondiale, anche quando si tratta di un evento che dovremmo ritenere strutturato. Assieme al vertice economico di San Pietroburgo (Davos orientale) accolto dai sogghigni di Washington, dagli scherni del Financial Times e da una relazione distorta di Bloomberg, Putin ha incontrato una forte delegazione dell’Arabia Saudita composta dalle più potenti figure, oltre al nuovo re, del regno. Estremamente importanti accordi sono stati siglati, anche per stabilizzare il mercato del petrolio e Putin ha ricevuto un sontuoso invito ufficiale a recarsi a Riyadh (naturalmente, anche Putin ha invitato il re a recarsi a Mosca). “Un’alleanza petrolifera tra Arabia Saudita e Russia per stabilizzare il mercato mondiale del petrolio? Sembra improbabile, in particolare con tutte le voci su Stati Uniti ed Arabia Saudita che segretamente accettavano di far collassare l’economia della Russia deprimendo il prezzo del petrolio nel 2014, per non parlare di come i due Paesi abbiano posizioni diametralmente opposte su questioni come Siria, Iran e Yemen…“, scrive Russia Insider il 20 giugno 2015.
Quindi aumenta l’isolamento della Russia… Putin non va al G7 e il re dell’Arabia Saudita non va alla conferenza degli Stati del Golfo convocata un paio di settimane prima da Obama a Camp David; ma Putin andrà a Riyadh e il re andrà a Mosca. Tutto ciò avviene senza che la Russia abbia cambiato di un copeco la sua politica siriana, mentre il blocco BAO, Francia in testa con “maestria”, continua ad invocare la morte di Assad per potersi fare il bagnetto nelle splendide acque del Golfo. A ciascuno la sua strategia, e ad ognuno la dignità che gli si addice, con i risultati meritati. …Rimaniamo ben consapevoli, ed è molto oggi, di dover attendere sviluppi in questo straordinario nuovo capitolo delle relazioni internazionali. Già si sussurra che l’Arabia Saudita veda con interesse la forte espansione dei rifornimenti in armamenti russi, ampliando la constatazione del grande successo dell’attuale politica-sistema del blocco BAO per isolare Mosca e mantenere l’esclusività sui rapporti strategici con l’Arabia Saudita. Attendiamo con interesse di scoprire con quale valuta si svolgerà il commercio russo-saudita, iniziando con un piede così nuovo, e se l’Arabia Saudita un giorno sarà interessata a un posto tra i BRICS o all’adesione alla SCO…
Dal testo di Russian Insider: “…Il caso in questione… l’incontro dello scorso giovedì a San Pietroburgo, dove il Presidente Putin ha ricevuto il principe ereditario saudita e ministro della Difesa Muhamad bin Salman (figlio dell’attuale re Salman), insieme al ministro degli Esteri Adil al-Jubayr e all’onnipotente ministro del Petrolio Ali al-Naymi. Le due parti hanno firmato sei nuovi accordi di cooperazione che includono le sfere nucleare e militare. (…) Nella delegazione saudita, il potere effettivo era, naturalmente, del decantato ministro del Petrolio Ali al-Naymi, che appariva abbastanza fiducioso sull’aumento del prezzo del petrolio nel prossimo futuro. Naymi avrebbe detto: “Sono ottimista sul futuro del mercato nei prossimi mesi, riguardo a un miglioramento continuo e all’aumento della domanda globale di petrolio, così come sul basso livello delle scorte commerciali”. Questo, ha detto il ministro, “dovrebbe migliorare il livello dei prezzi”. Naymi ha continuato a lodare il rafforzamento della cooperazione bilaterale fra Riyad e Mosca affermando che, “Questo, a sua volta, porterà alla creazione di un alleanza petrolifera tra i due Paesi a beneficio del mercato internazionale così come dei Paesi produttori, stabilizzando e migliorando il mercato”. (…) Ma l’Arabia Saudita ha una nuova leadership e non è lo stesso Paese di un anno fa. La delegazione inviata a Russia era di altissimo profilo, e il fatto che la dichiarazione sia stata fatta direttamente da Naymi, al contrario di alcuni fin troppo comuni ‘alti funzionari’ o ‘fonti anonime’, la dice lunga. Naymi, il formidabile 80enne che presiede l’oro nero arabo, è una leggenda vivente del Regno (iniziò la carriera nella Saudi Aramco all’età di 11 anni) ed esercita più potere dopo il re. Le sue dichiarazioni sulla politica energetica saudita non sono pensieri o opinioni. Piuttosto, sono fatti e politica, dichiarazioni che non ci sarebbero mai senza l’approvazione esplicita e l’autorità del re. In parole povere, Naymi ha appena dichiarato una nuova direzione nella politica estera saudita. Questo è solo l’inizio di un nuovo capitolo nelle relazioni saudite-russe. Durante l’incontro con il Presidente Putin, il principe Muhamad ha pubblicamente annunciato che suo padre aveva ufficialmente invitato il presidente russo nel regno, affermando: “Ho l’onore di trasmettere l’invito a visitare il Regno dell’Arabia Saudita, considerando la Russia come uno degli Stati più importanti del mondo contemporaneo, le cui nostre relazioni hanno radici profonde. Il signor Putin ha accettato l’invito del re a visitare il Paese del Golfo e a sua volta ha annunciato di aver invitato il re a Mosca, che il principe ereditario ha confermato esser stato accettato. Questi incontri, se e quando avverranno, saranno da seguire molto da vicino“.pic_9b33ebf4eabdabb3857f8f2bf194781cTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’Orso è tornato: la presenza militare russa in Vietnam

Rakesh Krishnan Simha Global Research, 15 giugno 2015374974I legami tra Russia e Vietnam, che sembravano raffreddarsi dopo la fine della guerra fredda, sono in fase di rinsaldamento. 20 anni dopo che Mosca aveva abbandonato la maggiore base all’estero, aerei militari russi ritornano a visitare Cam Ranh Bay. La rinnovata presenza russa in Vietnam ha prevedibilmente fatto suonare i campanelli d’allarme del Pentagono, con il comandante dell’esercito degli Stati Uniti nel Pacifico che conferma che i bombardieri strategici russi che volano attorno la massiccia base militare statunitense di Guam vengono riforniti a Cam Ranh Bay. L’11 marzo Washington scrisse a Hanoi chiedendo che le autorità vietnamite non supportassero i voli dei bombardieri russi nella regione Asia-Pacifico. La reazione vietnamita fu rimanere pubblicamente in silenzio. Secondo Nguyen Phuong del Center for Strategic & International Studies di Washington, “Dal punto di vista di molti funzionari vietnamiti che combatterono contro gli Stati Uniti, Mosca ha addestrato generazioni di leader vietnamiti e sostenuto Hanoi durante i decenni d’isolamento internazionale“. Nguyen aggiunge: “Poche cose sono più vitali per il Vietnam della politica estera indipendente. Data la complessa storia del Vietnam, i suoi leader non vogliono che il Paese sia ancora preda delle maggiori potenze. Tutto ciò che ricorda l’interferenza nei rapporti del Vietnam con la Russia potrebbe aggravare inutilmente tale paura“. Anche se i vietnamiti considerano gli Stati Uniti partner sempre più importanti nel sud-est asiatico, la Russia è in cima alla gerarchia. Con un accordo siglato nel novembre 2014, le navi da guerra russe che visitano il porto di Cam Ranh devono solo preavvertire le autorità vietnamite prima di arrivare, mentre tutte le altre marine militari straniere devono limitarsi a una sola visita all’anno nei porti vietnamiti.

Perché il Vietnam è importante
Situato alle porte degli oceani Indiano e Pacifico, il Vietnam è d’importanza cruciale per la Russia. Basandovi permanentemente aerei e navi, il Vietnam aiuta la Flotta del Pacifico russa a risolvere il problema di dover attraversare gli stretti del Mar del Giappone per accedere al Pacifico. A dire il vero, l’attuale presenza russa è minima rispetto agli anni ’80 quando la flotta di Mosca comprendeva ben 826 navi, di cui 133 sottomarini, 190 bombardieri navali e 150 aerei antisom. Sempre allora, la potenza di Mosca non era offensiva. Secondo Alvin H. Bernstein dell’US Naval War College era “improbabile che abbia uno specifico intento regionale aggressivo dato che sarebbe del tutto fuori dal carattere della potenza” che si era rivelata “prudente e non conflittuale”. Tre decenni dopo, la Mosca del Presidente Vladimir Putin ancora una volta cerca di rafforzare il proprio ruolo di potenza asiatica e globale, e come nota Bernstein, vuole essere “pronta ad ogni rischio ed opportunità“. Rientra anche nella politica del Look East del Vietnam. In effetti, molto prima che il presidente statunitense Barack Obama annunciasse il perno in Asia, la Russia già faceva perno a Oriente, con incursioni nei Paesi una volta filo-USA come Indonesia e Malesia. Tuttavia è il Vietnam dove la diplomazia russa prevale. Ma prima un rapido flashback. Il Vietnam è un piccolo Paese con una potenza militare molto più grande del suo peso. Per coloro dalla memoria corta, il Paese del sud-est asiatico ha inflitto sonore sconfitte a Francia e Stati Uniti in guerre continuate. Le coraggiose e stupende tattiche di battaglia intelligenti e spirito indomito furono decisivi per vincere quelle guerre, ma un fattore chiave è che i vietnamiti avevano amici potenti. Durante la guerra del Vietnam, la Russia ebbe un ruolo fondamentale nella difesa del Vietnam, fornendo quantità enormi di armamenti. Nel corso di 21 anni di guerra l’assistenza russa valse 2 milioni di dollari al giorno. In cambio, il Vietnam offrì alla Russia l’uso gratuito della base di Cam Ranh Bay. Nell’ambito dell’accordo, i russi vi stanziarono caccia MiG-23, aviocisterne Tu-16, bombardieri a lungo raggio Tu-95 e aerei da ricognizione marittima Tu-142. Cam Ranh fu la maggiore base navale per la proiezione di Mosca al di fuori dell’Europa. Circa 20 navi erano ormeggiate nella base, insieme a sei sottomarini d’attacco nucleare. La base svolse un ruolo fondamentale nell’aiutare la Russia ad affrontare, durante la guerra fredda, le forze statunitensi in Asia e nel Pacifico. Ad esempio, quando la Settima Flotta degli Stati Uniti navigò verso il Golfo del Bengala per minacciare l’India durante la Guerra con il Pakistan 1971, la Flotta del Pacifico russa poté inviare rapidamente sottomarini e navi da guerra dotati di armi nucleari a difesa dell’India. Nonostante l’importanza geopolitica di Cam Ranh Bay per Mosca e il suo valore come posto di raccolta delle informazioni, la presenza russa praticamente evaporò dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Basi militari come quella di Cam Ranh Bay costavano un’enormità e la Russia non aveva più denaro da sprecare. Nel 2001 anche la stazione di ascolto fu abbandonata.

1471845La Cina incastrata
Anche se la presenza militare russa è diminuita, legami forti continuato a legare Russia e Vietnam. Nel contesto dell’aspro battibecco del Vietnam con la Cina per il controllo delle isole Spratly, ricche di petrolio, Hanoi ha ricercato materiale militare avanzato. La leggendaria aeronautica del Vietnam ha acquisito 24 caccia Su-30 dalla Russia, ed entro la fine del 2015 avrà 36 Sukhoj, diventando il terzo operatore di questo avanzato aereo supermaneggevole. Tuttavia, è la Marina militare popolare del Vietnam (VPAN) che va rafforzandosi davvero. Nel 2009 il Vietnam ha firmato un accordo da 3,2 miliardi di dollari con la Russia per sei sottomarini classe Kilo e la costruzione di una base per sottomarini a Cam Ranh Bay. Un’altra grande acquisizione sono i 50 missili da crociera supersonici Klub per i Kilo, facendo del Vietnam la prima nazione del Sudest asiatico ad armare la flotta di sottomarini con un missile d’attacco controcosta. Pesando due tonnellate, il Klub ha una testata di 200kg. La versione antinave ha una gittata di 300 km, ma vola a 3000 km all’ora nell’ultimo minuto di volo. Secondo Strategypage, “la versione d’attacco controcosta non ha la funzione di avvicinamento finale ad alta velocità rendendo possibile una testata di 400kg. Ciò che rende il Klub particolarmente pericoloso, quando attacca le navi, è che durante il suo avvicinamento finale, quando il missile si trova a circa 15 km dal bersaglio, il missile accelera“, riferisce Strategypage. “Fino a questo punto, il missile viaggia ad una quota di circa 30 metri. Questo lo rende difficile da rilevare. Tale approccio finale ad alta velocità significa che copre gli ultimi 15 km in meno di 20 secondi. Ciò rende più difficile alle attuali armi antimissile abbatterlo“. I sottomarini costruiti dai russi e armati con i potenti Klub svolgono un ruolo fondamentale in qualsiasi conflitto nel Mar Cinese Meridionale. Secondo un analista, i missili da crociera controcosta segnano un “massiccio spostamento” a favore della potenza navale del Vietnam. “Dandogli un deterrente molto più potente complica i calcoli strategici della Cina“. Si ritiene che le navi da guerra cinesi non abbiano alcuna difesa efficace contro i missili Klub, motivo per cui si arrabbiarono per la vendita della Russia al Vietnam. Mentre i Kilo sono in costruzione, Russia e India addestrando gli ufficiali vietnamiti che opereranno sui sottomarini.

Ulteriore potenza di fuoco russa
Inoltre, nel 2011 la VPAN ha acquisito dalla Russia due fregate furtive lanciamissili classe Gepard per 300 milioni di dollari, e la flotta di Gepard è destinata ad aumentare a sei entro il 2017. Queste navi versatili sono attrezzate per attacchi di superficie, guerra antisom e difesa aerea. Altre acquisizioni della VPAN includono quattro pattugliatori veloci classe Svetljak dotati di missili antinave; 12 fregate e corvette di origine russa, e due navi lanciamissili d’attacco veloce classe Molnija costruite con l’aiuto della Russia, con altre quattro previste per il 2016. Il Vietnam ha anche acquisito radar avanzati; 40 missili antinave Jakhont e 400 Kh-35 Uran; missili da crociera antinave Kh-59MK; missili aria-aria a corto raggio R-73 (AA-11 Archer); 200 missili superficie-aria SA-19 Grison; due batterie dei leggendari sistemi superficie-aria S-300; localizzatori radiofonici passivi VERA e due batterie di missili da difesa costiera K-300P Bastion.

Aspetto economico
Secondo un documento degli accademici portoghesi Phuc Thi Tran, Alena Visotskaja G. Vieira e Laura C. Ferreira-Pereira, “L’acquisizione di capacità militari è cruciale non solo per la difesa e i calcoli strategici, ma anche per l’importante funzione che svolgono nella tutela degli interessi economici e nella sicurezza delle esplorazioni petrolifere nel Mar Cinese Meridionale. Quest’ultimo aspetto è particolarmente critico dato il ruolo che la Russia vi gioca. Infatti, la parte del leone di tali progetti di sfruttamento intrapresi dal Vietnam è in collaborazione con la Russia“. Mentre la difesa è sempre più seguita nei media, è l’energia il singolo maggiore aspetto della cooperazione tra Mosca e Hanoi. La joint venture tra Russia e Vietnam Vietsovpetro ha generato notevoli dividendi per entrambi i Paesi. L’azienda ha prodotto 185 milioni di tonnellate di petrolio greggio e 21 miliardi di metri cubi di gas dai giacimenti nel Mar Cinese Meridionale. Quasi l’80 per cento del petrolio e del gas vietnamiti proviene da Vietsovpetro, e il reddito corrisponde a circa il 25 per cento del PIL. La Russia ha anche fatto notevoli investimenti su industrie, trasporti, poste, colture e pesca del Vietnam. Questi progetti ne hanno generati altri, per l’impressionante profitto generato dalla cooperazione russa, con una sfilza di altre aziende come Mobil, BP e TOTAL che ampliano gli investimenti in Vietnam. La copertura strategica del Vietnam verso la Russia è strettamente legata alla cooperazione economica nell’esplorazione petrolifera, comportando significativi benefici economici ad entrambe le parti. I forti legami della difesa tra i due Paesi hanno permesso al Vietnam di acquisire moderni equipaggiamenti militari, fornendogli anche avanzate capacità di esplorazione congiunta di petrolio e gas nonostante la crescente opposizione cinese a questi progetti. Allo stesso tempo, la Russia torna a reclamare la sua eredità di grande potenza. Si Offre a Mosca una miriade di opportunità per garantirsi influenza politica ed economica verso varie potenze emergenti, nel cuore della regione più dinamica del pianeta. Ma il Vietnam non è un’eccezione, ma una conferma della regola prevalente in Asia. Come il professore Anis Bajrektarevic dichiara nel suo lavoro eccelso ‘No Asian Century‘: “Ciò che risulta evidente, quasi a prima vista, è l’assenza di qualsiasi struttura multilaterale di sicurezza pan-asiatica. Le prevalenti strutture di sicurezza sono bilaterali e per lo più asimmetriche. Dai trattati di sicurezza e non aggressione chiaramente definiti e duraturi ad accordi meno formali, fino ad accordi di cooperazione ad hoc su temi specifici. La presenza di accordi internazionali multilaterali è limitata a pochissimi punti nel maggiore continente e anche in questo caso sono raramente incaricati della questione (politico-militare) della sicurezza dai loro scopi dichiarati. Un’altra caratteristica sorprendente è che la maggior parte delle strutture bilaterali esistenti vede uno Stato asiatico da un lato, e due Paesi periferici o esterni dall’altro, rendendoli quasi per definizione asimmetriche“.190196963Rakesh Krishnan Simha è giornalista ed analista degli affari esteri della Nuova Zelanda. Rakesh ha iniziato la carriera nel 1995 con la rivista World Business di Nuova Delhi, e poi ha lavorato con varie media importanti come India Today, Hindustan Times, Business Standard e Financial Express, dove è stato redattore dei notiziari.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gasdotti e geopolitica: la vera ragione della visita di Putin in Italia

Nikolaj Starikov Fort Russ 15 giugno 2015b9057b08367328d6aa81d7de5c909e5cLa scorsa settimana una serie di eventi strettamente correlati ha avuto luogo. C’è stata la riunione dei capi dei sette Stati occidentali, la visita di Putin in Italia e l’apertura dei “giochi europei” a Baku.
Analizziamo cause e significati di questi eventi. La riunione dei capi dei sette principali Paesi occidentali ha avuto luogo nel quadro della riunione dei capi di otto Stati. La Russia fu aggiunta ai Paesi occidentali. Il nostro Presidente, insieme ai leader di Stati Uniti, Giappone, Italia, Germania, Francia, Canada e Regno Unito discuteva questioni urgenti di politica mondiale. Tale formato non fu formalizzato, ma si aveva solo ogni volta che i leader degli otto Paesi venivano invitati alla riunione. Dopo la crisi in Ucraina, la Russia non è più invitata. Le ragioni sono ovvie, espressione di dispiacere e pressione sul nostro Paese. Non ci sono assolutamente conseguenze per la Russia, semplicemente una piattaforma in meno in cui i capi dell’occidente parlavano a Putin tutti insieme o uno alla volta. Preoccuparsene è una perdita di tempo. Non vi è alcun isolamento internazionale della Russia. La visita di Vladimir Putin in Italia l’ha mostrato chiaramente. Cioè, sapevamo già che il “mondo” che esprime insoddisfazione per la nostra politica rappresenta una piccola parte dell’umanità, che vive per lo più in Europa e Nord America. La visita di Putin in Italia ci ha dimostrato che è difficile parlare d’isolamento anche in Europa. Il 7 e 8 giugno 2015, nella località tedesca di Garmisch-Partenkirchen dove, tra l’altro, nel febbraio 1936 l’occidente permise ad Adolf Hitler di tenere le Olimpiadi, la riunione del cosiddetto “G7″ ha avuto luogo. “I capi del gruppo dei sette annunciavano che le sanzioni saranno rimosse se saranno soddisfatti gli accordi di Minsk, altrimenti, la CNN citava certe fonti, nei prossimi mesi nuove sanzioni contro individui e società finanziarie potranno essere attuate” (1TV).
Nella riunione dei sette capi la Russia è stata regolarmente accusata, anche se è evidente che essa è interessata alla pace in Ucraina. Ma il divertimento iniziava dopo tale incontro. Il 7 e 8 giugno 2015 il primo ministro italiano era nella riunione in Germania, a solidarizzare con i partner, accusando la Russia e concordando sulle necessarie sanzioni. Il 10 e 11 giugno incontrava il Presidente Putin… in Italia. Molto interessante. Se s’immagina che il primo ministro italiano Renzi considera davvero la Russia un “aggressore” e il suo presidente responsabile della crisi in Ucraina, allora era molto strano vederlo un paio di giorni dopo il vertice “G7″, stringere la mano a Vladimir Putin in Italia. Ciò significa che l’Italia non considera la Russia né aggressore né colpevole. In caso contrario, la visita del Presidente della Russia sarebbe stata annullata. Ancora più significativo è stato l’incontro di Putin con il capo dei cattolici. Papa Francesco ha dato al nostro Presidente una medaglia del secolo scorso con l’immagine di un angelo che, secondo il capo della Chiesa cattolica, “porta pace, giustizia, solidarietà e protezione“. E’ evidente che il segnale inviato a 1,5 miliardi di cattolici e alle élite politiche era inequivocabile. Pace con la Russia e fine del confronto. Il nemico numero uno del cristianesimo oggi è il SIIL creato dagli USA e non la Russia. Barack Obama considera la Russia un nemico, e il capo dei cattolici assume una posizione diversa. I risultati della visita di Putin in Italia, sono stati magnificamente espressi da un analista politico italiano: “La visita del presidente russo Vladimir Putin in Italia suggerisce che in occidente ci sia disaccordo nei confronti della Russia, ha detto in un’intervista a RT Francia il capo del programma “Eurasia” dell’Istituto superiore di studi geopolitici italiano Dario Citati. “Prima di tutto, la visita di Putin significa che non esiste una posizione unanime in occidente su questione ucraina e crisi con la Russia”, ha detto. Secondo Citati, questa visita è importante per l’Italia perché gli italiani capiscono che le sanzioni contro la Russia sono controproducenti: non hanno cambiato la posizione della Russia e sono troppo onerose per l’economia italiana… Pertanto tale unanimità, ben osservata quando i Paesi europei parlano in nome dell’UE o in formati come il G7, per così dire s’infrange contro la realtà”, scrive Citati. Il significato dell’incontro del Presidente con il Primo ministro italiano, secondo l’analista, marca le differenze nell’Unione europea, perché ci saremmo aspettati la cancellazione della visita, tuttavia, ma non è stata annullata e, inoltre, una visita è stata dedicata al Vaticano, attore importante nelle relazioni internazionali“. (RIA)
Ora qualche parola sul perché Putin s’è recato in Italia, e perché ora. Parliamo sempre di geopolitica e gasdotti. Una lotta invisibile infuria per le rotte del gas russo verso l’Europa. Obiettivo della Russia è costruire una “condotta” aggirando l’Ucraina privando gli USA della possibilità di ricattare Europa e Russia tramite le marionette di Kiev, chiudendo le forniture di gas attraverso l’Ucraina. L’obiettivo degli Stati Uniti non è non permettere alla Russia di bypassare l’Ucraina, ma fare pressione su Europa e Russia. Dopo il blocco di “South Stream“, Mosca ha fatto un accordo con la Turchia per la costruzione del gasdotto “Turkish stream“. Il piano prevede un gasdotto prima in Turchia e poi in Grecia. Ulteriori piani prevedevano la Macedonia, ma improvvisamente vi è stata una majdan in questo Paese e un attacco di combattenti albanesi dopo di che il primo ministro di Macedonia ha “capito” i suggerimenti e dichiarato che il gasdotto sarà costruito solo dopo la firma dell’accordo tra Commissione della Comunità europea e Gazprom. L’assenza di tale accordo ha ucciso “South Stream” e la Russia cerca nuove opportunità per tracciare il gasdotto. La nostra parte usa l’artiglieria pesante, il nostro Presidente che vola in Italia per spiegare ai colleghi italiani la cosa più ovvia. Dopo la Grecia, il gasdotto andrà in Italia, da dove il gas passerà all’Europa. Per resistere in ciò, la Russia deve… terminare il gasdotto in Grecia, o anche in Turchia. E’ quindi giusto e logico estenderlo in Italia. E’ un’ottima prospettiva per tutta Europa, e per l’Italia è semplicemente perfetto. Non è un caso che durante la visita Putin abbia parlato di relazioni bilaterali con questo Paese con una modalità mai vista nella “Commissione Europea”. “Ha parlato della necessità di mantenere lo slancio nelle relazioni bilaterali in tutti i campi, non permettendo che siano ostaggio delle varie difficoltà attualmente osservate”, ha detto il segretario stampa del presidente russo”. (SPDnevnik)
Come i “partner” italiani abbiano risposto, lo capiremo più tardi. Tuttavia, il prosieguo del viaggio del nostro Presidente è molto eloquente. Il 12 giugno 2015 s’è recato all’apertura dei “giochi europei” nella capitale dell’Azerbaijan. Lo sport è fantastico, la nostra squadra va supportata. Ma la cosa principale per il presidente russo è l’incontro con il capo della Turchia, che ha avuto luogo a Baku a porte chiuse. Tutto molto logico. In primo luogo, parlare con l’Italia sulla destinazione del “Turkish stream“, e poi un faccia a faccia con la Turchia, diretto, senza intermediari né giornalisti. “I grandi progetti energetici, tra cui la costruzione del “Turskish stream”, oggi sono stati discussi dai presidenti Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan a Baku, all’apertura dei primi giochi europei. I colloqui si sono svolti a porte chiuse e dettagli sono noti solo da un’ora… Si potrebbe immaginare di cosa i presidenti di Russia e Turchia abbiano parlato a porte chiuse, guardando la composizione delle delegazioni. La partecipazione ai negoziati dei capi di Gazprom e del Ministero dell’Energia chiaramente lasciano intendere che si parlasse di energia, e più precisamente forniture di gas. Anche di fronte alle telecamere, Putin e Erdogan hanno discusso solo delle ultime novità, l’apertura a Baku dei primi giochi sportivi europei, senza perdere le opportunità di scherzare sull’Europa unita”. (1TV) Nel frattempo, questo scambio a Baku ha un altro aspetto. Turchia e Russia possono discutere del “business del gas” con l’Azerbaigian. Il fatto è che gli statunitensi vogliono utilizzare il gas dall’Azerbaijan come alternativa al gas dalla Russia. “Le forniture di gas dell’Azerbaigian nei prossimi anni sarà l’unica vera alternativa al gas russo per l’Europa… Il “Corridoio meridionale del gas” è uno dei progetti prioritari dell’UE, che prevede il trasporto di gas dalla regione del Caspio attraverso Georgia e Turchia ai Paesi europei. Nella fase iniziale, il gas prodotto dalla seconda fase dello sviluppo del campo gasifero condensato azero “Shah Deniz” è considerato fonte principale del progetto di “Corridoio meridionale del gas”. Successivamente altre fonti potranno collegarsi al progetto. Il gas dal giacimento in seconda fase di sviluppo sarà esportato in Turchia e nei mercati europei ampliando il gasdotto del Caucaso meridionale e con la costruzione delle pipeline Trans-Anatolian (TANAP) e Trans-Adriatico (TAP)”. (Day)
Riassumendo:
• Ancora una volta, come alcuni anni fa, la politica mondiale è concentrata sulla rete dei gasdotti.
• La battaglia è molto intensa e il suo esito è difficile da prevedere. Non abbiamo meno possibilità di vincere rispetto ai nostri rivali.
• Il nostro Presidente è costretto a prendere l’iniziativa nei momenti più difficili e agire d’artiglieria pesante per “sfondare” le posizioni nemiche.
Gli auguriamo il pieno successo, con aiutanti di fiducia per le missioni più importanti…

l43-vladimir-putin-papa-131125203847_bigTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché è fallito il grande gioco di Washington

Alfred McCoy Tom Dispatch 7 giugno 2015788189-PutinXiJinpingAFP-1415544001-513-640x480Avrebbe potuto essere la più influente singola frase di quel periodo: “In queste circostanze è chiaro che l’elemento principale di qualsiasi politica a lungo termine degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica deve essere un paziente ma fermo e vigile contenimento dell’espansionismo russo”. Originato dal telegramma di 8000 parole, sì in quei giorni abbastanza incredibilmente non c’erano email, internet, chat, facebook, inviato a Washington nel febbraio 1946 da George F. Kennan, incaricato d’affari degli Stati Uniti a Mosca, in un momento in cui la guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica accelerava. L’anno successivo, una versione rielaborata del “Lungo telegramma” di Kennan, con quella frase, fu pubblicata come “Le fonti della condotta sovietica” sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs sotto lo pseudonimo di “Mr. X”(anche se era risaputo a Washington chi l’avesse scritto). Da quel momento, il “contenimento” di ciò che fino alla crisi sino-sovietica veniva chiamato blocco sovietico, fu la firma della politica estera e militare di Washington. L’idea era circondare Unione Sovietica e Cina militarmente, economicamente e diplomaticamente, assieme alla fascia di Stati comunisti da Ungheria e Cecoslovacchia in Europa orientale alla Corea democratica sul Pacifico e dalla Siberia alle SSR dell’Asia centrale dell’Unione Sovietica. In altre parole, la maggior parte del territorio euroasiatico. E poi fin quando il muro di Berlino nel 1989 crollò e l’Unione Sovietica scomparve dalla faccia della Terra, nel 1991. Assieme all’ex mondo comunista, la politica del contenimento finì nella pattumiera della storia, o no? Stranamente, come sottolinea oggi lo storico e autore di TomDispatch Alfred McCoy, se si guardano le basi militari di Washington (che, se non altro, si sono ampliate nell’epoca post-sovietica), ai suoi conflitti e al centro della sua politica estera, i tentativi statunitensi di “contenere” le roccaforti dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, non sono mai cessati. Dopo il passaggio di quasi un quarto di secolo dalla Guerra Fredda, la mappa di quei presidi, e dei conflitti che li seguono, sembra ancora stranamente familiare. Ed ecco una cosa ancora più strana, come McCoy chiarisce: gli Stati Uniti non sono la prima potenza imperiale a sforzarsi di “contenere” l’Eurasia. Nel 1945, quando la seconda guerra mondiale si concluse con la Gran Bretagna e il suo impero in via di esaurimento, gli Stati Uniti ereditarono l’anonima politica del “contenimento” inglese prima che Kennan pensasse di usarne il termine. E’ strano rendersi conto che il “contenimento”, come politica imperiale, ha una storia che, in un certo senso, ha più di due secoli. E’ abbastanza strano, infatti, che McCoy rivolga l’attenzione al tema contribuendo a dare un senso al tagliente rapporto USA-Cina per il resto di questo secolo. Tom

La geopolitica del declino globale degli USA
Washington contro Cina nel XXI secolo
Alfred W. McCoy
987-MackinderBriesemeisterInfatti, anche per il più grande degli imperi, la geografia è spesso destino. Non lo si saprebbe a Washington, però. Le élite della sicurezza politica nazionale e della politica estera statunitensi continuano ad ignorare le basi della geopolitica che hanno plasmato il destino degli imperi mondiali negli ultimi 500 anni. Di conseguenza, hanno perso il senso dei rapidi cambiamenti globali in Eurasia che sono in procinto di minare la grande strategia per il dominio mondiale che Washington ha perseguito in questi ultimi sette anni. Uno sguardo a ciò che accade nella “saggezza” di Washington in questi giorni, rivela una visione del mondo stordita dall’insularità. Si prenda ad esempio il politologo di Harvard Joseph Nye, Jr., noto per il suo concetto di “soft power”. Offrendo una semplice lista di modi in cui crede che il potere militare, economico e culturale degli USA rimanga unico e superiore, ha recentemente sostenuto che non vi sia alcuna forza, interna o globale, in grado di eclissare in futuro gli USA quale potenza più importante del mondo. Per chi punta sull’impennata economica di Pechino proclamando il “secolo cinese”, Nye elenca aspetti negativi: il reddito pro capite della Cina, “ci vorranno decenni per recuperare il ritardo (se mai)” con gli USA; è miope, “focalizzata su politiche principalmente regionali” e “non sviluppa alcuna funzionalità significativa come forza di proiezione globale”. Soprattutto Nye sostiene che la Cina soffre di “svantaggi geopolitici nell’equilibrio di potere asiatico, rispetto agli USA”. Oppure mettiamola così (e in questo Nye è tipico di come si pensa il mondo a Washington): con più alleati, navi, caccia, missili, denaro, brevetti e film di successo rispetto a qualsiasi altra potenza, Washington vince a mani basse. Se il professor Nye dipinge la potenza dai numeri, l’ultimo tomo dell’ex-segretario di Stato Henry Kissinger, modestamente intitolato Ordine mondiale, salutato sulle riviste come niente di meno che una rivelazione, adotta una prospettiva nietzscheana. L’intramontabile Kissinger ritrae la politica globale come plastica così assai plasmabile per i grandi leader dalla volontà di potenza. Con questa misura, secondo la tradizione di maestri diplomatici europei come Charles de Talleyrand e il principe Metternich, il presidente Theodore Roosevelt era un visionario coraggioso che lanciò “il ruolo americano nella gestione dell’equilibrio Asia-Pacifico”. D’altra parte, il sogno idealistico di Woodrow Wilson dell’autodeterminazione nazionale lo rendeva geopoliticamente inetto e Franklin Roosevelt era cieco verso l’inflessibile “strategia globale” del dittatore sovietico Josif Stalin. Harry Truman, al contrario, superò l’ambivalenza nazionale impegnando “gli USA nella formazione di un nuovo ordine internazionale”, una politica saggiamente seguita dai successivi 12 presidenti. Tra i più “coraggiosi”, Kissinger insiste, vi era il leader per “coraggio, dignità e convinzione”, George W. Bush, la cui risolutezza nel “trasformare l’Iraq tra gli Stati più repressivi del Medio Oriente a democrazia multipartitica” sarebbe riuscita se non fosse stato per la “sovversione spietata” della sua opera da parte di Siria e Iran. In tale prospettiva, la geopolitica non ha luogo; solo la coraggiosa visione di “statisti” e re conta davvero. E forse questa è una prospettiva confortante per Washington, in un momento in cui l’egemonia statunitense va visibilmente sgretolandosi tra i sommovimenti tettonici del potere globale. Con i sacri veggenti di Washington sorprendentemente ottusi sul tema del potere geopolitico, forse è il momento di tornare alle origini. Ciò significa ritornare al testo fondante della moderna geopolitica, che rimane una guida indispensabile anche se pubblicata su una oscura rivista geografia inglese oltre un secolo fa.

eGruposDMime.cgiSir Halford inventa la Geopolitica
In una fredda serata di Londra del gennaio 1904, Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics, mise in “trance” il pubblico al Royal Geographical Society, nel Savile Row, con un documento audacemente intitolato “Il Perno geografico della storia“. Da questa presentazione si evince, secondo il presidente della società, “una splendida descrizione… raramente eguagliata in questa stanza“. Mackinder sostenne che il futuro del potere globale non risiede, come la maggior parte degli inglesi immaginava, nel controllo delle rotte marittime globali, ma nel controllo della vasta massa di terra chiamata “Euro-Asia”. Volgendo l’epicentro del pianeta dall’America al centro dell’Asia, quindi inclinando l’asse terrestre a nord, appena oltre la proiezione equatoriale di Mercatore, Mackinder ridisegnava e riconcettualizzava la mappa del mondo. La sua nuova mappa mostra Africa, Asia, Europa non come tre continenti separati, ma come massa di terra unitaria, una vera e propria “isola mondo”. Il suo ampio e profondo “Heartland”, 4000 miglia dal Golfo Persico al Mare della Siberia, è così enorme che può essere controllato solo dai sue “rimlands”, in Europa orientale, o quella che lui chiamava “margine” marittimo nei mari circostanti. Ne la “Scoperta della rotta del Capo per le Indie” nel XVI secolo, Mackinder scrisse, “dotando la Cristianità dell’ampia possibilità di mobilitare la potenza… avvolgendo l’influenza intorno alla potenza terrestre eurasiatica che fino ad allora ne aveva minacciato l’esistenza“. Questa maggiore mobilità, poi spiegò, diede ai marinai dell’Europa “la superiorità per circa quattro secoli sugli uomini delle terre di Africa e Asia”. Eppure il “cuore” di questa vasta massa, un'”area pivot” che si estende dal Golfo Persico al fiume Yangtze della Cina, rimase niente di meno che la leva di Archimede della futura potenza mondiale. “Chi domina l’Heartland comanda l’Isola-Mondo”, riassumeva più avanti la situazione Mackinder. “Chi domina l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Al di là della vasta massa dell’isola-mondo, che costituiva quasi il 60% della superficie della Terra, c’era un emisfero meno conseguente coperto da ampi oceani e alcune periferiche “isole minori”, cioè naturalmente Australia e Americhe. Nella generazione precedente, l’apertura del Canale di Suez e l’avvento della navigazione a vapore “aumentarono la mobilità del potere marittimo (relativo) rispetto a quello terrestre”. Ma le ferrovie in futuro potrebbero “lavorare con maggior meraviglia nella steppa“, affermò Mackinder, riducendo i costi del trasporto marittimo e spostando il centro del potere geopolitico nell’entroterra. Nel tempo lo “Stato pivot” della Russia poteva, in alleanza con un’altra potenza come la Germania, espandersi “sulle terre marginali di Euro-Asia” permettendo “l’uso di vaste risorse continentali per costruire la flotta, e l’impero mondiale sarebbe stato in vista“. Per due ore, mentre leggeva un testo spesso dalla sintassi contorta e dai riferimenti classici, come ci si aspettava da un ex-docente di Oxford, il suo pubblico comprendeva di venire a conoscenza di qualcosa di straordinario. Diversi rimasero a fare ampi commenti. Ad esempio, il famoso analista militare Spenser Wilkinson, il primo a tenere una cattedra di storia militare a Oxford, si pronunciò poco convinto della “moderna espansione della Russia”, insistendo sul fatto che le potenze navali inglese e giapponese avrebbero continuato la funzione storica di mantenere “l’equilibrio tra le forze divise… sull’area continentale”. Incalzato dai suoi ascoltatori, considerando altri fatti o fattori tra cui “l’aria come mezzo di locomozione”, Mackinder rispose: “Il mio obiettivo non è prevedere il grande futuro di questo o quel Paese, ma avere una formula geografica cui poter adattare un qualsiasi equilibrio politico“. Invece di eventi specifici, Mackinder cercava una teoria generale sul nesso di causalità tra geografia e potenza globale. “Il futuro del mondo“, insisteva, “dipende dal mantenimento di (un) equilibrio di potere” tra potenze marittime come la Gran Bretagna o il Giappone, attive sul margine marittimo, e “le forze interne espansive” dal cuore euro-asiatico che erano intente a contenere.
Non solo Mackinder dava voce a una visione del mondo che avrebbe influenzato la politica estera della Gran Bretagna per diversi decenni, ma in quel momento creava la scienza moderna della “geopolitica”, lo studio di come la geografia può, in determinate circostanze, formare il destino di interi popoli, nazioni e imperi. Da quella notte a Londra, naturalmente, è passato tanto tempo. Era un’altra epoca. L’Inghilterra era ancora in lutto per la morte della regina Vittoria. Teddy Roosevelt era presidente. Henry Ford aveva appena aperto una piccola fabbrica automobilistica a Detroit per il suo Modello A, un’automobile dalla velocità massima di 28 miglia all’ora. Solo un mese prima, il “Flyer” dei fratelli Wright aveva preso il volo per la prima volta volando per 30 metri, per l’esattezza. Tuttavia, per i successivi 110 anni le parole di Sir Halford Mackinder offrirono un prisma di eccezionale precisione per capire la geopolitica spesso oscura che guidava i principali conflitti del mondo, due guerre mondiali, una guerra fredda, le guerre asiatiche degli USA (Corea e Vietnam), le due guerre del Golfo Persico e anche la pacificazione infinita dell’Afghanistan. La domanda di oggi è: come può Sir Halford aiutarci a capire non solo il secolo passato, ma il mezzo secolo prossimo?

Britannia Rules the Waves
Nell’era della potenza marittima durata poco più di 400 anni, dal 1602 alla Conferenza sul disarmo di Washington del 1922, le grandi potenze furono in competizione per il controllo dell’isola-mondo eurasiatica attraverso le rotte marittime circostanti che si estendevano per 15000 miglia da Londra a Tokyo. Lo strumento del potere era, naturalmente, la nave, prima con le fregate, poi con portaerei, corazzate, sottomarini e aerei. Mentre gli eserciti terrestri nuotavano nel fango della Manciuria o della Francia in battaglie dalle perdite da capogiro, le marine imperiali incrociavano sui mari, manovrando per il controllo di coste e continenti. Al culmine della potenza imperiale intorno al 1900, la Gran Bretagna dominava i mari con una flotta di 300 grandi navi e 30 bastioni navali, basi che circondavano l’isola-mondo dal Nord Atlantico a Scapa Flow al Mediterraneo, Malta e Suez, a Bombay, Singapore e Hong Kong. Proprio come l’impero romano racchiuse il Mediterraneo, facendone il Mare Nostrum, la potenza inglese fece nell’Oceano Indiano il proprio “mare chiuso”, garantendosi i fianchi con le forze dell’esercito alla Frontiera nord-occidentale dell’India e bloccando persiani e ottomani costruendo basi navali del Golfo Persico. Con tale manovra, la Gran Bretagna si assicurò il controllo su Arabia e Mesopotamia, terreno strategico che Mackinder definì “il passaggio terrestre dall’Europa alle Indie” e via al “cuore” dell’isola mondo. Da questo punto di vista geopolitico, il XIX secolo fu, in fondo, la rivalità strategica spesso chiamata “Grande Gioco” tra Russia “al comando di quasi tutto l’Heartland… che bussava alle porte via terra delle Indie“, e la Gran Bretagna “che avanzava verso l’interno dai porti dell’India per affrontare la minaccia da nord-ovest”. In altre parole, Mackinder concluse “le realtà geografiche finali” dell’era moderna sono potenza marittima contro potenza terrestre o “World-Island e Heartland”. Rivalità intense, prima fra Inghilterra e Francia, poi Inghilterra e Germania, che guidarono l’implacabile gara europea degli armamenti navali che portò il costo della potenza marittima a livelli insostenibili. Nel 1805, l’ammiraglia dell’ammiraglio Nelson, la HMS Victory, con il suo scafo di quercia pesava appena 3500 tonnellate, combatté nella battaglia di Trafalgar contro la flotta di Napoleone navigando a nove nodi, e i suoi 100 cannoni ad anima liscia sparavano palle da 42 libbre a una gittata massima di 400 metri. Nel 1906, solo un secolo più tardi, la Gran Bretagna varò la prima corazzata moderna del mondo, la HMS Dreadnought, con scafo in acciaio dallo spessore di 30 cm, del peso di 20000 tonnellate, le cui turbine a vapore consentivano una velocità di 21 nodi, e i cui cannoni meccanizzati da 305mm permettevano di sparare rapidamente proiettili da 400kg fino a 12 km. Il costo di questo leviatano fu di 1,8 milioni di sterline, pari a quasi 300 milioni di oggi. Nel giro di un decennio, una mezza dozzina di potenze svuotò il tesoro per costruire flotte di queste costosissime letali corazzate. Grazie ad una combinazione di superiorità tecnologica, portata globale e alleanze navali con Stati Uniti e Giappone, la pax britannica durò un intero secolo, dal 1815 al 1914. Alla fine, tuttavia, questo sistema globale fu afflitto dall’accelerazione della corsa agli armamenti navali, dalla volatile diplomazia da grande potenza e dall’aspra gara per l’impero d’oltremare che implose nella strage insensata della prima guerra mondiale, lasciando 16 milioni di morti nel 1918.Valiant_ShieldIl secolo di Mackinder
Come l’eminente storico degli imperi Paul Kennedy una volta osservò, “il resto del Novecento testimonia la tesi di Mackinder“, con due guerre mondiali combattute sui suoi “rimlands”, dall’Est Europa attraverso il Medio Oriente all’Asia orientale. In effetti, la prima guerra mondiale fu, come lo stesso Mackinder in seguito osservò, “un duello diretto tra potenza terrestre e potenza marittima“. Alla fine della guerra nel 1918, le potenze del mare, Gran Bretagna, USA e Giappone, inviarono spedizioni navali ad Arcangelo, Mar Nero e Siberia per contenere la rivoluzione della Russia nel suo “cuore”. Riflettendo l’influenza di Mackinder sul pensiero geopolitico in Germania, Adolf Hitler rischiò il suo Reich nel tentativo criminale di catturare il cuore russo quale spazio vitale, per la sua “razza superiore”. L’opera di Sir Halford contribuì a plasmare le idee del geografo tedesco Karl Haushofer, fondatore della rivista Zeitschrift für Geopolitik, fautore del concetto di Lebensraum e consigliere di Adolf Hitler e del suo vice Rudolf Hess. Nel 1942, il Führer inviò un milione di uomini, 10000 pezzi di artiglieria e 500 carri armati per forzare il Volga a Stalingrado. Alla fine, le sue forze subirono 850000 feriti, uccisi e catturati nel vano tentativo di sfondare il Rimland europeo-orientale nella regione centrale dell’isola-mondo. Un secolo dopo la conferenza di Mackinder, un altro studioso inglese, lo storico degli imperi John Darwin ha sostenuto nel suo saggio Dopo Tamerlano, che gli Stati Uniti avevano raggiunto l'”Imperium colossale… su scala senza precedenti” a seguito della seconda guerra mondiale, divenendo la prima potenza nella storia a controllare i punti strategici assiali “su entrambe le estremità dell’Eurasia” (sua interpretazione di “Euro-Asia” di Mackinder). Temendo l’espansione cinese e russa quale “catalizzatore della collaborazione”, gli Stati Uniti occuparono i bastioni imperiali di Europa occidentale e Giappone. Con questi punti assiali come ancoraggio, Washington costruì un arco di basi militari seguendo il modello marittimo della Gran Bretagna che ha visibilmente lo scopo di circondare l’isola-mondo.

La geopolitica assiale degli USA
Dopo aver preso le estremità assiali dell’isola-mondo da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti aumentarono le barriere della potenza militare per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico. Spogliata dai fronzoli ideologici, la grande strategia anticomunista del “contenimento” della Guerra Fredda di Washington era poco più che un processo di successione imperiale. Il Regno unito esaurito su sostituito ai “margini” marittimi, ma la realtà strategica rimase sostanzialmente la stessa. Infatti, nel 1943, due anni prima della fine della seconda guerra mondiale, un Mackinder invecchiato pubblicò il suo ultimo articolo, “Il Mondo e la Conquista della Pace“, per l’influente rivista degli Stati Uniti Foreign Affairs. In esso ricordò agli statunitensi che aspiravano ad una “grande strategia” nella versione inedita dell’egemonia planetaria, che anche il loro “sogno della forza aerea globale” non cambiava le basi geopolitiche. “Se l’Unione Sovietica emerge da questa guerra come vincitrice sulla Germania”, avvertì, “diverrà la più grande potenza terrestre sul globo”, controllando “la più grande fortezza naturale sulla terra“. Quando si giunse a creare la nuova Pax Americana post-bellica, fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’US Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si basò a Napoli nel 1946 per il controllo dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per il Pacifico occidentale; e la Quinta Flotta in Bahrain nel Golfo Persico dal 1995. Successivamente, i diplomatici statunitensi aggiunsero cerchie di alleanze militari, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e trattato di sicurezza nippo-statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano una rete globale di 450 basi militari in 36 Paesi volti, in gran parte, a contenere il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai “rimlands” di Mackinder nel continente eurasiatico. Alla fine della guerra fredda, nel 1990, l’accerchiamento di Cina comunista e Russia richiese 700 basi all’estero, una forza aerea di 1763 jet da combattimento, un vasto arsenale nucleare, più di 1000 missili balistici, una flotta di 600 navi, di cui 15 gruppi tattici di portaerei nucleari, tutti collegati al solo sistema globale di satelliti per le comunicazioni.
Fulcro del perimetro strategico di Washington intorno all’isola mondo è la regione del Golfo Persico, dove da quasi 40 anni è il luogo del continuo intervento statunitense, palese ed occulto. La rivoluzione del 1979 in Iran significò la perdita di un Paese chiave dell’arco di potenza degli Stati Uniti nel Golfo e lasciò Washington lottare per ricostruirsi la presenza regionale. A tal fine, allo stesso tempo sostenne l’Iraq di Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran rivoluzionario e armò i più estremisti mujahidin afghani contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. E’ in tale contesto che Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, scatenò la strategia per sconfiggere l’Unione Sovietica con una agilità geopolitica ancora oggi poco compresa. Nel 1979, Brzezinski, aristocratico polacco declassato e in unica sintonia con le realtà geopolitiche del suo continente nativo, convinse Carter ad intraprendere l’operazione Ciclone con massicci finanziamenti, arrivati a 500 milioni di dollari all’anno alla fine degli anni ’80. Il suo obiettivo: mobilitare i militanti musulmani per attaccare il ventre molle nell’Asia centrale dell’Unione Sovietica e imporre un cuneo islamista nel cuore sovietico, per infliggere contemporaneamente una sconfitta demoralizzante all’Armata Rossa in Afghanistan e staccare il “Rimland” dell’Europa dell’Est dall’orbita di Mosca. “Non abbiamo spinto i russi ad intervenire (in Afghanistan)“, disse Brzezinski nel 1998 spiegando la sua geopolitica nella versione da Guerra Fredda del Grande Gioco “ma consapevolmente aumentammo le probabilità che avvenisse… Quell’operazione segreta fu un’ottima idea. Il suo effetto fu trascinare i russi nella trappola afghana“. Alla domanda sull’eredità di questa operazione, trattandosi di creare un Islam militante ostile agli Stati Uniti, Brzezinski, che ha studiato e spesso cita Mackinder, fu freddamente impenitente. “Cos’è più importante per la storia del mondo?” Chiese. “I taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani esagitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?” Eppure, anche la splendida vittoria degli USA nella guerra fredda con l’implosione dell’Unione Sovietica, non avrebbe trasformato i fondamenti geopolitici dell’isola-mondo. Di conseguenza, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, la prima incursione estera di Washington nella nuova era fu il tentativo di ristabilire la sua posizione dominante nel Golfo Persico, con l’occupazione di Sadam Husayn del Quwayt quale pretesto. Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, lo storico Paul Kennedy ritornò sul trattato di Mackinder per spiegare questa disavventura apparentemente inspiegabile. “In questo momento, con centinaia di migliaia di truppe statunitensi nei rimlands eurasiatici“, Kennedy scrisse sul Guardian, “sembra che Washington prenda sul serio l’ingiunzione di Mackinder di garantirsi il controllo del ‘perno geografico della storia'”. Se interpretiamo queste osservazioni in modo ampio, l’improvvisa proliferazione delle basi militari USA in Afghanistan e Iraq andava vista come ennesimo tentativo imperiale di avere una posizione centrale ai margini del cuore eurasiatico, come le antiche fortezze coloniali inglesi lungo la Frontiera di Nordovest dell’India. Negli anni successivi, Washington tentò di sostituire i suoi inefficaci soldati a terra con i droni. Nel 2011 l’Air Force e la CIA accerchiarono il continente eurasiatico con 60 basi per la loro flotta di droni, il cui cavallo di battaglia è il Reaper, armato di missili Hellfire e bombe GBU-30, con un raggio di 1150 miglia, potendo da queste basi colpire obiettivi quasi ovunque in Africa e Asia. Significativamente le basi dei droni ora punteggiano i margini marittimi intorno all’isola-mondo, da Sigonella, Sicilia, a Incirlik in Turchia; Gibuti sul Mar Rosso; Qatar e Abu Dhabi nel Golfo Persico; Isole Seychelles nell’Oceano Indiano; Jalalabad, Khost, Kandahar e Shindand in Afghanistan; e nel Pacifico, a Zamboanga nelle Filippine e l’Andersen Air Base sull’isola di Guam, tra gli altri luoghi. Per pattugliare questa periferia, il Pentagono spende 10 miliardi di dollari costruendo una flotta di 99 Global Hawk dotati di telecamere ad alta risoluzione in grado di sorvegliare il terreno per un raggio di cento miglia, sensori elettronici che possono sorvegliare tutte le comunicazioni, e motori efficienti capaci di 35 ore di volo continuo e un’autonomia di 8700 miglia.preview006_risultatoLa strategia della Cina
Le azioni di Washington, in altre parole, sono qualcosa di vecchio, anche se su scala inimmaginabile. Ma l’ascesa della Cina a prima economia del mondo, impensabile un secolo fa, rappresenta qualcosa di nuovo e così rischia di ribaltare la geopolitica marittima che ha plasmato il potere mondiale negli ultimi 400 anni. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla costruzione di una flotta oceanica come gli inglesi, o una flotta aerospaziale globale come gli USA, la Cina raggiunge le profondità dell’isola mondo, nel tentativo di ridisegnare completamente le basi geopolitiche del potere globale. Usa una strategia sottile, che finora ha eluso l’élite al potere a Washington. Dopo decenni di preparazione tranquilla, Pechino ha recentemente iniziato a rivelare la sua grande strategia per il potere globale, agendo attentamente. Il piano in due fasi è volto a costruire un’infrastruttura transcontinentale per l’integrazione economica dell’isola mondo dall’interno, mobilitando forze militari per affettare chirurgicamente l’accerchiamento di Washington. Il primo passo è il progetto mozzafiato di costruite una infrastruttura per l’integrazione economica del continente. Stabilendo una complessa ed enormemente costosa rete di ferrovie alta velocità e alto volume, così come oleodotti e gasdotti per tutta la grande Eurasia, la Cina realizzerà la visione di Mackinder in modo nuovo. Per la prima volta nella storia, il movimento veloce transcontinentale di carichi cruciali, petrolio, minerali e manufatti, sarà possibile su larga scala, quindi unificando potenzialmente questa vasta massa in un’unica zona economica che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In questo modo, la leadership di Pechino spera di spostare il centro del potere geopolitico dalla periferia marittima al cuore del continente. “Le ferrovie trans-continentali ora mutano le condizioni della potenza terrestre“, scrisse Mackinder nel 1904 quando la “precaria” ferrovia a binario unico Transiberiana, la più lunga del mondo, attraversò il continente per 5700 miglia da Mosca a Vladivostok. “Ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie“, aggiunse. “Gli spazi nell’Impero Russo e nella Mongolia sono così vasti, e le loro potenzialità in… carburante e metalli così incalcolabili che un vasto mondo economico, più o meno isolato, vi si svilupperà inaccessibile al commercio oceanico“. Mackinder era un po’ prematuro. La rivoluzione russa del 1917, la rivoluzione cinese del 1949, e i successivi 40 anni di guerra fredda rallentarono un reale sviluppo per decenni. In questo modo, al “cuore” eurasiatico fu negata crescita economica ed integrazione, grazie anche a barriere ideologiche artificiali; cortina di ferro e poi frattura cino-sovietica bloccarono qualsiasi costruzione di infrastrutture nel vasto territorio euroasiatico. Ma non più. Solo pochi anni dopo la fine della guerra fredda, l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale Brzezinski, allora fortemente critico sulla visione globale delle élite politiche repubblicane e democratiche, iniziò a lanciare segnali di avvertimento sull’inetta geopolitica di Washington. “Da quando i continenti iniziarono ad interagire politicamente, circa cinquecento anni fa”, scrisse nel 1998, parafrasando Mackinder, “L’Eurasia è stata il centro del potere mondiale. La potenza che domina l”Eurasia’ controllerà due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo… rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo“. Mentre tale logica geopolitica fu elusa da Washington, venne ben compresa a Pechino. In effetti, negli ultimi dieci anni la Cina ha lanciato il più grande investimento infrastrutturale mondiale, che già conta un trilione di dollari, da quando Washington avviò l’U.S. Interstate Highway System nei lontani anni ’50. Le cifre su rotaie e condotti costruiti sbalordiscono. Tra 2007 e 2014 la Cina ha posto nelle sue campagne 9000 miglia di ferrovie per i nuovi treni ad alta velocità, più del resto del mondo messo insieme. Il sistema ora trasporta 2,5 milioni di passeggeri al giorno a una velocità massima di 240 miglia all’ora. Il sistema sarà completato nel 2030, aggiungendo 16000 miglia di ferrovie ad alta velocità al costo di 300 miliardi di dollari, collegando tutte le principali città della Cina. Allo stesso tempo, la leadership cinese ha cominciato a collaborare con gli Stati vicini su un imponente progetto per integrare la rete ferroviaria nazionale con una rete transcontinentale. Dal 2008, tedeschi e russi si sono uniti ai cinesi nel lancio del “Ponte Eurasiatico”. Due rotte est-ovest, la vecchia Transiberiana a nord e la nuova rotta a sud lungo l’antica Via della Seta, attraverso il Kazakistan, hanno lo scopo di unire tutta l’Eurasia. Sulla rotta più veloce del sud, container di manufatti ad alto valore aggiunto come computer e parti per auto, viaggiano per 6700 miglia da Lipsia, in Germania, a Chongqing, in Cina, in soli 20 giorni, circa la metà dei 35 giorni per viaggiare via mare.
Nel 2013, le Deutsche Bahn AG (ferrovie tedesche) iniziarono a preparare una terza via tra Amburgo e Zhengzhou, riducendo i tempi ad appena 15 giorni, mentre la ferroviaria kazaka apriva il collegamento Chongqing-Duisburg dai tempi simili. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava i piani per la costruzione della più lunga linea ferroviaria ad alta velocità del mondo, al costo di 230 miliardi di dollari. Secondo i piani, i treni potranno percorrere le 4300 miglia tra Pechino e Mosca in soli due giorni. Inoltre, la Cina costruisce due ramificazioni verso sud-ovest e sud, in direzione dei “margini” marittimi dell’isola-mondo. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha firmato un accordo con il Pakistan per spendere 46 miliardi di dollari sul corridoio economico Cina-Pakistan. Autostrade, collegamenti ferroviari e condutture copriranno le quasi 2000 miglia da Kashgar nello Xinjiang, la provincia più occidentale della Cina, all’impianto portuale di Gwadar, in Pakistan, aperto nel 2007. La Cina ha investito più di 200 miliardi di dollari nella costruzione del porto strategico di Gwadar sul Mar Arabico, a 370 miglia dal Golfo Persico. Dal 2011, la Cina ha anche iniziato ad estendere le sue linee ferroviarie nel Laos, nel sud-est asiatico, al costo iniziale di 6,2 miliardi di dollari. Alla fine, una linea ad alta velocità trasporterà passeggeri e merci da Kunming a Singapore, in sole 10 ore. In questo stesso dinamico decennio, la Cina ha costruito una vasta rete di gasdotti e oleodotti trans-continentali per importare combustibili da tutta l’Eurasia ai suoi centri abitati, nel nord, centro e sud-est. Nel 2009, dopo un decennio di lavori, la China National Petroleum Corporation (CNPC) ha aperto la fase finale del Kazakistan-China Oil Pipeline, che si estende per 1400 miglia dal Mar Caspio al Xinjiang. Allo stesso tempo, la CNPC ha collaborato con il Turkmenistan per inaugurare il gasdotto Asia Centrale-Cina, lungo 1200 miglia, in gran parte parallelo al Kazakstan-China Oil Pipeline, il primo a trasportare gas naturale dalla regione alla Cina. Bypassando lo stretto di Malacca controllato dall’US Navy, CNPC ha aperto una pipeline Cina-Myanmar nel 2013 per trasportare petrolio del Medio Oriente e gas naturale birmano lungo le 1500 miglia dal Golfo del Bengala al sud-ovest della Cina. Nel maggio 2014, l’azienda firmava un accordo 30ennale da 400 miliardi con il colosso energetico russo Gazprom per trasportare 38 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno entro il 2018, attraverso una rete settentrionale di gasdotti ancora da completare attraverso Siberia e Manciuria.
Anche se massicci, questi progetti sono solo una parte del boom delle costruzioni che negli ultimi cinque anni ha tessuto una rete di oleogasotti in Asia centrale e meridionale, in Iran e Pakistan. Il risultato sarà presto un’infrastruttura energetica interna integrante la vasta rete russa di oleodotti, che si estende sull’Eurasia dall’Atlantico al Mar Cinese Meridionale. Per sfruttare tali sconcertanti piani di crescita regionali, nell’ottobre 2014 Pechino annunciava la creazione della Banca per investimenti infrastrutturali asiatica. La leadership cinese vede questa istituzione come futura alternativa regionale, e alla fine eurasiatica, alla Banca mondiale dominata dagli Stati Uniti. Finora, nonostante le pressioni di Washington per non aderire, 14 Paesi chiave, tra cui stretti alleati degli Stati Uniti come Germania, Gran Bretagna, Australia e Corea del Sud, hanno firmato. Allo stesso tempo, la Cina ha iniziato a costruire rapporti commerciali a lungo termine con le aree ricche di risorse dell’Africa, così come con Australia e Sud-Est asiatico, nell’ambito del suo progetto d’integrazione economica dell’isola-mondo. Infine, Pechino ha da poco rivelato una strategia abilmente progettata per neutralizzare le forze militari di Washington disposte intorno al perimetro del continente. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha annunciato la costruzione del massiccio corridoio stradale-ferroviario-gasifero dalla Cina occidentale al nuovo porto di Gwadar, in Pakistan, creando la logistica per le future installazioni navali nel Mare Arabico ricco di energia. A maggio, Pechino ha intensificato le pretese sul controllo esclusivo sul Mar Cinese Meridionale, ampliando la base navale di Longpo sull’isola di Hainan a prima struttura per sottomarini nucleari della regione, accelerandone il dragaggio per creare tre nuovi atolli che potrebbero diventare aeroporti militari nelle controverse isole Spratley, e avvertendo formalmente l’US Navy di stare alla larga. Con la costruzione delle infrastrutture militari nel Mar cinese meridionale e nel Mar arabico, Pechino forgia la futura capacità di compromettere chirurgicamente e strategicamente il contenimento militare statunitense. Allo stesso tempo, Pechino sviluppa piani per sfidare il dominio di Washington nello spazio e nel cyberspazio. Per esempio, completerà il proprio sistema satellitare globale entro il 2020, prima sfida al dominio di Washington sullo spazio da quando gli Stati Uniti lanciarono il sistema di 26 satelliti di comunicazione per la difesa nel 1967. Allo stesso tempo, Pechino costruisce una formidabile capacità di cyberguerra.
In un decennio o due, in caso di necessità, la Cina sarà pronta a tagliare chirurgicamente l’accerchiamento continentale di Washington in alcuni punti strategici, senza dover confrontarsi con la potenza globale delle forze armate statunitensi, potenzialmente rendendo inutile la vasta flotta di portaerei, incrociatori, droni, caccia e sottomarini statunitensi. Senza la visione geopolitica di Mackinder e della sua generazione di imperialisti inglesi, l’attuale leadership statunitense non è riuscita a cogliere il significato del cambiamento globale radicale in atto sul territorio euroasiatico. Se la Cina riesce a collegare le sue industrie in crescita alle vaste risorse naturali del cuore eurasiatico, molto probabilmente, come Sir Halford Mackinder previde quella fredda sera di Londra nel 1904, “l’impero mondiale sarà in vista“.Newsilkroad2Alfred W. McCoy, autore di TomDispatch, detiene la cattedra Harrington di Storia presso l’Università del Wisconsin-Madison. È redattore di Endless Empire: Spain’s Retreat, Europe’s Eclipse, America’s Decline e autore di Policing America’s Empire: The United States, the Philippines, and the Rise of the Surveillance State.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina: domanda di risorse e mutamento della politica estera

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 07/06/2015iran-china-joint-naval-drillLa politica estera della Cina, in particolare verso Medio Oriente e Africa, era plasmata dalle crescenti esigenze in petrolio e altre risorse naturali, portando ad una situazione che si può riassumere così: maggiore è la domanda, più è politicamente impegnata nel Medio Oriente e Paesi da cui importa petrolio. Nel giro di una sola generazione, grazie a una crescita economica senza precedenti, la Cina è passata dall’autosufficienza nel greggio (produzione di ciò che consuma) a quasi sostituire gli Stati Uniti come primo importatore di carburante. Nel 2014, la Cina ha importato circa 6,2 milioni di barili al giorno in media e, più che semplice coincidenza, la maggior parte delle importazioni cinesi di petrolio proviene da una delle regioni più instabili del mondo: il Medio Oriente. Anche in questo caso, non si tratta solo di mera coincidenza che il principale competitore- strategico degli Stati Uniti, la Cina, sia la forza preponderante. Pertanto, la Cina prevede una ‘nuova’ politica estera dettata non solo dall’economia politica, ma anche da considerazioni geostrategiche mondiali. Tale maggiore ricorso a Paesi instabili ha spinto la Cina ad intraprendere il primo dispiegamento all’estero di forze da combattimento per il mantenimento della pace in Africa, poi seguita da un ruolo maggiore nella risoluzione dei conflitti in Afghanistan. Anche se la Cina non importa petrolio dall’Afghanistan, il Paese ha risorse sufficienti che la Cina può sfruttare in futuro. Sull’Africa, nel 2013, Pechino ha inviato 170 truppe in Mali per impedire che i tumulti si riversassero nei vicini ricchi di petrolio, come Algeria e Libia. Un anno dopo, con un altro ‘pugno da diplomazia aggressiva’, la Cina risaltò nei colloqui di pace tra fazioni in guerra nel Sud Sudan. Nel Medio Oriente, nel dicembre 2014 la Cina offrì sostegno militare all’Iraq tramite attacchi aerei contro lo Stato islamico. Nuovi impegni alimentati dal petrolio della Cina hanno visto un passo definitivo verso il Medio Oriente quando, nel novembre 2014, Pechino offrì a Washington denaro (circa 10 milioni di dollari) per aiutare gli sfollati in Iraq. Venendo da un Paese che ha visto a lungo negli interventi militari degli Stati Uniti la punta dei nefasti complotti occidentali, tali offerte erano assolutamente sorprendenti per molti che vedono nella Cina uno Stato politicamente ‘disinteressato’. Tuttavia, poiché la domanda cinese di petrolio e altre risorse è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni, e le regioni che riforniscono Cina di adeguate risorse diventano instabili e preda del caos, anche la Cina è costretta ad adeguamenti politici necessari per garantirsi le forniture di risorse in modo da mantenere attiva l’industria. Il caso cinese, in altre parole, è un classico esempio di ‘superpotenza’ che cade nella ‘trappola’, come alcuni amano chiamarlo, tesa da un’altra superpotenza, gli Stati Uniti; nulla aiuterebbe gli Stati Uniti più della Cina impegnata militarmente in Medio Oriente, mandandone in frantumi l’immagine di Stato che non interferisce.
inline_9e65ccb6-3d0_768786a.jpg_risultato Tuttavia, sarebbe una semplificazione eccessiva affermare che la Cina cade nella trappola degli Stati Uniti. La decisione della Cina d’inviare truppe è una mossa molto calcolata e risultato di alcuni dibattiti politici seri nei circoli dominanti degli ultimi anni. Tale importante cambio nella diplomazia e politica estera è, in quanto tale, in perfetta linea con le discussioni aperte di alti funzionari, tra cui in particolare il Ministro degli Esteri Wang Yi, sul ruolo cinese sempre più importante nelle regioni suddette. Anche se la Cina opera o si offre di operare nella regione senza alleanze o trattati formali di difesa o sicurezza, il fatto che sia disposta ad operarvi è uno sviluppo che va considerato, senza tralasciare una domanda molto importante: La Cina sostituisce gli Stati Uniti in Medio Oriente? Non possiamo avere una risposta categorica, tuttavia, vi sono segnali abbastanza chiari che la Cina lentamente e in maniera molto calcolata, entra nell’arena politica; se non lo facesse, non poterebbe così facilmente trarre la quantità di petrolio necessaria per mantenere la sua economia ‘funzionale’. Ma garantire la produzione di petrolio non è l’unica preoccupazione della Cina. Il trasporto, naturalmente, è anche una delle principali preoccupazioni. Più dell’80 per cento delle importazioni di petrolio di Pechino attraversa un collo di bottiglia, lo Stretto di Malacca nei pressi di Singapore, che si riduce a meno di due miglia di larghezza attraversate da oltre 15 milioni di barili di petrolio al giorno. In un discorso del 2003, Hu Jintao, allora presidente della Cina, articolò il “dilemma di Malacca”: il timore che “alcune grandi potenze”, gli Stati Uniti, potessero ridurre l’ancora di salvezza energetica della Cina in questo stretto passaggio, rispecchiando ciò che gli USA fecero al Giappone durante la seconda guerra mondiale. A sua volta, Hu accelerò il programma di ammodernamento della marina, continuato dal Presidente Xi Jinping con il varo della prima portaerei della Cina, l’introduzione del suo primo missile balistico antinave e triplicando cacciatorpediniere, fregate e sottomarini d’attacco. Alcuni di questi progressi furono indicati nel 2008, quando la Cina schierò in modo permanente pattuglie anti-pirateria sulle rotte al largo delle coste della Somalia e nel Golfo di Aden, prima missione navale all’estero negli ultimi 600 anni. In un passo destinato a eliminare le vulnerabilità marittime, la Cina ha aperto un oleogasdotto attraverso il Myanmar alla fine del gennaio 2015. Il cambiamento nella politica estera della Cina arriva proprio mentre gli Stati Uniti cercano di districarsi da un decennio di guerre difficoltose. Un ritiro completo dal Medio Oriente sarà impossibile, data l’eruzione dello Stato islamico e la vecchia promessa di proteggere l’approvvigionamento energetico degli alleati. Di conseguenza, gli Stati Uniti dovranno capire come lavorare con la Cina, non solo nel perno di Washington in Asia, ma nel perno di Pechino a ovest. Un punto cardine del “pivot” della Cina verso l’occidente è il vasto programma di modernizzazione volto a bloccare il perno degli Stati Uniti in Asia. La relazione del 18° Congresso del Partito afferma che nel prossimo futuro la Cina deve “aumentare lo sfruttamento delle risorse idriche, sviluppare un’economia marittima, proteggere l’ecosistema oceanico, persistere nella tutela degli interessi marittimi nazionali, costruire il potere marittimo“. In altre parole, la nuova leadership include formalmente l’istituzione della potere marittima nella strategia nazionale. Questo obiettivo comprende generalmente tre aspetti: a) gestione efficace, controllo e protezione dello spazio marittimo in precedenza trascurato (per esempio, Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese orientale); b) uso assertivo della diplomazia marittima esercitando influenza notevole su normative e prassi marittime regionali e internazionali; c) uso efficace e razionale delle risorse marittime, dentro e fuori lo spazio sovrano della Cina, divenendo uno delle più potenti economie marittime del mondo. Guidati da questi principi, governo e forze armate cinesi hanno recentemente emanato una serie di misure concrete per proteggere gli interessi aerei, spaziali e marittimi della Cina. D’altra parte, questi sviluppi hanno lo scopo di rafforzare la capacità cinese di agire oltre i confini, soprattutto in Africa e Medio Oriente.
Questi sviluppi degli aspetti del potere marittimo vanno soppesati nella rigorosa, ma calcolata, applicazione in Medio Oriente e in altre regioni. L’approccio politico della Cina al Medio Oriente è rafforzato dalla conclusione sulla situazione degli Stati Uniti nella regione, secondo cui alcuna potenza da sola può ripristinare la stabilità nella regione e intraprendervi uno sviluppo equo e sostenibile. In un certo senso, Washington l’ha interpellata su ciò. I funzionari degli Stati Uniti hanno a lungo spinto la Cina a pesare internazionalmente. Il presidente Barack Obama si lamenta che la Cina sia un “libero battitore” da decenni, beneficiando immensamente del commercio mondiale e dei flussi energetici resi possibili dall’US Navy. In questo senso, le forze di pace cinesi in Africa e i pattugliamenti anti-pirateria sono stati accolti come un segno che Pechino, secondo l’ex-vicesegretario di Stato Robert Zoellick, diviene “azionista responsabile” del sistema internazionale. Tuttavia, la Cina è pienamente consapevole delle conseguenze che potrebbero seguire tale cambiamento, o forse ha già cambiato la politica estera e sua applicazione. “Sostituire gli Stati Uniti è una trappola in cui la Cina non dovrebbe cadere“, ha detto Wang Jian. Allo stesso tempo, ha giustificato la non interferenza cinese con la convinzione del governo che il caos nella regione ha fatto sì che non sia il momento d’intervenire; un approccio che molti nella comunità politica cinese credono permettere alla Cina di lasciare gli Stati Uniti cuocere nel proprio brodo. 20140802_china3

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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