Crescono le tensioni nel Mar Cinese orientale: la Russia come mediatrice

Peter Korzun, Strategic Culture Foundation 11/06/2016000006133Il conflitto per le isole contese nella regione dell’Asia-Pacifico ancora una volta finiscono sotto i riflettori dei media internazionali. Tokyo protesta a Pechino dopo che una fregata cinese è entrata nelle acque dell’arcipelago contestato nel Mar Cinese orientale. Il portavoce del Ministero della Difesa giapponese Yoshitomo Mori ha detto che un cacciatorpediniere della Marina giapponese ha rilevato la nave cinese che entrava nella zona contigua, un’area di 24 miglia nautiche oltre le acque territoriali, delle isole Senkaku, note anche come Diaoyu, il 9 giugno. Il Viceministro degli Esteri Akitaka Saeki convocava l’ambasciatore della Cina Chen Yonghua, presentando una protesta “dalla grave preoccupazione” e la domanda che la nave militare cinese lasciasse immediatamente la zona. “Siamo preoccupati che questa azione aumenti le tensioni”, aveva detto il capo di gabinetto del Giappone Yoshihide Suga in conferenza stampa a Tokyo. “I ministeri correlati lavorano per affrontarlo e lavoreremo a stretto contatto con gli Stati Uniti”, osservava Suga. Il Ministero della Difesa cinese rispondeva che la Marina Militare ha tutto il diritto di operare in acque cinesi. L’incidente avviene mentre Giappone, Stati Uniti ed India lanciano l’importante esercitazione navale congiunta Malabar, dal 10 giugno, nel vicino Pacifico occidentale. Mentre gli Stati Uniti non approvano le rivendicazioni territoriali di Tokyo sulle isole, hanno detto che il territorio controllato dai giapponesi rientra nel trattato di sicurezza con Tokyo che obbliga Washington a difendere il Giappone da un attacco. I rapporti tra Cina e Giappone sono tesi per la contesa territoriale. Le isole hanno una superficie totale di circa 7 kmq e si trovano a nord-est di Taiwan, ad est della Cina continentale e a sud-ovest della più meridionale prefettura del Giappone, Okinawa, e sono controllate dal Giappone. Il territorio ha un peso trovandosi vicino importanti rotte, ricche zone di pesca e potenziali giacimenti di petrolio e di gas. Le isole sono anche in una posizione strategicamente significativa, nella crescente concorrenza tra Stati Uniti e Cina per il primato militare nella regione Asia-Pacifico.
Senkaku_Diaoyu_Tiaoyu_Islands_blog_main_horizontal_risultato Il Giappone prese il controllo delle isole nel 1894-1895 durante la prima guerra sino-giapponese, attraverso la firma del Trattato di Shimonoseki che assegnava le isole alla città di Ishigaki nella Prefettura di Okinawa. Dopo la scoperta di potenziali giacimenti di petrolio sottomarini nel 1968 e il trasferimento nel 1971 del controllo amministrativo delle isole dagli Stati Uniti al Giappone, la Cina sostiene che le isole sono parte del territorio cinese almeno dal 1534, affermando che la Dichiarazione di Potsdam (che il Giappone accettò col trattato di pace di San Francisco) chiedeva che il Giappone rinunciasse al controllo di tutte le isole, ad eccezione delle isole di Honshu, Hokkaido, Kyushu e Shikoku, affermando che ciò significa che il controllo delle isole Senkaku dovrebbe passare alla Cina. Il governo giapponese non accetta tale controversia, affermando che le isole sono parte integrante del Giappone. Tokyo ha respinto i reclami che le isole fossero controllate dalla Cina prima del 1895 e che fossero contemplate dalla Dichiarazione di Potsdam o dal trattato di pace di San Francisco. La disputa ebbe toni relativamente tranquillamente per decenni. Ma nell’aprile 2012, nuovi reclami si ebbero dopo che il governatore di destra di Tokyo, Shintaro Ishihara, disse apertamente che avrebbe usato il denaro pubblico per comprare le isole dal proprietario, un privato giapponese. Il governo giapponese raggiunse un accordo per acquistare tre delle isole dal proprietario per bloccare il piano più provocatorio di Ishihara. Questo fece arrabbiare la Cina, innescando proteste pubbliche e diplomatiche. Da allora le navi del governo cinese navigano regolarmente in ciò che il Giappone dichiara acque territoriali delle isole. Il rischio di un conflitto nella regione è significativo. Cina, Taiwan, Vietnam, Malaysia, Brunei e Filippine competono su rivendicazioni territoriali e giurisdizionali, in particolare sui diritti di sfruttamento dei possibilmente grandi giacimenti regionali di petrolio e gas. La libertà di navigazione nella regione Asia-Pacifico è un’altra questione controversa, in particolare tra Stati Uniti e Cina, per il diritto delle navi militari statunitensi di operare nelle duecento miglia della zona economica esclusiva (ZEE) della Cina. A maggio, una nave da guerra statunitense navigò dimostrativamente entro 12 miglia da un’isola artificiale costruita dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale, l’operazione doveva dimostrare che gli Stati Uniti si oppongono agli sforzi della Cina per limitare la navigazione nello specchio d’acqua strategico.
La soluzione alle insicurezze della regione può venire da Mosca. Data la crescente importanza della regione dell’Asia-Pacifico per la Russia quale potenza regionale, Mosca ha interessi fondamentali nell’impedire che in qualsiasi disputa nel Mar Cinese Meridionale vi sia l’escalation militare. L’influenza della Russia nella regione è in rapida ascesta. La Russia fa parte del vertice dell’Asia orientale, il forum in cui si discute della sicurezza marittima. Potrebbe svolgere un ruolo come membro del forum dei Ministri della Difesa dell’ASEAN, comprendente Cina e Stati Uniti. Mentre la tensione sale tra Cina e Stati Uniti e scontri si verificano tra Cina e Stati rivieraschi sulle isole contese, i Paesi della regione vedono il valore della partecipazione russa. Ciò accade proprio mentre gli statunitensi appaiano confusi sulla regione nonostante il loro cosiddetto Asia Pivot. Elizabeth Wishnick della Columbia University scrive nella sua nota dal titolo “Russia: nuovo attore nel Mar Cinese Meridionale” che “Anche se la Russia è sostenuta dalla Cina nelle posizioni mondiali, a livello regionale i leader russi cercano di migliorare l’indipendenza del Paese agendo attraverso una sempre più variegata diplomazia nel sud-est asiatico, verso gli alleati tradizionali come il Vietnam, ma anche verso partner inattesi come le Filippine”. “È una strategia che richiederebbe alla Russia di non prendere posizione su chi ha cosa, ma che le consentirebbe di sostenere le azioni basate sul diritto internazionale riducendo le tensioni”, dice Carlos D. Sorreta, direttore dell’Istituto degli Esteri filippino. Il 14 aprile, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in una intervista a media cinesi, giapponesi e mongoli illustrava la posizione della Russia sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Lavrov ha ribadito la posizione tradizionale di Mosca sulla questione, esprimendo sostegno a una soluzione diplomatica, l’impegno alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), e il rispetto della Dichiarazione del 2002 relativa alla condotta delle parti nel Mar Cinese Meridionale (DOC). Accolse con favore la rapida conclusione di un codice di condotta vincolante (COC) e toccò anche il tema dell’internazionalizzazione della controversia sul Mar Cinese Meridionale dicendo: “La nostra posizione è decisa dal desiderio, naturale per qualsiasi Paese normale, di vedere una composizione delle liti direttamente tra i Paesi interessati, in maniera politica e diplomatica, senza alcuna interferenza da terzi o qualsiasi tentativo d’internazionalizzare tali controversie”. Il maggiore vantaggio della Russia è che non ha rivendicazioni territoriali nel Sud-Est Asiatico. E, a differenza degli Stati Uniti che cercano d’estendere la loro influenza nella regione dell’Asia-Pacifico e che in realtà preparano freneticamente un futuro scontro, l’interesse della Russia risiede nella redistribuzione di potere nella regione. La Russia non si oppone a nessuno nella regione dell’Asia-Pacifico. Si sforza di sviluppare buone relazioni con Cina, Giappone, Vietnam, Sud e Nord Corea, così come altri Stati della regione. La Russia è un attore internazionale che non si schiera. È un mediatore perfetto capace di abbattere le tensioni e trovare una soluzione al problema. In ogni caso, i colloqui sono l’unico modo per risolvere le controversie regionali.image.axdLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di John Kerry a Pechino si conclude con un fallimento

Il tentativo di Washington di fermare l’espansione del Partito comunista cinese nel Mar Cinese Meridionale s’infrange sugli scogli
Ivo Christov, A-specto, 08/06/2016 – South FrontSecretary of State John Kerry is seen through a loop of a rope used as a security line for the media as he looks at Chinese President Xi Jinping speaking during their meeting at the Great Hall of the People in BeijingLa visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Pechino fu annunciata già a gennaio con l’aspettativa che scongelasse le relazioni statunitensi-cinesi. La ragione era la riunione era il Forum annuale del dialogo strategico ed economico Cina-Stati Uniti d’America, con John Kerry che guidava la delegazione statunitense. Il giorno prima dell’arrivo a Pechino, il segretario di Stato annunciava in una conferenza stampa nella capitale mongola, Ulaanbataar, che “Washington riteneva lo sviluppo della zona di difesa antimissile della Cina sul Mar Cinese Meridionale provocatorio e destabilizzante, mettendo in discussione automaticamente la volontà cinese di trovare soluzioni diplomatiche alle tensioni nella regione contestata“. La Cina non ha né confermato né smentito l’intenzione di coprire con la difesa antimissile la zona in questione, con l’argomento che “questa decisione dipende dal livello della minaccia“. Le parole di Kerry erano ovviamente fastidiose per Beijing. Il segretario di Stato, che a gennaio parlò con il leader cinese, non fu ricevuto da Xi Jinping. Inoltre, l’ufficiale China Daily riferiva della conferenza stampa congiunta dei due ministri degli Esteri senza citare una parola di John Kerry. Invece, il quotidiano accentuava la dichiarazione del primo diplomatico cinese, Won I, secondo cui “la Cina è già impegnata a non partecipare alla cosiddetta militarizzazione delle isole nel Mar Cinese Meridionale e non accetta l’accusa secondo cui alle sue parole non corrispondano le azioni“.
L’“Era Glaciale” nelle relazioni statunitensi-cinesi ha avuto inizio con l’ascesa di Xi Jinping alla leadership a Pechino nel 2012. Il nuovo leader cinese è ritenuto dagli esperti la figura più forte ai vertici del Partito comunista Cinese degli ultimi due decenni. È il volto delle nuove ambizioni cinesi espresse nelle riforme economiche e del rafforzamento di Pechino quale fattore indipendente politicamente, diplomaticamente e militarmente. Le riforme economiche di Xi Jinping si agganciano alle cosiddette politiche di nuova normalità, stimolando il consumo interno con l’obiettivo di ridurre la dipendenza cinese dalle esportazioni. Tuttavia, il corso di Xi Jinping nella politica estera è ostacolato dagli interessi statunitensi in molte regioni. Il primo tema di conflitto ereditato dal passato sono gli attacchi hacker di cui Washington e Pechino s’accusano a vicenda. La diffidenza tra Cina e Stati Uniti è cresciuta nel 2013 quando l’agente della NSA Edward Snowden diffuse informazioni iper-sensibili sui metodi di spionaggio globale degli statunitensi. Sulla strada per Mosca, dove si trova oggi, Snowden passò da Hong Kong e le autorità cinesi non aiutarono gli statunitensi a catturare il loro agente. Nel 2014 Pechino non seguì Washington nel tentativo d’isolare la Russia per la crisi ucraina. Inoltre, Xi Jinping ha firmato un contratto strategico per l’approvvigionamento di gas dalla Siberia restaurando la fiducia nella comunità affaristica di Mosca. Naturalmente, il tema più conflittuale nelle relazioni bilaterali è la colonizzazione strisciante delle isole del Mar Cinese Meridionale di Pechino. Negli ultimi anni, l’esercito cinese ha manovrato su centinaia di isole disabitate nella regione costruendo strutture su alcune di esse, e che gli Stati Uniti interpretano come passi verso la militarizzazione. Vietnam, Taiwan, Brunei, Malaysia e Filippine hanno pretese territoriali sulle isole in questione. L’interesse per il Mar Cinese Meridionale sorge da petrolio e gas ivi presenti e dalle principali rotte che attraversano la regione. Il controllo sulle isole del Mar Cinese Meridionale permetterebbe alla Flotta del Pacifico degli USA d’interrompere la fornitura di petrolio dal Medio Oriente alla Cina; un pericolo che Pechino cerca di evitare prendendo atolli, scogli e isole disabitate.
All’apertura del Forum per il dialogo strategico ed economico Cina-Stati Uniti d’America, il leader cinese Xi Jinping annunciava che “le argomentazioni non devono diventare motivo per un comportamento conflittuale“. Le sue parole testimoniano la determinazione cinese a perseguire la propria politica nella regione, indipendentemente dalla volontà di Washington. Ovviamente la Cina approfitta della debolezza statunitense nell’ultimo anno di presidenza di Obama, segnata dall’opposizione alla Russia in Ucraina e Medio Oriente, per controllare tali zone strategiche.xi-kerry-lew-listenTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le preoccupazioni della Federazione Russa: USA, Cina, Giappone, Talassocrazia e Mar Cinese Meridionale

Noriko Watanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 8/6/2016japan-navySembra che il governo giapponese stia seriamente pensando di pattugliare con gli USA il Mar Cinese Meridionale. Eppure, se i pattugliamenti riguardano solo USA e Giappone, allora si alzerà la posta contro la Cina. Il Primo ministro Shinzo Abe, quindi, deve rifletterci profondamente. Dopo tutto, il Giappone dovrebbe essere più attento alla soluzione di dispute territoriali regionali con diverse nazioni asiatiche nord-orientali. Pertanto, per il Giappone intervenire nel Mar Cinese Meridionale su volere degli USA è un passo troppo lungo, a meno che le nazioni regionali l’invitino. Il Giappone sostiene chiaramente il diritto degli USA alla “libertà di navigazione” nel Mar Cinese del Sud riguardo le operazioni navali. Tuttavia, le varie dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale coinvolgono Brunei, Cina, Indonesia, Malaysia, Taiwan, Vietnam e Filippine.

Federazione Russa e Giappone
In questo senso, il Giappone è chiaramente estraneo al Mar Cinese Meridionale e rischia di creare ulteriori tensioni con la Federazione Russa. Infatti, il supporto del Giappone alle altre nazioni G-7 contro la Federazione Russa sulla crisi in Ucraina, è un’ulteriore dimostrazione di come Tokyo sia impigliata nei capricci di Washington. Pertanto, la vera speranza di risolvere importanti questioni territoriali e politiche tra Giappone e Federazione Russa dipende da una crisi che non coinvolge direttamente il Giappone. Soprattutto, la Federazione Russa del Presidente Vladimir Putin crede fortemente nel mondo multipolare. Eppure, sembra che il Giappone sia intenzionato a sostenere l’approccio unilaterale degli USA negli affari internazionali. Questo a volte si applica ‘a distanza’, dove il Giappone approva le azioni degli USA in Kosovo, Siria e altre parti del mondo. Tuttavia, anche quando si tratta di più importanti questioni geopolitiche, per il Giappone, sembra accadere lo stesso, in particolare venendo coinvolto nelle crisi in Ucraina e Mar Cinese Meridionale seguendo gli obiettivi politici degli USA. In un altro articolo su Modern Tokyo Times, si afferma “La crisi in Crimea (Federazione Russa) e del sud-est Ucraina non è di alcuna seria importanza geopolitica per il Giappone. Altre nazioni come USA, Francia, Germania e Regno Unito possono pensare altrimenti. Ciò per via delle loro politiche di contenimento collettivo con l’espansione di NATO e Unione Europea, che sembra diretta contro la Federazione Russa. Tuttavia, per il Giappone concordare con il G-7 è miope, anche se Tokyo è in sordina sulla crisi Ucraina“. Pertanto, la Federazione Russa osserverà come gli eventi si svolgono nel Mar Cinese del Sud con un certo scetticismo verso il Giappone. Ciò non implica che Mosca appoggi gli obiettivi della Cina nel Mar Cinese Meridionale, perché la Federazione Russa ha forti relazioni con il Vietnam e altri Paesi regionali. Eppure, le élite di Mosca potranno vedere l’intenzione di Abe di rilanciare gli obiettivi degli USA ed aumentare di nascosto la posta verso la Cina. In altre parole, piuttosto che la visione multipolare di Putin sembra che Abe voglia mantenere il vecchio ordine assecondando finalità e ambizioni degli USA.

Giappone, Cina e Mar Cinese Meridionale
La-Mer-Chine-zone-haut-risque. Abe, quindi, sembra intenzionato ad alzare la posta con la Cina, nonostante il Giappone non sia direttamente coinvolto nella controversia sul Mar Cinese Meridionale. Allo stesso modo è chiaro in modo allarmante che la Cina si stia rovinando, perché la bonifica di tutto il Mar Cinese Meridionale non è realistica. In questo senso, se il Giappone è solo in retroguardia appoggiando le nazioni regionali contrarie all’invasione politico-economica della Cina, allora basterebbe. Allo stesso tempo, un approccio più delicato del confronto indiretto contribuirà ad aumentare i legami tra Cina e Giappone. Infatti, l’affermazione della Cina su vaste aree del Mar Cinese Meridionale non è realistica data la vicinanza di molte nazioni regionali. Modern Tokyo Times afferma: “la politica del governo è un’arte ricca in Cina perché il ‘Regno di Mezzo’ affrontò molte realtà geopolitiche e religiose che lo minacciarono su più fronti. Pertanto, è il momento per la Cina moderna di capire che certe pretese sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale sono irrealistiche. Di pari importanza, se la Cina non vuole fare il gioco degli USA, deve usare maggiore diplomazia“. Sembra che né Cina né Giappone giochino a proprio vantaggio. Dopo tutto, la Cina crea tensioni regionali con Brunei, Indonesia, Malaysia, Taiwan, Vietnam e Filippine con le azioni nel Mar Cinese Meridionale. Allo stesso modo, il Giappone si fa coinvolgere nella crisi ucraina e nella controversia sul Mar Cinese Meridionale, pur non essendone direttamente coinvolto. Soprattutto, il Giappone erode ulteriormente le relazioni con la Cina e la Federazione Russa assecondando gli obiettivi della politica estera degli Stati Uniti. Se le nazioni regionali chiedono al Giappone di unirsi ai pattugliamenti navali nel Mar Cinese Meridionale, allora è un altro discorso, perché le nazioni hanno pattugliamenti congiunti con vari Paesi sulla base di rapporti speciali, o sviluppano legami futuri. Oppure, se una riunione straordinaria si svolgesse in cui Brunei, Indonesia, Malaysia, Taiwan, Vietnam e Filippine chiedano maggiore sostegno internazionale, il Giappone sarebbe obbligato a rispondere. Ad esempio, le nazioni regionali possono contattare nazioni come USA, Australia e Giappone al fine di dimostrare solidarietà internazionale contro la crescente invasione della Cina. La BBC riferisce “La Cina ha sostenuto le sue affermazioni espansive costruendo isole e con pattugliamenti navali, mentre gli Stati Uniti dicono di opporsi alle restrizioni alla libertà di navigazione e a richieste di sovranità illegali, da ogni dove, anche se molti ritengono fossero rivolti alla Cina“. La diffidenza regionale verso la Cina chiaramente cresce e l’anno scorso l’Indonesia vi aderì. L’International Business Times riporta “L’Indonesia ha etichettato le pretese cinesi sulle acque contese del Mar Cinese Meridionale come ‘minaccia reale’. Il viceammiraglio Desi Albert Mamahit, che dirige la Sea Security Agency Coordinating dell’Indonesia, ha detto a un focus group sulla sicurezza marittima che le acque che circondano molte isole del Paese erano minacciate dall’invadente presenza cinese”.

Conclusioni
Nel complesso, il Giappone non deve impegnarsi in pattugliamenti navali congiunti con gli USA nel Mar Cinese Meridionale, perché sarà dannoso nel lungo periodo. Inoltre, se il problema diventa spinoso allora peggiorerà ulteriormente i rapporti con la Federazione russa, dato il sostegno del Giappone a USA e altre nazioni del G-7 sugli eventi in Ucraina. Pertanto, il Giappone dovrebbe consentire alla Cina di controllarsi sul Mar Cinese Meridionale, mettendosi in disparte. Se Brunei, Indonesia, Malaysia, Taiwan, Vietnam e Filippine chiedono ad altre nazioni, come USA, Australia e Giappone di fornire maggiore sostegno politico nel Mar Cinese Meridionale, allora è un altro discorso. Poi il Giappone potrà considerare la possibilità di pattugliamenti navali con varie nazioni regionali ed altri Paesi come USA e Australia. Tuttavia, se il Giappone aderisse da solo al pattugliamento degli USA nel Mar Cinese Meridionale, allora gli sarà dannoso. Questo vale in particolare per l’Asia nord-orientale, isolando il Giappone da Cina e Federazione russa venendo considerato un baluardo delle ambizioni statunitensi nella regione.Asie+Mer+de+chine+conflit+zee+plateforme+petroliere+chine+vietnam+afpTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e Giappone: amici per sempre?

Stati Uniti e Cina nel Pacifico: Quale destino per il Giappone?
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 27/05/2016

East & Southeast AsiaDa alcuni anni, il Pacifico è testimone dell’avanzata della Cina e del simultaneo indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti. La Cina lentamente ma inesorabilmente scaccia gli statunitensi dalla regione, estendendo l'”area di influenza” dall’ASEAN al Medio Oriente. La Cina ha anche dimostrato una determinazione impressionante ad agire su tutti i fronti. Pechino attua la strategia del filo di perle nell’Oceano Indiano. Preme per la delimitazione delle sfere di influenza nell’Oceano Pacifico assicurando che l’influenza degli Stati Uniti non vada oltre le Hawaii. Questo era il tema dell’incontro dell’estate 2013 tra il Segretario Generale del Partito comunista cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. La stessa dichiarazione fu espressa nel maggio 2014, in occasione della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia. Xi Jinping abbastanza esplicitamente sottolineò che la Cina gioca un ruolo dominante nella regione. Sulla politica della Cina nel Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese Orientale, la Cina scaccia energicamente gli Stati Uniti dalla regione, costruisce nuove isole artificiali ed v’installa sistemi di difesa aerea. Nel settembre 2015, quando Xi Jinping e Barack Obama ebbero una riunione ordinaria, il presidente degli Stati Uniti espresse malcontento per la costruzione delle isole artificiali. Xi Jinping rispose che gli interessi immediati della Cina volevano che i lavori di costruzione continuassero. Tutti i Paesi del Pacifico seguono da vicino lo sviluppo della situazione, dato che le costruzioni inciderebbero su ciascuno di essi in un modo o nell’altro. Mentre alcuni Paesi considerano il passaggio della leadership nella regione alla Cina un vantaggio, altri sono sempre più allarmati. Il Giappone, la cui dipendenza dagli Stati Uniti è forte dalla fine della Seconda guerra mondiale, è il Paese più interessato ai progressi della Cina. Il riflusso dell’influenza statunitense dalla regione costringe il Paese del Sol Levante a pensare alla propria sicurezza. Nonostante tutti gli sforzi per creare almeno una parvenza di relazioni amichevoli tra Giappone e Cina (basti ricordare l’aiuto finanziario a lungo termine che la Cina ebbe dal Giappone in passato), e nonostante la cooperazione economica attiva di oggi (nel 2015 il commercio tra i due i Paesi fu di 278 miliardi di dollari) il ritiro degli Stati Uniti dalla regione lascerebbe il Giappone in una posizione vulnerabile. Le relazioni sino-giapponesi sono state dure per secoli. I ricordi della guerra 1937-1945, e in particolare degli orrori del massacro di Nanchino del 1937, quando i soldati giapponesi uccisero circa 300000 pacifici cittadini cinesi in 40 giorni, sono ancora freschi in Cina. Questi ricordi dolorosi, per entrambi i Paesi, riaffiorano ogni volta che c’è un inasprimento delle relazioni sino-giapponesi. A volte la stessa memoria sconvolge le relazioni bilaterali. Per esempio, quando nell’ottobre 2015 l’UNESCO decise d’includere i documenti cinesi che attestano il massacro di Nanchino nel patrimonio mondiale, il Giappone protestò immediatamente. Al momento il governo giapponese affermò che i cinesi falsificarono i fatti e minacciò d’interrompere il finanziamento dell’UNESCO che riceve il 10% del bilancio dal Giappone (il Giappone è il secondo maggior donatore dell’UNESCO dopo gli Stati Uniti). Mentre alcuni politici giapponesi negano lo stesso massacro, alcuni dicono che il numero delle vittime fu fortemente esagerato. Non importa come i giapponesi valutano la strage, la comunità globale non ha dubbi sulla veridicità dei fatti, anche se il numero delle vittime citate varia secondo le fonti (da 200 a 300 mila persone). Ciò che è importante, però, è che nessuno in Cina mette in dubbio il massacro, in cui il sentimento revanscista è ancora forte e potrebbe avere implicazioni negative sull’ulteriore sviluppo delle relazioni sino-giapponesi, soprattutto se il Giappone non è più sostenuto dagli Stati Uniti. Nessuno parla di possibilità di conflitto militare, naturalmente, ma è risaputo che i cambiamenti dell’equilibrio di potere militare si riflettono sempre nella politica internazionale.
L’aspetto politico delle relazioni sino-giapponesi di oggi, descritte come estremamente tese, lascia molto a desiderare. La crisi è iniziata nel 2012 quando le autorità giapponesi dichiararono l’intenzione di nazionalizzare le gasifere isole Senkaku nel Mar Cinese orientale, che la Cina considera suo territorio. La dichiarazione scatenò numerose proteste anti-giapponesi e un’ondata di violenze in Cina. Per aggiungere la beffa al danno, le isole contestate hanno iniziato a vedere più navi cinesi e giapponesi che mai. Presto Taiwan ne fu coinvolta: ci fu un conflitto tra equipaggi di navi giapponesi e taiwanesi con l’uso di cannoni ad acqua. Il braccio di ferro continua. Nel frattempo, il Giappone aumenta le spese militari secondo la strategia di sicurezza dello Stato adottata nel 2013. La Cina, a sua volta, continua ad innervosire il vicino orientale conducendo esercitazioni militari nel Mar del Giappone (le ultime condotte nell’agosto 2015). Ad aprile il Giappone ha inviato navi da guerra nelle Filippine, dopo aver sottolineato che l’obiettivo principale della visita era compensare la crescente influenza militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Molti politici giapponesi vedono l’attenuazione delle posizioni degli Stati Uniti in Asia come un’opportunità per il Giappone di “staccarsi” dalla morsa degli Stati Uniti e diventare attore indipendente nella regione. Molti giapponesi sognano di ripristinare l’ex potenza militare del loro paese. Secondo l’articolo 9 della Costituzione giapponese, il paese non Può creare ed utilizzare le Forze Armate se non per l’auto-difesa. Ultimamente, l’idea di abbandonare l’articolo 9 guadagna sempre più sostenitori. Nell’autunno 2015, il parlamento giapponese approvava la legge che permette alle Forze di Autodifesa giapponesi di impegnarsi in azioni fuori dei confini giapponesi. Il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione potrebbe essere un’ottima occasione per denunciare dell’articolo 9 e creare un esercito vero e proprio col pretesto di proteggersi dalla Cina. A maggio è aumento il sentimento anti-americano ad Okinawa che ospita una base aerea degli Stati Uniti. A quanto pare, il Pacifico è all’inizio di grandi cambiamenti. Lo spazio che gli Stati Uniti abbandonano sarà inevitabilmente occupato da altri Stati, rigorosamente in competizione per dominarlo. In questo frangente storico, è particolarmente importante per tutti i Paesi del Pacifico rimanere fedele alle regole del diritto internazionale e risolvere i problemi in un modo diplomatico per garantirsi cambiamenti al meglio. Da un lato, l’indebolimento dell’influenza statunitense paralizza la stabilità regionale, dall’altro le variazioni aprono sempre una porta a nuove opportunità e a una nuova impostazione politica regionale. E il Giappone, a quanto pare, fa tutto ciò che deve per essere tra i nuovi leader.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.6352114832638620311111Cina e Giappone: amici per sempre?
Lau Nai-keung, Gpolit 21 maggio 2016

japan3Introduzione di Thomas Hon Wing Polin: “I rapporti sino-giapponesi sono i più importanti e i più duri rapporti internazionali in Asia orientale. Tanta amarezza è passata tra i vicini dal secolo scorso che la gente spesso dimentica che tale animosità è in realtà un’aberrazione storica. Nel precedente millennio e mezzo Cina e Giappone ebbero generalmente cordiali e talvolta notevoli legami amichevoli. Nei primi anni di quel periodo fu essenzialmente un rapporto insegnante-studente, con i giapponesi che importarono elementi chiave dalla Cina utilizzati per modellare parti sostanziali della propria cultura. Più tardi, in particolare durante il periodo Meiji di rapida modernizzazione, il Giappone considerò l’ex-mentore arretrato portando al disprezzo in certo ambienti. Poi vi fu la catastrofe del 20° secolo che vide un’invasione strisciante ed una grande invasione della Cina da parte dell’esercito imperiale giapponese, con decine di milioni di persone uccise. Balzando al presente. Dopo decenni di tiepidi ma sempre crescenti legami tra Cina e Giappone, il sinofobo di destra Shinzo Abe saliva al potere nel 2012. Il “pivot in Asia” degli USA (traduzione: perno per contenere la Cina) era appena stato lanciato ed Abe ne divenne ben presto il più appassionato proselite in Asia. Risultato: i più tesi rapporto sino-giapponesi a memoria. Come la Cina e i cinesi vedono il Giappone? Il commentatore di Hong Kong e consulente di Pechino Lau Nai-keung mescola prospettive contemporanee e storiche per valutare la questione“.

Lau Nai-keung: “Ridacchiai leggendo le ultima notizie su navi da guerra giapponesi attraversare il Mar Cinese Meridionale. Questi sciocchi chiedono un pugno in faccia, ma i cinesi non glielo daranno, non ancora e non qui. Dal punto di vista cinese, il Giappone è una storia d’amore-odio. La Cina non potrà mai davvero odiare il vicino, anche dopo le atrocità indicibili inflitte dall’esercito imperiale al suo popolo. Nonostante 14 anni di guerra e decine di milioni di vite perse, né il governo nazionalista né il governo comunista chiesero mai alcun compenso. Testimoni oggi le decine di milioni di turisti cinesi che affollano il Giappone scambiando merci per miliardi di yen, nonostante il rischio dell’esposizione radioattiva. Ancora oggi, molti cinesi credono che il popolo giapponese discenda da 500 giovani cinesi guidati dal prete taoista Xu Fu in Giappone 2000 anni fa, alla ricerca della leggendaria erba della vita eterna, e che gli imperatori giapponesi ne siano la progenie. I più accettano l’idea che cinesi e giapponesi siano della stessa razza e condividano la stessa lingua, ma ciò è falso. Comunque hanno ragione, i due Paesi dovrebbero essere amici per sempre. La Cina non invase il Giappone, tranne forse durante la dinastia Yuan. Ma nel periodo Yuan (1271-1368) la Cina era sotto il dominio mongolo. Al contrario, il Giappone provò, ma non riuscì, a sottomettere il continente più volte, spesso venendo fermato nella penisola coreana. I ronjin giapponesi saccheggiarono le coste della Cina orientale quattro secoli fa, portando all’embargo totale della Cina sul commercio marittimo. Durante la prima guerra sino-giapponese del 1895, la Cina subì una grave sconfitta navale mentre difendeva la Corea. Poi il Giappone lanciò la grande invasione della Cina nel 1931, innescando 14 anni di sanguinosi combattimenti fino alla resa giapponese del 1945. A giudicare dal comportamento finora, il Giappone non s’è mai pentito dei crimini di guerra o accettato la sconfitta dalla Cina. Infatti, nonostante il precoce apprendistato cinese, sembra che il Giappone in realtà guardi dall’alto in basso i cinesi dalla dinastia Song del 13° secolo, pensando che la sua cultura sia stata compromessa dai barbari del nord. Alcuni osservatori ipotizzano che una nuova guerra sino-giapponese nel Mar Cinese orientale sia inevitabile, forse sulle isole Diaoyu (isole Senkaku per il Giappone). Finora la Cina ha rifiutato di essere coinvolta nello scontro, anche se gode della superiorità militare globale sul Giappone, quantitativamente e qualitativamente. A differenza del Giappone, che vuole mostrare al mondo di essere un “Paese normale”, la Cina non deve dimostrare niente col suo PIL nominale di oltre 2,5 volte superiore a quello del Giappone e in crescita. In combattimento, le dimensioni contano. Inoltre, il tempo non è dalla parte del Giappone. Con l’invecchiamento della popolazione che in realtà diminuisce, il Giappone è destinato ad affrontare la deflazione continua in futuro. Questo Paese affonda visibilmente. Se la Cina vuole lottare, sarebbe il bullo. Ecco perché Pechino è bloccata in una guerra ibrida con gli Stati Uniti. Ma col Giappone? Scherzate. In realtà, la Cina ha sempre più il controllo del Mar Cinese Meridionale, più un’ancora di salvezza per i giapponesi che per i cinesi. Non sarebbe saggio per Tokyo entrare in guerra con un avversario che può soffocarlo in qualsiasi momento. Ancora una volta, la Cina è sempre stata riluttante ad odiare il Giappone. Sono vecchi vicini. “Ehi piccoletto, qual è il tuo problema?“, pensa il più grande. “Posso essere di aiuto? Ricorda, il mio bis-bis-bisnonno t’insegnò a leggere e scrivere. Dobbiamo essere amici per sempre”. In effetti, era praticamente questo il rapporto, prima delle intrusioni occidentali nel 19° secolo. Non vi è alcun motivo per cui non possa essere così anche in futuro. Non è troppo bello per essere vero l’altruismo, ma coi piedi per terra del realismo. E la politica di buon vicinato che opera da quasi due millenni”.japan japanese prime minister shinzo abe china chinese president xi jinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’istruttiva umiliazione degli USA nel Mar Cinese Meridionale

David P. Goldman, Asia Times 20 maggio 2016Ammettiamo piuttosto, come la gente d’affari dovrebbe, che abbiamo avuto una lezione e ci farà bene“, scrisse Rudyard Kipling nel 1902 dopo che i boeri umiliarono l’esercito inglese nella prima fase della Guerra Boera. Gli USA dovrebbero esprimere la stessa gratitudine verso la Cina che li ha umiliati nel Mar Cinese Meridionale. Esponendo la debolezza statunitense senza sparare un colpo, Pechino ha dato una lezione a Washington che la prossima amministrazione dovrebbe ricordare. L’anno scorso chiesi a un pianificatore del Pentagono ciò che gli USA avrebbero fatto con i missili antinave della Cina, che dovrebbero poter affondare una portaerei a un paio di centinaia di miglia dalle coste. Se la Cina negasse l’accesso alla marina statunitense sul Mar Cinese Meridionale, il funzionario rispose che possiamo fare lo stesso: convincere il Giappone a produrre missili antinave e a piazzarli nelle Filippine. Washington non si chiede se le Filippine vorrebbero affrontare la Cina. Il presidente Rodrigo Duterte spiegò l’anno scorso (come David Feith riporta sul Wall Street Journal), “Gli USA non morirebbero mai per noi. Se ad essi importava, avrebbero inviato le loro portaerei e fregate lanciamissili nel momento in cui la Cina iniziò la bonifica dei territori contesi, ma nulla di simile è accaduto… gli USA hanno paura di entrare in guerra. Ci conviene essere amici della Cina“. Non sono solo le Filippine a vedere l’ovvio. La Cina rivendica il sostegno di 40 Paesi alla sua posizione secondo cui le rivendicazioni territoriali sul Mar Cinese Meridionale dovrebbero essere risolte con negoziati diretti tra i singoli Paesi, piuttosto che davanti a un tribunale delle Nazioni Unite costituito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, come vuole Washington. Una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Cina, Russia e India, dopo l’incontro a Mosca il mese scorso, sostiene la posizione della Cina. La 7° Flotta è il peso che grava sul Mar Cinese Meridionale dalla Seconda guerra mondiale, grazie a un sistema d’arma che ha novant’anni ormai, la portaerei. Questo prima che la Cina schierasse il suo missile “antiportaerei” DF-21. L’ultima versione del missile, denominato DF-26, avrebbe una gittata di 4000 km. Le nuove tecnologie, tra cui laser e cannoni elettromagnetici, potrebbero sconfiggere i nuovi missili cinesi, ma una grande quantità di investimenti sarà necessaria per renderli operativi, secondo un rapporto di gennaio del Centro studi strategici ed internazionali.
T39 La nuova generazione di sottomarini diesel-elettrici varati dalla Germania nei primi anni ’80, inoltre, è abbastanza silenziosa da eludere i sonar. Sottomarini diesel-elettrici “affondarono” le portaerei statunitensi nelle esercitazioni della NATO. Anche senza missili antinave, per poter saturare le difese delle navi degli Stati Uniti, i sottomarini furtivi della Cina possono affondare le portaerei statunitensi e qualsiasi altra cosa che galleggia. Forse maggiore preoccupazione è data dalla prossima generazione di sistemi missilistici di difesa aerea antimissile ed antiaerei russi S-500 che renderebbero il caccia stealth statunitense F-35 obsoleto prima che diventi operativi. Scrivendo per The National Interest, Dave Majumdar avverte che i nuovi sistemi russi sono “così potenti che molti ufficiali degli Stati Uniti temono che gli aerei da guerra, anche invisibili come F-22, F-35 e B-2, abbiano problemi nell’affrontarli“. I funzionari del Pentagono ritengono che l’attuale generazione di missili antiaerei russi, incarnata dall’S-400, sia capace di superare le capacità d’inganno degli F-16. Una volta che la Russia ha schierato un paio di sistemi autocarrati S-400 in Siria, domina i cieli del Levante. Il Pentagono non vuole sapere quanto sia efficace. Il commentatore russo Andrej Akulov dettaglia la presunta superiorità dell’S-500, che sarà schierato il prossimo anno: “L’S-500 dovrebbe essere molto più potente dell’attuale S-400 Triumf. Per esempio, il tempo di reazione è di soli 3-4 secondi (in confronto, il tempo di reazione dell’S-400 è nove o dieci secondi). L’S-500 può rilevare ed attaccare contemporaneamente (anche se volano a una velocità di 8 km al secondo) dieci testate di missili balistici a 600 km di distanza che volano alla velocità di 8000 metri al secondo. Il Prometej può ingaggiare bersagli a quote di circa 200 km, tra cui i missili balistici in arrivo dallo spazio distanti 700 km”. Akulov conclude: “Non capita spesso che un’arma della difesa aerea relativamente poco costosa possa rendere obsoleto un miliardario programma per caccia. Questo è esattamente ciò che il sistema missilistico S-500 farà del nuovo nuovo caccia stealth statunitense F-35“. Cina e Russia hanno ridotto il divario tecnologico militare con gli Stati Uniti, e in alcuni casi li hanno probabilmente scavalcati. In passato, gli Stati Uniti risposero a tali circostanze (per esempio, il lancio dello Sputnik nel 1957) versando risorse sulla ricerca per la difesa presso laboratori nazionali, università e industrie private. Invece, Washington oggi spende la maggior parte del bilancio della difesa, in diminuzione, su sistemi che potrebbero non funzionare affatto. A un costo stimato di 1,5 trilioni di dollari, l’F-35 è il sistema d’arma più costoso nella storia degli USA. Anche prima che una miriade di problemi tecnici ne ritardassero il dispiegamento, i pianificatori del Pentagono avvertirono che l’aereo malconcepito avrebbe degradato le difese degli USA consumando la maggior parte del budget su ricerca e sviluppo del Pentagono. Un rapporto ancora classificato firmato da alcuni generali venne consegnato al presidente George W. Bush, a metà del secondo mandato, avvertendolo su tale funesto risultato. Bush l’ignorò. L’ex-ufficiale dell’aeronautica Jed Babbin dettagliò i difetti del velivolo sul Washington Times l’anno scorso, concludendo, “Il programma F-35 è un esempio di come le armi non vanno acquistate. Va fermato subito“.
Questi sono i fatti sul terreno (così come nell’aria e sul mare). Non sorprende che gli alleati degli USA in Asia vogliano un accordo con la Cina. Nulla di meno dello sforzo reaganiano per ripristinare il vantaggio tecnologico degli USA cambierà ciò.south-china-sea-u.s.-navyLe opinioni espresse in questa pagina sono dell’autore proprio e non riflettono necessariamente le opinioni di Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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