Cina e Giappone: amici per sempre?

Stati Uniti e Cina nel Pacifico: Quale destino per il Giappone?
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 27/05/2016

East & Southeast AsiaDa alcuni anni, il Pacifico è testimone dell’avanzata della Cina e del simultaneo indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti. La Cina lentamente ma inesorabilmente scaccia gli statunitensi dalla regione, estendendo l'”area di influenza” dall’ASEAN al Medio Oriente. La Cina ha anche dimostrato una determinazione impressionante ad agire su tutti i fronti. Pechino attua la strategia del filo di perle nell’Oceano Indiano. Preme per la delimitazione delle sfere di influenza nell’Oceano Pacifico assicurando che l’influenza degli Stati Uniti non vada oltre le Hawaii. Questo era il tema dell’incontro dell’estate 2013 tra il Segretario Generale del Partito comunista cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. La stessa dichiarazione fu espressa nel maggio 2014, in occasione della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia. Xi Jinping abbastanza esplicitamente sottolineò che la Cina gioca un ruolo dominante nella regione. Sulla politica della Cina nel Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese Orientale, la Cina scaccia energicamente gli Stati Uniti dalla regione, costruisce nuove isole artificiali ed v’installa sistemi di difesa aerea. Nel settembre 2015, quando Xi Jinping e Barack Obama ebbero una riunione ordinaria, il presidente degli Stati Uniti espresse malcontento per la costruzione delle isole artificiali. Xi Jinping rispose che gli interessi immediati della Cina volevano che i lavori di costruzione continuassero. Tutti i Paesi del Pacifico seguono da vicino lo sviluppo della situazione, dato che le costruzioni inciderebbero su ciascuno di essi in un modo o nell’altro. Mentre alcuni Paesi considerano il passaggio della leadership nella regione alla Cina un vantaggio, altri sono sempre più allarmati. Il Giappone, la cui dipendenza dagli Stati Uniti è forte dalla fine della Seconda guerra mondiale, è il Paese più interessato ai progressi della Cina. Il riflusso dell’influenza statunitense dalla regione costringe il Paese del Sol Levante a pensare alla propria sicurezza. Nonostante tutti gli sforzi per creare almeno una parvenza di relazioni amichevoli tra Giappone e Cina (basti ricordare l’aiuto finanziario a lungo termine che la Cina ebbe dal Giappone in passato), e nonostante la cooperazione economica attiva di oggi (nel 2015 il commercio tra i due i Paesi fu di 278 miliardi di dollari) il ritiro degli Stati Uniti dalla regione lascerebbe il Giappone in una posizione vulnerabile. Le relazioni sino-giapponesi sono state dure per secoli. I ricordi della guerra 1937-1945, e in particolare degli orrori del massacro di Nanchino del 1937, quando i soldati giapponesi uccisero circa 300000 pacifici cittadini cinesi in 40 giorni, sono ancora freschi in Cina. Questi ricordi dolorosi, per entrambi i Paesi, riaffiorano ogni volta che c’è un inasprimento delle relazioni sino-giapponesi. A volte la stessa memoria sconvolge le relazioni bilaterali. Per esempio, quando nell’ottobre 2015 l’UNESCO decise d’includere i documenti cinesi che attestano il massacro di Nanchino nel patrimonio mondiale, il Giappone protestò immediatamente. Al momento il governo giapponese affermò che i cinesi falsificarono i fatti e minacciò d’interrompere il finanziamento dell’UNESCO che riceve il 10% del bilancio dal Giappone (il Giappone è il secondo maggior donatore dell’UNESCO dopo gli Stati Uniti). Mentre alcuni politici giapponesi negano lo stesso massacro, alcuni dicono che il numero delle vittime fu fortemente esagerato. Non importa come i giapponesi valutano la strage, la comunità globale non ha dubbi sulla veridicità dei fatti, anche se il numero delle vittime citate varia secondo le fonti (da 200 a 300 mila persone). Ciò che è importante, però, è che nessuno in Cina mette in dubbio il massacro, in cui il sentimento revanscista è ancora forte e potrebbe avere implicazioni negative sull’ulteriore sviluppo delle relazioni sino-giapponesi, soprattutto se il Giappone non è più sostenuto dagli Stati Uniti. Nessuno parla di possibilità di conflitto militare, naturalmente, ma è risaputo che i cambiamenti dell’equilibrio di potere militare si riflettono sempre nella politica internazionale.
L’aspetto politico delle relazioni sino-giapponesi di oggi, descritte come estremamente tese, lascia molto a desiderare. La crisi è iniziata nel 2012 quando le autorità giapponesi dichiararono l’intenzione di nazionalizzare le gasifere isole Senkaku nel Mar Cinese orientale, che la Cina considera suo territorio. La dichiarazione scatenò numerose proteste anti-giapponesi e un’ondata di violenze in Cina. Per aggiungere la beffa al danno, le isole contestate hanno iniziato a vedere più navi cinesi e giapponesi che mai. Presto Taiwan ne fu coinvolta: ci fu un conflitto tra equipaggi di navi giapponesi e taiwanesi con l’uso di cannoni ad acqua. Il braccio di ferro continua. Nel frattempo, il Giappone aumenta le spese militari secondo la strategia di sicurezza dello Stato adottata nel 2013. La Cina, a sua volta, continua ad innervosire il vicino orientale conducendo esercitazioni militari nel Mar del Giappone (le ultime condotte nell’agosto 2015). Ad aprile il Giappone ha inviato navi da guerra nelle Filippine, dopo aver sottolineato che l’obiettivo principale della visita era compensare la crescente influenza militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Molti politici giapponesi vedono l’attenuazione delle posizioni degli Stati Uniti in Asia come un’opportunità per il Giappone di “staccarsi” dalla morsa degli Stati Uniti e diventare attore indipendente nella regione. Molti giapponesi sognano di ripristinare l’ex potenza militare del loro paese. Secondo l’articolo 9 della Costituzione giapponese, il paese non Può creare ed utilizzare le Forze Armate se non per l’auto-difesa. Ultimamente, l’idea di abbandonare l’articolo 9 guadagna sempre più sostenitori. Nell’autunno 2015, il parlamento giapponese approvava la legge che permette alle Forze di Autodifesa giapponesi di impegnarsi in azioni fuori dei confini giapponesi. Il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione potrebbe essere un’ottima occasione per denunciare dell’articolo 9 e creare un esercito vero e proprio col pretesto di proteggersi dalla Cina. A maggio è aumento il sentimento anti-americano ad Okinawa che ospita una base aerea degli Stati Uniti. A quanto pare, il Pacifico è all’inizio di grandi cambiamenti. Lo spazio che gli Stati Uniti abbandonano sarà inevitabilmente occupato da altri Stati, rigorosamente in competizione per dominarlo. In questo frangente storico, è particolarmente importante per tutti i Paesi del Pacifico rimanere fedele alle regole del diritto internazionale e risolvere i problemi in un modo diplomatico per garantirsi cambiamenti al meglio. Da un lato, l’indebolimento dell’influenza statunitense paralizza la stabilità regionale, dall’altro le variazioni aprono sempre una porta a nuove opportunità e a una nuova impostazione politica regionale. E il Giappone, a quanto pare, fa tutto ciò che deve per essere tra i nuovi leader.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.6352114832638620311111Cina e Giappone: amici per sempre?
Lau Nai-keung, Gpolit 21 maggio 2016

japan3Introduzione di Thomas Hon Wing Polin: “I rapporti sino-giapponesi sono i più importanti e i più duri rapporti internazionali in Asia orientale. Tanta amarezza è passata tra i vicini dal secolo scorso che la gente spesso dimentica che tale animosità è in realtà un’aberrazione storica. Nel precedente millennio e mezzo Cina e Giappone ebbero generalmente cordiali e talvolta notevoli legami amichevoli. Nei primi anni di quel periodo fu essenzialmente un rapporto insegnante-studente, con i giapponesi che importarono elementi chiave dalla Cina utilizzati per modellare parti sostanziali della propria cultura. Più tardi, in particolare durante il periodo Meiji di rapida modernizzazione, il Giappone considerò l’ex-mentore arretrato portando al disprezzo in certo ambienti. Poi vi fu la catastrofe del 20° secolo che vide un’invasione strisciante ed una grande invasione della Cina da parte dell’esercito imperiale giapponese, con decine di milioni di persone uccise. Balzando al presente. Dopo decenni di tiepidi ma sempre crescenti legami tra Cina e Giappone, il sinofobo di destra Shinzo Abe saliva al potere nel 2012. Il “pivot in Asia” degli USA (traduzione: perno per contenere la Cina) era appena stato lanciato ed Abe ne divenne ben presto il più appassionato proselite in Asia. Risultato: i più tesi rapporto sino-giapponesi a memoria. Come la Cina e i cinesi vedono il Giappone? Il commentatore di Hong Kong e consulente di Pechino Lau Nai-keung mescola prospettive contemporanee e storiche per valutare la questione“.

Lau Nai-keung: “Ridacchiai leggendo le ultima notizie su navi da guerra giapponesi attraversare il Mar Cinese Meridionale. Questi sciocchi chiedono un pugno in faccia, ma i cinesi non glielo daranno, non ancora e non qui. Dal punto di vista cinese, il Giappone è una storia d’amore-odio. La Cina non potrà mai davvero odiare il vicino, anche dopo le atrocità indicibili inflitte dall’esercito imperiale al suo popolo. Nonostante 14 anni di guerra e decine di milioni di vite perse, né il governo nazionalista né il governo comunista chiesero mai alcun compenso. Testimoni oggi le decine di milioni di turisti cinesi che affollano il Giappone scambiando merci per miliardi di yen, nonostante il rischio dell’esposizione radioattiva. Ancora oggi, molti cinesi credono che il popolo giapponese discenda da 500 giovani cinesi guidati dal prete taoista Xu Fu in Giappone 2000 anni fa, alla ricerca della leggendaria erba della vita eterna, e che gli imperatori giapponesi ne siano la progenie. I più accettano l’idea che cinesi e giapponesi siano della stessa razza e condividano la stessa lingua, ma ciò è falso. Comunque hanno ragione, i due Paesi dovrebbero essere amici per sempre. La Cina non invase il Giappone, tranne forse durante la dinastia Yuan. Ma nel periodo Yuan (1271-1368) la Cina era sotto il dominio mongolo. Al contrario, il Giappone provò, ma non riuscì, a sottomettere il continente più volte, spesso venendo fermato nella penisola coreana. I ronjin giapponesi saccheggiarono le coste della Cina orientale quattro secoli fa, portando all’embargo totale della Cina sul commercio marittimo. Durante la prima guerra sino-giapponese del 1895, la Cina subì una grave sconfitta navale mentre difendeva la Corea. Poi il Giappone lanciò la grande invasione della Cina nel 1931, innescando 14 anni di sanguinosi combattimenti fino alla resa giapponese del 1945. A giudicare dal comportamento finora, il Giappone non s’è mai pentito dei crimini di guerra o accettato la sconfitta dalla Cina. Infatti, nonostante il precoce apprendistato cinese, sembra che il Giappone in realtà guardi dall’alto in basso i cinesi dalla dinastia Song del 13° secolo, pensando che la sua cultura sia stata compromessa dai barbari del nord. Alcuni osservatori ipotizzano che una nuova guerra sino-giapponese nel Mar Cinese orientale sia inevitabile, forse sulle isole Diaoyu (isole Senkaku per il Giappone). Finora la Cina ha rifiutato di essere coinvolta nello scontro, anche se gode della superiorità militare globale sul Giappone, quantitativamente e qualitativamente. A differenza del Giappone, che vuole mostrare al mondo di essere un “Paese normale”, la Cina non deve dimostrare niente col suo PIL nominale di oltre 2,5 volte superiore a quello del Giappone e in crescita. In combattimento, le dimensioni contano. Inoltre, il tempo non è dalla parte del Giappone. Con l’invecchiamento della popolazione che in realtà diminuisce, il Giappone è destinato ad affrontare la deflazione continua in futuro. Questo Paese affonda visibilmente. Se la Cina vuole lottare, sarebbe il bullo. Ecco perché Pechino è bloccata in una guerra ibrida con gli Stati Uniti. Ma col Giappone? Scherzate. In realtà, la Cina ha sempre più il controllo del Mar Cinese Meridionale, più un’ancora di salvezza per i giapponesi che per i cinesi. Non sarebbe saggio per Tokyo entrare in guerra con un avversario che può soffocarlo in qualsiasi momento. Ancora una volta, la Cina è sempre stata riluttante ad odiare il Giappone. Sono vecchi vicini. “Ehi piccoletto, qual è il tuo problema?“, pensa il più grande. “Posso essere di aiuto? Ricorda, il mio bis-bis-bisnonno t’insegnò a leggere e scrivere. Dobbiamo essere amici per sempre”. In effetti, era praticamente questo il rapporto, prima delle intrusioni occidentali nel 19° secolo. Non vi è alcun motivo per cui non possa essere così anche in futuro. Non è troppo bello per essere vero l’altruismo, ma coi piedi per terra del realismo. E la politica di buon vicinato che opera da quasi due millenni”.japan japanese prime minister shinzo abe china chinese president xi jinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’istruttiva umiliazione degli USA nel Mar Cinese Meridionale

David P. Goldman, Asia Times 20 maggio 2016Ammettiamo piuttosto, come la gente d’affari dovrebbe, che abbiamo avuto una lezione e ci farà bene“, scrisse Rudyard Kipling nel 1902 dopo che i boeri umiliarono l’esercito inglese nella prima fase della Guerra Boera. Gli USA dovrebbero esprimere la stessa gratitudine verso la Cina che li ha umiliati nel Mar Cinese Meridionale. Esponendo la debolezza statunitense senza sparare un colpo, Pechino ha dato una lezione a Washington che la prossima amministrazione dovrebbe ricordare. L’anno scorso chiesi a un pianificatore del Pentagono ciò che gli USA avrebbero fatto con i missili antinave della Cina, che dovrebbero poter affondare una portaerei a un paio di centinaia di miglia dalle coste. Se la Cina negasse l’accesso alla marina statunitense sul Mar Cinese Meridionale, il funzionario rispose che possiamo fare lo stesso: convincere il Giappone a produrre missili antinave e a piazzarli nelle Filippine. Washington non si chiede se le Filippine vorrebbero affrontare la Cina. Il presidente Rodrigo Duterte spiegò l’anno scorso (come David Feith riporta sul Wall Street Journal), “Gli USA non morirebbero mai per noi. Se ad essi importava, avrebbero inviato le loro portaerei e fregate lanciamissili nel momento in cui la Cina iniziò la bonifica dei territori contesi, ma nulla di simile è accaduto… gli USA hanno paura di entrare in guerra. Ci conviene essere amici della Cina“. Non sono solo le Filippine a vedere l’ovvio. La Cina rivendica il sostegno di 40 Paesi alla sua posizione secondo cui le rivendicazioni territoriali sul Mar Cinese Meridionale dovrebbero essere risolte con negoziati diretti tra i singoli Paesi, piuttosto che davanti a un tribunale delle Nazioni Unite costituito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, come vuole Washington. Una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Cina, Russia e India, dopo l’incontro a Mosca il mese scorso, sostiene la posizione della Cina. La 7° Flotta è il peso che grava sul Mar Cinese Meridionale dalla Seconda guerra mondiale, grazie a un sistema d’arma che ha novant’anni ormai, la portaerei. Questo prima che la Cina schierasse il suo missile “antiportaerei” DF-21. L’ultima versione del missile, denominato DF-26, avrebbe una gittata di 4000 km. Le nuove tecnologie, tra cui laser e cannoni elettromagnetici, potrebbero sconfiggere i nuovi missili cinesi, ma una grande quantità di investimenti sarà necessaria per renderli operativi, secondo un rapporto di gennaio del Centro studi strategici ed internazionali.
T39 La nuova generazione di sottomarini diesel-elettrici varati dalla Germania nei primi anni ’80, inoltre, è abbastanza silenziosa da eludere i sonar. Sottomarini diesel-elettrici “affondarono” le portaerei statunitensi nelle esercitazioni della NATO. Anche senza missili antinave, per poter saturare le difese delle navi degli Stati Uniti, i sottomarini furtivi della Cina possono affondare le portaerei statunitensi e qualsiasi altra cosa che galleggia. Forse maggiore preoccupazione è data dalla prossima generazione di sistemi missilistici di difesa aerea antimissile ed antiaerei russi S-500 che renderebbero il caccia stealth statunitense F-35 obsoleto prima che diventi operativi. Scrivendo per The National Interest, Dave Majumdar avverte che i nuovi sistemi russi sono “così potenti che molti ufficiali degli Stati Uniti temono che gli aerei da guerra, anche invisibili come F-22, F-35 e B-2, abbiano problemi nell’affrontarli“. I funzionari del Pentagono ritengono che l’attuale generazione di missili antiaerei russi, incarnata dall’S-400, sia capace di superare le capacità d’inganno degli F-16. Una volta che la Russia ha schierato un paio di sistemi autocarrati S-400 in Siria, domina i cieli del Levante. Il Pentagono non vuole sapere quanto sia efficace. Il commentatore russo Andrej Akulov dettaglia la presunta superiorità dell’S-500, che sarà schierato il prossimo anno: “L’S-500 dovrebbe essere molto più potente dell’attuale S-400 Triumf. Per esempio, il tempo di reazione è di soli 3-4 secondi (in confronto, il tempo di reazione dell’S-400 è nove o dieci secondi). L’S-500 può rilevare ed attaccare contemporaneamente (anche se volano a una velocità di 8 km al secondo) dieci testate di missili balistici a 600 km di distanza che volano alla velocità di 8000 metri al secondo. Il Prometej può ingaggiare bersagli a quote di circa 200 km, tra cui i missili balistici in arrivo dallo spazio distanti 700 km”. Akulov conclude: “Non capita spesso che un’arma della difesa aerea relativamente poco costosa possa rendere obsoleto un miliardario programma per caccia. Questo è esattamente ciò che il sistema missilistico S-500 farà del nuovo nuovo caccia stealth statunitense F-35“. Cina e Russia hanno ridotto il divario tecnologico militare con gli Stati Uniti, e in alcuni casi li hanno probabilmente scavalcati. In passato, gli Stati Uniti risposero a tali circostanze (per esempio, il lancio dello Sputnik nel 1957) versando risorse sulla ricerca per la difesa presso laboratori nazionali, università e industrie private. Invece, Washington oggi spende la maggior parte del bilancio della difesa, in diminuzione, su sistemi che potrebbero non funzionare affatto. A un costo stimato di 1,5 trilioni di dollari, l’F-35 è il sistema d’arma più costoso nella storia degli USA. Anche prima che una miriade di problemi tecnici ne ritardassero il dispiegamento, i pianificatori del Pentagono avvertirono che l’aereo malconcepito avrebbe degradato le difese degli USA consumando la maggior parte del budget su ricerca e sviluppo del Pentagono. Un rapporto ancora classificato firmato da alcuni generali venne consegnato al presidente George W. Bush, a metà del secondo mandato, avvertendolo su tale funesto risultato. Bush l’ignorò. L’ex-ufficiale dell’aeronautica Jed Babbin dettagliò i difetti del velivolo sul Washington Times l’anno scorso, concludendo, “Il programma F-35 è un esempio di come le armi non vanno acquistate. Va fermato subito“.
Questi sono i fatti sul terreno (così come nell’aria e sul mare). Non sorprende che gli alleati degli USA in Asia vogliano un accordo con la Cina. Nulla di meno dello sforzo reaganiano per ripristinare il vantaggio tecnologico degli USA cambierà ciò.south-china-sea-u.s.-navyLe opinioni espresse in questa pagina sono dell’autore proprio e non riflettono necessariamente le opinioni di Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran alleato dell’Eurasia

F. William Engdahl, NEO, 01/03/2016

GettyImages-506375180-640x480Se l’intento della strategia di Obama verso l’Iran è corteggiare la grande nazione persiana nel complesso gioco geopolitico occidentale, mettendola contro Russia, Cina ed emergente secolo eurasiatico costruito intorno al progetto della Via e Cintura della Cina, sarà un altro colossale fallimento. L’Iran liberato dalle sanzioni, lungi dal diventare una pedina degli intrighi della NATO, fa mosse rapide e brillanti per connettersi con i vicini eurasiatici. In contrasto con le mosse saudite-turche legandosi a omicidi, stupri e distruzioni in Siria, Iraq, Yemen e altrove, in nome di Allah e del petrolio.
Una settimana dopo la storica visita del presidente cinese Xi Jinping all’Iran post-sanzioni, dove i due Paesi hanno firmato importanti accordi commerciali tra cui far aderire l’Iran nell’emergente strategico nuovo progetto economico della Via della Seta e della Via della Seta marittima, la Cina avviava una nuova rotta marittima per l’Iran. Due giorni prima, il primo treno merci partiva dalla Cina per la Repubblica islamica. Chiunque abbia visto la laboriosità dei cinesi, una volta che definiscono un obiettivo importante, non ne sarà sorpreso. Eppure, la priorità strategica di Pechino è volta ad integrare l’Iran, un alleato secolare della Cina che rientra nell’antica Via della Seta, ampliando lo spazio economico eurasiatico. Gli eventi che portano all’integrazione dell’Iran nella Via e Cintura eurasiatica si muovono molto rapidamente in entrambi i sensi. Chiaramente, in occasione della prossima riunione annuale della Shanghai Cooperation Organization quest’anno, Teheran sarà anche invitata alla piena adesione all’organizzazione, ora che le sanzioni sono tolte, consolidando il legame politico ed economico crescente con le nazioni dell’Eurasia dopo anni di sanzioni e isolamento. Il 1° febbraio, una nave portacontainer iraniana arrivava nel porto di Qinzhou, nel sud della provincia di Guangxi della Cina, di fronte al Golfo Beibu o Golfo del Tonchino, vicino al Vietnam. L’arrivo della nave iraniana Peranin, con 978 contenitori dei diversi Paesi lungo la ‘Via della Seta Marittima del 21.mo secolo’, designazione cinese della parte marittima della grande strategia della Via e Cintura, segna l’apertura della prima rotta di navigazione che collega Medio Oriente e Golfo di Beibu. Due giorni prima, il primo treno merci della Cina partiva per due settimane di viaggio inaugurale per l’Iran dal nodo commerciale sud-orientale di Yiwu, nella provincia di Zhejiang. È il preludio alla costruzione della nuova infrastruttura ferroviaria ad alta velocità che spezzerà l’isolamento economico dell’Iran, aprendo quella grande terra dalle vaste risorse umane e minerali che aderisce al boom economico emergente in tutta l’Eurasia. Questo boom economico eurasiatico, che sarà la maggiore espansione economica dell’economia mondiale degli ultimi due secoli, iniziò due anni fa, quando il Presidente Xi definì i dettagli del cruciale piano Via e Cintura annunciando la creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank a Pechino, per finanziare l’enorme programma di costruzioni, dal costo stimato di quasi un trilione di dollari nel prossimo decennio.

Il principale partner della Cina in Medio Oriente
Nei colloqui a Teheran il 26 gennaio, sia il presidente cinese Xi che il presidente iraniano Rouhani sottolinearono la stretta relazione tra i due Paesi eurasiatici. Il leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, che ha l’ultima parola su tutte le questioni di Stato, aveva detto a Xi Jinping che l’Iran continuerà la politica di rafforzamento dei legami con l'”Est”, elogiando la posizione “indipendente” della Cina nelle questioni globali. Poi, chiarendo che l’Iran non sarà vassallo di Washington e del suo sistema di globalizzazione, Khamenei dichiarava, “Gli occidentali non hanno mai avuto la fiducia della nazione iraniana. Il governo e la nazione dell’Iran hanno sempre cercato di ampliare le relazioni con i Paesi indipendenti ed affidabili come la Cina“. I due Paesi, in questo vertice, oltre a un accordo formale sulla partecipazione iraniana alla nuova Via della Seta, annunciavano l’intenzione di aumentare il commercio bilaterale nei prossimi dieci anni ad almeno 600 miliardi di dollari all’anno. Già più di un terzo del commercio estero dell’Iran è con la Cina, che, prima delle sanzioni degli Stati Uniti, era un’importante cliente del petrolio iraniano. Nell’intervento alla stampa iraniana, Xi chiariva anche che il partner prioritario della Cina in Medio Oriente è e sarà l’Iran. “L’Iran è il principale partner della Cina in Medio Oriente e i due Paesi hanno scelto d’incrementare le relazioni bilaterali”, dichiarava Xi.china-silk-roadL’Iran progetta il collegamento ferroviario
Alcuni giorni dopo gli accordi economici del 26 gennaio tra Iran e Cina, il presidente iraniano Rouhani annunciava i piani per costruire una fondamentale ferrovia strategica. Dato il terreno montagnoso del Paese, non è un piccolo progetto. Creerà un collegamento essenziale per l’estensione della Nuova Via della Seta eurasiatica della Cina. Il 6 febbraio, il presidente iraniano Rouhani annunciava che il governo programma la costruzione del collegamento ferroviario di 900 km attraverso il territorio montagnoso per collegare le città sante sciite di Mashad in Iran e Qarbala in Iraq. Qarbala, situata tra Baghdad e Najaf al centro dell’Iraq, è una delle città sante dei musulmani sciiti, il sito della famosa battaglia di Qarbala in cui l’Imam Hussyn, nipote del Profeta Muhamad, fu ucciso nel 680 d.C. E’ anche adiacente al grosso del territorio occupato dallo SIIL nel nord dell’Iraq. Il collegamento ferroviario da Mashad porterebbe l’infrastruttura ferroviaria iraniana vicino al confine del Turkmenistan. Il piano per collegarsi alla rete ferroviaria ad alta velocità della Nuova Via della Seta della Cina partirà dalla città del Xinjiang di Kashgar, la città più occidentale della Cina, vicino al confine con Tagikistan e Kirghizistan, ad Herat in Afghanistan, attraversando Kirghizistan e Tagikistan per collegarsi con la ferrovia iraniana. Iran e Pakistan hanno deciso di creare una linea ferroviaria per collegare la città portuale dell’Iran di Chabahar con il porto di Gwadar in Pakistan. Il collegamento ferroviario Chabahar-Gwadar fu deciso nell’ultimo incontro tra il primo ministro del Balochistan Nawab Sanaullah Zehri e una delegazione iraniana guidata dal governatore della provincia iraniana del Sistan-Baluchistan, Aqa Ali Hosth Hashmi, a Gwadar. Il collegamento ferroviario tra il porto iraniano di Chabahar e il porto di Gwadar del Pakistan, sulle acque in cui Golfo di Aden e Mar Arabico s’incontrano, avrà un notevole significato geostrategico. Gwadar rientra nel grande progetto infrastrutturale Cina-Pakistan noto come il corridoio economico Cina-Pakistan, iniziato nel 2014. Il corridoio è un progetto infrastrutturale da 46 miliardi di dollari in binari e autostrade tra Cina e Pakistan fino al porto di Gwadar, collegando la Via della Seta marittima e stradale cinese del 21° secolo con la rete ferroviaria della Nuova Via della Seta economica. È un progetto congiunto della China Export-Import Bank e del governo del Pakistan. Il corridoio economico Cina-Pakistan, attualmente in costruzione, collegherà Gwadar al Xinjiang della Cina attraverso una vasta rete di autostrade e ferrovie. Tale rete comprende la linea ferroviaria Karachi-Peshawar, in gran parte relitto dell’epoca coloniale inglese di fine 19° secolo, completamente rinnovata per permettere ai treni di viaggiare a 160 chilometri all’ora, e il cui completamento è previsto entro dicembre 2019. Questa linea sarà collegata alla rete ferroviaria ad alta velocità cinese da Kashgar, nella provincia dello Xinjiang.

L’attuale cambiamento geopolitico
Questi sviluppi infrastrutturali iraniani, cinesi, iracheni e pakistani hanno enormi implicazioni geopolitiche per il futuro del continente eurasiatico, uno spazio che racchiude quasi tre miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, con vaste risorse naturali, forze lavoro istruite e scienziati di livello mondiale provenienti da Russia, Cina, Iran e altrove. Come sottolineao in un precedente articolo, passo dopo passo, Iran, Russia e Cina costituiscono il “Triangolo d’oro” della società eurasiatica, che economicamente, politicamente, culturalmente, e in ultima analisi militarmente, stabilizzerà l’emergente Nuova Via della Seta delle nazioni eurasiatiche. La Russia, come ho notato molte volte, vede sempre più l’Iran quale essenziale partner eurasiatico insieme alla Cina. In una dichiarazione seguita dall’agenzia nazionale iraniana IRNA, ma omessa da quelle occidentali, l’influente Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif dichiarava: “Abbiamo mantenuto e potenziato i legami con Russia e Cina“. Questo è precisamente il Triangolo d’Oro che emerge. Il filo d’oro che lega le tre grandi culture e nazioni eurasiatiche, Cina, Iran, Russia, è l’insistenza sul principio che, come per i singoli esseri umani, anche nazioni, confini e sovranità nazionale sono principi inviolabili. Sono principi che, come Russia, Cina e Iran hanno più volte sottolineato, tessono la Carta delle Nazioni Unite e non vanno violati perché una nazione o alcune nazioni trovano la difesa della sovranità nazionale “indesiderabile”. Iran, Cina e Russia concordano sul fatto che un “mondo senza confini”, come individui senza limiti, è un’illusione pericolosa. Solo la crescente cooperazione basata sul rispetto della sovranità nazionale può salvare il mondo dall’autodistruzione. Sarebbe un bene.Iranian-and-Chinese-FMs-in-Tehran-1-HRF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran completa il Triangolo d’oro eurasiatico

F. William Engdahl New Eastern Outlook 03/02/20161429764652501_rouhollah vahdati (2 of 12)A volte profondi spostamenti tettonici nelle politiche globali derivano dagli eventi meno notati. Tale è la situazione con l’Iran e la recente visita a Teheran del Presidente della Cina Xi Jinping. Ciò che è emerso dai colloqui conferma che la vitale terza tappa di ciò che sarà il triangolo d’oro eurasiatico, sono le nazioni impegnate nello sviluppo economico pacifico, ora in atto. Iran, Russia e Cina hanno tutti volontà di cooperare potendo cambiare il corso occidentale attuale a base di guerre e distruzioni a favore di pace e cooperazione. Si prendano in considerazione alcuni aspetti dei recenti avvenimenti con l’eliminazione delle sanzioni economiche a Teheran solo qualche giorno prima.
Ciò che emerge nelle dichiarazioni pubbliche seguenti i colloqui tra il presidente cinese e i leader iraniani, dal Presidente Rouhani al capo del Parlamento iraniano Ali Larijani e al leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, semplicemente e chiaramente allude a un profondo cambiamento nelle relazioni tra Cina e Iran. Il 23 gennaio, Xinhua News Agency, riferendo del viaggio ufficiale in Iran di Xi, il primo di un leader cinese in quattordici anni, dichiarava che la visita “stringe i legami nel partenariato strategico globale”. A Teheran il presidente cinese osservò che “la Cina è pronta a lavorare con l’Iran cogliendo lo slancio ed elevando ulteriormente i nostri rapporti e cooperazione pratica, inaugurando un nuovo capitolo dei nostri legami che caratterizzano una completo, solido e stabile sviluppo”.

Sviluppare le fibre economiche
Il contenuto di tale cooperazione è di grande importanza geopolitica e geo-economica non solo per l’Eurasia, ma per il mondo. L’Iran ha appena chiesto ufficialmente di aderire al programma infrastrutturale più importante del mondo, l’iniziativa Via e Cintura della Cina, spesso chiamata iniziativa economica Nuova Via della Seta. L’iniziativa Nuova Via della Seta fu proposta per la prima volta nell’incontro del settembre 2013 ad Astana tra Xi e Nursultan Nazarbaev, presidente del Kazakistan. Il Kazakhstan oggi è anche membro, assieme alla Russia, dell’Unione Economica Eurasiatica e anche della Shanghai Cooperation Organization. Si ricordino questi diversi fili della fibra economica in evoluzione, mentre procediamo. Dalla primo discussione ad Astana del 2013, la Via e Cintura va trasformando la mappa politica ed economica di tutta l’Eurasia. L’anno scorso, nei colloqui a Mosca poco prima dei festeggiamenti del 9 maggio per il Giorno della Vittoria russo, dove Xi era ospite d’onore, Vladimir Putin annunciò che l’Unione economica eurasiatica di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan, formalmente integrava il proprio sviluppo infrastrutturale con la Nuova Via della Seta economica della Cina. Ora l’adesione formale dell’Iran all’espansione eurasiatica della Via della Seta è un passo gigantesco, permettendo all’Iran di rompere anni di isolamento economico e sanzioni occidentali, e di farlo mentre rivoluzioni colorate e altri imbrogli della NATO sono in gran parte vanificati. Si apriranno per il resto dell’Eurasia, in particolare la Cina, ma anche la Russia, nuove vaste possibilità economiche.

Le risorse straordinarie dell’Iran
L’Iran ha una giovane e istruita popolazione di oltre 80 milioni di abitanti, più della metà ha meno di 35 anni, e un esteso territorio strategico grande il doppio del Texas. Ha il nono più alto tasso di alfabetizzazione nel mondo, l’82% della popolazione adulta e il 97% dei giovani tra i 15 e i 24 anni senza discrepanza di genere. L’Iran ha 92 università, 512 università on-line e 56 istituti di ricerca e tecnologici con quasi quattro milioni di studenti universitari, un milione dei quali in medicina. Un terzo o il 31% studia ingegneria e costruzioni, uno dei tassi più alti del mondo. L’Iran oggi non è stagnante e primitivo come molti politici statunitensi s’immaginano. L’ho visto di persona. Il Paese è anche benedetto da vaste risorse economiche non sviluppate, non solo enormi giacimenti di petrolio e gas naturale. Confina con Armenia e Azerbaigian a nord, Afghanistan e Pakistan a est, Iraq e Turchia a ovest. Il Golfo Persico e il Golfo di Oman sono a sud e il Mar Caspio il più grande lago del mondo, a nord, dando all’Iran la maggior parte dell’acqua necessaria per l’agricoltura. In termini di altre risorse naturali, ha una delle più grandi riserve di rame al mondo, così come bauxite, carbone, ferro, piombo e zinco. L’Iran ha anche giacimenti importanti di alluminio, cromo, oro, manganese, argento, stagno, tungsteno, così come varie pietre preziose, come ambra, agata, lapislazzuli e turchesi. E un Paese bello e ricco, come posso personalmente testimoniare. Ora, collegando il Paese alla rete in espansione delle infrastrutture ferroviarie ad alta velocità della Via e Cintura dell’Eurasia, il futuro dell’Iran sarà saldamente legato allo spazio economico più vivace del pianeta, l’Eurasia dal Pacifico all’India e la Russia, e quando l’UE deciderà di smettere di essere il vassallo suicida di una Washington impazzita, anche all’Europa. In particolare, le relazioni economiche pacifiche tra Iran e Cina risalgono a circa 2000 anni fa, quando la Persia era parte fondamentale dell’antica via commerciale della Via della Seta dalla Cina. Questo fatto è stato sottolineato dal Presidente Xi. Negli ultimi sei anni la Cina è stata il principale partner commerciale dell’Iran che, nonostante le sanzioni occidentali, ha raggiunto i 52 miliardi di dollari nel 2014, destinati ad aumentare notevolmente con la sparizione delle sanzioni occidentali.

L’Iran pedina della NATO?
Certuni hanno speculato negli ultimi mesi che, con le sanzioni degli Stati Uniti ora finite, l’Iran diventerà una pedina dei giochi geopolitici di Washington. Mentre l’amministrazione Obama chiaramente avrebbe assaporato la prospettiva, ciò non accadrà. Un evento recente è stato seguito dall’occidente, in particolare dai media degli USA, illustrando il chiaro intento dell’Iran di difendere proprie autonomia e sovranità, tanto quanto le alleate Cina e Russia, per il disappunto di NATO e Pentagono. All’inizio di gennaio l’Iran sequestrava due imbarcazioni dell’US Navy che avevano violato le acque territoriali nel Golfo Persico. Furono catturate e i 10 marinai a bordo presi in custodia prima di essere rilasciati incolumi, permettendogli di rientrare con le proprie imbarcazioni, con cui avevano “vagato” nelle acque territoriali iraniane intorno l’isola Farsi. Il segretario alla Difesa degli USA Ash Carter ha affermato che “apparentemente” ciò fu causato da un guasto meccanico e di navigazione. Farsi è la base del ramo navale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, al centro del Golfo. Il Contrammiraglio Ali Fadavi, comandante del ramo navale della Guardia Rivoluzionaria, conferma pubblicamente Carter dichiarando alla stampa, “finirono in quella zona per il malfuzionamento dei sistemi di navigazione e non sapevano di essere vicini all’isola Farsi“. L’Ammiraglio Ali Fadavi era diplomatico e riservato. La Farsi è una delle basi più strategiche dell’Iran che ospita la forza navale da guerra non convenzionale dell’Iran. Gli Stati Uniti sostengono che le due imbarcazioni “persero” il loro GPS satellitare esattamente nello stesso tempo, e il segretario della Difesa sostiene che non è certo cosa sia successo? Le due imbarcazioni persero anche il contatto radio e tutte le altre comunicazioni durante l’incidente, un enorme imbarazzo per la Marina degli Stati Uniti che solo di recente ha descritto l’Iran come “dalla cultura tecnologica del carro trainato dai buoi”. La perdita di tutte le comunicazioni e del GPS su due imbarcazioni della Marina statunitense allo stesso tempo, significa una cosa: l’Iran ha sviluppato mezzi elettronici altamente sofisticati per accecare il sistema di guida GPS, essenziale per le operazioni della più potente marina del mondo. L’Iran non ha una cultura tecnologica da carro di buoi. In cooperazione con Russia e Siria nella guerra per sconfiggere lo SIIL, ha dimostrato di non essere passivo come l’Iraq di Sadam Husayn del 2003. E nonostante anni di sanzioni degli Stati Uniti oggi, in termini militari, l’Iran non è paragonabile all’Iran della guerra con l’Iraq istigato dagli USA del 1980. Il recente incidente ricorda il caso del 4 dicembre 2011 quando un drone-spia degli Stati Uniti, un avanzato drone-spia Lockheed Martin RQ-170 Sentinel della flotta degli Stati Uniti, atterrò nella campagna iraniana. L’Iran sostenne che una sua unità di guerra elettronica fece atterrare il velivolo. Washington rise, ma l’Iran aveva ragione. Non solo fece atterrare l’aereo, ma ne prese il controllo in volo: “Conoscendone la frequenza, l’Iran tese la sua ‘imboscata elettronica’ con il disturbo delle frequenze di comunicazione del velivolo, sequestrandone il pilota automatico. Emettendo rumore (disturbo) sulle comunicazioni, si disorienta il pilota automatico del velivolo. Quindi presero il controllo dell’aereo“. L’Iran è riuscito a far atterrare il drone in Iran, facendogli “credere” di essere in Afghanistan. L’ultimo sequestro delle due imbarcazioni della marina statunitense in acque iraniane con sofisticati disturbi elettronici, indica che l’Iran di certo non si piega al tempio del potere di Washington. E’ una forza militare molto temibile. Questa capacità di autodifesa è molto importante nel mondo ostile di oggi.

Adesione alla SCO
Ora, con l’Iran partner ufficiale nello sviluppo delle infrastrutture eurasiatiche della Nuova Via della Seta e con le sanzioni degli Stati Uniti finalmente tolte, l’Iran sarà certamente e ufficialmente ammesso a membro a pieno titolo all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai nel prossimo vertice di questa estate. L’Iran ha attualmente lo status di osservatore della SCO. Attualmente i membri della SCO sono Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e utllmamente India e Pakistan. Nei prossimi mesi la SCO, se le presenti dinamiche continuano, formerà il nucleo dell’emergente Eurasia unificata che collabora economicamente, politicamente, e soprattutto militarmente, come nella lotta al terrorismo. Tenderà a diventare il forum dove questioni vitali dei Paesi aderenti alla SCO saranno elaborate, come i cinesi sono solito dire, in maniera “win-win”. Vediamo la nascita del triangolo d’oro eurasiatico con Cina, Russia e Iran ai vertici. Con il piano per attuare l’infrastruttura ferroviaria della Via della Seta, si assiste all’estrazione di nuovo oro per sostenere la moneta degli Stati eurasiatici, tra cui l’Iran con il proprio importante oro non ancora sfruttato, mentre per il sistema del dollaro iper-inflazionato gonfio di debiti, diventa una formidabile alternativa positiva, impegnandosi su pace e sviluppo. Non è una bella prospettiva?2016-01-12T21-15-40-166Z--1280x720_nbcnews-video-reststate-560F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’imminente riorganizzazione del blocco militare cinese

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 14/01/2016

e0a57076aaf3La riunione della Commissione militare centrale (CMC) della Repubblica Popolare Cinese (PRC), l’organo supremo delle forze armate di una delle principali potenze mondiali, tenutasi il 24-26 novembre 2015, avrà un impatto significativo non solo sullo sviluppo dei processi interni in Cina, ma anche sull’ambiente politico circostante. Il discorso del leader del Paese Xi Jinping ha aggiunto importanza all’evento. Nonostante la scarsità di informazioni disponibili, si tratta ovviamente di cambiamenti nel carattere dello sviluppo delle capacità militari della Repubblica Popolare Cinese, in particolare nella struttura organizzativa, nonché nel sistema di gestione della componente principale della “potenza” del Paese, l’Esercito di Liberazione Popolare cinese (PLA). Va notato che il processo di graduale passaggio dalla dottrina della “guerra del popolo” con l’esercito di massa alla costruzione di forze armate relativamente compatte, professionali e modernamente equipaggiate fu delineato in Cina molto tempo prima. Naturalmente, accompagnata e conseguenza del rapido sviluppo economico e tecnologico della Cina, e dalla diminuzione della probabilità di grandi incursioni militari nel proprio territorio. Tuttavia, il potenziale di questo processo relativamente veloce probabilmente si esaurirà presto, mentre le sfide accumulatesi richiedono un deciso intervento del governo del Paese. Il fatto che il PLA affronta seri cambiamenti è apparso chiaro durante gli eventi dedicati al 70° anniversario della fine della guerra del Pacifico, svoltosi a Pechino il 3 settembre 2015. Parlando alla parata militare, Xi Jinping ha detto che le forze di terra del Paese si ridurranno di 300mila soldati, e il numero totale del PLA diminuirà a 2 milioni di persone. L’intera parata militare mirava a dimostrare la tendenza ad aumentare le caratteristiche qualitative delle forze armate del Paese. E’ abbastanza ovvio che uno dei motivi che hanno esortato la leadership cinese a non ritardare il processo di riorganizzazione del blocco “militare” fosse uno studio della RAND Corporation, “L’incompiuta trasformazione militare della Cina: valutazione della debolezza dell’Esercito di Liberazione del Popolo (PLA) della Cina“, pubblicato nel 2015. In generale, l’adesione della Cina ad alcune tendenze nello sviluppo militari statunitensi fu notato tempo prima. Così, alcuni esperti, che commentarono le dichiarazioni di Xi Jinping alla parata del 3 settembre, notarono che contenuto ed obiettivi della prossima riforma militare in Cina, in qualche modo ricordano il Goldwater-Nichol’s Department of Defense Rrorganization Act del 1986. L’obiettivo immediato era la semplificazione ed eliminazione di inutili duplicazioni e del sistema di gestione delle forze armate degli Stati Uniti. La legge fu sviluppata sotto l’influenza dell’analisi di alcuni risultati della partecipazione degli Stati Uniti alla guerra del Vietnam. La “propagandata” attendibilità scientifica della RAND osservata in precedenza (in connessione con la pubblicazione di uno studio simile) vale per lo studio sulla “debolezza” del PLA. Avrebbe attirato l’attenzione della RPC semplicemente per il fatto che gli autori hanno studiato centinaia di fonti, specialmente quelle disponibili in cinese. Così, pur sottolineando i progressi evidenti e rapidi della Cina in tutti gli aspetti dello sviluppo militare, gli autori ammisero la tesi delle “due incongruenze” delle forze armate cinesi (il tasso di modernizzazione e il potenziale militare raggiunto) espresso dall’ex-Presidente Hu Jintao nel 2006.
Lo studio della RAND si basa su 16 ipotesi iniziali “d’importanza cruciale” sugli aspetti interni ed esterni più importanti per l’ulteriore sviluppo del sistema cinese. Così, la prima ipotesi afferma che “il Partito comunista cinese manterrà la posizione di primo piano“, in tutti gli aspetti della vita del Paese, tra cui il controllo del PLA. Secondo l’ipotesi No.15, “alcun cambiamento avrà luogo nelle relazioni Cina-Russia e nel percorso strategico della Russia“. In conclusione, lo studio affronta il problema del possibile impatto della fallacia di certe ipotesi sui risultati. Ad esempio, l’assunzione No.15 indica che nel caso della conservazione delle relazioni Cina-Russia e del degrado delle relazioni tra Russia e Stati Uniti ed alleati della NATO fino al punto che Washington debba rafforzare la propria presenza in Europa, le valutazioni cinesi della situazione internazionale verrebbero significativamente modificate rispetto a quelle previste dagli autori dello studio. Numero e ponderabilità delle ipotesi iniziali menzionate, incompletezza e scarsa affidabilità delle informazioni non hanno permesso agli autori dello studio di presentare le conclusioni finali, secondo cui sarebbe possibile adottare alcune azioni. Proponendosi di considerarle “oggetto di discussione”. Non c’è dubbio che una “discussione” sul tema cruciale per la Cina, in relazione allo studio della RAND, si sia svolta tra gli esperti cinesi. Inoltre, si può supporre che i risultati della discussione in qualche modo siano state prese in considerazione nella sessione di novembre della Commissione militare centrale del PCC. Tanto più che la principale conclusione dello studio sull’attuale “debolezza” della macchina da guerra cinese, condotta dalla prima società di analisi statunitense, sembra abbastanza evidente e coerente con la tesi di Hu Jintao sulle “due contraddizioni”. In generale, il principale risultato del lavoro si riduce alla dichiarazione di carenze nella struttura organizzativa, nel sistema di gestione dell’apparato militare e nella coerenza operativa tra le forze armate, in ritardo rispetto alle ultime realizzazioni nel campo della “penetrazione IT” nel comando delle operazioni in tempo reale. A tal proposito, è opportuno ricordare che il requisito per un cambio qualitativo in tutti gli aspetti dello sviluppo delle capacità militari e dell’impiego delle forze armate secondo il concetto della cosiddetta “rivoluzione degli affari militari” (RMA), fu discusso negli anni ’70-’80 in Unione Sovietica su iniziativa del Capo di Stato Maggiore dell’esercito sovietico, Maresciallo NV Ogarkov. 20 anni dopo, una discussione simile (con riferimento all’esperienza sovietica) si è svolta tra gli esperti militari degli Stati Uniti. Lo stesso concetto di RMA è ovviamente riformulato nel “pacchetto” moderno e specificamente cinese alla base della nuova fase di sviluppo delle capacità militari della RPC.
Aspetti della politica nazionali ed estera alla sessione del CMC della RPC di novembre attirano l’attenzione. Secondo il parere unanime dei commentatori, uno dei motivi più importanti dell’evento era la necessità di migliorare il controllo della direzione del partito sul blocco “militare” del Paese tra crescenti problemi interni ed esteri. L’esclusione di eventuali elementi avventuristici ed azioni imprudenti nel Mar Cinese Meridionale è di fondamentale importanza. A questo proposito, la leadership cinese cerca di risolvere il problema molto difficile di coniugare questi obiettivi contraddittori tra supporto militare delle rivendicazioni sull’80% della superficie del Mar Cinese Meridionale e creazione di relazioni costruttive con gli Stati vicini. Non è riuscita a coniugarle finora, mentre i vicini si volgono a “forze extra-regionali” come la Cina le chiama. E tali forze (soprattutto Stati Uniti, ma anche Giappone e India) sono pronte a fornire tale “aiuto”. La situazione nel Mar Cinese Meridionale evidenzia una delle principali tendenze della fase attuale dello sviluppo militare della PRC, deciso dal forte aumento dell’importanza della componente navale del PLA. A questo proposito, l’annuncio del mese prima, dopo la riunione della Commissione militare centrale per avviare la costruzione della seconda portaerei, che sarebbe simile all’esistente portaerei Liaoning (ex-Varjag ampiamente modernizzata) è stato notevole. A giudicare dai commenti degli esperti cinesi, in confronto con la prima portaerei della Marina militare della Repubblica popolare cinese, usata soprattutto per acquisire competenze sull’utilizzo di sistemi d’arma navali completamente nuovi, la seconda svolgerà attività operative per proteggere gli interessi marittimi nazionali. Secondo questi esperti, nei prossimi anni la Repubblica popolare cinese avrà bisogno di tre portaerei convenzionali, come la Liaoning. Dopo aver fatto esperienza sul loro impiego, la Cina lancerà la costruzione di portaerei a propulsione nucleare, che solo gli Stati Uniti oggi possiedono.
In generale, possiamo affermare che la tendenza nella modernizzazione del blocco “militare” della Cina è coerente sia con l’affermarsi del forte status del Paese nell’arena politica e le moderne tendenze globali nello sviluppo delle capacità militari.1480778Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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