Cina e Russia formano una nuova alleanza antiterrorismo in Siria

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 22/09/20161044729422Gli Stati Uniti sono venuti meno ai loro impegni sull’accordo Russia-USA per la cessazione delle ostilità in Siria. Il 19 settembre, le forze governative siriane dichiaravano di ritirarsi dall’accordo date le molteplici violazioni dei terroristi filo-Stati Uniti. Il 17 settembre, la coalizione degli Stati Uniti attaccava le forze governative siriane nei pressi di Dayr al-Zur, una grave violazione dell’accordo. L’incapacità di rispettare l’accordo ha messo in dubbio la credibilità degli Stati Uniti suscitando la questione del futuro ruolo degli USA nel consolidamento della pace post-conflitto. Con la Turchia, alleata degli Stati Uniti nella NATO, che bada ai propri fatti e i ribelli appoggiati dagli USA che insultano le forze speciali statunitensi, il peso degli Stati Uniti in Siria sembra essere tutt’altro che serio. Con la credibilità seriamente danneggiata, gli USA difficilmente saranno più visti come partner affidabili. Gli Stati Uniti non sono certamente l’unico attore in campo. Con il governo di Bashar Assad saldamente al potere, la sistemazione del dopoguerra non appare più un sogno irrealizzabile, ma Washington difficilmente potrà decidervi. Con un importante cambio politico, la Cina ha lanciato il perno sul Medio Oriente volto ad aumentarne il coinvolgimento regionale, fornendo addestramento militare e aiuti umanitari alla Siria. Ad aprile, la Cina nominava un inviato speciale a Damasco per lavorare alla soluzione pacifica del conflitto. Prima dell’assegnazione ad inviato cinese, Xie Xiaoyan elogiava “il ruolo militare della Russia nella guerra, e ha detto che la comunità internazionale deve lavorare di più per sconfiggere il terrorismo nella regione”. Il 14 agosto, il Contrammiraglio Guan Youfei, a Capo dell’Ufficio per la Cooperazione militare internazionale della Commissione centrale militare che sovrintende ai 2,3 milioni di effettivi delle Forze Armate della Cina, visitava la Siria incontrando il Ministro della Difesa siriano Fahd Jasim al-Furayj e il Tenente-Generale Sergej Chvarkov, a capo della missione di monitoraggio del cessate il fuoco in Siria, così come i vertici russi della base militare di Humaymim sulle coste siriane. La visita segna una tappa importante dell’allineamento di Pechino sul conflitto. Durante la visita, Cina e Siria annunciavano l’intenzione di aumentare la cooperazione militare, compresi addestramento e aiuti umanitari, indicando un maggiore sostegno cinese a Damasco. E’ la prima visita pubblica di un alto ufficiale cinese nel Paese da quando le Forze Armate russe hanno lanciato le operazioni in Siria lo scorso settembre. Secondo il Global Times, pubblicato dal Quotidiano del Popolo del Partito Comunista Cinese, Pechino aveva già schierato consiglieri speciali e personale militare in Siria alla visita storica e fornito all’Esercito arabo siriano fucili di precisione e lanciamissili. Senza dubbio, la visita è stata un pugno diplomatico a un occhio degli Stati Uniti tra crescenti tensioni sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale.
L’ingresso cinese nella guerra è dovuto al crescente numero di terroristi uiguri che combattono con i terroristi nel nord della Siria. Il Contrammiraglio Guan Youfei aveva detto oltre 200 uiguri attualmente combattono in Siria. La Cina vuole processarli o sterminarli sui campi di battaglia siriani. Le sue preoccupazioni sono giustificate. Oggi c’è un quartiere uiguro a Raqqah, e il gruppo Stato islamico (SIIL) pubblica un giornale per i suoi membri. Inoltre, la stabilità geostrategica in Medio Oriente è importante per l’attuazione della strategia cinese “Fascia e Via” volta a facilitare la connettività economica eurasiatica sviluppando una rete di infrastrutture e rotte commerciali che colleghino la Cina ad Asia meridionale e centrale, Medio Oriente ed Europa. L’attuale frattura del Medio Oriente, dovuta alla crisi siriana, ostacola gli sforzi per attuare questo progetto. L’anno scorso, la Cina modificava la legislazione nazionale per consentire il dispiegamento delle forze di sicurezza all’estero nell’ambito dell’antiterrorismo. La Cina può giocare un ruolo chiave nella ripresa economica dopo il conflitto in Siria. Nonostante la guerra, la China National Petroleum Corporation detiene ancora azioni dei due maggiori produttori di petrolio della Siria: Syrian Petroleum Company e al-Furat Petroleum Company, mentre Sinochem detiene anche quote sostanziali di vari campi petroliferi siriani. A dicembre, la Cina offriva alla Siria 6 miliardi di dollari di investimenti oltre ai 10 miliardi dei contratti esistenti, oltre che un grande accordo tra il governo siriano e il gigante delle telecomunicazioni cinesi Huawei per ricostruire le infrastrutture delle telecomunicazioni della Siria nell’ambito dell’iniziativa infrastrutturale della Via della Seta cinese da 900 miliardi di dollari. A marzo il Presidente siriano Bashar Assad disse che Russia, Iran e Cina avranno la priorità nei piani di ricostruzione del dopoguerra.
La Cina non è l’unica potenza mondiale ad incrementare i contatti con il governo della Siria. Il 20 agosto, solo sei giorni dopo i colloqui dell’alto ufficiale cinese con i funzionari del governo della Siria e i comandanti russi, il Ministro degli Esteri indiano Mobasher Jawed Akbar visitava Damasco per dimostrare il sostegno dell’India al governo siriano nel conflitto. I due Paesi hanno deciso di aggiornare le consultazioni sulla sicurezza. Il Presidente siriano Bashar al-Assad ha invitato l’India a svolgere un ruolo attivo nella ricostruzione dell’economia siriana. Va notato che il recente incontro trilaterale dei Presidenti di Russia, Iran e Azerbaigian ha dato nuovo impulso alla realizzazione del progetto dei trasporti nord-sud. La Siria si trova in prossimità di questo corridoio che, secondo i piani, sarà il centro per l’integrazione della vasta regione comprendente Medio Oriente, Caucaso, Asia centrale, Russia e Nord Europa, con l’India che aderisce al progetto. Russia, Cina e India godono di buone relazioni con l’Iran, grande potenza regionale coinvolta nel conflitto della Siria. Su scala regionale, la collaborazione dei grandi Paesi indica come, in futuro, un’entità antiterrorismo regionale o addirittura un blocco militare indipendente dagli Stati Uniti potrebbe emergere contrastando la minaccia del terrorismo.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Giappone sempre più vicini

Alexander Mercouris, The Duran 5/9/2016Vladimir Putin, Shinzo AbeGli incontri al vertice tra il Presidente russo Putin e i leader giapponese e sudcoreano promettono un rapido rafforzarsi delle relazioni quale risultato del perno asiatico della Russia.
Mentre le relazioni della Russia con Stati Uniti ed Europa restano tese, le relazioni della Russia con i tre giganti dell’Estremo Oriente, Cina, Giappone e Corea del Sud, migliorano da “molto buone” ad “ancora meglio”. Mentre l’arrivo del presidente Obama al vertice del G20 a Hangzhou, in Cina, aveva dello scandaloso, i cinesi chiarivano che consideravano il Presidente Putin l’ospite d’onore. Ciò naturalmente in linea con la realtà dell’alleanza russo-cinese (o “grande partnership strategica”), sempre più sostenuta dagli amichevoli rapporti personali tra Putin e il Presidente Xi Jinping. Se l’accoglienza trionfale di Putin a Hangzhou era prevedibile, forse è più fastidioso per Washington l’entusiasmo per migliori rapporti con la Russia dei due alleati chiave degli USA in Estremo Oriente, Giappone e Corea del Sud. Il Primo ministro giapponese Shinzo Abe e la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye partecipavano al Forum economico nell’Estremo Oriente della Russia, nella città portuale di Vladivostok, sul Pacifico, dove avevano incontri molto amichevoli con Putin per discutere a pieno delle loro relazioni e parlando con entusiasmo del futuro delle relazioni dei loro Paesi con la Russia. Vi sono ragioni pratiche per cui i leader giapponese e sudcoreana vedano relazioni più forti con la Russia. In primo luogo vi sono i benefici economici evidenti, con la Russia che diventa importante futura fonte di energia e materie prime per questi Paesi e possibile mercato per i loro prodotti. Guardando al futuro, con una forza lavoro altamente istruita e ben disciplinata, notevole base industriale, una tradizionalmente forte base scientifica e infrastrutture dal basso costo e molto competitive, la Russia è un partner evidente per i futuri programmi industriali. Shinzo Abe in occasione del Forum ha parlato di tutto questo in termini quasi rapsodici, prospettando sempre più la possibilità di un trattato di pace tra Giappone e Russia, “Facciamo della regione dell’Estremo Oriente della Russia una base per le esportazioni verso l’Asia e la regione del Pacifico, aumentando nel contempo la produttività e avanzando la diversificazione delle industrie russe… Ci riuniamo una volta all’anno a Vladivostok per confermare l’avanzamento di questi otto punti… Non posso fare a meno di dire che sia innaturale che vicini importanti come Russia e Giappone, che hanno sicuramente un potenziale illimitato, finora non abbiano ancora concluso un trattato di pace. Mettendo fine a questa situazione innaturale durata 70 anni, non tracceremmo una nuova era tra Giappone e Russia in futuro? Vladimir, per decidere su future relazioni bilaterali dal potenziale illimitato, sono deciso a usare tutte le mie forze per far progredire i rapporti tra Giappone e Russia insieme a voi“.
Gli “otto punti” di Abe si riferiscono a un piano di cooperazione economica in otto punti focalizzati sullo sviluppo della regione dell’Estremo Oriente della Russia, che Abe ha presentato a Putin nel vertice a maggio. Il trattato di pace a cui Abe si riferiva è una questione dibattuta tra Russia e Giappone dal 1950. Dalla Seconda guerra mondiale la Russia ha il controllo di alcune isole dell’arcipelago delle Curili, reclamate dal Giappone, ponendo come condizione per il trattato di pace tra Russia e Giappone, che terminerebbe le ostilità in teoria esistenti tra i due Paesi dalla Seconda guerra mondiale, la restituzione di queste isole al Giappone. Nel 1950 la Russia (o più precisamente l’URSS) si offrì di restituire le due isole meridionali al Giappone, che quasi accettò. Tuttavia il Giappone infine respinse l’offerta su pressione degli Stati Uniti, perpetuando la controversia da allora. La Russia ha ripetutamente chiarito che non è disposta a restituire le isole al Giappone in cambio del trattato di pace. In un’intervista a Bloomberg, poco prima della riunione con Abe, Putin l’ha ribadito, “Non scambiamo territori, anche se concludere il trattato di pace con il Giappone è certamente fondamentale e richiede una soluzione comune coi nostri amici giapponesi”. Putin sa senza dubbio che la restituzione delle isole al Giappone è inaccettabile per l’opinione pubblica russa. Nel 1992 l’allora presidente Eltsin fu costretto a sospendere all’ultimo momento un viaggio programmato in Giappone a causa della pubblica indignazione temendo che, appena un anno dopo la fine dell’Unione Sovietica, si preparasse a consegnare le isole al Giappone. Non vi sono prove che il sentimento popolare russo sul tema si sia moderato da allora. Inoltre le isole sono d’importanza strategica per la Russia dato che sorvegliano i punti d’ingresso al Mare di Okhotsk, un’area per le operazioni dei sottomarini nucleari strategici della Flotta del Pacifico della Russia. Al contrario, Putin e Abe sanno che, nonostante le richieste rumorose sulle isole dai nazionalisti giapponesi, l’opinione pubblica giapponese da tempo ignora le isole e non è interessata al problema. Se è improbabile che Abe abbandoni la richiesta sulle isole, sa però che Putin non ha intenzione di rinunciarvi, e per far avanzare l’idea del trattato di pace e le trattative per raggiungerlo, ora riavviate, probabilmente metterà da parte la questione delle isole mentre lui e il Giappone forgiano rapporti più stretti con la Russia.
È importante sottolineare che Abe non si limitava a discutere con Putin di rapporti economici più stretti. Cerca anche legami politici e anche militari più forti, a quanto pare anche accettando scambi tra le autorità della Difesa dei due Paesi ed avanzando l’idea, per la prima volta, di esercitazioni congiunte delle Marine dei due Paesi. Queste ultime avrebbero un grande significato simbolico, dato che sarebbe il primo grande contatto tra le rispettive Marine dalla battaglia di Tsushima, evento cruciale nella Storia moderna di entrambi i Paesi. Più prosaicamente e più praticamente, Abe a quanto pare ha anche proposto ulteriori colloqui tra il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Shotaro Yachi, che dirige la segreteria del Consiglio di Sicurezza Nazionale del Giappone, e Nikolaj Patrushev, segretario dell’onnipotente Consiglio di Sicurezza della Russia. Dietro l’entusiasmo di Abe e della presidentessa sudcoreana Park Geun-hye, c’è la schiacciante realtà della rapida crescita della potenza cinese. Con Giappone e Corea del Sud dai rapporti resi con la Cina, sarebbe sensato che entrambi i Paesi sviluppino buone relazioni con il grande alleato della Cina, la Russia, per influenzare e trattenere Pechino tramite essa. Ciò è sempre più il modello nella regione Asia-Pacifico, con la Russia che cerca e accetta accordi di buoni rapporti da sempre più Paesi nell’ombra della Cina: India, Vietnam, Corea del Sud e Giappone. I russi dimostrano grande abilità sfruttando il vantaggio dell’alleanza non dichiarata con la Cina, migliorando le relazioni con questi Paesi, tra cui Corea del Sud e Giappone, mai amici in precedenza. Per i cinesi è anche nel loro interesse che un Paese vicino, la Russia, sviluppi relazioni con Paesi che altrimenti potrebbero facilmente divenire nemici. Gli Stati Uniti, come dimostra la farsa all’arrivo di Obama al vertice di Hangzhou, sono sempre più emarginati, e guardano frustrati la Russia espandere i legami nell’Asia orientale e il fallimento dei loro tentativi d’isolare la Russia.G20 Leaders Meet In St. Petersburg For The SummitTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Crescono le tensioni nel Mar Cinese orientale: la Russia come mediatrice

Peter Korzun, Strategic Culture Foundation 11/06/2016000006133Il conflitto per le isole contese nella regione dell’Asia-Pacifico ancora una volta finiscono sotto i riflettori dei media internazionali. Tokyo protesta a Pechino dopo che una fregata cinese è entrata nelle acque dell’arcipelago contestato nel Mar Cinese orientale. Il portavoce del Ministero della Difesa giapponese Yoshitomo Mori ha detto che un cacciatorpediniere della Marina giapponese ha rilevato la nave cinese che entrava nella zona contigua, un’area di 24 miglia nautiche oltre le acque territoriali, delle isole Senkaku, note anche come Diaoyu, il 9 giugno. Il Viceministro degli Esteri Akitaka Saeki convocava l’ambasciatore della Cina Chen Yonghua, presentando una protesta “dalla grave preoccupazione” e la domanda che la nave militare cinese lasciasse immediatamente la zona. “Siamo preoccupati che questa azione aumenti le tensioni”, aveva detto il capo di gabinetto del Giappone Yoshihide Suga in conferenza stampa a Tokyo. “I ministeri correlati lavorano per affrontarlo e lavoreremo a stretto contatto con gli Stati Uniti”, osservava Suga. Il Ministero della Difesa cinese rispondeva che la Marina Militare ha tutto il diritto di operare in acque cinesi. L’incidente avviene mentre Giappone, Stati Uniti ed India lanciano l’importante esercitazione navale congiunta Malabar, dal 10 giugno, nel vicino Pacifico occidentale. Mentre gli Stati Uniti non approvano le rivendicazioni territoriali di Tokyo sulle isole, hanno detto che il territorio controllato dai giapponesi rientra nel trattato di sicurezza con Tokyo che obbliga Washington a difendere il Giappone da un attacco. I rapporti tra Cina e Giappone sono tesi per la contesa territoriale. Le isole hanno una superficie totale di circa 7 kmq e si trovano a nord-est di Taiwan, ad est della Cina continentale e a sud-ovest della più meridionale prefettura del Giappone, Okinawa, e sono controllate dal Giappone. Il territorio ha un peso trovandosi vicino importanti rotte, ricche zone di pesca e potenziali giacimenti di petrolio e di gas. Le isole sono anche in una posizione strategicamente significativa, nella crescente concorrenza tra Stati Uniti e Cina per il primato militare nella regione Asia-Pacifico.
Senkaku_Diaoyu_Tiaoyu_Islands_blog_main_horizontal_risultato Il Giappone prese il controllo delle isole nel 1894-1895 durante la prima guerra sino-giapponese, attraverso la firma del Trattato di Shimonoseki che assegnava le isole alla città di Ishigaki nella Prefettura di Okinawa. Dopo la scoperta di potenziali giacimenti di petrolio sottomarini nel 1968 e il trasferimento nel 1971 del controllo amministrativo delle isole dagli Stati Uniti al Giappone, la Cina sostiene che le isole sono parte del territorio cinese almeno dal 1534, affermando che la Dichiarazione di Potsdam (che il Giappone accettò col trattato di pace di San Francisco) chiedeva che il Giappone rinunciasse al controllo di tutte le isole, ad eccezione delle isole di Honshu, Hokkaido, Kyushu e Shikoku, affermando che ciò significa che il controllo delle isole Senkaku dovrebbe passare alla Cina. Il governo giapponese non accetta tale controversia, affermando che le isole sono parte integrante del Giappone. Tokyo ha respinto i reclami che le isole fossero controllate dalla Cina prima del 1895 e che fossero contemplate dalla Dichiarazione di Potsdam o dal trattato di pace di San Francisco. La disputa ebbe toni relativamente tranquillamente per decenni. Ma nell’aprile 2012, nuovi reclami si ebbero dopo che il governatore di destra di Tokyo, Shintaro Ishihara, disse apertamente che avrebbe usato il denaro pubblico per comprare le isole dal proprietario, un privato giapponese. Il governo giapponese raggiunse un accordo per acquistare tre delle isole dal proprietario per bloccare il piano più provocatorio di Ishihara. Questo fece arrabbiare la Cina, innescando proteste pubbliche e diplomatiche. Da allora le navi del governo cinese navigano regolarmente in ciò che il Giappone dichiara acque territoriali delle isole. Il rischio di un conflitto nella regione è significativo. Cina, Taiwan, Vietnam, Malaysia, Brunei e Filippine competono su rivendicazioni territoriali e giurisdizionali, in particolare sui diritti di sfruttamento dei possibilmente grandi giacimenti regionali di petrolio e gas. La libertà di navigazione nella regione Asia-Pacifico è un’altra questione controversa, in particolare tra Stati Uniti e Cina, per il diritto delle navi militari statunitensi di operare nelle duecento miglia della zona economica esclusiva (ZEE) della Cina. A maggio, una nave da guerra statunitense navigò dimostrativamente entro 12 miglia da un’isola artificiale costruita dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale, l’operazione doveva dimostrare che gli Stati Uniti si oppongono agli sforzi della Cina per limitare la navigazione nello specchio d’acqua strategico.
La soluzione alle insicurezze della regione può venire da Mosca. Data la crescente importanza della regione dell’Asia-Pacifico per la Russia quale potenza regionale, Mosca ha interessi fondamentali nell’impedire che in qualsiasi disputa nel Mar Cinese Meridionale vi sia l’escalation militare. L’influenza della Russia nella regione è in rapida ascesta. La Russia fa parte del vertice dell’Asia orientale, il forum in cui si discute della sicurezza marittima. Potrebbe svolgere un ruolo come membro del forum dei Ministri della Difesa dell’ASEAN, comprendente Cina e Stati Uniti. Mentre la tensione sale tra Cina e Stati Uniti e scontri si verificano tra Cina e Stati rivieraschi sulle isole contese, i Paesi della regione vedono il valore della partecipazione russa. Ciò accade proprio mentre gli statunitensi appaiano confusi sulla regione nonostante il loro cosiddetto Asia Pivot. Elizabeth Wishnick della Columbia University scrive nella sua nota dal titolo “Russia: nuovo attore nel Mar Cinese Meridionale” che “Anche se la Russia è sostenuta dalla Cina nelle posizioni mondiali, a livello regionale i leader russi cercano di migliorare l’indipendenza del Paese agendo attraverso una sempre più variegata diplomazia nel sud-est asiatico, verso gli alleati tradizionali come il Vietnam, ma anche verso partner inattesi come le Filippine”. “È una strategia che richiederebbe alla Russia di non prendere posizione su chi ha cosa, ma che le consentirebbe di sostenere le azioni basate sul diritto internazionale riducendo le tensioni”, dice Carlos D. Sorreta, direttore dell’Istituto degli Esteri filippino. Il 14 aprile, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in una intervista a media cinesi, giapponesi e mongoli illustrava la posizione della Russia sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Lavrov ha ribadito la posizione tradizionale di Mosca sulla questione, esprimendo sostegno a una soluzione diplomatica, l’impegno alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), e il rispetto della Dichiarazione del 2002 relativa alla condotta delle parti nel Mar Cinese Meridionale (DOC). Accolse con favore la rapida conclusione di un codice di condotta vincolante (COC) e toccò anche il tema dell’internazionalizzazione della controversia sul Mar Cinese Meridionale dicendo: “La nostra posizione è decisa dal desiderio, naturale per qualsiasi Paese normale, di vedere una composizione delle liti direttamente tra i Paesi interessati, in maniera politica e diplomatica, senza alcuna interferenza da terzi o qualsiasi tentativo d’internazionalizzare tali controversie”. Il maggiore vantaggio della Russia è che non ha rivendicazioni territoriali nel Sud-Est Asiatico. E, a differenza degli Stati Uniti che cercano d’estendere la loro influenza nella regione dell’Asia-Pacifico e che in realtà preparano freneticamente un futuro scontro, l’interesse della Russia risiede nella redistribuzione di potere nella regione. La Russia non si oppone a nessuno nella regione dell’Asia-Pacifico. Si sforza di sviluppare buone relazioni con Cina, Giappone, Vietnam, Sud e Nord Corea, così come altri Stati della regione. La Russia è un attore internazionale che non si schiera. È un mediatore perfetto capace di abbattere le tensioni e trovare una soluzione al problema. In ogni caso, i colloqui sono l’unico modo per risolvere le controversie regionali.image.axdLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di John Kerry a Pechino si conclude con un fallimento

Il tentativo di Washington di fermare l’espansione del Partito comunista cinese nel Mar Cinese Meridionale s’infrange sugli scogli
Ivo Christov, A-specto, 08/06/2016 – South FrontSecretary of State John Kerry is seen through a loop of a rope used as a security line for the media as he looks at Chinese President Xi Jinping speaking during their meeting at the Great Hall of the People in BeijingLa visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Pechino fu annunciata già a gennaio con l’aspettativa che scongelasse le relazioni statunitensi-cinesi. La ragione era la riunione era il Forum annuale del dialogo strategico ed economico Cina-Stati Uniti d’America, con John Kerry che guidava la delegazione statunitense. Il giorno prima dell’arrivo a Pechino, il segretario di Stato annunciava in una conferenza stampa nella capitale mongola, Ulaanbataar, che “Washington riteneva lo sviluppo della zona di difesa antimissile della Cina sul Mar Cinese Meridionale provocatorio e destabilizzante, mettendo in discussione automaticamente la volontà cinese di trovare soluzioni diplomatiche alle tensioni nella regione contestata“. La Cina non ha né confermato né smentito l’intenzione di coprire con la difesa antimissile la zona in questione, con l’argomento che “questa decisione dipende dal livello della minaccia“. Le parole di Kerry erano ovviamente fastidiose per Beijing. Il segretario di Stato, che a gennaio parlò con il leader cinese, non fu ricevuto da Xi Jinping. Inoltre, l’ufficiale China Daily riferiva della conferenza stampa congiunta dei due ministri degli Esteri senza citare una parola di John Kerry. Invece, il quotidiano accentuava la dichiarazione del primo diplomatico cinese, Won I, secondo cui “la Cina è già impegnata a non partecipare alla cosiddetta militarizzazione delle isole nel Mar Cinese Meridionale e non accetta l’accusa secondo cui alle sue parole non corrispondano le azioni“.
L’“Era Glaciale” nelle relazioni statunitensi-cinesi ha avuto inizio con l’ascesa di Xi Jinping alla leadership a Pechino nel 2012. Il nuovo leader cinese è ritenuto dagli esperti la figura più forte ai vertici del Partito comunista Cinese degli ultimi due decenni. È il volto delle nuove ambizioni cinesi espresse nelle riforme economiche e del rafforzamento di Pechino quale fattore indipendente politicamente, diplomaticamente e militarmente. Le riforme economiche di Xi Jinping si agganciano alle cosiddette politiche di nuova normalità, stimolando il consumo interno con l’obiettivo di ridurre la dipendenza cinese dalle esportazioni. Tuttavia, il corso di Xi Jinping nella politica estera è ostacolato dagli interessi statunitensi in molte regioni. Il primo tema di conflitto ereditato dal passato sono gli attacchi hacker di cui Washington e Pechino s’accusano a vicenda. La diffidenza tra Cina e Stati Uniti è cresciuta nel 2013 quando l’agente della NSA Edward Snowden diffuse informazioni iper-sensibili sui metodi di spionaggio globale degli statunitensi. Sulla strada per Mosca, dove si trova oggi, Snowden passò da Hong Kong e le autorità cinesi non aiutarono gli statunitensi a catturare il loro agente. Nel 2014 Pechino non seguì Washington nel tentativo d’isolare la Russia per la crisi ucraina. Inoltre, Xi Jinping ha firmato un contratto strategico per l’approvvigionamento di gas dalla Siberia restaurando la fiducia nella comunità affaristica di Mosca. Naturalmente, il tema più conflittuale nelle relazioni bilaterali è la colonizzazione strisciante delle isole del Mar Cinese Meridionale di Pechino. Negli ultimi anni, l’esercito cinese ha manovrato su centinaia di isole disabitate nella regione costruendo strutture su alcune di esse, e che gli Stati Uniti interpretano come passi verso la militarizzazione. Vietnam, Taiwan, Brunei, Malaysia e Filippine hanno pretese territoriali sulle isole in questione. L’interesse per il Mar Cinese Meridionale sorge da petrolio e gas ivi presenti e dalle principali rotte che attraversano la regione. Il controllo sulle isole del Mar Cinese Meridionale permetterebbe alla Flotta del Pacifico degli USA d’interrompere la fornitura di petrolio dal Medio Oriente alla Cina; un pericolo che Pechino cerca di evitare prendendo atolli, scogli e isole disabitate.
All’apertura del Forum per il dialogo strategico ed economico Cina-Stati Uniti d’America, il leader cinese Xi Jinping annunciava che “le argomentazioni non devono diventare motivo per un comportamento conflittuale“. Le sue parole testimoniano la determinazione cinese a perseguire la propria politica nella regione, indipendentemente dalla volontà di Washington. Ovviamente la Cina approfitta della debolezza statunitense nell’ultimo anno di presidenza di Obama, segnata dall’opposizione alla Russia in Ucraina e Medio Oriente, per controllare tali zone strategiche.xi-kerry-lew-listenTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le preoccupazioni della Federazione Russa: USA, Cina, Giappone, Talassocrazia e Mar Cinese Meridionale

Noriko Watanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 8/6/2016japan-navySembra che il governo giapponese stia seriamente pensando di pattugliare con gli USA il Mar Cinese Meridionale. Eppure, se i pattugliamenti riguardano solo USA e Giappone, allora si alzerà la posta contro la Cina. Il Primo ministro Shinzo Abe, quindi, deve rifletterci profondamente. Dopo tutto, il Giappone dovrebbe essere più attento alla soluzione di dispute territoriali regionali con diverse nazioni asiatiche nord-orientali. Pertanto, per il Giappone intervenire nel Mar Cinese Meridionale su volere degli USA è un passo troppo lungo, a meno che le nazioni regionali l’invitino. Il Giappone sostiene chiaramente il diritto degli USA alla “libertà di navigazione” nel Mar Cinese del Sud riguardo le operazioni navali. Tuttavia, le varie dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale coinvolgono Brunei, Cina, Indonesia, Malaysia, Taiwan, Vietnam e Filippine.

Federazione Russa e Giappone
In questo senso, il Giappone è chiaramente estraneo al Mar Cinese Meridionale e rischia di creare ulteriori tensioni con la Federazione Russa. Infatti, il supporto del Giappone alle altre nazioni G-7 contro la Federazione Russa sulla crisi in Ucraina, è un’ulteriore dimostrazione di come Tokyo sia impigliata nei capricci di Washington. Pertanto, la vera speranza di risolvere importanti questioni territoriali e politiche tra Giappone e Federazione Russa dipende da una crisi che non coinvolge direttamente il Giappone. Soprattutto, la Federazione Russa del Presidente Vladimir Putin crede fortemente nel mondo multipolare. Eppure, sembra che il Giappone sia intenzionato a sostenere l’approccio unilaterale degli USA negli affari internazionali. Questo a volte si applica ‘a distanza’, dove il Giappone approva le azioni degli USA in Kosovo, Siria e altre parti del mondo. Tuttavia, anche quando si tratta di più importanti questioni geopolitiche, per il Giappone, sembra accadere lo stesso, in particolare venendo coinvolto nelle crisi in Ucraina e Mar Cinese Meridionale seguendo gli obiettivi politici degli USA. In un altro articolo su Modern Tokyo Times, si afferma “La crisi in Crimea (Federazione Russa) e del sud-est Ucraina non è di alcuna seria importanza geopolitica per il Giappone. Altre nazioni come USA, Francia, Germania e Regno Unito possono pensare altrimenti. Ciò per via delle loro politiche di contenimento collettivo con l’espansione di NATO e Unione Europea, che sembra diretta contro la Federazione Russa. Tuttavia, per il Giappone concordare con il G-7 è miope, anche se Tokyo è in sordina sulla crisi Ucraina“. Pertanto, la Federazione Russa osserverà come gli eventi si svolgono nel Mar Cinese del Sud con un certo scetticismo verso il Giappone. Ciò non implica che Mosca appoggi gli obiettivi della Cina nel Mar Cinese Meridionale, perché la Federazione Russa ha forti relazioni con il Vietnam e altri Paesi regionali. Eppure, le élite di Mosca potranno vedere l’intenzione di Abe di rilanciare gli obiettivi degli USA ed aumentare di nascosto la posta verso la Cina. In altre parole, piuttosto che la visione multipolare di Putin sembra che Abe voglia mantenere il vecchio ordine assecondando finalità e ambizioni degli USA.

Giappone, Cina e Mar Cinese Meridionale
La-Mer-Chine-zone-haut-risque. Abe, quindi, sembra intenzionato ad alzare la posta con la Cina, nonostante il Giappone non sia direttamente coinvolto nella controversia sul Mar Cinese Meridionale. Allo stesso modo è chiaro in modo allarmante che la Cina si stia rovinando, perché la bonifica di tutto il Mar Cinese Meridionale non è realistica. In questo senso, se il Giappone è solo in retroguardia appoggiando le nazioni regionali contrarie all’invasione politico-economica della Cina, allora basterebbe. Allo stesso tempo, un approccio più delicato del confronto indiretto contribuirà ad aumentare i legami tra Cina e Giappone. Infatti, l’affermazione della Cina su vaste aree del Mar Cinese Meridionale non è realistica data la vicinanza di molte nazioni regionali. Modern Tokyo Times afferma: “la politica del governo è un’arte ricca in Cina perché il ‘Regno di Mezzo’ affrontò molte realtà geopolitiche e religiose che lo minacciarono su più fronti. Pertanto, è il momento per la Cina moderna di capire che certe pretese sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale sono irrealistiche. Di pari importanza, se la Cina non vuole fare il gioco degli USA, deve usare maggiore diplomazia“. Sembra che né Cina né Giappone giochino a proprio vantaggio. Dopo tutto, la Cina crea tensioni regionali con Brunei, Indonesia, Malaysia, Taiwan, Vietnam e Filippine con le azioni nel Mar Cinese Meridionale. Allo stesso modo, il Giappone si fa coinvolgere nella crisi ucraina e nella controversia sul Mar Cinese Meridionale, pur non essendone direttamente coinvolto. Soprattutto, il Giappone erode ulteriormente le relazioni con la Cina e la Federazione Russa assecondando gli obiettivi della politica estera degli Stati Uniti. Se le nazioni regionali chiedono al Giappone di unirsi ai pattugliamenti navali nel Mar Cinese Meridionale, allora è un altro discorso, perché le nazioni hanno pattugliamenti congiunti con vari Paesi sulla base di rapporti speciali, o sviluppano legami futuri. Oppure, se una riunione straordinaria si svolgesse in cui Brunei, Indonesia, Malaysia, Taiwan, Vietnam e Filippine chiedano maggiore sostegno internazionale, il Giappone sarebbe obbligato a rispondere. Ad esempio, le nazioni regionali possono contattare nazioni come USA, Australia e Giappone al fine di dimostrare solidarietà internazionale contro la crescente invasione della Cina. La BBC riferisce “La Cina ha sostenuto le sue affermazioni espansive costruendo isole e con pattugliamenti navali, mentre gli Stati Uniti dicono di opporsi alle restrizioni alla libertà di navigazione e a richieste di sovranità illegali, da ogni dove, anche se molti ritengono fossero rivolti alla Cina“. La diffidenza regionale verso la Cina chiaramente cresce e l’anno scorso l’Indonesia vi aderì. L’International Business Times riporta “L’Indonesia ha etichettato le pretese cinesi sulle acque contese del Mar Cinese Meridionale come ‘minaccia reale’. Il viceammiraglio Desi Albert Mamahit, che dirige la Sea Security Agency Coordinating dell’Indonesia, ha detto a un focus group sulla sicurezza marittima che le acque che circondano molte isole del Paese erano minacciate dall’invadente presenza cinese”.

Conclusioni
Nel complesso, il Giappone non deve impegnarsi in pattugliamenti navali congiunti con gli USA nel Mar Cinese Meridionale, perché sarà dannoso nel lungo periodo. Inoltre, se il problema diventa spinoso allora peggiorerà ulteriormente i rapporti con la Federazione russa, dato il sostegno del Giappone a USA e altre nazioni del G-7 sugli eventi in Ucraina. Pertanto, il Giappone dovrebbe consentire alla Cina di controllarsi sul Mar Cinese Meridionale, mettendosi in disparte. Se Brunei, Indonesia, Malaysia, Taiwan, Vietnam e Filippine chiedono ad altre nazioni, come USA, Australia e Giappone di fornire maggiore sostegno politico nel Mar Cinese Meridionale, allora è un altro discorso. Poi il Giappone potrà considerare la possibilità di pattugliamenti navali con varie nazioni regionali ed altri Paesi come USA e Australia. Tuttavia, se il Giappone aderisse da solo al pattugliamento degli USA nel Mar Cinese Meridionale, allora gli sarà dannoso. Questo vale in particolare per l’Asia nord-orientale, isolando il Giappone da Cina e Federazione russa venendo considerato un baluardo delle ambizioni statunitensi nella regione.Asie+Mer+de+chine+conflit+zee+plateforme+petroliere+chine+vietnam+afpTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora